Edward Hopper, malinconica solitudine

Edward Hopper

 

Edward Hopper l’illustratore delle solitudini

Quando  scrissi l’articolo sulla nascita dell’algoritmo  di  compressione   mp3 e di  come per la campionatura venne utilizzato la canzone Tom’s Diner della cantautrice Suzanne Vega ( MP3 contro  Alta fedeltà (ma sempre a pagamento) )  cercavo un immagine che desse l’idea della malinconica solitudine di una donna seduta al tavolino  di una tavola calda  in una fredda mattina di  pioggia.

Edward Hopper mi venne in aiuto con la sua opera Automat,  dipinta nel 1927 in occasione del  giorno  di  San Valentino  ed esposta  durante  la seconda esposizione personale del pittore presso  la Rehn Galleries di  New York (quadro  venduto nel  mese di  aprile dello  stesso anno per 1.200 dollari).

Chi invece è stato  ispirato direttamente dalle tele di  Hopper per elaborare delle liriche fu il poeta di origine canadese, saggista e traduttore, nonché vincitore del premio  PulitzerMark Strand  (Summerside  11 aprile 1934 – New York, 29 novembre 2014) il quale, attraverso le sue parole, aiuta il lettore a entrare metaforicamente nei  quadri  del pittore vivendone quella malinconica solitudine di  cui  ho  accennato prima.

Da questa performance del poeta è stato pubblicato il libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore (anteprima alla fine dell’articolo)

Edward Hopper, una biografia breve, anzi  brevissima

Edward Hopper
Edward Hopper nel 1937

Edward Hopper  (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) ebbe la fortuna di  avere genitori molto aperti riguardo  al  futuro del proprio  figlio, infatti, pur essendo titolari  di un negozio di  tessuti con ottima clientela, scoprendo  che Edward sin da bambino  aveva una spiccata attitudine nel  disegno, lo incoraggiarono  a proseguire su  questa strada.

Nel 1900, all’età di  diciotto  anni, frequenta la New York  School of Art diretta da un seguace dell’impressionismo europeo  e cioè William Merritt Chase.

Fu lo stesso Chase a farlo incontrare con il titolare del corso  di pittura Robert Henri, sostenitore del  realismo e figura importante della Ashcan School ,

Nel 1906 Hopper arriva a Parigi restandovi  due anni, dopodiché, affascinato  dalle opere degli impressionisti  e dei  poeti simbolisti, partecipa alla sua prima mostra collettiva organizzata da Robert Henri nell’Upper East Side di  Manhattan.

I critici furono molto  severi  con lui non prendendo in considerazione il suo  dipinto, per tanto  e per poter sopravvivere, si impiegò in qualità di  illustratore pubblicitario presso la C.C. Phillips & Company fino  al  1925, non amando  questo  tipo  di lavoro,  in un’intervista rilasciata dieci  anni  dopo al quotidiano New York Post,  dichiarò che.

Sono stato  sempre molto  attratto  dall’architettura, ma i  direttori  dei  giornali vogliono  solo  gente che muova le braccia

Fu un appassionato francofilo e, complice il fatto  di  aver soggiornato più volte a Parigi e di riuscire a parlare molto  bene il francese, lesse i classici in lingua originale ma è ritornando  negli  Stati Unti che iniziò a elaborare il suo particolare stile nelle immagini  urbane di un’America quotidiana fatta di  binari  delle ferrovie, case coloniche, distributori di benzina, drugstore, negozi  con vetrine illuminate, camere dove compaiono al massimo  due figure: il tutto in un’atmosfera che in molti (compresa me) giudicano  metafisica  e che altri  si  spingono  a considerarla come precursore della Pop art

Il suo  successo, comunque, arrivò nel 1924, quando  alcuni suoi  acquarelli  esposti  a Gloucester nella galleria di Frank Rehn ebbero un deciso  successo  di  critica e pubblico.

Nello  stesso  anno un’altra soddisfazione si  aggiunse alla precedente,  questa volta si  trattò però di  soddisfazione sentimentale in quanto  sposò Josephine Verstille Nivison , anch’essa allieva di  Robert Henri e pittrice che si  firmava con lo  pseudonimo  di  Jo Hopper, la quale divenne l’unica modella che Edward Hopper utilizzò per ritrarre  i  personaggi  femminili  dei  suoi  quadri.

Da questo punto in poi è una continua ascesa verso il successo, tanto da avere  i suoi  quadri facenti parte  di  collezioni permanenti  come, ad esempio, al  MoMa di  New York. 

Edward hopper morì all’età di 84 anni nel  suo  studio  al  centro  di  New York

Un quadro per il regista

Edward Hopper
Edward Hopper- House by the railroad (1925)

La casa dipinta nel 1925 da Edward Hopper servì ad Alfred Hitchcock come modello  della casa maledetta nel  film Psyco (ho  scritto  del  film e del  suo  regista in questo articolo Alfred Hitchcock: da Psycho a Genova in mostra ).

Lo stesso  quadro venne donata dal  collezionista Stephen C.Clark al  MoMa di  New York.

Anteprima del libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore

Ricordandovi  che la mostra Edward Hopper. Uno sguardo nuovo  sul paesaggio presso la Fondation Beyeler di  Basilea è stata anticipatamente chiusa per via dell’emergenza coronavirus, concludo  questo  articolo  con l’anteprima del libro di Mark Strand

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Stuart Kaminsky: se lo leggi non lo lasci

Stuart Kaminsky

Alla TV un investigatore si  riconosce subito, non si  toglie mai  il cappello

Raymond Chandler ⌋ 

Stuart Kaminsky e i suoi fan

Ho scoperto di  avere avuto  due cose in comune con Gianni Mura: la prima è che sia lui  che io  alle automobili di nostra proprietà abbiamo  sempre dato il nome di  Carlotta.

La seconda è che al bravo  giornalista come alla un po’ meno  brava blogger (ma si  tratta solo  di  falsa modestia)  piacciono molto i  gialli  di  Stuart Kaminsky, soprattutto  quelli con protagonista lo  scalcinato  investigatore privato Toby Peters.

Immaginando  del perché ho voluto  dare il nome di Carlotta al mio  mezzo  di locomozione (euro 4 a benzina, Greta non ti arrabbiare) vi interessi  quanto il problema delle acciughe in Perù, continuerò parlandovi  del  giallista e sceneggiatore Stuart Kaminsky.

Ho poco  da scrivere e voi  poco  da leggere 

Stuart Kaminsky
Stuart Kaminsky

Una volta, c’erano  i  Gialli Mondadori: non che non vi  siano più, tutt’altro, ma appunto una volta  il nome Giallo  della collana  veniva immediatamente associato a un genere letterario  e cinematografico.

Poi  arrivarono i thriller, i legal – thriller, i medical thriller e (forse) gli  horror – thriller  a scolorire un po’ il Giallo.

Ad essere sincera per distrarmi (e appassionarmi) sono  portata più alla lettura di  romanzi  di  fantascienza o fantasy (Harry Porter rimane il mio mito) ma quel  giorno che, girovagando tra le bancarelle dei libri usati (in piazza Colombo, a Genova), per un chissà cosa decisi  di  acquistare il mio primo  Stuart Kaminsky con Toby Peters (si  trattava di Una pallottola per Errol Flynn, mentre alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima di Giocarsi  la pelle).

La particolarità di  questi  racconti  è quella di  essere ambientata nella Hollywood degli  Anni ’40 dove Toby Peters si  ritrova a risolvere casi  dove vengono coinvolti in prima persona celebrità quali Peter Lorre, i Fratelli Marx, Bela Lugosi, Errol Flynn, Mae West e tanti  altri.

Stuart Kaminsky (Chicago (?), 29 settembre 1934 – St.Louis 9 ottobre 2009) al  suo  attivo non aveva solo il personaggio dell’investigatore americano, ma anche quello  russo Porfirij Rostnikov, nonchè sceneggiatore di film quali Ispettore Callaghan: il caso  Scorpio è tuo di  Don Siegel , C’era una volta in America diretto  dal nostro  Sergio  Leone, oltre alcune puntate della serie televisiva C.S.I. New York.

Ritornando  ai  racconti  ambientati nella Hollywood Anni ’40, la bravura di  Stuart Kaminsky nello  scrivere con sottile humor e accurata ambientazione riferita all’epoca, gli  era derivata dal  fatto di  essersi  diplomato in cinematografia e, conseguentemente,  insegnare Storia del cinema presso l’Università dell’Illinois.

Per concludere, volendo dare un volto allo  squinternato Toby Peters, ho  sempre pensato a una interpretazione data dal’indimenticabile Peter Falk

Se poi avete voglia di  leggere di un tipo  particolare di investigatore vi  rimando  al mio  articolo Si chiamano Sam ed entrambi  sono investigatori

Non mi resta che lasciarvi  all’anteprima di Giocarsi  la pelle 

Giocarsi  la pelle (anteprima)

 

Un orecchio mozzato in una scatola è un messaggio chiaro.

Significa che il mittente fa sul serio. Il destinatario è il comico hollywoodiano Chico Marx, minacciato da un misterioso creditore che pretende la restituzione di un prestito di gioco. Se non paga, gli taglieranno le dita.

Per proteggere il suo artista la MGM ingaggia Toby Peters, detective privato con una predilezione per il mondo del cinema. La sua prima mossa? Tastare il terreno negli ambienti della criminalità organizzata, magari qualcuno è al corrente del fantomatico debito. Mossa intelligente ma rischiosa, perché quelli che potrebbero dargli qualche informazione vengono uccisi uno dopo l’altro.

E il prossimo a rimetterci un orecchio o anche tutta la testa potrebbe essere proprio lui.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Anne Brontë, tra i coraggiosi e i forti

Anne Brontë

Oggi è umido  e piove, la mia famiglia è fuori  casa e sono in biblioteca da solo che rileggo  vecchie lettere e scartoffie ammuffite e ripenso al passato; la disposizione d’animo giusta, quindi, per raccontarti una storia…

Tratto da La signora di Wildfell  Hall di Anne Brontë

Anne Brontë, Amid the Brave and the strong 

Anne Brontë

Non è perché sono vittima di un’improvvisa forma di  anglofilia per cui ho  voluto tradurre   dall’italiano il titolo  dell’articolo, ma semplicemente per il fatto  che esso è quello originale di una mostra che il Brontë Parsonage Museum dedica alla più piccole delle tre sorelle scrittrici , mostra che attualmente non è visitabile per la pandemia corrente ma che, essendo  programmata fino al 1°gennaio 2021, lascia sperare che fino  ad allora le cose siano  cambiate in meglio.

Anne Brontë
Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Anne Brontë (Thornton, 17 gennaio 1820 – Scarborough, 28 maggio 1849) oltre a Emily e Charlotte aveva altre due sorelle più grandi, Maria ed Elisabeth, che però morirono  di tubercolosi  quando  lei  aveva cinque anni.

Se si può dire che sfortuna o  disgrazia siano le maledizioni di una famiglia, certo che quella di  Anne potrebbe esserne un esempio: sua madre, Maria Branwell Brontë,  morì il 15 settembre 1821 e cioè un anno  dopo  la nascita di Anne, il fratello  Patrick nel 1848 per bronchite (ma il suo  fisico  era  già devastato  dall’abuso  di  alcol, oppio e laudano), nello  stesso  anno subì la perdita della sorella Emily malata di  tubercolosi e, per termine questo lungo  elenco mortifero, Charlotte, l’unica sopravvissuta delle sorelle, a causa delle complicazioni per un parto  morì il 31 marzo 1855.

La signora di  Wildfell Hall

Il perché del fatto  che il romanzo di  Anne La signora di  Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall ) abbia avuto scarsa considerazione dalla critica di  allora, ma soprattutto a pesare in questo è il giudizio  negativo  della sorella Charlotte, è da attribuire a due fattori:

Il primo è che nel  romanzo  viene utilizzato un linguaggio  molto  esplicito, con descrizioni  di  brutalità e alcolismo, oltre al fatto  che, cosa ancora più scandalosa per l’epoca,  la protagonista  si ribella alle convenzioni  sociali rivendicando  la propria indipendenza (d’altronde la morale che vuole la donna un passo indietro rispetto  all’uomo è stata ribadita da un noto  presentatore televisivo  durante una recente manifestazione canora: si, proprio quella).

Non dimentichiamo, inoltre, che le tre sorelle scrittrici per vedere i loro  libri  pubblicati ed evitare così  pregiudizi dovettero  utilizzare nomi  maschili: Currer Bell fu  quello  utilizzato  da Charlotte, Ellis Bell quello  di Emily e Acton Bell  quello  di  Anne.

Il secondo motivo, molto più familiare e che Charlotte ritenne deplorevole, è che la figura negativa maschile aveva come modello la vita dissoluta del fratello  Patrick.

A conclusione di  questo mio  articolo scritto  con passione da blogger ma allo  stesso  tempo  con lo stato  d’animo di una confinata nella propria abitazione (come qualche decina di milioni  di  miei  concittadini, tra cui  voi), troverete l’anteprima de La signora di  Wildfell  Hall di  Anne Brontë.

Anteprima 

Anne Brontë

Chi è l’affascinate signora nero vestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall?

Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere?

Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza.

Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vasilij Grossman e il destino di un romanzo

Vasilij Grossman

La nebbia copriva la terra. il bagliore dei  fanali  delle automobili rimbalzava sui  fili  dell’alta tensione che correvano lungo  la strada.

Non aveva piovuto ma all’alba il terreno  era umido  e, quando  si  accendeva il semaforo, sull’asfalto  si  spandeva un alone rossastro

Tratto  dal  romanzo  Vita e destino  di  Vasilij Grossman

 Destino  (e censura) di un romanzo 

Quando Vasilij Semënovič Grossman  scrisse nel 1959 quello  che viene considerato uno dei  più famosi  romanzi della letteratura russa del 20° secolo, Vita e destino, non avrebbe certo immaginato  che l’allora KGB l’anno  seguente avrebbe sequestrato sia il manoscritto  originale che tutte le copie dattiloscritte.

Il perché di tale accanimento era motivato, secondo  la logica poliziesca del  regime,  dal  fatto  che il romanzo  poteva arrecare un danno  d’immagine all’URSS.

Ambientato durante la Seconda guerra mondiale nel periodo della Battaglia di  Stalingrado, Grossman fa trasparire dando  voce ai  suoi personaggi una certa similitudine del regime sovietico,  sotto  la dittatura di  Stalin, con quello hitleriano.

Meno  credibile è la storia per cui il sequestro  venne ordinato da Nikita Sergeevič Chruščëv per una semplice vendetta in quanto lo scrittore (ricordo  che era anche un giornalista) si  rifiutò di fare un’intervista quando questi  era commissario capo del  partito per le operazioni di  guerra durante la campagna di  Stalingrado.

Vasilij Grossman fu corrispondente di  guerra per l’Armata  Rossa trascorrendo  tre anni in prima linea, descrivendo in maniera essenziale (ma anche straziante) tutto  ciò che i  suoi  occhi  vedevano.

Uno dei  suoi  più famosi  reportage, la liberazione del lager di  Treblinka, fu  usato  come prova durante il Processo  di  Norimberga.

Ritornando al  romanzo  Vita e destino, Grossman ebbe comunque la prontezza di  consegnare poco  prima del  sequestro una copia dattiloscritta al  suo  amico e scrittore  Semen Lipkin il quale la nascose nella sua dacia a Peredelkino.

Nel 1974, dieci  anni  dopo la morte di  Grossman per tumore, Lipkin porterà clandestinamente la copia microfilmata  in occidente consegnandola nelle mani  della ricercatrice Rosemarie Ziegler la quale, arrivata a Parigi, a sua volta li passò al  critico Efir Etkind

Questa, che sembrava essere una corsa con il passaggio  di  testimone, fu  vana: nessuno  degli  editori  francesi  si  sentì di pubblicare il romanzo.

Allora Etkind pensò di rivolgersi  all’editore di  origine serba Vladimir Dimitrijevic a Losanna in Svizzera: questa fu  la volta decisiva perché nel 1980, a sedici  anni  dalla morte di  Grossman, Vita e destino venne finalmente pubblicato.

Nel 1990 anche in Russia il libro  fu  dato  alle stampe.

Anteprima di  Vita e destino 

Oggi  tocca a me pubblicare l’anteprima di  questo  romanzo

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Convento di san Francesco di Cairo

Convento  di  san  Francesco  di  Cairo
Ernesto Rayper, – Rovine di un convento prope Cairo –

Il convento di S. Francesco  di Cairo trovasi  essere stato  fondato, per fama e notizia cavate dalli  Archivii ducali  ed ancora dei  Conti, dal  P.S. Francesco: come riferisce e scrive il nostro P.Paolo Brizio Vescovo  d’Albenga che passando per la Liguria il nostro serafico  Padre e per li appennini colli di Savona, che apre la strada al luogo di  Cairo, quei  abitanti  concessero un luogo  atto per fabbricare il Convento al  detto S.Padre l’anno 1214…

Archivio Provincia di  Genova dei  Frati  Minori, manoscritto

 Il convento  di san Francesco  di  Cairo: storia (e leggenda) in poche righe

Convento di san Francesco di Cairo
Convento di san Francesco di Cairo

Qua e là, girovagando per la Liguria ( ma lo stesso potrei  dire per qualunque altro luogo d’Italia e della nostra Europa), si  arriva a conoscere storie legate a luoghi che, pur essendo  di  facile accesso, sono  semi – sconosciuti ai più.

Così è per il facile itinerario  escursionistico  che, partendo  da Rocchetta Cairo in provincia di  Savona, conduce fino ai  ruderi di  quello  che fu un convento francescano  e oggi, nella sua parte ristrutturata, un centro  gestito  dall’Agesci Liguria.

Prima di  descrivere l’intero  tragitto voglio riportare ciò che la storia e la tradizione dice a proposito:

La struttura originaria, risalente al  XIII secolo, è posta nella località Ville di Cairo Montenotte lungo la Magistra Langarum  antica strada che collegava Cairo  fino a Torino. 

Delle rovine oggi  visibili  sono  rimasti parte della chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli (che presenta rifacimenti  risalenti dal  XIII secolo  a quello  del XVII) mentre il convento (oggi  centro  scout) presenta il quattrocentesco  chiostro su  cui  si  affacciano le celle originarie dei  frati: il complesso  venne ampliato  tra il XVII secolo e il XVIII con l’aggiunta di  altre celle di  dimensioni più ampie.

Nel XX secolo fu  aggiunto un corpo  di  fabbrica ad uso stalla.

Il convento, durante la guerra napoleonica, venne adibita a quartier generale e via via nel  tempo  abbandonato  fino agli lavori  di  restauro  risalenti  al 2014.

Riguardo  al passaggio  di  san Francesco nelle terre cairesi, e alla leggenda della miracolosa guarigione  della giovane figlia sordomuta del  marchese Ottone Del  Carretto, i documenti  storici  sono alquanto frammentari, alcuni studiosi  avanzano l’ipotesi  che il convento  sia sorto su una struttura già esistente antecedente al 1214.

Galleria fotografica

L’itinerario

Convento di san Francesco di Cairo
Rocchetta Cairo, Ponte degli Alemanni

L’itinerario escursionistico  che vi propongo  parte da Rocchetta Cairo  e precisamente dal Ponte degli Alemanni (poco  al  di  fuori  dal  centro  abitato) sulla Bormida.

Lungo il percorso  non vi  sono fonti, il tragitto può essere completato in circa quattro  o  cinque ore (escludendo la variante panoramica, riportata nel  punto  C nell’immagine , che in verità non è molto interessante).

Arrivati all’imbocco del  Ponte degli  Alemanni, dove possiamo  parcheggiare di  fronte  a un campo  recintato per l’addestramento  dei  cani, lo  percorriamo tralasciando il sentiero posto  di  fronte a noi, per prendere quello alla nostra sinistra con l’indicazione “via diretta” per il convento.

Lungo  tutto  il percorso seguiremo,  quindi, il simpatico  segnavia che potete vedere nella foto  seguente.

Convento di san Francesco di Cairo

Da subito il sentiero si inerpica lungo  una salita (non per nulla è una via diretta) ma in meno di un’ora di  cammino giungeremo  allo  sbocco su  di una sterrata trovando alla nostra destra la chiesa di  san Giovanni  del Monte posta su un’altura.

La chiesa di san Giovanni del Monte

Proseguiamo mantenendoci  sulla destra (comunque i  segnavia ci indicheranno  la  direzione giusta) fino  ad arrivare a un gruppo  di  case che oltrepasseremo.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo

Più avanti incontreremo una sbarra da passare senza problemi anche se un cartello  ci  dice che stiamo entrando in una proprietà privata.

Il sentiero (più che altro un’ampia sterrata) come ho  già detto è di  facile percorrenza e, in alcuni  punti, una sosta è doverosa per ammirare o  fotografare l’interessante panorama come, ad esempio, i  calanchi  che caratterizzano  la Val Bormida.

Convento  di  san francesco  di  Cairo

Arriveremo, quindi, in un punto  dove un pannello  di legno riporta le particolarità del  territorio.

Il mio  consiglio è quello di prendere subito il sentiero  che scende (punto B) tralasciando quello indicato  come panoramico (punto  C) che non presenta nessun interesse e, soprattutto, non sono  presenti i segnavia che abbiamo seguito  precedentemente.

A breve arriveremo a un area picnic poco  distante dal  convento.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo
L’autrice del blog

Per il ritorno ripercorriamo il sentiero  dell’andata.

So  che potrebbe sembrare inopportuno pubblicare un articolo su  di un percorso  escursionistico in questo periodo  di  quarantena per l’emergenza Cod-19.

Ma è il mio particolare augurio rivolto  a tutti  voi è che tutto ritornerà pressoché alla vita di sempre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Moebius, prossimamente a Napoli

Moebius

Moebius. Alla ricerca del  tempo  

MANN (Museo  Archeologico nazionale di Napoli) dal 30 aprile al 7 settembre 2020

Moebius, Napoli e il suo Museo Archeologico 

Ho  sempre pensato a un museo  archeologico come un luogo preposto alla conoscenza della storia attraverso  la visione di reperti…..archeologici.

Evidentemente ciò non è vero in quanto la cultura (anche parlando  di  fumetti) non conosce limiti o categorie tale da essere confinata in schemi.

D’altronde il MANN (Museo  Archeologico  Nazionale di  Napoli) ha già ospitato l’anno  passato un altro grande fumettista come Hugo  Pratt  e del  quale anch’io ho scritto un articolo  su  questo  blog ( ⇒ Corto Maltese prima del mare salato ⇐ ).

Ritornando  alla mostra di Napoli l’organizzazione e di COMICON con la direzione artistica di  Moebius Production il tutto inserito  nel  progetto OBVIA (Out Of Boundaries Viral Art Dissemination) dell’Università di  Napoli  Federico II.

Per tutte le informazioni riguardo alla mostra Moebius. Alla ricerca del  tempo  vi  rimando al  box seguente

CS-28-febbraio-Moebius.-Alla-ricerca-del-tempo

Per l’emergenza coronavirus il MANN  fino  al 3 aprile resterà chiuso

Moebius, una biografia in poche parole

Moebius
Moebius

Il suo nome era Jean Giraud ( Nogent-sur- Marne, 8 maggio 1938 – Parigi, 10 marzo 2012) mentre Moebius e Gir erano  i  pseudonimo  che utilizzava per firmare le sue tavole.

Il suo  esordio  da autore è molto  precoce perché a soli  sedici anni, nel 1954, pubblica sulla rivista Far West una serie umoristica titolata Les aventures de Franck et Jérémie proseguendo, sempre nello  stesso  anno, collaborando  con Coeurs Vaillants 

Nel 1960 diviene assistente del  fumettista belga Joseph Gillain (in arte Jijé) ed è in questo periodo  che prende il nome di  Moebius.

Tre anni dopo, questa volta utilizzando lo pseudonimo  Gir, insieme allo  sceneggiatore Jean- Michel Charlier diede vita alla serie fumettistica Fort Navajo pubblicata dalla rivista Pilote, dove il protagonista è il tenente  Blueberry: la serie, per l’accuratezza dei  disegni che per la ricostruzione storica, divenne subito un cult nel mondo  dei  fumetti  a livello internazionale.

Nel 1974, insieme a Philippe Druillet, Jean-Pierre Dionnet e Bernard Farkas, fonda il gruppo Les Humanoïdes Associés con la pubblicazione della rivista Mètal Hurlant che raccoglieva il meglio  di  allora dei  fumetti fantasy e di  fantascienza.

Anche il cinema si avvalse della sua collaborazione per i film quali Alien (1979 – Ridley Scott), Tron (1982 – Steven Lisberger) e Il quinto  elemento (1997 – Luc Besson)

Il fumetto (anteprima) 

Per  Alejandro Jodorowsky disegnò le scenografie e i  costumi per un film tratto  dal  romanzo Dune di  Frank Hebert (film che venne diretto in seguito  da David Lynch nel 1984), il materiale prodotto in ogni  caso vene utilizzato per il fumetto L’ Incal, lo stesso  che trovato  qui in anteprima.

Alla prossima! Ciao,ciao….♥♥

Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Vulcania: il progetto postumo di Katia e Maurice Krafft

 

Vulcania

La Terra ci  fornisce sul nostro  conto più insegnamenti di  tutti i libri. perché ci oppone resistenza: misurandosi con l’ostacolo, l’uomo  scopre se stesso

Antoine de Saint-Exupéry

Vulcani, una coppia e la loro  passione 

Sull’argomento  vulcani  ho precedentemente scritto l’articolo  Vulcani, supervulcani e carestie: questa volta parlerò sempre di  vulcani ma di  come la passione per essi  ha unito  una coppia di  scienziati  francesi, della loro idea realizzata in un Parco  tematico e della loro tragica fine durante una  missione scientifica.

Vulcania

In questa vecchia foto  del 1980 sono  ritratti  i coniugi Katia e Maurice Krafft già famosi come i primi tra i  vulcanologi a filmare e fotografare i vulcani in attività durante le loro manifestazioni, furono uccisi da una colata piroclastica durante l’eruzione del monte Unzen in Giappone il 3 giugno 1991: lei  aveva quarantanove  anni, lui  quarantacinque.

Si erano  incontrati  per la prima volta all’Università di  Strasburgo dove Katia seguiva il corso  di geochimica mentre Maurice quello  di  geologia.

Entrambi, però, avevano un insegnante in comune: il grande vulcanologo  Haroun Tazieff il quale, dopo  che i  futuri  coniugi  Krafft si laurearono, li portò con se in Italia per studiare l’Etna ( sembra che il connubio  durò ben poco  a causa di  dissapori  tra la coppia e il vulcanologo  già affermato negli i ambienti  dei  mass media oltre che a quelli  scientifici).

Capire quale vulcano era in attività e se era  degno  di  attenzione negli  anni pre – Internet non era certo  cosa facile, per questo i coniugi  Krafft entrarono  a far parte del programma  Global  Volcanism della Smithsonian Institution, dove ancora oggi  convergono le comunicazioni da tutto il mondo sulle eruzioni  in corso, notizie  fondamentali  per chi di professione è vulcanologo ma non solo (il link è stato  messo proprio per placare ogni  curiosità) .

 Il loro progetto  da pensionati era quello  di  vivere alle Hawaii costruendo una casa vicino  al cratere del Kīlauea.

Vulcania

Vulcania

Era il grande sogno  di Katia e Maurice: un gigantesco parco  tematico dedicato  ai  vulcani  da svilupparsi  nelle viscere della terra in una regione ricca di  vulcani  spenti  come il Puy- de- Dôme: l’Auvergne

Il progetto fu  subito  contestato dai  geologi  che lo  vedevano  come una Disneyland scientifica (ma i Parchi  tematici  nascono proprio  per coniugare il divertimento  con l’apprendimento) e con gli  ecologisti  che temevano l’impatto  su  quel  territorio dei  possibili  visitatori  (allora ne erano  previsti  all’incirca 420.000 l’anno).

Nonostante queste riserve nel 2002 Vulcania apre le porte al pubblico raggiungendo, fino a oggi, la quota di oltre cinque milioni  di  visitatori, numero  inferiore a quello previsto in fase progettuale ma pur sempre considerevole.

Vulcania si  trova nel  comune di  Saint-Ours nel Puy-de-Dôme a una quindicina di  chilometri  da  Clermont-Ferrand

INFO

Galleria fotografica 

Quando  ho  visitato  Vulcania mi ricordo  di  aver fatto una lunga fila, ma il  disagio  è stato  ampiamente ripagato dall’allestimento  delle sale che, in maniera chiara a tutti  (anche a una profana come me), portano il visitatore nella geologia e genesi  dei  vulcani.

Queste poche foto non sono  assolutamente esaustive a riguardo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Il freddo: dalla cold therapy all’ipotermia

freddo

Oggi  sono entrato  in un bar chiedendo  qualcosa di  caldo: mi hanno  dato un cappotto!

Groucho  Marx

Il freddo  come terapia (?)

Andrea Bianchi, fondatore della prima scuola italiana di barefoot hiking (a proposito leggi il mio  articolo Camminare ascoltando i piedi: è il Barefooting) suggerisce una tecnica per imparare a esporsi  al freddo:

Ogni  mattina esporsi per circa trenta secondi a una doccia fredda, questo  farà in modo  che nel  nostro organismo  si liberino le endorfine dandoci  energia per tutta la giornata

Non voglio mettere in dubbio il valore di un simile suggerimento, ma credo  che se dovessi  fare una doccia fredda (soprattutto in inverno) il mio organismo  non libererebbe endorfine ma si liberebbe di  me una volta per tutte  congelandomi

Come del  resto penso  che sia un ottimo  viatico per osservare le margherite dalla parte delle radici, la nuova moda della cold therapy: bagni nelle acque gelate di un ruscello per almeno un minuto servirebbe ad allenare la mente e il corpo (a cosa poi?).

Naturalmente,  quando  esce  nuova filosofia di vita, immediatamente la si  associa ai nomi di personalità note per darne un maggiore risalto, così sappiamo  che Lady Gaga, Madonna e Zac Efron praticano  yoga in costume da bagno  sulla neve o si immergono in vasche ghiacciate, mentre Chiara Ferragni e Belen Rodriguez si  accontentano di  avvolgersi in una nuvola di  vapore artico in una criosauna.

A questo  si aggiunge il fiuto per le opportunità di  business di  Gwynett Paltrow la quale, oltre a vendere candele a 900 dollari con il profumo  della sua vagina (è solo  un bouquet di  infiorescenze varie ma chi le compra, e sono  tanti, ne sono  attirati come api  sul miele…poveri  scemi), ha fatto  verificare dal suo  team lifestyle brand Goop la teoria che, per l’appunto, la cold therapy

Insegna a gestire lo  stress , ottimizza le performance atletiche, migliora l’efficacia del sistema immunitario e conferisce una maggiore lucidità mentale.⌋ 

Il freddo in montagna: mai  da sottovalutare

 

freddo

 

Dalla foto  che mi ritrae in tenuta antartica di può ben  capire il rapporto  che ho con il freddo (e di  conseguenza i  miei dubbi a riguardo  della cold therapy).

A giustificare il mio  abbigliamento, però, aggiungo  che quel  giorno presso le Cascate del Perino le temperature, già di per se molto  basse, lo sembravano  ancora di più per un forte vento  che generava l’effetto che prende il nome di  wind chill: 

Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

Questo mi da il modo  di introdurre il prossimo  argomento che riguarda:

L’ipotermia

L’inverno, o comunque le giornate in genere fredde, non devono  spaventarci perché sono  l’occasione per combattere il disordine affettivo stagionale 

E’ altresì  ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, comporta  dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio maggiore a cui  si  va incontro è l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiunge rapidamente  l’ipotermia   cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ naturale  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del  metabolismo  basale e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni che si  occupano  di  Medicina per la Montagna  hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

freddo
Swiss Society of Mountain Medicine

 

Il libro 

Per coloro adepti  della cold therapy (o dell’ibernazione in generale) o anche per chi  è motivato  da semplice curiosità, offro  l’anteprima del libro La cura del  freddo scritta da Matteo Cerri ricercatore presso il Dipartimento di  Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di  Bologna 

freddo

⌈ Quando nasce, il neonato si trova proiettato in un incubo: in un ambiente freddo anziché caldo, deve subito attivare il metabolismo e bruciare energia per non soccombere. Per l’uomo quindi la vita è calore.

Questa verità è così forte e significativa che ne associamo anche gli opposti: la morte è fredda. Per gran parte della sua esistenza, l’uomo ha combattuto contro il freddo, forse l’avversario più subdolo che la natura gli abbia opposto e che nei secoli lo ha falcidiato sui campi di battaglia, durante le esplorazioni o nel tentativo di conquistare le montagne.

Eppure alcune persone sono state in grado di sopravvivere in condizioni di freddo estremo, avvicinandosi al confine che separa la vita dalla morte fin quasi a toccarlo, prima di riuscire a tornare indietro.

Cosa c’è alla base di questa impressionante capacità di sopravvivenza? Non lo sappiamo ancora, ma da circa due secoli abbiamo imparato che il freddo, se domato e controllato, può trasformarsi in una cura, non diversamente da un farmaco che salva la vita o uccide in funzione del suo dosaggio.

Oggi però ci stiamo spingendo oltre. Perché le recenti scoperte scientifiche relative all’ibernazione hanno aperto possibilità straordinarie, spalancando le porte all’esplorazione del sistema solare e alla speranza, sempre piú concreta, di mettere uno scudo fra noi e la morte.

Alla prossima! Ciao, ciao… ♥♥

Urban exploration: dove il mistero chiama

Urban exploration

L’esplorazione è la vera essenza dello  spirito  umano

Frank Borman (ex astronauta statunitense)

Urban exploration in poche parole 

La definizione di  Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici  in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli  anni’90 di  questo  che a tutti  gli  effetti  può essere considerato come un movimento  fotografico, fu dovuta all’interesse del  canadese Jeff Chapman  (deceduto  a Toronto  nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman , oltre ad aver lasciato  come sua memoria il sito Infiltration, ha dettato  quelle che sono  le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in:

Take only photographs,leave only footprints

Assieme all’invito  di  prendere solo  le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento  adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio  è in stato  di  abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di  qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del  Codice penale.

Urban exploration ad Avellino

Durante uno dei miei  soggiorni nel  sud Italia, mi sono trovata a passare per  il centro di Avellino, qui, dietro un’ampia area recintata, potevo vedere una struttura molto  grande e molto in abbandono.

Fatto  sta che l’unico  custode dell’edificio, vedendomi  armata di  macchina fotografica e identificandomi dalla parlata come donna del nord (il tutto  accompagnata dall’estrema gentilezza che contraddistingue il nostro  meridione) mi diede il permesso  di esplorare quello  che non sapevo  ancora essere l’ex Carcere Borbonico  rimasto  attivo  fino  al 1987 e oggi, dopo un’attenta ristrutturazione, diventato  un interessante polo  culturale e museale.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani è la fascinazione verso le cose abbandonate (dove per cose si intendono appunto  gli  edifici): forse in questa passione possiamo trovare il desiderio  di  esoterismo magari, inconsciamente o no, è il mistero delle vecchie mura a spingere verso l’esplorazione, o ancora  si  è sentito  dire che lì vi  accadono fenomeni  paranormali (a proposito vi invito  a leggere il mio  articolo I fantasmi  da intrattenimento), forse semplice curiosità.

Ma io, quel giorno, entrando in quelle celle abbandonate ho  sentito  solo dolore, angoscia e rabbia: per questo mi sono affrettata a scattare alcune foto per uscire il più in fretta possibile all’aria aperta (e libera).

Galleria fotografica

Urban exploration

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥