San Giacomo di Entracque, due facili gite

San Giacomo di  Entracque

Il nome d’Alpi, qual anche ritengono ai  giorni  nostri, nominate Marittime per essere state poste dalla natura in vicinanza de’ mari  Gallico e Ligustico.

Così, da due millenni,  la parte a meridione di quei monti, che con successione di  giochi altissimi si  tendono in forma di  linea circonvessa curvandosi verso  le Gallie con loro  sinistro lato, ed all’Italia mostrando il destro, vengono  chiamate Alpi  Marittime

Pietro  Gioffredo  – Storia delle Alpi  Marittime (1650)

San Giacomo  di  Entracque ed è subito  Alpi  Marittime

San Giacomo  di  Entracque
Un rappresentante della fauna del Parco

Essendo io una semplice blogger non penserei  mai di  descrivere le Alpi Marittime come lo  ha fatto Pietro  Gioffredo qualche secolo  fa nella sua opera Storia delle Alpi Marittime, un tomo  di  4.500 pagine che potete, volendo, acquistare su  Amazon alla modica cifra di 399, 99 euro (…..,99?).

Quello  che vado  a proporvi sono due facile gite che, partendo  da San Giacomo, vi introdurranno nella bellezza naturale che il Parco  Naturale delle Alpi  Marittime offre all’escursionista.

Purtroppo l’alluvione dell’ottobre scorso ha portato  via buona parte della strada in prossimità di San Giacomo e, nonostante l’intervento immediato delle autorità per ristabilire i collegamenti, il fondo  stradale in alcuni  punti è accidentato mentre il limite di  carreggiata è molto ridotto tale che, in caso di incrocio  con altri  mezzi, bisogna operarsi per il passaggio  di  entrambi (cosa molto difficoltosa se avete la sventura di incrociare un camper delle dimensioni  di un carro  armato).

A tale proposito vi  consiglio  di  consultare la mappa seguente (la stessa potete trovarla nel  sito del  Parco).

Avvertenza: nella zona di  San Giacomo di Entracque non esiste la possibilità di avere una  connessione telefonica e internet. Per averla bisogna scendere verso il lago  della Piastra, praticamente a Entracque (qualche giorno  senza i social non è un grosso  problema….).

E per un soggiorno o semplicemente per un pernottamento? Guarda il box seguente… 

Campeggio Sotto il Faggio

San Giacomo  di  Entracque

Siamo fortunati a vivere in questo posto, facendo un lavoro semplice che ci piace molto, e poter stare in mezzo a persone che qui sono in vacanza, in mezzo alla natura, quindi rilassati, amichevoli, calorosi. Qui si fa campeggio selvaggio un po’ per tutti , adulti e bambini; non ci sono intrattenimenti artificiali, si gioca con gli elementi…terra e pietre, acqua, fuoco e l’aria è molto buona. Scegliete il vostro posto per accamparvi, accendete il vostro fuoco, prendete quel che vi serve e date quel che potete, nel rispetto di poche regole scritte e più seguendo spontaneità e rispetto, verso le altre persone e verso la natura che vi circonda. Qui è molto facile comunicare …

Nella mia lunga esperienza di  campeggiatrice, sia in Italia che all’estero, ho avuto modo di  soggiornare presso diverse strutture: molte gradevoli e ospitali, altre meno e poche (per fortuna) da evitare in seguito.

il Campeggio  Sotto il Faggio rientra a pieno  diritto nella prima categoria, cioè quella che contraddistingue una gestione ottimale per gli ospiti ma, in questo  caso, c’è un di più descritto nelle parole di  Agnese e Luca (i gestori, per l’appunto) dove campeggio  selvaggio è inteso  come piena libertà, ma sempre nel  reciproco rispetto.

Agnese e Luca (e ovviamente tutto  lo  staff) si prodigano nel  rendersi  sempre disponibili verso  gli ospiti in un clima amichevole e familiare.

Ovviamente a tutto  questo  si  aggiunge l’estrema pulizia delle parti  comuni  e la possibilità di  cenare presso il campeggio  stesso (non lasciatevi  sfuggire il Giropizza infrasettimanale).

loc. San Giacomo Entracque 1, Entracque 12010 (CN) (Italia)
Telefono: +39 0171.1935515 + 39 349.7305438
Email: [email protected]

Il primo itinerario: da San Giacomo  verso il rifugio Ellena – Soria

San Giacomo  di  Entracque
Distanza Km 12,500 circa (andata e ritorno)

Usciti  dal campeggio attraversiamo il torrente per passare accanto alla Baita Monte Gelas (bar – ristorante aperto  solo in estate….credo) e la Foresteria del  Parco, seguendo la strada sterrata in salita che presto  condurrà in un ombroso  bosco  di  faggi.

Presto  entreremo nel vallone del Gesso  della Barra (da qui in poi il percorso è privo  di una qualunque copertura arborea: occhiali da sole e cappellino  sono i benvenuti).

San Giacomo  di  Entracque

Proseguendo lungo il comodo  sterrato arriviamo nella zona chiamata Gias della Siula dove un cartello informa su  quello  che accadde nel  settembre del 1943 (vedi box)

8 settembre - 13 settembre 1943

San Giacomo  di  Entracque

Settantotto anni fa da questo sentiero scesero circa 800 ebrei al seguito della IV Armata dell’Esercito italiano. Provenivano da diverse località dell’Europa per fuggire dalla persecuzione antisemita del regime nazi – fascista: erano polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci, slovacchi, rumeni, russi, greci, turchi, croati, belgi, francesi.

Il loro ultimo rifugio era stato la zona di occupazione italiana in Francia: l’esercito italiano non aveva mai consegnato gli ebrei delle zone di sua competenza ai tedeschi.

L’armistizio dell’8 settembre tra Italia e Alleati aveva colto la maggior parte di quei profughi in domicilio coatto a St Martin-Vésubie.

Purtroppo per buona parte di loro, una volta giunti a Cuneo occupata dai nazisti, la salvezza si trasformò nella tragedia dei campi di sterminio.

Da adesso il percorso diventa più impegnativo: con lunghi  tornanti si incomincia a salire ma anche intravedere la nostra meta e  cioè il rifugio Ellena – Soria a quota 1840 metri.

San Giacomo  di  Entracque
Il rifugio Ellena -Soria (1.840 mslm)

Spunteremo  quindi in un piccolo pianoro dove una passerella ci  condurrà a una breve salita per arrivare infine al  rifugio.

San Giacomo  di  Entracque

Rifugio Ellena - Soria

San Giacomo  di  Entracque

La costruzione del rifugio risale al 1961 e inizialmente dedicata alla memoria di Edoardo Soria (Dado) alpinista cuneese famoso per aver aperto numerose vie nelle Alpi Marittime. Dopo la ristrutturazione del rifugio nel 1979, al nome di Soria venne aggiunto quello di Gianni Ellena, suo compagno di scalata e parimenti famoso nell’ambiente alpinistico di Cuneo.

La costruzione è posta sul versante idrografico destro del vallone che sale verso il colle della Finestra. A sud dell’edificio, su di una roccia, sono presenti delle incisioni rupestri riconducibili a quelle più famose della Valle delle Meraviglie e del Monte Bego.

San Giacomo  di  Entracque

Il secondo  itinerario: da San Giacomo al lago  del  Vej del Bouc

L’origine del nome dato al  lago  è fatto  risalire a una leggenda che parla di un anziano pastore il quale  viveva appartato dal  resto  del mondo in compagnia di un caprone. Morto l’animale, suo unico  amico, il pastore lo  seguì nella sorte pochi  giorni  dopo: il torrente Gesso impietosito da questa lunga amicizia ricoprì i due corpi  con le sue acque, generando il lago del  Vej del  Bouc

San Giacomo  di  Entracque
Lunghezza del percorso Km 15,600 circa (andata e ritorno)

Questa volta, uscendo  dal  campeggio  Sotto il Faggio, ci  dirigeremo dalla parte opposta rispetto  all’itinerario precedente salendo per un’ombrosa strada asfaltata che presto ci  porterà alle ex palazzine reali (oggi  colonie dei  salesiani) a quota 1.250 metri.

San Giacomo  di  Entracque

Dopodiché una carrareccia ci inoltra nel  Vallone del Moncolomb dove, arrivati  al  Gias del Rasur (1.412 m.) spuntiamo  sul Pian del Rasur grande pianoro pascolativo  (alcuni  cartelli  avvertono  della presenza dei  cani  da guardiania e quindi di prestare attenzione).

Eccomi qui!

La carrareccia corre per un tratto  affianco  al torrente prendendo  quota fino  al Gias sottano del  Vej  del  Bouc (1.430 m.), qui  si  diramano  due mulattiere: tralasciamo  quella alla nostra destra che porta al  rifugio  Pagarì e al  bivacco Moncalieri, per seguire quella di  sinistra (comunque vi  sono  dei  cartelli indicatori): lunghi  tornanti, dopo  aver superato un rio, ci porterà a quota 2.054 dove è posta la nostra meta.

San Giacomo  di  Entracque
Lago del Vej del Bouc (2.054 mslm)

Anche qui, su  di una sponda del  lago, sono state ritrovate delle incisioni  rupestri (che immancabilmente sono  sfuggite all’autrice del  blog…)

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Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Beigua, tra natura e archeologia

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Sassello andata e ritorno (i sentieri della Liguria)

Sassello

Nessuno  di noi  può sapere quanto  gli  resta da vivere, ma di una cosa sono  certo: non una sola stagione deve andare sprecata, e l’unico modo per non lasciar germogliare il seme nero  del  rimpianto è vivere a questa maniera, con lo  zaino sempre pronto, la fantasia libera di  correre sulle mappe, il volto  abbronzato e il cuore disposto  all’amore

Tratto da L’estate del Gigante di Enrico  Brizzi

Sassello, amaretti e natura

Si arriva fino  a Sassello per poi deliziarsi  con  i suoi  amaretti, ma sarebbe molto  riduttivo pensare che questo  bellissimo  borgo ligure non offra ben  altro per giustificare un soggiorno, anche un semplice fine settimana: la natura circostante offre di  tutto  e di più per soddisfare le esigenze di  escursionisti, bikers e cavallerizzi (esclusi  quelli  che, al posto  di un cavallo, vorrebbero  un dromedario), senza contare poi  l’offerta mangereccia che va ben  oltre gli amaretti  (confesso  che non vado pazza per quest’ultimi).

Ora che vi  ho  fatto venire il sospetto che io  sia stata pagata dalla locale azienda turistica, vi invito a quell’andata e ritorno  del  titolo, che è un lungo  anello  escursionistico con la varietà di  ambienti  che il  Parco Regionale Naturale del  Monte Beigua offre lungo questo percorso.

L’itinerario 

Sassello
Lunghezza dell’anello chilometri 23 circa

NOTA: la linea gialla che vedete impressa verso  la fine del percorso non ha nulla di  particolare in quanto è una semplice correzione che ho  dovuto  aggiungere per completare la traccia dopo  che il GPS ha pensato  bene di  scaricarsi  (cosa che le mappe cartacee hanno la bontà di non fare mai)

Dopo  aver parcheggiato la nostra auto (girando a sinistra subito  dopo  l’incrocio provenendo  dal Colle del Giovo, troveremo un ampio  parcheggio non disponibile il mercoledì, giorno  del  mercato), ci  dirigiamo verso piazza della Concezione (Palazzo Comunale e chiesa dell’Immacolata): qui  troviamo l’inizio  del percorso  contraddistinto da due triangoli  gialli.

Sassello

Attraversato il ponte di  san Sebastiano e il rio Verli, prendiamo la sterrata sulla nostra destra che, dopo poco più di un chilometro  e mezzo, condurrà nei pressi  di  casa Galante, l’ultima  abitazione che vedremo prima del ritorno  a Sassello.

Sassello
Casa Galante

Da questo punto proseguiamo  sulla nostra sinistra seguendo  sempre il segnavia con i due triangoli  gialli.

Sassello

ATTENZIONE: prima di  giungere al  Colle del  Bergnon a causa di uno  smottamento  il sentiero  si interrompe per un centinaio  di metri, quindi saremo costretti a spostarci  sulla nostra destra dopo  aver fatto  un piccolo guado  nel  rio Ara salire fra gli  arbusti e trovare poi un passaggio  in basso  tra di  essi per riprendere il sentiero.

Proseguendo in salita arriviamo al Colle del  Bergnon, impreziosito  dalla presenza di  faggi  secolari, qui, trascurando il sentiero  a sinistra contraddistinto da tre pallini gialli che conduce al monte Avzè (e da esso alla frazione di  Vereira e quindi a Sassello), procediamo dritti con alcuni  saliscendi fino  ad arrivare all’ormai abbandonata Casa Bandia (905 metri di  quota).

Sassello
I ruderi della Casa Bandia

Superati i ruderi passiamo  su un piccolo  ponte che scavalca il Fosso della Bandia, adesso il sentiero  riprende a salire fino  ad arrivare al Colle del Giancardo: qui, seguendo  il segnavia dell’Alta Via dei  Monti Liguri, procediamo sulla nostra destra verso il Colle del  Giovo.

Sassello

Giunti  al  Colle del  Giovo siamo  praticamente a metà percorso, qui  svoltiamo  sulla nostra sinistra seguendo la strada provinciale per circa mezzo  chilometro. Arrivati nei pressi di un distributore di  benzina, attraversiamo per portarci all’inizio di  via Lodrino (ex albergo  Zunino) dove una monotona salita lunga un paio  di  chilometri ci porterà all’inizio del  sentiero Colle del  Giovo – Foresta della Deiva.

Sassello

Tralasciato il bivio  che porta a Forte Lodrino  Superiore, il cui  accesso  è interdetto per ovvie situazioni  di pericolo dovuto  allo  stato  di  abbandono, affrontiamo una breve, ma ripida, salita che poi  diventerà un continuo  saliscendi all’interno della Foresta Demaniale della Deiva.

Sassello

Al  Passo  Salmaceto possiamo  dire di  essere (quasi) arrivati: non ci  resta che decidere se andare a destra o  sinistra percorrendo una parte dell’anello del  Sentiero  natura della Deiva (qualunque sia la nostra scelta sono  sempre cinque chilometri…) per arrivare alla casermetta della Forestale (Carabinieri forestali), varcare il cancello del  Parco, percorrere un breve tratto  di  strada a filo  con le auto e, quindi ritornare, al nostro parcheggio (oppure fermarsi in uno dei  ristoranti  di Sassello per una più che meritata cena)

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Sassello
Adesso perché non mi seguite leggendo gli altri miei articoli?

Foresta della Deiva: l’escursione

Val Ponci: un’escursione nella storia

L’anello  del  Groppo Rosso in Val  d’Aveto

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Liguria a piedi: l’entroterra di Arenzano

Liguria

Camminare nel  contesto  della realtà contemporanea, parrebbe esprimere una forma di  nostalgia, oppure di  resistenza.

I camminatori sono persone singolari, che accettano per qualche ora o per qualche giorno di uscire dall’automobile per avventurarsi fisicamente nella nudità del mondo…

Tratto  da Il mondo  a piedi. Elogio  della marcia di David Le Breton

La Liguria è una regione montuosa….

Ebbene si: a dispetto  dell’esile fascia costiera, meta prediletta del  turismo estivo, la regione che mi ha visto  nascere un tot di  anni fa, ma neanche tanti  è prevalentemente un territorio montano  e collinare (come mostra l’immagine precedente ideata da Gatto  Filippo…prima o poi  dovrò pagarlo…ovviamente in croccantini).

Ed è dunque facile intuire come in pochi  chilometri in linea d’aria si  abbia la possibilità di  passare da un ambiente marino  a quello montano con peculiarità  da wilderness, proprio  come il percorso che vado  a proporvi nell’entroterra della cittadina costiera di  Arenzano.

L’itinerario escursionistico

Liguria
Lunghezza dell’intero anello Km 10,800 circa

Da Arenzano (in frazione Terralba) in auto percorriamo via Pecorara (molto  stretta)  che conduce verso  l’area picnic in località Curlo, parcheggiando qualche centinaio  di  metri più in basso  presso il ristorante Agueta du Sciria (nei  giorni  festivi è facile che il parcheggio  sia al  completo, quindi  bisognerà spostarsi  verso il Curlo).

Da qui, sulla sinistra, una sterrata ci  condurrà fino  al Passo Gua (localmente chiamata Pietra quadrata per la presenza di un masso…a forma quadrata), tralasciamo le indicazioni verso il Lago  della Tina (assolutamente da non trascurare come prossima meta) continuando  sulla sterrata.

Caratteristiche naturali (cenni)
Il percorso è situato nell’Alta Valle Leone una volta compresa nell’ambito territoriale della Comunità Montana Argentea e oggi in quella più ampia del Parco Naturale Regionale del Beigua.

L’ambiente si presenta aspro e selvaggio, dominato dalla presenza di erica arborea e da bosco misto formato da orniello, roverella,, leccio, prugnolo e, nelle zone più umide, da ontano bianco e ontano nero. Inoltre, nella parte terminale del percorso, è forte la presenza del pino nero austriaco risultato di un rimboschimento voluto dal Corpo forestale dello Stato negli anni ’30.

Tra la fauna è da segnalare la presenza del biacco (serpente assolutamente non velenoso) e della vipera (serpente velenoso ma molto meno di un cobra….).

Dal punto di vista puramente geologico l’ambiente è caratterizzato da rocce di origine metamorfica (serpentinite) formatesi 150 milioni di anni fa a partire da magmi provenienti dal mantello terrestre sul fondo di un mare esistente in quel periodo nella zona.

Nei pressi  del  riparo  Cianella sulla nostra sinistra troviamo  le indicazioni  verso  Ponte Negrone, percorriamo il sentiero che ora diventa in discesa e in breve arriveremo a una piccola area picnic (fonte) caratterizzata dalla  presenza di un castagno  centenario.

Liguria
L’area del Grande Castagno

La discesa verso Ponte Negrone non presenta nessuna difficoltà se non l’accortezza di  cedere il passo a qualche ciclista che piomba all’improvviso alle nostre spalle.

Liguria
Ponte Negrone

Il ponte stesso ha un interesse storico  poichè fu costruito nel passato per avere l’accesso all’acquedotto posto sul torrente Lerone le cui  acque consentivano il funzionamento  della cartiera Pallavicini in zona  Terralba, oggi  sede del  MUVITA (Museo  Vivo delle tecnologie per l’Ambiente).

Liguria
L’ambiente naturale visto dal ponte

Il Ponte Negrone è posto  alla confluenza dei rii Negrone e Leone (che formeranno il torrente Lerone)  che in questo punto scorrono formando delle pozze in un ambiente molto  suggestivo.

Attraversato il ponte, prendiamo la Via dell’Ingegnere (contraddistinto dal  segnavia con una I rossa in campo  bianco) la quale si inoltra nella valle del  torrente Negrone, dove, a un certo punto, alla nostra destra troveremo un sentiero  che si inerpica in direzione del  rifugio Sambuco (cartello indicatore).

Arrivati  al rifugio è doverosa una meritata sosta ricordando  che l’acqua delle due fonti lì presenti non è potabile. Inoltre, alle spalle del  rifugio, inizia un sentiero  di  raccordo che raggiunge a monte la Via dell’Ingegnere (tema di un mio prossimo  articolo).

Ritorniamo  sui  nostri passi  lasciandoci  alle spalle il sentiero da cui  siamo giunti  per percorrere quello in direzione dei  Ruggi (nel toponimo ligure la parola ruggi indica i rivoli d’acqua) ignorando il sentiero  che scende in basso verso il lago  della Tina.

Il percorso diventa a questo punto pianeggiante e interessante sia dal punto  di  vista naturale che per la presenza di alcuni  manufatti, come i  due ponti che attraverseremo e dei  quali i parapetti di  qualche centimetro  più alti  delle nostre ginocchia sconsigliano l’affacciarsi.

Liguria
Il primo dei due ponti con parapetto ridotto

Arrivati  all’incrocio con altri  sentieri non resta che prendere quello in direzione del  riparo  Cianella e Passo  Gua  per ritornare al punto  di partenza dove abbiamo  lasciato  la nostra automobile.

Liguria

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi e storia

Colle del Melogno

Andavo per il bosco così, per mio  conto,

non cercare nulla era il mio intento.

Quando  vidi  nell’ombra un piccolo fiore,

lucente come stella, bello  come gli occhi

J.W. Goethe – Cento poesie –⌋ 

Il Colle del Melogno tra le righe della storia

Prima ancora di  descrivere l’itinerario  che dal  Colle del Melogno porta al  Gioco  di  Giustenice, attraverso  la 14° tappa dell’Alta Via dei Monti Liguri, mi sembra opportuno accennare alle vicende storiche avvenute in questi luoghi partendo  dalla lontana primavera del 1795  cioè quando  le truppe francesi, comandate dal generale Andrea Massena, per proteggersi  da attacchi verso  la riviera avevano predisposto una linea di  difesa lungo il passo  del  Melogno.

Il 25 giugno le truppe austriache, comandate dal  generale Eugène-Guillaume Argenteau, dopo  un’aspra battaglia conquistarono le fortificazioni francesi  poste  sul monte Settepani a controllo di  quelle poste lungo il passo del  Melogno.

Toccherà ai  francesi  riconquistare il Melogno nel  novembre dello  stesso  anno a seguito della controffensiva intrapresa nella Battaglia di  Loano.

 

Il forte Centrale del Melogno

All’incirca un secolo  dopo  i  fatti  riportati precedentemente, quindi tra il 1883 e 1895, viene realizzato lo Sbarramento  del Melogno dal  Regio  esercito italiano a difesa del passo  composto dal  forte Centrale, il forte Tortagna (oggi proprietà privata), il forte Settepani (zona militare) e la batteria di  Bric Merizzo

Il forte Tortagna fu  testimone di un drammatico  episodio  avvenuto il 27 novembre 1944: la cattura di 17 alpini del  Battaglione Cadore, inquadrati nella Repubblica Sociale di Salò e, in seguito,   giustiziati sommariamente dai  partigiani della V Brigata Garibaldi. 

Affinché  tutte le vittime di un’assurda guerra fratricida non siano dimenticate.

Dal Colle del Melogno al  Gioco  di  Giustenice (tappa 14 AVML)

Si parte dai 1028 metri  del  Colle del  Melogno, precisamente dal parcheggio del bar – ristorante La Baita,  che troveremo  di  fronte dopo  essere passati  sotto  il tunnel  del  forte centrale provenendo  dall’uscita autostradale di  Finale Ligure.

Il Colle del Melogno
Il valico del Colle del Melogno (1028 metri) separa il Gruppo del Monte Settepani da quello del Monte Carmo (secondo la classificazione SOIUSA). Esso è il valico delle Alpi Liguri in provincia di Savona che collega la riviera di ponente (Finale Ligure) con la cittadina di Calizzano in Val Bormida e il Piemonte attraverso la Val Tanaro, seguendo la SP 490
Lunghezza del percorso 18 chilometri circa (andata e ritorno)

Una lunga sterrata in leggera salita che aggira il parcheggio è l’inizio  della 14°tappa dell’Alta Via dei  Monti  Liguri (cartelli indicatori  e segnavia indicano  la giusta direzione).

Colle del Melogno
Ma chi sarà la fanciulla ritratta?

Dopodiché, arrivati davanti  al  cancello in fotografia, entriamo in quella che viene considerata la più bella faggeta della Liguria e una delle più belle d’Italia: la Foresta della Barbottina (non so  perché si  chiama così, se qualcuno  di voi  lo sa può lasciarmi un messaggio).

Colle del Melogno
I faggi del Bosco della Barbottina

Usciti  dalla Foresta della Barbottina troveremo la casetta della Forestale con alcune panche per la sosta.

Colle del Melogno
La casetta della Forestale

Adesso  non ci  resta che proseguire mantenendo  la linea retta del  sentiero fino  ad arrivare alle cosiddette Rocce Bianche, punto panoramico  del percorso.

Continuiamo sull’ampio  sterrato seguendo  sempre i  segnavia dell’Alta Via fino a una deviazione a destra che, innalzandosi brevemente, ci porterà al terminale di  tappa e cioè il Gioco  di  Giustenice  a 1139 metri  di  quota.

Colle del Melogno
Terminale di tappa al Gioco di Giustenice (1139 metri)

Dal Gioco  di  Giustenice si  diramano i sentieri  verso il monte Carmo (0,30 minuti) oppure, proseguendo in discesa, verso il rifugio  di Pian delle Bosse (841 metri)

Per il ritorno possiamo riprendere il percorso dell’andata oppure seguire l’ampia sterrata che svolta a destra.

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Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

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Foresta della Deiva, l’escursione

Acquacheta, ovvero l’anello dantesco

Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla

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Foresta della Deiva, l’escursione

Foresta della Deiva
Il Lago dei Gulli (che lago non è)

Foresta della Deiva, alle porte di Sassello

Quella  che oggi vi propongo è una piacevole escursione adatta a tutti, da fare a piedi, in mountain bike (qualcuno  lo fa anche a cavallo), senza fretta ma solo  con il desiderio  di passare qualche ora immersi nella natura.

Come ho scritto  nel  sottotitolo, la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole di una visita (interessante il borgo e luogo dove non è difficile mangiare bene).

Da Albissola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo e oltrepassando la frazione Badani, subito dopo aver   passato un distributore di  benzina sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale posto  di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, in parte, riguarda anche la nostra escursione.

Il percorso

Lunghezza del percorso 13.600 Km. Tempo 5 ore (dato soggettivo)

Come ho  già detto in precedenza, dal parcheggio inizia il sentiero  natura in salita e in direzione del Castello  di  Bellavista che troveremo sulla strada del  ritorno (qui è presente l’unica fonte di  tutto il percorso).

Dopo qualche centinaio  di metri sulla nostra destra un cartello indica la direzione verso il Lago  dei  Gulli (4.100 Km): da qui in poi il percorso è del  tutto in piano tranne la parte finale verso il lago in lieve discesa.

Foresta della Deiva
Si va verso il Lago dei Gulli

Dopo  i quattro chilometri (e cento metri) e dopo  aver percorso  il tratto in discesa del  sentiero, arriveremo  a un ponte in legno  sul torrente Erro e quindi  al  lago

Foresta della Deiva
…Sono sempre io
Il non lago dei Gulli
Il lago dei Gulli in realtà è un’ansa del torrente Erro che, con il passare del tempo, ha visto l’accumularsi di depositi sabbiosi i quali hanno formato una vera e propria spiaggia fluviale. La parola Gulli è una forma dialettale locale per indicare la fauna ittica del torrente

Ci  siamo riposati  abbastanza?

Se si, riprendiamo  il cammino.

Ripercorriamo una parte del  sentiero (questa volta in salita) fino alla deviazione sulla destra verso la località Lombrisa (decisamente in salita) fino  a incontrare il segnavia indicato  nella foto  seguente  che ci  condurrà verso l’area attrezzata della Giumenta (altra sosta consigliata).

Prima di  arrivare a quest’area attrezzata troverete un cartello la direzione verso il castello  Bellavista: potete anche prendere questo sentiero per accorciare la distanza, ma di poco.

Foresta della Deiva
La Giumenta

Lasciandoci  alle spalle La Giumenta, proseguiamo ricollegandoci  al  sentiero  natura che condurrà al  Castello  Bellavista, villa ottocentesca della famiglia Bigliati  proprietaria di un’antica segheria, e che oggi si  presenta in uno  stato  di  semiabbandono.

Castello Bellavista

Dalla villa poche centinaia di  metri  ci  separano  dal parcheggio  da cui  siamo  partiti.

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Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla

Arenzano, l’anello dei  tre rifugi  (e mezzo) 

Beigua tra natura e archeologia

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Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

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Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Beigua tra natura e archeologia

Beigua

Si  ritiene che il Beigua fosse un monte sacro per gli  antichi Liguri al pari  del quasi omonimo monte Bego nelle Alpi  Marittime.

I due nomi deriverebbero infatti  da Baigus, un’antica divinità adorata dalle popolazioni alpine.

Tratto  da Wikipedia

Da Piampaludo al  Monte Beigua

Ho recentemente scritto dell’area archeologica posta nelle vicinanze di  Piampaludo nell’articolo Piampaludo e la Pietra scritta: l’anello  escursionistico, oggi vi propongo un altro  anello  che, sempre partendo  da Piampaludo, vi porterà sulla cima del monte Beigua, dirigendosi  poi  verso  la località di  Pra’ Riondo e infine ritornando a Piampaludo  passando attraverso l’area archeologica.  

Lo  sviluppo del percorso  è pari a circa 14 chilometri e 500 metri, mentre il tempo  di percorrenza è di 5 h e 30′ (ovviamente quest’ultimo  dato  è  soggettivo).

Nell’immagine seguente è riportato l’intero  tracciato  e lo sviluppo  altimetrico

Beigua

Con quest’altra immagine  ho  voluto invece  particolareggiare lo  sviluppo dell’anello vero e proprio  con le indicazioni  dei  segnavia da seguire:

Beigua

Sviluppo della prima parte del percorso

Arrivati  a Piampaludo parcheggeremo  l’auto  nei pressi  della chiesa di  san Donato (sempre se riusciamo  a trovare un posto), quindi, mettendoci  con le spalle alla chiesa, prenderemo  la stradina in salita sulla nostra destra (segnavia una  X gialla).

Troveremo, a ostacolare il cammino, alcuni tratti invasi  da sterpaglia e rami  abbattuti: una leggera deviazione sarà utile per superare questi intoppi.

A breve si  arriverà a quello  che è il primo  punto  di interesse segnato  da un pannello che illustra il fenomeno  dei Blockstreams.

Beigua

Blockstreams
I blockstreams (o fiumi di pietra) sono accumuli di grossi blocchi per lungo tempo erroneamente definiti come depositi morenici, ma il confronto con depositi osservabili nei pressi dei ghiacciai ha evidenziato come nel caso dei blockstreams sia assente la presenza di materiale fine (sabbia, ad esempio). E’ interessante notare che le striature presente nei blocchi non sono prodotte dall’erosione da parte dei ghiacciai, ma dagli effetti dell’alterazione lungo piani di scivolosità. I blocchi sono generati a seguito della frammentazione per crioclastismo: l’acqua o la neve che penetra nelle fratture delle rocce, congelandosi provocano un allargamento e la conseguente rottura degli affioramenti rocciosi. I blocchi si sono accatastati sul fondo vallivo principalmente per effetto della geliflussione, ossia un processo di trasporto dei massi che si verifica anche su deboli pendenze per effetto di congelamento del terreno e del successivo scongelamento. Tale processo viene accelerato dalla presenza, anche minima, di materiale fine sul fondo e di neve e ghiaccio interstiziale tra i blocchi.

Dopodiché, avvicinandosi alla prima metà del nostro  anello e cioè la sommità del monte Beigua, incontreremo  un altro  punto d’interesse costituito dalla Torbiera del  Laione che si presenterà in primavera ed estate come un vasto prato, mentre  nel periodo invernale  il tutto  si  trasforma in un lago , habitat ideale per  molte specie animali.

A terminare questa prima parte è l’arrivo  sul monte Beigua che, tra una selva di antenne e ripetitori, conserva lo  spazio per un’ampia area picnic dove gustare il nostro  pranzo  a sacco,  se non vogliamo  usufruire della tavola del  vicino  rifugio – albergo.

Beigua

Dal  monte Beigua a Pra’ Riondo

Dopo  esserci  rifocillati non resta che dirigersi  verso  Pra’ Riondo  seguendo la strada asfaltata per un primo tratto, poi, seguendo i segnavia bianco – rossi dell’Alta Via dei  Monti  Liguri , taglieremo  alcuni  tornanti  per sentiero, fino  a giungere al posto  tappa di Pra’ Riondo, dove lasciando alla nostra destra l’Alta Via che proseguirà verso  la Casa della Miniera e il monte Rama, proseguiremo  sulla strada in direzione di  Piampaludo 

Beigua
Il posto tappa di Pra’ Riondo
Dove dormire e mangiare
Rifugio Monte Beigua Aperto nei weekend e giorni festivi Tel. 0199 31304 **Rifugio Pratorotondo (Nuova Gestione) Tel. 010 9133578

Da Pra’ Riondo  a Piampaludo

Ci aspetta un cammino  su  asfalto  per un bel  tratto ma, la scarsità del  traffico  veicolare e il fatto di  essere sempre immersi in un ambiente naturale, non fa pesare più di  tanto  la mancanza di un sentiero sotto i nostri  scarponcini.

Comunque, camminando camminando, arriviamo  in vista del  tabellone che indica l’inizio  del percorso  archeologico (vi  ricordo che ho  già scritto su di  esso e che potete leggere l’articolo  in questione seguendo il link  all’inizio): adesso il segnavia da seguire è composto  da tre punti  gialli: alla fine del percorso  archeologico e in prossimità di  Piampaludo, ritroveremo  la nostra X gialla che ci porterà alla conclusione di  questo itinerario.

Peccato per quel pneumatico abbandonato all’inizio del percorso  archeologico: ma non siamo  in un Geo Park?

Alla prossima! Ciao, ciao ♥♥