Hai voglia di leggere un Pulp Magazine?

The Pulp Magazine
©caterinAndemme

Pulp o non pulp?

Il pulp  è un genere letterario che propone storie dai  contenuti forti, con abbondanza di  crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco  e l’horror

Da questa definizione presa da Wikipedia si può dedurre che il pulp  non è roba per bambini o  adulti sensibili alle scene violente (tra cui  la sottoscritta) e da tener lontano  gli  adolescenti  (che tanto in rete  volendo trovano  questo  e quest’altro di peggio).

Eppure, chi  si  è esercitato  nel passato  a scrivere storie truculenti, non sempre è stato uno scrittore di  serie B anzi, andando indietro  agli  anni ’30 e negli  Stati Uniti si andò affermando nell’editoria..

I Pulp Magazine  

Copertina di Weird Tales maggio 1934

 

Chiamati  così sia per la qualità degli  scritti (a parte le dovute eccezioni) sia per quella della carta utilizzata per la stampa che era ricavata dalla pasta di legno (pulp che, per l’appunto, tradotto vuol dire polpa o poltiglia).

Le storie  in questo  genere di  riviste erano racconti per lo più  a puntate del  genere dei  gialli,  fantascienza, ma non mancavano certo racconti hard capostipiti di  tutte Le sfumature di  grigio moderne (ma con la medesima qualità in fatto  di  scrittura letteraria).

Le copertine di  alcune  di queste riviste erano  piccoli  capolavori di  grafica  riferite ai titoli dei  racconti  pubblicati, ad esempio, su  Weird TalesAmazing Stories , mentre gli  autori  avevano nomi di  maestri  nel loro  genere come H.P .Lovecraft,   Clark Ashton Smith, Robert Erwin Howard  tanto per citarne alcuni.

 

L’archivio in rete per i Pulp Magazine 

Se avete voglia di  leggere in originale uno  di questi capolavori del  genere pulp (e di  cui  un esempio  lo troverete alla fine dell’articolo) vi consiglio  The Pulp Magazine Archive dove sono catalogati per la consultazione (e il download) le copie d’antan  delle riviste più famose.

Comunque, buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


True Stories 

 

Kalimat – Gallucci: l’editoria per bambini è bilingue

Alcune copertine di libri per bambini delle edizioni Kalimat

Bodour Al  Qasimi 

….Una meraviglia del  creato.

Una donna bellissima, bruna, con la pelle di  seta…

La frase è quella che Concita de Gregorio ha pronunciato durante una puntata della trasmissione radiofonica Cactus – ci  vuole poca acqua andata in onda  su  Radio Capital il 5 dicembre scorso (podcast della puntata).

Per qualche attimo (più di  qualche attimo) ho favoleggiato che le parole della brava (e bella: si, lo è  anche lei) giornalista fossero  dirette a me poi, rientrando  subitaneamente nella realtà, sono andata a curiosare chi fosse la destinataria di  questo  elogio: per l’appunto Bodour Al Qasimi (il  cui nome completo sarebbe Bodour bint Sultan bin Muhhamad Al Qasimi)  scoprendo, in effetti, che in lei si  riflette la bellezza di Shahrazâd protagonista de Le Mille e una notte e che a tale bellezza non è certo  seconda l’intelligenza.

Bodour Al Quasimi è figlia del governatore  di Sharja , ed è la prima donna araba ai  vertici dell’editoria mondiale essendo  stata scelta per dirigere l’intera industria editoriale degli  Emirati  Arabi (con un fatturato  di  300 milioni  di dollari l’anno).

Inoltre, durante l’ultima Fiera del  Libro  di   Francoforte, è stata nominata  vicepresidente dell’Ipa  (International Publishers Association).

L’editoria araba per i  bambini incontra quella italiana

Alle cariche manageriale di  cui  sopra,  Bodour Al  Qasimi  aggiunge quella di imprenditrice  avendo una propria casa editrice specializzata in libri per bambini: la Kalimat 

Di recente lei  ha presentato  durante la fiera libraia  svolta a Roma Più Libri più Liberi il progetto nato in collaborazione con la  Gallucci Editore   per una collana di libri dedicata ai  bambini  con testi in italiano  e in arabo:

Nel  clima di intolleranza in cui  viviamo  oggi nel  nostro  Paese, il progetto  editoriale Gallucci Kalimat – Libri ponte sul Mediterraneo è anche un simbolo rivolto all’accoglienza nei  riguardi  delle diverse culture, tanto più importante quanto l’essere diretto ad un pubblico come quello  dei  bambini che, crescendo, diventeranno  adulti consapevoli di  appartenere ad una società aperta.

La collana esordisce con cinque album illustrati della scrittrice libanese Fatima Sharafeddine autrice di numerosi  libri  per bambini  e vincitrice del  Bologna Ragazzi  Award 2016.

Tutto qui (e buon weekend) 

Alla prossima! Ciao, ciao……..

Robert Capa Retrospective: la mostra all’Arengario di Monza

Locandina della mostra presso il Palazzo  dell’Arengario di Monza “Robert Capa Retrospective

La mostra 

If your pictures are not good enough, you’re not close enough

Se le tue foto  non sono abbastanza buone, non sei  abbastanza vicino

Robert Capa 

Questa massima che Robert Capa ( Budapest,  22 ottobre 1913 – Thai  Binh,  25 maggio 1954)    amava dire a riguardo  del  suo  lavoro è  la sintesi  della vita di un uomo che, per essere abbastanza vicino, ha documentato in prima persona cinque guerre: da quella civile spagnole del 1938 fino alla guerra di Indocina nel 1954 dove morì tragicamente saltando  su  di una mina.

Quel  mese di maggio  del 1954 fu  tragico  per l’agenzia fotografica internazionale  Magnum Photos, fondata nel 1947 dallo  stesso Robert Capa insieme altri  grandi  fotografi  quali Henri Cartier – Bresson, David Seymour e George Rodger : infatti il 16 maggio, in un incidente d’auto in Perù, moriva un altro  celebre componente dell’agenzia Magnum e cioè il fotografo  svizzero Werner Biscof.

Presso  l’Arengario  di  Monza fino al 27 gennaio 2019 è allestita la mostra Robert Capa Retrospective.

Negli spazi  espositivi  della mostra sarà possibile vedere più di  cento immagini  in bianco e nero che documentano il lavoro  nei  campi  di  guerra di  Robert Capa che, oltre a svolgere il lavoro  di  fotografo, è stato il testimone diretto  delle sofferenze e delle crudeltà che la guerra può infliggere agli  esseri umani.

La mostra, articolata in 13 sezioni, ha una sezione inedita intitolata Gerda Taro e Robert Capa: si  tratta di   tre fotografie a ricordo di un loro  sodalizio  professionale e, soprattutto,  del loro sentirsi  vicini  sentimentalmente.

Gerda Taro, dopo  la sua tragica morte avvenuta nel 1937 quando  aveva solo ventisei anni, travolta da un carro  armato, verrà ricordata come una donna rivoluzionaria e coraggiosa caduta per le proprie idee e per il suo  lavoro.

Il racconto della sua vita e del  rapporto  sentimentale  e professionale che ebbe con Robert Capa è raccontato  nel  libro della scrittrice Helena Janeczek  La ragazza con la Leica vincitrice del  Premio  Strega 2018 (anteprima alla fine dell’articolo)

La mostra ha i  seguenti orari: dal  martedì alla domenica dale ore 10.00 fino alle 19.00 

Biglietti  (comprensivi  di  audioguida) € 11 intero; 10 ridotto  per gruppi  di  almeno 12 persone e titolari  di convenzioni appositamente attivate; € 4 ridotto  speciale per le scuole e under 18; gratuito  per i minori  di  6 anni

Per altre informazioni telefonare al 199.15.11.21; email: [email protected]; www.mostrarobertcapa.it

Buona visita

Alla prossima! Ciao, ciao………. 


Anteprima del libro  La ragazza con la Leica di  Helena Janeczek

Kodak, Ferrania, Il Progresso Fotografico e un po’ di revival

Andy Warhol
© caterinAndemme

Kodak: la pellicola che ritorna dal passato 

Sono molto  più giovane della regina Nefertiti ma ciò non toglie che il mio primo apparecchio  fotografico  serio fu una   reflex  Contax   con obiettivo zoom Vario – Sonnar: in poche parole una signora reflex che,  oltre a darmi enormi  soddisfazioni per la realizzazione delle mie opere fotografiche, allo stesso  tempo mi  fece comprendere per la prima volta che il rosso è un colore da evitare il più possibile parlando  di  banche.

Ovviamente al  lusso  si  doveva aggiungere lusso e , quindi, pensare di  spendere qualcosina di più per le pellicole: per questo mi  affidai  alla Kodak con la sua Ektachrome 100 per diapositive (qualche volta   tradita per  la Fuji Velvia).

Questo  fino a quando scoprii il mondo della fotografia digitale liberandomi, una volta per tutte, dalla limitatezza delle 36 pose di un rullino, dal laboratorio  per lo  sviluppo  della pellicola, dal  dover predisporre un teatrino per proiettare le diapositive (infliggendone  la visione  agli  sventurati  ospiti)  e, soprattutto, dall’opera di  catalogazione di  tutto il materiale fotografico.

Oggi, quella gloriosa reflex, mi osserva dalla vetrina della mia libreria e, ogni  tanto spinta dalla malinconia, la prendo in mano evocando i  tempi  passati  (e le maledizioni  quando  la pellicola si inceppava).

Nel passaggio dalla pellicola tradizionale al  digitale ero in compagnia di milioni  di persone in tutto il mondo: la produzione di pellicole incominciò costantemente a perdere quote di  mercato  fino alla cessazione totale.

La Kodak smise di produrre l’Ektachrome nel 2009.

Eppure, come sta accadendo per il ritorno  del  vinile nel  campo musicale, si è avuto una sorte di  revival anche nel mondo fotografico nei  confronti della pellicola tradizionale,  tanto  che, durante il Consumer Electronics  Show del 2017, la Kodak  annunciò di  voler riprendere la produzione (anche se limitata  nella quantità) dell‘Ektachrome.

Da settembre di  quest’anno è iniziata la commercializzazione della nuova Ektachrome, per maggiori informazioni  vi  rimando  a questa pagina 

Ferrania Film Museum 

Nella fotografia la Ferrania,  fondata  nel 1917 nella località omonima nei pressi  di   Cairo  Montenotte, è una pietra miliare di  quella che fu per l’Italia, diventando, insieme alla Kodak, alla Fuji e Agfa, uno dei  maggiori  produttori  mondiali  di  pellicole a colori.

Anche in questo  caso  vicissitudini economiche e crollo  del  mercato portarono  alla riconversione industriale con la nascita della Ferrania Technologies, specializzata nella produzione di  pannelli  solari.

Per ricordare i  tempi d’oro quando  la Ferrania era attiva nel  campo  della produzione fotografica, da poco  tempo si sono  aperte le porte a Cairo  Montenotte del Ferrania Film Museum , visitabile il sabato dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00 con ingresso  gratuito (per l’apertura nelle altre giornate, con prenotazione , vi  rimando  a questa pagina).

 

 

La rivista del passato

Per concludere questa mia rapida carrellata nel mondo  della fotografia del passato, di  seguito  potete vedere la copia della prima rivista di  fotografia italiana del 1894 : Il Progresso  Fotografico

Buona lettura 

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Viaggi extragalattici organizzati a bordo di Oumuamua?

Viaggi extragalattici
© caterinAndemme

Do you remember X- Files? 

<<Visto  che la scienza non riesce a darci  delle risposte, perché non consideriamo  finalmente plausibile quello  che sembra fantastico>>

La frase, pronunciata da Fox Mulder in una delle puntate di  X-Files (serie televisiva indimenticabile, terminata con la sua undicesima stagione più un paio  di  film) sembra calzare a pennello  con ciò che gli  scienziati che lavorano  al progetto  SETI non escluderebbero  a priori: cioè  che Oumuamua (nella lingua delle Hawaii vuol dire messaggero  che arriva per primo da lontano) il primo asteroide interstellare scoperto  nel 2017,  per questo marcato  con la sigla 2017 U1, potrebbe anche  essere  un manufatto  alieno.

L’ipotesi  è suffragata anche dalla forma oblunga  dell’asteroide che farebbe, per l’appunto, pensare ad un qualcosa di  simile ad un’astronave.

Naturalmente i ricercatori  non si  aspettano che il più dei  classici  omini verdi si  affacci  da Oumuamua per far ciao ciao con la sua manina (o tentacoli, se preferite), quanto piuttosto ascoltano lo spazio  profondo per carpire qualche tipo  di  segnale radio proveniente da 2017 U1 che confermerebbe l’esistenza di tecnologia aliena.

In questa pagina del  sito della  SETI (o  del  SETI….?) il resoconto  del  tipo  di  ricerca che si  sta effettuando.

Ma loro sono già stati  tra noi? 

Pier Domenico  Colosimo (Modena, 15 dicembre 1922 – Milano 23 marzo 1984) ,  meglio  conosciuto con lo  pseudonimo  di  Peter Kolosimo, fu un famoso scrittore e divulgatore di  quella particolare scienza che va sotto il nome di archeologia misteriosa  –  vista come fumo negli occhi  dal  CICAP (Comitato  Italiano per il  Controllo  delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) – e nei  suoi libri uno  dei  temi  fondamentali (gli  altri  erano  quelli  legati  all’esoterismo) era quello riguardante un lontano passato in cui gli extraterrestri, visitando il nostro pianeta, hanno  lasciato tracce come le piramidi o le Linee  di  Nazca  se non vere e proprie civiltà poi scomparse per un’immane catastrofe e generando,  quindi,  miti  come quello  di  Atlantide  di  cui  anche Platone ne parlerebbe nelle sue opere del  Timeo  e Crizia.

Una pagina tratta dall’archivio del progetto Blue Book dell’USAF

Peter Kolosimo, e in tempi più recenti Roberto  Giacobbo  con il programma televisivo Voyager, avevano  costruito  uno show business basato, più che altro, sulla credulità di un certo pubblico (ricordiamoci  che ancora oggi  c’è chi  crede che la Terra sia piatta), ma cosa dire se è un ente militare come l’USAF (United State Air Force)  che,  desegretando ben 50.000 documenti riguardanti studi  sistematici  sull’avvistamento degli UFO ( i nostri cari  dischi  volanti) e facendoli  confluire nel progetto  Blue Book consultabile online (al momento in manutenzione).

Forse che il governo  americano  voglia aprire uno  spiraglio su  avvistamenti fino ad ora  tenuti  segreti?

Non credo  proprio, penso  che tutta quella carta digitalizzata e messa on line non nasconda nulla se non normali  rapporti  di  servizio: in poche  parole la famigerata Area 51 continuerà ad essere fonte di ispirazione per sceneggiatori  e scrittori  di  fantascienza.

 

Anche dalle parti della NASA c’è chi  asserisce che bisogna (finalmente) dire la verità sugli  alieni: lo  fa il ricercatore Silvano  Colombano  con un documento (Pdf) in cui, in maniera razionale, non esclude l’ipotesi  che ci  siano altre intelligenze sparse nell’Universo.

La Fox News ne ha subito  tratto un servizio basandosi   su  ciò che lo scienziato  della NASA ha pubblicato  e che lo  stesso  ha dichiarato successivamente di non essere d’accordo con i  giornalisti in quanto  hanno  travisato  quello  che effettivamente lui  voleva dire.

Per concludere l’anteprima del libro Incontro  con Rama dello  scrittore Arthur C. Clarke e pubblicato  nella collana Urania della Mondadori  nel 1972: la cometa descritta nel libro è del  tutto (o  quasi) uguale a Oumuamua.

Buon fine settimana 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Incontro  con Rama di  Arthur C. Clarke

Ipazia (semplicemente)

Ipazia – immagine rielaborata da un disegno  di  Jules Maurice Gaspard (1862 -1919) 
©caterinAndemme

Incipit 

Ipazia – Charles William Mitchell

Nel  quinto  secolo  dopo  Cristo una donna fu assassinata.

Non sappiamo  molto  su di lei, se non che era bella ed era una filosofa.

Sappiamo   che fu  spogliata nuda e che fu  dilaniata con cocci  aguzzi.

Che le furono  cavati  gli occhi.

Che  i  resti  del  suo  corpo  furono  sparsi per la città e dati  alle fiamme.

E che a fare tutto  questo  furono  dei  fanatici cristiani.

L’incipit per quanto  macabro sia racconta una verità e cioè l’assassinio della filosofa Ipazia nel  marzo  del 415 dopo  Cristo.

Le stesse parole sono tratte dal  libro  di  Silvia Ronchey  Ipazia. La vera storia  di  cui  troverete l’anteprima a fine articolo.

La biografia

Sarebbe presuntuoso  da parte mia scrivere una biografia, se pur stringata, sulla figura di  Ipazia quando una semplice ricerca in rete darebbe una somma di  risultati da cui  attingere (con criterio) per avere un quadro  più esaustivo sul personaggio rispetto a quello che potrebbe dire la sottoscritta, evitando in questa maniera  di  fare dei  semplici copia e incolla 

Quindi, affidandomi alla voce di  Wikipedia, questa volta non mi limito  ad inserire un semplice link ma, concentrando  tutto in un Pdf  (scaricabile), vi offro la vita e la morte di  Ipazia secondo questa fonte internettiana .

Ipazia come l’hanno  vista al  cinema 

Locandina del film Agorà

Mi risulta che l’unica opera cinematografica   su Ipazia sia stata  Agorà del  regista  cileno Alejandro Amenàbar  con la brava (e bella) Rachel  Weisz che interpreta appunto  la povera filosofa assassinata dai  cristiani  di allora.

Il film non è piaciuto  molto  alla critica perché la storia sarebbe  stata fin troppo romanzata (con  il Vaticano  a fare la sua parte in un’azione di  boicottaggio, per fortuna non riuscita).

A parte quello  che i  critici  possono  aver detto in favore o  meno nei  riguardi  di  Agorà, il film, mi è piaciuto per la sua testimonianza contro  l’intolleranza (per le idee,  per differenza di  fede e, non ultimo, contro una donna) che non è solo  retaggio di un’epoca passata ma, e devo  dire purtroppo, è ancora il tema dominante della società attuale, non solo  nel  nostro  Paese ma in Europa e nel resto  del mondo.

 

 

Il libro 

<< C’era una donna quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto il cui nome era Ipazia.” Fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento. Fu bellissima e amata dai suoi discepoli, pur respingendoli sempre. Fu fonte di scandalo e oracolo di moderazione. La sua femminile eminenza accese l’invidia del vescovo Cirillo, che ne provocò la morte, e la fantasia di poeti e scrittori di tutti i tempi, che la fecero rivivere. Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa. Della sua vita si è detto di tutto, ma ancora di più della sua morte. Fu aggredita, denudata, dilaniata. Il suo corpo fu smembrato e bruciato sul rogo. A farlo furono fanatici esponenti di quella che da poco era diventata la religione di stato nell’impero romano bizantino: il cristianesimo. Perché? Con rigore filologico e storiografico e grande abilità narrativa, Silvia Ronchey ricostruisce in tutti i suoi aspetti l’avventura esistenziale e intellettuale di Ipazia, inserendola nella realtà culturale e sociale del mondo tardoantico, sullo sfondo del tumultuoso passaggio di consegne tra il paganesimo e il cristianesimo. Partendo dalle testimonianze antiche, l’autrice ci restituisce la vera immagine di questa donna che mai dall’antichità ha smesso di far parlare di sé e di proiettare la luce del suo martirio sulle battaglie ideologiche, religiose e letterarie di ogni tempo e orientamento>> .

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Ipazia. La vera storia di  Silvia Ronchey  

 

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Dada e Surrealismo in mostra ad Alba presso la Fondazione Ferrero

La locandina della mostra
(Paesaggio con fanciulla che salta la corda – Salvador Dalì – 1936 -)

Dadaismo  e Surrealismo: è pur sempre arte  

Se posso  essere sincera nessuna delle due correnti  artistiche nate nel Novecento  e cioè dadaismo  e surrealismo,  sono tra le forme d’arte che più mi piacciono.

Detto  questo, immaginando  che la cosa vi interessi  quanto il problema delle acciughe in Perù, l’occasione per ammirare (o  meno) le opere dei maestri  di  queste due correnti viene offerta dalla mostra Dal Nulla al Sogno  ad Alba presso la Fondazione Ferrero aperta fino  al 25 febbraio 2019.

Tra le opere esposte quelle di  Salvador Dalì, Marcel  Duchamp, Francis PicabiaMan Ray  René Magritte per citarne alcuni.

 

 

La mostra 

Le opere provengono  dalla Collezione del  Museo Boijmans van Beuningen di  Rotterdam.

Per evitare da parte mia un vergognoso  copia e incolla  lascio  volentieri la parola a Marco  Vallora curatore della mostra (nel  senso  che nel  box seguente ne troverete la descrizione).

Info 

ORARI DI  APERTURA GIORNI  FERIALI DALLE 15.00 ALLE 19.00

SABATO E FESTIVI DALLE 10.00 ALLE 19.00

GIORNI  DI  CHIUSURA TUTTI I MARTEDI E IL 24-25-31 DICEMBRE 2018 E IL 1° GENNAIO 2019

PRENOTAZIONI  (consigliabile) andando su questa pagina

OPS ….dimenticavo: l’ingresso  alla mostra è gratuito  

Alla prossima! Ciao, ciao……….

SHAKESPEARE AND COMPANY: una libreria very english a Parigi

La Ville Lumière
©caterinAndemme

Paris mon amour

E’ il sottotitolo  più scontato  che ci  sia parlando  di  Parigi, ma non posso  farne a meno considerando che una parte del mio  clan è nato nella Ville Lumière, continua a viverci e, qualcun altro…..

Quindi frequentando questa meravigliosa città posso  dire   che il Louvre è il Louvre, la Torre Eiffel è la Torre Eiffel, Notre Dame è Notre Dame e blablablainsomma luoghi che sono  universalmente conosciuti da tutti i turisti, compresi  da quelli  che provengono  da Marte ( a proposito  avete letto il mio  articolo sul  Pianeta Rosso?)

Eppure, giustificato  solo  dal  fatto che Parigi è immensa e qualcosa può sfuggire all’attenzione, vi  sono  delle piccole perle assolutamente da non trascurare o perdere, come ad esempio una libreria sulla Rive gauche 

Shakespeare and Company

L’interno della libreria: adoro questa confusione mista all’odore dei libri

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company non può essere una libreria qualunque in quanto sia nel passato  che nel presente è il luogo  ideale per incontrare di persona  scrittori più o  meno noti – quelli  che lo  sono  meno hanno la possibilità di  avere un luogo  per dormire qualche notte nella libreria in cambio di  lavoro  manuale tra gli  scaffali: una stima al  ribasso, forse esagerata, dice che dagli  anni ’50 ad oggi  vi  abbiano  dormito più di 30.000 persone  – e, quindi, partecipare agli  eventi particolari  come il sunday tea ascoltando, tra un sorso  di te e qualche biscotto, gli autori  leggere alcuni  brani  dei loro  libri o poesie.

Una breve, brevissima, storia  

Tutto inizia quando una giovane donna americana, figlia di un pastore presbiteriano, arriva a Parigi  nel 1919.

Il suo nome era Sylvia Beach  (Baltimora, 14 marzo 1887 – Parigi, 5 ottobre 1962) come prima cosa pensò ad un luogo aperto ai  giovani bohème  (per lo più scrittori  squattrinati) oltreché un punto  di  riferimento per l’incontro della cultura oltreoceano  con quella europea.

Tra l’altro lei ebbe il coraggio  e la forza di  pubblicare nel 1922 un’opera come  l’Ulisse di James   Joyce messa al  bando  in America e Gran Bretagna per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo nel 1966).

Nel 1941 Shakespeare and Company grazie agli invasori  nazisti  deve chiudere i  battenti.

Passano  gli  anni e, nel  dopoguerra,  a Parigi  arrivano  altri  giovani intellettuali, tra loro George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011)  il quale, oltre ad avere una visione tendenzialmente socialista della vita  e della società,  ama i libri quanto li poteva amare Sylvia Beach.

Nel 1951, con un capitale di 500 dollari,  George Whitman acquista nei pressi di  Notre Dame un piccolo   locale adibendolo  a libreria con il nome Le Mistral: alla morte di  Sylvia Beach, avvenuta nel 1962in suo ricordo  la libreria cambierà il nome in Shakespeare and Company.

Non poteva essere diversamente: infatti la passione per i libri  e la letteratura,  la visione di una società molto liberal che aveva George Whitman era pari a quella che poteva essere anche considerata la sua ispiratrice.

Nel solco  della tradizione anche la nuova   Shakespeare and Company  fu il luogo  dove approdarono intellettuali e artisti  spiantati, tra loro Allen Ginsberg, Henry Miller, William Burroughs (a lui  si  deve l’invenzione del  sunday tea), Bruce Chatwin e l’elenco potrebbe continuare.

In conclusione

I created this bookstore like a man would write a novel, building each room like a chapter, and I like people to open the door the way they open a book, a book that leads into a magic world in their imaginations.George Whitman

Ho creato questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo, costruendo ogni  stanza come un capitolo, e mi  piace che le persone aprano la porta nel modo in cui  aprono un libro, un libro  che conduce in un mondo  magico nella loro immaginazione

C’è una fotografia sul sito della libreria che ritrae George Whitman con sua figlia Sylvia  bambina (è lei che oggi  segue la tradizione paterna nella conduzione di Shakespeare and Company e forse il suo nome è un’ulteriore omaggio a Sylvia Beach)  dalla  quale si sprigiona un’aurea di  serenità, quasi  a dire al mondo che non è poi così difficile essere felici seguendo  ciò che si  ha in mente di  fare nel  bene (tralasciando, ovviamente, il male).

Nel 2016 è uscito il libro (dal  titolo  chilometrico) Shakespeare and Company, Paris: a history of the Rag & Bone,  shop of the hearth pubblicato dalla stessa S&C al prezzo  di 35 euro per quasi  400 pagine piene di  fotografie con tutta   la storia di  questa preziosa libreria nel  cuore della Villa Lumière (su  Amazon è reperibile).

Buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

51 anni fa un marinaio di nome Corto Maltese arrivò a Genova

 

Genova, piazza De Ferrari
©caterinAndemme

  A Genova, un giorno del mese di luglio dell’anno 1967 

Dove si  saranno incontrati Hugo Pratt e Florenzo  Ivaldi  quel  giorno?

Forse in un bar? Oppure in trattoria davanti  ad un  piatto  di  trenette al pesto?

No, non credo: molto probabilmente l’incontro  avvenne in un   ufficio o in un appartamento privato.

Comunque sia, dall’incontro dei  due protagonisti, il primo  disegnatore e fumettista l’altro  imprenditore appassionato  di  fumetti  (la stessa  passione che lo  convinse a diventare  editore)  nacque l’idea di pubblicare una rivista dedicata alle creazioni di  Hugo  Pratt, riferite al periodo   di  quando viveva e lavorava  in Argentina , oltre ad  alcuni  classici americani   inediti per il pubblico italiano amante dei  fumetti .

La copertina di Sgt. Kirk del dicembre 1967

La rivista si  chiamava Sgt. Kirk (lo  stesso  nome di uno  dei personaggi  del  fumettista Pratt), durò meno  di  due anni perché nel  febbraio   del 1969 terminò di  essere pubblicata.

A dir la verità la fine di  Sgt Kirk non fu  così definitiva a seguito di  quella data: infatti  fino  a dicembre 1969 le edizioni  mensili  furono  trenta (di  cui  solo diciotto  vendute in edicola e le altre in abbonamento).

Dopodiché, nel marzo 1973 sempre per abbonamento, la rivista divenne prima trimestrale e poi bimestrale per concludersi con il numero 55 nel giugno 1977.

L’anno  seguente, questa volta con il  Gruppo  Editoriale Lo  Vecchio, il mensile riuscì a proseguire la sua avventura ancora per sei numeri, cessando  definitivamente la sua esistenza con il numero 61 nell’anno 1979 (escludendo un edizione speciale in mille copie nel 1997 per il suo trentennale).

Una ballata del mare salato

Dunque è Corto  Maltese il romantico  eroe che approda sulle pagine di  Sgt. Kirk  legando  il suo futuro  destino ad una storia che in molti  vedono  come il capostipite della graphic novel italiana: Una ballata del  mare salato.

A dir la verità, essendo Sgt. Kirk  una rivista d’elite –  nel  senso  che i lettori sono appena alcune  migliaia e che in edicola  si  fa sentire la concorrenza con la  rivista Linus, nata due anni prima e cioè nel 1965 – non potrà essere quel trampolino  di  lancio affinché Corto  Maltese possa ampliare il suo  pubblico.

Ciò avviene quando Una ballata del  mare salato verrà pubblicato  a puntate sul settimanale Corriere dei Piccoli nel 1969 (Hugo  Pratt collabora dal 1962 con il settimanale realizzando per esso la riduzione in fumetti  di  alcuni  classici  della letteratura per ragazzi  quali L’isola del  tesoro  e Il ragazzo  rapito  dello  scrittore Robert Louis Stevenson).

Con  Mondadori, nel 1972, la prima avventura di  Corto  Maltese viene riunita in un unico  volume (con ristampe nel 1975 e 1979) e nel  titolo un cambio  di  articolo  da indeterminativo  a determinativo: infatti Una ballata del  mare salato  diventerà La ballata del  mare salato (chissà perché?). 

Sarà poi la volta della Casa editrice Rizzoli che, pubblicando  nel 1983 il mensile Corto  Maltese, rilancerà Una ballata del mare salato  (quindi  con il titolo  originale)  sempre a puntate fino ad un’edizione in volume brossurato  nel 1991.

Ovviamente dopo  il 1991 Una ballata del mare salato  vedrà altri  editori avvicendarsi  nella pubblicazione dell’opera di Hugo Pratt  (vi è  anche un formato pocket, cioè delle dimensioni  di un mazzo  di  carte), ma quello  che rimane rileggendo le tavole di  Corto  Maltese è una malinconica atmosfera di  avventure d’antan  (non limitate, quindi, alla prima della serie dedicata a   Corto  Maltese) che non ha eguali  nel mondo  dei  fumetti.

Hugo Pratt, infine,  confessò che l’ispirazione per costruire la storia di  Una ballata del  mare salato (e il suo interesse per i  Mari  del Sud) gli  venne leggendo  Laguna Blu  dello  scrittore irlandese Henry De Stacpoole.

Comunque sia nel prologo a Una ballata del mare salato, Hugo  Pratt aveva già in mente la malinconica fine di  Corto  Maltese, infatti in una immaginaria lettera  datata 16 giugno  1965 scritta da uno  dei personaggi  si  legge:

…lo  zio Tarao   è morto. ha lasciato un enorme vuoto  tra noi, ma è soprattutto per lo zio  Corto che ora mi preoccupo. quei  due si  comprendevano  perfettamente ed erano inseparabili. Ora, quando  vedo  zio  Corto starsene seduto  solo in giardino con gli occhi  spenti di  fronte a quel  suo  grande mare, mi  si  stringe il cuore. I bambini cercano  di  fargli  compagnia, ma lui  quasi non se ne accorge..

Una piccola curiosità: all’uscita di  Una ballata del  mare salato alcuni  veneziani  si  sentirono offesi  perché Hugo Pratt fece parlare gli indigeni protagonisti  del  fumetto  con il dialetto  veneto (eppure la Lega Nord nel 1967 doveva ancora nascere) 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di Una ballata del mare salato