Natura selvaggia? Si, forse, non lo so..

natura

E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli  alberi, libri  nei  ruscelli, prediche nelle pietre,

e ovunque il bene.

William Shakespeare

Quando è il mito  a fare della natura un che di  selvaggio

Penso  che qualunque sia la definizione che vogliamo dare alla natura, essa sarà sempre l’oggettività del nostro pensiero a crearne una specie di  mito.

Ciò non vuole dire, ad esempio, che io non ami la natura: in essa mi ritrovo in un luogo  pregnante di  intima sacralità oppure, molto più prosaicamente,  in un luogo  lontano dalle quotidiane rotture di  scatole.

natura
Henry David Thoreau

Chissà se Henry David Thoreau ad un certo punto  della sua vita si è ritrovato  a condividere questa seconda parte del mio  pensiero dandogli  quella spinta necessaria per motivare la sua decisione:

Andai  nei  boschi perché desideravo vivere in modo autentico, per affrontare soltanto i problemi  essenziali  della vita, per vedere se avrei imparato quanto  essa aveva da insegnare, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto

Lo fece rintanandosi per due anni, due mesi  e due giorni sulle rive del lago Walden in Massachusetts, da questa sua esperienza il libro  che sarebbe diventato in seguito una specie di guida spirituale per gli  ecologisti e ambientalisti  di ogni  latitudine: Walden ovvero Vita nei  boschi (anteprima alla fine dell’articolo)

A monte della sua decisione, però, c’è l’iniziazione al trascendentalismo cioè, come ci  dice  Wikipedia, essere quel movimento poetico  e filosofico  sviluppatosi negli  Stati Uniti ne i primi  decenni  dell’Ottocento e che in Ralph Waldo  Emerson vide uno  dei  suoi  maggiori rappresentanti.

Fu proprio  Emerson, oltre che a dargli un lavoro  come precettore per i propri  figli, a prestargli quel piccolo lotto  di  terra nei pressi  del lago affinché Thoreau potesse mettere in pratica il suo  vivere appartato dalla società con il minimo essenziale.

Fraintendimento?

A leggere tra le righe di Walden non c’è un vero  e proprio inno alla natura, non si parla di  animali o  alberi ma solo la sperimentazione di  ciò che in pratica significa vivere al minimo come un eremita.

Già, un eremita!

Fatto  sta che Henry Thoreau  non era un eremita e il lago  Walden non si  trova in qualche regione sperduta dell’Himalaya.  

Il lago Walden è  a tre chilometri dalla città  di  Concord  facilmente raggiungibili  per sentieri  che non sono amazzonici e lui (Henry Thoreau) sembra che ogni sera si  recasse in città per far visita ai  genitori, incontrare gli  amici  e magari  fare con loro  bisboccia.

Inoltre, anche se si  atteggiava ad essere un individuo  solitario, la sua capanna era sempre aperta a ricevere la visita di  chi  si  fosse trovato  a passare da quelle parti.

Sarà stata un’errata interpretazione del messaggio di  Henry Thoreau a far si  che, piuttosto di seguire quella che oggi  viene definita con il termine  decrescita felice, la soluzione migliore è isolarsi  dal mondo  cercando  nella natura il rimedio  a un malessere interiore.

E’ quello  che sperimentò  Christopher McCandless  durante la sua giovane vita raccontata nel libro Nelle terre estreme di  Jon Krakauer e tradotto  nel linguaggio  cinematografico  da Sean  Penn nel  film da lui  diretto Into  the wild.

Prima di intraprendere il suo  viaggio  nella natura estrema Christopher McCandless scrisse a un amico:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo

Christopher McCandless morì in Alaska nel 1992, il suo  viaggio  nelle terre estreme era durato  due anni.

Il decesso  avvenne per fame: quando  fu ritrovato il suo  copro  pesava 30 chilogrammi.

I libri     

Il primo dei due libri che voglio   presentarvi  in anteprima è appunto Walden: ovvero  vita nei  boschi

natura

Come può un libro all’apparenza così remoto nel tempo e nello sguardo sul mondo parlare come pochi altri al nostro presente?

Walden è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita solitaria trascorsi da Thoreau nella campagna del Massachusetts, in un capanno sulle rive del lago Walden. A queste pagine militanti e risolute, oltre un secolo dopo, si ispireranno i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo.

Ma Walden è, soprattutto, un inno all’isolamento, il resoconto di un ritorno alla natura, per arrivare dritti al cuore smarrito delle cose.

Il secondo libro parte dal  concetto  di  natura selvaggia o, per meglio  dire,  quando  esso  sia nato: lo storico  Franco  Brevini  ne parla nel  suo  libro L’invenzione della natura selvaggia.

Gli antichi sentivano naturalmente, noi invece sentiamo la natura.

Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta.

La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come costruzione culturale.

Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

Tra coloro che ripercorrono da studiosi quell’universo mille volte descritto, dipinto, idoleggiato, pochissimi possono dire di averlo anche esplorato sul campo.

Uno di loro è Franco Brevini, letterato di lungo corso e viaggiatore con una predilezione per le condizioni-limite. E ancor più rara è l’efficacia della sua scrittura, che contrappunta la riflessione intorno alla wilderness, all’ecologia e all’etica ambientale con l’esperienza diretta dei cinquemila, dei paesaggi boreali o delle giungle del Borneo. Nessuno meglio di lui sa tradurre in parole il magnetismo e le ambivalenze della natura selvaggia.

 

ALTRI SCRITTI

 

Sull’argomento natura ho  scritto:

⇒ Il bosco vive, il bosco  diventa memoria

⇒ Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dai funghi alle piante è tutto un mondo da leggere

Funghi

Siamo preoccupati che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso  di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Vegetale non è sinonimo di… 

Lascio a voi completare la frase del  sottotitolo, ma sono  sicura che alla parola vegetale per la maggior parte di noi l’associazione è con un mondo inerte contrapposto  a quello  animale (esseri umani  compresi).

Nulla di  ciò è più sbagliato, ad esempio cosa succede in una pianta quando una singola foglia viene danneggiata?

funghi

Non vi  sembra che dietro  a questa risposta fisiologica vi  sia un comportamento intelligente?

Il problema è che quando  si parla di  comportamento intelligente subito  pensiamo a noi, tutt’al più possiamo estenderlo  anche a qualche specie animale (rimane sempre da chiedersi  se un batterio  o  un virus abbia una qualunque forma di intelligenza) escludendo, quindi, che vi  siano  altre forme di intelligenza come, appunto, quello riferibile alle piante.

Naturalmente le difese passive  o attive delle pante non si limitano a quelle illustrate nell’immagine precedente.

Nel  caso  dell’ortica è un cocktail micidiale di  sostanze urticanti a punire la distrazione di un’ incauta escursionista (la sottoscritta) che pensò bene di planare dopo  una scivolata in un cespuglio di Urtica dioica: serotonina, istamina, acetilcolina, acido  acetico, acido  butirrico, acido  formico  sono gli  elementi  racchiusi  in una struttura chimica non ancora del  tutto  chiara ai  botanici ma, comunque, dall’effetto pruriginoso  devastante.

Di  seguito l’anteprima del primo  dei  due libri  che presento in quest’articolo

Plant revolution di Stefano  Mancuso 

Stefano  Mancuso insegna arboricoltura  all’Università di  Firenze ed è direttore del  LINV  (International Laboratory of Plant Neurobiology).

I suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo vegetale ha conquistato parte del mondo  scientifico ma, sopratutto, il pubblico  che lo segue leggendo i suoi  libri

piante

 

Una pianta non è un animale.

Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura.

E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica.

Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi.

Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

I funghi

Sono due le cose che dovete evitare di propormi semmai  (mai) vorreste invitarmi  a cena: lo zafferano  e i  funghi.

Ho  scoperto  da poco  che questa mia avversione per i funghi  ha un nome, e cioè micofobia, nome creato ad hoc dai  coniugi Wasson

I coniugi Wasson tra riti di iniziazione e programmi della CIA
Robert Gordon Wasson e Valentina Pavlovna Guercken, durante le loro ricerche effettuate in Messico sull’uso dei funghi allucinogeni presso le culture native, furono i primi occidentali ad essere ammessi a un rito di iniziazione presso i Mazatechi. Più controverse fu la questione della partecipazione di Robert Wasson al programma di ricerca della CIA denominato MKUltra (dal tedesco Mind Kontrolle Ultra) effettuato tra i primi anni’ 50 e 60 del XX secolo. Lo scopo di tale programma era quello di identificare determinate droghe che, integrate a tecniche di tortura, inducessero la confessione da parte delle persone sottoposte a tale trattamento. Robert Wasson ha sempre dichiarato di aver partecipato a questo programma, ma che in effetti non ne era a conoscenza dello scopo  reale.

Questo non mi impedisce di  parlare dei  funghi che ancora oggi  vengono  considerati come piante ma che, in effetti, hanno una tassonomia non molto  definita.

La micologia va ben oltre la semplificazione tra funghi cattivi e quelli  buoni  da mangiare (mai  fidarsi  di  chi, pretendendo di essere un esperto, propone rimedi  tradizionali con esiti catastrofici), essa studia gli innumerevoli  ruoli  che i  funghi ricoprono  negli  ecosistemi, dalla simbiosi  con le radici delle piante aiutandole ad assorbire acqua e nutrienti, al trasporto  nel  terreno dei  batteri, nonché essere una specie di  collante per il terreno  stesso rendendolo, quindi, più resistente al dilavamento.

Ma la cosa più strabiliante nei  funghi, per meglio  dire quello  che riguarda il loro  micelio, è la comunicazione interna ad esso  che non è solo chimica,  ma che riguarda anche la trasmissione di impulsi nervosi ne più e ne meno come accade nel nostro cervello.

ALTRI  SCRITTI

Parlando  di  avvelenamento da funghi  ho scritto IN PASSATO  questo  breve articolo a riguardo  che troverete in questa pagina 

Merlin Sheldrake è un giovane biologo ed ecologista laureatosi  a Cambridge dove ha continuato  a studiare le reti  di  comunicazione dei  funghi  nella foresta di  Panama.

Nel  suo  libro L’ordine nascosto – la vita segreta dei  funghi descrive ciò che il mondo dei  funghi può insegnarci guardando la vita da un altro punto  di  vista.

funghi

Da sempre la nostra esistenza è legata a quella dei funghi.

Sono elementi essenziali del nostro microbioma, l’insieme dei microrganismi che pullulano nel nostro corpo e che contribuiscono al nostro benessere. Producono sostanze con cui ci curiamo (la penicillina) o con cui modifichiamo la nostra percezione della realtà, come l’alcol e la psilobicina, allucinogeno utilizzato da sempre per mettersi in contatto con mondi ulteriori.

Formano vaste reti sotterranee attraverso cui gli alberi si scambiano informazioni e allo stesso tempo la loro capacità di digerire roccia e legno crea il terreno in cui crescono le piante. Possono sopravvivere nello spazio e prosperare tra i rifiuti radioattivi. Il potere di degradare la plastica e il petrolio greggio viene sfruttato in tecnologie rivoluzionarie che potrebbero aiutarci nella crisi ecologica a cui andiamo incontro.

Nel suo viaggio alla scoperta del regno naturale meno conosciuto il micologo Merlin Sheldrake attinge ad anni di ricerche nelle foreste pluviali di Panama. Combinando storia naturale e nature writing il risultato è un’esplorazione che solleva domande fondamentali sull’origine della vita, di ciò che chiamiamo intelligenza e identità, e offre l’opportunità per osservare il mondo da un altro punto di vista, in cui l’essere umano è solo una delle specie a contribuire alla vita sulla Terra.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

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Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Il bosco vive, il bosco diventa memoria

bosco

La preghiera è stare in silenzio nel  bosco

Mario  Rigoni  Stern

Nel  bosco, in silenzio, a meditare

Qualche tempo  fa, quando  ancora per contare la mia età bastavano le dita di  quattro  mani (beh…cinque), mi ritrovai nel  mezzo  di un bosco  ad assumere la posizione del  loto e a chiudere gli occhi  per meditare.

Superata quella primissima fase in cui  ti senti un po’ scema nel meditare in un bosco  come se fossi in Tibet, piano piano in me cresceva la consapevolezza di  quello  che mi circondava: dal fruscio delle foglie mosse dal  vento, al movimento  furtivo  di  qualche animale (sicura anche del fatto che sarebbe stato impossibile trattarsi  di un grizzly).

In pratica mi sentivo la versione femminile di  Henry David Thoreau!

Ma se oggi seguire alla lettera l’ortodossia del  filosofo  americano può portare a tragiche conseguenze (le stesse descritte nel  film di  Sean Penn Into  the Wild)  non è detto  che vivere più naturalmente, magari lontano  dalle metropoli, non diventi  la tendenza di un futuro prossimo (a tale proposito  ho  scritto l’articolo Il futuro non è in una sfera di  cristallo) .

Nel  frattempo dall’oriente è arrivata fino  a noi  la pratica  dello  Shinrin Yoku (letteralmente il bagno  nella foresta) cioè quella pratica medica nata in Giappone intorno  agli  anni  ’80 ed è considerata  un ramo  della scienza medica analoga all’aromaterapia occidentale.

Come funziona lo Shinrin - yoku
In una serie di studi scientifici del 2010 si è evidenziato come la permanenza in un ambiente naturale ricco di alberi corrisponde un aumento della funzione immunitaria dell’organismo. Ciò è dovuto principalmente ai monoterpeni presenti nel legno degli alberi

Vi sembra un po’  poco  la descrizione che ho  dato dello Shinrin – Yoku?

Allora vi  rimando  al  sito Bagno  nella foresta che, senza ombra di  dubbio, potrà darvi qualche informazione in più oltre alla guida che potete vedere nel  box seguente (lo stesso  lo potete scaricare andando  a questa pagina)

Forest_BathingBagnonellaforesta.com_

 

Il bosco, una scelta per il dopo vita

Non voglio  girarci  troppo intorno e quindi,  lasciandovi  nella piena libertà di  proferire scongiuri, scriverò di una soluzione molto  ecologica per la conservazione delle nostre spoglie.

Premettendo  che la mia scelta è la cremazione (ma non per questo  ho  fretta di  metterla in atto), ho dei  dubbi sul dove le ceneri  finiranno: sparse al  vento (la legge italiana lo consente) è molto poetico, ma se scelgo la cima dell’Everest per farlo posso  essere sicura che il luogo sarà qualche collinetta dietro  casa; se desidero che le stesse vengano  conservate in casa in un’urna (penso  che la legge italiana NON lo consenta) oltre che essere macabro avrei il timore di un incidente domestico per cui mi ritroverei  nella sacca di un aspirapolvere.

La soluzione ideale lo trovata nella proposta di Boschi Vivi: essere ricordata ai piedi  di un albero in un bosco che non ha nulla di  cimiteriale.

Il bosco in questione, il primo  italiano a essere adibito  a tale scopo, si  trova nell’Alta Valle dell’Orba  in Liguria ed è visitabile previo appuntamento.

Maggiori  informazioni  le troverete in  questa pagina.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Beigua tra natura e archeologia

Beigua

Si  ritiene che il Beigua fosse un monte sacro per gli  antichi Liguri al pari  del quasi omonimo monte Bego nelle Alpi  Marittime.

I due nomi deriverebbero infatti  da Baigus, un’antica divinità adorata dalle popolazioni alpine.

Tratto  da Wikipedia

Da Piampaludo al  Monte Beigua

Ho recentemente scritto dell’area archeologica posta nelle vicinanze di  Piampaludo nell’articolo Piampaludo e la Pietra scritta: l’anello  escursionistico, oggi vi propongo un altro  anello  che, sempre partendo  da Piampaludo, vi porterà sulla cima del monte Beigua, dirigendosi  poi  verso  la località di  Pra’ Riondo e infine ritornando a Piampaludo  passando attraverso l’area archeologica.  

Lo  sviluppo del percorso  è pari a circa 14 chilometri e 500 metri, mentre il tempo  di percorrenza è di 5 h e 30′ (ovviamente quest’ultimo  dato  è  soggettivo).

Nell’immagine seguente è riportato l’intero  tracciato  e lo sviluppo  altimetrico

Beigua

Con quest’altra immagine  ho  voluto invece  particolareggiare lo  sviluppo dell’anello vero e proprio  con le indicazioni  dei  segnavia da seguire:

Beigua

Sviluppo della prima parte del percorso

Arrivati  a Piampaludo parcheggeremo  l’auto  nei pressi  della chiesa di  san Donato (sempre se riusciamo  a trovare un posto), quindi, mettendoci  con le spalle alla chiesa, prenderemo  la stradina in salita sulla nostra destra (segnavia una  X gialla).

Troveremo, a ostacolare il cammino, alcuni tratti invasi  da sterpaglia e rami  abbattuti: una leggera deviazione sarà utile per superare questi intoppi.

A breve si  arriverà a quello  che è il primo  punto  di interesse segnato  da un pannello che illustra il fenomeno  dei Blockstreams.

Beigua

Blockstreams
I blockstreams (o fiumi di pietra) sono accumuli di grossi blocchi per lungo tempo erroneamente definiti come depositi morenici, ma il confronto con depositi osservabili nei pressi dei ghiacciai ha evidenziato come nel caso dei blockstreams sia assente la presenza di materiale fine (sabbia, ad esempio). E’ interessante notare che le striature presente nei blocchi non sono prodotte dall’erosione da parte dei ghiacciai, ma dagli effetti dell’alterazione lungo piani di scivolosità. I blocchi sono generati a seguito della frammentazione per crioclastismo: l’acqua o la neve che penetra nelle fratture delle rocce, congelandosi provocano un allargamento e la conseguente rottura degli affioramenti rocciosi. I blocchi si sono accatastati sul fondo vallivo principalmente per effetto della geliflussione, ossia un processo di trasporto dei massi che si verifica anche su deboli pendenze per effetto di congelamento del terreno e del successivo scongelamento. Tale processo viene accelerato dalla presenza, anche minima, di materiale fine sul fondo e di neve e ghiaccio interstiziale tra i blocchi.

Dopodiché, avvicinandosi alla prima metà del nostro  anello e cioè la sommità del monte Beigua, incontreremo  un altro  punto d’interesse costituito dalla Torbiera del  Laione che si presenterà in primavera ed estate come un vasto prato, mentre  nel periodo invernale  il tutto  si  trasforma in un lago , habitat ideale per  molte specie animali.

A terminare questa prima parte è l’arrivo  sul monte Beigua che, tra una selva di antenne e ripetitori, conserva lo  spazio per un’ampia area picnic dove gustare il nostro  pranzo  a sacco,  se non vogliamo  usufruire della tavola del  vicino  rifugio – albergo.

Beigua

Dal  monte Beigua a Pra’ Riondo

Dopo  esserci  rifocillati non resta che dirigersi  verso  Pra’ Riondo  seguendo la strada asfaltata per un primo tratto, poi, seguendo i segnavia bianco – rossi dell’Alta Via dei  Monti  Liguri , taglieremo  alcuni  tornanti  per sentiero, fino  a giungere al posto  tappa di Pra’ Riondo, dove lasciando alla nostra destra l’Alta Via che proseguirà verso  la Casa della Miniera e il monte Rama, proseguiremo  sulla strada in direzione di  Piampaludo 

Beigua
Il posto tappa di Pra’ Riondo
Dove dormire e mangiare
Rifugio Monte Beigua Aperto nei weekend e giorni festivi Tel. 0199 31304 **Rifugio Pratorotondo (Nuova Gestione) Tel. 010 9133578

Da Pra’ Riondo  a Piampaludo

Ci aspetta un cammino  su  asfalto  per un bel  tratto ma, la scarsità del  traffico  veicolare e il fatto di  essere sempre immersi in un ambiente naturale, non fa pesare più di  tanto  la mancanza di un sentiero sotto i nostri  scarponcini.

Comunque, camminando camminando, arriviamo  in vista del  tabellone che indica l’inizio  del percorso  archeologico (vi  ricordo che ho  già scritto su di  esso e che potete leggere l’articolo  in questione seguendo il link  all’inizio): adesso il segnavia da seguire è composto  da tre punti  gialli: alla fine del percorso  archeologico e in prossimità di  Piampaludo, ritroveremo  la nostra X gialla che ci porterà alla conclusione di  questo itinerario.

Peccato per quel pneumatico abbandonato all’inizio del percorso  archeologico: ma non siamo  in un Geo Park?

Alla prossima! Ciao, ciao ♥♥

La (ri)nascita del Sentiero Italia


Non perdere la voglia di  camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno  stato  di  benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li  ho avuti  mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso  da non essere lasciato  alle spalle con una camminata…ma stando  fermi si  arriva sempre più vicini  a sentirsi malati.. perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Bruce Chatwin

Nascita e rinascita del  Sentiero Italia

Trentotto anni fa  a Riccardo  Carnovalini  venne  l’idea di unire l’Italia in un unico  percorso escursionistico dal nord al  sud (oppure dal  sud al  nord se preferite) attraverso Alpi  e Appennini, calcando i  grandi itinerari  quali la Gea, l’Alta Via dei  Monti Liguri, la Grande Traversata delle Alpi, le Alte Vie della Val d’Aosta, dell’Adamello: solo per citare alcuni  dei  più interessanti percorsi naturali  della nostra penisola.

 

Come ho  scritto in precedenza il seme di  questa grande avventura venne in mente a Riccardo  Carnovalini nel 1981 poi, più concretamente, sul finire degli  anni’80 venne costituita l’Associazione Sentiero Italia (con presidente lo  stesso Carnovalini) e a seguire, due anni  dopo, il Club Alpino Italiano mise la sua firma al progetto durante la presentazione della Grande escursione appenninica tenutasi a Castelnuovo  Garfagnana (Lucca) il 19 giugno 1983.

Con l’aiuto  della stampa specializzata (tra cui  Alp  e la Rivista della Montagna interessanti riviste del  settore non più pubblicate) e, dopo  dodici  anni  dalla presentazione a Castelnuovo  Garfagnana, il Sentiero Italia finalmente parte:  a Riccardo  Carnovalini nel promuovere l’iniziativa si  aggiunsero altri nomi di distinguo  nell’editoria specializzata come Roberto  Mantovani  (allora direttore della  Rivista della Montagna), Giancarlo  Corbellini, Franco  Michieli.

Ma il Sentiero Italia non avrebbe raggiunto il suo  scopo  se, a questi nomi famosi, non vi fossero  aggiunti  quelli  delle persone comuni, ma amanti  delle camminate e della natura,  che hanno  accompagnato i promotori  nelle diverse tappe del percorso  lungo tutta l’Italia.

Nel  documento  che segue, tratto  dal  sito Sentiero Italia CAI  , la storia essenziale del progetto e dei  suoi ideatori

sentieroitalia.cai.it-La storia

Il Sentiero Italia nel 2019

 

Seniero Italia cartina
Il tracciato del Sentiero Italia

Con il progetto  Sentiero Italia abbiamo  un sogno, quello  di unire l’Italia in un grande abbraccio

attraverso la percorrenza a piedi degli  straordinari  territori che il nostro  Paese è in grado  di  offrire non appena si abbandona la strada asfaltata

Vincenzo  Torti, Presidente Generale CAI  

Nel 2018 il Presidente generale CAI Vincenzo Torti si prefigge di porre il progetto di  riqualificazione e recupero della sentieristica riguardante il Sentiero Italia, per poi presentarlo  nella nuova veste in occasione dell‘Anno del  cammino  lento 2019  .

Il CAI, con l’aiuto di  tutti  Gruppi regionali, ha iniziato il lungo  lavoro di  ripristino  e manutenzione dei  sentieri in contemporanea con l’adeguamento  dei posti  tappa.

In questa prima fase del progetto si  ripercorrerà il Sentiero  Italia originario, individuando le varianti  al percorso  dove necessario, dopodiché anche la segnaletica verrà rivista adottando il modello  europeo (le classiche bande rosse e bianche).

A questo  lavoro  sul campo, si  aggiunge l’aiuto  della tecnologia che per mezzo della tecnologia WebEasy  GIS (sviluppata da GPSBrianza) ha tracciato molti dei  percorsi escursionistici  del Sentiero Italia

WEBEASYGIS-Dettagli (ITA)

 

Se avete intenzione a partecipare al cammino  a tappe del Sentiero Italia, vi  rimando  al calendario pubblicato  sul sito  CAI.

 

Per terminare vi  segnalo  l’iniziativa editoriale del  National Geographic unitamente al Club Alpino Italiano dedicata al Sentiero Italia con il  titolo  Le Montagne Incantate: una serie di 9 volumi a cedenza mensile (quello  di luglio è il terzo dell’elenco)  al prezzo  di 12,90 euro  ciascuno

Un cammino in compagnia di prestigiose firme giornalistiche e dei più noti specialisti della montagna, di famosi alpinisti, storici e scrittori. Un viaggio tra le nostre montagne che si avvarrà della cartografia National Geographic – Libreria Geografica e che sarà una festa dello sguardo, grazie alle bellissime immagini de “L’Altro Versante”, un team di fotografi professionisti che ha fatto delle vette le loro muse e che è stato fra i primi ispiratori della collana. Un’occasione unica per scoprire i paesaggi che tutto il mondo ci invidia.

Alla prossima! Ciao, ciao….

L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

Camminare ascoltando i nostri piedi: è il Barefooting

Liberare i piedi  è alla base del  Barefooting, filosofia che sta raccogliendo sempre più seguaci.

Perché piace? perché è liberatoria.

All fine di una giornata sui  trampoli, non a caso, il godimento più grande è lanciare le scarpe fuori  dal radar.

Ma c’è di  più.

Camminare scalzi è salutare.

A cosa serve?

Concordano  gli  esperti: alla circolazione del sangue, ai piedi  stessi che si  rafforzano, a migliorare la termoregolazione e la postura, permette un massaggio naturale soprattutto su  superficie ruvide.

Ma soprattutto, ha il potere di  regalare pace alla mente.

Irene Maria Scalise  

Camminare, camminare e ancora camminare ascoltando i nostri  piedi 

Non so se quell’uomo vestito  elegantemente, che ho incrociato in un mattino di  novembre nella via principale di Genova (via XX settembre per chi  di  Genova non è) fosse un cultore  del  Barefooting, ma quel  suo  camminare a piedi  nudi – a parte un anello nel minolo,  cioè il quinto dito  del piede partendo  dall’alluce – mi ha lasciata alquanto perplessa perché, notoriamente, le strade delle nostre città non sono i  luoghi igienicamente più soddisfacenti per una simile pratica.

Cosa ben diversa se le nostre estremità assaporano la tenerezza dell’erba o l’acqua (quasi  sempre gelida) di un torrente.

D’altronde i  nostri antenati camminavano a piedi  nudi (ben prima dell’invenzione del famigerato  tacco 12) e chissà quante cacche di  mammut hanno calpestato..

Il piede: componenti

 

I nostri piedi, quindi  sono autentiche macchine da guerra, strutture complesse che dobbiamo riscoprire: anche camminando  a piedi  scalzi in casa.

In ogni  caso non possiamo pretendere di  camminare ovunque a piedi  nudi: no ai marciapiedi  delle città, tanto  meno  su  sentieri che richiedono calzature adatte a percorrerle, ancora meno camminare a piedi  nudi  sui  carboni  ardenti  (pratica che trovo un pochino  idiota).

Il Barefooting ha i  suoi  luoghi nati appositamente dove poterlo  praticare in tutta sicurezza e tranquillità, ad esempio il Trentino offre 8 percorsi di Natural Wellness ai piedi  delle Dolomiti, oppure spostandoci più a sud nel  Lazio a Vitorchiano (nella Tuscia) c’è il Parco  dei  5 sensi che offre giornate di  benessere con camminate a piedi  nudi, yoga e musica all’aperto  (ovviamente si  mangia bio).

Sul Barefooting si sono scritti  anche dei libri: per l’anteprima di  fine articolo ho scelto Con la terra sotto i piedi  di  Andrea Bianchi

Buona lettura, buon fine settimana e (eventualmente) buone camminate a piedi  nudi.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Anteprima del libro  Con la terra sotto  i piedi  di  Andrea Bianchi

Copertina del libro Con la terra sotto i piediPerché, e come, una camminata a piedi nudi negli spazi di un antico giardino, sulla neve e sulle rocce dolomitiche d’alta quota o lungo le alture riarse di un’isola della Grecia può farci tornare bambini, nuovamente in contatto con le energie primordiali di una Madre Terra a cui la nostra vita è intimamente connessa?

Andrea Bianchi ci aiuta a rispondere a questa domanda attraverso un viaggio nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima: levandoci le scarpe per togliere ogni possibile filtro al contatto con gli elementi naturali, ci troveremo su un percorso la cui traccia invisibile emerge un passo dopo l’altro. Un cammino lungo il quale si sviluppano l’attenzione mentale e l’equilibrio del corpo, il radicamento con la Terra e la capacità di volare lontano, “al di là dei confini del mondo”, come i trenta uccelli di cui narra la poesia mistica persiana. Incontreremo così i temi più attuali dell’ecologia – la biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita – e gli insegnamenti spirituali della Filosofia perenne, e assisteremo al colloquio in una notte senza tempo con il centenario Spiro Dalla Porta Xydias, lo scrittore e alpinista cantore del “sentimento della vetta”.

Giungeremo infine, a piedi nudi, nelle Terre Alte, al limitare del punto di ascolto perfetto, da cui si possono udire le vibrazioni più sottili di quell’armonia universale che ci fa sentire vivi.

Un viaggio e un racconto dopo il quale ripartirete subito alla ricerca del sentiero erboso più vicino per togliervi le scarpe, e camminare con la Terra sotto i piedi.

I veleni in natura nel mondo animale

Scorpione © caterinAndemme
Scorpione
© caterinAndemme

In natura la sopravvivenza di un animale dipende nell’ approvvigionarsi del  cibo e, nel  contempo, non diventare cibo  per altri predatori.

Per questo  duplice scopo negli  animali c’è chi  corre più di ogni  altro per mettersi in salvo.

I predatori, invece, hanno a disposizione artigli  e zanne.

Ma la sopravvivenza o la predazione può dipendere anche da pochi  milligrammi  di   sostanze chimiche: quelle  che comunemente vengono  chiamate veleni.

 Una piccola introduzione

Dopo  avervi  deliziate con l’articolo sui  ragni  ( di  cui molte specie le ritroviamo nelle nostre case) e sulla pericolosità di pochi  di  essi, continua la mia rassegna zoologica  scrivendo di  come nel mondo animale per  la difesa (o l’offesa) vengono  utilizzate sostanze tossiche, appunto i  veleni.

Alla fine dell’articolo  troverete un ampio  report sui  veleni  nel mondo  animale liberamente scaricabile.

Come sempre ci  tengo  a precisare che il contenuto  dell’articolo (e di  quelli  che ho  scritto  e scriverò) sono semplificati  rispetto agli  argomenti  trattati in maniera professionale da coloro che lavorano in uno  specifico  campo.

Questo non toglie nulla  alla mia passione di  scrivere e di  conseguenza documentarmi evitando, nel  contempo, di divulgare notizie false e prive di ogni  valore scientifico, le cosiddette  fake news. 

Il  veleno del pesce scorpione e di  alcuni  protozoi

Pesce scorpione
Pesce scorpione

Tra gli  effetti  del riscaldamento  globale, che provoca anche l’innalzamento  delle temperature medie del nostro  Mediterraneo,  vi è quello  della migrazione di  specie esotiche che qui  trovano  un habitat a loro  favore.

Nell’estate del 2017 l’Ispra (Istituto  Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) aveva diramato l’attenzione sulla presenza del pesce scorpione (Pterois volitans) all’interno  dell’Oasi faunistica di  Vendicari in Sicilia (Pdf).

Questo  pesce, molto  appariscente per la sua livrea, è originario  delle acque tropicali, è un predatore e il veleno contenuto nelle sue spine dorsali è altamente velenoso e, di  conseguenza,  pericoloso  per l’uomo.

La probabilità di incontrare questo  sgradito ospite nella prossima estate è pari  allo  zero: quindi, fino  ad allora, dobbiamo  solo preoccuparci della più letale prova costume.

Tra i protozoi il Paramecium  aurelia ha la capacità di liberare nell’acqua la paramicina, ossia una sostanza tossica che uccide istantaneamente gli individui  di un altro  ceppo e cioè i parameci  sensibili.

Se almeno in questo  caso  possiamo  tirare un sospiro di  sollievo, bisogna però fare attenzione ad altri protozoi  flagellati quali , ad esempio, il Gymnodinium catenella che, parassitando muscoli bivalve come le cozze e quindi  consumate dall’uomo, provocano  una grave forma di  avvelenamento con sintomi  quale atassia e paralisi  respiratoria che può portare alla morte.

Le spugne 

Normalmente le spugne che utilizziamo  sotto  la doccia sono  sintetiche quindi non portatrici di  elementi  tossici.

Riferendosi, però, al mondo  naturale e specificatamente al phylum dei Porifera – nome che venne dato dallo  zoologo  britannico Robert Edmund Grant nel 1836 – le spugne possono riservare alcune spiacevoli sorprese.

Il corpo di un porifero (Grant nel  dare questo nome lo fece facendolo  derivare dal significato  latino  di portatrice di pori) è descrivibile in maniera molto  semplificata come un sacco  delimitato  da due strati di  cellule: lo strato  gastrale quello più interno e lo strato  dermale quello  esterno.

Tra questi  due strati è posta una massa gelatinosa, la mesoglea, con incluse spicole calcaree o silicee che ricoprono  la funzione di  sostegno del  corpo  della spugna.

Alcune specie di  spugne elaborano  sostanze velenose che rimangono  confinate nella mesoglea fintanto  che l’animale è in vita

Alla morte della spugna le spicole, ricoperte dalla sostanza velenosa, si  disperdono in mare causando  fastidiose dermatiti a coloro  che sfortunatamente ne vengono  a contatto.

E’ il caso  della Suberites domuncula, comunemente chiamata spugna del Paguro molto comune nel  Mediterraneo,  perché spesso  stabilisce una relazione simbiotica con i paguri.

Per quanto  riguarda altre zone del  globo, la tossicità del  veleno delle spugne è tale da creare seri  danni  alla pelle: è il caso della Fibula nolitangere diffusa nel  Mar dei Caraibi e la Tediana toxicalis molto  frequente lungo  le coste della California.

Non sempre le spugne sono colpevoli della velenosità erroneamente a loro  attribuita: in passato  si pensava che il morbo di  Zervos, una dermatite riscontrata tra i pescatori  di  spugne nell’Egeo, fosse causata dalla spugna; solo  in seguito  si  scoprì che il colpevole era un minuscolo celenterato che viveva come parassita sul corpo delle spugne.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………