La (ri)nascita del Sentiero Italia


Non perdere la voglia di  camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno  stato  di  benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li  ho avuti  mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso  da non essere lasciato  alle spalle con una camminata…ma stando  fermi si  arriva sempre più vicini  a sentirsi malati.. perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Bruce Chatwin

Nascita e rinascita del  Sentiero Italia

Trentotto anni fa  a Riccardo  Carnovalini  venne  l’idea di unire l’Italia in un unico  percorso escursionistico dal nord al  sud (oppure dal  sud al  nord se preferite) attraverso Alpi  e Appennini, calcando i  grandi itinerari  quali la Gea, l’Alta Via dei  Monti Liguri, la Grande Traversata delle Alpi, le Alte Vie della Val d’Aosta, dell’Adamello: solo per citare alcuni  dei  più interessanti percorsi naturali  della nostra penisola.

 

Come ho  scritto in precedenza il seme di  questa grande avventura venne in mente a Riccardo  Carnovalini nel 1981 poi, più concretamente, sul finire degli  anni’80 venne costituita l’Associazione Sentiero Italia (con presidente lo  stesso Carnovalini) e a seguire, due anni  dopo, il Club Alpino Italiano mise la sua firma al progetto durante la presentazione della Grande escursione appenninica tenutasi a Castelnuovo  Garfagnana (Lucca) il 19 giugno 1983.

Con l’aiuto  della stampa specializzata (tra cui  Alp  e la Rivista della Montagna interessanti riviste del  settore non più pubblicate) e, dopo  dodici  anni  dalla presentazione a Castelnuovo  Garfagnana, il Sentiero Italia finalmente parte:  a Riccardo  Carnovalini nel promuovere l’iniziativa si  aggiunsero altri nomi di distinguo  nell’editoria specializzata come Roberto  Mantovani  (allora direttore della  Rivista della Montagna), Giancarlo  Corbellini, Franco  Michieli.

Ma il Sentiero Italia non avrebbe raggiunto il suo  scopo  se, a questi nomi famosi, non vi fossero  aggiunti  quelli  delle persone comuni, ma amanti  delle camminate e della natura,  che hanno  accompagnato i promotori  nelle diverse tappe del percorso  lungo tutta l’Italia.

Nel  documento  che segue, tratto  dal  sito Sentiero Italia CAI  , la storia essenziale del progetto e dei  suoi ideatori

sentieroitalia.cai.it-La storia

Il Sentiero Italia nel 2019

 

Seniero Italia cartina
Il tracciato del Sentiero Italia

Con il progetto  Sentiero Italia abbiamo  un sogno, quello  di unire l’Italia in un grande abbraccio

attraverso la percorrenza a piedi degli  straordinari  territori che il nostro  Paese è in grado  di  offrire non appena si abbandona la strada asfaltata

Vincenzo  Torti, Presidente Generale CAI  

Nel 2018 il Presidente generale CAI Vincenzo Torti si prefigge di porre il progetto di  riqualificazione e recupero della sentieristica riguardante il Sentiero Italia, per poi presentarlo  nella nuova veste in occasione dell‘Anno del  cammino  lento 2019  .

Il CAI, con l’aiuto di  tutti  Gruppi regionali, ha iniziato il lungo  lavoro di  ripristino  e manutenzione dei  sentieri in contemporanea con l’adeguamento  dei posti  tappa.

In questa prima fase del progetto si  ripercorrerà il Sentiero  Italia originario, individuando le varianti  al percorso  dove necessario, dopodiché anche la segnaletica verrà rivista adottando il modello  europeo (le classiche bande rosse e bianche).

A questo  lavoro  sul campo, si  aggiunge l’aiuto  della tecnologia che per mezzo della tecnologia WebEasy  GIS (sviluppata da GPSBrianza) ha tracciato molti dei  percorsi escursionistici  del Sentiero Italia

WEBEASYGIS-Dettagli (ITA)

 

Se avete intenzione a partecipare al cammino  a tappe del Sentiero Italia, vi  rimando  al calendario pubblicato  sul sito  CAI.

 

Per terminare vi  segnalo  l’iniziativa editoriale del  National Geographic unitamente al Club Alpino Italiano dedicata al Sentiero Italia con il  titolo  Le Montagne Incantate: una serie di 9 volumi a cedenza mensile (quello  di luglio è il terzo dell’elenco)  al prezzo  di 12,90 euro  ciascuno

Un cammino in compagnia di prestigiose firme giornalistiche e dei più noti specialisti della montagna, di famosi alpinisti, storici e scrittori. Un viaggio tra le nostre montagne che si avvarrà della cartografia National Geographic – Libreria Geografica e che sarà una festa dello sguardo, grazie alle bellissime immagini de “L’Altro Versante”, un team di fotografi professionisti che ha fatto delle vette le loro muse e che è stato fra i primi ispiratori della collana. Un’occasione unica per scoprire i paesaggi che tutto il mondo ci invidia.

Alla prossima! Ciao, ciao….

L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

Camminare ascoltando i nostri piedi: è il Barefooting

Liberare i piedi  è alla base del  Barefooting, filosofia che sta raccogliendo sempre più seguaci.

Perché piace? perché è liberatoria.

All fine di una giornata sui  trampoli, non a caso, il godimento più grande è lanciare le scarpe fuori  dal radar.

Ma c’è di  più.

Camminare scalzi è salutare.

A cosa serve?

Concordano  gli  esperti: alla circolazione del sangue, ai piedi  stessi che si  rafforzano, a migliorare la termoregolazione e la postura, permette un massaggio naturale soprattutto su  superficie ruvide.

Ma soprattutto, ha il potere di  regalare pace alla mente.

Irene Maria Scalise  

Camminare, camminare e ancora camminare ascoltando i nostri  piedi 

Non so se quell’uomo vestito  elegantemente, che ho incrociato in un mattino di  novembre nella via principale di Genova (via XX settembre per chi  di  Genova non è) fosse un cultore  del  Barefooting, ma quel  suo  camminare a piedi  nudi – a parte un anello nel minolo,  cioè il quinto dito  del piede partendo  dall’alluce – mi ha lasciata alquanto perplessa perché, notoriamente, le strade delle nostre città non sono i  luoghi igienicamente più soddisfacenti per una simile pratica.

Cosa ben diversa se le nostre estremità assaporano la tenerezza dell’erba o l’acqua (quasi  sempre gelida) di un torrente.

D’altronde i  nostri antenati camminavano a piedi  nudi (ben prima dell’invenzione del famigerato  tacco 12) e chissà quante cacche di  mammut hanno calpestato..

Il piede: componenti

 

I nostri piedi, quindi  sono autentiche macchine da guerra, strutture complesse che dobbiamo riscoprire: anche camminando  a piedi  scalzi in casa.

In ogni  caso non possiamo pretendere di  camminare ovunque a piedi  nudi: no ai marciapiedi  delle città, tanto  meno  su  sentieri che richiedono calzature adatte a percorrerle, ancora meno camminare a piedi  nudi  sui  carboni  ardenti  (pratica che trovo un pochino  idiota).

Il Barefooting ha i  suoi  luoghi nati appositamente dove poterlo  praticare in tutta sicurezza e tranquillità, ad esempio il Trentino offre 8 percorsi di Natural Wellness ai piedi  delle Dolomiti, oppure spostandoci più a sud nel  Lazio a Vitorchiano (nella Tuscia) c’è il Parco  dei  5 sensi che offre giornate di  benessere con camminate a piedi  nudi, yoga e musica all’aperto  (ovviamente si  mangia bio).

Sul Barefooting si sono scritti  anche dei libri: per l’anteprima di  fine articolo ho scelto Con la terra sotto i piedi  di  Andrea Bianchi

Buona lettura, buon fine settimana e (eventualmente) buone camminate a piedi  nudi.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Anteprima del libro  Con la terra sotto  i piedi  di  Andrea Bianchi

Copertina del libro Con la terra sotto i piediPerché, e come, una camminata a piedi nudi negli spazi di un antico giardino, sulla neve e sulle rocce dolomitiche d’alta quota o lungo le alture riarse di un’isola della Grecia può farci tornare bambini, nuovamente in contatto con le energie primordiali di una Madre Terra a cui la nostra vita è intimamente connessa?

Andrea Bianchi ci aiuta a rispondere a questa domanda attraverso un viaggio nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima: levandoci le scarpe per togliere ogni possibile filtro al contatto con gli elementi naturali, ci troveremo su un percorso la cui traccia invisibile emerge un passo dopo l’altro. Un cammino lungo il quale si sviluppano l’attenzione mentale e l’equilibrio del corpo, il radicamento con la Terra e la capacità di volare lontano, “al di là dei confini del mondo”, come i trenta uccelli di cui narra la poesia mistica persiana. Incontreremo così i temi più attuali dell’ecologia – la biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita – e gli insegnamenti spirituali della Filosofia perenne, e assisteremo al colloquio in una notte senza tempo con il centenario Spiro Dalla Porta Xydias, lo scrittore e alpinista cantore del “sentimento della vetta”.

Giungeremo infine, a piedi nudi, nelle Terre Alte, al limitare del punto di ascolto perfetto, da cui si possono udire le vibrazioni più sottili di quell’armonia universale che ci fa sentire vivi.

Un viaggio e un racconto dopo il quale ripartirete subito alla ricerca del sentiero erboso più vicino per togliervi le scarpe, e camminare con la Terra sotto i piedi.

L’intelligenza delle piante

Rosaluce ©caterinAndemme
Rosaluce
© caterinAndemme

Siamo preoccupati  che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Non possono  fuggire, ma le piante sanno  come difendersi

Non so  se quella delle ortiche sia una difesa attiva o passiva, fatto  sta che quando  scivolai lungo un sentiero, atterrando su  di un cespuglio di  Urtica dioica, assaporai a mie spese quanto le piante  non siano per nulla indifese.

Nel  caso  dell’ortica il cocktail di  sostanze urticanti è formato da serotonina, istamina, acetilcolina, acido acetico, acido  butirrico, acido  formico racchiuse in una struttura chimica non ancora del  tutto chiara ai  botanici (comunque vi  assicuro che l’effetto pruriginoso è devastante).

Ovvio  che  i peli  dell’ortica (tricomi) sono solo  uno dei  mezzi  che le piante utilizzano  per difendersi, poi vi altre sostanze tossiche come i  tannini che rendono  le foglie amare e quindi non commestibili oppure una difesa chimica ancora più sofisticata è quella che, ad esempio, utilizza la pianta di  tabacco per avvertire il predatore dei  suoi  parassiti  che il pranzo è in tavola.

Curiosamente è proprio la nicotina presente nelle foglie della pianta di  tabacco a dare un aiuto al bruco del lepidottero Manduca sexta: infatti  una parte della nicotina che non viene metabolizzata da esso, viene espulsa a scopo  repellente: la nicotina non metabolizzata dalla saliva passa agli spiracoli (organi dell’apparato  respiratorio  degli insetti) in modo da saturare l’aria immediatamente circostante il bruco infastidendo gli  altri insetti  nelle vicinanze (lo stesso  che mi  capita quando  qualcuno  vicino  a me si  fa di  spinelli, sigari o sigarette oppure fuma il calumet della pace)

In caso  di  aggressione lanciano  l’allarme per le altre piante 

Studi molto  recenti  hanno  evidenziato  come le piante comunicano  tra le loro  componenti in caso  di un’aggressione da parte di un erbivoro: lo  schema seguente spiega (in maniera moto  elementare…non sono  una botanica) come avviene questo  meccanismo  e quanto  sia simile a ciò che accade ai  vertebrati  in un caso  simile

 

Per concludere la parola allo  scienziato 

Stefano  Mancuso è uno scienziato a livello mondiale, insegna all’Università di  Firenze e dirige il Linv  (International Laboratory of Plant Neurobiology): i  suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo  vegetale (quindi su  di una sua forma di intelligenza) ha conquistato  parte del mondo  scientifico ma, soprattutto, ha un forte appeal tra il pubblico  che lo  segue e che legge i  suoi  libri.

Per concludere (questa volta sul serio) vi  lascio  all’anteprima di uno  dei  suoi  più celebri libri e cioè Plant Revolution.
Buona lettura e buon fine settimana.
Alla prossima! Ciao, ciao...♥ 

Plant Revolution (anteprima) 

Una pianta non è un animale. Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica. Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi. Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

Identikit per un albero

Caleidoscopio  di un albero © caterinAndemme
Caleidoscopio di un albero
© caterinAndemme

Anche se sapessi  che domani il mondo  andrà in pezzi,

vorrei  comunque piantare il mio  albero  di  mele

Martin Luther King 

Li  conosciamo? 

Sono  certa che la stragrande maggioranza di  voi  non ha bisogno di  quanto sto per scrivere per riconoscere le componenti  di un albero, quindi l’articolo  (o post, se preferite) è per le persone come me che riescono  a distinguere solo  una margherita da un  cactus (non è vero: è solo  falsa modestia).

Non essendo una botanica (questo è vero) mi limiterò a descrivere per immagini le parti  essenziali  di un albero, cioè la struttura del  tronco  e l’interno  del  fusto.

Per  una descrizione riguardante   felci, piante sempreverdi e latifoglie vi  consiglio  di seguire i link 

Figura 1:  La struttura dell’albero

Si, d’accordo: non è il massimo della chiarezza ma oggi IL Blog di  Caterina può  offrire  solo  questo.

Figura 2: Struttura interna del  fusto

Il libro

Esiste una vita segreta degli  alberi?

La  risposta  è di Peter Wohlleben che, forte della sua laurea in Scienze forestali,  ha scritto  appunto La vita segreta degli  alberi (anteprima alla fine dell’articolo).

Gli alberi ci somigliano molto più di quanto pensiamo. Quello che per molti è solo un bosco, è in realtà una comunità molto ben organizzata e coesa. In questo libro scoprirete che gli alberi sentono il dolore, hanno ricordi, sentimenti, parlano tra di loro e si prendono cura dei propri figli. Peter Wohlleben, celebre guardia forestale, grazie alla sua esperienza e agli studi durati una vita intera ci introduce alla vita nascosta degli alberi, portandoci in un mondo che mai avreste immaginato: gli alberi sono esseri sociali. Nei boschi secolari gli alberi si aiutano e si sostengono a vicenda come una vera e propria comunità, sono molto uniti tra di loro, tanto da condividere in momenti estremi il cibo, soprattutto con i vicini più in difficoltà. Questo libro, bestseller in Germania con oltre 350.000 copie vendute e in tutto il mondo dove è pubblicato in 20 paesi, risponde a molto domande:-perché il bosco è verde;-come si misura l’età di un albero;-cosa mangia un albero;-quanto beve;-perché si ammala;-come si protegge e tante altre scoperte sorprendenti. Il guardaboschi Peter Wohlleben ci racconta e ci fa scoprire una realtà tutta nuova, facendoci vedere il bosco con occhi nuovi e con rinnovato stupore per la magnificenza e la complessità della natura. Scoprirete che nei boschi secolari gli alberi hanno una vita molto più lunga e socialmente attiva rispetto agli alberi dei boschi piantati dagli umani, in cui ogni albero ha una vita a sé stante e molto più breve.

Buona lettura e buon fine settimana 

♥ Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro La vita segreta degli  alberi  di  Peter Wohlleben 

 

I veleni in natura nel mondo animale

Scorpione © caterinAndemme
Scorpione
© caterinAndemme

In natura la sopravvivenza di un animale dipende nell’ approvvigionarsi del  cibo e, nel  contempo, non diventare cibo  per altri predatori.

Per questo  duplice scopo negli  animali c’è chi  corre più di ogni  altro per mettersi in salvo.

I predatori, invece, hanno a disposizione artigli  e zanne.

Ma la sopravvivenza o la predazione può dipendere anche da pochi  milligrammi  di   sostanze chimiche: quelle  che comunemente vengono  chiamate veleni.

 Una piccola introduzione

Dopo  avervi  deliziate con l’articolo sui  ragni  ( di  cui molte specie le ritroviamo nelle nostre case) e sulla pericolosità di pochi  di  essi, continua la mia rassegna zoologica  scrivendo di  come nel mondo animale per  la difesa (o l’offesa) vengono  utilizzate sostanze tossiche, appunto i  veleni.

Alla fine dell’articolo  troverete un ampio  report sui  veleni  nel mondo  animale liberamente scaricabile.

Come sempre ci  tengo  a precisare che il contenuto  dell’articolo (e di  quelli  che ho  scritto  e scriverò) sono semplificati  rispetto agli  argomenti  trattati in maniera professionale da coloro che lavorano in uno  specifico  campo.

Questo non toglie nulla  alla mia passione di  scrivere e di  conseguenza documentarmi evitando, nel  contempo, di divulgare notizie false e prive di ogni  valore scientifico, le cosiddette  fake news. 

Il  veleno del pesce scorpione e di  alcuni  protozoi

Pesce scorpione
Pesce scorpione

Tra gli  effetti  del riscaldamento  globale, che provoca anche l’innalzamento  delle temperature medie del nostro  Mediterraneo,  vi è quello  della migrazione di  specie esotiche che qui  trovano  un habitat a loro  favore.

Nell’estate del 2017 l’Ispra (Istituto  Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) aveva diramato l’attenzione sulla presenza del pesce scorpione (Pterois volitans) all’interno  dell’Oasi faunistica di  Vendicari in Sicilia (Pdf).

Questo  pesce, molto  appariscente per la sua livrea, è originario  delle acque tropicali, è un predatore e il veleno contenuto nelle sue spine dorsali è altamente velenoso e, di  conseguenza,  pericoloso  per l’uomo.

La probabilità di incontrare questo  sgradito ospite nella prossima estate è pari  allo  zero: quindi, fino  ad allora, dobbiamo  solo preoccuparci della più letale prova costume.

Tra i protozoi il Paramecium  aurelia ha la capacità di liberare nell’acqua la paramicina, ossia una sostanza tossica che uccide istantaneamente gli individui  di un altro  ceppo e cioè i parameci  sensibili.

Se almeno in questo  caso  possiamo  tirare un sospiro di  sollievo, bisogna però fare attenzione ad altri protozoi  flagellati quali , ad esempio, il Gymnodinium catenella che, parassitando muscoli bivalve come le cozze e quindi  consumate dall’uomo, provocano  una grave forma di  avvelenamento con sintomi  quale atassia e paralisi  respiratoria che può portare alla morte.

Le spugne 

Normalmente le spugne che utilizziamo  sotto  la doccia sono  sintetiche quindi non portatrici di  elementi  tossici.

Riferendosi, però, al mondo  naturale e specificatamente al phylum dei Porifera – nome che venne dato dallo  zoologo  britannico Robert Edmund Grant nel 1836 – le spugne possono riservare alcune spiacevoli sorprese.

Il corpo di un porifero (Grant nel  dare questo nome lo fece facendolo  derivare dal significato  latino  di portatrice di pori) è descrivibile in maniera molto  semplificata come un sacco  delimitato  da due strati di  cellule: lo strato  gastrale quello più interno e lo strato  dermale quello  esterno.

Tra questi  due strati è posta una massa gelatinosa, la mesoglea, con incluse spicole calcaree o silicee che ricoprono  la funzione di  sostegno del  corpo  della spugna.

Alcune specie di  spugne elaborano  sostanze velenose che rimangono  confinate nella mesoglea fintanto  che l’animale è in vita

Alla morte della spugna le spicole, ricoperte dalla sostanza velenosa, si  disperdono in mare causando  fastidiose dermatiti a coloro  che sfortunatamente ne vengono  a contatto.

E’ il caso  della Suberites domuncula, comunemente chiamata spugna del Paguro molto comune nel  Mediterraneo,  perché spesso  stabilisce una relazione simbiotica con i paguri.

Per quanto  riguarda altre zone del  globo, la tossicità del  veleno delle spugne è tale da creare seri  danni  alla pelle: è il caso della Fibula nolitangere diffusa nel  Mar dei Caraibi e la Tediana toxicalis molto  frequente lungo  le coste della California.

Non sempre le spugne sono colpevoli della velenosità erroneamente a loro  attribuita: in passato  si pensava che il morbo di  Zervos, una dermatite riscontrata tra i pescatori  di  spugne nell’Egeo, fosse causata dalla spugna; solo  in seguito  si  scoprì che il colpevole era un minuscolo celenterato che viveva come parassita sul corpo delle spugne.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………


Maria Sybilla Merian pittrice e naturalista

Metamorfosi di una farfalla (1705)
Maria Sibylla Merian

Approdare in una terra sconosciuta dopo  aver attraversato un mare di parole

Decisamente lungo  come sottotitolo ma appropriato, secondo il mio  stile personale di  scrittura,  per descrivere quella sensazione che provo ogni  qualvolta entro in un una libreria, ma anche tra  le bancarelle di  libri  usati, scoprendo nuovi  autori come, appunto, fossero nuove terre  da esplorare in mezzo ad un mare fatto  di  parole.

Così è stato  quel  giorno  del novembre dello  scorso  anno (a ben  vedere solo  un paio di  mesi  fa) entrando  nella nuova libreria Il Libraccio di  via Cairoli a Genova dove ho incontrato (metaforicamente)   per la prima volta Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno, 2 aprile 1647 – Amsterdam, 13 gennaio 1717)  attraverso  l’acquisto di una sua opera: La meravigliosa metamorfosi  dei  bruchi. 

Tra il XVII e il XVIII secolo Maria Sibylla Merian diventò il punto di riferimento e il termine di paragone per naturalisti e illustratori del vecchio continente. Figlia dell’editore e incisore Matthäus Merian, occupò la difficile posizione di ricercatrice in un ambiente esclusivamente maschile. I suoi studi, compiuti da autodidatta, sfidarono la credenza che gli insetti (considerati “bestie di Satana”) fossero il risultato di una generazione spontanea originata dalla putrefazione. Si dedicò in particolare allo studio dei bruchi, ne osservò i comportamenti, scoprì che nascevano da uova e ne seguì la metamorfosi da bozzoli in farfalle, disegnandone le diverse fasi. Nacque così “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi”, pubblicato la prima volta in due volumi – nel 1679 e nel 1683 -, in cui Merian illustrò, con testi dettagliati e stupende incisioni acquarellate, l’evoluzione di oltre cento specie di farfalle. In questa edizione sono state selezionate settanta tra le tavole più suggestive di un’opera il cui valore oggi appare in tutta la sua pioneristica, magnifica visionarietà.

 

Una biografia in  poche parole 

Maria Sibylla Merian aveva scritto  di  sé:

Ritratto di Maria Sibylla Merian
Georg Gsell (1710)

Fin dalla giovinezza mi  sono dedicata allo  studio  degli insetti. Ho principiato con i bachi  da seta nella mia città natale, Francoforte. Poi ho constatato  che da altri  bruchi che non i  bachi  da seta si  sviluppano  farfalle diurne e notturne molto più belle, ed è ciò che mi ha spinto  a raccogliere tutti i bruchi che riuscivo  a trovare per osservarne la metamorfosi.

Per questo mi sono ritirata da ogni umana società dedicandomi  soltanto  alle mie ricerche. Ma, per disegnarli e descriverli  tutti  dal vero, ho  voluto  nel  contempo  esercitarmi anche nell’arte della pittura; così pure dipingevo  per me stessa su pergamena, con la più grande precisione, tutti  gli insetti  che riuscivo  a trovare, dapprima a Francoforte,  poi a Norimberga.

E’  capitato  che li  vedessero  alcuni  amatori, i quali  hanno insistito  con molta premura affinché pubblicassi  le mie esperienze per offrile alla vigile considerazione e al  diletto  degli  studiosi  della natura.

Mi sono infine lasciata convincere, e ho provveduto  io  stessa a incidere le tavole.  

La voglia di  conoscenza unito ad uno  spirito da avventuriera la fa imbarcare ad Amsterdam, nel 1699 quando  lei  aveva cinquantadue anni,   su  di una nave della Compagnia delle Indie occidentali diretta verso il Suriname (allora chiamata Guyana olandese) con lo scopo  di  ritrarre dal vivo gli insetti  del luogo.

Prima di intraprendere questo lungo  viaggio  di otto  settimane, non certo  con le comodità offerte  dalle odierne crociere e con il malanimo dei marinai pe una donna a bordo, lei  fece testamento in favore delle due figlie (Dorothea Maria, la più piccola, la seguirà in questo  viaggio)

Le due figlie, Johanna Helena e Dorothea Maria, nacquero dal matrimonio con il pittore Johann Andreas Graff che lei sposò  nel 1665 all’età di  diciotto anni.

Divorzierà dal  marito nel 1685.

Lo sguardo dell’artista è  anche quello  di una donna rivolto alle miserie di una condizione femminile resa ancor più pesante dal  colonialismo.

Infatti, scriverà nel  suo libro  Metamorfosi degli insetti del  Suriname (1705):

<<Il seme di  Flos pavonis (Caesalpinia pulcherrima) è usato  dalle donne durante il travaglio perché le fa subito  partorire. Le Indiane schiave degli olandesi, essendo  trattate con moltissima durezza, se ne servono per abortire, perché non vogliono  mettere al mondo bambini che nascerebbero  soltanto per essere miseri  come loro>>

Maria Sibylla e il labadismo 

Nel 1667 il fratello  Caspar Merian si unì in Olanda ai  seguaci del labadismo (comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Jean de Labadie e che si  ispirava al  ritorno  di un cristianesimo delle origini).

Caspar Merian insieme ad altri  adepti  si  stabilì nel  castello  di  Waltha, in Frisia, ed è qui che, nel 1685, la raggiungerà la sorella Maria Sybilla subito  dopo  il divorzio.

All’interno  della comunità lei  troverà delle regole molto  severe imposte ai  convertiti e cioè donare i propri  averi (la proprietà privata non è riconosciuta) con la totale pratica di una vita collettiva improntata alla povertà, castità e obbedienza.

Inoltre non veniva riconosciuto la validità dei  matrimoni con persone al di  fuori del credo imposto  dall’ex gesuita: questo, però, permise a Maria Sibylla di  riprendersi il suo nome da nubile.

A lenire l’eccessiva rigidità delle norme imposte alla comunità, bisogna aggiungere che alle donne era data la parità dei  diritti come quelli  degli uomini e, inoltre, venivano  anche accettate le donne sole in contrasto  con la moralità e la società dell’epoca (inutile dire che ancora oggi  tale parità non è totale nella nostra società).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del  libro Flowers, butterflies and insects di Maria Sybilla Merian