L’Alchemilla tra alchimia e bellezza femminile

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Lo diceva Castore

 

Alchemilla vulgaris
Carl Axel Magnus Lindman

Castore Durante (Gualdo  Tadino, 1529 Viterbo, 1590) nel  suo  Herbario Novo  consigliava alle donne del  suo  tempo l’utilizzo  della Alchemilla vulgaris per restituire la verginità perduta e rassodare le mammelle (qui, salendo in cattedra, vi  ricordo  che il seno è lo  spazio  compreso  tra le due mammelle….).

Infatti suggeriva:

L’acqua lambiccata bevuta e applicata fa parere di  essere vergini.

Se bagnate pezze di  tela in quest’acqua e applicate sulle mammelle, le fa ritirare in modo  che diventino rotonde e dure..

Pur avendo  un’età per cui  la verginità è nelle cose smarrite nel tempo ( …♥♥♥…) quello del  rassodamento del  seno (ma si, chiamiamolo  così)  potrebbe essere un argomento  futuro per contrastarne l’effetto rilassamento dovuto  all’ineluttabile avanzare dell’età.

Se funzionava bisognerebbe chiederlo  ad una donna del XVI secolo.

Invece per gli  alchimisti

Gli  arabi  la chiamavano alkemelych con il doppio significato  di acqua del cielo oppure ciò che serve all’alchimista.

L’acqua del  cielo, ci  vuole poco  ad intuirlo, non era altro  che la rugiada  la quale, essendo acqua purissima per l’alchimista, era  indispensabile per l’arte della trasmutazione.

Per fare questo  dovevano  svegliarsi  all’alba e raccogliere la rugiada che si  era posta sulle grandi  foglie durante la notte.

Identikit della pianta

L’Alchemilla vulgaris è anche conosciuta come Erba rossa – Erba stella – Stellaria – Erba a stiddaria – Ruttaria  – Ventaglina (per le sue foglie simili  a ventagli).

Appartiene alla famiglia delle Rosacee.

E’ una pianta piccola e perenne, diffusa nelle regioni  fresche ed umide, soprattutto in regioni  montuose, praterie e radure  dai 600 ai 2.000 metri  di  altitudine (alcuni  autori  spingono l’habitat dell’Alchemilla fino a 2600 metri di  altitudine).

Tra i suoi  costituenti  troviamo acidi  organici, tannino, lipidi, glucidi.

Tra le sue proprietà quella antinfiammatorio, astringente, cicatrizzante, sedativo, stomachico, vulnerario.

Utilizzo  

La pianta intera viene raccolta nei mesi  di  giugno  e luglio (quindi  siete ancora in tempo) quando è appunto in fiore.

Naturalmente è nel passato, quindi  nella medicina popolare, che il suo  utilizzo era frequente, ad esempio: per frenare emorragie interne ed esterne (anche come astringente uterino in caso di  complicazioni dopo il parto).

Il suo  decotto era considerato un forte diuretico con azione depurativa del  fegato. Lo stesso  decotto che andava ad imbibire compresse oculari  di  cotone o lino, era il rimedio  contro  la congiuntivite.

L’Alchemilla è  ancora oggi  venduta nelle erboristerie sotto  forma di preparati per vari usi  e rimedi medicali ma l’impiego  terapeutico, specie in associazione con altri medicinali, è sempre da prendere con le dovute cautele: in poche parole la cura fai  da te è sconsigliata.

Alla prossima! Ciao, ciao…………

 

Non illudiamoci, a governare la nostra vita ci pensa il Cigno nero

L’incertezza del Cigno nero
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Da cigno a cigno ma pur sempre nero

C’è il cigno  nero sinonimo  di  grazia come l’esemplare nell’immagine, e c’è il cigno nero metafora di un evento che potrebbe anche essere una disgrazia (l’uscita dall’Euro, ad esempio….)

La teoria del cigno nero, o teoria degli eventi del cigno nero, è una metafora che esprime il concetto secondo cui un evento con un forte impatto è una sorpresa per l’osservatore. Una volta accaduto, l’evento viene razionalizzato a posteriori

Perché la teoria si  chiama cigno nero?

Immaginate di  essere un ornitologo  europeo che, prima del 1770, aveva visto  solo  cigni  bianchi: per lui e per la scienza, in base all’evidenza che i cigni  fino  ad allora   visti  erano solo e sempre bianchi, non poteva credere all’esistenza di cigni  di  diverso  colore.

L’esplorazione dell’Australia (e conseguentemente il sorgere delle prima colonia) portò alla scoperta di nuove specie animali tra cui, guarda un po’, un cigno  completamente nero che cancellò l’incrollabile certezza che essi  dovessero  essere per forza solo bianchi.

A dir la verità ( o per lo   meno quello  che si può leggere in rete e che non sia una fake news) il primo  a parlare in questi  termini  di  cigno  nero fu  Giovenale con la frase

Rara avis in terris, nigroque simillima cygno 

Uccello  raro  sulla Terra, quasi come un cigno  nero

Tralasciando le dotti  disquisizioni in latino (lingua che decisamente non è il mio forte e me ne dispiaccio un po’), dobbiamo  a Nassim Nicholas Taleb la nascita di  questa teoria basata sulla certezza che a governare il mondo  (quindi  la nostra vita ) è l’incertezza e la casualità: in poche parole programmate pure il vostro  futuro tanto ci  sarà sempre un cigno  nero  dietro  l’angolo a cambiare le carte in tavola.

Non per questo l’imprevedibile deve essere letto come un qualcosa di negativo magari, cambiando prospettiva, si  aprono nuove possibilità e chissà… 

Naturalmente Nassim Taleb sull’argomento  ha scritto un libro  che si  chiama proprio  Il Cigno  nero (con sottotitolo Come l’improbabile governa la nostra vita…lo  avevo  detto, no?).

Ho  letto il libro trovando alcune cose molto interessanti, altre molto noiose: nell’anteprima potete decidere se sia il caso  di  acquistarlo oppure no (tanto la Casa editrice non mi  da  nessuna percentuale sulle vendite).

Alla prossima! Ciao, ciao………….


Anteprima del libro Il Cigno nero  di Nassim Nicholas Taleb

 

Suffragetta e scrittrice: Rebecca (Cecily Isabel Fairfield) West

Modern suffragettes
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Quando Cecily Isabel Fairfield disse a proposito  del  femminismo

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta.

Ed io mi considero una femminista o semplicemente una donna che desidera il rispetto  dei  diritti?

Molto  probabilmente se fossi  vissuta nello  stesso periodo  della nostra Isabel avrei  avuto  anch’io  qualche dubbio su  come definirmi ma, sicuramente sarei  andata a braccetto, insieme a tante altre donne, per manifestare contro l’apartheid culturale  che le relegava ad un ruolo  subordinato rispetto  all’uomo, negando loro anche il diritto  di  voto.

Insomma, sarei  stata una suffragetta!

Rebecca West

Perché lei –  senz’altro  avete capito  che parlo  della scrittrice Rebecca West (pseudonimo preso in prestito dal nome della protagonista dell’opera di Henrik   Ibsen  La casa dei Rosmer) – aderì con tenacia al  movimento di emancipazione femminile meglio  conosciuto come quello  delle suffragette.

Lei  era nata nella Contea di  Kerry (Irlanda) il 21 dicembre 1892, cioè dopo ventitré anni  dopo la nascita del Movimento  delle suffragette in Inghilterra (1869).

(Finalmente) il diritto di  votare

La prima nazione a riconoscere i l diritto  delle donne al voto fu  la Nuova Zelanda nel 1893 (quindi all’epoca Rebecca West si  dedicava più alle pappe che alle manifestazioni).

Seguirono Finlandia e Norvegia (rispettivamente nel 1906 e 1907, Rebecca è poco più che un’adolescente) .

E’ il 2 luglio 1928 quando in Inghilterra anche alle donne è riconosciuto il loro  diritto  di partecipare attivamente alla vita politica del  Paese.

Fu la volta della Francia nel 1945  e (finalmente) nel 1946, il 10 marzo, le donne italiane non solo potevano  eleggere chi volevano, ma potevano  anche essere elette.

Fanalino  di coda per il diritto  del  suffragio  universale concesso  alle donne è la moderna Svizzera che, dalla concessione in   alcuni  cantoni  nel 1959, si  arrivò alla totalità solo  nel 1971 (Rebecca West ha settantotto anni, morirà all’età di novantuno anni a Londra il 15 marzo 1983).

Qualcosa su  di lei

Per una biografia dettagliata della scrittrice l’invito è quello  di  fare una ricerca in rete dove le fonti  sono varie e dettagliate (comunque ad inizio  articolo  troverete il link per la pagina di  Wikipedia a lei  dedicata).

Posso  solo  aggiungere che lei, vissuta in una famiglia ad alta concentrazione femminile (madre e sorelle) dopo  che il padre, ignominiosamente, si  era dato  alla fuga, aveva come desiderio  quello  di  diventare un attrice  ma, evidentemente, la vita sul palco non  fu facile, tanto  che pensò di  darsi  alla scrittura.

Lo fece, per l’appunto, iniziando  a scrivere su  un giornale legato  al  Movimento delle suffragette: cosa che la madre le proibì di  fare e, per evitare il divieto  materno, assunse il nome di  Rebecca West.

Un po’ di  gossip

Fra i suoi  amori  quello  più chiacchierato  fu con lo scrittore H.G. Wells di  qualche anno più vecchio  (diciamo  di una ventina d’anni…) che lei, dapprima, apostrofava all’inizio  del rapporto  come essere una vecchia zitella, fino  ad arrivare a chiamarsi  l’uno con l’altra  con gli  appellativi  di pantera e giaguaro (segno  con il  rapporto  era entrato in una fase calda) .

La relazione clandestina durò all’incirca una decina d’anni e, nel  mezzo, la nascita del  figlio  Anthony.

 Altri  amori (tempestosi  o meno) furono Charlie Chaplin e il principe Antoine Bibesco  amico  di  Proust.

Ala fine sposò un banchiere e visse felice e contenta perché ricca e indipendente grazie, anche, al successo dei suoi libri.

La verità

La verità era che Rebecca West, o  se preferite Cecily Isabel  Fairfield,  fu una donna di  carattere  e con notevoli  doti  di  scrittura – da rileggere il suo  reportage sul Processo  di  Norimberga – e oggi li possiamo ritrovare nei  suoi  libri  pubblicati dalla Fazi  Editore fra cui il   primo romanzo : La famiglia Aubrey (anteprima alla fine dell’articolo).

La sottoscritta adesso  vi  lascia per una doccia rinfrescante (penso  di  cenare sotto  l’acqua….)

Alla prossima! Ciao, ciao…………


Anteprima del  libro  La famiglia Aubrey 

Una piccola storia scritta da una radical chic

T-Red
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Se radical  chic vuol dire

Se radical  chic vuol dire non essere indifferente al dramma di  chi fugge da guerre e povertà, allora io  sono una radical  chic.

Ma non viaggio in SUV e il mio tempo non passa attraverso le lancette di un Rolex.

Ah si, pago  anche le tasse.

 

Il genio  la volle vedere così..(e questa è un’altra storia)

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937.

 

Non si  discute il genio  di  Pablo  Picasso, ma dietro  questo  ritratto è difficile scorgere il  volto di una delle donne più interessanti  del  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose meglio conosciuta con il nome di Lee Miller 

Si incontrarono  nel  sud della Francia nel 1937 (la data è anche quella del  dipinto), lei  venne presentata a Pablo  Picasso dall’amico  comune  Man Ray con cui, oltre che allacciare una relazione intima, scoprì la passione per la fotografia.

Un po’  di  biografia

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, molti  sospetti  ricaddero sullo  stesso padre che, un’ anno  dopo  dalla violenza e finché Lee non ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

Quell’uomo era Condè Montrose Nast l’editore di  Vogue.

A questo punto la storia prende la piega di una soap opera, perché l’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue in uscita nel marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi divenne una modella molto  richiesta dai  fotografi  di moda fino a quando una foto  di Edward Steichen per una campagna pubblicitaria di  assorbenti femminili diede scandalo tanto  da stroncare la sua carriera di modella (questa  storia scandalosa la trovate qui)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose, storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di….

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di  Lee Miller.

Una fotografia famosa

Non venne scattata da Lee Miller, in quanto  lei era il soggetto inserito in un ambiente molto particolare, ma dal  suo amico  e collega David Scherman per la rivista Life.

In essa, oltre al  volto  stanco di Elisabeth  Lee Miller,  vi  sono  due elementi  che ne danno  risalto: gli  scarponi  militari della fotografa e la foto  di  Adolf Hitler nell’angolo  a sinistra della vasca, perché quello era appunto l’appartamento  del dittatore nazista.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao……………………..

 

Prima l’italiano (in questo caso si parla della lingua italiana)

Che lingua parlo?
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Perché location?

Non la sopporto: la parola location!

Come non sopporto (o  quasi)   costumer care, lip gloss, day by day, coffee break….a meno  che non io  non sia  invitata ad una pausa caffè dal  collega che, gentilmente, mette mano  agli  spiccioli  per offrirmelo.

Ma location…..no, senza nessun quasi: la odio e la vorrei  estirpare come un’intrusa antipatica ogni  qualvolta viene usata a sproposito in un contesto di un discorso  in italiano.

Computer, non ordinateur 

Avendo parentele francesi (parigine per l’esattezza, anche se saperlo vi lascia indifferenti) so  bene quando i nostri  cugini difendano  la loro lingua: se da una parte condivido pienamente questo loro ostracismo verso l’anglicismo (di  cui noi  italiani, in un certo  ne facciamo un uso  esagerato), da altra parte parole come, per esempio, computerticket sono talmente integrate nella nostra lingua da sembrare quasi italianizzate.

Quello  che non sopporto  (ancora una volta, poi la smetto) è quando  questo  anglicismo è utilizzato  da chi, volendosi  dare un tono vagamente intellettualoide, sprofonda a sua insaputa nel più misero provincialismo.

Va da se che conoscere una lingua (anche due e più) è sempre un arricchimento, quindi  quanto  ho  scritto fin d’ora non è una crociata contro l’inglese.

L’italiano è meraviglioso (parlo  sempre della lingua italiana e non dell’Homo italicus) 

Claudio Marazzini  , presidente dell’Accademia della Crusca, ha scritto appunto il libro  L’italiano  è meraviglioso  per (ri)scoprire la nostra magnifica lingua e metterci in guardia contro l’esagerato utilizzo di parole straniere (la maggior parte inglesi) al posto  di  quelle italiane (che poi, logicamente, per noi  tutti sono anche più comprensibili).

Perché oggi è molto più facile sentirsi offrire dello street food anziché del “cibo di strada”? Come mai i politici dichiarano di voler refreshare il Paese se intendono semplicemente “rivoltarlo come un calzino”? Chi teme un competitor e cerca un endorsement non potrebbe aver paura di un “concorrente” o di un “avversario” e aspirare a un “sostegno” o a un “appoggio”? Questi esempi ci segnalano un’evoluzione preoccupante dell’italiano che negli ultimi anni si sta logorando non solo per il proliferare degli anglismi ma anche per un grave peggioramento delle nostre cognizioni linguistiche. Siamo ormai un Paese dove i fiumi non straripano (una parola perduta!) più, semmai esondano, e i tribunali emettono “ordinazioni” (sacerdotali?) invece che “ordinanze”. Come presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini combatte ogni giorno per difendere la nostra meravigliosa lingua e attrezzarla per le sfide del futuro. L’italiano, ci ricorda Marazzini, ha una storia diversa da quella dell’inglese o del francese – nati con gli Stati nazionali – perché è fiorito ben prima che ci fosse l’Italia: dopo essersi sviluppato nel Medioevo come idioma popolare figlio del latino, si è arricchito splendidamente con la nostra grande letteratura diventando così, fra tutte le lingue, la più colta, raffinata e amata all’estero. Vogliamo dunque ora perdere questo nostro immenso patrimonio di sensibilità e di cultura? In questo libro Marazzini, compiendo un’analisi rigorosa e approfondita, presenta una lucida diagnosi dello stato di salute della nostra lingua e pone le basi per invertire la rotta, appellandosi anche ai politici e alle università, spesso responsabili della dispersione di parole e significati. Allo stesso tempo, passando in rassegna gli errori di ogni genere che si stanno insinuando, ci offre l’opportunità di correggerci e di recuperare le mille e mille sfumature della nostra meravigliosa lingua che forse ci stanno sfuggendo.

Alla fine dell’articolo un’anteprima del libro.

À la prochaine! Salut, au revoir …

Ops….volevo  dire:

Alla prossima! Ciao, ciao……………


Anteprima del libro L’italiano è meraviglioso 

 

Cafonal chic food

 

Le 4 scimmie
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PREMESSA

Ognuno  è libero  di  mangiare e bere ciò che vuole (a parte il cannibalismo), ma la mia impressione  è quella della ostentazione della ricchezza più che  per il gusto del cibo.

Sarò anche esagerata in questo mio  giudizio  e per questo aggiungo:  De gustibus non est disputandum  (se poi la citazione latina è erronea prendetevela con Wikipedia da cui l’ho tratta!)

Il menù

Pizza 24k – 2.000 dollari

Impastata ed infornata dalla Industry Kitchen di  New York la pizza ha tra i  suoi ingredienti formaggio  Stilton (simile, ma non uguale, al nostro  gorgonzola è un formaggio riconosciuto  DOP dalla Commissione Europea ed è prodotto in tre sole regioni  inglesi), fegato  grasso, tartufo nero  francese, caviale Osetra e fiocchi  d’oro  commestibili mischiati a petali di  fiori.

NO COMMENT!

Hamburger, Las Vegas 777 dollari

Se per caso  vi  trovate a Las Vegas e avete fatto un colpaccio  alle slot machine,  potete  pensare di  spendere una parte della vincita recandovi presso Le  Burger Brasserie dove vi potranno  servire questo  hamburger composto  da: manzo  di  Kobe e aragosta del Maine (insieme!?), condita con prosciutto, cipolla dolce caramellata, brie, tripla panna francese….  

Adatto  per chi  possiede i  succhi  gastrici  di  Alien.

 Coppa di  gelato Golden Opulence Sundae a New York – 1.000 dollari 

Da gustare ( si  fa per dire) al  Serendipity 3  : vaniglia di  Tahiti con infuso  di  vaniglia del  Madagascar, scaglie  d’oro 24 carati (anche qui: è proprio una fissazione!), guarnito  con sciroppo di  cioccolata Porcelana Amadei  e trucioli  di cioccolato  Chuao del  Venezuela.

DI NUOVO: NO COMMENT!

♣ Tazza di  caffè Black Ivory – 85 dollari 

In Thailandia, si  coltiva a 1.500 metri  di altitudine la varietà di  caffè Thai  Arabica: i chicchi  di  caffè vengono  dati in pasto agli  elefanti, quindi, una volta raccolti  dagli  escrementi, sono lavati  e torrefatti.

La nuova moda dei  super ricchi è quella di  avere nel salotto  di  casa un elefante a cui dare in pasto i chicchi  della varietà Thai  Arabica: bisogna aspettare solo  che l’elefante dia seguito alla parte terminale della digestione (sperando  che non abbia problemi  di  stitichezza) e quindi, una volta torrefatti i chicchi, servire un caffè tra lo  stupore generale degli ospiti: WHAT ELSE

Voi  cosa avete preparato per cena questa sera?

Io sono indecisa tra la Simmenthal  e uova sode……magari un salto  nella pizzeria sotto  casa..

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

I MIEI CINGUETTII

BRAVE, BRAVISSIME RAGAZZE

Se proprio volete un’arma questa è la poesia

La farfalla
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Se pensate che oggigiorno  la poesia sia superflua, allora..

…..allora un bel  accidente!

La poesia è più viva che mai:  anche  in questo Paese dove, a volte,  si preferisce l’urlo  alla parola sussurrata, la poesia  è capace di  radicarsi nel pensiero stimolandone la crescita….ecc…ecc…

Va bene, lo ammetto: mi  sono  lasciata prendere dall’argomento  e sono  diventata prolissa.

Comunque che la poesia goda di  ottima salute è testimoniata anche dal  successo  di programmi  radiofonici  come Parole Note (di  cui  sono  un’autentica fan) trasmesso in serata da Radio  Capital.

Non solo  la radio, ovviamente, ma anche incontri  pubblici  dal  vivo, esempio i festival  ad essa dedicati o i Poetry Slam che non sono  altro che competizioni a suon di  rime.

Quando  i social media diventano una vetrina per i poeti

Rupi Kaur mentre legge le sue poesie tratte dalla raccolta Milk and Honey – Vancouver 2017 – Credit: Joe Carlson

Si diventa famose se si  è brave, si diventa note utilizzando  la vetrina dei  social media come, ad esempio Instagram ( a proposito, anch’io sono su  Instagram), ed è questo il caso  della ventiseienne canadese (ma nata in India)  Rupi Kaur la quale, ancor prima di  pubblicare le sue poesie su  carta,  lo ha fatto  su Instagram.

La sua prima poesia, postata sul social è del 2013, ebbe  duemila like nel  giro  di pochissimo  tempo  per non parlare di altre che, in seguito,  superarono le centinaia di migliaia di like (cosa che la sottoscritta riuscirà ad ottener in qualche eone di  tempo).

Ma il rapporto  della giovane poetessa con Instagram non è stato  sempre  facile: nel 2015 una sua immagine che ritraeva una donna ripresa di  spalle con i pantaloni sporchi  di  sangue mestruale, fu immediatamente rimossa dagli amministratori del  sito perché ritenuta oscena: un chiaro  segno di misoginia legato  al  tabù del  ciclo mestruale che ebbe la capacità di  creare un’onda di  forte dissenso delle donne contro Instagram (a riguardo l’articolo  di  Cosmopolitan)

Le poesie di  Rupi Kaur hanno come soggetto la vita delle donne, del nostro  desiderio  di  amare, di  sesso  e di dolore provocato  dalla violenza.

Al  termine di  questo post (articolo) troverete un’anteprima delle sue poesie raccolte nel libro Milk and Honey 

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima di  Milk and Honey  di Rupi Kaur

 

Se Aphra Behn fosse vissuta oggi cosa avrebbe scritto sui social media?

Bolle di sapone
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AIUTO: SONO IN CRISI (e le bolle di  sapone non mi aiutano per l’ispirazione)

Nulla di  grave: è solo  che non so  assolutamente cosa scrivere.

Immaginando  che la situazione possa interessare solo  la sottoscritta, mi  sento  come quella particella di  sodio che,   in una réclame  di un’acqua minerale (non dirò il nome della marca ma solo  che è di  quattro  lettere di  cui  due E una L ed una T), chiedeva se nel  suo intorno vi fosse qualcuno  a tenerle compagnia.

Quando è così, la miglior cosa è quella di  affidarmi  a delle storie di  altre donne ben più famose di  me (ci  vuole ben poco, direte voi, ma fra cent’anni quando  avrò pubblicato il mio  primo  romanzo vedrò la mia stella splendere…ai posteri).

Una donna di  carattere nel XVII secolo: Aphra Behn

 

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Aphra Behn  , secondo quando  disse una volta  di lei  Virginia Woolf  , è da considerare la prima donna che riuscì  ad essere economicamente indipendente per mezzo  dei  suoi  scritti.

Può sembrare oggi normale, ma nel diciassettesimo  secolo la vita di una donna non era certamente facile (se per questo, per certi  versi, non lo è ancora tutt’ora).

Di lei  sappiamo  che è nata nel 1640 forse figlia di un aristocratico mentre  altre fonti dicono che le sue origini siano state più modeste in quanto la professione del padre era quella del  barbiere.

Quindi, pur essendo la sua biografia lacunosa, sappiamo  che tra il 1658 ed il 1663, quando lei  era ancora molto giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Nel 1663 Aphra Behn ritorna a Londra per sposare, dietro l’insistenza (malevola) dei parenti, il commerciante olandese Behn.

Questo  matrimonio  durò solo  tre anni in quanto il marito morì a causa della peste che, nel 1666, infestò la capitale inglese.

Fu così che la vita di  Aphra Behn prese una svolta di  natura avventurosa: divenne spia ad Anversa per il governo inglese.

L’allora servizio segreto inglese non era quello del mitico James Bond (a proposito: per me Daniel Craig è il miglior interprete per vestire i panni  di 007) e per questo lei non ricevendo il denaro pattuito  con il governo, finì in galera per debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre qualcosa di più serio  e veritiero riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage ispirata, forse, dal suo precedente matrimonio, la spinse a proseguire nella carriera scrivendo  commedie libertine che tanto piacevano al pubblico  dei  teatri  (il cinema non era ancora stato inventato).

Malgrado  questo  successo, venne considerata come una donna menzognera, depravata e sconcia: questo  giudizio non è dei  suoi  contemporanei, ma  quello dello  scrittore Ernest  A. Baker nel 1901.

Fu la sua satira di  natura politica a riportarla in prigione: infatti, attraverso la commedia satirica The Roundheads (Le teste rotonde) criticò aspramente Cromwell e i  suoi  seguaci, appunto  definiti  come teste rotonde.

Oggi  per far questo  i  cosiddetti leoni della  tastiera si  affidano all’anonimato  dei  social media per vomitare insulti a dimostrazione della loro  scarsa intelligenza….si, lo so, sto  divagando ma non sopporto questi esseri al limite dell’umano.

Ritorniamo  ad Aphra Behn che è meglio.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici a quelli  decisamente più tristi: le sue commedie, per essere messe in scena, dovevano  passare con il consenso della critica asservita al  regime per cui dovette affrontare le barriere della censura.

La sua ultima commedia, The Lucky Chance, divenne l’ennesimo  trionfo.

Stanca e malata scriverà quello  che è  considerato il suo romanzo  autobiografico: Oroonoko  (anteprima nel  box a fine articolo).

A riguardo  di questa autobiografia molti  critici  moderni  avanzano dei  dubbi  sulla veridicità di Oroonoko considerandone  la descrizione, molto intima, del  rapporto  tra la scrittrice e l’eroe di  colore che guidò una rivolta di  schiavi fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689, la sua tomba è tra quella dei poeti inglesi sepolti  nell’Abbazia di  Westminster.

Ed io  sono  arrivata alla fine di  questo post.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….


Anteprima del libro Oroonoko Lo schiavo  reale 

 

Il mio vicino di scrivania adesso fa BAU BAU..

The liquid dog
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Perché il micio no?

E’ in atto una discriminazione a danno  dei  gatti: oltre al  fatto  che  ai cani è stata dedicata l’ennesima Giornata mondiale ( che cade il 22 giugno ) essi possono  accompagnare i loro  amici  bipedi  in ufficio,  mentre la stessa cosa viene impedita  al  felino domestico (si  escludono, quindi, tigri, leoni, pantere ecc.ecc).

A parte il  fatto  che bisogna subito  fare una distinzione tra il tipo  di  cane ammesso a condividere un ufficio  perché tra un san Bernardo ed un chihuahua le differenze sono evidenti (inoltre il  chihuahua si può chiudere in un cassetto e un san Bernardo no).

Poi  c’è da considerare anche se  il pelosetto  è del  tipo  sbavacchioso: il vantaggio, in questo  caso, è che lo si può sempre utilizzare come carta moschicida.

Oppure, se il cane è molto territoriale, bisogna impedire che azzanni i polpacci  del vostro  capo quando  egli entra nel vostro  spazio  di  lavoro (magari  la cosa vi potrebbe anche far piacere…….).

Ma i  vantaggi di  avere il quadrupede canino come vicino  di  scrivania sembrano essere maggiori  dei (possibili) svantaggi.

Gli esperti  dicono  che farsi  accompagnare da un cane in ufficio  serve per:

  • Stimolare legami profondi  e sinceri 

Con chi?

Per caso  con  il mastino  napoletano  del mio  collega ha masticato la mia borsa con tutto  quello  che c’era dentro?

  • Aumentano il piacere di  stare in ufficio 

Piacere di  stare in ufficio?

Ma quando  mai!

  • Accarezzarli  rilassa

E se è il cane a non rilassarsi  alle mie carezze?

  • Non si  resta seduti  troppo  al PC

Scusi  capo, devo  portare fuori il cane a fare la pipì.

Cinque minuti  dopo: scusi  capo  devo portare fuori il cane a fare la pipì.

Un quarto  d’ora dopo: scusi  capo, devo portare fuori  il cane a fare la pipì

LICENZIATA!!!!

  • Favoriscono il dialogo

Il tuo cane si è mangiato il mio pranzo…..(il resto  del  dialogo  è censurato).

  • Permettono  di  conoscersi  di più

Perché il collega, continuando  a dire che ho  un bel cane, non toglie lo  sguardo  dalle mie gambe?

  • Migliorano  l’umore e l’atmosfera nel  team

Come sopra: chi  ha mangiato il mio pranzo (….CENSURA)

  • In questa maniera l’azienda esprime virtuosismo e avanguardia nella cura dei  dipendenti

Un aumento  di  stipendio, magari…..

MIAOOOOO!!!!

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


A proposito  delle paranoie in ufficio……..

 

Algoritmi mortiferi, distopia, Area 51: what else?

UFO
©caterinAndemme

L’algoritmo mortifero

Google ci  dirà quando  arriverà la nostra ora attraverso un algoritmo.

A questo punto penso  che all’approssimarsi della scadenza dettata dal  nefasto  algoritmo, saremo sommersi  dalla pubblicità dei  servizi  offerti  dalle ditte di  onoranza funebri.

Gli  scongiuri, di  qualunque natura essi  siano, sono  ammessi.

Distopia (?)

distopìa2 s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica.

Definizione tratta dalla Treccani

Ad esempio  si potrebbe immaginare una società in cui i bambini vengono  separati  dai  genitori perché figli di profughi  che, scappando  dalla povertà, pensano di  dare loro un futuro migliore, ma la nazione che dovrebbe ospitarli è comandata da un egocentrico più simile ad una caricatura che ad un capo  di  stato.

O ancora l’ascesa al potere di un signor nessuno il quale, cavalcando il malcontento  delle persone, stigmatizza le paure del popolo ingigantendole a spese dei più deboli.

Ops….. mi dicono  che queste cose già accadono!

LIBRI IN VETRINA

Se c’è un genere letterario  che adoro  questa  è la fantascienza: una passione che mi  coinvolge anche nella visione dei  film con questo  tema, basta che non cadano  nel puro  horror .

In passato  sono stata una fan  di  Fox Mulder (alias l’attore David Duchovny)  e della sua partner Dana Scully (l’attrice Gillian Anderson protagonisti  di una delle più belle serie di science- fiction degli ultimi  anni e cioè X-Files 

In X-Files alieni e misteri a loro legati sono  la matrice per storie intriganti ed è a questo punto che non poteva mancare come location (odio  questa parola ma la utilizzo lo stesso) il Nevada Test Site – 51 meglio conosciuta come Area – 51 

Su  di  quest’area coperta dal  segreto militare si  sono  fatte tantissime illazioni  riguardanti soprattutto l’occultamento  da parte del governo  degli  Stati Uniti di  corpi  di  alieni incidentalmente caduti e, presubilmente,  morti in un incidente accorso  al loro  mezzo intergalattico.

A dirci cosa invece ci sia di  vero  nell’attività dell’Area 51  ci ha pensato la giornalista investigativa statunitense Annie Jacobsen  con un libro  che, guarda caso, si intitola Area 51 la verità senza censure.

Il libro, abbastanza poderoso nelle sue 490 pagine   (magari un po’  noioso  all’inizio)  è una contrapposizione alle tesi  di  coloro che, sostenitori  del  cospirazionismo, vedono (o vogliono credere) chissà quali  verità nascoste.

Un’indagine avvincente e meticolosa sul luogo più discusso e concupito da ricercatori, curiosi, fan del cospirazionismo e cronisti: l’Area 51, nel deserto del Nevada, cuore di mille intrighi e segreti, in cui si intrecciano storia, politica, spionaggio, test nucleari, esperimenti militari inconfessabili, e perfino gli Ufo. Basandosi non su illazioni ma su colloqui con piloti, scienziati, ingegneri e agenti in pensione che hanno lavorato per anni nell’Area – e che nonostante il vincolo di segretezza hanno accettato di parlare -, il libro fa luce su decenni di misteri e rivela verità assolutamente inedite, a volte davvero sconvolgenti. A partire dalla spiegazione del celebre incidente di Roswell del 1947, il crash di un oggetto volante non identificato con i suoi stranissimi e inquietanti passeggeri, che ha alimentato innumerevoli ricostruzioni e altrettante leggende.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

 

Aspettando  che il mio alieno ritorni  a casa (la strada dall’Area – 51 è lunga da percorrere anche con un UFO) vi  saluto augurandovi un buon fine settimana (lo  so  che oggi  è giovedì, ma io domani sono impegnata in altro  e non potrò scrivere per il blog).

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima del  libro  Area 51 di  Annie Jacobsen