Valanghe e Tavole (di Courmayeur): l’argomento

 L’alpinismo  inteso  come fatica media, legato  alla disciplina morale e ai  piaceri  contemplativi; la gente che affluisce nelle montagne si  divide in due schiere, i pigri  vincolati al mezzo meccanico, e gli  acrobati  senza gusto per la natura, attratti  dall’arrampicata – prodezza.

Funicolari, teleferiche, sbrigative ascensioni che si  fanno  a sedere.

L’alpinismo  contemplativo diviene sempre più faccenda degli anziani; la gioventù non ama la fatica e il rischio, a eccezione del  grande rischio  delegato ai  campioni.

Tratto  da Viaggio in Italia di  Guido Piovene

Dovrei  parlare di  valanghe e delle Tavole di  Courmayeur, ma prima..

Quando Guido  Piovene scrisse Viaggio in Italia erano  gli  anni ’50 cioè quelli  del boom economico  e della ricostruzione post guerra:  eppure, riferendomi in particolare al brano  d’introduzione (poi l’argomento  sarà il pericolo  delle valanghe), ho l’impressione che da allora, e per certi  aspetti,  le cose non siano  molto  cambiate.

Forse la contemplazione non è prevista nelle performance sportive di  alcune discipline legate alla montagna – sarà difficile in una gara di trail running vedere atleti  che si  fermano per ammirare la flora alpina o le evoluzioni  di un rapace – ma escludo  a priori che i più giovani, a differenza di  quello  che scriveva Guido Piovene,  non amano mettersi in gioco rischiando, alle volte, il più del  dovuto.

Ed è questo, secondo  me, il punto: la parola rischio è diventato il sinonimo di  sfida, più è alto  il rischio e maggiore sarà il grado  di  sfida che si  vuole affrontare per dimostrare a se stessi  (anche agli  altri) le proprie capacità.

In ogni  caso, chiunque frequenti l’ambiente di  montagna –  dall’escursionista all’alpinista, dal praticante dell’arrampicata sportiva fino  a coloro che utilizzano  la mountain – bike per scorrazzare sui  sentieri – è bene che abbia  sempre presente una serie di  regole le quali  sono  focalizzate in quel  documento  conosciuto  come Tavole di Courmayeur, opera dell’ingegnere e accademico  del Club Alpino Italiano Giovanni Rossi  (scomparso il 3 aprile 2018) consultabili  nel  box seguente

1995_Le_Tavole_di_Courmayeur

 

Le valanghe

Da semplice escursionista  amante dei trekking in ambiente non himalaiano, posso  supporre che non incontrerò mai lo Yeti e che il pericolo  di  essere coinvolta in una valanga è pari  allo  zero.

Ed è questo un mio  errore di  valutazione: perché se lo Yeti rimane relegato in Himalaya, non è detto che la sottoscritta trovandosi, ad esempio, a ciaspolare  su di un pendio nevoso, senza considerare minimamente le avvertenze meteo e nivali fornite dai  bollettini, possa essere la causa di un disastro.

Ovviamente, essendo molto prudente e presuntuosa, ciò non accadrà mai.

Non esiste un solo  tipo  di  valanga ma diversi:

  • Valanghe di  neve a lastroni
  • Valanghe di  neve a debole coesione
  • Valanghe per scivolamento  di  neve
  • Valanghe nubiformi
  • Valanghe bagnate

Per la descrizione di ogni  singolo  tipo  di  valanga (e per evitare la vergogna del copia -incolla), vi rimando  alla pagina del  sito del SLF

L’SLF è un centro di ricerca interdisciplinare e di servizi ubicato a Davos riconosciuto  a livello internazionale .

Circa 140 persone effettuano studi su temi quali neve, atmosfera, pericoli naturali, permafrost ed ecosistemi montani, sviluppando prodotti innovativi con i quali trovano applicazione pratica le conoscenze accumulate.

Il portale White Risk,  sempre dell SLF, è interattivo  e dedicato  alla prevenzione delle valanghe (diverse licenze a pagamento per l’utilizzo  completo).

Per valutare il grado di pericolo  di una valanga esiste la Scala Europea  del pericolo valanghe sintetizzata nell’immagine seguente:

Scala del pericolo delle valanghe

 

Per concludere dal progetto  Nivolab il pdf seguente è un’ulteriore indicazione sulla formazione delle valanghe e loro  composizione (vi  rammento che se volete ricevere nella vostra mail questo  pdf o latri  pubblicati  nel  blog, basta iscrivervi  alla newsletter e farne richiesta)

NIVOLAB Valutazione rischio valanghe

 

Ora vi  lascio  perché ho lo  Yeti in salotto e non è bello  fare aspettare gli  ospiti 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

Pioniera dell’aviazione: Beryl Markham

Non ti  chiedo miracoli o  visioni, ma la forza di  affrontare il quotidiano.

preservami  dal  timore di poter perdere qualcosa della vita.

Non darmi  ciò che desidero ma ciò di  cui  ho  bisogno.

Insegnami l’arte dei piccoli passi.

Tratto  da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry

Ma chi  era Beryl Markham?

Beryl Markham
Beryl Markham

Se IL Blog di  Caterina riesce a trovare (quasi) sempre spunti  per nuovi  articoli è anche grazie ai  suggerimenti preziosi di  amiche e amici.

In questo  caso l’aiuto per superare lo  scoglio  della pagina bianca è arrivata da Rita (Tororò – cincischio  ergo  sum è il suo  blog) la quale ha colmato una mia lacuna riguardo a un personaggio  femminile di  tutto  riguardo: Beryl Markham 

Beryl Markham è nata il 26 ottobre 1902 a Ashweel (contea di Rutland, Inghilterra), all’età di  quattro  anni  suo padre, Charles Baldwin Clutterbuck  noto allevatore di  cavalli, decise di  trasferire tutta la famiglia (Beryl aveva anche un fratello: Richard Alexander) in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

Qui  suo  padre, come era ovvio, mise in piedi un allevamento  di  cavalli e Beryl poté crescere imparando la cultura locale e, a diciassette anni,  diventare lei  stessa una brava allevatrice di  cavalli.

Il cognome Markham è quello  del  suo  secondo  marito  (si  sposò per ben tre volte): l’imprenditore Mansfield Markham da cui  ebbe il figlio Gervase.

Trovò anche il tempo  per avere una relazione con il principe Enrico duca di  Gloucester, figlio  di re Giorgio  V (la famiglia reale non vide di  buon occhio la frequentazione del principe).

In Africa divenne amica di  Karen Blixen (GOSSIP ⇒e quando  la scrittrice smise di  frequentare il fidanzato (ormai  ex) Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore lei si prodigò subito  per riempire il vuoto  nel  cuore dell’uomo che morì il 14 maggio 1931 in un atterraggio particolarmente sfortunato.

Fu  naturale per lei acquisire dal  suo  sfortunato  fidanzato  la passione per il volo  e quindi  prendere il  brevetto  di pilota al punto  che, una volta diventata esperta nel pilotaggio, decise di  essere la prima donna a compiere un volo in solitaria sull’Atlantico da Abingdon in Inghilterra fino  a New York.

Il 4 settembre 1936, dopo un volo  durato venti ore, il suo  Vega Gull (chiamato  The Messenger)   a causa di problemi alla carburazione si  schiantò sul  suolo  di Cape Breton Island in Canada: niente paura perché lei  si  salvò morendo il 3 agosto 1986 all’età di ottantaquattro  anni.

In seguito  a questa impresa Beryl Markham venne celebrata come pioniera dell’aviazione essendo stata la prima donna a volare da est a ovest sull’Atlantico, dall’Inghilterra al  Nord America, in solitaria e senza scalo.

All’incirca un anno  dopo e cioè il 2 luglio 1937, la famosa aviatrice statunitense Amelia Earhart scomparve in un incidente sull’Oceano Pacifico  durante il tentativo  di  fare il giro  del mondo.

Ancora oggi non sono  stati ritrovati  i resti dell’aviatrice e del  suo  co-pilota Fred Noonan.

La dinamica della tragedia non è ancora stata chiarita e sono  state fatte solo  alcune ipotesi.

A riguardo  di  Amelia Earhart ho  scritto  questo post

A occidente con la notte 

Beryl Markham mise per iscritto la sua vita avventurosa nel  libro  autobiografico A occidente nella notte  (anteprima alla fine dell’articoloche inizialmente non ebbe molto  fortuna tanto  da non essere più stampato.

Nel 1982 casualmente in una raccolta di lettere di  Ernest Hemingway ne venne trovata una  in cui lui  lodava la scrittura di Beryl Markham

…hai letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’  scritto  meravigliosamente bene tanto  da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo  di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso.

In realtà nella lettera originale  di  Hemingway oltre alle lodi c’è una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta  con termini non propriamente eleganti.

Comunque, l’anno  dopo  e cioè nel 1983, la casa editrice californiana North Point Press ne fece la ristampa con ottimo successo  di  critica e vendita.

Nel  frattempo  Beryl Markham, che viveva a Nairobi in assoluta povertà (era rientrata in Africa nel 1952) venne raggiunta dal  successo  e quindi vivere i  suoi  ultimi  anni in agiatezza.

A suo  ricordo L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato  a lei il nome di un cratere d’impatto sul pianeta Venere .

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro A occidente con la notte di Beryl Markham 

Qualcuno  dice che la prosa elegante usata nel libro  sia dovuta ad alcune modifiche nella stesura suggerite da Antoine De Saint Exupéry altro  amante di  Beryl (Markham) 

Buona 💋 lettura 

Bolero? Ma è quello di Maurice Ravel

 

Il bolero è una danza popolare spagnola la cui  creazione  è stato attribuito al  ballerino Sebastian Carezo  nella seconda metà del Settecento, basandosi su  basi musicali  del folklore preesistenti

Il bolero più famoso  è quello di  Maurice Ravel

Sfido  chiunque a dire il contrario e  non rimanere   ipnotizzati al  suo  ascolto  da quel  inizio  lento  che si  fa sempre più incalzante nello  svolgersi dell’opera.

Maurice Ravel
Maurice Ravel

Maurice Ravel  (Ciboure, 7 marzo 1875 – Parigi, 28 dicembre 1937)  compose  il suo  bolero nel 1928,   dietro  la richiesta della danzatrice Ida Rubinstein (Kharkiv, 5 ottobre 1885 – Vence, 20settembre 1960) che aveva pensato a quel tipo  di danza da presentare con la sua compagnia presso l’Opéra  di Parigi  nell’autunno  di  quello  stesso  anno.

Il 22 novembre 1928, il Bolero  di  Ravel venne presentato  all’Opéra con la coreografia ideata da Bronislava Nijinska

Il tema coreografico  è intrinsecamente sensuale:  al  centro  della scena, su  di un tavolo, una ballerina gitana danza mentre intorno  a lei un gruppo  di  uomini, lasciandosi  trasportare dalle note  del  Bolero, ebbri della sua bellezza le si  avvicinavano  sempre di più  sempre di più fino  a raggiungere l’apice nel parossistico  finale dell’opera.

L’aneddoto con Arturo  Toscanini

Si  racconta che il 4 maggio  1930, sempre all’Opéra di  Parigi, Arturo  Toscanini chiamato  a dirigere il Bolero durante l’esecuzione ne cambia il ritmo  rendendolo più veloce.

Questa modifica  alla sua opera offese profondamente Maurice Ravel, tanto  che, al termine della rappresentazione, non volle salire sul proscenio per condividere gli  applausi del pubblico  con il maestro Toscanini.

Quattro  mesi  dopo  lo  stesso  Maurice Ravel inviò una lettere di  riconciliazione  a Toscanini addossando il fatto  a delle malelingue che avevano equivocato  e ingigantito la portata dell’accaduto

Una fortuna che allora non esisteva ancora e Twitter e Facebook dove le malelingue si  sarebbero  sprecate in giudizi poveri  di  contenuto.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Per terminare in bellezza vi  offro il video di una particolare versione del Bolero di  Ravel per la coreografia del  francese  Roland Petit (Villemomble 13 gennaio 1924 – Ginevra 10 luglio 2011)   con  l’interpretazione della ballerina spagnola Lucia Lacarra e dell’italiano  Massimo Murra.

Buona 💋 visione 

Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Nel Delfinato tra laghi e crêpes

 

In effetti se cercate  il toponimo  Delfinato sulle moderne carte geografiche (Dauphinè nella lingua originale) non lo troverete.

In passato  esso indicava una regione che andava dalle Alpi  fino  al corso  del  Rodano comprendendo, quindi,  gli  attuali dipartimenti  di Isère, Drôme e Hautes – Alpes.

Nel XI secolo prese il nome dal delfino raffigurato  nello  stemma araldico dei primi conti.

Nel  Basso  Medioevo  il Delfinato venne ceduto alla corona di  Francia in cambio  di  alcune importanti  concessioni come la creazione delle repubbliche alpine degli Escartons.

Escursione ad anello tra il Lac du  Pontet e l’ Aiguillon

 

Villar - d'Arèene
Villar – d’Arène

Punto  di partenza di  questa rilassante escursione ad anello  è la cittadina di Villar – d’Arène posta a 1.670 metri  di  quota nelle Hautes – Alpes

 

Quando scrivo che il percorso  è rilassante ciò vuol dire che non dovremo  affrontare ponti  tibetani posti su precipizi abissali o ascensioni himalayane, ma l’unica cosa che sarà di ostacolo alla piacevolezza dell’escursione sarà qualche salita un po’ più ripida, per il resto rimane sempre che camminare è salutare per il corpo  e la mente.

Il tempo  necessario  per percorrere l’anello  è di  circa sei  ore (escluse ovviamente le soste). Lungo il tragitto non vi  sono fonti, se non un punto  sosta posto  a Lac du  Pontet, quindi  ci  converrà riempire le nostre borracce a Villar – d’Arène.

Da ricordare che ci  troviamo  all’interno  del Parco nazionale degli Écrins e quindi bisogna seguirne la regolamentazione (oltre il buon senso comune per tutti i luoghi  naturali e no).

Sviluppo  dell’anello

Dal parcheggio  posto all’inizio di  Villar d’Arène (per chi proviene da Le Grave) percorriamo la strada che, passando per la chiesa di Saint Martin, ci porterà ad attraversare la N91, dopo un centinaio  di metri un sentiero sulla nostra destra indicherà la direzione verso la chapelle Saint Antoine e il paese di les Cours.

Percorrendo les Cours per tutta la sua lunghezza (breve) in cima inizierà un sentiero che, montando verso un boschetto,  porterà al  suo  temine, dopo  alcuni tornanti, al parcheggio  prima di  raggiungere il lago.

Noi, dopo aver superato una sbarra, proseguiamo seguendo le indicazioni verso il bacino lacustre che ben  presto  sarà raggiunto.

Lac du Pontet
Lac du Pontet

Il Lac du Pontet (1985 m.) è in effetti un piccolo  lago  di montagna facilmente raggiungibile e per questo molto  gettonato  dalle famiglie per un picnic sulle sue sponde.

La sua bellezza consiste nel panorama che lo  circonda e in particolare quello  rivolto  verso la facciata nord del massiccio  della Meije 

Anche se in pieno agosto l’aria era molto fredda (e io sono molto freddolosa)

Al  termine del periplo del  lago è doverosa la sosta al chiosco dove una gentilissima madame ci servirà le sue crêpes (a tale proposito alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per preparare in maniera  semplice le crêpes)

Rinfrancati da questa dolce sosta riprendiamo il cammino  seguendo  le indicazioni  verso  l’Aiguillon (2095 m.) dove,  dall’alto della sua vetta, avremo una visione impareggiabile a 360° su tutto il massiccio  della Meije.

Da questo punto inizia l’ultima salita, ripida ma breve, che ci porterà in cima ai 2095 metri de l’Aiguillon

Da qui abbiamo  diverse alternative per ritornare a Villar d’Arène.

Da l’Aiguillon uno dei sentieri che ci porterà al punto di partenza

Come promesso alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per le crêpes.

B💋on appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…


Il conte di Cagliostro: mago e massone

Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero.
Alessandro, conte di Cagliostro

Il misterioso prigioniero di San Leo

San Leo
San Leo con la rocca dove venne imprigionato Cagliostro

Già a vederla da lontano quella rupe con sopra la fortezza incute un certo timore: poi, entrando a San Leo dall’unico varco di accesso, una porta larga tre metri o poco più, la percezione fisica del luogo diventa atemporale come se tutto quello che è fuori dalle sue mura appartenesse a un altra epoca distinta dal presente.

Va bene: mi sono lasciata coinvolgere da un’estemporanea esigenza di prosa e adesso ritorno a fare la blogger senza troppi BLABLABLA.

In effetti quando arrivai a San Leo avevo in mente la storia di Giuseppe Giovanni Battista Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo che, nonostante questa sfilza di nomi, era un’unica persona meglio conosciuta come Alessandro, conte di Cagliostro.

A rinchiuderlo nelle prigioni di San Leo nel 1791 è il Sant’Uffizio dietro l’accusa di eresia e la paura che egli voglia fondare in Italia, a Roma, una nuova Grande Loggia del rito massonico – egizio (in realtà considerata dagli stessi massoni un’anomalia, per approfondimenti il sito di Silvio Calzolari storico delle religioni e orientalista…potete farlo anche dopo, alla fine della lettura del mio articolo).

In un primo momento il Sant’Uffizio aveva pensato bene di condannare a morte Cagliostro, poi lo stesso papa Pio VI commutò la condanna a morte in ergastolo.

Cagliostro, comunque, anche se prigioniero continua a far paura: per questo la sua detenzione in isolamento , in una cella la apertura è posta in alto (non per nulla si chiama il Pozzetto), è costantemente sorvegliato dai suoi carcerieri i quali erano obbligati a fare rapporto quotidiano alle autorità ecclesiastiche sulle condizioni del conte.

Il trattamento a lui riservato è ignobile: ogni sua richiesta o lamentela viene subito punita con bastonate e, se possibile, con un regime alimentare ancora più misero.

Alla fine, il 26 agosto 1795, non resta al cappellano del carcere don Luigi Marini che dire

Alle tre del mattino, il 26 agosto dell’anno 1795, Giuseppe Balsamo detto conte di Cagliostro è morto per un attacco di apoplessia, conseguenza naturale della sua anima ribelle e impenitente, senza aver manifestato alcun segno di pentimento e avendo rifiutato i Sacramenti, all’età di 52 anni, 2 mesi e 28 giorni

Le cronache di allora riferiscono che il cadavere venne seppellito nella nuda terra senza nessuna indicazione su chi fosse sepolto in quella tomba.

Si dice anche che due anni dopo e cioè nel dicembre del 1797, una soldataglia francese disseppellì i resti di Cagliostro forse nella vana speranza di trovare un tesoro accanto al cadavere.

C’è chi afferma che Cagliostro non morì in quel 26 agosto 1795 ma che invece venne fatto fuggire e passò gli ultimi anni della sua vita nascosto chissà dove..

Conte di Cagliostro: una persona oppure due?

Ritratto del conte di Cagliostro
Ritratto del conte di Cagliostro (XVIII secolo, autore sconosciuto)

Per lo studioso Raffaele de Chirico esisterebbero due personaggi e cioè il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo che vivono vite parallele legate da un rapporto di convivenza con una donna: Lorenza Feliciani moglie di Giuseppe Balsamo

Fu la stessa Lorenza Feliciani a denunciare Cagliostro al parroco di Santa Caterina della Rota. La denuncia venne trasmessa il 5 dicembre all’Inquisizione e, all’ultimo momento, la donna si rifiutò di firmarla ma ormai era troppo tardi perché in una riunione tra papa Pio VI, il Segretario di Stato e altri cardinali venne deciso l’arresto del conte di Cagliostro imprigionato in Castel Sant’Angelo (ma anche della moglie che venne rinchiusa nel convento di sant’Apollonia a Trastevere).

Tra le altre accuse, oltre a quelle legate alla sua attività di massone, per Cagliostro vi sono quelle infamanti di sfruttamento della prostituzione e quella, ancora più grave agli occhi degli inquisitori, di essere un eresiarca cioè il fondatore e capo di un’eresia

Il legale di Cagliostro, l’avvocato Carlo Costantini, tentò di alleggerire la posizione del suo assistito facendolo passare per un semplice ciarlatano (nel contempo far passare sua moglie come prostituta e quindi immorale e inattendibile per sostenere le accuse da lei precedentemente avanzate e che le servirebbero piuttosto per ricostruirsi quella vita di innocenza perduta nel prostituirsi).

Ovviamente Carlo Costantini non era Perry Mason e Cagliostro venne condannato.

Piccola biografia

Una breve ricerca del nome di Cagliostro su Google fornisce all’incirca 2.840.000 risultati: per cui quanto vado a scrivere è solo una goccia in quell’immenso mare di notizie che si possono trovare in rete.

Inoltre, alla fine dell’articolo e per completezza, troverete l’anteprima del libro Cagliostro del giornalista e scrittore Luigi Natoli (Palermo, 14 aprile 1857 – Palermo, 25 marzo 1941).

Nasce a Palermo il 2 giugno 1743 da una famiglia molto povera (qualcuno afferma che la famiglia fosse nobile e poi decaduta).

Per molti anni con la moglie Lorenza la sua vita è più simile a quella di un bohème che di un mago diventando, infine, un avventuriero che grazie alle sue (presunte) capacità paranormali arriva ad essere quel personaggio carico di mistero e fascino che lo fece viaggiare in Europa soggiornando a Londra ospite di nobili (soggiorno che gli valse uno delle sue cadute per poi riprendersi, a causa di frequentazioni maldestre) e a Parigi.

Dopo la disavventura londinese, a Parigi viene insignito del titolo di Gran Maestro dell’ordine dei Templari entrando a far parte di sodalizi che gli faranno da lasciapassare per le corti europee ricevendo sempre onori e tributi: fu ospite di Federico II di Prussia, di Stanislao di Polonia, di Gustavo III di Svezia, di Caterina di Russia (un’ altra Caterina molto famosa) e di Luigi XVI re di Francia: ovunque il suo repertorio fatto di fenomeni paranormali e miracolose guarigioni attraggono persone di ogni ceto.

Addirittura, dopo essere stato imprigionato alla Bastiglia per dieci mesi in seguito allo scandalo per il furto di una collana (innocente o colpevole, questo non lo so), alla sua scarcerazione, avvenuta il 10 giugno 1786 lo attendeva una folla raggiante che lo porta in trionfo.

In quest’occasione profetizzò rivolgendosi verso la Bastiglia:

Queste mura cadranno

Tre anni dopo, il 14 luglio1789, la Bastiglia venne presa d’assalto durante quella considerata come la Prima Rivoluzione francese

Parlando della sua preveggenza si racconta che quando era a Londra suggerì al suo segretario i numeri per vincere per tre settimane consecutive 1500 sterline giocando alla lotteria nazionale.

Chissà: potrei chiedere a un medium di mettermi in contatto con lo spirito del conte di Cagliostro per farmi dire i numeri del Superenalotto!
Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Cagliostro di Luigi Natoli

Berenice Abbott in mostra a Lecco

 

Le tue prime diecimila fotografie sono le peggiori

Henri Cartier Bresson

Instagram contro Instagram 

Non penso  di  arrivare alla novemilanovecentonovantanovesima foto da me scattata per poi buttare via il tutto oppressa da quel  giudizio  di Henri Cartier Bresson.

Del  resto io non sono  Henri  Cartier Bresson,  tanto meno Berenice Abbott della quale parlerò (o  scriverò) più avanti in questo  stesso  articolo.

E’ naturale, però, che mossa da quell’esigenza di  condivisione (diciamo pure  mista a  un pizzico  di  vanità) ho anch’io il mio bel profilo  su Instagram, dove posto una piccola parte di  quelle diecimila foto e delle quali tengo il conteggio  dei like (l’ho detto  che sono vanitosa).

Ma, tralasciando i profili  altrui, specie quelli che si  autodefiniscono personaggi pubblici,  definizione al limite del  grottesco  (cosa significa essere personaggio pubblico?), è sulla qualità delle foto che avrei un qualcosina da ridire e cioè che la stragrande maggioranza di  esse sono belle, ma sono senz’anima tradite da artefici post-produzione (Photoshop, filtri e quant’altro) che le rendono modelli per una fotografia standardizzata.

E’ guardando le immagini di coloro  definiti  come maestri  della fotografia che ritrovo la sensazione di  trovarmi  davanti a opere irripetibili in quell’attimo che l’occhio  del fotografo ha saputo  cogliere in tutta la sua bellezza.

Con questo non voglio  assolutamente demonizzare la tecnologia (indubbiamente uno smartphone nello  zaino di montagna pesa meno che qualche quintale di ottiche), ma è  in quelle fotografie in bianco  e nero (alcune a colori) che ritrovo la poesia della passione per l’arte fotografica.

Berenice Abbott

Pensate per un momento  di  essere nate nel  secolo  scorso e di  vivere i  vostri primi  anni  di  giovinezza nella città  americana di  Springfield (Ohio) giudicata vivace quanto possa esserlo un bradipo in letargo.

Inoltre siete lesbica e questo  vi  rende la vita ancora più difficile in un contesto sociale che vi  giudica deviate (qualcuno, in Italia, lo  fa ancora oggi), avete, quindi, due possibilità: la prima è di  continuare a vivere in quella città predestinandovi  a una vita piatta e di  sofferenza; la seconda, se avete molto  carattere, è quella di  scappare a gambe levate verso  orizzonti piacevoli  e stimolanti.

E’ quello  che ha fatto Berenice Abbott (Springfield, 17 luglio 1898 – Monson, 9 dicembre 1991) fuggendo a vent’anni verso i lidi  creativi di una città come New York e, in seguito, verso  quelli per l’epoca ancora più creativi  di Parigi.

Qui  divenne amica di  Marcel  Duchamp e assistente di Man Ray (scusate se è poco).

Nella sua professione di  fotografa ebbe modo di ritrarre donne sue amiche (e lesbiche) come la scrittrice  Djuna Barnes e Sylvia Beach  proprietaria della storica libreria Shakespeare & Company (ne ho  scritto  sulla libreria in quest’articolo).

Ma lei  non volle fermarsi  ai  ritratti sperimentando una passione per il documentarismo: nel 1929, ritornando  a New York, scoprendo  una  in  piena metamorfosi dopo la Grande depressione.

Se hai  talento e voglia di  esplorare nuove vie non puoi, però, accontentarti di  quello  che già sai: fu  così che Berenice (Abbott), pensando  ai fenomeni  fisici  come soggetti  adatti  alla fotografia, lavorò per unire la scienza con l’arte fotografica.

Lo fece fino al 1958 quando il suo  lavoro  venne riconosciuto  dal Physical Science Study Committee e, in seguito, assunta dalla mitica Massachusetts Institute  of Technology  (MIT)

La mostra 

A Lecco, fino all’ 8 settembre prossimo, presso il Palazzo  delle Paure (essendo  stato fino  al 1964 la sede dell’Intendenza di  finanza il nome è quello che più gli  si  addice) si tiene la mostra Berenice Abbott (info  sul sito)

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Street Food o Cucina Bianca? Ma è sempre di cibo che si parla

 

Io non sono una mangiona: sono un’esploratrice del  cibo

Erma Bombeck

Street Food Fest a Genova

Street Food oppure Camping Food?

Come Erma  Bombeck anch’io mi considero  una esploratrice del  cibo e, da come potete vedere dalla foto pubblicata in alto, mi arrangio a cucinare in tutte le situazioni (in questo  caso particolare  sono impegnata  nel  camping food).

Se di  cibo  devo parlare evito il  BlaBlaBla sugli  chef stellati (ormai  più personaggi da celebrità che cuochi…mia modesta considerazione) per scrivere di Street Food e della manifestazione ad essa dedicata che si  terrà  a Genova dal 28 agosto  (domani) fino  al  7 settembre prossimo e cioè la quinta edizione del  Street Food Fest al  Porto Antico

 

 

Si mangia per strada per necessità, per fare in fretta, per risparmiare. Ma anche per il piacere di condividere un’esperienza con persone che, dietro al banco, sono lì tutti i giorni a fare il loro lavoro con passione e impegno.

Questa è la filosofia dello Street Food ( o Cibo  da Strada se preferite) o, per meglio  dire, l’espressione culturale del  cibo legata alla tipicità del  territorio  che la esprime.

All’interno  del Street Food Fest un altro  festival questa volta dedicato alla birra: la Superbirra  2019  ( e proprio  di  birra ho scritto in quest’articolo recente)

La cucina bianca 

Per parlare di  cucina bianca bisogna parlare di montagna, in special  modo  delle Alpi  Liguri dove, nel 2002, i comuni  di Cosio  d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso  Pian Latte, Pornassio  e Triora si unirono  in un’associazione chiamata Strada della cucina bianca – Civiltà  delle Malghe con l’intento di preservare i prodotti  della cucina tradizionale locale che, con l’esodo  della popolazione verso le località di  costa, sarebbero  andate perdute.

La precedente denominazione Strada della cucina bianca è stata abolita nel 2008 dopo  l’introduzione di una nuova normativa regionale che ha modificato i parametri necessari  per definirsi strada di prodotto.

Il termine cucina bianca, riferito al bianco  degli ingredienti per la preparazione dei piatti tradizionali, è comunque rimasto nel lessico  locale.

La cucina bianca  è strettamente connessa al fenomeno   della transumanza quando, durante l’inverno, i pastori  portavano  a svernare le greggi verso le località di  costa più calde e ripercorrere al contrario il tragitto per ritornare agli  alpeggi.

Mendatica ogni  anno  dedica alla cucina bianca una kermesse (l’ultima edizione sabato 24 agosto...ero  ancora in ferie SIGH!!!!)

Quindi un lavoro  molto  duro fatto  di ore e ore di  marcia e poco  tempo  per cucinare: la dieta del pastore era composta da un piatto unico molto nutriente fatto fondamentalmente da farina, latticini, patate e erbe spontanee trovate lungo  il percorso.

Tra i piatti  tipici di  questa particolare gastronomia i Streppa  e caccia là i rudimentali gnocchetti del pastore di  cui  troverete la ricetta alla fine dell’articolo.

Bon appétit 

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

A tutta Birra (ma con moderazione)

Mostratemi una donna che ami davvero il gusto  della birra e io  conquisterò il mondo

Guglielmo  II di  Prussia

Farsi una birra non è solo per uomini

Che sia vera o  falsa la frase attribuita a Guglielmo II di Prussia, avrei  voluto presentargli  alcune mie amiche estimatrici di  bionde (rosse o nere) schiumose tali  da non permettergli  di  conquistare il solo  mondo ma tutta la galassia.

A me la birra non piace se non corretta con la gassosa: questa, considerata pura blasfemia dai  birraioli, mi taglia fuori dalla loro  cerchia di  bevute a boccali, ciò non toglie che scriverne (della birra) non può essermi  vietato.

Adesso penso  che vi  aspettiate da me il solito BLABLABLA sulla nascita della birra, ma non lo  farò per i  seguenti  motivi: il primo, forse il più importante, è che da poco  ho  terminato le ferie per cui devo  riprendere i normali  ritmi  lavorativi inserendo  tra uno  spazio  e l’altro qualche articolo  per rivitalizzare questo  blog (in poche parole non carburo  ancora abbastanza per scrollarmi  dalla mente l’aria vacanziera

Il secondo  motivo  è che c’è già chi lo fa (o lo  farebbe) molto  meglio di me, come L’Enciclopedia della Birra (si, bravi date un’occhiata al  sito  ma poi  ritornate qui!)

Quale sia il procedimento per ottenere la birra, invece lo dirà il mio assistente Il Gatto  Filippo nella prossima slide (slide?!)

 

 

Quanti tipi  di  birra (o  stili) conoscete?

Nel Pdf che segue ne ho  elencati alcuni (vi  ricordo, nel  caso  siete interessati  ai miei  Pdf, mi farebbe piacere inviarveli chiedendovi  solo  di iscrivervi  alla mia newsletter…non chiedo  soldi)

 

Le birre

 

Ovvio  che a ogni  tipo  di  birra si  associ  il giusto  bicchiere: come prima è sempre l’Enciclopedia della Birra a rispondere ai vostri  quesiti.

Per concludere alla fine dell’articolo  troverete la ricette per cuocere il Merluzzo  marinato  alla birra…

Bon appétit.

Alla prossima! Ciao, ciao….