In Val Borbera lungo i Sentieri della Libertà

 

Beccata con un torsolo di mela in mano……….

 

Beccata con un torsolo  di  mela in mano: quasi quasi devo  dare ragione a Fulvia quando  dice che trovo sempre l’occasione per parlare direttamente, o indirettamente di  cibo: ma non questa volta, perché è di una piacevole escursione nell’alessandrino l’argomento di cui  andrò  a scrivere (dopo  aver gettato  il torsolo  nell’umido……).

Il sentiero che, partendo  da Borghetto  di  Borbera, conduce  fino  al santuario  di  Ca’ de Bello e quindi  a San Martino  di  Solvi, è parte dei Sentieri  della Libertà in provincia di  Alessandria già integrato in un progetto più ampio  che è quello  de La Memoria delle Alpi.

L’impressione è quella di  ripercorrere con la memoria i luoghi  dove si è consumata  la tragedia di  chi si è sacrificato per la libertà, e cioè i partigiani uccisi  dai  nazi-fascisti, ed  è la stessa  di quando, partendo  dal  sacrario di  da Kobarid abbiamo camminato  lungo uno  dei  sentieri  facente parte del  Pot Miru (Via di  Pace)  dedicato al  ricordo  dei  caduti  della Prima guerra mondiale lungo il fronte dell’Isonzo: come allora il desiderio  di oggi  è sempre quello della  ricerca  della Pace tra i popoli.

Arrivati  a Borghetto  di  Borbera si può parcheggiare  in piazza Europa, sede del  comune e  da qui, seguendo  la strada per il santuario  di  Ca’ de Bello, inizia il sentiero 204 (contrassegnato  dal segnavia con banda bianco – rosso).

Passati  alcuni  villini  il percorso  si biforca: da una parte avremo il sentiero vero  e proprio  che, in meno  di un’ora, ci  porterà al  santuario: purtroppo, per via del  recente gelicidio  che ha colpito  recentemente la zona, in alcuni  tratti il percorso è ostacolato  da alberi  abbattuti (un responsabile della sentieristica locale ci  ha assicurato  che presto  i tronchi  verranno rimossi).

L’alternativa è seguire sulla sinistra la strada poco  trafficata da auto: il tempo  di percorrenza si  allunga di  qualche decina di minuti, ma il panorama è ugualmente bello (noi abbiamo  preferito  fare il sentiero all’andata lasciando per il ritorno la strada).

 

 Immagine del sentiero 204 verso il Santuario di Ca’ de Bello

 

In cima al  sentiero  (praticamente tutto in salita), ci  aspetta una via crucis prima di  arrivare al  santuario.

 

Ca’ de Bello

 

 

Dopo una meritata e piacevole sosta riprendiamo  il cammino, questa volta per seguire il sentiero 200 che porta a San Martino  di  Solvi.

Il sentiero 200 (Anello Borbera – Spinti) è un itinerario  di lunga percorrenza che ha come punto  di partenza Stazzano e, con un percorso  pressoché circolare, ricalca i  confini  della valli Borbera e Spinti, raggiungendo  Arquata Scrivia.

L’itinerario  completo  ha uno  sviluppo  di  circa 100 chilometri.

Da: Nelle Terre del  Drago ed. Regione Piemonte 

 

All’inizio del sentiero 200 incontreremo questa lapide a ricordo di un partigiano lì trucidato

 

Questo  percorso  è  adatto  a tutti, basta avere la sola voglia di  camminare: il paesaggio e l’assoluta quiete sono  veramente un toccasana per la mente.

 

 

Dopo  poco  meno  di un’ora  e mezza da Ca’ de Bello (dipende sempre dalla gamba che si  ha) si  arriva alla nostra meta e cioè San Martino  di  Solvi (il sentiero 200 prosegue ben oltre toccando  anche il  bivio  per i l castello  di  Solvi)

Una sosta presso  la chiesa di  San Martino  di  Solvi, di origine medievale (XII secolo), un panino, una mela (quella del  torsolo  ad inizio articolo) ed un cioccolatino prima di  riprendere la strada del  ritorno.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Olbicella – Tiglieto – Olbicella: un anello contro il brooding

La femme lisant…..

 

PRIMA, PERO’:

Broodingnelle scienze cognitive indica quello  stato  d’animo in cui dentro  di noi  continuiamo  a rimuginare un evento  negativo  legato  alla nostra vita.

Questa situazione, protratta nel  tempo, può essere causa di depressione o stati ansiosi gravi.

Molti  studi condotti  da diverse università, indicano  negli  abitanti  di  grandi  metropoli i  soggetti più a rischio  di  questa condizione.

Il consiglio che viene dato per alleviare questo particolare stato  d’animo è quello  di immergersi nella natura, con lunghe camminate.

Sembra che funzioni.

 

Giuro che prima di leggere una rivista dedicata all’escursionismo (Trekking & Outdoornon mi pagano per farne la pubblicità), non sapevo  assolutamente cosa fosse il brooding.

Adesso  che lo  so, posso  dire che i miei pensieri scorrono  via come l’acqua di un torrente.

Comunque se l’argomento  vi interessa  in questa pagina ne troverete un ulteriore approfondimento (il sito è in inglese).

Dopodiché partiamo  con l’argomento  di  quest’articolo, cioè l’anello  escursionistico  Olbicella – Tiglieto – Olbicella.

Per raggiungere il  paese di  Olbicella , partendo da Genova, abbiamo  due alternative: la prima, la più lunga,  è quella di uscire al  casello  di  Ovada, proseguire in direzione di  Molare e quindi  raggiungere Olbicella.

La seconda, sempre percorrendo l’autostrada A10, è prendere l’uscita di  Masone, quindi  proseguire verso  Rossiglione e da qui verso  Tiglieto. Da Tiglieto  ci  porteremo  verso la Badia e, proseguendo lungo  la strada, raggiungeremo  Olbicella.

Noi, per l’andata abbiamo preferito percorrere la strada da Ovada, mentre per il ritorno  quella che porta a Rossiglione (così anche in auto si  farà un’anello).

 

Ad Olbicella si  parcheggerà l’auto presso un parco  giochi  ed il cimitero (il paese è molto piccolo  e lo spazio  è quello  che è).

Dalla chiesa di Olbicella, per circa un chilometro, si prosegue su  asfalto fino  ad arrivare al ponte sul torrente omonimo: qui, alla nostra sinistra, il primo  dei  segnavia dell’itinerario 531  che seguiremo fino a Tiglieto (l’anello intero si percorre in un tempo pari  all’incirca cinque ore, come sempre dico  che dipende dal passo  che si  ha).

Il tratto che stiamo  percorrendo è parte di un più lungo itinerario che da Acqui Terme porta a Tiglieto

 

Lo  stradello inghiaiato risale il corso  dell’Olbicella fino  ad una passerella sul torrente Orba

 

 

Oltre il ponte il sentiero proseguirà in salita dapprima su  fondo  lastricato  e poi, mano  a mano che si  inerpica, su  fondo  più sconnesso ma facilmente percorribile.

 

Il sentiero prosegue regalandoci  scorci panoramici sul  corso  dell’Orba, quindi, prendendo  la direzione a nord, raggiungerà il crinale che segna il confine tra la Liguria ed il Piemonte.

Dopo un bivio, piegando  a sinistra (facendo  attenzione ai  radi  segnavia bianco – rossi) il sentiero  si  allarga fino  ad arrivare (all’incirca dopo  un’ora) al Passo  della Crocetta: su  asfalto, per due chilometri  fino  a Tiglieto.

Da Tiglieto proseguiremo  fino alla Badia dove possiamo sostare per un meritato panino  e fare rifornimento  d’acqua (è l’unica possibilità lungo  tutto il percorso  ad anello).

ciao………

Dopo la sosta non resta che proseguire sulla strada asfaltata (la stessa che ripercorreremo in auto)  verso  Olbicella.

Anche qui gli  scorci  del panorama sono caratteristici  e piacevoli

 

Particolare del panorama da “Il balcone dei campanili”

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Montagna + acciughe = Valle Maira

Valle Maira
Valle Maira

 

Una delle più belle valli  di  Cuneo è senz’altro  la Valle Maira.

Considerata da molti come il “piccolo Nepal” per l’ambiente e per una fitta rete di sentieri che, partendo dai  600 metri  di  quota ed arrivando  ai 2700 metri,  soddisfano  ogni  esigenza degli  escursionisti.

Va bene: ho fatto lo spot pubblicitario  per questa valle, ma credetemi lo  merita veramente.

D’altronde, se proprio  si è pigri, e l’idea di una sana sgambata in montagna ci  attrae quanto attraversare un deserto in eskimo, la Valle Maira offre notevoli spunti  culturali riferiti, in maniera particolare alla cultura occitana.

Tale cultura identificativa di un popolo, quello  occitano  per l’appunto, si  è storicamente dipanata attraverso  tre nazioni  d’origine: Spagna, Francia ed Italia.

Sono  tanti  gli  argomenti legati  alla cultura occitana che non ci penso  neanche un po’ a scriverne: Wikipedia lo  fa molto  meglio  di  me, si può partire dalla sua pagina dedicata all’Occitania per poi fare ulteriori ricerche.

Io preferisco  invece parlarvi  di  acciughe che, in un modo  o  nell’altro, hanno un legame con la Valle Maira.

Tra l’Ottocento  ed il Novecento il consumo  di  acciughe sulle tavole più povere degli  abitanti della Valle andò aumentando fino  a diventare un importante voce per l’economia locale.

Per cui  molti valmairesi (no so  se si  chiamano  così) diventarono anchoier: acciugai in lingua occitana.

C’è però dell’altro: la diffusione delle acciughe si legò con il traffico clandestino  di  sale.

Una volta il sale serviva per la conservazione dei  cibi diventando, quindi, un elemento indispensabile. Siccome i  governi di  allora, al pari  di  quelli  attuali, avevano  la mano pesante con i tributi, anche il sale ebbe una tassazione molto  forte.

Fu  allora che qualcuno  pensò di  beffare i gabellieri iniziando un commercio  di    acciughe che funzionasse come paravento per il traffico  di  sale: i  barili che li  contenevano venivano  riempiti solo per metà di  pesce, tutto il resto  era sale da vendere contrabbando.

Sarà andata veramente così? Ho qualche dubbio, ma è certo  che le acciughe sono entrate a far parte dei piatti montanari.

Di  seguito  troverete una ricetta doc della Valle Maira: Melanzane saltate all’acciuga.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

Ingredienti:

  • Due grosse melanzane
  • 4 acciughe salate
  • 1 pomodoro
  • Basilico, aglio e un rametto  di  rosmarino
  • Sale e pepe

Preparazione

Tagliamo  le melanzane a cubetti piuttosto  grossi e le facciamo  rosolare in padella con olio  extravergine e l’aglio privato  del  germoglio interno.

Aggiungiamo  le acciughe ed il pomodoro  tagliato a dadini, il rosmarino ed il basilico.

Saliamo  e pepiamo mettendo  a cuocere a fuoco  basso  e coprendo la padella con un coperchio (aggiungiamo  dell’acqua se è necessario).

 

Può anche essere servito come antipasto.

 

 

 

Le erbacce da estirpare e quelle da mangiare

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APERTA PARENTESI

Vorrei entrare, per qualche momento, nella vita di  quella persona che ha commentato  su  Facebook riguardo  alla tragedia ferroviaria di  ieri in Puglia: “20 terroni  deceduti….Grande notizia…non sono  tanti, ma pur sempre meglio  di niente”.

Ma lo squallore sarebbe così grande da farmi  desiderare di non essere mai  nata.

CHIUSA PARENTESI

 

Erbacce da sradicare dalla società civile, sarebbe il proseguo del mio  commento scritto  “tra parentesi”, ma,  cambiando  completamente il senso  della frase, le erbacce sradicate sono  quelle che poi  metteremo  nei  nostri piatti.

Non è l’invito ad un veganesimo   portato  all’estremo (avrei  qualcosa da dire sui Vegan ma lascio  l’argomento per un’altra volta), tanto  meno  quello di  brucare l’erba rubandola agli ovini (equini, suini…?).

Lo  spunto  di  quest’articolo  parte dal libro di  Carlo  Fortunato “Le erbacce nel piatto”: l’autore, attraverso  le pagine del libro, ci invita a riscoprire quei  vegetali  che una volta facevano parte della dieta quotidiana.

Sono, ovviamente, tutti  vegetali  spontanei che non troveremo  mai  dal nostro  fruttivendolo, ma possiamo raccogliere noi  stessi  e trasformare in cibo.

L’autore assicura che il libro non vuole essere un trattato di  botanica,  ma solo un ricettario  con utili  consigli  per distinguere le male erbe da quelle commestibili e proporle sul nostra tavolo (non per nulla, il sottotitolo  del libro è “dall’antipasto all’ammazzacaffé).

Da notare che le ricette sono  quelle tipiche della zona di  Ovada (AL).

Carlo  Fortunato

Le erbacce nel piattofadia

€ 18.00

Fadia editore

Il libro  si può acquistare direttamente dal  sito  dell’editore: www.tipografiafadia.com

 

Alla prossima! Ciao, ciao……