Natura selvaggia? Si, forse, non lo so..

natura

E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli  alberi, libri  nei  ruscelli, prediche nelle pietre,

e ovunque il bene.

William Shakespeare

Quando è il mito  a fare della natura un che di  selvaggio

Penso  che qualunque sia la definizione che vogliamo dare alla natura, essa sarà sempre l’oggettività del nostro pensiero a crearne una specie di  mito.

Ciò non vuole dire, ad esempio, che io non ami la natura: in essa mi ritrovo in un luogo  pregnante di  intima sacralità oppure, molto più prosaicamente,  in un luogo  lontano dalle quotidiane rotture di  scatole.

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Henry David Thoreau

Chissà se Henry David Thoreau ad un certo punto  della sua vita si è ritrovato  a condividere questa seconda parte del mio  pensiero dandogli  quella spinta necessaria per motivare la sua decisione:

Andai  nei  boschi perché desideravo vivere in modo autentico, per affrontare soltanto i problemi  essenziali  della vita, per vedere se avrei imparato quanto  essa aveva da insegnare, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto

Lo fece rintanandosi per due anni, due mesi  e due giorni sulle rive del lago Walden in Massachusetts, da questa sua esperienza il libro  che sarebbe diventato in seguito una specie di guida spirituale per gli  ecologisti e ambientalisti  di ogni  latitudine: Walden ovvero Vita nei  boschi (anteprima alla fine dell’articolo)

A monte della sua decisione, però, c’è l’iniziazione al trascendentalismo cioè, come ci  dice  Wikipedia, essere quel movimento poetico  e filosofico  sviluppatosi negli  Stati Uniti ne i primi  decenni  dell’Ottocento e che in Ralph Waldo  Emerson vide uno  dei  suoi  maggiori rappresentanti.

Fu proprio  Emerson, oltre che a dargli un lavoro  come precettore per i propri  figli, a prestargli quel piccolo lotto  di  terra nei pressi  del lago affinché Thoreau potesse mettere in pratica il suo  vivere appartato dalla società con il minimo essenziale.

Fraintendimento?

A leggere tra le righe di Walden non c’è un vero  e proprio inno alla natura, non si parla di  animali o  alberi ma solo la sperimentazione di  ciò che in pratica significa vivere al minimo come un eremita.

Già, un eremita!

Fatto  sta che Henry Thoreau  non era un eremita e il lago  Walden non si  trova in qualche regione sperduta dell’Himalaya.  

Il lago Walden è  a tre chilometri dalla città  di  Concord  facilmente raggiungibili  per sentieri  che non sono amazzonici e lui (Henry Thoreau) sembra che ogni sera si  recasse in città per far visita ai  genitori, incontrare gli  amici  e magari  fare con loro  bisboccia.

Inoltre, anche se si  atteggiava ad essere un individuo  solitario, la sua capanna era sempre aperta a ricevere la visita di  chi  si  fosse trovato  a passare da quelle parti.

Sarà stata un’errata interpretazione del messaggio di  Henry Thoreau a far si  che, piuttosto di seguire quella che oggi  viene definita con il termine  decrescita felice, la soluzione migliore è isolarsi  dal mondo  cercando  nella natura il rimedio  a un malessere interiore.

E’ quello  che sperimentò  Christopher McCandless  durante la sua giovane vita raccontata nel libro Nelle terre estreme di  Jon Krakauer e tradotto  nel linguaggio  cinematografico  da Sean  Penn nel  film da lui  diretto Into  the wild.

Prima di intraprendere il suo  viaggio  nella natura estrema Christopher McCandless scrisse a un amico:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo

Christopher McCandless morì in Alaska nel 1992, il suo  viaggio  nelle terre estreme era durato  due anni.

Il decesso  avvenne per fame: quando  fu ritrovato il suo  copro  pesava 30 chilogrammi.

I libri     

Il primo dei due libri che voglio   presentarvi  in anteprima è appunto Walden: ovvero  vita nei  boschi

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Come può un libro all’apparenza così remoto nel tempo e nello sguardo sul mondo parlare come pochi altri al nostro presente?

Walden è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita solitaria trascorsi da Thoreau nella campagna del Massachusetts, in un capanno sulle rive del lago Walden. A queste pagine militanti e risolute, oltre un secolo dopo, si ispireranno i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo.

Ma Walden è, soprattutto, un inno all’isolamento, il resoconto di un ritorno alla natura, per arrivare dritti al cuore smarrito delle cose.

Il secondo libro parte dal  concetto  di  natura selvaggia o, per meglio  dire,  quando  esso  sia nato: lo storico  Franco  Brevini  ne parla nel  suo  libro L’invenzione della natura selvaggia.

Gli antichi sentivano naturalmente, noi invece sentiamo la natura.

Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta.

La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come costruzione culturale.

Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

Tra coloro che ripercorrono da studiosi quell’universo mille volte descritto, dipinto, idoleggiato, pochissimi possono dire di averlo anche esplorato sul campo.

Uno di loro è Franco Brevini, letterato di lungo corso e viaggiatore con una predilezione per le condizioni-limite. E ancor più rara è l’efficacia della sua scrittura, che contrappunta la riflessione intorno alla wilderness, all’ecologia e all’etica ambientale con l’esperienza diretta dei cinquemila, dei paesaggi boreali o delle giungle del Borneo. Nessuno meglio di lui sa tradurre in parole il magnetismo e le ambivalenze della natura selvaggia.

 

ALTRI SCRITTI

 

Sull’argomento natura ho  scritto:

⇒ Il bosco vive, il bosco  diventa memoria

⇒ Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Il corpo umano da (ri)scoprire: il perineo

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Mi sono spogliata dall’ansia di  aver un corpo  perfetto,

ma non avrei  mai  pensato  di  esagerare…

C.A.

Quanto  conosciamo il nostro  corpo?

 Domanda oziosa in tempo  di  ozio perché, arrivando  l’estate, la voglia di  scrivere regredisce al pari delle idee da trasformare in parole.

Quindi, venendo  al  sodo: siete sicure di  sapere tutto, ma proprio  tutto, sul vostro  corpo?

E se vi  domandassi  dove si  trova il perineo (chiamato  anche pavimento pelvico) sapreste indicarmi l’esatta posizione?

La risposta – tenendo  conto  che le mie lettrici  sono  donne colte, al pari  di  tutte le altre che non sono  mie lettrici – è  SI 

Altra domanda: a cosa serve il perineo (giuro  che è l’ultima)?

Considerando  che siamo  stati progettati affinché qualunque parte del nostro  corpo ha una sua logica, anche il perineo a qualcosa serve, e cioè:

 Il perineo è quella regione anatomica situata nella parte inferiore del bacino composta da tessuti molli e formazioni muscolo -fasciali che, disposti su tre livelli, formano una sorta di rete che chiude la cavità addominale e pelvica 

 

Gli esercizi  di  Kegel 

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Quindi  il perineo è una struttura muscolare molto  importante la cui  tonicità porta a contrastare problemi  quali incontinenza urinaria, addome prominenteprolasso  dell’utero, ma anche  problemi  sessuali  quali anorgasmia (per entrambi  i  sessi), eiaculazione precoce e problemi  di  erezione (questi ultimi, ovviamente, problemi al  maschile).

Come tutti  i muscoli anche il perineo ha bisogno  di  esercizi, in particolare una serie adatta allo scopo  che va sotto il nome di  Esercizi  di  Kegel  dal nome del suo inventore il ginecologo  statunitense Arnold Kegel (1894 – 1972) il quale, a sua volta, ha tradotto in medichese antiche pratiche yoga.

In sintesi  si  tratta di una serie di  contrazioni  del pavimento pelvico che possono essere eseguiti  ovunque e in ogni momento  della giornata (non per nulla vengono  anche definiti  esercizi  intimi) ma sempre con le dovute precauzione per non incorrere in problemi di  contrazione muscolare che, guarda caso, prendono  il nome di  contrazione di  Kegel  

Nel  video  che segue una serie di  esercizi di  Pilates per irrobustire il pavimento pelvico, mentre alla fine dell’articolo l’anteprima del libro La salute sessuale delle donne: come usare i muscoli del pavimento pelvico nelle attività quotidiane scritto  dall’educatrice della salute  Judith Moricz 

Il libro 

 

corpo umano

Judith Moricz è un’educatrice della salute, ben noto esperta nel campo della riabilitazione dei muscoli pelvici.

Judith ha dedicato gran parte della sua vita professionale allo sviluppo di quest’unico IWT® programma con gli esercizi pelvici agli uomini e donne.

Mentre per la maggior parte delle persone è naturale di allenare i loro muscoli addominali, bicipiti e glutei per rimanere in forma, ma non prestano nessuna attenzione all’allenamento dei muscoli del pavimento pelvico.

Il ruolo della vagina non si limitata solo alla sessualità e al parto. Una vagina sana è anche il muro di sostegno degli organi pelvici.

Se i muscoli vaginali  si indeboliscono, allora perde la capacità di funzionare da sostegno e può verificarsi il prolasso vaginale cioè, uno o più degli organi pelvici può scendere giù dalla sua posizione anatomicamente normale e protrude verso la vagina o fuoriesce dalla vagina.

Anche dopo intervento d’isterectomia, la vagina conserva la sua ruolo altrettanto importante di sostegno.

Dietro ogni problema di prolasso vaginale c’è l’evidenza della debolezza dei legamenti di sostegno del l’organo disceso e la debolezza del pavimento pelvico e dei muscoli vaginali.

 

ALTRI SCRITTI

 

Un paio  di articoli che ho  scritto  al  femminile

⇒ Mestruazioni: ne potrò scrivere? 

⇒ Femminismo tra azione e letteratura 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Dai funghi alle piante è tutto un mondo da leggere

Funghi

Siamo preoccupati che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso  di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Vegetale non è sinonimo di… 

Lascio a voi completare la frase del  sottotitolo, ma sono  sicura che alla parola vegetale per la maggior parte di noi l’associazione è con un mondo inerte contrapposto  a quello  animale (esseri umani  compresi).

Nulla di  ciò è più sbagliato, ad esempio cosa succede in una pianta quando una singola foglia viene danneggiata?

funghi

Non vi  sembra che dietro  a questa risposta fisiologica vi  sia un comportamento intelligente?

Il problema è che quando  si parla di  comportamento intelligente subito  pensiamo a noi, tutt’al più possiamo estenderlo  anche a qualche specie animale (rimane sempre da chiedersi  se un batterio  o  un virus abbia una qualunque forma di intelligenza) escludendo, quindi, che vi  siano  altre forme di intelligenza come, appunto, quello riferibile alle piante.

Naturalmente le difese passive  o attive delle pante non si limitano a quelle illustrate nell’immagine precedente.

Nel  caso  dell’ortica è un cocktail micidiale di  sostanze urticanti a punire la distrazione di un’ incauta escursionista (la sottoscritta) che pensò bene di planare dopo  una scivolata in un cespuglio di Urtica dioica: serotonina, istamina, acetilcolina, acido  acetico, acido  butirrico, acido  formico  sono gli  elementi  racchiusi  in una struttura chimica non ancora del  tutto  chiara ai  botanici ma, comunque, dall’effetto pruriginoso  devastante.

Di  seguito l’anteprima del primo  dei  due libri  che presento in quest’articolo

Plant revolution di Stefano  Mancuso 

Stefano  Mancuso insegna arboricoltura  all’Università di  Firenze ed è direttore del  LINV  (International Laboratory of Plant Neurobiology).

I suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo vegetale ha conquistato parte del mondo  scientifico ma, sopratutto, il pubblico  che lo segue leggendo i suoi  libri

piante

 

Una pianta non è un animale.

Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura.

E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica.

Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi.

Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

I funghi

Sono due le cose che dovete evitare di propormi semmai  (mai) vorreste invitarmi  a cena: lo zafferano  e i  funghi.

Ho  scoperto  da poco  che questa mia avversione per i funghi  ha un nome, e cioè micofobia, nome creato ad hoc dai  coniugi Wasson

I coniugi Wasson tra riti di iniziazione e programmi della CIA
Robert Gordon Wasson e Valentina Pavlovna Guercken, durante le loro ricerche effettuate in Messico sull’uso dei funghi allucinogeni presso le culture native, furono i primi occidentali ad essere ammessi a un rito di iniziazione presso i Mazatechi. Più controverse fu la questione della partecipazione di Robert Wasson al programma di ricerca della CIA denominato MKUltra (dal tedesco Mind Kontrolle Ultra) effettuato tra i primi anni’ 50 e 60 del XX secolo. Lo scopo di tale programma era quello di identificare determinate droghe che, integrate a tecniche di tortura, inducessero la confessione da parte delle persone sottoposte a tale trattamento. Robert Wasson ha sempre dichiarato di aver partecipato a questo programma, ma che in effetti non ne era a conoscenza dello scopo  reale.

Questo non mi impedisce di  parlare dei  funghi che ancora oggi  vengono  considerati come piante ma che, in effetti, hanno una tassonomia non molto  definita.

La micologia va ben oltre la semplificazione tra funghi cattivi e quelli  buoni  da mangiare (mai  fidarsi  di  chi, pretendendo di essere un esperto, propone rimedi  tradizionali con esiti catastrofici), essa studia gli innumerevoli  ruoli  che i  funghi ricoprono  negli  ecosistemi, dalla simbiosi  con le radici delle piante aiutandole ad assorbire acqua e nutrienti, al trasporto  nel  terreno dei  batteri, nonché essere una specie di  collante per il terreno  stesso rendendolo, quindi, più resistente al dilavamento.

Ma la cosa più strabiliante nei  funghi, per meglio  dire quello  che riguarda il loro  micelio, è la comunicazione interna ad esso  che non è solo chimica,  ma che riguarda anche la trasmissione di impulsi nervosi ne più e ne meno come accade nel nostro cervello.

ALTRI  SCRITTI

Parlando  di  avvelenamento da funghi  ho scritto IN PASSATO  questo  breve articolo a riguardo  che troverete in questa pagina 

Merlin Sheldrake è un giovane biologo ed ecologista laureatosi  a Cambridge dove ha continuato  a studiare le reti  di  comunicazione dei  funghi  nella foresta di  Panama.

Nel  suo  libro L’ordine nascosto – la vita segreta dei  funghi descrive ciò che il mondo dei  funghi può insegnarci guardando la vita da un altro punto  di  vista.

funghi

Da sempre la nostra esistenza è legata a quella dei funghi.

Sono elementi essenziali del nostro microbioma, l’insieme dei microrganismi che pullulano nel nostro corpo e che contribuiscono al nostro benessere. Producono sostanze con cui ci curiamo (la penicillina) o con cui modifichiamo la nostra percezione della realtà, come l’alcol e la psilobicina, allucinogeno utilizzato da sempre per mettersi in contatto con mondi ulteriori.

Formano vaste reti sotterranee attraverso cui gli alberi si scambiano informazioni e allo stesso tempo la loro capacità di digerire roccia e legno crea il terreno in cui crescono le piante. Possono sopravvivere nello spazio e prosperare tra i rifiuti radioattivi. Il potere di degradare la plastica e il petrolio greggio viene sfruttato in tecnologie rivoluzionarie che potrebbero aiutarci nella crisi ecologica a cui andiamo incontro.

Nel suo viaggio alla scoperta del regno naturale meno conosciuto il micologo Merlin Sheldrake attinge ad anni di ricerche nelle foreste pluviali di Panama. Combinando storia naturale e nature writing il risultato è un’esplorazione che solleva domande fondamentali sull’origine della vita, di ciò che chiamiamo intelligenza e identità, e offre l’opportunità per osservare il mondo da un altro punto di vista, in cui l’essere umano è solo una delle specie a contribuire alla vita sulla Terra.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Lucia Berlin

Cosa ho  combinato, cazzeggiando  a destra e a manca per tutta la vita

dai  diari  di  Lucia Berlin

Lucia Berlin, una vita riflessa nelle short stories 

Se siete assidue frequentatrici  di  questo blog (aperto  anche al  pubblico  maschile e quello  LGBTQ) vi  sarete senz’altro  accorte di  quante donne mi hanno  aiutato nella stesura degli  articoli.

Naturalmente loro  non sapranno  mai  di  averlo  fatto,  ma non per questo non mi sento  debitrice nei loro  confronti, ad esempio: Audrey Hepburn ( Audrey Hepburn, buona alla prima  ), Virginia Woolf ( Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) , Jane Austen ( Jane Austen, l’intramontabile di  cui  non si sa nulla )  e altre ancora.

A questo  Circolo delle gentile  anime trapassate (  la scrivente ci  tiene a precisare che lei è ancora in vita) aggiungo un’altra figura di  donna superlativa, e cioè Lucia Berlin (il sito  a lei dedicato   lo  trovate in questa pagina)

Se nel 2015 la casa editrice Bollati  Boringhieri  non avesse avuto  l’intuizione di pubblicare La donna che scriveva racconti forse avremmo perso  l’occasione di  conoscere una scrittrice che, attraverso lo  stile narrativo proprio  delle short stories, da vita a donne quali infermiere, domestiche o drammaticamente alcolizzate, in un certo  qual modo il riflesso della vita dell’autrice stessa.

Nel 2015 il New York  Times pose  La donna che scriveva racconti  tra i 10 migliori libri di quell’anno di conseguenza anche le case editrici  italiane si  sarebbero interessate alle opere di Lucia Berlin (in primis la Bollati Boringhieri) tanto  che al primo libro seguì poi la raccolta Sera in Paradiso (troverete l’anteprima di  entrambi i libri alla fine dell’articolo).

Una biografia in poche parole

Lucia Berlin nel 1975 (Photo. Jeff Berlin)

Lucia Brown  Berlin era una donna molto  bella con una vita travagliata, ma non per questo di  carattere arrendevole, anzi la potrei  definire una guerriera se questo  termine oggi non fosse troppo  inflazionato e riconducibile alle eroine dei fumetti.

Nasce a Juneau in Alaska il 12 novembre 1936, suo padre è ingegnere minerario mentre la madre casalinga è vittima  dell’abuso  di  alcol (cosa che, purtroppo sperimenterà nella sua vita anche la scrittrice), ha anche una sorella più piccola, Molly, che morirà per un male incurabile.

Dall’Alaska la famiglia si  trasferisce in Idaho, quindi  nel  Montana e California, passando per il Texas (alla fine la stessa Lucia Berlin disse di  aver traslocato in trentatré case), fino  a giungere a Santiago  del  Cile,  ritornando poi negli  Stati Uniti dove, studiando presso l’Università  del  New Mexico, incontrerà il suo  primo  marito: lo scultore  Paul Suttman.

Il matrimonio durerà il tempo  necessario  per mettere al mondo i  primi  due figli, poi arriva il turno  del  pianista di  musica jazz Race Newton  andando a vivere con lui a New York  nel  Greenwich Village.

E’ una vita di  assoluta povertà che non le impedisce di  coltivare l’amore: così trova nel tossicodipendente Buddy Berlin (musicista anche lui) un’amante con cui  fuggire in Messico: dalla fuga, al  divorzio  da Race e al matrimonio  con Buddy che porterà  alla nascita di  altri  due figli.

Si  separa da Buddy  Berlin affrontando  con coraggio il peso  di  allevare da sola i  quattro  figli e questo la porterà a diventare infermiera, donna delle pulizie, centralinista: lavori  che fanno le protagoniste delle sue short stories.

Purtroppo  in  mezzo c’è anche la dipendenza dall’alcol  che combatte entrando (e uscendo) dagli  Alcolisti  Anonimi.

Morirà lo stesso  giorno  della sua nascita nel 2004 a Marina del Rey circondata dall’affetto  dei  suoi  quattro figli.

I libri di  Lucia Berlin 

In effetti il titolo  originale de La donna che scriveva racconti e cioè A Manual for Cleaning Women (Manuale per le donne di pulizie) sarebbe stato più attinente considerando  le storie in esso  contenuto dove, ovviamente, non si  tratterebbe di un manuale quanto  piuttosto la necessità di  recuperare il senso  di pulizia di  vite troppo prese dalla drammaticità dell’esistenza.

Lo stesso si potrebbe dire del secondo  libro  che vi propongo, solo  che nel  caso  di Sera in paradiso vi è un fondo di  malinconia in più.

Lucia Berlin

⌈  Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli quadri: protagonista la narratrice onnisciente o vari personaggi secondari, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica; un’insegnante gay.

Soprattutto, una domestica che ritrae, lapidaria ma benevola, le signore (e anche qualche signore) per cui lavora: una storia indimenticabile, che dà il titolo all’edizione americana del libro, Manuale per donne delle pulizie.

Indimenticabile è l’aggettivo che definisce il valore di una storia breve. Tutti ricordano la signora con il cagnolino di Cechov, o la famiglia Glass di Salinger, o l’anziana donna malata di Alzheimer che si innamora di un compagno di sventura, di Alice Munro. Più difficile è ricordare uno qualunque dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver, tutti molto simili: uomini che traslocano continuamente per sopravvivere a una crisi economica non solo individuale.

Non che sia possibile ricordare tutti i personaggi di Lucia  Berlin, diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo, ma di certo il tratto pittorico dell’autrice contribuisce a fissarli nella mente; complice una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz ma altrettanto ipnotica.

 

Lucia Berlin

 

Storie di luoghi, di paesaggi, dell’intero continente americano, di donne, di bambini e di uomini.

Storie che raccontano un temporale, un’alluvione, un incendio, una notte magica.

Storie di vicinato difficile, di profughi siriani, di messicani poveri e di americani ricchi o viceversa, di musicisti e di alcolisti, di corride e di fiestas, di attrici e di gigolo.

Storie che, come quelle di La donna che scriveva racconti, evocano momenti della vita di un’autrice fuori dall’ordinario.

Storie di amore, di malinconia, di piccoli e grandi drammi, di gioie inaspettate, di cambiamenti improvvisi, e una prosa impossibile da catalogare.

Le svolte impreviste, i rapidi mutamenti di tono, i passaggi dal riso al pianto, dall’ostilità alla commozione, dalla disperazione alla felicità, il lamento prolungato che svanisce all’improvviso, ricordano la musica jazz.

Una prosa che diventa dura, sobria e riservata, quasi distaccata, proprio nel rendere situazioni che una scrittrice meno efficace e sincera vestirebbe di emotività.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Le alghe nel piatto di oggi e in quello di domani

alghe

A volte

le onde

le alte

portano  nel palmo  di una grande mano  verde

un tessuto  tremante:

La tela interminabile delle alghe.

Pablo  Neruda

Le alghe in poche parole

Quando  marciscono  sulle spiagge l’odore emanato non è certo paragonabile a un bouquet di rose.

Eppure le alghe (nome che comprende le alghe rosse, verdi, brune e microalghe) sono state finora utilizzate come fibre o integratori, senza poi dimenticare che essendo ricche di  amminoacidi, lipidi, vitamine, minerali  e acido  ialuronico, vengono  utilizzate nella cosmesi come antiossidanti e detossificanti, oltre che  per la talassoterapia

La FAO ha sempre nobilitato le alghe definendole come il cibo  del  futuro per il loro valore nutritivo e contenuto proteico.

Il mio assistente Gatto  Filippo ha preparato una piccola tabella in cui  sono  elencate alcune proprietà delle alghe (naturalmente queste proprietà possono  variare nei  diversi  tipi  di  alga)

alghe

 

Metti un alga nel piatto (ad esempio la spirulina)

In una sorta di  classifica sull’alga più commestibile e utile per l’organismo penso  che il primo posto  sia occupato  dalla spirulina.

La spirulina è in grado  di  sopravvivere in condizioni climatiche estreme e viene coltivata senza l’utilizzo  di pesticidi  e diserbanti (mi sembra logico  considerando  che vive in acqua).

La spirulina contiene il 60 per cento di proteine facilmente digeribili, nonché amminoacidi  essenziali, vitamine e minerali  tra cui il ferro ben  assimilabile grazie alla presenza di provitamina A (Beta – carotene).

Sono  presenti  anche acidi  grassi  come omega 3 e anti ossidanti  come la ficocianina (è anche un colorante alimentare).

Nonostante le proprietà di  quest’alga l’Anses (Agence nationale de sècurité sanitaire de l’alimentation et du  travail)  in un report ha ricordato che la spirulina può contenere, se non coltivata in condizioni ottimali, cianotossine, batteri  e presenza di  elementi pesanti: inutile dire nocivi  per il nostro  organismo.

spirulina

Il libro 

alghe

L’inventiva gastronomica e il talento di Matteo Vigotti,  nel  suo  ebook  Dal  mare regala un insieme di ricette di grande appeal estetico.

Lui è uno chef capace di trasformare i tanti frutti del mare, in particolare alghe e molluschi, in piatti capaci di stupire il palato e sorprendere i sensi.

Un ebook insolito e innovativo che si prefigge di far conoscere un nuovo modo di concepire il mondo gastronomico marino dalle alghe, salutistiche per il corpo umano, ai molluschi, bianchetti, uova di pesce ma anche le parti meno nobili del pesce ovvero le più economiche, da sempre scartate e inutilizzate, diventano ingredienti fondamentali per creare vere  e proprie prelibatezze.

Alghe, molluschi e pesce rappresentano un mondo naturale interessantissimo fatto di gusti, di sfumature di colore, di profumi e sapori di una delicatezza quasi impercettibile.

Proprio partendo da questi genuini ingredienti, Vigotti, all’interno del libro, racconta ricette fresche e stuzzicanti, sia cotte che crude, semplici da preparare e decisamente alla portata di tutti. Un ebook di cucina in cui è profonda la volontà di legare l’uomo al mare.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Cristoforo Colombo e le sue nascite

Cristoforo Colombo

Videro gabbianelli e un giunco verde vicino alla nave.

Quelli della caravella Pinta scorsero una canna e un tronco e raccolsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola.

Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti.

Dal  diario  di  bordo  di  Cristoforo  Colombo 11 ottobre 1492

La tradizione vuole che Cristoforo Colombo sia nato  a….

Cristoforo Colombo
Sebastiano del Piombo – Ritratto postumo di Cristoforo Colombo (1519)

Non c’è bisogno  di  essere i primi  della classe per sapere che Cristoforo Colombo  è nato  a Genova.….o forse no?

Perché se il capoluogo ligure (che è poi la città in cui  vivo  e lavoro) vuole che, insindacabilmente, il grande navigatore sia nato tra le sue mura – tale affermazione trova negli  scritti di  Paolo  Emilio Taviani la sua granitica certezza – è anche vero  che da più luoghi si avanza la pretesa (giusta o  sbagliata  che sia non sta certo  a me deciderlo) di  avere dato i natali  a Cristoforo  Colombo.

A tale proposito (e solo  come esempio) anche nel Monferrato, e cioè la cittadina di Cuccaro  Monferrato, si è candidata per avere fra i  suoi illustri concittadini l’Ammiraglio  Colombo, da ciò è nato  il Centro  Studi  Colombiani  Monferrini, il Museo Cristoforo  Colombo e, ovviamente, un sito  da cui trarre tutte le informazioni se interessati  all’argomento ( www.colombodicuccaro.com ).

….Cogoleto (?)

   La premessa che forse dovevo  fare all’inizio  di  questo  articolo è che alla sottoscritta non interessa dove sia nato Cristoforo  Colombo quanto, semmai, la storia e le vicende a seguito  della sua scoperta (vicende non sempre edificanti  se pensiamo a quelle legate ai   Conquistadores).

Comunque,  andiamo  a Cogoleto.

Cittadina rivierasca del ponente di  Genova a confine con la provincia di Savona, collegata a Varazze per mezzo  di una ciclopedonale, nata sull’ex sede ferroviaria, molto  bella e che, purtroppo, qua e là porta ancora i  segni di una violenta mareggiata di  quasi due anni fa.

Cogoleto  era conosciuta per i  cantieri  navali (non ci sono più), per l’ex manicomio  di  Pratozanino (chiuso  da parecchio  tempo  e con una superficie enorme che ancora oggi  non si  sa da cosa verrà riempita), dalla Tubi Ghisa (chiusa, anche qui  non si  sa cosa nascerà al  suo  posto) e dalla Stoppani una delle industrie chimiche  più inquinanti d’Europa chiusa anch’essa da tempo  e che ha lasciato in eredità un vasto  terreno  da bonificare dalle scorie chimiche.

Quindi alla cittadina non restava che dedicarsi  al turismo, avendo  come concorrenti Arenzano  a levante e Varazze a ponente entrambe (forse) più organizzate per il turismo (già vedo all’orizzonte un drone armato per darmi  la caccia dopo  queste mie dichiarazioni) 

Fatto  sta che all’incirca una decina di  anni  fa uno storico  locale, Antonio  Calcagno già insignito del  titolo di Cavaliere dell’ordine al  merito  della repubblica italiana, condusse una seria  ricerca storico  – archivistica, durata più di  quattro  anni, presso  gli  archivi  spagnoli da cui la scoperta che:

Tutto  sia nato da un errore di omonimia e cioè la contemporanea presenza di  famiglie Colombo ligure, e in particolare quelle di  Genova e Cogoleto, abbia ingenerato  confusione….

Ma è soprattutto  un documento ritrovato  negli  Archivi  di  Stato di Genova nel 1840 (documento  stesso  non più reperibile a quanto sembra) che parla di un atto  notarile riguardo un eredità:

Alla morte di Cristoforo  Colombo di  deve decidere a chi  spetterà l’insieme dei  privilegi dovuti  alle Capitolazioni  di  Santa Fè….

Essendo che la successione avviene in linea maschile primogenita, il primo  a beneficiarne era Diego poi, a seguire il suo primogenito  Luis e così via.

Quando non vi  sono più eredi  maschi, finalmente si  arriva a considerare le donne della famiglia, da ciò la disputa per l’eredità tra due famiglie: quella di  Bernardo  Colombo  di  Cogoleto  e quella di  Baldassarre Colombo  di  Cuccaro Monferrato.

L’allora Repubblica di  Genova per arrivare a una conclusione della faccenda, incaricò i propri  diplomatici in Spagna di  acquisire documenti inerenti a Colombo di  Cogoleto tanto  grande in Spagna

Tutto  qui!

Il libro

Cristoforo Colombo

 Non potevo  che concludere con l’anteprima del libro  di Alfredo Capone Colombo  da Genova al  Nuovo  Mondo

Eccellentissimi re, in età giovanissima cominciai a navigare e continuo ancor oggi.

La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti di questo mondo…».

Cinquecento anni fa Cristoforo Colombo ha lanciato la sua sfida al mondo e da allora il mondo continua a raccoglierla, affascinato dal mito di un uomo capace di superare le frontiere della conoscenza. Ma perché è toccato proprio a lui scoprire il Nuovo Mondo?

Una scoperta che non consiste soltanto nell’andare in un posto sconosciuto, ma anche saperne tornare, conoscere, sperimentare, rischiare, oltrepassare confini dati, reali e mentali, laici e religiosi.

Per comprendere il coraggio e l’intraprendenza di chi naviga nel Medioevo bisogna partire da lontano, da Fenici e Greci, che per primi attraversarono i mari del Mediterraneo, ma soprattutto bisogna partire da Genova, la piú atlantica delle città italiane, e dagli orizzonti aperti della sua storia.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Si è geni indipendentemente dal nome che si porta

Nome

Che cosa c’è in un nome?

Quella che noi  chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo  stesso profumo  soave.

William Shakespeare 

Il nome prima di  tutto 

Il profumo di una rosa, come ha detto il nostro  bardo,  è una sua qualità intrinseca, come il genio di  una persona si palesa indipendentemente dai  dati  anagrafici  riguardante il nome e cognome.

Così Albert Einstein sarebbe arrivato in ogni modo a scrivere l’equazione E = mc2    anche se si  fosse chiamato Paolino  Paperino.

Nome
Irene Brin (anni ’40)

 Maria Vittoria Rossi, alias Madame d’O (non pensate a Histoire  d’O), alias Marlene, Oriane ma anche Geraldina Tron,  decisamente più conosciuta come Irene Brin era indubbiamente una donna geniale.

Figlia del generale dell’esercito Vincenzo  Rossi e di  Maria Pia Luzzato, Maria Vittoria era nata a Roma il 14 giugno 1911.

Dalla madre, nata e cresciuta a Vienna,  ereditò la passione per lo  studio  delle lingue, tanto  da arrivare a parlarne correttamente cinque, ma si può dire che Maria Vittoria Rossi fin dall’infanzia ha respirato l’aria di un’agiatezza non certo  comune, vantando  la presenza in famiglia di  sindaci e Ministri della Pubblica Istruzione –  lo zio  Francesco  Rossi, avvocato  penalista fu  sindaco  di  Bordighera dal 1901 al 1907, mentre il cugino  Paolo  Rossi  fu, per l’appunto, ministro  della Pubblica istruzione e Presidente  della Commissione Parlamentare Antimafia e della Corte Costituzionale – nonchè di una cugina di  secondo grado (figlia di  Paolo  Rossi) conosciuta nel mondo letterario  con lo pseudonimo  di Francesca Duranti (alias Maria Francesca Rossi).

A ventitré anni, quindi nel 1934, è a Genova per il suo  primo  incarico  da giornalista per il quotidiano Il Lavoro.

Nel 1937  Leopoldo  Longanesi  la volle per scrivere di moda nel  nuovo periodico Omnibus considerato il primo settimanale d’informazione italiano: qui lei per firmare i  suoi  articoli  sceglierà come primo nome quello di Manù, per poi diventare Oriane in omaggio  al personaggio  di Oriane de Guermantes  invenzione di  Marcel  Proust.

Quando  Maria Vittoria divenne Irene Brin 

Fu  sempre Leopoldo Longanesi a suggerirle il nome di Irene Brin, questo  dopo  aver letto il suo articolo intitolato  Sera al  Florida che lo  lasciò entusiasta.

Il Florida
Il Florida era un locale notturno romano vicino a Trinità dei Monti, molto in voga nella fantasia degli italiani che, ascoltando programmi alla radio, lo avevano mitizzato. Irene Brin, nel suo primo, articolo firmato con questo pseudonimo, ne descrisse con sottigliezza lo squallore agli antipodi di quella idea di mondanità tanto cara al pubblico radiofonico.

Nel 1941 Irene Brin scrive il  suo primo  libro  Olga a Belgrado (anteprima alla fine dell’articolo) ispirato  dalla esperienza che ebbe durante la guerra in Jugoslavia.

Nel 1943 ritornò a Roma con suo marito Gaspero  del  Corso il quale, essendo un ufficiale dell’esercitò italiano, dopo  l’armistizio per i nazisti divenne un disertore, quindi  lui  insieme ad altri  ufficiali e semplici  soldati dovette nascondersi, per evitare di  essere catturato  e fucilato.

Fu un periodo  difficile anche per lei, tanto  che per sopravvivere dovette vendere alcune stampe   a firma di Matisse, Picasso e Morandi, solo  in seguito  trovò un lavoro  di  commessa presso una libreria d’arte romana: La Margherita.

Ed è in questa libreria che i  coniugi  del  Corso incontreranno un artista ancora non del  tutto  conosciuto e cioè Renzo  Vespignani,  il quale si presentò con molte delle sue opere, acquistate in blocco dai del  Corso  e subito  rivendute con un cospicuo guadagno.

Nel 1946 Gaspare e Maria del  Corso  acquistarono un locale in via Sistina al  numero  146 facendone una galleria d’arte, la prima aperta a Roma dopo  la guerra,  che in breve tempo  divenne famosa:  L’Obelisco.

Irene Brin (ma in seguito Maria Vittoria cambiò ancora il nome con cui  firmava i  suoi  articoli su  diversi  settimanali) continuò la sua carriera parallelamente a quella di  gallerista insieme al marito, arrivando ad entusiasmare per il  suo  stile Carmel  Snow caporedattrice di  Harper’s Bazaar che la volle subito come Rome editor nel 1952.

Purtroppo una malattia incurabile uccise Irene Brin il 31 maggio 1969, quando lei  aveva cinquantotto anni.

Oggi  riposa a Sasso  di  Bordighera, la sua casa di origine, dove lei  fece ritorno sapendo  che la fine era prossima.

Il libro

Nel 1941 Irene Brin raggiunse il marito Gaspero del Corso, ufficiale in Jugoslavia, contando di scrivere una serie di racconti e articoli per Il Mediterraneo e di non restare più di sei mesi in quella terra povera e degradata.

Vi rimase invece tre anni, durante i quali viaggiò tra Belgrado e Lubiana, incontrando città distrutte, località di villeggiatura abbandonate e campagne aride. A seguito di quell’esperienza riuscì a scrivere il suo libro più bello, l’unico in grado di mostrare chi si nascondeva veramente dietro quella che sarebbe diventata la giornalista di costume più amata e contestata d’Italia.

Fu pubblicato una sola volta, nel dicembre del 1943 e non ebbe vita facile visto che, come racconta la stessa Brin, “fu sequestrato quasi dovunque perché il titolo e il contenuto sembravano troppo favorevoli ai partigiani jugoslavi”.

Con Olga a Belgrado, Irene Brin firmò un’opera che è allo stesso tempo il diario coinvolgente di una guerra dimenticata come quella jugoslava e un romanzo per racconti capace di svelare con una modernità sorprendente il disagio e l’incomunicabilità che rende tragicamente simili tutte le guerre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥