Valanghe e Tavole (di Courmayeur): l’argomento

 L’alpinismo  inteso  come fatica media, legato  alla disciplina morale e ai  piaceri  contemplativi; la gente che affluisce nelle montagne si  divide in due schiere, i pigri  vincolati al mezzo meccanico, e gli  acrobati  senza gusto per la natura, attratti  dall’arrampicata – prodezza.

Funicolari, teleferiche, sbrigative ascensioni che si  fanno  a sedere.

L’alpinismo  contemplativo diviene sempre più faccenda degli anziani; la gioventù non ama la fatica e il rischio, a eccezione del  grande rischio  delegato ai  campioni.

Tratto  da Viaggio in Italia di  Guido Piovene

Dovrei  parlare di  valanghe e delle Tavole di  Courmayeur, ma prima..

Quando Guido  Piovene scrisse Viaggio in Italia erano  gli  anni ’50 cioè quelli  del boom economico  e della ricostruzione post guerra:  eppure, riferendomi in particolare al brano  d’introduzione (poi l’argomento  sarà il pericolo  delle valanghe), ho l’impressione che da allora, e per certi  aspetti,  le cose non siano  molto  cambiate.

Forse la contemplazione non è prevista nelle performance sportive di  alcune discipline legate alla montagna – sarà difficile in una gara di trail running vedere atleti  che si  fermano per ammirare la flora alpina o le evoluzioni  di un rapace – ma escludo  a priori che i più giovani, a differenza di  quello  che scriveva Guido Piovene,  non amano mettersi in gioco rischiando, alle volte, il più del  dovuto.

Ed è questo, secondo  me, il punto: la parola rischio è diventato il sinonimo di  sfida, più è alto  il rischio e maggiore sarà il grado  di  sfida che si  vuole affrontare per dimostrare a se stessi  (anche agli  altri) le proprie capacità.

In ogni  caso, chiunque frequenti l’ambiente di  montagna –  dall’escursionista all’alpinista, dal praticante dell’arrampicata sportiva fino  a coloro che utilizzano  la mountain – bike per scorrazzare sui  sentieri – è bene che abbia  sempre presente una serie di  regole le quali  sono  focalizzate in quel  documento  conosciuto  come Tavole di Courmayeur, opera dell’ingegnere e accademico  del Club Alpino Italiano Giovanni Rossi  (scomparso il 3 aprile 2018) consultabili  nel  box seguente

1995_Le_Tavole_di_Courmayeur

 

Le valanghe

Da semplice escursionista  amante dei trekking in ambiente non himalaiano, posso  supporre che non incontrerò mai lo Yeti e che il pericolo  di  essere coinvolta in una valanga è pari  allo  zero.

Ed è questo un mio  errore di  valutazione: perché se lo Yeti rimane relegato in Himalaya, non è detto che la sottoscritta trovandosi, ad esempio, a ciaspolare  su di un pendio nevoso, senza considerare minimamente le avvertenze meteo e nivali fornite dai  bollettini, possa essere la causa di un disastro.

Ovviamente, essendo molto prudente e presuntuosa, ciò non accadrà mai.

Non esiste un solo  tipo  di  valanga ma diversi:

  • Valanghe di  neve a lastroni
  • Valanghe di  neve a debole coesione
  • Valanghe per scivolamento  di  neve
  • Valanghe nubiformi
  • Valanghe bagnate

Per la descrizione di ogni  singolo  tipo  di  valanga (e per evitare la vergogna del copia -incolla), vi rimando  alla pagina del  sito del SLF

L’SLF è un centro di ricerca interdisciplinare e di servizi ubicato a Davos riconosciuto  a livello internazionale .

Circa 140 persone effettuano studi su temi quali neve, atmosfera, pericoli naturali, permafrost ed ecosistemi montani, sviluppando prodotti innovativi con i quali trovano applicazione pratica le conoscenze accumulate.

Il portale White Risk,  sempre dell SLF, è interattivo  e dedicato  alla prevenzione delle valanghe (diverse licenze a pagamento per l’utilizzo  completo).

Per valutare il grado di pericolo  di una valanga esiste la Scala Europea  del pericolo valanghe sintetizzata nell’immagine seguente:

Scala del pericolo delle valanghe

 

Per concludere dal progetto  Nivolab il pdf seguente è un’ulteriore indicazione sulla formazione delle valanghe e loro  composizione (vi  rammento che se volete ricevere nella vostra mail questo  pdf o latri  pubblicati  nel  blog, basta iscrivervi  alla newsletter e farne richiesta)

NIVOLAB Valutazione rischio valanghe

 

Ora vi  lascio  perché ho lo  Yeti in salotto e non è bello  fare aspettare gli  ospiti 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Nel Delfinato tra laghi e crêpes

 

In effetti se cercate  il toponimo  Delfinato sulle moderne carte geografiche (Dauphinè nella lingua originale) non lo troverete.

In passato  esso indicava una regione che andava dalle Alpi  fino  al corso  del  Rodano comprendendo, quindi,  gli  attuali dipartimenti  di Isère, Drôme e Hautes – Alpes.

Nel XI secolo prese il nome dal delfino raffigurato  nello  stemma araldico dei primi conti.

Nel  Basso  Medioevo  il Delfinato venne ceduto alla corona di  Francia in cambio  di  alcune importanti  concessioni come la creazione delle repubbliche alpine degli Escartons.

Escursione ad anello tra il Lac du  Pontet e l’ Aiguillon

 

Villar - d'Arèene
Villar – d’Arène

Punto  di partenza di  questa rilassante escursione ad anello  è la cittadina di Villar – d’Arène posta a 1.670 metri  di  quota nelle Hautes – Alpes

 

Quando scrivo che il percorso  è rilassante ciò vuol dire che non dovremo  affrontare ponti  tibetani posti su precipizi abissali o ascensioni himalayane, ma l’unica cosa che sarà di ostacolo alla piacevolezza dell’escursione sarà qualche salita un po’ più ripida, per il resto rimane sempre che camminare è salutare per il corpo  e la mente.

Il tempo  necessario  per percorrere l’anello  è di  circa sei  ore (escluse ovviamente le soste). Lungo il tragitto non vi  sono fonti, se non un punto  sosta posto  a Lac du  Pontet, quindi  ci  converrà riempire le nostre borracce a Villar – d’Arène.

Da ricordare che ci  troviamo  all’interno  del Parco nazionale degli Écrins e quindi bisogna seguirne la regolamentazione (oltre il buon senso comune per tutti i luoghi  naturali e no).

Sviluppo  dell’anello

Dal parcheggio  posto all’inizio di  Villar d’Arène (per chi proviene da Le Grave) percorriamo la strada che, passando per la chiesa di Saint Martin, ci porterà ad attraversare la N91, dopo un centinaio  di metri un sentiero sulla nostra destra indicherà la direzione verso la chapelle Saint Antoine e il paese di les Cours.

Percorrendo les Cours per tutta la sua lunghezza (breve) in cima inizierà un sentiero che, montando verso un boschetto,  porterà al  suo  temine, dopo  alcuni tornanti, al parcheggio  prima di  raggiungere il lago.

Noi, dopo aver superato una sbarra, proseguiamo seguendo le indicazioni verso il bacino lacustre che ben  presto  sarà raggiunto.

Lac du Pontet
Lac du Pontet

Il Lac du Pontet (1985 m.) è in effetti un piccolo  lago  di montagna facilmente raggiungibile e per questo molto  gettonato  dalle famiglie per un picnic sulle sue sponde.

La sua bellezza consiste nel panorama che lo  circonda e in particolare quello  rivolto  verso la facciata nord del massiccio  della Meije 

Anche se in pieno agosto l’aria era molto fredda (e io sono molto freddolosa)

Al  termine del periplo del  lago è doverosa la sosta al chiosco dove una gentilissima madame ci servirà le sue crêpes (a tale proposito alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per preparare in maniera  semplice le crêpes)

Rinfrancati da questa dolce sosta riprendiamo il cammino  seguendo  le indicazioni  verso  l’Aiguillon (2095 m.) dove,  dall’alto della sua vetta, avremo una visione impareggiabile a 360° su tutto il massiccio  della Meije.

Da questo punto inizia l’ultima salita, ripida ma breve, che ci porterà in cima ai 2095 metri de l’Aiguillon

Da qui abbiamo  diverse alternative per ritornare a Villar d’Arène.

Da l’Aiguillon uno dei sentieri che ci porterà al punto di partenza

Come promesso alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per le crêpes.

B💋on appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…


Street Food o Cucina Bianca? Ma è sempre di cibo che si parla

 

Io non sono una mangiona: sono un’esploratrice del  cibo

Erma Bombeck

Street Food Fest a Genova

Street Food oppure Camping Food?

Come Erma  Bombeck anch’io mi considero  una esploratrice del  cibo e, da come potete vedere dalla foto pubblicata in alto, mi arrangio a cucinare in tutte le situazioni (in questo  caso particolare  sono impegnata  nel  camping food).

Se di  cibo  devo parlare evito il  BlaBlaBla sugli  chef stellati (ormai  più personaggi da celebrità che cuochi…mia modesta considerazione) per scrivere di Street Food e della manifestazione ad essa dedicata che si  terrà  a Genova dal 28 agosto  (domani) fino  al  7 settembre prossimo e cioè la quinta edizione del  Street Food Fest al  Porto Antico

 

 

Si mangia per strada per necessità, per fare in fretta, per risparmiare. Ma anche per il piacere di condividere un’esperienza con persone che, dietro al banco, sono lì tutti i giorni a fare il loro lavoro con passione e impegno.

Questa è la filosofia dello Street Food ( o Cibo  da Strada se preferite) o, per meglio  dire, l’espressione culturale del  cibo legata alla tipicità del  territorio  che la esprime.

All’interno  del Street Food Fest un altro  festival questa volta dedicato alla birra: la Superbirra  2019  ( e proprio  di  birra ho scritto in quest’articolo recente)

La cucina bianca 

Per parlare di  cucina bianca bisogna parlare di montagna, in special  modo  delle Alpi  Liguri dove, nel 2002, i comuni  di Cosio  d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso  Pian Latte, Pornassio  e Triora si unirono  in un’associazione chiamata Strada della cucina bianca – Civiltà  delle Malghe con l’intento di preservare i prodotti  della cucina tradizionale locale che, con l’esodo  della popolazione verso le località di  costa, sarebbero  andate perdute.

La precedente denominazione Strada della cucina bianca è stata abolita nel 2008 dopo  l’introduzione di una nuova normativa regionale che ha modificato i parametri necessari  per definirsi strada di prodotto.

Il termine cucina bianca, riferito al bianco  degli ingredienti per la preparazione dei piatti tradizionali, è comunque rimasto nel lessico  locale.

La cucina bianca  è strettamente connessa al fenomeno   della transumanza quando, durante l’inverno, i pastori  portavano  a svernare le greggi verso le località di  costa più calde e ripercorrere al contrario il tragitto per ritornare agli  alpeggi.

Mendatica ogni  anno  dedica alla cucina bianca una kermesse (l’ultima edizione sabato 24 agosto...ero  ancora in ferie SIGH!!!!)

Quindi un lavoro  molto  duro fatto  di ore e ore di  marcia e poco  tempo  per cucinare: la dieta del pastore era composta da un piatto unico molto nutriente fatto fondamentalmente da farina, latticini, patate e erbe spontanee trovate lungo  il percorso.

Tra i piatti  tipici di  questa particolare gastronomia i Streppa  e caccia là i rudimentali gnocchetti del pastore di  cui  troverete la ricetta alla fine dell’articolo.

Bon appétit 

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

L’anello del Groppo Rosso In Val d’Aveto (i sentieri della Liguria)

 

 

Il Groppo  Rosso (1.597 metri)  è situato  nell’Appennino  ligure a ridosso del paese di  Santo  Stefano d’Aveto in provincia di  Genova, al confine con la provincia emiliana di Piacenza.

Il Groppo  Rosso è compreso  nel Parco  regionale naturale dell’Aveto.

La Val  d’Aveto 

Il Mar Ligure non è poi così lontano se ne misuriamo  la distanza in linea d’aria: tutt’altra cosa considerando  che la Val d’Aveto (cuore dell’Appennino  ligure – emiliano) è lontana sia dai  centri urbani costieri  più grandi ma, soprattutto, dalle grandi  arterie stradali, per cui bisogna mettere in conto un tragitto lungo  strade piuttosto  tortuose  (cioè con un’infinità di curve).

Il premio alla fine del  viaggio  (qualunque sia la meta) è la bellezza del paesaggio che, dimenticando di  essere nell’Appennino e a poca distanza (sempre in linea d’aria) dal  mare, ci  fa sembrare di  essere giunti molto  a nord, nelle Alpi.

D’altronde i folti  boschi, i laghetti  di origine glaciale e fioriture che , per l’appunto, si  trovano  sulle Alpi concorrono  all’inganno facendoci  credere di  essere capitati in una vallata austriaca o svizzera.

Il Parco  naturale regionale dell’Aveto è il custode di  questa grande varietà di  ambienti  e biodiversità

L’anello del  Groppo  Rosso 

Due sono le cose che si possono intuire dall’immagine e cioè che l’itinerario risale a un periodo molto più fresco  rispetto a questa più che torrida estate e, come secondo punto: si, mi piace essere fotografata (solo  da chi  ne ha il permesso)

Il Groppo Rosso (1597)  si  staglia sullo  sfondo sulla bella cittadina di  Santo Stefano  d’Aveto (siamo nel Parco  naturale omonimo) da cui  partiremo e ritorneremo  a conclusione dell’anello.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

 

 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca)

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percorso ad anello del  Groppo  Rosso.

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio (nei pressi una fonte per riempire le nostre borracce).

L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca d’Aveto

Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla

Il sentiero prosegue verso il Prato della Cipolla

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il rifugio con il Dente della Cipolla alle spalle

Proseguendo lungo il Prato  della Cipolla si  arriva al  rifugio omonimo sovrastato dal  Dente della Cipolla alla cui  cima si può accedere per mezzo  di una via ferrata consigliata solo per alpinisti  esperti.

Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero  A14.

Il rifugio Astass (Associazione Sportiva Turistica Amci di Santo Stefano d’Aveto)

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  Rifugio ASTASS a 1.584 metri  di  quota: è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

In realtà il Groppo Rosso è il contrafforte del Monte Roncalla e rappresenta il punto più elevato dell’anello.

Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

La (ri)nascita del Sentiero Italia


Non perdere la voglia di  camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno  stato  di  benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li  ho avuti  mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso  da non essere lasciato  alle spalle con una camminata…ma stando  fermi si  arriva sempre più vicini  a sentirsi malati.. perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Bruce Chatwin

Nascita e rinascita del  Sentiero Italia

Trentotto anni fa  a Riccardo  Carnovalini  venne  l’idea di unire l’Italia in un unico  percorso escursionistico dal nord al  sud (oppure dal  sud al  nord se preferite) attraverso Alpi  e Appennini, calcando i  grandi itinerari  quali la Gea, l’Alta Via dei  Monti Liguri, la Grande Traversata delle Alpi, le Alte Vie della Val d’Aosta, dell’Adamello: solo per citare alcuni  dei  più interessanti percorsi naturali  della nostra penisola.

 

Come ho  scritto in precedenza il seme di  questa grande avventura venne in mente a Riccardo  Carnovalini nel 1981 poi, più concretamente, sul finire degli  anni’80 venne costituita l’Associazione Sentiero Italia (con presidente lo  stesso Carnovalini) e a seguire, due anni  dopo, il Club Alpino Italiano mise la sua firma al progetto durante la presentazione della Grande escursione appenninica tenutasi a Castelnuovo  Garfagnana (Lucca) il 19 giugno 1983.

Con l’aiuto  della stampa specializzata (tra cui  Alp  e la Rivista della Montagna interessanti riviste del  settore non più pubblicate) e, dopo  dodici  anni  dalla presentazione a Castelnuovo  Garfagnana, il Sentiero Italia finalmente parte:  a Riccardo  Carnovalini nel promuovere l’iniziativa si  aggiunsero altri nomi di distinguo  nell’editoria specializzata come Roberto  Mantovani  (allora direttore della  Rivista della Montagna), Giancarlo  Corbellini, Franco  Michieli.

Ma il Sentiero Italia non avrebbe raggiunto il suo  scopo  se, a questi nomi famosi, non vi fossero  aggiunti  quelli  delle persone comuni, ma amanti  delle camminate e della natura,  che hanno  accompagnato i promotori  nelle diverse tappe del percorso  lungo tutta l’Italia.

Nel  documento  che segue, tratto  dal  sito Sentiero Italia CAI  , la storia essenziale del progetto e dei  suoi ideatori

sentieroitalia.cai.it-La storia

Il Sentiero Italia nel 2019

 

Seniero Italia cartina
Il tracciato del Sentiero Italia

Con il progetto  Sentiero Italia abbiamo  un sogno, quello  di unire l’Italia in un grande abbraccio

attraverso la percorrenza a piedi degli  straordinari  territori che il nostro  Paese è in grado  di  offrire non appena si abbandona la strada asfaltata

Vincenzo  Torti, Presidente Generale CAI  

Nel 2018 il Presidente generale CAI Vincenzo Torti si prefigge di porre il progetto di  riqualificazione e recupero della sentieristica riguardante il Sentiero Italia, per poi presentarlo  nella nuova veste in occasione dell‘Anno del  cammino  lento 2019  .

Il CAI, con l’aiuto di  tutti  Gruppi regionali, ha iniziato il lungo  lavoro di  ripristino  e manutenzione dei  sentieri in contemporanea con l’adeguamento  dei posti  tappa.

In questa prima fase del progetto si  ripercorrerà il Sentiero  Italia originario, individuando le varianti  al percorso  dove necessario, dopodiché anche la segnaletica verrà rivista adottando il modello  europeo (le classiche bande rosse e bianche).

A questo  lavoro  sul campo, si  aggiunge l’aiuto  della tecnologia che per mezzo della tecnologia WebEasy  GIS (sviluppata da GPSBrianza) ha tracciato molti dei  percorsi escursionistici  del Sentiero Italia

WEBEASYGIS-Dettagli (ITA)

 

Se avete intenzione a partecipare al cammino  a tappe del Sentiero Italia, vi  rimando  al calendario pubblicato  sul sito  CAI.

 

Per terminare vi  segnalo  l’iniziativa editoriale del  National Geographic unitamente al Club Alpino Italiano dedicata al Sentiero Italia con il  titolo  Le Montagne Incantate: una serie di 9 volumi a cedenza mensile (quello  di luglio è il terzo dell’elenco)  al prezzo  di 12,90 euro  ciascuno

Un cammino in compagnia di prestigiose firme giornalistiche e dei più noti specialisti della montagna, di famosi alpinisti, storici e scrittori. Un viaggio tra le nostre montagne che si avvarrà della cartografia National Geographic – Libreria Geografica e che sarà una festa dello sguardo, grazie alle bellissime immagini de “L’Altro Versante”, un team di fotografi professionisti che ha fatto delle vette le loro muse e che è stato fra i primi ispiratori della collana. Un’occasione unica per scoprire i paesaggi che tutto il mondo ci invidia.

Alla prossima! Ciao, ciao….

L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

Un picnic mancato sul Monte Kenya

Marceremo  a piccole tappe, ridendo  lungo il cammino

dei  viaggiatori  che hanno  visto  Roma e Parigi: nessun ostacolo potrà fermarci;

e abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione,

la seguiremo ovunque avrà voglia di  condurci

Xavier De Maistre

Nessun picnic sul Monte Kenya per Felice Benuzzi 

Xavier De Maistre scrisse Viaggio intorno  alla mia camera (da cui sono tratte le parole all’inizio dell’articolo) durante i 42 giorni di  confinamento nel  suo  alloggio inflitti dal  suo  superiore: girovagò in lungo  e largo per quella stanza trovando l’ispirazione per scrivere e fuggire dalla monotonia della prigionia.

La prigionia di Felice Benuzzi (Vienna, 16 novembre 1910 – Roma, 4 luglio 1988) non era misurata dai passi  percorsi  lungo  la parete di una stanza, ma era pur sempre una condizione in antitesi con la libertà.

Per questo pensò di  riprendersi il senso  della vita scalando quella montagna che ogni  giorno vedeva dal  suo  campo  di prigionia: il Monte Kenya.

 

 

Felice Benuzzi nasce a Vienna (da madre austriaca e padre italiano) ma la sua giovinezza è  a Trieste che lascia per poi laurearsi  in giurisprudenza a Roma.

E’ una persona molto  atletica, ottimo  nuotatore tanto da partecipare a importanti  campionati internazionali di nuoto (immagino  piazzandosi anche nei primi  posti: voi ne siete a conoscenza?).

Ma è durante il suo  periodo  triestino che impara ad apprezzare la montagna dedicandosi all’alpinismo nelle Alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali, avendo  come compagni  di  cordata personaggi  del  calibro  di  Emilio Comici   

Durante la Seconda guerra mondiale viene inviato in Etiopia, precisamente ad Addis Abeba,  per ricoprire la carica di  funzionario  governativo. quando  nell’aprile del 1941 la capitale etiopica viene occupata dagli inglesi, Felice Benuzzi verrà fatto prigioniero e, separandosi dalla moglie e dal figlio, verrà inviato nel  campo  di prigionia 354 a Nanyuki alle pendici  del  Monte Kenya.

L’idea per una fuga

Felice Benuzzi ( a sinistra nella foto) durante la sua prigionia al campo 354 in Kenya

Il Mozambico  è troppo  lontano  per arrivarci  e salpare su  di una nave in direzione dell’Italia: ma in qualche maniera bisogna reinventarsi  la vita,  abbattere la noia, avere uno scopo.

E lo scopo  è lì,  in quei 5.199 metri  di montagna da scalare e conquistare (anche per l’amore patrio).

Sa benissimo  che da solo  non può farcela, quindi sonda tra gli  altri prigionieri  italiani  chi vorrà aderire a questa sua idea di  fuga trovando due compagni:  Giovanni Balletto  e Vincenzo Barsotti 

I tre incominciarono  a chiedere informazioni (con noncuranza per non ingenerare sospetti) ai loro  carcerieri  sull’ambiente e sugli animali  feroci  che si potevano incontrare all’esterno  del  campo.

Poi, ovviamente sempre di nascosto, costruirono  la loro  attrezzatura e accumularono  cibo necessario  alla sopravvivenza.

Il 24 gennaio  1943 i  tre evasero  dal  Campo  354: a loro  disposizione, come unica mappa del  territorio, hanno l’etichetta di una scatola di  carne che raffigura il versante meridionale della montagna, mentre loro  dovranno  affrontare la via più impegnativa posta a nord.

I giorni  trascorrono non senza problemi tra incontri  con animali  selvatici e le riserve alimentari che incominciano  a scarseggiare inoltre, a rendere la situazione ancora più precaria, Barsotti  si  ammala e dovrà rimanere a riposo in una tenda di  fortuna.

Il 4 febbraio Benuzzi insieme a Giovanni  Balletto tentano  l’ascesa alla cresta ovest del Batian  ma vengono  respinti  dalle condizioni  climatiche avverse.

Avranno  maggiore fortuna due giorni  dopo  quando  arrivano  in cima alla Punta Lenana come segno  della loro impresa il tricolore ricavato  da alcuni pezzi  di  stoffa cuciti  insieme (la bandiera verrà ritrovata anni  dopo  da alcuni scalatori  kenioti).

Ormai stanchi  e affamati comprendono  che l’unico modo  per sopravvivere è quello  di  riconsegnarsi alle autorità inglesi  a Nanyuki

Il generale Platt, a comando  del  campo  354, dapprima li  condanna a ventotto  giorni di  isolamento che vengono ridotti  a sette come riconoscimento alla loro impresa sportiva (si sa: gli inglesi  ci  tengono  a queste cose

Il libro

L’avventura di Felice Benuzzi  e dei  suoi  due compagni  verrà raccontata dal protagonista nel  libro Fuga sul Kenya tradotta in più lingue – tra cui  l’ inglese  No picnic on Mount Kenya da cui  ho preso  spunto  per il titolo  di  quest’articolo – che è diventato un bestseller tra i  libri  dedicati alla montagna.

Non ho  trovato un’anteprima in lingua italiana ma solo  quello originale inglese che troverete alla fine (potrà sempre servirvi  come ripasso nello  studio  dell’inglese).

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  No picnic on Mount Kenya di Felice Benuzzi

 

Quando il freddo è un pericolo in montagna: l’ipotermia

Le montagne della follia ©caterinAndemme
Le montagne della follia (omaggio a H.P. Lovecraft)
© caterinAndemme

 

Maglione: indumento indossato  dal  bambino  quando la madre sente freddo 

Ambrose Bierce

 

Wind chill 

 

 

Caterina Andemme - Cascate del PerrinoNo, non vi  chiedo di andare in giro vestita come la sottoscritta nell’immagine: effettivamente quel  giorno le temperature erano  molto  basse, inoltre, per  il vento  molto  forte, l’effetto wind chill si  faceva sentire eccome!

 Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

 

  Ipotermia

Ho  già scritto in precedenza quanto  sia salutare camminare d’inverno anche per combattere il disordine affettivo  stagionale.

 

E’ ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, porta a dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio è appunto l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiuge l’ipotermia rapidamente  cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ ovvio  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del metabolismo  basale  e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni  per la Medicina di  Montagna hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

Swiss Society of Mountain Medicine - ipotermia
Swiss Society of Mountain Medicine

Tutto  qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao…