Street photography per due: Vivian e Lisette

Street photography

Sono stata sempre affascinata dalla nudità.

Immortalare persone nude mi è sempre sembrata una cosa naturale.

Ciò che invece mi sorprende è vedere come la nudità e la sessualità possano  ancora essere offensive per la maggior parte delle persone.

Ci sono così tanti  taboo sul corpo  femminile e sulla sessualità.

Le persone sono facilmente impressionabili da cose che per me sono tra le più normali  e naturali.

Lana Prins⌋ 

Street photography, una definizione (e nulla di più)

Prima di  cedere la parola (quella scritta) a Wikipedia per la definizione di  Street photography, vi invito a conoscere Lana Prins, giovane fotografa olandese specializzata in nudi femminili, alla quale sono  debitrice della frase introduttiva (il link vi  rimanda al  suo  profilo  Instagram….poi, però, ritornate qui!).

Street photography in poche parole
La Street photography  è un genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, la Street photography non necessita la presenza di una strada o dell’ambiente urbano. Il termine strada si riferisce infatti ad un luogo generico ove sia visibile l’attività umana, un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali. Di conseguenza il soggetto può anche essere del tutto privo di persone o addirittura un ambiente dove un oggetto assume delle caratteristiche umane.

Molti fotografi di strada proprio per questo tipo di reportage sociale rientrano in quella che è stata definita scuola umanista.

Le due fotografe di  strada di  cui  parlo in questo  articolo (in maniera sempre breve per non stancare sia voi che la sottoscritta….si, nello  scrivere ho una certa pigrizia) sono  Vivian Maier e Lisette Model: la prima credo  che sia tra le due quella più conosciuta, anche se la sua storia è un po’  diversa da quella generalmente narrata; Lisette Model, deceduta a New York il 30 marzo 1983 all’età di ottandue anni, fu tra i membri più importanti della  New York Photo  League e insegnante fino  alla sua morte presso  la New School for Social  Research,  annoverando fra le sue allieve Diane Arbus.

Lisette Model, una breve biografia e una mostra a Torino 

Street photography
Lisette Model

Lisette Model, ma in effetti il suo vero nome era Elise Amelie Felicie Stern,   nacque a Vienna il 10 novembre 1901.

Il padre Victor era un medico di origine ebraica mentre la madre Felicie era francese (oltre a Lisette, gli  altri  figli della famiglia erano il fratello  maggiore Salvator e una sorella più giovane di lei, Olga).

Il buon tenore di vita della famiglia Stern le permise un’educazione privilegiata che la portò a un’ottima conoscenza della lingua tedesca, del  francese e dell’italiano. All’età di  diciannove anni iniziò a studiare musica con il compositore Arnold Schönberg.

Nel  1924 il padre Victor morì di  cancro e lei  si  trasferì a Parigi  per studiare canto  con la soprana polacca Marya Freund (mentre la madre insieme alla sorella Olga si  trasferirono  a Nizza due anni dopo.

Parigi, subito  dopo  la Prima guerra mondiale, si stava affermando  sempre di più come nuovo  centro  culturale mondiale ed è facile, a questo punto, comprendere il perché Lisette non abbia seguito l’esempio  di sua madre e della  sorella Olga di  vivere a Nizza.

Sempre a Parigi  ebbe modo di conoscere il pittore Evsa Model  che divenne suo marito  nel  settembre 1937.

Ben  prima del  matrimonio, risalendo  quindi  al 1926, Lisette si  sottopose per ben  sette anni a psicoanalisi per curare un trauma infantile: il trauma ebbe origine per presunte molestie da parte del  genitore,  ed è proprio in questa presunzione che la verità non è mai  stata appurata.

Comunque Lisette affrontò questo lungo  periodo cercando nei  nuovi  ambienti  culturali che allora vivacizzavano Parigi allontanandosi  da quelli  che avevano  contraddistinto il suo  passato.

Molto  probabilmente è per questo motivo  che lei, nel 1933 e cioè al  termine delle sue cure in psicoanalisi, abbandonò la musica per riprendere gli  studi  di  arte visiva sotto  la guida del pittore André Lhote.

E’ Olga, sua sorella, che però le insegna le basi  della tecnica fotografica e i processi  che avvenivano in camera oscura, ed è sempre lei che sarà il soggetto  nelle prime fotografie di  Lisette.

Nel 1934, trovandosi  a Nizza per una visita a sua madre, prese la sua Rolleiflex per fotografare le persone comuni che affollavano  la Promenade des Anglais: l’anno  seguente i ritratti  di  quelle persone divennero un reportage sulla rivista Regards trovandosi a condividerne le pagine con Robert Capa e Henri  Cartier-Bresson.

Ancora oggi  quei  ritratti  sono presi come esempio di uno  stile unico  e particolare, frutto anche di un processo  post-produzione in camera oscura.

Da Parigi  a New York

Nel 1938 Evsa e Lisette non avendo  la cittadinanza francese (e presagendo  ciò che sarebbe accaduto  alla Francia due anni  dopo  con l’invasione nazista) si  trasferirono  a New York dove, finalmente, nel 1944 vennero  naturalizzati cittadini statunitensi.

Nel 1941 lei  era ormai  considerata una fotografa di  spicco tanto  che i  suoi  lavori  vennero  pubblicati  su Cue, PM’s Weekly e US Camera: la stessa città  di  New York, il quale  stile  di  vita era molto  diverso  da quello  parigino (direi  più consumistico) la stimolò fino al punto che i  redattori  di Harper’s Bazaar (a cui  collaborò fino al 1955)  pubblicarono  quella che è ritenuta una delle opere più rappresentative di  Lisette Model: Coney Island Bather

Come ho già scritto  all’inizio dell’articolo, Lisette Model fu una dei  membri principali della New York Photo  League, associazione apartitica che, però, si interessava attraverso  la fotografia di  denunciare diseguaglianze sociali, tanto che venne sottoposta al controllo  della Commissione per le attività antiamericane per presunti  collegamenti  con il Partito comunista: nel 1954 l’FBI, dopo  averla a lungo interrogata, chiese a Lisette Model  di  diventare una loro  informatrice, cosa che lei rifiutò decisamente.

Questo  rifiuto le costò l’inserimento in una lista di  controllo della sicurezza nazionale e la perdita di molte opportunità di  lavoro  che la spinsero  verso  l’insegnamento.

Una vita per l’insegnamento

Nel 1946, durante il suo  primo  viaggio in California, ebbe modo di  conoscere Ansel Adams e i membri del  Dipartimento di Fotografia CSF (il link vi invia alla sezione italiana della scuola) creata dallo  stesso  Adams nel 1946.

Nel 1949 insegnò fotografia presso la San Francisco Institute Fine Arts; nel 1951 ritornò a new York per insegnare alla New School for Social Research (nello  stesso istituto  insegnava fotografia la sua grande amica Berenice Abbott): tra le sue allieve la più famosa fu appunto Diane Arbus.

La carriera di  Lisette Model sia come fotografa che insegnante era ormai  all’apice con riconoscimenti internazionali la cui  lista sarebbe troppo lunga per essere riportata in queste brevi  righe.

Posso  solo  aggiungere che, dopo  la morte di  suo  marito  Evsa avvenuta nel 1976 per malattia, anche le sue condizioni  fisiche andarono peggiorando fino  al  fatidico  giorno del 30 marzo 1983 quando morì per problemi  cardiaci  al New York Hospital.

Lisette Model Street Life

Street photography

Fino al 4 luglio prossimo è possibile visitare la mostra Lisette Model  Street Life presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia di  Torino

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Gli orari di apertura:
Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica > 11.00 – 19.00
Giovedì > 11.00 – 21.00
Martedì > chiuso

I curatori  della mostra consigliano la prenotazione per la visita.

Vivian Maier 

Street photography
Vivian Maier, autoritratto
© Maloof Collection

Per alcuni  la vita di  Vivian Maier era quella di una donna solitaria che per vivere faceva la tata e come unica passione (un modo per interrompere la monotonia della vita solitaria) quella di fotografare le persone incontrate durante le sue lunghe passeggiate lungo  le strade di  New York, Chicago  e Los Angeles.

Lei  nasce a New York il 1 febbraio 1926 da madre francese e padre austriaco  vivendo fino all’età di venticinque anni in Francia.

Dal 1951 in poi  vivrà negli  Stati Uniti iniziando  a lavorare come bambinaia prima a New York  e poi  nelle città summenzionate: nelle ore libere sua compagna ideale è una Rolleiflex con cui  scatta, quasi in maniera convulsiva, ritratti (ma anche autoscatti antesignani dei moderni e abusati selfie) di persone comuni  che non si accorgono  di  essere i  soggetti  delle sue foto.

Vivian Maier colleziona un incredibile numero  di  rullini, sviluppando  foto  che non farà vedere mai  a nessuno, senonché, quando verso  la fine degli  anni novanta, si  ritrova a corto  di  denaro per cui non può pagare più il deposito dei  rullini  e li vende all’asta…..

E qui inizia la storia dei rullini ritrovati per caso   

John Maloof nel 2009 era un giovane agente immobiliare di  Chicago probabilmente appassionato  di  aste perché proprio  a una di esse, e per soli 360 dollari, si  aggiudicò alcuni  scatoloni rinvenuti in un magazzino piene di  foto e rullini  da sviluppare.

Maloof evidentemente aveva un suo  gusto  estetico  che gli permise di  giudicare quelle foto  come autentici  capolavori e per questo  decise di  scoprire chi  fosse la persona ad averle scattate, arrivando  alla scoperta che si  trattava di una bambinaia deceduta solo poche settimane prima (in effetti  Vivian Maier morì il 21 aprile 2009 per le conseguenze di una caduta).

Sentendosi unico  proprietario  di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi in rete ottenendo un immediato  successo e, anche se si  era agli  albori  dei  social, quelle foto  raggiunsero una eco  così tale da far nascere il mito intorno  alla figura di  Vivian Maier.

Se volete dare uno sguardo  alle foto  di  Vivian Maier vi rimando al  sito costruito  dallo  stesso  Maloof (Vivian Maier Photographer), permettendomi una  considerazione:

Vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse  non avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Finding Vivian Maier (trailer)
Nel 2013 John Maloof, insieme a Charlie Siskel, diresse il documentario Finding Vivian Maier, presentato per la prima volta il 9 settembre dello stesso anno al Toronto International Film Festival.

La pellicola  in seguito ebbe molti riconoscimenti fino alla nomination per gli Oscar 2015 come miglior documentario

L’altra storia

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la solitaria tata di Chicago che ha vagato per la città per decenni, scattando costantemente fotografie, che non sono state viste fino a quando non sono state scoperte in un armadietto apparentemente abbandonato. L’hanno rivelata una maestra involontaria della street photography americana del ventesimo secolo. Non molto tempo dopo, arrivò la notizia che Maier era morta di recente e non aveva parenti sopravvissuti. Presto il mondo intero seppe del suo lavoro eccezionale, portandola alla celebrità quasi da un giorno all’altro.

Ma, come rivela Pamela Bannos in questa biografia meticolosa e appassionata, questa storia della tata savant ci ha accecati sui veri successi di Vivian  Maier, così come sulle sue intenzioni.

La cosa più importante, sostiene Bannos, è che Vivian non era una tata che lavorava come fotografo al chiaro di luna: era una fotografa che si è mantenuta come tata. In Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife, Bannos mette in contrasto la vita di Maier con il mito che estranei, soprattutto gli uomini che hanno tratto profitto dal suo lavoro (indubbiamente Maloof), hanno creato intorno alla sua assenza.

Bannos mostra che  Vivian Maier era estremamente coscienziosa su come le sue fotografie dovevano  essere sviluppate, stampate e ritagliate anche se, alla fine dovevano essere solo  sue e mai  mostrate.

Forse il mistero di  questa scelta risiede nel  fatto di  essere vissuta in una famiglia problematica con un padre alcolizzato, una madre assente e un fratello  malato  di  schizofrenia (unica risorsa affettiva era sua nonna Eugenie Saussaud) per cui, nascondere le sue opere era come nascondere le origini  di una famiglia travagliata.

Ma anche queste rimangono  solo  supposizioni: Vivian Maier ha portato  con se il perché delle sue scelte.

Vivian Maier: A Photografer's Life And Afterlife (Anteprima libro)

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Inge e Alice, ovvero due donne dietro al mirino

Inge e Alice

Una ragazza saggia conosce i  suoi  limiti, ma una intelligente sa che non ne ha.

Marilyn Monroe

Inge Morath, signora della Magnum 

Inge e Alice
Inge Morath nel 1956 (autore della fotografia sconosciuto)

Il mirino del  titolo è quello  di una macchina fotografica, dunque Inge Morath  e Alice Schalek erano  appunto  due fotografe le quali avevano in comune, oltre la loro professione, quello  di  essere nate entrambe in Austria.

Inge Morath nasce a Graz (appunto in Austria) il 27 maggio  del 1923.

Dopo  essersi  diplomata in lingue a Berlino  diventa traduttrice, quindi giornalista ricoprendo il ruolo di  redattrice austriaca per Heute con sede a Monaco.

La sua carriera di  fotografa inizia a Londra nel 1951 ed è  grazie alla sua amicizia con Ernst Haas che ebbe modo di  entrare nel  magico mondo della neonata agenzia Magnum ma, inizialmente, solo come editor e ricercatrice: deve aspettare ancora due anni affinché, nel 1953, diventi  a pieno  titolo una fotografa della Magnum Photos.

L'Italia di Magnum in mostra al Palazzo Ducale di Genova

Inge e Alice

Introdotta da un omaggio ad Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione.

Il percorso espositivo, articolato in decenni, si snoda tra le fotografie di Elliott Erwitt, René Burri e di Herbert List che rappresentano gli anni Cinquanta con le contraddizioni di Roma, gli esordi di Cinecittà e la mostra di Picasso a Milano e prosegue con tre figure forse meno note al grande pubblico ma peculiari della storia di Magnum: Thomas Hoepker che immortala il trionfo di Cassius Clay (poi Mohamed Alì) alle Olimpiadi di Roma del 1960, Bruno Barbey che documenta i funerali di Togliatti e Erich Lessing con un servizio che riporta direttamente ai tempi del boom economico con una carrellata sulla spiaggia di Cesenatico.

In questo grande racconto per immagini non potevano mancare per gli anni Settanta Ferdinando Scianna e le feste religiose in Sicilia, Raymond Depardon con la sua struggente serie sui manicomi, realizzata poco prima della Legge Basaglia, e Leonard Freed con i suoi scatti sul referendum inerente il divorzio. E poi gli anni Ottanta con Martin Parr e Patrick Zachmann, gli anni Novanta e Duemila con le discoteche romagnole di Alex Majoli, il reportage di guerra nell’ ex Jugoslavia di Peter Marlow e il G8 di Genova nelle fotografie di Thomas Dworzak.

L’ultimo tassello dei primi decenni del 2000 è di Paolo Pellegrin con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità. Inoltre una straordinaria sequenza di immagini di Mark Power dedicate ai luoghi simbolo della cultura italiana: da Piazza San Marco a Palazzo Ducale di Genova, al cretto di Gibellina, capolavori dell’architettura e dell’ingegno italiano che diventano a loro volta soggetti di autentici capolavori fotografici.

Informazioni sulle date, prezzi e orari

Negli  anni seguenti  Inge Morath viaggia molto in Europa, Nord Africa e Medio Oriente e i  suoi reportage, specie quelli dedicate alle arti, vengono pubblicati sulle maggiori  riviste mondiali.

Visitò per la prima volta l’allora Unione Sovietica nel 1965 mentre nel 1978, dopo  aver studiato  il mandarino, ottenne un visto per la Cina a cui seguirono  altri viaggi in quel  Paese

Dopo il matrimonio  con il drammaturgo Arthur Miller nel 1962   Arthur Miller fu  anche il marito  di  Marilyn Monroe alla quale ho voluto  dedicare volentieri lo spazio  per una sua frase all’inizio  dell’articolo – si  stabilì a New York  e nel  Connecticut.

Nel suo  lavoro  di  fotografa, Inge Morath amava ritrarre persone comuni  e  celebrità, nonchè fotografare  paesaggi e luoghi famosi, come la casa di Boris Pasternak e la camera da letto  di  Mao  Zedong.

Inge Morath  muore a New York il 30 gennaio 2002.

Alice Schalek, una fotoreporter d’antan

Inge e Alice
Alice Schalek

Nella voce che Wikipedia dedica alla condizione della donna in Austria vi è un lungo  elenco  di  figure femminili austriache importanti: eppure, in questa lista, non compare il nome di  Alice Schalek.

Questo è un peccato, perché lei, nata a Vienna il 21 agosto 1874, è da considerarsi come la prima donna austriaca (e tra le prime al mondo) a diventare fotoreporter di  carriera e scrittrice di  viaggi, nonchè la prima (e unica) donna membro  dell’Austriaca Kriegpressedienst (spero  di  avere   scritto bene il nome ) cioè l’agenzia di informazione sulla guerra dell’allora impero austro-ungarico.

Ancora prima di  diventare una fotoreporter, Alice Schalek  divenne famosa con un romanzo pubblicato con uno  pseudonimo maschile, quello  di Paul Michaely.

Oltre alla sua bravura di  scrittrice, un indubbio  aiuto per entrare nel mondo  dell’editoria le venne fornito dal  fatto  che la sua famiglia aveva forti  legami in questo  campo essendo  suo  padre, Heinrich Schalek, direttore (e proprietario?) della prima agenzia di  pubblicità sui  giornali  dell’Austria.

Lasciando  ogni pseudonimo, dal 1904 Alice iniziò a scrivere lunghi  reportage sui  suoi  viaggi in Palestina, Egitto, India, Sud-Est Asiatico, Giappone e Australia a cui  seguirono  tre libri sull’argomento e le prime conferenze in pubblico dedicate ai  suoi  viaggi mentre, nel 1912, divenne la prima donna docente presso il Centro di  educazione per adulti e osservatorio  Urania a Vienna (la quale sede è Patrimonio  Mondiale dell’UNESCO).

La sua capacità nel  rapportarsi  con le persone e il parlare fluentemente diverse lingue, la portò a conoscere personaggi  come Albert Einstein, Gandhi, George Bernard Shaw e il  premio Nobel indiano Rabindranath  Tagore.

Nonostante la sua famiglia fosse di origine ebraica  e quindi soggetta al sempre presente antisemitismo, Alice Schalek non prese mai una posizione precisa sulla questione se non con un saggio nel quale  evidenziava come gli   ebrei  fossero continuamente sotto  attacco  nella società, infatti anche lei dovette subire tali  angherie quando nel 1921 venne esclusa dal Club alpino  austriaco  che limitò l’adesione ai  soli  ariani (Alice, comunque, nel 1904 si  convertì al protestantesimo)

Ritornando ai  campi di  battaglia della Grande Guerra, intraprese numerosi  e pericolosi  viaggi in Serbia e Galizia (regione posta tra Ucraina e Polonia) per intervistare i  soldati  al  fronte e riportare, insieme alle loro parole, la tragedia della guerra attraverso  la fotografia.

Una volta ritornata a Vienna, raccontò la sua esperienza al  fronte in conferenze con migliaia di  spettatori. Come riconoscimento di  questi  suoi  eccezionali  resoconti, il governo  austriaco le consegnò l’ambita Croce d’oro con corona sul nastro al  coraggio (vi  risparmio il chilometrico nome in lingua tedesca).

Come nel  detto   ogni  rosa ha le sue spine, la sua vestiva i panni dell’editore di una famosa rivista popolare (Die Fackel) e cioè Karl Kraus: egli  definì senza mezzi  termini l’opera di Alice Schalek come il peggior esempio di  giornalismo  guerrafondaio definendola, inoltre, una iena nel  campo  di  battaglia.

A seguito  di  ciò Schalek intentò nel 1916 una causa per diffamazione nei  confronti di  Karl Kraus (che tra le alte cose l’aveva definita anche come Jourjüdin: giornalista ebrea).

Purtroppo  per lei gli  attacchi misogeni e antisemiti  di  Kraus le procurarono dapprima il licenziamento  nel 1917 dall’Ufficio informazioni  per la guerra e, tre anni  dopo  nel 1919, l’impossibilità di  continuare l’azioe giudiziaria ritirando, quindi, l’accusa di  diffamazione.

Dopo la Grande Guerra 

Terminata la carneficina della Grande Guerra, Alice riprese a viaggiare in Asia, Africa e nelle Americhe per poi scrivere di  questi  viaggi in alcuni  libri.

Ma la sua scrittura ora denunciava soprattutto  la condizione di  svantaggio  delle donne e di  come esse si  stavano organizzando in associazioni per i diritti in diverse nazioni, dal  Giappone a Israele.

Entrata a far parte del consiglio  di amministrazione dell’Associazione viennese delle donne scrittrici e artiste, diede inizio  alla raccolta fondi e invio  di  cibo nei luoghi più svantaggiati. a questo  suo  ruolo  aggiunse quello  di  membro della filiale austriaca del American Business and Professional Woman’s Club e quello  nel  Soroptimist Club (tuttora presente anche in Italia).

La sua carriera ha una brusca interruzione quando nel 1939 subì un periodo  di  detenzione dopo  essere stata arrestata dalla Gestapo dietro  l’accusa di  nascondere nella sua casa materiale contro il regime nazista.

Riuscì ad andare in esilio  a Londra e da qui si  spostò  a New York,  dove morì il 6 novembre 1956

Letture in anteprima  

Di buona famiglia o figlie di emigranti, amate o solitarie, ammirate o emarginate, le cinque donne protagoniste di questo libro hanno tutte un rivoluzionario desiderio: indagare la realtà con il proprio sguardo femminile, abituato a cogliere aspetti della vita ignoti, intimi o trascurati, coltivando un’audace arte dell’indiscrezione che è l’esatto contrario dell’indifferenza.

Sono cinque grandi fotografe, diverse per carattere e destino, ma ugualmente animate dalla voglia di cambiare l’immagine del mondo scovando bellezza e dolore là dove non erano mai stati visti, che si tratti di amore, politica, sesso, povertà, guerra o del corpo, soprattutto femminile. Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman hanno poco in comune, per origine e storia personale, ma condividono la stessa voglia di raccontare con l’obiettivo fotografico la realtà a misura della loro esperienza di donne e di ciò che hanno conosciuto, scoperto e amato.

Le loro esistenze sono avventurose, spesso difficili. Tina Modotti, operaia in fabbrica a Udine a soli tredici anni, dopo una breve parentesi hollywoodiana vive accese passioni politiche e sentimentali nel Messico degli anni Venti, spalancando i suoi occhi sulla bellezza dei diseredati; Dorothea Lange, in fuga dalla sua famiglia di emigranti, ritrae nel coraggio degli americani rovinati dalla Grande Depressione la propria lotta contro la vergogna della malformazione con cui convive dall’infanzia; l’inquieta Lee Miller, che qualcuno considera la donna più bella del mondo, è pronta a svestirsi degli abiti da modella per denunciare il volto spettrale della guerra; Diane Arbus abbandona gli agi della mondanità newyorkese per puntare il suo obiettivo su ciò che non corrisponde al canone della normalità e raccontare l’imperfezione umana; Francesca Woodman nella sua breve esistenza esplora la figura del corpo femminile, indagandone in crudi ed emotivi autoritratti il lato più misterioso, insieme fragile e potente.

Con una scrittura intensa e partecipe, Elisabetta Rasy insegue lungo l’arco del Novecento la vita e l’opera di queste cinque donne straordinarie, animate, ognuna secondo il proprio temperamento, da un’inarrestabile aspirazione alla libertà. Perché proprio l’incontro di talento e libertà è la cifra segreta grazie alla quale hanno saputo farsi strada in un mondo ancora fortemente maschile, diventando protagoniste di un nuovo sguardo sul secolo che hanno attraversato.

Gli altri articoli di Caterina

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della pace

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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Gertrude Bell e la nascita di una nazione

Gertrude Bell

Nessuna donna negli ultimi tempi ha unito le sue qualità – il suo gusto per l’avventura ardua e pericolosa con il suo interesse e la sua conoscenza scientifica, la sua competenza in archeologia e arte, il suo illustre dono letterario, la sua simpatia per tutti i tipi e le condizioni degli uomini, la sua intuizione politica e apprezzamento dei valori umani, il suo vigore maschile, il duro buon senso e l’efficienza pratica – il tutto temperato dal fascino femminile e da uno spirito molto romantico

David George Hogarth

Gertrude Bell, una biografia in poche parole 

Chi  era dunque questa donna che l’ archeologo e studioso  britannico  D.G.Hogarth descrisse con queste parole d’elogio che, purtroppo per lei, erano  quelle di un necrologio?

Gertrude Bell
Gertrude Bell

Gertrude (Margaret Lowthian) Bell nasce il 14 luglio 1868 nella casa che oggi è conosciuta come Dame Margaret Hall ma che allora si  chiamava Washington New Hall, a Washington (ma attenzione non si tratta della Washington famosa per la casa Bianca nonchè capitale degli  Stati Uniti, bensì della località omonima posta nella contea metropolitana di  Durham  in Inghilterra).

Sua madre, Mary Shield Bell, morì quando  lei  aveva appena tre anni e questo, secondo  alcune biografie, sembra aver prodotto in lei  un trauma infantile che nell’età adulta le procurò periodi  di  depressione.

La vedovanza di  suo  padre, Sir Thomas Hugh  Bell baronetto  e possessore di un’industria nella quale assicurò tutti i diritti  possibili ai  suoi  lavoratori, terminò tre anni  dopo  quando egli  sposò Florence Olliffe, drammaturga e autrice di libri  per bambini, che instillò in Gertrud  quei  concetti  di  dovere nel rapporto  con gli  altri che le saranno utili  nella vita adulta.

Gertrude Bell
Sir Hugh Bell con sua figlia Gertrude all’età di otto anni (ritratto a olio, Edward Poynter -1876)

Il suo  percorso  scolastico  la vide prima alunna al Queen’s College e poi all’Università di  Oxford  nel 1885 dove, essendo il corso  di  laurea in storia una delle materie non precluse al sesso  femminile, si  laureò in storia moderna, con una laurea con lode ottenuta in soli  due anni  dopo ma senza titoli  accademici riservati, ancora una volta ai  soli uomini (occorre aspettare il 1920 affinché anche l’Università di Oxford si  decidesse a dare uguale merito  anche alle donne).

Nel 1892 si  reca per la prima volta in Persia in visita allo  zio Sir FranK Lascelles all’epoca ambasciatore britannico (questo primo  viaggio  venne descritto  nel  suo libro Persian Picture), dopodiché, nel  decennio  successivo, viaggiò per il mondo arrivando  dapprima in Svizzera (diventando una brava alpinista scalando la Meije e il Monte Bianco e nell’Oberland bernese le venne addirittura dedicata una cima: la Gertrudespitze alta 2.632 metri scalata insieme a due guide, i fratelli Ulrich e Henrich Fuhrer), quindi di nuovo in Medio  Oriente nel 1899 visitando la Palestina e Siria e, nell’anno  seguente, durante un viaggio da Gerusalemme a Damasco, ebbe modo  di  conoscere da vicino  la comunità drusa di  Ǧabal al-Durūz.

A  questo  si  aggiunge una sempre più crescente passione per l’archeologia e lo  studio  delle lingue: infatti imparò a parlare fluentemente l’arabo, il persiano, il francese e il tedesco, nonchè l’italiano  e il turco.

Gertrude Bell l’archeologa

Gertrude Bell
Gertrud Bell ritratta nel 1909 presso gli scavi archeologici a Babilonia

L’allora mondo  occidentale deve molto  a Gertrud Bell per la conoscenza del  Medio Oriente: nel  suo  libro Syria: The Desert and the Sown (1907) descrisse sia a parole che attraverso  la fotografia le città e i grandi  deserti  arabi, ma è nel  marzo  del 1907 che iniziò a lavorare con Sir William M. Ramsay nello  scavo di Binbirkilise in Turchia.

Nel 1909 Gertrude Bell  si  trova in Mesopotamia dove mapperà e descriverà le rovine di  Ukhaidir, quindi  si  sposterà a Babilonia e Najaf e, al  suo  ritorno  a Carchemish, avrà l’incontro  con uno  dei personaggi più iconici di quel periodo:  Thomas Edward Lawrence più conosciuto  con il nome di  Lawrence T. d’Arabia magistralmente interpretato  da Peter O’Toole nel  film omonimo, vincitore di  sette premi  Oscar nel 1962, diretto  dal  regista David Lean

 Nel 1913 si  reca a Ha’il sulle orme di Lady  Anne Blunt (mi  sa che farò un post anche su  questa signora..) la prima donna straniera a visitare quel luogo, ma ci  arriva in un periodo  turbolento per cui venne trattenuta in città per undici  giorni.

Nel 1924 l’assiriologo Edward Chiera la invita a condurre gli  scavi  archeologici nell’antica Nuzi, nei pressi  di Kirkuk in Iraq dove furono  scoperte centinaia di  tavolette di  argille note come le Tavolette di  Nuzi.

In missione durante la guerra

Allo scoppio  della Prima guerra mondiale chiese di  essere distaccata in Medio  Oriente, richiesta inizialmente respinta,  quindi opta di  diventare crocerossina in Francia.

L’Intelligence britannica si  accorge di  avere in Gertrude Bell un talento necessario per muovere le sue truppe in Medio Oriente, le  viene affidato il compito, attraverso le sue mappe, dello spostamento  dei reggimenti nel deserto ma, cosa ancora più importante, con la sua influenza sui  rapporti  con i membri  delle tribù in tutto il Medio Oriente, reso più forte grazie al motivo che, essendo  donna e avendo libero  accesso alle camere delle mogli dei  capi tribù, poteva tessere e ottenere  nuovi  privilegi (la forza della sorellanza..).

Nel 1915 venne convocata al  Cairo presso il nascente Ufficio per le  questioni in Arabia, guidato dal  generale Gilbert Clayton (qui incontrò per la seconda volta T.E. Lawrence ed entrambi, per la loro conoscenza dell’arabo  e l’esperienza vissuta in quei  territori,  furono  affidati  ai  servizi  segreti).

Il 3 marzo 1916 il generale Clayton invia urgentemente Bell a Bassora come consigliera dell’ufficiale politico Percy Cox, qui  disegnò le mappe affinché l’esercito  inglese raggiungesse Baghdad in sicurezza: divenne così l’unica donna ufficiale politica nelle forze britanniche e insegnò a St. John  Philby a come muoversi nei  rapporti  dietro  alle quinte con i  capi  tribù.

Il genocidio armeno
Durante il suo periodo in Medio Oriente Gertrude Bell fu testimone diretta della brutalità subita dal popolo armeno, tanto che in un rapporto diretto all’Intelligence inglese scrisse:

circa 12.000 armeni erano concentrati sotto la tutela di un centinaio di curdi … Questi curdi erano chiamati gendarmi, ma in realtà semplici macellai; a gruppi di loro fu pubblicamente ordinato di portare gruppi di armeni, di entrambi i sessi, a varie destinazioni, ma avevano istruzioni segrete per uccidere i maschi, i bambini e le donne anziane … Uno di questi gendarmi ha confessato di aver assassinato lui stesso 100 uomini armeni … anche le cisterne e le caverne vuote del deserto erano piene di cadaveri … Nessun uomo può mai pensare al corpo di una donna se non come una questione di orrore, invece di attrazione, dopo Ras al-Ain.

L’Iraq 

Il 10 marzo 1917 le truppe britanniche entrano in Baghdad e lei  venne convocata immediatamente da Cox che le conferì il titolo di  Segretario orientale.

Nel 1919, quando l’impero  Ottomano fu  smembrato, a Gertrude Bell  venne chiesto  di  fare un’analisi della situazione in Mesopotamia che concluse dieci  mesi  dopo fornendo un rapporto ufficiale molto  dettagliato in cui si  sottolineava la difficoltà di  mantenere uniti popolazioni  a maggioranza sciita nella regione meridionale, sunnita in quella centrale e curdi in quella settentrionale (quest’ultimi reclamavano  la loro indipendenza)

La nascita di uno stato
L’Iraq non solo conteneva preziose risorse nel petrolio, ma avrebbe agito come una zona cuscinetto, con l’aiuto dei curdi nel nord come esercito permanente nella regione per proteggersi dalla Turchia, dalla Persia (Iran) e dalla Siria.

I funzionari britannici a Londra, in particolare Churchill, erano molto preoccupati per il taglio dei costi pesanti nelle colonie, compreso il costo per annullare le lotte intestine tribali. Un altro progetto importante sia per i governanti britannici che per i nuovi iracheni è stato quello di creare una nuova identità per queste persone in modo che si identificassero come un’unica nazione.  I funzionari britannici si resero presto conto che le loro strategie di governo stavano aumentando i costi.

 La Conferenza del Cairo del 1921 si tenne per determinare la struttura politica e geografica di quello che in seguito divenne l’Iraq e il Medio Oriente moderno: un contributo significativo fu dato da Gertrude Bell in queste discussioni, quindi lei ebbe una parte essenziale nella creazione dell’Iraq.

Alla Conferenza del Cairo Bell e Lawrence raccomandarono caldamente Faisal bin Hussein, (il figlio di Hussein, sceriffo della Mecca), ex comandante delle forze arabe che aiutarono gli inglesi durante la guerra ed entrò a Damasco al culmine della rivolta araba.

 Egli era stato  deposto dalla Francia come re di Siria e i funzionari britannici alla Conferenza del Cairo decisero di nominarlo come primo re dell’Iraq, in quanto credevano che a causa del suo lignaggio come hashemita e delle sue capacità diplomatiche sarebbe stato rispettato e avrebbe avuto la capacità di unire i vari gruppi nel paese e che gli sciiti lo avrebbero rispettato per la sua discendenza da Maometto mentre  I sunniti, compresi i curdi, lo avrebbero seguito perché era un sunnita rappresentante di una famiglia rispettata.

Tenere tutti i gruppi sotto controllo in Iraq era essenziale per bilanciare gli interessi politici ed economici dell’Impero britannico.

All’ arrivo  di  Faisal nel 1921, Gertrude Bell lo consigliò sulle questioni locali e cioè quelle riguardanti  la geografia tribale e gli  affari locali.

Inoltre supervisionò la selezione di  coloro  che dovevano ottenere la leadership in posti  chiave del  futuro  governo: per questo gli  arabi  la definirono  con la parola al- Khatun (tradotto letteralmente significa: una signora che tiene occhi e orecchie aperte per il beneficio  dello Stato).

Ovviamente Gertrude Bell  non si  era dimenticata di  essere anche un’archeologa: a lei  si  deve la fondazione del  Museo archeologico iracheno  a Baghdad e la costituzione della British School Archeology con lo scopo  di progettare futuri  scavi archeologi con i proventi  del  suo  testamento.

Verso il tramonto

Scrivere una mole enorme tra libri  e rapporti, ricorrenti  attacchi  di  bronchite provocati da anni di fumatrice incallita, il micidiale caldo  estivo  di  Baghdad , nonché attacchi  di  malaria, contribuirono al  decadimento  del  suo  fisico.

Inoltre, quando  Gertrude ritornò in Inghilterra nel 1925, dovette affrontare problemi  familiari (suo  fratello minore Hugh morì di  tifo) ed economici in quanto la ricchezza della sua famiglia andava dissolvendosi a causa della depressione economica in Europa e i  conseguenti  scioperi  degli operai.

Il 12 luglio  1926  Gertrude Bell venne ritrovata deceduta: la causa della morte  fu attribuita a una dose eccessiva di  sonnifero.

Ancora oggi si  discute se si  trattò di  suicidio  o un errore nel  dosaggio del  farmaco.

Al  cinema

Nel 2015 Werner Herzog dirige The Queen of the Desert film molto  romanzato, ma comunque basato  sulla vita di  Gertrude Bell, con la brava (e bella) Nicole Kidman nel  ruolo principale.

La lettura in anteprima

Nel 1927, un anno  dopo la morte di  Gertrude Bell, la matrigna Florence Bell pubblicò due volumi tratti  dalla corrispondenza che la sua figliastra scrisse durante il suo periodo in medio  Oriente

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Le aviatrici: tre storie in poche parole

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Non hai  visto un albero finchè non hai  visto  la sua ombra dal cielo

Amelia Earhart

Le aviatrici: la prima è Amelia 

In luglio a Lae (capoluogo della provincia di  Morobe in Papua Nuova Guinea) il clima è abbastanza tollerabile da considerarsi  ideale per attività quali  l’escursionimo.

Quindi, anche se ipoteticamente considerano un periodo  trascorso di ottantaquattro  anni, posso immaginare che il 2 luglio  del 1937 sia una giornata favorevole per una trasvolata che ha il sapore epico  di un’avventura: Amelia Earhart e il navigatore Fred Noonan, a bordo  di un  bimotore Lockheed L 10 – Electra  si  accingono  a decollare per raggiungere l’isola di Howland nell’Oceano Pacifico, prima tappa del progetto  di circumnavigazione del  globo.

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Amelia Earhart e il bimotore Lockheed L 10 Electra

La loro posizione viene costantemente rilevata dalla nave della guardia costiera statunitense Itasca che aveva il compito  di guidare l’aereo nelle fasi di  atterraggio  sull’atollo.

Alle 7.42 del 2 luglio la Itasca riceve una comunicazione dall’aereo e quelle parole riportate nella trascrizione sarà l’ultimo  messaggio  dei  due sfortunati piloti:

Dovremmo essere sopra di  voi, ma non riusciamo  a vedervi. Il carburante si  sta esaurendo. Non siamo  riusciti  a raggiungervi  via radio. Stiamo  volando  a 1.000 piedi.

 Inizia il mistero  sulla fine di  Amelia Earhart e Fred Noonan 

Il presidente Roosevelt autorizzò immediatamente la partenza dagli Stati Uniti di  nove navi con a bordo  aerei  per la ricognizione che raggiunsero la zona della presunta caduta del  veicolo cinque giorni  dopo  e cioè il 7 luglio.

Alle operazioni  di  ricerca parteciparono anche due navi giapponesi: la nave oceanografica Koshu e la nave appoggio Kamoi  con a bordo un idrovolante.

Le ricerche, purtroppo senza esito esito,  terminarono  il 19 luglio, nello stesso  giorno la rivista Life dedicò un articolo  sulla  tragedia dell’Electra.

Il 5 gennaio  1939 Amelia Earhart e Fred Noonan vennero  dichiarati  legalmente morti.

La storia, che a tratti  prende la piega di un mistery, continua con diverse ipotesi, tra le quali alcune molto  fantasiose

Le ipotesi alternative
Secondo il documentario della National Geographic Where’s Amelia Earhart? (2008), Amelia sarebbe stata prigioniera dei giapponesi con l’accusa di essere una spia e sarebbe morta giustiziata o per dissenteria. Inoltre il documentario raccoglie numerose testimonianze, anche di soldati giapponesi che giurerebbero di aver incontrato Earhart prigioniera insieme con Frederick J. Noonan tra le isole Marshall e Palau. Un ex soldato americano di stanza in Pacifico, sempre nel documentario, ha giurato sulle sue due medaglie al valore, di aver trovato a Guam una cassaforte contenente una valigetta con documenti e mappe riconducibili sempre alla Earhart e di averli consegnati a un ufficiale, ma di quei documenti non si è saputo più nulla.

Secondo un’altra versione Amelia sarebbe sopravvissuta ai campi di prigionia e poi tornata in America sotto il falso nome di Irene Craigmile Bolam, trascorrendo una tranquilla anzianità, ma esami forensi nel 2006 hanno concluso che la Bolam non è la Earhart.

Nel 2017 secondo un’inchiesta di History Channel attraverso il documentario dal titolo Amelia Earhart: The Lost Evidence, viene trasmessa una foto in bianco e nero dove sarebbero presenti Amelia Earhart seduta di spalle e vicino a lei un uomo di origine caucasica dalle sembianze di Noonan dopo la loro presunta scomparsa nell’atollo Jaluit, nelle isole Marshall, zona controllata a quel tempo dal Giappone. Nei giorni successivi il blogger giapponese Kota Yamano, esperto di storia militare, ha screditato immediatamente la foto dopo aver trovato a sua volta in un archivio della Biblioteca della Dieta nazionale del Giappone la stessa immagine risalente al 1935, cioè due anni prima della loro scomparsa

Tratto da Wikipedia – Amelia Earhart

 

Nel 1998  la  TIGHAR (The International Group for Historic Aircraft Recovery) approntò un progetto per scoprire la verità sulla tragica scomparsa di Amelia Earhart e Fred Noonan e, dopo diverse campagne di  ricerca succedutosi  negli  anni, si arrivò  a una prima conclusione e cioè che i due piloti virarono a sud rispetto alla rotta prestabilita, atterrando  sull’isola di  Nikumoro (odierna Repubblica di Kiribati  nel Pacifico  centrale) e da qui inviarono  i  messaggi  di  richiesta d’aiuto (alcuni  captati  dai  radioamatori  ma non intellegibili) utilizzando  l’energia dell’aereo  fintanto  che esso non fu  trascinato  via dall’alta marea.

Nel luglio  del 2018 i ricercatori impegnanti  nel  progetto presentarono il risultato  di un’attenta analisi delle comunicazioni  radio intercettate dai  radioamatori facendole coincidere con quelle ambientali  (analisi delle maree) arrivando  alla conclusione che Amelia Earhart e Fred Noonan  morirono di  stenti, o per le ferite riportate, sull’isola di Nikumoro.

Il poderoso report, ovviamente in lingua inglese, è offerto alla visualizzazione  in questa pagina (pdf), mentre nel box seguente il primo capitolo  del libro Finding Amelia di Ric Gillespie  il cui  ricavato  delle vendite è devoluto per il sostentamento  dell’Associazione (link per l’acquisto).

Electra_Chapter_1

 

Nel 2009 la regista Mira Nair ha diretto il film Amelia con Hilary Swank nel  ruolo  di  Amelia Earhart dando prova della sua bravura oltre che una notevole rassomiglianza con l’aviatrice.

 

La seconda aviatrice è Bessie 

Nel 1915 una giovane donna che volesse intraprendere la carriera di pilota di  aerei  non doveva combattere solo  contro la forza di  gravità che la teneva ferma in terra ma, soprattutto, contro i pregiudizi tanto più forti se la pelle è nera.

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Bessie Coleman nel 1923

Bessie Coleman (Atlanta 16 gennaio 1892 – Jacksonville, 30 aprile 1926) era nata in una famiglia di  mezzadri in Texas aiutando  sin da giovane la famiglia nella raccolta del  cotone nei  campi.

Da subito, ascoltando  le parole dei piloti reduci della Prima guerra mondiale, pensò che volare non dovesse rimanere solo un sogno  per una ragazza, ma un desiderio  da realizzare senza esitazione.

Purtroppo, come scritto in precedenza, razzismo  e pregiudizi non erano certo le condizioni migliori per una carriera di aviatrice negli  Stati  Uniti  di  quell’epoca ma, per sua fortuna, ebbe modo  di  conoscere  Robert S. Abbott fondatore del settimanale  Chicago  Defender che la incoraggiò a trasferirsi in Francia per ottenere il brevetto  da pilota.

Quindi, dopo  aver seguito un corso  di lingua francese presso  la Berlitz di  Chicago, si imbarcò nel novembre del 1920 per raggiungere la Société des avions Caudron di Le Crotoy nel dipartimento  della  Somme in Hauts-de-France.

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Un anno dopo, il 15 giugno 1921,  Bessie divenne la prima donna afroamericana a conseguire un brevetto  aereo internazionale dalla Fédération Aéronautique Internationale

Nel  settembre 1921 ritornò negli Stati Uniti, ma la fama di  essere la prima donna afroamericana a ottenere il brevetto  di pilota l’aveva preceduta, quindi ebbe molto  spazio  nella cronaca dei  giornali  americani arrivando  a essere invitata a Broadway come ospite d’onore nel musical Shuffle Along. 

Comprendendo che  il brevetto di pilota poteva aprirle nuovi orizzonti, decise di  specializzarsi nel  volo  acrobatico ed esibirsi, quindi, in spettacoli aerei seguiti  da un grosso pubblico.

Ancora una volta, però, ritrovò gli  stessi  ostacoli  precedenti e quindi, nel  febbraio del 1922, ritornò in Europa per un corso  avanzato di  aereonautica, spostandosi  dalla Francia in Germania per formarsi presso la Fokker Corporation.

Ritornata in patria il successo  delle sue esibizioni aeree la resero oltremodo popolare tanto  che dalle cronache dei giornali  veniva definita come  la più grande donna aviatrice del mondo.

Il suo  sogno  di  creare una scuola di  aviazione che accogliesse soprattutto persone di  colore terminò tragicamente il 30 aprile 1926 quando a Jacksonville durante una manifestazione acrobatica il suo aereo, dopo  solo  dieci minuti  di  volo, entrò in stallo  e lei  venne sbalzata fuori  dall’abitacolo precipitando  da un’altezza di seicento metri.

In suo  ricordo il 2 maggio  di ogni  anno a Chicago si  celebra il Bessie Coleman Day.

La terza aviatrice è Beryl 

Il 4 settembre 1936 un aereo modello Vega Gull (chiamato The Messenger) impegnato  in una transvolata da Abingdon in Inghilterra, dopo  venti ore di  volo  a causa di problemi  di  carburazione si  schiantò sul suolo  di  Cape Breton Island in Canada.

Ai  comandi  dell’aereo  vi  era una donna, Beryl Markham, che all’epoca aveva trentaquattro  anni essendo  nata il 26 ottobre 1902 a Ashwell nella contea di  Rutland in Inghilterra.

Ma niente paura, perché Beryl Markham morirà nel 1988 a Nairobi  all’età di ottantasei  anni.

La passione per il volo  le venne data dal suo  fidanzato Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore di professione che morì in un incidente aereo il 14 maggio  1931.

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Beryl Markham

Il cognome Markham lo prese dal suo secondo  marito (si  sposò tre volte) l’imprenditore Mansfield Markham dal quale ebbe un figlio dal  nome Gervase.

Suo  padre, Charles Baldwin Clutterbuck, era un noto  allevatore di  cavalli che decise nel 1906 (quando  Beryl  aveva quattro  anni) di  trasferirsi in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

A diciassette anni Beryl era diventata anche lei  una brava allevatrice di  cavalli oltreché avere imparato  quasi  tutto  sulla cultura locale, ma nella sua vita trova posto  anche una relazione con il principe Enrico  duca di  Gloucester figlio  di re Giorgio  V (cosa non gradita dalla famiglia reale) e l’amicizia con la scrittrice Karen Blixen a cui  aveva strappato l’amore del  fidanzato Denys Finch Hatton morto, come si  è visto, nell’incidente aereo (se le due rimasero  amiche questo la storia non lo  dice).

Nonostante la sua impresa di  volare dall’Inghilterra fino  al nord America si  concluse con un incidente, Beryl Markham venne in seguito  celebrata come pioniera dell’aviazione avendo  volato  da est a ovest in solitaria e senza scalo.

L’impresa le suggerì l’idea della stesura di un libro riguardante anche la biografia della sua vita avventurosa (l’anteprima del  libro A occidente con la  notte lo troverete alla fine dell’articolo), il libro  era condannato  all’insuccesso finchè, anni  dopo  e precisamente nel 1982, tra alcune lettere di Ernest Hemingway  ne venne trovata una in cui  lodava la scrittura di  Beryl Markham:

…hai  letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’ scritto  meravigliosamente bene, tanto da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso⌋ 

In realtà (si  dice) che nella lettera originale di  Hemingway oltre alle lodi  vi fosse anche una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta con termini non propriamente eleganti….

Comunque, l’anno  dopo  il ritrovamento  della lettera, la casa editrice californiana North Point Press decise la ristampa di  A occidente con la notte ottenendo successo  di  critica e di  vendite.

Questo servì a Beryl Markham, la quale viveva a Nairobi in condizioni  indigenti, di  passare i suoi  ultimi  anni in completa agiatezza.

Nel  ricordare la persona di  Beryl Markham, l’Unione Astronomica Internazionale le ha dedicato un cratere d’impatto sul pianeta Venere (con una buona dose di  humour nero nel dedicare un cratere d’impatto  a una aviatrice!)

Letture in anteprima

A occidente con la notte è il racconto di questa straordinaria esistenza in cui le ombre si dileguano dinanzi alle vette che essa fu in grado di raggiungere.

Donna dalla meravigliosa andatura e dai lunghi capelli biondi, che parlava lo swahili, il nandi e il masai, addestrava cavalli come pochi, volava come nessun’altra (fu la prima ad attraversare l’Atlantico da est a ovest in solitaria, decollando dall’Inghilterra e atterrando in Nova Scotia ventuno ore e venticinque minuti dopo), ebbe tre mariti e un figlio, inventò la caccia grossa con l’uso degli aerei, collezionò ogni sorta di trofei e finì i suoi giorni in un piccolo appartamento di Nairobi, dove fu anche percossa e rapinata, Beryl Markham fu una scrittrice di assoluto talento, capace di restituirci magnificamente l’Africa incantata della prima metà del secolo scorso.

Letto oggi, A occidente con la notte rivela di avere un fascino non dissimile da quello che emana dalle pagine della Mia Africa di Karen Blixen. La sua descrizione dei primi voli nei cieli dell’Africa Orientale è memorabile.

Niente potrebbe dare un senso più forte della vastità, del pericolo e della bellezza inospitale di quella terra.

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Titoli  di  coda

La poetessa e cantautrice inglese Heather Nova ha dedicato il brano I Miss My Sky ad Amelia Earhart

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Sheela na gig: quel particolare potere della donna

Sheela na gig

La mai vagina è una conchiglia, una tenera conchiglia rosa rotonda, che si  apre e si  chiude.

la mia vagina è un fiore, un tulipano  eccentrico, dal  centro  acuto e profondo, il profumo  tenue, i petali delicati  ma robusti..

Tratto da I monologhi  della vagina di Eve Ensler

Sheela na gig, una divinità pagana?   

Letteralmente la traduzione in italiano dall’irlandese (?) di  Sheela na gig è Il concerto  di  Sheela dove, secondo  i più dotti  studiosi di  storia antica, Sheela è ovviamente un nome al  femminile, mentre per concerto s’intende proprio la vagina.

Sheela na gig (o anche Sheela na gigs al plurale) è anche il nome collettivo dato  a una serie di  bassorilievi che si  trovano sui portali  di  alcune chiese (ma anche di  semplici abitazioni) presenti non solo in Irlanda e Inghilterra ma anche in gran  parte dell’Europa continentale (tranne che in Italia) risalenti all’XI secolo.

Sheela na gig
Sheela na gig – Chiesa di St. Mary and St. David a Kilpeck (Herefordshire, Inghilterra)

Da come si può vedere dall’immagine la vagina è rappresentata in maniera molto  grottesca,  tale da suscitare nel  clero  vittoriano una battaglia per distruggerle perché ritenute fin troppo  pruriginose per la morale di  allora.

Eppure, secondo alcuni  studiosi, proprio  questo  tipo  di  rappresentazione dei genitali  femminili posti nelle entrate delle chiese nel  medioevo doveva servire a tenere i fedeli lontano  dai  peccati  della lussuria.

Altri  affermano  che, come nel  caso  dei gargoyle delle cattedrali gotiche, esse avevano lo scopo di  allontanare dalle chiese e dalle case i  demoni e il diavolo, cosa d’altronde in uso  anche nell’antica Grecia.

Tra le ipotesi riguardanti il nome Sheela vi è quella che sia il nome di una divinità pagana e che la rappresentazione di una vagina di  tale dimensioni  è, alla fine, un augurio  di  fertilità.

Il potere apotropaico  della vagina

E’ fuori di ogni dubbio  che oggigiorno  la nudità di una vagina venga immediatamente associata alla sessualità, se non addirittura alla pornografia, ed è altrettanto  ovvio che nessuna di noi si  sognerebbe di mostrare la propria intima natura femminile nella sua versione plain air.

In passato, però, l’organo  genitale femminile veniva considerato non solo  come dispensatrice di  felicità (dal punto  di  vista maschile) ma anche come simbolo  apotropaico  contro demoni  e forze della natura e lo stesso  concetto, più o  meno, lo si  ritrova nel  folklore di  diverse culture.

Così si  dice che in Catalogna una volta le donne, mogli  di pescatori, mostrassero la vagina al mare per allontanare le tempeste; mentre in Russia se una donna sfortunatamente incontra un orso, il mostrare la sua nudità metterebbe in fuga il plantigrado (sono convinta che l’orso a tale vista resterebbe alquanto perplesso, per poi  ritornare a fare l’orso).

Sheela na gig
Le diable de Papefiguiére – Illustrazione di Charles Eiser (1762)

Anche Jean de la Fontaine nel  suo racconto Le diable de Papefiguiére narra come il (povero) diavolo venga messo in fuga da una furba contadina che non ci pensa due volte nel  mostrare ciò che di  solito  rimane nascosto.

Letture in anteprima 

<< La prima volta che ho messo in scena I monologhi della vagina ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Perciò quando sono salita sul palco di un piccolo teatro di Manhattan mi sono sentita come se stessi attraversando una barriera invisibile, rompendo un tabù molto profondo. Ma non mi hanno sparato. Alla fine di ogni spettacolo c’erano lunghe code di donne che volevano parlare con me. Sulle prime ho pensato che volessero condividere le loro storie di desiderio e appagamento sessuale. In realtà si mettevano in fila per dirmi come e quando fossero state stuprate o aggredite o picchiate o molestate. Ero sconvolta al vedere che, una volta rotto il tabù, si liberava un fiume in piena di memorie, rabbia e dolore. E poi accadde qualcosa di completamente inaspettato.

Lo spettacolo venne ripreso in tutto il mondo da altre donne che volevano infrangere il silenzio sui propri corpi e sulle proprie vite all’interno della comunità di appartenenza.

 Hanno provato a impedirci perfino di nominare alcune delle parti più preziose del nostro corpo. Ma ecco ciò che ho imparato: se una cosa non viene nominata, non viene vista, non esiste.

Ora più che mai è il momento di raccontare le storie importanti e dire le parole, che siano vagina o il mio patrigno mi ha stuprata.

Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso>>

Il Saggiatore presenta la nuova edizione dei Monologhi della vagina, con una nuova introduzione, nuovi contributi e testi inediti.

Con humour trasgressivo, la vagina prende la parola per raccontare e raccontarsi attraverso la sua voce, che sa essere seria, divertita, fantasiosa o drammatica.

Un manifesto contro la violenza che non cessa di essere il punto di riferimento fondamentale nella lotta quotidiana di tutte le donne del mondo.

Titoli  di  coda

Nel 1992 è la volta della cantautrice inglese PJ Harvey  a ispirarsi a ispirarsi  a  Sheela na gig per il brano omonimo

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

 

Diana, ovvero l’arte del viaggio in autostop (e non solo)

Diana

Arrivare è attendere il momento di dover dire:

è stato  bello restare, ma adesso  devo  andare via

C.A.

Diana Barbieri si  mette in viaggio 

  Scrivendo  di  donne che hanno  deciso  di  viaggiare da sole, quando il viaggio  non è solamente  da intendere quello fisico ma, soprattutto, risiede in quei  meandri che la psicologia traccia nelle nostre menti, mi chiedo  sempre:  farei la stessa cosa?  

La risposta non è quella definitiva nel  senso  che, aspettandomi di  rimandare al più tardi possibile il momento  di  dover guardare le margherite dalla parte delle radici, non è detto che tale esperienza (quella del viaggio in solitudine) non diventi mia perché, a parte il mio piccolo (grande) periodo  francese, ho  sempre viaggiato (a piedi, zaino in spalla, in treno, pullman o  auto, mai  a dorso  in un dromedario) in compagnia di un(a) partner.

Diana (Barbieri) protagonista  di  quest’articolo ha fatto un qualcosa che decisamente riporta in auge un modo  di  viaggiare che pensavo essere al  tramonto (o, per lo  meno, oggi lo è a causa della pandemia e relativa diffidenza che si è creata verso  il prossimo): l’autostop.

Diana
Per gentile concessione Diana Barbieri © 2021

Appunto l’autostop e cioè quello che ha portato nel 2013  Diana dalla provincia di Mantova fino al Nemrut Dağı in Turchia, attraversando  la Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia, e che per un certo  verso mi ricorda un po’ l’Anabasi  di  Senofonte

Senz’altro i disagi  che Diana  ha dovuto affrontare  erano  di  tutt’altro  genere rispetto  ai  mercenari  greci, ma non per questo  trascurabili, anzi  è lei  stessa che in un decalogo fornisce consigli utili per chi  avesse intenzione di  affrontare un viaggio in autostop:

I consigli di Diana
– Informarsi in anticipo sul viaggio e la meta che avete in mente – Fotografare la targa del veicolo -Non salire in auto in presenza di due uomini e comunque controllare sempre che non vi sia nessuno seduto nel sedile posteriore – Non dire dove si sta andando, ma chiedere dove è diretto il conducente ( o la conducente) – Non fare l’autostop quando si avvicina la sera – Se una strada è scarsamente illuminata bisogna evitarla – Controllare se la strada che stiamo percorrendo presenta notevoli segni di degrado e se la gente che vi abita vi guarda in un certo modo poco amichevole (camminare in uno slum è ben diverso da farlo in Avenue des Champs-Élysèes)

La storia di  questo lungo  viaggio è il tema del  suo libro Viaggio a ogni  costo – Autostop  dall’Italia al Medio  Oriente (anteprima alla fine dell’articolo, mentre per l’acquisto direttamente da Amazon l’indirizzo è questo )

Diana, la ragazza dai  capelli  blu

Diana
Diana Barbieri (per gentile concessione dell’autrice)

Nel 2013, quando il viaggio  ha inizio, Diana aveva ventisei  anni e da dodici era  già una lavoratrice, quindi, paga dopo paga, con sacrificio riesce a mettere da parte quel  tanto per realizzare il suo  sogno.

 Nel 2013 una ragazza che decideva di partire per un viaggio zaino  in spalla e da sola avrebbe dovuto affrontare soprattutto gli immancabili  pregiudizi di  conoscenti, di persone a lei non familiari, di  tutti  coloro  che pensano a questo  suo  desiderio  come un capriccio al limite dell’inutilità: sarebbe stato lo stesso  se a farlo fosse stato un ragazzo?

Penso  proprio  di no!

Questo  che forse non si  vuole comprendere è che dietro  alla decisione di  lasciare un posto di  lavoro  sicuro, la propria casa,  per intraprendere un Cammino (volutamente ho utilizzato  la lettera maiuscola) non è solo per mera avventura, ma perché dentro se stessi (nei meandri  della nostra psicologia, come ho  già scritto  all’inizio) si fa imperioso poter dare sfogo a quel magma che è la nostra natura vera ed essenziale, libera da ogni  schematismo culturale e/o  sociale.

Duccio Demetrio, nel  suo  libro Filosofia del  camminare, così descrive la libertà della donna a viaggiare in solitudine:

…per la donna la strada e  il suo  camminarvi in libertà, rappresenta il suo  cammino  emblematico della sua emancipazione.

Del  suo  diritto al movimento e al  viaggiare finalmente in solitudine

Il viaggio  continua

Come una moderna Ulisse al  femminile che non si  accontenta di un primo assaggio  di una vita errante, Diana ha continuato a viaggiare per il resto  del mondo: da Mosca a Bali, nel  Laos, in Myanmar, in Australia e Nuova Zelanda (con i visti  vacanza -lavoro).

Poi, in America, a bordo  di un camper, insieme a un compagno  di  viaggio  (Marco), per affrontare la traversata dal Canada all’Alaska, quindi giù verso  la Patagonia seguendo la Strada Panamericana: un viaggio dalla durata di  due anni e 82.000 chilometri  percorsi (e che, purtroppo, si  deve interrompere in direzione di  Buenos Aires a causa della quarantena imposta dalla pandemia).

 Seguite Diana e le sue avventure sul sito  Close to Eternity.

Per concludere 

  Ancora una volta mi permetto  di  ricorrere alle parole di  Duccio Demetrio  per descrivere l’essenza del  viaggio:

Nessun luogo così composito, esposto, infido come la strada parrebbe essere fonte di cura, di raccoglimento e financo di consolazione.

Eppure, è oltre il recinto, oltre le stanze, oltre il giardino, oltre il cortile che, mettendoci in cammino (e non solo metaforicamente), possiamo  capire di più quel  che siamo  e vogliamo, che chiediamo  a noi  stessi

Tratto  da Filosofia del  camminare di  Duccio  Demetrio

Letture in anteprima 

Stanca della routine e ammaliata da storie di viaggiatori che invitano a uscire dalla zona di comfort, Diana parte per un viaggio estremo verso il Medio Oriente: in autostop e campeggio selvaggio, dall’Italia fino al confine con la Siria attraverso i Balcani e la Turchia.

L’avventura inizia scandita dagli incontri casuali della strada: sconosciuti che le danno passaggi sui mezzi più disparati, sconosciuti che la ospitano nelle loro case, sconosciuti anche come compagni di viaggio. La strada porterà l’autrice a evolversi, a scoprire le regole dell’autostop e a comprendere la filosofia di vita e la gentilezza di chi aiuta senza chiedere nulla in cambio.

Ma, in quanto donna, viaggiatrice inesperta e autostoppista, scopre che le difficoltà e i pericoli che deve affrontare sono più imprevedibili di quanto avesse preventivato. C’è una realtà fuori dalla zona di comfort che è spesso taciuta perché scomoda e impopolare, oppure tutti i viaggiatori a tempo pieno vivono solo avventure da sogno?
È davvero un pregio essere determinati a viaggiare a ogni costo, oppure un’eccessiva resilienza può portare a conseguenze dall’impatto emotivo oltre il limite?

Cose da poco, insomma, che Diana si arroga il diritto di provare alle condizioni che sceglie e, perché no, anche di raccontare, rifiutandosi di cadere nello stereotipo dell’eroina impavida e coinvolgendo il lettore in un vortice di introspezione.

Ho il diritto di apparire fragile, volubile, di sbagliare, di arrabbiarmi, di essere stupida e irragionevole a voler partire anche se sono donna ed è pericoloso, perché è una scelta mia, e mia soltanto. So che mi capisci. Che una parte di te sa di cosa parlo e conosce il fuoco che ti brucia dentro per partire. Hai ragione: le emozioni del primo viaggio sono irripetibili, come ogni prima volta. Spero che, se anche un giorno dovessi accumulare tanti anni in viaggio, non dimenticherò come ci si sente a essere inesperti e a osservare tutto con gli occhi che brillano per la scoperta.

La complessità emotiva che può sommergere un’anima durante un viaggio è qualcosa di unico. Per questo motivo, Viaggio a ogni costo non è un semplice racconto: la realtà borderline descritta e la psicologia controversa dei personaggi fanno sì che il libro trascenda l’idea di reportage di viaggio, conferendogli il titolo di romanzo. È uno spaccato di vita reale a tutto tondo, un’autobiografia in cui l’autrice Vicina all’Eternità si racconta senza veli e la vita in viaggio viene sviscerata in tutte le sue implicazioni, da quelle più positive a quelle più negative, senza censure.

Diana Barbieri, fotografa e storyteller, è anche sui social con il nome Close to Eternity.

Titoli  di  coda

Nel  libro, all’inizio di ogni  capitolo, Diana introduce il titolo  di una canzone che fa da colonna sonora alle parole.

La playlist (su  Spotify premium) è disponibile attraverso un QR code all’inzio del libro.

Il brano Strange Machines è parte di  questa playlist

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Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Martha Gellhorn

La vita non è affatto lunga, mai  abbastanza,

ma i  giorni  sono davvero molto  lunghi.

Martha Gellhorn

 Martha Gellhorn Prize for Journalism

Il Martha Gellhorn Prize for Journalism è il riconoscimento  dato  a quei  giornalisti che, attraverso  le loro  inchieste, hanno rotto il muro  di  verità costruito dall’estamblishement per darne una versione dei  fatti  più reale e conseguentemente scomoda al potere.

Nel  2011 il premio  venne assegnato a Julian Assange, dal 2017 non vi  sono  stati  più vincitori.

Ma non è del premio  che voglio  scrivere ma di Martha Gellhorn, una delle figure femminili  più importanti  del  XX secolo e che qualcuno ancora oggi  si  ostina a ricordare solo  per essere stata una delle mogli  di  Ernest Hemingway .

Martha Gellhorn, la biografia in poche parole

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn

Martha Gellhorn nasce a St Louis l’8 novembre 1908, sua madre Edna Fischel Gellhorn era una esponente delle suffragette, suo  padre George Gellhorn di professione ginecologo, mentre suo  fratello Walter diventerà un noto  professore di  diritto  alla Columbia University e il minore Alfred seguirà le orme paterne diventando oncologo e preside della University of Pennsylvania School of Medicine.

 A questo punto potrebbe essere una certezza piuttosto  che un’ipotesi che sia stato proprio l’impriting materno, Edna era una donna molto  combattiva, a formare il carattere deciso  della figlia, tanto  che a soli otto  anni  Martha venne portata dalla madre alla manifestazione per il diritto  al voto delle donne e che verrà conosciuta  con il nome di  Golden Lane.

Edna Fischel Gellhorn e la Golden Lane
Martha Gellhorn
Edna Fischel Gellhorn

Edna Fischel Gellhorn (St. Louis 18 dicembre 1878 – St.Louis 24 settembre 1970) era una suffragista e riformatrice americana e svolse un ruolo in primo piano nella fondazione della National League of Women Voters. Suo padre Emil Fischel fu professore di medicina clinica presso la Washington University e contribuì a fondare la Barnard Free Skin and Cancer Hospital; sua madre, Martha Fischel, era un’educatrice molto coinvolta nella filantropia e nel lavoro civico.

 Dopo essersi diplomata alla Mary Institute High School di St. Louis, Edna ha frequentato il Bryn Mawr College in Pennsylvania laureandosi nel 1900. Tre anni dopo sposò George Gellhorn, un eminente medico e professore di medicina presso la Washington University di St. Louis. Insieme hanno avuto una figlia e tre figli: Martha, Walter, Alfred e George Jr.

Sebbene sia cresciuta in una famiglia benestante e abbia vissuto una vita agiata da ceto alto come donna sposata, Gellhorn credeva nel valore e nell’importanza di aiutare gli altri attraverso il servizio pubblico. Lei, come i suoi genitori, è stata profondamente coinvolta nella comunità di St. Louis. All’inizio della sua carriera come attivista civica ha organizzato eventi di beneficenza, ha fatto pressioni con successo per regolamentazioni sull’acqua potabile pulita e ha contribuito a garantire l’approvazione di una legge che richiedesse migliori standard di sicurezza per il latte.

Tuttavia, ha trovato la sua vera vocazione nel movimento per il suffragio. Quando la League of Women Voters fu fondata all’inizio del 1920, a Gellhorn le fu  chiesto di ricoprire il ruolo  di primo presidente nazionale, lei   rifiutò l’offerta, ma divenne ugualmente il primo vicepresidente nazionale dell’organizzazione. È stata anche eletta prima presidente della Missouri League of Women Voters e ha ricoperto per tre mandati la presidenza della St. Louis League of Women Voters.

Lo stile di  Edna Gellhorn era quello di dare il buon esempio e fare tutto ciò che era necessario: teneva discorsi, faceva pressioni sui politici, presiedeva comitati.  Durante la sua carriera, Gellhorn dimostrò  di credere non solo nell’uguaglianza delle donne ma anche nell’uguaglianza razziale: quando la lega di St. Louis nel 1919 ha votato per determinare se le donne afroamericane potevano far parte del suo consiglio, Gellhorn ha espresso il voto decisivo che aprì il consiglio agli afroamericani.

Nel 1921, Gellhorn e la lega lasciarono l’Advisory Board, un gruppo di organizzazioni femminili di St. Louis che escludevano l’adesione da parte delle afroamericane. Vent’anni dopo, quando l’ufficio della lega si trovava al Kingsway Hotel di St. Louis, il personale dell’hotel disse ai membri della lega afroamericana che non potevano usare gli ascensori pubblici; invece avrebbero dovuto usare gli ascensori di servizio. Indignata, la lega, guidata da Gellhorn, si trasferì fuori dall’hotel e si trasferì in un nuovo ufficio piuttosto che lasciare che i suoi membri neri fossero discriminati.

Dopo che le donne ottennero il diritto di voto nel 1920, Gellhorn continuò a lottare per numerose cause come l’uguaglianza delle donne, i diritti civili e l’istruzione. È stata attiva in numerose organizzazioni come la St.Louis Urban League, il Comitato centrale delle donne per la conservazione degli alimenti, il Comitato per l’eliminazione del fumo, l’Associazione americana per le Nazioni Unite, la National Municipal League. Gellhorn ha anche fatto parte della Commissione statale del Missouri sullo status delle donne e della Commissione per la revisione della costituzione del Missouri.

Edna Fischel Gellhorn non si è mai candidata né ha ricoperto cariche pubbliche, ma grazie al suo ottimismo e al suo duro lavoro ha contribuito a migliorare il mondo. Nel 1953 dichiarò: Sono contenta di essere nata in un periodo di forti  tensioni sociali. Sono contenta di averlo vissuto. E ho una fede infinita nel futuro.

Eda Gellhorn è morta il 27 settembre 1970, all’età di novantuno anni ed è sepolta nel cimitero di Bellefontain.

Golden Lane

Martha Gellhorn
Le suffragette partecipanti alla manifestazione del Golden Lane il 14 giugno 1916 a St.Louis

 Uno dei suoi contributi più importanti è stata la manifestazione politica nota come Walkless-Talkless Parade alla Convenzione Nazionale Democratica del 1916 a St. Louis: migliaia di donne vestite di bianco con fasce gialle e ombrelli dello stesso colore stavano su entrambi i lati della strada e formavano una corsia d’oro che i delegati democratici dovevano attraversare per raggiungere la convenzione il giorno dell’inaugurazione. Questo evento ha attirato l’attenzione nazionale sulla campagna delle suffragette per il diritto di voto delle donne. In prima fila tra le dimostranti vi erano due bambine come rappresentanza delle future elettrici: Mary Taussig e Martha Gellhorn.

Il diritto al voto delle donne venne finalmente concesso il 26 agosto 1920 con l’approvazione del XIX emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che introdusse il suffragio universale.

Nel 1926 Martha Gellhorn si  diplomò alla Burroughs School di  St.Louis iscrivendosi  poi al Bryn Mawr College a Philadelphia abbandonando  gli  studi  nel 1927 per intraprendere la carriera di  giornalista.

I suoi primi  articoli  vengono pubblicati su  The New Republic (settimanale liberal fondato  nel 1914 e tutt’ora attivo) ma decisa a diventare una corrispondente per l’estero si  trasferì nel 1930 a Parigi dove vi  restò per due anni lavorando presso l’ufficio  della United Press: qui  viene licenziata dopo  aver denunciato  delle molestie sessuali  da parte di un collega (il MeToo è ancora lontano  nel tempo).

Proseguì la sua carriera viaggiando in lungo  e largo  per l’Europa scrivendo per vari  giornali tra cui  articoli  di moda per Vogue riportando l’esperienza di  quegli anni  nel  libro What Mad Pursuit (1934).

Ritornata negli  Stati Uniti nel 1932, venne assunta da Harry Hopkins, consigliere e uomo  di  fiducia del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Dallo  stesso presidente ebbe l’incarico di  raccogliere testimonianze sul campo per conto della Federal Emergency Relief Administration (FERA), organizzazione creata da Roosevelt per trovare una risposta alla Grande depressione di quegli anni  negli  Stati Uniti.

Per questo  lavoro ebbe modo  di  affiancarsi  a Dorothea Lange, la fotografa che più di  altri  ha documentato  fotograficamente la tragedia della Grande depressione (di  lei  ho  parlato in un mio articolo che troverete nella lista dei link alla fine di  questo), e insieme fornirono cospicui  rapporti diventati parte degli  archivi storici  ufficiali  del governo  relativi  a quel periodo  che servirono  a Martha Gellhorn come base per una raccolta di  racconti nel libro The Trouble I’ve Seen (1936).

L’incontro (e la fine)  con Ernest Hemingway

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn insieme a Ernest Hemingway

L’incontro  con  Ernest Hemingway  ebbe luogo  durante un viaggio  di  Martha Gellhorn a Key West in Florida nel  natale del 1936, essendo per lavoro  entrambi   interessati  alla Guerra civile spagnola  decisero  di partire insieme per la Spagna celebrando il successivo  natale a Barcellona.

Questo  incontro è narrato (in maniera molto  romanzata) nel  film Hemingway & Gellhorn diretto da Philip Kaufman e con Nicole Kidman e Clive Owen nei  ruoli  principali

Da allora, e per i  successivi  quattro anni, i  due ebbero modo  di  frequentarsi  sempre più spesso fino ad arrivare alla decisione di  sposarsi  nel novembre 1940 (Hemingway  aveva da poco  divorziato  dalla seconda moglie Pauline Pfeiffer).

Il carattere dello  scrittore, però, non poteva combaciare con gli impegni da giornalista della moglie che la portavano a fare lunghe assenze da casa in giro per il mondo tanto  che, quando  Martha partì per l’Italia, le scrisse:

Sei una corrispondente di  guerra, o una moglie nel mio letto?

Che sia vero o meno la frase attribuita a Hemingway, fatto  sta che il loro matrimonio, come si  vuole dire in questi  casi, iniziò  ad andare a rotoli fino  ad arrivare alla decisione di  divorziare nel 1945.

Martha Gellhorn, la corrispondente di  guerra

Incredibilmente l’enciclopedia universale, e cioè Wikipedia, nella biografia dedicata a Ernest Hemingway liquida con queste parole la figura di  Martha Gellhorn:

Il 16 marzo, dopo aver ottenuto i permessi per la Spagna, Hemingway partì in aereo per Barcellona intenzionato ad arrivare più a sud e, arrivato a Valencia, volle andare subito a vedere i luoghi della vittoria lealista. In seguito si spostò a Madrid  dove iniziò la sua attività di inviato speciale e dove lo raggiunse Martha Gellhorn, la giovane e ambiziosa scrittrice che aveva incontrato allo Sloppy Joe’s Bar di Key West….⌋ 

Sul fatto  che  Martha Gellhorn  fosse giovane (e anche ambiziosa) nulla da dire, ma quelle parole sembrano  piuttosto il confronto  fra una novellina e il gigante della letteratura (inoltre Martha era anche una corrispondente di  guerra oltre che scrittrice).

Comunque, dopo  l’ascesa di  Hitler nel 1938, la troviamo  in Cecoslovacchia, descrivendo  quel periodo  nel romanzo A Stricken Field (1940); in seguito, dopo  lo scoppio  della guerra, si  spostò in Finlandia, Honk Kong, Birmania, Singapore e Inghilterra e, non avendo  le credenziali  ufficiali della stampa per assistere allo sbarco  del  D-Day, si  travestì da infermiera per essere l’unica donna giornalista presente in Normandia quel  giorno  del 6 giugno 1944.

Dopo  la guerra si  ritrovò a lavorare su altri  fronti, questa volta per l’Atlantic Monthly, coprendo la guerra in Vietnam, i  conflitti arabo – israeliani degli  anni ’60 – ’70 e, all’età di settant’anni e cioè nel 1979, era in America centrale per documentare le guerre civili.

Nel 1989, a quasi  ottant’anni, riuscì a fare la cronaca dell’invasione statunitense di  Panama.

Nel 1990, dopo un’operazione di cataratta non riuscita che la lasciò con problemi  di vista permanenti, dichiarò di  essere troppo  vecchia per coprire il  conflitto  dei  Balcani in Europa.

Questo non le impedì un ultimo viaggio in Brasile nel 1995 per documentare la povertà in quel  Paese e pubblicare il racconto sulla rivista letteraria Granta

Martha Gellhorn muore nella sua casa di  Londra il 15 febbraio 1998, non si  sa se per morte naturale o  suicidio.

Il libro in anteprima 

Dalle notti madrilene squarciate dalle bombe della Guerra civile spagnola, nel 1936, alle guerre in America Latina degli anni novanta, percorrendo le paludi del Vietnam e battendo i deserti del Medio Oriente, I volti della guerra narra le storie – di ferocia, amore e sofferenza – dei despoti e delle vittime dei conflitti del secolo scorso.

Martha Gellhorn – antesignana delle corrispondenti di guerra, tra i primi a testimoniare l’orrore del campo di concentramento di Dachau – ha raccontato, con i suoi reportage, i fronti più caldi del XX secolo. Una scrittura immediata e realistica – sensibile ai suoni, agli odori, alle parole, ai gesti dei luoghi visitati – e un’infallibile capacità di cogliere e custodire l’estrema varietà di esperienze vissute hanno dato forma alla visione umana del mondo della grande reporter.

Questo libro è ormai un classico del giornalismo moderno. Martha Gellhorn l’ha scritto non perché fosse interessata ai generali e ai politici, ma perché coltivava un forte impegno nei confronti della gente normale che dalle guerre viene schiacciata.

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Polesine

Molti  eventi  avevano insegnato  agli  abitanti del luogo a mantenere i  segreti, quindi non ci  fu  alcun bisogno di  esercitare pressioni  di  sorta.

Inoltre quello che sapevano  erano ben  poco: i vasti  acquitrini salati, piaghe desolate e disabitate, tenevano la gente dell’entroterra ben lontano da Innsmouth..

Tratto da La maschera di  Innsmouth di Howard P. Lovecraft 

Il Polesine non è Innsmouth, ma…

Lo  sanno  tutti (o  quasi  tutti) che Innsmouth, al  pari del Necronomicon di  cui  ho  scritto precedentemente a questo post, è un’altra invenzione letteraria di quel maestro della letteratura horror che fu  Howard P. Lovecraft.

Eppure nel Polesine, e con esso in  tutto  il Delta del  Po, i misteri e le leggende si sono tramandate per generazioni tra gli abitanti  dei piccoli  paesi, confluendo  nella tradizione dei  racconti  del  filò, cioè quel momento, alla fine di una dura giornata lavorativa, quando i  contadini si incontravano di  sera intorno a un fuoco  per raccontare storie che potevano essere semplici  narrazioni del  tempo  trascorso oppure, quasi come forma di intrattenimento  in mancanza di mezzi  mediatici  (radio o televisione che sia), racconti  paurosi di  mostri  e fantasmi (il più delle volte per spaventare i  bambini  e  le anime più sensibili).

Messa da parte la tradizione di  riunirsi attorno  a un fuoco per ascoltare storie – semmai  oggi è la luce fredda di uno  smartphone o tablet a inchiodarci  a notizie che, il più delle volte, rientrano  nella categoria delle fake news – non resta che esplorare la cosiddetta cultura popolare per ritrovare fantasmi  e mostri forse gli  stessi che, a detta di  qualcuno, hanno ispirato Howard P. Lovecraft  per costruire  la cosmogonia alla base del  Ciclo  di Cthulhu 

Polesine
Il disegno di Lovecraft relativo alla figura di Cthulhu in una lettera inviata allo scrittore statunitense R.H. Barlow

Ma cosa ci  faceva Lovecraft nel  Polesine? 

Polesine

Premettendo  che il soggiorno in Polesine di  Lovecraft possa essere veritiero  quanto un mio prossimo  viaggio  verso il pianeta Marte (ma non si  sa mai...) passo immediatamente a raccontare ciò che è accaduto a Montecatini in un mercato  di libri  d’antiquariato  circa vent’anni fa.

Era appunto  il 2002 quando un collezionista  tra i  banchi di libri d’antiquariato,  trova una copia di una vecchia edizione  dell’autore Émile Zola del 1895 (la cronaca non riporta il titolo  del libro): la sorpresa dell’uomo diventerà maggiore quando, una volta a casa, scopre tra le pagine del  libro una busta contenente alcuni fogli (qualche decina) scritte a mano in inglese e con disegni  a corredo il tutto utilizzando un inchiostro  di  colore blu.

Tra questi fogli uno  riporta una data e un commento:

15 maggio 1926: “Partito dal porto di  New York alle 19.12 con dieci  minuti di  ritardo”

Basta questo per dire che Lovecraft abbia intrapreso il viaggio da Providence fino  al Delta del  Po?

E’ vero  che una prima analisi della grafia nei  fogli ha portato  a una certa rassomiglianza con quella di  Lovecraft nonchè  la firma di  Granpa Theo utilizzata come pseudonimo  dallo scrittore,  ma è anche vero un fatto incontrovertible e cioè che Lovecraft, essendo perennemente al  verde  non avrebbe utilizzato il denaro  per un costoso  viaggio  in tutt’altro modo.

Inoltre, come riporta Lyon Sprague de Camp nella sua biografia  dedicata a Lovecraft, egli  avrebbe mantenuto durante la sua vita una fittissima corrispondenza con i suoi  amici composta da più di  centomila lettere (qualcuno dice che esse fossero centottantamila  ……ma quanto  spendeva in francobolli?): ebbene in nessuna di  esse lo scrittore menziona un suo  viaggio in Italia.

Ipotesi  di un viaggio in Italia: il docufilm

 Per dipanare il mistero l’acquirente non più misterioso perché si  tratta del regista Federico  Greco,    si  rivolge al suo  amico  documentarista Roberto Leggio: entrambi pensano  che a quel punto  era necessario coinvolgere la persona considerata come il massimo  esperto italiano su  Lovecraft:  e cioè Sebastiano  Fusco.

Da questo incontro si  avrà nel 2004 il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi  di un viaggio in Italia che vede anche la partecipazione dello  scrittore Carlo Lucarelli e del  giornalista Gianfranco  de Turris presentato  al  Festival  di  Venezia nello  stesso  anno.

L’anno seguente è la volta di Il mistero di Lovecraft – Road to L. un mockumentary* in puro  stile The Blair Witch Project (1999) (il film completo in inglese con sottotitoli italiani lo troverete in questa pagina)

Mockumentary
Il falso documentario, in inglese mockumentary, è un espediente narrativo del mondo audiovisivo nel quale eventi fittizi e di fantasia sono presentati come se fossero reali attraverso l’artificio di un linguaggio documentaristico.

Ripeto la domanda: cosa ci  faceva Lovecraft nel Polesine?

Diamo  per scontato che sia vero il viaggio di  Lovecraft in Italia, la domanda è appunto perché abbia scelto l’entroterra del  delta del  Po come meta del  suo pellegrinaggio?

Perché proprio  di un pellegrinaggio  si  tratta, non quello rivolto  a un santuario bensì a un altro  tipo  di  tempio della cultura come la  Biblioteca nazionale Marciana a Venezia tra le cui  mura è custodita la più grande raccolta del mondo  di  manoscritti in latino  e greco, e qui  egli  avrebbe trovato nuova linfa per la sua narrazione in stile horror.

Da Venezia al Polesine il viaggio è breve (tanto più se confrontato con l’attraversamento  dell’Atlantico  per giungere in Europa): qui, attratto  dalle vecchie leggende, ossatura dei  racconti  del  Filò, avrebbe trovato l’ispirazione per uno dei  suoi  esseri de Il ciclo  di  Cthulhu: l’Uomo pesce o Uomo  lucertola*

L'Uomo pesce
Se l’Uomo pesce è servito a Lovecraft per disegnare nella sua cosmogonia l’essere chiamato Dagon, per altri l’esistenza di questo ibrido è reale: nel 1988 Sebastiano Di Gennaro, presidente dell’USAC (Centro Accademico Studi Ufologici) rilevò le impronte di un essere misterioso sugli argini del fiume Po. A questa (ipotetica) creatura diede il nome di homo saurus (quindi non più Uomo – pesce ma Uomo – lucertola. tale racconto era, inoltre suffragata dalla testimonianza di alcune persone che confermavano di aver visto un essere molto alto dalla pelle squamosa e dagli occhi rossi.. A contraddire queste testimonianze (forse dovute a qualche bicchiere di grappa di troppo) ci pensò Massimo Polidoro, giornalista e uno dei membri fondatori del Cicap, che spiegò che negli anni ’80 la serie televisiva Visitors aveva in un certo qual modo suggestionato la fantasia di alcuni…..

Il viaggio di Lovecraft si  sarebbe concluso nel paese di  Loreo (in provincia di Rovigo) dove sarebbe entrato in contatto  con l’antica  Confraternita dei  Flagellanti  della Ss. Trinità di Loreo (popolarmente conosciuta come  i Fradei)  i quali adepti ancora oggi e ogni  anno nella Notte della Santissima Trinità (che cade la domenica successiva alla Pentecoste) dopo la processione notturna si  riuniscono  all’interno di una chiesa  per una cerimonia a porte chiuse dove solo loro possono  partecipare.

Si  dice che lo  stesso  Lovecraft abbia insinuato  che  i Fradei  si  riuniscono in questa cerimonia per adorare l’Uomo – pesce (o lucertola se vi piace di più)

A questo punto  l’unico  vero  mistero  è se non è stato  H.P. Lovecraft a scrivere quelle pagine ritrovate a Montecatini, chi  mai  sarà il vero  autore?

Il libro in anteprima

Situata dalle parti di Arkham, Innsmouth è una cittadina di mare caduta così in declino da essere scomparsa dalle mappe. I suoi abitanti sono disgustosi all’olfatto e alla vista e si narrano storie di visitatori scomparsi.

Eppure non è troppo difficile, per un giovane in vacanza nel New England, finirci per caso ed essere costretto alla fuga durante la notte. Si porterà dietro, assieme alla leggenda di un patto di sangue tra gli abitanti della cittadina e una mitologica creatura marina, un terrore primordiale che non lo abbandonerà mai più.

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Al Azif

Non è morto ciò che può vivere in eterno.

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred – Necronomicon⌋ 

H.P. Lovecraft, due parole introduttive 

Consapevole del  fatto  che non avrei  nulla da aggiungere alla biografia di  H.P. Lovecraft se non fare un ignominioso copia e incolla da altre fonti, per tutto  quello  che c’è da sapere sulla vita  dello scrittore di  Providence (a cui  inizialmente si  è anche ispirato  Stephen King) vi  rimando al box seguente il cui  contenuto  è tratto interamente da Wikipedia (togliendo  a voi  il fastidio di cambiare pagina e a me l’interesse affinché rimaniate qui).

In  questo articolo mi concentrò più che altro sull’invenzione di  H.P. Lovecraft riguardante il Necronomicon da considerare, forse, il più famoso  dei  pseudobiblia.

Inoltre, in un successivo articolo, scriverò di un (improbabile) viaggio  di Lovecraft nel  nostro Polesine.

Howard_Phillips_Lovecraft

 Al Azif del poeta pazzo Abdul Alhazred 

 Il Necronomicon, opera originale dal nome arabo  Al Azif – dove la parola Azif in arabo è l’allocuzione per indicare gli  strani  suoni  notturni  che si  odono nel  deserto e che si  vuole associare alla voce dei demoni – fu  scritto da Abdul Alhazred, poeta nativo  di  Sanaa capitale dello  Yemen, vissuto  nel periodo del  Califfato  Omayyade nell’ottavo  secolo d.C.

Si  racconta che egli arrivò a trascorrere dieci  anni  di  completa solitudine nel Rub’ al-Khali (il deserto  chiamato Quarto  vuoto  dagli  arabi e dove, si  presume,  il nostro  Abdul incominciò a dare segni  di  pazzia), questo  dopo  aver esplorato le catacombe deserte di Menfi fino  ad arrivare alla mitica  Irem (la Città dalle Mille Colonne) trovandovi  le tracce di una civiltà antichissima, più antica di  quella umana, che adoravano  due divinità chiamate Yog e Cthulhu.

Al Azif

Dopo  queste sue peregrinazioni  si  stabilì a Damasco dove scrisse l’Al Azif: in questa città morì nel 738 d.C. (racconti  postumi  alla sua dipartita narrano di una fine agghiacciante divorato  da un mostro in pieno  giorno nelle vie di  Damasco).

Al Azif era un grimorio, cioè  un manuale per evocare spiriti  e demoni, molto  diffuso, se pur in segreto, tra  i filosofi antichi: nel 950 venne tradotto in greco  dal  filosofo Teodoro Fileta che gli  diede il nome di  Necronomicon, testualmente il Libro  delle leggi che governano i morti .

La Chiesa, ovviamente, non ci pensò molto  a mettere a bando il testo  magico e infatti nel 1050 il vescovo  Michele, patriarca di Costantinopoli, diede ordine di  bruciare tutte le copie del libro  maledetto.

Nel 1232 papa Gregorio IX mise il Necronomicon nell’Index Expurgatorius antecedente all’Index librorum prohibitorum voluto da papa Paolo IV nel 1559.

Ma non tutte le copie finirono  al  rogo, tanto  che il danese Olaus Wormius nel 1228 tradusse in latino l’Al Azif basandosi su un testo in greco di  Fileta.

Della traduzione  di  Wormius si  ebbero in seguito  due stampe verso  la fine del XV secolo quella in tedesco, due secoli  dopo  quella in lingua spagnola.

Potrei  continuare citando altre storie e atri  personaggi che ruotano intorno  al  Necronomicon, sennonché tutto  questo  BLABLABLA lo si può considerare come un divertissement di  Lovecraft per l’interesse nato intorno alla creazione del suo pseudobiblia: il Necronomicon

 

Quando nasce il termine pseudobiblia?
Il primato  dell’utilizzo del  termine pseudobiblia, in riferimento a libri inesistenti inseriti in opere di  finzione, è da attribuire allo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – plano , 6 novembre 2000) riportato  nell’articolo The Unwritten Classics pubblicato sulla rivista The Saturday Review of Literature del 29 marzo 1947

Al Azif

Al Azif: eppure Lovecraft lo  aveva detto

Lo stesso  Lovecraft si  stupì come le persone diedero per vero la storia dell’Al Azif e del personaggio  (fittizio) che lo  scrisse e cioè il poeta pazzo Abdul Alhazred.

 Lovecraft inoltre confessò, in una lettera scritta al  suo  amico epistolare Frank Belknap Long, che il nome Alhazred fu  da lui inventato come pseudonimo dopo  che da giovane era rimasto  affascinato  dalla lettura del  Mille e una notte – lo scrittore e critico  letterario inglese Malcolm Skey si  spinse nel  dire che Alhazred è la contrazione della frase inglese all  has read (in italiano ha letto  tutto) per la sfrenata passione per la letteratura del  giovane Lovecraft –

Vedendo  che ogni  suo  sforzo per ristabilire la realtà delle cose era vano, Lovecraft si  divertì ad avvalorare la tesi  dell’esistenza del  Necronomicon tanto da stilare un elenco  di  collezioni  private inaccessibili dove copie del  Necronomicon erano  custodite, tra le quali  quella del British Museum (istituzione notoriamente esistente), e quelle nella Miskatonic University Library di  Arkham nel  Massachusetts (altra invenzione di HPL che, in un certo  senso, mostra un lato ironico del suo  carattere).

Addirittura quando Willis Conover, altro  suo  compagno  epistolare, gli inviò una copia di una rivista amatoriale in cui, quello  che diventerà un famoso scrittore  di  science fiction (ogni  tanto  anche a me scappa la mania dei  termini in inglese) e cioè Donald A. Wollheimriportava la traduzione del  Necronomicon dall’originale in lingua araba fatta da W.T. Faraday stette al  gioco dicendo  di  aspettare la traduzione completa per aiutare l’autore nel  correggere qualche eventuale errore.

Sennonché, nel  rispondere a Conover, aggiunse:

Se la leggenda del  Necronomicon continua a crescere   in questa maniera, la gente finirà per crederci  veramente, e accuserà me di  falso per aver affermato di  averlo inventato io

Il gioco  continua 

Nel 1941 l’antiquario Philip Duchêsnes di  New York inserì nel proprio  catalogo l’opera attribuendone il valore di acquisto pari  a 900 dollari  (una somma considerevole per l’epoca) trovando,  con sua grande sorpresa, numerose richieste di  acquisto  anche a una cifra superiore di  quella iniziale.

Nel 1962 la più autorevole rivista di  bibliofilia degli  Stati Uniti, la Antiquarian Bookman, pubblicava nella rubrica di  libri antichi in vendita l’offerta di una copia del  Necronomicon proveniente dalla Miskatonic University (vi  ricorda qualcosa?)

Infine, per concludere quello  che sarebbe  un lungo  elenco di  scherzi su Al Azif, cito la California University dove qualche decennio  fa  appariva nel  catalogo  della sua biblioteca la scheda di  carico  del  Necronomicon.

Se avete qualche nota da aggiungere o  suggerimenti  aspetto  vostro notizie.

Se volete continuare a leggere qualche altra storia su  H.P. Lovecraft venite prossimante con me in Polesine⌋ 

Il libro in anteprima 

H.P. Lovecraft, maestro americano della letteratura fantastica del Novecento, ha dato vita nei suoi racconti a un vero e proprio sistema mitologico, i cosiddetti Miti di Cthulhu.

Per fornire a questa mitologia una base storica, l’autore produsse l’esistenza di un libro magico, il Necronomicon, scritto nell’VIII secolo d.C. dall’arabo yemenita Abdul Alhazred.

Oltre alla biografia immaginaria dell’arabo, Lovecraft inventò per il Necronomicon una cronologia fittizia, Storia e cronologia del Necronomicon, creando un ambiguo mistero che si è protratto per anni, e che ha portato alla pubblicazione in tutto il mondo di innumerevoli versioni del libro maledetto.

Il volume presenta i racconti in cui Lovecraft ha introdotto, descritto, citato il Necronomicon, ponendo le basi del suo mito. Tra questi vi sono classici come L’orrore di Dunwich (1928) e Il caso di Charles Dexter Ward (1928), Colui che sussurrava nel buio (1930), Le montagne della follia (1931) e L’ombra venuta dal tempo (1934).

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