Finalborgo – Bric della Croce – Finalborgo

Finalborgo

I camminatori  sono persone singolari,

che accettano per qualche ora o  qualche giorno

di uscire dall’automobile

per avventurarsi  fisicamente nella nudità del mondo

David Le Breton

Due parole prima di iniziare

Nelle vesti  di  camminatrice l’antropologo e sociologo francese  David Le Breton  mi vedrebbe come persona singolare?

E’ una domanda che dovrei  rivolgere direttamente all’autore di Camminare: Elogio  dei  sentieri e della lentezza (anteprima alla fine dell’articolo  nella sezione Parole in anteprima) ma che rivolgo  anche a voi: vi  considerate, dunque, persone singolari perché appassionate(i) di  escursionismo, cammini o trekking? E fino  a che punto  lo siete?

Vi ricordo  che, desiderandolo, potete rispondermi direttamente dalla  home del  sito attraverso il modulo messaggi.

L’itinerario:  da Finalborgo  al  Bric della Croce 

L’anello  escursionistico  che vado  a descrivervi non è solo piacevole per gli  spunti  paesaggistici  e storici  che incontreremo  lungo il percorso, ma lo è anche perché il fulcro  del percorso è Finalborgo, cioè quello  che io  considero  essere uno tra i  borghi più belli della Liguria di ponente, meta di  sportivi appassionati  di arrampicata ed escursionismo, nonchè di  mountain -bike: la presenza  di  vari negozi  di  articoli  sportivi specializzati  nell’outdoor  all’interno  delle mura del  borgo ne sono la testimonianza.

A questo  si  aggiungiungono diverse opportunità per l’ospitalità offerte da B&B e agriturismi, nonchè  una scelta più che buona per la ristorazione.

Finalborgo
Finalborgo
Panorama di Finalborgo dal forte San Giovanni

Finalborgo è uno dei tre borghi che compongono Finale Ligure, gli altri due sono Finale Marina e Finalpia.

Finalborgo è situato nell’entroterra a pochi chilometri dal mare, chiusa tra le mura di cinta si accede a esso attraverso Porta Reale, Porta Romana, Porta Testa e Porta Mezzaluna, la quale  è posta sotto il forte San Giovanni che incontreremo subito dopo l’inizio del nostro percorso.

La nostra visita turistica non deve assolutamente escludere  quella  al  convento  di  Santa Caterina (è la vostra Caterina che ve lo  consiglia)


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Si parte dalla Piazza del  Tribunale seguendo il segnavia con stilizzata la sigla VP (Via del Purchin) quindi,  procedendo sulla strada Beretta (o Strada della Regina), passeremo Porta Mezzaluna poco  al  di  sotto  del  forte San Giovanni.

Forte San Giovanni e la Strada Regina
Finalborgo
La Porta della Mezzaluna

Costruito dagli spagnoli nel Seicento su di un precedente fortilizio, Forte San Giovanni si erge su Finalborgo a cavallo tra la Valle del Pora e quella dell’Aquila.

Il forte venne abbandonato dagli spagnoli nel 1700 e successivamente parzialmente demolito da Genova nel 1715.

Nel 1882 divenne sede di un carcere per poi essere definitivamente dismesso all’inizio del XX secolo.

Nel 1984 iniziarono i lavori di restauro che portarono Forte San Giovanni alle condizioni originarie.

Il 20 agosto del 1666 Margherita Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, dopo essere sbarcata dalla nave Reale spagnola a Final Marina, intraprese il suo viaggio per andare in sposa all’imperatore d’Austria Leopoldo I d’Asburgo, da qui il nome di Strada della Regina.

Tra il 1674 e 1678 l’ingeniere militare  Gaspare Berretta apportò notevoli interventi di miglioria alla strada.

Per la visita al Forte san Giovanni  vi  rimando  al  sito del  MUDIF (Museo Diffuso  del  Finale).

Proseguendo  lasciamo alla nostra sinistra la deviazione che porta alla visita di Castel Gavone (segnavia due bolli rossi) eretto sul colle del Becchignolo   alla fine del XII secolo  dalla famiglia Del Carretto  signori  di  Finale.

Ci dirigiamo a sinistra verso  Perti sulla strada asfaltata per   arrivare in breve tempo a una mulattiera a destra nei pressi  di  alcune case, qui il sentiero inizialmente si presenta pianeggiante per poi salire in maniera decisa fino ad uscire dal bosco in una zona pianeggiante dove troveremo il piazzale della dismessa cava della Rocca di   Perti (palestre di  arrampicata in zona).

Finalborgo

Da qui, con alcuni  saliscendi  nel  bosco seguendo la traccia di un piccolo sentiero, si  arriva  in breve tempo al  Bric della Croce con uno stupendo panorama che spazia sul litorale fino all’isola della Gallinara, peccato  solo per il nastro  d’asfalto  dell’A10 che disturba un po’ la visione (d’altronde le autostrade ormai  le usiamo  tutti per comodità)

 Prestando  ben  attenzione al  salto vertiginoso posto pochi  a pochissima distanza  dalla croce (nella foto il mio  sorriso  nasconde una certa apprensione in quanto sofferente di vertigini) possiamo  rispondere all’invito scritto  nel  libro  di  vetta e cioè completare la frase Cade la foglia…Elena, continua tu…..  

Dal Bric della Croce a Finalborgo

Adesso  non ci  resta che ritornare a Finalborgo incominciando  a scendere per un sentiero non molto  agevole a cui si  aggiunge la difficoltà iniziale nel  trovare i  segnavia (comunque non c’è nessuna alternativa alla discesa se non il baratro  alla nostra sinistra).

Finalborgo
Il (presunto) Grottino del Bric della Croce

Prima di  arrivare alla località Cianassi (ampio parcheggio se desideriamo  arrivare al Bric della Croce in senso inverso  senza passare da Finalborgo) incroceremo  una grotta con due aperture: il Grottino del  Bric della Croce (non giurerei, però, che questo  sia il suo nome…..).

La strada del ritorno con Caterina in posa (…è più forte di me)

A questo punto si può dire che la parte dell’itinerario escursionistico  diventa una facile camminata in quanto proseguiremo su  di una stradina asfaltata con scorci  sul nucleo abitato di Montesordo fino ad arrivare alla chiesa di  Nostra Signora di  Loreto (più conosciuta come Chiesa dei  Cinque Campanili)

Chiesa di Nostra Signora di Loreto (oppure Chiesa dei Cinque Campanili)

Finalborgo

La chiesa di Nostra Signora di Loreto venne costruita intorno al 1470 sotto committenza della famiglia dei Del Carretto e posta in un ambiente allora perfettamente rurale.

Essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura religiosa rinascimentale ligure. I modelli di riferimento possono essere riconosciuti nella Sacrestia vecchia, opera di Brunelleschi per la chiesa di san Lorenzo a Firenze, ma soprattutto nella cappella Portinari in Sant’Eustorgio a Milano.

Osservando i pilastri angolari della chiesa si possono notare le targhe in Pietra di Finale con gli stemmi dei Del Carretto e di Viscontina Adorno, moglie di Giovanni I del Carretto.

Dopo questa piccola disgressione culturale riprendiamo  il nostro cammino per abbandonare l’asfalto scendendo, quindi, per una mulattiera che in seguito  si  trasformerà in strada a fondo  cementato.

Arrivati in prossimità dell’agriturismo Ai Cinque Campanili si  continua a scendere fino  a raggiungere la borgata Sottoripa caratterizzata (purtroppo) da ormai in rovina.

Qui  ritroviamo il nostro  segnavia VP che in breve ci  riporterà al nostro punto d’inizio e cioè in Piazza del  Tribunale.

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato.

Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio.

Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza.

Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Da Calvisio ai  ciappi: un’escursione nella preistoria

Collina del  Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Oasi  Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Milano: l’amaro è storia passata

Milano

Milano rinasce ogni  mattina,

Milano è positiva, ottimista, efficiente.

Milano è da vivere, sognare e godere.

Milano da bere

Tratto dalla campagna pubblicitaria per l’Amaro Ramazzotti (1985)

Milano (non quella da bere) nei pensieri  di una genovese 

Nè birra o vino, tanto  meno un Amaro Ramazzotti: per una come me alla quale bastano un paio  di boeri  al  rhum per entrare nelle grazie di  Bacco, Milano  non è per nulla la città glamour degli  anni ’80 (Tangentopoli compresa) descritta in uno  spot che oggi  suona tanto  di  ridicolo, ma è la metropoli  che mi affascina per modernità e cura delle testimonianze del  suo  passato.

D’altronde, avendo lavorato in Brianza per un tot di  anni in una multinazionale svizzera che si occupa di portare persone e cose su e giù negli  edifici,  un po’ di  milanesità  è entrata a far parte del mio DNA…….. (il resto è pura genovesità).

Quindi, astemi oppure no, seguitemi in questa  succinta descrizione di  due siti  di  questa stupenda (si, ho scritto proprio stupenda) metropoli.

Milano da bere (negli anni'80)

Milano da bere è un’espressione giornalistica, originata da una campagna pubblicitaria che definisce alcuni ambienti sociali della città italiana di Milano durante gli anni 80 del XX secolo.

In questo periodo, la città era assurta a centro di potere in cui si esercitava l’egemonia del Partito Socialista Italiano (PSI) del periodo craxista.

Si trattava di un decennio caratterizzato dalla percezione di benessere diffuso, dal rampantismo arrivista e opulento dei ceti sociali emergenti e dall’immagine alla moda

Testo  tratto  da Wikipedia

Milano e il suo museo  di  design

Milano

La sede dell’ADI Design Museum è il classico  esempio di una struttura industriale dismessa e poi riconvertita in un intelligente progetto museale: dove una volta esisteva il deposito dei  tram  a cavallo della Società Anonima Omnibus e, dal 1896, centrale elettrica e in seguito impianto  di  distribuzione dell’elettricità (all’interno  dell’area espositiva sono visibili parte delle apparecchiature),  sorge oggi  il più grande  museo d’Europa  dedicato al design.

Al  suo interno, in maniera permanente, è visibile la collezione del  Compasso  d’Oro e cioè il premio  dedicato al  design che sessantasette anni  fa (quindi  nel 1954…..se non avete voglia di  fare conti)  fu voluto da  Giovanni (Gio) Ponti  e che ogni  due anni  viene assegnato dall’Associazione per il disegno industriale.

Curiosa è la sezione Uno a Uno in cui  vengono proposti  al  visitatore copie di progetti di uno  stessa tipologia ma separati dal tempo: così, ad esempio, la presentazione della Fiat 500 del 1959 e quella del 2011 entrambi  vincitrici del Compasso  d’Oro  nei  rispettivi  anni.

L’allestimento del  museo è stato  realizzato  dagli  studi di  architettura Migliore+Servetto Architects  (da questo  studio  è nato il progetto  e la realizzazione del  Blue Line Park, il parco  urbano nato  sul tracciato  di una ferrovia dismessa che collega il quartiere di Haenduae nella città di Busan (Corea del  Sud) al  centro balneare di Songieong…..  se andrete in futuro da quelle parti, adesso  sapete chi  ha progettato il tutto)  e Italo Lupi.

ADI Design Museum (INFO)

Milano CityLife 

Milano

WOW! avrei  potuto  anche usare espressioni  quali caspita, però, perbacco, cavolo, ****** (quest’ultima volutamente censurata), ma la meraviglia alla vista delle tre torri di  CityLife (e di  tutto  ciò che lì  era intorno) mi ha indotto a esprimermi  con quel wow! 

Milano
L’area occupata dalla vecchia Fiera di Milano (1963)

Non che io  vada in giro esprimendomi sempre in questa maniera (anzi non sopporto anglicismi quali location, call, lockdown, breafing, mission, fashion, cool, outfit etc…..), tanto meno provengo dal  deserto  del  Kalahari dove è difficile imbattersi in suddette costruzioni, ma la trasformazione di un’area metropolitana, come quella occupata  dalla vecchia Fiera, in un progetto  di  valorizzazione della stessa in chiave ultramoderna (magari fra un centinaio  di  anni questa modernità sarà essa stessa storia) e polo  di  attrazione sia per chi vive a Milano,  e sia da chi, turista come la sottoscritta, ne è attratta per la valenza architettonica.

CityLife il progetto

Milano

Nel 2004 viene indetto una gara internazionale per la riqualificazione della vecchia area fieristico (la prima Fiera risale al 1920) che verrà spostata al nuovo polo di Rho – Pero l’anno seguente.

Il vincitore del concorso internazionale sarà il progetto CityLife.

Nel periodo tra gli anni 2007 – 2008 compreso si procede con la demolizione dei venti padiglioni della vecchia fiera con criteri avanzati dal punto di vista ambientale per salvaguardare le zone limitrofe al cantiere. Inoltre in questa fase si procede al salvataggio degli alberi presenti per essere ripiantati nel parco pubblico della futura area.

CityLife


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Le tre torri 

Milano

Infine loro: un’architetta e due architetti ( chiamateli pure archistar se volete) che con il loro  genio  creativo hanno dato  un’impronta più che visibile al progetto  CityLife

3 Archistar per 3 Torri
Zaha Hadid

In alcune interviste veniva descritta nel possedere un carattere molto spigoloso e donna iperattiva, sempre in prima linea a denunciare la misoginia presente nell’ambito professionale come quello della vita di ogni giorno.

Ha firmato progetti in tutto il mondo (Maxxi di Roma, il Galaxy Soho a Pechino, il ponte Sheik Zayed a Abu Dhabi solo per citare alcuni esempi).

Nel 2004 è la prima donna a conseguire il Premio Pritzker (che ricordo essere considerato come il Nobel per l’architettura), a cui segue il Premio Sterling negli anni 2010 e 2011.

E’ stata una delle massime esponenti della corrente decostruttiva.

Nel 2010 il settimanale Time la include tra le 100 personalità più influenti al mondo.

Zaha Hadid muore il 31 marzo 2016 all’età di sessantasei anni.

Arata Isozaki

Nasce a Ōita il 23 luglio 1931.

Si laurea all’Università di Tokyo nel 1954 diventando allievo di Kenzō Tange.

Nel 1963 fonda l’Arata Isozaki & Associates.

Nel 1986 viene insignito di medaglia d’oro al RIBA (Royal Institute of British Architect)

Nel 2019 vince il Pritzker Prize.

Tra i suoi progetti va ricordato il Palasport Olimpico di Torino (2006)

Daniel Libeskind

Nato a Lødz in Polonia il 12 maggio 1946 si iscrive alla facoltà di architettura della Cooper Union di New York laureandosi nel 1970.

Si trasferisce a Londra per specializzarsi in Storia e teoria dell’architettura presso l’Università dell’Essex.

Dal 1978 ricopre la carica di direttore del Dipartimento di Architettura alla Cranbrook Academy of Art e Design.

Nel 1985 si trasferisce a Milano dove fonda un laboratorio didattico no-profit.

Nel 1989 lascia l’Italia polemicamente definendo il nostro Paese un bellissimo posto dove vivere ma inadatto alla professione di architetto.

Si trasferisce a Los Angeles per lavorare presso il Center for the Arts and the Humanities.

È il racconto di una Milano che accoglie e trasforma, che sfida e affossa, che dona anche la forza di ricominciare sempre tutto da capo.

Ma è anche un racconto di storie, di film, di libri, di donne, di uomini, di esseri umani.

Di Camilla Cederna, Mariangela Melato, Giorgio Gaber, Alda Merini, Dino Buzzati.

Di angoli segreti, di chiese nascoste. Di serenità ricercate e raggiunte quando ci si mette in ascolto.

Anche Lucio Dalla dedicò una sua canzone a Milano…..

Hilma af Klint, la pittrice e medium

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Collina del Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Collina del Dego

Quando  ci  si  abbandona la mondo senza tetto  e senza guscio,

quando si  sente fisicamente intorno  a se l’infinità dei  paesaggi,

quando nulla arresta lo  sguardo, da qualsiasi  punto  cardinale ci  si  volga,

quando  la strada si stende a perdita d’occhio davanti  e dietro,

probabilmente ci  si  sente rinfrancati dal  camminare avvolti  dal  proprio  odore,

al  quale sembrano  ridursi tutte le ricchezze di  cui ancora   si  dispone

Tratto da Il Cammino Immortale di Jean-Christophe Rufin

Dalla Collina del Dego  al Parco dell’Adelasia

Ho più volte accennato nei  mei  articoli  che la Liguria ha un entroterra che offre svariate opportunità a chi  abbia il desiderio di  camminare nella natura: dalla più volte celebrata Alta Via dei  Monti  Liguri fino agli innumerevoli sentieri che innervano la zona montuosa o, più semplicemente, quella collinare.

A protezione di  questa ricchezza con il tempo  sono  state istituite in Liguria zone tutelate da specifici  regolamenti per la salvaguardia dell’ambiente naturale: l’itinerario  che vado a proporvi lega due parchi, quello  della Collina del  Dego  e quello  dell’Adelasia, in una bella e facile escursione.

L’itinerario 

Per raggiungere Pian dei  Siri, punto  di partenza del nostro itinerario, da Albisola ci  dirigiamo  verso il Colle del  Giovo, quindi  seguiamo la direzione Pontinvrea – Giusvalla e da quest’ultima verso  la frazione Girini  quindi, percorrendo la strada comunale Girini -Ferriera, dopo  la borgata Porri (finalmente) si  arriva a Pian dei  Siri ( 675 metri) dove è possibile parcheggiare nei pressi  di un pannello indicante i percorsi  della  Collina del Dego.

La Collina del Dego

Collina del Dego

L’area protetta della Collina del Dego (inclusa in un Sito di Importanza Comunitaria o Sistema Ambientale delle Bormide) confina a sud con la Riserva Naturalistica dell’Adelasia estendendosi per 225 ettari.

La zona collinare culmina sulla cima di Piazza Grande a 830 metri di altezza (qui è collocato un cippo in ricordo della guerra tra le truppe francesi e quelle austriache nell’aprile del 1796. La zona fu anche teatro della guerra partigiana contro i nazi – fascisti durante l’ultimo conflitto mondiale).

Nella Collina del Dego è notevole la copertura boschiva, con estese faggete miste in alcuni tratti con il castagno e rovere. La flora, tipica dell’Appennino, è quella caratteristica del clima fresco e umido (la raccolta dei funghi è regolamentata). Tra la fauna spicca la presenza della salamandra pezzata e del gambero di fiume, mentre tra i mammiferi troviamo il capriolo. L’Avifauna comprende anche il picchio verde e il picchio rosso maggiore.

Il nostro itinerario seguirà il segnavia B1 che, pressoché da subito, si  biforcherà essendo un percorso  ad anello: noi seguiremo il tracciato  sulla nostra sinistra.

NOTA: In questo caso, all’inizio,  il sentiero  passa in mezzo  a un cantiere per il ripristino del  terreno  dopo gli  smottamenti dovuti  alle piogge recenti: nei  giorni  festivi si può liberamente (o  quasi) passare in quanto i lavori  sono  fermi. 

All’incirca dopo  quaranta minuti  di  cammino, ma il tempo di percorrenza è sempre un dato  soggettivo, si  arriva all’area picnic del  Boscaiolo  da questo punto, tralasciando una piccola deviazione verso  la Fontana del  Baggio (fonte), proseguiamo  verso la cima di  Piazza Grande e quindi al pianoro de Il Pilone contraddistinto da un pannello  e un tavolo in legno  per la sosta.

Collina del Dego

Lasciamo  il segnavia B1 per seguire quello  contraddistinto  dalla sigla  BN (Bormida Natura  e cioè  un  percorso più lungo che inizia da Piana Crixia): da questo punto  entriamo nella Riserva naturalistica dell’Adelasia: nel  box seguente una mappa della rete escursionistica interna all’area (la mappa la potete scaricare a questo indirizzo).

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Adesso il sentiero  si presenta con una piacevole discesa su  di un letto  di  foglie e tra i faggi  fino all’arrivo  a un bivio  dove un palo  con cartelli  segnaletici ci indica la direzione verso  Cascina Miera.

Collina del Dego
Cascina Miera (chi sarà mai quella donna con il berretto rosso?)

Dopo una piacevole sosta non ci  resta che ripercorrere all’indietro i nostri passi  per raggiungere Pian dei  Siri dove abbiamo  lasciato il nostro  mezzo.

Sono debitrice di  Jean-Christophe Rufin per la frase tratta dal  suo  libro Il Cammino Immortale che avete trovato all’inizio  dell’articolo, per cui  mi sembra giusto pubblicarne l’anteprima

Con oltre un milione di visitatori dal 2005 ad oggi, Santiago di Compostela è senza ombra di dubbio una delle mete di pellegrinaggio più gettonate dei nostri tempi.

Tra viandanti, mistici, coppiette in scarpe da ginnastica e turisti seduti sui sedili di comodi pullman, il medico e autore di best seller Jean Christophe Rufin affronta il suo personale apprendistato del vuoto: ottocento chilometri da Hendaye, all’estremo sudovest della Francia, fino alla maestosa Cattedrale di San Giacomo.

Un lungo tragitto raccontato con piglio demistificante, ironico, intenso. Tra dettagli concreti, riflessioni storiche e religiose e il desiderio di smascherare gli impostori degli ultimi chilometri, l’autore restituisce al Cammino per antonomasia la sua verità. Si tratta di una verità fatta di organizzazione capillare ed esasperante improvvisazione; di fango, case sbilenche e meravigliose coste battute dalle onde; di pellegrini solitari ingabbiati in una lunga sequenza di mode e tic alla ricerca di se stessi.

È un percorso che può cominciare ovunque, e finire nella piazza dell’Obradoiro o tra le pagine di un libro. Perché anche se la caratteristica del Cammino è far dimenticare in fretta le ragioni per cui si è partiti, la strada continua ad agire su chi l’ha percorsa.

Lo fa lentamente, in maniera sottile e discreta, come è nel suo stile. Un’ alchimia dell’anima che non necessita di spiegazioni. Basta partire, lungo i sentieri o sulla carta poco importa.

Come Rufin ben sa, il Cammino immortale è fatto per chi va alla ricerca di niente.

Tranne la voglia di continuare ad andare.

Sepino, un nuovo  Parco  archeologico in Italia 

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano

Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Parco Deiva, l’anello di Pian dell’Erro

Parco Deiva

⌈...Ero  sporco, colavo sudore, ero stanco  morto e abbastanza malmesso da far girare i  passanti.

Ero  di  nuovo un escursionista

Tratto da Una passeggiata nei  boschi  di Bill Bryson

Deiva, un parco  per tutte le stagioni

Forse è un’esagerazione la descrizione che Bill Bryson da di  se stesso nelle vesti  di  escursionista – la sua esperienza, descritta in Una passeggiata nei  boschi, è quella della traversata dell’Appalachian Trail che, con i  suoi  3.400 chilometri, non è propriamente una passeggiata –  ma, in effetti, dopo un’escursione abbastanza lunga la sottoscritta si  considera molto lontana dall’essere considerata  un mazzolino  di  rose.

In ogni  caso l’escursione che sto andando a descrivere pur essendo immensamente più corta di  tanti  altri  Cammini o  trekking, richiede un minimo di preparazione per affrontare tratti  di  terreno  accidentato: ma ciò lo  descriverò meglio in seguito (vi  assicuro, comunque, che non incontreremo nessun ponte tibetano  o la richiesta  di  scalare  una cima himalayana).

Foresta della Deiva, alle porte del  Sassello

la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole d visita dal punto  di  vista turistico ma anche gastronomico (come i famosi  amaretti  del  Sassello).

Da Albisola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo oltre la frazione Badani, immediatamente dopo il distributore di  benzina posto sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, nell’ultima parte, riguarderà anche la nostra escursione.

L’itinerario

Parco Deiva

Ci incamminiamo verso il castello Bellavista (che ritroveremo  nell’ultima parte del percorso) per poi  seguire le indicazioni  verso il Lago  dei  Gulli (a quest’ultimo itinerario  ho precedentemente  dedicato un articolo, il link lo  troverete alla fine nella sezione Caterina ha scritto  anche…).

NOTA: una piccola deviazione verso  Casa Ressia ci  condurrà all’ononimo rifugio, punto  tappa per l’acquisto  di  generi  alimentari o un semplice caffè (aperto  solo  nei  giorni  festivi).

Il sentiero  è molto piacevole con ampie aperture panoramiche (può capitare di incrociare cavallerizzi e cavalli…..dromedari, quelli no) seguendo il segnavia tratto  giallo  sormontato da pallina dello  stesso  colore. 

Parco Deiva

Giunti alla località chiamata Lombrisa, il segnavia da seguire sarà un triangolo  giallo  rovesciato.

ATTENZIONE
Questa parte del sentiero è indicato per escursionisti esperti.

E’ vietata la percorrenza in condizioni di fondo bagnato o in presenza di neve o ghiaccio.

Non percorribile in caso di allerta meteo di qualsiasi livello

Dopo alcuni  chilometri  di  sentiero (guardate la cartina interattiva per meglio comprendere le distanze) giungiamo a Case Pian d’Erro.

Da questo punto il percorso, indicato con un T gialla rovesciata, si inerpica per arrivare a congiungersi con l’anello  del Sentiero  Natura della Deiva.

Parco  deiva

Ora il segnavia da seguire diventa un rettangolo  giallo: è la parte conclusiva di  questo itinerario poco  prima del  termine possiamo fare una sosta nell’area attrezzata del castello Bellavista (meritatamente..).

Avendo preso in prestito una frase del  libro di Bill Bryson Una passeggiata nei  boschi, mi sembra opportuno pubblicare l’anteprima di un libro  che ho  trovato molto scorrevole e ironico  al punto  giusto.

L’Appalachian Trail, che dalla Georgia al Maine taglia quattordici stati americani snodandosi per oltre 3400 chilometri, è il capostipite di tutti i sentieri a lunga percorrenza e dimora di una delle più grandiose foreste della zona temperata del globo.

All’età di quarantaquattro anni Bill Bryson, in compagnia dell’amico Stephen Katz – decisamente sovrappeso e fuori forma – si cimenta nell’impresa di percorrere il leggendario sentiero.

Nessuno di loro ha la minima cognizione delle norme elementari di sopravvivenza nella natura selvaggia, e l’escursione dei due cittadini, abituati a camminare nei civilizzatissimi spazi dei centri commerciali, si svolge all’insegna di una divertita incoscienza, tra spassosi contrattempi, bufere di neve, nugoli di insetti spietati, incontri con animali selvatici e con l’improbabile umanità che popola il sentiero.

Foresta della Deiva, l’escursione 

Sassello andata e ritorno (i sentieri  della Liguria) 

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Birra, bionda, rossa o nera…ma che sia birra

Birra

Senza ombra di  dubbio la più grande invenzione nella storia del genere umano è la birra.

Oh, vi  garantisco  che la ruota è stata anche una bella invenzione,

ma la ruota non si  accompagna altrettanto  bene con la pizza

Dave Barry

Birra, produzione, tipi e noccioline (a parte)

Aspettando  che Elon Musk  alzi il sipario sulla sua GigaBier (e già immagino che andrà a ruba a prezzi stratosferici) mi  accontenterò di  scrivere qualche riga su  questa bevanda: lo  farò da semi-astemia quale sono, per cui l’articolo  è da intendersi come puro intrattenimento (le noccioline, appunto, sono a parte).

Ovviamente per una consulenza  mi  sono  avvalsa dell’aiuto di  Gatto  Filippo buon conoscitore delle bionde,  rosse o  nere……

Birra

Quanti  sono i tipi  di  birra?

E’ sempre Gatto  Filippo  a rispondere:

Le birre

Una ricetta (alla birra s’intende)

Non potevo lasciare che il mio  gatto preferito, nonché tuttofare, si  accollasse tutta la fatica (si  fa per dire) di  scrivere, per questo  voglio  contribuire con una ricetta:

Birra

Se siete invidiosi di  Elon Musk  e pensate che anche voi  potete progettare una birra, questo libro penso  che sia per voi…

Formule, ingredienti, pratiche brassicole storiche e attuali – tutto questo e altro ancora è contenuto in Progettare grandi birre: La guida definitiva per produrre gli stili classici della birra.

Basandosi su informazioni raccolte da registri di vecchie birrerie, libri, analisi birrarie moderne e centinaia di ricette premiate, l’autore Ray Daniels ci offre una grande quantità di dati sulle tecniche brassicole storiche e contemporanee e sugli ingredienti utilizzati per quattordici tra i più noti stili birrari ad alta e bassa fermentazione.

Ray Daniels  offre, inoltre, calcoli di produzione per pianificare e adattare ricette birrarie, nonché dettagli sulle materie prime.

Destinato sia all’homebrewer esperto sia al birraio artigianale professionista, Progettare grandi birre unisce le informazioni tecniche contemporanee alle tradizioni storiche allo scopo di creare una guida a tutto tondo  degli stili classici.

Riso, risotti e un po’ di  storia

Gastrofisica: ovvero mangiare con tutti i sensi

La salute nelle Linee guida per l’alimentazione

♥ Alla prossima (e Buon Halloween)! Ciao, ciao…..♥♥

Esploratori urbani e extraurbani (ma sempre curiosi)

Esploratori

Ci  sono  cattivi esploratori  che pensano che non ci  siano terre dove approdare

solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno  a sé

Francis Bacon

Essere esploratori anche senza essere Lara Croft 

……..oppure Indiana Jones se preferite

A chi non piacerebbe almeno una volta nella vita indossare i panni di  Lara Croft, soprattutto avere il physique du rôle di  Angelina Jolie oppure di Alicia Vikander, entrambe protagoniste nelle rispettive versioni  di  Tomb Raider nei panni della bella eroina.

Le due Lara a confronto
Angelina o Alicia? Secondo voi chi tra le due attrici è quella che meglio interpreta Lara Croft? Secondo il mio parere sono entrambe brave (e molto atletiche).

 

Terre lontane, isole misteriose, pericoli  di ogni  genere da affrontare:  questi sono gli imprescindibili scenari  presenti in ogni film o  fumetto di successo ( o per lo  meno considerati  tali dagli aficionado del  genere).

Eppure, alla fine del  XVIII secolo, nel 1794 per la precisione, un uomo trovò il modo  di  esplorare la stanza in cui  era stato imprigionato per quarantadue giorni, arresti  domiciliari dovuti a una punizione per  un duello,  ricavandone  materiale utile per farne un libro di   successo: quell’uomo si chiamava Xavier de Maistre e il titolo  del suo libro Viaggio intorno  alla mia stanza (anteprima alla fine dell’articolo).

Un anno prima dell’esplorazione a chilometri  zero di Xavier de Maistre, e cioè il 3 novembre 1793, Philibert Aspairt, portinaio dell’ospedale di  Val-de Grâce a Parigi, ebbe l’insana idea  di  addentrarsi  nelle catacombe della capitale francese non uscendone più: il suo  cadavere venne rinvenuto  undici  anni dopo in una zona dell’area sepolcrale sotto rue Henri Barbusse, luogo tuttora  interdetto al pubblico.

Si  decise allora di  tumulare i resti  del povero Philibert nel luogo  del ritrovamento  del  cadavere e  sulla lapide scrivere l’epitaffio:

À LA MÉMOIRE DE PHILIBERT ASPAIRT PERDU DANS CETTE CARRIÈRE LE III NOVEMBRE MDCCXCIII RETROUVÈ ONZE ANS APRÈS ET INHUME EN LA MÊME PLACE LE XXX AVRIL MDCCCIV

Immagino che non sia necessaria la traduzione…….

Perchè vi ho  parlato  di Philibert Aspairt?

Perchè egli viene considerato il capostipite  degli esploratori  dediti a quella attività che oggi chiamiamo  urban exploration. 

Urban exploration in poche parole
La definizione di Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli anni’90 di questo che a tutti gli effetti può essere considerato come un movimento fotografico, fu dovuta all’interesse del canadese Jeff Chapman (deceduto a Toronto nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman  ha dettato quelle che sono le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in: Take only photographs, leave only footprints

Assieme all’invito di prendere solo le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio è in stato di abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del nostro Codice penale.

In Italia i luoghi  abbandonati che si prestano a questo tipo di  esplorazione urbana sono  presenti in numero  considerevole (ma ricordiamoci  che il più delle volte si  tratta di proprietà private anche se in abbandono) per cui possiamo dare sfogo  alle nostre curiosità esplorative.

Di seguito le mie esperienze da urban explorer in due siti, uno in Irpinia, quindi nel  sud Italia, e l’altro in Liguria.

Allora seguitemi  ricordandovi  sempre e in ogni  caso:

    Take only photographs, leave only footprints

Esplorare tra sensazioni di  dolore e di rabbia

Esploratori

Lasciate ogne speranza, voi  ch’intrate

 Dante Alighieri verso 9, canto III, Inferno⌋  

Anni  addietro, quando  ancora potevo  essere considerata ragazza piuttosto  che donna (anche le blogger hanno il potere di invecchiare), mi trovai a soggiornare in Irpinia e quindi a visitare il  capoluogo di provincia Avellino.

Cittadina che trovai  alquanto noiosa  e priva d’interesse (don’t shoot the blogger, please!), sennonché venni  attratta da un enorme edificio recintato, e in evidente stato  di  abbandono, posto in pieno  centro  cittadino.

C’era anche il custode che, non smentendo  la proverbiale gentilezza degli abitanti  del nostro meridione (cosa mai  smentita nei miei  viaggi in sud Italia) mi disse che quello  era l’ex – Carcere Borbonico attivo  fino al 1980, anno del  tremendo  terremoto che colpì l’intera Irpinia.

Vedendomi interessata e soprattutto armata di  macchina fotografica, mi diede il permesso di  entrare per esplorare il vecchio  carcere.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani a entrare nei  luoghi  abbandonati  è quell’aura di mistero  che essi  emanano  (anche quando il mistero  è pura fantasia): quel  giorno, però, entrando in quelle celle abbandonate, ho sentito  emanare da quelle pareti dolore, angoscia e rabbia, affrettandomi a   scattare alcune immagini  e uscire il più in fretta possibile all’aria aperta.

Oggi l’ex Carcere Borbonico è un polo  museale inaugurato  nel  2011 in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Al  suo interno è ospitata la Pinacoteca Irpina, il Museo del  Risorgimento e l’Archivio  di  stato, inoltre alcuni  spazi  del  complesso  sono adibiti ad accogliere mostre, concerti ed eventi  teatrali.

 

Le informazioni  per orari e altro  li trovate in questa pagina (poi, però, ritornate qui…)

Base 46: il mistero del  monte Settepani

Esploratori

In questo  caso potrebbe essere fuori  luogo  parlare di  urban exploration in quanto  l’ex base Nato 46 non si trova in una città ma bensì su  di una montagna, il monte Settepani a 1.386 metri  di  quota, a poca distanza dal  Colle del  Melogno, quest’ultimo  punto  di  passaggio  dell’Alta Via dei  Monti Liguri. 

L’area rientra nel  sistema SIC (Sito di importanza comunitaria) Monte Carmo -Monte Settepani.

Esploratori

Oggi  a guardia della vecchia base vi  sono  le torri  delle pale eoliche e la visita è quindi resa possibile non essendo presente nessun off-limits.

Esploratori

Ovviamente ben diversa era la situazione quando negli  anni’60 (siamo  nel pieno  della cosiddetta Guerra Fredda) venne realizzata una centrale di trasmissione dati dell’esercito  statunitense presidiato  dal 56° Signal  Company.

In seguito, con l’avvento  dei  sistemi  satellitari, queste centrali  divennero  rapidamente obsolete e, quindi, dismesse: questo  accadde anche per la Base 46 chiusa nel 1992  e diventata palestra per i graffittari.

Il mistero che non c’è

Per costruire una base militare ci  vogliono uomini  e mezzi e se poi, come ovvio  che sia per una base militare, vige il divieto  assoluto  di  accedervi,  ecco che avanza la tesi  che lì dietro – o per meglio  dire li sotto, in riferimento alla scoperta casuale di  tunnel  sotterranei  alla base –  vi  sia un segreto da difendere: quindi il passo  successivo era credere che in quelle cavità venivano  custodite missili  nucleari (come se fosse facile far passare inosservato un missile per le strade di montagna).

Il mistero (presunto  tale) diventa pubblico quando, all’interno di Voyager – programma condotto  da   Roberto Giacobbo che faceva molto presa sulle persone inclini a ogni  genere paranormale dai  fantasmi  al  mostro  di Loch Ness passando, ovviamente per l’Area 51 – dopo l’intervista alla vedova del comandante americano  della Base 46, si avvalora la tesi che la montagna ligure poteva essere un’arsenale atomico.

A questo punto a derimere la questione ci penseranno gli  speleologi  del Gruppo Speleologico Savonese i quali, con successive esplorazioni  delle cavità, hanno chiarito  ogni  quesito, come si evince nell’ articolo che troverete qui  di  seguito (per l’originale vi  rimando  a questa pagina)

gruppospeleosavonese.it-Progetto Settepani

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Sepino, un nuovo parco  archeologico in Italia

Sassello  andata e ritorno (i sentieri  della Liguria)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Elizabeth che morì di amore a 33 anni

Elizabeth

⌈.…..I lie among the tall green grass

That bends above my head

And covers up my wasted face

And folds me in its bed

Tenderly and lovingly

Like grass above the dead…..

Mi sdraio  tra l’erba alta e verde

Che si piega sopra la mia testa

E copre la mia faccia sciupata

E mi piega nel suo letto

Teneramente e amorevolmente

Come l’erba sopra i morti…..

Tratto  da A Year and a Day di Elizabeth (Lizzie) Siddal

Elizabeth Siddal la modella ideale per Ophelia  

Elizabeth
Ophelia – John Everett Millais (1851 – 1852)

Si  racconta che John Everett Millais  (Southampton, 8 giugno 1829 – Londra, 13 agosto 1896) trascorse cinque mesi sulle sponde del fiume Hogsmill (affluente del  più grande Tamigi) solo per rendere il più naturale possibile lo  sfondo  per la sua opera Ophelia, lasciando uno spazio  libero  per introdurre la figura centrale  una volta rientrato  a Londra.

Millais era stato il cofondatore della cosiddetta Confraternita dei Preraffaeliti (vedi  box …..grazie Wikipedia!)  decidendo che per la sua opera la modella ideale fosse proprio la futura moglie del  suo  amico Dante Gabriel Rossetti e cioè la nostra Elizabeth  (Lizzie) Siddal.

Devo  confessare che il dipinto mi ispira una certa inquietudine, ancor più sapendo le vicissitudini che la povera Elizabeth  dovette sopportare per avere il compenso  pattuito con il pittore: essere immersi in una vasca, riscaldata dal  tenue tepore di poche lampade a olio, non doveva essere certo il massimo del confort, tanto  che, alla fine, Elizabeth  si procurò un’insidiosa bronchite e venne risarcita con un’extra di  denaro finito direttamente nelle tasche del padre per le cure mediche della figlia.

Ophelia e i Preraffaelliti
J.E. Millais per la sua opera Ophelia si era ispirato a uno dei personaggi dell’Amleto di William Shakespeare, dove la tragica morte della giovane, annegata in un ruscello, viene riportata con il seguente brano:

C’è un salice che cresce storto sul ruscello e specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente; laggiù lei [Ofelia] intrecciava ghirlande fantastiche di ranuncoli, di ortiche, di margherite, e lunghi fiori color porpora cui i pastori sboccati danno un nome più indecente, ma che le nostre illibate fanciulle chiamano dita di morto. Lì, sui rami pendenti mentre s’arrampicava per appendere le sue coroncine, un ramoscello maligno si spezzò, e giù caddero i suoi verdi trofei e lei stessa nel piangente ruscello. Le sue vesti si gonfiarono, e come una sirena per un poco la sorressero, mentre cantava brani di canzoni antiche, come una ignara del suo stesso rischio, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare a lungo, finché le sue vesti, pesanti dal loro imbeversi, trassero la povera infelice dalle sue melodie alla morte fangosa

Per quanto  riguarda i Preraffaelliti nel  box seguente la loro storia in versione Wikipedia:

Preraffaelliti

Elizabeth Eleanor Siddal, una  biografia in poche parole

Elizabeth
Elizabeth Siddal ritratta in foto (1860 circa)

Elizabeth Eleanor Siddall (la elle terminale del  cognome andrà persa dopo il matrimonio  con Gabriel  Rossetti) nasce a Londra il 25 luglio 1829.

Terza di  ben  otto tra fratelli e sorelle, la sua istruzione fu  prevalentemente da autodidatta, ma non per questo, sin dalla più giovane età, sviluppò un interesse notevole per la poesia leggendo  le opere di Alfred  Tennyson.

Senza ombra di  dubbio la bella Elizabeth, dai  capelli  rosso  rame e dal  viso etereo, ha tutte le chance per divenire la modella ideale dei pittori preraffaelliti e, da lavorante presso una sartoria si ritroverà  a posare per la prima volta nello  studio di Walter Deverell: tutto  questo  nel 1849 quando lei  aveva vent’anni.

Ed è proprio  nel 1849 che incontrerà Dante Gabriel Rossetti il quale, forse innamoratosi  perdutamente della donna ( ed è bello anche solo pensarlo), impone l’esclusiva su  di  lei, impedendole la possibilità di posare per gli  altri pittori della Confraternita dei preraffaelliti (ed è brutto  anche solo pensarlo).

Si  dice che negli  anni a seguire  Rossetti   abbia realizzato un numero  considerevole  tra dipinti  e disegni con  Elizabeth come unica modella, tra i quali, forse l’opera più conosciuta, la Beata Beatrix che terminò nel 1872 e cioè dieci  anni  dopo  la morte di sua moglie.

Elizabeth
Beata Beatrix – Dante Gabriel Rossetti (1872)

Mercoledì 23 maggio 1860: oggi  sposi (ma che fatica con la famiglia)

Quel giorno nella chiesa di  san Clemente a Hastings erano presenti gli  sposi con i testimoni e il prete che officiava il rito: nessun amico, tanto  meno  i parenti.

La storia precedente al matrimonio racconta di due persone talmente prese dal  loro  rapporto  da escludere chiunque provenga dall’esterno,  compreso gli  amici.

La verità è, però, anche un altra e cioè che Gabriel  Rossetti, dimostrando il carattere di un uomo prigioniero di un becero  condizionamento  sociale, ebbe timore di presentare Elizabeth alla sua famiglia per il solo  fatto  che lei proveniva da una famiglia di  estrazione operaia,  a questo  si  aggiunge le malevole critiche nei  suoi  confronti da parte delle due future (loro  malgrado) cognate.

Il tragico  epilogo

Elizabeth, patì questa condizione al punto di  arrivare a pensare che Gabriel  la tradisse con una donna più giovane e questo  contribuì a far si  che la sofferenza lentamente si  trasformasse nell’insidiosa depressione.

La depressione, insieme a una condizione fisica minata da presunta anoressia o malattia mai  diagnosticata, portò la donna a fare un uso smodato  di  laudano fino alla dipendenza.

Nel 1861 la depressione peggiorò a causa di una gestazione conclusa con la morte della neonata che portava in grembo.

L’ 11 febbraio 1862 Gabriel  Rossetti ritornando a casa dopo  il suo  consueto  lavoro  di insegnante presso il Working Men’s College, trova la moglie a letto  priva di  sensi, cercherà invano  di  rianimarla ma per lei sarà ormai  troppo  tardi.

Il medico  legale in seguito dichiarò che la morte era avvenuta per una dose eccessiva di laudano e, quindi accidentale ma il ritrovamento  di una lettera destinata al marito, in cui affidava allo  stesso la cura di  Henry (il fratello  minore di  Elizabeth con problemi psichici), ha fatto presuppore piuttosto  a un suicidio.

Un amico  di  Rossetti suggerì di  distruggere la lettera in quanto il suicidio era considerato immorale e quindi  Elisabeth  non poteva essere sepolta in terra consacrata.

Elizabeth  Siddal venne seppellita il 17 febbraio nella tomba della famiglia Rossetti,  nel  cimitero  di  Highgate a nord-est di Hampstead Heath, accanto  al  corpo il marito pose un quaderno  contenente le poesie che lui  aveva dedicato a sua moglie.

Sette anni  dopo, nell’ottobre del 1869, Gabriel Rossetti  rimosse dalla bara il libretto per pubblicarlo in una raccolta di poesie intitolata Poems. 

In conclusione: l’opera poetica di Elizabeth Siddal 

Volutamente nell’articolo  non ho  accennato nulla riguardo alle opere poetiche di  Elizabeth Siddal, posso  solo  aggiungere che secondo  alcuni  studiosi, in primis  Serena Trowbridge che ne ha raccolto i versi nel libro  My Ladys Soul, le sue poesie erano  ispirate soprattutto dai  classici  rinascimentali offrendo, nel  contempo, una finestra sulla condizione femminile  nell’Inghilterra vittoriana dove, per l’appunto, il ruolo di una donna era subalterno a quello  dell’uomo in una società prettamente patriarcale (cosa non dissimile in alcune società della nostra epoca, se non nella mentalità di  alcuni maschi).

Elizabeth Siddal (1829-1862), poetessa, pittrice e modella, si lasciò alle spalle la miseria degli slum di Southwark per diventare uno dei volti più celebri dell’Inghilterra vittoriana. Oggi, anche coloro che ignorano il suo nome ne riconoscono i delicati lineamenti nella fragile Ofelia di John Everett Millais e nella serafica Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, due dei quadri più celebri dell’Ottocento.

La sua immagine tormentata dalla bellezza sospesa e malinconica rappresenta universalmente l’incarnazione del movimento preraffaellita, impersonandone perfettamente l’idea di femminilità.

L’attrazione tra Lizzie e Rossetti diede inizio a nove anni di agonia sentimentale, durante i quali la donna aspettò disperatamente che il suo amante la sposasse, mentre Rossetti passava dall’adorazione possessiva al desiderio di nuove relazioni. Al momento del loro matrimonio Lizzie era minata dalla dipendenza da laudano e da una misteriosa malattia. Distrutta dalla gravidanza di una bambina nata morta e dai tradimenti del marito, la Siddal si tolse la vita poco prima di compiere 33 anni.

La toccante ma vivace biografia di Lucinda Hawksley riesce finalmente a sottrarre questa indimenticabile figura di donna dall’ombra di Rossetti, portandola alla luce e all’attenzione che merita.

Lizzie Siddal fu infatti anche una poetessa e artista talentuosa, descritta dallo scrittore e critico John Ruskin come un genio equiparabile a pittori del calibro di J.M.W. Turner e G.F. Watts.

La sua è una storia appassionante e tormentata, facilmente accostabile allo spietato mondo contemporaneo dell’arte, della moda e della bellezza.

Bauhaus, una donna e un libro

Una Topolino per due scrittori in viaggio

Femminismo  tra azione e letteratura

Alla prossima! Ciao, ciao……♥♥

Street photography per due: Vivian e Lisette

Street photography

Sono stata sempre affascinata dalla nudità.

Immortalare persone nude mi è sempre sembrata una cosa naturale.

Ciò che invece mi sorprende è vedere come la nudità e la sessualità possano  ancora essere offensive per la maggior parte delle persone.

Ci sono così tanti  taboo sul corpo  femminile e sulla sessualità.

Le persone sono facilmente impressionabili da cose che per me sono tra le più normali  e naturali.

Lana Prins⌋ 

Street photography, una definizione (e nulla di più)

Prima di  cedere la parola (quella scritta) a Wikipedia per la definizione di  Street photography, vi invito a conoscere Lana Prins, giovane fotografa olandese specializzata in nudi femminili, alla quale sono  debitrice della frase introduttiva (il link vi  rimanda al  suo  profilo  Instagram….poi, però, ritornate qui!).

Street photography in poche parole
La Street photography  è un genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, la Street photography non necessita la presenza di una strada o dell’ambiente urbano. Il termine strada si riferisce infatti ad un luogo generico ove sia visibile l’attività umana, un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali. Di conseguenza il soggetto può anche essere del tutto privo di persone o addirittura un ambiente dove un oggetto assume delle caratteristiche umane.

Molti fotografi di strada proprio per questo tipo di reportage sociale rientrano in quella che è stata definita scuola umanista.

Le due fotografe di  strada di  cui  parlo in questo  articolo (in maniera sempre breve per non stancare sia voi che la sottoscritta….si, nello  scrivere ho una certa pigrizia) sono  Vivian Maier e Lisette Model: la prima credo  che sia tra le due quella più conosciuta, anche se la sua storia è un po’  diversa da quella generalmente narrata; Lisette Model, deceduta a New York il 30 marzo 1983 all’età di ottandue anni, fu tra i membri più importanti della  New York Photo  League e insegnante fino  alla sua morte presso  la New School for Social  Research,  annoverando fra le sue allieve Diane Arbus.

Lisette Model, una breve biografia e una mostra a Torino 

Street photography
Lisette Model

Lisette Model, ma in effetti il suo vero nome era Elise Amelie Felicie Stern,   nacque a Vienna il 10 novembre 1901.

Il padre Victor era un medico di origine ebraica mentre la madre Felicie era francese (oltre a Lisette, gli  altri  figli della famiglia erano il fratello  maggiore Salvator e una sorella più giovane di lei, Olga).

Il buon tenore di vita della famiglia Stern le permise un’educazione privilegiata che la portò a un’ottima conoscenza della lingua tedesca, del  francese e dell’italiano. All’età di  diciannove anni iniziò a studiare musica con il compositore Arnold Schönberg.

Nel  1924 il padre Victor morì di  cancro e lei  si  trasferì a Parigi  per studiare canto  con la soprana polacca Marya Freund (mentre la madre insieme alla sorella Olga si  trasferirono  a Nizza due anni dopo.

Parigi, subito  dopo  la Prima guerra mondiale, si stava affermando  sempre di più come nuovo  centro  culturale mondiale ed è facile, a questo punto, comprendere il perché Lisette non abbia seguito l’esempio  di sua madre e della  sorella Olga di  vivere a Nizza.

Sempre a Parigi  ebbe modo di conoscere il pittore Evsa Model  che divenne suo marito  nel  settembre 1937.

Ben  prima del  matrimonio, risalendo  quindi  al 1926, Lisette si  sottopose per ben  sette anni a psicoanalisi per curare un trauma infantile: il trauma ebbe origine per presunte molestie da parte del  genitore,  ed è proprio in questa presunzione che la verità non è mai  stata appurata.

Comunque Lisette affrontò questo lungo  periodo cercando nei  nuovi  ambienti  culturali che allora vivacizzavano Parigi allontanandosi  da quelli  che avevano  contraddistinto il suo  passato.

Molto  probabilmente è per questo motivo  che lei, nel 1933 e cioè al  termine delle sue cure in psicoanalisi, abbandonò la musica per riprendere gli  studi  di  arte visiva sotto  la guida del pittore André Lhote.

E’ Olga, sua sorella, che però le insegna le basi  della tecnica fotografica e i processi  che avvenivano in camera oscura, ed è sempre lei che sarà il soggetto  nelle prime fotografie di  Lisette.

Nel 1934, trovandosi  a Nizza per una visita a sua madre, prese la sua Rolleiflex per fotografare le persone comuni che affollavano  la Promenade des Anglais: l’anno  seguente i ritratti  di  quelle persone divennero un reportage sulla rivista Regards trovandosi a condividerne le pagine con Robert Capa e Henri  Cartier-Bresson.

Ancora oggi  quei  ritratti  sono presi come esempio di uno  stile unico  e particolare, frutto anche di un processo  post-produzione in camera oscura.

Da Parigi  a New York

Nel 1938 Evsa e Lisette non avendo  la cittadinanza francese (e presagendo  ciò che sarebbe accaduto  alla Francia due anni  dopo  con l’invasione nazista) si  trasferirono  a New York dove, finalmente, nel 1944 vennero  naturalizzati cittadini statunitensi.

Nel 1941 lei  era ormai  considerata una fotografa di  spicco tanto  che i  suoi  lavori  vennero  pubblicati  su Cue, PM’s Weekly e US Camera: la stessa città  di  New York, il quale  stile  di  vita era molto  diverso  da quello  parigino (direi  più consumistico) la stimolò fino al punto che i  redattori  di Harper’s Bazaar (a cui  collaborò fino al 1955)  pubblicarono  quella che è ritenuta una delle opere più rappresentative di  Lisette Model: Coney Island Bather

Come ho già scritto  all’inizio dell’articolo, Lisette Model fu una dei  membri principali della New York Photo  League, associazione apartitica che, però, si interessava attraverso  la fotografia di  denunciare diseguaglianze sociali, tanto che venne sottoposta al controllo  della Commissione per le attività antiamericane per presunti  collegamenti  con il Partito comunista: nel 1954 l’FBI, dopo  averla a lungo interrogata, chiese a Lisette Model  di  diventare una loro  informatrice, cosa che lei rifiutò decisamente.

Questo  rifiuto le costò l’inserimento in una lista di  controllo della sicurezza nazionale e la perdita di molte opportunità di  lavoro  che la spinsero  verso  l’insegnamento.

Una vita per l’insegnamento

Nel 1946, durante il suo  primo  viaggio in California, ebbe modo di  conoscere Ansel Adams e i membri del  Dipartimento di Fotografia CSF (il link vi invia alla sezione italiana della scuola) creata dallo  stesso  Adams nel 1946.

Nel 1949 insegnò fotografia presso la San Francisco Institute Fine Arts; nel 1951 ritornò a new York per insegnare alla New School for Social Research (nello  stesso istituto  insegnava fotografia la sua grande amica Berenice Abbott): tra le sue allieve la più famosa fu appunto Diane Arbus.

La carriera di  Lisette Model sia come fotografa che insegnante era ormai  all’apice con riconoscimenti internazionali la cui  lista sarebbe troppo lunga per essere riportata in queste brevi  righe.

Posso  solo  aggiungere che, dopo  la morte di  suo  marito  Evsa avvenuta nel 1976 per malattia, anche le sue condizioni  fisiche andarono peggiorando fino  al  fatidico  giorno del 30 marzo 1983 quando morì per problemi  cardiaci  al New York Hospital.

Lisette Model Street Life

Street photography

Fino al 4 luglio prossimo è possibile visitare la mostra Lisette Model  Street Life presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia di  Torino

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Gli orari di apertura:
Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica > 11.00 – 19.00
Giovedì > 11.00 – 21.00
Martedì > chiuso

I curatori  della mostra consigliano la prenotazione per la visita.

Vivian Maier 

Street photography
Vivian Maier, autoritratto
© Maloof Collection

Per alcuni  la vita di  Vivian Maier era quella di una donna solitaria che per vivere faceva la tata e come unica passione (un modo per interrompere la monotonia della vita solitaria) quella di fotografare le persone incontrate durante le sue lunghe passeggiate lungo  le strade di  New York, Chicago  e Los Angeles.

Lei  nasce a New York il 1 febbraio 1926 da madre francese e padre austriaco  vivendo fino all’età di venticinque anni in Francia.

Dal 1951 in poi  vivrà negli  Stati Uniti iniziando  a lavorare come bambinaia prima a New York  e poi  nelle città summenzionate: nelle ore libere sua compagna ideale è una Rolleiflex con cui  scatta, quasi in maniera convulsiva, ritratti (ma anche autoscatti antesignani dei moderni e abusati selfie) di persone comuni  che non si accorgono  di  essere i  soggetti  delle sue foto.

Vivian Maier colleziona un incredibile numero  di  rullini, sviluppando  foto  che non farà vedere mai  a nessuno, senonché, quando verso  la fine degli  anni novanta, si  ritrova a corto  di  denaro per cui non può pagare più il deposito dei  rullini  e li vende all’asta…..

E qui inizia la storia dei rullini ritrovati per caso   

John Maloof nel 2009 era un giovane agente immobiliare di  Chicago probabilmente appassionato  di  aste perché proprio  a una di esse, e per soli 360 dollari, si  aggiudicò alcuni  scatoloni rinvenuti in un magazzino piene di  foto e rullini  da sviluppare.

Maloof evidentemente aveva un suo  gusto  estetico  che gli permise di  giudicare quelle foto  come autentici  capolavori e per questo  decise di  scoprire chi  fosse la persona ad averle scattate, arrivando  alla scoperta che si  trattava di una bambinaia deceduta solo poche settimane prima (in effetti  Vivian Maier morì il 21 aprile 2009 per le conseguenze di una caduta).

Sentendosi unico  proprietario  di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi in rete ottenendo un immediato  successo e, anche se si  era agli  albori  dei  social, quelle foto  raggiunsero una eco  così tale da far nascere il mito intorno  alla figura di  Vivian Maier.

Se volete dare uno sguardo  alle foto  di  Vivian Maier vi rimando al  sito costruito  dallo  stesso  Maloof (Vivian Maier Photographer), permettendomi una  considerazione:

Vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse  non avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Finding Vivian Maier (trailer)
Nel 2013 John Maloof, insieme a Charlie Siskel, diresse il documentario Finding Vivian Maier, presentato per la prima volta il 9 settembre dello stesso anno al Toronto International Film Festival.

La pellicola  in seguito ebbe molti riconoscimenti fino alla nomination per gli Oscar 2015 come miglior documentario

L’altra storia

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la solitaria tata di Chicago che ha vagato per la città per decenni, scattando costantemente fotografie, che non sono state viste fino a quando non sono state scoperte in un armadietto apparentemente abbandonato. L’hanno rivelata una maestra involontaria della street photography americana del ventesimo secolo. Non molto tempo dopo, arrivò la notizia che Maier era morta di recente e non aveva parenti sopravvissuti. Presto il mondo intero seppe del suo lavoro eccezionale, portandola alla celebrità quasi da un giorno all’altro.

Ma, come rivela Pamela Bannos in questa biografia meticolosa e appassionata, questa storia della tata savant ci ha accecati sui veri successi di Vivian  Maier, così come sulle sue intenzioni.

La cosa più importante, sostiene Bannos, è che Vivian non era una tata che lavorava come fotografo al chiaro di luna: era una fotografa che si è mantenuta come tata. In Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife, Bannos mette in contrasto la vita di Maier con il mito che estranei, soprattutto gli uomini che hanno tratto profitto dal suo lavoro (indubbiamente Maloof), hanno creato intorno alla sua assenza.

Bannos mostra che  Vivian Maier era estremamente coscienziosa su come le sue fotografie dovevano  essere sviluppate, stampate e ritagliate anche se, alla fine dovevano essere solo  sue e mai  mostrate.

Forse il mistero di  questa scelta risiede nel  fatto di  essere vissuta in una famiglia problematica con un padre alcolizzato, una madre assente e un fratello  malato  di  schizofrenia (unica risorsa affettiva era sua nonna Eugenie Saussaud) per cui, nascondere le sue opere era come nascondere le origini  di una famiglia travagliata.

Ma anche queste rimangono  solo  supposizioni: Vivian Maier ha portato  con se il perché delle sue scelte.

Vivian Maier: A Photografer's Life And Afterlife (Anteprima libro)

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Inge e Alice, ovvero due donne dietro al mirino

Inge e Alice

Una ragazza saggia conosce i  suoi  limiti, ma una intelligente sa che non ne ha.

Marilyn Monroe

Inge Morath, signora della Magnum 

Inge e Alice
Inge Morath nel 1956 (autore della fotografia sconosciuto)

Il mirino del  titolo è quello  di una macchina fotografica, dunque Inge Morath  e Alice Schalek erano  appunto  due fotografe le quali avevano in comune, oltre la loro professione, quello  di  essere nate entrambe in Austria.

Inge Morath nasce a Graz (appunto in Austria) il 27 maggio  del 1923.

Dopo  essersi  diplomata in lingue a Berlino  diventa traduttrice, quindi giornalista ricoprendo il ruolo di  redattrice austriaca per Heute con sede a Monaco.

La sua carriera di  fotografa inizia a Londra nel 1951 ed è  grazie alla sua amicizia con Ernst Haas che ebbe modo di  entrare nel  magico mondo della neonata agenzia Magnum ma, inizialmente, solo come editor e ricercatrice: deve aspettare ancora due anni affinché, nel 1953, diventi  a pieno  titolo una fotografa della Magnum Photos.

L'Italia di Magnum in mostra al Palazzo Ducale di Genova

Inge e Alice

Introdotta da un omaggio ad Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione.

Il percorso espositivo, articolato in decenni, si snoda tra le fotografie di Elliott Erwitt, René Burri e di Herbert List che rappresentano gli anni Cinquanta con le contraddizioni di Roma, gli esordi di Cinecittà e la mostra di Picasso a Milano e prosegue con tre figure forse meno note al grande pubblico ma peculiari della storia di Magnum: Thomas Hoepker che immortala il trionfo di Cassius Clay (poi Mohamed Alì) alle Olimpiadi di Roma del 1960, Bruno Barbey che documenta i funerali di Togliatti e Erich Lessing con un servizio che riporta direttamente ai tempi del boom economico con una carrellata sulla spiaggia di Cesenatico.

In questo grande racconto per immagini non potevano mancare per gli anni Settanta Ferdinando Scianna e le feste religiose in Sicilia, Raymond Depardon con la sua struggente serie sui manicomi, realizzata poco prima della Legge Basaglia, e Leonard Freed con i suoi scatti sul referendum inerente il divorzio. E poi gli anni Ottanta con Martin Parr e Patrick Zachmann, gli anni Novanta e Duemila con le discoteche romagnole di Alex Majoli, il reportage di guerra nell’ ex Jugoslavia di Peter Marlow e il G8 di Genova nelle fotografie di Thomas Dworzak.

L’ultimo tassello dei primi decenni del 2000 è di Paolo Pellegrin con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità. Inoltre una straordinaria sequenza di immagini di Mark Power dedicate ai luoghi simbolo della cultura italiana: da Piazza San Marco a Palazzo Ducale di Genova, al cretto di Gibellina, capolavori dell’architettura e dell’ingegno italiano che diventano a loro volta soggetti di autentici capolavori fotografici.

Informazioni sulle date, prezzi e orari

Negli  anni seguenti  Inge Morath viaggia molto in Europa, Nord Africa e Medio Oriente e i  suoi reportage, specie quelli dedicate alle arti, vengono pubblicati sulle maggiori  riviste mondiali.

Visitò per la prima volta l’allora Unione Sovietica nel 1965 mentre nel 1978, dopo  aver studiato  il mandarino, ottenne un visto per la Cina a cui seguirono  altri viaggi in quel  Paese

Dopo il matrimonio  con il drammaturgo Arthur Miller nel 1962   Arthur Miller fu  anche il marito  di  Marilyn Monroe alla quale ho voluto  dedicare volentieri lo spazio  per una sua frase all’inizio  dell’articolo – si  stabilì a New York  e nel  Connecticut.

Nel suo  lavoro  di  fotografa, Inge Morath amava ritrarre persone comuni  e  celebrità, nonchè fotografare  paesaggi e luoghi famosi, come la casa di Boris Pasternak e la camera da letto  di  Mao  Zedong.

Inge Morath  muore a New York il 30 gennaio 2002.

Alice Schalek, una fotoreporter d’antan

Inge e Alice
Alice Schalek

Nella voce che Wikipedia dedica alla condizione della donna in Austria vi è un lungo  elenco  di  figure femminili austriache importanti: eppure, in questa lista, non compare il nome di  Alice Schalek.

Questo è un peccato, perché lei, nata a Vienna il 21 agosto 1874, è da considerarsi come la prima donna austriaca (e tra le prime al mondo) a diventare fotoreporter di  carriera e scrittrice di  viaggi, nonchè la prima (e unica) donna membro  dell’Austriaca Kriegpressedienst (spero  di  avere   scritto bene il nome ) cioè l’agenzia di informazione sulla guerra dell’allora impero austro-ungarico.

Ancora prima di  diventare una fotoreporter, Alice Schalek  divenne famosa con un romanzo pubblicato con uno  pseudonimo maschile, quello  di Paul Michaely.

Oltre alla sua bravura di  scrittrice, un indubbio  aiuto per entrare nel mondo  dell’editoria le venne fornito dal  fatto  che la sua famiglia aveva forti  legami in questo  campo essendo  suo  padre, Heinrich Schalek, direttore (e proprietario?) della prima agenzia di  pubblicità sui  giornali  dell’Austria.

Lasciando  ogni pseudonimo, dal 1904 Alice iniziò a scrivere lunghi  reportage sui  suoi  viaggi in Palestina, Egitto, India, Sud-Est Asiatico, Giappone e Australia a cui  seguirono  tre libri sull’argomento e le prime conferenze in pubblico dedicate ai  suoi  viaggi mentre, nel 1912, divenne la prima donna docente presso il Centro di  educazione per adulti e osservatorio  Urania a Vienna (la quale sede è Patrimonio  Mondiale dell’UNESCO).

La sua capacità nel  rapportarsi  con le persone e il parlare fluentemente diverse lingue, la portò a conoscere personaggi  come Albert Einstein, Gandhi, George Bernard Shaw e il  premio Nobel indiano Rabindranath  Tagore.

Nonostante la sua famiglia fosse di origine ebraica  e quindi soggetta al sempre presente antisemitismo, Alice Schalek non prese mai una posizione precisa sulla questione se non con un saggio nel quale  evidenziava come gli   ebrei  fossero continuamente sotto  attacco  nella società, infatti anche lei dovette subire tali  angherie quando nel 1921 venne esclusa dal Club alpino  austriaco  che limitò l’adesione ai  soli  ariani (Alice, comunque, nel 1904 si  convertì al protestantesimo)

Ritornando ai  campi di  battaglia della Grande Guerra, intraprese numerosi  e pericolosi  viaggi in Serbia e Galizia (regione posta tra Ucraina e Polonia) per intervistare i  soldati  al  fronte e riportare, insieme alle loro parole, la tragedia della guerra attraverso  la fotografia.

Una volta ritornata a Vienna, raccontò la sua esperienza al  fronte in conferenze con migliaia di  spettatori. Come riconoscimento di  questi  suoi  eccezionali  resoconti, il governo  austriaco le consegnò l’ambita Croce d’oro con corona sul nastro al  coraggio (vi  risparmio il chilometrico nome in lingua tedesca).

Come nel  detto   ogni  rosa ha le sue spine, la sua vestiva i panni dell’editore di una famosa rivista popolare (Die Fackel) e cioè Karl Kraus: egli  definì senza mezzi  termini l’opera di Alice Schalek come il peggior esempio di  giornalismo  guerrafondaio definendola, inoltre, una iena nel  campo  di  battaglia.

A seguito  di  ciò Schalek intentò nel 1916 una causa per diffamazione nei  confronti di  Karl Kraus (che tra le alte cose l’aveva definita anche come Jourjüdin: giornalista ebrea).

Purtroppo  per lei gli  attacchi misogeni e antisemiti  di  Kraus le procurarono dapprima il licenziamento  nel 1917 dall’Ufficio informazioni  per la guerra e, tre anni  dopo  nel 1919, l’impossibilità di  continuare l’azioe giudiziaria ritirando, quindi, l’accusa di  diffamazione.

Dopo la Grande Guerra 

Terminata la carneficina della Grande Guerra, Alice riprese a viaggiare in Asia, Africa e nelle Americhe per poi scrivere di  questi  viaggi in alcuni  libri.

Ma la sua scrittura ora denunciava soprattutto  la condizione di  svantaggio  delle donne e di  come esse si  stavano organizzando in associazioni per i diritti in diverse nazioni, dal  Giappone a Israele.

Entrata a far parte del consiglio  di amministrazione dell’Associazione viennese delle donne scrittrici e artiste, diede inizio  alla raccolta fondi e invio  di  cibo nei luoghi più svantaggiati. a questo  suo  ruolo  aggiunse quello  di  membro della filiale austriaca del American Business and Professional Woman’s Club e quello  nel  Soroptimist Club (tuttora presente anche in Italia).

La sua carriera ha una brusca interruzione quando nel 1939 subì un periodo  di  detenzione dopo  essere stata arrestata dalla Gestapo dietro  l’accusa di  nascondere nella sua casa materiale contro il regime nazista.

Riuscì ad andare in esilio  a Londra e da qui si  spostò  a New York,  dove morì il 6 novembre 1956

Letture in anteprima  

Di buona famiglia o figlie di emigranti, amate o solitarie, ammirate o emarginate, le cinque donne protagoniste di questo libro hanno tutte un rivoluzionario desiderio: indagare la realtà con il proprio sguardo femminile, abituato a cogliere aspetti della vita ignoti, intimi o trascurati, coltivando un’audace arte dell’indiscrezione che è l’esatto contrario dell’indifferenza.

Sono cinque grandi fotografe, diverse per carattere e destino, ma ugualmente animate dalla voglia di cambiare l’immagine del mondo scovando bellezza e dolore là dove non erano mai stati visti, che si tratti di amore, politica, sesso, povertà, guerra o del corpo, soprattutto femminile. Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman hanno poco in comune, per origine e storia personale, ma condividono la stessa voglia di raccontare con l’obiettivo fotografico la realtà a misura della loro esperienza di donne e di ciò che hanno conosciuto, scoperto e amato.

Le loro esistenze sono avventurose, spesso difficili. Tina Modotti, operaia in fabbrica a Udine a soli tredici anni, dopo una breve parentesi hollywoodiana vive accese passioni politiche e sentimentali nel Messico degli anni Venti, spalancando i suoi occhi sulla bellezza dei diseredati; Dorothea Lange, in fuga dalla sua famiglia di emigranti, ritrae nel coraggio degli americani rovinati dalla Grande Depressione la propria lotta contro la vergogna della malformazione con cui convive dall’infanzia; l’inquieta Lee Miller, che qualcuno considera la donna più bella del mondo, è pronta a svestirsi degli abiti da modella per denunciare il volto spettrale della guerra; Diane Arbus abbandona gli agi della mondanità newyorkese per puntare il suo obiettivo su ciò che non corrisponde al canone della normalità e raccontare l’imperfezione umana; Francesca Woodman nella sua breve esistenza esplora la figura del corpo femminile, indagandone in crudi ed emotivi autoritratti il lato più misterioso, insieme fragile e potente.

Con una scrittura intensa e partecipe, Elisabetta Rasy insegue lungo l’arco del Novecento la vita e l’opera di queste cinque donne straordinarie, animate, ognuna secondo il proprio temperamento, da un’inarrestabile aspirazione alla libertà. Perché proprio l’incontro di talento e libertà è la cifra segreta grazie alla quale hanno saputo farsi strada in un mondo ancora fortemente maschile, diventando protagoniste di un nuovo sguardo sul secolo che hanno attraversato.

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Pot Miru, ovvero il Sentiero  della pace

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

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Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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