Pioniera dell’aviazione: Beryl Markham

Non ti  chiedo miracoli o  visioni, ma la forza di  affrontare il quotidiano.

preservami  dal  timore di poter perdere qualcosa della vita.

Non darmi  ciò che desidero ma ciò di  cui  ho  bisogno.

Insegnami l’arte dei piccoli passi.

Tratto  da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry

Ma chi  era Beryl Markham?

Beryl Markham
Beryl Markham

Se IL Blog di  Caterina riesce a trovare (quasi) sempre spunti  per nuovi  articoli è anche grazie ai  suggerimenti preziosi di  amiche e amici.

In questo  caso l’aiuto per superare lo  scoglio  della pagina bianca è arrivata da Rita (Tororò – cincischio  ergo  sum è il suo  blog) la quale ha colmato una mia lacuna riguardo a un personaggio  femminile di  tutto  riguardo: Beryl Markham 

Beryl Markham è nata il 26 ottobre 1902 a Ashweel (contea di Rutland, Inghilterra), all’età di  quattro  anni  suo padre, Charles Baldwin Clutterbuck  noto allevatore di  cavalli, decise di  trasferire tutta la famiglia (Beryl aveva anche un fratello: Richard Alexander) in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

Qui  suo  padre, come era ovvio, mise in piedi un allevamento  di  cavalli e Beryl poté crescere imparando la cultura locale e, a diciassette anni,  diventare lei  stessa una brava allevatrice di  cavalli.

Il cognome Markham è quello  del  suo  secondo  marito  (si  sposò per ben tre volte): l’imprenditore Mansfield Markham da cui  ebbe il figlio Gervase.

Trovò anche il tempo  per avere una relazione con il principe Enrico duca di  Gloucester, figlio  di re Giorgio  V (la famiglia reale non vide di  buon occhio la frequentazione del principe).

In Africa divenne amica di  Karen Blixen (GOSSIP ⇒e quando  la scrittrice smise di  frequentare il fidanzato (ormai  ex) Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore lei si prodigò subito  per riempire il vuoto  nel  cuore dell’uomo che morì il 14 maggio 1931 in un atterraggio particolarmente sfortunato.

Fu  naturale per lei acquisire dal  suo  sfortunato  fidanzato  la passione per il volo  e quindi  prendere il  brevetto  di pilota al punto  che, una volta diventata esperta nel pilotaggio, decise di  essere la prima donna a compiere un volo in solitaria sull’Atlantico da Abingdon in Inghilterra fino  a New York.

Il 4 settembre 1936, dopo un volo  durato venti ore, il suo  Vega Gull (chiamato  The Messenger)   a causa di problemi alla carburazione si  schiantò sul  suolo  di Cape Breton Island in Canada: niente paura perché lei  si  salvò morendo il 3 agosto 1986 all’età di ottantaquattro  anni.

In seguito  a questa impresa Beryl Markham venne celebrata come pioniera dell’aviazione essendo stata la prima donna a volare da est a ovest sull’Atlantico, dall’Inghilterra al  Nord America, in solitaria e senza scalo.

All’incirca un anno  dopo e cioè il 2 luglio 1937, la famosa aviatrice statunitense Amelia Earhart scomparve in un incidente sull’Oceano Pacifico  durante il tentativo  di  fare il giro  del mondo.

Ancora oggi non sono  stati ritrovati  i resti dell’aviatrice e del  suo  co-pilota Fred Noonan.

La dinamica della tragedia non è ancora stata chiarita e sono  state fatte solo  alcune ipotesi.

A riguardo  di  Amelia Earhart ho  scritto  questo post

A occidente con la notte 

Beryl Markham mise per iscritto la sua vita avventurosa nel  libro  autobiografico A occidente nella notte  (anteprima alla fine dell’articoloche inizialmente non ebbe molto  fortuna tanto  da non essere più stampato.

Nel 1982 casualmente in una raccolta di lettere di  Ernest Hemingway ne venne trovata una  in cui lui  lodava la scrittura di Beryl Markham

…hai letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’  scritto  meravigliosamente bene tanto  da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo  di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso.

In realtà nella lettera originale  di  Hemingway oltre alle lodi c’è una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta  con termini non propriamente eleganti.

Comunque, l’anno  dopo  e cioè nel 1983, la casa editrice californiana North Point Press ne fece la ristampa con ottimo successo  di  critica e vendita.

Nel  frattempo  Beryl Markham, che viveva a Nairobi in assoluta povertà (era rientrata in Africa nel 1952) venne raggiunta dal  successo  e quindi vivere i  suoi  ultimi  anni in agiatezza.

A suo  ricordo L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato  a lei il nome di un cratere d’impatto sul pianeta Venere .

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro A occidente con la notte di Beryl Markham 

Qualcuno  dice che la prosa elegante usata nel libro  sia dovuta ad alcune modifiche nella stesura suggerite da Antoine De Saint Exupéry altro  amante di  Beryl (Markham) 

Buona 💋 lettura 

Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Il conte di Cagliostro: mago e massone

Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero.
Alessandro, conte di Cagliostro

Il misterioso prigioniero di San Leo

San Leo
San Leo con la rocca dove venne imprigionato Cagliostro

Già a vederla da lontano quella rupe con sopra la fortezza incute un certo timore: poi, entrando a San Leo dall’unico varco di accesso, una porta larga tre metri o poco più, la percezione fisica del luogo diventa atemporale come se tutto quello che è fuori dalle sue mura appartenesse a un altra epoca distinta dal presente.

Va bene: mi sono lasciata coinvolgere da un’estemporanea esigenza di prosa e adesso ritorno a fare la blogger senza troppi BLABLABLA.

In effetti quando arrivai a San Leo avevo in mente la storia di Giuseppe Giovanni Battista Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo che, nonostante questa sfilza di nomi, era un’unica persona meglio conosciuta come Alessandro, conte di Cagliostro.

A rinchiuderlo nelle prigioni di San Leo nel 1791 è il Sant’Uffizio dietro l’accusa di eresia e la paura che egli voglia fondare in Italia, a Roma, una nuova Grande Loggia del rito massonico – egizio (in realtà considerata dagli stessi massoni un’anomalia, per approfondimenti il sito di Silvio Calzolari storico delle religioni e orientalista…potete farlo anche dopo, alla fine della lettura del mio articolo).

In un primo momento il Sant’Uffizio aveva pensato bene di condannare a morte Cagliostro, poi lo stesso papa Pio VI commutò la condanna a morte in ergastolo.

Cagliostro, comunque, anche se prigioniero continua a far paura: per questo la sua detenzione in isolamento , in una cella la apertura è posta in alto (non per nulla si chiama il Pozzetto), è costantemente sorvegliato dai suoi carcerieri i quali erano obbligati a fare rapporto quotidiano alle autorità ecclesiastiche sulle condizioni del conte.

Il trattamento a lui riservato è ignobile: ogni sua richiesta o lamentela viene subito punita con bastonate e, se possibile, con un regime alimentare ancora più misero.

Alla fine, il 26 agosto 1795, non resta al cappellano del carcere don Luigi Marini che dire

Alle tre del mattino, il 26 agosto dell’anno 1795, Giuseppe Balsamo detto conte di Cagliostro è morto per un attacco di apoplessia, conseguenza naturale della sua anima ribelle e impenitente, senza aver manifestato alcun segno di pentimento e avendo rifiutato i Sacramenti, all’età di 52 anni, 2 mesi e 28 giorni

Le cronache di allora riferiscono che il cadavere venne seppellito nella nuda terra senza nessuna indicazione su chi fosse sepolto in quella tomba.

Si dice anche che due anni dopo e cioè nel dicembre del 1797, una soldataglia francese disseppellì i resti di Cagliostro forse nella vana speranza di trovare un tesoro accanto al cadavere.

C’è chi afferma che Cagliostro non morì in quel 26 agosto 1795 ma che invece venne fatto fuggire e passò gli ultimi anni della sua vita nascosto chissà dove..

Conte di Cagliostro: una persona oppure due?

Ritratto del conte di Cagliostro
Ritratto del conte di Cagliostro (XVIII secolo, autore sconosciuto)

Per lo studioso Raffaele de Chirico esisterebbero due personaggi e cioè il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo che vivono vite parallele legate da un rapporto di convivenza con una donna: Lorenza Feliciani moglie di Giuseppe Balsamo

Fu la stessa Lorenza Feliciani a denunciare Cagliostro al parroco di Santa Caterina della Rota. La denuncia venne trasmessa il 5 dicembre all’Inquisizione e, all’ultimo momento, la donna si rifiutò di firmarla ma ormai era troppo tardi perché in una riunione tra papa Pio VI, il Segretario di Stato e altri cardinali venne deciso l’arresto del conte di Cagliostro imprigionato in Castel Sant’Angelo (ma anche della moglie che venne rinchiusa nel convento di sant’Apollonia a Trastevere).

Tra le altre accuse, oltre a quelle legate alla sua attività di massone, per Cagliostro vi sono quelle infamanti di sfruttamento della prostituzione e quella, ancora più grave agli occhi degli inquisitori, di essere un eresiarca cioè il fondatore e capo di un’eresia

Il legale di Cagliostro, l’avvocato Carlo Costantini, tentò di alleggerire la posizione del suo assistito facendolo passare per un semplice ciarlatano (nel contempo far passare sua moglie come prostituta e quindi immorale e inattendibile per sostenere le accuse da lei precedentemente avanzate e che le servirebbero piuttosto per ricostruirsi quella vita di innocenza perduta nel prostituirsi).

Ovviamente Carlo Costantini non era Perry Mason e Cagliostro venne condannato.

Piccola biografia

Una breve ricerca del nome di Cagliostro su Google fornisce all’incirca 2.840.000 risultati: per cui quanto vado a scrivere è solo una goccia in quell’immenso mare di notizie che si possono trovare in rete.

Inoltre, alla fine dell’articolo e per completezza, troverete l’anteprima del libro Cagliostro del giornalista e scrittore Luigi Natoli (Palermo, 14 aprile 1857 – Palermo, 25 marzo 1941).

Nasce a Palermo il 2 giugno 1743 da una famiglia molto povera (qualcuno afferma che la famiglia fosse nobile e poi decaduta).

Per molti anni con la moglie Lorenza la sua vita è più simile a quella di un bohème che di un mago diventando, infine, un avventuriero che grazie alle sue (presunte) capacità paranormali arriva ad essere quel personaggio carico di mistero e fascino che lo fece viaggiare in Europa soggiornando a Londra ospite di nobili (soggiorno che gli valse uno delle sue cadute per poi riprendersi, a causa di frequentazioni maldestre) e a Parigi.

Dopo la disavventura londinese, a Parigi viene insignito del titolo di Gran Maestro dell’ordine dei Templari entrando a far parte di sodalizi che gli faranno da lasciapassare per le corti europee ricevendo sempre onori e tributi: fu ospite di Federico II di Prussia, di Stanislao di Polonia, di Gustavo III di Svezia, di Caterina di Russia (un’ altra Caterina molto famosa) e di Luigi XVI re di Francia: ovunque il suo repertorio fatto di fenomeni paranormali e miracolose guarigioni attraggono persone di ogni ceto.

Addirittura, dopo essere stato imprigionato alla Bastiglia per dieci mesi in seguito allo scandalo per il furto di una collana (innocente o colpevole, questo non lo so), alla sua scarcerazione, avvenuta il 10 giugno 1786 lo attendeva una folla raggiante che lo porta in trionfo.

In quest’occasione profetizzò rivolgendosi verso la Bastiglia:

Queste mura cadranno

Tre anni dopo, il 14 luglio1789, la Bastiglia venne presa d’assalto durante quella considerata come la Prima Rivoluzione francese

Parlando della sua preveggenza si racconta che quando era a Londra suggerì al suo segretario i numeri per vincere per tre settimane consecutive 1500 sterline giocando alla lotteria nazionale.

Chissà: potrei chiedere a un medium di mettermi in contatto con lo spirito del conte di Cagliostro per farmi dire i numeri del Superenalotto!
Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Cagliostro di Luigi Natoli

Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

La libertà femminile è anche scelta nell’intimo


La biancheria intima è fastidiosa…e il mio  corpo  deve respirare

Jean Harlow 

La libertà delle donne è anche  scelta nell’intimo (reggiseno oppure no?)

E’ più importante aver salvato  delle vita umane, oppure non indossare il reggiseno?

La risposta, insieme alla mia solidarietà nei  confronti  di  Carola,  l’ho già data nella mia pagina di  Facebook (Caterina Andemme Logbook) quindi vi  faccio  un’ altra domanda:

Di  solito qual è la biancheria intima che indossate (o non indossate)?

E’ ovvio che nessuna di  voi mi risponderà (ci  mancherebbe altro), allora vi  dirò l’intimo  che io non indosserò mai e che odio  profondamente, cioè  il tanga: quella specie di  filo interdentale per natiche (scultoree o meno  che esse siano)!

Adesso mi direte che il sacrificio  di  indossare quella sottile (e fastidiosa) strisciolina di  tessuto tra le…(tra le chiappe: OPS!!!) viene compensato dall’essere un indumento  seducente, provocante e alludente: in poche parole ci  trasformerebbe in bambolone super sexy per la felicità di  chi  ci  guarda (che sia un lui, una lei  o una leilui) prima di passare ai preliminari propedeutici  a una conoscenza più intima.

Il consiglio delle più esperte in sexy lingerie è, se il tanga proprio non ci piace, possiamo optare per le culotte trasparenti o quelle di pizzo: l’effetto  erotizzante (dicono le esperte) è lo  stesso  assicurato.

 

Se le culotte vi  fanno pensare  a qualcosa di  vecchio o fuori moda, sono  le donne più giovani (ma noi tutte nate dopo la regina Nefertiti possiamo considerarci ragazze) a dire esattamente il contrario: le nuove tendenze dicono che le giovani donne oggi sono propense a indossare l’intimo comodo e, solo  dopo, anche sensuale (le culotte, appunto).

E’ ovvio  che questa tendenza sia diventato terreno  di  caccia dei più o meno  noti  brand del  settore che, seguendo il  tema dell’  ecosostenibilità, producono  capi in cotone vegetale (soia, cotone bio e canapa,  se non addirittura il bambù) o fibre tecnologiche come il Tencel  (prodotto partendo dalla polpa di legno  degli  alberi  di  eucalipto)   che riutilizza il totale dell’acqua consumata nel  suo  ciclo  di produzione.

Uno spazio (anche divertente) per dare un calcio agli  stereotipi dell’immaginario  maschile (ma anche in parte femminile) e dove tutte possono  contribuire condividendo post e suggerimenti è Freeda:

Freeda  è donna, arte, rivoluzione, coraggio, in una parola: libertà.
Ma Freeda è anche un progetto, e un mondo, fatto di persone che vogliono cambiare le cose, rompere gli schemi e dar vita a una nuova era per il mondo femminile.
Persone che credono nel cambiamento, nella parità, nell’inclusione, nel supporto reciproco, nelle donne, negli uomini e nel potere delle loro storie.

Per concludere alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del libro Storia illustrata della moda e del  costume scritto  da Laura Cocciolo  e Davide Sala

Culotte con il pizzo o solo due gocce di  Chanel N° 5? 

Alla prossima! Ciao, ciao..


Anteprima del libro Storia illustrata della moda e del  costume di Laura Cocciolo e Davide Sala 

 

Al Azif: ossia il Necronomicon


Non è morto  ciò che in eterno può attendere

E con il passare di strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred

Il Necronomicon 

In un tempo molto lontano il poeta arabo Abdul Alhazred si  avventurò nel  deserto alla scoperta della città perduta dalle mille colonne: Irem.

Il viaggio  fu lungo e faticoso ma finalmente egli  arrivò a Irem: qui ,fra le sue rovine, trovò quello che era il motivo di  quel  suo lungo  peregrinare e cioè un testo  di  magia il cui antico  nome  era Al Azif (nella lingua araba questa è una locuzione che indica quei misteriosi  suoni che si odono  nel  deserto durante la notte e che si  dice essere la voce dei demoni).

Solo in seguito, quando il testo  venne tradotto nel 950 d.C. in greco dall’erudito  bizantino Teodoro  Fileta, prese il nome di  Necronomicon: il libro  delle leggi  che governano i morti 

Il danese Olaus Wormius, nel 1228, basandosi  sul testo di  Fileta, fece la traduzione del  Necronomicon in latino

Lo scopritore di  questo  antico  grimorio , ossia Abdul Alhazred, non poté godere molto della sua scoperta: un giorno, in una via di Damasco,  alcuni testimoni oculari  dissero di  averlo  visto  assalito  e divorato  da un mostro invisibile

Ma se il mostro  era invisibile, mi chiedo  come loro siano  riusciti a vederlo…

I pseudobiblia 

Nonostante il fatto  che ancora oggi  vi  siano persone che credono  che la Terra sia piatta, oppure una dieta può far guarire le carie (se non il cancro), penso che la stragrande maggioranza di  voi (se non la totalità) abbia  compreso il senso  fantastico delle parole precedenti.

Ovviamente per tessere una trama così fantastica, preludio a un viaggio  letterario tra incubo e horror, occorreva una mente predisposta a mettere per iscritto la descrizione di un mondo fantastico  retto  dal pantheon  di  esseri primigeni  e malvagi.

Quest’uomo era Howard Philip Lovecraft  (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Ho precedentemente scritto del presunto (molto presunto) viaggio  che H.P. Lovecraft fece nel Delta del  Po per incontrare i misteriosi  appartenenti  alla confraternita dei  Fradei e del mitico  dell’Uomo pesce a cui  i fedeli  dedicavano riti pagani ( ⇒ I Fradei  e Lovecraft: un incontro (im)possibile?)

Lo stesso  Lovecraft si  meravigliò del  fatto  che i suoi  lettori presero sul serio l’esistenza di un testo  esoterico nascosto  nel  tempo  come poteva essere il Necronomicon e, volendo  stare al  gioco, contribuì al  mito pubblicando il libro Storia e cronologia del  Necronomicon con la segnalazione delle biblioteche (la maggior parte inventate) che custodivano una copia del libro  maledetto.

Ma sono gli  stessi  appassionati lettori  di Lovecraft a contribuire alla fama (sinistra) del  Necronomicon creando  dal  nulla congiunture tra inediti  e riferimenti bibliografici che ne arricchiscono  la storia.

Sennonché a questo  gioco (ma ripeto  in molti  credevano all’esistenza del  Necronomicon)  si  aggiungono personaggi ben più seri come, ad esempio, Philip Duchêsnes,  titolare di una prestigiosa libreria antiquaria a New York, che nel 1941 inserì in catalogo una copia del  Necronomicon  al prezzo  di 900 dollari: è inutile dire che gli  acquirenti  disposti  all’acquisto furono più che numerosi anzi, qualcuno  di loro, era ben disposto  a sborsare una cifra superiore per aggiudicarsi il libro.

Se quest’episodio  risale a tre  anni  dopo  la morte di  H.P. Lovecraft, nel 1962 è la serissima rivista americana Antiquarian Bookman pubblicò nella rubrica dedicata alla vendita di  libri  antichi la recensione di un’ edizione spagnola del Necronomicon del 1647, aggiungendo alla fine che il libro proveniva dalla biblioteca della Miskatonic  University 

La Miskatonic University era frutto  della fantasia di H.P. Lovecraft e la cui  sede era nella città di  Arkham (altra invenzione dello  scrittore) nella contea di  Essex nel  New England: i redattori dell’Antiquarian Bookman, oltreché mostrarsi dei  buontemponi, evidentemente in questa maniera vollero  omaggiare il genio  dello  scrittore di  Providence.

Comunque, trovandovi  a passare per caso nelle vicinanze della California University, entrate nella sua biblioteca centrale e fate una ricerca  sul Necronomicon: troverete una scheda catalografica in italiano con riferimento  al Necronomicon che ne fa presumere l’esistenza tra i  tomi in possesso  dell’università (dolcetto o scherzetto..)

In poche parole il Necronomicon è un pseudobiblia cioè appartiene a quei libri  che, pur essendo  citati con tanto  di titolo ed estratti in opere di  saggistica o narrativa, hanno in comune una caratteristica che li  distingue da qualunque altro libro: semplicemente non esistono!

Il termine  pseudobiblia venne utilizzato per la prima volta nel 1947 dallo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – Plano, 6 novembre 2000) in un articolo pubblicato nel  Saturday Review of Literature nel  quale metteva in risalto come queste opere per la fama raggiunta fossero in competizione con libri  realmente esistenti.

Se avete qualche curiosità in più da soddisfare a riguardo  dei pseudobiblia, vi suggerisco  la lettura dell’articolo  Leggere o non leggere (gli pseudobiblia) del professore Michele Santoro dell’Università di Bologna ( ⇒ Pdf ⇐ )

Per gli  altri e cioè amanti  di  spettri, vampiri o lupi  mannari che vagano nella notte alla ricerca di  vittime innocenti (o  che proprio  se la sono  cercata) dedico  l’anteprima del  Necronomicon di  H.P. Lovecraft

Attenti  ai mostri invisibili  che divorano  i troppo  curiosi… 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Anteprima del libro Il Necronomicon di Howard Philip Lovecraft

Casa, dolce casa (ma l’inquinamento indoor?)

Cento uomini possono creare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa.

Proverbio  cinese

Basta un uomo  per fare della casa un accampamento

Caterina Andemme  

Casa dolce casa? Attenti  all’inquinamento indoor 

Ma tutto  dipende dall’uomo con cui  condividete vita e appartamento: c’è il tizio irrimediabilmente disordinato e quello  moderatamente disordinato. in ogni  caso, non essendoci  speranza nell’educare l’Homo  casalingus  all’ordine,  non possiamo attribuirgli  le colpe dell’inquinamento indoor se non quando si ostina a fumare in casa oppure a grigliare l’unico pesce che, nella sua vita da pescatore, è riuscito a pescare  (magari  si  trattava di un pesce suicida per amore)

 

Inquinamento indoor

 

Naturalmente per rendere la nostra casa appunto una Casa, dolce casa possiamo  seguire i  semplici  consigli che l’Istituto  Superiore di  Sanità ha evidenziato  nel  seguente opuscolo

 

Opuscolo_Aria_Indoor

 

A questo possiamo  aggiungere un’altra lista di  cose da fare, e cioè:

  • Non eccediamo con i prodotti  di pulizia domestica (quindi niente autobotte e idranti)
  • Una o  due candele profumate possono  dare una bella sensazione nirvanica, di più sembrerà di  vivere in una serra a 50° all’ombra con i fiori marcescenti
  • Cambiamo  frequentemente l’aria di  casa, anche d’inverno, anche se piove o nevica (ma poi mettete i pinguini  alla porta)

Le piante in casa sono un beneficio all’ambiente indoor 

Non c’è bisogno  di  trasformare la casa nella foresta amazzonica per avere indubbi  vantaggi  sulla salubrità dell’ambiente domestico.

Kamal Meattle, attivista ambientalista e CEO del Paharpur Business Center & Software Technology Incubator Park di  Nuova Delhi ha indicato in tre specie di piante quelle più adatte allo  scopo:

La Palma areca ( Dypsis lutescens); la Lingua della suocera (non c’entra nulla con la vostra suocera, ma si tratta dell’epiphyllum)  e infine l’Epripremnum aurureum

Ovviamente, oltre alle tre specie citate, tutte le piante, oltreché essere belle da vedere, aiutano in misura diversa contro l’inquinamento indoor.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  libro Fiori  e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino  e in campagna di Luciano Cretti.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro Fiori e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino e in campagna di  Luciano Cretti 

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

IMC e diete: l’argomento del giorno

Coltiva le tue curve: potranno  essere pericolose ma non potranno essere evitate

Mae West

IMC (Indice di  Massa Corporea) e diete

Siamo d’accordo  con Mae West che coltivare le proprie curve è un incentivo  per incrementare il nostro  sex appeal (senza dimenticare di  avere una testa e quindi intelligenza) ma, affinché le curve non si  dilatino all’infinito, dobbiamo  anche curare quello  che più prosaicamente viene definito come peso  forma.

Per raggiungere lo scopo, che non è quello  di  rassomigliare ad un’acciuga anemica, si  sprecano i suggerimenti sulle diete da seguire: il novanta per cento  di  esse sono  frutto (secondo me)  di mode e di esperimenti senza alcun riscontro  medico  o scientifico  che ne certifichi   la genuinità, ma lascia il solo  spazio  all’ingenuità di  chi  si  sottopone ad esse ( a tale proposito posso  affermare che è vero: l’aria non fa ingrassare).

Quello  della dieta (o delle diete mirabolanti) non è solo una questione della modernità: ad esempio Walt Whitman nel 1858, con lo pseudonimo di Mose Velsor, aveva una sua rubrica domenicale sul giornale The New York Atlas con il titolo Manly Health and Training rivolta al vero  maschio  americano  in contrapposizione all’europeo romantico pallido  e roseo  come una bambola (il giudizio  è quello  di  Whitman-Velsor).

Cosa doveva fare il maschio  ruspante americano secondo  il poeta scrivente, sotto pseudonimo,   per una rubrichetta domenicale (forse aveva un mutuo  da pagare)?

A parte praticare il baseball, la dieta suggerita doveva comprendere per colazione  una fettina  di  carne al sangue e solo  frutta per cena ( considerava la dieta vegetariana come una moda ridicola) il tutto  accompagnato  da   una buona birra o vino, mai troppa acqua.

Oggi, invece, il vegetarianesimo (e  la sua variante vegana) si contrappone  alla fettina di  carne per colazione suggerita da Velsor, questo mi trova in pieno accordo   (un po’ meno per il veganesimo) anche senza essere una vegetariana a tutto  tondo: se volete invitarmi  a cena sappiate che non mangio  carne di  vitello, di  cavallo  o  asino, tanto  meno  cani  e gatti, agnello, polpi e insetti  vari, ma adoro  il salmone. 

Ma l’ultima frontiera per controllare le nostre curve ci  arriva con un contro  diktat: mangiate quello  che volete e quando  volete è la regola dell’alimentazione intuitiva.

Non crediate che sia il lasciapassare per ingozzarsi  di  cibo  spazzatura ma è piuttosto un:

<< Approccio  che mira a potenziare il rapporto  tra mente e corpo e pone la persona come l’unica esperta della propria alimentazione >>

Queste sono le parole di Evelyn Tribole, nutrizionista specializzata in disturbi  alimentari che, nel 1995, insieme alla sua collega Elyse Resch scrisse The Intuitive Eating Workbook libro  che ancora oggi è in ristampa.

Sempre sull’argomento, ma con qualche variante rispetto  al libro  precedente, è The F*ck It Diet (il titolo è abbastanza eloquente da non doverlo  tradurre) di  Caroline Dooner e di  cui potete leggerne l’anteprima alla fine dell’articolo.

Calcola il tuo indice di  massa corporea 

L’IMC (Indice di  Massa Corporea, oppure se preferite BMI dall’inglese Body mass index)  è un semplice dato biometrico espressione del  rapporto tra l’altezza di un individuo e il suo peso utilizzato  come indicatore del peso  forma.

 

Per calcolare il vostro  IMC in rete vi  sono diversi  strumenti, io ho  scelto quello offerto  da YAZIO.

 

Powered by YAZIO

Non so  se il calcolo  dell‘IMC attraverso questo  strumento  funziona nella versione mobile del  sito avendolo  testato  solo in quella desktop (tanto più ricca). 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro The F*ck it Diet di Caroline Dooner 

 

Le diete non funzionano. Anzi, alla lunga provocano effetti contrari alle aspettative. Eppure, ogni volta che non otteniamo i risultati sperati, invece di domandarci se il problema stia nel manico – e cioè nei regimi, spesso punitivi, ai quali ci sottoponiamo – incolpiamo noi stessi. “Perché non sono capace di rispettare la semplice prescrizione di un pasto a base di tonno e pompelmo?”, “Cos’ho che non va?”, e via di questo passo, schiacciati dalla convinzione che la chiave della felicità consista nel perdere i chili di troppo. Ma è ora di chiamare le cose con il loro nome: cercare continuamente di mangiare il meno possibile è un modo triste di vivere, e non porta a nulla. Quindi basta con questo modo di trattare il proprio corpo e la propria vita! Caroline Dooner, che per anni ha tentato ogni tipo di regime alimentare, prende di petto gli errori della cultura delle diete e offre ai lettori una strada semplice e scientificamente argomentata, ricca di consigli pratici, per risanare il proprio rapporto fisico, emotivo e mentale con il cibo. Perché l’unico modo per stare bene è smettere di seguire regole prescrittive che conducono a frustrazione, disagio e sensi di colpa. La vita è troppo breve per essere ossessionati dal cibo. Abbiate fiducia: il vostro corpo sa quel che fa. E un rapporto sano con il cibo, in definitiva, rende sani anche voi

Rebecca West: femminista e scrittrice

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta

Cecily Isabel Fairfield (Rebecca West) 

Un po’ di  femminismo che non guasta

Non considerandomi uno  zerbino (tanto  meno operatrice del  sesso) potrei dire di  essere una femminista, ma ancora prima e soprattutto, sono una donna la quale, come tutte le donne, è proprietaria di  diritti non subordinati a quelli  di un uomo.

Nel 1791 in Francia (due anni  dopo  la presa della Bastiglia)  la scrittrice Olympe de Gouges, ispirandosi  alla Dichiarazione dei  diritti  dell’uomo  e del  cittadino (1789)  scrisse La dichiarazione dei  diritti  della donna e della cittadina 

La donna nasce libera e ha gli  stessi  diritti  dell’uomo.

L’esercizio  dei  diritti  naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo.

Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione.

Certo  di  cose ne sono cambiate dai  tempi  della Rivoluzione francese, ma guardando il ruolo  della donna nella società attuale è palese che non tutti i diritti  della donna siano  soddisfatti e che, quindi, essere uomo è un inammissibile vantaggio.

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Rebecca West

Rebecca West   ( Londra, 21 dicembre 1892 – Woking, 15 marzo 1983) è il nome che Cecily Isabel Fairfield prese in prestito dalla protagonista dell’opera di Henrik Ibsen  La casa dei  Rosmer.

Fonti  biografiche dicono  che la sua prima ispirazione per emanciparsi  dalla famiglia fu  quella di  diventare attrice, molto probabilmente la vita sui  palcoscenici  non le si  addiceva e quindi pensò di  dedicarsi  alla scrittura in veste di  giornalista.

Ed è proprio come giornalista che entrò nella redazione di un giornale legato  al Movimento  delle Suffragette aderendovi  all’età di  ventitré anni: da qui in poi, sempre secondo  alcune fonti  biografiche, firmò i suoi  articoli  con il nome di  Rebecca West più che altro  per aggirare il divieto  materno di  scrivere su  di un giornale femminista ( il padre da tempo aveva abbandonato la moglie e le sue figlie).

Non amando  il gossip tralascio  di  scrivere sugli amori  di Rebecca West,  citando  solo  quello  con lo  scrittore H.G.Wells da cui  nacque un figlio: Anthony West (1914 – 1987).

E’ ovvio  che quanto  ho  scritto fino  ad adesso su  Rebecca West è alquanto  riduttivo (in rete potete trovare notizie ben più dettagliate) per cui  concludo  solo  dicendo  che lei rappresenta un modello  di  donna tenace e con carattere, nonché una scrittrice molto  dotata tanto  che la rivista Time nel 1947 la definì come indiscutibilmente la scrittrice numero uno  al mondo.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  suo  primo  romanzo: La famiglia Aubrey 

Buona lettura.

Alla Prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  La famiglia Aubrey di  Rebecca West 

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.