Perchè al gatto piace più la donna?

Cats ©caterinAndemme
Cats
© caterinAndemme

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Tratto  da Microcosmi  di  Claudio  Magris 

Perché il gatto 

Ieri  è stata la Festa nazionale del gatto: immagino  che la  notizia  abbia lasciato  del  tutto indifferente il felino di  casa, ancor più quello  di  strada che, dovendo  battersi  con i gabbiani suoi  voraci   competitori per il  cibo  lasciato  dalle pie gattare, ha ben altro  a cui  pensare se non vuole tirare la cinghia.

Io adoro  i gatti (non per nulla ve ne è uno nel  mio logo), ciò non vuol dire che disprezzi i cani, anzi, da un po’ di  tempo ho vinto il timore che avevo  nei  loro confronti: devono  solo  essere un po’ più piccoli  di un Grizzly  e magari non ringhiarmi  contro (tanto  meno addentare vigliaccamente il mio  lato  B).

Ritornando  al gatto la sua storia dice che sia stato addomesticato  nel  lontano Antico  Egitto (qualcun altro  dice in Cina) come killer per far fuori i topi in quei  luoghi  dove venivano  stipate le derrate alimentari.

Qui, però, c’è da fare una precisazione sul termine addomesticatonon illudiamoci! E’ il gatto  che ha addomesticato  noi.

Alzi  la mano chi  di  voi  non è caduta prigioniera di  quel  suo  ammaliante strusciarsi  sulle vostre gambe (specie se il suo  pancino è in riserva) oppure sdilinquirsi per le  loro  fusa quando  sono  accovacciati sul nostro  grembo .

Certo  non è come il cane scodinzolante: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi, il gatto  sa prendere le distanze e guai a contraddirlo  perché la sua non è una fuga, è il suo modo  di  rimarcare le differenze tra noi  (le addomesticate) e lui  (o lei) re (o regina) del proprio essere gatto (o  gatta).

Perché noi e non l’uomo? 

Il Dipartimento di  Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna in una passata ricerca aveva stabilito che i gatti hanno una predilezione per il genere femminile bipede, questo  perché:

Il tono della nostra voce è più morbido

Tende solo  all’acuto  alla vista di un topo entrato in casa: in questo  caso ci  affidiamo  all’istinto  predatorio  del nostro gatto (sempre che abbia voglia di  farlo)  

Abbiamo quel  tocco  femminile nell’accarezzarlo

 Forse il tocco  di un boscaiolo  canadese non è la stessa cosa

Abbiamo tutte (chi più e chi meno) l’istinto  materno

Per i  ricercatori l’istinto  naturale che si  ha come cura e dedizione verso i bambini è lo stesso che assumiamo  accudendo un gatto (in questo  caso siamo  dispensate dal  cambio  dei  pannolini)

Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile

Miaoooo! 

Il gatto  disegnato 

Il mondo  dei fumetti  e dei  cartoon è pieno  di gatti: da quelli made in Disney, passando per Felix the Cat fino  ad arrivare all’ hard boiled di John Blacksad  ( non lo conoscete? E’ tutto  da scoprire: forse, un giorno, scriverò un’articolo su  questo personaggio).

Eppure,  fra tutti i gatti disegnati a matita (o in bit),  the winner is: Garfield 

E ‘nato   nel 1978 dalla matita di Jim Davis e dal 2001 detiene il record di  striscia a fumetti  più pubblicata nel mondo  essendo ospite di  2.500 giornali.

Ha vinto diversi  Emmy Award diventando uno  dei personaggi a fumetti più famoso.

Ama le lasagne…. 

garfield.com
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Alla prossima! Ciao, ciao………..


NDE: il ritorno dall’aldilà

H. Bosch Ascesa nell'Empireo
Hieronymus Bosch – Ascesa nell’Empireo

Quello che avviene dopo  la morte, è qualcosa di uno  splendore talmente indicibile che la nostra immaginazione e sensibilità non potrebbe concepire nemmeno  approssimativamente.

Dall’autobiografia di Carl  Gustav Jung Ricordi, sogni  e riflessioni

Il ritorno  dall’aldilà 

No, non mi accingo a  scrivere di  fantasmi, vampiri  o lupi  mannari: questo  viaggio  a ritroso dalla morte è un’esperienza di  alcuni che, a seguito  di un trauma, entrando in coma clinico ritornano  in vita  portando  con se un’esperienza molto  vicina al  misticismo.

Anche Carl Gustav Jung dopo un incidente che lo  portò al  coma nel 1944,   descrisse nella sua autobiografia  Ricordi, sogni e riflessioni la sua personale esperienza di pre – morte, quella che viene definita clinicamente come Near Death  Experencies (NDE).

Coloro che hanno  vissuto questo  tipo  di  esperienza dichiareranno in seguito che durante la fase di pre -morte hanno  avuto  la percezione di una luce in fondo  ad tunnel e l’ascolto  di una voce sovrumana, ma non per questo  di  aver avuto paura: anzi, in loro, vi  era una sensazione di pace e armonia.

Poi, una forza inspiegabile, li spingeva a ritornare indietro, alla vita, e loro con molto  rammarico obbedivano.

La stragrande maggioranza dei  pazienti  che hanno  avuto un’esperienza Nde mostreranno di non aver più paura della morte.

Questo è l’aspetto mistico legato  al Near Death  Experiences ma la scienza, ovviamente, si nutre di  certezze basate su  esperienze verificabili.

Nel 1740, il medico  militare francese Pierre – Jean Monchaux nel  suo  trattato  medico Anedctodes de Medicine, descrive casi  da lui  trattati  di militari  feriti  in battaglia  che dichiaravano  di aver avuto visioni mistiche durante il loro  stato  comatoso. 

Per il medico  francese questo era dovuto ad un aumento  del  flusso  sanguigno  al cervello.

La scienza moderna al  contrario

La scienza moderna, pur non avendo una tesi  che definisca in toto cosa sia l’Nde, va oltre alla semplicistica soluzione di Monchaux (comunque eravamo nel 1740) si pone comunque domande delle quali  la principale è:

Come può un cervello  con tracciato piatto avere un’esperienza vivida a volte legata alla realtà circostante (alcuni  pazienti  hanno asserito  di  aver avuto una capacità extracorporea vedendo  se stessi  in sala operatoria circondati  dal personale medico)

A questo punto si entra in un ulteriore stadio della ricerca di una risposta: la mente è indipendente dal  cervello?

Cioè, dopo  la morte cerebrale, la coscienza continua ad esistere?

Per alcuni scienziati la soluzione potrebbe essere nel  fatto  che, semplicemente, non è detto che a un tracciato piatto   corrisponda una cessazione simultanea del  cervello e che questo  continui  a funzionare nonostante tutto fornendo quelle esperienze molto  simili a allucinazioni.

Il progetto  Aware

Aware ( AWAreness during REsuscitation) E’ uno studio  promosso  dalla Human Consciousness Project, guidato da Sam Parnia  specialista in tecniche di  rianimazione presso lo  State University  di  New York, che prevede la collaborazione internazionale tra medici  e scienziati e che riguarda i  casi  clinici  di pazienti con esperienze di  Nde e verificarne la scientificità delle percezioni  extracorporee .

Lo stesso Sam Parnia, nell’ottobre del 2014, arrivò alla seguente conclusione:

Sappiamo che il cervello  non può funzionare quando il cuore cessa di  battere. Ma in questo  caso  la consapevolezza cosciente sembra essere rimasta attiva fino a tre minuti dopo  che il cuore non funzionava più, anche se il cervello smette la sua funzione dopo  20 – 30 secondi da quando il cuore si  ferma.

Vi auguro un buon fine settimana (allegro, mi raccomando)

Alla prossima! Ciao, ciao….

Quando il freddo è un pericolo in montagna: l’ipotermia

Le montagne della follia ©caterinAndemme
Le montagne della follia (omaggio a H.P. Lovecraft)
© caterinAndemme

 

Maglione: indumento indossato  dal  bambino  quando la madre sente freddo 

Ambrose Bierce

 

Wind chill 

 

 

Caterina Andemme - Cascate del PerrinoNo, non vi  chiedo di andare in giro vestita come la sottoscritta nell’immagine: effettivamente quel  giorno le temperature erano  molto  basse, inoltre, per  il vento  molto  forte, l’effetto wind chill si  faceva sentire eccome!

 Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

 

  Ipotermia

Ho  già scritto in precedenza quanto  sia salutare camminare d’inverno anche per combattere il disordine affettivo  stagionale.

 

E’ ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, porta a dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio è appunto l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiuge l’ipotermia rapidamente  cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ ovvio  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del metabolismo  basale  e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni  per la Medicina di  Montagna hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

Swiss Society of Mountain Medicine - ipotermia
Swiss Society of Mountain Medicine

Tutto  qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao… 

I veleni in natura nel mondo animale

Scorpione © caterinAndemme
Scorpione
© caterinAndemme

In natura la sopravvivenza di un animale dipende nell’ approvvigionarsi del  cibo e, nel  contempo, non diventare cibo  per altri predatori.

Per questo  duplice scopo negli  animali c’è chi  corre più di ogni  altro per mettersi in salvo.

I predatori, invece, hanno a disposizione artigli  e zanne.

Ma la sopravvivenza o la predazione può dipendere anche da pochi  milligrammi  di   sostanze chimiche: quelle  che comunemente vengono  chiamate veleni.

 Una piccola introduzione

Dopo  avervi  deliziate con l’articolo sui  ragni  ( di  cui molte specie le ritroviamo nelle nostre case) e sulla pericolosità di pochi  di  essi, continua la mia rassegna zoologica  scrivendo di  come nel mondo animale per  la difesa (o l’offesa) vengono  utilizzate sostanze tossiche, appunto i  veleni.

Alla fine dell’articolo  troverete un ampio  report sui  veleni  nel mondo  animale liberamente scaricabile.

Come sempre ci  tengo  a precisare che il contenuto  dell’articolo (e di  quelli  che ho  scritto  e scriverò) sono semplificati  rispetto agli  argomenti  trattati in maniera professionale da coloro che lavorano in uno  specifico  campo.

Questo non toglie nulla  alla mia passione di  scrivere e di  conseguenza documentarmi evitando, nel  contempo, di divulgare notizie false e prive di ogni  valore scientifico, le cosiddette  fake news. 

Il  veleno del pesce scorpione e di  alcuni  protozoi

Pesce scorpione
Pesce scorpione

Tra gli  effetti  del riscaldamento  globale, che provoca anche l’innalzamento  delle temperature medie del nostro  Mediterraneo,  vi è quello  della migrazione di  specie esotiche che qui  trovano  un habitat a loro  favore.

Nell’estate del 2017 l’Ispra (Istituto  Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) aveva diramato l’attenzione sulla presenza del pesce scorpione (Pterois volitans) all’interno  dell’Oasi faunistica di  Vendicari in Sicilia (Pdf).

Questo  pesce, molto  appariscente per la sua livrea, è originario  delle acque tropicali, è un predatore e il veleno contenuto nelle sue spine dorsali è altamente velenoso e, di  conseguenza,  pericoloso  per l’uomo.

La probabilità di incontrare questo  sgradito ospite nella prossima estate è pari  allo  zero: quindi, fino  ad allora, dobbiamo  solo preoccuparci della più letale prova costume.

Tra i protozoi il Paramecium  aurelia ha la capacità di liberare nell’acqua la paramicina, ossia una sostanza tossica che uccide istantaneamente gli individui  di un altro  ceppo e cioè i parameci  sensibili.

Se almeno in questo  caso  possiamo  tirare un sospiro di  sollievo, bisogna però fare attenzione ad altri protozoi  flagellati quali , ad esempio, il Gymnodinium catenella che, parassitando muscoli bivalve come le cozze e quindi  consumate dall’uomo, provocano  una grave forma di  avvelenamento con sintomi  quale atassia e paralisi  respiratoria che può portare alla morte.

Le spugne 

Normalmente le spugne che utilizziamo  sotto  la doccia sono  sintetiche quindi non portatrici di  elementi  tossici.

Riferendosi, però, al mondo  naturale e specificatamente al phylum dei Porifera – nome che venne dato dallo  zoologo  britannico Robert Edmund Grant nel 1836 – le spugne possono riservare alcune spiacevoli sorprese.

Il corpo di un porifero (Grant nel  dare questo nome lo fece facendolo  derivare dal significato  latino  di portatrice di pori) è descrivibile in maniera molto  semplificata come un sacco  delimitato  da due strati di  cellule: lo strato  gastrale quello più interno e lo strato  dermale quello  esterno.

Tra questi  due strati è posta una massa gelatinosa, la mesoglea, con incluse spicole calcaree o silicee che ricoprono  la funzione di  sostegno del  corpo  della spugna.

Alcune specie di  spugne elaborano  sostanze velenose che rimangono  confinate nella mesoglea fintanto  che l’animale è in vita

Alla morte della spugna le spicole, ricoperte dalla sostanza velenosa, si  disperdono in mare causando  fastidiose dermatiti a coloro  che sfortunatamente ne vengono  a contatto.

E’ il caso  della Suberites domuncula, comunemente chiamata spugna del Paguro molto comune nel  Mediterraneo,  perché spesso  stabilisce una relazione simbiotica con i paguri.

Per quanto  riguarda altre zone del  globo, la tossicità del  veleno delle spugne è tale da creare seri  danni  alla pelle: è il caso della Fibula nolitangere diffusa nel  Mar dei Caraibi e la Tediana toxicalis molto  frequente lungo  le coste della California.

Non sempre le spugne sono colpevoli della velenosità erroneamente a loro  attribuita: in passato  si pensava che il morbo di  Zervos, una dermatite riscontrata tra i pescatori  di  spugne nell’Egeo, fosse causata dalla spugna; solo  in seguito  si  scoprì che il colpevole era un minuscolo celenterato che viveva come parassita sul corpo delle spugne.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………


La bella e le bestie

Evoluzione e involuzione
© caterinAndemme

Vestita con una minigonna e un giubbino  aderente,  il corpo  esile come un giunco, ballava in una fredda notte seguendo il ritmo  di una musica che solo lei  poteva sentire.

Forse, aspettando il suo  prossimo  cliente, era l’unico modo  che aveva per scaldarsi.

Prostituta? Certo, ma soprattutto un essere umano.

Non ho inventato questa figura di  una prostituta perché mi è rimasta impressa da quando una notte, rincasando dopo  una cena da amici, fermi  al  semaforo di una via di  Genova l’avevo  vista: era molto giovane e anche carina, probabilmente straniera, ma lì, al freddo, aspettando   il suo prossimo cliente,  mi sono venuti in mente quanti appellativi potevano esistere  per descriverla: prostituta (il più gentile se vogliamo); puttana (è un classico), bagascia (nel  dialettale)  e giù fino al più scadente turpiloquio.

Eppure  nessuno di  essi  mette in conto un fatto: che lei è un essere umano e, dietro  alla scelta di prostituirsi, c’è sempre un dramma e nella stragrande maggioranza dei casi  coercizione da parte dei delinquenti che vivono sulla sua pelle.

Con una buona dose di pragmatismo, sono  perfettamente cosciente del  fatto che la prostituzione esiste da sempre e continuerà ad esistere.

Se è vero che una donna (ovviamente anche un uomo) decide di  vendersi per un proprio  profitto è, secondo  me e senza pregiudizi, libero  di  farlo. Se una donna (ovviamente anche un uomo, anche se è un caso molto  più raro) è costretto a prostituirsi, il caso richiede una soluzione.

Nel 1958 

Con la legge 20 febbraio  1958 n. 75, la cosiddetta Legge Merlin dal nome della promotrice e prima firmataria la senatrice Lina Merlin, in Italia vennero  chiuse le case di tolleranza e introdotto i reati  di  sfruttamento, induzione e favoreggiamento  della prostituzione.

Con lo  spostamento della realtà politica italiana assimilata alla destra a matrice salviniana, possiamo  essere certe che si  riparlerà del progetto  di  riaprire le case di  tolleranza (che poi  sono i bordelli) o, magari, interi  quartieri  a luci  rosse questo  perché, nell’idea del proponente, si  avrebbe un indubbio  vantaggio nel  relegare la prostituzione in luoghi  fisici ben  delimitati  e un controllo  sanitario sulle operatrici  e loro  clienti.

Questo  soluzione, secondo  il mio punto  di  vista, sarebbe un modo in più per ghettizzare la donna e non certo per emanciparla dalla  subalternità  nei  confronti  dell’uomo  ancora presente in molti  aspetti  della nostra società.

Inoltre,  chi  dovrebbe gestire queste case chiuse?  Lo Stato o cooperative?

L’unico vantaggio (a parte quello  di  nascondere la prostituzione) sarebbe un introito  da parte dello  Stato sotto  forma di  tassazioni.

A questo punto  preferirei vedere riconosciuto la professionalità di  chi  autonomamente sceglie   questa professione  (le escort, ad esempio).

L’esempio di  aiuto  che parte da Genova 

il progetto HTH – Hope This Helps, finanziato  dalla Regione Liguria, mira a contrastare il fenomeno  della prostituzione , specie quello minorile, attraverso unità di strada (un furgone con operatori  idoneamente preparati  e appartenenti  alle associazioni Afet – Aquilone,  Comunità di  san Benedetto e altre ancora) con l’obiettivo  di informare le prostitute sul modo  di  contattare servizi  sociali, ospedali, avvocati, ginecologi e forze dell’ordine.

Oltre a questo  tipo  di aiuto  si  aggiunge quello  più materiale e cioè offrire a queste donne caffè, brioche e indumenti per scaldarsi ma anche preservativi.

iL sONDAGGIO 

Siete d'accordo sulla riapertura delle case di tolleranza?

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E’ un piccolo  esperimento per dare un servizio in più nel mio  blog.

Alla prossima! Ciao, ciao………


Il libro con anteprima 

Alla base della prostituzione ci sono profonde ineguaglianze economiche, politiche e sociali che rendono asimmetrici i rapporti tra clienti e prostitute. Ma, se è vero che il contratto di prostituzione dà ai clienti un dominio sulle prostitute, il grado di soggezione sperimentato da queste ultime varia enormemente. L’autrice, Julia O’ Connor Davidson,   offre un’analisi del fenomeno della prostituzione sia nei paesi economicamente sviluppati che nei paesi del Terzo mondo, utilizzando una ricerca etnografica (un totale di 399 interviste rivolte a clienti e turisti del sesso e a persone coinvolte nel business della prostituzione) unita ad una varietà di approcci teorici (sociologico, psicoanalitico, femminista).

 

Un giro di carte con i Tarocchi?

I Tarocchi
© caterinAndemme

Arcano è tutto, Fuor che il nostro  dolor

Giacomo  Leopardi – IX Ultimo  canto  di  Saffo

Scoprire il nostro io attraverso  gli Arcani

No, non ci  credo: non credo agli oroscopi (specie se sono  quelli  criptici di Marco Pesatori), come non credo alle consultatrici  di  mani, di  fondi  di  caffè, della disposizione dei  nei sparsi nel  corpo e di qualunque altra parte anatomica che possa essere letta dagli  aruspici.

Come non credo  al  malocchio, al gatto  nero che ti taglia la strada, al  passaggio  sotto una scala (comunque è sempre meglio  dare un’occhiata, non si  sa mai), allo  specchio  rotto, alla farina versata, al  vino  versato sulla tovaglia, se si è tredici  a tavola o al  venerdì diciassette.

Sennonché…c’è sempre un sennonché che manda in frantumi ogni  certezza, anche le mie a riguardo di  quanto  detto  sopra.

Sennonché    

Leggo  gli oroscopi  alla fine di ogni  anno (quelli  di  Marco Pesatori ogni  qualvolta compro il settimanale D Lei de La Repubblica) e, una sola volta nella vita, mi sono sottoposta alla lettura dei  tarocchi da parte di un’amica che, se fosse vissuta nel  medioevo, avrebbe avuto  qualche problema con la Santa Inquisizione.

Fatto  sta che le carte ebbero  ragione e….BLABLABLA!

I tarocchi

Alejandro Jodorowsky nel  suo libro  La via dei Tarocchi riferendosi agli Arcani maggiori scrive:

Ciascun Arcano  maggiore indica con chiarezza un’azione che si può riassumere in una parola.

Ne Il Matto potrebbe essere: viaggiare;  ne  Il Mago: mostrare; ne L’Imperatrice: sedurre; ne Il Papa: insegnare; ne L’Innamorato: scambiare.

E cosi  via..

Jodorowsky proseguendo  nella scrittura del  libro, aggiunge:

Eliminando  la trappola della cosiddetta Lettura del  Futuro , i Tarocchi sono diventati uno strumento psicologico, un attrezzo utile alla conoscenza di noi  stessi. Affrontando onestamente le caratteristiche  della nostra personalità deviata – identificazioni, abitudini, manie, vizi, problemi  narcisistici, autoinganni, ecc. –  possiamo  giungere alla conoscenza della nostra essenza reale, quindi  quello  che in noi è innato e non acquisito.

Non sono una fan  di Jodorowsky (anche se ho  comprato il suo libro),  ma devo  ammettere che il suo approccio  alla lettura dei  tarocchi può essere utile, per l’appunto  a far riaffiorare quei  problemi tenuti nascosti  nel profondo  del nostro  io (se non vogliamo  ricorrere alla psicanalisi  tradizionale).

D’altronde i tarocchi sono  nati non tanto per sostituire il lettino  dello  psicologo ma come semplici  carte per il gioco  d’azzardo: infatti  si  dice che giunsero in Italia   dal (misterioso) Oriente nel XIV secolo con i  segni  tradizionale, cioè Bastoni, Coppe, Denari  e Spade).

Pochi  decenni  dopo  la loro  introduzione, si  aggiunsero ai  semi  tradizionali  i Trionfi (Arcani Maggiori)  figure come l’Appeso, la Morte, il Matto, l’Imperatrice che portarono a creare giochi  di  società nelle corti  rinascimentali.

Dall’Italia questa rappresentazione dei  Tarocchi  venne esportata nel  resto  dell’Europa dando  vita a nuove forme e interpretazioni  delle carte fino ad arrivare alle conoscenze iniziatiche che filosofi umanisti propagandavano attraverso simboli  e codici  nascosti  ai più.

In effetti, alla fine del XVIII secolo, quando ormai  i  Tarocchi  erano  diventati  strumento per la cartomanzia,  Antoine Court de Gèbelin, esoterista francese, riscoprì a suo modo il lato  esoterico  dei  Tarocchi.

In epoca moderna altri  studiosi di  esoterismo, quali  per esempio Lèvi, Papus, Crowley e altri, crearono le proprie scuole di pensiero mettendo in evidenza le presunte connessioni tra i  simboli  dei  Tarocchi con i  geroglifici egiziani, oppure alla Cabala ebraica o la numerologia pitagorica.

Naturalmente la trattazione sull’argomento  Tarocchi  e loro interpretazione richiederebbe ulteriori  approfondimenti che andrebbero oltre le mie conoscenze.

Tra i tantissimi  libri  dedicati ai Tarocchi (qualcuno molto  serio altri decisamente no) vi  segnalo  quello  della giornalista milanese Laura Tuan Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi (anteprima alla fine dell’articolo).

Buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao………… 


Anteprima del libro Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi  di  Laura Tuan 

 

Credetemi: il cervello di una donna è super

Lei
© caterinAndemme

Qualsiasi  cosa facciano le donne, devono  farla due volte meglio  degli uomini per essere giudicate brave la metà di  loro.

Fortunatamente questo non è difficile. ­

Charlotte Elizabeth Whitton 

Un cervello più giovane (quello  delle donne)

Lungi  da me voler iniziare un dibattito  sulla superiorità intellettiva femminile rispetto a quella maschile ( inserendo  nel contesto tutte le sfumature transgender) ma tant’è, a furia di  sentire uomini (alcuni, tanti)  portare avanti una presunta loro superiorità sulla donna, mi aggrappo a qualunque cosa che possa ribadire il contrario.

Come ad esempio una recente ricerca pubblicata sulla rivista  scientifica americana PNAS (Proceedings of the National  Academy of Sciences) in cui si  evidenzia come il cervello  di una donna, a parità di età, risulti  essere più giovane di  tre anni  rispetto  a quello  di un uomo (se siete interessate a tutto il report, e  se proprio  non sapete cosa fare o leggere, Pdf)

Se vi  state chiedendo  se ho interesse agli argomenti  scientifici  dal punto di  vista professionale vi  dico  subito che siete lontane anni luce dalla verità: cioè che, unicamente,  la sottoscritta trae una parte dei  suoi  argomenti  da una mole di  newsletters a cui  si  è iscritta, che siano notizie scientifiche, storiche o mondane (….no, il gossip proprio no!) diventano uno spunto per un articolo il quale , non potendo  mai  ricevere il Premio Pulitzer, trae la soddisfazione dalla vostra lettura.

Grazie…(che lusingatrice  che sono).

La ricerca in poche parole

Innanzitutto mettiamoci il cuore in pace: se il nostro  cervello  risulta essere di  tre anni  più giovane questo non si  traduce in un effetto sul nostro  corpo: le rughe saranno  sempre lì a dirci che il tempo non è solo una questione di  relatività.

La ricerca si è basata sulle scansioni  del  cervello  di 200 persone adulte di  entrambi i  sessi, misurandone il metabolismo.

Dai  risultati  è emerso  che nelle donne  il metabolismo del  glucosio ( glicolisi  aerobica)  è per così dire più ottimizzato rispetto  a quello  degli uomini e ciò comporterebbe un minor rischio legato  alle problematiche dovute all’invecchiamento.

Il libro

Al di  la degli  stereotipi basati  sulla differenza del pensare e agire tra donna e uomo è indubbio  che, riferendosi  alla fisiologia del  cervello, questa differenza esiste.

Louann Brizendine, neuropsichiatra americana e docente presso l’Università della California, nel 2010 ha pubblicato il libro The Female Brain (Il cervello  delle donne) conferma quanto  detto in precedenza e cioè che il  cervello unisex non esiste.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere? La risposta della scienza alle provocazioni e agli stereotipi sulle differenze di carattere e comportamento di maschi e femmine è che un cervello unisex non esiste. Come spiega la neuropsichiatra americana Louann Brizendine la “materia grigia” di uomini e donne è diversa fin dal momento della nascita e la peculiarità biologica delle donne – il ciclo mestruale, la gravidanza, il parto, l’allattamento, la cura dei figli – influisce sullo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale del cervello. Le prime differenze cerebrali si manifestano già dall’ottava settimana di sviluppo fetale, in particolar modo a causa dell’avvio di quella attività ormonale che condizionerà per il resto della vita i sistemi neurali di maschi e femmine. Mentre gli uomini potenzieranno in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderanno a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare i conflitti.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del libro Il cervello  delle donne di Louann Brizendine 

Il nome, Szymborska, è difficile da pronunciare, ma le sue parole sono bellissime

La ciclista che leggeva le poesie
© caterinAndemme

 

Fino  a poco  tempo  fa, nei primi  decenni del nostro  secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento  bizzarro e un comportamento  eccentrico.

Si  trattava sempre però di uno spettacolo destinato  al pubblico.

Arrivava il momento in cui il poeta si  chiudeva la porta alle spalle, si liberava di  tutti  quei  mantelli, orpelli e altri  accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di  se stesso, davanti  a un foglio  di  carta ancora non scritto.

Perché, a dire il vero, solo questo  conta..

Tratto  dal  discorso  che Wislawa Szymborska ha tenuto il 7 dicembre 1996 in occasione della consegna del  Premio  Nobel per la letteratura 

Amore a prima vista

Parafrasando il titolo  della poesia di Wislawa Szymborska (Kòrnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012), appunto Amore a prima vista,  avrei dovuto  scrivere  che il mio innamoramento  per questa poetessa polacca fu un Amore a primo  ascolto  e cioè quando mi  capitò per caso, nelle mie scorribande in rete, di  trovare un cortometraggio a disegni animati che parlava di  due innamorati (ancora inconsapevoli  di  esserlo) la cui  storia si  dipanava attraverso  le parole di  quella poesia.

Stranamente, dove in rete si conserva di  tutto,  di  quel  video non c’è più traccia e di  questo  me ne rammarico  molto perché era (ancora è, ma non so  dove) una vera chicca, un vero  toccasana per l’anima: insomma, pensate a quello  che volete ma un po’ di  sentimentalismo non guasta mai…comunque alla fine dell’articolo  troverete Amore a prima vista interpretata  dalla voce di  Claudia Gerini per il programma radiofonico Parole Note di  Radio  Capital.

Poche parole su  di  lei

Quattro miliardi  di uomini  su  questa terra,

ma la mia immaginazione è uguale a prima.

Se la cava male con  i grandi  numeri.

Continua a commuoverla la singolarità.

Svolazza nel  buio  come la luce di una pila,

illumina solo  i primi  visi  che capitano

mentre il resto  se ne va nel non visto,

nel non pensato, nel non rimpianto..

Wislawa Szymborska – Stoccolma 2011

Questo  brano è la prima parte della poesia Grande numero  che è anche il titolo  della settima raccolta delle sue poesie pubblicata a Varsavia nel 1976 (vent’anni  dopo venne insignita del Premio  Nobel per la letteratura).

In quel periodo  la Polonia stava attraversando una fase sociale critica che, con gli  anni  a venire, l’avrebbe portata all’emergere di  quelle proteste materializzatesi nel movimento  di  Solidarność: più di un critico  ha letto  nel  testo di Grande numero  il rifiuto  della poetessa della massa ideologizzata dal  regime comunista a cui  si  contrappone l’individualità del  singolo (più o meno, penso  che sia questo il concetto che ho recepito ).  

Togliendomi il fastidio di  riscrivere quello potete trovare comodamente andando a cliccare sul link con il nome della poetessa (inizio  articolo, please) posso solo  aggiungere che lei, donna perennemente innamorata della vita e non solo di  quella, era ironica e si  sottraeva volentieri dalle luci della notorietà, tanto  da definire il Premio Nobel  che le fu  assegnato come la tragedia di  Stoccolma.

Comunque sia a Cracovia che a Kòrnik, sua città natale, non esiste una via a lei  dedicata (l’ho verificato  attraverso  Google  Maps): penso  che questa via una grave mancanza nei  suoi  confronti.

Inoltre amava i  gatti

Alla prossima! Ciao, ciao……….. 

 


Amore a prima vista con la voce di  Claudia Gerini 

 

Ping e fu il primo vagito di Internet in Italia

Aidoru
©caterinAndemme

Adoreremo le immagini  proposte dai  media e saranno queste a definire la nostra personalità.

Gli  idoli  elettronici ci  sembreranno più veri  del  vero perché la realtà sarà interamente definita in base alle nostre percezioni.

Dalla prefazione del  romanzo  Aidoru di William Gibson 

Il primo  vagito 

Le persone che sono  nate il 30 aprile 1986 oggi  hanno quasi  trentatré anni, ma non è del  loro primo  vagito di  cui  voglio parlare.

Sono certa che pensando a quel  fatidico  aprile del 1986, precisamente al 26 aprile,  viene in mente la maionese impazzita della centrale nucleare di  Chernobyl con tutte le conseguenze del dopo.

Ma non è questo  di  cui  vi  voglio  parlare.

Il 30 aprile 1986 a Pisa, precisamente in via santa Maria presso  la sede del  CNUCE  (Centro Nazionale Universitario  di  Calcolo Elettronico) partì il primo  messaggio che avrebbe collegato  l’Italia a quella grande rete informatica che prenderà il nome di  Internet.

Posso  immaginare che ai  Millennials, abituati all’utilizzo  delle tecnologie e sempre  interconnessi, questa notizia possa essere utile quanto sapere del  perché della crisi  delle acciughe in Perù, per tutti  gli  altri, cioè voi, se avete voglia seguitemi leggendo il resto  dell’articolo  (o post se preferite).

Una precisazione sul termine Millennials: in Italia siamo  abituati  a considerare questa generazione come i  nati nell’anno 2000 e dopo tale data.

In effetti  la generazione Y, appunto i Millennials è quella dei  nati fra l’inizio  degli  anni ’80 e la fine degli  anni ’90.

La caratteristica che li  contraddistingue dalla generazione precedente è quella di avere una maggiore familiarità con le tecnologie digitali.

Io, ad esempio, che sono nata il****** (vi piacerebbe saperlo!) e quindi BLABLABLA…

Dunque: questo primo  segnale parte dalla sede del  CNUCE e, attraverso un cavo  telefonico,  arriva alla stazione di  Frascati dell’ Italcable (la concessionaria per l’Italia che gestiva i  servizi  di  telecomunicazioni  internazionali fino  al 1994 quando divenne parte della Telecom), da qui il segnale venne inviato a Fucino  (Abruzzo) dove un’antenna di  Telespazio  lo fece rimbalzare a sua volta nello  spazio  verso il satellite Intelsat IV e, finalmente,  raccolto dalla stazione satellitare del  Comcast in Pennsylvania: in pratica era il primo  collegamento  di un ente italiano  con  quella rete di  computer che allora si  chiamava Arpanet.

Cosa c’era scritto in quel messaggio, cioè in  quel  primo  vagito?

Semplicemente PING a cui  seguì un’altrettanta semplice risposta americana:  OK.

Uomini e protocolli

All’inizio non esisteva un’unica rete ma esistevano diverse reti  con un proprio linguaggio che impediva ad esse di interconnettersi, per questo motivo nel 1972 Vinton Gray  Cerf e Robert  Kahn unirono le loro  conoscenze per progettare un linguaggio  comune a tutte le macchine (computer) collegate in rete: il protocollo di Internet TCP/IP (Pdf)

Nel 2005 il presidente degli  Stati  Uniti  George W. Bush ha insignito i due ricercatori  del  riconoscimento Presidential Medal of Freedom la più alta delle onorificenze americane

Nell’ottobre 1990 nasce il World Wide Web, con l’implementarsi  dell’HTML, per opera di Sir Timothy John Berners – Lee

A questo punto, risalendo indietro  nel  tempo e cioè nel 1971, non posso non citare Ray Tomlinson(Amsterdam, 23 aprile 1941 – Lincoln, 5 marzo 2016) inventore della posta elettronica (la mail di uso  comune)

E gli italiani?

Non mi sono  assolutamente dimenticata di loro e per questo  cito i nostri  due pionieri della rete e cioè Luciano Lenzini e Stefano Trumpy

Conclusione

Oggi è il compleanno  di  Facebook, infatti  il social – network per antonomasia è nato il 4 febbraio 2004.

Nessuno, da quel giorno  di  aprile del 1986, poteva immaginare cosa sarebbe diventata la rete con l’ingresso di protagonisti del  calibro di  Facebook (e Instagram), Google, Amazon e altre società che diventano  sempre più grandi (quasi  come degli  stati) commerciando per mezzo di intrusioni nella nostra privacy.

Siamo più liberi, oppure prigionieri di un mondo virtuale in cui  predomina il chiudersi in un recinto dove condividiamo  le nostre idee solo  con gruppi  di persone che la pensano  come noi tralasciando, quindi, il confronto.

La rete che conosciamo  oggi  non è quella pensata dai  suoi  padri, cioè la trasmissione del  sapere in maniera democratica: fake news, odio, razzismo sono i temi  che dominano nelle chat e nei  social.

Forse sarebbe il caso  di  ritornare indietro e ripensare a quello che la rete doveva essere.

Alla prossima! Ciao, ciao………..

Cosa sarà mai “Il Fine del Saggio”?

aaRT
©caterinAndemme

 

Occulto è un termine che deriva dal latino occultus  e si riferisce alla conoscenza di ciò che è «nascosto», o anche alla conoscenza del soprannaturale, in antitesi alla «conoscenza del visibile», ovvero alla scienza ufficiale.

Il fine del saggio 

Se oggi  fossi illuminata da una da una qualunque specie formale di  saggezza, dovrei  lasciar perdere la scrittura e dedicarmi ad altro: giardinaggio, cucina, uncinetto…. 

E invece a vincere su  queste cose effimere (che poi non lo sono  affatto) è quel  tarlo che mi spinge a sedermi  davanti a questa tastiera e cercare, nel migliore dei  modi, di  riempire lo  spazio dell’editor  con parole che abbiano senso.

Dunque: Il fine del  saggio 

Scommetto che voi, tutte appartenenti alla sorellanza (e un giorno svelerò, forse, cosa intendo per sorellanza) non avete bisogno  di  ricorrere all’aiuto  di  Harry Potter per sapere che Il fine del  saggio non è altro  che il libro più esoterico  che ci  sia e meglio  conosciuto  tra gli  addetti  al lavoro  come Picatrix.  

Il fatto è che convivendo  con una persona che alterna i  fumetti  della Marvell con libri sulla stregoneria o  sul vampirismo (ma è  fondamentalmente innocuo) mi sono  ritrovata per casa questo libro e, leggendone  la prefazione, non mi sono  spinta molto  oltre alla lettura di un testo moooolto noioso:

<<Sappi, fratello  carissimo che il più grande e nobile dono che Dio  fece agli uomini di  questo mondo è la conoscenza, poiché conoscendo  acquisiamo notizia dei  fatti più antichi e di quali siano le cause di  tutte le cose di  questo mondo; di  quali  cause siano le prossime alle cause di  altre cose e del modo in cui  una cosa si  accorda con un’ altra, sicché veniamo  a conoscenza di  tutto  ciò che esiste e di come esiste, di  quale sia la gerarchia in cui  una cosa deve essere posta e in che luogo sia colui  che è fondamento  e principio di  tutte le cose di  questo mondo e per mezzo  del quale tutto è separato e di  tutto, antico  o nuovo, noi  abbiamo conoscenza>>.

Intanto chiariamo  subito che il Picatrix non è un pseudobiblia come il famoso Necronomicon creato  dal genio di L.P. Lovecraft (ne ho parlato in questo post) ma un vero libro il cui  titolo  originale in arabo  era Gâyat-al- hakîm (appunto Il fine del saggio) scritto  nel XI secolo  dall’astronomo, medico e alchimista  Abū- Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-da’im al-Majrītī ( oppure se preferite il nome in lingua  originale أبو القاسم مسلمة بن أحمد المجريطي‎) .

La diffusione in Europa del Picatrix 

Una prima traduzione del  testo  dall’arabo allo  spagnolo fu  voluta da Alfonso X di  Castiglia  (Toledo, 23 novembre 1221 – Siviglia, 4 aprile 1284): con il tempo  la versione in lingua spagnola è andata perduta mentre rimase quella in latino.

Nel  Rinascimento gli  studi del Picatrix vennero  ripresi  da personaggi  come Marsilio Ficino, Pico  della Mirandola e Cornelio  Agrippa 

Il Picatrix non fu  mai  stampato ma ebbe egualmente una grande diffusione tra il XV e il XVI secolo.

Una traduzione dal  latino in volgare fu opera del  veneziano Gianbattista Anesio  cappellano  delle monache di  san Martino di  Murano che, nel 1630, aveva appunto ripreso il testo dal  filosofo ebreo Giovanni Picatrix (svelato così il perché del fatto  che Il fine del saggio  diventa Picatrix)

Suggerimenti per attrarre l’amore di una donna 

Come ho  già scritto in precedenza non mi  sono  avventurata più di  tanto  nella lettura del Picatrix, ciò non toglie che alcune perle di  saggezza (o  suggerimenti che dir si voglia) sono abbastanza curiosi  da non poterli non riportare.

Ad esempio, un uomo che vuole attrarre l’amore di una donna, non deve far altro che:

<< Prendi cervello  di  cavallo, grasso  di porco  e sangue di lupo. Mescola il tutto  e dà il  cibo a chi  vuoi tu una porzione media di  quello  che hai  ottenuto; i risultati  saranno  sempre i medesimi>>.

Immagino che i risultati  medesimi riportati  nella formula non potevano  che essere la morte prematura del soggetto  tanto  amato!

E’ ovvio  che dietro  a questo  formule a dir poco  astruse, si  nasconde un altro  significato celato alle persone normali, ma non a coloro che avevano i mezzi per tradurre il linguaggio  esoterico  del  testo.

Chissà, forse potrei  trovare la formula per convincere il datore di  lavoro  ad aumentarmi lo stipendio….

Alla prossima! Ciao, ciao………..


 

Edizione italiana del Picatrix  

Se volete cimentarvi  nella lettura del Picatrix vi  segnalo il testo  curato  da Paolo  Aldo  Rossi, docente di Storia del Pensiero  Scientifico dell’Università  di  Genova.

Versione latina della perduta traduzione “de arabico in hispanico” – redatta alla Corte di Alfonso X il Saggio nel 1256 – dell’originale opera del X secolo (Ghùyat al Hakiûm, ossia Il fine del saggio dello pseudo Maslama al-Magriti), Picatrix rappresenta senza dubbio il testo più diffuso della magia sia teorica che cerimoniale dell’intera cultura esoterica dell’Occidente.

L’opera, una esauriente summa antologica della magia antica e medievale, – compilata in terra di Spagna fra il 1047 e il 1051 – ebbe un posto preminente nelle biblioteche dei maggiori filosofi dell’età umanistico-rinascimentale, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola, da Leonardo a Filarete, da Rabelais a Campanella. Bollata come opera empia, Picatrix divenne ben presto il manuale satanico per eccellenza, tanto che il suo autore – inizialmente confuso con Ippocrate – venne definito “Rettore della Facoltà diabolica”.

Il grande pensatore arabo Ibn Kaldum lo aveva invece definito: “il trattato di magia più completo e meglio costruito”.

Numerosi sono manoscritti databili fra il XV e il XVII secolo. Per questa edizione, si è scelta quale copia di riferimento la trascrizione fatta a Brisighella nel 1536.

(dal  sito Macrolibrarsi dove si può acquistare il testo)