Al Azif: ossia il Necronomicon


Non è morto  ciò che in eterno può attendere

E con il passare di strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred

Il Necronomicon 

In un tempo molto lontano il poeta arabo Abdul Alhazred si  avventurò nel  deserto alla scoperta della città perduta dalle mille colonne: Irem.

Il viaggio  fu lungo e faticoso ma finalmente egli  arrivò a Irem: qui ,fra le sue rovine, trovò quello che era il motivo di  quel  suo lungo  peregrinare e cioè un testo  di  magia il cui antico  nome  era Al Azif (nella lingua araba questa è una locuzione che indica quei misteriosi  suoni che si odono  nel  deserto durante la notte e che si  dice essere la voce dei demoni).

Solo in seguito, quando il testo  venne tradotto nel 950 d.C. in greco dall’erudito  bizantino Teodoro  Fileta, prese il nome di  Necronomicon: il libro  delle leggi  che governano i morti 

Il danese Olaus Wormius, nel 1228, basandosi  sul testo di  Fileta, fece la traduzione del  Necronomicon in latino

Lo scopritore di  questo  antico  grimorio , ossia Abdul Alhazred, non poté godere molto della sua scoperta: un giorno, in una via di Damasco,  alcuni testimoni oculari  dissero di  averlo  visto  assalito  e divorato  da un mostro invisibile

Ma se il mostro  era invisibile, mi chiedo  come loro siano  riusciti a vederlo…

I pseudobiblia 

Nonostante il fatto  che ancora oggi  vi  siano persone che credono  che la Terra sia piatta, oppure una dieta può far guarire le carie (se non il cancro), penso che la stragrande maggioranza di  voi (se non la totalità) abbia  compreso il senso  fantastico delle parole precedenti.

Ovviamente per tessere una trama così fantastica, preludio a un viaggio  letterario tra incubo e horror, occorreva una mente predisposta a mettere per iscritto la descrizione di un mondo fantastico  retto  dal pantheon  di  esseri primigeni  e malvagi.

Quest’uomo era Howard Philip Lovecraft  (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Ho precedentemente scritto del presunto (molto presunto) viaggio  che H.P. Lovecraft fece nel Delta del  Po per incontrare i misteriosi  appartenenti  alla confraternita dei  Fradei e del mitico  dell’Uomo pesce a cui  i fedeli  dedicavano riti pagani ( ⇒ I Fradei  e Lovecraft: un incontro (im)possibile?)

Lo stesso  Lovecraft si  meravigliò del  fatto  che i suoi  lettori presero sul serio l’esistenza di un testo  esoterico nascosto  nel  tempo  come poteva essere il Necronomicon e, volendo  stare al  gioco, contribuì al  mito pubblicando il libro Storia e cronologia del  Necronomicon con la segnalazione delle biblioteche (la maggior parte inventate) che custodivano una copia del libro  maledetto.

Ma sono gli  stessi  appassionati lettori  di Lovecraft a contribuire alla fama (sinistra) del  Necronomicon creando  dal  nulla congiunture tra inediti  e riferimenti bibliografici che ne arricchiscono  la storia.

Sennonché a questo  gioco (ma ripeto  in molti  credevano all’esistenza del  Necronomicon)  si  aggiungono personaggi ben più seri come, ad esempio, Philip Duchêsnes,  titolare di una prestigiosa libreria antiquaria a New York, che nel 1941 inserì in catalogo una copia del  Necronomicon  al prezzo  di 900 dollari: è inutile dire che gli  acquirenti  disposti  all’acquisto furono più che numerosi anzi, qualcuno  di loro, era ben disposto  a sborsare una cifra superiore per aggiudicarsi il libro.

Se quest’episodio  risale a tre  anni  dopo  la morte di  H.P. Lovecraft, nel 1962 è la serissima rivista americana Antiquarian Bookman pubblicò nella rubrica dedicata alla vendita di  libri  antichi la recensione di un’ edizione spagnola del Necronomicon del 1647, aggiungendo alla fine che il libro proveniva dalla biblioteca della Miskatonic  University 

La Miskatonic University era frutto  della fantasia di H.P. Lovecraft e la cui  sede era nella città di  Arkham (altra invenzione dello  scrittore) nella contea di  Essex nel  New England: i redattori dell’Antiquarian Bookman, oltreché mostrarsi dei  buontemponi, evidentemente in questa maniera vollero  omaggiare il genio  dello  scrittore di  Providence.

Comunque, trovandovi  a passare per caso nelle vicinanze della California University, entrate nella sua biblioteca centrale e fate una ricerca  sul Necronomicon: troverete una scheda catalografica in italiano con riferimento  al Necronomicon che ne fa presumere l’esistenza tra i  tomi in possesso  dell’università (dolcetto o scherzetto..)

In poche parole il Necronomicon è un pseudobiblia cioè appartiene a quei libri  che, pur essendo  citati con tanto  di titolo ed estratti in opere di  saggistica o narrativa, hanno in comune una caratteristica che li  distingue da qualunque altro libro: semplicemente non esistono!

Il termine  pseudobiblia venne utilizzato per la prima volta nel 1947 dallo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – Plano, 6 novembre 2000) in un articolo pubblicato nel  Saturday Review of Literature nel  quale metteva in risalto come queste opere per la fama raggiunta fossero in competizione con libri  realmente esistenti.

Se avete qualche curiosità in più da soddisfare a riguardo  dei pseudobiblia, vi suggerisco  la lettura dell’articolo  Leggere o non leggere (gli pseudobiblia) del professore Michele Santoro dell’Università di Bologna ( ⇒ Pdf ⇐ )

Per gli  altri e cioè amanti  di  spettri, vampiri o lupi  mannari che vagano nella notte alla ricerca di  vittime innocenti (o  che proprio  se la sono  cercata) dedico  l’anteprima del  Necronomicon di  H.P. Lovecraft

Attenti  ai mostri invisibili  che divorano  i troppo  curiosi… 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Anteprima del libro Il Necronomicon di Howard Philip Lovecraft

Casa, dolce casa (ma l’inquinamento indoor?)

Cento uomini possono creare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa.

Proverbio  cinese

Basta un uomo  per fare della casa un accampamento

Caterina Andemme  

Casa dolce casa? Attenti  all’inquinamento indoor 

Ma tutto  dipende dall’uomo con cui  condividete vita e appartamento: c’è il tizio irrimediabilmente disordinato e quello  moderatamente disordinato. in ogni  caso, non essendoci  speranza nell’educare l’Homo  casalingus  all’ordine,  non possiamo attribuirgli  le colpe dell’inquinamento indoor se non quando si ostina a fumare in casa oppure a grigliare l’unico pesce che, nella sua vita da pescatore, è riuscito a pescare  (magari  si  trattava di un pesce suicida per amore)

 

Inquinamento indoor

 

Naturalmente per rendere la nostra casa appunto una Casa, dolce casa possiamo  seguire i  semplici  consigli che l’Istituto  Superiore di  Sanità ha evidenziato  nel  seguente opuscolo

 

Opuscolo_Aria_Indoor

 

A questo possiamo  aggiungere un’altra lista di  cose da fare, e cioè:

  • Non eccediamo con i prodotti  di pulizia domestica (quindi niente autobotte e idranti)
  • Una o  due candele profumate possono  dare una bella sensazione nirvanica, di più sembrerà di  vivere in una serra a 50° all’ombra con i fiori marcescenti
  • Cambiamo  frequentemente l’aria di  casa, anche d’inverno, anche se piove o nevica (ma poi mettete i pinguini  alla porta)

Le piante in casa sono un beneficio all’ambiente indoor 

Non c’è bisogno  di  trasformare la casa nella foresta amazzonica per avere indubbi  vantaggi  sulla salubrità dell’ambiente domestico.

Kamal Meattle, attivista ambientalista e CEO del Paharpur Business Center & Software Technology Incubator Park di  Nuova Delhi ha indicato in tre specie di piante quelle più adatte allo  scopo:

La Palma areca ( Dypsis lutescens); la Lingua della suocera (non c’entra nulla con la vostra suocera, ma si tratta dell’epiphyllum)  e infine l’Epripremnum aurureum

Ovviamente, oltre alle tre specie citate, tutte le piante, oltreché essere belle da vedere, aiutano in misura diversa contro l’inquinamento indoor.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  libro Fiori  e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino  e in campagna di Luciano Cretti.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro Fiori e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino e in campagna di  Luciano Cretti 

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

IMC e diete: l’argomento del giorno

Coltiva le tue curve: potranno  essere pericolose ma non potranno essere evitate

Mae West

IMC (Indice di  Massa Corporea) e diete

Siamo d’accordo  con Mae West che coltivare le proprie curve è un incentivo  per incrementare il nostro  sex appeal (senza dimenticare di  avere una testa e quindi intelligenza) ma, affinché le curve non si  dilatino all’infinito, dobbiamo  anche curare quello  che più prosaicamente viene definito come peso  forma.

Per raggiungere lo scopo, che non è quello  di  rassomigliare ad un’acciuga anemica, si  sprecano i suggerimenti sulle diete da seguire: il novanta per cento  di  esse sono  frutto (secondo me)  di mode e di esperimenti senza alcun riscontro  medico  o scientifico  che ne certifichi   la genuinità, ma lascia il solo  spazio  all’ingenuità di  chi  si  sottopone ad esse ( a tale proposito posso  affermare che è vero: l’aria non fa ingrassare).

Quello  della dieta (o delle diete mirabolanti) non è solo una questione della modernità: ad esempio Walt Whitman nel 1858, con lo pseudonimo di Mose Velsor, aveva una sua rubrica domenicale sul giornale The New York Atlas con il titolo Manly Health and Training rivolta al vero  maschio  americano  in contrapposizione all’europeo romantico pallido  e roseo  come una bambola (il giudizio  è quello  di  Whitman-Velsor).

Cosa doveva fare il maschio  ruspante americano secondo  il poeta scrivente, sotto pseudonimo,   per una rubrichetta domenicale (forse aveva un mutuo  da pagare)?

A parte praticare il baseball, la dieta suggerita doveva comprendere per colazione  una fettina  di  carne al sangue e solo  frutta per cena ( considerava la dieta vegetariana come una moda ridicola) il tutto  accompagnato  da   una buona birra o vino, mai troppa acqua.

Oggi, invece, il vegetarianesimo (e  la sua variante vegana) si contrappone  alla fettina di  carne per colazione suggerita da Velsor, questo mi trova in pieno accordo   (un po’ meno per il veganesimo) anche senza essere una vegetariana a tutto  tondo: se volete invitarmi  a cena sappiate che non mangio  carne di  vitello, di  cavallo  o  asino, tanto  meno  cani  e gatti, agnello, polpi e insetti  vari, ma adoro  il salmone. 

Ma l’ultima frontiera per controllare le nostre curve ci  arriva con un contro  diktat: mangiate quello  che volete e quando  volete è la regola dell’alimentazione intuitiva.

Non crediate che sia il lasciapassare per ingozzarsi  di  cibo  spazzatura ma è piuttosto un:

<< Approccio  che mira a potenziare il rapporto  tra mente e corpo e pone la persona come l’unica esperta della propria alimentazione >>

Queste sono le parole di Evelyn Tribole, nutrizionista specializzata in disturbi  alimentari che, nel 1995, insieme alla sua collega Elyse Resch scrisse The Intuitive Eating Workbook libro  che ancora oggi è in ristampa.

Sempre sull’argomento, ma con qualche variante rispetto  al libro  precedente, è The F*ck It Diet (il titolo è abbastanza eloquente da non doverlo  tradurre) di  Caroline Dooner e di  cui potete leggerne l’anteprima alla fine dell’articolo.

Calcola il tuo indice di  massa corporea 

L’IMC (Indice di  Massa Corporea, oppure se preferite BMI dall’inglese Body mass index)  è un semplice dato biometrico espressione del  rapporto tra l’altezza di un individuo e il suo peso utilizzato  come indicatore del peso  forma.

 

Per calcolare il vostro  IMC in rete vi  sono diversi  strumenti, io ho  scelto quello offerto  da YAZIO.

 

Powered by YAZIO

Non so  se il calcolo  dell‘IMC attraverso questo  strumento  funziona nella versione mobile del  sito avendolo  testato  solo in quella desktop (tanto più ricca). 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro The F*ck it Diet di Caroline Dooner 

 

Le diete non funzionano. Anzi, alla lunga provocano effetti contrari alle aspettative. Eppure, ogni volta che non otteniamo i risultati sperati, invece di domandarci se il problema stia nel manico – e cioè nei regimi, spesso punitivi, ai quali ci sottoponiamo – incolpiamo noi stessi. “Perché non sono capace di rispettare la semplice prescrizione di un pasto a base di tonno e pompelmo?”, “Cos’ho che non va?”, e via di questo passo, schiacciati dalla convinzione che la chiave della felicità consista nel perdere i chili di troppo. Ma è ora di chiamare le cose con il loro nome: cercare continuamente di mangiare il meno possibile è un modo triste di vivere, e non porta a nulla. Quindi basta con questo modo di trattare il proprio corpo e la propria vita! Caroline Dooner, che per anni ha tentato ogni tipo di regime alimentare, prende di petto gli errori della cultura delle diete e offre ai lettori una strada semplice e scientificamente argomentata, ricca di consigli pratici, per risanare il proprio rapporto fisico, emotivo e mentale con il cibo. Perché l’unico modo per stare bene è smettere di seguire regole prescrittive che conducono a frustrazione, disagio e sensi di colpa. La vita è troppo breve per essere ossessionati dal cibo. Abbiate fiducia: il vostro corpo sa quel che fa. E un rapporto sano con il cibo, in definitiva, rende sani anche voi

Rebecca West: femminista e scrittrice

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta

Cecily Isabel Fairfield (Rebecca West) 

Un po’ di  femminismo che non guasta

Non considerandomi uno  zerbino (tanto  meno operatrice del  sesso) potrei dire di  essere una femminista, ma ancora prima e soprattutto, sono una donna la quale, come tutte le donne, è proprietaria di  diritti non subordinati a quelli  di un uomo.

Nel 1791 in Francia (due anni  dopo  la presa della Bastiglia)  la scrittrice Olympe de Gouges, ispirandosi  alla Dichiarazione dei  diritti  dell’uomo  e del  cittadino (1789)  scrisse La dichiarazione dei  diritti  della donna e della cittadina 

La donna nasce libera e ha gli  stessi  diritti  dell’uomo.

L’esercizio  dei  diritti  naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo.

Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione.

Certo  di  cose ne sono cambiate dai  tempi  della Rivoluzione francese, ma guardando il ruolo  della donna nella società attuale è palese che non tutti i diritti  della donna siano  soddisfatti e che, quindi, essere uomo è un inammissibile vantaggio.

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Rebecca West

Rebecca West   ( Londra, 21 dicembre 1892 – Woking, 15 marzo 1983) è il nome che Cecily Isabel Fairfield prese in prestito dalla protagonista dell’opera di Henrik Ibsen  La casa dei  Rosmer.

Fonti  biografiche dicono  che la sua prima ispirazione per emanciparsi  dalla famiglia fu  quella di  diventare attrice, molto probabilmente la vita sui  palcoscenici  non le si  addiceva e quindi pensò di  dedicarsi  alla scrittura in veste di  giornalista.

Ed è proprio come giornalista che entrò nella redazione di un giornale legato  al Movimento  delle Suffragette aderendovi  all’età di  ventitré anni: da qui in poi, sempre secondo  alcune fonti  biografiche, firmò i suoi  articoli  con il nome di  Rebecca West più che altro  per aggirare il divieto  materno di  scrivere su  di un giornale femminista ( il padre da tempo aveva abbandonato la moglie e le sue figlie).

Non amando  il gossip tralascio  di  scrivere sugli amori  di Rebecca West,  citando  solo  quello  con lo  scrittore H.G.Wells da cui  nacque un figlio: Anthony West (1914 – 1987).

E’ ovvio  che quanto  ho  scritto fino  ad adesso su  Rebecca West è alquanto  riduttivo (in rete potete trovare notizie ben più dettagliate) per cui  concludo  solo  dicendo  che lei rappresenta un modello  di  donna tenace e con carattere, nonché una scrittrice molto  dotata tanto  che la rivista Time nel 1947 la definì come indiscutibilmente la scrittrice numero uno  al mondo.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  suo  primo  romanzo: La famiglia Aubrey 

Buona lettura.

Alla Prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  La famiglia Aubrey di  Rebecca West 

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

Le Veneri anatomiche al servizio della medicina

Marylin Monroe

Non vorrei  mai  essere una donna pelle e ossa.

Il mio  corpo  mi piace così com’è.

E poi le curve stanno così bene su una donna!

Marylin Monroe 

Le Veneri  anatomiche 

Per quanto  Marylin Monroe possa essere considerata un modello per incarnare le grazie di una Venere, non può essere presa come modello per quelle anatomiche che, piuttosto  emanare fascino, sono del  tutto ripugnanti.

La ripugnanza, espressione di un mio personale giudizio,   penso  che possa essere condiviso da chiunque  si  ritrovi  a visitare  il Museo  di  Storia Naturale La Specola di  Firenze: qui, in una sala del Museo, sono  esposte statue di  cera raffiguranti  corpi  umani  tra cui  una donna con il ventre aperto : si  tratta appunto  di un modello  di  Venere anatomica.

Museo della Specola - Venere anatomica
Museo della Specola – Venere anatomica

 

Guardare queste opere, dall’aspetto molto  realistico, può anche ingenerare nello  spettatore un senso  del macabro, ma   il loro  scopo  era tutt’altro che pura esibizione horror per un pubblico  dallo  stomaco  forte: esse erano  state realizzate negli  anni  tra il 1780 e 1782 dal ceroplasta Clemente Michelangelo Susini per gli  studenti  del  corso  di  Medicina in modo  da evitare loro  la dissezione di  cadaveri e, allo stesso  tempo, scoprire com’era fatto un corpo  umano al  suo interno.

Joanna Ebenstein, artista multidisciplinare e blogger, partendo dalle Veneri  anatomiche ospitate nelle sale del  Museo  della Specola, ha girato per l’Europa fotografando analoghe opere conservate in altri musei naturali: da questo  lavoro  è nato il libro The anatomical  Venus che non è soltanto un viaggio  per immagini (ve ne sono  250) ma anche una storia dell’arte, della medicina e lo spunto  filosofico per parlare di natura.

La Venere anatomica di Clemente Susini, realizzata tra il 1780 e il 1782, è l’oggetto perfetto: esibisce un tale stravagante sfarzo da mettere in dubbio ogni convinzione per il solo fatto di esistere. Questa statua era concepita come strumento per l’insegnamento dell’anatomia umana senza dover fare continuo ricorso alla pratica della dissezione e, inoltre, costituiva una tacita espressione del rapporto (come lo si intendeva allora) tra il corpo umano e un universo di origine divina, tra arte e scienza e tra uomo e natura. Da quando sono state create nella Firenze del tardo XVIII secolo, queste donne di cera immobili e svestite sono state fonte di seduzione, curiosità e insegnamento. Ma nel XXI secolo risultano anche disorientanti, in bilico come sono tra mito e medicina, offerta votiva e tradizione vernacolare, arte e feticcio. Attingendo al contributo di numerosi storici dell’arte e della medicina, teorici della cultura e filosofi, questo libro studia la Venere anatomica nel suo contesto storico. Analizza le credenze e le pratiche che hanno portato alla sua realizzazione, passando poi a esaminare con attenzione i modi molto diversi in cui è stata via via giudicata e interpretata nel XIX secolo, per delineare infine le curiose “seconde vite” di cui si è resa protagonista nel XX e nel XXI secolo. Un volume incredibile che tramite l’affascinante enigma della Venere anatomica ci trasporta in un’epoca passata in cui studiare la natura significava al contempo studiare la filosofia. Joanna Ebenstein è artista, curatrice, scrittrice, insegnante e graphic designer. È impegnata nella ricerca e nell’indagine di parole, immagini e luoghi in cui il mito, l’incredibile, l’arte e la scienza coesistono. Fondatrice e curatrice del sito web e del blog Morbid Anatomy, ha collaborato con numerose istituzioni, tra cui la New York Academy of Medicine, il Dittrick Museum e il Vrolik Museum.

Tutto qui.

♥ Alla prossima! Ciao, ciao...

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf 

 

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

Nomadi e loro diritti: stiamo costruendo un muro?

Il muro che ci divide
© caterinAndemme

Quando  le tende sono  alzate e i cavalli pascolano liberamente

i nudi piedi corrono  tra gli  alberi

riuniti  i Rom cantano  nel  sottobosco

Luminita Mihai 

Premessa di una radical  chic

Prima che si inneschi  il solito  BlaBlaBla sul perché di una radical  chic,  come la sottoscritta, prenda le difese dei nomadi  (RomSinti  che essi  siano) voglio precisare che:

Sono  contenta di  essere considerata una radical  chic –  termine inventato  dallo  scrittore e giornalista americano Tom Wolfe nel 1970 –   se  questo  vuol  dire provare empatia per il prossimo.

Soprattutto, quando  si parla di difesa dei  diritti, non possono  esistere etnie (oltre che differenze nel proprio orientamento  sessuale o altro  ancora) a cui   questo venga negato   sulla base di una presunta superiorità morale ritenuta maggioranza.

Infine ladri, assassini  o  stupratori non hanno  bisogno  di  appartenere a nessuna etnia per esserlo.

Sinti,  Rom oppure Camminanti ?

Una differenziazione dovrebbe essere fatta in base ai  caratteri  linguistici dei diversi  gruppi (ve ne sono  circa  50 oltre che a diversi  sottogruppi).

Semplificando  si parla di   popolo rom nell’Europa orientale e meridionale,  mentre di  sinti nei Paesi di lingua tedesca ma anche in Italia, Belgio  e Olanda.

Discorso  a parte sono i Camminanti un gruppo nomade fortemente presente in Sicilia (semi stanziale a Milano, Roma e Napoli) che si  distinguono  dai rom e sinti  e la cui  provenienza storica è molto incerta.

La presenza in Italia di rom e sinti è documentata fino dal  Quattrocento: erano popolazioni  provenienti da Grecia e Albania e, per quanto  riguarda i  sinti di provenienza mitteleuropea.

La definizione zingaro con la quale vengono  generalmente indicati  gli  appartenenti  a queste popolazioni non ha un’origine certa:  qualche storico  lo  fa derivare dal greco  antico Athinganoi  (una setta agnostica stanziata nell’Anatolia centrale); altri  si  spingono a collegarla al persiano  riferendosi  al termine  cinganch  (musicista o danzatore) oppure al  turco  antico con cïgān (povero)  mentre i più fantasiosi  si  spingono a farlo  risalire al  tempo  dell’Antico  Egitto.

Ovviamente esiste un termine con cui i nomadi indicano  chi non lo è: gagè  

Quanti  sono i nomadi  effettivamente presenti  in Italia? 

Il bombardamento mediatico nell’ultimo periodo politico  del nostro Paese,  ad opera soprattutto della componente leghista dell’attuale  governo ( anche sostenuta dalle frange di  estrema destra come gli  appartenenti  a Casa Pound), oltre che ingenerare situazioni gravi  di intolleranza che sfocia nel puro  razzismo porta ad un’errata stima sul numero  di sinti  e rom presenti in Italia.

I dati ISTAT e ANCI, a loro  volta basati su una più ampia stima del Consiglio  d’Europa dicono, per l’appunto, che il pericolo  d’invasione non esiste.

Nell’infografica seguente ho preso in considerazione la percentuale di presenze nomadi in Italia raffrontandole con altri  tre Paesi europei

Percentuale della popolazione nomade in 4 Paesi europei (Italia compresa)

 

Per assurdo avrebbe più diritto a lamentarsi  il Primo ministro ungherese Viktor Orbàn  per quel 7,49 per cento  che straccia il nostro misero 0,25 per cento (nonostante quello  che vuol far credere il  Ministro  degli Interni  Matteo  Salvini).

Perdiamo  il confronto anche con altre nazioni, tra le quali l’Austria con lo 0,42 per cento, la Gran Bretagna con lo 0,36 (non ditemi  che è un’isola quindi protetta naturalmente), la Grecia con 1,56 per cento e la Svizzera con lo 0,38 per cento.

Per concludere vi  lascio  all’anteprima del libro Europei  senza patria di Gino Battaglia 

Quando si pensa a questi europei senza patria, ai Rom, ai Sinti e a tutti quelli che, talvolta con una sfumatura dispregiativa, si chiamano zingari, si dimentica spesso che sono uomini, donne, anziani, bambini, soprattutto bambini. Allora bisogna mettere sulla bilancia anche la loro umanità, i loro bisogni, i loro tentativi, le loro gioie, la loro dignità, il loro ostinato sperare, anche se questo rende forse più difficile formulare un giudizio netto o tenersi le proprie convinzioni. In questo libro sono raccolti episodi, storie, fatti e riflessioni che aiutano a comprendere una condizione, stili di vita, tanti problemi su cui in genere si procede per impressioni, per sentito dire, per partito preso. Europei senza patria ci restituisce insomma quell’umanità ricca, dolente e infinitamente varia che rimane sconosciuta ai più. E, per una volta, bisogna dire che è bene che i conti non tornino tanto facilmente. Un incontro così profondo e intimo è stato possibile grazie all’amicizia con i Rom scaturita dall’impegno di più di venticinque anni della Comunità di Sant’Egidio in loro favore, in Italia e in Europa.

 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del  libro Europei  senza patria di  Gino Battaglia

 

La lettura sociale in 140 caratteri

La lettura © caterinAndemme
La lettura
© caterinAndemme

Talvolta penso  che il paradiso  sia leggere continuamente senza fine

Virginia Woolf

Quello che dice l’Istat riguardo  all’editoria

Con il report pubblicato nel  dicembre del 2018, ovviamente riferito all’anno precedente, l’Istat  ci informa che:

Nel 2017 si rileva un netto segnale di ripresa della produzione editoriale: rispetto all’anno precedente i titoli pubblicati aumentano del 9,3% e le copie stampate del 14,5%.

Un dato  che, a mio  avviso,  è molto importante (perché si  diventa lettori  da piccoli) è questo:

L’editoria per ragazzi è in forte crescita rispetto al 2016: +29,2% le opere e +31,2% le tirature, ma è l’editoria educativo-scolastica a incrementare di più la produzione, raddoppiando sia i titoli sia il numero di copie stampate.

Quante sono le case editrici in Italia e quanto pubblicano ogni  anno lo potete vedere dalla seguente infografica (apprezzate il mio sforzo per crearla e lasciate perdere l’estetica)


 

Se poi siete assetate di dati, l’intero  report dell’Istat lo trovate in questo Pdf, molto più  interessante di un bugiardino sull’uso  di un farmaco oppure di un post scritto  da Chiara Ferragni (ve lo  giuro: non sono  assolutamente invidiosa della medesima).

La lettura sociale in 140 caratteri 

All’inizio  era Twitter il posto ideale per confrontarsi  con  altri lettori, parlando  di libri e scambiandosi le reciproche impressioni su  questo  o  quell’altro  autore.

Purtroppo  i  social media sono  diventati l’arena per il lancio  di insulti  tra gli odiatori  di professione (i Tarlucoencefalus) e  politici  che  tengono molto  a far sapere cosa mangiano o  bevono (per nostra  fortuna essi evitano, per il momento,  di informarci  se soffrono  di  stipsi).

Ma la passione per i libri non conosce i confini  dei  social e così nasce il progetto  di un’associazione culturale come TwLetteratura  e la sua app-creatura Betwyll.

Ad essere più precise tutto è iniziato  nel  2016, quando  la casa editrice Pearson  decise insieme a TwLetteratura (e l’utilizzo  della sua app Betwyll) di  lanciare un progetto rivolto  alle scuole di  secondo  grado per far appassionare i  ragazzi  alla lettura e, quindi, creare comunità di utenti con lo scopo di interagire nella forma più appropriata ai  canoni  del  social  reading (o lettura sociale).

In pratica nell’esperimento insegnanti  e alunni hanno  dapprima letto alcuni  testi  tra i più famosi  della letteratura e, in seguito, agli allievi  è stato chiesto  di commentare quanto letto  con messaggi non più lunghi  di 140 caratteri (in pratica il vecchio  tweet che in questo   caso prende il nome di twyll)  parafrasando il brano e sintetizzarne il contenuto.

Così, per esempio, alcuni  utenti  hanno commentato La sera del dì di  festa di  Giacomo  Leopardi:

Tu dormi: io questo  ciel, che si  benigno/ appare in vista, a salutar m’affaccio,/ e l’antica natura onnipossente, che mi  fece all’affanno

Il commento degli  allievi:

Nella quiete notturna, Leopardi  vede il  volto di  chi  ha voluto  la sua sofferenza, quella Natura che pure, tanto dolci  sonni altrui  dona

(@4bt) 

natura onnipossente; la natura per il poeta passa dall’essere l’artefice delle illusioni all’essere maligna: rapporto  conflittuale

(@victoria)

L’app Betwyll è gratuitamente scaricabile dal Play Store di  Google e Apple Store: una volta attivato creando il propri  profilo si potrà partecipare alle discussioni letterarie.

Dai  commenti  che ho  letto  di  chi  ha scaricato Betwyll sembra che l’app  abbia ancora bisogno di un bon rodaggio  per funzionare al  meglio.

Io  invece ho  bisogno di una buona cena e di  andare a letto presto per dedicarmi alle pagine di un libro  prima di  addormentarmi.

Alla prossima! Ciao, ciao…