Un golem per tutte le stagioni (anche quelle più brutte)

” Pensate al cristallo che, massa amorfa,  assume forma regolare ubbidendo  alle proprie immutabili  leggi pur senza averne coscienza.

Non potrebbe succedere lo  stesso  nel mondo  dello  spirito?”

Da Il Golem di  Gustav Meyrink

Golem e Frankenstein: due creature dell’immaginario

Era una notte buia e tempestosa

E’ ovvio  che la creatura del dottor  Victor Frankenstein non poteva che nascere in una notte buia e tempestosa, perché il patchwork di  cadaveri assemblati alla meglio per poter vivere aveva bisogno della potenza di un fulmine per darsi la scossa necessaria.

Mary Shelley scrisse Frankenstein  o il moderno Prometeo quando  aveva 19 anni e cioè nel  1817 vedendoselo  pubblicare l’anno  successivo (una seconda edizione, modificata sempre dall’autrice, si  ebbe nel 1832).

Il libro  è nel  tempo  diventato un best seller della letteratura capostipite dei più moderni  romanzi  horror: il mostro  di  Victor Frankenstein (cioè quello generato dal  genio letterario  di Mary Shelley)  si  discosta di molto dall’altra creatura mitica del Golem  resa viva  partendo dal  un grumo di  argilla e formule talmudiche.

Infatti se Frankenstein (il mostro)  suscita ribrezzo tra gli uomini, nonostante la ricerca di  consapevolezza del  suo  essere, alla fine per la sua emarginazione sfogherà il suo odio  contro gli uomini fino a isolarsi  tra i  ghiacci eterni  (almeno  questo  si  desume dopo  aver visto il noioso (per meFrankenstein di  Mary Shelley per la regia di  Kenneth Branagh, film del 1994)

rappresentazione del Golem
Rappresentazione del Golem

Per il Golem, invece,  scendiamo  lungo  la storia fino  ad arrivare alla città di Praga del  XVII secolo e più precisamente recandoci nella parte del  quartiere ebraico (Josefov): qui incontriamo il rabbino Judah  Loew ben Bezalel  altrimenti conosciuto  come rabbi  Löw

Filosofo, cabalista, matematico, talmudista, nato probabilmente in Polonia a Poznan mentre altre fonti dicono  a Worm in Germania, si  trasferì a Praga nel 1588 rimanendovi  fino al 1592 per poi ritornare a Poznan e da qui di nuovo  a Praga fino  alla morte avvenuta nel 1609.

La statua di rabbi Löw a Praga
Opera di Ladislav Saloun (1910)

Lo  spessore culturale di  rabbi  Löw (nonché il fatto  di  essere benestante e quindi indipendente) lo resero un personaggio  di  spicco sia tra la comunità ebraica che il resto  della cittadinanza praghese (senza contare che tale fama era già estesa oltre i  confini  della Boemia) ricevendo  anche l’attenzione di  Rodolfo II d’Asburgo appassionato  di  arti ma, soprattutto, delle scienza occulte.

Dunque è facile a questo punto  pensare che la vita del  rabbino Loew in un certo  qual modo  sia stata mitizzata fino  a legarsi  alla leggenda del  Golem:

Per proteggere gli  ebrei del  ghetto  di  Praga da attacchi  antisemiti, egli  avrebbe creato un essere vivente fatto  d’argilla, utilizzando le sue conoscenze esoteriche legate alla tradizione rabbinica e quindi  al mito  dell’origine di  Adamo impastato  dalla polvere dallo  stesso Elohim (Genesi 2.7)

Istruzioni  per l’uso

Praticamente come si  fabbrica un Golem?

Senza addentrarci in percorsi  talmudici o cabalistici, Angelo  Maria Ripellino  nel suo libro  Praga Magica ci fornisce delle indicazioni ricavata nel  commento di Eleazaro di  Worms allo  Sefer Jezira (il Libro  della Creazione):

Impastare un pupazzo  con terra vergine, e poi girargli intorno  più volte, recitando, in molteplici permutazioni, le lettere del  tetragramma.

Girare quattrocentosessantadue volte. poi, per metterlo in moto, gli si  incide il vocabolo  Emet (Verità) sulla fronte, oppure gli si  introduce in bocca lo schem, il foglietto  con il nome impronunziabile di  Dio

Da Praga magica di Angelo  Maria Ripellino (pag. 158 –  Einaudi  tascabili)

Ma se il Golem  sfugge al nostro  controllo e dà di  matto come si  fa a neutralizzarlo?

Ancora una volta leggiamo  ciò che Ripellino  riporta nel  suo  libro:

 Bisogna girare in senso  contrario, recitando  per maleficio l’alfabeto  al  contrario, ma bisogna fare attenzione al  numero  degli  avvolgimenti, alle combinazioni  delle lettere, alla maniera di incedere.

Un errore in questa procedura sarebbe fatale per chi  vuole disattivare il Golem: perirebbe immediatamente!

Esistono due metodi molto più semplici  e meno pericolosi per disattivare il gigante d’argilla: il primo consiste nel  cancellare la E di  Emet in modo  che rimanga la sola parola met equivalente a morte (però bisogna conoscere molto bene l’ebraico).

Il secondo  metodo  consiste nel togliere lo  schem  dalla sua bocca, ed è  un po’ come togliere la scheda sim dal  nostro  smartphone: più semplice di  così…

Altri  golem

Il golem  di  Praga non è l’unico perché la sua leggenda è comune ovunque vi  sia un riferimento  alla cultura ebraica: si  narra che nel IX secolo  il rabbino Ahron di  Baghdad durante un viaggio  nel meridione d’Italia, precisamente a Benevento, scoprì l’esistenza di un golem, ma,  in questo caso,   non si  trattava di un essere fatto  d’argilla ma di un ragazzo  a cui  era stata donata la vita eterna per mezzo di una formula magica scritta su pergamena.

Altri  Golem sono quelli creati dalle parole degli  autori che si sono cimentati  nell’argomento: uno per tutti, forse anche quello più conosciuto. è Il Golem di Gustav Meyrink  di  cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo.

Adesso  vi lascio  perché devo  controllare se il mio bambolotto  d’argilla ha preparato  la cena…..


Il Golem di  Gustav Meyrink ….

Un uomo scambia il suo cappello, nel Duomo di Praga, con quello di un certo Athanasius Pernath, e rivive come in un sogno l’esistenza di costui. A questo inizio casuale si aggancia la vicenda del Golem, il robot a cui una parola infilata tra i denti conferisce una vita provvisoria, tanto più violenta perché in lui si concentra una forza che ha solo poche ore per scatenarsi.

Quest’esplosione di energie nel mondo segreto e malato in cui si muovono i personaggi di Gustav Meyrink crea una tensione e insieme un incanto che caricano di nuovi significati l’antica leggenda praghese legata al nome di Rabbi Loew.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Fire, ovvero: una chimera per pochi

La prima regola è non perdere i  soldi.

La seconda regola è non dimenticare la prima

Warren Buffett 

Fire, ovvero: Financial Independence and Early Retirement

Che tradotto in italiano vuol  dire indipendenza finanziaria e pensionamento  anticipato: dietro a questa che considero essere una chimera ( a meno  di non indovinare la sestina vincente del Superenalotto) vi è un vero  e proprio movimento che prende appunto  il nome di  Fire.

Lasciate perdere Quota 100 o vincite milionarie: il dogma di  questo movimento  si  basa sul tasso  di  risparmio individuale   che consentirà di  accantonare una certa somma per dire bye bye ai  colleghi  (soprattutto  al  capo) e vivere felice e contenta.

Faccio un esempio:  se il mio  stile di  vita  mettiamo  mi  costa all’incirca 15.000 euro l’anno, avrò raggiunto la mia indipendenza economica quando  avrò a messo  da parte  venticinque volte questa somma e cioè 375.000 euro.

Naturalmente i guru   del  Fire non dicono  che devi procurarti un gigantesco  salvadanaio  per metterci  dentro i soldi, ma che devi investire parte del  tuo stipendio in cose che dovrebbero  essere sicure e cioè obbligazioni, metalli preziosi (qualche lingotto  d’oro), quadri o altre opere d’arte, immobili  da affittare in seguito, fondare aziende o  startup.

A questo punto  va da se che Fire è un movimento per individui che se ne  fanno un baffo di uno  stipendio medio perché il loro sarà sicuramente il doppio  o il triplo  del mio.

Ma non scoraggiamoci: possiamo mettere lo  stesso da parte una certa cifra allo scopo  dell’agognata libertà, a patto che:

  • Non devi  essere una precaria (quello  che metti  da parte ti  deve mantenere in vita aspettando un nuovo  lavoro)
  • Possibilmente devi  avere una casa tutta tua (600 o 800 euro  di  affitto al  mese ti  lascia ben poco da mettere via)
  • Niente svaghi  del  tipo  Pay TV, abbonamenti vari, palestra, viaggi intercontinentali, mostre, musei, cene (anche se è per una  pizza e si paga alla romana), niente regali a Natale (però offenditi  se non te ne fanno), un gelatino  d’estate ogni  tanto.
  • Non devi  ammalarti
  • Non devi  avere figli
  • Non devi  divorziare
  • E BLABLABLA

Tutto  questo mi riporta alla mente il concetto di  decrescita felice del  filosofo  francese Serge Latouche e subito  ripreso da alcuni maîtres de la pensée nostrani.

Per me decrescita felice si  traduce:

Quando il signore dall’alto  del suo  castello dice ai  sudditi:  << Beati  voi  che vivete in capanne di  fango (e per questo non dovete pagare l’IMU)

Il bravo Maurizio Crozza, meglio  di  me ne ha spiegato l’inganno (si, ripeto: l’inganno) dietro alla decrescita felice

 

Dopodiché non mi resta che salutarvi e augurarvi  un buon fine settimana  

Alla prossima! Ciao,ciao...♥♥


Bonvi, se quella notte del 1995…

Morire è sempre una sfortuna, l’unica cosa consolante è che sarà l’ultima.

C.A.

Quella notte del 10 dicembre 1995

Quella notte del 10 dicembre 1995 Franco  Bonvicini, in arte Bonvi,  si  sta recando  negli  studi  televisivi  di  Bologna dove Red Ronnie lo  attende come ospite della trasmissione Roxy Bar: ha con se alcune tavole originali  che vuole vendere per aiutare l’amico  e collega Magnus (creatore di  Alan Ford) malato  di  cancro.

Un auto lo investirà uccidendolo  a 54 anni.

Oggi  Bonvi avrebbe quindi 78 anni e mi domando allora, se fosse ancora tra  noi,  cosa avrebbe pensato di questo   revival nazi – fascista dell’Italia del 2019, dove una scampata dagli orrori  di Auschwitz, la senatrice Liliana Segre, deve girare sotto  scorta perché minacciata?

Penso  che molto probabilmente, avrebbe immortalato  questi piccoli uomini  (e donne) come macchiette comprimarie delle sue Sturmtruppen.

Cinquantun’anni eppure le Sturmtruppen di  Bonvi non invecchiano  

Le Sturmtruppen nascono  nell’autunno  del 1968 (altro periodo  fatidico  della nostra storia):  soldati in fumetto  come pretesto, nelle loro  assurde e comiche situazioni,  per irridere la follia della guerra, il patriottismo fuori  da ogni limite e tutta la grancassa che ruota intorno  alla retorica di una certa ideologia.

Bonvi
Bonvi

E dire che lui  stesso era militare congedato  a 22 anni  con il grado di  sottotenente carrista (esperienza utile per le sue strisce).

Amico  di Francesco  Guccini insieme collaborano  per la sceneggiatura di  alcuni  spot di  allora, tra i  quali il più famoso  è quello  dedicato  al personaggio  di Salomone il pirata pacioccone per pubblicizzare  l’amarena Fabbri.

Sempre con l’amico  cantautore realizza Storie dello  spazio  profondo pubblicato per la prima volta nel 1970 è la storia di un’avventuriero  spaziale accompagnato  nelle sue scorribande siderali  da un robot antropomorfo  che ricorda in parte C – 3 PO di  Star Wars  (a proposito  a dicembre la saga si  conclude).

Appassionato  di  storia bellica lascia momentaneamente le sue Sturmtruppen per andare indietro  nel  tempo, precisamente nel periodo  tra  il 27 maggio e  28 agosto 1905, per disegnare L’uomo di Tsushima  dove viene raccontata la battaglia navale nello  stretto omonimo, al largo  della Corea, tra le flotte imperiali  appartenenti  alla Russia e al Giappone

La guerra venne dichiarata dal  Giappone per contrastare i piani  di  espansione dello  zar sulle coste del Pacifico.

L’obiettivo principale era quello  di  strappare Port Arthur alla Russia per chiuderle l’accesso  alla Corea

Lo  zar Nicola inviò la Flotta del  Baltico per contrastare quella giapponese: essa dovette circumnavigare Europa, Africa, Asia e ciò comportò un ritardo utile per i giapponesi  che conquistarono  Porto  Arthur.

A questo punto, dopo un anno  di  navigazione, l’ammiraglio Rožestvenskij a comando  della Flotta del  Baltico, decise di  attraversare lo stretto di  Tsushima ma venne intercettato  dall’ammiraglio Togo ingaggiando  quindi  una battaglia navale che costò alla Russia una disfatta con la perdita di 21 navi, tra cui 11 corazzate, e migliaia di marinai uccisi (i  giapponesi  persero  solo  tre navi  e 117 furono i marinai  morti)

Terminata questa piccola digressione storica ritorniamo  al nostra caro  Bonvi: fu  anche attore, oltre che fumettista: Come rubammo la bomba atomica è una pellicola in cui recitò insieme a Franco  Franchi  e Ciccio Ingrassia (non certo un film da Oscar ma comunque divertente per chi  era fan dei  due comici  siciliani).

Lasciando il lavoro  di pubblicista, fondò insieme a Guido (Silver) Silvestri  uno  studio con la produzione di innumerevoli episodi  di Cattivik (indimenticabile)  e Capitan Posapiano (mai  sentito, giuro!) pubblicate per Tiramolla e Cucciolo.

Nel 1972, Giancarlo  Governi che allora lavorava per una RAI molto più bella di  questa odierna, lancia Gulp – Fumetti in TV volendo Bonvi che, insieme a  De Maria, crea il personaggio di  Nick Carter (altro indimenticabile).

Intanto, sempre nello  stesso  anno, le Sturmtruppen approdano in teatro: per la prima volta in Italia si  vedono  attori  vestiti  solo  con elmo, stivali  e giberne: inutile dire che i  giornali (anche quelli stranieri) ne parlarono.

Nel 1973 Bonvi  riceve il premio Saint – Michel come miglior autore europeo  di  fumetti.

Per terminare in bellezza ecco  a voi  la sigla di   Super gulp – Fumetti in TV 

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Alda Merini: ho solo queste parole per ricordarla

Beati  coloro che si  baceranno sempre al di là delle labbra,

varcando il confine del piacere, per cibarsi  dei  sogni

Dalla poesia A Lillo  Gullo e Flora Graiff di  Alda Merini 

Alda Merini nella sua Milano

 

 

Dal ponte sul Naviglio  Grande a lei  dedicato, arrivare alla Casa Museo Alda Merini è una piacevole passeggiata serale, ancor più da quando  Milano  ha finalmente smesso  di  essere una città da bere  per diventare (finalmente) una vera metropoli europea.

Ma non è di  Milano  di  cui voglio  scrivere:  a dieci  anni  dalla morte di  Alda Merini sarei ‘portata più  a dovere  dare il mio  contributo di parole  alla sua memoria, fatto  sta che di lei , quando era in vita e  dopo  la morte, si  sono  scritte tante cose (c’è chi  addirittura oggi  la definisce un’icona pop) da non poter aggiungere nulla di nuovo, lasciando il tutto  alla mia naturale ammirazione che ho  nei  suoi  confronti.

Poi, sinceramente, scrivere di una vita molto difficile come la sua, la considererei come un’intrusione nella sua intimità, in poche parole mi  sentirei inadeguata a descriverla questa vita, tanto, come ho  già scritto lo  hanno  fatto altri (e sicuramente meglio di  come potrei  farlo  io).

 

E’  severamente vietato  chiedere interviste alla poetessa per motivi  di  salute. Grazie.

Questo  era l’avviso  che Alda Merini  aveva infisso  sull’uscio  di  casa negli ultimi anni  della sua vita ma, complice un mazzo  di  fiori  e due stecche di  sigarette (lei era un’accanita fumatrice), Loris Mazzetti riuscì egualmente a intervistarla, non però a casa sua in Ripa Ticinese 47 ma in un’ospedale di Milano dove la poetessa era stata ricoverata per un intervento  di  ernia.

Concludo con l’anteprima del libro Sei  fuoco  e amore: Poesie in carne e spirito scritto  da Alda Merini  e  Arnoldo  Mosca Mondadori

Follia, fede, poesia: c’è un filo sottile che lega indissolubilmente le opere di Alda Merini ai momenti più dolorosi e significativi della sua esistenza, scandita in modo sempre autentico e intenso dalla malattia psichica e insieme da un anelito instancabile verso l’infinito, verso Dio.

Tra le tante persone che hanno attraversato la vita di Alda Merini, una in particolare ha saputo cogliere questa commistione di carnalità e spiritualità: Enzo Gabrici, lo psichiatra che la poetessa chiamava il «Dottor G» e che, prima e meglio di ogni altro, capì che «la creazione attraverso l’arte poetica è stata il suo balsamo… perché questa l’avvicinava al grande spirito creatore».

In questo libro Arnoldo Mosca Mondadori, che per più di dieci anni le è stato vicino come amico e collaboratore, trascrivendo centinaia di versi e proponendole temi su cui riflettere, ha raccolto alcune delle poesie che meglio esprimono la fame di assoluto di Alda Merini, la tensione religiosa presente nei suoi versi.

In un’ampia introduzione racconta inoltre alcuni episodi della sua vita, per far sì che anche i lettori possano «sentire un po’ il profumo di casa sua, conoscerla da vicino, e soprattutto avvertire le armonie della sua anima fatta di musica, quella musica che lei emanava come manna e donava intorno a sé».

Un nuovo filo da seguire per giungere al segreto di una delle voci poetiche più belle, profonde e profetiche dell’ultimo secolo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Picatrix, ovvero: il fine del saggio è nell’occulto

Occulto è il  termine che deriva dal latino occultus  e si riferisce alla conoscenza di ciò che è «nascosto», o anche alla conoscenza del soprannaturale, in antitesi alla «conoscenza del visibile», ovvero alla scienza ufficiale.

Il fine del  saggio 

Non credo all’occultismo, ai talismani  o  amuleti  che siano, oppure alle forze ctonie che governano (o  che dovrebbero  governare) il nostro  destino: forse sono troppo  prigioniera della razionalità per varcare quel  confine tra realtà e forma occulta del pensiero.

Non sempre, però: smentendo  quello  che ho  appena scritto, a volte ho l’impressione che la nostra vita è come la buccia di un frutto dove la sostanza la troveremo nel  frutto  stesso una volta che ci  siamo liberate dal  suo involucro.

Dunque, per varcare questo confine invisibile possiamo  rivolgerci a negromanti, maghi e maghesse, chiromanti e medium con il risultato  di  vederci  svuotare il portafoglio, se non il conto in banca, da truffatori  e truffatrici: quindi  attenzione se vogliamo intraprendere questa via per la conoscenza.

<<Sappi, fratello  carissimo che il più grande e nobile dono che Dio  fece agli uomini di  questo mondo è la conoscenza, poiché conoscendo  acquisiamo notizia dei  fatti più antichi e di quali siano le cause di  tutte le cose di  questo mondo; di  quali  cause siano le prossime alle cause di  altre cose e del modo in cui  una cosa si  accorda con un’ altra, sicché veniamo  a conoscenza di  tutto  ciò che esiste e di come esiste, di  quale sia la gerarchia in cui  una cosa deve essere posta e in che luogo sia colui  che è fondamento  e principio di  tutte le cose di  questo mondo e per mezzo  del quale tutto è separato e di  tutto, antico  o nuovo, noi  abbiamo conoscenza>>.

Queste parole sono tratte dall’introduzione del Picatrix un’opera tradotta  in lingua latina scritta fra il  tardo  Medioevo e Rinascimento e di fondamentale importanza per l’occultismo, specie quello di  natura astrologica.

Intanto  voglio  subito  chiarire che Picatrix non è uno pseudobiblia come il famoso  Necronomicon nato  dalla geniale fantasia di  H.P. Lovecraft (ne ho parlato in questo post) ma l’autore è realmente esistito  e il suo nome era Abū- Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-da’im al-Majrītī  (se preferite la traslitterazione del nome in arabo: أبو القاسم مسلمة بن أحمد المجريطي‎).

La diffusione del Picatrix in Europa 

La diffusione del  Picatrix in Europa fu una traduzione dall’arabo in lingua spagnola e in  latino  voluta da Alfonso X di Castigliadi  questa versione è rimasta solo  quella in latino mentre quella in spagnolo  è andata perduta nel  tempo.

In seguito, nel  Rinascimento, gli studi  sul Picatrix vengono ripresi  da personaggi  come Marsilio  FicinoGiovanni Pico  della Mirandola e Agrippa von Nettesheim  (Cornellius Agrippa).

Il Picatrix non venne mai  stampato, ma solo diffuso  con manoscritti ed è probabile, quindi, che vi  siano state delle versioni diverse di  esso.

Comunque ebbe una grande diffusione tra il XV e il XVI secolo: una traduzione dal latino in volgare fu  fatta dal veneziano Gianbattista Anesio, cappellano  delle monache di  san Martino  di  Murano, il quale, nel 1630, aveva ripreso il testo  dal  filosofo ebreo Giovanni Picatrix (e voilà: ecco  svelato il perché del  fatto  che il fine del  saggio  diventa Picatrix)

Conclusione

Pur ritrovandomi  con una copia del  Picatrix tra i miei libri (sono un’aspirante strega) devo  confessare di non essere andata molto oltre nella lettura perché, trattandosi di un testo occulto, quello  che il significato  effettivo intrinseco  nei  suggerimenti (o  anatemi che dir si  voglia) rimane appannaggio  dei  soli iniziati, ad esempio si  suggerisce questo  rimedio per far innamorare una donna:

<< Prendi cervello  di  cavallo, grasso  di porco  e sangue di lupo. Mescola il tutto  e dà il  cibo a chi  vuoi tu una porzione media di  quello  che hai  ottenuto; i risultati  saranno  sempre i medesimi>>.

Ovviamente, applicando  alla lettera quanto è scritto  nella formula, si otterrà come risultato la morte prematura della persona amata.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Plastica, ovunque mi giro c’è la plastica (allora ricicliamola)

La plastica, una curiosità all’inizio  del  secolo, si è diffusa dappertutto, diventando  essenziale nella nostra vita come l’aria che respiriamo

Jeremy Rifkin  

Un mondo  senza plastica è impossibile (?)

Forse Jeremy  Rifkin esagera paragonando la necessità della plastica all’aria che respiriamo, ma non è lontano  dalla verità: siamo circondati  dalla plastica e, in un certo  qual modo, non ne possiamo  farne a meno.

E’ anche vero  che oggi in commercio  si  trovano alcuni  prodotti i quali, sostituendo la plastica, vengono  considerati  come materiali  green, ma il loro difetto è quello  di  essere ancora troppo  costosi per un loro  utilizzo  generalizzato.

Utilizzando  gli  scarti  vegetali è possibile ricavare delle bioplastiche come, ad esempio, le sperimentazioni  fatte da alcuni  enti  di  ricerca:

bioplastiche

Ma siamo ancora lontani da una produzione in larga scala per soddisfare ogni  esigenza che vede nella plastica l’utilizzo  quotidiano, allora non ci  rimane che il riciclo..

Riciclare al 100 per cento si potrà (forse) in futuro, ma oggi?

Uno  studio  condotto  da PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha stimato  che nel  solo 2018 sono state prodotte nel mondo  310 milioni di  tonnellate di plastica di  cui  solo il 7 per cento  viene riciclata a livello mondiale (…ecco  dov’era finito  Gatto  Filippo)

 

Una delle difficoltà che si  riscontra nel  riciclo della plastica è la sua eterogeneità: ad esempio i  contenitori  dei  nostri  shampoo sono composti da più plastiche assemblate insieme per conferire il colore, la forma e leggerezza, nonché la resistenza alla pressione necessaria per l’impilamento durante il trasporto ai  centri  di  vendita.

Oggigiorno dei 200 tipi  di plastica utilizzati dalle aziende solo il 6 per cento può essere riciclata.

Naturalmente la tecnologia di  domani, specie la nanotecnologia, potrà esserci  d’aiuto nell’impresa di  riciclare tutti o quasi i tipi  di plastica, come?

Ad esempio:

  • Si potrebbe decolorare la plastica utilizzando nanoparticelle magnetiche che, attaccandosi  ai micropigmenti colorati, ne permettono la rimozione centrifugando  la plastica fusa
  • Si può cambiare la nanostruttura del polietilene per fornirgli altre proprietà senza cambiarne la chimica e quindi rendendone possibile il riciclo.
  • In Australia è stato  sviluppato il plasfalto: un chilometro  di  questo particolare tipo di  asfalto utilizza l’equivalente di 168.000 bottiglie di plastica (non è specificato però il costo a chilometro)
  • Sempre in Australia , a Melbourne, è stato  realizzato un impianto  che, sfruttando  la pirolisi, trasforma i  rifiuti  plastici  in diesel (ma oggi il diesel è sotto processo  per l’inquinamento prodotti  dai motori  che utilizzano questo  carburante)

Quello  che noi  consumatori possiamo  fare è utilizzare la plastica il meno possibile: questo lo si può fare anche solo limitando l’acquisto  dell’acqua imbottigliata nella plastica (quella che esce dai nostri  rubinetti  di  casa è più salubre); dove si può acquistare detersivi sfusi e, ovviamente,  riciclare il più possibile (….parlo  di plastica e non di  mariti, fidanzati o  amanti)

Anche se, come ho  scritto  all’inizio, viviamo in un mondo  di plastica (esagerando  alquanto), non è la sola materia di  cui ci  serviamo per vivere al  meglio, il saggio La sostanza delle cose   di Mark Miodownik, docente di  Scienza dei  materiali all’University  College di Londra, è una guida che illustra le sostanze di  cui  è fatto il nostro mondo


Anteprima del libro La sostanza delle cose di  Mark Miodownik

L’acciaio è «indomito», la carta «fidata», il cioccolato naturalmente è «delizioso», la plastica «immaginifica» e la grafite è semplicemente «indistruttibile».

Poi c’è la schiuma («meravigliosa»), il vetro (ovviamente «invisibile»), la porcellana («raffinata»), e certo non può mancare il comune, onnipresente, «fondamentale» cemento.

Sono le sostanze di cui è fatto il nostro mondo. Basta gettare l’occhio intorno a noi e ne vediamo a centinaia, eppure sappiamo così poco di loro.

Invece, quando Mark Miodownik si guarda intorno vede ben più in là delle apparenze superficiali delle cose ed è capace di raccontarci per ognuno di questi materiali una quantità incredibile di storie affascinanti, da restare a bocca aperta per lo stupore.

Ogni sostanza diventa un mondo. In questo libro compaiono cose antichissime come il ferro accanto a sostanze futuristiche come i biomateriali o l’aerogel, tutte presentate nella loro caleidoscopica varietà di forme e di funzioni, colori e proprietà, ognuna con un suo messaggio nascosto e un’avvincente storia da narrare.

I materiali hanno contribuito a rivoluzionare il nostro stile di vita, fanno parte del nostro mondo e senza di loro non saremmo ciò che siamo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Corto Maltese prima del mare salato

Me ne andrò, così tanto per andare

Il saluto  di  Corto  Maltese 

Quel  giorno di luglio 1967, a Genova

 

Quel giorno  di  luglio del 1967, due uomini  si incontrano  a Genova, forse in un bar o in una trattoria, magari in un ufficio o  in un’appartamento privato: ma non è questo  che deve interessarci.

Perché i due protagonisti  dell’incontro  sono uno un disegnatore e fumettista e l’altro un imprenditore con la passione dei  fumetti  (e questo lo spinse a diventare lui  stesso un editore): il primo  si  chiamava Hugo  Pratt, mente il  secondo  uomo Florenzo Ivaldi.

Ai  due venne l’idea di  creare un mensile  dedicato interamente ai  fumetti  di  Hugo  Pratt di  quando egli viveva e lavorava in Argentina, oltre ad alcuni classici americani  inediti per il pubblico  italiano (amante dei  fumetti)  di  allora.

La copertina di Sgt. Kirk del dicembre 1967

Questa mensile  era  Sgt Kirk (dal nome di uno  dei  personaggi  creati  da Hugo  Pratt), durò meno  di due anni perché nel  febbraio  del 1969 terminò di  essere pubblicato

A dire la verità Sgt Kirk fino a quella data poteva essere acquistato in edicola, in seguito sopravvisse grazie agli  abbonamenti  diventando un trimestrale poi, con il Gruppo  Editoriale Lo  Vecchio, arrivò fino  al numero 61 cessando definitivamente di  esistere nel 1977 (escludendo un edizione speciale di mille copie del 1997 per festeggiare il trentennale del mensile).

La ballata del  mare salato 

Idealmente da questo  naufragio  editoriale si  salva il personaggio  di  Corto  Maltese, ritrovandosi nelle prime vignette a bordo  di una zattera in quello che in molti  vedono  come il capostipite della graphic novel italiana: Una ballata del mare salato 

A salvare le avventure del marinaio più amato  nel  mondo dei  fumetti (anche perché penso  che sia l’unico) fu il settimanale Corriere dei  Piccoli che pubblicò, appunto, Una ballata del mare salato.

Intanto  Hugo  Pratt collabora con il Corriere dei  Piccoli realizzando alcuni  fumetti  tratti dai  classici  della letteratura per i  ragazzi  (e le ragazze) quali L’isola del  tesoro e Il ragazzo  rapito  entrambi scritti  da  Robert Louis Stevenson 

Bisogna aspettare il 1972 affinché l’avventura di  Corto  Maltese non venga pubblicata in un unico  volume dalla Mondadori

Ed è a questo punto  che il titolo  cambia sostituendo l’articolo indeterminativo UNA con quello determinativo  LA: per cui ecco La ballata del mare salato 

Da editore a editore, dalla Mondadori Corto  Maltese vine ingaggiato  dalla Rizzoli: nel 1983 nel  mensile Corto  Maltese viene riproposto La ballata del  mare salato, ma ritornando  al  suo  titolo  originale: Una ballata del  mare salato  (vorrei  sapere, a questo punto, perché questo  ballare tra il LA e UNA)

Dopodiché altri  editori si  contenderanno l’opera di  Hugo  Pratt, addirittura esiste una versione pocket che ha le dimensioni di un mazzo  di  carte (penso  che sia introvabile)

Hugo  Pratt in un’occasione (forse un’intervista) disse che l’ispirazione per creare il personaggio  di Corto  Maltese gli venne leggendo  Laguna blu  dello scrittore irlandese Henry De Vere  Stacpoole

In ogni  caso Hugo  Pratt aveva già in mente il malinconico epilogo della vita di  Corto  Maltese, infatti nel prologo  di  Una ballata nel  mare salato nell’immaginaria lettera scritta da unno  dei personaggi  si legge:

…lo  zio Tarao   è morto.

Ha lasciato un enorme vuoto  tra noi, ma è soprattutto per lo zio  Corto che ora mi preoccupo.

Quei  due si  comprendevano  perfettamente ed erano inseparabili.

Ora, quando  vedo  zio  Corto starsene seduto  solo in giardino con gli occhi  spenti di  fronte a quel  suo  grande mare, mi  si  stringe il cuore. I bambini cercano  di  fargli  compagnia, ma lui  quasi non se ne accorge..

Su  quella zattera come ci  arrivò Corto  Maltese? 

Nell’inizio  di  Una ballata del  mare salato si  vede Corto  Maltese legato  su  di una zattera: qualcuno, forse, si è chiesto come il marinaio  sia finito su  quella scomoda zattera.

Altri, come Rubèn Pellejero  e Juan Dìaz Canales hanno  voluto  dare una loro  risposta all’antefatto pubblicando Corto  Maltese. Il giorno  di Tarowean (dove Tarowean è il primo di  novembre o il giorno  di  tutti  i santi)

Un uomo barbuto, legato mani e piedi a una zattera di fortuna, galleggia alla deriva nell’oceano Pacifico.

Così, nel lontano 1967, si inaugura epopea di Corto Maltese, antieroe per eccellenza e icona del fumetto mondiale.

Nelle sue tante avventure,  Hugo Pratt ha lasciato trapelare solo piccoli indizi su quello che è accaduto al suo personaggio prima di indimenticabile apparizione.

Oggi, a più di cinquant’anni dal fulminante esordio, Juan Dìaz Canales  e  Rubèn Pellejero squarciano il velo su quel passato misterioso e raccontano l’appassionante catena di eventi che portarono corto a ritrovarsi in balia delle onde, condannato a morte certa dagli uomini del suo stesso equipaggio.

Aspettando  che qualcuno  bussi  alla mia porta per dirmi dolcetto o  scherzetto vi  saluto lasciandovi  all’anteprima de Una ballata del  mare salato

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

 

Oops! Facebook mi ha censurata…

 Censura: forma di controllo esercitato dai poteri pubblici e che ha il compito di esaminare opere letterarie, teatrali o cinematografiche, o il testo delle radio e delle trasmissioni, per consentirne o no la pubblicazione, la rappresentanza o la trasmissione.

Facebook il censore

Ieri  ho  pubblicato  su New Pixel&Bit un post a riguardo  della mostra   Man Ray. Le seduzioni della fotografia a Torino presso lo spazio  espositivo del  Centro italiano di  fotografia Camera 

Come potete ben vedere la foto in copertina non è altro  che un nudo  artistico  opera del  fotografo  americano.

Come sempre, quando pubblico  un articolo di  questo  blog o di  New Pixel&Bit (a proposito  dateci un’occhiata…), ne pubblicizzo i contenuti sulla mia pagina Facebook (Caterina Andemme Logbook..si, lo so; mi  sto  facendo un po’  di pubblicità).

Solo  non pensavo  di incorrere nella censura preventiva del  logaritmo del  social  network  

Non penso di  aver in nessun modo offeso la sensibilità della community, tanto  meno  mi sento io  offesa di  questa censura, ma penso che a Zuckerberg dovrebbe interessare molto  di più arginare quel numero  enorme di  fake news che circolano  allegramente nel  suo  social e che generano  disinformazione per scopi sociali  e  soprattutto politici.

Ovviamente non sono la prima e ne sarò l’ultima ad essere censurata da Facebook: prima di  me,  ad esempio, le cesoie digitali hanno colpito la Fondazione culturale Hermann Geiger la quale, con molta ironia, ha risposto  con questo  video

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Al posto di Luzzati mettiamo un infopoint

La gazza ladra Emanuele Luzzati
Immagine tratta dal film d’animazione La gazza ladra di Emanuele Luzzati

In cima a tre monti, nei loro castelli vivon tre re, fratelli gemelli.

Stufi  di  farsi  la guerra tra di loro decidono  di dare battaglia agli uccelli.

Ma una gazza ladra, nera come la pece, guida la riscossa dei pennuti

Tratto  da La gazza ladra di  Emanuele Luzzati

Luzzati o infopoint? Indovina chi  vince

Premetto che gli  abitanti  della Valpocevera, ma anche tutti i genovesi,  hanno   il diritto di  conoscere lo  sviluppo dei lavori  per la costruzione del nuovo  viadotto  in sostituzione del ponte Morandi tragicamente crollato il 14 agosto  del 2018 con quarantatré vittime.

Quindi  avere uno spazio  d’informazione, appunto un infopoint, era cosa logica e doverosa: ma perché si  è scelto come sito il Museo Luzzati dandone, di  fatto, lo  sfratto  a tutte le opere dello  scenografo, illustratore e animatore che fu  appunto  Emanuele Luzzati?

Penso  che in tutta Genova si sarebbe potuto  trovare una soluzione alternativa, ma la verità è che il Museo  di Porta Siberia (siamo nella zona del Porto  Antico) costava quel  qualcosa che all’Amministrazione attuale (quindi  al  sindaco Bucci) sembrava denaro sprecato tanto  che, in effetti, il Museo è chiuso  al pubblico dal 1° giugno  2018.

Questo nonostante il fatto che più che museo quello dedicato  all’opera  di  Luzzati  era un laboratorio  internazionale con legami con istituti  culturali  di New York, Parigi, Berlino.

Senza tener conto poi che in quelle sale sono  stati ospitati in passato disegnatori e illustratori  del calibro  di Altan, Mordillo, Zerocalcare solo  per citarne alcuni.

E’  vero  anche che parte delle opere di Luzzati oggi  sono visibili  presso  alcuni locali  del  Palazzo  Ducale: una soluzione che soddisfa solo in minima parte chi non dimentica la vita e l’opera di  colui che è stato, tra l’altro , candidato  due volte al premio Oscar  per i  film d’animazione  con Pulcinella e Gazza Ladra .

Qualcuno a Genova, ma anche nel resto  del nostro  Paese, pensa che con la cultura non si mangia…sbagliandosi in pieno.

Alla prossima! Ciao, ciao...♥♥ 

Emanuele Luzzati  aveva dedicato  a Genova questa Sinfonia della Città 

 

 

Podcast on demand: l’ascolto si fa seriale

Amo  ascoltare.

Ho imparato un gran numero  di  cose ascoltando  attentamente.

Molte persone non ascoltano  mai.

Ernest Hemingway 

Podcast A GOGÒ

Spopolano  ovunque: dagli  Stati Uniti alla Corea del  Sud, dalla Svezia alla Francia, ed ora anche qui  da noi: sono i podcast, l’evoluzione della radio o per meglio  dire, utilizzando la terminologia nerd  è la radio on demand.

E c’è ne per tutti: dal podcast erotico (al femminile, servizio in abbonamento  offerto da Dipsea e creatura di Gina Gutierrez e Faye Keegan..non so  assolutamente chi  siano), a quello umoristico, i podcast dedicati  alla scienza e fantascienza, quelli per la matematica, per la cucina, per il trucco e BLABLABLA

Naturalmente,  se una cosa funziona viene subito  trasformata in business,  così Mr. Bezos (che al  momento  non è più l’uomo più ricco  del mondo  essendo  stato superato  da Bill Gates: 105 miliardi  di  dollari  contro  i  suoi  soli 103 miliardi….) ha creato Audible: servizio in abbonamento  che per 9,99 euro  al mese (perché non facciamo  cifra tonda e cioè 10 euro  e non sene parla più?)  offre audiolibri  e podcast per tutte le orecchie.

Ed io come sono  arrivata al podcast e perché, in un certo  senso, me ne sono innamorata?

Ascoltando  la magistrale inchiesta giornalistica di Pablo Trincia Veleno   su quel malaffare di  figli  tolti dalla custodia dei genitori  accusati  di  violenza nei  loro  confronti  (e che parte della politica nostrana non ha esitato per utilizzare a mo’ di  sciacallaggio per denigrare l’avversario)

Prima di  salutarvi vi offro la prima puntata di Veleno (il resto  delle puntate seguendo il link di  cui  sopra)

 Buon 💋 ascolto

Alla prossima! Ciao, ciao....♥♥