Il can can, una ballerina e il suo pittore

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Finirai per gettare al  vento la tua vita al  Moulin Rouge con una ballerina di  can – can

Frase tratta dal film Moulin Rouge! (2001)

Il can – can del  Moulin Rouge 

Scrivere su  quello  che la Belle époque  ha significato  dal  punto  di  vista sociale e artistico, nonché le nuove invenzioni che si ebbero in quel periodo anticamera della modernità, sarebbe per questa povera scrivana un compito assai  arduo (d’altronde questo  blog non ha la pretesa di  essere fonte di  conoscenza, bensì di  mera curiosità sul mondo tout court).

 Se nel mio  precedente articolo ho accennato alla parentesi di  apparente felicità apportata dalle novità della Belle époque (le classi meno abbienti hanno solo  goduto  parzialmente di  questa felicità) oggi mi focalizzo sull’aspetto più mondano, non per questo scevro di  apporti  culturali.

Quindi salite a bordo della DeLorean DMC – 12 modificata dallo scienziato  Emmett Brown (il Doc protagonista di  Ritorno  al  futuro) e rechiamoci a Parigi in una data particolare e cioè il 6 ottobre 1889 quando a Pigalle , nel XVIII arrondissement,  viene inaugurato un locale che diventerà famoso nel  tempo: il Moulin Rouge.

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Affiche che pubblicizza il Moulin Rouge con la famosa ballerina soprannominata La Goulue (Toulouse Lautrec – 1891)

Che cosa si  fa nel locale fondato  dall’impresario teatrale Charles Zidler e dal  suo  socio Josep Oller i Roca in quegli  anni?

Ovviamente, non essendo un luogo  di  penitenze e frequentato da tutti i ceti  sociali, si  andava lì per divertirsi assistendo agli spettacoli, si  beveva molto (fiumi di  assenzio) e per fare nuove amicizie.

Ma se si parla di  Moulin Rouge è inevitabile legare a questo nome quello del  ballo sfrenato del  can – can.

Il can - can
Si vuole fare derivare l’origine del can – can dalla quadriglia tradizionale italiana, diffusa su tutto il territorio, in particolare nel centro – sud. Il movimento durante il ballo si compone di una sequenza di quattro passi che si ripetono durante l’esecuzione: le ballerine saltellano sul posto, nel primo e terzo passo, toccano per terra con ambo i piedi nel secondo, mentre nel quarto con un piede solo slanciando in alto l’altra gamba, alternando lo slancio a gamba piegata, sollevando il ginocchio, con quello a gamba tesa. Questa tecnica di ballo fu inventata dalla ballerina francese Louise Weber, (nella foto) soprannominata la Goulue (la Golosa) ed è lo stile del can – can ballato nel Moulin Rouge

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Louise Weber

Il pittore

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Henri de Toulouse-Lautrec

Henri Marie Raymond de Toulouse- Lautrec – Monfta ( Albi, 24 novembre 1864 – Malromé, 9 settembre 1901): dalla lunghezza del nome è facilmente intuibile le origini  nobili  di  colui  che sarà uno dei più grandi pittori di  fine Ottocento.

Infatti il padre era il conte Alphonse-Charlese-Marie de Toulouse-Lautrec-Monfta, mentre la madre era la contessa  Adéle-Zoë-Marie- Marquette Tapié de Céleyran: i due, in virtù del  fatto che all’epoca era consuetudine sposarsi  fra consanguinei per mantenere la purezza del  sangue blu (colore del sangue condiviso  con alcuni tipi  di verme), si  sposarono il 10 maggio 1863.

Il matrimonio fra consanguinei può comportare gravi conseguenze a carico del  patrimonio  genetico  dei figli: infatti nella famiglia Toulouse-Lautrec non erano  infrequenti nascite con prole portatrici   di  gravi  malattie che ne diminuivano drasticamente la durata della vita (Richard, fratello di Henry Toulouse-Lautrec, morì in tenera età per una di  queste malattie).

Inevitabilmente anche Henry Toulouse – Lautrec fu  portatore di una rara malattia  ossea che gli procurò, tra l’altro, anche la frattura dei  femori e forti dolori  : la picnodisostosi,

Nel 1872, quando  aveva diciassette anni, con la madre si  recò a Parigi  per iscriversi  al Lycée Fontanes ed è in questo periodo  che stringe amicizia con due pittori e cioè René Princeteau e Maurice Javant, i quali riconobbero in Toulouse – Lautrec il genio pittorico stimolandolo  a proseguire nella carriera artistica.

L’incorraggiamento dei  suoi  amici  parigini  non fu lo stesso che trovò in famiglia, anzi, pur non ostacolando il desiderio  del figlio di  diventare pittore, il padre Alphonse gli  chiese di  adottare uno pseudonimo (per il buon nome del casato), così che troviamo il nome di Tréclau (anagramma di  Lautrec) impresso nelle sue prime tele.

Alphonse però sa di non poter competere con la caparbietà del  figlio per cui, in un certo  senso, lo  asseconda cercando  di indirizzarlo verso  la   tradizione accademica, cosa che Henry seguì di  fare fintanto  che prese la decisione di  cambiare completamente il suo  stile dedicandosi  ai manifesti contribuendo, in questa maniera, a fare entrare l’arte nelle case di tutti (un po’ come una volta si  tappezzava la propria cameretta con i manifesti dei  film o  dei  cantanti preferiti…si  fa ancora?).

Ma la vera  preoccupazione che Henry procurava alla famiglia era di  diversa natura e cioè la frequentazione dei  bordelli e una conseguente vita dissoluta che gli procurò la sifilide e problemi  con l’alcol ma, soprattutto con la droga di  allora: l’assenzio, bevanda  proibita  in Europa all’inizio del  XX secolo.

 La sua casa era Montmartre 

Per uno spirito bohémienne  come il suo  non poteva che essere Montmartre la scelta parigina dove vivere: cabaret, caffè concerto, sale da ballo erano il luogo ideale per incontrare poeti, scrittori, attori, artisti  di  vario  genere e, ovviamente, donne molto  allegre.

Era questo  un mondo estremamente vitale con una  piena osmosi sociale che abbatteva ogni  divisione tra ricco  e povero, tra aristocratico  e popolare. E’ ovvio  che solo  in questo  contesto si poteva avere la spinta verso nuove forme artistiche e la trasgressione di una morale che impastoiava il libero  pensiero.

Il crepuscolo prima della fine 

Cosa resta alla fine dopo  gli  eccessi di una vita certo dissoluta,  ma anche piena di  soddisfazioni  artistiche?

Henry Toulouse – Lautrec sente svanire le sue forze, sente di non avere più la capacità artistiche di un tempo  e quindi decide nel 1901 di  fare testamento e di  rifugiarsi  a Malromé nel  castello della famiglia assistito  dalla madre fino all’ultimo  dei  suoi  giorni: il 9 settembre di  quell’anno.

Dapprima venne inumato a Saint-André-du-Bois mentre in seguito  la sua salma venne traslata a Verdelais in Gironda.

Ad Albi, sua città natale, si trova il Musée Toulouse-Lautrec 

La ballerina

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Jane Avril in una foto del 1893

Per chi  la vide ballare, o ebbe la fortuna di  conoscerla, Jane Avril (nome d’arte di Jeanne Louise Beaudon nata il 9 giugno 1868 e morta il 17 gennaio  1943) era una donna la cui personalità oscillava tra l’essere fragile, altezzosa, seducente, bizzarra: in poche parole non passava inosservata.

Soprattutto lo era quando  si  esibiva nel  can-can al Moulin Rouge, dove troverà un suo inestimabile fan e cioè Henry Toulouse – Lautrec che ne farà il soggetto dei  suoi  dipinti, ma anche Pablo  Picasso la ritrasse nel 1901 per il ritratto Dance la loge (1901)

Ma la vita di  Jeanne inizia non certamente in maniera idilliaca: nasce dalla relazione di sua madre, Léontine Clarisse Beaudon  di mestiere prostituta (conosciuta con il nome di La Belle Èlise) e l’aristocretico italiano Luigi  de Font il quale abbandonerà la madre quando  lei  aveva appena due anni.

Vivrà con la madre alcolizzata che la maltratta fintanto che Jeanne, ormai  adolescente,  decide di  fuggire di  casa ma, purtroppo  per lei,   a soli 14 anni viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico  di Salpêtrére a Parigi con la diagnosi  di isteria.

Qui riceve le cure di Jean – Martin  Charcot considerato il padre della neurologia (nonché ispiratore di  Sigmund Freud per gli  studi  sull’isteria).

Il luminare ebbe l’idea di organizzare un ballo  tra le pazienti e il personale medico  e  proprio in questo  frangente Jeanne scopri che il ballo  le consentiva di  far scomparire i sintomi del  suo  disagio  neurologico.

Dopo  due anni viene dimessa per tornare a vivere con la madre la quale semplicemente le consiglia di  essere carina con uomini di una certa età che l’avrebbero  ricoperta d’oro per i  suoi  baci  (e ovviamente anche per altro).

A Jeanne la vita che le prospetta la madre proprio non le va a genio, quindi  fugge di  casa ma, quasi  come uno  scherzo  del  destino, troverà rifugio proprio  tra le braccia delle donne di una casa di  tolleranza.

Nel 1888 inizia una relazione con lo  scrittore francese  René Boylesve (pseudonimo di René Tardivaux) e sembra che sia stato proprio lo  scrittore a suggerire il nome d’arte della futura ballerina e cioè Jane Avril.

Consacrata al  ballo Jane Avril approda al  Moulin Rouge nel 1889 (qui  le viene dato il soprannome La Mélinite in omaggio al  suo  stile di  ballo) per poi finire al più prestigioso Jardin de Paris sugli  Champs-Èlysées.

Nel 1895 ritorna al  Moulin Rouge per sostituire Louise Weber e l’anno  dopo  porterà il can-can in trasferta a Londra.

Dopo una breve  relazione  con May Milton, una giovane ballerina del  Moulin Rouge, ebbe un figlio dal  rapporto  con un uomo di  cui non so proprio il nome.

La danza la porterà anche al  teatro in un ruolo  per il Peer Gynt del  drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

Peer Gynt
Peer Gynt è un poema drammatico in cinque atti rappresentato per la rima volta a Oslo il 24 febbraio 1876 con le musiche di scena di Edward Grieg. Alcune parti della suite, specie Il Mattino (descritto come il can-can dei troll) sono state spesso impiegate al cinema: da M – il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang a Scoop di Woody Allen. In Italia qualcuno forse ricorderà un Carosello degli anni ’70, quando l’atore Mimmo Graig interpretava la pubblicità per l’Olio Sasso.

Il suo  ritiro  dalle scene avvenne per lei  nel 1905; sei  anni  dopo, nel 1911, sposò l’artista francese Maurice Blais (1872 – 1926) che adottò il figlio.

Il matrimonio  durò fino  all’inizio  degli  anni ’20 (Blaise morì in seguito per una malattia polmonare).

La Grande Depressione mandò Jane Avril letteralmente in bancarotta: morirà in povertà il 17 gennaio 1943 e seppellita nella tomba di  famiglia dei Blais nel  cimitero di Pierre Lachaise di Parigi.

Nel 1952 l’attrice Zsa Zsa Gabor interpreta Jane Avril nel  film Moulin Rouge di John Huston.

Nel 2001 toccherà a Nicole Kidman a reinterpretare (in maniera semi – romanzata) il ruolo  della ballerina nel  film Moulin Rouge! del  regista Baz Luhrmann

Termina qui la seconda e ultima parte dedicata alla Belle époque

Il libro in anteprima

Jane Avril è stata la più celebre ballerina della Belle Époque, la musa di Toulouse-Lautrec, un’interprete ideale dell’euforia del suo tempo.

Figlia illegittima di un nobile italiano e di una cortigiana, comincia queste memorie raccontando l’adolescenza guastata dalle crudeltà della madre, le crisi nervose, il suicidio sventato dall’intervento di una prostituta, il ricovero nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrère.

È qui, sotto le cure del pioniere dell’ipnosi Charcot, che la futura ballerina scopre la danza, una vocazione che la porterà al proprio riscatto sui palchi dei café parigini e negli atelier degli artisti.

È la storia, narrata con disarmante sincerità, di una guerra contro l’infelicità combattuta nel nome della leggerezza, sullo sfondo di una Parigi a un tempo dorata e sordida.

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Belle époque

Nel periodo storico  che va sotto il nome di  Belle époque i progressi  della scienza e della tecnica furono  senza paragoni con le epoche passate.

Benefici di  queste scoperte portarono  a standard di  vita notevoli e a miglioramenti  sociali.

L’illuminazione elettrica, la radio, l’automobile, il cinema e altre comodità contribuirono a un miglioramento  delle condizioni  di vita e al  diffondersi di un senso  di  ottimismo…

 da  Wikipedia

 

    Vivere nella Belle époque (soprattutto  a Parigi)

Ho incontrato Doc ( ossia Emmett Brown, lo scienziato un po’folle protagonista della trilogia di  Ritorno  al  futuro) per chiedergli un passaggio  sulla sua DeLorean DMC -12 modificata per i  viaggi  nel  tempo, con destinazione la Belle époque parigina.

Ma ho come l’impressione che dovrò accontentarmi solo  di ciò che la storia racconta a riguardo di  quel  periodo apparentemente felice.

Belle époque
Dopo l’ufficio alla chiesa della Santa Trinità (1900) – Jean Béraud – Museo Carnavalet, Parigi

 Quella che oggi  chiamiamo Belle époque rappresenta una parentesi felice tra la fine della guerra franco -prussiana e l’inizio  della Prima guerra mondiale (a cui  si  aggiungerà la tragedia della pandemia dovuta all’influenza della spagnola): dal 1871 al 1914 fu un epoca di  scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, nonchè di  cambiamenti nella società di  cui  beneficiarono, anche se in misura minore rispetto  ai più abbienti, le classi proletarie.

Pur volendo  considerare la Belle époque un fenomeno mondiale, è la Francia, specificatamente Parigi, ad avere un legame indissolubile con essa.

La capitale francese aveva già visto un drastico  cambiamento nel  tessuto  urbanistico  durante il Secondo impero (1852 – 1870), quando Georges Eugène Haussmann (conosciuto  come  barone Haussmann) demolì gli  angusti  quartieri  medievali per dare spazio  ad ampi e luminosi  boulevard e consentire l’afflusso di un maggior numero di persone e carrozze.

Belle époque
Le Boulevard des Italiens (1900)

Di pari passo a questa ristrutturazione urbanistica Haussmann (barone) fece in modo  che Parigi  si  dotasse di una rete fognaria moderna, giardini  pubblici e illuminazione pubblica con lampioni  a gas (da qui l’etichetta alla città di  Ville Lumière).

Ovviamente questo  ammodernamento  comportò lo spostamento  verso  le periferie (che non godevano  certo delle agevolezze delle strade più centrali) delle classi popolari, in pratica la moderna banlieue.

Nel 1878 l’illuminazione dei lampioni a gas della Ville Lumière viene sostituita da quelli  a energia elettrica: ed è proprio l’elettricità che darà lo  slancio negli  anni  a venire della Belle époque allo  sviluppo  del trasporto pubblico: nel 1898 venne inaugurata la prima linea urbana di  tram  elettrici che con il tempo sostituì gli omnibus trainati  dai  cavalli (l’ultima loro corsa nel 1913), mentre bisogna aspettare il 1905 per vedere i primi  taxi girare per le strade di Parigi.

E’ il metrò la grande rivoluzione del  trasporto  pubblico  parigino: inaugurata il 19 luglio 1900 entusiasmò subito i cittadini (a parte un incendio  che provocò la morte di 84 persone nel 1903), fino  a arrivare alla stima  di 500 milioni di passeggeri nel 1914.

Belle époque

Per concludere questa piccola carrellata della Belle époque parigina   come non fare un cenno al  suo  simbolo e cioè  la Torre Eiffel: inaugurata  il 31 marzo 1889 in occasione dell’Esposizione universale diventò subito il simbolo  di una città  moderna  e  cosmopolita come Parigi sa essere.

Fine della prima parte dedicata alla Belle époque.

Nella seconda puntata parlerò della donna di  quell’epoca, di  ballerine e di pittori ammaliati  dalla Ville Lumière ⌋ 

Il libro in anteprima 

La fine dell’800 e l’inizio del 900 è stata un’epoca, dove la scienza, la tecnologia e l’invenzione, hanno caratterizzato il risultato delle operazioni del pensiero e di applicazione sul piano pratico e il progresso, in una forma del tutto insolita, ma nuova, ha generato l’inizio di un benessere e la sua decadenza.⌋ 

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Lo spazio è pieno di vita (bisogna solo scoprire dov’è)

Spazio

La prova più evidente che esistono altre forme di  vita intelligente nell’universo è che nessuna di  esse ha mai provato a contattarci

Bill Watterson

Tanto  spazio per essere disabitato?

L’ironica frase di  Bill Watterson ha un sottinteso, che è quello di  credere nella possibilità di  esistenza di  altre forme di  vita nell’universo (e che gli stessi extraterrestri, guardando la nostra storia fatta in parte  di  guerre e pregiudizi, preferiscono defilarsi).

A fare da contrappunto  alla dichiarazione del  fumettista è quella di uno  scienziato del calibro  di  Enrico  Fermi (anche se la  frase a lui  attribuita sembra essere stata estrapolata da un discorso  più ampio):

Se gli extraterrestri  esistono in abbondanza, alcune forme di  vita avrebbero raggiunto un grado  di  civiltà tale da avere inventato i viaggi interstellari.

Come mai  non sono ancora arrivati  fra noi?

A ben vedere la risposta potrebbe essere la stessa data alla frase di Bill Watterson…..

Eppure, secondo alcuni, gli extraterrestri visitando in passato la nostra cara Terra avrebbero lasciato  testimonianze di  sè e  cioè: cerchi  nel grano, piramidi, geoglifi  (Nazca) fino allo  schiantarsi  della loro nave spaziale e conseguente segregazione in basi ultra segrete (vedi  Area 51).

Ma se alla fantasia non si può porre dei limiti, la scienza utilizzando i suoi metodi non pone limiti  alla scoperta di una possibile forma di  vita: per questo motivo sono nati progetti  ad hoc quali  SETI  e messaggi  della nostra esistenza  come quello lanciato insieme alla sonda Pioneer 10  il 3 marzo 1972.

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Simboli inseriti nella sonda Pioneer 10, con indicazioni sul nostro pianeta nel caso la sonda venga intercettata da una civiltà extraterrestre.

Sinceramente non so dove sia finito Pioneer 10 (forse venduto  come pezzo  d’antiquariato  al  mercato  di  Tatooine) ma è certo che, oltre al nostro sistema planetario, di mondi  ve ne sono  a bizzeffe, e vuoi  che almeno  uno  non ospiti una civiltà avanzata?

Di  questo ne è convinto l’astronomo statunitense Frank Drake (co – fondatore insieme a Carl Sagan di  SETI) a cui  si  deve la formula matematica, nota come equazione di  Drake o formula di  Green Bank,  calcola il numero  di  civiltà extraterrestri  esistenti  nella nostra galassia in grado  di  comunicare con noi.

Equazione di Drake (fonte Wikipedia)

Segnali  dallo  spazio profondo

Immaginiamo per un momento di essere un astronomo  di  turno in uno dei  radiotelescopi utilizzato nel programma SETI: è notte, fa molto caldo (è il giorno  di  ferragosto  del 1977), non abbiamo internet, niente WhatsApp, Instagram o Facebook: solo  qualche rivista, magari un libro per riempire le lunghe ore della notte.

Improvvisamente le macchine evidenziano un segnale di  forte intensità proveniente al  di là del sistema solare, precisamente dalla costellazione del  Sagittario,  la cui  durata è poco più di un minuto.

L’astronomo corre a stampare il tabulato dell’analisi del segnale anomalo, evidenziando  la traccia con un grosso  Wow!

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Naturalmente questa è solo  una mia  fantasiosa ricostruzione di  quella notte: in verità Jerry R. Ehman, l’astronomo di  turno  presso il radiotelescopio Big Ear dell’Università statale dell’Ohio impiegato  nel programma SETI, era molto impegnato  nel  suo  lavoro tanto  che, allo  stupore di  quanto visto, fece subito  capolino  la razionalità dello  scienziato il quale,  senza escludere che la causa di  quel  segnale poteva essere quello  inviato da una civiltà tecnologicamente avanzata, non scartava l’ipotesi  che esso  fosse del  tutto naturale.

Da allora quello  che storicamente venne chiamato  Wow Signal non si  ripeté mai più.

Ma qualcosa di  analogo  è accaduto  solo pochi  giorni fa e cioè quando  gli  astronomi addetti  al Breakthrough Listen Project, utilizzando il radiotelescopio Parkes posto nel New South Wales in Australia, hanno  captato un segnale anomalo  proveniente dalla stella Proxima Centauri che dista dal  Sole solo 4,2 anni  luce (una bazzecola se si  possiede il motore a curvatura della nave stellare Enterprise, quella di  Star Trek).

Anche in questo  caso, però, la cautela è massima tanto  che lo stesso  SETI osserva che le possibili fonti del  segnale potrebbero essere diverse, anche proveniente da uno  dei 2700 satelliti  orbitanti  intorno  alla Terra.

Quale linguaggio per comunicare con ET?

 La soluzione che trovò Steven Spielberg per comunicare con gli  alieni nel  film Incontri  ravvicinati  del  terzo  tipo è senz’altro molto  spettacolare (ma altrettanto chiassosa), eppure nella realtà, e in passato, altri  hanno avuto qualche idea per comunicare con gli  alieni. 

Come, ad esempio, l’astronomo austriaco  Joseph Johann von Littrow il quale nel 19° secolo pensò che la cosa migliore fosse quella di  scavare enormi trincee nel deserto  del  Sahara per poi  riempirle di  acqua e petrolio e dare quindi fuoco  al tutto  affinché il messaggio  potesse essere visto da qualunque alieno  di passaggio  sulla Terra.

Più seria (e decisamente meno inquinante) fu  la scelta di  creare un vero  e proprio linguaggio basato  su  formule algebriche creato dal  matematico  tedesco Hans Freudenthal.

A questo linguaggio  venne dato il nome di Lincos e  descritto  dall’autore stesso  nel  libro Design of a Language for Cosmic Intercourse, Part 1 (la seconda parte non venne mai  scritta per la morte di Hans Freudenthal avvenuta nel 1990).

Per quanto  la comunità scientifica abbia in maggior parte accolto in maniera favorevole Lincos, il linguaggio non è mai  stato utilizzato  per inviare messaggi  nello  spazio.

A questo punto  come non ricordare quello che  invece fu  inviato dall’osservatorio  di  Arecibo nel 1974 e rammaricarci  del  crollo per mancanza di  manutenzione di  questo storico radiotelescopio.

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Per concludere 

La distanza, misurata in anni luce tra noi  e gli  eventuali  loro, non è un problema da poco: mettiamo  il caso che ET mandi il suo  ciao alla velocità della luce e che il suo pianeta disti  dalla Terra centinaia se non migliaia di  anni luce, per cui  la nostra educata risposta al  suo  ciao impiegherebbe lo stesso  tempo  per arrivare al pianeta X: in questo  lasso  temporale può essere che uno  delle due civiltà (se non entrambe) si  siano  estinti  per varie cause come, ad esempio, l’impatto  con  un asteroide (i dinosauri  ne sanno  qualcosa).

Eppure gli  scienziati hanno teorizzato una possibilità per accorciare queste  distanze attraverso i wormhole (o  tunnel  spaziali….ancora Star Trek)

La teoria fu ipotizzata da Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935 utilizzando la Teoria della relatività generale e, quindi, l’esistenza (teorica) dei  wormhole.

Tutto qui!

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Il cambiamento climatico non è solo un gioco

cambiamento  climatico

Quando  si  interviene in modo molto  violento  sull’ambiente si provocano  squilibri  ecologici ma, soprattutto, si  creano  condizioni ideali per lo  sviluppo  di microrganismi patogeni.

I dati  a disposizione dicono  che le malattie emergenti sono, nella maggior parte dei  casi, dovute ad agenti patogeni che già esistevano in focolai  ristretti e che sono usciti  dall’ombra  perché hanno beneficiato di modificazioni improvvise dell’ambiente.

Tratto  da un’intervista a Stephen Morse dell’Università Rockefeller di  New York (ottobre 1996)

Il cambiamento  climatico e la pandemia

Quando  ventiquattro  anni  fa Stephen Morse pronunciò quelle parole in un’intervista certo non pensava che quello che affermava  sarebbe accaduto  un paio  di  decenni  dopo, e cioè la pandemia da Covid – 19 che (tragicamente) stiamo  vivendo.

Come del  resto avevamo relegato  a un mero  ricordo  del passato l’altra pandemia avvenuta giusto un secolo  fa e cioè la febbre Spagnola che causò la morte di  cinquanta milioni  di individui in tutto il mondo.

Il confronto con la malattia del passato non deve, però, spaventarci: oggi  la scienza è in grado di offrire vaccini per sconfiggere del tutto la pandemia, anche se da più parti si levano  dubbi riguardo  alla  velocità con la quale diverse case farmaceutiche hanno approntato  il proprio  vaccino per metterlo in commercio (immaginate un po’ il fiume di  denaro che gira intorno  a questo  business) a scapito di una sperimentazione che, di  solito, dura ben  più di  qualche mese.

Certo è che il virus del  Covid – 19 è stato trasmesso  da animale (pipistrello?) a uomo ma, ritornando  alle parole di  Stephen Morse, è indubbio che uno squilibrio  ecologico sia stato, come dire, il detonatore che ha fatto  esplodere la pandemia.

Tralasciando la retorica dell’usciremo migliori  da questa esperienza  – per il momento  vedo intorno  a me  persone per lo più impaurite e disorientate dai  continui proclami  di  scienziati che dovrebbero pensare di più al proprio  lavoro  che presenziare nei  talk – show (senza per questo dimenticare lo stillicidio dei continui Dpcm che instillano  solo ulteriore confusione) – penso  che ormai sia giunto il momento in cui  le nazioni hanno  compreso  che il tanto  auspicato Green New Deal non può più attendere per far si  che la nostra vita diventi migliore

Il gioco che non è un gioco

cambiamento  climatico

Change Game è un gioco  di  simulazione (in realtà è una App)  in cui  intervenendo  su  diversi  parametri si può vedere il loro effetto generale su l cambiamento climatico.

 L’App  è stata ideata dal Centro Euro -Mediterraneo sui  Cambiamenti  Climatici ( CMCC) ed è scaricabile gratuitamente sia da Google Play che App Store.

cambiamento  climatico

Più complesso è il programma di  simulazione Climate interactive En-Roads progettato dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) attraverso  la sua scuola di  business  Sloan School of Management: il simulatore permette di  esplorare le conseguenze sul clima dovute alle politiche energetiche, crescita economica e consumo  del  suolo, oltre che fornire una valutazione sulle scelte per contenere l’aumento della temperatura futura entro i 2°C.

…….Qualcosa di più semplice?

Il libro in anteprima

Nell’ottobre del 2012 David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico  statunitense, diede alle stampe Spillover  sulla possibile pandemia dovuta a un virus che avrebbe fatto un salto  di  specie.

Il libro  ebbe un notevole successo e oggi, più che mai, una sua lettura sarebbe consigliabile.

Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all’altro fare un salto di specie – uno spillover in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani.

Il libro è unico nel suo genere: un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ reportage, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali Quammen ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi.

L’autore ha intervistato testimoni, medici e sopravvissuti, ha investigato e raccontato con stile quasi da poliziesco la corsa alla comprensione dei meccanismi delle malattie.

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Colle del Melogno, un itinerario tra faggi e storia

Colle del Melogno

Andavo per il bosco così, per mio  conto,

non cercare nulla era il mio intento.

Quando  vidi  nell’ombra un piccolo fiore,

lucente come stella, bello  come gli occhi

J.W. Goethe – Cento poesie –⌋ 

Il Colle del Melogno tra le righe della storia

Prima ancora di  descrivere l’itinerario  che dal  Colle del Melogno porta al  Gioco  di  Giustenice, attraverso  la 14° tappa dell’Alta Via dei Monti Liguri, mi sembra opportuno accennare alle vicende storiche avvenute in questi luoghi partendo  dalla lontana primavera del 1795  cioè quando  le truppe francesi, comandate dal generale Andrea Massena, per proteggersi  da attacchi verso  la riviera avevano predisposto una linea di  difesa lungo il passo  del  Melogno.

Il 25 giugno le truppe austriache, comandate dal  generale Eugène-Guillaume Argenteau, dopo  un’aspra battaglia conquistarono le fortificazioni francesi  poste  sul monte Settepani a controllo di  quelle poste lungo il passo del  Melogno.

Toccherà ai  francesi  riconquistare il Melogno nel  novembre dello  stesso  anno a seguito della controffensiva intrapresa nella Battaglia di  Loano.

 

Il forte Centrale del Melogno

All’incirca un secolo  dopo  i  fatti  riportati precedentemente, quindi tra il 1883 e 1895, viene realizzato lo Sbarramento  del Melogno dal  Regio  esercito italiano a difesa del passo  composto dal  forte Centrale, il forte Tortagna (oggi proprietà privata), il forte Settepani (zona militare) e la batteria di  Bric Merizzo

Il forte Tortagna fu  testimone di un drammatico  episodio  avvenuto il 27 novembre 1944: la cattura di 17 alpini del  Battaglione Cadore, inquadrati nella Repubblica Sociale di Salò e, in seguito,   giustiziati sommariamente dai  partigiani della V Brigata Garibaldi. 

Affinché  tutte le vittime di un’assurda guerra fratricida non siano dimenticate.

Dal Colle del Melogno al  Gioco  di  Giustenice (tappa 14 AVML)

Si parte dai 1028 metri  del  Colle del  Melogno, precisamente dal parcheggio del bar – ristorante La Baita,  che troveremo  di  fronte dopo  essere passati  sotto  il tunnel  del  forte centrale provenendo  dall’uscita autostradale di  Finale Ligure.

Il Colle del Melogno
Il valico del Colle del Melogno (1028 metri) separa il Gruppo del Monte Settepani da quello del Monte Carmo (secondo la classificazione SOIUSA). Esso è il valico delle Alpi Liguri in provincia di Savona che collega la riviera di ponente (Finale Ligure) con la cittadina di Calizzano in Val Bormida e il Piemonte attraverso la Val Tanaro, seguendo la SP 490
Lunghezza del percorso 18 chilometri circa (andata e ritorno)

Una lunga sterrata in leggera salita che aggira il parcheggio è l’inizio  della 14°tappa dell’Alta Via dei  Monti  Liguri (cartelli indicatori  e segnavia indicano  la giusta direzione).

Colle del Melogno
Ma chi sarà la fanciulla ritratta?

Dopodiché, arrivati davanti  al  cancello in fotografia, entriamo in quella che viene considerata la più bella faggeta della Liguria e una delle più belle d’Italia: la Foresta della Barbottina (non so  perché si  chiama così, se qualcuno  di voi  lo sa può lasciarmi un messaggio).

Colle del Melogno
I faggi del Bosco della Barbottina

Usciti  dalla Foresta della Barbottina troveremo la casetta della Forestale con alcune panche per la sosta.

Colle del Melogno
La casetta della Forestale

Adesso  non ci  resta che proseguire mantenendo  la linea retta del  sentiero fino  ad arrivare alle cosiddette Rocce Bianche, punto panoramico  del percorso.

Continuiamo sull’ampio  sterrato seguendo  sempre i  segnavia dell’Alta Via fino a una deviazione a destra che, innalzandosi brevemente, ci porterà al terminale di  tappa e cioè il Gioco  di  Giustenice  a 1139 metri  di  quota.

Colle del Melogno
Terminale di tappa al Gioco di Giustenice (1139 metri)

Dal Gioco  di  Giustenice si  diramano i sentieri  verso il monte Carmo (0,30 minuti) oppure, proseguendo in discesa, verso il rifugio  di Pian delle Bosse (841 metri)

Per il ritorno possiamo riprendere il percorso dell’andata oppure seguire l’ampia sterrata che svolta a destra.

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Il glifosato, un problema non ancora risolto

Glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo. A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente traslocato in ogni altra posizione della pianta per via prevalentemente floematica.

Questo gli conferisce la caratteristica, di fondamentale importanza, di essere in grado di devitalizzare anche gli organi di conservazione ipogea delle erbe infestanti, come rizomi, fittoni carnosi, ecc., che in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati.

Tratto  da Wikipedia alla voce glifosato⌋ 

La scoperta del  glifosato: un caso  di  serendipity 

Forse il concetto  di  serendipity non è molto  attinente alla scoperta del glifosato ma, quando  negli  anni ’70 la Monsanto stava effettuando  ricerche sugli  addolcitori d’acqua, si notò come alcuni  di questi  composti avevano una blanda azione erbicida, fu  allora che la priorità dell’industria chimica venne rivolta alla ricerca di  sostanze analoghe con un potere erbicida molto più efficace: il glifosato fu il terzo  di  questi elementi ad essere scoperto.

Glifosato
La formula chimica del glifosato

La scoperta del glifosato  si  deve al chimico John E. Franz che, nel 1990, per questo  suo  lavoro fu  premiato  con la Medaglia Perkins per l’innovazione nella chimica applicata (tre anni prima gli  era stata assegnata la National Medal  of Technology); nel 2007 il suo nome fu inserito nella National Inventor’s Hall of Fame .

Nel 2000 il brevetto del  glifosato raggiunge il suo  termine di  scadenza, questo non impedisce alla Monsanto di  continuare a essere leader per la produzione e vendita per gli  erbicida contenenti il glifosato (specie il Roundup): il quantitativo totale mondiale annuale della produzione dell’erbicida raggiunge le 800.000 tonnellate 

Glifosato alla sbarra

Nel 2018 l’azienda chimica Bayer acquisisce il controllo  della Monsanto,  diventando  così il colosso  dell’industria chimica con 115.000 dipendenti in tutto il mondo  e 45 miliardi di  euro  di  fatturato ogni  anno, dei  quali 19,7 miliardi provengono dal  settore agrochimico.

La Bayer, però, insieme all’acquisizione della Monsanto  ne eredita anche la cause giudiziarie indette per il  risarcimento dovuto ai casi di  cancro  delle persone che per anni  hanno  usato il diserbante Roundup: gli indennizzi sono  stratosferici.

Nel 2019 negli  Stati Uniti la giuria del  tribunale di Oakland (California) condannò la Bayer al risarcimento di due miliardi  di  dollari a una coppia di  anziani  coniugi che per trent’anni avevano utilizzato il Roundup nei propri  campi, ammalandosi entrambi di  tumore.

Ovviamente i legali della multinazionale fecero  subito  ricorso in appello per arrivare a un patteggiamento  con  le parti  (e un sostanzioso  sconto sull’indennizzo).

Sotto un certo punto  di  vista la sentenza  aveva un altro  aspetto non meno  importante del  risarcimento: essa aveva contraddetto l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente nella sua dichiarazione in cui  afferma che non esistono rischi  per la salute utilizzando prodotti con la presenza di  glifosato. 

In seguito la Bayer ha patteggiato il pagamento di 10,5 miliardi  di  dollari  per chiudere 95.000 cause di  risarcimento per gli  stessi  motivi (altre 25.000 cause aspettano di  essere giudicate)

Le norme europee sull’utilizzo  del  glifosato

Nel  marzo  2015 l’International Agency for Research on Cancer ha classificato il glifosato  come sostanza potenzialmente cancerogena per l’uomo inserendola nel  gruppo  2A

La classificazione in gruppi in base alla cancerogenicità degli elementi
Gruppo 1 – Sufficienti evidenze di cancerogenicità negli esseri umani Gruppo 2A – Limitate evidenze di cancerogenicità negli esseri umani, ma sufficienti evidenze negli animali di laboratorio. Gruppo 2B – Limitate evidenze di cancerogenicità sia negli esseri umani che negli animali. Gruppo 3 – Le prove non sono sufficienti Gruppo 4 – Le prove sia su esseri umani e animali indicano un’assenza di attività cancerogena

La questione dell’utilizzo  del  glifosato in Europa è estremamente complessa e non priva di  sospetti di  come essa venga gestita da parte dei  produttori di  erbicida: l’accusa che si  muove nei loro  confronti (per nulla velata) è quella di manipolazioni scientifiche, disinformazioni e sospetti  di  corruzione (queste ultime ovviamente non provate)

Nel  dicembre 2017 la Commissione europea approvò l’estensione dell’uso  del  glifosato  fino  al prossimo dicembre  2022: questo nonostante la presa di posizione da più parti sulla pericolosità del  composto ma, soprattutto, fu  il voto  a favore del ministro dell’Agricoltura tedesco a consentire la proroga: fino  ad allora sembrava che la posizione tedesca fosse allineata a quella dei  contrari ma, evidentemente, l’acquisizione della Monsanto da parte della tedesca Bayer, ne condizionò l’esito  del voto.

La commissione europea ha comunque istituito il gruppo  di  lavoro denominato  Assessment Group on Glyphosate (AGG) composto  da esperti  provenienti  dalla Francia, Ungheria, Olanda e Svezia che fornirà un rapporto di  valutazione entro il 2021 che confermerà l’utilizzo  del  glifosato o il divieto in tutti i paesi membri  dell’Unione.

La normativa italiana
In Italia il Decreto ministeriale del 9 agosto 2016 vieta l’uso del glifosato solo in questi casi: l’uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all’80 per cento nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione: parchi, giardini, campi sportivi, aree ricreative, cortili, aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie L’uso in pre – raccolta con lo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

Cosa dobbiamo mangiare?

Ultimamente la cronaca ha riportato l’analisi  effettuata de Il Salvagente sul contenuto di  glifosato nella pasta prodotta da diversi  marchi,  evidenziando  come,  rispetto  a un’analoga analisi  effettuata nel 2018, in cui  solo  due tipi  di  pasta prodotti  per conto  della Lidl e Eurospin  contenevano  tracce di  glifosato, oggi il numero di  marchi contaminati sia salito  a sette con un’evidente peggioramento per quanto  riguarda la salute dei  consumatori.

Naturalmente  il consiglio è quello  di  consumare pasta prodotta al 100 per cento  con grano italiano, purtroppo il problema è che anche il grano nazionale può essere contaminato e, soprattutto, la produzione nazionale  non è sufficiente per il mercato interno, per cui  siamo  costretti  a comprare grano  dall’estero  (specie dal  Canada).

Tutto  qui.

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Pomposa, l’abbazia nel Delta del Po

Pomposa

Il nome di  Pomposa era giunto  glorioso fino  a noi ma come avvolto fra le nebbie delle leggenda perché la vecchia Abbazia avulsa per secoli dalla vita degli uomini, perduta nella immensa pianura padana e quasi irraggiungibile, sembrava l’eco  affievolita di una civiltà lontana, spersa nel  buio  del Medioevo

Tratto  da L’abbazia di  Pomposa di  Mario  Salvi

 Per visitare l’abbazia di  Pomposa

Pomposa
Abbazia di Pomposa (immagine tratta dalla pagina Cathopedia)

Sono certa che in rete, ma anche nelle biblioteche pubbliche (non dimentichiamole), troverete molto più di  quanto io possa scrivere sull’Abbazia di Pomposa per cui quelle poche parole  del  sottotitolo sono da intendersi  come l’invito a visitare quella che considero  essere tra le  più belle abbazie italiane.

Una visita all’Abbazia di  Pomposa potrebbe essere integrata con  quella della Riserva Naturale del  Gran Bosco  della Mesola integrata nel  Parco Delta del  Po, dato  che la distanza tra i  due luoghi  ne permette la visita in giornata (è meglio, comunque consultare gli orari di visita e i giorni  di  apertura per  entrambi i siti).

Per prenotare una visita e per altre informazioni  sull’Abbazia di Pomposa (anche di  natura gastronomica) è disponibile questa pagina

Cenni  storici e architettonici

Pomposa

 Quello  che segue è solo una piccola  cronologia della storia millenaria di Pomposa partita con l’insediamento di una prima comunità in quella che veniva chiamata l‘Insula Pomposiana tra il VI e il  VII secolo d.C. (il pdf è stato  generato partendo  dalla pagina di  Cathopedia relativa all’abbazia)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Galleria fotografica (©caterinAndemme)

Il libro in anteprima 

Chi meglio di Marcello  Simoni,  archeologo  e scrittore può accompagnarci in una visita nei  Misteri dell’abbazia di Pomposa?

Da un maestro del giallo storico, il racconto affascinante e mozzafiato della misteriosa abbazia di Pomposa.

Un saggio illustrato che si legge come un romanzo, in cui Marcello Simoni svela i segreti nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, una vera e propria Bibbia di pietra in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.

Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale. Un viaggio – illuminato dai disegni dell’autore – nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, rivelati dalla scrittura appassionante dell’autore italiano di thriller più tradotto al mondo.

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Fabbriche di  Carregine si mostra (nel 2021)

Convento  di  san francesco  di  Cairo

Nel  Delfinato tra laghi  e crêpes

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Bauhaus, una donna e un libro

Bauhaus

Architetti, scultori, pittori, tutti noi  dobbiamo tornare ai mestieri! L’arte non è una professione.

Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista è un artigiano  esaltato.

Il cielo  misericordioso, nei rari  momenti  d’ispirazione e al  di là della volontà dell’uomo, può far sbocciare l’opera d’arte.

Ma la competenza è il mestiere essenziale per ogni  artista. Questa è la fonte originale dell’immaginazione creativa.

 Walter Gropius dal  Manifesto Bauhaus (aprile 1919)

Bauhaus: una storia in poche parole (partendo  da una sedia) 

Bauhaus
Sedia  Cesca (precedentemente chiamata B 32)

 Nell’immagine la sedia  progettata da Marcel Breuer nel 1928: Cesca  (il nome  Cesca  deriva dal diminutivo  di  Francesca, la figlia adottiva di Breuer).

La sedia Cesca , tuttora prodotta dalla casa di  arredamento tedesca  Thonet,  è uno dei prodotti  di  design usciti dalla più famosa scuola di  architettura del ‘900: la Staatliches Bauhaus.

Bauhaus
Walter Gropius

 Nel 1919 fu Walter Gropius l’artefice per la  nascita della Staatliches Bauhaus, il  suo interesse era quello  di  creare un’istituto  diverso  dalle altre scuole d’arte applicata dove la collaborazione tra allievi  e maestri  doveva essere totale.

Il concetto era espresso anche nella scelta del  nome Bauhaus che, rifacendosi  a quello di  Bauhütten cioè i cantieri  medievali (qualcuno fa riferimento  anche alla Loggia dei  muratori e quindi  alla massoneria), ne esprimeva in pieno  l’ideologia.

Già tre anni prima, nel 1916, Gropius propose al  Ministero  di  Stato del  Granducato  di  Sassonia (che divenne lo  stato  di Sassonia – Weimar – Eisenach dal 1918 al 1920) la proposta per l’Istituzione di una scuola che fosse anche centro di  consulenza artistica per l’industria, il commercio  e l’artigianato.

L’anno  seguente Fritz Mackensen, direttore dell’Istituto  superiore di Belle Arti  del Granducato, inviò al  Ministero il verbale con le proposte di   riforma della scuola: bisognerà aspettare ancora due anni, e cioè il 1919, per arrivare a una soluzione di  compromesso in cui  l’istituto  statale del Bauhaus sarebbe sorto  dalla fusione di  quello  che era ormai l’ex Istituto  superiore di  belle arti e quello della Scuola d’arte applicata, in più si sarebbe aggiunto ad essa una sezione dedicata all’architettura.

La Bauhaus vivrà fino  al 1933 quando il regime nazista ne decreta la fine.

Tra i  suoi  insegnanti figuravano  personaggi  del  calibro  di Paul Klee e Wassily Kandinsky.

Bauhaus: la cronologia
1919 A Weimar nasce la Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il manifesto con l’intento di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire. 1925 Un cambio di sede porterà la Bauhaus a Dessau. 1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti professori e, in seguito, verrà dimissionato dal sindaco di Dessau. 1930 In questo periodo la scuola è sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe che, eliminando le istanze sociali della Bauhaus, ne valorizza i brevetti e la collaborazione con le aziende. 1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino. 1933 per non soccombere al nazismo i docenti all’unanimità decidono di chiudere la scuola

Davvero  ci  siamo dimenticati  di Ise Frank? 

Quando  Walter Gropius scrisse il manifesto  della Bauhaus inserì questa nota:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Parole decisamente intrise di progressismo  che, però, erano in contrasto  con la realtà dei  fatti: anche se all’inizio dell’apertura della Bauhaus le donne iscritte ai  corsi  erano in numero  maggiore rispetto a quello  degli uomini, le donne  venivano  considerate non abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere ad arti  come, ad esempio l’architettura, considerate appannaggio dell’uomo piuttosto  che della donna.

Naturalmente questa contraddizione è tipica del contesto  sociale di quegli  anni ( per certi  aspetti ancora oggi  si  assiste a delle vistose diseguaglianze tra donne e uomini in campo  lavorativo) e solo  alcune allieve, con il tempo, riuscirono  a imporsi in quei settori esclusivamente maschili, tra loro  Marianne Brandt che divenne una dei  maggiori designer industriali  della Germania degli  anni ’30 e Anni  Albers la quale emigrò negli  Stati Uniti dopo il 1933 diventando  anche lei  una designer molto ricercata.

Ma c’è una donna molto importante nella vita della Bauhaus e, soprattutto, in quella del  suo  fondatore: Ise Frank,  moglie  di Walter Gropius.

Ise Frank nasce a Wiesbaden in Germania il 1 marzo 1897 da una famiglia piuttosto  agiata ( il  padre Georg Frank era consigliere del  governo  prussiano); dopo  gli studi  classici,  a ventisei  anni, si  trasferisce a Monaco  dove diventa prima libraia e poi giornalista per un piccolo  editore, impiego che l’aiuta non poco a essere una donna libera ed emancipata.

Era destinata a diventare la moglie di  suo  cugino Hermann, un uomo che se pur la rispettava nelle sue scelte non riusciva colmare quel  senso  di  solitudine interiore nella vita di  Ise.

Sennonché tutto  cambiò quando nel luglio  del 1921 la sua amica Lise l’invitò a una conferenza di  architettura al Politecnico di  Hannover dove, per l’appunto, il conferenziere era Walter Gropius che, in quell’occasione, esponeva il suo  progetto della Bauhaus, cioè quello  di una scuola rivoluzionaria rispetto  ai  canoni dell’architettura di allora.

Si può dire che Ise Frank  venne colpita da un duplice colpo  di  fulmine: quello riguardante l’aspetto  futuristico e rivoluzionario  della Bauhaus ma, soprattutto, l’aspetto e l’aurea di  ribelle di  quell’uomo.

Bauhaus
Walter Gropius e Ise Frank

A questo punto  tralascio  il gossip (e relativo  BLABLABLA facilmente reperibile in rete)  che seguì a quel primo  loro  incontro   per arrivare all’ottobre dello  stesso  anno quando i due convolarono  a nozze.

Anche Wikipedia si è dimenticata di Ise Frank
Quella che dai più viene consioderata l’Enciclopedia per eccellenza in rete, ha delle volte alcune lacune incomprensibili. A esempio, nella voce dedicata a Walter Gropius si accenna alla sua prima moglie, ma non c’è un rigo dedicato a Ise Frank: << Proveniente da una famiglia di architetti (era pronipote dell’architetto Martin Gropius), studia architettura a Monaco (1903) e a Berlino (1905-1907). Nel 1915, durante una licenza militare dal fronte, sposa Alma Mahler Schindler, vedova del musicista Gustav Mahler. Insieme i due ebbero una prima figlia, alla quale diedero il nome di Manon; affetta da poliomielite, morì nel 1935 a soli diciotto anni. Un secondo figlio, Carl Martin, nacque pure gravemente malato e morì a dieci mesi di vita. I due divorziarono nel 1920>>.

Perché Ise Frank  era tanto importante per la Bauhaus? 

Intanto tutti  gli articoli o comunicati  della Scuola erano  opera di  Ise (non per nulla era una giornalista) tanto  da essere poi  definita la signora Bauhaus, o per meglio  dire l’anima di quel progetto  riformista: in effetti lei, sposando  Gropius, ne aveva sposato anche la completa ideologia dietro  al progetto  Bauhaus e cioè la ricerca di  una società più libera e democratica.

 La sua opera non si limitava solo  agli  scritti tanto  che, nella casa costruita dai  coniugi Gropius a Dessau nel 1924, lei insieme a Bruno Taut sperimentò quelle soluzioni ergonomiche di una casa progettata per una donna moderna ed emancipata, le stesse  riportate nel libro di  Taut La nuova abitazione: la donna come creatrice.

Nel 1927, con l’incalzare del  regime nazista ostile alle avanguardie culturali, Ise Frank si  rese conto dei rischi che la Bauhaus, il corpo  docenti e gli  studenti  stessi, correvano: con l’amica fotografa di origine statunitense  Irene Hecth (e con agganci internazionali tra Parigi  e New York) preparò un piano  di  fuga verso  gli  Stati Uniti.

Nel 1969 Walter Gropius muore.

Quattordici  anni  dopo, il 9 giugno 1983 a Lexington nel  Massachusetts, si spegne Ise Frank, aveva ottantasei  anni.

Il libro in anteprima

Jana Revedin, architetta e urbanista tedesca docente presso l’École spècial d’architecture di  Parigi (precedentemente anche presso il Politecnico  di  Milano e l’Università Iuav di  Venezia) dopo un’accurata ricerca ha scritto in forma romanzata la vita di Ise Frank nonché la storia della Germania da Weimar al  nazismo nel  libro La signora Bauhaus

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lì su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.

Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore della Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.

Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.

Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di Signora Bauhaus.

Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo alla Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.

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Cronobiologia per gufi e allodole (ma non solo)

cronobiologia

La cronobiologia, dal greco χρόνος chrónos (tempo) e da biologia (studio della vita), è una branca della biologia che studia i fenomeni periodici (ciclici) negli organismi viventi e il loro adattamento ai relativi ritmi solare e lunare.

Questi cicli sono noti come ritmi biologici.

Definizione tratta da Wikipedia⌋ 

Siete allodole o  gufi?

Premesso  che tutti  gli  studi scientifici  portano  alla conclusione che dormire otto ore è salutare sia  per l’organismo che  la mente, voi  vi  considerate fra le persone che adorano  essere mattiniere (le cosiddette allodole) oppure quelle per cui le ore della notte vanno vissute piuttosto  che dormire (allora appartenente alla categoria dei  gufi o  dei vampiri, fate un po’ voi).

Se non siete sicure di  dove collocarvi fra allodole e gufe niente paura: esiste il MEQ (morningness – eveningness questionnaire) e cioè un questionario  scientificamente validato per poterlo  scoprire (potete scaricarlo  da questa pagina)

MEQ-SA-IT

 

Per quanto  riguarda il comportamento  morale, e sempre secondo  gli  scienziati, sembra che le allodole abbiano la predisposizione a mentire e tradire di più verso sera mentre,  al contrario, gufi  e gufe preferiscono  l’inizio  di  giornata per farlo.

In ogni  caso gufi  e allodole sono  solo gli  estremi di un’identità circadiana che può variare per diversi fattori tra i  quali l’età, esigenze lavorative (sveglia all’alba o  turni  di notte)  e  quella di portare a spasso  il cane, perché  al quadrupede   se scappa la pipì non gli interessa se siete gufe o  allodole o una via di  mezzo.

Il nostro orologio biologico 

cronobiologia

 In questa simpatica immagine la zona in rosso indica la posizione dell’ipotalamo, struttura del  sistema centrale nervoso  molto importante per quello  che viene considerato il nostro orologio  biologico interno.

Nell’ipotalamo è presente il nucleo  soprachiasmatico composto  da 20.000 geni i quali  esprimono la relazione tra quantità di luce e funzioni fisiologiche del nostro organismo: quindi, il nucleo  soprachiasmatico, adattando  la sua attività alle variazioni di luminosità, interagisce con le altre aree del  cervello come se fosse una centralina di  comando.

Per quanto  riguarda l’esposizione quotidiana alla luce solare, oltre che incrementare la produzione di vitamina D, ha un altra funzione fisiologica fondamentale e cioè il rilascio  di  dopamina, importante neurotrasmettitore coinvolto in molteplici  attività tra le quali la regolazione  del  sonno, i meccanismi del piacere e quelli  del movimento e le facoltà cognitive e di  attenzione.

Eppure, nonostante la scienza abbia pensato per anni che le variazioni  fisiologiche del nostro organismo  dipendessero  unicamente dall’alternarsi del  ciclo  giorno – notte, già nel 1729 lo  scienziato  francese Jean Jacques Dortous de Mairan, osservando l’aprirsi  e il chiudersi  delle foglie della mimosa pudica nelle 24 ore anche in condizione di  buio  assoluto, intuì l’esistenza di un ciclo  vitale endogeno presente in ogni specie, essere umano  compreso.

Infatti, studi  condotti  negli  anni ’80 del  secolo  scorso  su soggetti volontari  in isolamento  in una  grotta, dimostrarono l’esistenza di questo  ritmo  endogeno del nostro  organismo  funzionante senza sincronizzarsi con il ciclo  giorno – buio e per di più con una durata all’incirca di 25 ore..

Attenzione, però: questo orologio interno è molto  sensibile, per cui una sua desincronizzazione può dipendere anche dalle nostre attività.

Ad esempio l’esposizione alla luce nel  corso  della notte (specie quella emessa dagli  schermi dei nostri  device) altera la biosintesi  della melatonina, ormone fondamentale nel  funzionamento dei ritmi  circadiani. 

La nascita della moderna cronobiologia risale a una ventina di  anni prima, nel 1960, presso il Cold Spring Harbor Laboratory  di  New York più di  centocinquanta studiosi si  riunirono  per definire le basi scientifiche legate ai  ritmi biologici.

Nel 2017 il Karolinska Institut ha assegnato il premio  Nobel  per la medicina a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per le loro  scoperte sui  meccanismi molecolari  che controllano  il ritmo  circadiano.

La cronobiologia nella Medicina Tradizionale Cinese

In questo mio  articolo sulla cronobiologia (articolo  a solo  scopo informativo e non esaustivo  dell’argomento) non potevo  tralasciare quello  che la Medicina Tradizionale Cinese dice sulla cronobiologia e cioè il riferimento al  flusso  di  energia (Qi) all’interno  dei 12 canali principali (i Meridiani) presenti  nel  corpo  umano durante l’arco  della giornata.

Nella MTC ogni  meridiano è collegato  a due ore della giornata, per cui  avremo 12 meridiani in un ciclo  bi orario legato  a organi e visceri.

Il flusso  di  energia non è costante nella giornata, ma ha un suo  minimo e massimo per ogni organo  o viscere (vedi l’immagine seguente)

cronobiologia

Il libro in anteprima

Vivere in sintonia con il proprio orologio biologico

È certamente esperienza comune che esistono momenti della giornata in cui ognuno di noi si sente più o meno in forma nelle proprie attività quotidiane: concentrazione, attenzione, studio, memoria, lavoro, attività fisica, sportiva, sonno e così via.

Qualcuno di noi preferisce le ore del mattino, dove è già fresco e pimpante, mentre la sera crolla presto; qualcun altro invece ama la notte e non andrebbe mai a letto, ma il risveglio mattutino è un vero dramma… Ma quanti sanno che tutto questo ha solidissime basi scientifiche, che l’attività ritmica di ogni cellula di ogni organismo vivente è scritta nel DNA dei nostri geni, e che la rotazione della Terra sul suo asse, con la conseguente alternanza di luce e buio, rappresenta il regolatore del nostro cervello?

È come se avessimo un vero e proprio orologio, e anche di gran marca e super preciso, che scandisce ogni momento della nostra vita. Solo che questo orologio non lo portiamo al polso, ma si trova nel nostro cervello.

Un affascinante viaggio nel mondo dei ritmi biologici e della cronobiologia accompagnati per mano da Roberto  Manfredini, professore ordinario  di  Medicina Interna presso l’Università degli  Studi  di Ferrara e uno  dei  massimi  esperti italiani  di  cronobiologia⌋ 

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Val Ponci: un’escursione nella storia

Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥