Amelia Earhart: la (ormai) certa conclusione di un mistero

AEarhart
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Mistero: una definizione 

Quanto rimane escluso dalle normali possibilità intuitive o conoscitive dell’intelletto umano o ne preclude un orientamento ragionevole, provocando una reazione di incertezza non necessariamente ansiosa né penosa, talvolta non priva di fascino

non priva di  fascino: è tutta in questa frase il perché del fatto  che siamo  attratti dal mistero.

Quindi  oggi voglio  scrivere di un  mistero  lungo ormai  ottantuno  anni, quello  della scomparsa di un’aviatrice, una donna coraggiosa che si  chiamava Amelia Earhart 

La storia che inizia dalla fine 

E’ il 2 luglio 1937 quando dalla pista dell’ aeroporto  di  Lae (capoluogo della provincia di  Morobe, Papua Nuova Guinea) decolla l’Electra con a bordo  l’aviatrice Amelia Earhart e il navigatore Fred Noonan.

La loro  prima destinazione è l’isola di Howland, un atollo  disabitato nell’Oceano  Pacifico: una delle tappe del progetto di  circumnavigazione del  globo.

La loro  ultima posizione venne rilevata dalla nave della Guardia costiera americana Itasca che aveva, appunto, il  compito  di  guidare l’Electra nella fase di  atterraggio

Quello che segue è la trascrizione delle parole che   Amelia Earhart  usò per comunicare con la nave Itasca il 2 luglio alle ore 7.42:

Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi — ma il carburante si sta esaurendo. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1.000 piedi

Numerosi operatori  radio, sparsi  tra il Pacifico  e le coste degli  Stati  Uniti, furono  testimoni degli ultimi  messaggi  radio partiti  dall’Electra., ma quello  che  dissero  di  aver ascoltato  attraverso le loro  apparecchiature furono solo segnali deboli ed inintelligibili, alcuni dei  quali ritenuti  non riconducibili alla voce dei  due piloti.

Il presidente Roosevelt autorizzò immediatamente la partenza dagli  Stati Uniti di nove navi con a bordo alcuni  aerei  per la   ricognizione che raggiunsero   la zona solo  cinque giorni  dopo e cioè il 7 luglio.

Alla ricerca parteciparono  anche due navi  giapponesi: la Koshu  impiegata per ricerche oceanografiche, e la Kamoi una nave appoggio  per idrovolanti.

Le ricerche terminarono il 19 luglio.

Il 5 gennaio 1939 Amelia Earhart e Fred Noonan  vengono dichiarati  legalmente morti.


Nell’edizione del  19 luglio 1937 il periodico Life dedicò un articolo  alla tragedia dell’Electra

 

Dalla fine la storia continua per  (forse ) concludersi 

Nel 1940 sull’isola di  Nikumaroro nel Pacifico, fu  ritrovato uno scheletro parziale ritenuto come quello  di un naufrago.

Quei  resti  furono inviati  l’anno  dopo a un laboratorio  forense britannico  nelle Figi, il quale stabilì che le ossa con molta probabilità appartenessero  ad un uomo.

Nel 1998, cioè decenni  dopo le prime analisi  e con tecnologie all’avanguardia rispetto  a quelle utilizzate nel 1941, antropologi  francesi stabilirono  che le ossa potevano  anche  appartenere  a una donna, ma non che fossero quelle du Amelia Earhart.

Questo però fu  sufficiente affinché nello  stesso  anno  1998, la TIGHAR (The International Group for Historic Aircraft Recovery) approntò un progetto per scoprire la verità sulla tragica scomparsa di  Amelia Earhart e di  Fred Noonan.

Dopo  diverse campagne di  ricerca succedutesi negli  anni, vi fu una prima conclusione che:

 Amelia Earhart e Fred Noonan, virarono  a sud rispetto alla rotta prestabilita, atterrando sull’isola di Nikumaroro  nell’odierna    Repubblica delle  Kiribati, Pacifico  centrale .

Da quel punto  i due mandarono più messaggi  di  richiesta d’aiuto  (probabilmente i  messaggi  captati  dai  radioamatori)  utilizzando l’energia ricavata dal motore dell’aereo fino  a quando l’alta marea non trascinò via il veicolo.

Nel luglio  dello  scorso anno  i ricercatori che si occupano del progetto presentarono  il  risultato  di un’attenta analisi  delle comunicazioni  radio intercettate dai  radioamatori contestualizzandole con quelle ambientali  del periodo (analisi  delle maree).

Il poderoso  report (Pdf) ha come conclusione più che un’ipotesi una certezza: Amelia Earhart e Fred Noonan morirono, dopo  l’incidente per stenti o ferite riportate, sull’isola di  Nikumaroro.

Inoltre, a voler mettere fine alla vicenda, lo scorso  anno la rivista Forensis Antropology pubblicò una ricerca del professor Richard Jantz dell’Centro  di  Antropologia Forense dell’Università del  Tennessee il quale, utilizzando  un software da lui  stesso  creato (Fordisc), è riuscito  a stabilire, partendo  dalle precedenti  misurazioni dei  resti ossei, l’età e la statura della persona in vita: il confronto  con le foto di  Amelia Earhart (quindi  la misurazione della sua statura) comparato  con campioni di  riferimento, hanno portato  alla conclusione quasi  certa che  lo  scheletro era quello  della sfortunata aviatrice.


L’analisi forense

 

L’errore di  History  Channel 

Amelia Earhart era una spia americana? Venne catturata dai militari  giapponesi  e morì in una prigione a Saipan? Il governo  americano  secretò tutta la vicenda?

History Channel per realizzare il suo  documentario Amelia Earhart: the lost evidence partì dalla foto visibile a lato  tratto  da un vecchio libro  fotografico  giapponese: i due personaggi  evidenziati  erano, secondo gli autori  del programma, Amelia Earhart e Fred Noonan dopo  la loro cattura su  di una banchina dell’atollo di  Jaluit (Isole Marshall)  controllate dai  giapponesi .

Peccato  che il blogger giapponese Kota Yamano, esperto  di  storia militare, dalla pagina del  suo  sito, dopo un’accurata ricerca in rete, ha dichiarato che quella foto è tratta da un libro  edito  nel 1935: cioè due anni prima della scomparsa di  Amelia Earhart.

Tutto qui (e buon fine settimana)

Alla prossima! Ciao, ciao……….


Amelia al  cinema

Nel 2009 la regista Mira Nair diresse il film Amelia con Hilary  Swank ad interpretare il ruolo  dell’aviatrice e che per questo  film ha vinto il premio migliore attrice all’Hollywood Film Festival 2009

 

Maria Sybilla Merian pittrice e naturalista

Metamorfosi di una farfalla (1705)
Maria Sibylla Merian

Approdare in una terra sconosciuta dopo  aver attraversato un mare di parole

Decisamente lungo  come sottotitolo ma appropriato, secondo il mio  stile personale di  scrittura,  per descrivere quella sensazione che provo ogni  qualvolta entro in un una libreria, ma anche tra  le bancarelle di  libri  usati, scoprendo nuovi  autori come, appunto, fossero nuove terre  da esplorare in mezzo ad un mare fatto  di  parole.

Così è stato  quel  giorno  del novembre dello  scorso  anno (a ben  vedere solo  un paio di  mesi  fa) entrando  nella nuova libreria Il Libraccio di  via Cairoli a Genova dove ho incontrato (metaforicamente)   per la prima volta Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno, 2 aprile 1647 – Amsterdam, 13 gennaio 1717)  attraverso  l’acquisto di una sua opera: La meravigliosa metamorfosi  dei  bruchi. 

Tra il XVII e il XVIII secolo Maria Sibylla Merian diventò il punto di riferimento e il termine di paragone per naturalisti e illustratori del vecchio continente. Figlia dell’editore e incisore Matthäus Merian, occupò la difficile posizione di ricercatrice in un ambiente esclusivamente maschile. I suoi studi, compiuti da autodidatta, sfidarono la credenza che gli insetti (considerati “bestie di Satana”) fossero il risultato di una generazione spontanea originata dalla putrefazione. Si dedicò in particolare allo studio dei bruchi, ne osservò i comportamenti, scoprì che nascevano da uova e ne seguì la metamorfosi da bozzoli in farfalle, disegnandone le diverse fasi. Nacque così “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi”, pubblicato la prima volta in due volumi – nel 1679 e nel 1683 -, in cui Merian illustrò, con testi dettagliati e stupende incisioni acquarellate, l’evoluzione di oltre cento specie di farfalle. In questa edizione sono state selezionate settanta tra le tavole più suggestive di un’opera il cui valore oggi appare in tutta la sua pioneristica, magnifica visionarietà.

 

Una biografia in  poche parole 

Maria Sibylla Merian aveva scritto  di  sé:

Ritratto di Maria Sibylla Merian
Georg Gsell (1710)

Fin dalla giovinezza mi  sono dedicata allo  studio  degli insetti. Ho principiato con i bachi  da seta nella mia città natale, Francoforte. Poi ho constatato  che da altri  bruchi che non i  bachi  da seta si  sviluppano  farfalle diurne e notturne molto più belle, ed è ciò che mi ha spinto  a raccogliere tutti i bruchi che riuscivo  a trovare per osservarne la metamorfosi.

Per questo mi sono ritirata da ogni umana società dedicandomi  soltanto  alle mie ricerche. Ma, per disegnarli e descriverli  tutti  dal vero, ho  voluto  nel  contempo  esercitarmi anche nell’arte della pittura; così pure dipingevo  per me stessa su pergamena, con la più grande precisione, tutti  gli insetti  che riuscivo  a trovare, dapprima a Francoforte,  poi a Norimberga.

E’  capitato  che li  vedessero  alcuni  amatori, i quali  hanno insistito  con molta premura affinché pubblicassi  le mie esperienze per offrile alla vigile considerazione e al  diletto  degli  studiosi  della natura.

Mi sono infine lasciata convincere, e ho provveduto  io  stessa a incidere le tavole.  

La voglia di  conoscenza unito ad uno  spirito da avventuriera la fa imbarcare ad Amsterdam, nel 1699 quando  lei  aveva cinquantadue anni,   su  di una nave della Compagnia delle Indie occidentali diretta verso il Suriname (allora chiamata Guyana olandese) con lo scopo  di  ritrarre dal vivo gli insetti  del luogo.

Prima di intraprendere questo lungo  viaggio  di otto  settimane, non certo  con le comodità offerte  dalle odierne crociere e con il malanimo dei marinai pe una donna a bordo, lei  fece testamento in favore delle due figlie (Dorothea Maria, la più piccola, la seguirà in questo  viaggio)

Le due figlie, Johanna Helena e Dorothea Maria, nacquero dal matrimonio con il pittore Johann Andreas Graff che lei sposò  nel 1665 all’età di  diciotto anni.

Divorzierà dal  marito nel 1685.

Lo sguardo dell’artista è  anche quello  di una donna rivolto alle miserie di una condizione femminile resa ancor più pesante dal  colonialismo.

Infatti, scriverà nel  suo libro  Metamorfosi degli insetti del  Suriname (1705):

<<Il seme di  Flos pavonis (Caesalpinia pulcherrima) è usato  dalle donne durante il travaglio perché le fa subito  partorire. Le Indiane schiave degli olandesi, essendo  trattate con moltissima durezza, se ne servono per abortire, perché non vogliono  mettere al mondo bambini che nascerebbero  soltanto per essere miseri  come loro>>

Maria Sibylla e il labadismo 

Nel 1667 il fratello  Caspar Merian si unì in Olanda ai  seguaci del labadismo (comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Jean de Labadie e che si  ispirava al  ritorno  di un cristianesimo delle origini).

Caspar Merian insieme ad altri  adepti  si  stabilì nel  castello  di  Waltha, in Frisia, ed è qui che, nel 1685, la raggiungerà la sorella Maria Sybilla subito  dopo  il divorzio.

All’interno  della comunità lei  troverà delle regole molto  severe imposte ai  convertiti e cioè donare i propri  averi (la proprietà privata non è riconosciuta) con la totale pratica di una vita collettiva improntata alla povertà, castità e obbedienza.

Inoltre non veniva riconosciuto la validità dei  matrimoni con persone al di  fuori del credo imposto  dall’ex gesuita: questo, però, permise a Maria Sibylla di  riprendersi il suo nome da nubile.

A lenire l’eccessiva rigidità delle norme imposte alla comunità, bisogna aggiungere che alle donne era data la parità dei  diritti come quelli  degli uomini e, inoltre, venivano  anche accettate le donne sole in contrasto  con la moralità e la società dell’epoca (inutile dire che ancora oggi  tale parità non è totale nella nostra società).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del  libro Flowers, butterflies and insects di Maria Sybilla Merian

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
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Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Mindfulness: meditazione prêt-à-porter

Neuro Nature
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La vita è simile alla logica fuzzy 

Pur esagerando vorrei che teneste presente che le nostre vite possono oscillare tra due poli opposti: la grande fortuna e la sfiga più nera.

Cioè possiamo ereditare una fortuna da un lontano  parente che nemmeno sapevamo  di  avere, oppure essere colpiti da un sasso cosmico che, guarda un po’, sceglie la nostra testolina per terminare la sua corsa.

Naturalmente tra  due eventi (non necessariamente quelli  descritti  nell’esempio) se ne pongono tantissimi altri in un continuum molto ben descritto dalla logica fuzzy (o logica sfumata, la stessa che troviamo  nella tecnologia delle moderne lavatrici).

In ogni  caso  ci  siamo  assicurati una dose quotidiana di  stress che, se protratta nel  tempo o ingigantita per fattori  psicologici della persona, può causare disagio sia fisico  o mentale.

Quindi  cosa fare?

Imbottirci  di  psicofarmaci  è fuori  discussione come, del  resto, fare ricorso  a  sostanze psicotrope: non ci  resta che la meditazione.

Si, d’accordo:  fa molto  zen, ma non c’è bisogno di  rinchiuderci in un monastero buddista in Tibet e fare tutto il giorno Ommm, seduti  nella posizione del loto (padmasana: è questo il termine originale) nutrendoci  con una ciotola di  riso, perché possiamo affidarci alla Mindfulness 

Prima di  continuare un piccolo  ripasso sul funzionamento del  cervello 

Nel 1890 lo psicologo  e filosofo  americano William James  dopo  aver fatto  alcune ricerche sul cervello  e la rete neurale che lo  compone scrisse queste semplici  parole:

La materia organica, specialmente il tessuto  nervoso, sembrano  dotati  di un grado  di plasticità davvero straordinario.

L’affermazione in pratica sosteneva che il cervello degli  esseri umani non era un qualcosa di  statico ma, anzi, presentava la capacità di modificarsi anche con l’avanzare dell’età dell’individuo.

Purtroppo  la scienza non era ancora pronta a recepire l’intuizione di William James tanto  che, sedici  anni  dopo, il premio Nobel per la medicina venne assegnato al patologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal il quale, contrariamente alla tesi  dello  psicologo  americano, dichiarò perentoriamente:

Le vie nervose dell’individuo  adulto  sono un qualcosa di  fisso, compiute ed  immutabili.

Il dogma del premio  Nobel fu  presa alla lettera dalla quasi  totalità dei  neuroscienziati finché, in epoca più recente, la moderna neurologia arrivò (finalmente) a scoprire la neuro  plasticità del cervello, ovvero: la capacità dei  neuroni di  creare nuovi  circuiti modificandone la specializzazione alla quale erano  destinati inizialmente.

I libri  sull’argomento 

La lista dei  libri  sull’argomento  è molto  lunga e, tra questi, ne ho  scelti  due.

Nel  2007 Sharon Begley, giornalista scientifica del  New York Times e fondatrice della rivista Science Journal, pubblicò il libro Train your mind change your brain (La tua mente può cambiare –  Mondadori  Editore) con la prefazione del  Dalai Lama e dello  psicologo  e giornalista  Daniel  Goleman  

Là dove i confini  tra corpo  e mente si  fanno fluidi e perdono la propria rigidità, la scienza occidentale incontra  ciò che ha sempre avuto cura di  tenere a distanza: la spiritualità del  buddismo tibetano, le sue pratiche ascetiche e meditative, la sua dottrina. Gli studi  effettuati  sulle scimmie di  Silver Spring, le ricerche della scienziata Helen Neville   (deceduta nell’ottobre dello scorso anno) sui  pazienti  ciechi  o le ore trascorse in meditazione dagli yogi eremiti sulle alture sopra Dharamsala dimostrano  la stessa comprovata verità: le reti  neurali  del nostro  cervello possono  adattarsi  a svolgere compiti diversi  da quelli per cui  soo  nate e  la nostra volontà, così come l’esercizio, gli  affetti  e l’ambiente che ci  circonda possono influenzarne lo sviluppo

Quindi, come una qualunque attività sportiva, anche la mente può essere allenata e ritrovare stati  di  benessere senza nessun apporto  farmacologico.

Questa è quanto  la Mindfulness  insegna:   avere la consapevolezza delle proprie sensazioni  corporee, psicologiche e spirituali nello  stesso  attimo  che si manifestano.

Le tecniche di meditazione sono diverse, ma riconducibili  a due categorie principali: quella in cui  lo stato  di  concentrazione si  raggiunge attraverso  l’attenzione sul proprio  respiro o  oggetti  di pensiero  specifici, e quella non direttiva in cui  la concentrazione è spontanea, diretta ancora una volta sulla respirazione o  sull’ascolto  di un suono, dove la mente, nel  frattempo, è libera di  navigare in ogni  direzione.

Quest’ultimo  tipo di  meditazione è quella che da più spazio all’elaborazione di  ricordi  ed emozioni e sembra avere un ruolo  specifico  nel  riposo da come è stato  dimostrato  attraverso  analisi di  soggetti  sottoposti a risonanza magnetica del  lobo  temporale mediale destro  deputato, appunto, al  riposo.

Il secondo libro è del  biologo  e scrittore statunitense Jon Kabat – Zinn: Vivere momento per momento (anteprima alla fine dell’articolo) a differenza del  primo  può essere letto  come una semplice, ma non meno interessante, guida per praticare la mindfulness, ed infatti  nella prefazione scrive: 

Mindfulness significa prestare attenzione in particolare: con intenzione, al momento presente, in modo  non giudicante.

Descrivendola, quindi, come un modo  per coltivare una piena presenza all’esperienza del momento, al  qui  e ora.

Lo stress sembra ormai la condizione abituale di vita: toglie le energie, mina la salute, e rende più vulnerabili agli attacchi di panico, alla depressione, alle malattie. Questo è un libro sulla meditazione terapeutica per combattere lo stress e per raggiungere un più alto livello di benessere e di salute. Le tecniche su cui si basa affondano le radici nella tradizione buddista ma sono applicabili in qualsiasi contesto e orizzonte spirituale; non consistono in una serie di aride prescrizioni, ma insegnano a servirsi dei punti di forza che ciascun individuo possiede per contrastare tutti quei disturbi provocati o connessi con una condizione di stress. Il percorso della meditazione seguito e insegnato da Kabat-Zinn approda a una profonda autoconsapevolezza che apre la mente a un modo nuovo e più sereno di pensare alla salute e alla malattia, al lavoro e alla vita di relazione. E la descrizione di numerosi casi raccolti in decenni di lavoro come medico esemplificano le tecniche di meditazione e di rilassamento proposte, agevolandone la comprensione ai lettori.
Pubblicato per la prima volta nel 1990, «Vivere momento per momento» è un grande classico della mindfulness, che l’autore ha deciso di riproporre completamente aggiornato e ampliato sulla base degli studi più recenti sulla scienza della mindfulness.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


Anteprima del  libro Vivere momento per momento  di Jon Kabat- Zinn

 

Le Tavole di Courmayeur: le regole da seguire per chi frequenta la montagna (e non solo)

Piano del Valasco (Comune di Valdieri) / Parco naturale delle Alpi Marittime 
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Considerazioni dietro a una domanda

<<Come mai, secondo te, gli italiani arrivarono in ritardo  rispetto  ai  francesi  e noi  inglesi nella conquista delle Alpi?

E soprattutto, perché in Italia la cultura delle montagne non è particolarmente diffusa neppure oggi? Così almeno  mi  è sembrato  di  capire. A parte gli  alpinisti  e chi  le frequenta, fuori  da quest’ambito sembra esserci  disinteresse, un po’ d’ignoranza.

Mi sbaglio?>>

Questa domanda venne posta da Laura McCaffrey, direttrice   della rivista Outdoor,  un giorno della primavera 1993 a Marco  Albino Ferrari   durante un’escursione in Val Ferret.

Marco  Albino  Ferrari, che ricordo  essere stato  fino  all’anno  scorso (cioè pochi  giorni fa) il direttore della rivista Meridiani  e Montagne e della quale ricoprirà il ruolo  di  direttore scientifico, riportò la domanda nel  suo libro  Alpi  segrete con una risposta che in effetti era un’altra domanda:

“Perché noi  italiani – pur abitando un territorio che per il 54 per cento è montuoso – abbiamo  una così scarsa cultura delle Terre Alte? Perché  solo  gli  alpinisti e coloro che la frequentano conoscono  il mondo  delle montagne, la sua storia, la sua epica?

Naturalmente, sia lui  che Laura McCaffrey potrebbero dare una risposta molto più approfondita di  questa mia mia semplice considerazione: non c’è interesse a divulgare la cultura delle Terre Alte perché non vi è un tornaconto economico, il più delle volte, oppure, se questo esiste,  rimane nell’ambito di uno sfruttamento  del  territorio  (piste da sci, alberghi, impianti  di  risalita e blablabla )  che non ha nulla a che vedere con la conoscenza dell’ambiente montano  in tutti  i  suoi  aspetti culturali, ecologici e naturalistici.

Camminare è bello, ma farlo  con rispetto lo è ancor di più 

Non sono  una alpinista anzi, come scriveva Enrico  Brizzi nel libro  Il sogno  del  drago  (di cui   ho  già scritto in quest’articolo) , sono piuttosto un’orizzontalista (per il significato  vi  rimando  all’articolo citato in precedenza) con una certa esperienza  fatta di cammini per sentieri e carrarecce in montagna, in mezzo  ai  boschi,  qualche volta le suole dei miei scarponcini hanno macinato  chilometri  anche sull’asfalta nelle tappe di  avvicinamento, ho incontrato quindi molte persone che amano  come me   camminare e godere di  ciò che la natura offre e insegna.

Eppure, di  rado per fortuna , sono stata testimone di episodi  riprovevoli come, ad esempio, spazzatura non raccolta per essere riportata a valle, mezzi motorizzati che scorrazzano dove esiste un divieto per essi, raccolta di  fiori e pianticelle che hanno il destino  di  seccarsi in casa e quindi  diventare elemento per la raccolta dell’umido,  ciclisti  che si  lanciano  a rotta di  collo giù per i sentieri magari travolgendo la povera escursionista (indovinate chi?) che ignara della loro presenza se li ritrova dietro una curva, cacciatori (si, anche loro) che ti guardano  come se tu  fossi una derelitta  che (chissà perché)  se ne va in giro  per i sentieri con uno  zaino e ancora blablabla.

Risolto in poche righe questo mio sfogo lascio  subito  lo spazio all’elaborazione di una serie di  regole per chi  frequenta le montagne (dall’escursionista all’alpinista, dall’arrampicata sportiva all’uso  della mountain bike)  frutto della passione di un uomo, ingegnere e accademico  del  Club Alpino Italiano e cioè Giovanni Rossi   (purtroppo  scomparso il 3 aprile 2018) che le ha codificate in un testo che prende il nome di Tavole di  Courmayeur (vedi il box seguente) e di  cui  si parlerà in un workshop nella prossima primavera a Courmayeur (e dove se no?).

Alla prossima Ciao, ciao……. 


 Le tavole di  Courmayeur 

 


Alpi segrete di  Marco  Albino Ferrari (anteprima)

Visto che ho  parlato  di  questo  libro (molto bello  ed interessante) eccovi l’anteprima e descrizione:

Pochi sanno delle Alpi segrete. Eppure lassù si nascondono itinerari e storie che non si faranno dimenticare. “Le Alpi segrete sono isole meno note del grande arcipelago alpino. Isole dove sopravvive la convinzione che esistano tipi fisici speciali, o dove si trovano i segreti di vecchi alpinisti, o dove ricompare l’orso, o dove si riscoprono antiche chiese affrescate. Le Alpi segrete sono spazi sfuggiti a quel turismo che mira alla definizione di rassicuranti stereotipi. Sono invisibili perché programmaticamente ignorate dalla nostra cultura.” Quando si dice Alpi, i più pensano subito alle solite (poche) cime famose: il Cervino, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, le Dolomiti. Oppure alle località più alla moda. In realtà questi luoghi dell’industria del turismo non sono che spazi circoscritti. Oltre alle montagne da cartolina, si apre, infatti, il vasto ‘mare alpino’, un mondo appartato, in gran parte sconosciuto. Marco Albino Ferrari, che nel corso degli ultimi vent’anni ha percorso quelle vallate e quelle cime, racconta le loro storie e ci accompagna fra meraviglie ormai destinate a sparire nell’oblio, fra i ricordi dell’antica società montanara e l’epica della scoperta delle alte quote. 

Il genio di Hedwig Eva Maria Kiesler

HLamarr 
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Hedwig Eva Maria Kiesler 

Se il nome di  questa donna non vi  dice nulla allora proverò ad aiutarvi con una sua frase che ne esaltò il carattere non convenzionale allo  stereotipo  della donna oggetto :

<<Non è difficile diventare una grande ammaliatrice: basta restare immobili e recitare la parte dell’oca>>.

A questo punto questi pochi indizi conducono  ad un nome d’arte certamente più noto  del precedente: Hedy Lamarr (Vienna, 9 novembre 1914 – Altamonte Springs, 19 gennaio 2000).

Hedy Lamarr attrice  

1933: nelle sale fumose dei  cinema d’allora (immagino che all’epoca si potesse fumare in sala ) esce un film che darà scandalo: Exstase Estasi  se mai  occorresse una traduzione in italiano – del regista ceco Gustav Machatý: fu una scena di  nudo integrale dell’attrice e  quella di un orgasmo al  femminile  a far intervenire la censura, tanto  che:

Alla première del  film tenutosi a Vienna il 18 febbraio 1933 la pellicola viene pubblicizzata come un’erotica rappresentazione di  disinibiti  impulsi  sessuali.

Non è certo per questa erotica rappresentazione del  sesso che il film non piace al pubblico e alla critica, ma piuttosto  per quel personaggio  femminile, Eva interpretato  da Hedy Lamarr, vive liberamente la propria sessualità a dispetto della moralità del tempo.

In Germania in un primo  tempo la censura proibì Exstase e  solo  nel 1935 ne autorizzò la visione ma con pesanti  tagli  e con un nuovo  titolo: Symphonie der Liebe (Sinfonia d’amore).

Non furono solo  i  censori del  nazismo a proibire o a mutilare il film: negli Stati Uniti la magistratura dapprima ne ordina la distruzione delle copie sequestrate (un po’ come è accaduto  a Ultimo  tango  a Parigi  di Bernardo  Bertolucci) perché contro  la morale in quanto viene raccontato un amore illecito tra una donna sposata e il suo  amante poi, quando  la casa di  distribuzione Eureka Production vince la causa in appello  contro  il sequestro, il film verrà proiettato con una voce fuori  campo  che informava il pubblico del  fatto che Eva avendo  divorziato  dal marito poteva risposarsi  con Adam (e fare  liberamente sesso  con lui…questo l’ho aggiunto io)

Naturalmente la filmografia di  Hedy Lamarr non limitandosi a quest’unica pellicola è molto ampia ed io che sono un po’ pigra non avendo  voglia di  farne un lungo  elenco  vi  rimando  su questa pagina del  sito IMDb dove troverete tutte le informazioni  a riguardo (ma poi ritornate qui!)

Il brevetto 2 292 387 

Prima di  diventare attrice Hedy Lamarr aveva una passione per l’ingegneria, messa poi da parte per l’altra che riguardava cinema e teatro.

Ma il genio scientifico  che covava in lei  la fece appassionare alla tecnologia legata ai  segnali  radio e al  telecontrollo.

Così, un giorno del 1941, durante un party ad Hollywood , incontrò il compositore francese George Antheil e da qui l’idea di  quell’invenzione che sarà alla base  della tecnologia wi-fi.

Adesso non credo  assolutamente che un uomo come George Antheil incontrando una bella donna come poteva essere Hedy  Lamarr, per di più durante un party  ad Hollywood, per far colpo su  di lei si  mettesse a discutere di problemi  di ingegneria, quanto piuttosto sono  propensa ad un’altra storia più autentica e cioè che entrambi furono colpiti dalla vicenda di una nave con bambini orfani a bordo affondata da un U- Boat nazista e, quindi, pensarono di  trovare un sistema di  trasmissione criptata nelle frequenze radio.

La scoperta fondamentale di Hedy Lamarr  e George Antheil fu che la trasmissione di onde radio poteva essere trasferita da un canale radio all’altro a intervalli di tempo regolari in una sequenza di successione dei canali nota soltanto al trasmettitore e al ricevitore. Per adottare una sequenza sincronizzata e concordata nel cambio dei canali, Antheil suggerì di adottare un sistema (vero e proprio rudimentale codice macchina) simile a quello dei rotoli di carta perforati adoperati nelle pianole meccaniche.

I due inventori  presentarono il loro  progetto  al National Inventors Council di  Washington che lo  brevetterà l’anno  successivo, quindi  nel 1942, con il numero 2 292 387 ritenendolo…perfettamente inutile.

Nel 1962, quando il brevetto era ormai  scaduto  da tre anni, la marina militare degli  Stati Uniti utilizzò questa tecnologia per la comunicazione tra le navi  impiegate nel  Blocco  di  Cuba 

Solo in seguito  a Hedy Lamarr vengono dati  i dovuti  riconoscimenti per la sua invenzione: dall’Electronic  Frontier Foundation che la conferì  il  Past Pioneer Award nel 1997 mentre l’Austria, quasi  dieci  anni dopo e cioè nel 1998, la insignì  con la Medaglia Kaplan massima onorificenza che il Paese riconosce a coloro  che si  sono  distinti  nelle invenzioni

Google nel 2015 celebrò Hedy Lamarr attrice e inventrice con questo  video

 

 Arriva il maledetto  Viale del  Tramonto 

Anche per Hedy Lamarr , come altre dive del cinema, la fine della carriera coincide con un triste epilogo che la vede affrontare sia la realtà di una bellezza che svanisce con gli  anni (anche per via di interventi plastici  mal  riusciti),   una progressiva cecità e un periodo  di povertà superato dal  risarcimento di una causa intrapresa contro  la software house Corel rea di  aver utilizzato una sua immagine senza autorizzazione per la pubblicità del programma di  disegno  vettoriale CorelDraw.

Hedy Lamarr muore il 19 gennaio  del 2000 per crisi  cardiaca.

Rispettando la volontà della madre, il figlio Anthony porterà le ceneri in Austria per disperderle tra le montagne della  Selva Viennese 

 Da donna a donna per ricordarla

Negli anni’90 la rivista Forbes contattò Hedy  Lamarr per un’intervista riguardo  al  suo  brevetto:  da questa intervista è nata l’idea di un film documentario  sulla sua vita Bombshell – The Hedy Lamarr story diretto da Alexandra Dean e prodotto  da Susan Sarandon.

Il film venne presentato  nel 2017  a New York  durante il Tribeca Film Festival suscitando molto interesse tra il pubblico.

Il film riscopre la spregiudicata enfant terrible di Holly­wood, Hedy Lamarr, nota per i suoi matrimoni e le sue numerose storie d’amore con vari noti uomini del tempo, da Spencer Tracy a JFK. Primo scandalo della storia del cinema, con un nudo integrale, Hedy sposa (primo di sei mariti) un collaborazionista nazista, lo lascia e fugge a Hollywood dove diventa una star del cinema nota per essere “la donna più bella del mondo”. Tante canzoni sono state scritte sulla sua bellezza, i personaggi di Biancaneve e Cat Woman sono stati disegnati traendo da lei ispirazione. Ma Hedy aveva una passione segreta. Durante la Seconda guerra mondiale, impiegava il suo tempo libero studiando una tecnologia di trasmissione del segnale che verrà poi chiamata “spread spectrum” e usata nella telefonia e nelle reti wireless.  Il film rivela dunque un lato nascosto della sua vita, l’amore per la matematica e la tecnica, e ci fa scoprire che, grazie alla sua mente brillante, nel 1940 Hedy Lamarr, all’insaputa di tutti, contribuì a inventare la tecnologia che cambiò il nostro mondo.  

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……….

P.S. questo  è il mio  primo  articolo del 2019: anche se con un po’ di  ritardo vi  auguro un Felice Anno

Qui si parla di percezione aptica e di storie che non si conoscono

Il gatto e il canarino
© caterinaAndemme

Percepire le cose attraverso il tatto 

Percepire le cose attraverso  il tatto ha un suo nome scientifico e cioè percezione aptica.

La percezione aptica è il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto. La percezione aptica deriva dalla combinazione tra la percezione tattile data dagli oggetti sulla superficie della pelle e la propriocezione che deriva dalla posizione della mano rispetto all’oggetto (definizione tratta da Wikipedia)

Quanti  di  voi  lo  sapevano  già?

Questo non lo  saprò mai. ma posso  confessare  che per me percezione aptica aveva lo  stesso valore riguardo  la  mia  conoscenza  della lingua Klingon (Star Trek docet): ancora oggi non parlo  la lingua Klingon, ma, grazie alla segnalazione di un amico, conosco cosa s’intende per percezione aptica e cosa si può fare per aiutare coloro  che hanno  bisogno  del tatto per leggere.

Utilizzando il   traduttore italiano – klingon (giuro  che esiste) vi voglio  dedicare questa frase :

HItlha’ Suvmo’ ghIlDeSten je ‘e’ qaS jaj SoHvaD je pIq vItul 

Non essendo però sicura di  una traduzione in italiano corretta (e volendo  evitare malintesi) lascio  tutto  alla vostra fantasia.

Un aiuto ai  non vedenti  per la lettura dei libri

Gemma Carolina Bettelani

La giovane (e bella)  ragazza nella foto  si  chiama Gemma Carolina Bettelani, ha ventisei  anni ed è nata a Sarzana.

E’ una dottoranda del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione di Ricerca dell’Università di  Pisa e lavora presso il Centro  di  Ricerca E. Piaggio della stessa università (insomma, quello  che comunemente viene definito  come un cervello  che funziona al meglio delle possibilità).

Quest’anno si è aggiudicata un premio, sotto  forma di finanziamento al progetto,  nel programma Innovation  in Haptic Research per il dispositivo  da lei  progettato  e  chiamato  Readable .

Per spiegare  in cosa consiste Readable  preferisco  che siano le parole della stessa ricercatrice a dircelo:

Nel mondo ci sono 285 milioni di persone ipovedenti, di cui 39 milioni non vedenti – afferma Gemma Bettelani-. La qualità della loro vita dipende anche dall’avere accesso a contenuti testuali e grafici usando altri sensi, per esempio l’udito e il tatto. I dispositivi Braille meccanici fino ad ora prodotti spesso non hanno più di una riga, a causa degli alti costi di produzione. sono dispositivi in grado di cambiare dinamicamente le lettere, ma non riescono a convogliare molta informazione per volta.

Il mio progetto ambisce a superare queste limitazioni, creando una tavoletta a più righe, semplice e low-cost, in cui i caratteri braille vengono attuati da un magnete che li fa andare su e giù ricevendo corrente. In questo modo è possibile cambiare le lettere braille in modo dinamico, e potenzialmente  leggere su una sola tavoletta interi libri

Se volete approfondire l’argomento  vi  rimando  alla pagina dedicata del  Centro di  Ricerca E. Piaggio.

 

La colonna sonora per le tue letture (o per Le storie che non conosci)

Nel 2015 Samuele Bersani, insieme al cantautore  Pacifico e con il cameo  di  Francesco  Guccini, realizzò Le storie che non conosci in occasione del progetto  nazionale #ioleggoperchè per la promozione del libro  e della lettura organizzato  dall’AIE (Associazione Italiana Editori

Vi confesso  che il brano  è talmente bello  che ogni volta che lo  ascolto  devo  correre a leggere un libro…come adesso.

Alla prossima! Ciao, ciao……… 

Le storie che non conosci 

 

Un esercito tutto da ridere in mostra: gli Stumtruppen a Bologna

50 anni  fa

Hanno mezzo  secolo di  vita le strisce di   questi  sconclusionati  soldati al  soldo  dell’ironia e della satira che, pur parlando lo  slang tedeschese e indossando  la divisa dell’esercito  tedesco  della Seconda guerra mondiale, non ha confini  nazionali o  di  tempo.

 

 

Franco Bonvicini in arte Bonvi

 

Naturalmente è quasi  superfluo da parte mia   dire che il papà (o il generale in comando)   delle Sturmtruppen (Le truppe della tempesta…di  risate aggiungo io)   è stato  quel genio  del fumetto  made in Italy di nome Francesco  Bonvicini in arte Bonvi (Modena, 31 marzo 1941 – Bologna, 10 dicembre 1995).

Chissà se in queste  strisce delle   Sturmtruppen si può celare un qualche riferimento alla sua naja (nel 1963 Bonvi diventa sottotenente dei  carristi) ma è comunque cinque anni  dopo, nel 1968, che il suo spiccato  antimilitarismo si  riversa in questo sgangherato  esercito a tratti  di  china.

Nell’anno  duemila, cinque anni  dopo  la sua morte, gli  venne conferito  il Premio Nazionale Cultura della Pace

Naturalmente la carriera di un fumettista come Bonvi non si  riduce alle Sturmtruppen ma si  comprende anche personaggi creati  dalla sua matita  altrettanto  famosi come Nick  Carter e Cattivik tanto per citarne due, oltre alla satira rivolta ai  fumetti  erotici con la creazione nel 1981 del  supplemento PlayGulp venduto insieme al mensile Playboy

Bonvi aveva una grande amicizia con Francesco  Guccini e loro due insieme realizzano quello  che ancora oggi  viene definito un capolavoro  fantascientifico a fumetti: Storie dello  spazio  profondo dove si  narrano le avventure di un astronauta (con le fattezze dello  stesso  Bonvi)  e del amico  robot (alter ego  di  Guccini).

Storie dello  spazio profondo vide solo  sette episodi pubblicati nel periodo  tra il 1969 e il 1970.

Nel 2016 la Mondadori ne realizzò un’edizione in grande formato con gli originali e, in esclusiva, il colloquio tra Francesco  Guccini  e la figlia di  Bonvi, Sofia Bonvicini, con aspetti inediti  della saga spaziale.

Nel 1996 Francesco  Guccini  dedicò l’album D’amore di morte e di  altre sciocchezze a Bonvi e Victor Sogliani, bassista dell’Equipe 84, suoi  amici  d’infanzia.

La mostra  

Non poteva che essere la città di  Bologna, in special modo  Genus Bononiae – Musei  della città e Eredi  Bonvicini , a realizzare la mostra Sturmtruppen . 50 Anni  che ripercorre, attraverso  l’esposizione di 200 opere originali  messe a disposizione dall’Archivio  Bonvicini, la carriera dell’artista.

La mostra espositiva è presso il Palazzo  Fava (via Manzoni, 2).

La chiusura è per il 4 aprile 2019 (salvo  proroghe).

Prima di  salutarvi  e lasciarvi  all’anteprima  delle Sturmtruppen (Volume 1) vi  voglio  fare i miei  sinceri  auguri di

BUONE FESTE (ARRIVEDERCI A Giovedì 27 DICEMBRE …FORSE)

Alla prossima! Ciao, ciao………….


Anteprima di  Sturmtruppen (Volume 1) 

 

Hai voglia di leggere un Pulp Magazine?

The Pulp Magazine
©caterinAndemme

Pulp o non pulp?

Il pulp  è un genere letterario che propone storie dai  contenuti forti, con abbondanza di  crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco  e l’horror

Da questa definizione presa da Wikipedia si può dedurre che il pulp  non è roba per bambini o  adulti sensibili alle scene violente (tra cui  la sottoscritta) e da tener lontano  gli  adolescenti  (che tanto in rete  volendo trovano  questo  e quest’altro di peggio).

Eppure, chi  si  è esercitato  nel passato  a scrivere storie truculenti, non sempre è stato uno scrittore di  serie B anzi, andando indietro  agli  anni ’30 e negli  Stati Uniti si andò affermando nell’editoria..

I Pulp Magazine  

Copertina di Weird Tales maggio 1934

 

Chiamati  così sia per la qualità degli  scritti (a parte le dovute eccezioni) sia per quella della carta utilizzata per la stampa che era ricavata dalla pasta di legno (pulp che, per l’appunto, tradotto vuol dire polpa o poltiglia).

Le storie  in questo  genere di  riviste erano racconti per lo più  a puntate del  genere dei  gialli,  fantascienza, ma non mancavano certo racconti hard capostipiti di  tutte Le sfumature di  grigio moderne (ma con la medesima qualità in fatto  di  scrittura letteraria).

Le copertine di  alcune  di queste riviste erano  piccoli  capolavori di  grafica  riferite ai titoli dei  racconti  pubblicati, ad esempio, su  Weird TalesAmazing Stories , mentre gli  autori  avevano nomi di  maestri  nel loro  genere come H.P .Lovecraft,   Clark Ashton Smith, Robert Erwin Howard  tanto per citarne alcuni.

 

L’archivio in rete per i Pulp Magazine 

Se avete voglia di  leggere in originale uno  di questi capolavori del  genere pulp (e di  cui  un esempio  lo troverete alla fine dell’articolo) vi consiglio  The Pulp Magazine Archive dove sono catalogati per la consultazione (e il download) le copie d’antan  delle riviste più famose.

Comunque, buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


True Stories 

 

Kalimat – Gallucci: l’editoria per bambini è bilingue

Alcune copertine di libri per bambini delle edizioni Kalimat

Bodour Al  Qasimi 

….Una meraviglia del  creato.

Una donna bellissima, bruna, con la pelle di  seta…

La frase è quella che Concita de Gregorio ha pronunciato durante una puntata della trasmissione radiofonica Cactus – ci  vuole poca acqua andata in onda  su  Radio Capital il 5 dicembre scorso (podcast della puntata).

Per qualche attimo (più di  qualche attimo) ho favoleggiato che le parole della brava (e bella: si, lo è  anche lei) giornalista fossero  dirette a me poi, rientrando  subitaneamente nella realtà, sono andata a curiosare chi fosse la destinataria di  questo  elogio: per l’appunto Bodour Al Qasimi (il  cui nome completo sarebbe Bodour bint Sultan bin Muhhamad Al Qasimi)  scoprendo, in effetti, che in lei si  riflette la bellezza di Shahrazâd protagonista de Le Mille e una notte e che a tale bellezza non è certo  seconda l’intelligenza.

Bodour Al Quasimi è figlia del governatore  di Sharja , ed è la prima donna araba ai  vertici dell’editoria mondiale essendo  stata scelta per dirigere l’intera industria editoriale degli  Emirati  Arabi (con un fatturato  di  300 milioni  di dollari l’anno).

Inoltre, durante l’ultima Fiera del  Libro  di   Francoforte, è stata nominata  vicepresidente dell’Ipa  (International Publishers Association).

L’editoria araba per i  bambini incontra quella italiana

Alle cariche manageriale di  cui  sopra,  Bodour Al  Qasimi  aggiunge quella di imprenditrice  avendo una propria casa editrice specializzata in libri per bambini: la Kalimat 

Di recente lei  ha presentato  durante la fiera libraia  svolta a Roma Più Libri più Liberi il progetto nato in collaborazione con la  Gallucci Editore   per una collana di libri dedicata ai  bambini  con testi in italiano  e in arabo:

Nel  clima di intolleranza in cui  viviamo  oggi nel  nostro  Paese, il progetto  editoriale Gallucci Kalimat – Libri ponte sul Mediterraneo è anche un simbolo rivolto all’accoglienza nei  riguardi  delle diverse culture, tanto più importante quanto l’essere diretto ad un pubblico come quello  dei  bambini che, crescendo, diventeranno  adulti consapevoli di  appartenere ad una società aperta.

La collana esordisce con cinque album illustrati della scrittrice libanese Fatima Sharafeddine autrice di numerosi  libri  per bambini  e vincitrice del  Bologna Ragazzi  Award 2016.

Tutto qui (e buon weekend) 

Alla prossima! Ciao, ciao……..