Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf 

 

Quando il viaggio diventa Trip (TripAdvisor e Google Trips)

Le nostre valige  erano  di  nuovo  ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare.

Ma non importava, la strada è la vita.

Jack Kerouac 

Quando il viaggio  diventa Trip (Advisor) 

Da uno a dieci: di  quanto  vi  fidate delle recensioni su  hotel  e ristoranti fatte da comuni  utenti su  TripAdvisor?

Per quanto mi riguarda se dovessi  seguire i  consigli  degli utenti, e quindi  orientando  le mie scelte, lo farei dando un voto  di  fiducia dallo zero fino al massimo  di  due (se sono in buona giornata).

Questo non perché sono spocchiosa o presuntuosa ( pur non considerandomi  tale, altri  termini  dispregiativi  che terminino  in osa non mi vengono in mente) ma solo e semplicemente perché credo che siamo  esseri unici e di  conseguenza con diversi  punti  di  vista.

Per semplificare guardate i commenti che hanno  rilasciato due persone sulla medesima struttura alberghiera (ovviamente ho volutamente nascosto  il nome o nickname dei  due utenti  e quello  dell’albergo)

 


A chi  dobbiamo credere? 

Quello  che ho  scritto  fin qui sono  considerazioni personali e nulla ha a che vedere con il gigante creato  da mr. Stephen Kaufer nel 2000 e che si  avvia a voler diventare il più grande social network dei  viaggi  nel mondo  (senza contare che altri  giganti  come Google premono per essere i primi  nel  settore ) e cioè attraverso  quella parolina magica che è propria dei  social media: la condivisione di  tutto  quello  che concerne il viaggio (foto, guide, suggerimenti e altro  ancora) con persone a cui diamo  la nostra fiducia (o  amicizia).

 

I numeri di TripAdvisor

 

Quando  il viaggio  diventa (Google) Trips

A differenza di  TripAdvisor dove sono  le recensioni  quelle che contano,  l’ app  Google Trips può essere considerato  come un coltellino  svizzero (ma se vogliamo  essere più tecnologici è meglio  definirla come una applicazione all-in-one)  dove l’utente potrà avere a disposizione  sul suo  smartphone o  tablet  tutte le informazioni  necessarie al  suo  viaggio e cioè potrà consultare gli orari  degli  aerei  e dei  treni, fare prenotazioni,  utilizzare di  dati  di  Google Maps (quindi  visualizzare i  commenti  di  altri), avere a disposizione delle guide turistiche Ad personam e  (molto) altro  ancora, il tutto  consultabile anche offline.

Naturalmente il perfetto  funzionamento di  Google Trips passa attraverso l’integrazione con l’account mail di  Google.  

Nulla potrà comunque togliere l’esperienza di  esplorare il mondo  attraverso i nostri occhi  (talvolta anche per mezzo  del  naso)

 Alla prossima! Ciao, ciao…

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

Nomadi e loro diritti: stiamo costruendo un muro?

Il muro che ci divide
© caterinAndemme

Quando  le tende sono  alzate e i cavalli pascolano liberamente

i nudi piedi corrono  tra gli  alberi

riuniti  i Rom cantano  nel  sottobosco

Luminita Mihai 

Premessa di una radical  chic

Prima che si inneschi  il solito  BlaBlaBla sul perché di una radical  chic,  come la sottoscritta, prenda le difese dei nomadi  (RomSinti  che essi  siano) voglio precisare che:

Sono  contenta di  essere considerata una radical  chic –  termine inventato  dallo  scrittore e giornalista americano Tom Wolfe nel 1970 –   se  questo  vuol  dire provare empatia per il prossimo.

Soprattutto, quando  si parla di difesa dei  diritti, non possono  esistere etnie (oltre che differenze nel proprio orientamento  sessuale o altro  ancora) a cui   questo venga negato   sulla base di una presunta superiorità morale ritenuta maggioranza.

Infine ladri, assassini  o  stupratori non hanno  bisogno  di  appartenere a nessuna etnia per esserlo.

Sinti,  Rom oppure Camminanti ?

Una differenziazione dovrebbe essere fatta in base ai  caratteri  linguistici dei diversi  gruppi (ve ne sono  circa  50 oltre che a diversi  sottogruppi).

Semplificando  si parla di   popolo rom nell’Europa orientale e meridionale,  mentre di  sinti nei Paesi di lingua tedesca ma anche in Italia, Belgio  e Olanda.

Discorso  a parte sono i Camminanti un gruppo nomade fortemente presente in Sicilia (semi stanziale a Milano, Roma e Napoli) che si  distinguono  dai rom e sinti  e la cui  provenienza storica è molto incerta.

La presenza in Italia di rom e sinti è documentata fino dal  Quattrocento: erano popolazioni  provenienti da Grecia e Albania e, per quanto  riguarda i  sinti di provenienza mitteleuropea.

La definizione zingaro con la quale vengono  generalmente indicati  gli  appartenenti  a queste popolazioni non ha un’origine certa:  qualche storico  lo  fa derivare dal greco  antico Athinganoi  (una setta agnostica stanziata nell’Anatolia centrale); altri  si  spingono a collegarla al persiano  riferendosi  al termine  cinganch  (musicista o danzatore) oppure al  turco  antico con cïgān (povero)  mentre i più fantasiosi  si  spingono a farlo  risalire al  tempo  dell’Antico  Egitto.

Ovviamente esiste un termine con cui i nomadi indicano  chi non lo è: gagè  

Quanti  sono i nomadi  effettivamente presenti  in Italia? 

Il bombardamento mediatico nell’ultimo periodo politico  del nostro Paese,  ad opera soprattutto della componente leghista dell’attuale  governo ( anche sostenuta dalle frange di  estrema destra come gli  appartenenti  a Casa Pound), oltre che ingenerare situazioni gravi  di intolleranza che sfocia nel puro  razzismo porta ad un’errata stima sul numero  di sinti  e rom presenti in Italia.

I dati ISTAT e ANCI, a loro  volta basati su una più ampia stima del Consiglio  d’Europa dicono, per l’appunto, che il pericolo  d’invasione non esiste.

Nell’infografica seguente ho preso in considerazione la percentuale di presenze nomadi in Italia raffrontandole con altri  tre Paesi europei

Percentuale della popolazione nomade in 4 Paesi europei (Italia compresa)

 

Per assurdo avrebbe più diritto a lamentarsi  il Primo ministro ungherese Viktor Orbàn  per quel 7,49 per cento  che straccia il nostro misero 0,25 per cento (nonostante quello  che vuol far credere il  Ministro  degli Interni  Matteo  Salvini).

Perdiamo  il confronto anche con altre nazioni, tra le quali l’Austria con lo 0,42 per cento, la Gran Bretagna con lo 0,36 (non ditemi  che è un’isola quindi protetta naturalmente), la Grecia con 1,56 per cento e la Svizzera con lo 0,38 per cento.

Per concludere vi  lascio  all’anteprima del libro Europei  senza patria di Gino Battaglia 

Quando si pensa a questi europei senza patria, ai Rom, ai Sinti e a tutti quelli che, talvolta con una sfumatura dispregiativa, si chiamano zingari, si dimentica spesso che sono uomini, donne, anziani, bambini, soprattutto bambini. Allora bisogna mettere sulla bilancia anche la loro umanità, i loro bisogni, i loro tentativi, le loro gioie, la loro dignità, il loro ostinato sperare, anche se questo rende forse più difficile formulare un giudizio netto o tenersi le proprie convinzioni. In questo libro sono raccolti episodi, storie, fatti e riflessioni che aiutano a comprendere una condizione, stili di vita, tanti problemi su cui in genere si procede per impressioni, per sentito dire, per partito preso. Europei senza patria ci restituisce insomma quell’umanità ricca, dolente e infinitamente varia che rimane sconosciuta ai più. E, per una volta, bisogna dire che è bene che i conti non tornino tanto facilmente. Un incontro così profondo e intimo è stato possibile grazie all’amicizia con i Rom scaturita dall’impegno di più di venticinque anni della Comunità di Sant’Egidio in loro favore, in Italia e in Europa.

 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del  libro Europei  senza patria di  Gino Battaglia

 

C’è Cannabis e Cannabis: le proibizioni del ministro

Illustrazione della Cannabis sativa
Illustrazione della Cannabis sativa

A volte il fumo  è molto meglio dell’arrosto

Freak Antoni 

Il proibizionismo  che avanza

E’ la nuova crociata del nostro infaticabile ministro dell’Interno  che, tra un comizio  e l’altro e comparsate nei  talk show, ha pensato  bene che l’argomento immigrati e rom possa essere momentaneamente accantonato per aprire un nuovo  fronte, questa volta contro i negozi  che vendono  cannabis light ritenuta (sempre dal nostro  caro ministro) l’anticamera di  tutti  gli sballi possibili e immaginabili.

A questo punto  non vedo perché non si  dovrebbe pensare anche alla chiusura  dei  tabaccai (risaputi spacciatori  di  fumo) e delle enoteche (anticamera per possibili  cirrosi epatiche).

La verità è che il nostro caro  (?) ministro  deve mantenere sempre accesa l’attenzione sul personaggio da lui  creato e  che tanto successo  riscuote   per una parte dei  nostri  concittadini (specie quelli di  Casa Pound).

Dimentica, però, che l’attività commerciale di  questi negozi  è perfettamente legale (fino  a che una legge non dica il contrario) senza poi trascurare le spese per l’apertura dell’attività (soldi incassati in parte anche dallo  Stato).

Per chiudere questo lungo  preambolo cito quello  che ha dichiarato  a proposito  la ministra della Salute  Giulia  Grillo nelle interviste rilasciate sull’argomento:

Non bisogna dare informazioni sbagliate, perché nei canapa shop non si vende droga!

I principi  attivi  della cannabis 

Nella Cannabis sativa sono presenti  più di  400 composti  chimici  dei  quali i più importanti  sono i cannabinoidi (una sessantina) : tra questi il delta- 9 – tetraidrocannabinolo  (THC) il principio  attivo messo  sotto  accusa.

L’ azione del  THC è quella di  legarsi ai  recettori presenti  nei  gangli  alla base del  cervelletto (responsabile delle capacità di  orientamento  spazio – temporale) e, in misura minore, nel tronco  encefalico e nell’ipotalamo nonché in altre strutture cerebrali.

Questi  recettori  sono gli  stessi a cui  si  legano  i cannabinoidi naturali  quali  le endorfine e che provocano, ad esempio, lo sballo  del  corridore cioè quell’euforia simile all’assunzione di  sostanze stupefacenti  (la classica canna: speriamo che il ministro  non voglia proibire anche la corsa)

La concentrazione dei  principi  attivi, come appunto  il THC,  è più bassa nella marijuana ottenuta dalla infiorescenze essiccate della Cannabis sativa rispetto all’hashish ricavata dalle secrezioni della pianta in fiore.

Nell’XI secolo Hasan ibn-Al  Sabbāh   fondò la setta degli  Hašīšiyyūn chiamati così perché gli  adepti erano  dediti  al  consumo  dell’hashish (nome con  cui  gli  arabi  chiamavano  la pianta della canapa) prima di  compiere omicidi: da qui il nome di  assassino.

Nella Cannabis light, venduta nei negozi  legali  di  cannabis, la quantità di  THC è ridotta allo 0,6 per cento: per fare un   confronto  nella cannabis ad uso  medico, come il Bedocran, la concentrazione di  THC è pari al 22 per cento superiore.

C’è anche un altro  aspetto  assolutamente da non sottovalutare come conseguenza dell’apertura dei  negozi  di Cannabis light: l’aver sottratto al  mercato  illegale di  sostanze stupefacenti l’11 per cento dello  spaccio (pari  a circa 200 milioni di  euro l’anno dati  forniti  dagli  stessi organi di polizia).

Quello che dice la medicina

Per la medicina è indubbio l’aiuto della cannabis ad uso  medico  per contrastare l’effetto  di  nausea e vomito indotto  dalla chemioterapia e lo  stimolo  dell’appetito.

Il British Medical  Journal aveva evidenziato come i cannabinoidi avevano un effetto  maggiore in questi  casi  rispetto a tutti  gli  altri  farmaci utilizzati analogamente.

D’altronde già nel 2300 a.C. la medicina cinese aveva scoperto  le proprietà terapeutiche della canapa come rimedio  per la malaria e altre malattie.

Il  Consiglio  superiore della Sanità  riferendosi all’uso  della cannabis light avverte una sua potenziale dannosità dovuta all’accumulo dei principi  attivi nei tessuti tra cui il cervello  e i  grassi.

Inoltre evidenzia una mancata attenzione all’uso in relazione allo  stato fisico  della persona (patologie, gravidanza, interazione con altri  farmaci) e all’età dell’individuo che ne fa uso.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

La lettura sociale in 140 caratteri

La lettura © caterinAndemme
La lettura
© caterinAndemme

Talvolta penso  che il paradiso  sia leggere continuamente senza fine

Virginia Woolf

Quello che dice l’Istat riguardo  all’editoria

Con il report pubblicato nel  dicembre del 2018, ovviamente riferito all’anno precedente, l’Istat  ci informa che:

Nel 2017 si rileva un netto segnale di ripresa della produzione editoriale: rispetto all’anno precedente i titoli pubblicati aumentano del 9,3% e le copie stampate del 14,5%.

Un dato  che, a mio  avviso,  è molto importante (perché si  diventa lettori  da piccoli) è questo:

L’editoria per ragazzi è in forte crescita rispetto al 2016: +29,2% le opere e +31,2% le tirature, ma è l’editoria educativo-scolastica a incrementare di più la produzione, raddoppiando sia i titoli sia il numero di copie stampate.

Quante sono le case editrici in Italia e quanto pubblicano ogni  anno lo potete vedere dalla seguente infografica (apprezzate il mio sforzo per crearla e lasciate perdere l’estetica)


 

Se poi siete assetate di dati, l’intero  report dell’Istat lo trovate in questo Pdf, molto più  interessante di un bugiardino sull’uso  di un farmaco oppure di un post scritto  da Chiara Ferragni (ve lo  giuro: non sono  assolutamente invidiosa della medesima).

La lettura sociale in 140 caratteri 

All’inizio  era Twitter il posto ideale per confrontarsi  con  altri lettori, parlando  di libri e scambiandosi le reciproche impressioni su  questo  o  quell’altro  autore.

Purtroppo  i  social media sono  diventati l’arena per il lancio  di insulti  tra gli odiatori  di professione (i Tarlucoencefalus) e  politici  che  tengono molto  a far sapere cosa mangiano o  bevono (per nostra  fortuna essi evitano, per il momento,  di informarci  se soffrono  di  stipsi).

Ma la passione per i libri non conosce i confini  dei  social e così nasce il progetto  di un’associazione culturale come TwLetteratura  e la sua app-creatura Betwyll.

Ad essere più precise tutto è iniziato  nel  2016, quando  la casa editrice Pearson  decise insieme a TwLetteratura (e l’utilizzo  della sua app Betwyll) di  lanciare un progetto rivolto  alle scuole di  secondo  grado per far appassionare i  ragazzi  alla lettura e, quindi, creare comunità di utenti con lo scopo di interagire nella forma più appropriata ai  canoni  del  social  reading (o lettura sociale).

In pratica nell’esperimento insegnanti  e alunni hanno  dapprima letto alcuni  testi  tra i più famosi  della letteratura e, in seguito, agli allievi  è stato chiesto  di commentare quanto letto  con messaggi non più lunghi  di 140 caratteri (in pratica il vecchio  tweet che in questo   caso prende il nome di twyll)  parafrasando il brano e sintetizzarne il contenuto.

Così, per esempio, alcuni  utenti  hanno commentato La sera del dì di  festa di  Giacomo  Leopardi:

Tu dormi: io questo  ciel, che si  benigno/ appare in vista, a salutar m’affaccio,/ e l’antica natura onnipossente, che mi  fece all’affanno

Il commento degli  allievi:

Nella quiete notturna, Leopardi  vede il  volto di  chi  ha voluto  la sua sofferenza, quella Natura che pure, tanto dolci  sonni altrui  dona

(@4bt) 

natura onnipossente; la natura per il poeta passa dall’essere l’artefice delle illusioni all’essere maligna: rapporto  conflittuale

(@victoria)

L’app Betwyll è gratuitamente scaricabile dal Play Store di  Google e Apple Store: una volta attivato creando il propri  profilo si potrà partecipare alle discussioni letterarie.

Dai  commenti  che ho  letto  di  chi  ha scaricato Betwyll sembra che l’app  abbia ancora bisogno di un bon rodaggio  per funzionare al  meglio.

Io  invece ho  bisogno di una buona cena e di  andare a letto presto per dedicarmi alle pagine di un libro  prima di  addormentarmi.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Ultrasuoni spia: l’ultima frontiera dei trojan?

Spy Story © caterinAndemme
Spy Story
© caterinAndemme

la definizione classica degli ultrasuoni  è quella che descrive le onde meccaniche sonore: le frequenze che caratterizzano  gli ultrasuoni sono  superiori  a quelle mediamente udibili da un orecchio umano. Convenzionalmente la frequenza utilizzata per discriminare le onde soniche da quelle ultrasoniche  è fissata in 20 KHz

Tratto  da Wikipedia 

Exodus & C.

Dunque ammettiamolo: ossessionati  dalla privacy riguardante la nostra vita, molto  volentieri  cediamo  al  fascino del like postando i fattacci nostri su un qualunque social media che ben  volentieri ci darà lo spazio  necessario in cambio di  ciò che si nutre per il suo  business: pedinarci in maniera costante per scoprire quali  siano le nostre preferenze, proprio  com una pulce che, attaccandosi  al pelo  di un cane,  ne succhia il sangue.

Solo che in questo  caso si  tratta di  vampiri  tecnologici  e, al posto  del  sangue,  quello  che viene a noi  tolto sono i  fantomatici  dati privati della nostra vita.

Naturalmente in questo  caso siamo  (quasi) consapevoli di  questa specie di  baratto.

Molto  meno, anzi per nulla, quando l’azione è puramente criminale come nel  caso dei  famosi trojan horse   fraudolentemente inoculati nei  nostri device digitali.

Caso  emblematico è il trojan dal nome biblico  Exodus: software spia prodotto  da un’azienda italiana  con sede a Catanzaro  (se proprio  volete conoscere il nome dell’azienda vi  rimando  all’articolo  di  Punto Informatico) ad uso per le indagini  di polizia (carabinieri  e Guardia di  Finanza) che, non si  sa bene come, è  entrato in qualche decina di  app gratuite per migliorare le prestazioni  dello  smartphone  scaricabili dal Play Store di  Google.

Cosicché, qualche migliaio  di nostri  connazionali, si  sono ritrovati  ad essere spiati, derubati  dei propri  dati e, dulcis in fundo,  il tutto  è conservato in un server di Amazon (affitta i  server a terze parti) in Oregon località notoriamente lontana dalla giurisdizione italiana.

La procura di  Napoli  ha aperto  un’inchiesta,  mentre il Garante per la privacy, Antonello  Soro, attraverso una richiesta inviata a tutte le cariche istituzionali dello Stato, chiede una modifica della legge sulle intercettazioni voluta dal precedente governo.

Gli ultrasuoni al  servizio  degli  spioni 

 

L’immagine che ho  creato non è il massimo per una spiegazione sullo  spettro del  suono per tanto, se la cosa vi interessa la facoltà di  Scienze dell’Università di  Verona ha pubblicato  questo Pdf sull’argomento.

Ultrasonic cross-device tracking: dietro  a questa definizione si  nasconde una tecnologia che consente  il tracciamento  della nostra posizione e la conoscenza di  altri  dati semplicemente utilizzando il microfono  del nostro  smartphone (ma anche quello  del PC o  dei  portatili).

In pratica potrebbe capitare che un segnale ultrasonico, emesso da un sito  oppure da un app, comunichi l’ordine di  spiarci attraverso un’altra applicazione del nostro  telefonino, senza averne alcuna percezione.

Per il momento  sembra che il metodo  venga (veniva o  verrà) utilizzato  per fini  di  marketing: pensiamo  a un semplice spot trasmesso  dalla cara e vecchia radio: mentre ascoltiamo il jingle il segnale ultrasonico farà partire l’ordine di portare un attacco  alla nostra privacy che è sempre lo  stesso e cioè raccogliere i nostri  dati  e catalogarci.

La difesa da questo  tipo  di  attacco è la più semplice che  ci  sia (oltre a qualche sound firewall): non concedere alle app. o per lo  meno non a tutte, l’utilizzo del microfono.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao..♥ 

 

 

L’intelligenza delle piante

Rosaluce ©caterinAndemme
Rosaluce
© caterinAndemme

Siamo preoccupati  che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Non possono  fuggire, ma le piante sanno  come difendersi

Non so  se quella delle ortiche sia una difesa attiva o passiva, fatto  sta che quando  scivolai lungo un sentiero, atterrando su  di un cespuglio di  Urtica dioica, assaporai a mie spese quanto le piante  non siano per nulla indifese.

Nel  caso  dell’ortica il cocktail di  sostanze urticanti è formato da serotonina, istamina, acetilcolina, acido acetico, acido  butirrico, acido  formico racchiuse in una struttura chimica non ancora del  tutto chiara ai  botanici (comunque vi  assicuro che l’effetto pruriginoso è devastante).

Ovvio  che  i peli  dell’ortica (tricomi) sono solo  uno dei  mezzi  che le piante utilizzano  per difendersi, poi vi altre sostanze tossiche come i  tannini che rendono  le foglie amare e quindi non commestibili oppure una difesa chimica ancora più sofisticata è quella che, ad esempio, utilizza la pianta di  tabacco per avvertire il predatore dei  suoi  parassiti  che il pranzo è in tavola.

Curiosamente è proprio la nicotina presente nelle foglie della pianta di  tabacco a dare un aiuto al bruco del lepidottero Manduca sexta: infatti  una parte della nicotina che non viene metabolizzata da esso, viene espulsa a scopo  repellente: la nicotina non metabolizzata dalla saliva passa agli spiracoli (organi dell’apparato  respiratorio  degli insetti) in modo da saturare l’aria immediatamente circostante il bruco infastidendo gli  altri insetti  nelle vicinanze (lo stesso  che mi  capita quando  qualcuno  vicino  a me si  fa di  spinelli, sigari o sigarette oppure fuma il calumet della pace)

In caso  di  aggressione lanciano  l’allarme per le altre piante 

Studi molto  recenti  hanno  evidenziato  come le piante comunicano  tra le loro  componenti in caso  di un’aggressione da parte di un erbivoro: lo  schema seguente spiega (in maniera moto  elementare…non sono  una botanica) come avviene questo  meccanismo  e quanto  sia simile a ciò che accade ai  vertebrati  in un caso  simile

 

Per concludere la parola allo  scienziato 

Stefano  Mancuso è uno scienziato a livello mondiale, insegna all’Università di  Firenze e dirige il Linv  (International Laboratory of Plant Neurobiology): i  suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo  vegetale (quindi su  di una sua forma di intelligenza) ha conquistato  parte del mondo  scientifico ma, soprattutto, ha un forte appeal tra il pubblico  che lo  segue e che legge i  suoi  libri.

Per concludere (questa volta sul serio) vi  lascio  all’anteprima di uno  dei  suoi  più celebri libri e cioè Plant Revolution.
Buona lettura e buon fine settimana.
Alla prossima! Ciao, ciao...♥ 

Plant Revolution (anteprima) 

Una pianta non è un animale. Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica. Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi. Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

A Dublino, quel giorno di maggio di 78 anni fa

Leggendo Joyce
© caterinAndemme

” Ci incamminammo per la North  Strand Road fino  all’altezza dei Vitriol  Works e poi voltammo a destra lungo la Wharf Road.

Mahony si  mise a fare l’indiano  appena fummo fuori  di  vista. Inseguì un gruppo  di  ragazze cenciose, brandendo  la fionda scarica e, quando due ragazzi  sbrindellati, spinti  da un senso  di  cavalleria, cominciarono  a prenderci  a sassate, propose che li  caricassimo.

Obiettai  che i  ragazzi  erano  troppo piccoli e così ce ne andammo, mentre la banda di  straccioni  ci  gradava dietro  “Swaddlers! Swaddlers*!”

*Termine dispregiativo con cui  i  cattolici  si  riferivano  ai protestanti

Tratto  da Gente di  Dublino  di James Joyce

Quel  giorno  del 31 maggio 1941, a Dublino

Aveva piovuto nei  giorni  precedenti, come del  resto accade a Dublino anche in primavera, ma quel  giorno  della fine di  maggio il sole sbucato  tra le nuvole, preludio  a un estate che da lì a poco  sarebbe arrivata, invogliava a lunghe passeggiate per le strade.

A Ròisìn il sole piaceva , ancora di più godendo  del  suo  tepore   camminando  affianco a colui che presto sarebbe diventato  suo  marito.

Per questo  voleva parlare dei preparativi  per la nozze quando all’improvviso il suo pensiero venne interrotto da un rumore assordante proveniente dal cielo, facendole comprendere   che  tutto stava per  cambiare.

Naturalmente  Ròisìn (si pronuncia Roscìn) è un personaggio  di pura fantasia che ho  inventato per creare un po’  di pathos nel  ricordo  di  quel 31 di  maggio  di settantotto anni fa.

Fu un errore di  rotta che portò i bombardieri  della Luftwaffe lontano  dal  loro  obiettivo, cioè Belfast,  scaricando le bombe sulla neutrale Dublino causando un notevole numero  di  vittime e danni materiali.

La tragedia ebbe  l’immediato  effetto di indurre molti irlandesi ad arruolarsi  nell’esercito britannico per combattere il nazi-fascismo.

Sennonché l’Éire fu l’unica nazione appartenente al  Commonwealth *a dichiararsi  neutrale (lo è tutt’ora e l’impego  dei  suoi  soldati avviene solo per missioni  di pace delle Nazioni Unite): l’Inghilterra si  adoperò per un ripensamento del  governo  irlandese ma l’allora primo  ministro Éamon de Valera rifiutò ogni  tipo  di  accordo in base alla scarsa fiducia sul fatto  che gli inglesi  mantenessero le promesse, e sul fatto  che le conseguenze della guerra civile di  vent’anni prima pesava ancora sulla popolazione rendendo impossibile l’impegno  nel partecipare a un altro  conflitto.

In realtà Éamon de Valera aveva una certa simpatia per Adolf Hitler sicuro che, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa dai  nazisti, la Repubblica d’Irlanda ne avrebbe tratto giovamento.

Quattro anni  dopo  la fine della Seconda guerra mondiale, l’Éire  uscì dal Commonwealth diventando, nel 1955, membro  delle Nazioni  Unite e dell’allora CEE (oggi Unione Europea): fu in quel  periodo che la Germania indennizzò l’Irlanda per il bombardamento  di  Dublino.

L’epilogo amaro  per i volontari  irlandesi

Furono  molti  tra i  volontari irlandesi a morire sul fronte, eppure, una volta terminata la guerra, al loro  rientro in patria vennero  accusati di  tradimento per aver rotto  la neutralità del  loro  Paese combattendo per l’esercito  inglese.

Conseguenza di  questo gli uomini si  videro  negare il diritto di partecipare ai concorsi  per un impego pubblico e il diritto  a percepire una pensione.

Solo nel 2013 il Parlamento irlandese presentò una legge (poi approvata) per ristabilire la giusta considerazione verso  questi uomini  che si  sacrificarono  per combattere il nazi-fascismo.

Ho iniziato l’articolo  citando un passo  di  Gente di  Dublino di  James Joice, quindi  mi  sembra giusto  terminare con l’anteprima di  questo libro.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  Gente di  Dublino  di  James Joyce