Poesia, basilico e pesto per un minestrone (quello alla genovese)

I fiori e la farfalla
©caterinAndemme

Il poeta e il basilico 

John Keats  ispirandosi  al  Decameron di Giovanni Boccaccio  scrisse il poema Isabella, or the Pot of Basil 

Fair Isabel, poor simple Isabel

Lorenzo, a young palmer in Love’s eye!

They could  not in the self-same mansion dwell.

Without some stir of hearth, some malady;

They could not sit at meals but feel how well

It soothed each  to be the other by;

They  could not, sure, beneath the same roof sleep

But to each other dream, and nightly weep…

Il resto  del poema in questa pagina 

Isabella and the pot of basil
William Holman Hunt (1868)

 

In pratica è la storia di  una nobildonna, appunto  Isabella, pur essendo  destinata a sposare un uomo molto  ricco si innamora di  Lorenzo, bello, squattrinato  e sfortunato perché verrà ucciso  dai  fratelli  di lei affinché il suo  matrimonio con il ricco  gentiluomo non vada a rotoli.

Lorenzo, in spirito, si  rivela ad Isabella dicendole dove il suo  corpo  giace in modo che possa dissotterrarlo.

Lei, spinta dall’amore per il suo  Lorenzo  (e da una sua  particolare visione in stile horror del  sentimento dell’amore) taglia la testa dal  corpo  dell’amato e la sotterra in un vaso coprendo  l’odore con una profumatissima pianta di  basilico facendola crescere con le sue lacrime.

Il basilico in cucina

Noi che siamo  donne pratiche le lacrime le versiamo quando  affettiamo le cipolle e, talvolta, per qualche ragione personale: mai, però, sulla testa dell’amato(a), per giunta se questa è celata sotto una pianta di  basilico, la stessa che utilizzeremo per la preparazione dei nostri piatti.

A questo punto, parlando di  basilico e di  cucina ligure, la prima cosa che viene in mente è il pesto alla genovese, quello vero con aglio e basilico  e non quegli intrugli in barattoli di  vetro  spacciati  per tale.

Per concludere l’articolo alla fine troverete la ricetta del pesto (?): no, quella del minestrone alla genovese (con il pesto  come ingrediente)


Alla prossima! Ciao, ciao…..

 


Minestrone alla genovese

 

Ingredienti per 4 persone

  • 2 patate
  • 100 g di piselli
  • 2 zucchine
  • 1/2 cavolo  cappuccio
  • 1 manciata di  fave (se le trovate)
  • 200 g di  fagioli  borlotti (possibilmente freschi)
  • 100 g di  fagiolini
  • 1 pomodoro  maturo
  • 1 melanzana tagliata a cubetti
  • 1 costola di  sedano
  • 1/2 bicchiere di olio  extravergine di oliva
  • 150 g di pasta secca del  tipo  ditali 
  • 2 cucchiai  di pesto
  • prezzemolo, aglio e sale

Preparazione

Mondiamo e tagliamo  le verdure a pezzettini, lasciando per intero le patate.

Il pomodoro  va spellato  e privato  dei  semi.

Mettiamo  tutto in acqua e portiamo  ad ebollizione

Tritiamo il sedano  con poco  prezzemolo e mezzo  spicchio  d’aglio, aggiungiamo questo  trito  nella pentola con mezzo  bicchiere d’olio.

Cuociamo  a fuoco  medio  e, quando  le verdure sono  cotte, schiacciamo  le patate per addensare il brodo.

Uniamo  la pasta e facciamo  cuocere quanto  basta,

Infine, aggiungiamo il pesto  mescolando  velocemente.

Ritiriamo  subito  dal fuoco  e serviamo.

Bon appétit


Non è normale che sia normale

Campagna contro  la violenza sulle donne

Trasmigrerò in una quercia (?)

Al chiaro di luna 
©caterinAndemme

Comunque c’è ancora tempo

E’ inevitabile che accadrà anche per me un giorno  di dover guardare le margherite dalla parte delle radici (comunque c’è ancora tempo) ed è per questo che, ammettendo il trasferimento in spirito in altra forma vivente, avrei il desiderio di prendere casa in un felino, magari come quello  che ho  scelto per il mio logo oppure, per stare ancora più comoda, in una tigre o pantera nera.

Però, mi dicono, che anche nella mia metempsicosi semplificata in un unico  passaggio (donna felino), tralasciando  quindi le varie migrazioni affinché l’anima sia completamente  affrancata dalla materia, vi  siano intoppi burocratici  con il rischio  di  vagare a lungo in un limbo in attesa di un posto  vacante da riempire.

Allora, in alternativa,  preferirei traslocare armi, bagagli  e anima  in un albero, scegliendo la quercia  maestosa dimora per anime ed esseri  viventi.

Certo  che la scelta poteva cadere anche su  di una sequoia, ma poi  mi è venuta in mente l’idea di  rassomigliare a quei  tizi gonfi  di muscoli e poco  cervello: con questo lungi  da me offendere le sequoie, preferisco le nostre querce.

Sulla quercia

Driade
Evelyn de Morgan

Nell’antichità si  pensava che nelle querce vivessero due specie di  ninfe: le driadi e le amadriadi.

Le prime avevano  la possibilità di  abbandonare l’albero:  da qui il sacrilegio  di  abbattere una quercia se non prima che i  sacerdoti avessero, attraverso il rituale,   allontanato  le  driadi dall’albero.

Le amadriadi, essendo intimamente legate alla quercia, erano più sfortunate per cui  alla morte dell’albero seguivano  la stessa fine (ma si sa: una quercia vive a lungo).

Siccome poi il cristianesimo non voleva essere secondo  ai miti  pagani, ecco l’apparire della Beata Vergine fra le fronde della quercia e lì, nel luogo  dell’apparizione, la costruzione di un santuario  a lei  dedicato (la Madonna della Quercia in provincia di  Viterbo, ad esempio).

Tralascio  tutto  ciò che lega la quercia ai miti e alla storia dei popoli  del nord Europa, specie quando  si parla del  druidismo, perché sarebbe troppo lungo  discuterne e, forse,  anche al  di  fuori  della mia portata nel  farlo  (ho  detto forse).

Per farmi perdonare questa mia disgressione tra metempsicosi  e divinità degli alberi,  alla fine dell’articolo troverete una serie di  slide come manuale per riconoscere gli  alberi e come è la loro  struttura.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


Gli alberi 

Senofonte: Anabasi (e non aggiungo altro)

L’oplita
©caterinAndemme

Una bugia a metà

A convincermi  di  leggere l’Anabasi di  Senofonte è stato lui (il mio lui) il quale, tra un film horror e i fumetti  della Marvel (confesso  che piacciono anche a me, specie i  film con i supereroi), riesce a trovare quel minimo di  spazio intellettuale che lo  allontani momentaneamente   da mostri e esseri in calzamaglia più o  meno umani.

Non che io sia poi una  tipa intellettualoide  anzi, ad esempio, guardando il film  La  Corazzata Potëmkin, a differenza  dei  veri intellettualoidi, il mio  pensiero si  associa  a quello che aveva detto  a proposito il ragionier Fantozzi:  cioè che era una ***** pazzesca!

Così mi ritrovai  tra le mani questo libro di 621 pagine (note e testo in greco  compreso) e incominciai a leggerlo, o per lo meno a leggerlo in parte perché alcuni  passaggi avevano  su  di  me lo stesso  effetto  di una tripla camomilla accompagnata  dal  suono di una ninna – nanna.

A parte gli  scherzi è un bellissimo libro che andrebbe letto seguendo il lungo  cammino verso  la salvezza (appunto  l’Anabasi)   dei   diecimila mercenari  greci  sotto il comando  di  Senofonte.

Il mio consiglio, infine, è quello  di  accompagnare la lettura con un atlante geografico  storico per visualizzare al  meglio il loro peregrinare.

La struttura dell’Anabasi

L’ Anabasi è composta da sette libri: il primo (che fornisce il nome all’intera opera) è l’Anabasi  cioè la marcia verso l’interno che si  conclude con la descrizione della Battaglia  di  Cunassa.

I seguenti tre libri  descrivono  la Catabasi (la strada del  ritorno) ed è in essi  che Senofonte, eletto  stratega, incomincia a descrivere le vicissitudini sue e dei  suoi  uomini.

Gli ultimi tre libri  dell’opera sono  quelli  della Parabasi cioè la narrazione dell’estenuante ricerca dei  mezzi  per ritornare in patria.

Breve, brevissimo, riassunto  della storia

Il viaggio dei diecimila mercenari greci per rientrare in patria

Nell’anno 401 a.C. un’armata formata da diecimila mercenari  greci era diretta verso  la Persia al  seguito  di  Ciro il Giovane il cui  intento  era quello di  spodestare dal  trono  suo  fratello Artaserse II.

Dario e Parisatide generarono due figli: Artaserse, il primogenito, e Ciro il secondogenito. Dario si ammalò e, sentendo la morte ormai vicina, decise di chiamare al  cospetto  ambedue i figli. Artaserse si trovava già presso di lui; Ciro, invece, lo mandò a chiamare dalla satrapia della quale lui stesso l’aveva nominato satrapo. L’aveva designato  anche stratega di  tutte le truppe che si  radunano  presso la piana di Castolo. Ciro partì dalla sua satrapia portando  con se Tissaferne, dell’amicizia del  quale era pienamente convinto,  e trecento opliti greci, alla guida dei  quali c’era Xenia di  Parrasia. Morto Dario  e succedutogli al  trono Artaserse, Tissaferne denunciò Ciro  presso il fratello, accusandolo  di ordire congiure. Il sovrano, convinto  dell’onestà dell’accusa, fece catturare Ciro e lo  condannò a morte. Grazie all’intervento  risolutore della madre, Ciro  venne di nuovo  rinviato presso  la sua satrapia Anabasi Libro Primo 1.1   

 Ed è a questo punto  che  Ciro, oltre il desiderio  di  vendicarsi    delle calunnie di  cui  era stato oggetto, pensò di  spodestare il fratello dal  trono.

Agendo in segretezza, raccolse la più grande unità di armati greci, in modo  da cogliere di  sorpresa il re  Anabasi Libro Primo 1.6

Ciro agì con astuzia nascondendo il suo intento  dietro ad una finta campagna contro i  Pisidi

Trovò un alleato in Sparta che, senza entrare apertamente in conflitto  con Artaserse, diede ordine al generale Clearco di  radunare un esercito  di  mercenari  greci: appunto i diecimila protagonisti  dell’Anabasi senofontea.

La spedizione finì tragicamente nella Battaglia di  Cunassa , dove morirono tutti i comandanti  greci lasciando  senza guida i mercenari  greci.

Busto di Senofonte – Bibliothek des allgemeinen und praktischen Wissens. 

 

Nella successiva elezione di  nuovi  strateghi venne scelto  anche Senofonte a cui  venne affidata la retroguardia e, quindi, si  trovò più volte ad affrontare l’esercito  di  Tissaferne il quale desistette dall’inseguire il nemico  quando  esso si  addentrò sempre di  più nel  territorio  dell’odierno  Kurdistan.

Da qui in poi l’Anabasi diventa la descrizione di un continuo  scontro  con le popolazioni  locali che si  frappongono  fra i  greci  e la loro  meta: il Ponte Eusino (il Mar Nero) unica via per far ritorno in patria

Alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima del  libro.

Buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao………..

 

 

Anteprima del libro  Anabasi  di  Senofonte 

I Fradei e Lovecraft: un incontro (im)possibile?

Navigando nel Delta del Po
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Come in Transilvania ma sul fiume

Certo è  che nel Delta del Po non troveremo Dracula a caccia di  colli femminei da azzannare, tanto  meno lupi mannari o spettri (magari  quelli  si) eppure, quella nebbia invernale che cala sulle sue paludi, quell’umidità fredda e appiccicosa, potrebbe essere il sipario dietro  cui  si nasconde chissà quale presenza demoniaca.

Nei  decenni  scorsi circolava in questi luoghi  la leggenda metropolitana (piuttosto  leggenda fluviale) di un essere dalle sembianze di lucertola il quale, emettendo grida paurose,  spaventava i poveri  disgraziati che incontrava: c’è da credere a riguardo  che, per avere questi incontri  del  terzo  tipo, il tasso  alcolemico nel  sangue dovrà essere piuttosto alto (in sintesi ubriachi).

HPL
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A questo uomo lucertola si  aggiungeva il tipo più consono  all’ambiente di un   fiume e cioè l’uomo pesce: da quest’ultimo  esemplare zoomorfo  arrivo a parlare di  quello  che si  è detto di un (im)probabile viaggio di H.P. Lovecraft nel Polesine del 1926.

Come si  è scoperto  del  viaggio del maestro  del  romanzo  gotico nel Polesine

Prima, però, vi  ricordo  che ho  già parlato del maestro  del  romanzo  gotico (per me è tale) in un articolo  sul blog e cioè:  Era una notte buia e tempestosa quando  Alhazred scoprì il Necronomicon

Nel 2002, a Montecatini, in un mercatino di libri  usati un uomo trova un’edizione di Émile  Zola  del 1895 nel  cui interno  scoprirà una volta arrivato  a casa un manoscritto in lingua inglese contenuto in una busta.

E’ un diario  di  viaggio vergato  con inchiostro blu e composto  da una decina di  fogli con alcuni  disegni, in cui all’inizio  si  legge:

15 maggio 1926: partito  dal porto  di  New York alle 19.12 con dodici  minuti  di  ritardo

Il diario  prosegue nella descrizione del lungo  viaggio  che porterà il misterioso uomo da l’Inghilterra fino  a Venezia e quindi  nel Polesine.

Insieme a questi  fogli manoscritti  vi è una cartolina con raffigurante il Caffè Florian di  Venezia che, dopo una frase, riporta la firma con lo pseudonimo di  Granpa Theo lo stesso  che Lovecraft usava per firmare le sue innumerevoli lettere destinate agli  amici.

Basta questo affinché lo  scopritore del manoscritto – di  cui, a questo punto, posso  farne il nome e cioè Roberto  Leggio – pensa ad una sceneggiatura di un film documentario presentato al  Festival del  Cinema di  Venezia nel  2004: H.P. Lovecraft – ipotesi  di un viaggio in Italia 

Gia, ma perché Lovecraft era arrivato in Italia e in special modo  nella zona del Polesine?

Secondo i documentaristi per trovare l’ispirazione nei  Racconti  del  Filò, un insieme di  leggende e miti tramandati dalla  popolazione originariamente  in forma orale, in cui si  narra di streghe e di  uomini pesce (nei  Miti  di Cthulhu Lovecraft parla appunto  di divinità acquatiche che aspettano il momento  di  dominare la Terra).

Non solo, sempre secondo  la ricostruzione riportata nel  docu-film,  a Loreo  (cittadina in provincia di  Rovigo) l’autore ebbe modo  di incontrare gli  adepti di una congregazione di  flagellanti: i Fradei  

I Fradei  si incontrano nella Notte della Santissima Trinità per la processione notturna che li porterà all’interno della chiesa della Madonna del  Pilastro. Qui, a porte chiuse, si  celebra un rito  vecchio  di  secoli e di  cui  solo  gli appartenenti  alla congrega ne conoscono lo  svolgimento.

E’ ovvio  che dietro a questo misterioso  rito, per di più tenuto a porte chiuse in un luogo  sacro, sono  nate delle leggende, ad esempio che loro, i Fradei, nel loro  segreto  venerino  un uomo pesce: da questa divinità Lovecraft ne avrebbe tratto lo spunto per i  suoi incubi  letterari (Dagon tra essi).

La verità è che dietro  a quella porta chiusa i Fradei si  riuniscono  per una notte di  meditazione (oppure per un torneo  di  bridge).

Concludendo 

Delta del Po (bozzetto di paesaggio)
©caterinAndemme

La verità credo  che sia un’altra e cioè che H.P. Lovecraft non sia mai  venuto in viaggio  in Italia, tanto meno nel Delta del  Po e, quindi, che non abbia mai  incontrato i Fradei.

Non voglio  mettere in dubbio  l’ipotesi  del  viaggio in Italia come descritto  nel  docu – film omonimo, ma ad esso preferisco  senz’altro  la realtà storica che dice:

Nel 1926 Lovecraft fa ritorno  a Providence sua città natale. Questo  dopo  aver trascorso un periodo  a New York funestato  da problemi  economici a seguito  dell’impossibilità di  trovare un lavoro  e del  fallimento dell’attività commerciale della moglie Sonia (da cui  si  separerà due anni  dopo).

Quindi, senza capacità economica, come avrebbe mai  potuto  organizzare un viaggio in Europa?

Voi  cosa ne dite?

Alla prossima! Ciao, ciao… 

Si chiamano entrambi Sam ed entrambi sono investigatori

La gatta che amava Humphrey Bogart
©caterinAndemme

Cosa hanno in comune Sam Pezzo  e Sam Spade?  

Il nome, ad esempio, quello  di  essere entrambi  detective e di indossare come una divisa il trench e il  borsalino.

Del  primo ne scriverò a breve, subito  dopo avervi  detto che Sam Spade  ebbe in Humphrey Bogart l’attore più qualificato per interpretarlo nella famosa pellicola del 1941  Il mistero  del  Falco, diretto da John Huston e tratto  dal libro Il falcone maltese di Dashiell  Hammett   

Sam Pezzo 

L’italianissimo investigatore privato  Sam Pezzo nasce invece dalla vena creativa di Vittorio  Giardino che ad una carriera proficua di  ingegnere e manager preferì intraprendere (con successo) quella di  fumettista.

Sam Pezzo è dunque un investigatore privato  che opera nella Bologna degli anni ’80: una Bologna lontana dai  soliti  cliché della città universitaria e delle osterie, quanto piuttosto quella crudele tra affari loschi, politica, lavoro  precario e periferie degradate.

Eppure, nonostante il successo  ottenuto  sia in Italia che in Francia  e negli  Stati Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel dal  titolo Shit City (titolo  abbastanza eloquente) pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express

Nonostante il successo ottenuto  sia in Italia che in Francia e negli  Stati  Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel (dal  titolo più che eloquente) Shit City, pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express, mette fine alle avventure del detective Sam Pezzo. 

Questo non impedisce, però, all’autore di  continuare nel  creare altri  personaggi come la spia Max Fridman, e puntare anche al  fumetto in salsa erotica con Little Ego.

 Nel 2016,la casa editrice Rizzoli  diede alle stampe il libro Sam Pezzo un detective, una città nelle cui  duecentosettantadue pagine in bianco  e nero sono  raccolte le storie di  Sam Pezzo  pubblicate tra il 1979 ed il 1983 sulle riviste Il Mago  e Orient Express.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……….

Anteprima del  fumetto (in francese) Les Enquêtes de Sam Pezzo 

 

Si, è vero: abbiamo visto il nostro pianeta dalla Luna

One night, an owl told me
©caterinAndemme

Piccoli consigli ad un sottosegretario

Carlo Sibilla, sottosegretario  agli Interni in quota M5S, non crede che l’uomo sia mai  stato  sulla Luna.

Crede, al  contrario, nelle scie chimiche e nella non vaccinazione, nessuno ancora   gli  ha chiesto  se è vero  che la Terra sia piatta.

Eppure quel 20 luglio 1969, nonostante il diniego  dei  complottisti (tra cui il nostro  sottosegretario), la missione spaziale Apollo 11  consentì a Neil Armstrong di  guardare il nostro pianeta dalla superficie lunare.

C’è anche un motivo per cui  nell’Era della disinformazione (titolo  preso in prestito  da un articolo  de Le Scienze del febbraio 2016) per cui l’espansione dei  social network favorisce la diffusione incontrollata di informazioni  false e teorie del  complotto: le fake news.

A questo  si  aggiunge una validità scientifica fornita dal lavoro  di David Grimes, della Oxford University,  che nel modello  matematico da lui  proposto  si  dice che:<< La verosimiglianza delle teorie del  complotto è in funzione al  numero di persone direttamente coinvolte>>.

Se volete approfondire l’argomento  riguardante riguardo  il lavoro di David Grimes vi rimando alla pagina di Plos  One ad esso  dedicato (in inglese e zeppo  di  formule matematiche….io vi  ho  avvertito)

Allora, sempre per il nostro  sottosegretario  e per chi  come lui non crede affatto  all’impresa dello  sbarco  sul nostro  satellite, vorrei dare due consigli e cioè la lettura di un libro e la visione di un film.

Il libro

Paolo  Domenico  Attivissimo (il link rimanda al  suo blog Il Disinformatico) giornalista e cacciatore di  bufale in rete tempo  fa pubblicò il libro Luna? Si, ci  siamo andati dove, nelle oltre trecento pagine che lo  compongono, smonta pezzo per pezzo la teoria dei  complottisti.

Siamo davvero andati sulla Luna? Questo libro esamina i dubbi più frequenti riguardanti le missioni Apollo che portarono l’uomo sulla Luna fra il 1969 e il 1972 e li chiarisce, smontando una per una le presunte prove presentate da chi afferma che si trattò invece di una colossale messinscena. Ma l’esplorazione delle tesi alternative è anche uno spunto per raccontare l’epopea della corsa alla Luna, presentandone aspetti pressoché sconosciuti al grande pubblico, come il progetto lunare sovietico, i disastri sfiorati ma taciuti e le foto di Playboy portate di nascosto sulla Luna.

Il libro. oltre che essere acquistabile in formato  cartaceo o in quello e-book (su  Amazon), può essere liberamente letto  andando sul sito che il giornalista ha creato  appositamente.

Il film 

Il primo uomo del regista Damien Chazelle è interpretato da Ryan Gosling  nel ruolo  di  un tormentato  Neil Armstrong alle prese con la morte prematura di una figlia di appena due anni  e la preparazione di una missione molto  difficile considerando la tecnologia di  allora.
Si  dice già che la pellicola sia tra i  favoriti come Miglior Film nella prossima notte degli Oscar .

Trailer del  film Il Primo Uomo 

Buona visione (e felice weekend)

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Dal Diario  di  Bordo della mia pagina Facebook

Vivian Maier: sapete già chi è?

Oggi resto con me
©caterinAndemme

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi  soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli,  forse disertori

nella follia di oggi i  soli  sono i nuovi pionieri

Giorgio Gaber

Eppure non era Mary Poppins 

Vivina Maier – autoritratto

L’ anno  scorso ho visto per la prima volta il volto  di  Vivian Maier (New York, 1 febbraio 1926 – Chicago, 26 aprile 2009)  nel manifesto che pubblicizzava una mostra  a lei  dedicata presso il Palazzo  Ducale di  Genova.

Fino  ad allora non sapevo  chi lei  fosse e solo in seguito, dopo una piccola ricerca riguardante la  sua biografia, sono  venuta a conoscenza del  fatto che, oltre ad essere una fotografa per passione, di mestiere faceva la tata: appunto  come Mary Poppins.

La similitudine con il personaggio di  fantasia si limita al  mestiere di  bambinaia, nella realtà ho l’impressione che la vita di  Vivian Maier per sua scelta, o per il caso, era un luogo  di  solitudine che riempiva attraverso la fotografia con immagini  di persone catturate a loro  insaputa dalla sua inseparabile Rolleiflex .

In effetti abbiamo  rischiato di non poter mai  conoscere l’opera di  Vivian Maier se un giorno  del 2007, a Chicago, l’agente immobiliare John Maloof si  aggiudicò ad un asta uno  scatolone pieno  di  negativi e rullini  ancora da sviluppare e stampare.

Maloof  pubblicò alcune di  queste foto  su  Flick ottenendo un notevole e immediato interesse da parte degli utenti  del  social media: da allora si è appassionato al lavoro  di  Vivian Maier fino  ad arrivare a collezionare più di 15.000 negativi  e 3.000 stampe.

Maloof Collection – galleria fotografica dal  sito  dedicato  a Vivian Maier 

Qualche libro su  Vivian Maier 

Cinzia Ghigliano, tra le più brave fumettiste italiane, con il libro Lei, Vivian Maier (ed. Orecchio  Acerbo) vinse nel 2016 il premio Andersen come migliore libro  fatto  ad arte.

“Vivian era misteriosa. Portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry,camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo.” Un diario. Il diario di Vivian Maier. Scritto non con la penna ma con la macchina fotografica, la sua inseparabile Rolleiflex. Sempre al collo, sempre sul cuore. Occhio speciale per ritrarre i bambini dei quali come tata si prendeva cura; le persone comuni incontrate per strada; i quartieri delle città a lei più care, New York e Chicago; i luoghi lontani meta dei suoi numerosi viaggi. E dietro ogni scatto -centocinquantamila negativi, e migliaia di pellicole non sviluppate- l’interesse per l’altro, gli altri.

Il secondo libro è della scrittrice danese Christina Hesselholdt  che in Vivian (ed. Chiarelettere) ricostruisce in una sorta di  documentario  letterario a più voci la vita di  Vivian Maier con la descrizione dei luoghi  delle sue  fotografie più celebri.

L’ultimo  libro  che vi presento in questa piccola rassegna dedicata a Vivian Maier  (e di  cui vi è l’anteprima a fine articolo) è della scrittrice Francesca Diotallevi la quale nell’introduzione al  romanzo Dai  tuoi occhi  solamente (ed. Neri Pozza) precisa che:

Il romanzo è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, attività commerciali, luoghi, eventi, ambienti, e fatti  sono frutto  della fantasia dell’autrice o trattati come spunto per la narrazione. Qualsiasi rassomiglianza con persone morte o viventi, o eventi  reali è puramente casuale e non è approvata dagli  eredi  di  Vivian Meier, dalla Maloof Collection o dall’Howard Greenberg Gallery.

New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un’inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l’hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l’accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L’accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l’orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall’esserne toccata: questa è, d’altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell’infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un’occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l’oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro Dai  tuoi  occhi  solamente 

 

Quando Calvin & Hobbes dissero addio e non furono mai più ritrovati (in edicola)

Il gatto che guarda l’orologio si chiede quanto siano lunghe sette vite
©caterinAndemme

Ho voglia di  lavorare ad un ritmo  più moderato

Magari più pause caffè, qualche chiacchierata tra colleghe (ma si, anche con i colleghi), un break per il pranzo con passeggiatina per la digestione, tre minuti per lavarsi  i  denti (sono  quelli  canonici), una telefonata al partner o alla partner per dirsi  qualche sciocchezza, magari una limatina alle unghie e una ripassata allo  smalto….

No, ho voglia di  lavorare ad un ritmo più moderato  rimane una chimera, a meno  che non vi  chiamate Bill Watterson e che decidiate che fama e successo (e tanti  soldi) non sono  quasi nulla di  fronte alla libertà di  fare un po’  quello  che si vuole.

Lui, celebre disegnatore di un particolare fumetto, scrisse al  suo  editore quanto  segue:

Caro editore,

smetterò di  disegnare Calvin & Hobbes alla fine dell’anno. Questa decisione non è recente, tanto  meno  facile e la prendo  con una certa tristezza. Tuttavia i mei  interessi  sono cambiati e credo  di  aver fatto il possibile all’interno  della costrizione delle scadenze giornaliere ed i piccoli  spazi.

Ho voglia di  lavorare con un  ritmo  più meditato, con meno compromessi  sul piano  artistico.

Non ho  ancora deciso  sui  mei  progetti futuri, ma la mia relazione con la Universal  Press Syndacate proseguirà.

Che tanti  giornali  abbiano  pubblicato Calvin & Hobbes è un onore del  quale sarò a lungo  orgoglioso, ho inoltre apprezzato molto il vostro  sostegno e la vostra indulgenza negli ultimi  dieci  anni.

Disegnare questa striscia è stato un privilegio ed un piacere e vi  ringrazio per avermene dato l’opportunità.

Bill Watterson

La data di  questa lettera è del 9 novembre 1995, cioè di  ventitré anni  fa: cosa abbia fatto in seguito Bill Watterson per vivere non lo  so, tanto meno  mi interessa saperlo.

Il 31 dicembre dello  stesso  anno il piccolo  Calvin e il suo amico Hobbes (una tigre di peluche che si anima   quando i due sono  soli) si  avviano  malinconicamente verso l’ultima loro  avventura in un paesaggio innevato

Il perché di un addio

Forse il perché lo si può leggere tra le righe di  quella lettera: Calvin & Hobbes venne pubblicato  su più di 2.400 giornali  (in Italia dalla rivista Linus) con ritmi per la consegna delle tavole  ritenuti dal  fumettista da catena di montaggio 

Eppure, quando nel novembre del 1985, a ventisette anni  Bill Watterson che oggi  di  anni  ne ha quasi  sessanta  essendo  nato  a Washington il   5 luglio 1958 –  lasciò perdere la sua carriera di pubblicista (lavoro che detestava) per intraprendere quello   di  fumettista, certo non pensava a ciò che andava incontro, ma solo allo  sviluppo  di  quei  due personaggi che tanta soddisfazione gli  avrebbero  dato nei  dieci anni  a seguire, tra l’altro  nel 1986 e 1988 vincerà l’Outstanding Cartoonist of the Year, premio  conferito  dalla National  Cartoonist Society per il miglior fumettista dell’anno.

Addirittura, nel 2010,   alla serie di  Calvin & Hobbes  la United States Postal  Service dedicò un francobollo.

Chi  sono Calvin & Hobbes? 

Il francobollo celebrativo con i due personaggi creati da Bill Watterson

Calvin è un bambino figlio unico  che, data l’età, dimostra i lati  negativi  del  carattere quali l’essere disubbidiente, dispettoso ed egoista. Ma, come tutti i bambini, ha una fantasia sfrenata che lo  trasforma di volta in volta supereroe, astronauta o detective privato.

Hobbes è un tigrotto di peluche  che diventa reale solo quando è  in presenza del  suo  amico  umano. A differenza di  Calvin è ironico, pragmatico  e razionale: Bill Watterson ha sempre affermato che quello che ha descritto  nel  caratterizzare i suoi  personaggi  è ciò che appartiene alla sua sfera psicologica.

Bill Watterson per la scelta dei nomi  dei due personaggi si ispirò al  teologo  francese del  XVI secolo Giovanni Calvino, mentre il filosofo inglese del  ‘600 Thomas Hobbes ha dato il nome al tigrotto  di pezza (chissà se sarebbe stato  contento  nel  saperlo)

Alla fine dell’articolo un’anteprima dei  fumetti  di  Calvin & Hobbes.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


I fumetti  di  Calvin & Hobbes 

Anche l’Uomo Ragno avrà bisogno del Tx 2-6?

I’m watching you
©caterinAndemme

Odio scrivere la frase secondo  le statistiche..

..eppure secondo  le statistiche il 40 per cento  della popolazione maschile mondiale ha problemi di  erezione (e quando  dico erezione capiamo  tutti  quale sia il riferimento).

Da buona blogger dovrei dare la fonte da cui si  evince che il problema riguarda quasi  la metà della popolazione maschile (centenari  compresi), siccome però il dato è abbastanza generico e come donna mi riguarda fino  a un certo punto (anche qui si  comprende bene quale sia la soglia di  quel  fino a un certo punto), confesso di  aver preso  quel numero  da un articolo  a caso  dei  miliardi   di articoli  che trattano la disfunzione erettile.

Sappiamo  che a sopperire questo deficit erettile da ormai più di  vent’anni si  ricorre alla chimica di quella pillolina blu che va sotto il nome di  Viagra (a dire il vero  vi  sono  altri prodotti ma, immagino, che il viagra vada per la maggiore).

Ragno brasiliano errante (Phoneutria nigriventer)
..simpatico, vero?

Adesso rivolgendomi  ad un ipotetico  lettore che ha qualche problema di  quel  genere, e che nello  stesso  tempo  voglia stupire la sua partner con un rimedio molto  naturale, gli consiglio di procurarsi  un esemplare  di ragno  brasiliano errante (Phoneutria nigriventere farsi mordere per avere quasi  istantaneamente un erezione che durerà abbastanza per soddisfare quel  genere di  attività fisica che tanto ci piace.

Unica controindicazione è che  il morso è molto  doloroso  e  si può anche morire.

Niente paura: gli  scienziati hanno pensato  di  estrarre dal  veleno  del  ragno il peptide che causa l’erezione (quel Tx 2-6 nel  titolo).

Una volta estratto lo hanno iniettato, attraverso un micro dispositivo inserito  nel pene di  cavie (si  tratta di  topi  e non uomini)  e quindi  misurata la variazione di  pressione dovuto  all’aumento  di  flusso  di  sangue nei  vasi  sanguinei  interni  al pene degli animali.

La ricerca non dice se dopo  i  topi  si  siano  dati  ad orge sfrenate, ma si è evidenziato un aumento  dell’ossido  nitrico nei  corpi  cavernosi (ricordo  che l’ossido nitrico è un importante neurotrasmettitore con effetto  vasodilatante ).

Inoltre l’effetto del peptide inizia in una fase precoce del processo  di  erezione a differenza del  viagra  e dei  famaci  similari.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

Il clima che cambia non può essere la normalità

La ciclopedonale di Varazze (SV) dopo l’ondata di maltempo del 29 ottobre
©caterinAndemme

Sono solo eventi  estremi? 

<< A cosa serve aver sviluppato  uno  scienza capace di  formulare previsioni se, alla fine, tutto  quello  che siamo  disposti  a fare è perdere tempo e aspettare che quelle previsioni  si  avverino?>>.

F. Sherwood Rowland – premio  Nobel  per la chimica per i  suoi  studi  sull’ozono

Due sere fa, rientrando  a casa di  ritorno  dal lavoro, guardando un albero sradicato dal vento che aveva abbattuto  un muro, per poi fermarsi  sulla facciata di una casa,  ho pensato  seriamente la fine del mondo non era certo in quella serata ma, comunque, c’era andato  vicino.

Si, perché pur essendo  abituata alle alluvioni causate dalle piogge torrenziali (Genova purtroppo  ne sa  qualcosa) il temporale misto  a raffiche di  vento  che superavano  i settanta chilometri  all’ora (non sono  stata io a misurarne l’intensità) era un’esperienza nuova di cui  ne avrei  fatto  volentieri  a meno.

Eppure, leggendo in seguito ciò che gli  esperti hanno  detto, cioè che quelle raffiche di  vento erano  dovute   ad una differenza di pressione atmosferica e che tra ottobre e novembre piove molto (ma va) qualche dubbio sulla loro dichiarazione di normalità dei fenomeni  atmosferici  mi  è venuta.

Altri  studiosi, al contrario, dicono  che la tendenza futura è quella di un aumento  dei fenomeni  estremi ma, per parlare di cambiamento  climatico, occorrono una raccolta di  dati  sistematica (le rilevazioni  storiche sono disponibili solo  da un secolo) e studi sempre più specifici.

Si, siamo  d’accordo, ma nel  frattempo  cosa possiamo fare?

Tanto più che personaggi  come Donald (Duck) Trump nega l’esistenza di un cambiamento  climatico relegando  tutto a fake news (e di  questo lui  se ne intende visto che è stato  eletto grazie all’aiuto  appunto  dele fake news), oppure del  fascista Jair Bolsonaro, attuale presidente del  Brasile, che ha già detto  di  voler disboscare parte dell’Amazonia (il polmone verde della Terra, non dimentichiamolo) per aumentare i pascoli  e per il commercio  del  legname.

Insomma se una coscienza, collettiva e mondiale, non darà battaglia all’inquinamento  e allo  sfruttamento delle risorse, il futuro  del nostro pianeta non sarà roseo.

Quando  parlo di  coscienza ecologica certo non mi  riferisco ai  figli  dei fiori ormai  reperto  di  sociologia   archeologica, quanto piuttosto al modello proposto  dal  partito  dei  Verdi in Germania che nelle ultime elezioni in Baviera e in Assia hanno  avuto un eccellente risultato anche per il pragmatismo e senza posizioni  estreme del loro programma.

Questo, però, rimanda alla domanda di prima: nel  frattempo  cosa possiamo fare?

Non lo  so, certo  non perdere la speranza come, ad esempio, dice lo scienziato  e scrittore australiano Tim Flannery  nel  suo libro Una speranza nell’aria – come affrontare i  cambiamenti  climatici.

L’anteprima a fine articolo (come sempre).

Buona lettura (ci rivediamo  lunedì)

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima del  libro Una speranza nell’aria