Finalborgo – Bric della Croce – Finalborgo

Finalborgo

I camminatori  sono persone singolari,

che accettano per qualche ora o  qualche giorno

di uscire dall’automobile

per avventurarsi  fisicamente nella nudità del mondo

David Le Breton

Due parole prima di iniziare

Nelle vesti  di  camminatrice l’antropologo e sociologo francese  David Le Breton  mi vedrebbe come persona singolare?

E’ una domanda che dovrei  rivolgere direttamente all’autore di Camminare: Elogio  dei  sentieri e della lentezza (anteprima alla fine dell’articolo  nella sezione Parole in anteprima) ma che rivolgo  anche a voi: vi  considerate, dunque, persone singolari perché appassionate(i) di  escursionismo, cammini o trekking? E fino  a che punto  lo siete?

Vi ricordo  che, desiderandolo, potete rispondermi direttamente dalla  home del  sito attraverso il modulo messaggi.

L’itinerario:  da Finalborgo  al  Bric della Croce 

L’anello  escursionistico  che vado  a descrivervi non è solo piacevole per gli  spunti  paesaggistici  e storici  che incontreremo  lungo il percorso, ma lo è anche perché il fulcro  del percorso è Finalborgo, cioè quello  che io  considero  essere uno tra i  borghi più belli della Liguria di ponente, meta di  sportivi appassionati  di arrampicata ed escursionismo, nonchè di  mountain -bike: la presenza  di  vari negozi  di  articoli  sportivi specializzati  nell’outdoor  all’interno  delle mura del  borgo ne sono la testimonianza.

A questo  si  aggiungiungono diverse opportunità per l’ospitalità offerte da B&B e agriturismi, nonchè  una scelta più che buona per la ristorazione.

Finalborgo
Finalborgo
Panorama di Finalborgo dal forte San Giovanni

Finalborgo è uno dei tre borghi che compongono Finale Ligure, gli altri due sono Finale Marina e Finalpia.

Finalborgo è situato nell’entroterra a pochi chilometri dal mare, chiusa tra le mura di cinta si accede a esso attraverso Porta Reale, Porta Romana, Porta Testa e Porta Mezzaluna, la quale  è posta sotto il forte San Giovanni che incontreremo subito dopo l’inizio del nostro percorso.

La nostra visita turistica non deve assolutamente escludere  quella  al  convento  di  Santa Caterina (è la vostra Caterina che ve lo  consiglia)


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Si parte dalla Piazza del  Tribunale seguendo il segnavia con stilizzata la sigla VP (Via del Purchin) quindi,  procedendo sulla strada Beretta (o Strada della Regina), passeremo Porta Mezzaluna poco  al  di  sotto  del  forte San Giovanni.

Forte San Giovanni e la Strada Regina
Finalborgo
La Porta della Mezzaluna

Costruito dagli spagnoli nel Seicento su di un precedente fortilizio, Forte San Giovanni si erge su Finalborgo a cavallo tra la Valle del Pora e quella dell’Aquila.

Il forte venne abbandonato dagli spagnoli nel 1700 e successivamente parzialmente demolito da Genova nel 1715.

Nel 1882 divenne sede di un carcere per poi essere definitivamente dismesso all’inizio del XX secolo.

Nel 1984 iniziarono i lavori di restauro che portarono Forte San Giovanni alle condizioni originarie.

Il 20 agosto del 1666 Margherita Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, dopo essere sbarcata dalla nave Reale spagnola a Final Marina, intraprese il suo viaggio per andare in sposa all’imperatore d’Austria Leopoldo I d’Asburgo, da qui il nome di Strada della Regina.

Tra il 1674 e 1678 l’ingeniere militare  Gaspare Berretta apportò notevoli interventi di miglioria alla strada.

Per la visita al Forte san Giovanni  vi  rimando  al  sito del  MUDIF (Museo Diffuso  del  Finale).

Proseguendo  lasciamo alla nostra sinistra la deviazione che porta alla visita di Castel Gavone (segnavia due bolli rossi) eretto sul colle del Becchignolo   alla fine del XII secolo  dalla famiglia Del Carretto  signori  di  Finale.

Ci dirigiamo a sinistra verso  Perti sulla strada asfaltata per   arrivare in breve tempo a una mulattiera a destra nei pressi  di  alcune case, qui il sentiero inizialmente si presenta pianeggiante per poi salire in maniera decisa fino ad uscire dal bosco in una zona pianeggiante dove troveremo il piazzale della dismessa cava della Rocca di   Perti (palestre di  arrampicata in zona).

Finalborgo

Da qui, con alcuni  saliscendi  nel  bosco seguendo la traccia di un piccolo sentiero, si  arriva  in breve tempo al  Bric della Croce con uno stupendo panorama che spazia sul litorale fino all’isola della Gallinara, peccato  solo per il nastro  d’asfalto  dell’A10 che disturba un po’ la visione (d’altronde le autostrade ormai  le usiamo  tutti per comodità)

 Prestando  ben  attenzione al  salto vertiginoso posto pochi  a pochissima distanza  dalla croce (nella foto il mio  sorriso  nasconde una certa apprensione in quanto sofferente di vertigini) possiamo  rispondere all’invito scritto  nel  libro  di  vetta e cioè completare la frase Cade la foglia…Elena, continua tu…..  

Dal Bric della Croce a Finalborgo

Adesso  non ci  resta che ritornare a Finalborgo incominciando  a scendere per un sentiero non molto  agevole a cui si  aggiunge la difficoltà iniziale nel  trovare i  segnavia (comunque non c’è nessuna alternativa alla discesa se non il baratro  alla nostra sinistra).

Finalborgo
Il (presunto) Grottino del Bric della Croce

Prima di  arrivare alla località Cianassi (ampio parcheggio se desideriamo  arrivare al Bric della Croce in senso inverso  senza passare da Finalborgo) incroceremo  una grotta con due aperture: il Grottino del  Bric della Croce (non giurerei, però, che questo  sia il suo nome…..).

La strada del ritorno con Caterina in posa (…è più forte di me)

A questo punto si può dire che la parte dell’itinerario escursionistico  diventa una facile camminata in quanto proseguiremo su  di una stradina asfaltata con scorci  sul nucleo abitato di Montesordo fino ad arrivare alla chiesa di  Nostra Signora di  Loreto (più conosciuta come Chiesa dei  Cinque Campanili)

Chiesa di Nostra Signora di Loreto (oppure Chiesa dei Cinque Campanili)

Finalborgo

La chiesa di Nostra Signora di Loreto venne costruita intorno al 1470 sotto committenza della famiglia dei Del Carretto e posta in un ambiente allora perfettamente rurale.

Essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura religiosa rinascimentale ligure. I modelli di riferimento possono essere riconosciuti nella Sacrestia vecchia, opera di Brunelleschi per la chiesa di san Lorenzo a Firenze, ma soprattutto nella cappella Portinari in Sant’Eustorgio a Milano.

Osservando i pilastri angolari della chiesa si possono notare le targhe in Pietra di Finale con gli stemmi dei Del Carretto e di Viscontina Adorno, moglie di Giovanni I del Carretto.

Dopo questa piccola disgressione culturale riprendiamo  il nostro cammino per abbandonare l’asfalto scendendo, quindi, per una mulattiera che in seguito  si  trasformerà in strada a fondo  cementato.

Arrivati in prossimità dell’agriturismo Ai Cinque Campanili si  continua a scendere fino  a raggiungere la borgata Sottoripa caratterizzata (purtroppo) da ormai in rovina.

Qui  ritroviamo il nostro  segnavia VP che in breve ci  riporterà al nostro punto d’inizio e cioè in Piazza del  Tribunale.

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato.

Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio.

Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza.

Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Da Calvisio ai  ciappi: un’escursione nella preistoria

Collina del  Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Oasi  Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

L’amore diaboliKo di Eva

amore

Il cielo non ha collere paragonabili all’amore trasformato in odio,

né l’inferno ha furie paragonabili a una donna disprezzata

 (Tratto  da La sposa in Lutto  di  William Congreve -1697)

L’amore diabolico di un’eroina dei  fumetti

I fratelli  Manetti hanno messo  molto impegno nel  trasporre  Diabolik dalle pagine di un fumetto alla visione di un film: la critica, o buona parte di  essa, altrettanto  si è impegnata a stroncare l’esperimento dei  due fratelli (comunque sono in cantiere  altri due episodi della saga di Diabolik).

In questo  articolo non scriverò tanto  del re del  terrore quanto piuttosto di  lei, considerata comprimaria nelle avventure di  Diabolik, ma che poi a vedere tanto comprimaria non lo è affatto: Eva.

Piccola storia di Eva Kant (e della sua rivale)

amore

Eva Kant appare per la prima volta in L’arresto di Diabolik ma le sue origini vengono svelate in due successivi racconti e cioè Ricordi del passato e Eva Kant quando Diabolik non c’era.

Eva è quindi la figlia illegittima di una povera ma bellissima donna di nome Caterina (lo stesso  di una famosa blogger….) e di Lord Rodolfo Kant.

Quest’ultimo, per paura di uno scandalo, ma soprattutto di suo cugino Anthony Kant, nasconde la relazione con Caterina e la nascita della bambina. Un giorno, però, Rodolfo in pegno del suo amore nei riguardi di Caterina, le porta in dono il Diamante Rosa ma, come in tutti i feulitton di rispetto, il cugino Anthony si mette di mezzo e uccide i genitori di Eva  facendola poi rinchiudere in un orfanotrofio.

In seguito Eva fugge via dalla sua prigione rifugiandosi in Sud Africa: qui, sotto la copertura di cantante di nightclub, inizia la carriera di spia industriale finchè un giorno incontrando il cugino di suo padre (che immagino non la riconosca) lo fa innamorare per poi sposarsi e acquisire legalmente il cognome Kant.

In Eva Kant quando Diabolik non c’era l’episodio in cui lei farà sbranare il marito da una pantera…..

 A questo punto  mi sembra  giusto aprire una piccola parentesi per presentare il personaggio femminile che prima di  Eva ha fatto  coppia con Diabolik (amore non disinteressato da quello  che potete leggere nel  box seguente): Elisabeth Gay

it.wikipedia.org-Elisabeth Gay

Dal fumetto  alla pellicola (le attrici  di  Eva)

Le sorelle Giussani (delle quali parlerò in seguito) per il personaggio  di  Eva Kant si erano  ispirate ai volti  di  due bellissime attrici  e cioè Kim Novak  e Grace Kelly, mentre al cinema Mario  Bava prima e i fratelli Manetti  dopo hanno  chiesto rispettivamente  a  Marisa Mell  e Miriam Leone di interpretare il ruolo  di  Eva Kant.

Due film, due Diabolik, due Eva

Il 3 maggio 1965 sull’albo a fumetti Diabolik – l’artiglio del diavolo, appariva quest’inserzione per la ricerca di un volto maschile per il ruolo di Diabolik in un film diretto dal regista inglese Seth Holt.  

Ovviamente i produttori si resero conto ben presto che affidare il ruolo a uno sconosciuto sarebbe stato controproducente e  per questo si rivolsero all’attore Jean Sorel e Elsa Martinelli per interpretare la coppia Diabolik – Eva.

Le riprese del film iniziarono il 20 settembre 1965 e terminarono improvvisamente il 13 novembre dello stesso anno per incomprensioni tra attori, regista e produttori (sul sito Visioni Proibite troverete un ampio racconto sulla vicenda).

Bisogna aspettare solo tre anni affinché nel gennaio del 1968 nelle sale cinematografiche arriva il Diabolik di Mario Bava (con  Dino de Laurentiis come produttore) adattamento dell’albo Il re del terrore: il cast che comprendeva John Philip Law nel ruolo di Diabolik, Marisa Mell in quello di Eva e Michel Piccoli nelle vesti dell’ispettore Ginko.

In Italia Diabolik venne snobbato  dal  critico  Tullio Kezich che lo  definì semplicemente stupido, mentre all’estero,specialmente in Francia, il film fu molto  apprezzato tanto  che il critico  cinematografico statunitense Roger Ebert lo  definì più bello  e divertente di  Barbarella

Ho già scritto in precedenza del Diabolik  dei fratelli Manetti ( meglio  conosciuti  come Manetti Bros.) e quindi non aggiungo  altro  non avendo  visto  il film, ma dal  trailer penso proprio  che risparmierò qualche euro non andando  al cinema (e pazienza se mi perderò l’interpretazione del  bravissimo Valerio  Mastandrea nei  panni  dell’ispettore Ginko)

La nascita di  Diabolik

Sono tante le cose accadute nel 1962 tra le quali  la scomunica di papa Giovanni XXII nei  confronti di  Fidel Castro (3 gennaio) e la morte, per certi  versi  ancora misteriosa, di Marilyn Monroe (5 agosto) ma, per quanto  riguarda il mondo  dei  fumetti, sempre in agosto su  Amazing Fantasy  nasce l’Uomo Ragno.

In Italia, il primo novembre del 1962, nelle edicole si  aggira per la prima volta uno strano  personaggio in calzamaglia: è nato il Diabolik  delle sorelle Giussani.

amore
Angela e Luciana Giussani

Fu  Angela, la maggiore delle sorelle, ad avere l’idea di un personaggio quale Diabolik in aperta  rottura con la morale degli anni Sessanta: nel suo progetto il fumetto  doveva avere  sangue (molto), sesso  e violenza.

Chi più di  lei poteva comprendere il magico mondo   dei  fumetti  essendo lei  stessa  proprietaria della casa editrice Astorina (fondata nel 1961): Diabolik, per meglio  dire il fumetto  di  Diabolik, poteva coinvolgere diverse tipologie di  lettori, dai più giovani  fino ai pendolari  annoiati nelle loro trasferte in treno.

Diabolik  arriverà alla sua tredicesima puntata quando  Angela decide di  proporre alla sorella Luciana di occuparsi insieme di Astorina e di  scrivere a quattro  mani le future avventure del  Re del  terrore.

Il 10 febbraio 1987 Angela muore a causa di un tumore all’età di 65 anni; Luciana prosegue nel  dirigere la casa editrice lasciando l’impegno nel 1992, continuando, però, a scrivere le avventure di  Diabolik: l’ultima sarà Vampiri  a Clerville (2000).

Luciana muore nel  marzo  del 2001 a 73 anni.

Il mistero Angelo Zarcone

Tra i disegnatori chiamati a dare forma a Diabolik, uno ha lasciato dietro di se un’aura di mistero: Angelo Zarcone.

Di Angelo Zarcone si sa di certo che era italiano e che negli anni sessanta aveva all’incirca trent’anni.

Veniva soprannominato il tedesco poiché si recava presso la redazione della casa editrice Astorina in compagnia di un bambino biondo avuto dalla relazione con una donna tedesca ma, soprattutto, perché in estate si presentava vestito con un paio di bermuda e zoccoli con le calze (proprio come i più classici turisti teutonici).

Angelo Zarcone lavorò alle tavole del primo numero di Diabolik scritto da Angela Giussani: consegnate le tavole all’Astorina, sparì senza lasciare nessun recapito.

Nel 1982, in occasione del ventennale di Diabolik, le sorelle Giussani ingaggiarono il famoso investigatore privato Tom Ponzi per rintracciarlo, ma neanche lui ebbe successo.

Nel 2019 venne realizzato il documentario diretto da Giancarlo Soldi, dal titolo Diabolik sono io al cui interno si fanno ipotesi  (solo ipotesi) sulla vita di Angelo Zarcone dopo la sua misteriosa scomparsa

Note conclusive

Per gli  appassionati del mondo  del  fumetto, in particolar modo  di  Diabolik, il Museo  del Cinema di  Torino  ha realizzato la mostra Diabolik alla Mole aperta fino  al 14 febbraio 2022.

Nel  box seguente tutte le informazioni  al riguardo.

Diabolik alla Mole (INFO)

Ingresso con biglietto Museo o Museo + Ascensore.

Ingresso solo alla mostra Diabolik alla Mole (spazio espositivo al piano accoglienza): biglietto unico 5 €.

In occasione dell’omaggio a Diabolik, il Museo Nazionale del Cinema e il Mauto hanno attivato la reciproca riduzione sul biglietto di ingresso: presentandosi in cassa di uno dei due musei con il biglietto dell’altro si avrà diritto alla tariffa ridotta.


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Diabolik incontra Eva. Per i due è amore a prima vista, ma Diabolik viene arrestato dall’ispettore Ginko, processato e condannato a salire sulla ghigliottina.

Ormai mancano poche ore all’esecuzione, ma Eva non si persa d’animo: lo strappa letteralmente alla morte e per lei e Diabolik è l’inizio di un meraviglioso amore, che dura tuttora.

Le parodie realizzate su  Diabolik sono tante (adorabile Paperinik) ma  Arriva Dorellik interpretato  da Johnny Dorelli e Margaret Lee  per la regia di  Steno  è tra quelli più riusciti (l’anno è il 1967).

Lo stesso  Johnny Dorelli è l’autore della colonna sonora del  film e cioè Arriva la bomba

Edward Hopper, malinconica solitudine

Stuart Kaminsky: se lo leggi non lo lasci

Anne Brontë, tra i coraggiosi  e i  forti

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Da Calvisio ai Ciappi: un’escursione nella preistoria

Calvisio

In viaggio  la cosa migliore è perdersi.

Quando ci  si  smarrisce, i progetti  lasciano  posto alle sorprese,

ed è allora, ma solamente allora,

che il viaggio comincia

Nicolas Bouvier

 Da Calvisio alla preistoria (senza perdersi, o quasi)

Se condivido ampiamente  le parole di  Nicolas Bouvier, e cioè che durante un viaggio le maggiori  sorprese avvengono in ciò che non si è programmato (a meno di non essere nel  centro  dell’Amazzonia), al contrario mi infastidisco non poco quando in un escursione che prevede di  andare dal  punto  A al punto  B i segnavia ti ingannano  e ti ritrovi  al punto  C: cioè fuori  rotta.

 Oggi  la tecnologia aiuta a non smarrirsi, ma per una come me che utilizza il GPS al  solo  scopo  di  tracciare il percorso da visualizzare in seguito su  di una mappa e che all’elettronica preferisce la vecchia e cara carta escursionistica  (che non ha bisogno di  ricarica per funzionare), il piacere di perdersi può diventare abitudine, quindi, guardando il tracciato  dell’itinerario che troverete in seguito, vi prego  di non tener conto  dei  fuori  rotta rispetto  al  tracciato principale.

 

Calvisio
Siete pronti? Allora seguitemi….

L’itinerario

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Calvisio si  raggiunge facilmente dall’uscita autostradale di  Finale Ligure, quindi proseguendo in direzione Finalborgo si  raggiunge in poco  tempo il nostro punto  di  partenza.

Calvisio
Calvisio – chiesa di san Cipriano

Arrivati  a Calvisio è possibile  parcheggiare nelle vicinanze della chiesa di  san Cipriano altrimenti, percorrendo in auto uno  stretto  viottolo alla sinistra della chiesa ( vicolo  Bedina, dove inizia il nostro percorso seguendo il segnavia rombo  rosso ) è possibile arrivare fino a Lacremà (Calvisio Vecchio) e parcheggiare nei pressi  della vecchia chiesa.

NOTA: I posti auto a Lacremà sono davvero  esigui (ne ho  contati  quattro) e parcheggiare al  di  fuori dei limiti  consentiti si  rischia la multa per divieto  di parcheggio (sembra che la Polizia Municipale di  Calvisio sia molto solerte nel far rispettare le regole).

Zaino  in spalla percorriamo via Bedina in ripida salita fino  all’abitato  di  Lacremà dove l’acciotolato presto diventerà sentiero.

Calvisio
L’abitato di Lacremà (o Calvisio Vecchio)

Ad un primo  bivio proseguiamo in salita mantenendoci  sulla nostra sinistra per arrivare quindi a un secondo bivio che porta al Bric Reseghè all’incirca 2 chilometri  e mezzo  dalla partenza (la cartina interattiva può essere utile per valutare le distanze).

Noi  proseguiamo dritti seguendo il segnavia quadrato  rosso fino ad arrivare a Camporotondo, luogo ammantato di  mistero per la posizione apparentemente isolata e per la costruzione in pietra posta ai  suoi  margini (forse un semplice ricovero per uomini e animali?).

Calvisio
I ruderi di Camporotondo

A questo punto il segnavia  si perde lasciando  l’escursionista (cioè la sottoscritta) abbastanza disorientata, finchè con  innato  senso  di  orientamento (direi  con molta fortuna) ritrovo la direzione giusta da prendere  in un comodo  sterrato subito  dopo  aver attraversato il bosco di Camporotondo mantenendoci  sulla nostra sinistra, trovando a segnare il percorso un rombo  rosso.

Si prosegue con alcuni  saliscendi fintanto  che un caratteristico presepe posto in una cavità della roccia indica che siamo in prossimità del  Ciappo  dei  Ceci che, insieme al  Ciappo  delle Conche e quello  del Sale, costituisce uno dei  siti archeologici con presenza di incisioni  rupestri presenti  nella zona del finalese.

Calvisio
Ciappo delle Conche

Ed è appunto proseguendo che arriviamo  al Ciappo  delle Conche, punto  conclusivo  di  questo itinerario (il ritorno, ovviamente, ricalca il percorso  d’andata).

Le Ciappe e le loro incisioni rupestri

Calvisio

Il primo studioso che diede una mappatura delle incisioni rupestri del finalese fu Clarence Bicknell nel 1897 ( a lui si deve la scoperta delle incisioni rupestri presenti nella Valle delle Meraviglie del Monte Bego).

Nel 1908 è il geologo Arturo Issel che, pubblicando un censimento delle incisioni rupestri, ne ipotizzò la loro natura preistorica. eppure, ancora oggi, una datazione precisa di queste testimonianze del passato e del loro significato non è certa.

Alcuni archeologi hanno evidenziato un’analogia di questi siti con quello di Panoias (Portogallo settentrionale) dove una grossa roccia presenta coppelle e vasche collegate da canali e dove, in base alla traduzione di alcune frasi incise nella roccia in latino, risalenti al III secolo d.C., hanno portato a ipotizzare che in questi luoghi si officiassero riti di iniziazione, anche cruenti, con sacrifici di animali.

Purtroppo, come si può vedere dalla fotografia seguente, il Ciappo delle Conche attira anche coloro che, ignorando l’importanza storica di queste testimonianze del passato, vogliono lasciare il loro segno per la curiosità degli archeologi di un futuro remoto

Calvisio

Ciappo delle Conche: alcune incisioni

Colle del  Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Val Ponci: un’escursione nella storia

Piampaludo e la Pietra Scritta: l’anello  escursionistico 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Milano: l’amaro è storia passata

Milano

Milano rinasce ogni  mattina,

Milano è positiva, ottimista, efficiente.

Milano è da vivere, sognare e godere.

Milano da bere

Tratto dalla campagna pubblicitaria per l’Amaro Ramazzotti (1985)

Milano (non quella da bere) nei pensieri  di una genovese 

Nè birra o vino, tanto  meno un Amaro Ramazzotti: per una come me alla quale bastano un paio  di boeri  al  rhum per entrare nelle grazie di  Bacco, Milano  non è per nulla la città glamour degli  anni ’80 (Tangentopoli compresa) descritta in uno  spot che oggi  suona tanto  di  ridicolo, ma è la metropoli  che mi affascina per modernità e cura delle testimonianze del  suo  passato.

D’altronde, avendo lavorato in Brianza per un tot di  anni in una multinazionale svizzera che si occupa di portare persone e cose su e giù negli  edifici,  un po’ di  milanesità  è entrata a far parte del mio DNA…….. (il resto è pura genovesità).

Quindi, astemi oppure no, seguitemi in questa  succinta descrizione di  due siti  di  questa stupenda (si, ho scritto proprio stupenda) metropoli.

Milano da bere (negli anni'80)

Milano da bere è un’espressione giornalistica, originata da una campagna pubblicitaria che definisce alcuni ambienti sociali della città italiana di Milano durante gli anni 80 del XX secolo.

In questo periodo, la città era assurta a centro di potere in cui si esercitava l’egemonia del Partito Socialista Italiano (PSI) del periodo craxista.

Si trattava di un decennio caratterizzato dalla percezione di benessere diffuso, dal rampantismo arrivista e opulento dei ceti sociali emergenti e dall’immagine alla moda

Testo  tratto  da Wikipedia

Milano e il suo museo  di  design

Milano

La sede dell’ADI Design Museum è il classico  esempio di una struttura industriale dismessa e poi riconvertita in un intelligente progetto museale: dove una volta esisteva il deposito dei  tram  a cavallo della Società Anonima Omnibus e, dal 1896, centrale elettrica e in seguito impianto  di  distribuzione dell’elettricità (all’interno  dell’area espositiva sono visibili parte delle apparecchiature),  sorge oggi  il più grande  museo d’Europa  dedicato al design.

Al  suo interno, in maniera permanente, è visibile la collezione del  Compasso  d’Oro e cioè il premio  dedicato al  design che sessantasette anni  fa (quindi  nel 1954…..se non avete voglia di  fare conti)  fu voluto da  Giovanni (Gio) Ponti  e che ogni  due anni  viene assegnato dall’Associazione per il disegno industriale.

Curiosa è la sezione Uno a Uno in cui  vengono proposti  al  visitatore copie di progetti di uno  stessa tipologia ma separati dal tempo: così, ad esempio, la presentazione della Fiat 500 del 1959 e quella del 2011 entrambi  vincitrici del Compasso  d’Oro  nei  rispettivi  anni.

L’allestimento del  museo è stato  realizzato  dagli  studi di  architettura Migliore+Servetto Architects  (da questo  studio  è nato il progetto  e la realizzazione del  Blue Line Park, il parco  urbano nato  sul tracciato  di una ferrovia dismessa che collega il quartiere di Haenduae nella città di Busan (Corea del  Sud) al  centro balneare di Songieong…..  se andrete in futuro da quelle parti, adesso  sapete chi  ha progettato il tutto)  e Italo Lupi.

ADI Design Museum (INFO)

Milano CityLife 

Milano

WOW! avrei  potuto  anche usare espressioni  quali caspita, però, perbacco, cavolo, ****** (quest’ultima volutamente censurata), ma la meraviglia alla vista delle tre torri di  CityLife (e di  tutto  ciò che lì  era intorno) mi ha indotto a esprimermi  con quel wow! 

Milano
L’area occupata dalla vecchia Fiera di Milano (1963)

Non che io  vada in giro esprimendomi sempre in questa maniera (anzi non sopporto anglicismi quali location, call, lockdown, breafing, mission, fashion, cool, outfit etc…..), tanto meno provengo dal  deserto  del  Kalahari dove è difficile imbattersi in suddette costruzioni, ma la trasformazione di un’area metropolitana, come quella occupata  dalla vecchia Fiera, in un progetto  di  valorizzazione della stessa in chiave ultramoderna (magari fra un centinaio  di  anni questa modernità sarà essa stessa storia) e polo  di  attrazione sia per chi vive a Milano,  e sia da chi, turista come la sottoscritta, ne è attratta per la valenza architettonica.

CityLife il progetto

Milano

Nel 2004 viene indetto una gara internazionale per la riqualificazione della vecchia area fieristico (la prima Fiera risale al 1920) che verrà spostata al nuovo polo di Rho – Pero l’anno seguente.

Il vincitore del concorso internazionale sarà il progetto CityLife.

Nel periodo tra gli anni 2007 – 2008 compreso si procede con la demolizione dei venti padiglioni della vecchia fiera con criteri avanzati dal punto di vista ambientale per salvaguardare le zone limitrofe al cantiere. Inoltre in questa fase si procede al salvataggio degli alberi presenti per essere ripiantati nel parco pubblico della futura area.

CityLife


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Le tre torri 

Milano

Infine loro: un’architetta e due architetti ( chiamateli pure archistar se volete) che con il loro  genio  creativo hanno dato  un’impronta più che visibile al progetto  CityLife

3 Archistar per 3 Torri
Zaha Hadid

In alcune interviste veniva descritta nel possedere un carattere molto spigoloso e donna iperattiva, sempre in prima linea a denunciare la misoginia presente nell’ambito professionale come quello della vita di ogni giorno.

Ha firmato progetti in tutto il mondo (Maxxi di Roma, il Galaxy Soho a Pechino, il ponte Sheik Zayed a Abu Dhabi solo per citare alcuni esempi).

Nel 2004 è la prima donna a conseguire il Premio Pritzker (che ricordo essere considerato come il Nobel per l’architettura), a cui segue il Premio Sterling negli anni 2010 e 2011.

E’ stata una delle massime esponenti della corrente decostruttiva.

Nel 2010 il settimanale Time la include tra le 100 personalità più influenti al mondo.

Zaha Hadid muore il 31 marzo 2016 all’età di sessantasei anni.

Arata Isozaki

Nasce a Ōita il 23 luglio 1931.

Si laurea all’Università di Tokyo nel 1954 diventando allievo di Kenzō Tange.

Nel 1963 fonda l’Arata Isozaki & Associates.

Nel 1986 viene insignito di medaglia d’oro al RIBA (Royal Institute of British Architect)

Nel 2019 vince il Pritzker Prize.

Tra i suoi progetti va ricordato il Palasport Olimpico di Torino (2006)

Daniel Libeskind

Nato a Lødz in Polonia il 12 maggio 1946 si iscrive alla facoltà di architettura della Cooper Union di New York laureandosi nel 1970.

Si trasferisce a Londra per specializzarsi in Storia e teoria dell’architettura presso l’Università dell’Essex.

Dal 1978 ricopre la carica di direttore del Dipartimento di Architettura alla Cranbrook Academy of Art e Design.

Nel 1985 si trasferisce a Milano dove fonda un laboratorio didattico no-profit.

Nel 1989 lascia l’Italia polemicamente definendo il nostro Paese un bellissimo posto dove vivere ma inadatto alla professione di architetto.

Si trasferisce a Los Angeles per lavorare presso il Center for the Arts and the Humanities.

È il racconto di una Milano che accoglie e trasforma, che sfida e affossa, che dona anche la forza di ricominciare sempre tutto da capo.

Ma è anche un racconto di storie, di film, di libri, di donne, di uomini, di esseri umani.

Di Camilla Cederna, Mariangela Melato, Giorgio Gaber, Alda Merini, Dino Buzzati.

Di angoli segreti, di chiese nascoste. Di serenità ricercate e raggiunte quando ci si mette in ascolto.

Anche Lucio Dalla dedicò una sua canzone a Milano…..

Hilma af Klint, la pittrice e medium

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Collina del Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Collina del Dego

Quando  ci  si  abbandona la mondo senza tetto  e senza guscio,

quando si  sente fisicamente intorno  a se l’infinità dei  paesaggi,

quando nulla arresta lo  sguardo, da qualsiasi  punto  cardinale ci  si  volga,

quando  la strada si stende a perdita d’occhio davanti  e dietro,

probabilmente ci  si  sente rinfrancati dal  camminare avvolti  dal  proprio  odore,

al  quale sembrano  ridursi tutte le ricchezze di  cui ancora   si  dispone

Tratto da Il Cammino Immortale di Jean-Christophe Rufin

Dalla Collina del Dego  al Parco dell’Adelasia

Ho più volte accennato nei  mei  articoli  che la Liguria ha un entroterra che offre svariate opportunità a chi  abbia il desiderio di  camminare nella natura: dalla più volte celebrata Alta Via dei  Monti  Liguri fino agli innumerevoli sentieri che innervano la zona montuosa o, più semplicemente, quella collinare.

A protezione di  questa ricchezza con il tempo  sono  state istituite in Liguria zone tutelate da specifici  regolamenti per la salvaguardia dell’ambiente naturale: l’itinerario  che vado a proporvi lega due parchi, quello  della Collina del  Dego  e quello  dell’Adelasia, in una bella e facile escursione.

L’itinerario 

Per raggiungere Pian dei  Siri, punto  di partenza del nostro itinerario, da Albisola ci  dirigiamo  verso il Colle del  Giovo, quindi  seguiamo la direzione Pontinvrea – Giusvalla e da quest’ultima verso  la frazione Girini  quindi, percorrendo la strada comunale Girini -Ferriera, dopo  la borgata Porri (finalmente) si  arriva a Pian dei  Siri ( 675 metri) dove è possibile parcheggiare nei pressi  di un pannello indicante i percorsi  della  Collina del Dego.

La Collina del Dego

Collina del Dego

L’area protetta della Collina del Dego (inclusa in un Sito di Importanza Comunitaria o Sistema Ambientale delle Bormide) confina a sud con la Riserva Naturalistica dell’Adelasia estendendosi per 225 ettari.

La zona collinare culmina sulla cima di Piazza Grande a 830 metri di altezza (qui è collocato un cippo in ricordo della guerra tra le truppe francesi e quelle austriache nell’aprile del 1796. La zona fu anche teatro della guerra partigiana contro i nazi – fascisti durante l’ultimo conflitto mondiale).

Nella Collina del Dego è notevole la copertura boschiva, con estese faggete miste in alcuni tratti con il castagno e rovere. La flora, tipica dell’Appennino, è quella caratteristica del clima fresco e umido (la raccolta dei funghi è regolamentata). Tra la fauna spicca la presenza della salamandra pezzata e del gambero di fiume, mentre tra i mammiferi troviamo il capriolo. L’Avifauna comprende anche il picchio verde e il picchio rosso maggiore.

Il nostro itinerario seguirà il segnavia B1 che, pressoché da subito, si  biforcherà essendo un percorso  ad anello: noi seguiremo il tracciato  sulla nostra sinistra.

NOTA: In questo caso, all’inizio,  il sentiero  passa in mezzo  a un cantiere per il ripristino del  terreno  dopo gli  smottamenti dovuti  alle piogge recenti: nei  giorni  festivi si può liberamente (o  quasi) passare in quanto i lavori  sono  fermi. 

All’incirca dopo  quaranta minuti  di  cammino, ma il tempo di percorrenza è sempre un dato  soggettivo, si  arriva all’area picnic del  Boscaiolo  da questo punto, tralasciando una piccola deviazione verso  la Fontana del  Baggio (fonte), proseguiamo  verso la cima di  Piazza Grande e quindi al pianoro de Il Pilone contraddistinto da un pannello  e un tavolo in legno  per la sosta.

Collina del Dego

Lasciamo  il segnavia B1 per seguire quello  contraddistinto  dalla sigla  BN (Bormida Natura  e cioè  un  percorso più lungo che inizia da Piana Crixia): da questo punto  entriamo nella Riserva naturalistica dell’Adelasia: nel  box seguente una mappa della rete escursionistica interna all’area (la mappa la potete scaricare a questo indirizzo).

adelasia_2021_A3

Adesso il sentiero  si presenta con una piacevole discesa su  di un letto  di  foglie e tra i faggi  fino all’arrivo  a un bivio  dove un palo  con cartelli  segnaletici ci indica la direzione verso  Cascina Miera.

Collina del Dego
Cascina Miera (chi sarà mai quella donna con il berretto rosso?)

Dopo una piacevole sosta non ci  resta che ripercorrere all’indietro i nostri passi  per raggiungere Pian dei  Siri dove abbiamo  lasciato il nostro  mezzo.

Sono debitrice di  Jean-Christophe Rufin per la frase tratta dal  suo  libro Il Cammino Immortale che avete trovato all’inizio  dell’articolo, per cui  mi sembra giusto pubblicarne l’anteprima

Con oltre un milione di visitatori dal 2005 ad oggi, Santiago di Compostela è senza ombra di dubbio una delle mete di pellegrinaggio più gettonate dei nostri tempi.

Tra viandanti, mistici, coppiette in scarpe da ginnastica e turisti seduti sui sedili di comodi pullman, il medico e autore di best seller Jean Christophe Rufin affronta il suo personale apprendistato del vuoto: ottocento chilometri da Hendaye, all’estremo sudovest della Francia, fino alla maestosa Cattedrale di San Giacomo.

Un lungo tragitto raccontato con piglio demistificante, ironico, intenso. Tra dettagli concreti, riflessioni storiche e religiose e il desiderio di smascherare gli impostori degli ultimi chilometri, l’autore restituisce al Cammino per antonomasia la sua verità. Si tratta di una verità fatta di organizzazione capillare ed esasperante improvvisazione; di fango, case sbilenche e meravigliose coste battute dalle onde; di pellegrini solitari ingabbiati in una lunga sequenza di mode e tic alla ricerca di se stessi.

È un percorso che può cominciare ovunque, e finire nella piazza dell’Obradoiro o tra le pagine di un libro. Perché anche se la caratteristica del Cammino è far dimenticare in fretta le ragioni per cui si è partiti, la strada continua ad agire su chi l’ha percorsa.

Lo fa lentamente, in maniera sottile e discreta, come è nel suo stile. Un’ alchimia dell’anima che non necessita di spiegazioni. Basta partire, lungo i sentieri o sulla carta poco importa.

Come Rufin ben sa, il Cammino immortale è fatto per chi va alla ricerca di niente.

Tranne la voglia di continuare ad andare.

Sepino, un nuovo  Parco  archeologico in Italia 

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Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Parco Deiva, l’anello di Pian dell’Erro

Parco Deiva

⌈...Ero  sporco, colavo sudore, ero stanco  morto e abbastanza malmesso da far girare i  passanti.

Ero  di  nuovo un escursionista

Tratto da Una passeggiata nei  boschi  di Bill Bryson

Deiva, un parco  per tutte le stagioni

Forse è un’esagerazione la descrizione che Bill Bryson da di  se stesso nelle vesti  di  escursionista – la sua esperienza, descritta in Una passeggiata nei  boschi, è quella della traversata dell’Appalachian Trail che, con i  suoi  3.400 chilometri, non è propriamente una passeggiata –  ma, in effetti, dopo un’escursione abbastanza lunga la sottoscritta si  considera molto lontana dall’essere considerata  un mazzolino  di  rose.

In ogni  caso l’escursione che sto andando a descrivere pur essendo immensamente più corta di  tanti  altri  Cammini o  trekking, richiede un minimo di preparazione per affrontare tratti  di  terreno  accidentato: ma ciò lo  descriverò meglio in seguito (vi  assicuro, comunque, che non incontreremo nessun ponte tibetano  o la richiesta  di  scalare  una cima himalayana).

Foresta della Deiva, alle porte del  Sassello

la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole d visita dal punto  di  vista turistico ma anche gastronomico (come i famosi  amaretti  del  Sassello).

Da Albisola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo oltre la frazione Badani, immediatamente dopo il distributore di  benzina posto sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, nell’ultima parte, riguarderà anche la nostra escursione.

L’itinerario

Parco Deiva

Ci incamminiamo verso il castello Bellavista (che ritroveremo  nell’ultima parte del percorso) per poi  seguire le indicazioni  verso il Lago  dei  Gulli (a quest’ultimo itinerario  ho precedentemente  dedicato un articolo, il link lo  troverete alla fine nella sezione Caterina ha scritto  anche…).

NOTA: una piccola deviazione verso  Casa Ressia ci  condurrà all’ononimo rifugio, punto  tappa per l’acquisto  di  generi  alimentari o un semplice caffè (aperto  solo  nei  giorni  festivi).

Il sentiero  è molto piacevole con ampie aperture panoramiche (può capitare di incrociare cavallerizzi e cavalli…..dromedari, quelli no) seguendo il segnavia tratto  giallo  sormontato da pallina dello  stesso  colore. 

Parco Deiva

Giunti alla località chiamata Lombrisa, il segnavia da seguire sarà un triangolo  giallo  rovesciato.

ATTENZIONE
Questa parte del sentiero è indicato per escursionisti esperti.

E’ vietata la percorrenza in condizioni di fondo bagnato o in presenza di neve o ghiaccio.

Non percorribile in caso di allerta meteo di qualsiasi livello

Dopo alcuni  chilometri  di  sentiero (guardate la cartina interattiva per meglio comprendere le distanze) giungiamo a Case Pian d’Erro.

Da questo punto il percorso, indicato con un T gialla rovesciata, si inerpica per arrivare a congiungersi con l’anello  del Sentiero  Natura della Deiva.

Parco  deiva

Ora il segnavia da seguire diventa un rettangolo  giallo: è la parte conclusiva di  questo itinerario poco  prima del  termine possiamo fare una sosta nell’area attrezzata del castello Bellavista (meritatamente..).

Avendo preso in prestito una frase del  libro di Bill Bryson Una passeggiata nei  boschi, mi sembra opportuno pubblicare l’anteprima di un libro  che ho  trovato molto scorrevole e ironico  al punto  giusto.

L’Appalachian Trail, che dalla Georgia al Maine taglia quattordici stati americani snodandosi per oltre 3400 chilometri, è il capostipite di tutti i sentieri a lunga percorrenza e dimora di una delle più grandiose foreste della zona temperata del globo.

All’età di quarantaquattro anni Bill Bryson, in compagnia dell’amico Stephen Katz – decisamente sovrappeso e fuori forma – si cimenta nell’impresa di percorrere il leggendario sentiero.

Nessuno di loro ha la minima cognizione delle norme elementari di sopravvivenza nella natura selvaggia, e l’escursione dei due cittadini, abituati a camminare nei civilizzatissimi spazi dei centri commerciali, si svolge all’insegna di una divertita incoscienza, tra spassosi contrattempi, bufere di neve, nugoli di insetti spietati, incontri con animali selvatici e con l’improbabile umanità che popola il sentiero.

Foresta della Deiva, l’escursione 

Sassello andata e ritorno (i sentieri  della Liguria) 

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Birra, bionda, rossa o nera…ma che sia birra

Birra

Senza ombra di  dubbio la più grande invenzione nella storia del genere umano è la birra.

Oh, vi  garantisco  che la ruota è stata anche una bella invenzione,

ma la ruota non si  accompagna altrettanto  bene con la pizza

Dave Barry

Birra, produzione, tipi e noccioline (a parte)

Aspettando  che Elon Musk  alzi il sipario sulla sua GigaBier (e già immagino che andrà a ruba a prezzi stratosferici) mi  accontenterò di  scrivere qualche riga su  questa bevanda: lo  farò da semi-astemia quale sono, per cui l’articolo  è da intendersi come puro intrattenimento (le noccioline, appunto, sono a parte).

Ovviamente per una consulenza  mi  sono  avvalsa dell’aiuto di  Gatto  Filippo buon conoscitore delle bionde,  rosse o  nere……

Birra

Quanti  sono i tipi  di  birra?

E’ sempre Gatto  Filippo  a rispondere:

Le birre

Una ricetta (alla birra s’intende)

Non potevo lasciare che il mio  gatto preferito, nonché tuttofare, si  accollasse tutta la fatica (si  fa per dire) di  scrivere, per questo  voglio  contribuire con una ricetta:

Birra

Se siete invidiosi di  Elon Musk  e pensate che anche voi  potete progettare una birra, questo libro penso  che sia per voi…

Formule, ingredienti, pratiche brassicole storiche e attuali – tutto questo e altro ancora è contenuto in Progettare grandi birre: La guida definitiva per produrre gli stili classici della birra.

Basandosi su informazioni raccolte da registri di vecchie birrerie, libri, analisi birrarie moderne e centinaia di ricette premiate, l’autore Ray Daniels ci offre una grande quantità di dati sulle tecniche brassicole storiche e contemporanee e sugli ingredienti utilizzati per quattordici tra i più noti stili birrari ad alta e bassa fermentazione.

Ray Daniels  offre, inoltre, calcoli di produzione per pianificare e adattare ricette birrarie, nonché dettagli sulle materie prime.

Destinato sia all’homebrewer esperto sia al birraio artigianale professionista, Progettare grandi birre unisce le informazioni tecniche contemporanee alle tradizioni storiche allo scopo di creare una guida a tutto tondo  degli stili classici.

Riso, risotti e un po’ di  storia

Gastrofisica: ovvero mangiare con tutti i sensi

La salute nelle Linee guida per l’alimentazione

♥ Alla prossima (e Buon Halloween)! Ciao, ciao…..♥♥

Oasi Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Oasi  Zegna

Solvitur ambulando

Diogene di Sinope (412 a.C. – 323 a.C.)

Oasi  Zegna per chiunque vuole sentirsi Diogene

Ovviamente per visitare l’Oasi  Zegna non bisogna dimorare in una botte, come la tradizione racconta parlando  della vita di  Diogene di Sinope.

La frase dell’antico  filosofo  greco, e cioè quel  risolvere camminando, trova nell’ambiente naturale dell’Oasi Zegna la perfetta sintesi tra benessere fisico e mentale, depurandosi dai quei  pensieri (quasi) ossessivi della nostra vita quotidiana…..se poi non ne avete, beate voi.

L' Oasi Zegna in poche parole

Oasi  Zegna

Ermenegildo Zegna (Trivero, 2 gennaio 1892 – Trivero, 18 novembre 1966), imprenditore e filantropo, nel 1910 fondò a Trivero il Lanificio Zegna.

Era  imprenditore, ma anche un filantropo  il quale, innamorato della sua terra e della natura, volle realizzare, partendo  dagli inizi  degli  anni ’30, un’imponente opera di valorizzazione ambientale acquistando i terreni della montagna sovrastante il Lanificio,  mettendo a dimora oltre mezzo milione di conifere, oltre che implementare un piano di gestione delle acque e del suolo arrivando, infine, alla costruzione della strada  che oggi conosciamo con il nome di Panoramica Zegna, cioè la via di collegamento che da Trivero arriva fino alle Terre Alte.

Oggi il progetto dell’Oasi Zegna coniuga l’individuazione di attività a diretto contatto con la natura (escursionismo e Nordic Walking principalmente) con la promozione dell’educazione ambientale.

Il 20 settembre 2014 l’Oasi Zegna ha ricevuto il patrocinio del FAI (Fondo Ambientale Italiano) come esempio di tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale del nostro Paese.

L’itinerario (non è un semplice anello)

Oasi  Zegna
Distanza km 15,400 circa
Oasi  Zegna
Altimetria

L’idea era quella di partire dal Centro Zegna (raggiungibile seguendo  le indicazioni per l’Oasi  Zegna da Trivero) per raggiungere il Santuario di  San Bernardo (1.400 metri) e ridiscendere al punto  di partenza chiudendo  l’anello escursionistico.

Sennonché, da come si può desumere dal tracciato nell’immagine precedente, l’anello  via via è diventato un intreccio  di percorsi alternativi, di  ritorni e di esplorazioni  fuori  rotta per cui, non potendo fornire una descrizione precisa del percorso, ho voluto  evidenziare quelli  che per me sono  stati  i punti  più interessanti della mia peregrinatio.

In ogni  caso presso il Centro  Zegna troverete l’Ufficio informazioni (non sempre aperto, purtroppo) con guide e cartine per esplorare il territorio dell’Oasi.

Andata e…..

Si parte con l’intento  di  arrivare in cima al  monte Rubello dove il santuario  di  san Bernardo, posto  a 1.400 metri, offre una vista il panorama a 360°  su  tutto l’arco  alpino, dal  Monte Rosa al Monviso, dall’Adamello al  Bernina.

Il percorso inizia con una rampa a gradoni nei pressi della rotatoria posta sulla S.P. 232 (qui  vi  è una bacheca segnaletica).

il sentiero contraddistinto dal  segnavia L5 ci  condurrà in breve al  Villaggio  Residenziale e, dopo l’ultimo  condominio, si inoltra nel  bosco  fino  alla località Bellavista da qui, attraversato di nuovo  la S.P. 232, si  scende sulla nostra destra per una cinquantina di metri salendo per una scalinata in pietra e, sempre mantenendo  la destra, si ritorna nel bosco  fino alla località Caulera.

A questo punto  lasciamo  il sentiero  L5 per prendere la variante G13a che si innalza con una serie di  tornanti nel  bosco fino  a ricongiungersi con l’itinerario  precedente abbreviando il percorso (si può comunque  proseguire seguendo il segnavia L5 tralasciando  la variante più faticosa).

Il Santuario di San Bernardo e Fra Dolcino
Oasi  Zegna
Il santuario di san Bernardo

L’origine del santuario del Monte Rubello è legata alla vicenda di Fra Dolcino all’inizio del XIV secolo dove il 23 marzo 1307 il frate eretico  venne sconfitto dai  crociati inviati  dal  vescovo  di  Vercelli

 La costruzione di una prima chiesa risale al XV secolo (1448) quindi,  nel 1839,  la struttura venne ricostruita e innalzata di due piani e dotata di un portico laterale e frontale.

Tra gli anni 1948 e 1949 Ermenegildo Zegna si prodigò per ampliare l’edificio con l’aggiunta dell’ala ovest.

Alla fine degli anni ’60 gli eredi Zegna apportarono altri miglioramenti seguendo i progetti dell’architetto Luigi Vietti.

…..ritorno

Proseguiamo  sul  sentiero  contrassegnato dal  segnavia N. 5 che in breve ci  condurrà verso verso il rifugio  Scout di  Stavello (per informazioni sulla struttura vi  rimando  al link).

Dal rifugio  il sentiero in breve ci  condurrà alla Bocchetta di  Stavello dove ad attenderci  c’è una piccola sorpresa:

Camminare nel labirinto di Stavello

Oasi  Zegna

 

Il Labirinto è una grande spirale sinuosa, antico simbolo della Madre Divina, del dio interiore e della sacralità della creazione: è un archetipo della totalità, un luogo sacro per riscoprire il significato e il proposito della propria anima in questa vita.

Il Labirinto di Stavello è un labirinto di pietra classico, con la forma di cervello, che si diparte da un vincastro al centro, simbolo di equilibrio. Il movimento del suo circuito universale procede avanti e indietro per assisterci nel trascendere modi di pensare obsoleti, promuovendo l’apertura alle connessioni invisibili con la Sorgente.

Camminare in esso significa divenire consapevoli della propria guida interiore nella vita

 

Oasi  Zegna

Dopo  questa sosta spirituale filosofica, ritorniamo brevemente sui  nostri passi  per riprendere il sentiero salendo per pochi  metri  sulla nostra destra dopo  aver attraversato  la strada da provinciale.

Oasi  Zegna
La fonte Tre Pisse

Seguendo il sentiero in discesa nel  bosco  arriviamo  alla fonte Tre Pisse e, proseguendo  sul sentiero N.1 ci inoltreremo  nella Conca dei  Rododendri che comprende anche l’area attrezzata della Cascina Caruccia facilmente raggiungibile dalla strada con un comodo  parcheggio  per disabili.

La Conca dei Rododendri

 

Oasi  Zegna
L’area attrezzata Cascina Caruccia

Ormai  siamo  arrivati  alla fine di questa  bella escursione che vuole donarci l’ultimo  suo punto  di interesse in un’opera d’arte concettualmente molto interessante dell’artista Daniel Harry  Graham.

Two Way Mirror
Two Way Mirror

Creato per il progetto di Arte pubblica all’Aperto della Fondazione Zegna, l’installazione di Dan Graham è realizzata con un vetro speciale che è trasparente, ma al tempo stesso riflette la luce come in uno specchio.

Per eventuali  commenti o suggerimenti vi invito  come sempre a lasciare un vostro messaggio tramite il modulo presente in home page.

 

San Giacomo  di  Entracque, due facili  gite

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della Pace

Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Riso, risotti e un po’ di storia

riso

Il nome del  riso è riservato al prodotto  ottenuto dalla lavorazione del risone con completa asportazione della lolla e successiva operazione di  raffinatura.

E’ vietato  vendere prodotto non corrispondente a quello sopra descritto col nome di  riso.

LEGGE 18 marzo 1958, n. 325

Riso, risi…

riso
Oryza sativa

 Immaginatevi di  essere  una chef pentastellata chiamata a preparare una semplice paella: quale riso pensate di  utilizzare per la preparazione di  questo piatto?

Se non avete la risposta giusta (e qui  vi  tolgo  le stelle) sappiate che il riso  bomba è essenziale per la preparazione della vostra paella, peccato  che sia coltivato  in Spagna (in quella sud orientale)  e non in Italia.

In Italia, però, si  coltiva il Riso  di  Grumolo  delle Abbadesse (piccolo comune posto  ta le province di  Padova e Vicenza), prodotto  tipico della zona nonché presidio di  Slow Food e con esso  altri varietà che arricchiscono il made in Italy risaiolo.

Evviva gli sposi.....

riso

<< …Riso e mandorle, dolci canditi, petali, mucchietti di polverine color cannella ma soprattutto riso. Riso bianco e riso color zafferano. riso tra le pagine delle preghiere, riso nelle mani, nei capelli, sotto i piedi.>>: così scriveva Giuseppe Cederna nel libro Il grande viaggio.

Ovviamente lo scrittore si riferiva al suo viaggio in India, ma per trovare l’utilizzo beneaugurante del riso, lanciato sugli sposi al termine della cerimonia nuziale (possibilmente solo il riso e non la scatola intera), possiamo rimanere in Italia.

La tradizione risale all’epoca dell’antica Roma quando al posto del riso si utilizzava semi di grano o avena con i quali, in maniera simbolica, si augurava agli sposi una vita prospera e felice.

Alla fine del XV secolo i semi di grano vengono sostituiti dal riso e, in questo caso, l’augurio diventa quello rivolto  alla fecondità della donna insieme a un rito apotropaico per allontanare gli influssi maligni.

Oggi la tendenza è quella di sostituire il riso con auguri alternativi quali il lancio di palloncini, petali o addirittura bolle di sapone: l’augurio è però sempre lo stesso e cioè quella di una vita felice per la coppia.

Riso, una storia in pochi  chicchi..

riso
Raccolta e fasi della lavorazione del riso. Cheng Qi – disegno su rotolo, seconda metà del XIII secolo

Attraverso  lo  studio  di  reperti  fossili  si è visto  che le origini del riso risalgono  a cinquemila anni  fa (altri  studi lo retrodatano addirittura a diecimila anni fa) nella valle dello  Yang Tze.

Dal VII secolo furono  gli  Arabi che importarono il riso dapprima in Egitto e quindi in tutto  il Maghreb fino  al  Senegal per poi introdurne la coltivazione in Spagna in seguito  alla conquista islamica della penisola iberica iniziata nel 711.

Nell’Andalusia araba il riso veniva coltivato con la semina tra marzo  e maggio in vivai irrigati ogni settimana all’incirca (lo stesso  metodo  riscontrabile nella Pianura Padana nel  secolo  scorso), poi, dal mese di  marzo fino  a maggio, le pianticelle venivano trapiantate nelle vere e proprie risaie fino  alla mietitura che avveniva nel mese di  settembre.

Le fasi della coltivazione del riso
1) Nel periodo tra la fine dell’inverno e inizio primavera avviene la preparazione del terreno con l’aratura e la concimazione.

2) Durante il mese di aprile avviene l’inondazione dei campi

3) Sempre nel mese di aprile inizia la semina attraverso l’utilizzo di macchine che creano righe parallele di terreno rialzate pronte ad accogliere i semi. Dopo la semina la risaia viene sommersa e da lì poco nasceranno le piantine. Ai primi di giugno si inizia l’operazione di monda, cioè l’eliminazione delle erbe infestanti.

4) Nei mesi di settembre e ottobre viene effettuata la mietitura del riso per mezzo delle macchine mietitrebbiatrici che separano i chicchi dalla paglia

In Italia, tra il 1472 e 1475,  i registri  di  viaggio attestano il porto  di  Pisa come terminal per modeste quantità di  riso venduto come merce pregiata al  pari  delle spezie (al  tempo il riso  veniva usato in medicina come depuratore dell’apparato  digerente) per poi essere utilizzato comunemente come cibo.

Alla fine del  Quattrocento si  hanno  le prime ( e modeste) coltivazione nelle pianure irrigue della bassa Lombardia per poi diffondersi fino ad arrivare alle coltivazioni  odierne.

Risotti offerti dalla Caterina 

Vorrei  tanto invitarvi  alla mia tavola, ma al momento penso  di non avere lo  spazio  necessario  per invitarvi  tutti,  se non sul mio  blog: per questo motivo di  seguito  troverete un mio  ricettario  dedicato  ai  risotti (lo  stesso  lo potete scaricare da questa pagina)

Il Blog di Caterina risotti

Gastrofisica: ovvero  mangiare con tutti i sensi

Le alghe nel piatto  di  oggi e in quello  di domani

La salute nelle Linee guida per l’alimentazione 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Quindici ventidue: un numero per le donne in pericolo

Quindici ventidue

Il 1522 è stato attivato nel 2006 dal Dipartimento per le Pari Opportunità con l’obbiettivo di sviluppare un’ampia azione di sistema per l’emersione e il contrasto del fenomeno della violenza intra ed extra familiare a danno delle donne. Nel 2009, con l’entrata in vigore della L.38/2009 modificata nel 2013 in tema di atti persecutori, ha iniziato un’azione di sostegno anche nei confronti delle vittime di stalking.

83 ma forse ancora di più 

Dall’inizio  di  quest’anno  sono  ottantatré le donne uccise in Italia, sfortunatamente tale numero, se non già superato, è destinato  a crescere.

La violenza sulle donne è un male che perseguita ormai  da anni il mondo  femminile, forse si è fatto ancora poco per cambiare un modello  culturale che vede la donna sempre in ruolo  subordinato  all’uomo, ma è certo che da parte delle Istituzioni vi è  la ferma volontà di  arginare e debellare il triste fenomeno  del femminicidio.

A tale scopo nascono iniziative come supporto immediato per le donne che si  trovano  nell’immediato  a dover chiedere aiuto in situazione di pericolo, tra di  esse il codice (che è soprattutto un numero  di  telefono collegato  ai Centri antiviolenza) 1522: ad esempio la campagna mascherina 1522 è la campagna voluta da Staffetta democratica affinché nelle farmacie (o  altri presidi  sanitari) la persona in pericolo può utilizzare il codice mascherandolo dietro la richiesta di un prodotto e  cioè una mascherina modello 1522 attivando, in questa maniera, la procedura d’aiuto.

1522, non sei  da sola

Quindici ventidue

Il numero di pubblica utilità 1522 è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno ed è accessibile dall’intero territorio nazionale gratuitamente, sia da rete fissa che mobile. L’accoglienza è disponibile nelle lingue italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. Le operatrici telefoniche dedicate al servizio forniscono una prima risposta ai bisogni delle vittime di violenza di genere e stalking, offrendo informazioni utili e un orientamento verso i servizi socio-sanitari pubblici e privati presenti sul territorio nazionale ed inseriti nella mappatura ufficiale della Presidenza del Consiglio – Dipartimento Pari Opportunità. Il 1522, attraverso il supporto alle vittime, sostiene l’emersione della domanda di aiuto, con assoluta garanzia di anonimato. I casi di violenza che rivestono carattere di emergenza vengono accolti con una specifica procedura tecnico-operativa condivisa con le Forze dell’Ordine.

Nel  sito ufficiale  1522 vi è anche un decalogo che, sotto  forma di  consigli, è una guida per agire o evitare determinate situazioni di potenziale pericolo.

Vorrei far notare, però, che questo  decalogo è rivolto alle situazioni in cui  possiamo  trovarci da sole in luoghi pubblici: si  dimentica che la violenza, il più delle volte, è nascosta tra le mura di  casa.

Forse Però mi vuole  bene del  Quartetto Cetra potrà sembrare fuori tema come conclusione di  quest’articolo, ma gli amori  nati  con un ti  voglio tanto  bene e terminati  tragicamente per la donna purtroppo non sono pochi.

Per concludere il monologo  di  Paola Cortellesi durante il David di  Donatello 2018 è un altro modo  per comprendere come anche determinate parole hanno un diverso  significato  se rivolte a una donna

 

Elisabeth che morì d’amore a 33 anni 

La Convenzione di  Istanbul  ha dieci  anni (ma..)

Sheela na gig: quel  particolare potere della donna

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥