Il gatto, ovvero indipendenza e amicizia da conquistare

gatto

Il gatto rincorre le foglie secche sul marciapiede.

Le contende (vive le crede) alla scopa che le raccoglie.

Quelle che rami alti  scendono  rosse e gialle

sono certe farfalle che sfidano  i suoi  salti.

La lenta morte dell’anno non è per lui  che un bel  gioco,

e per gli uomini che ne fanno  al tramonto un lieto  fuoco

Da Autunno  di Gianni  Rodari

(Scrittore, poeta, pedagogista e giornalista Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980)

Quello  che il gatto non può fare (o non vuole fare)

Prima di  continuare nella stesura di  quest’articolo riguardante gli  animali che condividono la nostra vita (e una fetta abbondante del nostro  amore), vi  confesso  che pur avendo una preferenza a riguardo  verso i gatti (Gatto  Filippo  compreso), adoro  anche i  cani, basta che abbiano  i  seguenti  requisiti: non devono avere le dimensioni  di un grizzly e possibilmente non essere sbavacchiosi ma, soprattutto,  non devono prendere il mio  derrière come puntaspilli per i loro  denti.

Non mi dilungo sulle differenze comportamentali  tra un gatto e un cane, che in maniera molto  divertente viene illustrato in questo breve video  tratto  dal  film di animazione   Pets 2:

Dunque evitiamo di lanciare una palla per sperare di  vedere che il gatto la riporti indietro: sarebbe poco  dignitoso per un felino, proprio  come dice l’istruttrice nel  video insegnando  al  cane come ragionare in maniera gattesca.

Quello  che invece possiamo  fare noi è riempire di  carezze il nostro  micio/a (sempre che abbia voglia di  riceverle), di  croccantini nella giusta dose se non vogliamo  avere un gatto oversize: la sua ricompensa sarà la sua momentanea regressione a livello infantile testimoniata da quel  comportamento che viene definito  come fare la pasta e che è in effetti riguarda la stimolazione delle mammelle di  mamma gatta per indurre la secrezione del latte.

Per gli  etologi è in questa fase che il gatto (o la gatta, ovviamente) è più predisposto a ricevere una sorta di  vademecum per potere vivere in relazione con il suo  referente umano.

Si  è sempre detto  che il/la gatto/a non riconosce le parole ma è abbastanza recente una ricerca dell’Università di  Tokyo in cui  si  afferma che il nostro  felino domestico risponda al proprio  nome con un miao…..se non lo  fa è perché non vuole essere oltremodo infastidito 

Nessun pregiudizio

Sfatiamo  subito un pregiudizio sui  gatti: non è vero che sono  indifferenti al  coinquilino  umano ma, al contrario, come riporta una ricerca dell’Universidade Federal de Juiz de Fora in Brasile pubblicata sulla rivista medica Plos One, i gatti  soffrono  di  ansia da separazione dal bipede (cioè noi) e, inoltre, questa sindrome è maggiore dove una donna è assente (uno a zero per noi).

In questo  caso  nel  gatto  si  manifestano  comportamenti  distruttivi o stati  mentali alterati come vocalizzazioni eccessive, minzione inappropriata, depressione, aggressività: in pratica il nostro  micio/a è andato/a fuori  di  testa.

Ritornando  al linguaggio corporale normale del  gatto dobbiamo sapere che:

Se striscia via a ventre abbassato, con le orecchie all’indietro è  segno  della sua paura.

Al  contrario, se il suo  corpo  si inarca e il pelo  si  arruffa è segno  che si  trova in una situazione di  minaccia o  eccitazione (garantita una graffiata se insistiamo ad avvicinarsi)

– Se poi si  avvicina  noi  sfregandosi  sulle gambe (insieme al  rilascio  di  ferormoni che indicano  che siamo  di  sua proprietà), aggiungendo il classico  purr..purr delle fusa,  possiamo  essere certe della sua tranquillità e della fiducia che ripone in noi ( e della nostra resa incondizionata al  suo  essere)

Ultima nota: se abbiamo  già un gatto  e desideriamo  adottarne un altro, la prima cosa che farà il padrone di  casa sarà quella di  dare un avviso  di  sfratto immediato  al nuovo  venuto in quanto  considerato un intruso, non ci  resta che abituarlo  gradualmente al nuovo  arrivato  senza fare favoritismi  di  sorta.

Quanto  scritto  fino  ad adesso è  solo un riassunto  da gattara mancata, nel  documento  seguente a cura di Laura Borromeo  e Maria Cristina Crosta troverete maggiori indicazioni per vivere serenamente con il vostro  amico felino (potrebbe anche essere una tigre, ma in questo  caso  gli  accorgimenti per una serena convivenza sono un po’ diversi).

Guida pratica del gatto

 

Per scaricare il pdf download

 

1

È vero che i gatti miagolano solo per noi? Perché gli scienziati indagano sui loro poteri extrasensoriali? E perché i gatti perdono la testa per l’erba gatta? Che cos’è una casa gattizzata?

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui gatti, per comprenderli e amarli senza impazzire (o quasi) di fronte ai loro comportamenti bizzarri.⌋ 

2

Immagina di aver perso tutto quello che conta nella vita: il tuo compagno, il tuo lavoro, persino la città in cui vuoi vivere.

È proprio quello che succede a Nagore, che alla soglia dei quarant’anni rientra a Barcellona, dopo aver trascorso dieci anni a Londra lavorando col suo compagno in una galleria d’arte, e si ritrova single e senza il becco di un quattrino.

Poco prima di perdere anche il suo appartamento, le viene offerta un’occasione di lavoro del tutto inusuale: cameriera al Neko Café, il nuovo caffè dei gatti, dove non uno, non due, ben sette felini circolano in libertà.

Nagore non ha nessuna esperienza come cameriera, ma Yumi, la padrona del locale, viene dal Giappone e cerca qualcuno che parli bene l’inglese. C’è un unico problema: Nagore è affetta da ailurofobia, la paura dei gatti, ma la sua situazione finanziaria è così brutta che non può permettersi di rifiutare. Peggio di così non potrebbe andare…

Nella torrida estate barcellonese, Nagore si appresta ad affrontare le sue paure e il suo mese di prova al caffè, tra cappuccini con i baffi, ciotole da riempire e affascinanti clienti dai capelli corvini.

E se invece quei felini tanto belli quanto scontrosi nascondessero una grande saggezza?

Non più sette gatti ma sette maestri di vita, pronti a insegnarle come ritrovare equilibrio, concentrazione e positività, come riaprirsi all’amore e vivere felice.

Il lupo tra favole, miti  e fake news

La Luna tra la Grande Madre e la scienza

Kāmasutra, ovvero  come riempire questa pagina

Alla prossima! Ciao, ciao……♥

 

 

Bionda, ma anche nera oppure rossa

Bionda

Senza ombra di  dubbio

la più grande invenzione nella storia è la birra.

Oh, vi  garantisco che la ruota è stata una bella invenzione,

ma la ruota non si  accompagna altrettanto  bene con la pizza

Dave Barry

( scrittore statunitense – Armonk, 3 luglio 1947)

Bionda, nera o  rossa comunque birra

Gatto Filippo è un grande intenditore di  birre ed è per questo  che mi farà da consulente per la stesura di  questo post, la sottoscritta, al  contrario, essendo  semi  astemia ne percepisce appena l’assaggio  con la punta della lingua, accontentandosi  di  accompagnare la pizza con l’acqua minerale (gassata, s’intende).

Entrambi  abbiamo  deciso  che l’articolo avrà un taglio estivo e cioè leggero escludendo, quindi,   la storia della birra che potete trovare in rete in più siti (il link rimanda a Wikipedia), per cui  troverete cenni  sulla produzione e tipi  di  birra, ricette,  piccole storie, e infine, nella sezione parole in anteprima, consigli  di lettura.

Comunque, accennando  alla nascita della professione di  birraio, sembra che essa sia nata in Mesopotamia dove ai lavoratori  veniva corrisposto come parte della retribuzione una certa quantità della bevanda bionda e che essa si  distingueva in birra d’orzo (sikaru o pane liquido) e quella a base di  farro (kurunnu).

Inoltre nel Codice di  Hammurabi si legge che coloro che non seguivano le regole per la produzione della birra, ad esempio  annacquandola, venivano  condannati  a morte (un po’ drastici,  direi…)

Quale birra preferisci?

Per prima cosa Gatto  Filippo nell’immagine seguente ci  illustra  a sommi capi  come si produce

Bionda

Infine, quali  sono  i tipi  di  birra che possiamo  chiedere per placare la nostra sete?….la vostra sete visto  che io  vado  ad acqua!

Le birre

 

Vi ricordo  che se desiderate ricevere il documento  basta fare richiesta attraverso il modulo  a fine articolo.

  Le altre bionde: Peroni, Wührer, Menabrea  

Bionda

La bella ragazza ritratta nella foto è Solvi Stübing (Berlino, 19 gennaio 1941 – Roma 3 luglio 2017),  attrice, conduttrice televisiva e produttrice cinematografica nonché con un passato  da europarlamentare nelle file di  Alleanza Nazionale come Membro  della Commissione delle donne europee.

Negli  anni ’70 Solvi era nota per avere interpretato il personaggio  di  una bionda ammiccante nello  spot per la Birra Peroni (allora non si chiamavano  ancora spot) con lo  slogan Chiamami Peroni sarò la tua birra (notare che la birra allora viaggiava  in barattolo  e non in lattina...)

Il birrificio più antico  d’Italia

In questa speciale classifica dei  birrifici  più antichi  d’Italia il marchio Wührer ne detiene il primato, essendo  stato fondato da Franz Xaver Wührer (appunto l’arcigno  signore raffigurato  nell’immagine precedente) nel 1829 a Brescia nella contrada di Santa Maria Calchera, precisamente in via Trieste al  numero 463.

A dire la verità e allo  stesso  tempo volendo  essere anche un po’ pignoli – in questo  caso la pignoleria è ad appannaggio  della Unionbirrai  che ne da notizia – la prima fabbrica italiana di  birra  venne aperta da Giovanni Baldassarre Keller nel 1789 a Nizza allora ancora facente parte dell’Italia.

A seguire in questa speciale classifica si  colloca al  secondo posto  il marchio  Menabrea fondato  nel 1846 dai fratelli Antonio e Gian Battista Caraccio, proprietari  di una caffetteria a Biella, i quali in società con Giuseppe Welf di  Gressoney sfruttano  le purissime acque delle sorgenti montane intorno  al santuario  di  Oropa-  acque già utilizzate per la fiorente industria laniera locale – per produrre birra.

Bisogna, però, aspettare ancora una ventina d’anni  quando  nel 1864 Giuseppe Menabrea, in società con Antonio  Zimmermann, acquistano lo  stabilimento per 95.000 lire, somma piuttosto ingente per l’epoca.

Da lì in poi l’eccellenza della birra prodotta in Biella verrà conosciuta con il marchio Menabrea  che resterà tale anche dopo  l’acquisizione nel  gruppo Forst avvenuta nel 1991.

 Nella sezione Parole in anteprima troverete l’estratto  del libro La salita dei giganti. La saga dei  Menabrea dove si parla anche delle donne appartenenti  a questa famiglia le quali hanno contribuito in maniera essenziale per mantenere salda l’azienda.

Merluzzo  e birra possono  andare d’accordo in una ricetta 

1

Valicavano a piedi i ghiacciai partendo da Gressoney per commerciare lana e prodotti di artigianato in Svizzera, sono diventati una dinastia di imprenditori nota in tutto il mondo.

Il loro nome è associato alla bevanda che producono: colore ambrato, gusto con un lieve sentore floreale e fruttato, la birra Menabrea è sinonimo di eccellenza e successo.

Inizia tutto a metà Ottocento: la birra è ancora una curiosità esotica in Italia, ma Giuseppe e Carlo Menabrea, padre e figlio, decidono di crederci. Da Gressoney si trasferiscono a Biella, dove l’acqua è buona perché scende direttamente dalle montagne e dove a scandire le ore non sono più le campane delle chiese, ma le sirene delle fabbriche.

Charmeur e scaltro, sempre in viaggio per affari, ma non per questo poco attento alla moglie e alle tre figlie, Carlo trasforma i Menabrea in stimati imprenditori di città. È il 1882, un’estate da sogno per la sua secondogenita Eugenia, detta Genia. Carlo le ha concesso di accompagnarlo in una gita iniziatica fra Biella e Gressoney, lungo la mulattiera che lui stesso ha contribuito a realizzare, rompendo l’isolamento millenario della valle. Non solo, presa la vetta le fa assaggiare per la prima volta la birra. Genia non può saperlo, ma è il suo rito di iniziazione. È lei la prescelta.

È sulle sue spalle, e su quelle di sua madre, che poggia la responsabilità di non disperdere la serie incredibile di sforzi e successi della famiglia quando Carlo si ammala, neanche quarantenne. Nessuno vuole vendere orzo o comprare birra da una donna, ma le donne walser conoscono l’arte della pazienza e della tenacia: l’hanno imparata nei lunghi inverni in montagna.

Ci saranno amori, gelosie, gloria e cadute, e un destino che sembra colpire sempre nello stesso punto come una valanga. La Prima guerra mondiale è alle porte, ma Eugenia non è disposta a farsi cogliere impreparata.

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Formule, ingredienti, pratiche brassicole storiche e attuali – tutto questo e altro ancora è contenuto in Progettare grandi birre: La guida definitiva per produrre gli stili classici della Birra.

Basandosi su informazioni raccolte da registri di vecchie birrerie, libri, analisi birrerie moderne e centinaia di ricette premiate, l’autore Ray Daniels ci offre una grande quantità di dati sulle tecniche brassicole storiche e contemporanee e sugli ingredienti utilizzati per quattordici tra i più noti stili birrari ad alta e bassa fermentazione.

Riso, risotti e un po’  di  storia

Le alghe nel piatto  di oggi  e in quello  di  domani

La cucina ovvero  la chimica degli  alimenti

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

Forest bathing per il nostro benessere

Forest bathing

Puoi camminare in un sogno

mentre sei  sveglio:

basta passeggiare nella foresta in una mattina nebbiosa

Mehmet Murat Ildan

(drammaturgo – Elazig, 16 maggio 1965)

Il benessere che viene camminando  nella foresta

Ovviamente non si parla  della foresta amazzonica dove i  sensi sono sovraccaricati e in perenne stato  di  allerta (penso  di  poter sopravvivere in questo tipo  di  ambiente dai cinque o  dieci  minuti  al massimo), ma dei nostri boschi  dove l’insieme degli odori, quelli  offerti dal  legno  degli  alberi e della vegetazione, lo  scorrere di un ruscello  e l’immagine complessiva dell’ambiente naturale che ci  circonda,  fanno si  che in noi si ingeneri quella sensazione di  rilassamento e riduzione dello  stress e, quindi, la conseguente riduzione di  cortisolo (appunto chiamato l’ormone dello  stress).

Un altro  aspetto molto importante,  sempre dal punto  di  vista fisiologico, è la produzione dei linfociti NK (Natural Killer) in prima linea nel  sistema immunitario per la soppressione delle cellule cancerogene dovuto, secondo  alcune ricerche scientifiche, ai  terpeni contenuti  negli oli  essenziali che le piante rilasciano per difendersi  dall’attacco di parassiti  e insetti.

Dal Giappone arriva la terapia forestale

All’inizio  degli  anni ’80 in Giappone andò diffondendosi l’interesse verso la medicina naturale tanto  che, nel 1982, durante  una campagna del Ministero  delle foreste vennero codificati i benefici della terapia forestale che venne chiamata Shinrin – yoku (森林浴 dal  giapponese bagno  nella foresta).

Anche in Italia

Considerando  che il territorio del nostro Paese è per il 35 per cento montano e per il 42 per cento viene considerato  collinare, si può dedurre come la copertura forestale sia rilevante dal punto  di  vista economico e per la tutela idrogeologica (quest’ultimo  aspetto  forse ancora trascurato in alcune parti  del  territorio  nazionale), per l’ossigenazione dell’aria e per la conservazione e sviluppo  della biodiversità.

In questo  contesto non potevano essere trascurati i benefici dovuti  alla terapia forestale.

Infatti il Consiglio  Nazionale per la Ricerca (CNR), in collaborazione con il Club Alpino Italiano (CAI) ha condotto in passato una ricerca coinvolgendo duecento  volontari di  età compresa tra i 18 e 79 anni facendo percorrere loro facili  sentieri  tra i  boschi dell’Emilia Romagna, della Toscana e del Trentino.

Al  termine di  queste escursioni a ciascuno  dei  volontari è stato  consegnato un questionario in cui  dovevano  esprimere una valutazione dei propri  livelli  d’ansia, depressione, difficoltà nel  concentrarsi e valori  di  stress.

In una fase successiva della ricerca a queste escursioni  si è aggiunta la presenza di psicoterapeuti che, a intervalli precisi durante il percorso, hanno insegnato  ai partecipanti tecniche di  meditazione e consapevolezza dell’interazione tra i  sensi  e l’ambiente circostante.

Per approfondire i  risultati  di  questa ricerca e di  come la terapia forestale sia importante per il nostro  benessere vi invito a leggere il libro Terapia forestale nel  box sottostante (per scaricare gratuitamente il libro download )

terapia forestale

 

Per conoscere la genesi  del libro  e dei  suoi autori vi  rimando  a questa pagina dal  sito  del Club Alpino Italiano.

Il Parco del Respiro

Forest bathing

Ci  sono  foreste dove praticare il forest bathing ha effetti  maggiori rispetto  ad altri?

Non so  dare una risposta precisa per cui, a solo  titolo  di  esempio, cito il Parco del Respiro sull’Altopiano  della Paganella in Trentino dove, nei  suoi  36 ettari di  estensione, la concentrazione di monoterpeni è molto  elevata come riporta il bioricercatore Marco  Nieri nel  video  seguente

In conclusione

La terapia forestale ( o se preferite Forest bathing) offre anche l’opportunità di diventare  una professione conseguendo il Diploma nazionale Csen (Centro  sportivo  educativo nazionale ente affiliato  al  CONI) con diverse tipologie di  qualifica.

Per maggiori informazioni  vi  rimando  al  sito forestbathingcsen.it

Il termine Shinrin-Yoku, ovvero bagno nella foresta, coniato in Giappone negli anni Ottanta dal direttore dell’ente forestale nipponico, fa riferimento all’immergersi nella natura con i cinque sensi.

Il bosco, la selva, sono uno stato della coscienza: la condizione in cui ogni desiderio fluisce senza sforzo verso il proprio compimento.

Lo Shinrin-Yoku oggi è sempre più conosciuto e apprezzato come terapia preventiva. L’immersione nella natura ha effetti terapeutici comprovati anche scientificamente: è in grado di ridurre le concentrazioni dell’ormone dello stress nel corpo, di rinforzare il sistema immunitario, di regolare la pressione arteriosa e il battito cardiaco, di abbassare il colesterolo.

Lo Shinrin-Yoku è un’avventura di profonda comunione con la natura. Si pratica in molti modi, il più tradizionale è la passeggiata e la meditazione nel bosco o nella foresta.

L’immersione nella natura, quindi, può guarire le nostre difficoltà, perché la foresta ci conosce da sempre e nutre la nostra creatività, ed è provato che la creatività è la dote più utile all’uomo per la sua realizzazione nel mondo del lavoro, assai più efficace del mero quoziente intellettivo o di altre doti logiche.

In questo libro vi sono le chiavi pratiche della relazione con la foresta che dona creatività. La foresta è un invito ad agire, perciò il modo migliore per comprendere quanto è esposto in questo libro è quello di mettere in pratica i rituali di immersione che esso descrive.

Emicrania, un sollievo dagli  anticorpi monoclonali

Il cambiamento  climatico  non è solo un gioco

Meteorologia e nuvole, una storia in poche parole

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

Dal Curlo l’anello dei rifugi (i sentieri della Liguria)

Curlo

L’escursionismo è fantastico,

è un viaggio nel  viaggio,

perché se tu  cammini al  tuo  ritmo,

senza essere costretto  a concentrarti sullo  sforzo,

puoi lasciarti  andare e pensare al mondo, alle cose della tua vita 

Patrick Bèrhault

(alpinista e guida alpina francese Thiers, 19 luglio 1957 – Monte Dom, 28 aprile 2004)

Come arrivare al  Curlo

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano ci dirigeremo al  suo interno per raggiungere l’area picnic del  Curlo, precisamente percorreremo la strada che, posta nelle vicinanze del  Muvita Science Center, è del  tutto  simile a una strada di montagna per le sue curve e la carreggiata molto  stretta.

Se decidete di parcheggiare al  Curlo sappiate che nei  giorni  festivi è difficile trovare posto, il mio  suggerimento, quindi, è quello  di  fermarvi  duecento metri più in basso e parcheggiare nei  pressi  del  ristorante Agueta du Sciria.

Potete prendere anche in considerazione di  arrivare al Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano seguendo il segnavia FIE due bolli rossi  (in questo  caso l’itinerario  che vado a proporvi  si  allungherà di  almeno un’ora di  cammino in più)

L’itinerario

Dal  Curlo possiamo subito imboccare il piccolo  sentiero a fianco di una cisterna dell’acqua che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata del nostro percorso.

Curlo
Panorama su Arenzano

Per abitudine ho  preferito percorrere da subito il tratto  asfaltato (che presto  diventerà sterrato) per dare modo  alle gambe di  abituarsi al  ritmo della marcia, ma anche per non perdermi la vista panoramica su  Arenzano  e il suo mare.

Curlo

Dopo circa ottocento  metri  dalla partenza si  arriva a un cartello in legno che informa che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua.

Tralasciamo la strada a sinistra che conduce al Centro Ornitologico e di  educazione Ambientale (qui  è presente una fonte utile per riempire le nostra borracce) che ritroveremo  nella parte terminale dell’anello per seguire sulla nostra destra un sentiero  contraddistinto  dal  segnavia due bolli rossi che ben  presto abbandoneremo  per seguire sulla nostra destra l’indicazione verso il riparo  Scarpeggin (A rossa in campo  bianco)

NOTA: questa zona è interessata ogni anno  all’evento internazionale del  Biancone Day, appuntamento  fisso per tutti  gli  appassionati  di  birdwatching per assistere al passaggio dei  Bianconi, i rapaci  diurni che migrano lungo una rotta che interessa l’area sud orientale del Parco  del  Beigua e che è considerata come principale punto  di passaggio In Italia e del bacino  mediterraneo.

Arriviamo  al primo  dei rifugi  (o ripari se si preferisce) che è lo  Scarpeggin

Lo Scarpeggin (o Scappegin)

Curlo

La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno.

Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere, bisogna aspettare gli anni’90 affinché la Comunità Montana Argentea presenti un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria.

Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si avranno l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Proseguiamo, dopo aver superato una fonte (non molto  visibile), a circa due chilometri  dall’inizio, arriviamo  a un bivio dove prendere il sentiero in salita alla nostra sinistra.

Curlo
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo (898 m.)

Più avanti incroceremo  di  nuovo il sentiero, il quale partendo  da Arenzano porta al Passo  della Gava, quindi, proseguendo  su  quest’ultimo, arriviamo alla base della ripida salita che conduce alla cima di Rocca dell’ Erxo dove si  trova il minuscolo  riparo  dei  Belli  Venti. 

I Belli Venti
Curlo
E’ davvero piccolo…(foto  di repertorio: ora non essendoci più le restrizioni causa Covid il riparo è agibile)

Il minuscolo riparo dei Belli Venti è stato costruito negli anni che vanno dal 1981 al 1983 da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano.

Il nome Belli Venti è dovuto alla forza del vento che in determinate giornate spira forte

Curlo
Verso la Tardia

Si prosegue a monte dei  Belli  Venti in direzione della Tardia di Ponente (928 m.), volendo evitare di  salire in cima alla Tardia per poi  ridiscendere, si può seguire la traccia di un sentiero  sulla nostra destra che, proseguendo in cresta, andrà a incrociarsi con quello proveniente da Voltri  e diretto  verso il monte Reixa passando per il Passo  della Gava (segnavia X rossa).

Il Passo  della Gava è il crocevia per altri  sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, verso il Passo  del Faiallo, il paese di Sambuco (escursionisti esperti) e infine verso il Curlo.

Lasciato il Passo  della Gava alle nostre spalle si  arriva alla Ca’ de Gava dove è presente una fonte (questa volta senza acqua)

Ca' de Gava

La realizzazione della Ca’ de Gava  risale al primo decennio del ‘900, quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperta per i visitatori, rimane di proprietà privata).

E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano.

Proseguiamo  sull’ampia strada sterrata in direzione dell’area picnic del  Curlo, ben presto incontreremo un altro piccolo  riparo  e cioè quello  del Bepillu 

Bepillu

Curlo

Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che nel 1850 costruì il riparo.

Dopo essere stato  abbandonato per lungo  tempo il riparo è stato ristrutturato in maniera esemplare incastonandosi perfettamente  tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento eseguito tra gli anni 1960 – 1970

Volendo  abbreviare il percorso  di  rientro alcune scorciatoie possono essere utili  al  caso, inoltre possiamo anche vedere le opere di  riqualificazione ambientale a seguito di un intervento dopo  una recente frana.

Prima di  concludere il nostro itinerario possiamo  fare una piccola deviazione verso il rifugio Case Vaccà sede del Centro Ornitologico  e di  educazione Ambientale.

Rifugio Case Vaccà

Curlo

Il Rifugio Case Vaccà è dotato di 11 posti letto suddivisi in tre camere.

Il Rifugio è gestito dall’Ente Parco del Beigua.

Per il pernottamento è necessaria la prenotazione on-line sul sito www.parcobeigua.it con il sistema automatizzato BivyPass in funzione 24 ore su 24

NOTASe desiderate ricevere l’articolo in formato pdf con l’itinerario  completo, oppure aggiungere un vostro  commento, vi prego di  utilizzare il modulo  a fine articolo.

Roviasca, il sentiero  della memoria partigiana 

Giustenice – Pian delle Bosse (i sentieri  della Liguria) 

Finalborgo – Bric della Croce -Finalborgo 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

 

La Bessa, una riserva naturale molto speciale

Bessa

Siamo un paesaggio

di tutto  ciò che abbiamo  visto

Isamu Noguchi

Non è tutto  oro  quello  che luccica (avvertenze per l’uso)

Avrei  voluto descrivere volentieri un percorso escursionistico che rivelasse il fascino  della Riserva  naturale della Bessa, purtroppo  mi dovrò limitare a dare solo brevi  accenni  su  quella che doveva essere un’escursione diventata poi una semplice passeggiata.

Nulla toglie, però, che il sito della Bessa merita una più ampia conoscenza e quanto  scriverò vuole appunto invitarvi alla sua scoperta (sempre che non ci siate già stati e che vogliate condividere con me la vostra personale esperienza attraverso il form a fine articolo).

La Bessa in poche parole

La Bessa propriamente detta è un altopiano compreso  nel  Parco  Regionale della Bessa e posto  tra i  torrenti Olobbia ed Elvo.

Dal punto  di  vista geologico si  tratta di un altopiano  alluvionale in parte morenico cioè dovuta alle alluvioni  fluvio – glaciali dell’era quaternaria risalenti, più  o meno,  a due milioni  di  anni  fa (nello schema seguente la visualizzazione delle ere geologiche tratto  dal  sito stratigraphy.org)

Per scaricare l’immagine download

I massi erratici e i  ciottoli di  ogni  dimensione, che anticamente sono  stati trasportati a seguito del  grande ghiacciaio Balteo proveniente  dalla Val  d’Aosta, sono rocce presenti  nelle Alpi  occidentali (granito, serpentiniti, gneiss e altri  ancora).

Per avere un quadro più completo rispetto  alla succinta descrizione che ho  appena dato  (non sono una scienziata) vi  rimando  al  seguente corposo  documento realizzato dal professor  Franco  Gianotti del  Dipartimento  delle Scienze della Terra dell’Università di  Torino.

AnfiteatroMorenicoIvrea_Gianotti

 

Per scaricare il pdf ⇒  download

L’itinerario

Una volta arrivati presso il Centro Visita di  Vermogno  di Zubiena (apertura stagionale, INFO Ente Parco Tel. 011.4320011) l’idea era quello  di  seguire il percorso  delle incisioni  rupestri, ma già dall’inizio un cartello avvisava che il sentiero  non era agibile per lavori  di ripristino: ovviamente, non essendoci  nessun divieto  esplicito, la decisione era che, in un modo  o  nell’altro, almeno una sbirciatina al percorso  bisognava pur darla.

Bessa
L’area picnic adiacente al Centro visite

A un centinaio  di metri  dall’area picnic si  arriva a un bivio dove, proseguendo  sulla nostra sinistra,  inizia il percorso del  sentiero  delle incisioni  rupestri  contraddistinto dal  segnavia B5

Bessa

La visualizzazione delle incisioni  è molto  difficile ed è per questo che l’Ente parco consiglia di  farsi  accompagnare da una guida.

Bessa
Il Masso del campionario

 In verità, a parte le incisioni  poste su  di un masso e cioè quello denominato Masso  del campionario, non ho avuto modo  di  osservare altre incisioni (neanche molte sul masso, a dire la verità): per ovviare al possibile interesse di  chi  è appassionato al fenomeno delle incisioni rupestri presenti a La Bessa, l’invito  è quello di  leggere quanto  riportato nel pdf seguente tratto dal sito Bessa.it.

Incisioni rupestri

 

Per scaricare il documento ⇒  download

Incisioni rupestri  a parte, quello  che contraddistingue il paesaggio della riserva naturale è l’accumulo di  ciottoli a testimonianza dello  sfruttamento minerario aurifero  da parte dei Romani

La storia dello sfruttamento aurifero della Bessa

Bessa

Un giacimento aurifero di origine alluvionale come quello della Bessa richiede un grande quantitativo d’acqua in quanto il deposito, contenente il metallo sotto forma di pagliuzze o piccole petite, doveva essere sottoposto a un lavaggio.

La fase preliminare consisteva in uno scavo del sedimento costituito da sabbia e da ciottoli di varia grandezza che, raccolti e accatastati ai lati della zona di estrazione, formano i grandi cumuli tutt’oggi visibili. Nel pdf seguente una più completa trattazione dell’argomento.

Cenni storici

 

Per scaricare il pdf   download

Al termine dell’anello non resta che ritornare all’area picnic per una piacevole sosta nella natura.

Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Foresta della Deiva, l’escursione

Nel Delfinato  tra laghi  e crêpes 

Alla prossima! Ciao, ciao……

 

Il lupo tra favole, miti e tante fake news

lupo

I lupi e le donne hanno in comune talune caratteristiche psichiche:

sensibilità acuta, spirito  giocoso e grande devozione.

Lupi e donne sono affini per natura,

sono curiosi  di  sapere e possiedono  grande forza e resistenza.

Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei  loro  piccoli,

del  compagno, del  gruppo.

Sono  esperti  nell’arte di  adattarsi a circostanze sempre mutevoli;

sono  fieramente gagliardi e molto  coraggiosi.

Eppure le due specie sono  entrambe perseguitate

Clarissa Pincola Estés

Il lupo tra favole  e ricerca

A dispetto  del  titolo del libro di  Clarissa Pincola Estés  Donne che corrono con i lupi (da cui  ho  tratto le parole introduttive all’articolo) non ho  mai  avuto l’occasione di  correre con i lupi anzi, e di  questo ne sono  pienamente sicura, se ciò mai  accadesse la mia corsa si  trasformerebbe in pura fuga.

Eppure il fascino del lupo non mi lascia per nulla  indifferente: vuoi per la sua natura selvatica, per la sua intelligenza e forza e per il suo  stare insieme nel  branco, quindi a chi mi dirà in bocca al lupo, risponderò sempre evviva il lupo…….

lupo

L’idea di  scrivere un semplice articolo sul lupo, quindi nella solita forma colloquiale del blog, mi è venuta quando, durante una giornata passata in uno dei parchi  naturali liguri, mi  sono  imbattuta nella strumentazione visibile in foto (ho omesso di citare la località per evitare che qualche sconsiderato possa danneggiare tali  strumenti se non addirittura rubarlo) facente parte di un ampio progetto europeo chiamato   Life Wolfalps EU.

Il lupo dalle favole al mito (passando  per le fake news)

lupo

Nonnina, che occhi grandi hai! e il lupo rispose: È per guardarti meglio. E che orecchie grandi hai! È per sentirti meglio. E che bocca grande hai!…

 Dubitando che oggi  ai  bambini  si  leggano  ancora le favole, quella di  Cappuccetto  Rosso con tutte le sue varianti è la favola che   più di  tutte ha contribuito  a dare al lupo la nomea di  essere terrificante e ciò per l’ancestrale paura di  essere divorati ( timore che si può provare pensando  allo  squalo o altri  carnivori extralarge)

Certo, si  tratta di  favole, ma provate a leggere come veniva descritto il lupo negli  anni ’60 in una enciclopedia sugli  animali allora in voga (Natura Viva edito  dalla Vallardi):

A differenza di molte altre fiere, il lupo  affamato  ricorre raramente all’astuzia: in generale aggredisce decisamente l’animale e anche l’uomo; e se la vittima cerca scampo  nella fuga, le si pone ostinatamente alle calcagne, sospingendola e martoriandola con continui  morsi, finché quella, affranta, non si  abbandona e viene dilaniata dal  famelico inseguitore…  ⌋ 

Ovviamenti si sa che il lupo  è un predatore per cui, almeno in passato (non certo un passato  recente), casi  di aggressione nei  riguardi  dell’uomo sono stati  documentati, alcuni di  essi  riguardano giovani vittime predate mentre, ad esempio, custodivano un gregge in luoghi  isolati (casi  accaduti  in Italia e databili  al XVIII secolo).

 Ben altra cosa è se l’ aggressione era dovuta al virus della rabbia: in questo caso non solo il lupo, ma anche una volpe o  un cane malato, diventava estremamente   aggressivo  attaccando l’uomo senza nessuna remore, trasmettendogli l’agente patogeno con esiti nefasti (oggi per fortuna esistono  i vaccini).

Il terrore e il mito

Come ho già scritto in precedenza, episodi di  predazione ai  danni  dell’uomo da parte del lupo nei  tempi  passati potevano essere plausibili  specie considerando che si  trattava piuttosto  di  branchi  di lupi che di un singolo individuo, ma è proprio  quando  le uccisioni venivano attribuite a un singolo  animale che la realtà  si  trasformava quasi in un mito come, ad esempio, il caso della Bestia di  Cusago  accaduto alle porte di  Milano  durante l’estate del 1792.

Molto più sconvolgente fu il racconto  nato intorno alla Bestia del Gèvaudan nella Francia centro -meridionale durante gli  anni  che vanno  dal 1764 al 1767 con decine di  vittime e con la descrizione (qui sta il mito) di un animale dalle dimensioni superiori  a un lupo  e che, in seguito, alcuni  studiosi  attribuirono  essere più simili  a un grosso  felino  quale un leone (……ma si  sa che in Francia non vi  sono  leoni se non quelli prigionieri di uno  zoo).

La Bestia del Gèvaudan dalla realtà mitizzata al cinema

La cronaca di quello che accadde nella Francia del sul nel periodo tra il 1764 e il 1767 è quella riportata da Wikipedia.

Bestia_del_Gévaudan

 

Nel 2001 il regista francese Christophe Gans diresse Il patto dei lupi, un film molto costoso per gli standard europei (si parla di 200 milioni di franchi) ben ripagato al botteghino.

Tra gli interpreti anche la ormai ex-coppia Monica Bellucci e Vincent Cassell

I lupi non sono paracadutisti

Tempo  fa quando ormai  il nostro lupo ebbe la fortuna di  essere considerata specie protetta e quindi  non cacciabile (il divieto  definitivo  arriva nel 1976) si  inizia finalmente il ripopolamento del  canide nel  nostro  ambiente naturale.

Ovviamente a questo stato  di  cose  si  contrapposero una serie di  falsità sul lupo tra cui, appunto, che per ripopolare di lupi  le nostre foreste essi venivano  paracaduti  nottetempo (d’altronde ancora oggi  c’è chi  crede che la Terra sia piatta…).

Il nostro lupo  oggi più che mai  teme l’uomo riconoscendo in esso un predatore più forte da cui  stare alla larga e se è vero  che la predazione di  greggi lasciate semi incustodite è un dato  noto (per fortuna vengono  riconosciuti  i  risarcimenti  agli  allevatori) è anche vero che il lupo si è  adattato  a predare le discariche pur di  sopravvivere.

Le modalità per le quali  agisce la disinformazione sulla realtà del lupo  sono descritte  nel  documento Lupus in Fabula creato appositamente nell’ambito  del progetto Life Wolfalps  (per scaricare il documento  dal  sito ⇒ download ⇐ )

E2_manual-Lupus-in-Bufala-ITA

Predatori aggressivi, insaziabili, violenti.

Questa è l’immagine che le saghe e le dicerie popolari tramandano dei lupi. Nulla di più sbagliato: sono animali molto simili a noi, tra i pochi a consolidare i legami famigliari e a nutrire un forte senso di comunità. La vita del branco si basa su un delicato equilibrio e tutti cooperano per mantenerlo.

Si prendono cura dei piccoli, organizzando veri e propri turni di baby sitter , portano cibo ai compagni feriti, gestiscono con intelligenza i conflitti e si affidano all’esperienza degli anziani. Sono capaci di grandi gesti d’amore, come Stoney, un capobranco che si è lasciato morire vicino al luogo dove era stato ritrovato il corpo della sua compagna. Sanno adattarsi prontamente ai cambiamenti, sviluppano una profonda simbiosi con l’ambiente e persino con altre specie. I corvi sono per loro quasi animali domestici, crescono insieme e si spartiscono le prede.

È per questo che, al termine di una sfortunata battuta di caccia, una lupa ha sentito il desiderio di seppellire il suo amico alato.

Elli H. Radinger, che da venticinque anni studia il comportamento dei lupi, ha potuto vedere la loro generosità e la loro saggezza. In questo libro, denso di storie straordinarie e osservazioni dirette, ha raccolto le grandi lezioni di vita di questi animali: la voglia di giocare, il bisogno di tenerezza, la pazienza, la resilienza e la capacità di adattamento. Un racconto intenso e toccante in cui i lupi ci insegnano a essere molto più umani.

Cronobiologia per gufi  e allodole (ma non solo)

La Luna tra la grande Madre e la scienza

Dai  funghi alle piante è tutto un mondo  da leggere

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

Roviasca, il sentiero della memoria partigiana

Roviasca

Passo  dopo  passo,

con pazienza, con fatica,

seguire la nuda traccia di un sentiero

Robert Macfarlane – Le antiche vie

Prima di incamminarci dietro  l’angolo

Vorrei  essere la versione femminile di  Robert Macfarlane e di  saltare da un paese all’altro, da un sentiero  all’altro, per poi trasformare la propria esperienza in mirabolanti parole e quindi in un libro di  successo  come  Le antiche vie (anteprima alla fine dell’articolo), ma da semplice blogger posso solo offrire  suggerimenti per camminare tra la natura.

In questo  caso l’itinerario  ad anello  che parte dal paese di  Roviasca, in provincia di  Savona, è anche l’invito  a esplorare ciò che è dietro l’angolo di  casa nostra, che per me, abitante a  Genova, la meta in questione non è sideralmente distante (cosa ben diversa per coloro  che abitano a Sidney o New York).

Roviasca

Come riportano le parole di  questo pannello l’itinerario è  anche un modo per ricordare il sacrificio di chi  ha combattuto contro le barbarie di  ieri  a favore della libertà di  cui  godiamo  oggi: perché ricordare è fare rivivere

L’itinerario

Roviasca è una frazione di  Quiliano in Valle Trexenda a pochi  chilometri  da Savona, l’itinerario è riconosciuto  come sentiero  della memoria partigiana.

Arrivati  con il proprio  mezzo a Roviasca cerchiamo un parcheggio (cosa non facile visto  l’esiguità dei posti  auto).

Il nostro itinerario inizia da via Bruno Ferro (strada dedicata al  bambino  di dieci  anni  ucciso dai  nazifascisti), la strada in salita ci porterà a superare un archivolto e, seguendo il segnavia triangolo  rosso,  proseguiremo  passando  sotto un piccolo  ponte stradale.

Roviasca

Arrivati in via Villanova si  abbandona il segnavia triangolo  rosso (lo seguiremo nuovamente nella parte terminale dell’anello) per prendere quello indicato  da una croce rossa inoltrandoci tra terrazze coltivate e il panorama che si  apre sulla Valle Trexenda con la Rocca dei  Corvi che domina il tutto,  visibile sulla nostra sinistra.

Mantenendoci  sulla sinistra si  arriverà al Teccio  di  Tersè (408 metri) un vecchio essiccatoio  usato  come rifugio  dai  partigiani.

Il Teccio del Tersè

Roviasca

Nel novembre del 1943 il Teccio del Tersè venne utilizzato come rifugio per i partigiani e da Gino De Marco il cui nome di battaglia era Ernesto.

A lui, ben presto, si unirono altri volontari combattenti formando un nucleo il cui compito era quello di raccogliere armi in azioni di guerriglia, viveri e informazioni da passare ai partigiani della Val Bormida.

Il gruppo del Tersè venne tradito da un contadino che li denunciò alla milizia fascista: il 19 dicembre 1943 ben cento uomini furono impiegati per catturare il piccolo nucleo partigiano (composto da soli otto uomini) riuscendo a fare prigioniero solo uno di loro e cioè Francesco Calcagno che solo dopo pochi giorni di prigionia venne fucilato nel Forte della Madonna degli Angeli a Savona.

Alla fine della guerra il Tercio del Tersè venne trasformato in un piccolo rifugio a lui dedicato.

Proseguendo il sentiero inizia di nuovo  a salire verso il Bricco  di  Quiliano con alcuni  ruderi di  essiccatoi a testimoniare un passato  di lavoro  e fatica.

Roviasca
I ruderi della Casa del Bricco

Al  termine della salita si  raggiunge la Casa del  Bricco o Cà da Suntin-a abitata fino all’inzio  degli  anni ’70: qui  bisogna far attenzione nel non seguire il segnavia croce rossa che si inerpica sulla destra del  rudere fino  a giungere nella boscaglia, ma proseguire sulla nostra sinistra dove ritroveremo il segnavia che ci indicherà la direzione giusta. 

Roviasca
Colle del Termine

Ora il sentiero diventa un’ampia sterrata che porta fino alla Colla del  Termine crocevia sullo spartiacque principale e dove incontreremo  l’Alta Via dei  Monti Liguri purtroppo, da come potete vedere nell’immagine precedente, il panorama offerto  dal  Colle del  Termine è piuttosto  desolante.

Roviasca

Seguiamo l’ampia sterrata contrassegnata dall’Alta Via fino  a giungere a un bivio  sulla nostra destra dove si  seguirà il segnavia tre pallini  rossi con il sentiero che  si innalza in un bosco  (a tratti  alberi  caduti sul sentiero ostacolano il passaggio).

Roviasca
Il fortilizio del Colle del Baraccone

Al termine di  questo  tratto  dell’anello ritroveremo l’Alta Via dei  Monti Liguri seguendo l’ampia sterrata dove in breve si  arriverà al  Colle del  Baraccone,  ma prima merita una visita il fortilizio  del  Baraccone edificato  alla fine del ‘600 sulla dorsale tra la Valle Trexenda e quella del  Bormida.

Più in là abbandoneremo  ancora una volta il segnavia dell’Alta Via per seguire il triangolo  rosso in direzione di  Roviasca: arrivati  a un grosso prato  recintato proseguiamo  sempre sulla nostra destra (attenti  perché il segnavia in questo  tratto non è molto  visibile).

Roviasca

Facendo  attenzione ai  successivi  bivi arriveremo al  tratto iniziale del percorso  passando  accanto  alla parrocchiale di  Roviasca e quindi al  termine di un anello molto  suggestivo.

 

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio.

È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo piú sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia.

Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare.

Finalborgo – Bric della Croce – Finalborgo

Pot Miru, ovvero il Sentiero della pace

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

Architettura è donna: Plautilla e Lina tra le altre

Architettura

Chi progetta

sa di  aver raggiunto  la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere

ma quando non gli  resta più nulla da togliere

Antoine de Saint-Exupery

Architetto oppure architetta? Architetta, ovviamente!

Tra le mie più giovani  amiche c’è  anche Chiara  da poco tempo laureata in Architettura – cosa che in me ispira una benevola invidia in quanto  anch’io avrei  voluto  fare la stessa cosa, ma la vita mi ha offerto  altre opportunità per le quali è avvenuto un deciso cambio di  rotta – ma in quale modo avrei  dovuto  chiamarla riferendomi  al  suo  titolo  accademico? e cioè: architetto oppure architetta?

Ad aiutarmi nella questione lessicale è stato  il sito  di  riferimento per la professione  e cioè Architetti.com dove, per l’appunto,  viene appurato che dire architetta non è per nulla sbagliato.

Risolta questa non piccola questione  (dal punto  di  vista femminile) un’architetta dovrà affrontare  nella sua vita professionale non pochi  problemi, anche di  tipo  affettivi, infatti come disse l’archistar  Zaha Hadid una delle sue ultime interviste:

La gente sottovaluta quanto l’architettura sia una professione difficile perché richiede orari  lunghi e un impegno  assoluto: una donna difficilmente può far carriera in architettura, se si  trova nella condizione di  dover pensare nel  contempo  alla famiglia e, eventualmente se ce ne fossero, alla cura dei  figli

Ovviamente le difficoltà a cui  accennava Zaha Hadid nell’intervista sono le stesse che una donna può incontrare in qualunque ambito lavorativo e che vanno dall’essere pagate di meno  a parità di  mansioni, di non aver accesso a posizioni di potere e (chi l’avrebbe mai  detto?) di  essere vittime di  episodi  di puro  sessismo.

Plautilla Bricci, l’architettrice

Se un’architetta ai nostri  giorni  deve affrontare le difficoltà descritte nel paragrafo precedente, possiamo immaginare quali  siano  state quelle che una donna del XVII secolo  doveva affrontare in una posizione analoga.

Sennonché, fortuna o  destino  che sia (le due cose possono  andare egualmente a braccetto),  per Plautilla Bricci l’avere come padre un artista e per di più  come amico  di famiglia Giuseppe Cesari (meglio  conosciuto  con il nome d’arte di  Cavalier d’Arpino) fu un viatico  per essere ricordata nella storia come l’architettrice.

A questo punto devo  confessarvi  che di  Plautilla Bricci (Roma, 13 agosto 1616 – Roma, 13 dicembre 1705) non ne sapevo assolutamente nulla. A farmela scoprire è  stata la recensione del  libro di Gaia Melania Mazzucco L’Architettrice e la biografia scritta da Consuelo  Lollobrigida Plautilla Bricci. L’architettrice del  barocco  romano (troverete le anteprime dei  due libri  nella sezione Parole in anteprima).

Sempre a cura di  Consuelo Lollobrigida nel box seguente una breve storia della vita di Plautilla Bricci (il pdf può essere scaricato  dal sito Enciclopedia delle donne download).

plautilla-bricci

Lina Bo Bardi, architetta e designer e molto  di più

Architettura

Duecentocinquantotto sono  le piazze di  Milano (più o  meno), una di  esse, quella posta vicino  alla Torre Diamante nella zona compresa nel Progetto Porta Nuova, è dedicata al personaggio di  cui (brevemente) vado  a scrivere: Lina Bo Bardi 

Forse ancor più che la dedica di una piazza a Lina Bo Bardi sarebbe piaciuto sapere che a  lei è stata riconosciuta il Leone d’Oro speciale alla memoria durante la 17esima Mostra Internazionale di  Architettura della Biennale di Venezia 2021.

Lina Bo Bardi

Certo  che un premio alla memoria, per quanto importante sia, può sembrare un riconoscimento tardivo, ma di  soddisfazioni quando  era in vita Lina Bo Bardi  ne ha avute tante da ritenersi  più che soddisfatta.

Lina Bo Bardi  nasce a Roma il 5 dicembre 1914 e a venticinque anni  si laurea in architettura, ma è  a Milano, dove si  trasferirà subito  dopo  la laurea, che la sua professione ha un inizio  travolgente: infatti collabora con Carlo  Pagani e con lo  studio  di  Gio Ponti, trovando anche il tempo  per collaborare con periodici tra cui  Il Tempo e L’Illustrazione Italiana.

Sempre con Carlo  Pagani, nel 1944 è vicedirettrice della rivista Domus;  l’anno  successivo fonderanno il mensile Quaderni  di  Domus.

Inizia anche la collaborazione con Bruno  Zevi con l’edizione di una nuova rivista a cui  venne dato il nome di  A – Cultura della vita per diffondere il pensiero di un architettura razionale a un più ampio  pubblico.

Architettura
il primo numero di A – Cultura della vita il 15 febbraio 1946

Nel 1946 decide di  seguire il marito Pietro Maria Bardi in Brasile direttore del  Museo  d’Arte di  San Paolo – all’anagrafe il nome della nostra protagonista da nubile è Achillina Bo  a cui  aggiungerà al proprio  cognome quello  del marito  dopo il matrimonio – .

Architettura
Il primo numero della rivista Habitat, dicembre 1950

Naturalmente una donna vitale come lei non si  accontenterà di  ricoprire il semplice ruolo  di moglie: infatti, sempre in collaborazione con il marito, da vita alla rivista Habitat mentre l’anno  successivo progetta la sua prima opera brasiliana che sarà dapprima la sua residenza e in seguito la sede dell’istituto a lei  dedicata: la Casa de Vidro.

Nel 1953 ottiene la cittadinanza brasiliana e nel 1957 progetta quello che tutt’ora viene considerato il più importante museo  dell’America Latina: il MASP (Museo  d’Arte di San Paolo).

Architettura
Bowl Chair – 1951

La professione di  Lina Bo Bardi  non è limitata alla sola architettura ma si  apre anche al  design, celebre è la sua realizzazione nel 1951 della Bowl Chair, una poltroncina semisferica che poggia su un anello sostenuto da  quattro  gambe di  ferro, oggi  acquistabile in una serie limitata dalla  Arper  di  Treviso.

Tra le sue  progettazioni  la predilezione è diretta verso il recupero di  fabbricati trasformandoli in centri  di  attività sociali come il SESC Pompeiana (ex fabbrica di  tubi  metallici) a San Paolo, progetto  iniziato  nel 1977 e terminato nove anni  dopo (questo per motivi indipendenti  dalla volontà della progettista) nel 1986.

Tra gli  anni 1986 e 1989 si  trasferisce a Salvador de Bahia dove dirigerà i lavori  per il recupero del centro  storico  della città.

Nel 1990 ritorna a San Paolo pre progettare il nuovo palazzo  del  comune.

Due anni  dopo, il 20 marzo 1992, Lina Bo Bardi muore a San Paolo.

Sono tre i libri in anteprima che vado  a presentarvi, i primi  due dedicati  alla figura di Plautilla Bricci mentre l’ultimo  dedicato  a Lina Bo Bardi.

1

L’architettrice

Nel maggio del 1624 un uomo accompagna la figlia sulla spiaggia di Santa Severa, dove si è arenata una creatura chimerica.

Una balena.

Esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte, è questo che il padre insegna a Plautilla.

Una visione che contribuirà a fare di quella bambina un’artista, misteriosa pittrice e architettrice nel torbido splendore della Roma barocca.

Melania Mazzucco disegna un grande ritratto di donna tornando alle sue passioni di sempre, il mondo dell’arte e il romanzo storico.

2

Plautilla Bricci: Pictura et Architectura

Tra l’età della Controriforma e il Barocco si compie un lento cambiamento culturale che investe il ruolo della donna nella società.

Nel corso di questa trasformazione affiora la figura di un’artista di cruciale importanza per la storia delle donne e per la storia dell’arte: Plautilla Bricci.

Architectura et pictura celebris, la Bricci nacque a Roma nell’agosto del 1616: fu pittrice e architettrice, ricoprendo in questa professione il primato storico per una donna. Chi era Plautilla? Quale fu l’ambiente culturale e sociale nel quale si formò e fu capace di istruirsi? Come spiegare la sua firma su importanti opere d’architettura e dipinti del XVII secolo romano? Come trovò spazio nella difficile società del tempo dominata e gestita dal potere maschile?

Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali si è cercato di dare una risposta in questo libro, prima ancora di aver affrontato l’analisi critica della sua rilevante e molteplice attività, che ha costituto, nel ‘600, un unicum culturale, sociale e artistico. Plautilla non fu soltanto architettrice celeberrima ma anche una molto famosa pittrice: la sua vita e la sua carriera possono essere prese ad esempio per iniziare a riscrivere e rivedere alcune prospettive sulle donne artiste del XVII secolo.

Dopo circa dieci anni di costante ricerca in archivi pubblici e privati, è stato finalmente possibile ricostruire la vita e le opere di questa eccezionale artista, che ha il merito – e forse la forza – di scardinare gli stereotipi che ancora sopravvivono nei confronti delle donne artiste.

3

Lina Bo Bardi: un’architettura tra Italia e Brasile

Una riflessione collettiva sui caratteri ibridi e moderni dell’architettura di Lina Bo Bardi nel clima dei fermenti che hanno attraversato le arti e l’architettura prima e dopo la Seconda guerra mondiale facendo della architetta italo-brasiliana uno delle esponenti della riformulazione latinoamericana del progetto globale delle avanguardie storiche europee spazzate via dai regimi totalitari (Eduardo Subirats, 1991).

Milano: l’amaro  è storia passata

Quattro  alternative per un motore di  ricerca

Riso, risotti e un po’  di  storia

Alla prossima! Ciao, ciao…...

 

Via Julia Augusta e i ponti romani della Val Ponci

Via Julia Augusta

Camminare è una costellazione formata da tre stelle:

il corpo, la fantasia e il mondo aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci, un itinerario  nella storia

L’tinerario  escursionistico che vado a proporvi in quest’articolo, oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del  Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti archeologici quali i ponti romani  e quelli  ancora più antichi come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti  risalenti a 70.000 anni fa e assegnate alla cultura dell’uomo  di  Neanderthal.

Questi  reperti sono  oggi  visibili presso il Museo  Archeologico del  Finale a Finalborgo e nel  Museo  di  Archeologia Ligure a Villa Durazzo – Pallavicini di  Genova Pegli.

Ci  troveremo, quindi,  a percorrere una parte della via Julia Augusta passando sopra i ponti  romani  che storicamente caratterizzano il percorso.

Via Julia Augusta

La via Julia Augusta fu  realizzata nel 13 a.C. dall’imperatore Augusto per assicurare i  collegamenti  con la Gallia.

Nel II secolo  d.C. l’imperatore Adriano  promosse importanti lavori  di  ristrutturazione della strada.

La via Julia Augusta partiva, seguendo l’attestazione delle pietre miliari, da Piacenza, collegandosi  in questo punto  con la via Emilia, proseguendo fino  a Tortona e Acqui Terme, per poi  giungere a Vado Sabatia (Vado Ligure) attraverso la Val Bormida. da qui il percorso si  addentrava nell’entroterra fino  alla Colla di  Magnone, per poi riprendere il tracciato verso il litorale attraversando  la Val Ponci e proseguendo  verso il Ponente.  

L’itinerario 

NOTA: lungo il percorso  non vi sono  fonti per l’acqua.

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie raggiungibile da Noli  seguendo la SP 54 quindi, una volta arrivati  all’altezza del  ristorante Ferrin possiamo parcheggiare nella piazzola di fronte a esso.

Dal parcheggio seguiremo il cartello che indica la direzione verso la chiesa di  san Giacomo  e l’Osteria del Bosco.

Arrivati presso L’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta posta sotto il ristorante.

Come ho  scritto in precedenza, gli  scavi archeologici condotti dall’inizio  degli anni ’60 hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti nel  Finalese, venne abitata sin dalla preistoria.

Con il passare del  tempo (molto  tempo) essa venne adibita a stalla e frantoio e i reperti  di  allora sono tutt’ora visibili.

Dopodiché, ritornando  verso  la chiesa di  San Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi,  scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani  e cioè quello chiamato Ponte Muto o delle Voze, caratterizzato da una muratura a secco, con nucleo di  calcestruzzo rivestito  da piccoli  blocchetti di  Pietra di  Finale.

Via Julia Augusta
Il Ponte Muto o delle Voze

Continuando  nel  nostro  cammino incontreremo quelli  che sono  i resti del  secondo ponte e cioè il Ponte Sordo  (non chiedetemi  del perché di  questi nomi), del quale è oggi  visibile solo una porzione della rampa di  accesso, caratterizzato da una tecnica muraria  e di una monumentalità che ne fanno ipotizzare l’aspetto  analogo al  vicino Ponte delle Fate.

Da notare che il paramento è quello del  tipo  petit appareil tipico  dell’architettura gallo – ligure.

Via Julia Augusta
Il Ponte Sordo……i resti

Arriviamo, quindi, a un bivio  sulla nostra destra, che per il momento  tralasceremo, per inoltrarci verso il Ponte delle Fate passando  accanto a un vigneto  e all’agriturismo.

Via Julia Augusta
Verso il Ponte delle Fate attraversando i vigneti

Il Ponte delle Fate è costituito da un’unica arcata a tutto  sesto che poggia su  grossi  blocchi squadrati  di  Pietra di  Finale, i parapetti  e i muri che delimitano  le rampe di  accesso del ponte sono  rivestite con piccoli  cubetti squadrati  di pietra disposti in filari  regolari secondo  la tecnica petit appareil.

Via Julia Augusta
Il Ponte delle Fate

Siamo arrivati  alla fine del primo  tratto del  sentiero nei pressi  di un parcheggio sui  generis di fronte alla mole della Rocca del  Corno meta di arrampicata molto  frequentata (è la prima via di  arrampicata nel  Finalese) di  cui  il lato ovest è interdetto in quanto area di nidificazione dei  rapaci.

Dal parcheggio un piccolo  sentiero  porta alla base della Rocca del  Corno (sentiero che può presentare delle difficoltà e quindi  consigliato  a escursionisti  esperti)

Via Julia Augusta
Sullo sfondo la Rocca del Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi per prendere, dopo  circa un chilometro, il sentiero  sulla nostra sinistra contraddistinto dal  segnavia con cerchio rosso pieno che ci porterà in breve a Cà du Puncin e al Ponte dell’Acqua.

Il sentiero verso Cà du Puncin e il Ponte dell’Acqua

Il nome di Ponte dell’Acqua deriva da un piccolo  edificio appartenente all’acquedotto costruito utilizzando blocchi di  pietra in parte provenienti dal ponte stesso.

Via Julia Augusta
Il Ponte dell’Acqua

Cà du Puncin conserva una piccola lapide di marmo in ricordo di Giacomo Cambiaso morto all’età di vent’anni nella lotta partigiana contro i nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale.

NOTA: sulla sinistra rispetto  a Cà du Puncin parte un sentiero che ricalca un percorso  per ipovedenti (ormai in disuso) in direzione Rocca degli Uccelli

La piccola chiesa sulla Colla di Magnone (315 metri)

Risaliamo  ancora per la Val Ponci trovandoci infine al  cospetto  dell’ultimo  ponte romano e cioè il Ponte di  Magnone di  cui  resta ben  poco: una porzione del muro  di  contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Da questo punto si  arriverà alla Colla di  Magnone con una piccola chiesa e una panca con tavolaccio per una sosta (foto di repertorio senza tavolaccio)

Dopodiché proseguiremo in salita sull’asfalto  seguendo il segnavia con un cerchio rosso  barrato che diventerà una sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  nei pressi del  Bric dei  Monti, incontreremo un successivo bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata, ci  condurrà in una zona prativa nei pressi della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione a destra condurrà sulla provinciale per il pianoro  delle Manie.

Seguiremo quest’ultima proseguendo  sempre a destra e circa dopo  un chilometro  arriveremo  al nostro punto  di partenza.

L’amore diaboliKo di  Eva 

Edward Hopper malinconica solitudine

I fantasmi  da intrattenimento (nei libri  e al cinema)

Alla prossima! Ciao, ciao…..

 

Le libraie di Baltimora

Baltimora

Ho creato  questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo,

costruendo ogni  stanza come un capitolo,

e mi piace che le persone aprano  la porta nel modo in cui  aprono  un libro,

un libro che conduce in un mondo  magico nella loro  immaginazione

George Whitman

La spia che venne dalla libreria: Avril Haines

Baltimora
Avril Haines

Ammettendo io  stessa che la scelta del  sottotitolo è abbastanza deludente, vi è comunque nella storia  della simpatica signora ritratta nella foto  un passato  tra gli  scaffali  di una libreria.

Come del resto, definirla semplicemente spia è molto riduttivo essendo lei l’incarnazione al femminile di M e cioè il capo a cui anche James Bond doveva rispondere.

Lei si  chiama Avril Haines che a 52 anni  è la direttrice del  National Intelligence, cioè quell’entità federativa composta da 17 agenzie che si  raggruppano  sotto il nome di  United States Intelligence Community (penso  che l’italiana Alessandra Belloni ricopra un ruolo  analogo  per quanto  riguarda i nostri  servizi  segreti…..se non è così ammetto la mia ignoranza nelle faccende riguardanti  James Bond & C.).

Immagino  che non si possa raggiungere l’apice di  quel tipo  di  carriera se prima non diventi, a ventidue anni,  cintura nera di  Judo in Giappone presso la scuola Kōdōkan di Tokio  (al confronto la cintura nera di Putin diventa un po’ scolorita), per poi  decidere di  ritornare a Chicago  per studiare fisica teorica e nel frattempo guadagnarsi  da vivere lavorando in un officina meccanica riparando motori e (perché no?) prendere il brevetto  da pilota.

Con in tasca la laurea in fisica  la giovane Haines  si  trasferisce  a Baltimora per perfezionarsi  presso la Johns Hopkins University, ma qui  comprende che la vita accademica non fa per lei, decidendosi, quindi, di dedicarsi a tutt’altro.

Cosa può fare mai  una giovane donna intelligente e preparata come Avril se non aprire una libreria indipendente?

Prende in affitto i locali  di un pub chiuso  precedentemente dalla polizia, perché centrale di  spaccio, chiamandola Adrian’s Book Café (Adrian era il nome di  sua madre che morì quando lei  aveva quindici  anni).

Punto di forza e particolarità della libreria era un’ampia sezione dedicata alla lettura erotica (erotica e non pornografica: tra le due definizioni  vi è una profonda differenza) con serate di  reading dedicate a questo tipo  di  letteratura (e sconti per le coppie che intervenivano all’evento).

Dopodiché anche questa esperienza verrà messa da part, poiché Avril decide di entrare alla Georgetown University  a Washington, per conseguire la laurea in legge.

E’ il suo trampolino  di lancio  per una carriera eccezionale : diventa consigliere legale per il dipartimento  di  stato; successivamente  Obama la vuole come prima donna statunitense a ricoprire il ruolo  di  vicedirettore della CIA (ruolo che perderà con la presidenza Trump) e oggi il presidente Biden può contare sulla sua professionalità  per smascherare le menzogne di  Vladimir Putin riguardo  all’invasione dell’Ucraina.

Da Baltimora con amore (per la letteratura): Sylvia Beach

Baltimora
Sylvia Beach nel 1920

Cercando il materiale per la stesura di  quest’articolo (che di  certo non verrà premiato  con il Pulitzer) mi ha colpito il comune denominatore che lega Sylvia Beach con Avril Haines: la città  di  Baltimora e il fatto  che entrambe amassero la letteratura e che entrambe gestissero una libreria.

Anche se è da considerare che per la direttora dei  servizi  segreti statunitensi l’esperienza di  Baltimora è stata una breve parentesi, mentre Sylvia Beach a Baltimora vi  è nata il 14 marzo  1887 (morirà  a Parigi il 5 ottobre 1962).

Verso  la fine della Prima guerra mondiale Sylvia Beach  è a Parigi  per studiare letteratura francese contemporanea, ma soprattutto, ciò che l’avrà spinta a soggiornare nella capitale è che essa rappresenta il fulcro  della cultura mondiale con nomi  del  calibro  di  Picasso, Modigliani,  Apollinaire (solo per citare alcuni  nomi tra i tanti).

Inevitabilmente si  ritroverà a frequentare gli  ambiente bohémien della capitale e, tra le tante conoscenze che farà, una in particolare le darà la spinta per una nuova impresa: Adrienne Monnier, scrittrice e poetessa nonchè proprietaria della libreria La Maison des Amis des Livres, convince Sylvia Beach ad aprire una libreria dove i libri  possono  essere presi in prestito dietro un modico  compenso.

Così, nel  1919 a rue de L’Odeon, aprirà i  battenti Shakespeare and Company: caratteristica della libreria sarà quella di  vendere (o dare in prestito) solo  libri in lingua inglese: Presto  Shakespeare and Company diventerà un luogo  d’incontro per scrittori  come Ernest Hemingway, Ezra Pound, James Joyce…… 

Shakespeare and Company
Baltimora
L’interno odierno della Shakespeare and Company

La Shakespeare and Company di Sylvia Beach chiuderà i battenti nel 1941 sotto l’occupazione nazista di Parigi.

Nel 1951 George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011) aprirà una libreria con il nome di Mistral, nome che cambierà in Shakespeare and Company in ricordo della sua amica Sylvia Beach morta nel 1962. Come la vecchia libreria, anche la nuova Shakespeare and Company diventerà negli anni luogo di scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs.

 

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company, oggi  gestita dalla figlia di  Whitman non può essere una libreria qualunque in quanto, sia nel passato che nel presente, è il luogo ideale per incontrare di persona scrittori più o meno noti – quelli che lo sono meno hanno la possibilità di avere un luogo per dormire qualche notte nella libreria in cambio di lavoro manuale tra gli scaffali: una stima al ribasso, forse esagerata, dice che dagli anni ’50 ad oggi vi abbiano dormito più di 30.000 persone – e, quindi, partecipare agli eventi particolari come il Sunday tea ascoltando, tra un sorso di tè e qualche biscotto, gli autori leggere alcuni brani dei loro libri o poesie.

Sylvia e James: un’amicizia e un libro 

James Joyce nel 1915

Adrienne Monnier condividerà per trent’anni con Sylvia Beach una passione per  i libri  e una passione più intima, che terminerà con il suicidio della proprietaria de La maison des amis des livres.

Sarà sempre Adrienne a fare incontrare a una festa di  letterati Sylvia Beach con lo  scrittore James Augustine Aloysius Joyce  (semplicemente conosciuto come James Joyce), lei dello  scrittore irlandese conosce per averlo letto  Gente di  Dublino e adesso  che ha di fronte in carne e ossa l’autore, vede in lui un uomo molto interessante e sensibile e quindi lo inviterà a visitare Shakespeare and Company.

Joyce accetterà l’invito  di buon grado e lo  farà portando con se delle copie della rivista americana Little Review dove  l’opera  Ulisse doveva essere pubblicata a puntate ma che, dopo  solo  alcuni  numeri, venne censurata per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo  nel 1966).

A questo punto  non sapremo  mai  cosa scattò nella testa di  Sylvia Beach, ma offrì senza esitazioni  di pubblicare lei Ulisse  aprendo una piccola casa editrice: il 2 febbraio 1922 (il giorno  del  compleanno  di  James Joyce) con una tiratura di mille copie i parigini avrebbero potuto leggere per primi l’opera di  Joyce.

Ho  scritto avrebbero potuto perché la storia dice che tutte le copie furono  acquistate in blocco  e poi  bruciate: da chi e perché non si  sa.

Voi, invece, ne potete leggere alcune pagine alla fine dell’articolo  nella sezione Parole in anteprima (cioè qui  sotto!)

 

Il più bello e interessante dei soggetti è quello dell’Odissea. È più grande e più umano di quello dell’Amleto, superiore al Don Chisciotte, a Dante, al Faust… A Roma, quando avevo finito circa la metà del Portrait, mi resi conto che l’Odissea doveva esserne il seguito»:  così nel 1917 James Joyce spiegava a Georges Borach.

E cominciò a scrivere l’Ulisse, che uscì a Parigi il 2 febbraio 1922, giorno del suo quarantesimo compleanno, per iniziativa di un’intraprendente americana di Baltimora, la ventitreenne Sylvia Beach.

Sei anni di intenso lavoro, di stesure e continue revisioni per trasformare il grande mito in grande pantomima. Diciotto episodi, diciotto luoghi, diciotto ore e momenti, diciotto stili, una miriade di personaggi e situazioni per raccontare l’eroicomica giornata di un ebreo irlandese di origini magiare, l’agente pubblicitario Leopold Bloom.

Un uomo a spasso per Dublino dalle otto alle due di notte del 16 giugno 1904: le sue azioni, i suoi pensieri, le azioni e i pensieri della città, delle cose, della gente che incontra, di Stephen Dedalus, ovvero l’altra parte di sé, il giovane intellettuale in cerca di un padre (così come Bloom è in cerca di un figlio), di sua moglie Molly, ovvero il grembo da cui si salpa e a cui si ritorna.

Avrei  voluto  pubblicare qualcosa di  diverso per i Titoli di  coda, ma dopo  l’aggressione russa ai  danni  dell’Ucraina  ho  trovate che le parole di  Charlie Chaplin siano più attuali  che mai.

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Al Azif ovvero il Libro  delle leggi  che governarono i morti

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Alla prossima! Ciao, ciao……♥♥