L’Arca dell’Alleanza tra mito e mito

Arca

Bezaleel fece l’arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza.

La rivestì d’oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d’oro.

Fuse per essa quattro anelli d’oro e li fissò ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro.

Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d’oro.

Introdusse le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca.

Fece il coperchio d’oro puro: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza.

Fece due cherubini d’oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio:  un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità.

Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità.

I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio.

Esodo 37, 1-9 ⌋ 

L’Arca perduta: dalla storia a Indiana Jones

Aspettando  che Indiana Jones riviva nel quinto  episodio  della saga (dovrebbe uscire nelle sale nel 2022), con Harrison Ford ormai  prossimo  alla pensione, se non come attore almeno nel suo  alter ego di archeologo considerando i suoi  settantotto  anni  di  età,  rivediamolo  in una delle scene più divertenti  del film I predatori  dell’Arca perduta (sembra che all’epoca, dovendo  girare quella scena e soffrendo  di  dissenteria, lo stesso  Harrison Ford abbia suggerito  a Spielberg la rapidità dell’azione evitando il duello con l’energumeno  armato  di  scimitarra).

Che l’Arca dell’Alleanza sia ormai  perduta tra le pagine della storia e quelle del mito (se non proprio  quelle delle leggende) è ormai risaputo e varie sono  le ipotesi  della sua fine.

Tra quelle più plausibili e che essa, essendo in parte costruita in legno, sia andata perduta in uno dei  tanti incendi  che funestavano le città di allora.

Altra ipotesi, anche questa credibile,  che il manufatto era stato  costruito  con parti  d’oro e che queste siano  state preda degli  eserciti che più volte hanno  saccheggiato il Tempio di  Salomone.

Storicamente si pensa che l’Arca sia stata rubata durante il saccheggio  del  Tempio tra il 797 e il 767 a.C.,  ad opera di  Ioas, re dell’antico  regno  settentrionale di  Israele (Samaria) con capitale Sichem, e lì nascosta, sennonché, dopo  la distruzione del  regno  del  Nord da parte degli  Assiri, l’Arca potrebbe essere stata portata in un qualsiasi  punto del  Medio Oriente.

Ma l’Arca potrebbe anche essere stata trafugata in Babilonia nel 597 (588?) a.C. quando  Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme saccheggiando il Tempio: ma nell’elenco  del materiale trafugato  dai  babilonesi  non compare l’Arca per cui  è lecito pensare che essa venne trafugata ancora prima dell’invasione babilonese.

A questo punto, un po’ come avviene per la ricerca del Santo  Graal (ancora una volta è Indiana Jones a scoprire dove era celato il sacro manufatto), la fantasia ha creato  diversi  nascondigli  per l’Arca dell’Alleanza: a Roma, ad esempio, riposta nella Basilica di San Giovanni Laterano secondo un testo  del 1480 scritto  dal  diplomatico  Santo  Brasca che fa risalire il tutto  a quando gli oggetti  sacri  del  Tempio furono recuperati (sarebbe meglio  dire trafugati) da Vespasiano  e Tito.

A smentire l’affermazione di Santo  Brasca è Flavio Giuseppe che nella sua opera Guerra giudaica, citando gli oggetti  sacri  portati  a Roma, non  menziona l’Arca, cosa già vista precedentemente con quello  che è accaduto durante il saccheggio  babilonese.

Trascuro il fatto  che l’Arca sia nascosta nello Zimbabwe, ipotesi del professore Tudor Partiff docente della School  of Oriental  and African Studies di  Londra, che dice che l’Arca è nascosta nelle leggendarie miniere di Salomone (a saperlo Indiana si risparmiava la fatica di  andare in Egitto)

Infine, citando il secondo  libro dei  Maccabei (2, 1-8), testo  appartenente al  canone biblico cattolico  e ortodosso ma escluso  da quello ebraico e protestante, si  racconta che alla fine del VII secolo  a.C. fu il profeta Geremia a sottrarre l’Arca dalla distruzione portandola via da Gerusalemme per nasconderla in una grotta del monte Nebo.

L’Arca ha la sua regina: quella di Saba

Arca
La Regina di Saba (illustrazione per il Vecchio Testamento)

La mitica regina di  Saba (che la tradizione etiope chaima Machedà) volle incontrare il re Salomone, noto per la sua saggezza, per chiedergli  dei  consigli.

Questo ipotetico incontrò generò nel VI secolo d.C. una leggenda abissina (tratta da quella più antica copta) codificata tra il 1314 e 1322 da Yeshaq, notabile di  Axum:

Salomone invaghitosi dalla bellezza di Macheda la inebriò con droghe abusando  di lei e di una sua schiava. In seguito le due donne furono rese libere di  ritornare nel loro paese.

Da questa disavventura Machedà ebbe un figlio, Menelik I, capostipite della dinastia dei Salomonidi (di  cui Hailè Selassiè fu l’ultimo esponente), mentre la schiava diede alla luce Zagàn che si  dice essere il capostipite di valorosi  guerrieri.

Menelik I, raggiunto  la maggiore età, chiese alla madre il nome di  suo padre e, quindi, decise di  andare a trovare Salomone.

Questi ne fu contento  tanto  da dare a Menelik la possibilità di  vivere a corte poi, una volta che il giovane decise di  ritornare da sua madre, Salomone lo riempì di  doni:  tra questi, quello più prezioso, era appunto  l’Arca dell’Alleanza  con le Tavole della Legge affinché diffondesse la parole di  Dio  anche tra il suo popolo⌋   

Un altra leggenda dice che la cattedrale di Santa Maria di  Sion,  ad Axum venne costruita con l’oro  piovuto  dal  cielo, offerto  da Dio  per ospitare l’Arca ricevuta in dono  da Menelik I.

Quando l’Islam minacciò il regno  di  Axum, i cristiani  si  rifugiarono  tra le montagne nei pressi  di Lalibela: qui  si  trovano  undici  chiese rupestri ben  nascoste: in ognuna di  esse venne costruita un sacrario dove, per confondere i predatori, si  diceva essere custodita l’Arca.

Da allora tutte le chiese etiope hanno un sacrario con un parallelepipedo coperto  di  stoffe (manbar) che sostiene a sua volta una scatola di legno  dorato: il tabot o Arca dell’Alleanza.

Noi,  che abbiamo  visto  I predatori  dell’Arca Perduta sappiamo  che il vero  nascondiglio è in un caveau blindato del Pentagono,  negli  Stati Uniti (ma non diciamolo  a Donald Trump). 

Il libro in anteprima

Non sempre i libri  che inserisco in anteprima trovano in me un’appassionata sostenitrice, ma penso  che sia più importante che sia la lettrice (e spero  anche qualche lettore) a decidere cosa sia degno  di nota,  o meno, nel leggere.

Quindi  traetene da soli il giudizio del libro L’Arca dell’Alleanza. Il Tabernacolo di  Dio: cronaca di una scoperta, scritto  dall’architetto Giuseppe Claudio Infranca  

L’Autore, architetto al seguito di una missione archeologica e di restauro al Parco delle Stele di Axum (Etiopia) del CNR, per pura casualità viene invitato dal Clero locale a visitare il Santuario di Santa Maria di Sion, gravemente danneggiato nella copertura dai bombardamenti della guerra civile etiope.

In quella breve visita riesce a penetrare furtivamente all’interno del Sancta Sanctorum, scoprendo la presenza della biblica Arca dell’Alleanza.

Rimane sorpreso dalla scoperta, riesce a scattare una foto e nel frattempo, viene colpito da strani ronzii alle orecchie.

Per anni, riesce a celare l’incredibile vicenda, di cui è stato protagonista, quando un giorno apprende la notizia che due israeliani, un uomo ed una donna, facenti parti di reparti speciali d’Israele, sono penetrati furtivamente nello stesso luogo, dove Lui aveva ammirato l’Arca dell’Alleanza, e ne rilevavano l’importate scoperta al mondo.

Da allora gli è chiaro il valore di quanto visto ed inizia a studiare per comprendere come l’Arca dell’Alleanza fosse giunta fino in Etiopia da Gerusalemme. Dopo anni ed anni di ricerche e studi riesce a ricostruire la storia e il lungo viaggio percorso dall’Arca dell’Alleanza dall’antica Palestina alla lontana Axum.

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Un oceano di quiete: questa è la libreria

oceano

Ci sedemmo al  tavolo  del  retrobottega, circondati dai  libri  e dal  silenzio.

La città era addormentata e la libreria pareva una barca alla deriva in un oceano  di  quiete

Tratto da L’ombra del vento  di Carlos Ruiz Zafòn⌋  

Ma per i librai  non è un oceano di  quiete 

Eh si, perché alla poetica descrizione che ne ha fatto Zafòn si  contrappone la difficoltà delle librerie ad affrontare la concorrenza di giganti  quali  Amazon con l’offerta di un catalogo infinito, la comodità di  ricevere il libro direttamente a casa (elogio  della pigrizia) e prezzi concorrenziali, specie se il libro  è in formato  digitale.

A questo  stato  di  cose le grandi  e medie catene libraie hanno  risposto  offrendo incontri  con gli  autori e, dove è possibile farlo, caffetterie e angoli  di lettura.

Si, ma le piccole librerie?

Purtroppo, alcune di  esse, economicamente non reggono e hanno  difronte l’ineluttabile prospettiva della chiusura.

A meno che di non trovare persone talmente innamorate del proprio  lavoro  da creare un punto di  aggregazione talmente potente da far sì che le persone che entrano  per la prima volta in quella particolare libreria ne rimangano innamorate e stregate in quell’oceano  di  quiete.

Come quella che si  trova sulla Rive gauche di  Parigi.

Shakespeare and Company: una libreria  a Parigi 

 

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L’interno della libreria: adoro questa confusione mista all’odore dei libri (e spero presto  di  ritrovare queste sensazioni dopo  che la pandemia sarà solo un brutto  ricordo)

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company non può essere una libreria qualunque in quanto, sia nel passato  che nel presente, è il luogo  ideale per incontrare di persona  scrittori più o  meno noti – quelli  che lo  sono  meno hanno la possibilità di  avere un luogo  per dormire qualche notte nella libreria in cambio di  lavoro  manuale tra gli  scaffali: una stima al  ribasso, forse esagerata, dice che dagli  anni ’50 ad oggi  vi  abbiano  dormito più di 30.000 persone  – e, quindi, partecipare agli  eventi particolari  come il Sunday tea ascoltando, tra un sorso  di tè e qualche biscotto, gli autori  leggere alcuni  brani  dei loro  libri o poesie.

Una storia in poche parole

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Sylvia Beach (Baltimora, 14 marzo 1887 – Parigi, 5 ottobre 1962)

Tutto ha inizio quando una giovane donna americana, figlia di un pastore presbiteriano, arriva a Parigi  nel 1919.

Il suo nome era Sylvia Beach  e, una volta stabilitasi  nella capitale francese assaporandone l’aria di libertà che offriva,  come prima cosa pensò ad un luogo aperto ai  giovani bohème  (per lo più scrittori  squattrinati) oltreché un punto  di  riferimento adatto  all’incontro della cultura d’oltreoceano   con quella europea.

Tra l’altro lei ebbe il coraggio  e la forza di  pubblicare nel 1922 un’opera come  l’Ulisse di James   Joyce messa al  bando  in America e Gran Bretagna per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo nel 1966).

Nel 1941 Parigi è invasa dai nazisti  e  Shakespeare and Company deve chiudere i  battenti

Passano  gli  anni e solo  nel  dopoguerra arrivano   a Parigi  altri  giovani intellettuali, tra loro George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011)  il quale, oltre ad avere una visione tendenzialmente socialista della vita  e della società,  ama i libri quanto li poteva amare Sylvia Beach.

Nel 1951, con un capitale di 500 dollari,  George Whitman acquista nei pressi di  Notre Dame un piccolo   locale adibendolo  a libreria con il nome Le Mistral: alla morte di  Sylvia Beachavvenuta nel 1962,in suo ricordo  la libreria cambierà il nome in Shakespeare and Company.

Non poteva essere diversamente: infatti la passione per i libri  e la letteratura,  la visione di una società molto liberal che aveva George Whitman era pari a quella che poteva essere  considerata la sua ispiratrice.

Nel solco  della tradizione anche la nuova   Shakespeare and Company  fu il luogo  dove approdarono intellettuali e artisti  spiantati, tra loro Allen GinsbergHenry MillerWilliam Burroughs (a lui  si  deve l’invenzione del  Sunday tea), Bruce Chatwin e tanti  altri.

I created this bookstore like a man would write a novel, building each room like a chapter, and I like people to open the door the way they open a book, a book that leads into a magic world in their imaginations.

Ho creato questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo, costruendo ogni  stanza come un capitolo, e mi  piace che le persone aprano la porta nel modo in cui  aprono un libro, un libro  che conduce in un mondo  magico nella loro immaginazione

George Whitman

Il libro in anteprima 

Cinquant’anni con i libri, sui libri, nei libri.

Cinquant’anni per i libri.

Romano Montroni è nato in una casa in cui non si leggeva, ma da ragazzo è stato assunto per caso come fattorino alla libreria Rizzoli di Bologna ed è stata la cosa più bella che potesse capitargli: diventato libraio, ha conosciuto moltissimi scrittori e lettori e poi ha lavorato tutta la vita per formare nuove generazioni di librai che amino i libri quanto li ama lui, librai capaci di accendere entusiasmi, nutrire sogni e sussurrare ai lettori i libri giusti, quelli che riempiono la vita e a volte la cambiano.

In queste pagine Montroni tira le somme della sua esperienza come presidente del Centro per il libro e la lettura e lo fa guardando al futuro: parla di giovani lettori, di scuola, di lettura ad alta voce, di librerie, di biblioteche e naturalmente di librai, di come formarli e come appassionarli.

Una testimonianza che ha il fascino di una storia vera e il profumo dei libri nuovi, un’entusiasmante dichiarazione d’amore e di fiducia nella straordinaria potenzialità dei libri e nella infinita felicità dei loro fortunati lettori.

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Nove ottobre millenovencentosessantatre

Nove ottobre

 

Perché mai  è così tragica la vita: così simile a una striscia di  marciapiede che costeggia un abisso.

 Virginia Woolf – Diario  di  una scrittrice – ⌋ 

Quel 9 ottobre di  cinquantasette anni  fa

Potrei interpretare la parte di colei  che ricorda una storia tragica del  nostro  Paese, ma la verità è che non mi ricordavo  affatto di  quello  che è accaduto il 9 ottobre 1963, ed è solo per un caso che mi sono imbattuta nel  video  seguente tratto dall’opera teatrale di  Marco  Paolini:

   Il Disastro  del  Vajont.

E’anche vero  che potrei  dire a mia discolpa che non ho  dimenticato  la tragedia ma solo  che, per l’appunto, oggi è il suo (tragico) anniversario.

Duecentosessanta milioni di  metri  cubi  di  roccia quel  giorno  si  staccarono  dal monte Toc, una montagna alta 1.921 metri nelle prealpi Bellunesi nel confine tra le province di  Belluno e Pordenone, precipitando nel  bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont e causando un’onda gigantesca che si  abbatté prima sui  paesi  di  Erto e Casso  fino  ad arrivare poi a Longarone: i morti  furono millenovecentodiciassette.

Marco Paolini nel  suo monologo  teatrale Il racconto del  Vajont  fece un rapido  calcolo  per dare la misura di  quanto  franò dalla montagna: Per rimuovere la frana staccatasi  dal monte Toc, ci  vorrebbero mille camion al giorno al lavoro, per tutti i giorni, per sette secoli.

Tina Merlin già nel 1959 denunciò attraverso una serie di  articoli  la pericolosità di  quanto  si  stava costruendo: venne denunciata con l’accusa di  diffusione di notizie false e tendenziose.

Nel 2008, durante l’Anno Internazionale del Pianeta Terra, la tragedia del  Vajont fu indicata come esempio  di disastro  evitabile causato  dall’errore umano nel  non comprendere la natura del problema che si  stava affrontando.

Il libro in anteprima 

Fu come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 duemila persone e un intero paese furono cancellati per sempre.

Più di quarant’anni sono passati e il ricordo dei morti è ancora sospeso sulla valle. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l’ha vissuto.

Come Mauro Corona, lo scrittore-alpinista di Erto; e come i personaggi di questo testo inedito.

All’osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l’altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, sui chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti.

E soprattutto il ritratto di un piccolo popolo pieno di inestinguibile dolore, ma mai vinto.

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Gastrofisica: ovvero mangiare con tutti i sensi

Gastrofisica

Tutto  ciò che ci rende veramente felici è semplice: amore, sesso  e cibo!

Meryl Streep⌋ 

Gastrofisica: qui  ci vuole un bel invito a cena

E’ probabile che un pasto frettoloso servito  alla tavola fredda dell’Ikea, e  per quanto i piatti possano  essere appetitosi (ma tutto  dipende da quanta fame abbiamo), non porti alla consapevolezza di  quello  che la gastrofisica si prefigge di  fare e cioè all’uso  di  tutti  i  sensi  nel mangiare.

Quindi, a parte il senso  del gusto  e dell’olfatto, secondo la gastrofisica c’è lo  spazio anche per gli  altri  sensi: vista, tatto  e udito.

 Per sperimentare quest’esperienza chiedete al  vostro(a) partner di  sacrificare una buona parte del proprio  stipendio per portarvi in uno  di  quei  ristoranti di  alta cucina dove le pietanze vengono  servite con un adeguato  contorno  scenografico.

Così, a solo esempio, un piatto  di  ostriche potrebbe essere accompagnato  dall’ascolto in cuffia del  suono  dello sciabordio  delle onde, oppure inquadrando il qr posto  sulla bottiglia di  vino, la degustazione è accompagnata da una musica appropriata per esaltarne il gusto.

In pratica il tutto  è una sinfonia che ha come direttore d’orchestra il nostro  cervello e Charles Spence, docente di  psicologia sperimentale presso  la Oxford University, è il guru  di  questa ramo  della psicologia il quale  nel  suo  libro Gastrofisica ci  accompagna a un nuovo modo di considerare l’atto  del mangiare (anteprima in inglese alla fine dell’articolo).

gastrofisica
Charles Spence

Lo stesso Charles Spence è stato  ospite  a Mantova nella recente edizione di  Food&Science Festival che si è conclusa il 4 ottobre scorso.

Eppure nei tempi passati…

Gastrofisica
Giorgio Vasari (sec.XVI) – Convito per le nozze di Ester e Assuero

Forse non si può parlare specificatamente di gastrofisica, ma anche nel passato le portate di un sontuoso  banchetto venivano accompagnate da adeguate scenografie.

Così nel 1336 Galeazzo Visconti signore di  Milano, in occasione delle nozze di  sua figlia Violante con Lionello d’Anversa, predispone il convivio con vivande elaborate, sature di profumi e colori accompagnate da una teatralità che aveva la funzione di  sbalordire i  convitati e fare risaltare il prestigio  dell’ospite.

Così, tra le diciotto portate di  quel pranzo infinito, leggiamo che:

Alla prima portata vengano  serviti porcelli e porcelle dorate con il fuoco  in bocca e contemporaneamente vengano  presentati due segugi con collari  di  velluto e con corde di  seta e dodici  coppie di  segugi con collari dorati  di  oricalco e collari  di  cuoio  con corde di  seta

Alla seconda portata vengano  serviti  lepri dorate e lucci dorati e vengano presentate sei  coppie di leporari  con collari  di  seta con  borchie dorate di oricalco, con sei  lacci  di  seta, cioè un laccio  per ogni  coppia: parimenti  sei astori  con lunghe di  seta con bottoni d’argento smaltato a insegne del  signor Lionello duca di  Clarence, con bottoni  di perle in cima.

Alla terza portata un grande vitello  dorato con trote dorate e vengano presentati sei  grandi  cani  da caccia con collari  di  velluto con fibbie e maglie di oricalco dorato…..⌋ 

Le altre quindici  portate hanno, più o meno  lo  stesso tenore: mi  chiedo  solo se alla fine sia stato  servito un amaro  benedettino per la digestione.

Il libro in anteprima

E se mangiare o bere fossero molto più complessi di quanto pensassimo?

Se la nostra percezione dei cibi non fosse solo una questione di lingua o di naso ma dipendesse anche dai colori, dai suoni e dalle forme?

Sembra incredibile ma è solo l’inizio delle scoperte di Charles Spence, professore all’Università di Oxford.

Un testo che fonda le basi della Gastrofisica e la pone al centro di ogni esperienza gastronomica, rendendo questa disciplina fondamentale per chiunque lavori con il cibo o le bevande, o anche soltanto per chi fa di questi prodotti un bene primario.

Gastrofisica è il libro per tutti coloro che vogliono trasformare il semplice nutrirsi in una esperienza indelebile.

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Mafalda non sei rimasta sola (ti vogliamo bene)

Mafalda

Non è che noi donne vi  diciamo  sempre le stesse cose, è che siamo  ottimiste:

speriamo  che prima o poi  possiate capirle

Mafalda

Mafalda ha 57 anni, ma rimane sempre la stessa bambina (pestifera e saggia)

Mafalda ogni  giorno, quando  faccio  colazione, mi guarda dal  calendario  appeso  alla parete: mi guarda, mi fa sorridere con i suoi  aforismi (qualcuno, lo ammetto, non lo comprendo  subito….mi sono appena svegliata) e mi  fa anche comprendere che la vita va presa per il verso giusto  e che non bisogna mai  arrendersi  alle avversità e lottare contro  le ingiustizie.

E dire che quando  lei  è nata, appunto  nel 1963, il suo papà, l’indimenticabile Quino, le aveva prospettato una vita relegata a fare da testimonial di una marca di  elettrodomestici: per fortuna non se ne fece nulla e al  fumettista a cui erano  rimaste alcune strisce venne l’idea che quella bambina poteva dire molto di più che un semplice slogan pubblicitario.

Nel 1964  Mafalda ha un posto d’onore nel  supplemento  umoristico della rivista Leoplàn, quindi passa ad essere pubblicata sulle pagine di Primera Plana e, nel 1965, a quelle del El Mundo.

Nel 1966 l’editore argentino Jorge Àlvarez  pubblica il primo libro con la raccolta in ordine cronologico  delle strisce di  Mafalda: in due giorni la tiratura del libro  andò esaurita.

Mafalda arriva per la prima volta in Italia nel 1968 (anno delle contestazioni di  massa) in un’antologia pubblicata da Feltrinelli.

Mafalda Volume 8: l’anteprima

Mafalda ha i capelli corvini e la bocca a ciabatta, ama i Beatles, parla come un’adulta e vuole fare la rivoluzione. E si chiede perché con tanti mondi più evoluti, io sono dovuta nascere proprio in questo?

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Bardi, un castello e il suo fantasma

Bardi

Se riandiamo con la mente alla storia passata dell’uomo, troviamo, tra le molte convinzioni religiose, una fede universale nell’esistenza di  fantasmi o esseri eterei che sono vicini  agli uomini  ed esercitano  su  di  essi un’influenza invisibile ma possente.

In genere si  crede che tali  esseri siano  spiriti  o anime dei  trapassati

Tratto  da Psicologia dei  fenomeni occulti di Carl Gustav Jung

Bardi vale una visita (ma non certo per i  fantasmi)

Eppure c’è chi ci  crede: d’altronde se vi  sono persone che vanno in giro a dire che la Terra è piatta, perché non dovrebbero  esserci  coloro che credono nelle manifestazioni di  esseri  spirituali o quelli che  volgarmente io  definisco  come  ammassi  ectoplasmatici?

Non me ne vogliano i  ghost hunters, i medium e quanti  come loro hanno una qualche dimestichezza con l’ultraterreno: io  ai  fantasmi non ci  credo!

Sennonché, se mi lasciate da sola in una casa isolata, nel  mezzo  di una foresta, allo scoccare della mezzanotte (magari  con l’ululato  dei lupi a fare da sfondo a una notte tempestosa)…….

Bardi
Panorama di Bardi da una finestra del castello

Arrivare a Bardi  dalla riviera ligure di  levante comporta l’affrontare di  almeno  un milione di  curve (vi  consiglio una piccola sosta a Bedonia, che incontreremo poco  prima almeno  per un caffè ristoratore): il castello ci  appare subito  dominante il borgo su uno sperone di  roccia alla confluenza dei  torrenti  Ceno e Noveglia.

Ci  sono  arrivata non tanto  spinta dalla curiosità per il  fatto  che tra le sue mura si  sarebbe manifestato il primo  caso  di  fantasma termico  in Italia (cosa sia un fantasma termico proprio  non lo so) ma, soprattutto, perché uno degli  autori tra quelli da me preferiti, cioè Paolo Rumiz, ne ha parlato  nel suo libro  La leggenda dei monti  naviganti, e tra le righe dedicate a Bardi ho letto  che il nome Bardi, secondo  una leggenda, deriverebbe da Barrio, l’ultimo  degli elefanti  al  seguito dell’esercito  di  Annibale durante la sua discesa verso  Roma, che qui morì: in sua memoria il condottiero cartaginese fondò una colonia a suo nome.

La storia del  castello in poche parole 

Bardi
Il castello di Bardi

Il castello venne venduto alla casata piacentina dei  Landi nella metà del  XIII secolo che ne fece il centro  del proprio potere per 425 anni.

I Landi, nella figura di  Ubertino Landi,  (famiglia ghibellina) acquistarono il maniero nel 1257 per 600 lire piacentine (immagino  una bella somma al cambio  attuale in euro).

Nel 1381 Gian Galeazzo  Visconti riconosce la signoria dei  Landi concedendone l’autonomia che, nel 1405, sarà totale: da quell’anno, per l’appunto, Bardi  diventerà la capitale dello Stato Landi  comprendendo i territori  del principato  di  Borgotaro, la contea di  Compiano e la baronia di Pieve di  Bedonia.

E’ nel XVI secolo, per volere dell’imperatore Carlo  V, che il marchesato  dei Landi  diventa un principato.

Tra il Cinquecento  e il Seicento la fortezza ha ormai  preso  le sembianze di una dimora signorile, questo  soprattutto per l’opera di Federico  Landi  e di  sua figlia Polissena.

Nel 1679, con la morte di Polissena, la dinastia dei  Landi  ha termine: il castello  verrà  venduto  ai Farnese, quindi passando di  mano  ai  Borbone e infine a Maria Luigia d’Austria.

In seguito divenne una prigione militare e, infine, nel 1868 ceduta al demanio.

Informazioni  per la visita al  castello

Il fantasma ha il nome di  Moroello

Secondo  la leggenda nel XV secolo  Moroello era il comandante delle truppe del castello  di  Bardi.

Di lui si  era innamorata Soleste figlia del  castellano che  la voleva  sposa a un feudatario con lo  scopo di un’alleanza e quindi ampliare i possedimenti  terrieri.

Moroello dovette partire per un’azione militare contro  i nemici  del  feudo promettendo alla sua amata di  sposarla al ritorno dalla guerra.

Soleste saliva sul mastio ogni  giorno  per vedere all’orizzonte il ritorno  del suo capitano, ma in uno di  essi vide da lontano  l’avvicinarsi di  soldati  che indossavano  la divisa e le insegne del  nemico: pensando che Moroello fosse stato  ucciso, non resistendo  al  dolore si  buttò giù dalla torre.

Moroello invece era vivo e aveva indossato i panni  dell’avversario  in segno  di  sfregio, una volta saputo  della fine del’amata pensò di  suicidarsi  a sua volta: da allora tra le mura del castello si  aggira il suo fantasma testimone del  dolore lungo dei secoli.

Se proprio  volete crederci….

Nel 1999 Michele Dinicastro  e Daniele Gullà, due parapsicologi bolognesi, attraverso una fotocamera termica ebbero l’occasione di  fotografare il fantasma…

Anteprima libro

Volendo  farmi  perdonare della mia incredulità verso i fenomeni paranormali, invito  coloro  che ci  credono  alla lettura dell’anteprima della Guida ai  fantasmi d’Italia della giornalista Anna Maria Ghedina.

Un excursus nel mondo dell’impalpabile.

Una guida ai fantasmi d’Italia, regione per regione, dove il lettore avrà modo di percorrere, portato per mano dalla nostra detective dell’occulto, un itinerario alla scoperta di quelle presenze che, secondo la tradizione, si manifestano dalla mezzanotte in poi.

Verremo a conoscenza non solo della storia degli antichi palazzi, testimonianza degli accadimenti che si sono verificati nel tempo nel nostro Paese, ma anche di quelle vicende non riportate dalle fonti ufficiali che hanno coinvolto nobili personaggi e non solo, lasciando all’interno di castelli, edifici e strade la loro invisibile presenza che racconta a chi ha l’avventura d’incrociarli storie d’amore, di guerra e di sangue: un tragico vissuto che li ha ancorati a quei luoghi per l’eternità.

Non certo, insomma, un freddo elenco di… morti, ma un intreccio di storie passionali, tradimenti e duelli, di nobildonne, principi e re, di gente comune ma anche di cagnolini, soldati, monaci e cardinali!

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Street Art oppure street art, ma è sempre arte

Street Art

Street Art ovvero  quel  complesso di pratiche ed esperienze di  espressione e comunicazione artistico – visuali che intervengono  nella dimensione stradale e pubblica dello  spazio  urbano, originariamente provviste di una fisionomia alternativa, spontanea, effimera e giuridicamente illegale salvo poi  essere, in una fase posteriore, parzialmente sanzionate e fatte proprie dalla cultura popolare di  massa, dal  mercato e dalle istituzioni, prospettiva che contribuisce a rendere molto problematica a oggi una puntuale individuazione del  campo, che rimane estremamente liquido e aperto a molteplici  visioni

Definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani  ⌋ 

Street Art o Cave Art

Street Art
Figure di animali dipinti sulle pareti della grotta di Lascaux (Francia)

Molto prima che l’essere umano utilizzasse  il linguaggio per comunicare in maniera intellegibile tra gli  appartenenti  a uno  stesso  gruppo (cosa che oggi  si  rischia   di perdere per un uso  smodato di emoticon e abbreviazioni di parole  a uso chat), era l’immagine a trasmettere il concetto.

Sulle pareti  delle grotte incominciarono  ad apparire mani, figure antropomorfe e animali  stilizzati a scopo propiziatorio o per culto  magico (forse anche solo  per divertimento, chi può dirlo?).

Altamira in Spagna e Lascaux in Francia sono  tra i  siti più conosciuti  al mondo dove l’arte preistorica (o la preistoria dell’arte) è testimoniata da dipinti  murali  risalenti  al 25.000 – 20.000 a.C.

Fare anche un semplice  excursus dall’arte preistorica alla Street Art moderna è al di la di ogni  mia competenza (e voglia), per cui  prendete queste righe solo  come introduzione ad una mostra in corso a Genova e a un tributo a quegli  artisti  sconosciuti che con la loro  arte, oltre che lanciare un messaggio, rendono più piacevole alla vista quello  che sarebbe solo un muro  di  cemento  grigio.

Naturalmente da questa categoria di persone sono da escludere quelle che spacciandosi  per graffitari  sono semplici  imbrattatori di muri.

Street Art in mostra a Genova: Shepard Fairey

Street Art
Shepard Fairey con alle spalle Hope: il poster che ritrae Barack Obama

Nel 2008 il volto  di uno  sconosciuto  senatore americano  viene rappresentato in un poster dal  titolo Hope: una speranza democratica per il popolo  americano dopo  la governance repubblicana di  George W. Bush: il senatore era Barack Obama, l’artista che lo  ha ritratto in quel poster che presto diventerà un’icona mondiale è Shepard Fairey.

Lo stesso  Obama, dopo  essere stato  eletto,  ringrazierà l’artista con una lettera in cui si legge: Ho il privilegio  di  essere parte della tua opera d’arte e sono  orgoglioso  di  avere il tuo  sostegno⌋ 

Shepard Fairey nasce nel 1970 in South Carolina  (precisamente il 15 febbraio 1970 a Charleston), a diciotto  anni  si diploma presso l’Accademia d’arte.

L’anno  seguente realizza il progetto André The Giant has a posse (André the Giant era un campione di  wrestler e la frase in  slang significa André the Giant ha una banda): in pratica disseminò i muri  della città con degli stickers (adesivi) riproducenti il volto dell’atleta che verranno poi replicati da altri  artisti in altre città statunitensi.

Fairey  precisò allora che la scelta del  soggetto  era casuale ma che il senso del progetto  era quello di  produrre un fenomeno  mediatico.

In seguito il volto  del  wrestler venne riprodotto  con la scritta Obey (Obbedisci) che in seguito  divenne la firma di Shepard Fairey.

Nel 2010 Fairey  appare anche nel  documentario Exit through the gift shop diretto  da Bansky (è inutile dirvi  chi sia..)

Obey fidelity. The Art of Shepard Farey 

Obey  fidelity. The Art of Shepard è il titolo  della mostra che il Palazzo  Ducale di  Genova ospita fino  al 1 novembre prossimo.

Nelle sale del  Sottoporticato  di Palazzo  Ducale, oltre alla celebre opera Hope, saranno presenti  altre opere divise in quattro  temi: l’ambiente; la donna vista come soggetto  di  emancipazione; il potere come antagonismo e infine la cultura.

Tutte le informazioni riguardante la mostra nella pagina della Fondazione Palazzo  Ducale

La Street Art degli  artisti  sconosciuti

Le due piccole gallerie fotografiche che seguono  sono un mio personale omaggio  a tutti  quegli  artisti di  strada che colorano l’ambiente urbano  con le loro opere.

Non saranno  mai famosi (ma chi può dirlo) ma senz’altro  esprimono un sentimento.

La prima galleria riguarda opere realizzate sulla ciclopedonale che collega Arenzano  con il paese di  Cogoleto, mentre la seconda sono opere realizzate ad Ariano  Irpino in provincia di  Avellino (cliccare sulle immagini  per ingrandirle)

Arenzano

Ariano  Irpino

Il libro in anteprima

Comprendere cosa sia la Street Art a volte può essere difficile, per questo Patrizia Mania, Raffaella Petrilli e Elisabetta Cristallini  hanno  scritto insieme Arte sui  muri  delle città un’utile guida per comprenderne il significato artistico.

 

La Street Art e la Urban Art sono fenomeni attuali sia per il forte impatto sociale e culturale che producono, sia per i problemi che suscitano sul piano estetico ed artistico.

In Italia, alcuni eventi recenti – opere di Street Art e di Urban Art censurate, cancellate o maldestramente “strappate” dal supporto originario per essere esposte in mostre, gallerie e musei – hanno riacceso il dibattito intorno alla questione della loro eventuale conservazione e musealizzazione.

Con il proposito di attivare una riflessione su questi ed altri aspetti controversi di una pratica artistica che sta determinando nuovi paesaggi urbani, si è svolta all’Università della Tuscia nell’autunno del 2016 una giornata di studi nella quale si è presentata un’analisi ad ampio raggio degli aspetti semiologici, giuridici, estetici, storico-artistici.

Del vasto orizzonte indagato negli interventi di docenti universitari, esperti del settore e giovani studiosi, questo volume restituisce la plurale complessità.

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Alcol, dipendenza e società (bagnate o asciutte)

alcol

Purtroppo  è difficile dimenticare qualcuno  bevendo un orzata

Hugo  Pratt

Alcol : dove costa meno dimenticare?

Essendo praticamente astemia (bere un calice di  spumante per me equivale berne una bottiglia intera…o quasi) e odiando  l’orzata, cosa mi resta da fare volendo  dimenticare qualcuno(a)?

In ogni  caso  sappiate che se siete finlandesi (o  vi  siete recati  fino in Finlandia per dimenticare) una solenne sbronza vi  costerà più che nel  resto  d’Europa: meglio recarsi  allora in Romania, dove le bevande alcoliche costano  mediamente un 24 per cento in meno  rispetto al  resto  dell’Europa.

Per quanto  riguarda l’Italia, prendendo  100 come valore medio europeo riguardo  al costo  degli  alcolici, siamo  abbastanza nella media con un valore pari al 103,9 pressoché uguale alla media francese (spumante o  champagne?).

Eurostat, l’Ufficio statistico  dell’Unione europea, ha creato il seguente  modello  dove si possono  comparare i valori  dei prezzi  al  consumo di  prodotti e servizi vari riferito a ogni  singola nazione (c’è anche quello riguardante il costo  delle bevande alcoliche).

Alcol e volante pericolo  costante 

Il sottotitolo è chiaramente una presa di posizione  personale nei  confronti di quello  stereotipo (tutto  al  maschile) che indica la donna guidatrice fonte di problemi.

Eppure noi  donne sappiamo  guidare con giudizio  e non scambiamo  la strada come un’arena dove dare sfoggio  di  grinta e di imbecillità (un pensierino  dedicato ai possessori di un  SUV).

Alcol (a volte in connubio  con sostanze stupefacenti) è la maggior causa di incidenti automobilistici: i  dati  risalenti  a dicembre 2019 parlano di 23.800 sanzioni per guida in stato  di  ebbrezza (+ 2,2 per cento  rispetto  al 2018) e 2.156 per guida sotto  effetto  degli  stupefacenti.

Altri numerosi incidenti  mortali  sono  dovuti  per distrazione causata dall’uso del cellulare durante la guida

Nella tabella seguente fornita dal CNESPS (Centro  Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute) potete trovare i valori  di  alcolemia calcolati  in base al sesso. al peso corporeo e se si è a  digiuno o meno.

poster fronte retro tabella livelli alcolemia e principali sintomi

Disagio e dipendenze

Ogni  anno in Italia si  hanno 35.000 morti per abuso  di  alcol.

L’abuso  di  alcol provoca danni  non solo  al bevitore, ma anche  alla sua famiglia e al contesto  sociale allargato (abusi, violenza, incapacità di  creare legami  stabili, incidenti  sul lavoro  e sulla strada).

Non del  tutto nuovo è il fenomeno  del binge drinking, cioè l’assunzione di  grandi  quantità di  alcol in tempo  breve

In Italia si  definisce binge drinking il consumo di oltre 6 bicchieri  di  bevande alcoliche (un bicchiere corrisponde a una Unità Alcolica uguale a 12 grammi di  etanolo contenuti in una lattina di  birra da 330 ml, un bicchiere di  vino 125 ml, un bicchierino  di  liquore 40 ml alle gradazioni  tipiche delle bevande

Non c’è nessuna distinzione tra uomo  e donna nell’abuso  di  alcol se una problematica maggiore per la donna che si  trovi in stato  di  gravidanza riassunto in questi  dieci punti  tratti  dal  documento alcol e donna: una relazione pericolosa a cura del CNESPS (download pdf):

alcol

Alla relazione tra donna e alcol è invece dedicato il documento Alcol, sei  sicura  che, pur essendo  stato  scritto  nel 2012, rimane nel  concetto  attuale

libretto donna e alcol 2012

Il libro in anteprima

La nostra società è del  tipo bagnata che si  contrappone a quella asciutta: in pratica l’Italia si  caratterizza per l’uso  quotidiano di  alcol in maniera rilassata, familiare e conviviale (quasi sempre c’è una bottiglia di  vino  ad accompagnare i pasti).

Nelle società asciutte l’utilizzo  di  bevande alcoliche al  di  fuori di  determinate convenzioni è vista come una condotta riprovevole, nonostante che nei Paesi  nord -europei (ma non solo) bere smodatamente nei  fine settimana sia visto  come dimostrazione di  forza e di  essere veri uomini 

Mark Forsyth, linguista e scrittore nel  suo libro  Breve storia dell’ubriachezza parla dell’ebbrezza nella storia e, per l’appunto, di  come viene vissuta odiernamente nelle società asciutte o in quelle bagnate.

alcol

 

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra.

Fu così che ebbe origine l’umanità.

Da allora, incontriamo l’alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l’ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l’ubriachezza.

L’ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente.

Breve storia dell’ubriachezza osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie.

Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l’ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell’ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West.

Infine, come in quell’antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell’alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino

Contraddicendo  quest’ultima affermazione dell’autore, dico  che ubriacarsi non è divino  ma un po’  da scemi!!

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Foresta della Deiva, l’escursione

Foresta della Deiva
Il Lago dei Gulli (che lago non è)

Foresta della Deiva, alle porte di Sassello

Quella  che oggi vi propongo è una piacevole escursione adatta a tutti, da fare a piedi, in mountain bike (qualcuno  lo fa anche a cavallo), senza fretta ma solo  con il desiderio  di passare qualche ora immersi nella natura.

Come ho scritto  nel  sottotitolo, la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole di una visita (interessante il borgo e luogo dove non è difficile mangiare bene).

Da Albissola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo e oltrepassando la frazione Badani, subito dopo aver   passato un distributore di  benzina sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale posto  di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, in parte, riguarda anche la nostra escursione.

Il percorso

Lunghezza del percorso 13.600 Km. Tempo 5 ore (dato soggettivo)

Come ho  già detto in precedenza, dal parcheggio inizia il sentiero  natura in salita e in direzione del Castello  di  Bellavista che troveremo sulla strada del  ritorno (qui è presente l’unica fonte di  tutto il percorso).

Dopo qualche centinaio  di metri sulla nostra destra un cartello indica la direzione verso il Lago  dei  Gulli (4.100 Km): da qui in poi il percorso è del  tutto in piano tranne la parte finale verso il lago in lieve discesa.

Foresta della Deiva
Si va verso il Lago dei Gulli

Dopo  i quattro chilometri (e cento metri) e dopo  aver percorso  il tratto in discesa del  sentiero, arriveremo  a un ponte in legno  sul torrente Erro e quindi  al  lago

Foresta della Deiva
…Sono sempre io
Il non lago dei Gulli
Il lago dei Gulli in realtà è un’ansa del torrente Erro che, con il passare del tempo, ha visto l’accumularsi di depositi sabbiosi i quali hanno formato una vera e propria spiaggia fluviale. La parola Gulli è una forma dialettale locale per indicare la fauna ittica del torrente

Ci  siamo riposati  abbastanza?

Se si, riprendiamo  il cammino.

Ripercorriamo una parte del  sentiero (questa volta in salita) fino alla deviazione sulla destra verso la località Lombrisa (decisamente in salita) fino  a incontrare il segnavia indicato  nella foto  seguente  che ci  condurrà verso l’area attrezzata della Giumenta (altra sosta consigliata).

Prima di  arrivare a quest’area attrezzata troverete un cartello la direzione verso il castello  Bellavista: potete anche prendere questo sentiero per accorciare la distanza, ma di poco.

Foresta della Deiva
La Giumenta

Lasciandoci  alle spalle La Giumenta, proseguiamo ricollegandoci  al  sentiero  natura che condurrà al  Castello  Bellavista, villa ottocentesca della famiglia Bigliati  proprietaria di un’antica segheria, e che oggi si  presenta in uno  stato  di  semiabbandono.

Castello Bellavista

Dalla villa poche centinaia di  metri  ci  separano  dal parcheggio  da cui  siamo  partiti.

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Una Topolino per due scrittori in viaggio

Topolino

Se vai lento, ovunque tu  sia nella fascia temperata del  Globo,

le tue notti  si popoleranno di  grilli, belati,, fumo di legna, erbe aromatiche, stelle.

D’inverno, ti  addormenterai circondato di luce lunare fredda, odore di lana infeltrita e letame, tè bollenti  e sogni  caldi,

quelli  dove le persone hanno odore e sapore.

In una parola, la vita.

Tratto da La leggenda dei monti  naviganti  di  Paolo  Rumiz

Il lento viaggiare della Topolino (contro  l’arroganza dei  SUV)

Non mi  piacciono  affatto  quei  caterpillar travestiti  da automobile, come non mi piace l’arroganza della stragrande maggioranza di  chi  guida un SUV e cioè quei prepotenti (al 99 per cento uomini) che si incollano  al tuo parafango  posteriore come per dire che la strada è la loro e tu, misera automobilista che guida un’utilitaria (per giunta sei donna) occupi impunemente la corsia di  sorpasso.

A questo punto non posso  che pensare quanto  sia vera l’equazione per cui gli  attributi (quegli  attributi) di  questi  guidatori siano inversamente proporzionali alla dimensione del loro  mezzo.

Ma ritorniamo  alla simpatica Fiat Topolino.

Topolino
L’ingegnere della Fiat Dante Giacosa

Il signore ritratto nella fotografia è l’ingegnere Dante Giacosa che nel 1934 inventò la Topolino dopo  che Benito  Mussolini  aveva ordinato  alla Fiat di progettare per il popolo  un auto  il più possibilmente economica.

Dopo  qualche tentativo  infruttuoso  (i prototipi  andarono a fuoco durante il collaudo), Giacosa per il suo progetto  pensò di  ridurre pesi  e dotazioni della Balilla  per contenere i  costi  ma, allo  stesso, tempo, creare un automobile affidabile.

Topolino
La Fiat 500 “Topolino” coupé del 1936

Il prototipo fu  collaudato  nel  1934 dallo  stesso  Giacosa insieme ad Antonio Fessia dell’ufficio  progetti  della Fiat in un percorso  misto intorno  alla città  di  Torino per saggiarne le sospensioni e un tratto  autostradale dove la Topolino  raggiunse la velocità di 82 chilometri orari  (allora non c’erano  i SUV a chiedere strada)

Inizialmente le venne dato il nome di  Topolino in onore del personaggio  della Walt Disney ma,  siccome il regime era contrario  ad adottare nomi  stranieri (Louis Armstrong era diventato  Luigi  Fortebraccio), ben presto si  adottò  quello più prosaico  di  Fiat 500.

Il viaggio  lento  di  due scrittori

Ho  appena terminato  di (ri)leggere La leggenda dei monti  naviganti di Paolo  Rumiz: il libro è diviso in due parti  riferite al  viaggio  dello scrittore triestino attraverso  le due catene montuose del nostro Paese e cioè le Alpi e gli  Appennini.

Una Topolino coetanea di Nerina

E’  nella parte del viaggio  attraverso  gli  Appennini che Paolo  Rumiz si  avventura per  strade secondarie a bordo di  Nerina, una Topolino  dl 1953.

E’ un viaggio ovviamente  lento, ed è proprio  questa lentezza  che permette all’autore   l’incontro con le persone, il cibo  e gli odori dei luoghi  attraversati (nonché qualche imprevisto meccanico dovuto alla non più giovane età di  Nerina).

Paolo Rumiz e la European Spirit of Youth Orchestra ensemble in un incontro con il pubblico presso i Martiri della Benedicta nelle Capanne di Marcarolo (luglio 2017)

Verso  la fine del libro  Paolo  Rumiz rende omaggio a un altro  scrittore e viaggiatore che anni prima, nel 1953,  ha intrapreso un viaggio molto più lungo, attraversando i Balcani, la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, ma sempre a bordo di una Topolino.

Ci  ha messo  due anni Bouvier a fare quel  viaggio.

Se l’è presa comoda: ha passato un’estate a Belgrado, un inverno a Tabriz e un altro in Pakistan. Altri mondi.

Ciò nonostante, ho l’impressione di  fare la stessa esperienza, di  sentire gli  stessi odori.

Forse la percezione del mondo non dipende dai  luoghi, ma dall’andatura.

Paolo RumizLa leggenda dei monti  naviganti

Nicolas Bouvier (Grand -Lancy, 6 marzo 1929 – Ginevra, 17 febbraio 1998) è stato uno scrittore e giornalista svizzero, il diario  del  suo lungo  viaggio diventò il libro  La polvere del mondo.

Anteprima libri 

Se amate viaggiare, ma anche solo leggere libri  di  viaggio (impossibile a questo punto  che non siate anche amanti  del  viaggiare) ecco  l’anteprima dei due libri citati  nell’articolo.

Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola).

Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario.

E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela.

Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due libri, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione.

Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, figlio di una buona famiglia calvinista, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medioevale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino.

Nicolas Bouvier ha già effettuato dei brevi viaggi in Francia, Algeria o Jugoslavia, ma questa volta punta più lontano, verso la Turchia, l’Iran, Kabul e il confine con l’India. I sei mesi di viaggio successivi attraverso i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan, in compagnia dell’amico artista Thierry Vernet, danno vita a uno dei grandi capolavori del Ventesimo secolo.

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