Infine, cinquant’anni fa, si partì per la Luna


Folle è l’uomo che parla alla luna

Stolto  chi non le presta ascolto

William Shakespeare – Romeo e Giulietta 

Dalla notte dei  tempi è sempre la Luna

Ovunque nel mondo  antico, dalla Babilonia fino  all’Egitto, dalla Grecia a Roma, la Luna fu adorata come  divinità, soprattutto  al  femminile.

Quel  suo  apparire, crescere e scomparire, per poi  riapparire nuovamente dando inizio  a un nuovo  ciclo, fece si  che essa venisse messa in relazione con  la vita degli uomini, degli  animali  e dei  vegetali.

Mentre l’agricoltore  seguiva le fasi  lunari per la semina e il raccolto, attorno alla Luna incominciarono  a nascere leggende, credenze, superstizioni e proverbi.

Le fasi  del nostro satellite, partendo dall’osservazione degli  astrologi  per i loro  vaticini, fu la base per la misurazione del nostro  tempo:

Dai  sette giorni  trascorsi  tra due fasi  successive si  arrivò alla determinazione della settimana ( il sette stesso  divenne un numero con caratteristiche esoteriche); dalla lunazione, cioè dalla durata complessiva delle quattro  fasi, si ottenne il mese: da questa suddivisione del  tempo derivarono i più antichi  calendari lunari 

Le fasi lunari
Le fasi lunari

Fu Ipparco  di  Nicea nel 130 a.C. a calcolare la distanza tra il nostro pianeta  e la  Luna utilizzando il metodo  della parallasse stabilendo un valore prossimo  a quello  reale pari  a trenta volte il diametro  della Terra.

Bisogna, però, aspettare secoli dopo  affinché l’occhio  umano  possa vedere   la superficie lunare nella sua conformazione: nel 1610, precisamente il 7 gennaio, Galileo  Galilei  puntò il suo  cannocchiale verso la Luna distinguendo montagne e zone pianeggianti più oscure.

 Giovanni Keplero, contemporaneo  di  Galilei,  stabilì le leggi che regolano  il movimento  dei pianeti mentre, nel 1687, Isaac Newton formulava il principio della gravitazione universale: l’astronomia era diventata una scienza staccandosi  completamente da quello  che fino  ad allora era appannaggio dell’astrologia nell’osservazione della volta celeste.

La Luna, comunque, continuava a essere irraggiungibile e misteriosa e solo la fantasia degli  scrittori poteva idealmente permetterne l’esplorazione: da Edgard Allan Poe fino  ai più moderni Robert A. Henlein , Arthur C. Clarke e Poul  Anderson (solo per citarne alcuni) potevano  colmare l’inconscio  desiderio insito  nella natura umana che è l’esplorazione di nuovi mondi.

16 luglio 1969, Cape Kennedy 

Furono un milione gli  spettatori  che assistettero  alla partenza dell’Apollo 11   dalla baia di  Cape Kennedy (lo  stesso numero  di persone  presenti  al Festival  di  Woodstock un mese dopo).

saturn V al momento del lancio
Il razzo Saturn V al momento del decollo
Archivio NASA

 Alle ore 9.32 locali  (in Italia erano  le 15.32)  Saturn V si  stacca dalla rampa di lancio numero 5: dopo  ottantatré secondi  dal  lancio, raggiunge l’altezza di 4.900 metri.

In meno  di un minuto  e mezzo  la sua velocità arriverà a 2800 Km/h: i tre astronauti subiranno una forza pari  a 4,5 G cioè questo  vuole dire che il corpo  di Armostrong, Aldrin e Collins peserà quattro  volte e mezzo di più rispetto  al peso sulla Terra.

Gli atronauti di Apollo 11
I tre astronauti di Apollo 11. Da sinistra a destra: Neil Armostrong, Michael Collins e Buzz Aldrin

 

Dopo  all’incirca 11 minuti dalla sala di  controllo  di  Houston l’annuncio  che  Saturn V è in orbita di parcheggio a una quota di 186 chilometri: la prima fase del  volo, quella più pericolosa, è superata.

20 luglio 1969, Mare Tranquillitatis 

20 luglio 1969, ore 15.17 (22.17 in Italia)  

Houston, qui  Base della Tranquillità, Aquila è atterrata

E’ la voce di  Neil Armstrong a dare l’annuncio che la più grande avventura dell’uomo al  di  fuori della Terra stava iniziando.

E’ tanta l’eccitazione del momento  che l’astronauta suggerisce di  anticipare di un’ora l’uscita dal Modulo Lunare, sacrificando una delle quattro  ore di  riposo  previste dal programma: da Houston, solo  dopo  qualche perplessità ed essersi  consultato con i medici  che dal  Centro seguono i dati  fisiologici  dei  tre astronauti, il direttore di  volo, Cliff Charlesworth, dà il suo consenso  alla richiesta.

20 luglio 1969, ore 21,44

La targa posta sulla superifcie lunare nella missione Apollo 11
La targa lasciata sulla Luna durante la missione Apollo 11

Il mondo intero dagli  schermi televisivi  può finalmente osservare   Neil Armstrong scendere dal  Modulo  Lunare per diventare il primo uomo  sulla Luna:  dopo  di lui  sarà il turno  di  Buzz Aldrin, mentre Michael  Collins orbitava intorno al pianeta in qualità di  pilota del  Modulo di  Comando.

L'orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
L’orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
Archivio NASA

Fu allora che Neil Armstrong pronunciò quella frase che sarebbe passata alla storia:

E’ un piccolo passo  per l’uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità

La maratona televisiva

Mentre Neil Armstrong posava il suo piede sulla superficie lunare, in Italia erano le 4.56 e quello  era il culmine della prima maratona televisiva della RAI che, dallo  studio  di  via Teulada 3, aveva trasmesso per 25 ore consecutive.

A condurre la  diretta televisiva fu il giornalista Tito  Stagno (video intervista nel  ricordo di  quella serata)  coadiuvato da un altro bravo  giornalista come Andrea Barbato mentre, da Houston, Ruggero  Orlando ricopriva il  ruolo  di inviato.

Nel  box seguente il Rapporto dalla Luna cioè la trascrizione originale della NASA del  dialogo fra la base di  Houston e gli  astronauti (vi  ricordo  che se volete ricevere questo  e altro  materiale pubblicato nel  blog basta farne richiesta iscrivendovi  alla newsletter)

Apollo 11

Dedico  l’articolo a tutti coloro  che ieri hanno  dato  la possibilità all’umanità di  far vivere un sogno  e a coloro  che non smettono di  sognare affinché l’avventura continui 

 Alla prossima! Ciao, ciao….

Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…

Al Azif: ossia il Necronomicon


Non è morto  ciò che in eterno può attendere

E con il passare di strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred

Il Necronomicon 

In un tempo molto lontano il poeta arabo Abdul Alhazred si  avventurò nel  deserto alla scoperta della città perduta dalle mille colonne: Irem.

Il viaggio  fu lungo e faticoso ma finalmente egli  arrivò a Irem: qui ,fra le sue rovine, trovò quello che era il motivo di  quel  suo lungo  peregrinare e cioè un testo  di  magia il cui antico  nome  era Al Azif (nella lingua araba questa è una locuzione che indica quei misteriosi  suoni che si odono  nel  deserto durante la notte e che si  dice essere la voce dei demoni).

Solo in seguito, quando il testo  venne tradotto nel 950 d.C. in greco dall’erudito  bizantino Teodoro  Fileta, prese il nome di  Necronomicon: il libro  delle leggi  che governano i morti 

Il danese Olaus Wormius, nel 1228, basandosi  sul testo di  Fileta, fece la traduzione del  Necronomicon in latino

Lo scopritore di  questo  antico  grimorio , ossia Abdul Alhazred, non poté godere molto della sua scoperta: un giorno, in una via di Damasco,  alcuni testimoni oculari  dissero di  averlo  visto  assalito  e divorato  da un mostro invisibile

Ma se il mostro  era invisibile, mi chiedo  come loro siano  riusciti a vederlo…

I pseudobiblia 

Nonostante il fatto  che ancora oggi  vi  siano persone che credono  che la Terra sia piatta, oppure una dieta può far guarire le carie (se non il cancro), penso che la stragrande maggioranza di  voi (se non la totalità) abbia  compreso il senso  fantastico delle parole precedenti.

Ovviamente per tessere una trama così fantastica, preludio a un viaggio  letterario tra incubo e horror, occorreva una mente predisposta a mettere per iscritto la descrizione di un mondo fantastico  retto  dal pantheon  di  esseri primigeni  e malvagi.

Quest’uomo era Howard Philip Lovecraft  (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Ho precedentemente scritto del presunto (molto presunto) viaggio  che H.P. Lovecraft fece nel Delta del  Po per incontrare i misteriosi  appartenenti  alla confraternita dei  Fradei e del mitico  dell’Uomo pesce a cui  i fedeli  dedicavano riti pagani ( ⇒ I Fradei  e Lovecraft: un incontro (im)possibile?)

Lo stesso  Lovecraft si  meravigliò del  fatto  che i suoi  lettori presero sul serio l’esistenza di un testo  esoterico nascosto  nel  tempo  come poteva essere il Necronomicon e, volendo  stare al  gioco, contribuì al  mito pubblicando il libro Storia e cronologia del  Necronomicon con la segnalazione delle biblioteche (la maggior parte inventate) che custodivano una copia del libro  maledetto.

Ma sono gli  stessi  appassionati lettori  di Lovecraft a contribuire alla fama (sinistra) del  Necronomicon creando  dal  nulla congiunture tra inediti  e riferimenti bibliografici che ne arricchiscono  la storia.

Sennonché a questo  gioco (ma ripeto  in molti  credevano all’esistenza del  Necronomicon)  si  aggiungono personaggi ben più seri come, ad esempio, Philip Duchêsnes,  titolare di una prestigiosa libreria antiquaria a New York, che nel 1941 inserì in catalogo una copia del  Necronomicon  al prezzo  di 900 dollari: è inutile dire che gli  acquirenti  disposti  all’acquisto furono più che numerosi anzi, qualcuno  di loro, era ben disposto  a sborsare una cifra superiore per aggiudicarsi il libro.

Se quest’episodio  risale a tre  anni  dopo  la morte di  H.P. Lovecraft, nel 1962 è la serissima rivista americana Antiquarian Bookman pubblicò nella rubrica dedicata alla vendita di  libri  antichi la recensione di un’ edizione spagnola del Necronomicon del 1647, aggiungendo alla fine che il libro proveniva dalla biblioteca della Miskatonic  University 

La Miskatonic University era frutto  della fantasia di H.P. Lovecraft e la cui  sede era nella città di  Arkham (altra invenzione dello  scrittore) nella contea di  Essex nel  New England: i redattori dell’Antiquarian Bookman, oltreché mostrarsi dei  buontemponi, evidentemente in questa maniera vollero  omaggiare il genio  dello  scrittore di  Providence.

Comunque, trovandovi  a passare per caso nelle vicinanze della California University, entrate nella sua biblioteca centrale e fate una ricerca  sul Necronomicon: troverete una scheda catalografica in italiano con riferimento  al Necronomicon che ne fa presumere l’esistenza tra i  tomi in possesso  dell’università (dolcetto o scherzetto..)

In poche parole il Necronomicon è un pseudobiblia cioè appartiene a quei libri  che, pur essendo  citati con tanto  di titolo ed estratti in opere di  saggistica o narrativa, hanno in comune una caratteristica che li  distingue da qualunque altro libro: semplicemente non esistono!

Il termine  pseudobiblia venne utilizzato per la prima volta nel 1947 dallo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – Plano, 6 novembre 2000) in un articolo pubblicato nel  Saturday Review of Literature nel  quale metteva in risalto come queste opere per la fama raggiunta fossero in competizione con libri  realmente esistenti.

Se avete qualche curiosità in più da soddisfare a riguardo  dei pseudobiblia, vi suggerisco  la lettura dell’articolo  Leggere o non leggere (gli pseudobiblia) del professore Michele Santoro dell’Università di Bologna ( ⇒ Pdf ⇐ )

Per gli  altri e cioè amanti  di  spettri, vampiri o lupi  mannari che vagano nella notte alla ricerca di  vittime innocenti (o  che proprio  se la sono  cercata) dedico  l’anteprima del  Necronomicon di  H.P. Lovecraft

Attenti  ai mostri invisibili  che divorano  i troppo  curiosi… 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Anteprima del libro Il Necronomicon di Howard Philip Lovecraft

L’anello del Groppo Rosso In Val d’Aveto (i sentieri della Liguria)

 

 

Il Groppo  Rosso (1.597 metri)  è situato  nell’Appennino  ligure a ridosso del paese di  Santo  Stefano d’Aveto in provincia di  Genova, al confine con la provincia emiliana di Piacenza.

Il Groppo  Rosso è compreso  nel Parco  regionale naturale dell’Aveto.

La Val  d’Aveto 

Il Mar Ligure non è poi così lontano se ne misuriamo  la distanza in linea d’aria: tutt’altra cosa considerando  che la Val d’Aveto (cuore dell’Appennino  ligure – emiliano) è lontana sia dai  centri urbani costieri  più grandi ma, soprattutto, dalle grandi  arterie stradali, per cui bisogna mettere in conto un tragitto lungo  strade piuttosto  tortuose  (cioè con un’infinità di curve).

Il premio alla fine del  viaggio  (qualunque sia la meta) è la bellezza del paesaggio che, dimenticando di  essere nell’Appennino e a poca distanza (sempre in linea d’aria) dal  mare, ci  fa sembrare di  essere giunti molto  a nord, nelle Alpi.

D’altronde i folti  boschi, i laghetti  di origine glaciale e fioriture che , per l’appunto, si  trovano  sulle Alpi concorrono  all’inganno facendoci  credere di  essere capitati in una vallata austriaca o svizzera.

Il Parco  naturale regionale dell’Aveto è il custode di  questa grande varietà di  ambienti  e biodiversità

L’anello del  Groppo  Rosso 

Due sono le cose che si possono intuire dall’immagine e cioè che l’itinerario risale a un periodo molto più fresco  rispetto a questa più che torrida estate e, come secondo punto: si, mi piace essere fotografata (solo  da chi  ne ha il permesso)

Il Groppo Rosso (1597)  si  staglia sullo  sfondo sulla bella cittadina di  Santo Stefano  d’Aveto (siamo nel Parco  naturale omonimo) da cui  partiremo e ritorneremo  a conclusione dell’anello.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

 

 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca)

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percorso ad anello del  Groppo  Rosso.

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio (nei pressi una fonte per riempire le nostre borracce).

L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca d’Aveto

Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla

Il sentiero prosegue verso il Prato della Cipolla

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il rifugio con il Dente della Cipolla alle spalle

Proseguendo lungo il Prato  della Cipolla si  arriva al  rifugio omonimo sovrastato dal  Dente della Cipolla alla cui  cima si può accedere per mezzo  di una via ferrata consigliata solo per alpinisti  esperti.

Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero  A14.

Il rifugio Astass (Associazione Sportiva Turistica Amci di Santo Stefano d’Aveto)

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  Rifugio ASTASS a 1.584 metri  di  quota: è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

In realtà il Groppo Rosso è il contrafforte del Monte Roncalla e rappresenta il punto più elevato dell’anello.

Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

Glifosato: le ragioni del NO (e qualche perplessità)


 

Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo. A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente traslocato in ogni altra posizione della pianta per via prevalentemente floematica. Questo gli conferisce la caratteristica, di fondamentale importanza, di essere in grado di devitalizzare anche gli organi di conservazione ipogea delle erbe infestanti, come rizomi, fittoni carnosi, ecc., che in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati.

Estratto  da Wikipedia alla voce Glifosato 

Glifosato si, no, ni?

La diffidenza che ho  nei  confronti  di pesticidi, diserbanti e tutto  quello  che l’industria chimica riesce a produrre per incrementare le coltivazioni  intensive, a danno  della biodiversità e con rischio per la salute, mi farebbe dire un secco NO al  glifosato.

Sennonché, essendo la questione del glifosato non del  tutto risolta a livello  scientifico e normativo, nella stesura di  quest’articolo cercherò di essere del  tutto imparziale: se poi non riuscirò vi  ricordo  che in fondo  sono solo una blogger (what else!)

 

Glifosato formula chimica
Glifosato formula chimica

Si potrebbe quasi  dire che la scoperta del  glifosato  sia stato un caso  di serendipity : infatti  negli  anni ’70 la  Monsanto   stava facendo una ricerca sugli  addolcitori  d’acqua quando si notò che alcuni  di  questi  composti avevano una blanda azione di  erbicida: fu  allora che la priorità dell’industria chimica venne rivolta alla ricerca di sostanze analoghe con un potere erbicida molto più efficace: il glifosato  fu il terzo di  questi  elementi  ad essere scoperto.

Il chimico  John E. Franz che scoprì il glifosato  per conto  della Monsanto, per questa sua scoperta ha ricevuto  nel 1990 la Medaglia Perkin per l’innovazione nella chimica applicata, mentre tre anni prima gli  era già stata già assegnata  la National  Medal of Technology .

Nel 2007 il suo nome fu inserito nella National Inventor’s Hall of Fame

Pur avendo perduto il brevetto del  glifosato per termini  di  scadenza nel 2000. la Monsanto  continua a essere leader per la vendita  di  questo prodotto: il quantitativo  totale della vendita di  glifosato  nel mondo  raggiunge le 800.000 tonnellate ogni  anno.

Nel 2018 l’azienda chimica Bayer acquisisce il controllo  della Monsanto diventando una multinazionale  dell’agrochimica con 115.000 dipendenti e 45 miliardi di  euro  di  fatturato ogni  anno, di  cui 19,7 miliardi  provengono  dal  solo  settore dei  diserbanti

Recentemente negli  Stati Uniti una giuria di Oakland (California) ha condannato la Bayer – Monsanto  al  risarcimento  di 2 miliardi  di  dollari destinati  a una coppia di  anziani coniugi che per trent’anni  hanno utilizzato l’erbicida Roundup  ammalandosi  entrambi  di  tumore, naturalmente la multinazionale ha fatto  ricorso in appello per poi  arrivare a un patteggiamento  con le parti.

La Giuria, comunque, con questa sentenza ha contraddetto l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente che ha sempre dichiarato  che non esistono rischi  per la salute utilizzando prodotti  con glifosato

Quest’anno è  stato il turno  della  Corte di  appello  di Lione (Francia)  che ha condannato  la Bayer -Monsanto  a risarcire un agricoltore per danni  neurologici  subiti nel  continuo  uso  dei prodotti erbicidi della multinazionale

Sull’argomento  dei risarcimenti e delle cause cha la Bayer – Monsanto ha affrontato perdendo molti soldi  e quotazione in borsa vi invito a leggere l’articolo de Il Manifesto nel  box seguente  

monsanto-tossica-paghera-2-miliardi-di-danni

 

I difensori  del  glifosato (immagino  che siano i produttori) rimarcano il fatto  che questo  composto  chimico ha una bassa pericolosità dovuta anche al fatto  che il glifosato  ha una  penetrazione nel  suolo  di soli 20 centimetri escludendo, quindi, l’avvelenamento  delle falde acquifere.

Inoltre, in virtù di  questa sua bassa penetrazione nel  terreno, il composto viene facilmente degradato dai  batteri  presenti  nel  suolo.

Eppure, nel marzo 2015, l‘International   Agency  for Research on Cancer (IARC) ha classificato  la sostanza come probabile cancerogena per l’uomo inserendolo  nella categoria 2A (documento in pdf criteri  di classificazione IARC): c’è  a mio  avviso una contraddizione tra le sentenza negli Stati Uniti e Francia che hanno  condannato la multinazionale al risarcimento per tumori  sviluppati  nell’uso  del  glifosato e la classificazione della IARC che dichiara il glifosato come probabile cancerogeno basandosi solo sui  dati  sperimentali ottenuti da cavie da laboratorio

In Italia il Decreto ministeriale del 9 agosto 2016 vieta l’uso  del glifosato  solo  in questi  casi:

  • L’uso  non agricolo su  suoli  che presentano una percentuale di  sabbia superiore all’80 per cento nelle aree vulnerabili, nelle zone di  rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione: parchi, giardini, campi  sportivi, aree ricreative, cortili, aree verdi all’interno  di plessi  scolastici, aree gioco  per bambini e aree adiacenti  alle strutture sanitarie
  • L’uso in pre – raccolta con lo scopo  di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

La famosa rivista British Medical  Journal (BMJ) sul problema del  glifosato e della normativa europea che lo  regola ha recentemente pubblicato un report  che potete leggere nel box seguente (in inglese: utile per un po’  di ripasso  della lingua)

glifosato

 

Cosa dice l’Europa? 

La questione glifosato è estremamente complessa e non priva di sospetti di  come venga gestita da parte dei produttori, ossia l’accusa rivolta ad essi (per nulla velata) è quella di  manipolazioni  scientifiche, disinformazione e sospetti  di  corruzione.

Nel dicembre 2017 la Commissione europea approvò l’estensione dell’uso  del glifosato  per altri cinque anni, quindi  fino  a dicembre 2022: questa nonostante la presa di posizione da più parti  sulla pericolosità del  composto ma, soprattutto, fu  il voto  a favore del ministro  dell’agricoltura tedesco  a portare alla proroga: fino ad allora il parere sembrava negativo, ma evidentemente la futura acquisizione della Monsanto  da parte della Bayer ha avuto il suo peso

Allo  stato  attuale la Commissione europea ha istituito un gruppo  di  lavoro, l’Assessment Group on Glyphosate (AGG),  composta da esperti  provenienti  dalla Francia, Ungheria, Olanda e Svezia che fornirà un rapporto  di  valutazione entro il 2021.

Nel  frattempo nel  nuovo  Parlamento  europeo i Verdi  europei rappresentano il quarto  gruppo con 74 eletti: il loro  programma Green New Deal si batterà su due punti fondamentali: per arginare le conseguenze del cambiamento  climatico (abbiamo  solo  11 anni  per porre rimedio) e l’interesse verso l’agricoltura che dovrà essere mirata con  metodi  di produzione con meno  emissioni  e pesticidi favorendo il biologico.

Io sono  favorevole a questi  temi, lo siete anche voi?

Se volete lasciate un messaggio.

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

La (ri)nascita del Sentiero Italia


Non perdere la voglia di  camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno  stato  di  benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li  ho avuti  mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso  da non essere lasciato  alle spalle con una camminata…ma stando  fermi si  arriva sempre più vicini  a sentirsi malati.. perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Bruce Chatwin

Nascita e rinascita del  Sentiero Italia

Trentotto anni fa  a Riccardo  Carnovalini  venne  l’idea di unire l’Italia in un unico  percorso escursionistico dal nord al  sud (oppure dal  sud al  nord se preferite) attraverso Alpi  e Appennini, calcando i  grandi itinerari  quali la Gea, l’Alta Via dei  Monti Liguri, la Grande Traversata delle Alpi, le Alte Vie della Val d’Aosta, dell’Adamello: solo per citare alcuni  dei  più interessanti percorsi naturali  della nostra penisola.

 

Come ho  scritto in precedenza il seme di  questa grande avventura venne in mente a Riccardo  Carnovalini nel 1981 poi, più concretamente, sul finire degli  anni’80 venne costituita l’Associazione Sentiero Italia (con presidente lo  stesso Carnovalini) e a seguire, due anni  dopo, il Club Alpino Italiano mise la sua firma al progetto durante la presentazione della Grande escursione appenninica tenutasi a Castelnuovo  Garfagnana (Lucca) il 19 giugno 1983.

Con l’aiuto  della stampa specializzata (tra cui  Alp  e la Rivista della Montagna interessanti riviste del  settore non più pubblicate) e, dopo  dodici  anni  dalla presentazione a Castelnuovo  Garfagnana, il Sentiero Italia finalmente parte:  a Riccardo  Carnovalini nel promuovere l’iniziativa si  aggiunsero altri nomi di distinguo  nell’editoria specializzata come Roberto  Mantovani  (allora direttore della  Rivista della Montagna), Giancarlo  Corbellini, Franco  Michieli.

Ma il Sentiero Italia non avrebbe raggiunto il suo  scopo  se, a questi nomi famosi, non vi fossero  aggiunti  quelli  delle persone comuni, ma amanti  delle camminate e della natura,  che hanno  accompagnato i promotori  nelle diverse tappe del percorso  lungo tutta l’Italia.

Nel  documento  che segue, tratto  dal  sito Sentiero Italia CAI  , la storia essenziale del progetto e dei  suoi ideatori

sentieroitalia.cai.it-La storia

Il Sentiero Italia nel 2019

 

Seniero Italia cartina
Il tracciato del Sentiero Italia

Con il progetto  Sentiero Italia abbiamo  un sogno, quello  di unire l’Italia in un grande abbraccio

attraverso la percorrenza a piedi degli  straordinari  territori che il nostro  Paese è in grado  di  offrire non appena si abbandona la strada asfaltata

Vincenzo  Torti, Presidente Generale CAI  

Nel 2018 il Presidente generale CAI Vincenzo Torti si prefigge di porre il progetto di  riqualificazione e recupero della sentieristica riguardante il Sentiero Italia, per poi presentarlo  nella nuova veste in occasione dell‘Anno del  cammino  lento 2019  .

Il CAI, con l’aiuto di  tutti  Gruppi regionali, ha iniziato il lungo  lavoro di  ripristino  e manutenzione dei  sentieri in contemporanea con l’adeguamento  dei posti  tappa.

In questa prima fase del progetto si  ripercorrerà il Sentiero  Italia originario, individuando le varianti  al percorso  dove necessario, dopodiché anche la segnaletica verrà rivista adottando il modello  europeo (le classiche bande rosse e bianche).

A questo  lavoro  sul campo, si  aggiunge l’aiuto  della tecnologia che per mezzo della tecnologia WebEasy  GIS (sviluppata da GPSBrianza) ha tracciato molti dei  percorsi escursionistici  del Sentiero Italia

WEBEASYGIS-Dettagli (ITA)

 

Se avete intenzione a partecipare al cammino  a tappe del Sentiero Italia, vi  rimando  al calendario pubblicato  sul sito  CAI.

 

Per terminare vi  segnalo  l’iniziativa editoriale del  National Geographic unitamente al Club Alpino Italiano dedicata al Sentiero Italia con il  titolo  Le Montagne Incantate: una serie di 9 volumi a cedenza mensile (quello  di luglio è il terzo dell’elenco)  al prezzo  di 12,90 euro  ciascuno

Un cammino in compagnia di prestigiose firme giornalistiche e dei più noti specialisti della montagna, di famosi alpinisti, storici e scrittori. Un viaggio tra le nostre montagne che si avvarrà della cartografia National Geographic – Libreria Geografica e che sarà una festa dello sguardo, grazie alle bellissime immagini de “L’Altro Versante”, un team di fotografi professionisti che ha fatto delle vette le loro muse e che è stato fra i primi ispiratori della collana. Un’occasione unica per scoprire i paesaggi che tutto il mondo ci invidia.

Alla prossima! Ciao, ciao….

L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

Un mondo di plastica (ma che sia bio)

Amo  Los Angeles.

Amo  Hollywood.

Sono bellissime. Sono tutte di  plastica, ma io  amo la plastica.

Voglio  essere di plastica

Andy Warhol 

Quando la plastica si  chiamava Moplen 

Quella che può definirsi come  archeologia televisiva ci rimanda a un tormentone del Carosello degli anni’60, cioè quando  un corpulento Gino Bramieri,  reclamizzando oggetti casalinghi in Moplen, terminava il suo spot ( anche  se allora gli intervalli pubblicitari  non si chiamavano  ancora spot) con  una cantilenante:

E’ leggero,  resistente, è leggero, resistente e inconfondibile mo’, e mo’, e mo’, e mo’, e mo’: Moplen

In quegli  anni  (felici?) il progresso non si  era ancora scontrato,  se non blandamente, con  emergenze climatiche  e buchi  dell’ozono: figuriamoci  se la plastica (il Moplen) poteva mai  diventare un problema.

Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963 insieme al chimico tedesco Karl Ziegler, aveva studiato a partire dagli anni ’50 un processo  di polimerizzazione del propilene, arrivando  alla produzione del polipropilene isotattico materiale ad alta resistenza meccanica (chiamato, per l’appunto, Moplen una volta commercializzato  dalla Montedison)

Il bando  europeo contro la plastica usa e getta

Lasciandoci  alla e spalle il mondo del Carosello  di  ieri, veniamo a uno dei problemi che assillano  oggi il nostro  ambiente, specie quello  marino: l’80 per cento dell’inquinamento  marino  è provocato  dalla plastica con ripercussioni nella catena alimentare in quanto  rimasugli  del materiale plastico è stato  trovato  nei pesci.

Il 27 marzo  2019 è stato  approvato dal  Parlamento  europeo il testo per la Riduzione dell’incidenza di  determinati prodotti  di plastica sull’ambiente che, a partire dal 2021, ne vieterà l’uso  e commercializzazione negli  Stati  membri  ( a seguire il testo provvisorio approvato)

direttiva europea plastiche

 

Tra questi  determinati  prodotti  di plastica possiamo  trovare cannucce, bastoncini cotonati, contenitori  per alimenti  in polistirolo  espanso, sacchetti di plastica osso – degradabile, piatti  e forchette di plastica  ma, incredibile a dirsi, il divieto ha una deroga nei  bicchieri di plastica vietando  solo  quelli in polistirolo  espanso (cioè quei  bicchieroni utilizzati per bere caffè lungo o  tè senza scottarsi  le dita).

Il futuro è nelle bioplastiche 

In commercio si  trovano  prodotti che sostituiscono quelli in plastica, che fanno parte dei cosiddetti  materiali  Green,   ma il loro  difetto è quello  di  essere ancora troppo costosi  affinché vi  sia un loro  uso più generalizzato.

Questo non ferma il mondo  della ricerca nello  studiare la possibilità di  ricavare bioplastiche dai  materiali vegetali  di  scarto: di  seguito, nell’infografica, alcune di  queste soluzioni

 

bioplastiche

Aspettando  che il Nuovo mondo sia più pulito  e rispettoso  dell’ambiente non mi resta che salutarvi.

Alla prossima! Ciao, ciao…

La Valle delle Meraviglie: un itinerario per ammirare le incisioni rupestri

Il Cristo - Valle delle Meravilgie
Il Cristo
Ph: Philippe Kurlapski

Nella Vallée des Merveilles sono  state scoperte più di  35.000 incisioni rupestri  preistoriche, tra le quali numerosi  figure di  armi (pugnali  e alabarde) risalenti soprattutto all’età del  rame (III millennio  a.C.) e in misura minore all’antica età del  Bronzo (2200- 1800 a.C.).

Incisioni rupestri Valle delle Meravilgie

Sono presenti  anche figure più antiche, in particolare reticolati  e composizioni  topografiche (nell’area di  Fontanalba) databili  al  Neolitico (V e IV millennio a.C.)

Estratto  da Wikipedia alla voce La Valle delle Meraviglie

La Valle delle Meraviglie brevissimamente 

Il nome Valle delle Meraviglie fu  utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime scritta dallo  storico Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza, 11 novembre 1692), quindi ritroviamo  il toponimo nella carta del Theatrum Statuum Sabaudiae  (1682) e in quella di  Jean- Baptiste Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi  viene utilizzato a indicare quella particolare zona delle Alpi  Marittime

Due parchi naturali interessano  l’area delle Alpi  Marittime: il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime.

I due parchi dal 1987 sono gemellati e proposti  come patrimonio  universale dell’umanità dall’UNESCO

Itinerario 

Prima di  descrivere l’itinerario  che da Casterino  porta al  Lac Vert di  Fontanalba, il mio  suggerimento è quello di  visitare prima il Musée départemental   des Mervelleis  a Tende che, oltre essere un valido  punto di partenza per la conoscenza della storia della Valle delle Meraviglie, è il centro  di  ricerca per l’arte rupestre del  Monte Bego.

Dopo la Seconda guerra mondiale la Francia ottenne l’ammissione dei  territori  di  Tenda e Briga come disposto nel  trattato  di pace firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 entrato in vigore il 15 settembre 1947.

Da Casterino al Lac Vert di  Fontanalba (…seguitemi) 

 

L’autrice durante una sosta presso la Casa del Parco (Gias des Pasteurs)

Naturalmente l’itinerario  che vi propongo  è solo  uno dei  tanti  che possono  essere effettuati in questo   meraviglioso parco  naturale, vi  basterà una ricerca  in rete per avere una miriade di  risultati.

Vi  ricordo, inoltre,  che alcuni sentieri non possono  essere percorsi  se non con l’accompagnamento di una guida del  Parco ( non quello da me proposto).

La partenza è da  Casterino (1.546 m.), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 m) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

Da qui in poi entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco (nel mio  caso una guardaparco) ci  darà tutte le informazione per una corretta visita del sito.

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

 

La Via Sacra
© caterinAndemme

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici.

Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In breve arriveremo di nuovo  all’ingresso della zona protetta  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

La durata del percorso  è di  circa cinque ore, escludendo  le soste per ammirare le incisioni  rupestri e mangiare un panino (anche lo  stomaco  ha i  suoi  diritti)

Alla fine dell’articolo  troverete una galleria fotografica che illustra il percorso.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Galleria fotografica (© caterinAndemme)

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Casa, dolce casa (ma l’inquinamento indoor?)

Cento uomini possono creare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa.

Proverbio  cinese

Basta un uomo  per fare della casa un accampamento

Caterina Andemme  

Casa dolce casa? Attenti  all’inquinamento indoor 

Ma tutto  dipende dall’uomo con cui  condividete vita e appartamento: c’è il tizio irrimediabilmente disordinato e quello  moderatamente disordinato. in ogni  caso, non essendoci  speranza nell’educare l’Homo  casalingus  all’ordine,  non possiamo attribuirgli  le colpe dell’inquinamento indoor se non quando si ostina a fumare in casa oppure a grigliare l’unico pesce che, nella sua vita da pescatore, è riuscito a pescare  (magari  si  trattava di un pesce suicida per amore)

 

Inquinamento indoor

 

Naturalmente per rendere la nostra casa appunto una Casa, dolce casa possiamo  seguire i  semplici  consigli che l’Istituto  Superiore di  Sanità ha evidenziato  nel  seguente opuscolo

 

Opuscolo_Aria_Indoor

 

A questo possiamo  aggiungere un’altra lista di  cose da fare, e cioè:

  • Non eccediamo con i prodotti  di pulizia domestica (quindi niente autobotte e idranti)
  • Una o  due candele profumate possono  dare una bella sensazione nirvanica, di più sembrerà di  vivere in una serra a 50° all’ombra con i fiori marcescenti
  • Cambiamo  frequentemente l’aria di  casa, anche d’inverno, anche se piove o nevica (ma poi mettete i pinguini  alla porta)

Le piante in casa sono un beneficio all’ambiente indoor 

Non c’è bisogno  di  trasformare la casa nella foresta amazzonica per avere indubbi  vantaggi  sulla salubrità dell’ambiente domestico.

Kamal Meattle, attivista ambientalista e CEO del Paharpur Business Center & Software Technology Incubator Park di  Nuova Delhi ha indicato in tre specie di piante quelle più adatte allo  scopo:

La Palma areca ( Dypsis lutescens); la Lingua della suocera (non c’entra nulla con la vostra suocera, ma si tratta dell’epiphyllum)  e infine l’Epripremnum aurureum

Ovviamente, oltre alle tre specie citate, tutte le piante, oltreché essere belle da vedere, aiutano in misura diversa contro l’inquinamento indoor.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  libro Fiori  e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino  e in campagna di Luciano Cretti.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro Fiori e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino e in campagna di  Luciano Cretti