La bella e le bestie

Evoluzione e involuzione
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Vestita con una minigonna e un giubbino  aderente,  il corpo  esile come un giunco, ballava in una fredda notte seguendo il ritmo  di una musica che solo lei  poteva sentire.

Forse, aspettando il suo  prossimo  cliente, era l’unico modo  che aveva per scaldarsi.

Prostituta? Certo, ma soprattutto un essere umano.

Non ho inventato questa figura di  una prostituta perché mi è rimasta impressa da quando una notte, rincasando dopo  una cena da amici, fermi  al  semaforo di una via di  Genova l’avevo  vista: era molto giovane e anche carina, probabilmente straniera, ma lì, al freddo, aspettando   il suo prossimo cliente,  mi sono venuti in mente quanti appellativi potevano esistere  per descriverla: prostituta (il più gentile se vogliamo); puttana (è un classico), bagascia (nel  dialettale)  e giù fino al più scadente turpiloquio.

Eppure  nessuno di  essi  mette in conto un fatto: che lei è un essere umano e, dietro  alla scelta di prostituirsi, c’è sempre un dramma e nella stragrande maggioranza dei casi  coercizione da parte dei delinquenti che vivono sulla sua pelle.

Con una buona dose di pragmatismo, sono  perfettamente cosciente del  fatto che la prostituzione esiste da sempre e continuerà ad esistere.

Se è vero che una donna (ovviamente anche un uomo) decide di  vendersi per un proprio  profitto è, secondo  me e senza pregiudizi, libero  di  farlo. Se una donna (ovviamente anche un uomo, anche se è un caso molto  più raro) è costretto a prostituirsi, il caso richiede una soluzione.

Nel 1958 

Con la legge 20 febbraio  1958 n. 75, la cosiddetta Legge Merlin dal nome della promotrice e prima firmataria la senatrice Lina Merlin, in Italia vennero  chiuse le case di tolleranza e introdotto i reati  di  sfruttamento, induzione e favoreggiamento  della prostituzione.

Con lo  spostamento della realtà politica italiana assimilata alla destra a matrice salviniana, possiamo  essere certe che si  riparlerà del progetto  di  riaprire le case di  tolleranza (che poi  sono i bordelli) o, magari, interi  quartieri  a luci  rosse questo  perché, nell’idea del proponente, si  avrebbe un indubbio  vantaggio nel  relegare la prostituzione in luoghi  fisici ben  delimitati  e un controllo  sanitario sulle operatrici  e loro  clienti.

Questo  soluzione, secondo  il mio punto  di  vista, sarebbe un modo in più per ghettizzare la donna e non certo per emanciparla dalla  subalternità  nei  confronti  dell’uomo  ancora presente in molti  aspetti  della nostra società.

Inoltre,  chi  dovrebbe gestire queste case chiuse?  Lo Stato o cooperative?

L’unico vantaggio (a parte quello  di  nascondere la prostituzione) sarebbe un introito  da parte dello  Stato sotto  forma di  tassazioni.

A questo punto  preferirei vedere riconosciuto la professionalità di  chi  autonomamente sceglie   questa professione  (le escort, ad esempio).

L’esempio di  aiuto  che parte da Genova 

il progetto HTH – Hope This Helps, finanziato  dalla Regione Liguria, mira a contrastare il fenomeno  della prostituzione , specie quello minorile, attraverso unità di strada (un furgone con operatori  idoneamente preparati  e appartenenti  alle associazioni Afet – Aquilone,  Comunità di  san Benedetto e altre ancora) con l’obiettivo  di informare le prostitute sul modo  di  contattare servizi  sociali, ospedali, avvocati, ginecologi e forze dell’ordine.

Oltre a questo  tipo  di aiuto  si  aggiunge quello  più materiale e cioè offrire a queste donne caffè, brioche e indumenti per scaldarsi ma anche preservativi.

iL sONDAGGIO 

Siete d'accordo sulla riapertura delle case di tolleranza?

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E’ un piccolo  esperimento per dare un servizio in più nel mio  blog.

Alla prossima! Ciao, ciao………


Il libro con anteprima 

Alla base della prostituzione ci sono profonde ineguaglianze economiche, politiche e sociali che rendono asimmetrici i rapporti tra clienti e prostitute. Ma, se è vero che il contratto di prostituzione dà ai clienti un dominio sulle prostitute, il grado di soggezione sperimentato da queste ultime varia enormemente. L’autrice, Julia O’ Connor Davidson,   offre un’analisi del fenomeno della prostituzione sia nei paesi economicamente sviluppati che nei paesi del Terzo mondo, utilizzando una ricerca etnografica (un totale di 399 interviste rivolte a clienti e turisti del sesso e a persone coinvolte nel business della prostituzione) unita ad una varietà di approcci teorici (sociologico, psicoanalitico, femminista).

 

Un giro di carte con i Tarocchi?

I Tarocchi
© caterinAndemme

Arcano è tutto, Fuor che il nostro  dolor

Giacomo  Leopardi – IX Ultimo  canto  di  Saffo

Scoprire il nostro io attraverso  gli Arcani

No, non ci  credo: non credo agli oroscopi (specie se sono  quelli  criptici di Marco Pesatori), come non credo alle consultatrici  di  mani, di  fondi  di  caffè, della disposizione dei  nei sparsi nel  corpo e di qualunque altra parte anatomica che possa essere letta dagli  aruspici.

Come non credo  al  malocchio, al gatto  nero che ti taglia la strada, al  passaggio  sotto una scala (comunque è sempre meglio  dare un’occhiata, non si  sa mai), allo  specchio  rotto, alla farina versata, al  vino  versato sulla tovaglia, se si è tredici  a tavola o al  venerdì diciassette.

Sennonché…c’è sempre un sennonché che manda in frantumi ogni  certezza, anche le mie a riguardo di  quanto  detto  sopra.

Sennonché    

Leggo  gli oroscopi  alla fine di ogni  anno (quelli  di  Marco Pesatori ogni  qualvolta compro il settimanale D Lei de La Repubblica) e, una sola volta nella vita, mi sono sottoposta alla lettura dei  tarocchi da parte di un’amica che, se fosse vissuta nel  medioevo, avrebbe avuto  qualche problema con la Santa Inquisizione.

Fatto  sta che le carte ebbero  ragione e….BLABLABLA!

I tarocchi

Alejandro Jodorowsky nel  suo libro  La via dei Tarocchi riferendosi agli Arcani maggiori scrive:

Ciascun Arcano  maggiore indica con chiarezza un’azione che si può riassumere in una parola.

Ne Il Matto potrebbe essere: viaggiare;  ne  Il Mago: mostrare; ne L’Imperatrice: sedurre; ne Il Papa: insegnare; ne L’Innamorato: scambiare.

E cosi  via..

Jodorowsky proseguendo  nella scrittura del  libro, aggiunge:

Eliminando  la trappola della cosiddetta Lettura del  Futuro , i Tarocchi sono diventati uno strumento psicologico, un attrezzo utile alla conoscenza di noi  stessi. Affrontando onestamente le caratteristiche  della nostra personalità deviata – identificazioni, abitudini, manie, vizi, problemi  narcisistici, autoinganni, ecc. –  possiamo  giungere alla conoscenza della nostra essenza reale, quindi  quello  che in noi è innato e non acquisito.

Non sono una fan  di Jodorowsky (anche se ho  comprato il suo libro),  ma devo  ammettere che il suo approccio  alla lettura dei  tarocchi può essere utile, per l’appunto  a far riaffiorare quei  problemi tenuti nascosti  nel profondo  del nostro  io (se non vogliamo  ricorrere alla psicanalisi  tradizionale).

D’altronde i tarocchi sono  nati non tanto per sostituire il lettino  dello  psicologo ma come semplici  carte per il gioco  d’azzardo: infatti  si  dice che giunsero in Italia   dal (misterioso) Oriente nel XIV secolo con i  segni  tradizionale, cioè Bastoni, Coppe, Denari  e Spade).

Pochi  decenni  dopo  la loro  introduzione, si  aggiunsero ai  semi  tradizionali  i Trionfi (Arcani Maggiori)  figure come l’Appeso, la Morte, il Matto, l’Imperatrice che portarono a creare giochi  di  società nelle corti  rinascimentali.

Dall’Italia questa rappresentazione dei  Tarocchi  venne esportata nel  resto  dell’Europa dando  vita a nuove forme e interpretazioni  delle carte fino ad arrivare alle conoscenze iniziatiche che filosofi umanisti propagandavano attraverso simboli  e codici  nascosti  ai più.

In effetti, alla fine del XVIII secolo, quando ormai  i  Tarocchi  erano  diventati  strumento per la cartomanzia,  Antoine Court de Gèbelin, esoterista francese, riscoprì a suo modo il lato  esoterico  dei  Tarocchi.

In epoca moderna altri  studiosi di  esoterismo, quali  per esempio Lèvi, Papus, Crowley e altri, crearono le proprie scuole di pensiero mettendo in evidenza le presunte connessioni tra i  simboli  dei  Tarocchi con i  geroglifici egiziani, oppure alla Cabala ebraica o la numerologia pitagorica.

Naturalmente la trattazione sull’argomento  Tarocchi  e loro interpretazione richiederebbe ulteriori  approfondimenti che andrebbero oltre le mie conoscenze.

Tra i tantissimi  libri  dedicati ai Tarocchi (qualcuno molto  serio altri decisamente no) vi  segnalo  quello  della giornalista milanese Laura Tuan Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi (anteprima alla fine dell’articolo).

Buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao………… 


Anteprima del libro Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi  di  Laura Tuan 

 

Credetemi: il cervello di una donna è super

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© caterinAndemme

Qualsiasi  cosa facciano le donne, devono  farla due volte meglio  degli uomini per essere giudicate brave la metà di  loro.

Fortunatamente questo non è difficile. ­

Charlotte Elizabeth Whitton 

Un cervello più giovane (quello  delle donne)

Lungi  da me voler iniziare un dibattito  sulla superiorità intellettiva femminile rispetto a quella maschile ( inserendo  nel contesto tutte le sfumature transgender) ma tant’è, a furia di  sentire uomini (alcuni, tanti)  portare avanti una presunta loro superiorità sulla donna, mi aggrappo a qualunque cosa che possa ribadire il contrario.

Come ad esempio una recente ricerca pubblicata sulla rivista  scientifica americana PNAS (Proceedings of the National  Academy of Sciences) in cui si  evidenzia come il cervello  di una donna, a parità di età, risulti  essere più giovane di  tre anni  rispetto  a quello  di un uomo (se siete interessate a tutto il report, e  se proprio  non sapete cosa fare o leggere, Pdf)

Se vi  state chiedendo  se ho interesse agli argomenti  scientifici  dal punto di  vista professionale vi  dico  subito che siete lontane anni luce dalla verità: cioè che, unicamente,  la sottoscritta trae una parte dei  suoi  argomenti  da una mole di  newsletters a cui  si  è iscritta, che siano notizie scientifiche, storiche o mondane (….no, il gossip proprio no!) diventano uno spunto per un articolo il quale , non potendo  mai  ricevere il Premio Pulitzer, trae la soddisfazione dalla vostra lettura.

Grazie…(che lusingatrice  che sono).

La ricerca in poche parole

Innanzitutto mettiamoci il cuore in pace: se il nostro  cervello  risulta essere di  tre anni  più giovane questo non si  traduce in un effetto sul nostro  corpo: le rughe saranno  sempre lì a dirci che il tempo non è solo una questione di  relatività.

La ricerca si è basata sulle scansioni  del  cervello  di 200 persone adulte di  entrambi i  sessi, misurandone il metabolismo.

Dai  risultati  è emerso  che nelle donne  il metabolismo del  glucosio ( glicolisi  aerobica)  è per così dire più ottimizzato rispetto  a quello  degli uomini e ciò comporterebbe un minor rischio legato  alle problematiche dovute all’invecchiamento.

Il libro

Al di  la degli  stereotipi basati  sulla differenza del pensare e agire tra donna e uomo è indubbio  che, riferendosi  alla fisiologia del  cervello, questa differenza esiste.

Louann Brizendine, neuropsichiatra americana e docente presso l’Università della California, nel 2010 ha pubblicato il libro The Female Brain (Il cervello  delle donne) conferma quanto  detto in precedenza e cioè che il  cervello unisex non esiste.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere? La risposta della scienza alle provocazioni e agli stereotipi sulle differenze di carattere e comportamento di maschi e femmine è che un cervello unisex non esiste. Come spiega la neuropsichiatra americana Louann Brizendine la “materia grigia” di uomini e donne è diversa fin dal momento della nascita e la peculiarità biologica delle donne – il ciclo mestruale, la gravidanza, il parto, l’allattamento, la cura dei figli – influisce sullo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale del cervello. Le prime differenze cerebrali si manifestano già dall’ottava settimana di sviluppo fetale, in particolar modo a causa dell’avvio di quella attività ormonale che condizionerà per il resto della vita i sistemi neurali di maschi e femmine. Mentre gli uomini potenzieranno in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderanno a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare i conflitti.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del libro Il cervello  delle donne di Louann Brizendine 

Cosa sarà mai “Il Fine del Saggio”?

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©caterinAndemme

 

Occulto è un termine che deriva dal latino occultus  e si riferisce alla conoscenza di ciò che è «nascosto», o anche alla conoscenza del soprannaturale, in antitesi alla «conoscenza del visibile», ovvero alla scienza ufficiale.

Il fine del saggio 

Se oggi  fossi illuminata da una da una qualunque specie formale di  saggezza, dovrei  lasciar perdere la scrittura e dedicarmi ad altro: giardinaggio, cucina, uncinetto…. 

E invece a vincere su  queste cose effimere (che poi non lo sono  affatto) è quel  tarlo che mi spinge a sedermi  davanti a questa tastiera e cercare, nel migliore dei  modi, di  riempire lo  spazio dell’editor  con parole che abbiano senso.

Dunque: Il fine del  saggio 

Scommetto che voi, tutte appartenenti alla sorellanza (e un giorno svelerò, forse, cosa intendo per sorellanza) non avete bisogno  di  ricorrere all’aiuto  di  Harry Potter per sapere che Il fine del  saggio non è altro  che il libro più esoterico  che ci  sia e meglio  conosciuto  tra gli  addetti  al lavoro  come Picatrix.  

Il fatto è che convivendo  con una persona che alterna i  fumetti  della Marvell con libri sulla stregoneria o  sul vampirismo (ma è  fondamentalmente innocuo) mi sono  ritrovata per casa questo libro e, leggendone  la prefazione, non mi sono  spinta molto  oltre alla lettura di un testo moooolto noioso:

<<Sappi, fratello  carissimo che il più grande e nobile dono che Dio  fece agli uomini di  questo mondo è la conoscenza, poiché conoscendo  acquisiamo notizia dei  fatti più antichi e di quali siano le cause di  tutte le cose di  questo mondo; di  quali  cause siano le prossime alle cause di  altre cose e del modo in cui  una cosa si  accorda con un’ altra, sicché veniamo  a conoscenza di  tutto  ciò che esiste e di come esiste, di  quale sia la gerarchia in cui  una cosa deve essere posta e in che luogo sia colui  che è fondamento  e principio di  tutte le cose di  questo mondo e per mezzo  del quale tutto è separato e di  tutto, antico  o nuovo, noi  abbiamo conoscenza>>.

Intanto chiariamo  subito che il Picatrix non è un pseudobiblia come il famoso Necronomicon creato  dal genio di L.P. Lovecraft (ne ho parlato in questo post) ma un vero libro il cui  titolo  originale in arabo  era Gâyat-al- hakîm (appunto Il fine del saggio) scritto  nel XI secolo  dall’astronomo, medico e alchimista  Abū- Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-da’im al-Majrītī ( oppure se preferite il nome in lingua  originale أبو القاسم مسلمة بن أحمد المجريطي‎) .

La diffusione in Europa del Picatrix 

Una prima traduzione del  testo  dall’arabo allo  spagnolo fu  voluta da Alfonso X di  Castiglia  (Toledo, 23 novembre 1221 – Siviglia, 4 aprile 1284): con il tempo  la versione in lingua spagnola è andata perduta mentre rimase quella in latino.

Nel  Rinascimento gli  studi del Picatrix vennero  ripresi  da personaggi  come Marsilio Ficino, Pico  della Mirandola e Cornelio  Agrippa 

Il Picatrix non fu  mai  stampato ma ebbe egualmente una grande diffusione tra il XV e il XVI secolo.

Una traduzione dal  latino in volgare fu opera del  veneziano Gianbattista Anesio  cappellano  delle monache di  san Martino di  Murano che, nel 1630, aveva appunto ripreso il testo dal  filosofo ebreo Giovanni Picatrix (svelato così il perché del fatto  che Il fine del saggio  diventa Picatrix)

Suggerimenti per attrarre l’amore di una donna 

Come ho  già scritto in precedenza non mi  sono  avventurata più di  tanto  nella lettura del Picatrix, ciò non toglie che alcune perle di  saggezza (o  suggerimenti che dir si voglia) sono abbastanza curiosi  da non poterli non riportare.

Ad esempio, un uomo che vuole attrarre l’amore di una donna, non deve far altro che:

<< Prendi cervello  di  cavallo, grasso  di porco  e sangue di lupo. Mescola il tutto  e dà il  cibo a chi  vuoi tu una porzione media di  quello  che hai  ottenuto; i risultati  saranno  sempre i medesimi>>.

Immagino che i risultati  medesimi riportati  nella formula non potevano  che essere la morte prematura del soggetto  tanto  amato!

E’ ovvio  che dietro  a questo  formule a dir poco  astruse, si  nasconde un altro  significato celato alle persone normali, ma non a coloro che avevano i mezzi per tradurre il linguaggio  esoterico  del  testo.

Chissà, forse potrei  trovare la formula per convincere il datore di  lavoro  ad aumentarmi lo stipendio….

Alla prossima! Ciao, ciao………..


 

Edizione italiana del Picatrix  

Se volete cimentarvi  nella lettura del Picatrix vi  segnalo il testo  curato  da Paolo  Aldo  Rossi, docente di Storia del Pensiero  Scientifico dell’Università  di  Genova.

Versione latina della perduta traduzione “de arabico in hispanico” – redatta alla Corte di Alfonso X il Saggio nel 1256 – dell’originale opera del X secolo (Ghùyat al Hakiûm, ossia Il fine del saggio dello pseudo Maslama al-Magriti), Picatrix rappresenta senza dubbio il testo più diffuso della magia sia teorica che cerimoniale dell’intera cultura esoterica dell’Occidente.

L’opera, una esauriente summa antologica della magia antica e medievale, – compilata in terra di Spagna fra il 1047 e il 1051 – ebbe un posto preminente nelle biblioteche dei maggiori filosofi dell’età umanistico-rinascimentale, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola, da Leonardo a Filarete, da Rabelais a Campanella. Bollata come opera empia, Picatrix divenne ben presto il manuale satanico per eccellenza, tanto che il suo autore – inizialmente confuso con Ippocrate – venne definito “Rettore della Facoltà diabolica”.

Il grande pensatore arabo Ibn Kaldum lo aveva invece definito: “il trattato di magia più completo e meglio costruito”.

Numerosi sono manoscritti databili fra il XV e il XVII secolo. Per questa edizione, si è scelta quale copia di riferimento la trascrizione fatta a Brisighella nel 1536.

(dal  sito Macrolibrarsi dove si può acquistare il testo)


 

Camminare d’inverno all’aria aperta per combattere il disordine affettivo stagionale

Un giorno d’inverno
© caterinAndemme

Benché i piedi  dell’uomo non occupino  che un piccolo  spazio sulla terra,

è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare

sulla terra immensa.

Zhuāngzǐ

L’inverno all’aria aperta

Se un giorno  d’inverno, magari  di  domenica,  inizia a nevicare e gli orsi polari  sono  gli unici a circolare per le vie della vostra città (cosa che in Alaska potrebbe capitare,  ma non alle nostre latitudini), cosa pensate di  fare?

A) Mi rintano sotto  la trapunta uscendo  solo per espletare le funzioni  vitali (e solo  quelle)

B) Divano + coperta + tisana + Netflix = Non ci  sono  per nessuno 

C) Non vedo l’ora di  uscire, di  rendere le mie gote rosse dal  freddo (se il colore passa al  blu:  attenzione non vi  siete vestite adeguatamente e state congelando) e di  respirare aria pura.

Io opto per la terza risposta, voi  fate quello  che volete ma sappiate che camminare,   correre oppure fare del  nordic- walking  nel  freddo  è una fonte di  benessere.

Lo dice (anche) John Sharp  psichiatra specialista del disordine   affettivo  stagionale presso il Beth – Israel Deaconess Center di  Boston:

La tendenza a starsene al  chiuso  quando  è freddo è naturale ma non è una buona ricetta per sentirsi  meglio: troppa poca luce solare producendo  stress crea un disagio  psico – fisico rendendo l’individuo incline alla depressione.

Immagino  che la professione di John Sharp, cioè quella di psichiatra, vi  faccia pensare che uscire al  freddo  d’inverno  sia una cosa da pazzi.

Potrebbe esserlo  se decidessi  di uscire vestita della sola pelle piuttosto  che  con un vestiario  sportivo  adeguato (quindi  non con la pelliccia che abbiamo  sottratto all’orso polare).

Benefici 

⇒ La luce solare fa aumentare la quantità di  serotonina cioè l’ormone della felicità combattendo, quindi, i casi  di depressione leggera legati  alla stagionalità 

⇒ Stando  all’aria aperta aumenta la produzione di  vitamina D che attiva il rilascio  di  serotonina, aumenta l’assorbimento  del  calcio nelle ossa, combatte le infiammazione  potenziando  il sistema immunitario  

Oltre a questi indubbi  vantaggi  fisiologici, fare attività fisica al  freddo aiuta anche alla mindfulness cioè quella meditazione – non meditazione alla portata di  tutti che semplifica un po’ (molto) la nostra vita (ne ho parlato in questo  articolo).

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Il libro 

Ho iniziato  con la citazione del  filosofo  cinese Zhuāngzǐ tratta dal libro di David Le Breton Camminare – elogio  dei  sentieri e della lentezza

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi (Feltrinelli, 2001 “come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato”. Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio. Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza. Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Anteprima del libro Camminare di  David Le Breton 

Maria Sybilla Merian pittrice e naturalista

Metamorfosi di una farfalla (1705)
Maria Sibylla Merian

Approdare in una terra sconosciuta dopo  aver attraversato un mare di parole

Decisamente lungo  come sottotitolo ma appropriato, secondo il mio  stile personale di  scrittura,  per descrivere quella sensazione che provo ogni  qualvolta entro in un una libreria, ma anche tra  le bancarelle di  libri  usati, scoprendo nuovi  autori come, appunto, fossero nuove terre  da esplorare in mezzo ad un mare fatto  di  parole.

Così è stato  quel  giorno  del novembre dello  scorso  anno (a ben  vedere solo  un paio di  mesi  fa) entrando  nella nuova libreria Il Libraccio di  via Cairoli a Genova dove ho incontrato (metaforicamente)   per la prima volta Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno, 2 aprile 1647 – Amsterdam, 13 gennaio 1717)  attraverso  l’acquisto di una sua opera: La meravigliosa metamorfosi  dei  bruchi. 

Tra il XVII e il XVIII secolo Maria Sibylla Merian diventò il punto di riferimento e il termine di paragone per naturalisti e illustratori del vecchio continente. Figlia dell’editore e incisore Matthäus Merian, occupò la difficile posizione di ricercatrice in un ambiente esclusivamente maschile. I suoi studi, compiuti da autodidatta, sfidarono la credenza che gli insetti (considerati “bestie di Satana”) fossero il risultato di una generazione spontanea originata dalla putrefazione. Si dedicò in particolare allo studio dei bruchi, ne osservò i comportamenti, scoprì che nascevano da uova e ne seguì la metamorfosi da bozzoli in farfalle, disegnandone le diverse fasi. Nacque così “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi”, pubblicato la prima volta in due volumi – nel 1679 e nel 1683 -, in cui Merian illustrò, con testi dettagliati e stupende incisioni acquarellate, l’evoluzione di oltre cento specie di farfalle. In questa edizione sono state selezionate settanta tra le tavole più suggestive di un’opera il cui valore oggi appare in tutta la sua pioneristica, magnifica visionarietà.

 

Una biografia in  poche parole 

Maria Sibylla Merian aveva scritto  di  sé:

Ritratto di Maria Sibylla Merian
Georg Gsell (1710)

Fin dalla giovinezza mi  sono dedicata allo  studio  degli insetti. Ho principiato con i bachi  da seta nella mia città natale, Francoforte. Poi ho constatato  che da altri  bruchi che non i  bachi  da seta si  sviluppano  farfalle diurne e notturne molto più belle, ed è ciò che mi ha spinto  a raccogliere tutti i bruchi che riuscivo  a trovare per osservarne la metamorfosi.

Per questo mi sono ritirata da ogni umana società dedicandomi  soltanto  alle mie ricerche. Ma, per disegnarli e descriverli  tutti  dal vero, ho  voluto  nel  contempo  esercitarmi anche nell’arte della pittura; così pure dipingevo  per me stessa su pergamena, con la più grande precisione, tutti  gli insetti  che riuscivo  a trovare, dapprima a Francoforte,  poi a Norimberga.

E’  capitato  che li  vedessero  alcuni  amatori, i quali  hanno insistito  con molta premura affinché pubblicassi  le mie esperienze per offrile alla vigile considerazione e al  diletto  degli  studiosi  della natura.

Mi sono infine lasciata convincere, e ho provveduto  io  stessa a incidere le tavole.  

La voglia di  conoscenza unito ad uno  spirito da avventuriera la fa imbarcare ad Amsterdam, nel 1699 quando  lei  aveva cinquantadue anni,   su  di una nave della Compagnia delle Indie occidentali diretta verso il Suriname (allora chiamata Guyana olandese) con lo scopo  di  ritrarre dal vivo gli insetti  del luogo.

Prima di intraprendere questo lungo  viaggio  di otto  settimane, non certo  con le comodità offerte  dalle odierne crociere e con il malanimo dei marinai pe una donna a bordo, lei  fece testamento in favore delle due figlie (Dorothea Maria, la più piccola, la seguirà in questo  viaggio)

Le due figlie, Johanna Helena e Dorothea Maria, nacquero dal matrimonio con il pittore Johann Andreas Graff che lei sposò  nel 1665 all’età di  diciotto anni.

Divorzierà dal  marito nel 1685.

Lo sguardo dell’artista è  anche quello  di una donna rivolto alle miserie di una condizione femminile resa ancor più pesante dal  colonialismo.

Infatti, scriverà nel  suo libro  Metamorfosi degli insetti del  Suriname (1705):

<<Il seme di  Flos pavonis (Caesalpinia pulcherrima) è usato  dalle donne durante il travaglio perché le fa subito  partorire. Le Indiane schiave degli olandesi, essendo  trattate con moltissima durezza, se ne servono per abortire, perché non vogliono  mettere al mondo bambini che nascerebbero  soltanto per essere miseri  come loro>>

Maria Sibylla e il labadismo 

Nel 1667 il fratello  Caspar Merian si unì in Olanda ai  seguaci del labadismo (comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Jean de Labadie e che si  ispirava al  ritorno  di un cristianesimo delle origini).

Caspar Merian insieme ad altri  adepti  si  stabilì nel  castello  di  Waltha, in Frisia, ed è qui che, nel 1685, la raggiungerà la sorella Maria Sybilla subito  dopo  il divorzio.

All’interno  della comunità lei  troverà delle regole molto  severe imposte ai  convertiti e cioè donare i propri  averi (la proprietà privata non è riconosciuta) con la totale pratica di una vita collettiva improntata alla povertà, castità e obbedienza.

Inoltre non veniva riconosciuto la validità dei  matrimoni con persone al di  fuori del credo imposto  dall’ex gesuita: questo, però, permise a Maria Sibylla di  riprendersi il suo nome da nubile.

A lenire l’eccessiva rigidità delle norme imposte alla comunità, bisogna aggiungere che alle donne era data la parità dei  diritti come quelli  degli uomini e, inoltre, venivano  anche accettate le donne sole in contrasto  con la moralità e la società dell’epoca (inutile dire che ancora oggi  tale parità non è totale nella nostra società).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del  libro Flowers, butterflies and insects di Maria Sybilla Merian

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
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Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Mindfulness: meditazione prêt-à-porter

Neuro Nature
© caterinAndemme

La vita è simile alla logica fuzzy 

Pur esagerando vorrei che teneste presente che le nostre vite possono oscillare tra due poli opposti: la grande fortuna e la sfiga più nera.

Cioè possiamo ereditare una fortuna da un lontano  parente che nemmeno sapevamo  di  avere, oppure essere colpiti da un sasso cosmico che, guarda un po’, sceglie la nostra testolina per terminare la sua corsa.

Naturalmente tra  due eventi (non necessariamente quelli  descritti  nell’esempio) se ne pongono tantissimi altri in un continuum molto ben descritto dalla logica fuzzy (o logica sfumata, la stessa che troviamo  nella tecnologia delle moderne lavatrici).

In ogni  caso  ci  siamo  assicurati una dose quotidiana di  stress che, se protratta nel  tempo o ingigantita per fattori  psicologici della persona, può causare disagio sia fisico  o mentale.

Quindi  cosa fare?

Imbottirci  di  psicofarmaci  è fuori  discussione come, del  resto, fare ricorso  a  sostanze psicotrope: non ci  resta che la meditazione.

Si, d’accordo:  fa molto  zen, ma non c’è bisogno di  rinchiuderci in un monastero buddista in Tibet e fare tutto il giorno Ommm, seduti  nella posizione del loto (padmasana: è questo il termine originale) nutrendoci  con una ciotola di  riso, perché possiamo affidarci alla Mindfulness 

Prima di  continuare un piccolo  ripasso sul funzionamento del  cervello 

Nel 1890 lo psicologo  e filosofo  americano William James  dopo  aver fatto  alcune ricerche sul cervello  e la rete neurale che lo  compone scrisse queste semplici  parole:

La materia organica, specialmente il tessuto  nervoso, sembrano  dotati  di un grado  di plasticità davvero straordinario.

L’affermazione in pratica sosteneva che il cervello degli  esseri umani non era un qualcosa di  statico ma, anzi, presentava la capacità di modificarsi anche con l’avanzare dell’età dell’individuo.

Purtroppo  la scienza non era ancora pronta a recepire l’intuizione di William James tanto  che, sedici  anni  dopo, il premio Nobel per la medicina venne assegnato al patologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal il quale, contrariamente alla tesi  dello  psicologo  americano, dichiarò perentoriamente:

Le vie nervose dell’individuo  adulto  sono un qualcosa di  fisso, compiute ed  immutabili.

Il dogma del premio  Nobel fu  presa alla lettera dalla quasi  totalità dei  neuroscienziati finché, in epoca più recente, la moderna neurologia arrivò (finalmente) a scoprire la neuro  plasticità del cervello, ovvero: la capacità dei  neuroni di  creare nuovi  circuiti modificandone la specializzazione alla quale erano  destinati inizialmente.

I libri  sull’argomento 

La lista dei  libri  sull’argomento  è molto  lunga e, tra questi, ne ho  scelti  due.

Nel  2007 Sharon Begley, giornalista scientifica del  New York Times e fondatrice della rivista Science Journal, pubblicò il libro Train your mind change your brain (La tua mente può cambiare –  Mondadori  Editore) con la prefazione del  Dalai Lama e dello  psicologo  e giornalista  Daniel  Goleman  

Là dove i confini  tra corpo  e mente si  fanno fluidi e perdono la propria rigidità, la scienza occidentale incontra  ciò che ha sempre avuto cura di  tenere a distanza: la spiritualità del  buddismo tibetano, le sue pratiche ascetiche e meditative, la sua dottrina. Gli studi  effettuati  sulle scimmie di  Silver Spring, le ricerche della scienziata Helen Neville   (deceduta nell’ottobre dello scorso anno) sui  pazienti  ciechi  o le ore trascorse in meditazione dagli yogi eremiti sulle alture sopra Dharamsala dimostrano  la stessa comprovata verità: le reti  neurali  del nostro  cervello possono  adattarsi  a svolgere compiti diversi  da quelli per cui  soo  nate e  la nostra volontà, così come l’esercizio, gli  affetti  e l’ambiente che ci  circonda possono influenzarne lo sviluppo

Quindi, come una qualunque attività sportiva, anche la mente può essere allenata e ritrovare stati  di  benessere senza nessun apporto  farmacologico.

Questa è quanto  la Mindfulness  insegna:   avere la consapevolezza delle proprie sensazioni  corporee, psicologiche e spirituali nello  stesso  attimo  che si manifestano.

Le tecniche di meditazione sono diverse, ma riconducibili  a due categorie principali: quella in cui  lo stato  di  concentrazione si  raggiunge attraverso  l’attenzione sul proprio  respiro o  oggetti  di pensiero  specifici, e quella non direttiva in cui  la concentrazione è spontanea, diretta ancora una volta sulla respirazione o  sull’ascolto  di un suono, dove la mente, nel  frattempo, è libera di  navigare in ogni  direzione.

Quest’ultimo  tipo di  meditazione è quella che da più spazio all’elaborazione di  ricordi  ed emozioni e sembra avere un ruolo  specifico  nel  riposo da come è stato  dimostrato  attraverso  analisi di  soggetti  sottoposti a risonanza magnetica del  lobo  temporale mediale destro  deputato, appunto, al  riposo.

Il secondo libro è del  biologo  e scrittore statunitense Jon Kabat – Zinn: Vivere momento per momento (anteprima alla fine dell’articolo) a differenza del  primo  può essere letto  come una semplice, ma non meno interessante, guida per praticare la mindfulness, ed infatti  nella prefazione scrive: 

Mindfulness significa prestare attenzione in particolare: con intenzione, al momento presente, in modo  non giudicante.

Descrivendola, quindi, come un modo  per coltivare una piena presenza all’esperienza del momento, al  qui  e ora.

Lo stress sembra ormai la condizione abituale di vita: toglie le energie, mina la salute, e rende più vulnerabili agli attacchi di panico, alla depressione, alle malattie. Questo è un libro sulla meditazione terapeutica per combattere lo stress e per raggiungere un più alto livello di benessere e di salute. Le tecniche su cui si basa affondano le radici nella tradizione buddista ma sono applicabili in qualsiasi contesto e orizzonte spirituale; non consistono in una serie di aride prescrizioni, ma insegnano a servirsi dei punti di forza che ciascun individuo possiede per contrastare tutti quei disturbi provocati o connessi con una condizione di stress. Il percorso della meditazione seguito e insegnato da Kabat-Zinn approda a una profonda autoconsapevolezza che apre la mente a un modo nuovo e più sereno di pensare alla salute e alla malattia, al lavoro e alla vita di relazione. E la descrizione di numerosi casi raccolti in decenni di lavoro come medico esemplificano le tecniche di meditazione e di rilassamento proposte, agevolandone la comprensione ai lettori.
Pubblicato per la prima volta nel 1990, «Vivere momento per momento» è un grande classico della mindfulness, che l’autore ha deciso di riproporre completamente aggiornato e ampliato sulla base degli studi più recenti sulla scienza della mindfulness.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


Anteprima del  libro Vivere momento per momento  di Jon Kabat- Zinn

 

Le Tavole di Courmayeur: le regole da seguire per chi frequenta la montagna (e non solo)

Piano del Valasco (Comune di Valdieri) / Parco naturale delle Alpi Marittime 
©caterinAndemme

Considerazioni dietro a una domanda

<<Come mai, secondo te, gli italiani arrivarono in ritardo  rispetto  ai  francesi  e noi  inglesi nella conquista delle Alpi?

E soprattutto, perché in Italia la cultura delle montagne non è particolarmente diffusa neppure oggi? Così almeno  mi  è sembrato  di  capire. A parte gli  alpinisti  e chi  le frequenta, fuori  da quest’ambito sembra esserci  disinteresse, un po’ d’ignoranza.

Mi sbaglio?>>

Questa domanda venne posta da Laura McCaffrey, direttrice   della rivista Outdoor,  un giorno della primavera 1993 a Marco  Albino Ferrari   durante un’escursione in Val Ferret.

Marco  Albino  Ferrari, che ricordo  essere stato  fino  all’anno  scorso (cioè pochi  giorni fa) il direttore della rivista Meridiani  e Montagne e della quale ricoprirà il ruolo  di  direttore scientifico, riportò la domanda nel  suo libro  Alpi  segrete con una risposta che in effetti era un’altra domanda:

“Perché noi  italiani – pur abitando un territorio che per il 54 per cento è montuoso – abbiamo  una così scarsa cultura delle Terre Alte? Perché  solo  gli  alpinisti e coloro che la frequentano conoscono  il mondo  delle montagne, la sua storia, la sua epica?

Naturalmente, sia lui  che Laura McCaffrey potrebbero dare una risposta molto più approfondita di  questa mia mia semplice considerazione: non c’è interesse a divulgare la cultura delle Terre Alte perché non vi è un tornaconto economico, il più delle volte, oppure, se questo esiste,  rimane nell’ambito di uno sfruttamento  del  territorio  (piste da sci, alberghi, impianti  di  risalita e blablabla )  che non ha nulla a che vedere con la conoscenza dell’ambiente montano  in tutti  i  suoi  aspetti culturali, ecologici e naturalistici.

Camminare è bello, ma farlo  con rispetto lo è ancor di più 

Non sono  una alpinista anzi, come scriveva Enrico  Brizzi nel libro  Il sogno  del  drago  (di cui   ho  già scritto in quest’articolo) , sono piuttosto un’orizzontalista (per il significato  vi  rimando  all’articolo citato in precedenza) con una certa esperienza  fatta di cammini per sentieri e carrarecce in montagna, in mezzo  ai  boschi,  qualche volta le suole dei miei scarponcini hanno macinato  chilometri  anche sull’asfalta nelle tappe di  avvicinamento, ho incontrato quindi molte persone che amano  come me   camminare e godere di  ciò che la natura offre e insegna.

Eppure, di  rado per fortuna , sono stata testimone di episodi  riprovevoli come, ad esempio, spazzatura non raccolta per essere riportata a valle, mezzi motorizzati che scorrazzano dove esiste un divieto per essi, raccolta di  fiori e pianticelle che hanno il destino  di  seccarsi in casa e quindi  diventare elemento per la raccolta dell’umido,  ciclisti  che si  lanciano  a rotta di  collo giù per i sentieri magari travolgendo la povera escursionista (indovinate chi?) che ignara della loro presenza se li ritrova dietro una curva, cacciatori (si, anche loro) che ti guardano  come se tu  fossi una derelitta  che (chissà perché)  se ne va in giro  per i sentieri con uno  zaino e ancora blablabla.

Risolto in poche righe questo mio sfogo lascio  subito  lo spazio all’elaborazione di una serie di  regole per chi  frequenta le montagne (dall’escursionista all’alpinista, dall’arrampicata sportiva all’uso  della mountain bike)  frutto della passione di un uomo, ingegnere e accademico  del  Club Alpino Italiano e cioè Giovanni Rossi   (purtroppo  scomparso il 3 aprile 2018) che le ha codificate in un testo che prende il nome di Tavole di  Courmayeur (vedi il box seguente) e di  cui  si parlerà in un workshop nella prossima primavera a Courmayeur (e dove se no?).

Alla prossima Ciao, ciao……. 


 Le tavole di  Courmayeur 

 


Alpi segrete di  Marco  Albino Ferrari (anteprima)

Visto che ho  parlato  di  questo  libro (molto bello  ed interessante) eccovi l’anteprima e descrizione:

Pochi sanno delle Alpi segrete. Eppure lassù si nascondono itinerari e storie che non si faranno dimenticare. “Le Alpi segrete sono isole meno note del grande arcipelago alpino. Isole dove sopravvive la convinzione che esistano tipi fisici speciali, o dove si trovano i segreti di vecchi alpinisti, o dove ricompare l’orso, o dove si riscoprono antiche chiese affrescate. Le Alpi segrete sono spazi sfuggiti a quel turismo che mira alla definizione di rassicuranti stereotipi. Sono invisibili perché programmaticamente ignorate dalla nostra cultura.” Quando si dice Alpi, i più pensano subito alle solite (poche) cime famose: il Cervino, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, le Dolomiti. Oppure alle località più alla moda. In realtà questi luoghi dell’industria del turismo non sono che spazi circoscritti. Oltre alle montagne da cartolina, si apre, infatti, il vasto ‘mare alpino’, un mondo appartato, in gran parte sconosciuto. Marco Albino Ferrari, che nel corso degli ultimi vent’anni ha percorso quelle vallate e quelle cime, racconta le loro storie e ci accompagna fra meraviglie ormai destinate a sparire nell’oblio, fra i ricordi dell’antica società montanara e l’epica della scoperta delle alte quote. 

Qui si parla di percezione aptica e di storie che non si conoscono

Il gatto e il canarino
© caterinaAndemme

Percepire le cose attraverso il tatto 

Percepire le cose attraverso  il tatto ha un suo nome scientifico e cioè percezione aptica.

La percezione aptica è il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto. La percezione aptica deriva dalla combinazione tra la percezione tattile data dagli oggetti sulla superficie della pelle e la propriocezione che deriva dalla posizione della mano rispetto all’oggetto (definizione tratta da Wikipedia)

Quanti  di  voi  lo  sapevano  già?

Questo non lo  saprò mai. ma posso  confessare  che per me percezione aptica aveva lo  stesso valore riguardo  la  mia  conoscenza  della lingua Klingon (Star Trek docet): ancora oggi non parlo  la lingua Klingon, ma, grazie alla segnalazione di un amico, conosco cosa s’intende per percezione aptica e cosa si può fare per aiutare coloro  che hanno  bisogno  del tatto per leggere.

Utilizzando il   traduttore italiano – klingon (giuro  che esiste) vi voglio  dedicare questa frase :

HItlha’ Suvmo’ ghIlDeSten je ‘e’ qaS jaj SoHvaD je pIq vItul 

Non essendo però sicura di  una traduzione in italiano corretta (e volendo  evitare malintesi) lascio  tutto  alla vostra fantasia.

Un aiuto ai  non vedenti  per la lettura dei libri

Gemma Carolina Bettelani

La giovane (e bella)  ragazza nella foto  si  chiama Gemma Carolina Bettelani, ha ventisei  anni ed è nata a Sarzana.

E’ una dottoranda del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione di Ricerca dell’Università di  Pisa e lavora presso il Centro  di  Ricerca E. Piaggio della stessa università (insomma, quello  che comunemente viene definito  come un cervello  che funziona al meglio delle possibilità).

Quest’anno si è aggiudicata un premio, sotto  forma di finanziamento al progetto,  nel programma Innovation  in Haptic Research per il dispositivo  da lei  progettato  e  chiamato  Readable .

Per spiegare  in cosa consiste Readable  preferisco  che siano le parole della stessa ricercatrice a dircelo:

Nel mondo ci sono 285 milioni di persone ipovedenti, di cui 39 milioni non vedenti – afferma Gemma Bettelani-. La qualità della loro vita dipende anche dall’avere accesso a contenuti testuali e grafici usando altri sensi, per esempio l’udito e il tatto. I dispositivi Braille meccanici fino ad ora prodotti spesso non hanno più di una riga, a causa degli alti costi di produzione. sono dispositivi in grado di cambiare dinamicamente le lettere, ma non riescono a convogliare molta informazione per volta.

Il mio progetto ambisce a superare queste limitazioni, creando una tavoletta a più righe, semplice e low-cost, in cui i caratteri braille vengono attuati da un magnete che li fa andare su e giù ricevendo corrente. In questo modo è possibile cambiare le lettere braille in modo dinamico, e potenzialmente  leggere su una sola tavoletta interi libri

Se volete approfondire l’argomento  vi  rimando  alla pagina dedicata del  Centro di  Ricerca E. Piaggio.

 

La colonna sonora per le tue letture (o per Le storie che non conosci)

Nel 2015 Samuele Bersani, insieme al cantautore  Pacifico e con il cameo  di  Francesco  Guccini, realizzò Le storie che non conosci in occasione del progetto  nazionale #ioleggoperchè per la promozione del libro  e della lettura organizzato  dall’AIE (Associazione Italiana Editori

Vi confesso  che il brano  è talmente bello  che ogni volta che lo  ascolto  devo  correre a leggere un libro…come adesso.

Alla prossima! Ciao, ciao……… 

Le storie che non conosci