Grazie giovane Greta.

We love our home  © caterinAndemme
We love our home
© caterinAndemme

Devo  lasciare un biglietto  a mio  nipote: la richiesta di perdono per non avergli lasciato un mondo migliore di  quello  che è.

Andrea Zanzotto

Katowice dicembre 2018: Conferenza internazionale sul clima

 

” Il mio  nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo  dalla Svezia.

Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro  non importa cosa facciamo: ma io  ho imparato  che non sei  mai  troppo piccolo per fare la differenza.

Se alcuni  ragazzi  decidono  di  manifestare dopo la scuola , immaginate cosa potremmo  fare insieme, se solo lo volessimo  veramente.

Ma per fare ciò  dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto  questo possa risultare scomodo.

Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento  alla green  economy, perché  avete paura di  diventare impopolari.

Parlate solo  di  andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci  hanno messo in questo casino.

Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile.

La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a  una piccola cerchia di  persone di  continuare a fare profitti.

La nostra biosfera viene sacrificata per far si  che le persone ricche in Paesi  come il mio possano  vivere nel lusso.

Molti  soffrono  per garantire a pochi di  vivere nel lusso

Eppure in Italia…

Inevitabilmente mi ritrovo  a scrivere sulle esternazioni  di  una Rita Pavone e dell’economista della Lega Alberto  Bagnai che, sempre in un tweet, appoggia quanto  ha scritto  l’ex-cantante:

Quella bimba con le treccine  che lotta per il  cambio  climatico, non so perché  ma mi mette a disagio.

Sembra un personaggio  da film horror..

E’  anche vero  che dopo  aver saputo  che la nostra Greta soffre della Sindrome di  Asperger  (un disturbo  simile all’autismo, ma non una malattia)  ha voluto  scusarsi forse, come ha detto  qualcuno, perché è stata asfaltata dai  commenti in rete (Bagnai, ligio  al  celodurismo leghista, non si è scomposto a chiedere scusa anche lui) .

A dire la verità non sono le parole infelici di una ex-cantante e attrice a farmi dubitare che l’intelligenza non sia dispensata a tutti, quanto piuttosto a farmi  riflettere sono  quei 871 like dati a  quel nauseabondo  tweet: ossia abbiamo  qualche centinaio di  persone (leoni  da tastiera?) i  quali , essendo privi  di  spirito  critico, non  fanno  che parte di un ampio  gregge di imbecilli.

Si, ho scritto proprio  imbecilli.

A voi che non lo siete certamente vi  auguro un felice e sereno  fine settimana 

Alla prossima! Ciao, ciao…. ♥

Diabolikamente Eva

Eva e Diabolik © caterinAndemme
Eva e Diabolik
© caterinAndemme

La mancanza di intelligenza è la madre di ogni male

Marco  Tullio Cicerone

Se il male è un fumetto di  successo, l’intelligenza è di  chi lo ha creato

C.A.

Il mistero del Tedesco

Si  dice che avesse i  capelli biondi e la pelle chiara e che d’estate amasse indossare bermuda e zoccoli, magari  con le calze: proprio come i  turisti  tedeschi di una certa età in giro per la riviera romagnola in quella stagione.

Si  dice anche che avesse un figlio, anch’egli biondo, avuto  da una relazione con una donna, naturalmente tedesca.

Il suo nome era (oppure “è”) Angelo  Zarcone e di mestiere faceva il disegnatore.

Lui ebbe l’onore di disegnare il primo  numero  di  Diabolik:  consegnate le tavole (eravamo nel 1962) sparì  misteriosamente senza lasciare nessun recapito.

Vent’anni  dopo, quindi  nel 1982,  quando  le sorelle  Angela e Luciana Giussani festeggiarono  il ventennale di Diabolik,  vollero assoldare    addirittura il detective italiano  per antonomasia, cioè Tom Ponzi, per rintracciarlo, ma niente: Angelo  Zarcone si  era decisamente  volatilizzato.

Adesso,  amando i misteri, voglio  dare qualche  mia personale ipotesi  sulla sua sparizione:

A) E’ ritornato tra le braccia della madre tedesca del  suo  bambino, ritirandosi in Baviera a fare il mastro   birraio.

B) Colpito  da crisi  mistica  ha scelto di continuare a vivere in clausura in un monastero  della Transilvania 

C) Ha vinto alla lotteria e tutt’ora vive felice in un’isola del Pacifico  alla faccia dell’Agenzia delle Entrate.

Comprendo  che nessuna di  queste mie ipotesi possa essere risolutiva, d’altronde qualcun altro,  come il fumettista e direttore di  Astorina (la Casa editrice di  Diabolik ) Mario  Gomboli  e il regista e sceneggiatore Giancarlo  Soldi, hanno  dedicato parte del loro  tempo per realizzare il docufilm Diabolik sono io con rari materiali d’archivio proprio per dare (o  cercare) una risposta al mistero  del Tedesco

Peccato che il docufilm sia rimasto in sala come evento  solo  per tre giorni (11 – 12 -13 marzo) ma ci sarà pur il modo  di rivederlo  su  qualche piattaforma streaming: per adesso accontentiamoci  del  trailer 

 

Lei, bellissima e seducente, è Eva 

Posso  dire che Eva Kant ha avuto  due mamme, appunto le sorelle Giussani,  e che di  questo il ministro per la Famiglia Lorenzo  Fontana se ne deve fare una ragione.

Lei, nata insieme a Diabolik nel  1962, ha oggi cinquantasei  anni portati  benissimo,  quasi  fosse l’incarnazione fumettistica dell’altrettanto bellissima (e reale) Sharon Stone che ha compiuto 61 anni proprio il 10 marzo  scorso: auguri  a lei.

Per l’epoca, ricordiamoci che siamo nel 1962, Eva Kant  è un manifesto  all’indipendenza della donna, anche se in forma malavitosa.

lei  nasce come comprimaria dell’ Uomo in calzamaglia, in seguito  si disegnerà (autodisegnerà?!) un ruolo  da protagonista tanto  che Diabolik è sempre riuscito a fuggire dalle manette dell‘ispettore Ginko (un po’  sfigato come Willie Coyote, ma quest’ultimo  è più simpatico) non si è mai  accorto di  essere prigioniero di una donna determinata a non farsi  sottomettere (facendo  sembrare solo  di  esserlo).

D’altronde, visto  l’infanzia che le sorelle Giussani hanno realizzato per lei, non poteva che essere tendenzialmente assassina:

Suo  padre è lord Rodolfo  Kant il quale, da vero  gentlemen, non la riconosce come figlia dando  come benservito  alla madre (che in seguito  si  suiciderà) un diamante.

Sir Rodolfo  Kant verrà ucciso dal  fratello Anthony che penserà di  disfarsi  di  Eva chiudendola in un orfanotrofio.

Dopo  alcuni  anni fuggirà dall’orfanotrofio e incontrerà Anthony in Sudafrica il quale, non riconoscendola, la sposa.

Eva si  vendicherà di  tutti i torti  subiti spedendo lo  zio-marito  nelle fauci di una pantera

Eva Kant entra in scena è il titolo  del remake del  fumetto L’arresto  di  Diabolik (1963) in cui per la  prima volta entra in scena la nostra dark lady.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

P.S. Dovrei  scrivere che la sceneggiatura di Eva Kant entra in scena è del  fumettista Tito Faraci  e  la prefazione l’ha scritta nientemeno  che Concita De Gregorio.

Forse dovrei  aggiungere qualcosa d’altro ma, non avendone voglia, vi lascio  all’anteprima del libro-fumetto.


Anteprima di Eva Kant entra in scena 

 


 

Una firma per liberare Nasrin Sotoudeh

Studio  su  figura di  donna in chiaroscuro  ©caterinAndemme
Studio su figura di donna in chiaroscuro
©caterinAndemme

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei  un granello  di  colpa

anche agli occhi  di Dio

malgrado  le tue sante guerre

per l’emancipazione

Alda MeriniA tutte le donne 

Nasrin Sotoudeh 

Nasrin Sotoudeh avvocata iraniana, vincitrice del Premio Sakharov  per la libertà di pensiero  nel  2012,  da anni difende i  diritti civili  e quelle delle donne che protestano  contro  l’obbligo di indossare il velo, nonché la sua pubblica opposizione alla pena di morte, è stata condannata da un tribunale di  Teheran a 33 anni  di  reclusione e 148 frustrate.

Contro  di lei  sette capi  di  accusa, quattro  dei  quali basati unicamente sulla sua opposizione all’obbligo  del velo, nella fattispecie la si  accusa di incitamento  alla corruzione e alla prostituzione; apparire in pubblico senza hijab e disturbare l’opinione pubblica 

Amnesty international  invita a firmare l’appello per l’immediata liberazione di Nasrin Sotoudeh.  

Il testo  dell’appello 

Capo della magistratura Ebrahim Raisi
C/o Permanent Mission of Iran to the UN
Chemin du Petit-Saconnex 28
1209 Geneva, Switzerland
Email: [email protected]

Egregio Signor Raisi,

mi rivolgo a Lei in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

Nasrin Sotoudeh, importante avvocata per i diritti umani e difensora dei diritti delle donne che è arbitrariamente detenuta nella prigione di Evin a Teheran dal giorno del suo arresto il 13 giugno 2018, è stata condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate in relazione a due processi.

La esorto a rilasciare Nasrin Sotoudeh immediatamente e incondizionatamente in quanto prigioniera di coscienza, imprigionata esclusivamente per il suo pacifico lavoro sui diritti umani. In attesa della sua liberazione, le assicuri contatti regolari con la sua famiglia e un avvocato di sua scelta.

La esorto ad interrompere la criminalizzazione del lavoro dei difensori dei diritti delle donne, compresi quelli che protestano pacificamente contro l’obbligo del velo, e  di abolire la leggi che impone tale obbligo.

La ringrazio per l’attenzione.

Non facciamole mancare la nostra solidarietà!

Alla prossima! Ciao, ciao… ♥ 

No, la Terra non è piatta

Earth 2019 © caterinAndemme
Earth 2019
© caterinAndemme

Ci  sono più cose in cielo  e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia

William Shakespeare – Amleto 

Quando l’algoritmo  suggerisce che la Terra sia piatta

Non ho la presunzione di salire in cattedra per dire che ciò  a cui  credo  sia la verità assoluta, ma per favore non venitemi  a dire che la nostra cara vecchia Terra anziché rassomigliare ad un magnifico  globo  azzurro che si  staglia nel  nero  dell’universo, abbia la forma di  una frittella, anzi  che sia proprio  piatta tanto  che circumnavigare il globo sarebbe un rischio  assoluto  trovandoci, alla fine, a penzolare nell’infinito.

Prima dell’avvento  di Internet nella forma che conosciamo oggi – e che Sir Timothy John Berners – Lee   propone un ritorno  alla origini (articolo) – i fautori della Terra piatta potevano  solo  sbandiera la loro  bibbia a sostegno  di questa tesi e cioè il libro di Samuel Birley Rowbotham (ciarlatano  di professione deceduto  nella Londra del dicembre  1884) dal titolo più che eloquente Zetetic astronomy: Earth Not a Globe.

Dopodiché i terrapiattisti sembravano  prossimi all’estinzione (per cause naturali o internamento in un manicomio) ma, al contrario, hanno  ritrovato nuova energia proprio grazie alla rete: nel 2015 i video sulla Terra piatta  erano all’incirca 50. mila (pur sempre un bel  numero), nel 2018 sono saliti a 19,4 milioni naturalmente custoditi e visibili  principalmente su  YouTube.

La colpa degli algoritmi  di  Google sarebbe quella di attirare l’attenzione  delle persone su  di un determinato  argomento (la Terra piatta, ad esempio) associando  contenuti fra loro simili e, con una specie di  osmosi, far si che questi  contenuti recepiti da una particolare categoria di  utenti (i terrapiattisti, appunto) vengano riproposti attirando  consensi da chi è già predisposto  a recepire questo  tipo  di informazione come vera.

Ashley Landrum
Ashley Landrum

 

Nel  recente incontro  annuale dell’American Association fo  the Advancement of Science tenutosi  a Washington, la dottoressa Ashley Landrum  (Texas Tech  University) ha riportato il risultato di un suo  studio teso  a comprendere di  come determinati eventi  culturali possano influenzare la comprensione umana nei  riguardi  della scienza: dall’intervista che lei ha condotto presso  qualche decina di  terrapiattisti è emerso  che queste persone si  sono  convinte che la Terra sia piatta unicamente dopo aver visto  dei  video  su  YouTube.

 

 

 

 

 

Eppure, settantatré anni  fa 

 

la terra vista dallo  spazio - 24 ottobre 1946
La prima foto della Terra dallo spazio, preso 24 ottobre 1946. Immagine: US Army / Laboratorio White Sands Missile Range / Fisica Applicata

 

Il 24 ottobre 1946 un razzo  V2  fu  lanciato  dalla base di  White Sands Missile Range nel   New Mexico.

A bordo  di  questo  razzo  era installata una cinepresa da 35 millimetri che immortalò per la prima volta il nostro pianeta visto  dal  di  fuori.

Vi sembra che la Terra sia piatta?

Alla prossima! Ciao, ciao…

Alison e Tom

Il limite dell'impossibile © caterinAndemme
Il limite dell’impossibile
© caterinAndemme

La sfida di  scalare una montagna è cosa ben diversa dal  semplice peregrinare nei  Cammini o in altre vie, ma entrambe sono parte del  desiderio  di  scoprire dove è posto il proprio limite, che sia fisico o mentale, per tentare di  varcarlo.

Fino ad arrendersi  all’evidenza che l’impossibile è esso  stesso un limite.

C.A.

ChogoRi

parete nord del K2 dal versante cinese
la parete nord del K2 dal versante cinese

Nella lingua dei balti ChogoRi vuol significare Grande montagna, noi la indichiamo  con il nome di  K2 (Karakorum 2): con i  suoi 8.609 metri è la seconda vetta  più alta del mondo ma anche  tra le vette più pericolose per gli  scalatori  e se a  dirlo è anche Reinhold Messner, che ha scalato il K2 nel 1979, bisogna credergli.

Al triste tributo di  morti dovuto  alla Grande montagna non mancano  le vite spezzate delle donne che, dopo  aver raggiunto  la vetta, sono morte nella discesa, tra loro Alison Hargreaves.

 

 

Il 13 agosto 1995 Alison Hargreaves, insieme allo  spagnolo Javier Oliviar,  raggiungono  la cime del K2. Subito  dopo  ai due si  aggiungeranno l’americano Rob Slater, il neozelandese Bruce Grant e due altri  spagnoli: Javier Escartin e Lorenzo Ortiz. 

Tutti e sei morirono nella discesa per una violenta tempesta che li colpì durante la discesa.

Un ufficiale pakistano con i compiti di collegamento  dei  servizi  di  soccorso, dichiarò di  aver esortato Alison Hargreaves di non intraprendere la scalata e di rimanere al campo base perché le condizioni  del  tempo  stavano peggiorando.

Perché donna e madre? 

Hargreaves con i figli Kate e Tom
Alison Hargreaves ritratta con i suoi due figli Kate e Tom

Il 13 maggio  del 1995, quindi tre mesi prima della sua tragica scomparsa, lei  divenne la prima donna a raggiungere la cima dell’Everest senza ossigeno.

In un messaggio  radio disse, rivolgendosi  ai  suoi  due figli:

Tom e Kate, io sono  sulla vetta più alta del mondo e vi  amo  teneramente.

Quando lei si preparò per affrontare il K2 i media furono molto caustici  nei  suoi  confronti perché una madre non doveva lasciare a casa i propri  figli per mettere in pericolo  la propria vita.

Lo stesso, avranno pensato in molti quando nel luglio 1988, incinta di  sei  mesi  del figlio  Tom, scalò la difficile parete nord dell’Eiger nelle Alpi.

La domanda è questa: una donna, anche se madre, non può avere le stesse ambizioni  di un uomo?

Ed è giusto  che un uomo, pur avendo  dei  figli, possa liberamente mettere in gioco  la propria vita senza che nessuno gli muovi una critica?

L’epilogo di un tragico  destino

Tom Ballard, il futuro  bambino  che Alison Hargreaves portò in grembo in cima all’Eiger, è morto insieme all’italiano Daniele Nardi nel  febbraio  scorso  durante una difficile ascesa invernale al Nanga Parbat.

In loro  ricordo  e per tutti gli uomini e donne che hanno perso  la vita cercando di non arrendersi all’idea che l’impossibile sia un limite.

Alla prossima! Ciao, ciao….

Carne o vegetali? Magari entrambi

Brassica oleracea © caterinAndemme
Brassica oleracea
© caterinAndemme

“Qualora in tal giorno ed in tal luogo
non mi doveste rendere la somma
o le somme indicate nel contratto,
la penale sarà una libra esatta
di carne, della vostra bella carne,
da asportarvi dal corpo di mia mano
dalla parte che più vi piacerà.”

William Shakespeare –  Il mercante di  Venezia 

Ma Buddha era vegetariano?

Sukaramaddava è una parola in sanscrito (lingua notoriamente a me sconosciuta) che vorrebbe dire delizia del maiale: quindiparlando  di  Buddha, l’accostamento della frase con il risvegliato è passabile di  blasfemia.

Fatto  sta che in un recente articolo pubblicato  su Il Venerdì di  Repubblica (22 febbraio 2019), incentrato  sul libro La scelta vegetariana scritto  da Paolo  Scarpi  e Chiara Ghidini,  veniva messo (quasi) in dubbio l’essere completamente vegetariano del  Buddha   (Siddhārtha Gautama) asserendo che, nel  suo ultimo  pasto, egli  avrebbe mangiato  carne di  maiale.

” Giunto  a Pāvā fu invitato  a pranzo  da un certo  Cunda, li tenne un discorso  sui  monaci, alcuni  dei  quali sono malvagi  come le erbacce in un campo e ammonendo a non considerare la veste, ma il cuore retto  come segno  di  eccellenza.

Lasciata la casa di  Cunda e diretto  a Kušināgara il Buddha si  sentì male e, sedutosi, chiese ad Ānanda di procurargli  dell’acqua dicendogli  che fu il cibo  di  Cunda a condurlo  alla fine e che l’indomani sarebbe dovuto  andare a ritrovarlo per ringraziarlo e che non piangesse per questo, ma che se ne rallegrasse.”

Eppure le fonti storiche dicono che il Buddha sia morto per aver mangiato  funghi  velenosi e che, quindi, la parola Sukaramaddava è riferita a un particolare tipo  di  funghi di  cui i maiali erano  molto  ghiotti  e non all’animale stesso.

In effetti il buddismo  insegna a non recare danno  a nessun essere vivente, tanto  meno ucciderlo, per cui  la logica conseguenza è che l’unico  cibo  consentito sia solo  quello  di  natura vegetale.

Però, c’è sempre un però, si  dice anche che il Buddha, sapendo  che i  suoi monaci  sarebbero  vissuti  di elemosina, avrebbe loro  consentito il cibarsi  di  carne offerto  in dono purché l’animale non venisse ucciso  specificatamente per il loro beneficio: in pratica un piccolo  escamotage  all’ortodossia religiosa.

Possiamo mangiare la carne? 

Secondo una ricerca della Oxford University  del 2015 noi dobbiamo  mangiare la carne (con buona pace per i  vegan) perché è ottima per lo  sviluppo  del cervello, per i muscoli e, dulcis in fundo,  per la fertilità.

Non contenti  di  questo i  ricercatori  britannici hanno proseguito nell’elencare i  vantaggi del mangiare carne dicendo che:

La carne rossa sviluppa un particolare grasso  omega – 3 il DHA, protettore dei  vasi  sanguinei.

la carne rossa contiene  vitamina B 12  (cobalamina) essenziale per lo  sviluppo del sistema nervoso centrale e la conseguenza di una dieta vegetariana durante la gravidanza può essere creare danni  neurologici al feto.

La vitamina B 12  comunque può essere assunta anche attraverso  altri prodotti  di origine animale quali uova e latte.

Se da una parte abbiamo  quindi il via libera al consumo di carne, un’altra istituzione come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)  avverte che le carni  rosse lavorate (i  salumi  per intenderci)  rientrano  nel gruppo 1 della classificazione delle sostanze cancerogene, mentre le carni rosse non lavorate rientrano nel  gruppo 2A cioè solo potenzialmente cancerogene per l’essere umano.

E’ ovvio  che tutto  dipende dalla quantità: c’è una certa differenza dal mangiare una bistecca una tantum rispetto a un bue intero per cena.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro La scelta vegetariana  di  Paolo Scarpi e Chiara Ghidini

copertina del libro La scelta vegetarianaEssere vegetariani per la specie umana è una scelta, non un’inclinazione naturale. L’uomo è un onnivoro, non un vegetariano ‘per stomaco’, come lo sono i ruminanti, per esempio. È per questo importante capire quando in una società, in una cultura, in un certo periodo storico, in uno stato, in un gruppo, in una setta si decide di allontanarsi dal regno della carne. Si tratta sempre di una scelta culturale, e nella maggior parte delle volte è quasi sempre espressione di una prospettiva religiosa. L’obiettivo di questo libro non è giustificare, sostenere, schierarsi, né analizzare il fenomeno contemporaneo, che ha avuto nell’ultimo decennio una accelerazione imprevista. Semplicemente, si vogliono descrivere momenti storici in cui questa scelta è avvenuta. Si tratta di raccontare la Storia, con le sue disomogeneità e disuguaglianze, con le sue discontinuità e contraddizioni, percorrendo il tempo e gli spazi geografici dell’Asia e dell’Europa. Si va da Pitagora agli orfici passando per il buddhismo, il confucianesimo, il monachesimo e i catari, per approdare nella Cina di Mao e alla Casa Bianca nella cucina di Michelle Obama. Senza mai dimenticare che l’essere umano non è solo un mangiatore biologico, ma è soprattutto un consumatore-mangiatore simbolico e sociale.

(Ponte Alle Grazie – euro 16)

 

Due donne, due fotografe, due mostre: Vivian Maier e Lee Miller

LMemory ©caterinAndemme
LMemory
© caterinAndemme

Preferisco  fare una foto  che essere una foto

Lee Miller 

Lee Miller in mostra a Bologna

Surrealist Lee Miller è la mostra dedicata ad una delle più importanti fotografe del Novecento che si  terrà presso il Palazzo  Pallavicini  a Bologna dal 14 marzo prossimo  fino  al 9 giugno di quest’anno.

Lei  è Lee Miller Penrose (Poughkeepsie, 23 aprile 1907 – Chiddingly, 21 luglio 1977)  e ne ho scritto precedentemente in questo  articolo.

Donna caparbia e intraprendente, rimane colpita profondamente dalle immagini del fotografo più importante dell’epoca, Man Ray, che riesce ad incontrare diventandone modella e musa ispiratrice. Ma, cosa più importante, instaura con lui un duraturo sodalizio artistico e professionale che assieme li porterà a sviluppare la tecnica della solarizzazione. Amica di Picasso, di Ernst, Cocteau, Mirò e di tutta la cerchia dei surrealisti, Miller in questi anni apre a Parigi il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se il nucleo più importante di opere in questo periodo è certamente rappresentato dalle immagini surrealiste, molte delle quali erroneamente attribuite a Man Ray. A questo corpus appartengono le celebri Nude bent forward, Condom e Tanja Ramm under a bell jar, opere presenti in mostra, accanto ad altri celebri scatti che mostrano appieno come il percorso artistico di Lee Miller sia stato, non solo autonomo, ma tecnicamente maturo e concettualmente sofisticato.

E’ la stessa parola surrealist posta  nel  titolo  alla mostra che vuole un rimando  al movimento  artistico d’avanguardia nato in Francia ai primi  del  Novecento come evoluzione del  Dadaismo: il Surrealismo.

Il secondo marito  di  Lee Miller, Roland Penrose, fu uno dei protagonisti del movimento  surrealista nel  Regno Unito, ma la parola surrealist del  titolo vuole semplicemente essere un tributo a Lee Miller traducendolo  (con molta approssimazione) come Meravigliosa Lee Miller.

Di  questa donna, indubbiamente meravigliosa, si potranno  ammirare nella mostra a lei  dedicata  101 fotografia che ne  ricoprono l’intera  carriera professionale.

 

 

Il colore di  Vivian Maier

Dell’opera di  Vivian Maier  (New York, 1°febbraio 1926 – Chicago, 26 aprile 2009) si  conoscono  soprattutto le immagini in bianco  e nero, molto  meno le sue fotografie a colori che gli  autori  della mostra Vivian: Maier: the color work hanno ironicamente definito  come il suo  lato kodachrome.

la mostra, visitabile fino  la prossimo  30 marzo, si  tiene a Parigi (con il teletrasporto ci  si  arriva in un attimo) presso Les Douches la Galerie.

 

 

Recentemente ho scritto  di  Vivian Maier in questo articolo.

  Alla Prossima! Ciao, ciao…

Divagazioni sulle lacrime

Do not Cry for Me/©caterinAndemme
Do not Cry for Me
© caterinAndemme

La cura per ogni  cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare.

Karen Blixen 

Piangere oppure lacrimare

C’è  una certa differenza tra piangere e lacrimare:

Si può piangere  per diversi motivi: per dolore, per rabbia e per amore.

Oppure, molto più semplicemente, a farci lacrimare è la cipolla che stiamo pelando.   

Detto  questo  devo  ammettere che  mi  commuovo (abbastanza) facilmente nelle scene commoventi  di un film commovente: ed è per questo motivo  che, il più delle volte, preferisco storie dove i  dotti lacrimali possono essere lasciati al loro ozio oppure, al contrario, richiamati  al loro umido  lavoro per qualche frame  ridanciano.

Si può anche simulare l’inizio  di una crisi  di pianto: quando, ad esempio, bisogna convincere il partner che, nonostante la realtà dei  fatti, è sempre lui (o lei o leilui) quello  ad essere in torto.

A volte funziona.

Ma di  quale tipo  di lacrima stiamo  parlando? 

Come ci informano   le esperte e gli  esperti in lacrimonologia (branca della scienza che ho  voluto inventare) esistono divedersi  tipi  di lacrima:

Lacrime Basali 

Sono necessarie per mantenere costante l’idratazione degli occhi quindi, in questo  senso,  si possono  considerare un collirio  naturale.

La loro  composizione è fatta praticamente di  acqua (il 98 per cento) con una minima percentuale di  elettroliti come i sali  di sodio, potassio cloro, più qualche decina di proteine diverse nonché amminoacidi, glucosio, e il lisozima un enzima a funzione battericida.

Lacrime da irritazione 

E’ il tipo  di lacrima provocato dall’effetto pelatura di  cipolla ma anche dalla polvere  o  dai gas lacrimogeni sparati  dalla polizia  se siamo  coinvolte in cortei non (molto) autorizzati.

Lacrime emotive

Uno studio*  ha  messo in evidenza che alla base di  questo  tipo  di lacrima vi  sia la presenza principale di  due neurotrasmettitori: la leucina – encefalina e la prolattina: la prima è un endorfina con  la capacità di  provocare sollievo e alleviare il  dolore; la seconda è una risposta fisiologica dell’ipofisi  allo  stress.

William Frey, biochimico presso  l’Università del  Minnesota, ha condotto lo studio  sulle lacrime di origine emotiva arrivando alla conclusione che esse sono una valvola di  sfogo quando il livello  di  stress è arrivato  al suo limite e, quindi, il pianto liberatorio, oltre che diminuire la tensione, può avere anche la proprietà di prevenzione all’infarto 

La ricerca di  William Frey ha stabilito inoltre che noi donne in media piangiamo 5,3 volte al  mese (è quel virgola tre che mi lascia un po’ perplessa: pianto  a singhiozzo?) mentre gli uomini lo  fanno  solo  per 1,3 volte al  mese ( si  vede che pelano meno  cipolle).

Inoltre, il nostro  caro  William cronometro  alla mano, ha stabilito che il pianto  di una donna dura in media dai  cinque ai sei minuti, contro  quello  dell’uomo che va dai due ai  tre minuti (mezz’ora se è la squadra del  cuore a perdere).

Essendo  dati  ricavati  da ricerche sperimentali, mi rimane un dubbio  su  come lui  abbia fatto piangere i  soggetti esaminati.

Il libro 

Tom Lutz, docente di  Letteratura inglese presso l’Università dello  Iowa, ha scritto in passato un libro sulla Storia delle lacrime (anteprima alla fine dell’articolo).

Storia delle lacrime - Tom LutzGioia, dolore, delusione, sconfitta, successo: gli stati d’animo legati al pianto sono pressoché infiniti, e innumerevoli sono le modalità, i rituali, le prescrizioni che ogni epoca e ogni cultura hanno adottato per regolarne l’uso. Nessuna altra specie è capace di piangere, esattamente come nessuna altra specie, all’infuori dell’uomo, possiede la capacità di comunicare mediante il linguaggio. E che le lacrime siano una forma specifica di comunicazione umana, le arti figurative, la poesia, il teatro sembrano averlo saputo da sempre, poiché ne hanno fissato da tempo immemorabile i canoni espressivi. Come le lacrime di un neonato segnalano il suo bisogno di nutrimento e protezione, il pianto implica in genere un desiderio, un’aspettativa o una preghiera. Chi soffre di particolari forme depressive non piange più, perché ha perduto ogni speranza di vedere esauditi i propri desideri. Le lacrime versate dagli innamorati possono esprimere voglia di intimità e al contempo paura dell’intimità. Le lacrime di cordoglio segnalano la nostra aspirazione a invertire il corso del tempo e rimediare magicamente alla perdita, così come la consapevolezza dell’irrealizzabilità di questo desiderio. Scrivere delle lacrime significa dunque addentrarsi in territori che vanno dalla scienza alla letteratura, dall’antropologia al mondo delle emozioni, dalla religione all’arte, dipanando il filo di una storia parallela a quella dell’umanità.

  Alla prossima! Ciao, ciao……...


Anteprima del libro Storia delle lacrime di Tom Lutz

Bologna: città d’acqua e di misteri

Canale di Reno – Annibale Marini
–  Canale di Reno  – Annibale Marini (1860 -1893)

Acqua,  acqua ovunque.

E non una goccia da bere.

Samuel Taylor Coleridge – La ballata del  vecchio marinaio.

Bologna, non Venezia 

Il dipinto di Annibale Marini che trovate all’inizio  di  quest’articolo, potrebbe facilmente indurvi a credere di  essere davanti  alla rappresentazione pittorica di un tipico  scorcio  veneziano (confesso di essere caduta in quest’errore).

Invece è uno dei  Canali  di  Bologna, il Canale di  Reno per l’appunto, creato per collegare la città al  fiume Po.

Il Canale di  Reno fu  creato nel XII secolo ricevendo  le acque del  fiume omonimo attraverso  la chiusa di  Casalecchio di  Reno.

Dopo alcuni  chilometri  entra in città all’altezza dell’Opificio  della Grada separandosi  in due rami: il Canale del  Cavaticcio e il Canale delle Moline che si  ricongiunge al Porto Navile dove inizia il Canale Navile.

 

 

Oggi la maggior parte dei  canali  bolognesi  sono  ricoperti  dall’asfalto  e per meglio  comprendere questa rete di  comunicazione sull’acqua bisogna risalire a secoli  addietro quando, partendo  dall’anno  1272, proprio  nel  capoluogo  emiliano  veniva edificato il primo filatoio idraulico per la lavorazione della seta.

A questo primo edificio, localizzato presso  Porta Castiglione sul Canale di  Savena, se ne aggiunsero presto  ben  altri  che diedero a Bologna il primato di  essere uno  dei maggiori centri  sericoli mondiali.

Quindi, al pari  della città lagunare di  Venezia, i canali venivano utilizzati  come vie d’acqua per la  comunicazione e trasporto  delle merci verso l’Adriatico settentrionale.

Fu per il commercio  che Bologna entrò in rotta di  collisione con la Serenissima che imponeva i  dazi  su  tutte le navi  che percorrevano quel  tratto  di  mare: il 1 settembre 1271 le forze terrestri  e marinare di  Bologna sconfissero quelle navali della repubblica di  Venezia in quella che viene ricordata come la Battaglia della Polesella.

Il libro

Bologna è anche una città piena di misteri: la scrittrice Barbara Baraldi ne parla nel  suo libro  Alla scoperta dei  segreti  perduti  di  Bologna (anteprima alla fine dell’articolo).

I segreti perduti di Bologna Barbara Baraldi

Vi è mai capitato di passeggiare tra le strade e i quartieri medievali di Bologna e avvertire la strana sensazione di trovarvi sospesi nel tempo, al punto di immaginare di poter incontrare le personalità del passato che si sono riunite all’ombra dei suoi portici? O, ancora, imbattervi in una lapide dall’enigmatica iscrizione e avere la curiosità di scoprirne il vero significato? Alcune dimore sono state testimoni di efferati omicidi. Altre, di storie d’amore intramontabili. Bologna è una città dalle molteplici anime, dalla personalità complessa. Come una dark lady d’altri tempi, non cede alla tentazione di svelare i propri segreti. Molte delle mete più suggestive sono celate alla vista del visitatore disattento. Dal fantasma di via Carbonara ai misteri della città sotterranea, dalle mura “della pietra di luna” al vaso rotto sulla torre degli Asinelli, da Panum resis fino a un’inattesa apologia del vino e… della cannabis: strutturato come un viaggio tra le strade di Bologna, questo volume propone un itinerario che è una sorta d’indagine nei segreti di una città che non smette mai di stupire, legando ogni luogo alla sua storia. Una storia nascosta, eppure sotto gli occhi di tutti.

Tutto qui, buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao……….


Anteprima del libro  I segreti perduti  di  Bologna di  Barbara Baraldi 

ASRM: il sussurro antistress

Un soffio, un sussurro © caterinAndemme
Un soffio, un sussurro
© caterinAndemme
La sensibilità  di noi  donne è legata all’immaginazione e alle terminazioni nervose auditive.
Probabilmente l’unico modo  per far si  che ascoltiamo  è sussurrarci qualcosa all’orecchio.
Il punto  G è nell’udito, chi lo cerca più in basso perde il suo  tempo e anche il nostro.
Isabel Allende, Afrodita

Il sussurro come antidoto allo stress

Immaginiamo di  vivere in un mondo  dove ogni parola o  suono non superi il livello sonoro pari  al battito  d’ala  di uno stormo d’uccelli che si innalza  in volo.

Sarebbe praticabile la vita?

Oppure,  il rumore è necessario (alcune volte) per farci  sentire vivi?

A queste domande non so  cosa (diavolo) rispondervi: posso  solo  dirvi  che ascoltare Thunderstruck degli  AC/DC  in sordina è inammissibile (a meno  che la reazione dei  vicini  non sia quella di mandarvi un drone per bombardarvi), mentre entrare a fare acquisti in negozi  come Bershka, dove la musica è sparata a palla sui  clienti  e sui  poveri  commessi (magari  a loro non interessa) può provocare cardiopalma, nervosismo  e un inizio  di  sordità (ed è per questo che  i mei  acquisti non li  faccio  da Bershka & C.).

Asrm  Autonomous sensory meridian response (Asrm)  

La Autonomous sensory meridian response (Asrm) indica quella sensazione di  formicolio in varie parti  del  corpo accompagnata da uno  stato  di  rilassamento mentale.

A provocare questo  stato  sono diversi stimoli: dalla forma di un pensiero fino a quelli  di natura visiva, uditiva o  tattile.

In una delle mie scorribande serali in rete ho quindi  scoperto l’esistenza dell’Asrm e di  quel mondo  dove autentiche guru del  sussurro ( da alcuni  chiamate ASRMtist)  postano i loro  video su  YouTube riscontrando un enorme successo.

Ma cosa fanno per avere così tanto  successo?

Sembra banale ma è  la cosa più facile del mondo: bisbigliano, producono  suoni come picchiettare le unghie su un barattolo  di  plastica oppure passando un pennello  da trucco  sul microfono o ancora si  spazzolano  i capelli.

Ho  voluto provare di prima persona l’effetto  benefico che poteva avere su  di me uno di  questi  video, ne ho  trovato uno  dove il suono  della pioggia si protraeva per più di  mezz’ora: purtroppo, dopo una decina di minuti, quel suono non ha fatto  altro  che stimolare la mia vescica e, di  corsa in bagno, ho  dovuto  interrompere l’esperimento.

Fuori  di ogni  dubbio  la mia scelta è stata quella errata.

Quando nasce  l’Asrm come fenomeno  sociale? 

Quelli  che sono più informati  della sottoscritta fanno risalire il tutto a quando internet non  era che agli  albori e cioè ad uno show andato in onda tra gli  anni 1983 e 1994: The Joy of Painting.

Lo show, che ha vinto  anche tre Emmy,  era condotto  dal pittore americano  Bob Ross: in ogni puntata, della durata di  mezz’ora, il pittore intratteneva il pubblico insegnando loro  le tecniche per dipingere un paesaggio completandolo nei tempi previsti dal programma.

Venne accertato  che tutto l’impianto  della trasmissione provocasse nel pubblico una sorta di  empatia emozionale. provocata dalla sua voce calma e dal  lavoro  del pennello  sulla tela.

Bisogna, però, risalire al 25 febbraio  del 2010 affinché il termine Asrm sia quello più attinente al fenomeno  che oggi  conosciamo: infatti quell’anno nacque il gruppo  Facebook  Autonomous Sensory Meridian Response Group per volere di Jennifer Allen e in risposta alle domande di molti utenti  a riguardo delle sensazioni che provavano ascoltando  alcuni suoni  elementari.

La scienza cosa ne dice? 

Quello dell’Asrm viene attentamente studiato dalla neurologia tanto  che la Shenandoah University (Winchester, Virginia -USA)  ha creato il sito ASRM University  dove gli utenti possono porre   domande e ricevere informazioni attraverso  articoli postati da specialisti e medici.

Conclusione 

E’ ovvio che le reazioni ad ogni  stimolo  sensoriale varia da individuo a individuo (come avete letto  il suono  della pioggia ha su  di me un effetto  diuretico) ma non per questo il fenomeno  delle ASRMtist è da ridicolizzare, anzi, essendo proprio il contrario, alla fine dell’articolo  troverete uno  di  questi video che (dovrebbero) aiutare a fare sogni  felici.

Buonanotte.  

Alla prossima! Ciao, ciao……..