Un golem per tutte le stagioni (anche quelle più brutte)

” Pensate al cristallo che, massa amorfa,  assume forma regolare ubbidendo  alle proprie immutabili  leggi pur senza averne coscienza.

Non potrebbe succedere lo  stesso  nel mondo  dello  spirito?”

Da Il Golem di  Gustav Meyrink

Golem e Frankenstein: due creature dell’immaginario

Era una notte buia e tempestosa

E’ ovvio  che la creatura del dottor  Victor Frankenstein non poteva che nascere in una notte buia e tempestosa, perché il patchwork di  cadaveri assemblati alla meglio per poter vivere aveva bisogno della potenza di un fulmine per darsi la scossa necessaria.

Mary Shelley scrisse Frankenstein  o il moderno Prometeo quando  aveva 19 anni e cioè nel  1817 vedendoselo  pubblicare l’anno  successivo (una seconda edizione, modificata sempre dall’autrice, si  ebbe nel 1832).

Il libro  è nel  tempo  diventato un best seller della letteratura capostipite dei più moderni  romanzi  horror: il mostro  di  Victor Frankenstein (cioè quello generato dal  genio letterario  di Mary Shelley)  si  discosta di molto dall’altra creatura mitica del Golem  resa viva  partendo dal  un grumo di  argilla e formule talmudiche.

Infatti se Frankenstein (il mostro)  suscita ribrezzo tra gli uomini, nonostante la ricerca di  consapevolezza del  suo  essere, alla fine per la sua emarginazione sfogherà il suo odio  contro gli uomini fino a isolarsi  tra i  ghiacci eterni  (almeno  questo  si  desume dopo  aver visto il noioso (per meFrankenstein di  Mary Shelley per la regia di  Kenneth Branagh, film del 1994)

rappresentazione del Golem
Rappresentazione del Golem

Per il Golem, invece,  scendiamo  lungo  la storia fino  ad arrivare alla città di Praga del  XVII secolo e più precisamente recandoci nella parte del  quartiere ebraico (Josefov): qui incontriamo il rabbino Judah  Loew ben Bezalel  altrimenti conosciuto  come rabbi  Löw

Filosofo, cabalista, matematico, talmudista, nato probabilmente in Polonia a Poznan mentre altre fonti dicono  a Worm in Germania, si  trasferì a Praga nel 1588 rimanendovi  fino al 1592 per poi ritornare a Poznan e da qui di nuovo  a Praga fino  alla morte avvenuta nel 1609.

La statua di rabbi Löw a Praga
Opera di Ladislav Saloun (1910)

Lo  spessore culturale di  rabbi  Löw (nonché il fatto  di  essere benestante e quindi indipendente) lo resero un personaggio  di  spicco sia tra la comunità ebraica che il resto  della cittadinanza praghese (senza contare che tale fama era già estesa oltre i  confini  della Boemia) ricevendo  anche l’attenzione di  Rodolfo II d’Asburgo appassionato  di  arti ma, soprattutto, delle scienza occulte.

Dunque è facile a questo punto  pensare che la vita del  rabbino Loew in un certo  qual modo  sia stata mitizzata fino  a legarsi  alla leggenda del  Golem:

Per proteggere gli  ebrei del  ghetto  di  Praga da attacchi  antisemiti, egli  avrebbe creato un essere vivente fatto  d’argilla, utilizzando le sue conoscenze esoteriche legate alla tradizione rabbinica e quindi  al mito  dell’origine di  Adamo impastato  dalla polvere dallo  stesso Elohim (Genesi 2.7)

Istruzioni  per l’uso

Praticamente come si  fabbrica un Golem?

Senza addentrarci in percorsi  talmudici o cabalistici, Angelo  Maria Ripellino  nel suo libro  Praga Magica ci fornisce delle indicazioni ricavata nel  commento di Eleazaro di  Worms allo  Sefer Jezira (il Libro  della Creazione):

Impastare un pupazzo  con terra vergine, e poi girargli intorno  più volte, recitando, in molteplici permutazioni, le lettere del  tetragramma.

Girare quattrocentosessantadue volte. poi, per metterlo in moto, gli si  incide il vocabolo  Emet (Verità) sulla fronte, oppure gli si  introduce in bocca lo schem, il foglietto  con il nome impronunziabile di  Dio

Da Praga magica di Angelo  Maria Ripellino (pag. 158 –  Einaudi  tascabili)

Ma se il Golem  sfugge al nostro  controllo e dà di  matto come si  fa a neutralizzarlo?

Ancora una volta leggiamo  ciò che Ripellino  riporta nel  suo  libro:

 Bisogna girare in senso  contrario, recitando  per maleficio l’alfabeto  al  contrario, ma bisogna fare attenzione al  numero  degli  avvolgimenti, alle combinazioni  delle lettere, alla maniera di incedere.

Un errore in questa procedura sarebbe fatale per chi  vuole disattivare il Golem: perirebbe immediatamente!

Esistono due metodi molto più semplici  e meno pericolosi per disattivare il gigante d’argilla: il primo consiste nel  cancellare la E di  Emet in modo  che rimanga la sola parola met equivalente a morte (però bisogna conoscere molto bene l’ebraico).

Il secondo  metodo  consiste nel togliere lo  schem  dalla sua bocca, ed è  un po’ come togliere la scheda sim dal  nostro  smartphone: più semplice di  così…

Altri  golem

Il golem  di  Praga non è l’unico perché la sua leggenda è comune ovunque vi  sia un riferimento  alla cultura ebraica: si  narra che nel IX secolo  il rabbino Ahron di  Baghdad durante un viaggio  nel meridione d’Italia, precisamente a Benevento, scoprì l’esistenza di un golem, ma,  in questo caso,   non si  trattava di un essere fatto  d’argilla ma di un ragazzo  a cui  era stata donata la vita eterna per mezzo di una formula magica scritta su pergamena.

Altri  Golem sono quelli creati dalle parole degli  autori che si sono cimentati  nell’argomento: uno per tutti, forse anche quello più conosciuto. è Il Golem di Gustav Meyrink  di  cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo.

Adesso  vi lascio  perché devo  controllare se il mio bambolotto  d’argilla ha preparato  la cena…..


Il Golem di  Gustav Meyrink ….

Un uomo scambia il suo cappello, nel Duomo di Praga, con quello di un certo Athanasius Pernath, e rivive come in un sogno l’esistenza di costui. A questo inizio casuale si aggancia la vicenda del Golem, il robot a cui una parola infilata tra i denti conferisce una vita provvisoria, tanto più violenta perché in lui si concentra una forza che ha solo poche ore per scatenarsi.

Quest’esplosione di energie nel mondo segreto e malato in cui si muovono i personaggi di Gustav Meyrink crea una tensione e insieme un incanto che caricano di nuovi significati l’antica leggenda praghese legata al nome di Rabbi Loew.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Alda Merini: ho solo queste parole per ricordarla

Beati  coloro che si  baceranno sempre al di là delle labbra,

varcando il confine del piacere, per cibarsi  dei  sogni

Dalla poesia A Lillo  Gullo e Flora Graiff di  Alda Merini 

Alda Merini nella sua Milano

 

 

Dal ponte sul Naviglio  Grande a lei  dedicato, arrivare alla Casa Museo Alda Merini è una piacevole passeggiata serale, ancor più da quando  Milano  ha finalmente smesso  di  essere una città da bere  per diventare (finalmente) una vera metropoli europea.

Ma non è di  Milano  di  cui voglio  scrivere:  a dieci  anni  dalla morte di  Alda Merini sarei ‘portata più  a dovere  dare il mio  contributo di parole  alla sua memoria, fatto  sta che di lei , quando era in vita e  dopo  la morte, si  sono  scritte tante cose (c’è chi  addirittura oggi  la definisce un’icona pop) da non poter aggiungere nulla di nuovo, lasciando il tutto  alla mia naturale ammirazione che ho  nei  suoi  confronti.

Poi, sinceramente, scrivere di una vita molto difficile come la sua, la considererei come un’intrusione nella sua intimità, in poche parole mi  sentirei inadeguata a descriverla questa vita, tanto, come ho  già scritto lo  hanno  fatto altri (e sicuramente meglio di  come potrei  farlo  io).

 

E’  severamente vietato  chiedere interviste alla poetessa per motivi  di  salute. Grazie.

Questo  era l’avviso  che Alda Merini  aveva infisso  sull’uscio  di  casa negli ultimi anni  della sua vita ma, complice un mazzo  di  fiori  e due stecche di  sigarette (lei era un’accanita fumatrice), Loris Mazzetti riuscì egualmente a intervistarla, non però a casa sua in Ripa Ticinese 47 ma in un’ospedale di Milano dove la poetessa era stata ricoverata per un intervento  di  ernia.

Concludo con l’anteprima del libro Sei  fuoco  e amore: Poesie in carne e spirito scritto  da Alda Merini  e  Arnoldo  Mosca Mondadori

Follia, fede, poesia: c’è un filo sottile che lega indissolubilmente le opere di Alda Merini ai momenti più dolorosi e significativi della sua esistenza, scandita in modo sempre autentico e intenso dalla malattia psichica e insieme da un anelito instancabile verso l’infinito, verso Dio.

Tra le tante persone che hanno attraversato la vita di Alda Merini, una in particolare ha saputo cogliere questa commistione di carnalità e spiritualità: Enzo Gabrici, lo psichiatra che la poetessa chiamava il «Dottor G» e che, prima e meglio di ogni altro, capì che «la creazione attraverso l’arte poetica è stata il suo balsamo… perché questa l’avvicinava al grande spirito creatore».

In questo libro Arnoldo Mosca Mondadori, che per più di dieci anni le è stato vicino come amico e collaboratore, trascrivendo centinaia di versi e proponendole temi su cui riflettere, ha raccolto alcune delle poesie che meglio esprimono la fame di assoluto di Alda Merini, la tensione religiosa presente nei suoi versi.

In un’ampia introduzione racconta inoltre alcuni episodi della sua vita, per far sì che anche i lettori possano «sentire un po’ il profumo di casa sua, conoscerla da vicino, e soprattutto avvertire le armonie della sua anima fatta di musica, quella musica che lei emanava come manna e donava intorno a sé».

Un nuovo filo da seguire per giungere al segreto di una delle voci poetiche più belle, profonde e profetiche dell’ultimo secolo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Picatrix, ovvero: il fine del saggio è nell’occulto

Occulto è il  termine che deriva dal latino occultus  e si riferisce alla conoscenza di ciò che è «nascosto», o anche alla conoscenza del soprannaturale, in antitesi alla «conoscenza del visibile», ovvero alla scienza ufficiale.

Il fine del  saggio 

Non credo all’occultismo, ai talismani  o  amuleti  che siano, oppure alle forze ctonie che governano (o  che dovrebbero  governare) il nostro  destino: forse sono troppo  prigioniera della razionalità per varcare quel  confine tra realtà e forma occulta del pensiero.

Non sempre, però: smentendo  quello  che ho  appena scritto, a volte ho l’impressione che la nostra vita è come la buccia di un frutto dove la sostanza la troveremo nel  frutto  stesso una volta che ci  siamo liberate dal  suo involucro.

Dunque, per varcare questo confine invisibile possiamo  rivolgerci a negromanti, maghi e maghesse, chiromanti e medium con il risultato  di  vederci  svuotare il portafoglio, se non il conto in banca, da truffatori  e truffatrici: quindi  attenzione se vogliamo intraprendere questa via per la conoscenza.

<<Sappi, fratello  carissimo che il più grande e nobile dono che Dio  fece agli uomini di  questo mondo è la conoscenza, poiché conoscendo  acquisiamo notizia dei  fatti più antichi e di quali siano le cause di  tutte le cose di  questo mondo; di  quali  cause siano le prossime alle cause di  altre cose e del modo in cui  una cosa si  accorda con un’ altra, sicché veniamo  a conoscenza di  tutto  ciò che esiste e di come esiste, di  quale sia la gerarchia in cui  una cosa deve essere posta e in che luogo sia colui  che è fondamento  e principio di  tutte le cose di  questo mondo e per mezzo  del quale tutto è separato e di  tutto, antico  o nuovo, noi  abbiamo conoscenza>>.

Queste parole sono tratte dall’introduzione del Picatrix un’opera tradotta  in lingua latina scritta fra il  tardo  Medioevo e Rinascimento e di fondamentale importanza per l’occultismo, specie quello di  natura astrologica.

Intanto  voglio  subito  chiarire che Picatrix non è uno pseudobiblia come il famoso  Necronomicon nato  dalla geniale fantasia di  H.P. Lovecraft (ne ho parlato in questo post) ma l’autore è realmente esistito  e il suo nome era Abū- Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-da’im al-Majrītī  (se preferite la traslitterazione del nome in arabo: أبو القاسم مسلمة بن أحمد المجريطي‎).

La diffusione del Picatrix in Europa 

La diffusione del  Picatrix in Europa fu una traduzione dall’arabo in lingua spagnola e in  latino  voluta da Alfonso X di Castigliadi  questa versione è rimasta solo  quella in latino mentre quella in spagnolo  è andata perduta nel  tempo.

In seguito, nel  Rinascimento, gli studi  sul Picatrix vengono ripresi  da personaggi  come Marsilio  FicinoGiovanni Pico  della Mirandola e Agrippa von Nettesheim  (Cornellius Agrippa).

Il Picatrix non venne mai  stampato, ma solo diffuso  con manoscritti ed è probabile, quindi, che vi  siano state delle versioni diverse di  esso.

Comunque ebbe una grande diffusione tra il XV e il XVI secolo: una traduzione dal latino in volgare fu  fatta dal veneziano Gianbattista Anesio, cappellano  delle monache di  san Martino  di  Murano, il quale, nel 1630, aveva ripreso il testo  dal  filosofo ebreo Giovanni Picatrix (e voilà: ecco  svelato il perché del  fatto  che il fine del  saggio  diventa Picatrix)

Conclusione

Pur ritrovandomi  con una copia del  Picatrix tra i miei libri (sono un’aspirante strega) devo  confessare di non essere andata molto oltre nella lettura perché, trattandosi di un testo occulto, quello  che il significato  effettivo intrinseco  nei  suggerimenti (o  anatemi che dir si  voglia) rimane appannaggio  dei  soli iniziati, ad esempio si  suggerisce questo  rimedio per far innamorare una donna:

<< Prendi cervello  di  cavallo, grasso  di porco  e sangue di lupo. Mescola il tutto  e dà il  cibo a chi  vuoi tu una porzione media di  quello  che hai  ottenuto; i risultati  saranno  sempre i medesimi>>.

Ovviamente, applicando  alla lettera quanto è scritto  nella formula, si otterrà come risultato la morte prematura della persona amata.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Plastica, ovunque mi giro c’è la plastica (allora ricicliamola)

La plastica, una curiosità all’inizio  del  secolo, si è diffusa dappertutto, diventando  essenziale nella nostra vita come l’aria che respiriamo

Jeremy Rifkin  

Un mondo  senza plastica è impossibile (?)

Forse Jeremy  Rifkin esagera paragonando la necessità della plastica all’aria che respiriamo, ma non è lontano  dalla verità: siamo circondati  dalla plastica e, in un certo  qual modo, non ne possiamo  farne a meno.

E’ anche vero  che oggi in commercio  si  trovano alcuni  prodotti i quali, sostituendo la plastica, vengono  considerati  come materiali  green, ma il loro difetto è quello  di  essere ancora troppo  costosi per un loro  utilizzo  generalizzato.

Utilizzando  gli  scarti  vegetali è possibile ricavare delle bioplastiche come, ad esempio, le sperimentazioni  fatte da alcuni  enti  di  ricerca:

bioplastiche

Ma siamo ancora lontani da una produzione in larga scala per soddisfare ogni  esigenza che vede nella plastica l’utilizzo  quotidiano, allora non ci  rimane che il riciclo..

Riciclare al 100 per cento si potrà (forse) in futuro, ma oggi?

Uno  studio  condotto  da PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha stimato  che nel  solo 2018 sono state prodotte nel mondo  310 milioni di  tonnellate di plastica di  cui  solo il 7 per cento  viene riciclata a livello mondiale (…ecco  dov’era finito  Gatto  Filippo)

 

Una delle difficoltà che si  riscontra nel  riciclo della plastica è la sua eterogeneità: ad esempio i  contenitori  dei  nostri  shampoo sono composti da più plastiche assemblate insieme per conferire il colore, la forma e leggerezza, nonché la resistenza alla pressione necessaria per l’impilamento durante il trasporto ai  centri  di  vendita.

Oggigiorno dei 200 tipi  di plastica utilizzati dalle aziende solo il 6 per cento può essere riciclata.

Naturalmente la tecnologia di  domani, specie la nanotecnologia, potrà esserci  d’aiuto nell’impresa di  riciclare tutti o quasi i tipi  di plastica, come?

Ad esempio:

  • Si potrebbe decolorare la plastica utilizzando nanoparticelle magnetiche che, attaccandosi  ai micropigmenti colorati, ne permettono la rimozione centrifugando  la plastica fusa
  • Si può cambiare la nanostruttura del polietilene per fornirgli altre proprietà senza cambiarne la chimica e quindi rendendone possibile il riciclo.
  • In Australia è stato  sviluppato il plasfalto: un chilometro  di  questo particolare tipo di  asfalto utilizza l’equivalente di 168.000 bottiglie di plastica (non è specificato però il costo a chilometro)
  • Sempre in Australia , a Melbourne, è stato  realizzato un impianto  che, sfruttando  la pirolisi, trasforma i  rifiuti  plastici  in diesel (ma oggi il diesel è sotto processo  per l’inquinamento prodotti  dai motori  che utilizzano questo  carburante)

Quello  che noi  consumatori possiamo  fare è utilizzare la plastica il meno possibile: questo lo si può fare anche solo limitando l’acquisto  dell’acqua imbottigliata nella plastica (quella che esce dai nostri  rubinetti  di  casa è più salubre); dove si può acquistare detersivi sfusi e, ovviamente,  riciclare il più possibile (….parlo  di plastica e non di  mariti, fidanzati o  amanti)

Anche se, come ho  scritto  all’inizio, viviamo in un mondo  di plastica (esagerando  alquanto), non è la sola materia di  cui ci  serviamo per vivere al  meglio, il saggio La sostanza delle cose   di Mark Miodownik, docente di  Scienza dei  materiali all’University  College di Londra, è una guida che illustra le sostanze di  cui  è fatto il nostro mondo


Anteprima del libro La sostanza delle cose di  Mark Miodownik

L’acciaio è «indomito», la carta «fidata», il cioccolato naturalmente è «delizioso», la plastica «immaginifica» e la grafite è semplicemente «indistruttibile».

Poi c’è la schiuma («meravigliosa»), il vetro (ovviamente «invisibile»), la porcellana («raffinata»), e certo non può mancare il comune, onnipresente, «fondamentale» cemento.

Sono le sostanze di cui è fatto il nostro mondo. Basta gettare l’occhio intorno a noi e ne vediamo a centinaia, eppure sappiamo così poco di loro.

Invece, quando Mark Miodownik si guarda intorno vede ben più in là delle apparenze superficiali delle cose ed è capace di raccontarci per ognuno di questi materiali una quantità incredibile di storie affascinanti, da restare a bocca aperta per lo stupore.

Ogni sostanza diventa un mondo. In questo libro compaiono cose antichissime come il ferro accanto a sostanze futuristiche come i biomateriali o l’aerogel, tutte presentate nella loro caleidoscopica varietà di forme e di funzioni, colori e proprietà, ognuna con un suo messaggio nascosto e un’avvincente storia da narrare.

I materiali hanno contribuito a rivoluzionare il nostro stile di vita, fanno parte del nostro mondo e senza di loro non saremmo ciò che siamo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Rudyard Kipling omaggia Jane Austen

Se una donna ha dei  dubbi sull’accettare o no un uomo, dovrebbe decisamente rifiutarlo.

Se esita nel  dire si, dovrebbe dire no  senza pensarci.

Tratto  dal libro  Emma di  Jane Austen  

La cara Jane che fece innamorare Rudyard 

Naturalmente si  tratta solo  di un amore letterario perché quando  Rudyard Kipling nacque, il 30 dicembre 1865, Jane Austen guardava le margherite dalla parte delle radici  già da quarantotto  anni (18 luglio 1817).

Di Jane Austen si  sono scritti fiumi  di parole che ne hanno  costruito  un mito per la letteratura al  femminile e che ancora oggi trova schiere di ammiratrici  che ne visitano  la tomba nella cattedrale di  Winchester dove morì a soli 41 anni e delle quali  cause di  morte rimangono solo ipotesi  (tumore, disfunzione endocrinologica  dovuta al morbo  di  Addison).

Per ricordarla nel  suo  bicentenario  dalla morte, in Inghilterra si è pensato  bene di  mettere nelle tasche dei  sudditi una banconota del  valore di  dieci  sterline, con il suo  ritratto  fattole   dalla sorella Cassandra: i malevoli fanno notare che il volto presente sulla banconota è stato, per così dire,   abbellito rispetto  al  ritratto  originale

Inoltre, omaggio  nell’omaggio, la banconota ha impresso una frase tratta da Orgoglio  e pregiudizio e cioè:

“I declare after all there is no enjoyment like reading!”

“Mi sento  di  dire che non esiste nessuno  svago  come la lettura!”

Orgoglio  e pregiudizio: dunque chi  di voi non lo ha mai  letto?

O per lo  meno ha visto uno  degli innumerevoli film basati  su  questa storia?

Io  ne sono  un’accanita sostenitrice, una fan che grida al  tradimento dell’opera, e allo  scandalo  che ne consegue,  quando uno scrittore  come Seth – Grahame Smith nel 2009 fece uscire un romanzo  dal  titolo Orgoglio e Pregiudizio  e Zombie in cui è evidente il viraggio  all’horror  dell’originale austeniano (si, lo so: non esiste il termine austeniano).

Ancora peggio, nel 2016,  vi  fu  un adattamento  cinematografico di  cui  pubblico  l’eloquente locandina avvalora il  mio disappunto.

BLEAH!!!!!!!!!

QUANDO RUDYARD KIPLING Dedicò UN LIBRO  A JANE AUSTEN

Kipling nel 1917, dopo che nel 1915 aveva perso nella battaglia di Loos il  figlio  maggiore John, era sovente leggere  alla moglie e alla figlia i  romanzi  di  Jane Austen, dicendo  di lei:

“più la leggo più l’ammiro, la rispetto e m’inchino a lei”.

Per questa sua particolare adorazione lo scrittore dedicò a Jane Austen il romanzo  I Janeites: il club di  Jane Austen  scritto  nel 1917 di  cui  vi  anticipo  l’anteprima….

Anteprima del  libro I Janeites: il club di Jane Austen di  Rudyard Kipling

Nell’autunno del 1920, due ex militari inglesi si ritrovano a chiacchierare su come sono sopravvissuti alla guerra. Humberstall è un parrucchiere “saltato in aria due volte”, con “gli occhi da cane da riporto un po’ confuso” e racconta ad Anthony, un tassista piccolo, scuro e con la gobba, del suo provvidenziale incontro con due commilitoni appassionati di Jane Austen, a lui completamente ignota, membri di una società segreta fondata in suo onore, i Janeites.

Nel corso della narrazione, tutta pervasa da un fine umorismo, i romanzi dell’autrice – chiamata sempre e solo “Jane”, a rimarcarne la grandezza – diventano un antidoto agli orrori della guerra, un escamotage per riuscire a guardare oltre, verso un futuro monotono e bello. “Credetemi, fratelli, non c’è nessuno pari a Jane quando ti trovi in una brutta situazione. Dio la benedica, chiunque sia stata”, afferma Humberstall, e possiamo presumere che Kipling fosse il primo a sposare questa convinzione

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Joker non è l’uomo che ride

La malvagità non è qualcosa di sovraumano,

è solo qualcosa di  meno umano

Agatha Christie 

Joker da premio Oscar? 

La definizione di Wikipedia del villain è la seguente

Il cattivo  è un tipico personaggio  malvagio presente in una storia inventata, come un’opera narrativa o cinematografica.

I cattivi  sono personaggi tipo o personaggi  romanzati, nel  dramma o  melodramma, che compiono  azioni  malvagie opponendosi  all’eroe.

E’ la sua natura intrinsecamente, indomabilmente malvagia che distingue il cattivo  dal  semplice antagonista, cioè del personaggio  che si oppone all’eroe, ma per qualche motivo non risulta del  tutto  odioso e che anzi può pentirsi, essere redento o diventare un buono  nel  finale.

Il cattivo  si  distingue anche dall’antieroe, un personaggio  che viola la legge o le convenzioni sociali  stabilite, ma che, nonostante  questo, ha la simpatia del pubblico, risultando dunque il vero eroe della storia.

Malgrado sia il destinatario dell’odio  pubblico, il cattivo  è un meccanismo  narrativo quasi inevitabile e, quasi  più dell’eroe, un elemento  cruciale sul  quale poggia la trama.

In un certo  senso  il cattivo (o  se preferite il termine inglese di  villain) ricopre il ruolo necessario  del  comprimario, cioè in tutte quelle storie in cui vi è una  dicotomia tra il bene e il male, quasi  che la sua figura sia messa lì solo  per far esaltare le gesta dell’eroe (senza il cattivo, quest’ultimo  non avrebbe ragione di  esistere  se non per interpretare  il personaggio  di un  boy – scout che aiuta gli  anziani  ad attraversare la strada).

Ovviamente Gambadilegno  resterà l’acerrimo  nemico  di  Topolino come Brutus  quello  di Popeye,  ma è  dai  fumetti traslati  al cinema che i  cattivi  assumono un ruolo più centrale: se parlo  di  fumetti  (con la F maiuscola) intendo riferirmi alla Marvel  e alla DC Comics e di  quest’ultima casa editrice il  suo personaggio  Joker 

Ed è appunto  in  Joker, premiato  con il Leone d’oro per il  miglior film   nell’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di  Venezia  e campione d’incassi ( 500 milioni di  dollari  fino a ora), che il  regista  Todd Phillips si  discosta dai  film tratti  dai  fumetti della DC Comics per dare alla sua opera una qualità superiore a essi.

Per alcuni  critici  cinematografici Todd Phillips si  è dichiaratamente ispirato  a Martin Scorsese sia per l’ambientazione realistica di una Gotham City calata negli  anni ’80, ma soprattutto alla similitudine del personaggio  interpretato  da Robert de Niro  (presente anche in Joker) in Taxi  Driver dove la vita di un uomo  qualunque inesorabilmente vira alla follia.

Nel  film, oltre che il personaggio  di  Joker, vi è un palese richiamo  al populismo  nel  senso  che si  assiste alla violenta reazione delle masse contro le decisioni prese a loro  danno da chi si  ritrova in una condizione di  vita più favorevole (mi ricorda molto  la rivolta del movimento  dei  gilet gialli in Francia e quello  che sta accadendo oggi in Cile).

Fuori  discussione è la bravura di Joaquin Phoenix  e chissà che non riesca portarsi  a casa, prima o poi, un premio Oscar considerando  le sue tre candidature passate.

Se proprio  siete curiosi di  conoscere la trama del film ancora prima di  averlo  visto  vi  rimando alla pagina di  Wikipedia, mentre per le curiosità legate al  film di  Todd Phillips vi invito  a guardare il seguente video offerto  da Movieplayer.it

 

 

L’uomo che ride: un libro e un film 

 

Si  dice che gli  autori del  fumetto  di  Joker si  siano ispirati per il famoso  ghigno  del personaggio  a L’uomo che ride di Victor Hugo pubblicato  nel 1869.

Certo è che la rassomiglianza si  ferma alla deformazione che il personaggio  di Victor Hugo porta sul viso in quanto vittima di un sopruso.

Nel 1928 il regista tedesco  Paul Leni dal libro trasse l’idea per The Man Who Laughs

Anteprima del libro  L’Uomo che ride di  Victor Hugo

Pubblicato nella primavera del 1869, questo romanzo di Hugo fu scritto durante l’esilio che lo scrittore subì a causa delle sue idee politiche.

La storia di un bambino abbandonato sulla costa inglese, che crescendo è vittima di una deformazione del viso che costringe il suo volto a una smorfia simile a quella di una perenne risata, è lo spunto che l’autore coglie per approfondire una realistica resa dei costumi inglesi e di alcuni elementi distintivi della cultura anglosassone: il parassitismo della nobiltà, le condizioni di estrema miseria delle classi più abiette, il lacerante contrasto tra nobili e sudditi.

L’uomo che ride’ è una penetrante metafora dell’individuo che, senza poter scegliere, è costretto a mostrarsi felice all’esterno mentre soffre terribilmente al proprio interno, a causa di una società che ne deforma l’intelligenza e ne umilia la ragione

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

La fuga di Bernadette (ma solo tra le pagine di un libro)

Dicono che fuggire non sia un gesto molto  nobile.

peccato, è così piacevole

Amèlie Nothomb 

 

Mille e un perché fuggire

Fuggiamo dal  dolore, fuggiamo per il dolore.

Fuggiamo per amore, fuggiamo per odio

Fuggiamo perché inseguite

Fuggiamo dalla noia delle solite ore

Fuggiamo perché l’insolito  ci  spaventa

Fuggiamo nella notte affinché nessuno ci  veda

Fuggiamo  senza lasciare un biglietto  d’addio

Fuggiamo  da sole

Fuggiamo  fino  al giorno  dopo

Fuggiamo perché ci  va di  farlo.

Eppure, a volte, siamo  ancora qui.

C.A.

Ognuna di  noi, almeno  una volta nella vita, avrà sperimentato il desiderio di  fuggire per  quei mille e un perché  che sono i motivi imperscrutabili della nostra esistenza.

Se siete tra le fuggitive è ovvio che non avete il tempo  di proseguire nella lettura di  ciò che mi  accingo  a scrivere, per tutte le altre (magari  anche qualche uomo  passa di  qua) lo  spunto di  questo  sproloquio sulla fuga mi è arrivato da un libro e dal film tratto  da esso (nel  contempo ciò mi ha salvata dal  fatto  che non sapevo che accidenti scrivere oggi, che poi era ieri, forse domani)

Tutto parte da un’intervista che il settimanale D – La repubblica delle donne ha fatto  alla bella e brava, magari  brava e bellaCate Blanchett di  quello  che penso  sia un’altra sua magistrale interpretazione nel  film Che fine ha fatto  Bernadette? per la regia di Richard Linklater

 

 

Non ho visto il film, ma da quello  che il trailer offre, mi sembra che l’intento sia quello  di  farci passare una serata piacevole al  cinema o in casa, utilizzando le piattaforme che offrono lo  streaming.

Ovviamente è un film adatto  a tutta la famiglia  (anche nonni  e zie compreso il gatto): la trama la potete leggere nel  box sottostante ed è offerta da Mymovies.it 

 

che fine ha fatto Bernardette

Non  ho  mai  letto  nulla della scrittrice Maria Semple e mi  riprometto  di leggere almeno  Where’d You go Bernardette (in italiano Dove vai Bernadette?per cui  mi  accomodo in poltrona per leggere  con voi  l’anteprima che troverete  alla fine dell’articolo.

Alla prossima! Ciao, ciao…

 

 


Anteprima del  libro  Dove vai Bernadette? di  Maria Semple 

Spaghetti a gogò dalla Sicilia ai nostri giorni

Gli italiani  hanno solo  due cose per la testa: l’altra sono gli spaghetti

Catherine Deneuve 

Microstoria degli  spaghetti 

Tra il IX e XI secolo gli  arabi avevano  trovato il modo  di  essiccare lunghi  e sottili fili  di  farina che in seguito  venivano  cotti  in acqua bollente: la parola araba utilizzata per chiamare gli  antenati  degli  spaghetti  era Itriyya.

Sappiamo  che la conquista islamica  della Sicilia  avvenne a iniziare dall’anno 827, anche se prima di  questa data vi  furono  diverse incursioni  arabe dedite più che altro  al  saccheggio con toccata e fuga.

Quindi, insieme a scimitarre e cultura araba, i  conquistatori introdussero in Sicilia anche la loro Itriyya (da cui  deriva, secondo  alcuni, la parola tria tutt’oggi  utilizzata per indicare un particolare formato  di  pasta e non solo  il cognome del passato  ministro  dell’Economia e Finanze).

Dalla Sicilia la pasta incomincia a diffondersi  nelle altre regioni  italiane e, conseguentemente al passare del  tempo, nascono nuovi modi  per essiccare l’impasto  con ferretti e canne fino  ad arrivare al  torchio e quindi  alla trafilatura con notevole risparmio di  tempo.

Naturalmente non si può parlare di  pasta, specificatamente degli  spaghetti, senza accennare al suo condimento e cioè la salsa di pomodoro e qui  penso  che qualcuno faccia un po’  di  confusione con la salsa spagnola (o salsa bruna) che non ha nulla a che vedere con la classica pummarola (chiedo  scusa ai  napoletani per avere usato una parola del loro  dialetto, ma era per intenderci  meglio).

La ricetta

Ah cosa mai  potrei  fare se non avessi  al mio  fianco un assistente come Il Gatto  Filippo che, in quest’occasione, ha predisposto una ricetta per gli  spaghetti  con le polpette

Bon 💋 appétit  

Il libro

C’è chi  molto  meglio  di me ha voluto scrivere la storia degli  spaghetti  dall’origine:  lo  storico Massimo  Montanari con il suo libro  Il mito delle origini – Breve storie degli  spaghetti  al pomodoro saprà senz’altro  togliere più di una curiosità non solo culinaria, ma anche storica sulla pasta (anteprima alla fine dell’articolo).

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Il mito  delle origini – Breve storia degli  spaghetti  al pomodoro  di  Massimo Montanari…

Buona  💋 lettura

 

Alle origini di ogni cosa c’è solo un inizio: per cercare l’identità serve tutta la storia, fatta di incontri, incroci, mescolanze. Accade anche per gli spaghetti al pomodoro.

Il mito delle origini è quello che ci fa pensare che esista un punto magico della storia in cui tutto prende forma, tutto comincia e tutto si spiega; il punto in cui si cela l’intimo segreto della nostra identità. Ma perché quello delle origini è solo un mito? Il fatto è che le origini, di per sé, spiegano poco: l’identità nasce dalla storia, da come quelle origini si sviluppano, crescono, cambiano attraverso incontri e incroci spesso imprevedibili. Basta un piatto di spaghetti al pomodoro per spiegarlo. Seguendo le tracce del nostro piatto identitario per eccellenza, Massimo Montanari risale a tempi e luoghi distanti – dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri. Scopriamo, così, che ricercare le origini della nostra identità (ciò che siamo) non ci porta quasi mai a ritrovare noi stessi (ciò che eravamo) bensì altre culture, altri popoli, altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

L’infanzia nelle storie dimenticate della guerra

Ciò  che ricordiamo  dell’infanzia lo ricordiamo  per sempre:

fantasmi permanenti, inchiostrati, stampati, eternamente in vista

Cynthia  Ozick 

 Storie d’infanzia e storie tradite

Parlare di  bambini  e delle loro  storie è  sempre una questione delicata.

Tanto più dopo che vicende tragiche di  cronaca sono state utilizzate per slogan politici  beceri,  dove i  bambini  diventano  testimonial, a loro  insaputa, in cima a un palco durante un   comizio, in pasto  al pubblico osannante per  le parole del  loro  leader: autentico  campione di ipocrisia.

Detto  questo (chi mi  consce o  chi mi segue saprà certamente a chi  era indirizzato  questo mio  sfogo) passo a raccontare due storie del passato, una accaduta durante la Seconda guerra mondiale, l’altra alla fine di  essa: in questo  caso a narrarla è la scrittrice Viola Ardone  che con il suo  romanzo Il treno  dei  bambini parla di un viaggio  dal  nostro  sud all’Italia settentrionale per salvare bambini  meridionali  dalla povertà e dalla fame.

Alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima del  libro.

Durante la Seconda guerra mondiale

Conosciamo  dalla storia che la colonizzazione italiana  della Libia iniziò nel 1911 con quella ricordata come guerra italo – turca o guerra di  Libia ( 29 settembre 1911 – 18 ottobre 1912)

Nel 1940 la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, associate in un’unica colonia nel 1934, avevano  come governatore del regime fascista Italo  Balbo.

Fu proprio  Italo  Balbo  a volere che i  bambini delle famiglie italiane presenti in Libia, venissero  mandati in Italia come vacanza premio nelle colonie marine nazionali.

Così, nel  giugno  1940, mentre l’esercito  tedesco invadeva la Francia, navi  militari italiane imbarcavano  tredicimila bambini appartenenti  a queste famiglie per portarli in Italia.

Purtroppo  per loro il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra e il Mediterraneo diventa un luogo  non più sicuro per far ritornare questi bambini  alle loro  famiglie.

Inizia in questa maniera una tragedia nella tragedia della guerra: l’Italia stessa è piegata dai  bombardamenti  degli  alleati, molti  dei tredicimila bambini moriranno  sotto le macerie delle città  devastate, per gli  altri non vi è nessuna possibilità di  riabbracciare i propri  genitori, tanto  meno  di  avere un qualunque contatto  con loro.

Tra i  superstiti sono pochi  quelli  fortunati  ad avere la possibilità di  essere accolti presso  parenti: per gli  altri  si apriranno le porte degli orfanotrofi.

Solo  alla fine della guerra e grazie all’azione della Croce Rossa Internazionale e della Chiesa le famiglie poterono  ricongiungersi.

Il dramma per quei  genitori  fu  quello  di  aver visto  partire i loro  bambini  per una vacanza estiva e ritrovarseli  adolescenti senza aver potuto  stare accanto a loro  durante il periodo  più delicato dello sviluppo.

Dal  sud Italia: un viaggio  contro  fame e miseria

E’ una storia dell’infanzia diversa ma forse non meno  tragica da quella descritta precedentemente.

Tra il 1946 e il 1952 l’allora Partito  comunista italiano, insieme all’Unione donne italiane,  organizzò il viaggio  di 70mila ragazzi meridionali verso  le regioni dell’Umbria, Toscana e Emilia Romagna dove famiglie ritenute più agiate si  erano  rese disponibili  ad accogliere i ragazzi meno fortunati  del sud.

Anche questa è una storia italiana poco  conosciuta di un distacco, anche se temporaneo, di una certa infanzia dalle proprie famiglie.

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del romanzo Il treno  dei bambini  di Viola Ardone …

Buona 💋 lettura 

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

Una volta si chiamavano semplicemente UFO

Visto  che la scienza non riesce a darci  delle risposte, perché non consideriamo finalmente  plausibile quello  che sembra fantastico?

Fox Mulder nel primo  episodio della serie X – Files 

X- Files e Area 51 : quando i dischi  volanti  erano  ancora gli UFO

 

Sin dal primo  episodio sono stata una fan di Fox Mulder e Dana Scully (alias David Duchovny  e Gillian Anderson) nella inimitabile serie science – fiction X -Files

Insieme a loro, puntata per puntata, stagione dopo  stagione, ho vissuto  la loro lotta contro mostri generici,  mostri da esperimenti  genetici, attività paranormali e qualche fantasma, satana e satanisti e fuori  di  testa di  ogni  genere.

Ma soprattutto i  cattivi  erano  loro: gli  alieni e  i cospiratori governativi al loro  servizio.

Poi, dopo  l’undicesima stagione, non mi  è rimasto che  il sacchetto  vuoto  dei popcorn a ricordarmi che ineluttabilmente tutto  ha una fine (a parte i  due film postumi).

Ma gli UFO, quindi gli  alieni, continuano a far presa tra il pubblico  nella realtà ( o presunta tale): FLIR1, Gimbal e GoFast sono  tre video  girati  dai piloti  dei  caccia dell’USAAF  tra gli  anni 2004 e 2015 e ritenuti autentici dallo stesso Pentagono.

Ovviamente la conferma di  questa autenticità non deve trarre in inganno: i  video  sono  serviti per addestrare i piloti  a riconoscere oggetti volanti   non identificati specie quelli  nei pressi  di  aeroporti e strutture militari: insomma non UFO ma, ad esempio, semplici  droni.

A tal punto  che la definizione Unidentified Flying Object (Ufo)  è stata sostituita da quella di Unexplained Aerial Phenomena (Uap): fenomeni  aerei  non identificati 

Che poi questi  fenomeni  aerei  non identificati siano  droni  oppure navicelle di  turisti  alieni (anche ET a volte ha bisogno  di  ferie) dipende dal punto  di  vista: per The Black Vault, rivista online specializzata sui  fenomeni  alieni, quello  che hanno  visto  e filmato  i piloti dei  caccia americani  sono  senz’altro da chiamare Ufo, alla vecchia maniera.

per loro  anche i pittogrammi  lasciati nei  campi  di  grano  sono  la firma  dei  writers extraterrestri (ne ho  parlato  a riguardo  nell’articolo  sul mistero  di Chilbolton)

Due passi  nell’area 51 

Mappa dell'Area 51 in Nevada
Mappa dell’Area 51 in Nevada

Oggi  doveva essere il giorno  dell’invasione dell’Area 51: richiamati dall’appello  di un blogger (?) australiano migliaia di persone pensavano  di  radunarsi ai limiti di quella che rimane una base TOP SECRET dell’esercito  americano e per tanto off – limits  (tradotto: ti  sparo  se ti  azzardi  a superare il cancello)

Il blogger, dietro pressione della CIA,  dell’NSA e di  qualche killer governativo, si  è subito  affrettato  a dire che il suo  voleva essere solo uno  scherzo!

Chi invece non si è fatta per nulla intimidire è stata la giornalista investigatrice americana Annie Jacobsen  che con il suo  libro Area 51 (non poteva chiamarsi  altrimenti) svela alcuni  misteri sulla storia e attività di  quella base (anteprima alla fine dell’articolo).

Siccome oggi  è venerdì, quindi  domani  inizia il fine settimana, io prendo  il mio Ufo  (o Uap) e vado un paio di  giorni  nei  dintorni di  Plutone (o Saturno?).

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Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Area 51 di  Annie Jacobsen….Buona 💋 lettura 

“Stavo facendo colazione con un uomo che aveva ricoperto alte responsabilità nelle attività dell’Area 51, per lunghi anni. Gli mostrai un crostino: «Se questa è la parte che ho scoperto, quanto è grande quello che non so?» dissi. «Quello che non sa – rispose l’uomo cupamente – l’intera verità, è grande come il tavolo a cui siamo seduti, sedie comprese.»
Un’indagine sensazionale, avvincente e meticolosa, sul luogo più discusso e concupito da ricercatori, curiosi, cospirazionisti, cronisti: l’Area 51, nel deserto del Nevada, lo Shangri-la dello spionaggio e dei sistemi di combattimento più sofisticati, cuore di mille intrighi e segreti, in cui si intrecciano storia, politica, test nucleari, esperimenti inconfessabili. Basandosi non su illazioni ma, per la prima volta, su colloqui con piloti, scienziati, ingegneri e agenti in pensione che hanno lavorato per anni nell’Area – e che nonostante il vincolo di segretezza, hanno accettato di parlare – il libro fa luce su decenni di misteri e rivela verità assolutamente inedite, a volte davvero sconvolgenti. A partire dalla spiegazione del celebre incidente di Roswell del 1947, il crash di un oggetto volante non identificato che ha alimentato innumerevoli ricostruzioni e altrettante leggende.”