Odo rumore di catene e gelidi sospiri…è “L’incubo di Hill House”

Quella notte
©caterinAndemme

L’aldilà 

I fantasmi.

Prendono  forma al  chiaro  di luna,

si  materializzano  nei  sogni.

Ombre. Sagome

di  ciò che non è più

Ellen Hopkins  

Alla domanda se credo  nei  fantasmi la mia risposta è no.

Alla stessa domanda postami in una casa isolata, di notte,  ai margini  del  bosco, con i lupi  che ululano, il vento  che ulula (ulula il vento?), le persiane che scricchiolano come le assi  del pavimento di legno, il rintocco del pendolo  alla mezzanotte, con me unica abitante di  questa casa,  la mia irriducibile razionalità nel negare l’esistenza di  ectoplasmi & C. (quindi  includerei  anche vampiri e lupi mannari) sarebbe alquanto  compromessa.

Questo nulla toglie, però la fascinazione verso l’ignoto, in pratica ciò che spingerebbe ad aprire la porta della casa di  cui  sopra e restarci  almeno una notte perché, e questo è il bello  della fascinazione, ci  hanno  detto che lì si odono rumore di  catene e gelidi  sospiri. 

Per mia fortuna, o sfortuna dipende dai punti  di vista, vivo  in città e tutt’al più mi  devo  solo preoccupare dei  soliti  malviventi in carne ed ossa.

Se proprio devo orripilarmi  ( cioè farmi  venire la pelle d’oca pur non essendo certamente un’oca) basterebbe un qualsiasi  film del genere horror per farlo.

Di  solito  la trama di  questi film è abbastanza scadente (non me ne vogliano  gli  appassionati, compreso il mio lui): stessa situazione (casa solitaria nel  bosco), una donna  (sempre bella) vittima di  sortilegi, un uomo (anch’egli bello ma con lo  sguardo un po’ ebete quando  si  terrorizza)  e tanto, tanto, sangue.

A tutto  questo non mancano  le eccezioni.

The Haunting of Hill House 

Non ascoltando  la vocina che mi  ricordava  che i  panni i panni  da stirare erano appunto  da stirare , ieri  sera ho voluto  dare un’occhiata a questa nuova serie targata Netflix, cioè  The Haunting  of Hill House.

A questo punto, tenendo conto  dei primi  due episodi  della serie che ho  visto, dovrei  dare un giudizio su  di  essa: lo  farò alla fine.

Incomincio  subito  nel  dire che la regia è di Mike Flanagan (Il gioco  di  Gerrald trasposizione cinematografica di un racconto  di  Stephen King: da vedere, anche ad occhi  chiusi) che si è basato sul racconto  omonimo della scrittrice statunitense  Shirley  Jackson (anteprima del libro  a fine articolo).

La locandina di The Haunting of Hill House

Nella versione di  Flanagan si parte dall’estate del 1980 quando la famiglia Crain, genitori  architetti e cinque figli tra maschi  e femmine (praticamente una tribù) si  trasferisce ad Hill House per un lavoro  di  ristrutturazione della casa.

La casa rientra nello  standard dei  film dell’orrore: antica, con mille stanze e posta in un luogo solitario (oltre al  fatto  che  i  custodi si  guardano bene   dal  dormirvi di notte).

Finché una notte il padre prende i  suoi  figli  e fugge dalla casa lasciando  la moglie in preda a quello  che vedrò nelle prossime puntate.

Lo farò perché è un racconto  diverso  dal solito splatter di  genere, perché i personaggi  sono ben  delineati e la trama, pur con continui  salti  temporali da quell’estate del 1980 ai  giorni  nostri, non genera confusione ma, anzi, intriga sempre di più.

 

Il libro: L’incubo  di  Hill House di  Shirley Jackson 

Sono cosciente del fatto  che la mia recensione è stata molto  stringata, dopotutto basta fare una ricerca in rete per avere un quadro  completo  della serie.

Piuttosto  vorrei parlarvi  del libro  che inizia così (parole riprese anche all’inizio nella versione filmica (filmica…si  dice?).

Nessun organismo  vivente può mantenersi  a lungo  sano  di  mente in condizioni  di  assoluta realtà; persino  le allodole e le cavallette sognano, a detta di  alcuni.

Hill House che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno  al  buio; si  ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto  continuare per altri ottanta.

E’ indubbio  che già dall’introduzione al  romanzo  ci troviamo  a leggere un’opera che si pone ai  vertici  della narrativa gotica, tanto  da essere preso come fonte di ispirazione da altri  scrittori, uno  fra tutti  Stephen King.

Shirley Jackson scrisse L’incubo  di  Hill House nel 1959 (lei  morì l’8agosto 1965, all’età di  quarantotto anni, per un arresto  cardiaco  durante il sonno).

Come in   quasi  tutte le sue opere, anche ne L’incubo  di  Hill House  si intravede il tema della ribellione verso la condizione femminile di  allora che voleva la donna relegata ai  ruoli  classici  di  madre e casalinga e niente altro, oltre che l’espressione del  suo  personale disagio  per aver avuto un rapporto pessimo  con la madre.

Infatti  nella trama de L’incubo  di  Hill House:

Eleanor Vance è una donna la cui  vita scorre monotona e senza stimoli, per questo sente in se il desiderio di  rompere quella tristezza che l’accompagna da tempo.

L’occasione le viene data dal professor John Montague, studioso  di  fenomeni paranormali, che l’invita, insieme ad un gruppo  di  altre persone con determinate abilità psichiche (ma non sono eroi  della Marvel) ad un progetto  che include la permanenza in una casa infestata da presenze ultraterrene: Hill House.

Eleanor, mano  a mano che si  addentra nei  misteri  di  Hill House, verrà psicologicamente tormentata dall’entità demoniaca lì presente, fino  all’inevitabile tragica conclusione e cioè la sua morte.

Nel 1999 il regista Jan de Bont diresse The Hauting (interpreti Liam Neeson, Catherine Zeta-Jones, Owen Wilson) tratto  dal libro  Shirley Jackson  ma che non ebbe un buon giudizio  di  critica cinematografica..

Ho visto  recentemente, sempre su  NetflixThe Haunting: sinceramente mi  è sembrato  un onesto  film di  genere horror, forse l’unico  appunto  è per certi  effetti  speciali che, visti  con la tecnologia di  oggi, risultano  essere alquanto  ridicoli.

Il film di Jan de Bont è stato il remake del  film omonimo (in italiano  Gli invasati) diretto  da Robert Wise (interpreti Julie Harry, Claire Bloom, Richard Johnson): dal trailer si può vedere come   gli  effetti  speciali vengono  sostituiti  da una sapiente costruzione scenica che coglie pienamente la fascinazione verso l’indicibile e il mistero.

Tra l’altro , guardando il trailer, ho visto  alcuni riferimenti  nella serie Netflix e cioè la scala a chiocciola e la scena in cui  le due donne sono impaurite dai  colpi  provenienti  dietro  ad una porta chiusa.

Cosa ne dite, questa sera dormiamo  con la luce accesa?

Alla prossima! Ciao, ciao……………


Anteprima del  libro L’incubo  di  Hill House 

Le sfere di fuoco tra scienza e fantascienza in 4 brevissimi paragrafi

UFO
©caterinAndemme

Paragrafo 1°: la fantascienza

 

 

Nel 1954 la Mondadori  pubblicò nella sua collana di  fantascienza Urania il romanzo Sfere di  fuoco di Erik van Lihn uno dei  tanti pseudonimi  di Ramon Felipe San Juan Mario Silvio Enrico Smith Heathcourt-Brace Sierra y Alvarez-Del Rey y De Los Huerdes meglio  conosciuto come Lester del  Rey.

In questo  romanzo (di  cui  ho una copia che non cederò mai e poi mai…beh,  se fate un’offerta generosa…….) la colonia terrestre su  Mercurio  deve fare i  conti con le tempeste magnetiche del  Sole che formano delle sfere di  fuoco: una di  esse è un’entità dotata di intelligenza propria.

Fine del primo paragrafo

 

 

 

 

Paragrafo 2°: i racconti mitici 

Sembra che ogni  anno in Cambogia, sulle rive del  fiume Mekong ad ottobre, misteriose sfere di  fuoco si  alzano dalla superficie del  fiume salgono  verso il cielo  notturno  e quindi  scompaiono dalla vista.

La popolazione locale le chiamano bung fay paya nak  e sono le emanazioni  dei leggendari uomini  serpenti: i naga

Fine del  secondo  paragrafo 

 

Paragrafo 3°: quello  che dice la scienza

Per la scienza nella categoria delle sfere di  fuoco vanno  comprese i fulmini  globulari , i fuochi  fatui e altri  fenomeni  simili che appaiono in determinate circostanze, tra questi, ad esempio, quelle che noi  donne emaniamo per incenerire la mano  di  certi uomini  che, su  di un mezzo pubblico  affollato, sfiorano  con nonchalance  il nostro posteriore (o  lato B se preferite).

Comunque la scienza dice che:

Alcune sfere di fuoco sembrano essere il prodotto di organismi viventi. Il decadimento della materia organica, ad esempio, nelle paludi e in altre zone umide  porta al rilascio di gas contenenti metano e fosforo, come la fosfina, i quali possono incendiarsi spontaneamente dopo aver incontrato ossigeno nell’ atmosfera, producendo una luce tremolante sospesa a mezz’ aria. Alcuni fenomeni  sono di origine elettrica come può esserlo   una scintilla all’ interno del terreno durante un terremoto: in questo  caso  le rocce sollecitate rilasciano un flusso di elettroni in superficie dove, interagendo con l’ aria, producono lampi di luce.

Fine del  terzo paragrafo

 

Paragrafo 4°: i fulmini  globulari

Rappresentazione di un fulmine globulare in una illustrazione del XX secolo

La loro forma è perfettamente sferica e con  diametro  è variabile. Il loro  movimento può essere rapido e casuale oppure, al  contrario, rimangono  ferme nel  cielo.

La cronaca parla anche di  casi in cui il fulmine globulare entrato  in  una stanza ha ucciso lo sventurato occupante, oppure di  fulmini globulari  passeggiare lungo  la corsia di un aereo in volo (il riferimento  è ciò che l’astronomo Roger Jennison ebbe come esperienza  nel 1963 durante  un volo  notturno).

La risposta al quesito  di cosa siano in effetti i  fulmini globulari è varia (in alcuni  casi  bizzarra): micro  buchi neri, particelle calde di  silicio e blablabla 

Lo scienziato  cinese H.C. Wu, dell’Università di  Zhejiang, prendendo  spunto dall’ipotesi che le sfere potrebbe essere formate da radiazioni  a microonde, ipotizzò che:

Le microonde nascono  da un gruppo di  elettroni accelerati ad una velocità che si  avvicina a quella della luce.

Questo  avviene quando la terra è colpita da n fulmine ; in particolare gli  elettroni  sono accelerati  dal  forte campo  magnetico creato  come quando un canale di  elettroni  si muove gradualmente dalla base di una nuvola verso il suolo, appena prima del flash luminoso e cioè del  fulmine .

nella parte del fulmine che raggiunge  il  suolo, prosegue Wu, si può produrre un gruppo  di  elettroni relativistici, che a loro volta emettono  intense radiazioni a microonde.

Indipendentemente dalla fonte, le microonde atmosferiche producono  plasma caricando l’aria circostante .

La radiazione esercita una pressione sufficiente a spingere il plasma verso l’esterno in una bolla che noi  vediamo come un fulmine sferico.

Le microonde intrappolate all’interno  continuano a generare plasma e quindi a mantenere in vita la bolla per la sua breve durata.

Il fulmine, alla fine, sbiadisce appena la radiazione trattenuta all’interno  della bolla viene dissipata.

In caso  contrario la bolla si  rompe causando un’esplosione.

Semplice come bere un bicchiere d’acqua (???) 

La presenza di microonde e plasma  come componenti  del  fulmine globulare ne spiega alcune proprietà, per esempio quella di  attraversare i  vetri  delle finestre, creare un rumore udibile all’orecchio  umano e generare ozono.

Questo, sempre secondo  la teoria dello scienziato  cinese,  spiegherebbe come un fulmine globulare può entrare anche nella cabina di un aereo: gli  elettroni  ne attraversano il guscio metallico  dopo  essere stati  accelerati dall’energia prodotta da un fulmine.

Fine del 4° paragrafo

 

….ma adesso  cosa preparo  per cena?

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Consigli di lettura per le mamme da una donna che mamma non è

She walks in the rain but is no longer alone
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Ma quanto  siamo infelici 

Il World happiness report ogni  anno misura la felicità globale nel mondo considerando  anche il fenomeno  dell’immigrazione tra i  Paesi.

Sono stati esaminate 156 nazioni e la tra le prime quattro figurano (in ordine decrescente) Finlandia, Norvegia, Danimarca e Islanda.

Per trovare dove è posizionata l’Italia dobbiamo  scendere in basso  fino  al 47°  posto dietro  alla Thailandia e prima dell’Equador.

Il Pdf ⇐  è a vostra disposizione se siete interessate alla lettura dell’intero  report (molto poderoso  e in lingua inglese).

Adesso  qualche pignolo potrebbe farsi  avanti dicendo  che in queste isole felici della nostra Europa il  tasso  di  suicidi tra la popolazione è piuttosto  rilevante, sarà anche vero ma la questione alla fine si  riduce a dati  statistici oppure a tesi scientifiche tutte da provare (sembra, in quest’ultimo  caso, che c’entri molto la questione della scarsità di luce solare nel periodo  invernale).

Suicidi  a parte, è da invidiare il loro modello  di  società felice?

Personalmente, pur mantenendo la mia italianità, posso   dire di  esserne attratta considerando alcuni  parametri  fondamentali di questo stile di vita.

Uno per tutti: l’empatia, ad esempio, che oggigiorno  sembra essere merce rara.

Il  metodo  danese per l’educazione dei  figli

Lo ammetto: sono  stata piuttosto prolissa prima di scrivere quello  che è il contenuto principale del post di oggi, cioè Il nuovo  metodo  danese per educare i  bambini dalla giornalista  Jessica Joelle Alexander   (anteprima alla fine dell’articolo).

Alcune mamme, molto probabilmente, si  sentiranno  già navigate nel  loro  mestiere di  genitore da poter pensare che sia superfluo leggere un libro che parla di  educazione di  bambini, per giunta  danesi:  ma non è così perché il libro non vuole dare consigli, ma parla, appunto, di un metodo  che può essere applicato a bambini  italiani, kenioti, magari  marziani.

<<Ma tu non hai  figli quindi  non puoi  capire >>: questa di  solito  è la frase bavaglio che alcune mamme, non tutte ovviamente, utilizzano  quando a parlare di educazione di  figli è una donna che figli non ha.

A parte che non avere figli può essere una libera scelta, nulla impedisce ad una persona di  parlare di  educazione in senso generale o in quello particolare riguardante i  bambini.

D’altronde esempi di  maleducazione proprio fra i più piccoli è indice che l’adulto (genitore) è un po’ latitante nel  dare le indicazioni  basilari per la vita futura della propria progenie.

Piccolo  sfogo  della zia Caterina


Perché i bambini danesi sono così educati e felici? Non fanno bizze, sono sereni e i loro risultati scolastici sono eccellenti. Un congedo di maternità più lungo e un reddito pro capite alto contribuiscono a formare genitori meno stressati, ma siamo sicuri che la questione possa essere liquidata così facilmente? La verità è che il modello educativo di alcuni Paesi sembra essere fermo da decenni, e ci troviamo a confrontarci, a scuola e in famiglia, con strumenti appartenuti ai nostri nonni, incapaci di far fronte a problemi tipici del nostro tempo, come l’eccessiva competitività o il bullismo. Desideriamo preservare i bambini dall’ansia e dallo stress, ma spesso otteniamo l’effetto contrario, trasmettendo paure che rendono difficile un sano cammino verso l’autonomia. In questo libro Jessica Joelle Alexander ci apre le porte di scuole e abitazioni danesi. Senza mitizzare il modello del Paese più felice del mondo, ci invita, con esempi, confronti e suggerimenti, a percorrere una nuova strada per accompagnare i nostri figli e diventare grandi, e felici, insieme.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro Il nuovo  metodo  danese per educare i  bambini

 

Inuit tra eroine di carta e serie tv horror

Le montagne della follia (omaggio a H.P.Lovecraft)
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Inuit non eschimesi

Eravamo  abituati  a chiamarli  eschimesi che significa letteralmente  mangiatore di  carne cruda (termine  dispregiativo usato nei loro  confronti dai nativi  Algonchini  del  Canada)  mentre bisognerebbe chiamarli Inuit cioè, nella definizione della loro lingua, uomini .

Quindi Inuit  è il nome  di  questo insieme di popolazioni, ognuna con usanze  e costumi  diversi, che abitano dall’estremo  nord dell’Alaska del  Canada e della Groenlandia fino all’estremo Oriente Russo (dove abita l’altro  ceppo etnico  degli Yupik).

Non essendo un’etnologa è inutile che mi  dilunghi nella descrizione delle loro  tradizione, sugli usi  e costumi nonché sul fatto che solo  nel 1999 ebbero riconosciuto il diritto  di una loro  nazione federata al  Canada: Nunavut .

Una serie horror ed un fumetto

The Terror è la serie tv prodotta dalla AMC e trasmessa su  Prime Video la piattaforma streaming di  Amazon.

Il racconto prende spunto  dal  romanzo omonimo   di  Dan Simmons il quale ricalcando  la storia vera, ma traducendola in  horror, dei  vascelli Erebus e  Terror partiti  da Londra nel 1845 sotto il comando di  Sir John Franklin per trovare il Passaggio  a Nord Ovest nell’Artico, sparirono senza lasciare nessuna traccia dell’equipaggio nonostante le successive campagne di  ricerche che, non avendo dato  nessun esito, terminarono  nel 1859.

Nel 2014 i resti  dei due vascelli furono  ritrovati in fondo  al mare,  per quanto  riguarda gli uomini  dell’equipaggio  si pensa che, una volta abbandonato  le navi  per cercare aiuto, si persero  tra i ghiacci.

Nel  racconto  di  Simmons  l’elemento soprannaturale è il demone Inuit Tuunbaq dalle sembianze di un orso polare che, in un crescendo  di  terrore, decima i marinai  dell’Erebus e del  Terror.

La serie televisiva ha avuto molto  successo anche se qualche lamentale si  è avuto per l’eccessiva lunghezza (dieci puntate, si  vede che chi  si è lamentato non ha presente le varie soap opera che durano anni).

Non avendo un abbonamento  a Prime Video  di  Amazon, quindi non potendo  giudicare di persona sulla qualità del prodotto, il giudizio  lo  lascio  a questa piccola anteprima


Snowguard: l’ultima eroina di  casa Marvel

Snowguard

Alla Marvel hanno  deciso di  dare voce alle identità culturali  diverse (per quelle sessuali, cioè LGBT aspettiamo) compresa quella degli Inuit, chiamando  Nyla Innuksuk,  la pronipote di uno  sciamano nonché  fondatrice della casa di produzione Mixtape , per dare vita a Snowguard.

Amka Aliyak, è questo il nome reale di  Snowguard , ha come caratteristica da supereroina quella di  essere una mutaforma, cioè di  trasformarsi in orso  o  altro  animale temibile per gli  avversari, mentre lo  scopo (quello  che in fondo  accomuna tutti gli  eroi  super) è di  dare la caccia agli  speculatori  della sua terra e  del  suo popolo.

La Marvel ha  deciso  di inserirla nel  gruppo  dei  supereroi Champions, ma tra i fan è scoppiata una  polemica con lo sceneggiatore canadese Jim Zub reo di aver creato un’eroina con fini politici: se volete sapere qualcosa di  più sulla querelle andate su  questa pagina (ma poi….bravi, ritornate qui).

Ma voi  a quale supereroina vorreste rassomigliare?

Io, ad esempio…

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

Era una notte buia e tempestosa quando Alhazred scoprì il Necronomicon

HPL
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NON è MORTO….

Non è morto  ciò che può vivere in eterno

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred

Prima dell’avvento  di  Maometto il poeta arabo Abdul Alhazred si  avventurò nel  deserto  arabo per scoprire la città perduta dalle mille colonne: Irem.

Dopo un lungo  e faticoso  viaggio arrivò finalmente a Irem: qui, fra le sue rovine, trovò un testo  di  magia nera  il cui nome all’inizio  era Al Azif , dove la parola Azif è una locuzione della lingua araba per indicare quei  misteriosi  suoni che si odono  nel  deserto  durante la notte e che si  dice essere la voce dei  demoni.

In seguito, quando il testo venne tradotto in greco  dall’erudito  bizantino Teodoro  Fileta, esso prese il nome di  Necronomicon: il libro  delle leggi  che governano i morti.

Abdul Alhazred, secondo alcuni  testimoni  oculari, un giorno, in una via di  Damasco, venne ucciso  divorato da un mostro  invisibile (ma se era invisibile come hanno  fatto  a vederlo?).

Torniamo  alla realtà 

Eh si, perché è ovvio che il racconto della scoperta del  Necronomiconnonché la poco  plausibile morte del  suo  scopritore, è frutto di  fantasia, direi  di quel particolare genere di  fantasia che è un misto  tra l’horror e la fantascienza  e di  cui fu maestro indiscusso Howard Philipp Lovecraft  

Premetto che la fantascienza è uno  dei  generi  letterari che preferisco ma, ahimè, i racconti di  Lovecraft (insieme a quelli  di  Edgard Allan Poe ) mi attirano quanto  ascoltare un sermone in aramaico  antico.

Forse saperlo  vi interessa quanto il problema delle acciughe in Perù, ma ci  tenevo  a precisarlo (e poi il blog è mio quindi….).

Ritornando  al Necronomicon lo stesso  Lovecraft si  meravigliò del  fatto  che i  suoi  lettori fossero  assolutamente certi che il libro  maledetto non fosse una pura invenzione letteraria ma un mistero esoterico  nascosto per secoli.

Anzi, più Lovecraft si  sforzava di dire che il Necronomicon era solo  frutto della sua fantasia, più si  rafforzava nelle persone (credulone) che egli, in questa maniera, volesse creare una sorta di  depistamento della verità.

D’altronde ancora oggi  ci sono persone che  credono  che la Terra sia piatta…

I venditori  di libri  antichi, quelli  con una certa dose di  humour, stettero al  gioco inserendo il Necronomicon nei loro  cataloghi, tra di  loro anche Philip Duchesnes, titolare di una delle librerie antiquarie più famose di  New York,  il quale mise nel 1941 a catalogo il Necronomicon con un prezzo allora astronomico di 900 dollari:  rimase meravigliato  dai numerosissimi acquirenti  che volevano ad ogni  costo il libro, offrendo anche una  cifra  superiore  a quella proposta dall’antiquario.

Il Necronomicon è un pseudobiblia cioè quei  libri  che, pur essendo  citati con tanto  di  titolo ed estratti in opere di saggistica o narrativa, hanno in comune una caratteristica che li  distingue da qualunque altro libro: semplicemente non esistono.

A coniare la definizione di pseudobiblium fu nel 1947 lo scrittore Lyon Sprague de Camp in un articolo pubblicato nel  Saturday Review of Literature,  nel  quale   metteva in risalto come queste opere per la  fama raggiunta fossero in  competizione con i libri realmente esistenti.

Se siete interessati  all’argomento  dei  pseudobiblia e volendo  andare oltre al nozionismo  in stile Wikipedia (che tra l’altro  utilizzo  molto nei link ad argomenti  vari), vi  consiglio  la lettura del  testo Leggere o non leggere (gli pseudobiblia) di Michele Santoro dell’Università di  Bologna (⇒ Pdf ⇐) .

Ma è a  voi,  amanti di racconti  di  spettri, vampiri o lupi mannari che vagano  nella notte alla ricerca di  vittime innocenti (o  che proprio  se la sono  cercata) a voi, dicevo, dedico l’anteprima de I racconti  del Necronomicon 

Buoni brividi. 

Alla prossima! Ciao, ciao………

Cosa fare se il sentiero in discesa è scivoloso? Semplice: continuare a leggere….

Step by step I will go away
©caterinAndemme

Passo  dopo  passo (si  affronta la discesa) 

Le campanelle dei cavalli, lo  scricchiolio degli  scarponi, il mio  respiro irregolare: vita a piedi  a quota 4500. Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero. Il mondo  ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero spazio abbracciato  dallo  sguardo. L’oro  del  sole nel  cielo, che riversa nell’aria una luce priva di  calore; neve dura, albedo  elevata

Tratto  dal libro  Le antiche vie di Robert Macfarlane

In questo caso la fatica è in salita verso Velika Planina (1622 metri) in Slovenia
©caterinAndemme

Quando, però, la nuda traccia di un sentiero diventa  quella scivolosa di una discesa a rompicollo, la poesia del momento  viene irrimediabilmente distrutta  da una sederata che, il più delle volte e specie se è un uomo  a subirla, è accompagnata da imprecazioni di ogni  genere.

D’accordo, noi che siamo  escursioniste esperte sappiamo  che più pressione riusciamo  a scaricare nei punti  di  appoggio minore sarà il rischio  di  scivolare, questo in teoria.

In pratica può capitare che per timore di una scivolata nefasta (non c’è bisogno  di  scalare l’Everest per avere questa sensazione) spostiamo il nostro  busto  all’indietro (e con esso il nostro  baricentro) quindi, conseguenza, la pressione che prima esercitavamo si perde assicurandoci quella sederata di  cui  sopra.

Cosa fare allora?

L’esperienza dice che il modo  migliore di procedere sia quello di piegare leggermente le ginocchia (non inginocchiarsi) con il busto flesso in avanti in modo  che il baricentro resti lì dove deve restare obbligandoci anche a fare passi più corti in rapporto  alla ripidità del  sentiero.

Naturalmente, mentre noi  procediamo  applicando la teoria,  verremo  sorpassati  da qualche adepto  della corsa in montagna (altresì detta Mountain Running) che avrà giusto il tempo di  degnarci  di uno  sguardo  di  sufficienza….in questo  caso  è lecito ricorrere ai  riti  del voodoo  per rimettere le cose nel  giusto ordine

A contraddire tutto  ciò che ho  scritto  fino  adesso sono  gli esperti  (d’altronde io  sono  una semplice escursionista) i  quali  dicono che, in caso  di  ripidi pendii magari in terra battuta, è meglio lasciarsi  andare cercando  dinamicamente i punti  di  appoggio.

Ovviamente il consiglio  è per chi  ha già una certa dimestichezza nella camminata in montagna.

 

libri IN vetrina 

Ho iniziato  con una citazione del libro Le antiche vie di  Robert Macfarlane e mi sembra opportuno  parlando  del  libro in questione:

Se i passi  impressi  sul  sentiero  che stiamo  percorrendo sono la traccia che lasciamo  dietro  di noi, lo stesso  si può dire per le note o  gli appunti che lasciamo  disseminati nelle pagine del  libro  che stiamo  leggendo.

Le mie personali  note su  questo libro ( per altro bellissimo) rientrano  nel  concetto che alcune   parole  lì per lì ti  incuriosiscono, ma se non ne approfondisci  il significato la  vita scorrerà lo stesso  felice.

Ad esempio:

  • Tumo –  Tipo di  yoga tantrico  creato  da Milarepa (quello  praticato  da Sting è un’altra cosa)
  • Metis dal greco e nei meng dal  cinese: conoscenza attraverso l’esperienza (più ne metis…………è tardi, sono  stanca e di  battute migliori  non riesco  a farne
  • Pachinko, solipsismo, psicotrope, mnestica, struttura chiasmica: AIUTO!!!!!!
  • Foot transect: ricercatore che si muove a piedi sul territorio e registra quel che vede dove lo vede (No comment!).
  • Landnamabok (libro degli insediamenti): storia della conquista vichinga dell’Islanda scritta in islandese medievale (un po’ come I Buddenbrook in lingua lappone)
  • Criptocromo: proteina della retina che permette agli uccelli migratori di vedere le linee di forza magnetica percepite come forme più scure o  più chiare, sovrapposte al normale paesaggio visibile guidando, in questa maniera, gli uccelli  verso le loro  destinazioni  prestabilite:  praticamente un TomTom con le ali.

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare”. Robert Macfarlane è l’ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria. Riallacciando l’ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto più semplice, eppure oggi anche il più radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l’antico “Camino” di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall’abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Le antiche vie 

 

Un giorno una lettrice venne scelta da un libro…..

La lettrice
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Quando è il libro  a sceglierti..

E’ proprio  vero: non siamo noi  a scegliere i libri  ma sono  essi  a sceglierci.

Prendi, ad esempio, quel  giorno nella libreria Feltrinelli  di  Biella (cosa mi aveva portato in questa cittadina lo dirò un altra volta) : gironzolavo tra gli  scaffali della narrativa quando adocchiai  casualmente un libro che spuntava di un paio  di  centimetri  rispetto  agli  altri che erano allineati in riga come soldatini.

Lo presi così da poter vedere che l’autore del libro  era tra quelli  da me preferiti (che poi  sono  tanti): Stefano  Benni.

Adesso  dovrei  scrivere sul perché Stefano Benni  è tra i mei  preferiti, ma non lo faccio: vuoi  per pigrizia o magari perché sono gelosa dei miei  pensieri più intimi e……no, è solo per pigrizia.

In ogni  caso Prendiluna (questo è il titolo  del libro  che quel  giorno  nella libreria Feltrinelli  di  Biella mi  ha scelto come sua lettrice) posso  consigliarlo se vogliamo  vivere (solo attraverso la lettura delle sue pagine, s’intende) la spensieratezza che una bella favola ci può regalare.

Senza, però, dimenticare che la vita stessa, con i  suoi momenti no e quelli   invece si,  è pur sempre la nostra favola…..

LIBRINVETRINA

Una notte in una casa nel bosco, un gatto fantasma affida a Prendiluna, una vecchia maestra in pensione, una Missione da cui dipendono le sorti dell’umanità. Dieci Mici devono essere consegnati a dieci Giusti. È vero o è una allucinazione? Da questo momento non saprete mai dove vi trovate, se in un mondo onirico farsesco e imprevedibile, in un incubo Matrioska o un Trisogno profetico, se state vivendo nel delirio di un pazzo o nella crudele realtà dei nostri tempi. Incontrerete personaggi magici, comici, crudeli. Dolcino l’eretico e Michele l’arcangelo, forse creature celesti, forse soltanto due matti scappati da una clinica, che vogliono punire Dio per il dolore che dà al mondo. Un enigmatico killer-diavolo, misteriosamente legato a Michele. Il dio Chiomadoro e la setta degli Annibaliani, con i loro orribili segreti e il loro disegno di potere. E altri vecchi allievi di Prendiluna, Enrico il bello, Clotilde la regina del sex shop, Fiordaliso la geniale matematica. E il dolce fantasma di Margherita, amore di Dolcino, uccisa dalla setta di Chiomadoro. E conosceremo Aiace l’odiatore cibernetico e lo scienziato Cervo Lucano che insegna agli insetti come ereditare la terra. Viaggeremo attraverso il triste rettilario del mondo televisivo, e la gioia dei bambini che sanno giocare al Pallone Invisibile, periferie desolate e tunnel dove si nascondono i dannati della città. Conosceremo Sylvia la gatta poetessa, Jorge il gatto telepatico, Prufrock dalle nove vite, Hamlet il pianista stregone, il commissario Garbuglio che vorrebbe diventare un divo dello schermo e lo psichiatra depresso Felison. Incontreremo l’ultracentenaria suor Scolastica, strega malvagia e insonne in preda ai rimorsi, i Bambini Assassini e i marines seminaristi. Fino all’università Maxonia, dove il sogno diventerà una tragica mortale battaglia e ognuno incontrerà il suo destino, Prendiluna saprà se la Missione è riuscita, l’arcangelo Michele combatterà il suo misterioso fratello-nemico e Dolcino sfiderà Dio nella sua alta torre, per portargli la rabbia degli uomini. E ci sveglieremo alla fine sulla luna, o in riva al mare, o nella dilaniata realtà del nostro presente.

ANTEPRIMA DEL  LIBRO PRENDILUNA

 

Alla prossima! Ciao, ciao………..

Il sapore di quale pane?

Spighe di grano
©caterinAndemme 

Senza pane e senza vino l’amore è nulla (proverbio  francese)

Sono in parte d’accordo  con questo  vecchio  proverbio  francese in quanto essendo praticamente astemia, escludendo una flûte di  campagne o  spumante occasionale, posso  solo  coniugare l’amore con il sapore del pane.

Peccato, però, che il sapore del pane di  oggigiorno ha quello  standard (di  scarsa qualità) del prodotto  venduto  nella grande distribuzione.

Con delle eccezioni, ad esempio  nel supermercato  vicino  casa, di  cui  tacerò il marchio  dicendo  solo  che inizia con una C e termina con una P (con due O nel mezzo),  ho  trovato un tipo  di pane alla segale che fa ricordare il sapore di…di pane, che altro  se no!

La particolarità è che il pane prodotto, distribuito dalla cooperativa Pausa Caffè, esce da una prigione: da tempo, infatti, nella Casa di  reclusione di  san Michele in Alessandria, si è avviato un progetto dove un numero  di reclusi, regolarmente stipendiati e con turni  part-time, si  alternano  davanti  ad un forno a legna  rotante di  cinque metri  di  diametro  (enorme) per sfornare 10 tonnellate al mese  di ottimo  pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica 

Tralasciando la storia del pancarrè e cioè se sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti intorno al  1930 oppure sia  nato  a Torino  tempi  addietro (una storia   popolare   collegherebbe il pancarrè  all’ultimo  boia della città sabauda), la storia del primo pane risale a qualche millennio  di  anni  fa.

Infatti, nel 2004, un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II), nei pressi  del Lago  di  Tiberiade  , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

E’  nell’Egitto  risalente all’11.000 a.C. che possiamo  trovare il primo pane lievitato, qui gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Caratteristiche del pane  

I tipi  di  farina

La farina impiegata può essere integrale, dove crusca e germe non sono separati, con il contenuto (per legge) pari  al 1,60 per cento di  cenere e un’elevata percentuale di  cellulosa, oltre a sali minerali, vitamine ed enzimi.

Di tipo 2 (o  semintegrale), contenente lo 0,95 per cento di  cenere e una più bassa percentuale di cellulosa.

Di tipo 1  con solo l’80 per cento  di  cenere.

Va da se che più la farina viene raffinata, più si impoverisce delle sue proprietà nutritive.

La pasta acida

La lievitazione naturale è quella che richiede più tempo  rispetto  a quella ottenuta tramite lievito  di  birra o chimico.

Essa si fa con la pasta acida (lievito madre) che consiste nel  far fermentare spontaneamente un miscuglio di  farina e acqua integrato  con mosto o miele.

Con questo tipo  di lievitazione la nostra pagnotta cresce grazie alla elevata presenza di fermenti  lattici (del  tutto  simili  a quelli  dello  yogurt) e di lieviti.

Un esperimento  a Milano

Da ieri a Milano, in via Lecco 15  vicino alla stazione Centrale, è aperto il Forno  Collettivo  un progetto per iniziativa dei  proprietari del      Botanical  Club.

Per evitare una spudorata operazione di copia ed incolla vi rimando all’articolo  di  QuiFinanza che spiega molto  bene l’idea a base del progetto.

Per concludere: quanti  tipi  di  pane conoscete?

Pochi, tanti? Alcuni  di essi  sono  stati  con il tempo  dimenticati, per fortuna,  a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (anteprima alla fine dell’articolo).

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

 

Anteprima del libro  I pani  dimenticati 

 

Domani  inizia il weekend:  se vi trovate  a passare da Clavesana nella giornata di  domenica ci possiamo  incontrare perché  sarò li presso lo  stand della nostra amica Rita per la fiera annuale di  artigianato  e altro.

Altrimenti…

Alla prossima! Ciao, ciao…….

Infografica del cibo e grammatica dei sapori: due libri in (semi) confronto

Colazione da Tiffany
©caterinAndemme

Per caso  vi  avanzano 50 euro?

No, non preoccupatevi: non vi  sto  chiedendo  di  devolvere questa somma per i  bisogni  della  sottoscritta (comunque posso  sempre inviarvi  il mio IBAN) ma per l’acquisto  di un libro  di  cucina che ha il (lungo ) titolo di Food & Drink Infographics. A visual Guide to Culinary Pleasures scritto  dal duo Simone Klabin  e Julius Wiedemann per la Casa editrice Taschen.

In pratica il libro, ritenuto da chi deve venderlo indispensabile per ogni  buongustaio , è un insieme di 464 pagine ricche di infografiche riguardanti il cibo, con informazioni  che vanno dalla classifica di  bruciore dei  vari  tipi  di peperoncino fino alla descrizione della  costruzione di un hangi,  cioè un buco  nel terreno fatto  di pietre e legno dove cucinare il nostro  cibo, tipico  della cucina maori: chi  di noi  non vede l’ora di  scavare un buco  nel proprio  giardino  (sempre che lo si possegga).

Nell’ambito del nostro consumo esponenziale di dati visivi, il boccone più prelibato è senza dubbio rappresentato dalla raffinata arte culinaria. Aprendo la strada ai libri di cucina del futuro, questo volume riunisce le migliori infografiche di sempre in materia di cibo, bevande e cucina, dalle tabelle di conversione per le dosi alle ricette per biscotti, dai cocktail ai consigli su come organizzare feste senza stress. Una guida gastronomica tanto invitante quando eccellente, che non potrà mancare nella biblioteca di ogni buongustaio del terzo millennio. Volete specializzarvi nel sashimi? Conoscere il segreto della bistecca perfetta? Stupire gli ospiti con un martini dry di vostra preparazione? «Food Infographics» vi fornirà tutte le risposte che cercate e anche di più, sfruttando i migliori grafici gastronomici per risolvere numerosi dilemmi culinari in modo semplice, brillante e facile da ricordare. Troverete infografiche su tutti i gruppi di alimenti: cereali, legumi, frutta, verdura, pesce, carne rossa e bianca. Lasciatevi ispirare da ricette che spaziano dalle zuppe ai panini, dagli spuntini ai dolciumi, fino ai perfetti condimenti. Non mancano inoltre sezioni dedicate all’abbinamento di sapori, alla preparazione di torte dolci e salate, nonché a bevande, strumenti e tecniche, senza dimenticare tè e caffè. Il libro si apre con un’indagine storica sulle immagini di cibo, approfondendo come e in quali occasioni abbiamo usato le immagini per celebrare, preparare e servire cibi e bevande, dai geroglifici egiziani raffiguranti pane azzimo ai classici del XIX secolo come il «Mrs Beeton’s Book of Household Management».

Anche i  sapori  hanno  la loro  grammatica

A scriverla è la giornalista specializzata in cibo  e gastronomia Niki Segnit: in questo  caso  il titolo  del  libro, La grammatica dei  sapori e delle loro infinite combinazioniè molto  esplicativo per cui non mi dilungo a descriverne il contenuto e comunque a fine articolo  c’è l’anteprima del libro  stesso (sono pigra, lo so!).

Ah, dimenticavo: il libro  costa meno  della metà del precedente.

Questo volume spicca per l’originalità dell’approccio e per gli spunti creativi che offre, sia per chi è alle prime armi e desidera sperimentare in cucina, sia per i cuochi esperti che intendano ampliare il proprio repertorio. È il primo libro che esplora in maniera dettagliata gli accostamenti tra sapori, dai più classici ai più creativi. L’autrice dimostra una particolare abilità intuitiva, capace di far emergere il meglio dagli abbinamenti tra ingredienti che risultano infinitamente più deliziosi di quanto possano essere se gustati singolarmente: partendo da 99 ingredienti, Niki Segnit esamina oltre 900 combinazioni, analizzando i risultati gustativi, associando idee, immagini e sensazioni, proponendo ricette. Il risultato è un libro ricco di informazioni pratiche, una sorta di grammatica-vocabolario che offre gli strumenti per imparare a padroneggiare una lingua nuova.

 

 

Anteprima del libro La grammatica dei  sapori 

 

Per concludere 

Una mia piccola ricetta per un piatto  molto  fresco (è gratuita, ma se volete questo è il mio IBAN…..)

Alla prossima! Ciao, ciao…….. 

Oggi parlo di Google, di Donald e de “La donna di ghiaccio” (…è un libro)

Avrei bisogno di altre ferie..
©caterinAndemme

Quando  si  parla di  Google e quando  Google ti  vuole parlare

Donald (Duck) Trump si è recentemente lamentato  con i  signori  di  Mountain View per il  fatto  che, secondo  lui, il loro  motore di  ricerca fornisce solo  risultati negativi sulla sua  figura di  Mr. President.

Adesso,  sapendo come sia vanesio il nostro caro (?)  Donald e cioè più di un bambino  capriccioso (a questo punto  mi aspetto  che un drone dell’ NSA   venga a bombardarmi), possiamo essere certi che Google abbia risposto per le rime prendendolo per un orecchio e suggerendogli che se la gente parla male di lui è perché magari il suo  comportamento  è sempre un po’  al di sopra delle righe, cosa che un presidente degli  Stati Uniti  d’America dovrebbe sempre aver presente un certo  grado  di  etica.

Senza contare che se ha vinto le elezioni lo  deve proprio  ai  social media.

Non volendo  essere seconda a nessuno, tanto meno di  Trump (Donald Duck), anch’io   presento  formalmente delle lamentele a Google  per una certa invasività e  per le domande assurde su  luoghi in cui mi sono ritrovata anche casualmente (nella tale libreria del  Corso  Milano, vi  sono i gabinetti?).

Oppure mi tartassa via mail con messaggi  di  questo tipo per pubblicizzare il proprio  assistente virtuale:

Domande che sembrano  essere poste dall’assistente a me:

  1. Non lo  so  e non mi interessa: tutt’al più sono una tifosa dei rossoblù e cioè del Genoa (Alè oo’
  2. Devo dartele io  le ultime notizie sportive?
  3. Quando  finisce il motomondiale? Boh...forse domani?
  4. Intanto mi dici per favore portami  allo stadio, poi vediamo  se sei  stato  bravo….
  5. Veramente vorrei  aggiungere come evento il mio  compleanno.

Libri in vetrina 

Come ho  già fatto sulla mia pagina Facebook il suggerimento di  lettura è per il thriller La donna di  ghiaccio  dell’esordiente Robert Bryndza 

Il corpo congelato. Occhi spalancati e labbra socchiuse. Come se fosse morta mentre era sul punto di parlare… Quando un ragazzo scopre il cadavere di una donna sotto una spessa lastra di ghiaccio in un parco di Londra, la detective Erika Foster viene subito incaricata dell’indagine sull’omicidio. La vittima, giovane, ricca e molto conosciuta negli ambienti della Londra bene, sembrava condurre una vita perfetta. Ma quando Erika comincia a scavare più a fondo tra le pieghe nascoste della sua esistenza, trova degli strani punti di collegamento tra quell’omicidio e l’uccisione di tre prostitute, assassinate secondo un macabro e preciso rituale. Ma chi era veramente la ragazza nel ghiaccio? Quali segreti nascondeva? Il ritratto che ne dà la famiglia corrisponde alla verità? Erika ha l’impressione che tutti gli elementi cui si aggrappa nel corso delle ricerche le scivolino via dalle dita, ma è cocciuta, determinata e disposta a qualunque cosa pur di arrivare a capire che cosa si cela dietro quella morte violenta…

 

 

 

 

Anteprima del  libro La donna di  ghiaccio 

Alla prossima! Ciao, ciao……….