In Valle Maira: natura, storia, acciughe e melanzane

Caterina Andemme ©

Glamping 

Neologismo  composto  da due termini  quali  glamour e camping. Con esso  si indica un modo  di  vivere l’outdoor senza rinunciare alle comodità offerta da una struttura ricettiva d’eccellenza.

A dir la verità fino  a ieri  non sapevo  nulla riguardo  all’esistenza di  questo neologismo, ma è stato  grazie a Rita che ho potuto  colmare questa lacuna linguistica.

Lei, riferendosi alla nostra passione per la vita in tenda (naturalmente solo per quanto  riguarda i  soggiorni estivi in montagna), ci  ha iscritti di  diritto ai  fautori  del  glamping.

Oggi posso  dire che, avendo a disposizione una mega tenda da cinque posti  abbondanti, con possibilità di rimanere in stazione eretta nel punto  più alto e suppellettili  vari  che rendono il campeggio piacevolmente piacevole ( la Jacuzzi ancora non l’abbiamo ma ci  stiamo lavorando), ci  avviciniamo alla nostra personale idea di  glamping che, comunque, vuole essere molto diversa da quella proposta nel neologismo: in pratica avere sempre  il piacere di camminare a piedi  nudi  nell’erba e dormire in un sacco  a pelo.

La mia prima esperienza outdoor in tutti  i sensi è stata percorrendo  alcune tappe del Tour du Mont – Blanc, con una pesantissima tenda canadese da mare (trasportata ovviamente da lui) è relativo nubifragio a Chamonix  che ci  aveva lasciato  con i  soli  abiti  che indossavamo  asciutti: mi sono  divertita un mondo.

Da allora la tenda canadese (che in effetti  ci  era stata prestata) è cresciuta fino  a diventare quella che abbiamo  oggi (anche se qualcuno   la vorrebbe trasformare in un piccolo  camper…..vedremo più in là, ….molto più in là).

Panorama della Valle Maira
Credit: Archivio 24Cinque P&B

A proposito  di  glamping (o per meglio dire il suo  contrario) uno dei  soggiorni  più belli è stato quello in Valle Maira, precisamente al  Campo  Base di  Chiappera a 1650 metri  di  altitudine: la Valle Maira (CN) viene considerata da molti  come il piccolo  Nepal per l’ambiente e per una fitta rete sentieristica che soddisfa ogni preferenza per l’escursionismo e gli  sport montani  e invernali in generale.

Ma se l’idea di  una sgambata in montagna vi  attira quanto  attraversare il Sahara in scafandro, la Valle Maira offre notevoli  spunti  culturali riferiti soprattutto  alla cultura occitana 

Se la cultura occitana è talmente vasta da avere radici  storiche in tre nazioni  (Spagna, Francia ed Italia), io mi limito, al  contrario, nel parlarvi di un singolo  aspetto  che riguarda il cibo e la Valle Maira, tanto  sottile quanto un’acciuga.

Tra l’Ottocento  ed il Novecento il consumo delle acciughe presso  le famiglie della Valle andò aumentando  fino  a diventare una voce consistente dell’economia locale.

Per cui  molti  valmairesi (non so  se il termine sia quello  giusto) diventarono anchoier : acciugai in lingua occitana.

Ancora prima di  quel  periodo  il commercio  delle acciughe si legò al contrabbando  del  sale: infatti. siccome sul sale, elemento indispensabile per la conservazione del cibo, si  pagavano  tributi molto pesanti, qualcuno  pensò di beffare i  gabellieri riempendo i  barili  con le acciughe solo  a metà , mentre tutto il resto  era sale da contrabbandare.

Non so quanto  sia vera questa storia, di  vero c’è il fatto  che l’acciuga è un piatto di montagna.

Di  seguito una ricetta doc della Valle Maira:

Melanzane saltate all’acciuga 

Ingredienti 

  • Due grosse melanzane
  • 4 acciughe salate
  • 1 pomodoro
  • Basilico, aglio e un rametto  di  rosmarino
  • Sale e pepe

Preparazione 

Tagliamo  le melanzane a cubetti piuttosto  grossi e le facciamo  rosolare in padella con olio  extravergine e l’aglio privato  del  germoglio interno.

Aggiungiamo  le acciughe ed il pomodoro  tagliato a dadini, il rosmarino ed il basilico.

Saliamo  e pepiamo mettendo  a cuocere a fuoco  basso  e coprendo la padella con un coperchio (aggiungiamo  dell’acqua se è necessario).

Può anche essere servito come antipasto.

Bon appétit.
Alla prossima! Ciao, ciao……………..

Orizzontalisti e verticalisti

 

Qualche sera fa approfittando del  fatto   che lui fosse in uno  dei  suoi  momenti zen, cioè stava lavando  i piatti  della cena (consuma meno  di una lavastoviglie), mi  sono  dedicata alla lettura del  giornale: saltando le pagine dedicate al blablabla della politica sono  arrivata a quelle della tragedia in cima al Nanga Parbat  dove due alpinisti, la francese Elisabeth Revol e il  suo  compagno  di  scalata il polacco Tomek Mackiewicz, durante la discesa dalla montagna, a settemila metri  di  quota, si  ritrovano  in gravissime difficoltà per le condizioni  atmosferiche avverse (purtroppo Tomek Mackiewicz morirà per un ‘edema).

IL RACCONTO DEL DRAMMA NELLE PAROLE DELLA STESSA ELISABETH REVOL

Per scalare le montagne dell’Himalaya, in special modo come il Nanga Parbat che detiene il triste primato di  essere seconda nell’indice di mortalità tra gli Ottomila (il primo  è l’Annapurna), bisogna avere delle indubbie doti  fisiche ed una volontà ferrea:  lei  è la seconda donna a scalare un Ottomila in inverno  (la prima fu  la svizzera Marianne Chapuisat che nel  1993 salì in cima al Cho Oyu a seguito  di una spedizione spagnola), la prima a raggiungere il Nanga Parbat sempre in inverno.

Per parlare di  volontà, invece  basterebbe solo andare a leggere quella che era la vita di Tomek Mackiewicz  prima di  diventare un alpinista molto  rispettato, anche se veniva  considerato un outsider per come affrontava il lato  economico delle sue spedizioni affidandosi  al  crowdfunding piuttosto  che agli  sponsor.

E’ sull’aspetto  della volontà che al  solito  mi pongo  delle domande: cosa spinge queste donne e questi  uomini a mettere in pericolo  la propria vita per arrivare lassù, in cima?

Non so  darmi  una risposta: anch’io amo la montagna, ma nella concezione che lo  scrittore Enrico  Brizzi  ben  definisce nel  suo libro  Il Sogno  del  Drago (ne parlo  qui), dove fa una semplice distinzione tra orizzontalisti e verticalisti  e cioè chi, a mio parere, cammina per i  sentieri per trovare   nella natura quiete ed un certo  senso  di integrazione ad essa e chi, al  contrario  cerca la sfida, dove la conquista della vetta ha tante sfaccettature per ogni uomo  che arriva in cima.

Va comunque riconosciuto  ai  verticalisti che, senza i  loro  sacrifici, quelle cime sarebbero  solo il fondale di un mito  o di un sogno.

Alla prossima! Ciao, ciao…….. 

Alle ragazze geco piace la libertà

 

 

La mia amica, nonché collega di lavoro, Gabriella T. (per distinguerla dalle altre mie amiche Gabriella C. e Gabriella B.) è una fortissima free – climber:  d’altronde con un fisico  come il suo, minuto, ma allo stesso  tempo muscoloso, tanto  da avere al posto  dei  tendini  del  fil  di  ferro, il free – climbing non poteva essere che il suo  sport.

L’ho  vista nelle fotografie ritratta durante uno  dei   suoi  allenamenti: una cosina attaccata a pareti  strapiombanti  come un geco. Ed è qui  che ho  pensato  a due cose: la prima è che mai  e poi  mai mi azzarderò ad arrampicarmi lungo  una parete che non sia quella della camera da letto  per togliere la polvere dal lampadario (comunque uso  la scala). La seconda è che il peso del mio fondoschiena (anche se rientra nelle misure standard), sarebbe un impedimento alla leggerezza necessaria a quel  tipo  di attività sportiva.

D’altronde,  come scrive Enrico  Brizzi nel  suo  libro Il sogno del  drago, mi sento piuttosto orizzontalista che verticalista (presto  scriverò le mie impressioni  su  questo  libro chiarendo  la differenza tra  i due termini, anche se la cosa è facilmente intuibile).

Il desiderio  di parlare delle ragazze – geco (spero  che a Gabriella sia simpatico quest’animaletto) mi è venuta quando, scartabellando nell’archivio cartaceo del mio “lui“, ho trovato un articolo di  D – Donna (supplemento  al  femminile del  quotidiano  La Repubblica) riguardante l’alpinista iraniana Nasim Eshqi.

La similitudine principale  con la mia amica, oltre ovviamente alla passione per le scalate, è dovuta al fatto  di  avere pressoché la stessa età, cioè di  qualche anno (?!) più giovani  della sottoscritta (…………….sigh!).

Nasim Eshqi prima di  diventare scalatrice è stata per dieci  anni  campionessa di Thai Kickboxing (tra i suoi  idoli  di  allora l’immancabile Bruce Lee).

Poi, all’età di  23 anni, la scoperta della montagna: appende i  guantoni  da boxe al  chiodo per indossare le scarpine per l’arrampicata.

Anche in questo  caso  lo  fa da campionessa: apre più di  70 vie su  roccia e scala montagne   come il Damavand la montagna più alta dell’Iran (5.610 mslm),

 

Nasim Eshqi impegnata sulla parete del Pole Khab, nella provincia di Teheran

Ma non è delle sue doti  atletiche di cui  voglio  parlare, per questo  basta fare una ricerca in rete ed avere un quadro  completo dell’atleta, voglio invece parlarne dal punto  di  vista di donna che vive in uno stato dove l’Islam è religione di  stato.

Se la polizia religiosa non può controllare il suo  abbigliamento  durante le ascensioni, perché scalare con il velo e tunica è altamente sconsigliabile, è anche vero che la condizione femminile in Iran non è delle più rosee:  se a Teheran e nelle città più moderne dell’Iran, è  possibile vedere donne che indossano  hijab che lasciano  scoperto  parte della testa, make up e jeans come qualsiasi  giovane occidentale, purtroppo vi  sono  ancora fortissime limitazioni alla libertà femminile.

Le tensioni  che l’Iran si  trova ad affrontare, non ultima l’uscita di  Donald (Duck) Trump che ha annullato  gli  accordi  sul nucleare voluti  da Barak Obama,   si  riflettono sulle aperture che il riformatore (molto  moderato) Hassan Rohuani aveva posto  per aprire il  suo Paese  al mondo. Quindi anche i  diritti  civili ne escono  penalizzati e le donne lo sono  ancora di più. 

Nasim Eshqi è consapevole di  essere un simbolo per  tutte le donne iraniane, soprattutto le più giovani, che chiedono  ciò che per loro  è lecito chiedere: maggiore libertà e  più uguaglianza tra uomo  e donna.

A questo punto ho  notato  che la mia narrazione ha preso un’altra strada rispetto  all’argomento iniziale.

Poco  male, ma se siete arrivate fin qui  vi  prego  di  continuare la lettura per un appello molto  importante:

L’ appello di  Amnesty International riguardante la vita del  ricercatore Ahmadreza Djalali detenuto in Iran da diciotto mesi, sul quale pende una condanna a morte per presunto  spionaggio.

Ahmadreza Djalali ricercatore esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara. è stato condannato a morte da un tribunale iraniano con l’accusa di “spionaggio”.

Djalali è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz.

Si è visto ricusare per due volte un avvocato di sua scelta.

Lo scorso dicembre, le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava”di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi.

Per protesta, Djalali aveva iniziato uno sciopero della fame il 24 febbraio. Tuttavia, a causa dell’ulteriore peggioramento della sua salute che ne aveva causato il ricovero, Djalali ha deciso di interrompere lo sciopero della fame il 6 aprile.

Grazie.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..