Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Polesine

Molti  eventi  avevano insegnato  agli  abitanti del luogo a mantenere i  segreti, quindi non ci  fu  alcun bisogno di  esercitare pressioni  di  sorta.

Inoltre quello che sapevano  erano ben  poco: i vasti  acquitrini salati, piaghe desolate e disabitate, tenevano la gente dell’entroterra ben lontano da Innsmouth..

Tratto da La maschera di  Innsmouth di Howard P. Lovecraft 

Il Polesine non è Innsmouth, ma…

Lo  sanno  tutti (o  quasi  tutti) che Innsmouth, al  pari del Necronomicon di  cui  ho  scritto precedentemente a questo post, è un’altra invenzione letteraria di quel maestro della letteratura horror che fu  Howard P. Lovecraft.

Eppure nel Polesine, e con esso in  tutto  il Delta del  Po, i misteri e le leggende si sono tramandate per generazioni tra gli abitanti  dei piccoli  paesi, confluendo  nella tradizione dei  racconti  del  filò, cioè quel momento, alla fine di una dura giornata lavorativa, quando i  contadini si incontravano di  sera intorno a un fuoco  per raccontare storie che potevano essere semplici  narrazioni del  tempo  trascorso oppure, quasi come forma di intrattenimento  in mancanza di mezzi  mediatici  (radio o televisione che sia), racconti  paurosi di  mostri  e fantasmi (il più delle volte per spaventare i  bambini  e  le anime più sensibili).

Messa da parte la tradizione di  riunirsi attorno  a un fuoco per ascoltare storie – semmai  oggi è la luce fredda di uno  smartphone o tablet a inchiodarci  a notizie che, il più delle volte, rientrano  nella categoria delle fake news – non resta che esplorare la cosiddetta cultura popolare per ritrovare fantasmi  e mostri forse gli  stessi che, a detta di  qualcuno, hanno ispirato Howard P. Lovecraft  per costruire  la cosmogonia alla base del  Ciclo  di Cthulhu 

Polesine
Il disegno di Lovecraft relativo alla figura di Cthulhu in una lettera inviata allo scrittore statunitense R.H. Barlow

Ma cosa ci  faceva Lovecraft nel  Polesine? 

Polesine

Premettendo  che il soggiorno in Polesine di  Lovecraft possa essere veritiero  quanto un mio prossimo  viaggio  verso il pianeta Marte (ma non si  sa mai...) passo immediatamente a raccontare ciò che è accaduto a Montecatini in un mercato  di libri  d’antiquariato  circa vent’anni fa.

Era appunto  il 2002 quando un collezionista  tra i  banchi di libri d’antiquariato,  trova una copia di una vecchia edizione  dell’autore Émile Zola del 1895 (la cronaca non riporta il titolo  del libro): la sorpresa dell’uomo diventerà maggiore quando, una volta a casa, scopre tra le pagine del  libro una busta contenente alcuni fogli (qualche decina) scritte a mano in inglese e con disegni  a corredo il tutto utilizzando un inchiostro  di  colore blu.

Tra questi fogli uno  riporta una data e un commento:

15 maggio 1926: “Partito dal porto di  New York alle 19.12 con dieci  minuti di  ritardo”

Basta questo per dire che Lovecraft abbia intrapreso il viaggio da Providence fino  al Delta del  Po?

E’ vero  che una prima analisi della grafia nei  fogli ha portato  a una certa rassomiglianza con quella di  Lovecraft nonchè  la firma di  Granpa Theo utilizzata come pseudonimo  dallo scrittore,  ma è anche vero un fatto incontrovertible e cioè che Lovecraft, essendo perennemente al  verde  non avrebbe utilizzato il denaro  per un costoso  viaggio  in tutt’altro modo.

Inoltre, come riporta Lyon Sprague de Camp nella sua biografia  dedicata a Lovecraft, egli  avrebbe mantenuto durante la sua vita una fittissima corrispondenza con i suoi  amici composta da più di  centomila lettere (qualcuno dice che esse fossero centottantamila  ……ma quanto  spendeva in francobolli?): ebbene in nessuna di  esse lo scrittore menziona un suo  viaggio in Italia.

Ipotesi  di un viaggio in Italia: il docufilm

 Per dipanare il mistero l’acquirente non più misterioso perché si  tratta del regista Federico  Greco,    si  rivolge al suo  amico  documentarista Roberto Leggio: entrambi pensano  che a quel punto  era necessario coinvolgere la persona considerata come il massimo  esperto italiano su  Lovecraft:  e cioè Sebastiano  Fusco.

Da questo incontro si  avrà nel 2004 il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi  di un viaggio in Italia che vede anche la partecipazione dello  scrittore Carlo Lucarelli e del  giornalista Gianfranco  de Turris presentato  al  Festival  di  Venezia nello  stesso  anno.

L’anno seguente è la volta di Il mistero di Lovecraft – Road to L. un mockumentary* in puro  stile The Blair Witch Project (1999) (il film completo in inglese con sottotitoli italiani lo troverete in questa pagina)

Mockumentary
Il falso documentario, in inglese mockumentary, è un espediente narrativo del mondo audiovisivo nel quale eventi fittizi e di fantasia sono presentati come se fossero reali attraverso l’artificio di un linguaggio documentaristico.

Ripeto la domanda: cosa ci  faceva Lovecraft nel Polesine?

Diamo  per scontato che sia vero il viaggio di  Lovecraft in Italia, la domanda è appunto perché abbia scelto l’entroterra del  delta del  Po come meta del  suo pellegrinaggio?

Perché proprio  di un pellegrinaggio  si  tratta, non quello rivolto  a un santuario bensì a un altro  tipo  di  tempio della cultura come la  Biblioteca nazionale Marciana a Venezia tra le cui  mura è custodita la più grande raccolta del mondo  di  manoscritti in latino  e greco, e qui  egli  avrebbe trovato nuova linfa per la sua narrazione in stile horror.

Da Venezia al Polesine il viaggio è breve (tanto più se confrontato con l’attraversamento  dell’Atlantico  per giungere in Europa): qui, attratto  dalle vecchie leggende, ossatura dei  racconti  del  Filò, avrebbe trovato l’ispirazione per uno dei  suoi  esseri de Il ciclo  di  Cthulhu: l’Uomo pesce o Uomo  lucertola*

L'Uomo pesce
Se l’Uomo pesce è servito a Lovecraft per disegnare nella sua cosmogonia l’essere chiamato Dagon, per altri l’esistenza di questo ibrido è reale: nel 1988 Sebastiano Di Gennaro, presidente dell’USAC (Centro Accademico Studi Ufologici) rilevò le impronte di un essere misterioso sugli argini del fiume Po. A questa (ipotetica) creatura diede il nome di homo saurus (quindi non più Uomo – pesce ma Uomo – lucertola. tale racconto era, inoltre suffragata dalla testimonianza di alcune persone che confermavano di aver visto un essere molto alto dalla pelle squamosa e dagli occhi rossi.. A contraddire queste testimonianze (forse dovute a qualche bicchiere di grappa di troppo) ci pensò Massimo Polidoro, giornalista e uno dei membri fondatori del Cicap, che spiegò che negli anni ’80 la serie televisiva Visitors aveva in un certo qual modo suggestionato la fantasia di alcuni…..

Il viaggio di Lovecraft si  sarebbe concluso nel paese di  Loreo (in provincia di Rovigo) dove sarebbe entrato in contatto  con l’antica  Confraternita dei  Flagellanti  della Ss. Trinità di Loreo (popolarmente conosciuta come  i Fradei)  i quali adepti ancora oggi e ogni  anno nella Notte della Santissima Trinità (che cade la domenica successiva alla Pentecoste) dopo la processione notturna si  riuniscono  all’interno di una chiesa  per una cerimonia a porte chiuse dove solo loro possono  partecipare.

Si  dice che lo  stesso  Lovecraft abbia insinuato  che  i Fradei  si  riuniscono in questa cerimonia per adorare l’Uomo – pesce (o lucertola se vi piace di più)

A questo punto  l’unico  vero  mistero  è se non è stato  H.P. Lovecraft a scrivere quelle pagine ritrovate a Montecatini, chi  mai  sarà il vero  autore?

Il libro in anteprima

Situata dalle parti di Arkham, Innsmouth è una cittadina di mare caduta così in declino da essere scomparsa dalle mappe. I suoi abitanti sono disgustosi all’olfatto e alla vista e si narrano storie di visitatori scomparsi.

Eppure non è troppo difficile, per un giovane in vacanza nel New England, finirci per caso ed essere costretto alla fuga durante la notte. Si porterà dietro, assieme alla leggenda di un patto di sangue tra gli abitanti della cittadina e una mitologica creatura marina, un terrore primordiale che non lo abbandonerà mai più.

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Al Azif ovvero il Libro delle leggi che governano i morti

Al Azif

Non è morto ciò che può vivere in eterno.

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred – Necronomicon⌋ 

H.P. Lovecraft, due parole introduttive 

Consapevole del  fatto  che non avrei  nulla da aggiungere alla biografia di  H.P. Lovecraft se non fare un ignominioso copia e incolla da altre fonti, per tutto  quello  che c’è da sapere sulla vita  dello scrittore di  Providence (a cui  inizialmente si  è anche ispirato  Stephen King) vi  rimando al box seguente il cui  contenuto  è tratto interamente da Wikipedia (togliendo  a voi  il fastidio di cambiare pagina e a me l’interesse affinché rimaniate qui).

In  questo articolo mi concentrò più che altro sull’invenzione di  H.P. Lovecraft riguardante il Necronomicon da considerare, forse, il più famoso  dei  pseudobiblia.

Inoltre, in un successivo articolo, scriverò di un (improbabile) viaggio  di Lovecraft nel  nostro Polesine.

Howard_Phillips_Lovecraft

 Al Azif del poeta pazzo Abdul Alhazred 

 Il Necronomicon, opera originale dal nome arabo  Al Azif – dove la parola Azif in arabo è l’allocuzione per indicare gli  strani  suoni  notturni  che si  odono nel  deserto e che si  vuole associare alla voce dei demoni – fu  scritto da Abdul Alhazred, poeta nativo  di  Sanaa capitale dello  Yemen, vissuto  nel periodo del  Califfato  Omayyade nell’ottavo  secolo d.C.

Si  racconta che egli arrivò a trascorrere dieci  anni  di  completa solitudine nel Rub’ al-Khali (il deserto  chiamato Quarto  vuoto  dagli  arabi e dove, si  presume,  il nostro  Abdul incominciò a dare segni  di  pazzia), questo  dopo  aver esplorato le catacombe deserte di Menfi fino  ad arrivare alla mitica  Irem (la Città dalle Mille Colonne) trovandovi  le tracce di una civiltà antichissima, più antica di  quella umana, che adoravano  due divinità chiamate Yog e Cthulhu.

Al Azif

Dopo  queste sue peregrinazioni  si  stabilì a Damasco dove scrisse l’Al Azif: in questa città morì nel 738 d.C. (racconti  postumi  alla sua dipartita narrano di una fine agghiacciante divorato  da un mostro in pieno  giorno nelle vie di  Damasco).

Al Azif era un grimorio, cioè  un manuale per evocare spiriti  e demoni, molto  diffuso, se pur in segreto, tra  i filosofi antichi: nel 950 venne tradotto in greco  dal  filosofo Teodoro Fileta che gli  diede il nome di  Necronomicon, testualmente il Libro  delle leggi che governano i morti .

La Chiesa, ovviamente, non ci pensò molto  a mettere a bando il testo  magico e infatti nel 1050 il vescovo  Michele, patriarca di Costantinopoli, diede ordine di  bruciare tutte le copie del libro  maledetto.

Nel 1232 papa Gregorio IX mise il Necronomicon nell’Index Expurgatorius antecedente all’Index librorum prohibitorum voluto da papa Paolo IV nel 1559.

Ma non tutte le copie finirono  al  rogo, tanto  che il danese Olaus Wormius nel 1228 tradusse in latino l’Al Azif basandosi su un testo in greco di  Fileta.

Della traduzione  di  Wormius si  ebbero in seguito  due stampe verso  la fine del XV secolo quella in tedesco, due secoli  dopo  quella in lingua spagnola.

Potrei  continuare citando altre storie e atri  personaggi che ruotano intorno  al  Necronomicon, sennonché tutto  questo  BLABLABLA lo si può considerare come un divertissement di  Lovecraft per l’interesse nato intorno alla creazione del suo pseudobiblia: il Necronomicon

 

Quando nasce il termine pseudobiblia?
Il primato  dell’utilizzo del  termine pseudobiblia, in riferimento a libri inesistenti inseriti in opere di  finzione, è da attribuire allo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – plano , 6 novembre 2000) riportato  nell’articolo The Unwritten Classics pubblicato sulla rivista The Saturday Review of Literature del 29 marzo 1947

Al Azif

Al Azif: eppure Lovecraft lo  aveva detto

Lo stesso  Lovecraft si  stupì come le persone diedero per vero la storia dell’Al Azif e del personaggio  (fittizio) che lo  scrisse e cioè il poeta pazzo Abdul Alhazred.

 Lovecraft inoltre confessò, in una lettera scritta al  suo  amico epistolare Frank Belknap Long, che il nome Alhazred fu  da lui inventato come pseudonimo dopo  che da giovane era rimasto  affascinato  dalla lettura del  Mille e una notte – lo scrittore e critico  letterario inglese Malcolm Skey si  spinse nel  dire che Alhazred è la contrazione della frase inglese all  has read (in italiano ha letto  tutto) per la sfrenata passione per la letteratura del  giovane Lovecraft –

Vedendo  che ogni  suo  sforzo per ristabilire la realtà delle cose era vano, Lovecraft si  divertì ad avvalorare la tesi  dell’esistenza del  Necronomicon tanto da stilare un elenco  di  collezioni  private inaccessibili dove copie del  Necronomicon erano  custodite, tra le quali  quella del British Museum (istituzione notoriamente esistente), e quelle nella Miskatonic University Library di  Arkham nel  Massachusetts (altra invenzione di HPL che, in un certo  senso, mostra un lato ironico del suo  carattere).

Addirittura quando Willis Conover, altro  suo  compagno  epistolare, gli inviò una copia di una rivista amatoriale in cui, quello  che diventerà un famoso scrittore  di  science fiction (ogni  tanto  anche a me scappa la mania dei  termini in inglese) e cioè Donald A. Wollheimriportava la traduzione del  Necronomicon dall’originale in lingua araba fatta da W.T. Faraday stette al  gioco dicendo  di  aspettare la traduzione completa per aiutare l’autore nel  correggere qualche eventuale errore.

Sennonché, nel  rispondere a Conover, aggiunse:

Se la leggenda del  Necronomicon continua a crescere   in questa maniera, la gente finirà per crederci  veramente, e accuserà me di  falso per aver affermato di  averlo inventato io

Il gioco  continua 

Nel 1941 l’antiquario Philip Duchêsnes di  New York inserì nel proprio  catalogo l’opera attribuendone il valore di acquisto pari  a 900 dollari  (una somma considerevole per l’epoca) trovando,  con sua grande sorpresa, numerose richieste di  acquisto  anche a una cifra superiore di  quella iniziale.

Nel 1962 la più autorevole rivista di  bibliofilia degli  Stati Uniti, la Antiquarian Bookman, pubblicava nella rubrica di  libri antichi in vendita l’offerta di una copia del  Necronomicon proveniente dalla Miskatonic University (vi  ricorda qualcosa?)

Infine, per concludere quello  che sarebbe  un lungo  elenco di  scherzi su Al Azif, cito la California University dove qualche decennio  fa  appariva nel  catalogo  della sua biblioteca la scheda di  carico  del  Necronomicon.

Se avete qualche nota da aggiungere o  suggerimenti  aspetto  vostro notizie.

Se volete continuare a leggere qualche altra storia su  H.P. Lovecraft venite prossimante con me in Polesine⌋ 

Il libro in anteprima 

H.P. Lovecraft, maestro americano della letteratura fantastica del Novecento, ha dato vita nei suoi racconti a un vero e proprio sistema mitologico, i cosiddetti Miti di Cthulhu.

Per fornire a questa mitologia una base storica, l’autore produsse l’esistenza di un libro magico, il Necronomicon, scritto nell’VIII secolo d.C. dall’arabo yemenita Abdul Alhazred.

Oltre alla biografia immaginaria dell’arabo, Lovecraft inventò per il Necronomicon una cronologia fittizia, Storia e cronologia del Necronomicon, creando un ambiguo mistero che si è protratto per anni, e che ha portato alla pubblicazione in tutto il mondo di innumerevoli versioni del libro maledetto.

Il volume presenta i racconti in cui Lovecraft ha introdotto, descritto, citato il Necronomicon, ponendo le basi del suo mito. Tra questi vi sono classici come L’orrore di Dunwich (1928) e Il caso di Charles Dexter Ward (1928), Colui che sussurrava nel buio (1930), Le montagne della follia (1931) e L’ombra venuta dal tempo (1934).

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Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

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Lego  allo Stato  Italiano, rappresentato dal  Ministero  della Pubblica istruzione, la mia collezione di  manifesti pubblicitari raccolti  durante un settantennio, esistenti  tutti  e soltanto nei  solai della mia casa In Borgo  Mazzini 48, in Treviso…..

Dal  lascito  testamentario  di Ferdinando  Salce – 12 settembre 1962

Manifesti, che passione

Bisogna avere tanto spazio  per raccogliere 25.000 manifesti  pubblicitari e Fernando (Nando) Salce di  spazio  ne doveva avere tanto  nella sua casa di  Treviso ove, manifesto  su  manifesto, anno  dopo  anno, aveva arricchito la sua collezione. fino  al giorno della sua morte avvenuta nel  settembre del 1962.

Nato  a Treviso il 22 marzo 1877 in una famiglia benestante (suo  padre commerciava in tessuti, lui stesso  ragioniere, iniziò  la sua passione per i manifesti all’età di diciotto  anni, quando a Venezia, in un giorno  d’inverno (e Venezia può essere molto  triste d’inverno), il suo umore cambiò alla vista del  manifesto  di  Giovanni Maria  Mataloni  per il Brevetto  Auer Incandescenza a Gas

manifesti
Giovanni Mataloni – Brevetto Auer Incandescenza a gas (1895)

Esistono due tipi di  collezionisti: quelli  che custodiscono  gelosamente gli oggetti della propria raccolta e non la mostrano  a nessuno se non a pochi intimi e quelli  che, al  contrario, provano  il piacere nel  condividere la propria passione e Fernando  Salce senza ombra di  dubbio  apparteneva a questa seconda categoria di  collezionisti.

Infatti lui accoglieva nella sua casa chiunque fosse interessato  all’arte grafica dei manifesti (in maniera gratuita e, si  dice, offrendo a gli ospiti bevande contro  la calura estiva).

La nuova casa per la Collezione Salce

Venticinquemila manifesti, raccolti in più di  cinquant’anni, dopo il lascito  di  Fernando  Salce ( e un’opportuna catalogazione) hanno trovato una sede definitiva nell’ex chiesa dedicata a santa Margherita in Treviso.

 

AVVISO
La nuova sede del museo presso l’ ex- chiesa di santa Margherita verrà aperta al pubblico alla fine del mese di marzo di quest’anno. In occasione dell’apertura sarà possibile visitare la mostra dedicata all’illustratore Renato Casaro. Per informazioni: [email protected]

Nel frattempo sul  sito della Collezione Salce è possibile la visione dei manifesti della raccolta (in basso  tre esempi)

Il libro in anteprima 

Una volta la pubblicità era arte. Prima che la radio e la televisione diventassero i mezzi principali per gli inserzionisti nella metà del XX secolo i manifesti dominavano il panorama pubblicitario in tutto il mondo. Bellissimi poster dipinti a mano sono stati creati da alcuni degli artisti più importanti del mondo: uomini come Alphonse Mucha e Jules Chéret hanno prodotto in serie migliaia di poster colorati, invitando i consumatori ad acquistare un’ampia varietà di beni e servizi, partecipare a eventi speciali o viaggiare in luoghi esotici.

La litografia, il processo di stampa che ha reso possibile la produzione in serie di poster, è stata inventata nel 1798, ma è stato solo nel 1880 che il processo è stato finalmente in grado di produrre poster in modo affidabile in modo rapido ed economico. Questa svolta è stata dovuta a un processo innovativo creato da Jules Chèret  che ha permesso agli artisti di ottenere tutti i colori dell’arcobaleno. Gli artisti furono improvvisamente in grado di utilizzare la loro superba abilità artistica e la loro straordinaria maestria per creare, in maniera economica,  splendide opere d’arte su manifesti di carta facendo  nascere, quindi, una nuova forma d’arte, quella grafica delle affiche.

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Shinrin – yoku ovvero la terapia per la mente

Shinrin -yoku

C’è il giorno  e c’è la notte, fratello mio, due dolci  cose;

ci  sono il sole, la luna e le stelle, fratello, tutte dolci  cose;

e c’è anche il vento  sull’erica.

La vita è così dolce, fratello, chi  mai vorrebbe morire?

Tratto  dal  romanzo Lavengro  di  George Borrow (1851)

Shinrin –  yoku contro  ansia e depressione

La risposta alla domanda di  George Borrow è che nessuno vorrebbe morire ma, essendo l’eternità  cosa da dei, è giusto vivere nella maniera più dolce possibile.

 Non sempre, però, questo  è possibile sia per vicissitudini  personali oppure per situazioni complessive come la pandemia insegna: ed è proprio in queste situazioni  che ansia e depressione diventano  le fastidiose compagne di ogni  giorno.

Tralasciando  i  casi più gravi di  depressione dove l’intervento farmacologico è indispensable (insieme a un qualificato  supporto psicologico) si è visto che il contatto con ambienti  naturali, cioè lunghe passeggiate nei  boschi, giovano sia alla salute mentale che a quella fisica.

I primi  ad accorgersene  furono  gli scienziati  giapponesi  i quali  codificarono i benefici nella terapia che va sotto il nome di  Shinrin – yoku ( 森林浴 in lingua giapponese che tradotto  in italiano da il significato  di  bagno  nella foresta).

Il termine Shinrin – yoku fu  utilizzato  nel 1982 dal Ministero delle Foreste giapponese durante una campagna rivolta alla sanità pubblica e nell’ambito della medicina naturale diffusasi in Giappone a cominciare dagli  anni Ottanta.

In cosa consiste lo Shinrin – yoku?

L’ambiente naturale che ci  viene incontro offrendoci degli odori  quali  quello  del  legno  degli  alberi e della vegetazione, i suoni come lo scorrere di un ruscello e l’immagine complessiva del paesaggio  che ci  circonda, fanno si che si instauri in noi una sensazione di  totale rilassamento con conseguente riduzione dello  stress (tradotto in una riduzione del  cortisolo o ormone dello  stress) .

Poi, da un punto di  vista prettamente fisiologico, la terapia forestale stimola la produzione delle cellule NK (Natural Killer), primissima linea  del  sistema immunitario  per la soppressione delle cellule cancerogene e ciò sembra dovuto ai terpeni contenuti negli oli essenziali  che le piante rilasciano per difendersi  dall’attacco di  parassiti  e insetti.

La terapia forestale in Italia

Il territorio italiano per il 35 per cento  viene classificato  come montano mentre il 42 per cento come collinare, l’estensione forestale a oggi  corrisponde al 40 per cento dell’intero  territorio  nazionale (corrispondente a più di 11 milioni  di  ettari).

Le foreste sono importanti come fornitrici  di  materie prime rinnovabili, per la tutela idrogeologica ( l’Italia ne ha tanto  bisogno), per l’ossigenazione dell’aria e, naturalmente, per la conservazione e lo sviluppo  della biodiversità.

Se già da tempo questo modello lega la tutela ambientale con lo sviluppo economico, è da poco che si  guarda alla terapia forestale (se volete potete ancora chiamarla Shinrin – yoku) come possibile cura al  disagio mentale e incremento delle difese immunitarie.

Il Consiglio Nazionale per la Ricerca (CNR), in collaborazione con il Club Alpino  Italiano (CAI) ha condotto una ricerca nella quale duecento  volontari  (di  età compresa fra i 18 e 79 anni e con tutte le precauzioni  anti -Covid) hanno percorso per alcune ore facili  sentieri  nei  boschi  dell’Emila Romagna, Toscana e Trentino.

Al  termine di  queste escursioni, svolte in più giorni,   ai  partecipanti  è stato  consegnato un questionario in cui dovevano  esprimersi su una valutazione dei propri  livelli  d’ansia, depressione, difficolta nella  concentrazione e stress.

 In una fase successiva a queste semplici  escursioni  si  è aggiunta la presenza di psicoterapeuti che, a intervalli precisi durante l’escursione, hanno insegnato  ai partecipanti tecniche di  meditazione e consapevolezza dell’interazione tra i sensi e l’ambiente circostante.

Quanto  sopra scritto è semplicemente a titolo informativo, mentre per una maggiore visione dell’argomento  vi rimando alla guida Terapia forestale (visibile nel  box seguente) nata dalla collaborazione tra CAI e CNR liberamente scaricabile da questa pagina

terapia forestale

Il libro in anteprima

Il termine Shinrin-yoku, ovvero bagno di foresta, coniato in Giappone negli anni Ottanta dal direttore dell’ente forestale nipponico, fa riferimento all’immergersi nella natura con i cinque sensi.

Il bosco, la selva, sono uno stato della coscienza: la condizione in cui ogni desiderio fluisce senza sforzo verso il proprio compimento.

Lo Shinrin-yoku oggi è sempre più conosciuto e apprezzato come terapia preventiva. L’immersione nella natura ha effetti terapeutici comprovati anche scientificamente: è in grado di ridurre le concentrazioni dell’ormone dello stress nel corpo, di rinforzare il sistema immunitario, di regolare la pressione arteriosa e il battito cardiaco, di abbassare il colesterolo.

Lo Shinrin-yoku è un’avventura di profonda comunione con la natura. Si pratica in molti modi, ma quello più tradizionale è la passeggiata e la meditazione nel bosco o nella foresta.

L’immersione nella natura, quindi, può guarire le nostre difficoltà, perché la foresta ci conosce da sempre e nutre la nostra creatività, ed è provato che la creatività è la dote più utile all’uomo per la sua realizzazione nel mondo del lavoro e del denaro, assai più efficace del mero quoziente intellettivo o di altre doti logiche.

In questo libro vi sono le chiavi pratiche della relazione con la foresta che dona creatività. La foresta è un invito ad agire, perciò il modo migliore per comprendere quanto è esposto in questo libro è quello di mettere in pratica i rituali di immersione che esso descrive.

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Rosalyn Yalow: da segretaria a premio Nobel

Rosalyn

Le donne devono  fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà.

Per fortuna non è difficile.

Charlotte Elizabeth Whitton

Il Premio Nobel di Rosalyn Sussman Yalow 

Rosalyn
Rosalyn Sussman Yalow

Nel 1977 mentre la RAI ufficialmente manda in pensione Carosello e negli  Stati Uniti Jimmy Carter diventa il 39° presidente della nazione americana, la nostra Rosalyn Sussman Yalow vince il premio Nobel per la medicina per il suo  lavoro  sul  dosaggio radioimmunologico degli ormoni proteici: tale scoperta ha impedito  nel  tempo che disfunzioni presenti alla nascita nella tiroide di alcuni  soggetti potevano essere curati  con terapia ormonale evitando, quindi, la patologia che va sotto il nome di  cretinismo.

Cretinismo
Il cretinismo o sindrome da deficit congenito di iodio è una patologia in cui vi è deficienza mentale e fisica permanente ed è causata solitamente da ipotiroidismo, cioè dalla carenza di ormoni provocata da un malfunzionamento congenito della ghiandola tiroidea o dell’ipofisi (cretinismo congenito) la quale può essere addirittura assente nel feto o nei primi mesi dalla nascita, oppure essere presente in forma rudimentale e incapace di produrre Tiroxina, Triiodotironina o somatotropina.

Può manifestarsi anche in epoca successiva alla nascita, sempre per grave mancanza di iodio nella dieta alimentare abituale (cretinismo endemico) o se la tiroide è malata o è stata rimossa chirurgicamente. Per la carenza di ormoni nello stato embrionale avviene una crescita irregolare delle fibre nervose che si collegano in modo irregolare all’interno del cervello causando danni irreversibili quali sordomutismo, nanismo, irregolare crescita delle ossa e delle articolazioni. Solo in rari casi il cretinismo si sviluppa per ereditarietà genetica e, in questo caso, si parla di cretinismo familiare.

Tratto da Wikipedia

  La biografia in poche parole

Rosalyn nasce il 19 luglio 1921 nel  quartiere del  Bronx a New York in una famiglia di origine ebrea.

Dopo il liceo frequenta l’Hunter College  nell’East Side di  Manhattan (università pubblica tutt’ora di  chiara fama)  dove sua madre Clara sperava che lei  diventasse insegnante e invece, intestardendosi contro il volere materno, Rosalyn indirizza i  suoi  studi  verso  la fisica.

In un mondo dove la donna poteva aspirare solo  a determinati  ruoli, diventando  tutt’al più insegnante, i suoi docenti le dissero  subito  che la sua aspirazione di  diventare una scienziata non avrebbe avuto nessuna speranza e che, quindi, per mantenersi  poteva solo diventare la segretaria di uno  scienziato.

Con molto pragmatismo lei  accettò il suggerimento  (in qualche maniera doveva pagarsi  gli  studi) e si  fece assumere come segretaria dattilografa part – time dal  biochimico Rudolf Schoenheimer e, in seguito, divenne anche la segretaria di un  altro  biochimico, Michael Heidelberger, che molto  carinamente le disse di  orientare i suoi  studi verso  la stenografia….

Nonostante tutto  si  laurea all’Hunter College nel gennaio  del 1941.

Appena un mese dopo essersi  laureata le venne offerto  un posto come assistente all’insegnamento nel Dipartimento di  Fisica dell’Università dell’Illinois.

Questo impiego  la mise subito a confronto  con quel mondo  accademico  maschile che controllava le opportunità di  formazione e promozione professionale inoltre, quando entrò a far parte del  corpo docente nel  settembre del 1941, lei  era l’unica donna fra 400 professori e assistenti  didattici (la prima dal 1917).

Eppure il suo  talento riuscì a conquistare il rispetto dei  colleghi  maschi  e il loro  incoraggiamento ad andare avanti.

Rosalyn e il femminismo

Sposata e madre di  due figli considerava i  ruoli  tradizionali di una donna (madre e moglie devota) come priorità e per questo non divenne mai  sostenitrici delle organizzazioni femminili nate per la protezione delle donne nel  lavoro.

Anzi si  spinse a dichiarare:

Mi da fastidio che ora ci  siano  organizzazioni per le donne nel  campo  della scienza, il che significa che pensano di  dover essere trattate in modo diverso  dagli uomini.

Non approvo⌋  

Questo suo modo di  pensare non le impedì di  aiutare altre giovani  donne se vedeva in loro un potenziale per diventare delle vere scienziate.

Rosalyn Sussman Yalow è morta a New York il 30 maggio  2011

Il libro in anteprima 

Massimo di  Terlizzi nel  suo  libro  Donne da Nobel offre la biografia di  quarantotto  donne che hanno  dedicato  la propria vita allo  studio e alla scienza.

Quarantotto donne.

Quarantotto storie di vite incredibili, una diversa dall’altra, legate da un unico filo conduttore. Questo libro vuole rendere omaggio a tutte coloro che con le loro scoperte rivoluzionarie e il loro operato hanno cambiato per sempre la storia dell’umanità e che per questo sono state insignite dell’onorificenza più prestigiosa, il premio Nobel.

Scorrendo le biografie si ha la percezione di quanto sia cambiata la società dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi, anche dal punto di vista dell’emancipazione femminile. Si comprende quanto sia stato complicato per le nate a inizio del ’900 avere accesso a un’istruzione superiore ed essere considerate dai colleghi maschi. Molte hanno dovuto lottare duramente per affermarsi e far conoscere il loro talento, a dispetto anche della famiglia, che le voleva esclusivamente mogli e madri.

Ma credevano in se stesse, avevano un sogno che le portava a superare qualsiasi difficoltà, con un’incrollabile determinazione.

Queste donne dimostrano che con la perseveranza e l’apertura verso gli altri si può arrivare dove si desidera e che, come insegnava la grande Rita Levi Montalcini (Nobel per la Medicina), la chiave dell’esistenza umana non è l’amore, bensì la curiosità

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La Belle époque, ovvero il can can delle emozioni

Belle époque

Nel periodo storico  che va sotto il nome di  Belle époque i progressi  della scienza e della tecnica furono  senza paragoni con le epoche passate.

Benefici di  queste scoperte portarono  a standard di  vita notevoli e a miglioramenti  sociali.

L’illuminazione elettrica, la radio, l’automobile, il cinema e altre comodità contribuirono a un miglioramento  delle condizioni  di vita e al  diffondersi di un senso  di  ottimismo…

 da  Wikipedia

 

    Vivere nella Belle époque (soprattutto  a Parigi)

Ho incontrato Doc ( ossia Emmett Brown, lo scienziato un po’folle protagonista della trilogia di  Ritorno  al  futuro) per chiedergli un passaggio  sulla sua DeLorean DMC -12 modificata per i  viaggi  nel  tempo, con destinazione la Belle époque parigina.

Ma ho come l’impressione che dovrò accontentarmi solo  di ciò che la storia racconta a riguardo di  quel  periodo apparentemente felice.

Belle époque
Dopo l’ufficio alla chiesa della Santa Trinità (1900) – Jean Béraud – Museo Carnavalet, Parigi

 Quella che oggi  chiamiamo Belle époque rappresenta una parentesi felice tra la fine della guerra franco -prussiana e l’inizio  della Prima guerra mondiale (a cui  si  aggiungerà la tragedia della pandemia dovuta all’influenza della spagnola): dal 1871 al 1914 fu un epoca di  scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, nonchè di  cambiamenti nella società di  cui  beneficiarono, anche se in misura minore rispetto  ai più abbienti, le classi proletarie.

Pur volendo  considerare la Belle époque un fenomeno mondiale, è la Francia, specificatamente Parigi, ad avere un legame indissolubile con essa.

La capitale francese aveva già visto un drastico  cambiamento nel  tessuto  urbanistico  durante il Secondo impero (1852 – 1870), quando Georges Eugène Haussmann (conosciuto  come  barone Haussmann) demolì gli  angusti  quartieri  medievali per dare spazio  ad ampi e luminosi  boulevard e consentire l’afflusso di un maggior numero di persone e carrozze.

Belle époque
Le Boulevard des Italiens (1900)

Di pari passo a questa ristrutturazione urbanistica Haussmann (barone) fece in modo  che Parigi  si  dotasse di una rete fognaria moderna, giardini  pubblici e illuminazione pubblica con lampioni  a gas (da qui l’etichetta alla città di  Ville Lumière).

Ovviamente questo  ammodernamento  comportò lo spostamento  verso  le periferie (che non godevano  certo delle agevolezze delle strade più centrali) delle classi popolari, in pratica la moderna banlieue.

Nel 1878 l’illuminazione dei lampioni a gas della Ville Lumière viene sostituita da quelli  a energia elettrica: ed è proprio l’elettricità che darà lo  slancio negli  anni  a venire della Belle époque allo  sviluppo  del trasporto pubblico: nel 1898 venne inaugurata la prima linea urbana di  tram  elettrici che con il tempo sostituì gli omnibus trainati  dai  cavalli (l’ultima loro corsa nel 1913), mentre bisogna aspettare il 1905 per vedere i primi  taxi girare per le strade di Parigi.

E’ il metrò la grande rivoluzione del  trasporto  pubblico  parigino: inaugurata il 19 luglio 1900 entusiasmò subito i cittadini (a parte un incendio  che provocò la morte di 84 persone nel 1903), fino  a arrivare alla stima  di 500 milioni di passeggeri nel 1914.

Belle époque

Per concludere questa piccola carrellata della Belle époque parigina   come non fare un cenno al  suo  simbolo e cioè  la Torre Eiffel: inaugurata  il 31 marzo 1889 in occasione dell’Esposizione universale diventò subito il simbolo  di una città  moderna  e  cosmopolita come Parigi sa essere.

Fine della prima parte dedicata alla Belle époque.

Nella seconda puntata parlerò della donna di  quell’epoca, di  ballerine e di pittori ammaliati  dalla Ville Lumière ⌋ 

Il libro in anteprima 

La fine dell’800 e l’inizio del 900 è stata un’epoca, dove la scienza, la tecnologia e l’invenzione, hanno caratterizzato il risultato delle operazioni del pensiero e di applicazione sul piano pratico e il progresso, in una forma del tutto insolita, ma nuova, ha generato l’inizio di un benessere e la sua decadenza.⌋ 

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Il cambiamento climatico non è solo un gioco

cambiamento  climatico

Quando  si  interviene in modo molto  violento  sull’ambiente si provocano  squilibri  ecologici ma, soprattutto, si  creano  condizioni ideali per lo  sviluppo  di microrganismi patogeni.

I dati  a disposizione dicono  che le malattie emergenti sono, nella maggior parte dei  casi, dovute ad agenti patogeni che già esistevano in focolai  ristretti e che sono usciti  dall’ombra  perché hanno beneficiato di modificazioni improvvise dell’ambiente.

Tratto  da un’intervista a Stephen Morse dell’Università Rockefeller di  New York (ottobre 1996)

Il cambiamento  climatico e la pandemia

Quando  ventiquattro  anni  fa Stephen Morse pronunciò quelle parole in un’intervista certo non pensava che quello che affermava  sarebbe accaduto  un paio  di  decenni  dopo, e cioè la pandemia da Covid – 19 che (tragicamente) stiamo  vivendo.

Come del  resto avevamo relegato  a un mero  ricordo  del passato l’altra pandemia avvenuta giusto un secolo  fa e cioè la febbre Spagnola che causò la morte di  cinquanta milioni  di individui in tutto il mondo.

Il confronto con la malattia del passato non deve, però, spaventarci: oggi  la scienza è in grado di offrire vaccini per sconfiggere del tutto la pandemia, anche se da più parti si levano  dubbi riguardo  alla  velocità con la quale diverse case farmaceutiche hanno approntato  il proprio  vaccino per metterlo in commercio (immaginate un po’ il fiume di  denaro che gira intorno  a questo  business) a scapito di una sperimentazione che, di  solito, dura ben  più di  qualche mese.

Certo è che il virus del  Covid – 19 è stato trasmesso  da animale (pipistrello?) a uomo ma, ritornando  alle parole di  Stephen Morse, è indubbio che uno squilibrio  ecologico sia stato, come dire, il detonatore che ha fatto  esplodere la pandemia.

Tralasciando la retorica dell’usciremo migliori  da questa esperienza  – per il momento  vedo intorno  a me  persone per lo più impaurite e disorientate dai  continui proclami  di  scienziati che dovrebbero pensare di più al proprio  lavoro  che presenziare nei  talk – show (senza per questo dimenticare lo stillicidio dei continui Dpcm che instillano  solo ulteriore confusione) – penso  che ormai sia giunto il momento in cui  le nazioni hanno  compreso  che il tanto  auspicato Green New Deal non può più attendere per far si  che la nostra vita diventi migliore

Il gioco che non è un gioco

cambiamento  climatico

Change Game è un gioco  di  simulazione (in realtà è una App)  in cui  intervenendo  su  diversi  parametri si può vedere il loro effetto generale su l cambiamento climatico.

 L’App  è stata ideata dal Centro Euro -Mediterraneo sui  Cambiamenti  Climatici ( CMCC) ed è scaricabile gratuitamente sia da Google Play che App Store.

cambiamento  climatico

Più complesso è il programma di  simulazione Climate interactive En-Roads progettato dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) attraverso  la sua scuola di  business  Sloan School of Management: il simulatore permette di  esplorare le conseguenze sul clima dovute alle politiche energetiche, crescita economica e consumo  del  suolo, oltre che fornire una valutazione sulle scelte per contenere l’aumento della temperatura futura entro i 2°C.

…….Qualcosa di più semplice?

Il libro in anteprima

Nell’ottobre del 2012 David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico  statunitense, diede alle stampe Spillover  sulla possibile pandemia dovuta a un virus che avrebbe fatto un salto  di  specie.

Il libro  ebbe un notevole successo e oggi, più che mai, una sua lettura sarebbe consigliabile.

Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all’altro fare un salto di specie – uno spillover in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani.

Il libro è unico nel suo genere: un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ reportage, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali Quammen ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi.

L’autore ha intervistato testimoni, medici e sopravvissuti, ha investigato e raccontato con stile quasi da poliziesco la corsa alla comprensione dei meccanismi delle malattie.

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Bauhaus, una donna e un libro

Bauhaus

Architetti, scultori, pittori, tutti noi  dobbiamo tornare ai mestieri! L’arte non è una professione.

Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista è un artigiano  esaltato.

Il cielo  misericordioso, nei rari  momenti  d’ispirazione e al  di là della volontà dell’uomo, può far sbocciare l’opera d’arte.

Ma la competenza è il mestiere essenziale per ogni  artista. Questa è la fonte originale dell’immaginazione creativa.

 Walter Gropius dal  Manifesto Bauhaus (aprile 1919)

Bauhaus: una storia in poche parole (partendo  da una sedia) 

Bauhaus
Sedia  Cesca (precedentemente chiamata B 32)

 Nell’immagine la sedia  progettata da Marcel Breuer nel 1928: Cesca  (il nome  Cesca  deriva dal diminutivo  di  Francesca, la figlia adottiva di Breuer).

La sedia Cesca , tuttora prodotta dalla casa di  arredamento tedesca  Thonet,  è uno dei prodotti  di  design usciti dalla più famosa scuola di  architettura del ‘900: la Staatliches Bauhaus.

Bauhaus
Walter Gropius

 Nel 1919 fu Walter Gropius l’artefice per la  nascita della Staatliches Bauhaus, il  suo interesse era quello  di  creare un’istituto  diverso  dalle altre scuole d’arte applicata dove la collaborazione tra allievi  e maestri  doveva essere totale.

Il concetto era espresso anche nella scelta del  nome Bauhaus che, rifacendosi  a quello di  Bauhütten cioè i cantieri  medievali (qualcuno fa riferimento  anche alla Loggia dei  muratori e quindi  alla massoneria), ne esprimeva in pieno  l’ideologia.

Già tre anni prima, nel 1916, Gropius propose al  Ministero  di  Stato del  Granducato  di  Sassonia (che divenne lo  stato  di Sassonia – Weimar – Eisenach dal 1918 al 1920) la proposta per l’Istituzione di una scuola che fosse anche centro di  consulenza artistica per l’industria, il commercio  e l’artigianato.

L’anno  seguente Fritz Mackensen, direttore dell’Istituto  superiore di Belle Arti  del Granducato, inviò al  Ministero il verbale con le proposte di   riforma della scuola: bisognerà aspettare ancora due anni, e cioè il 1919, per arrivare a una soluzione di  compromesso in cui  l’istituto  statale del Bauhaus sarebbe sorto  dalla fusione di  quello  che era ormai l’ex Istituto  superiore di  belle arti e quello della Scuola d’arte applicata, in più si sarebbe aggiunto ad essa una sezione dedicata all’architettura.

La Bauhaus vivrà fino  al 1933 quando il regime nazista ne decreta la fine.

Tra i  suoi  insegnanti figuravano  personaggi  del  calibro  di Paul Klee e Wassily Kandinsky.

Bauhaus: la cronologia
1919 A Weimar nasce la Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il manifesto con l’intento di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire. 1925 Un cambio di sede porterà la Bauhaus a Dessau. 1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti professori e, in seguito, verrà dimissionato dal sindaco di Dessau. 1930 In questo periodo la scuola è sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe che, eliminando le istanze sociali della Bauhaus, ne valorizza i brevetti e la collaborazione con le aziende. 1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino. 1933 per non soccombere al nazismo i docenti all’unanimità decidono di chiudere la scuola

Davvero  ci  siamo dimenticati  di Ise Frank? 

Quando  Walter Gropius scrisse il manifesto  della Bauhaus inserì questa nota:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Parole decisamente intrise di progressismo  che, però, erano in contrasto  con la realtà dei  fatti: anche se all’inizio dell’apertura della Bauhaus le donne iscritte ai  corsi  erano in numero  maggiore rispetto a quello  degli uomini, le donne  venivano  considerate non abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere ad arti  come, ad esempio l’architettura, considerate appannaggio dell’uomo piuttosto  che della donna.

Naturalmente questa contraddizione è tipica del contesto  sociale di quegli  anni ( per certi  aspetti ancora oggi  si  assiste a delle vistose diseguaglianze tra donne e uomini in campo  lavorativo) e solo  alcune allieve, con il tempo, riuscirono  a imporsi in quei settori esclusivamente maschili, tra loro  Marianne Brandt che divenne una dei  maggiori designer industriali  della Germania degli  anni ’30 e Anni  Albers la quale emigrò negli  Stati Uniti dopo il 1933 diventando  anche lei  una designer molto ricercata.

Ma c’è una donna molto importante nella vita della Bauhaus e, soprattutto, in quella del  suo  fondatore: Ise Frank,  moglie  di Walter Gropius.

Ise Frank nasce a Wiesbaden in Germania il 1 marzo 1897 da una famiglia piuttosto  agiata ( il  padre Georg Frank era consigliere del  governo  prussiano); dopo  gli studi  classici,  a ventisei  anni, si  trasferisce a Monaco  dove diventa prima libraia e poi giornalista per un piccolo  editore, impiego che l’aiuta non poco a essere una donna libera ed emancipata.

Era destinata a diventare la moglie di  suo  cugino Hermann, un uomo che se pur la rispettava nelle sue scelte non riusciva colmare quel  senso  di  solitudine interiore nella vita di  Ise.

Sennonché tutto  cambiò quando nel luglio  del 1921 la sua amica Lise l’invitò a una conferenza di  architettura al Politecnico di  Hannover dove, per l’appunto, il conferenziere era Walter Gropius che, in quell’occasione, esponeva il suo  progetto della Bauhaus, cioè quello  di una scuola rivoluzionaria rispetto  ai  canoni dell’architettura di allora.

Si può dire che Ise Frank  venne colpita da un duplice colpo  di  fulmine: quello riguardante l’aspetto  futuristico e rivoluzionario  della Bauhaus ma, soprattutto, l’aspetto e l’aurea di  ribelle di  quell’uomo.

Bauhaus
Walter Gropius e Ise Frank

A questo punto  tralascio  il gossip (e relativo  BLABLABLA facilmente reperibile in rete)  che seguì a quel primo  loro  incontro   per arrivare all’ottobre dello  stesso  anno quando i due convolarono  a nozze.

Anche Wikipedia si è dimenticata di Ise Frank
Quella che dai più viene consioderata l’Enciclopedia per eccellenza in rete, ha delle volte alcune lacune incomprensibili. A esempio, nella voce dedicata a Walter Gropius si accenna alla sua prima moglie, ma non c’è un rigo dedicato a Ise Frank: << Proveniente da una famiglia di architetti (era pronipote dell’architetto Martin Gropius), studia architettura a Monaco (1903) e a Berlino (1905-1907). Nel 1915, durante una licenza militare dal fronte, sposa Alma Mahler Schindler, vedova del musicista Gustav Mahler. Insieme i due ebbero una prima figlia, alla quale diedero il nome di Manon; affetta da poliomielite, morì nel 1935 a soli diciotto anni. Un secondo figlio, Carl Martin, nacque pure gravemente malato e morì a dieci mesi di vita. I due divorziarono nel 1920>>.

Perché Ise Frank  era tanto importante per la Bauhaus? 

Intanto tutti  gli articoli o comunicati  della Scuola erano  opera di  Ise (non per nulla era una giornalista) tanto  da essere poi  definita la signora Bauhaus, o per meglio  dire l’anima di quel progetto  riformista: in effetti lei, sposando  Gropius, ne aveva sposato anche la completa ideologia dietro  al progetto  Bauhaus e cioè la ricerca di  una società più libera e democratica.

 La sua opera non si limitava solo  agli  scritti tanto  che, nella casa costruita dai  coniugi Gropius a Dessau nel 1924, lei insieme a Bruno Taut sperimentò quelle soluzioni ergonomiche di una casa progettata per una donna moderna ed emancipata, le stesse  riportate nel libro di  Taut La nuova abitazione: la donna come creatrice.

Nel 1927, con l’incalzare del  regime nazista ostile alle avanguardie culturali, Ise Frank si  rese conto dei rischi che la Bauhaus, il corpo  docenti e gli  studenti  stessi, correvano: con l’amica fotografa di origine statunitense  Irene Hecth (e con agganci internazionali tra Parigi  e New York) preparò un piano  di  fuga verso  gli  Stati Uniti.

Nel 1969 Walter Gropius muore.

Quattordici  anni  dopo, il 9 giugno 1983 a Lexington nel  Massachusetts, si spegne Ise Frank, aveva ottantasei  anni.

Il libro in anteprima

Jana Revedin, architetta e urbanista tedesca docente presso l’École spècial d’architecture di  Parigi (precedentemente anche presso il Politecnico  di  Milano e l’Università Iuav di  Venezia) dopo un’accurata ricerca ha scritto in forma romanzata la vita di Ise Frank nonché la storia della Germania da Weimar al  nazismo nel  libro La signora Bauhaus

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lì su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.

Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore della Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.

Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.

Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di Signora Bauhaus.

Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo alla Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.

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Cronobiologia per gufi e allodole (ma non solo)

cronobiologia

La cronobiologia, dal greco χρόνος chrónos (tempo) e da biologia (studio della vita), è una branca della biologia che studia i fenomeni periodici (ciclici) negli organismi viventi e il loro adattamento ai relativi ritmi solare e lunare.

Questi cicli sono noti come ritmi biologici.

Definizione tratta da Wikipedia⌋ 

Siete allodole o  gufi?

Premesso  che tutti  gli  studi scientifici  portano  alla conclusione che dormire otto ore è salutare sia  per l’organismo che  la mente, voi  vi  considerate fra le persone che adorano  essere mattiniere (le cosiddette allodole) oppure quelle per cui le ore della notte vanno vissute piuttosto  che dormire (allora appartenente alla categoria dei  gufi o  dei vampiri, fate un po’ voi).

Se non siete sicure di  dove collocarvi fra allodole e gufe niente paura: esiste il MEQ (morningness – eveningness questionnaire) e cioè un questionario  scientificamente validato per poterlo  scoprire (potete scaricarlo  da questa pagina)

MEQ-SA-IT

 

Per quanto  riguarda il comportamento  morale, e sempre secondo  gli  scienziati, sembra che le allodole abbiano la predisposizione a mentire e tradire di più verso sera mentre,  al contrario, gufi  e gufe preferiscono  l’inizio  di  giornata per farlo.

In ogni  caso gufi  e allodole sono  solo gli  estremi di un’identità circadiana che può variare per diversi fattori tra i  quali l’età, esigenze lavorative (sveglia all’alba o  turni  di notte)  e  quella di portare a spasso  il cane, perché  al quadrupede   se scappa la pipì non gli interessa se siete gufe o  allodole o una via di  mezzo.

Il nostro orologio biologico 

cronobiologia

 In questa simpatica immagine la zona in rosso indica la posizione dell’ipotalamo, struttura del  sistema centrale nervoso  molto importante per quello  che viene considerato il nostro orologio  biologico interno.

Nell’ipotalamo è presente il nucleo  soprachiasmatico composto  da 20.000 geni i quali  esprimono la relazione tra quantità di luce e funzioni fisiologiche del nostro organismo: quindi, il nucleo  soprachiasmatico, adattando  la sua attività alle variazioni di luminosità, interagisce con le altre aree del  cervello come se fosse una centralina di  comando.

Per quanto  riguarda l’esposizione quotidiana alla luce solare, oltre che incrementare la produzione di vitamina D, ha un altra funzione fisiologica fondamentale e cioè il rilascio  di  dopamina, importante neurotrasmettitore coinvolto in molteplici  attività tra le quali la regolazione  del  sonno, i meccanismi del piacere e quelli  del movimento e le facoltà cognitive e di  attenzione.

Eppure, nonostante la scienza abbia pensato per anni che le variazioni  fisiologiche del nostro organismo  dipendessero  unicamente dall’alternarsi del  ciclo  giorno – notte, già nel 1729 lo  scienziato  francese Jean Jacques Dortous de Mairan, osservando l’aprirsi  e il chiudersi  delle foglie della mimosa pudica nelle 24 ore anche in condizione di  buio  assoluto, intuì l’esistenza di un ciclo  vitale endogeno presente in ogni specie, essere umano  compreso.

Infatti, studi  condotti  negli  anni ’80 del  secolo  scorso  su soggetti volontari  in isolamento  in una  grotta, dimostrarono l’esistenza di questo  ritmo  endogeno del nostro  organismo  funzionante senza sincronizzarsi con il ciclo  giorno – buio e per di più con una durata all’incirca di 25 ore..

Attenzione, però: questo orologio interno è molto  sensibile, per cui una sua desincronizzazione può dipendere anche dalle nostre attività.

Ad esempio l’esposizione alla luce nel  corso  della notte (specie quella emessa dagli  schermi dei nostri  device) altera la biosintesi  della melatonina, ormone fondamentale nel  funzionamento dei ritmi  circadiani. 

La nascita della moderna cronobiologia risale a una ventina di  anni prima, nel 1960, presso il Cold Spring Harbor Laboratory  di  New York più di  centocinquanta studiosi si  riunirono  per definire le basi scientifiche legate ai  ritmi biologici.

Nel 2017 il Karolinska Institut ha assegnato il premio  Nobel  per la medicina a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per le loro  scoperte sui  meccanismi molecolari  che controllano  il ritmo  circadiano.

La cronobiologia nella Medicina Tradizionale Cinese

In questo mio  articolo sulla cronobiologia (articolo  a solo  scopo informativo e non esaustivo  dell’argomento) non potevo  tralasciare quello  che la Medicina Tradizionale Cinese dice sulla cronobiologia e cioè il riferimento al  flusso  di  energia (Qi) all’interno  dei 12 canali principali (i Meridiani) presenti  nel  corpo  umano durante l’arco  della giornata.

Nella MTC ogni  meridiano è collegato  a due ore della giornata, per cui  avremo 12 meridiani in un ciclo  bi orario legato  a organi e visceri.

Il flusso  di  energia non è costante nella giornata, ma ha un suo  minimo e massimo per ogni organo  o viscere (vedi l’immagine seguente)

cronobiologia

Il libro in anteprima

Vivere in sintonia con il proprio orologio biologico

È certamente esperienza comune che esistono momenti della giornata in cui ognuno di noi si sente più o meno in forma nelle proprie attività quotidiane: concentrazione, attenzione, studio, memoria, lavoro, attività fisica, sportiva, sonno e così via.

Qualcuno di noi preferisce le ore del mattino, dove è già fresco e pimpante, mentre la sera crolla presto; qualcun altro invece ama la notte e non andrebbe mai a letto, ma il risveglio mattutino è un vero dramma… Ma quanti sanno che tutto questo ha solidissime basi scientifiche, che l’attività ritmica di ogni cellula di ogni organismo vivente è scritta nel DNA dei nostri geni, e che la rotazione della Terra sul suo asse, con la conseguente alternanza di luce e buio, rappresenta il regolatore del nostro cervello?

È come se avessimo un vero e proprio orologio, e anche di gran marca e super preciso, che scandisce ogni momento della nostra vita. Solo che questo orologio non lo portiamo al polso, ma si trova nel nostro cervello.

Un affascinante viaggio nel mondo dei ritmi biologici e della cronobiologia accompagnati per mano da Roberto  Manfredini, professore ordinario  di  Medicina Interna presso l’Università degli  Studi  di Ferrara e uno  dei  massimi  esperti italiani  di  cronobiologia⌋ 

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Meteorologia e nuvole, una storia in poche parole

Cosmetici, una guida per conoscerne i  componenti

La salute nelle Linee guida per l’alimentazione

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Meteorologia e nuvole, una storia in poche parole

Meteorologia

  Piove,

piove, senti  come piove, senti  come viene giù..

Jovanotti – Piove

Con la testa tra le nuvole 

Personalmente sono molto  affezionata alla ranocchietta che illustra il meteo sul mio  smartphone con sistema android: non sempre le previsioni sono quelle giuste, ma vederla con l’ombrello oppure, al  contrario, stendere il bucato  al  sole, mi  allieta l’animo.,

Volendo  avere delle informazioni  più dettagliate, le app dedicate al servizio  meteorologico sono tante , e tutte, più o meno, sono vicine a dare previsioni azzeccate (ricordando il limite massimo che per esse è di  tre giorni).

 C’è sempre chi si  affida al  comportamento  del  gatto  di  casa per sapere che tempo  farà: se si lecca la zampa e se la passa dietro  all’orecchio (dicono  che) pioverà.

A causare il maltempo (e il  suo  opposto) concorrono   diversi  fattori fisici, tra i quali  temperatura, umidità relativa, velocità del vento, pressione atmosferica, ma anche l’osservazione delle nuvole può esserci  d’aiuto, specie se siamo  su  di un sentiero  durante un escursione (ma è sempre meglio guardare le previsioni prima di partire).

In quanti  sanno  effettivamente quale sia la differenza tra cumulonembi, cirri, cirrocumuli?

A darci  una mano  in questo è la rivista di  Meteorologia dell’  Aeronautica Militare (il pdf può essere scaricato  da questa pagina)

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Aggiungo  che il primo  a catalogare le nuvole, e dare loro i nomi  che tutt’ora utilizziamo, fu nel 1802 il meteorologo  inglese Luke Howard, il quale  ebbe come grande estimatore del  suo  lavoro lo scrittore Johann Wolfgang von Goethe che gli  dedicò addirittura una poesia:

Lui invece, Howard, ci offre con pura competenza

I più stupendi frutti della nuova scienza.

Quel che fermare, raggiunger non si può

Egli, per primo, l’afferra e lo trattiene;

Determina l’indeterminato, lo delimita,

Lo definisce in modo pertinente! — A te sia la gloria!

Goethe – La forma delle nuvole

L’uomo che inventò le previsioni meteo

Meteorologia
Robert Fitzroy

Robert Fitzroy  (Ampton Hall, 5 luglio 1805 – Londra 30 aprile 1865) storicamente è conosciuto  per essere stato  il comandante della Beagle che accompagnò Charles Darwin nel 1831 in giro per il mondo per elaborare la teoria di  quest’ultimo sull’origine della specie (il viaggio  durò ben cinque anni)

I due furono legati  da una profonda amicizia che si  spezzò quando, nel 1859, Darwin pubblicò la sua teoria sull’evoluzione basata sulla selezione naturale: Fitzroy, fervente credente, bollò come blasfemia la tesi  del  suo (ormai  ex) amico, allo stesso modo  venne ricambiato dallo  scienziato che affermò che la pretesa di  Fitzroy di prevedere il tempo atmosferico era in contrasto con il controllo divino (in poche parole Dio solo  decideva se doveva piovere o no).

Robert Fitzroy era comunque un uomo determinato tanto  che a soli 24 anni, nel 1829, mappò quelle che allora erano le inesplorate coste dello Stretto  di  Magellano e della Terra del  Fuoco  doppiando  Capo  Horn, portando  dietro di  se un autentico  arsenale scientifico per la rilevazione cartografica, termometri, igrometri e pluviometri al  fine di  scoprire come si  formassero  le tempeste.

Nel 1859 gli  fu  assegnata la guida del  Servizio  meteorologico inglese e si  deve  sempre  a lui  il termine di  previsioni del  tempo.

Grazie ai  fondi  ottenuti  dal  governo  inglese riuscì a installare una rete composta da tredici  stazioni meteorologiche poste lungo  le coste dell’Inghilterra, collegate tra loro  attraverso il telegrafo e inaugurata nel  settembre del 1860: qualche mese dopo, cioè nel febbraio  del 1861, Fitzroy emise il primo avviso  di  tempesta della storia.

 Purtroppo  per lui la tecnologia di  allora non era sufficiente per avere certezze assolute sul tempo  atmosferico, per cui, il più delle volte, le previsioni  erano errate e questo comportò da parte degli  armatori, costretti a tenere le proprie navi  al  riparo  dei porti  anche con condizioni  favorevoli, un’accesa ostilità.

A loro si aggiunse anche il giudizio  negativo sul  suo  operato dell’opinione pubblica (opinione strumentalizzata dagli  articoli  denigratori  del  Times): Fitzroy, avvilito  e depresso da questi  continui  attacchi, nella domenica del 30 aprile 1865 si  suicidò.

Piccola parentesi

Meteorologia
James Glaisher

In questo mio  excursus sulla nascita della moderna  meteorologia non potevo non accennare alla figura di James Glaisher (Londra, 7 aprile 1809 – Londra, 7 febbraio 1903) 

 Fu membro  fondatore della Meteorological Society (1850) e dell’Aeronautical Society of Great Britain (1866), nonché presidente della Royal Meteorological Society dal 1867 al 1868.

La sua fama è dovuta soprattutto a quella di pilota di mongolfiere per lo  studio  degli  strati  più alti  dell’atmosfera: nel 1862 riuscì a superare gli 11.000 metri  di  altezza (la stessa utilizzata dai moderni  aerei di linea).

Inoltre, come meteorologo del  governo, elaborò i  dati  inviati  a Londra da ventinove stazioni  sparse sul territorio per poi  pubblicarli  sul Daily News: erano  nati i bollettini meteo  (quelli  della mia ranocchietta)

Alla figura di James Glaisher si  è ispirato il regista Tom Harper per il film The Aeronauts con Felicity  Jones Eddie Redmayne nei ruoli  principali (il film è disponibile su  Amazon Prime Video).

Il libro in anteprima

Cosa sono le nuvole? Forse è più interessante chiedersi cosa ci porta a guardarle, mentre passano sulle nostre teste, correndo chissà dove.

A volte le fissiamo cercando una forma nascosta, perché speriamo in un segno, oppure le scrutiamo preoccupati che ci guastino una domenica fuori porta.

Che sia per gusto o per necessità, non riusciamo a fare a meno di interrogarle, di metterle nei nostri pensieri.

Sarà per questo che ci accompagnano sempre: affiorano nei disegni dei bambini, nelle poesie degli adolescenti, nei sogni a occhi aperti degli adulti. Poco importa che siano fatte d’acqua o di immaginazione: il loro peso non cambia. Passano sulle nostre vite gettando ombre, aprendo squarci di luce, portando piogge che di volta in volta si rivelano catastrofiche o provvidenziali.

Non siamo semplici spettatori della loro corsa, perché il nostro destino dipende dalle loro rotte, dal loro colore. Ecco perché dobbiamo imparare a decifrarle, a comprenderne il linguaggio.

E per farlo dobbiamo rivolgerci alla meteorologia, perché dalle nuvole ha appreso il senso della mutevolezza: cercare conferme accettando gli imprevisti e attraversare il nostro tempo provando a intuirne i cambiamenti.

Questa è la filosofia delle nuvole di cui parla Luca Mercalli: non una dottrina, ma un’attitudine. Un invito a osservare, a restare in ascolto, a coltivare il dubbio e a non rinunciare mai al proprio diritto di sdraiarsi a guardare il cielo. Perché avere la testa fra le nuvole non è sempre un difetto.

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Titoli  di  coda

Ho iniziato l’articolo con le parole di  Piove di Jovanotti e non potevo  che terminare con il video  della sua canzone

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥