Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Polesine

Molti  eventi  avevano insegnato  agli  abitanti del luogo a mantenere i  segreti, quindi non ci  fu  alcun bisogno di  esercitare pressioni  di  sorta.

Inoltre quello che sapevano  erano ben  poco: i vasti  acquitrini salati, piaghe desolate e disabitate, tenevano la gente dell’entroterra ben lontano da Innsmouth..

Tratto da La maschera di  Innsmouth di Howard P. Lovecraft 

Il Polesine non è Innsmouth, ma…

Lo  sanno  tutti (o  quasi  tutti) che Innsmouth, al  pari del Necronomicon di  cui  ho  scritto precedentemente a questo post, è un’altra invenzione letteraria di quel maestro della letteratura horror che fu  Howard P. Lovecraft.

Eppure nel Polesine, e con esso in  tutto  il Delta del  Po, i misteri e le leggende si sono tramandate per generazioni tra gli abitanti  dei piccoli  paesi, confluendo  nella tradizione dei  racconti  del  filò, cioè quel momento, alla fine di una dura giornata lavorativa, quando i  contadini si incontravano di  sera intorno a un fuoco  per raccontare storie che potevano essere semplici  narrazioni del  tempo  trascorso oppure, quasi come forma di intrattenimento  in mancanza di mezzi  mediatici  (radio o televisione che sia), racconti  paurosi di  mostri  e fantasmi (il più delle volte per spaventare i  bambini  e  le anime più sensibili).

Messa da parte la tradizione di  riunirsi attorno  a un fuoco per ascoltare storie – semmai  oggi è la luce fredda di uno  smartphone o tablet a inchiodarci  a notizie che, il più delle volte, rientrano  nella categoria delle fake news – non resta che esplorare la cosiddetta cultura popolare per ritrovare fantasmi  e mostri forse gli  stessi che, a detta di  qualcuno, hanno ispirato Howard P. Lovecraft  per costruire  la cosmogonia alla base del  Ciclo  di Cthulhu 

Polesine
Il disegno di Lovecraft relativo alla figura di Cthulhu in una lettera inviata allo scrittore statunitense R.H. Barlow

Ma cosa ci  faceva Lovecraft nel  Polesine? 

Polesine

Premettendo  che il soggiorno in Polesine di  Lovecraft possa essere veritiero  quanto un mio prossimo  viaggio  verso il pianeta Marte (ma non si  sa mai...) passo immediatamente a raccontare ciò che è accaduto a Montecatini in un mercato  di libri  d’antiquariato  circa vent’anni fa.

Era appunto  il 2002 quando un collezionista  tra i  banchi di libri d’antiquariato,  trova una copia di una vecchia edizione  dell’autore Émile Zola del 1895 (la cronaca non riporta il titolo  del libro): la sorpresa dell’uomo diventerà maggiore quando, una volta a casa, scopre tra le pagine del  libro una busta contenente alcuni fogli (qualche decina) scritte a mano in inglese e con disegni  a corredo il tutto utilizzando un inchiostro  di  colore blu.

Tra questi fogli uno  riporta una data e un commento:

15 maggio 1926: “Partito dal porto di  New York alle 19.12 con dieci  minuti di  ritardo”

Basta questo per dire che Lovecraft abbia intrapreso il viaggio da Providence fino  al Delta del  Po?

E’ vero  che una prima analisi della grafia nei  fogli ha portato  a una certa rassomiglianza con quella di  Lovecraft nonchè  la firma di  Granpa Theo utilizzata come pseudonimo  dallo scrittore,  ma è anche vero un fatto incontrovertible e cioè che Lovecraft, essendo perennemente al  verde  non avrebbe utilizzato il denaro  per un costoso  viaggio  in tutt’altro modo.

Inoltre, come riporta Lyon Sprague de Camp nella sua biografia  dedicata a Lovecraft, egli  avrebbe mantenuto durante la sua vita una fittissima corrispondenza con i suoi  amici composta da più di  centomila lettere (qualcuno dice che esse fossero centottantamila  ……ma quanto  spendeva in francobolli?): ebbene in nessuna di  esse lo scrittore menziona un suo  viaggio in Italia.

Ipotesi  di un viaggio in Italia: il docufilm

 Per dipanare il mistero l’acquirente non più misterioso perché si  tratta del regista Federico  Greco,    si  rivolge al suo  amico  documentarista Roberto Leggio: entrambi pensano  che a quel punto  era necessario coinvolgere la persona considerata come il massimo  esperto italiano su  Lovecraft:  e cioè Sebastiano  Fusco.

Da questo incontro si  avrà nel 2004 il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi  di un viaggio in Italia che vede anche la partecipazione dello  scrittore Carlo Lucarelli e del  giornalista Gianfranco  de Turris presentato  al  Festival  di  Venezia nello  stesso  anno.

L’anno seguente è la volta di Il mistero di Lovecraft – Road to L. un mockumentary* in puro  stile The Blair Witch Project (1999) (il film completo in inglese con sottotitoli italiani lo troverete in questa pagina)

Mockumentary
Il falso documentario, in inglese mockumentary, è un espediente narrativo del mondo audiovisivo nel quale eventi fittizi e di fantasia sono presentati come se fossero reali attraverso l’artificio di un linguaggio documentaristico.

Ripeto la domanda: cosa ci  faceva Lovecraft nel Polesine?

Diamo  per scontato che sia vero il viaggio di  Lovecraft in Italia, la domanda è appunto perché abbia scelto l’entroterra del  delta del  Po come meta del  suo pellegrinaggio?

Perché proprio  di un pellegrinaggio  si  tratta, non quello rivolto  a un santuario bensì a un altro  tipo  di  tempio della cultura come la  Biblioteca nazionale Marciana a Venezia tra le cui  mura è custodita la più grande raccolta del mondo  di  manoscritti in latino  e greco, e qui  egli  avrebbe trovato nuova linfa per la sua narrazione in stile horror.

Da Venezia al Polesine il viaggio è breve (tanto più se confrontato con l’attraversamento  dell’Atlantico  per giungere in Europa): qui, attratto  dalle vecchie leggende, ossatura dei  racconti  del  Filò, avrebbe trovato l’ispirazione per uno dei  suoi  esseri de Il ciclo  di  Cthulhu: l’Uomo pesce o Uomo  lucertola*

L'Uomo pesce
Se l’Uomo pesce è servito a Lovecraft per disegnare nella sua cosmogonia l’essere chiamato Dagon, per altri l’esistenza di questo ibrido è reale: nel 1988 Sebastiano Di Gennaro, presidente dell’USAC (Centro Accademico Studi Ufologici) rilevò le impronte di un essere misterioso sugli argini del fiume Po. A questa (ipotetica) creatura diede il nome di homo saurus (quindi non più Uomo – pesce ma Uomo – lucertola. tale racconto era, inoltre suffragata dalla testimonianza di alcune persone che confermavano di aver visto un essere molto alto dalla pelle squamosa e dagli occhi rossi.. A contraddire queste testimonianze (forse dovute a qualche bicchiere di grappa di troppo) ci pensò Massimo Polidoro, giornalista e uno dei membri fondatori del Cicap, che spiegò che negli anni ’80 la serie televisiva Visitors aveva in un certo qual modo suggestionato la fantasia di alcuni…..

Il viaggio di Lovecraft si  sarebbe concluso nel paese di  Loreo (in provincia di Rovigo) dove sarebbe entrato in contatto  con l’antica  Confraternita dei  Flagellanti  della Ss. Trinità di Loreo (popolarmente conosciuta come  i Fradei)  i quali adepti ancora oggi e ogni  anno nella Notte della Santissima Trinità (che cade la domenica successiva alla Pentecoste) dopo la processione notturna si  riuniscono  all’interno di una chiesa  per una cerimonia a porte chiuse dove solo loro possono  partecipare.

Si  dice che lo  stesso  Lovecraft abbia insinuato  che  i Fradei  si  riuniscono in questa cerimonia per adorare l’Uomo – pesce (o lucertola se vi piace di più)

A questo punto  l’unico  vero  mistero  è se non è stato  H.P. Lovecraft a scrivere quelle pagine ritrovate a Montecatini, chi  mai  sarà il vero  autore?

Il libro in anteprima

Situata dalle parti di Arkham, Innsmouth è una cittadina di mare caduta così in declino da essere scomparsa dalle mappe. I suoi abitanti sono disgustosi all’olfatto e alla vista e si narrano storie di visitatori scomparsi.

Eppure non è troppo difficile, per un giovane in vacanza nel New England, finirci per caso ed essere costretto alla fuga durante la notte. Si porterà dietro, assieme alla leggenda di un patto di sangue tra gli abitanti della cittadina e una mitologica creatura marina, un terrore primordiale che non lo abbandonerà mai più.

Gli altri articoli di Caterina

Al Azif ovvero il Libro delle leggi  che governano i morti

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories 

Seneca e la dolcezza nel  Bacio

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Al Azif ovvero il Libro delle leggi che governano i morti

Al Azif

Non è morto ciò che può vivere in eterno.

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred – Necronomicon⌋ 

H.P. Lovecraft, due parole introduttive 

Consapevole del  fatto  che non avrei  nulla da aggiungere alla biografia di  H.P. Lovecraft se non fare un ignominioso copia e incolla da altre fonti, per tutto  quello  che c’è da sapere sulla vita  dello scrittore di  Providence (a cui  inizialmente si  è anche ispirato  Stephen King) vi  rimando al box seguente il cui  contenuto  è tratto interamente da Wikipedia (togliendo  a voi  il fastidio di cambiare pagina e a me l’interesse affinché rimaniate qui).

In  questo articolo mi concentrò più che altro sull’invenzione di  H.P. Lovecraft riguardante il Necronomicon da considerare, forse, il più famoso  dei  pseudobiblia.

Inoltre, in un successivo articolo, scriverò di un (improbabile) viaggio  di Lovecraft nel  nostro Polesine.

Howard_Phillips_Lovecraft

 Al Azif del poeta pazzo Abdul Alhazred 

 Il Necronomicon, opera originale dal nome arabo  Al Azif – dove la parola Azif in arabo è l’allocuzione per indicare gli  strani  suoni  notturni  che si  odono nel  deserto e che si  vuole associare alla voce dei demoni – fu  scritto da Abdul Alhazred, poeta nativo  di  Sanaa capitale dello  Yemen, vissuto  nel periodo del  Califfato  Omayyade nell’ottavo  secolo d.C.

Si  racconta che egli arrivò a trascorrere dieci  anni  di  completa solitudine nel Rub’ al-Khali (il deserto  chiamato Quarto  vuoto  dagli  arabi e dove, si  presume,  il nostro  Abdul incominciò a dare segni  di  pazzia), questo  dopo  aver esplorato le catacombe deserte di Menfi fino  ad arrivare alla mitica  Irem (la Città dalle Mille Colonne) trovandovi  le tracce di una civiltà antichissima, più antica di  quella umana, che adoravano  due divinità chiamate Yog e Cthulhu.

Al Azif

Dopo  queste sue peregrinazioni  si  stabilì a Damasco dove scrisse l’Al Azif: in questa città morì nel 738 d.C. (racconti  postumi  alla sua dipartita narrano di una fine agghiacciante divorato  da un mostro in pieno  giorno nelle vie di  Damasco).

Al Azif era un grimorio, cioè  un manuale per evocare spiriti  e demoni, molto  diffuso, se pur in segreto, tra  i filosofi antichi: nel 950 venne tradotto in greco  dal  filosofo Teodoro Fileta che gli  diede il nome di  Necronomicon, testualmente il Libro  delle leggi che governano i morti .

La Chiesa, ovviamente, non ci pensò molto  a mettere a bando il testo  magico e infatti nel 1050 il vescovo  Michele, patriarca di Costantinopoli, diede ordine di  bruciare tutte le copie del libro  maledetto.

Nel 1232 papa Gregorio IX mise il Necronomicon nell’Index Expurgatorius antecedente all’Index librorum prohibitorum voluto da papa Paolo IV nel 1559.

Ma non tutte le copie finirono  al  rogo, tanto  che il danese Olaus Wormius nel 1228 tradusse in latino l’Al Azif basandosi su un testo in greco di  Fileta.

Della traduzione  di  Wormius si  ebbero in seguito  due stampe verso  la fine del XV secolo quella in tedesco, due secoli  dopo  quella in lingua spagnola.

Potrei  continuare citando altre storie e atri  personaggi che ruotano intorno  al  Necronomicon, sennonché tutto  questo  BLABLABLA lo si può considerare come un divertissement di  Lovecraft per l’interesse nato intorno alla creazione del suo pseudobiblia: il Necronomicon

 

Quando nasce il termine pseudobiblia?
Il primato  dell’utilizzo del  termine pseudobiblia, in riferimento a libri inesistenti inseriti in opere di  finzione, è da attribuire allo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – plano , 6 novembre 2000) riportato  nell’articolo The Unwritten Classics pubblicato sulla rivista The Saturday Review of Literature del 29 marzo 1947

Al Azif

Al Azif: eppure Lovecraft lo  aveva detto

Lo stesso  Lovecraft si  stupì come le persone diedero per vero la storia dell’Al Azif e del personaggio  (fittizio) che lo  scrisse e cioè il poeta pazzo Abdul Alhazred.

 Lovecraft inoltre confessò, in una lettera scritta al  suo  amico epistolare Frank Belknap Long, che il nome Alhazred fu  da lui inventato come pseudonimo dopo  che da giovane era rimasto  affascinato  dalla lettura del  Mille e una notte – lo scrittore e critico  letterario inglese Malcolm Skey si  spinse nel  dire che Alhazred è la contrazione della frase inglese all  has read (in italiano ha letto  tutto) per la sfrenata passione per la letteratura del  giovane Lovecraft –

Vedendo  che ogni  suo  sforzo per ristabilire la realtà delle cose era vano, Lovecraft si  divertì ad avvalorare la tesi  dell’esistenza del  Necronomicon tanto da stilare un elenco  di  collezioni  private inaccessibili dove copie del  Necronomicon erano  custodite, tra le quali  quella del British Museum (istituzione notoriamente esistente), e quelle nella Miskatonic University Library di  Arkham nel  Massachusetts (altra invenzione di HPL che, in un certo  senso, mostra un lato ironico del suo  carattere).

Addirittura quando Willis Conover, altro  suo  compagno  epistolare, gli inviò una copia di una rivista amatoriale in cui, quello  che diventerà un famoso scrittore  di  science fiction (ogni  tanto  anche a me scappa la mania dei  termini in inglese) e cioè Donald A. Wollheimriportava la traduzione del  Necronomicon dall’originale in lingua araba fatta da W.T. Faraday stette al  gioco dicendo  di  aspettare la traduzione completa per aiutare l’autore nel  correggere qualche eventuale errore.

Sennonché, nel  rispondere a Conover, aggiunse:

Se la leggenda del  Necronomicon continua a crescere   in questa maniera, la gente finirà per crederci  veramente, e accuserà me di  falso per aver affermato di  averlo inventato io

Il gioco  continua 

Nel 1941 l’antiquario Philip Duchêsnes di  New York inserì nel proprio  catalogo l’opera attribuendone il valore di acquisto pari  a 900 dollari  (una somma considerevole per l’epoca) trovando,  con sua grande sorpresa, numerose richieste di  acquisto  anche a una cifra superiore di  quella iniziale.

Nel 1962 la più autorevole rivista di  bibliofilia degli  Stati Uniti, la Antiquarian Bookman, pubblicava nella rubrica di  libri antichi in vendita l’offerta di una copia del  Necronomicon proveniente dalla Miskatonic University (vi  ricorda qualcosa?)

Infine, per concludere quello  che sarebbe  un lungo  elenco di  scherzi su Al Azif, cito la California University dove qualche decennio  fa  appariva nel  catalogo  della sua biblioteca la scheda di  carico  del  Necronomicon.

Se avete qualche nota da aggiungere o  suggerimenti  aspetto  vostro notizie.

Se volete continuare a leggere qualche altra storia su  H.P. Lovecraft venite prossimante con me in Polesine⌋ 

Il libro in anteprima 

H.P. Lovecraft, maestro americano della letteratura fantastica del Novecento, ha dato vita nei suoi racconti a un vero e proprio sistema mitologico, i cosiddetti Miti di Cthulhu.

Per fornire a questa mitologia una base storica, l’autore produsse l’esistenza di un libro magico, il Necronomicon, scritto nell’VIII secolo d.C. dall’arabo yemenita Abdul Alhazred.

Oltre alla biografia immaginaria dell’arabo, Lovecraft inventò per il Necronomicon una cronologia fittizia, Storia e cronologia del Necronomicon, creando un ambiguo mistero che si è protratto per anni, e che ha portato alla pubblicazione in tutto il mondo di innumerevoli versioni del libro maledetto.

Il volume presenta i racconti in cui Lovecraft ha introdotto, descritto, citato il Necronomicon, ponendo le basi del suo mito. Tra questi vi sono classici come L’orrore di Dunwich (1928) e Il caso di Charles Dexter Ward (1928), Colui che sussurrava nel buio (1930), Le montagne della follia (1931) e L’ombra venuta dal tempo (1934).

ALTRI ARTICOLI DELL’AUTRICE DEL BLOG

Fulcanelli: un alchimista nelle cattedrali

In viaggio con Ibn Battuta nel dar al-Islam

Una Topolino per due scrittori in viaggio

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

manifesti

Lego  allo Stato  Italiano, rappresentato dal  Ministero  della Pubblica istruzione, la mia collezione di  manifesti pubblicitari raccolti  durante un settantennio, esistenti  tutti  e soltanto nei  solai della mia casa In Borgo  Mazzini 48, in Treviso…..

Dal  lascito  testamentario  di Ferdinando  Salce – 12 settembre 1962

Manifesti, che passione

Bisogna avere tanto spazio  per raccogliere 25.000 manifesti  pubblicitari e Fernando (Nando) Salce di  spazio  ne doveva avere tanto  nella sua casa di  Treviso ove, manifesto  su  manifesto, anno  dopo  anno, aveva arricchito la sua collezione. fino  al giorno della sua morte avvenuta nel  settembre del 1962.

Nato  a Treviso il 22 marzo 1877 in una famiglia benestante (suo  padre commerciava in tessuti, lui stesso  ragioniere, iniziò  la sua passione per i manifesti all’età di diciotto  anni, quando a Venezia, in un giorno  d’inverno (e Venezia può essere molto  triste d’inverno), il suo umore cambiò alla vista del  manifesto  di  Giovanni Maria  Mataloni  per il Brevetto  Auer Incandescenza a Gas

manifesti
Giovanni Mataloni – Brevetto Auer Incandescenza a gas (1895)

Esistono due tipi di  collezionisti: quelli  che custodiscono  gelosamente gli oggetti della propria raccolta e non la mostrano  a nessuno se non a pochi intimi e quelli  che, al  contrario, provano  il piacere nel  condividere la propria passione e Fernando  Salce senza ombra di  dubbio  apparteneva a questa seconda categoria di  collezionisti.

Infatti lui accoglieva nella sua casa chiunque fosse interessato  all’arte grafica dei manifesti (in maniera gratuita e, si  dice, offrendo a gli ospiti bevande contro  la calura estiva).

La nuova casa per la Collezione Salce

Venticinquemila manifesti, raccolti in più di  cinquant’anni, dopo il lascito  di  Fernando  Salce ( e un’opportuna catalogazione) hanno trovato una sede definitiva nell’ex chiesa dedicata a santa Margherita in Treviso.

 

AVVISO
La nuova sede del museo presso l’ ex- chiesa di santa Margherita verrà aperta al pubblico alla fine del mese di marzo di quest’anno. In occasione dell’apertura sarà possibile visitare la mostra dedicata all’illustratore Renato Casaro. Per informazioni: [email protected]

Nel frattempo sul  sito della Collezione Salce è possibile la visione dei manifesti della raccolta (in basso  tre esempi)

Il libro in anteprima 

Una volta la pubblicità era arte. Prima che la radio e la televisione diventassero i mezzi principali per gli inserzionisti nella metà del XX secolo i manifesti dominavano il panorama pubblicitario in tutto il mondo. Bellissimi poster dipinti a mano sono stati creati da alcuni degli artisti più importanti del mondo: uomini come Alphonse Mucha e Jules Chéret hanno prodotto in serie migliaia di poster colorati, invitando i consumatori ad acquistare un’ampia varietà di beni e servizi, partecipare a eventi speciali o viaggiare in luoghi esotici.

La litografia, il processo di stampa che ha reso possibile la produzione in serie di poster, è stata inventata nel 1798, ma è stato solo nel 1880 che il processo è stato finalmente in grado di produrre poster in modo affidabile in modo rapido ed economico. Questa svolta è stata dovuta a un processo innovativo creato da Jules Chèret  che ha permesso agli artisti di ottenere tutti i colori dell’arcobaleno. Gli artisti furono improvvisamente in grado di utilizzare la loro superba abilità artistica e la loro straordinaria maestria per creare, in maniera economica,  splendide opere d’arte su manifesti di carta facendo  nascere, quindi, una nuova forma d’arte, quella grafica delle affiche.

ALTRI ARTICOLI DELL’AUTRICE DEL BLOG

Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Fabbriche di  Carregine si mostra (nel 2021)

Pomposa, l’abbazia nel  Delta del Po

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Shinrin – yoku ovvero la terapia per la mente

Shinrin -yoku

C’è il giorno  e c’è la notte, fratello mio, due dolci  cose;

ci  sono il sole, la luna e le stelle, fratello, tutte dolci  cose;

e c’è anche il vento  sull’erica.

La vita è così dolce, fratello, chi  mai vorrebbe morire?

Tratto  dal  romanzo Lavengro  di  George Borrow (1851)

Shinrin –  yoku contro  ansia e depressione

La risposta alla domanda di  George Borrow è che nessuno vorrebbe morire ma, essendo l’eternità  cosa da dei, è giusto vivere nella maniera più dolce possibile.

 Non sempre, però, questo  è possibile sia per vicissitudini  personali oppure per situazioni complessive come la pandemia insegna: ed è proprio in queste situazioni  che ansia e depressione diventano  le fastidiose compagne di ogni  giorno.

Tralasciando  i  casi più gravi di  depressione dove l’intervento farmacologico è indispensable (insieme a un qualificato  supporto psicologico) si è visto che il contatto con ambienti  naturali, cioè lunghe passeggiate nei  boschi, giovano sia alla salute mentale che a quella fisica.

I primi  ad accorgersene  furono  gli scienziati  giapponesi  i quali  codificarono i benefici nella terapia che va sotto il nome di  Shinrin – yoku ( 森林浴 in lingua giapponese che tradotto  in italiano da il significato  di  bagno  nella foresta).

Il termine Shinrin – yoku fu  utilizzato  nel 1982 dal Ministero delle Foreste giapponese durante una campagna rivolta alla sanità pubblica e nell’ambito della medicina naturale diffusasi in Giappone a cominciare dagli  anni Ottanta.

In cosa consiste lo Shinrin – yoku?

L’ambiente naturale che ci  viene incontro offrendoci degli odori  quali  quello  del  legno  degli  alberi e della vegetazione, i suoni come lo scorrere di un ruscello e l’immagine complessiva del paesaggio  che ci  circonda, fanno si che si instauri in noi una sensazione di  totale rilassamento con conseguente riduzione dello  stress (tradotto in una riduzione del  cortisolo o ormone dello  stress) .

Poi, da un punto di  vista prettamente fisiologico, la terapia forestale stimola la produzione delle cellule NK (Natural Killer), primissima linea  del  sistema immunitario  per la soppressione delle cellule cancerogene e ciò sembra dovuto ai terpeni contenuti negli oli essenziali  che le piante rilasciano per difendersi  dall’attacco di  parassiti  e insetti.

La terapia forestale in Italia

Il territorio italiano per il 35 per cento  viene classificato  come montano mentre il 42 per cento come collinare, l’estensione forestale a oggi  corrisponde al 40 per cento dell’intero  territorio  nazionale (corrispondente a più di 11 milioni  di  ettari).

Le foreste sono importanti come fornitrici  di  materie prime rinnovabili, per la tutela idrogeologica ( l’Italia ne ha tanto  bisogno), per l’ossigenazione dell’aria e, naturalmente, per la conservazione e lo sviluppo  della biodiversità.

Se già da tempo questo modello lega la tutela ambientale con lo sviluppo economico, è da poco che si  guarda alla terapia forestale (se volete potete ancora chiamarla Shinrin – yoku) come possibile cura al  disagio mentale e incremento delle difese immunitarie.

Il Consiglio Nazionale per la Ricerca (CNR), in collaborazione con il Club Alpino  Italiano (CAI) ha condotto una ricerca nella quale duecento  volontari  (di  età compresa fra i 18 e 79 anni e con tutte le precauzioni  anti -Covid) hanno percorso per alcune ore facili  sentieri  nei  boschi  dell’Emila Romagna, Toscana e Trentino.

Al  termine di  queste escursioni, svolte in più giorni,   ai  partecipanti  è stato  consegnato un questionario in cui dovevano  esprimersi su una valutazione dei propri  livelli  d’ansia, depressione, difficolta nella  concentrazione e stress.

 In una fase successiva a queste semplici  escursioni  si  è aggiunta la presenza di psicoterapeuti che, a intervalli precisi durante l’escursione, hanno insegnato  ai partecipanti tecniche di  meditazione e consapevolezza dell’interazione tra i sensi e l’ambiente circostante.

Quanto  sopra scritto è semplicemente a titolo informativo, mentre per una maggiore visione dell’argomento  vi rimando alla guida Terapia forestale (visibile nel  box seguente) nata dalla collaborazione tra CAI e CNR liberamente scaricabile da questa pagina

terapia forestale

Il libro in anteprima

Il termine Shinrin-yoku, ovvero bagno di foresta, coniato in Giappone negli anni Ottanta dal direttore dell’ente forestale nipponico, fa riferimento all’immergersi nella natura con i cinque sensi.

Il bosco, la selva, sono uno stato della coscienza: la condizione in cui ogni desiderio fluisce senza sforzo verso il proprio compimento.

Lo Shinrin-yoku oggi è sempre più conosciuto e apprezzato come terapia preventiva. L’immersione nella natura ha effetti terapeutici comprovati anche scientificamente: è in grado di ridurre le concentrazioni dell’ormone dello stress nel corpo, di rinforzare il sistema immunitario, di regolare la pressione arteriosa e il battito cardiaco, di abbassare il colesterolo.

Lo Shinrin-yoku è un’avventura di profonda comunione con la natura. Si pratica in molti modi, ma quello più tradizionale è la passeggiata e la meditazione nel bosco o nella foresta.

L’immersione nella natura, quindi, può guarire le nostre difficoltà, perché la foresta ci conosce da sempre e nutre la nostra creatività, ed è provato che la creatività è la dote più utile all’uomo per la sua realizzazione nel mondo del lavoro e del denaro, assai più efficace del mero quoziente intellettivo o di altre doti logiche.

In questo libro vi sono le chiavi pratiche della relazione con la foresta che dona creatività. La foresta è un invito ad agire, perciò il modo migliore per comprendere quanto è esposto in questo libro è quello di mettere in pratica i rituali di immersione che esso descrive.

ALTRI ARTICOLI DELL’AUTRICE DEL BLOG

Cronobiologia per gufi  e allodole (ma non solo)

Dai funghi  alle piante è tutto  un mondo da leggere

Il cambiamento  climatico non è solo un gioco

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Rosalyn Yalow: da segretaria a premio Nobel

Rosalyn

Le donne devono  fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà.

Per fortuna non è difficile.

Charlotte Elizabeth Whitton

Il Premio Nobel di Rosalyn Sussman Yalow 

Rosalyn
Rosalyn Sussman Yalow

Nel 1977 mentre la RAI ufficialmente manda in pensione Carosello e negli  Stati Uniti Jimmy Carter diventa il 39° presidente della nazione americana, la nostra Rosalyn Sussman Yalow vince il premio Nobel per la medicina per il suo  lavoro  sul  dosaggio radioimmunologico degli ormoni proteici: tale scoperta ha impedito  nel  tempo che disfunzioni presenti alla nascita nella tiroide di alcuni  soggetti potevano essere curati  con terapia ormonale evitando, quindi, la patologia che va sotto il nome di  cretinismo.

Cretinismo
Il cretinismo o sindrome da deficit congenito di iodio è una patologia in cui vi è deficienza mentale e fisica permanente ed è causata solitamente da ipotiroidismo, cioè dalla carenza di ormoni provocata da un malfunzionamento congenito della ghiandola tiroidea o dell’ipofisi (cretinismo congenito) la quale può essere addirittura assente nel feto o nei primi mesi dalla nascita, oppure essere presente in forma rudimentale e incapace di produrre Tiroxina, Triiodotironina o somatotropina.

Può manifestarsi anche in epoca successiva alla nascita, sempre per grave mancanza di iodio nella dieta alimentare abituale (cretinismo endemico) o se la tiroide è malata o è stata rimossa chirurgicamente. Per la carenza di ormoni nello stato embrionale avviene una crescita irregolare delle fibre nervose che si collegano in modo irregolare all’interno del cervello causando danni irreversibili quali sordomutismo, nanismo, irregolare crescita delle ossa e delle articolazioni. Solo in rari casi il cretinismo si sviluppa per ereditarietà genetica e, in questo caso, si parla di cretinismo familiare.

Tratto da Wikipedia

  La biografia in poche parole

Rosalyn nasce il 19 luglio 1921 nel  quartiere del  Bronx a New York in una famiglia di origine ebrea.

Dopo il liceo frequenta l’Hunter College  nell’East Side di  Manhattan (università pubblica tutt’ora di  chiara fama)  dove sua madre Clara sperava che lei  diventasse insegnante e invece, intestardendosi contro il volere materno, Rosalyn indirizza i  suoi  studi  verso  la fisica.

In un mondo dove la donna poteva aspirare solo  a determinati  ruoli, diventando  tutt’al più insegnante, i suoi docenti le dissero  subito  che la sua aspirazione di  diventare una scienziata non avrebbe avuto nessuna speranza e che, quindi, per mantenersi  poteva solo diventare la segretaria di uno  scienziato.

Con molto pragmatismo lei  accettò il suggerimento  (in qualche maniera doveva pagarsi  gli  studi) e si  fece assumere come segretaria dattilografa part – time dal  biochimico Rudolf Schoenheimer e, in seguito, divenne anche la segretaria di un  altro  biochimico, Michael Heidelberger, che molto  carinamente le disse di  orientare i suoi  studi verso  la stenografia….

Nonostante tutto  si  laurea all’Hunter College nel gennaio  del 1941.

Appena un mese dopo essersi  laureata le venne offerto  un posto come assistente all’insegnamento nel Dipartimento di  Fisica dell’Università dell’Illinois.

Questo impiego  la mise subito a confronto  con quel mondo  accademico  maschile che controllava le opportunità di  formazione e promozione professionale inoltre, quando entrò a far parte del  corpo docente nel  settembre del 1941, lei  era l’unica donna fra 400 professori e assistenti  didattici (la prima dal 1917).

Eppure il suo  talento riuscì a conquistare il rispetto dei  colleghi  maschi  e il loro  incoraggiamento ad andare avanti.

Rosalyn e il femminismo

Sposata e madre di  due figli considerava i  ruoli  tradizionali di una donna (madre e moglie devota) come priorità e per questo non divenne mai  sostenitrici delle organizzazioni femminili nate per la protezione delle donne nel  lavoro.

Anzi si  spinse a dichiarare:

Mi da fastidio che ora ci  siano  organizzazioni per le donne nel  campo  della scienza, il che significa che pensano di  dover essere trattate in modo diverso  dagli uomini.

Non approvo⌋  

Questo suo modo di  pensare non le impedì di  aiutare altre giovani  donne se vedeva in loro un potenziale per diventare delle vere scienziate.

Rosalyn Sussman Yalow è morta a New York il 30 maggio  2011

Il libro in anteprima 

Massimo di  Terlizzi nel  suo  libro  Donne da Nobel offre la biografia di  quarantotto  donne che hanno  dedicato  la propria vita allo  studio e alla scienza.

Quarantotto donne.

Quarantotto storie di vite incredibili, una diversa dall’altra, legate da un unico filo conduttore. Questo libro vuole rendere omaggio a tutte coloro che con le loro scoperte rivoluzionarie e il loro operato hanno cambiato per sempre la storia dell’umanità e che per questo sono state insignite dell’onorificenza più prestigiosa, il premio Nobel.

Scorrendo le biografie si ha la percezione di quanto sia cambiata la società dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi, anche dal punto di vista dell’emancipazione femminile. Si comprende quanto sia stato complicato per le nate a inizio del ’900 avere accesso a un’istruzione superiore ed essere considerate dai colleghi maschi. Molte hanno dovuto lottare duramente per affermarsi e far conoscere il loro talento, a dispetto anche della famiglia, che le voleva esclusivamente mogli e madri.

Ma credevano in se stesse, avevano un sogno che le portava a superare qualsiasi difficoltà, con un’incrollabile determinazione.

Queste donne dimostrano che con la perseveranza e l’apertura verso gli altri si può arrivare dove si desidera e che, come insegnava la grande Rita Levi Montalcini (Nobel per la Medicina), la chiave dell’esistenza umana non è l’amore, bensì la curiosità

ALTRI SCRITTI

Berthe Morisot: l’impressionista 

Aphra Behn: una donna emancipata del  XVII secolo

Trotula de’ Ruggiero e la sinfonia del  corpo  femminile

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

La Villa Reale di Monza (chiusa al pubblico fino a…?)

Villa Reale di Monza

A oggi la Villa Reale di  Monza rimane chiusa per le disposizioni restrittive volute dal  governo a causa dell’epidemia Covid-19.

Questa situazione però sembra dover durare a lungo a causa di  un contenzioso legale  tra il concessionario privato e il Consorzio Villa Reale e Parco  di Monza.

Il contenzioso  legale non solo produrrà un danno economico ma, soprattutto, creerà un vuoto  culturale in quanto le mostre previste dopo  l’emergenza Covid sono state sospese se non addirittura cancellate.

La speranza è che tutto  si  risolva in meglio  anche per salvaguardare i posti  di  lavoro di  coloro  che lavorano  nella gestione della Villa Reale. ⌋ 

La Villa Reale di Monza: una storia in poche parole 

Villa Reale di Monza
Ritratto di Maria Teresa d’Austria (Martin van Meytens, 1759 – Accademia di Belle Arti di Vienna)

La Villa Reale di Monza venne costruita tra il 1770 e il 1780 per volontà dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria come residenza estiva per il figlio Ferdinando  d’Asburgo, governatore generale della Lombardia.

 In effetti la dimora doveva essere una semplice casa di  campagna ma, considerando i 100.000 zecchini  stanziati per la sua costruzione (non conoscendo il valore di uno  zecchino  posso  solo immaginare che la somma fosse enorme), si pensò a una vera e propria reggia.

Il progetto  venne affidato all’architetto Giuseppe (Giorgio Pietro  Baldassare) Piermarini, il quale si  ispirò alla magnificenza della reggia di  Caserta alla cui  realizzazione aveva partecipato  come allievo dell’architetto  e pittore Luigi  Vanvitelli.

Quindi, al  corpo  centrale di  rappresentanza, furono aggiunte due ali laterali dedicate alle stanze padronali e degli  ospiti con altre due sezioni destinate ai  servizi: il risultato  fu  quello  di  avere un numero  di  stanze pari a quasi settecento (pensa pulirle tutte…..).

Con il passare dei  secoli, arrivando  al Novecento, la Villa Reale subì un notevole degrado che andò  peggiorando  nel  periodo  tra le due guerre mondiali e i  decenni  successivi.

Bisogna aspettare la fine degli anni Novanta del  secolo  scorso per vedere finalmente la rinascita del  sito: nel 1996 avviene la cessione gratuita di  gran parte di  esso al Comune di  Milano e quello  di  Monza con il Demanio  dello  Stato  che resta proprietario  di  altre parti.

Villa reale di Monza

La Villa Reale nelle mie immagini

Interno

Esterno

ALTRI SCRITTI
Villa Reale di Monza
Che inquadratura….(esterno della Villa Reale di Monza)

Nel Delfinato tra laghi e crêpes 

Vulcania: il progetto postumo di Katia e Maurice Kraft

Pomposa, l’abbazia nel  delta del  Po

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Il can can, una ballerina e il suo pittore

can can

Finirai per gettare al  vento la tua vita al  Moulin Rouge con una ballerina di  can – can

Frase tratta dal film Moulin Rouge! (2001)

Il can – can del  Moulin Rouge 

Scrivere su  quello  che la Belle époque  ha significato  dal  punto  di  vista sociale e artistico, nonché le nuove invenzioni che si ebbero in quel periodo anticamera della modernità, sarebbe per questa povera scrivana un compito assai  arduo (d’altronde questo  blog non ha la pretesa di  essere fonte di  conoscenza, bensì di  mera curiosità sul mondo tout court).

 Se nel mio  precedente articolo ho accennato alla parentesi di  apparente felicità apportata dalle novità della Belle époque (le classi meno abbienti hanno solo  goduto  parzialmente di  questa felicità) oggi mi focalizzo sull’aspetto più mondano, non per questo scevro di  apporti  culturali.

Quindi salite a bordo della DeLorean DMC – 12 modificata dallo scienziato  Emmett Brown (il Doc protagonista di  Ritorno  al  futuro) e rechiamoci a Parigi in una data particolare e cioè il 6 ottobre 1889 quando a Pigalle , nel XVIII arrondissement,  viene inaugurato un locale che diventerà famoso nel  tempo: il Moulin Rouge.

can can
Affiche che pubblicizza il Moulin Rouge con la famosa ballerina soprannominata La Goulue (Toulouse Lautrec – 1891)

Che cosa si  fa nel locale fondato  dall’impresario teatrale Charles Zidler e dal  suo  socio Josep Oller i Roca in quegli  anni?

Ovviamente, non essendo un luogo  di  penitenze e frequentato da tutti i ceti  sociali, si  andava lì per divertirsi assistendo agli spettacoli, si  beveva molto (fiumi di  assenzio) e per fare nuove amicizie.

Ma se si parla di  Moulin Rouge è inevitabile legare a questo nome quello del  ballo sfrenato del  can – can.

Il can - can
Si vuole fare derivare l’origine del can – can dalla quadriglia tradizionale italiana, diffusa su tutto il territorio, in particolare nel centro – sud. Il movimento durante il ballo si compone di una sequenza di quattro passi che si ripetono durante l’esecuzione: le ballerine saltellano sul posto, nel primo e terzo passo, toccano per terra con ambo i piedi nel secondo, mentre nel quarto con un piede solo slanciando in alto l’altra gamba, alternando lo slancio a gamba piegata, sollevando il ginocchio, con quello a gamba tesa. Questa tecnica di ballo fu inventata dalla ballerina francese Louise Weber, (nella foto) soprannominata la Goulue (la Golosa) ed è lo stile del can – can ballato nel Moulin Rouge

can can
Louise Weber

Il pittore

can can
Henri de Toulouse-Lautrec

Henri Marie Raymond de Toulouse- Lautrec – Monfta ( Albi, 24 novembre 1864 – Malromé, 9 settembre 1901): dalla lunghezza del nome è facilmente intuibile le origini  nobili  di  colui  che sarà uno dei più grandi pittori di  fine Ottocento.

Infatti il padre era il conte Alphonse-Charlese-Marie de Toulouse-Lautrec-Monfta, mentre la madre era la contessa  Adéle-Zoë-Marie- Marquette Tapié de Céleyran: i due, in virtù del  fatto che all’epoca era consuetudine sposarsi  fra consanguinei per mantenere la purezza del  sangue blu (colore del sangue condiviso  con alcuni tipi  di verme), si  sposarono il 10 maggio 1863.

Il matrimonio fra consanguinei può comportare gravi conseguenze a carico del  patrimonio  genetico  dei figli: infatti nella famiglia Toulouse-Lautrec non erano  infrequenti nascite con prole portatrici   di  gravi  malattie che ne diminuivano drasticamente la durata della vita (Richard, fratello di Henry Toulouse-Lautrec, morì in tenera età per una di  queste malattie).

Inevitabilmente anche Henry Toulouse – Lautrec fu  portatore di una rara malattia  ossea che gli procurò, tra l’altro, anche la frattura dei  femori e forti dolori  : la picnodisostosi,

Nel 1872, quando  aveva diciassette anni, con la madre si  recò a Parigi  per iscriversi  al Lycée Fontanes ed è in questo periodo  che stringe amicizia con due pittori e cioè René Princeteau e Maurice Javant, i quali riconobbero in Toulouse – Lautrec il genio pittorico stimolandolo  a proseguire nella carriera artistica.

L’incorraggiamento dei  suoi  amici  parigini  non fu lo stesso che trovò in famiglia, anzi, pur non ostacolando il desiderio  del figlio di  diventare pittore, il padre Alphonse gli  chiese di  adottare uno pseudonimo (per il buon nome del casato), così che troviamo il nome di Tréclau (anagramma di  Lautrec) impresso nelle sue prime tele.

Alphonse però sa di non poter competere con la caparbietà del  figlio per cui, in un certo  senso, lo  asseconda cercando  di indirizzarlo verso  la   tradizione accademica, cosa che Henry seguì di  fare fintanto  che prese la decisione di  cambiare completamente il suo  stile dedicandosi  ai manifesti contribuendo, in questa maniera, a fare entrare l’arte nelle case di tutti (un po’ come una volta si  tappezzava la propria cameretta con i manifesti dei  film o  dei  cantanti preferiti…si  fa ancora?).

Ma la vera  preoccupazione che Henry procurava alla famiglia era di  diversa natura e cioè la frequentazione dei  bordelli e una conseguente vita dissoluta che gli procurò la sifilide e problemi  con l’alcol ma, soprattutto con la droga di  allora: l’assenzio, bevanda  proibita  in Europa all’inizio del  XX secolo.

 La sua casa era Montmartre 

Per uno spirito bohémienne  come il suo  non poteva che essere Montmartre la scelta parigina dove vivere: cabaret, caffè concerto, sale da ballo erano il luogo ideale per incontrare poeti, scrittori, attori, artisti  di  vario  genere e, ovviamente, donne molto  allegre.

Era questo  un mondo estremamente vitale con una  piena osmosi sociale che abbatteva ogni  divisione tra ricco  e povero, tra aristocratico  e popolare. E’ ovvio  che solo  in questo  contesto si poteva avere la spinta verso nuove forme artistiche e la trasgressione di una morale che impastoiava il libero  pensiero.

Il crepuscolo prima della fine 

Cosa resta alla fine dopo  gli  eccessi di una vita certo dissoluta,  ma anche piena di  soddisfazioni  artistiche?

Henry Toulouse – Lautrec sente svanire le sue forze, sente di non avere più la capacità artistiche di un tempo  e quindi decide nel 1901 di  fare testamento e di  rifugiarsi  a Malromé nel  castello della famiglia assistito  dalla madre fino all’ultimo  dei  suoi  giorni: il 9 settembre di  quell’anno.

Dapprima venne inumato a Saint-André-du-Bois mentre in seguito  la sua salma venne traslata a Verdelais in Gironda.

Ad Albi, sua città natale, si trova il Musée Toulouse-Lautrec 

La ballerina

can can
Jane Avril in una foto del 1893

Per chi  la vide ballare, o ebbe la fortuna di  conoscerla, Jane Avril (nome d’arte di Jeanne Louise Beaudon nata il 9 giugno 1868 e morta il 17 gennaio  1943) era una donna la cui personalità oscillava tra l’essere fragile, altezzosa, seducente, bizzarra: in poche parole non passava inosservata.

Soprattutto lo era quando  si  esibiva nel  can-can al Moulin Rouge, dove troverà un suo inestimabile fan e cioè Henry Toulouse – Lautrec che ne farà il soggetto dei  suoi  dipinti, ma anche Pablo  Picasso la ritrasse nel 1901 per il ritratto Dance la loge (1901)

Ma la vita di  Jeanne inizia non certamente in maniera idilliaca: nasce dalla relazione di sua madre, Léontine Clarisse Beaudon  di mestiere prostituta (conosciuta con il nome di La Belle Èlise) e l’aristocretico italiano Luigi  de Font il quale abbandonerà la madre quando  lei  aveva appena due anni.

Vivrà con la madre alcolizzata che la maltratta fintanto che Jeanne, ormai  adolescente,  decide di  fuggire di  casa ma, purtroppo  per lei,   a soli 14 anni viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico  di Salpêtrére a Parigi con la diagnosi  di isteria.

Qui riceve le cure di Jean – Martin  Charcot considerato il padre della neurologia (nonché ispiratore di  Sigmund Freud per gli  studi  sull’isteria).

Il luminare ebbe l’idea di organizzare un ballo  tra le pazienti e il personale medico  e  proprio in questo  frangente Jeanne scopri che il ballo  le consentiva di  far scomparire i sintomi del  suo  disagio  neurologico.

Dopo  due anni viene dimessa per tornare a vivere con la madre la quale semplicemente le consiglia di  essere carina con uomini di una certa età che l’avrebbero  ricoperta d’oro per i  suoi  baci  (e ovviamente anche per altro).

A Jeanne la vita che le prospetta la madre proprio non le va a genio, quindi  fugge di  casa ma, quasi  come uno  scherzo  del  destino, troverà rifugio proprio  tra le braccia delle donne di una casa di  tolleranza.

Nel 1888 inizia una relazione con lo  scrittore francese  René Boylesve (pseudonimo di René Tardivaux) e sembra che sia stato proprio lo  scrittore a suggerire il nome d’arte della futura ballerina e cioè Jane Avril.

Consacrata al  ballo Jane Avril approda al  Moulin Rouge nel 1889 (qui  le viene dato il soprannome La Mélinite in omaggio al  suo  stile di  ballo) per poi finire al più prestigioso Jardin de Paris sugli  Champs-Èlysées.

Nel 1895 ritorna al  Moulin Rouge per sostituire Louise Weber e l’anno  dopo  porterà il can-can in trasferta a Londra.

Dopo una breve  relazione  con May Milton, una giovane ballerina del  Moulin Rouge, ebbe un figlio dal  rapporto  con un uomo di  cui non so proprio il nome.

La danza la porterà anche al  teatro in un ruolo  per il Peer Gynt del  drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

Peer Gynt
Peer Gynt è un poema drammatico in cinque atti rappresentato per la rima volta a Oslo il 24 febbraio 1876 con le musiche di scena di Edward Grieg. Alcune parti della suite, specie Il Mattino (descritto come il can-can dei troll) sono state spesso impiegate al cinema: da M – il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang a Scoop di Woody Allen. In Italia qualcuno forse ricorderà un Carosello degli anni ’70, quando l’atore Mimmo Graig interpretava la pubblicità per l’Olio Sasso.

Il suo  ritiro  dalle scene avvenne per lei  nel 1905; sei  anni  dopo, nel 1911, sposò l’artista francese Maurice Blais (1872 – 1926) che adottò il figlio.

Il matrimonio  durò fino  all’inizio  degli  anni ’20 (Blaise morì in seguito per una malattia polmonare).

La Grande Depressione mandò Jane Avril letteralmente in bancarotta: morirà in povertà il 17 gennaio 1943 e seppellita nella tomba di  famiglia dei Blais nel  cimitero di Pierre Lachaise di Parigi.

Nel 1952 l’attrice Zsa Zsa Gabor interpreta Jane Avril nel  film Moulin Rouge di John Huston.

Nel 2001 toccherà a Nicole Kidman a reinterpretare (in maniera semi – romanzata) il ruolo  della ballerina nel  film Moulin Rouge! del  regista Baz Luhrmann

Termina qui la seconda e ultima parte dedicata alla Belle époque

Il libro in anteprima

Jane Avril è stata la più celebre ballerina della Belle Époque, la musa di Toulouse-Lautrec, un’interprete ideale dell’euforia del suo tempo.

Figlia illegittima di un nobile italiano e di una cortigiana, comincia queste memorie raccontando l’adolescenza guastata dalle crudeltà della madre, le crisi nervose, il suicidio sventato dall’intervento di una prostituta, il ricovero nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrère.

È qui, sotto le cure del pioniere dell’ipnosi Charcot, che la futura ballerina scopre la danza, una vocazione che la porterà al proprio riscatto sui palchi dei café parigini e negli atelier degli artisti.

È la storia, narrata con disarmante sincerità, di una guerra contro l’infelicità combattuta nel nome della leggerezza, sullo sfondo di una Parigi a un tempo dorata e sordida.

ALTRI SCRITTI

La Belle èpoque, ovvero il can can delle emozioni

LoÏe Fuller: una danzatrice nella Belle époque parigina

Isadora Duncan: seguendo  il ritmo  delle onde

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

La Belle époque, ovvero il can can delle emozioni

Belle époque

Nel periodo storico  che va sotto il nome di  Belle époque i progressi  della scienza e della tecnica furono  senza paragoni con le epoche passate.

Benefici di  queste scoperte portarono  a standard di  vita notevoli e a miglioramenti  sociali.

L’illuminazione elettrica, la radio, l’automobile, il cinema e altre comodità contribuirono a un miglioramento  delle condizioni  di vita e al  diffondersi di un senso  di  ottimismo…

 da  Wikipedia

 

    Vivere nella Belle époque (soprattutto  a Parigi)

Ho incontrato Doc ( ossia Emmett Brown, lo scienziato un po’folle protagonista della trilogia di  Ritorno  al  futuro) per chiedergli un passaggio  sulla sua DeLorean DMC -12 modificata per i  viaggi  nel  tempo, con destinazione la Belle époque parigina.

Ma ho come l’impressione che dovrò accontentarmi solo  di ciò che la storia racconta a riguardo di  quel  periodo apparentemente felice.

Belle époque
Dopo l’ufficio alla chiesa della Santa Trinità (1900) – Jean Béraud – Museo Carnavalet, Parigi

 Quella che oggi  chiamiamo Belle époque rappresenta una parentesi felice tra la fine della guerra franco -prussiana e l’inizio  della Prima guerra mondiale (a cui  si  aggiungerà la tragedia della pandemia dovuta all’influenza della spagnola): dal 1871 al 1914 fu un epoca di  scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, nonchè di  cambiamenti nella società di  cui  beneficiarono, anche se in misura minore rispetto  ai più abbienti, le classi proletarie.

Pur volendo  considerare la Belle époque un fenomeno mondiale, è la Francia, specificatamente Parigi, ad avere un legame indissolubile con essa.

La capitale francese aveva già visto un drastico  cambiamento nel  tessuto  urbanistico  durante il Secondo impero (1852 – 1870), quando Georges Eugène Haussmann (conosciuto  come  barone Haussmann) demolì gli  angusti  quartieri  medievali per dare spazio  ad ampi e luminosi  boulevard e consentire l’afflusso di un maggior numero di persone e carrozze.

Belle époque
Le Boulevard des Italiens (1900)

Di pari passo a questa ristrutturazione urbanistica Haussmann (barone) fece in modo  che Parigi  si  dotasse di una rete fognaria moderna, giardini  pubblici e illuminazione pubblica con lampioni  a gas (da qui l’etichetta alla città di  Ville Lumière).

Ovviamente questo  ammodernamento  comportò lo spostamento  verso  le periferie (che non godevano  certo delle agevolezze delle strade più centrali) delle classi popolari, in pratica la moderna banlieue.

Nel 1878 l’illuminazione dei lampioni a gas della Ville Lumière viene sostituita da quelli  a energia elettrica: ed è proprio l’elettricità che darà lo  slancio negli  anni  a venire della Belle époque allo  sviluppo  del trasporto pubblico: nel 1898 venne inaugurata la prima linea urbana di  tram  elettrici che con il tempo sostituì gli omnibus trainati  dai  cavalli (l’ultima loro corsa nel 1913), mentre bisogna aspettare il 1905 per vedere i primi  taxi girare per le strade di Parigi.

E’ il metrò la grande rivoluzione del  trasporto  pubblico  parigino: inaugurata il 19 luglio 1900 entusiasmò subito i cittadini (a parte un incendio  che provocò la morte di 84 persone nel 1903), fino  a arrivare alla stima  di 500 milioni di passeggeri nel 1914.

Belle époque

Per concludere questa piccola carrellata della Belle époque parigina   come non fare un cenno al  suo  simbolo e cioè  la Torre Eiffel: inaugurata  il 31 marzo 1889 in occasione dell’Esposizione universale diventò subito il simbolo  di una città  moderna  e  cosmopolita come Parigi sa essere.

Fine della prima parte dedicata alla Belle époque.

Nella seconda puntata parlerò della donna di  quell’epoca, di  ballerine e di pittori ammaliati  dalla Ville Lumière ⌋ 

Il libro in anteprima 

La fine dell’800 e l’inizio del 900 è stata un’epoca, dove la scienza, la tecnologia e l’invenzione, hanno caratterizzato il risultato delle operazioni del pensiero e di applicazione sul piano pratico e il progresso, in una forma del tutto insolita, ma nuova, ha generato l’inizio di un benessere e la sua decadenza.⌋ 

ALTRI SCRITTI

Un oceano di  quiete: questa è la libreria

Berlino: fuga dal  Muro con sponsor

Fulcanelli: un alchimista nelle cattedrali

 Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥ 

Lo spazio è pieno di vita (bisogna solo scoprire dov’è)

Spazio

La prova più evidente che esistono altre forme di  vita intelligente nell’universo è che nessuna di  esse ha mai provato a contattarci

Bill Watterson

Tanto  spazio per essere disabitato?

L’ironica frase di  Bill Watterson ha un sottinteso, che è quello di  credere nella possibilità di  esistenza di  altre forme di  vita nell’universo (e che gli stessi extraterrestri, guardando la nostra storia fatta in parte  di  guerre e pregiudizi, preferiscono defilarsi).

A fare da contrappunto  alla dichiarazione del  fumettista è quella di uno  scienziato del calibro  di  Enrico  Fermi (anche se la  frase a lui  attribuita sembra essere stata estrapolata da un discorso  più ampio):

Se gli extraterrestri  esistono in abbondanza, alcune forme di  vita avrebbero raggiunto un grado  di  civiltà tale da avere inventato i viaggi interstellari.

Come mai  non sono ancora arrivati  fra noi?

A ben vedere la risposta potrebbe essere la stessa data alla frase di Bill Watterson…..

Eppure, secondo alcuni, gli extraterrestri visitando in passato la nostra cara Terra avrebbero lasciato  testimonianze di  sè e  cioè: cerchi  nel grano, piramidi, geoglifi  (Nazca) fino allo  schiantarsi  della loro nave spaziale e conseguente segregazione in basi ultra segrete (vedi  Area 51).

Ma se alla fantasia non si può porre dei limiti, la scienza utilizzando i suoi metodi non pone limiti  alla scoperta di una possibile forma di  vita: per questo motivo sono nati progetti  ad hoc quali  SETI  e messaggi  della nostra esistenza  come quello lanciato insieme alla sonda Pioneer 10  il 3 marzo 1972.

spazio
Simboli inseriti nella sonda Pioneer 10, con indicazioni sul nostro pianeta nel caso la sonda venga intercettata da una civiltà extraterrestre.

Sinceramente non so dove sia finito Pioneer 10 (forse venduto  come pezzo  d’antiquariato  al  mercato  di  Tatooine) ma è certo che, oltre al nostro sistema planetario, di mondi  ve ne sono  a bizzeffe, e vuoi  che almeno  uno  non ospiti una civiltà avanzata?

Di  questo ne è convinto l’astronomo statunitense Frank Drake (co – fondatore insieme a Carl Sagan di  SETI) a cui  si  deve la formula matematica, nota come equazione di  Drake o formula di  Green Bank,  calcola il numero  di  civiltà extraterrestri  esistenti  nella nostra galassia in grado  di  comunicare con noi.

Equazione di Drake (fonte Wikipedia)

Segnali  dallo  spazio profondo

Immaginiamo per un momento di essere un astronomo  di  turno in uno dei  radiotelescopi utilizzato nel programma SETI: è notte, fa molto caldo (è il giorno  di  ferragosto  del 1977), non abbiamo internet, niente WhatsApp, Instagram o Facebook: solo  qualche rivista, magari un libro per riempire le lunghe ore della notte.

Improvvisamente le macchine evidenziano un segnale di  forte intensità proveniente al  di là del sistema solare, precisamente dalla costellazione del  Sagittario,  la cui  durata è poco più di un minuto.

L’astronomo corre a stampare il tabulato dell’analisi del segnale anomalo, evidenziando  la traccia con un grosso  Wow!

spazio

 

Naturalmente questa è solo  una mia  fantasiosa ricostruzione di  quella notte: in verità Jerry R. Ehman, l’astronomo di  turno  presso il radiotelescopio Big Ear dell’Università statale dell’Ohio impiegato  nel programma SETI, era molto impegnato  nel  suo  lavoro tanto  che, allo  stupore di  quanto visto, fece subito  capolino  la razionalità dello  scienziato il quale,  senza escludere che la causa di  quel  segnale poteva essere quello  inviato da una civiltà tecnologicamente avanzata, non scartava l’ipotesi  che esso  fosse del  tutto naturale.

Da allora quello  che storicamente venne chiamato  Wow Signal non si  ripeté mai più.

Ma qualcosa di  analogo  è accaduto  solo pochi  giorni fa e cioè quando  gli  astronomi addetti  al Breakthrough Listen Project, utilizzando il radiotelescopio Parkes posto nel New South Wales in Australia, hanno  captato un segnale anomalo  proveniente dalla stella Proxima Centauri che dista dal  Sole solo 4,2 anni  luce (una bazzecola se si  possiede il motore a curvatura della nave stellare Enterprise, quella di  Star Trek).

Anche in questo  caso, però, la cautela è massima tanto  che lo stesso  SETI osserva che le possibili fonti del  segnale potrebbero essere diverse, anche proveniente da uno  dei 2700 satelliti  orbitanti  intorno  alla Terra.

Quale linguaggio per comunicare con ET?

 La soluzione che trovò Steven Spielberg per comunicare con gli  alieni nel  film Incontri  ravvicinati  del  terzo  tipo è senz’altro molto  spettacolare (ma altrettanto chiassosa), eppure nella realtà, e in passato, altri  hanno avuto qualche idea per comunicare con gli  alieni. 

Come, ad esempio, l’astronomo austriaco  Joseph Johann von Littrow il quale nel 19° secolo pensò che la cosa migliore fosse quella di  scavare enormi trincee nel deserto  del  Sahara per poi  riempirle di  acqua e petrolio e dare quindi fuoco  al tutto  affinché il messaggio  potesse essere visto da qualunque alieno  di passaggio  sulla Terra.

Più seria (e decisamente meno inquinante) fu  la scelta di  creare un vero  e proprio linguaggio basato  su  formule algebriche creato dal  matematico  tedesco Hans Freudenthal.

A questo linguaggio  venne dato il nome di Lincos e  descritto  dall’autore stesso  nel  libro Design of a Language for Cosmic Intercourse, Part 1 (la seconda parte non venne mai  scritta per la morte di Hans Freudenthal avvenuta nel 1990).

Per quanto  la comunità scientifica abbia in maggior parte accolto in maniera favorevole Lincos, il linguaggio non è mai  stato utilizzato  per inviare messaggi  nello  spazio.

A questo punto  come non ricordare quello che  invece fu  inviato dall’osservatorio  di  Arecibo nel 1974 e rammaricarci  del  crollo per mancanza di  manutenzione di  questo storico radiotelescopio.

spazio

Per concludere 

La distanza, misurata in anni luce tra noi  e gli  eventuali  loro, non è un problema da poco: mettiamo  il caso che ET mandi il suo  ciao alla velocità della luce e che il suo pianeta disti  dalla Terra centinaia se non migliaia di  anni luce, per cui  la nostra educata risposta al  suo  ciao impiegherebbe lo stesso  tempo  per arrivare al pianeta X: in questo  lasso  temporale può essere che uno  delle due civiltà (se non entrambe) si  siano  estinti  per varie cause come, ad esempio, l’impatto  con  un asteroide (i dinosauri  ne sanno  qualcosa).

Eppure gli  scienziati hanno teorizzato una possibilità per accorciare queste  distanze attraverso i wormhole (o  tunnel  spaziali….ancora Star Trek)

La teoria fu ipotizzata da Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935 utilizzando la Teoria della relatività generale e, quindi, l’esistenza (teorica) dei  wormhole.

Tutto qui!

ALTRI SCRITTI

La Luna tra la grande Madre e la scienza 

In viaggio verso  le stelle e mondi  alieni

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Il cambiamento climatico non è solo un gioco

cambiamento  climatico

Quando  si  interviene in modo molto  violento  sull’ambiente si provocano  squilibri  ecologici ma, soprattutto, si  creano  condizioni ideali per lo  sviluppo  di microrganismi patogeni.

I dati  a disposizione dicono  che le malattie emergenti sono, nella maggior parte dei  casi, dovute ad agenti patogeni che già esistevano in focolai  ristretti e che sono usciti  dall’ombra  perché hanno beneficiato di modificazioni improvvise dell’ambiente.

Tratto  da un’intervista a Stephen Morse dell’Università Rockefeller di  New York (ottobre 1996)

Il cambiamento  climatico e la pandemia

Quando  ventiquattro  anni  fa Stephen Morse pronunciò quelle parole in un’intervista certo non pensava che quello che affermava  sarebbe accaduto  un paio  di  decenni  dopo, e cioè la pandemia da Covid – 19 che (tragicamente) stiamo  vivendo.

Come del  resto avevamo relegato  a un mero  ricordo  del passato l’altra pandemia avvenuta giusto un secolo  fa e cioè la febbre Spagnola che causò la morte di  cinquanta milioni  di individui in tutto il mondo.

Il confronto con la malattia del passato non deve, però, spaventarci: oggi  la scienza è in grado di offrire vaccini per sconfiggere del tutto la pandemia, anche se da più parti si levano  dubbi riguardo  alla  velocità con la quale diverse case farmaceutiche hanno approntato  il proprio  vaccino per metterlo in commercio (immaginate un po’ il fiume di  denaro che gira intorno  a questo  business) a scapito di una sperimentazione che, di  solito, dura ben  più di  qualche mese.

Certo è che il virus del  Covid – 19 è stato trasmesso  da animale (pipistrello?) a uomo ma, ritornando  alle parole di  Stephen Morse, è indubbio che uno squilibrio  ecologico sia stato, come dire, il detonatore che ha fatto  esplodere la pandemia.

Tralasciando la retorica dell’usciremo migliori  da questa esperienza  – per il momento  vedo intorno  a me  persone per lo più impaurite e disorientate dai  continui proclami  di  scienziati che dovrebbero pensare di più al proprio  lavoro  che presenziare nei  talk – show (senza per questo dimenticare lo stillicidio dei continui Dpcm che instillano  solo ulteriore confusione) – penso  che ormai sia giunto il momento in cui  le nazioni hanno  compreso  che il tanto  auspicato Green New Deal non può più attendere per far si  che la nostra vita diventi migliore

Il gioco che non è un gioco

cambiamento  climatico

Change Game è un gioco  di  simulazione (in realtà è una App)  in cui  intervenendo  su  diversi  parametri si può vedere il loro effetto generale su l cambiamento climatico.

 L’App  è stata ideata dal Centro Euro -Mediterraneo sui  Cambiamenti  Climatici ( CMCC) ed è scaricabile gratuitamente sia da Google Play che App Store.

cambiamento  climatico

Più complesso è il programma di  simulazione Climate interactive En-Roads progettato dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) attraverso  la sua scuola di  business  Sloan School of Management: il simulatore permette di  esplorare le conseguenze sul clima dovute alle politiche energetiche, crescita economica e consumo  del  suolo, oltre che fornire una valutazione sulle scelte per contenere l’aumento della temperatura futura entro i 2°C.

…….Qualcosa di più semplice?

Il libro in anteprima

Nell’ottobre del 2012 David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico  statunitense, diede alle stampe Spillover  sulla possibile pandemia dovuta a un virus che avrebbe fatto un salto  di  specie.

Il libro  ebbe un notevole successo e oggi, più che mai, una sua lettura sarebbe consigliabile.

Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all’altro fare un salto di specie – uno spillover in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani.

Il libro è unico nel suo genere: un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ reportage, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali Quammen ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi.

L’autore ha intervistato testimoni, medici e sopravvissuti, ha investigato e raccontato con stile quasi da poliziesco la corsa alla comprensione dei meccanismi delle malattie.

ALTRI SCRITTI

Green New Deal? Possiamo almeno provarci

Il glifosato, un problema non ancora risolto

In viaggio verso  le stelle e mondi  alieni

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥