Cosa dovrei fare se incontro un orso?

 

Dormire in tenda è un’esperienza piacevolissima.

Dormire in tenda mentre fuori piove è come essere cullati al suono del ticchettio delle gocce sulla tela.

Dormire in tenda mentre fuori  diluvia, le saette ti  fanno da radiografia,  i tuoni rimbombano  dalla montagna vicina trasmettendosi  al terreno e quindi alla tua pancia, senza tener conto  del vento che sembra voler strappare gli  alberi intorno, figuriamoci una tenda,  ebbene tutto  questo ti porta solo  a farti un’unica domanda: perché  sono qui?

Non era la prima volta che in tenda abbiamo  avuto a che fare con il mal tempo, ma quella volta, campeggiati sotto il monte Pelmo (Dolomiti  di  Zoldo, provincia di  Belluno), qualche timore per la nostra incolumità ci ha sfiorato.

A parte questo, in fin dei conti  si  è trattato  solo di un temporaluccio estivo (lo  dico  adesso circondata dalle mura di una casa) , la cosa  che mi ha lasciata con un’ulteriore preoccupazione è trovare impressa nel  fango, sul sentiero  a qualche centinaio  di metri dalla nostra tenda, l’orma di  quello che io ho considerato  subito  appartenere ad un orso  (oppure orsa, questo non lo so), mentre lui tentava di  convincermi  che era quella di un cane solo  un pochino più grosso  della media (magari il Mastino  dei Baskerville).

Dove voglio  arrivare con questo  giro  di  parole? Semplicemente a questo: se dalla boscaglia fosse spuntato un orso  come mi sarei dovuta comportare?

Premetto che, quando  siamo  in giro  per sentieri, ci  preoccupa di più sentire gli  spari  dei cacciatori e magari  trovarci di  fronte ad un cinghiale ferito, il quale  avrebbe tutte le ragioni per vendicarsi  su  di noi.

Abbiamo già incrociato  cinghiali, qualche vipera, altri  esseri  striscianti, cani  rinselvatichiti, ci  siamo  presi  le nostre dosi  di  zecche ma orsi  mai (a parte qualche essere umano  che a malapena ti  saluta).

Già, ritorno  alla domanda di prima: come bisogna comportarsi  se uscendo  di  casa incontriamo un grizzly?

Il Club Alpino Italiano ci  aiuta in questo con alcune regole da seguire:

  • Se l’orso  rimane fermo sul sentiero, indietreggiare lentamente senza dargli  le spalle, in modo  da aumentare la distanza tra noi e lui

In pratica si  tratta di imitare Michael Jackson visto in Moonwalk oppuremolto  prima di lui Bill Bailey come in questo  video.

  • Se l’orso è  aggressivo e si  alza in piedi, non reagire: state fermi  e parlate con tono  basso  e calmo, anche se l’animale dovesse partire alla carica.

A parte il fatto  che in questo  caso  sarei  già morta per infarto  cosa dovrei  mai  dirgli con tono  basso  e calmo?

Forse: Non mangiarmi per favore, sono indigesta.

Oppure: Ciao, come va?  Bella giornata oggi, i tuoi orsacchiotti  stanno bene? vanno già  a scuola?….

  • Nel  caso  di  contatto  fisico restare passivi emettersi  lentamente a terra a faccia in giù, nella cosiddetta posizione del  coniglio ma intrecciando  le mani  dietro  al  collo.

Come ho detto  in precedenza passerei  a miglior vita ancora prima di riuscire a  mettermi nella posizione del  coniglio (dovrei  dire coniglietta ma sembrerebbe scritto  in memoria di Hugh Hefner).

Ops! …. è ora di  cena ed il mio  orsacchiotto ha fame.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


PLAYLIST 

Visto  che ho  parlato di  Michael  Jackson.

 

 

Vagavo nella pioggia
Maschera di vita, sentendomi pazzo
Una rapida e improvvisa caduta dalla grazia
Le belle giornate sembrano lontane
L’ombra del Cremlino mi sminuisce
La tomba di Stalin non mi dà pace
Continuava e continuava …
Vorrei che la pioggia mi lasciasse in pace

Come ci si sente
(Come ci si sente)
Come ci si sente
Come ci si sente
Quando sei solo
E sei freddo dentro

Abbandonato qui nella mia fama
Armageddon del cervello
Il KGB mi perseguitava
Prendi il mio nome e lasciami stare
Poi un piccolo mendicante chiamò il mio nome
Giorni felici annulleranno il dolore
Continuava e continuava
Ancora e ancora e ancora …
Prendi il mio nome e lasciami stare

Come uno straniero a Mosca
Come uno straniero a Mosca
Stiamo parlando di pericolo
Stiamo parlando di pericolo, baby
Come uno straniero a Mosca
Stiamo parlando di pericolo
Stiamo parlando di pericolo, baby
Come uno straniero a Mosca

Che forte i Forti di Genova

Il Forte Diamante

Lo so: come titolo è piuttosto povero di idee, ma passare una giornata in escursione ai forti  di  Genova (in special modo  verso il Forte Diamante) è un altro modo  per conoscere la città.

Perché, se Genova è La Lanterna, l’Acquario, il Palazzo Ducale, il suo  centro  storico (il più grande d’Europa), e tante altre perle sparse qua e là, i forti ne costituiscono un altro punto  di vista e cioè quello culturale legato all’attività all’aperto  che sia l’escursionismo, la bicicletta o una semplice passeggiata.

Premetto  subito una cosa: non aspettatevi  di  trovare delle fortificazioni ristrutturate con guide  e pannelli esplicativi sui  quanto  stiamo  visitando.

Non esiste nulla di  tutto  questo: sono solo  uno  scheletro (consistente, però) di  quello  che erano  una volta e magari  il Comune di  Genova potrebbe spendere qualche soldo per un la cartellonistica .

Ci muoviamo all’interno  di  quello che, dal 2008, è diventato il Parco  delle Mura: 617 ettari  di  terreno  a cavallo  tra la Val  Bisagno  e la Val Polcevera:

Al pari  della Grande Muraglia cinese, anche Genova ne aveva una tutta sua anche se su  scala ridotta ma, comunque, imponente: quasi  12 chilometri  di mura (più sette nel  tratto  al mare, ormai  inglobato  nel  tessuto  cittadino dove esiste ancora) intervallati da alcune fortezze a difesa della città. La parte più antica di  questa muraglia risale al 1625, mentre le fortificazioni risalgano  al 1815, quando,  sotto  i Savoia, Genova divenne un’importante piazzaforte del regno.

ITINERARIO 

Arrivando nel  centro  di  Genova, precisamente al  Largo  della Zecca, si deve prendere la funicolare che porta fin sul al  Righi (capolinea).

Da qui prendiamo la strada in salita che, biforcandosi dopo  qualche centinaio di  metri, ci obbliga a mantenere la destra (via Peralto). Superato un piccolo ponte in legno  si  continua a salire fino a raggiungere un archivolto  nei  pressi della trattoria Ostaia du  Richettu (il solito  TripAdvisor dice che è da provare).

Si prosegue fino  ad uno  slargo dove, nel  caso  abbiamo  optato  di  arrivare fin lì con un mezzo proprio, si può parcheggiare (panorama dall’alto sulla città).

Dopo un breve saliscendi ancora una volta ci  troviamo  davanti  ad un bivio: a sinistra il percorso  il sentiero indica la direzione verso  l’Ostaia de’ Baracche (ancora una volta TripAdvisor informa che la qualità è più che discreta, molti  commenti negativi  non sono  sul cibo  ma sul modo  di fare, tutto ligure, dei  gestori. Comunque, non fidandomi molto  dei  commenti, proverei  in prima persona a dare un giudizio).

Quindi, proseguendo  sulla destra, percorriamo  il rilassante sentiero a mezza costa con vista a valle sulla ferrovia Genova – Casella  (un altra meta turistica da non tralasciare).

 

 

 Percorrendo  questo  tratto  di  sentiero, specie nei  giorni  festivi, bisogna solo  fare un po’  di  attenzione all’incrocio  con i ciclisti ma, essendo mountain – biker  e quindi conoscendo la natura dei  frequentatori dei sentieri, convivenza e gentilezza sono  assicurati (è una mia piccola polemica nei  riguardi  di  alcuni  ciclisti, frequentatori delle ciclo – pedonali,  che presi  dalla mania della velocità non hanno molto  rispetto  per i pedoni).

Dopo questo piacevole tragitto, arrivati  nei  pressi di una trattoria (questa volta TripAdvisor tace) prendiamo  un sentiero sulla nostra sinistra che si inerpica: è il tratto relativamente più difficile (senz’altro non impossibile) tanto più, se il  giorno  prima vi  sono  state abbondanti piogge, il fango rende scivoloso  il terreno.

Comunque la salita è abbastanza breve (mezz’ora) e alla fine di  essa ci  ritroveremo  su un piccolo  pianoro  con dinanzi il monte Diamante ed il relativo forte.

A questo punto  abbiamo  due scelte: se siamo  amanti  dei  pendii himalayani possiamo  affrontare  la salita che in maniera diretta ci porta al forte altrimenti, ed è quello  che consiglio, sulla sinistra in basso  vi è un comodo  sentiero  che in breve aggira il  contrafforte montuoso, per poi risalire comodamente, lungo  alcuni  tornanti, verso  la nostra meta.

Proprio alla fine di  questo  sentiero, prima di iniziare la serie dei  tornanti, si può vedere uno  strano  fosso perfettamente circolare: questa era una neviera.

 

Come ho  già  detto in precedenza, si  tratta di una fortificazione parzialmente ristrutturata, quindi  una visita al  suo interno, se pur priva di pericoli, è sempre da farsi  con cautela.

Ops! Beccata in fase di restyling

 

Interessante è senz’altro il panorama che, dai  quasi  settecento metri  di  quota del  forte, spazia tutt’intorno.

Per chiudere l’anello  dell’itinerario, una volta ridiscesi dalla fortezza, si prende l’ampio  sentiero  che corre verso  sud (i  segnavia lungo il percorso  sono  tanti, ma in effetti è abbastanza facile orientarsi  anche senza di  essi).

A breve, sulla destra, incroceremo un bivio che porta verso il forte Fratello Minore (quello  che era denominato  Fratello Maggiore fu  distrutto  dall’esercito  tedesco per impiantarvi una batteria antiaerea).

 

Il Fratello Minore visto in lontananza dal sentiero principale

Rimanendo  sul sentiero  principale e facendo un’ulteriore piccola deviazione, possiamo guardare dall’esterno quello  che delle fortificazioni è il meglio  conservato: il Forte Puin (Puin, dicono  che sia traducibile in Padrino…..uhm…dubito).

Il Forte Puin venne costruito tra il 1815 ed il 1832 sui  resti di una precedente fortificazione del 1742.

Fino agli inizi degli anni ’90 era abitato  oggi è incluso  in un piano  di  valorizzazione del  sistema delle fortificazione che vede il Puin  come centro  aggregativo a carattere sociale e culturale – parole prese dal sito del  Comune di  Genova –  e luogo  di  sosta per i percorsi  turistici nell’ambito  del  Parco  delle Mura e collegamento  all’Alta Via dei Monti  Liguri.

Se questo progetto è andata avanti, oppure concluso, proprio non lo so.

Ad andare avanti invece siamo  noi che, seguendo  adesso le mura del forte Sperone, arriveremo  ad un cancello posto  tra le mura di  questo  forte e quelle del  Forte di  Begato (raggiungibile anche tramite un sentiero  che parte da Genova Sampierdarena).

Perché questo  varco  sia chiamato Cancello  dell’Avvocato, soprattutto   chi  sia questo  avvocato, proprio non  lo so: ditemelo  voi (grazie).

Forte Puin

Tralasciando la visita al Forte Sperone, tanto  è chiuso,  ci inoltriamo  su  di un sentiero sulla nostra destra che a breve ci  riporterà sul piazzale dove abbiamo lasciato il nostro  mezzo, oppure proseguiremo sull’asfalto ripercorrendo  la strada iniziale fino  ad arrivare alla funicolare (corse ogni mezz’ora all’incirca).

Alla prossima! Ciao, ciao……………………

Non perdiamo la bussola

Adesso da che parte devo andare?……….

 

Non so  decidermi  a chi  dare più del  decerebrato tra il pistolero di  Macerata e tutti quelli che l’osannano  come eroe: l’unica certezza che ho  è quella che si è smarrita la bussola della ragione.

Detto  questo passo alla bussola come strumento per orientarsi tra mappe e avventure sul terreno.

C’è chi  dice che le donne hanno un senso  dell’orientamento  inferiore rispetto  all’uomo: nel mio  caso, purtroppo, devo  dire che questa teoria mi  si  addice: se dico che il  bivio  che si  deve prendere in un sentiero è quello  di  destra, sicuramente la direzione giusta è a sinistra.

Una ricerca pubblicata sul Evolution and Human Behaviour afferma che un motivo  dovuto  a questa differenza risale ai  tempi  preistorici, cioè quando l’uomo alla ricerca di più donne per accoppiarsi viaggiava più delle donne che restavano  a casa ad  accudire la prole.

Non so  se alla base di  questa tesi vi  sia piuttosto l’effetto di  qualche tipo  di  erba che l’autore (o gli  autori) dell’articolo hanno fumato  per trovarne l’ispirazione, da parte mia considero  che, in questo  caso, l’orientamento c’entri  quanto il cavolo  a merenda (magari  a qualcuno  piace mangiare il cavolo  a merenda).

Nelle nostre escursioni io  delego  a lui tutto  ciò che riguarda la pianificazione e l’esecuzione del  tragitto.

In questa maniera ottengo un duplice vantaggio: il primo  è quello che non dovendomi  preoccupare dell’orientamento, posso  beatamente pensare ai fatti miei. Il secondo  è che se è lui a sbagliare posso  sempre dirgli: Te lo  avevo  detto  che bisognava andare dall’altra parte (ciò rientra nelle mie  piccole soddisfazione della vita).

A questa mia innata ignoranza su  come si  dispongono  meridiani e paralleli, su longitudine e  latitudine, il suo  consiglio è stato  quello di imparare qualcosa dal  libro Cartografia e Orientamento  edito dal Club Alpino  Italiano  (euro 20).

E’ un libro  veramente ben  fatto, ottime le illustrazioni e le spiegazioni  sono quelle decisamente alla portata di  tutti.

Non per me: dopo  il capitolo sulla forma e dimensione della Terra, quello  riguardante  le coordinate terrestri e quello  che parlava delle proiezioni cartografiche, il mio interesse è arrivato  al  fatidico punto  zero dove l’attenzione sfuma nello  stato  di  sonnambulismo.

D’altronde, a meno  di uno  sconvolgimento  cosmico, mi  serve proprio  una bussola per ritornare a casa da lavoro?

Ma voi  che siete più diligenti  di  me, senz’altro  state correndo  a comprare questo libro, in alternativa, oppure come prima infarinatura sull’argomento, vi  consiglio di  leggere quanto  il CAI di  Pontedera ha messo  a disposizione di  tutti gli interessati (Pdf).

Bene, vado  a cucinare la cena  ( la cucina è a 3 gradi ovest oppure a  9 gradi  est?).

Alla prossima! Ciao, ciao…… 


PLAYLIST

 

 

Mi piace scavare buche e nascondervi le cose dentro

Quando invecchierò spero che non dimenticherò di trovarli

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

Ho costruito una casa e aspetto qualcuno a strapparlo

Poi lo metti impacchetti, dirigendoti di fretta alla prossima città

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Mi piace stare in piedi, ragazzo è un desiderio pianificato

Chiedimi da dove vengo, dirò un posto differente

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

Non posso riuscire a contarli, e giocare ad indovinare il nome

È solo il posto che cambia, il resto è ancora lo stesso

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

 

In Val Borbera lungo i Sentieri della Libertà

 

Beccata con un torsolo di mela in mano……….

 

Beccata con un torsolo  di  mela in mano: quasi quasi devo  dare ragione a Fulvia quando  dice che trovo sempre l’occasione per parlare direttamente, o indirettamente di  cibo: ma non questa volta, perché è di una piacevole escursione nell’alessandrino l’argomento di cui  andrò  a scrivere (dopo  aver gettato  il torsolo  nell’umido……).

Il sentiero che, partendo  da Borghetto  di  Borbera, conduce  fino  al santuario  di  Ca’ de Bello e quindi  a San Martino  di  Solvi, è parte dei Sentieri  della Libertà in provincia di  Alessandria già integrato in un progetto più ampio  che è quello  de La Memoria delle Alpi.

L’impressione è quella di  ripercorrere con la memoria i luoghi  dove si è consumata  la tragedia di  chi si è sacrificato per la libertà, e cioè i partigiani uccisi  dai  nazi-fascisti, ed  è la stessa  di quando, partendo  dal  sacrario di  da Kobarid abbiamo camminato  lungo uno  dei  sentieri  facente parte del  Pot Miru (Via di  Pace)  dedicato al  ricordo  dei  caduti  della Prima guerra mondiale lungo il fronte dell’Isonzo: come allora il desiderio  di oggi  è sempre quello della  ricerca  della Pace tra i popoli.

Arrivati  a Borghetto  di  Borbera si può parcheggiare  in piazza Europa, sede del  comune e  da qui, seguendo  la strada per il santuario  di  Ca’ de Bello, inizia il sentiero 204 (contrassegnato  dal segnavia con banda bianco – rosso).

Passati  alcuni  villini  il percorso  si biforca: da una parte avremo il sentiero vero  e proprio  che, in meno  di un’ora, ci  porterà al  santuario: purtroppo, per via del  recente gelicidio  che ha colpito  recentemente la zona, in alcuni  tratti il percorso è ostacolato  da alberi  abbattuti (un responsabile della sentieristica locale ci  ha assicurato  che presto  i tronchi  verranno rimossi).

L’alternativa è seguire sulla sinistra la strada poco  trafficata da auto: il tempo  di percorrenza si  allunga di  qualche decina di minuti, ma il panorama è ugualmente bello (noi abbiamo  preferito  fare il sentiero all’andata lasciando per il ritorno la strada).

 

 Immagine del sentiero 204 verso il Santuario di Ca’ de Bello

 

In cima al  sentiero  (praticamente tutto in salita), ci  aspetta una via crucis prima di  arrivare al  santuario.

 

Ca’ de Bello

 

 

Dopo una meritata e piacevole sosta riprendiamo  il cammino, questa volta per seguire il sentiero 200 che porta a San Martino  di  Solvi.

Il sentiero 200 (Anello Borbera – Spinti) è un itinerario  di lunga percorrenza che ha come punto  di partenza Stazzano e, con un percorso  pressoché circolare, ricalca i  confini  della valli Borbera e Spinti, raggiungendo  Arquata Scrivia.

L’itinerario  completo  ha uno  sviluppo  di  circa 100 chilometri.

Da: Nelle Terre del  Drago ed. Regione Piemonte 

 

All’inizio del sentiero 200 incontreremo questa lapide a ricordo di un partigiano lì trucidato

 

Questo  percorso  è  adatto  a tutti, basta avere la sola voglia di  camminare: il paesaggio e l’assoluta quiete sono  veramente un toccasana per la mente.

 

 

Dopo  poco  meno  di un’ora  e mezza da Ca’ de Bello (dipende sempre dalla gamba che si  ha) si  arriva alla nostra meta e cioè San Martino  di  Solvi (il sentiero 200 prosegue ben oltre toccando  anche il  bivio  per i l castello  di  Solvi)

Una sosta presso  la chiesa di  San Martino  di  Solvi, di origine medievale (XII secolo), un panino, una mela (quella del  torsolo  ad inizio articolo) ed un cioccolatino prima di  riprendere la strada del  ritorno.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Le cascate del Perino in Val Trebbia

Brrr…che freddo!

Lo  so  che sembro  vestita da lappone, ma quel  giorno  in Val Trebbia  vi  era un vento  talmente forte e gelido che ho  visto passare orsi  polari muniti di muffole, sciarpa e berretto  di  lana.

Cosa ci  ha portato fin li era un’escursione in direzione delle Cascate del  torrente Perino facilmente raggiungibili  dal paese (cittadina?) di  Bettola  proseguendo verso  la frazione di Calenzano.

Dopo  aver attraversato il borgo  parcheggeremo  davanti  al piazzale della chiesa da dove partirà il sentiero, con segnavia bianco – rosso  del  CAI (155)  per le cascate: il segnavia non è sempre visibile.

 

Si passerà davanti  ad un agriturismo (Agriturismo  Le Cascate)

Abituati  al  fatto  che di  solito si  sale verso una cima, abbiamo,  per l’appunto, proseguito seguendo il sentiero  in salita. Solo  dopo  quasi un’ora e mezza di  cammino, raggiugendo un punto  morto del  sentiero, ci  siamo  arresi  all’evidenza di  aver sbagliato percorso.

Infatti, una volta ritornati indietro, ci  siamo  accorti di un cartello  sbilenco  che indicava la direzione in basso sulla destra  verso  le cascate,  non quello   a sinistra che sale.

 

Lo sterrato verso le cascate

 

La prima cascata si incontra dopo  appena una manciata di minuti: abbiamo  trovato il sentiero  sbarrato in quanto  in manutenzione, ma con un po’  di  accortezza si può arrivare al  greto per ammirare dal  basso il getto  d’acqua che, attraversando una parete stratificata, forma un laghetto alla sua base.

Ritornando sul percorso  principale passeremo nei pressi  di un mulino  da poco  ristrutturato  (Mulino  di Rié), dopodiché il sentiero, costeggiando il torrente,  raggiungerà la seconda cascata.

 

Mulino di Riè

 

Ancora qualche centinaio  di metri e si  raggiungerà la terza cascata: qui  attenzione perché non vi  sono  parapetti e si  rischia di  andare giù.

Purtroppo nel  periodo in cui abbiamo effettuato la nostra visita, novembre dell’anno  scorso (pochissimo  tempo  fa), non vi  era molta acqua ad alimentare le cascate, per  cui  lo  spettacolo, se pur suggestivo, non era all’altezza di  quello descritto in varie pubblicazioni.

 

La seconda cascata

 

Dall’agriturismo. fino  alla terza cascata il percorso  è molto  breve (meno  di un’ora). Altrimenti  si può pensare ad un giro  circolare (vedere il tabellone alla partenza)  con uno  sviluppo  di  un paio  d’ore di  cammino.

Consiglio per la cena (o pranzo): Antica Locanda Due Spade posta nella piazza principale di  Bettola.

Tutto  qui!

Alla prossima! Ciao, ciao…………

 

 

Due ore e siamo in cima al Monte Reale

Nomadic in the dream

 

La storia narra che nel 1600 il conte Carlo  Spinola fece scavare tre gallerie sul Monte Reale, a ridosso  del paese di  Ronco  Scrivia (siamo in provincia di  Genova), per estrarre l’oro che, naturalmente, esisteva solo  nei  suoi sogni.

Lasciando  perdere i  sogni  di  ricchezza del  fu Carlo  Spinola (Paperon de Paperoni  ha avuto più fortuna nel  Klondike), arriviamo  a Ronco  Scrivia semplicemente per una piccola escursione verso  la cima del Monte Reale che, con i suoi  902 metri  di  altezza, non è certo una vetta himalayana, ma diventa qualcosa di più di una semplice passeggiata considerando che l’itinerario è tutto in salita.

 

 

Arrivati alla stazione di Ronco  Scrivia, da dove inizia il percorso  (seguiremo  il segnavia  della FIE indicato  con due triangoli gialli), veniamo  accolti da un vento  gelido  che, grazie all’effetto  del  wind chill  , da la sensazione di  essere stati  proiettati in una pianura dell’Antartide.

Nelle vicinanze della piazza della stazione vi  è un ponte alla cui  fine un voltino condurrà  a quello  che, in effetti, è l’inizio  del  sentiero.

 

Dobbiamo arrivare lassù….

 

Si passa oltre la località  Cascine inoltrandoci in un bosco di  castagni, da li  a poco  entreremo nell’area del  Parco  naturale regionale dell’ Antola .

 

Una viandante nel bosco

Dopo  aver incrociato  per la terza volta la teleferica di  servizio  che porta in cima al  Monte Reale, arriviamo alla Costa del  Fontanino: a dispetto  del nome, qui non troveremo nessuna possibilità di  attingere acqua  in quanto  la sorgente si  è prosciugata da anni, quindi, non essendoci fonti bisogna provvedere dall’inizio  ad una scorta d’acqua.

Superato un piccolo canalone si  raggiunge il bivio con il sentiero  che sale da Minceto

Volendo si può fare un giro  ad anello seguendo  il sentiero verso Minceto, inizialmente contraddistinto da tre pallini  gialli, che incrocerà quello che, da Ronco  Scrivia, porta al  Reopasso (due triangoli  gialli, se volete andare al  Reopasso l’itinerario  è considerato  difficile secondo  lo  standard FIE)

 

Dopodiché, lasciando sulla nostra destra una madonnina incastonata in una roccia,  un breve tratto, sempre in salita, ci porterà in cima al Monte Reale (il rifugio  è sempre aperto, almeno  lo era quando  ci siamo  stati  noi).

 

Dalla stazione di  Ronco  Scrivia fino  in cima occorre all’incirca un paio  d’ore di  camminata, ma ognuno  è libero di impiegare il tempo  che vuole…..

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………. 


 

 

Olbicella – Tiglieto – Olbicella: un anello contro il brooding

La femme lisant…..

 

PRIMA, PERO’:

Broodingnelle scienze cognitive indica quello  stato  d’animo in cui dentro  di noi  continuiamo  a rimuginare un evento  negativo  legato  alla nostra vita.

Questa situazione, protratta nel  tempo, può essere causa di depressione o stati ansiosi gravi.

Molti  studi condotti  da diverse università, indicano  negli  abitanti  di  grandi  metropoli i  soggetti più a rischio  di  questa condizione.

Il consiglio che viene dato per alleviare questo particolare stato  d’animo è quello  di immergersi nella natura, con lunghe camminate.

Sembra che funzioni.

 

Giuro che prima di leggere una rivista dedicata all’escursionismo (Trekking & Outdoornon mi pagano per farne la pubblicità), non sapevo  assolutamente cosa fosse il brooding.

Adesso  che lo  so, posso  dire che i miei pensieri scorrono  via come l’acqua di un torrente.

Comunque se l’argomento  vi interessa  in questa pagina ne troverete un ulteriore approfondimento (il sito è in inglese).

Dopodiché partiamo  con l’argomento  di  quest’articolo, cioè l’anello  escursionistico  Olbicella – Tiglieto – Olbicella.

Per raggiungere il  paese di  Olbicella , partendo da Genova, abbiamo  due alternative: la prima, la più lunga,  è quella di uscire al  casello  di  Ovada, proseguire in direzione di  Molare e quindi  raggiungere Olbicella.

La seconda, sempre percorrendo l’autostrada A10, è prendere l’uscita di  Masone, quindi  proseguire verso  Rossiglione e da qui verso  Tiglieto. Da Tiglieto  ci  porteremo  verso la Badia e, proseguendo lungo  la strada, raggiungeremo  Olbicella.

Noi, per l’andata abbiamo preferito percorrere la strada da Ovada, mentre per il ritorno  quella che porta a Rossiglione (così anche in auto si  farà un’anello).

 

Ad Olbicella si  parcheggerà l’auto presso un parco  giochi  ed il cimitero (il paese è molto piccolo  e lo spazio  è quello  che è).

Dalla chiesa di Olbicella, per circa un chilometro, si prosegue su  asfalto fino  ad arrivare al ponte sul torrente omonimo: qui, alla nostra sinistra, il primo  dei  segnavia dell’itinerario 531  che seguiremo fino a Tiglieto (l’anello intero si percorre in un tempo pari  all’incirca cinque ore, come sempre dico  che dipende dal passo  che si  ha).

Il tratto che stiamo  percorrendo è parte di un più lungo itinerario che da Acqui Terme porta a Tiglieto

 

Lo  stradello inghiaiato risale il corso  dell’Olbicella fino  ad una passerella sul torrente Orba

 

 

Oltre il ponte il sentiero proseguirà in salita dapprima su  fondo  lastricato  e poi, mano  a mano che si  inerpica, su  fondo  più sconnesso ma facilmente percorribile.

 

Il sentiero prosegue regalandoci  scorci panoramici sul  corso  dell’Orba, quindi, prendendo  la direzione a nord, raggiungerà il crinale che segna il confine tra la Liguria ed il Piemonte.

Dopo un bivio, piegando  a sinistra (facendo  attenzione ai  radi  segnavia bianco – rossi) il sentiero  si  allarga fino  ad arrivare (all’incirca dopo  un’ora) al Passo  della Crocetta: su  asfalto, per due chilometri  fino  a Tiglieto.

Da Tiglieto proseguiremo  fino alla Badia dove possiamo sostare per un meritato panino  e fare rifornimento  d’acqua (è l’unica possibilità lungo  tutto il percorso  ad anello).

ciao………

Dopo la sosta non resta che proseguire sulla strada asfaltata (la stessa che ripercorreremo in auto)  verso  Olbicella.

Anche qui gli  scorci  del panorama sono caratteristici  e piacevoli

 

Particolare del panorama da “Il balcone dei campanili”

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

L’anello del Groppo Rosso in Val d’ Aveto (siamo in Liguria)

Siete tutti pronti? Allora andiamo….

 

……Prima di iniziare, indossando per un attimo  i panni  della maestrina antipatica, devo  dare una nota negativa agli amministratori di  Booking.com Santo  Stefano d’Aveto è un comune  della città metropolitana di  Genova, quindi  si  trova in Liguria e non in Emilia (Romagna) come erroneamente esce fuori  dalla ricerca per località del  sito (mi  dispiace ma, in questo  caso, vi  meritate un bel  5 in geografia).

Fatta questa necessaria premessa, ora finalmente possiamo incamminarci:

Il Groppo Rosso (1.593 mslm) si  staglia sopra all’abitato  di  Santo  Stefano  d’Aveto ( a sua volta compreso  nel  Parco  Naturale Regionale dell’Aveto): piuttosto che in Liguria, il panorama circostante rimanda l’immagine di  una valle alpina: siamo comunque confinanti con la provincia di  Piacenza e quella di  Parma.

L’itinerario per raggiungere il Groppo Rosso parte a sinistra del castello (non visitabile se non in determinate occasioni): si  seguono inizialmente gli itinerari della FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolar modo un cerchio  giallo  vuoto (con meta finale il Lago  Nero), e un rombo  giallo pieno (con meta finale il monte Maggiorasca).

Poi, dopo  all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo il segnavia contraddistinto dalla sigla A14  indicante il percorso  ad anello del  Groppo  Rosso (3.30 – 4.00 ore di percorrenza totale, escluse le varie soste, anche quelle per la pipì) .

Arriveremo alla frazione Roncolongo quindi,  procedendo  su  asfalto per qualche centinaio  di  metri, proseguiremo  in direzione di  Rocca d’Aveto facendo  attenzione alla nostra sinistra dove inizierà il sentiero.

Edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero

 

Il tragitto non presenta nessun tipo  di  difficoltà, se non in alcune parti  ripide  e selciate che, in caso  di pioggia, possono  risultare molto  scivolose.

Dopo all’incirca un ora e mezza di  cammino (ma qui  dipende dalla gamba che abbiamo) si  arriva nei pressi  del Prato  della Cipolla  

Verso il Prato della Cipolla (no, non sono Cappuccetto Rosso)

 

Le cipolle non c’entrano in quanto:

 

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il Prato della Cipolla con il rifugio omonimo. Sullo sfondo il Dente della Cipolla (via ferrata consigliata solo per esperti alpinisti)

Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero A14.

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  rifugio ASTASS  (Associazione Sportiva Turistica Amici Santo  Stefano  d’Aveto): è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte, ed infatti lì abbiamo  trovato un gruppo  di  ragazzi  giunti la notte prima ed intenti ad esperimenti di  combustione culinaria (come trasformare una salsiccia in carbonella).

Rifugio ASTASS

Da questo  punto, ed in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

Dalla cima del Groppo Rosso il panorama su Santo Stefano d’Aveto

Per ritornare al punto  di partenza si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

E’ possibile l’incontro  con mucche al pascolo  (non mi  piace chiamarle vacche): le più coraggiose si  avvicineranno sniffandovi e slappandovi, mentre quelle che lo  sono  meno, cercheranno  di  fare le indifferenti  e fischiettando vi passeranno  accanto  tenendovi  d’occhio (non possono  sapere se siete vegetariani  o  vegani…).

Un ultimo  consiglio: a Santo  Stefano d’Aveto la sistemazione per alloggiare non è un problema: noi  abbiamo trovato  nell’albergo San Lorenzo un’ottima sistemazione sia per il dormire che per il mangiare (consigliati gli sgonfiotti)

Alla prossima! Ciao, ciao………………

Voyage à la Vallée des Merveilles

La “Via Sacra” nella Valle delle Meraviglie 

La Valle delle Meraviglie è un vasto circolo  glaciale disseminato  di  laghi. Il toponimo Meraviglie è riferito  alle innumerevoli incisioni  rupestri  che qui  si  trovano. Il nome venne utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime di Pietro  Gioffredo (1650), quindi nella carta del  Theatrum Sabaudiae (1682) ed in quella del  Nolin del 1691. Il toponimo  è quello  che ancora oggi viene utilizzato, e che resterà tale per indicare questa particolare zona delle Alpi  Marittime.

La linea di  demarcazione ad est, tra le  Alpi  Marittime e le Alpi Liguri, passa dal   colle di  Tenda (1.870 mslm) valico  tra l’ Alta Val  Roia e Val  Tanaro. Geologicamente le due catene montuose si  distinguono dal  fatto  che le Alpi Marittime presentano  rocce di  tipo  cristallino, mentre le Alpi  Liguri hanno  rocce di  tipo calcareo.

Le Alpi Marittime, dal Colle della Maddalena al  Colle di  Tenda, fano parte del Parco  Nazionale del  Mercantour istituito il 18 agosto 1979 e gemellato  dal 1987 con il Parco  Naturale delle Alpi  Marittime.

Siete pronti? Allora continuate a leggere….

Dopo la piccola introduzione necessaria per focalizzare la zona in questione, passo  alla descrizione (in sintesi, non preoccupatevi) dell’itinerario  che ci ha portato  a conoscere le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie.

Dal  Colle di  Tenda, dove il tunnel continua ad essere a senso  unico  alternato (visto  che il cantiere per il  raddoppio è sotto  sequestro  per malversazione) e dopo  aver aspettato  per circa mezz’ora  il turno per passare (finalmente) in Francia, scendiamo verso  Tende (da ricordare che dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947 la Val Roia venne divisa tra l’Italia e la Francia).

Tende (oppure Tenda in italiano, ma ormai  sono  passati settant’anni dal  trattato  di  pace) è con i suoi duemila abitanti  è il principale centro dell’Alta Valle Roia.

Architettonicamente è molto interessante per le sue case di origine medievale con il castello  dei conti  Lascaris (ciò che ne rimane) a dominarla dall’alto e la sua cattedrale.

Eppure, ed è questa la nostra impressione, vi  si  respira una leggera aria d’incuria che si  materializza in edifici che avrebbero  bisogno  di  maggior cura e di negozi chiusi (d’altronde a giugno  ci  si  aspetta una maggiore vivacità).

Assolutamente da vedere a Tende è il bel Musée des Merveilles inaugurato il 12 luglio 1996 che, oltre ad essere appunto un museo, è anche un centro  di  ricerche sulle incisioni rupestri  del  Monte Bego.

Tende

 

PICCOLO  CONSIGLIO PER LA NOTTE

Abbiamo  scelto per il pernottamento il B&B La vieille maison Biselli. E’ una sistemazione simpaticamente rustica (con tutti i confort necessari) e con la compagnia di  due stupende ed affettuose sorelle Nebbia e Nuvola (la cui  razza canina non conosco, ma poco  importa) e Pepito, il gatto  alfa che tutto osserva (e comanda).

Il B&B si  trova a Vievola,  poco  distante da Tende, alla fine del Colle di  Tenda sul versante francese

 

L’ITINERARIO (DA CASTERINO A LAC VERT DE FONTANALBA) 

Si parte da Casterino (1.546 mslm), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.

Da qui  prenderemo il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Arriviamo,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 mslm) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

La guardaparco all’ingresso  ci  darà alcune informazioni sulle regole da seguire all’interno  del  parco, tra le quali la proibizione di  usare  i bastoncini  da trekking se non muniti di protezione in gomma sul puntale (io li  avevo, “lui” no: della serie mi interessa quanto il problema delle acciughe in Perù).

A questo punto  seguiremo le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri  (vedi  la foto  ad inizio  articolo).

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici. Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

Il Lac Vert con il suo caratteristico isolotto

In Breve arriveremo di nuovo  all’ingresso del  parco  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

In tutto il percorso ha una durata all’incirca di  cinque ore escludendo, ovviamente le soste per ammirare le incisioni (magari  anche per mangiare).

 

Per avere un maggior approfondimento sulla Valle delle Meraviglie e sulle incisioni  rupestri vi  consiglio  la lettura del libro Le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie di Enzo  Bernardini  (Blu Edizioni – 2001)

 

 

Alla prossima! Ciao, ciao……….

 

 

 

 

GALLERIA FOTOGRAFICA (CLICCA PER INGRANDIRE) 

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E’ estate e la zecca ci azzecca

Precisiamo: io sono una marmotta / 24Cinque©

 

Di  tutti gli  animali  ed insetti che si possono incontrare sui  sentieri, escludendo  Grizzly e tigri  con i denti  a sciabola (per altro  estinti da eoni), le zecche sono  quelle che considero più ripugnanti  (insieme alle cose animate che hanno più di  quattro  zampe, oppure che non ne hanno  affatto) : anche se coperti  adeguatamente ed evitando passaggi nell’erba alta ed umida, esse (le zecche) riescono a trovare il modo di farsi  dare un passaggio da noi,  neanche se fossimo  autisti  di  Uber.

Quindi, una volta arrivati  a casa, è necessario  sottoporsi  ad un reciproco grooming per scovare le antipaticissime zecche.

Nel  box seguente un utile vademecum fornito  dall’Azienda sanitaria n.3 dell’Alto  Friuli.

….che prurito…… 

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

P.S. La marmotta nella foto è quella che abbiamo incontrato nella Valle delle Meraviglie in Alta Val  Roia  (argomento  di un prossimo  articolo….non la scamperete)