Quando il freddo è un pericolo in montagna: l’ipotermia

Le montagne della follia ©caterinAndemme
Le montagne della follia (omaggio a H.P. Lovecraft)
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Maglione: indumento indossato  dal  bambino  quando la madre sente freddo 

Ambrose Bierce

 

Wind chill 

 

 

Caterina Andemme - Cascate del PerrinoNo, non vi  chiedo di andare in giro vestita come la sottoscritta nell’immagine: effettivamente quel  giorno le temperature erano  molto  basse, inoltre, per  il vento  molto  forte, l’effetto wind chill si  faceva sentire eccome!

 Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

 

  Ipotermia

Ho  già scritto in precedenza quanto  sia salutare camminare d’inverno anche per combattere il disordine affettivo  stagionale.

 

E’ ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, porta a dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio è appunto l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiuge l’ipotermia rapidamente  cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ ovvio  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del metabolismo  basale  e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni  per la Medicina di  Montagna hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

Swiss Society of Mountain Medicine - ipotermia
Swiss Society of Mountain Medicine

Tutto  qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao… 

Le Tavole di Courmayeur: le regole da seguire per chi frequenta la montagna (e non solo)

Piano del Valasco (Comune di Valdieri) / Parco naturale delle Alpi Marittime 
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Considerazioni dietro a una domanda

<<Come mai, secondo te, gli italiani arrivarono in ritardo  rispetto  ai  francesi  e noi  inglesi nella conquista delle Alpi?

E soprattutto, perché in Italia la cultura delle montagne non è particolarmente diffusa neppure oggi? Così almeno  mi  è sembrato  di  capire. A parte gli  alpinisti  e chi  le frequenta, fuori  da quest’ambito sembra esserci  disinteresse, un po’ d’ignoranza.

Mi sbaglio?>>

Questa domanda venne posta da Laura McCaffrey, direttrice   della rivista Outdoor,  un giorno della primavera 1993 a Marco  Albino Ferrari   durante un’escursione in Val Ferret.

Marco  Albino  Ferrari, che ricordo  essere stato  fino  all’anno  scorso (cioè pochi  giorni fa) il direttore della rivista Meridiani  e Montagne e della quale ricoprirà il ruolo  di  direttore scientifico, riportò la domanda nel  suo libro  Alpi  segrete con una risposta che in effetti era un’altra domanda:

“Perché noi  italiani – pur abitando un territorio che per il 54 per cento è montuoso – abbiamo  una così scarsa cultura delle Terre Alte? Perché  solo  gli  alpinisti e coloro che la frequentano conoscono  il mondo  delle montagne, la sua storia, la sua epica?

Naturalmente, sia lui  che Laura McCaffrey potrebbero dare una risposta molto più approfondita di  questa mia mia semplice considerazione: non c’è interesse a divulgare la cultura delle Terre Alte perché non vi è un tornaconto economico, il più delle volte, oppure, se questo esiste,  rimane nell’ambito di uno sfruttamento  del  territorio  (piste da sci, alberghi, impianti  di  risalita e blablabla )  che non ha nulla a che vedere con la conoscenza dell’ambiente montano  in tutti  i  suoi  aspetti culturali, ecologici e naturalistici.

Camminare è bello, ma farlo  con rispetto lo è ancor di più 

Non sono  una alpinista anzi, come scriveva Enrico  Brizzi nel libro  Il sogno  del  drago  (di cui   ho  già scritto in quest’articolo) , sono piuttosto un’orizzontalista (per il significato  vi  rimando  all’articolo citato in precedenza) con una certa esperienza  fatta di cammini per sentieri e carrarecce in montagna, in mezzo  ai  boschi,  qualche volta le suole dei miei scarponcini hanno macinato  chilometri  anche sull’asfalta nelle tappe di  avvicinamento, ho incontrato quindi molte persone che amano  come me   camminare e godere di  ciò che la natura offre e insegna.

Eppure, di  rado per fortuna , sono stata testimone di episodi  riprovevoli come, ad esempio, spazzatura non raccolta per essere riportata a valle, mezzi motorizzati che scorrazzano dove esiste un divieto per essi, raccolta di  fiori e pianticelle che hanno il destino  di  seccarsi in casa e quindi  diventare elemento per la raccolta dell’umido,  ciclisti  che si  lanciano  a rotta di  collo giù per i sentieri magari travolgendo la povera escursionista (indovinate chi?) che ignara della loro presenza se li ritrova dietro una curva, cacciatori (si, anche loro) che ti guardano  come se tu  fossi una derelitta  che (chissà perché)  se ne va in giro  per i sentieri con uno  zaino e ancora blablabla.

Risolto in poche righe questo mio sfogo lascio  subito  lo spazio all’elaborazione di una serie di  regole per chi  frequenta le montagne (dall’escursionista all’alpinista, dall’arrampicata sportiva all’uso  della mountain bike)  frutto della passione di un uomo, ingegnere e accademico  del  Club Alpino Italiano e cioè Giovanni Rossi   (purtroppo  scomparso il 3 aprile 2018) che le ha codificate in un testo che prende il nome di Tavole di  Courmayeur (vedi il box seguente) e di  cui  si parlerà in un workshop nella prossima primavera a Courmayeur (e dove se no?).

Alla prossima Ciao, ciao……. 


 Le tavole di  Courmayeur 

 


Alpi segrete di  Marco  Albino Ferrari (anteprima)

Visto che ho  parlato  di  questo  libro (molto bello  ed interessante) eccovi l’anteprima e descrizione:

Pochi sanno delle Alpi segrete. Eppure lassù si nascondono itinerari e storie che non si faranno dimenticare. “Le Alpi segrete sono isole meno note del grande arcipelago alpino. Isole dove sopravvive la convinzione che esistano tipi fisici speciali, o dove si trovano i segreti di vecchi alpinisti, o dove ricompare l’orso, o dove si riscoprono antiche chiese affrescate. Le Alpi segrete sono spazi sfuggiti a quel turismo che mira alla definizione di rassicuranti stereotipi. Sono invisibili perché programmaticamente ignorate dalla nostra cultura.” Quando si dice Alpi, i più pensano subito alle solite (poche) cime famose: il Cervino, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, le Dolomiti. Oppure alle località più alla moda. In realtà questi luoghi dell’industria del turismo non sono che spazi circoscritti. Oltre alle montagne da cartolina, si apre, infatti, il vasto ‘mare alpino’, un mondo appartato, in gran parte sconosciuto. Marco Albino Ferrari, che nel corso degli ultimi vent’anni ha percorso quelle vallate e quelle cime, racconta le loro storie e ci accompagna fra meraviglie ormai destinate a sparire nell’oblio, fra i ricordi dell’antica società montanara e l’epica della scoperta delle alte quote. 

Oggi vi propongo l’anello del Groppo Rosso in Val D’Aveto

©caterinAndemme
Siete pronti? Allora seguitemi…
©caterinAndemme

Un minimo di  geografia

Il Groppo  Rosso (1.593 metri) si  staglia sopra la cittadina di  Santo  Stefano  D’Aveto ed è parte del  Parco  Naturale Regionale dell’Aveto.

Ci troviamo immersi in un panorama che fa sembrare di  essere in una piccola valle alpina eppure a pochi  chilometri (in linea d’aria, s’intende) dal mare e dall’Emilia confinante con la provincia di  Piacenza e Parma.

 

 

L’itinerario 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca).

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percrso ad anello del  Groppo  Rosso.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio.

Il percorso  non presenta nessun tipo  di  difficoltà se non in alcune parti  ripide  e selciate che, in caso  di pioggia, possono  risultare molto  scivolose.

Edicola all'inizio del sentiero
L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca D’Aveto
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Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla  (Flash, il personaggio  della DC Comics, certamente impiegherà meno  tempo).

 

Verso il Prato della Cipolla…no, non sono Cappuccetto Rosso
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 Le cipolle qui non c’entrano nulla perché 

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il Prato della Cipolla con il rifugio omonimo. Sullo sfondo il Dente della Cipolla (via ferrata consigliata solo per escursionisti esperti)
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Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero A14.

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  rifugio ASTASS  (Associazione Sportiva Turistica Amici Santo  Stefano  d’Aveto): è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Rifugio Astass
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Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

 

Dalla cima del Groppo Rosso il panorama su Santo Stefano d’Aveto
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Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

Cosa fare se il sentiero in discesa è scivoloso? Semplice: continuare a leggere….

Step by step I will go away
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Passo  dopo  passo (si  affronta la discesa) 

Le campanelle dei cavalli, lo  scricchiolio degli  scarponi, il mio  respiro irregolare: vita a piedi  a quota 4500. Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero. Il mondo  ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero spazio abbracciato  dallo  sguardo. L’oro  del  sole nel  cielo, che riversa nell’aria una luce priva di  calore; neve dura, albedo  elevata

Tratto  dal libro  Le antiche vie di Robert Macfarlane

In questo caso la fatica è in salita verso Velika Planina (1622 metri) in Slovenia
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Quando, però, la nuda traccia di un sentiero diventa  quella scivolosa di una discesa a rompicollo, la poesia del momento  viene irrimediabilmente distrutta  da una sederata che, il più delle volte e specie se è un uomo  a subirla, è accompagnata da imprecazioni di ogni  genere.

D’accordo, noi che siamo  escursioniste esperte sappiamo  che più pressione riusciamo  a scaricare nei punti  di  appoggio minore sarà il rischio  di  scivolare, questo in teoria.

In pratica può capitare che per timore di una scivolata nefasta (non c’è bisogno  di  scalare l’Everest per avere questa sensazione) spostiamo il nostro  busto  all’indietro (e con esso il nostro  baricentro) quindi, conseguenza, la pressione che prima esercitavamo si perde assicurandoci quella sederata di  cui  sopra.

Cosa fare allora?

L’esperienza dice che il modo  migliore di procedere sia quello di piegare leggermente le ginocchia (non inginocchiarsi) con il busto flesso in avanti in modo  che il baricentro resti lì dove deve restare obbligandoci anche a fare passi più corti in rapporto  alla ripidità del  sentiero.

Naturalmente, mentre noi  procediamo  applicando la teoria,  verremo  sorpassati  da qualche adepto  della corsa in montagna (altresì detta Mountain Running) che avrà giusto il tempo di  degnarci  di uno  sguardo  di  sufficienza….in questo  caso  è lecito ricorrere ai  riti  del voodoo  per rimettere le cose nel  giusto ordine

A contraddire tutto  ciò che ho  scritto  fino  adesso sono  gli esperti  (d’altronde io  sono  una semplice escursionista) i  quali  dicono che, in caso  di  ripidi pendii magari in terra battuta, è meglio lasciarsi  andare cercando  dinamicamente i punti  di  appoggio.

Ovviamente il consiglio  è per chi  ha già una certa dimestichezza nella camminata in montagna.

 

libri IN vetrina 

Ho iniziato  con una citazione del libro Le antiche vie di  Robert Macfarlane e mi sembra opportuno  parlando  del  libro in questione:

Se i passi  impressi  sul  sentiero  che stiamo  percorrendo sono la traccia che lasciamo  dietro  di noi, lo stesso  si può dire per le note o  gli appunti che lasciamo  disseminati nelle pagine del  libro  che stiamo  leggendo.

Le mie personali  note su  questo libro ( per altro bellissimo) rientrano  nel  concetto che alcune   parole  lì per lì ti  incuriosiscono, ma se non ne approfondisci  il significato la  vita scorrerà lo stesso  felice.

Ad esempio:

  • Tumo –  Tipo di  yoga tantrico  creato  da Milarepa (quello  praticato  da Sting è un’altra cosa)
  • Metis dal greco e nei meng dal  cinese: conoscenza attraverso l’esperienza (più ne metis…………è tardi, sono  stanca e di  battute migliori  non riesco  a farne
  • Pachinko, solipsismo, psicotrope, mnestica, struttura chiasmica: AIUTO!!!!!!
  • Foot transect: ricercatore che si muove a piedi sul territorio e registra quel che vede dove lo vede (No comment!).
  • Landnamabok (libro degli insediamenti): storia della conquista vichinga dell’Islanda scritta in islandese medievale (un po’ come I Buddenbrook in lingua lappone)
  • Criptocromo: proteina della retina che permette agli uccelli migratori di vedere le linee di forza magnetica percepite come forme più scure o  più chiare, sovrapposte al normale paesaggio visibile guidando, in questa maniera, gli uccelli  verso le loro  destinazioni  prestabilite:  praticamente un TomTom con le ali.

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare”. Robert Macfarlane è l’ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria. Riallacciando l’ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto più semplice, eppure oggi anche il più radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l’antico “Camino” di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall’abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Le antiche vie 

 

L’anello escursionistico del Sassello

…..con i piedi a bagno
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La lentezza

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri  l’ora, sono nella condizione di  sentire il mio  corpo che funziona e di  capire quello  che avviene fuori  di  me.

Posso osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermarmi  o  ripartire come e quando mi pare; posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo  spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo  Carnovalini – brano  tratto da un articolo  per la rivista Airone di luglio 1997

Posso  confermarlo: camminare con lentezza, tutt’ al più seguendo il ritmo  imposto  dalla  camminata nordica, è salutare, per la mente e per il  corpo.

Noi  siamo alpinisti orizzontali, termine tratto  sempre dallo  stesso numero  di  Airone il quale trattava, per l’appunto, di  escursionismo, che sembra fare il paio  con quello di  orizzontalisti coniato  da Enrico  Brizzi per Il sogno  del drago, libro  di  cui  vi  ho  già parlato in precedenza.

Quindi, proseguendo  nella lettura, non mi  resta che augurarvi  un buon cammino  prossimo.

 Sassello:  una  lunga escursione ad anello

Il paese di Sassello può essere raggiunto  con gli  autobus dell’Azienda Trasporti  pubblici di  Savona (ACTS) che partono   dalla stazione ferroviaria.

In auto si  esce al  casello autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del  Giovo

 

Una volta arrivati cerchiamo  piazza Giacomo  Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda. Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

I ruderi di Casa Bandia
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Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono ovviamente soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero  dell’Alta Via dei  Monti Liguri che conduce al monte Beigua (segnavia AV).

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

 

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nel mese di  maggio trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici. Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola). Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Castello Bellavista
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I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni. 

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale. Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

Domani per impegni  non potrò dedicarmi alla scrittura del  blog per cui, già  da adesso,  vi  auguro un felice weekend 

Alla prossima! Ciao, ciao……

Seguitemi nella Valle delle Meraviglie

Siete pronti per questa escursione nella Valle delle Meraviglie?
Si, allora seguitemi…
Credit: Archivio 24Cinque P&B

La Valle delle Meraviglie in poche parole (poche, poche…)

La Valle delle Meraviglie è un vasto circolo  glaciale disseminato  di  laghi.

Il toponimo Meraviglie è riferito  alle innumerevoli incisioni  rupestri  presenti  nell’area.

Il nome venne utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime di Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza 11 novembre 1692), quindi nella carta del  Theatrum Statuum  Sabaudiae (1682) ed in quella di Jean-Baptiste  Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi viene utilizzato, e che resterà tale per indicare questa particolare zona delle Alpi  Marittime.

La linea di  demarcazione ad est, tra le  Alpi  Marittime e le Alpi Liguri, passa dal   Colle di  Tenda (1.870 mslm).

Geologicamente le due catene montuose si  distinguono dal  fatto  che le Alpi Marittime presentano  rocce di  tipo  cristallino, mentre le Alpi  Liguri hanno  rocce di  tipo calcareo.

Due parchi naturali  interessano  l’area delle Alpi Marittime:  il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime (i  due parchi  sono gemellati dal 1987 e oggi   vengono  proposti come patrimonio universale dell’umanità dell’UNESCO)

ITINERARIO

Prima di  descrivere l’itinerario  il mio  suggerimento è per una  visita del  Musée des Merveilleis inaugurato il 12 luglio 1996 a Tende che, oltre ad essere un valido punto  di partenza per la conoscenza della Valle delle Meraviglie e le sue incisioni  rupestri, è un centro  di  ricerca per l’arte rupestre del Monte Bego.

 

Da Casterino  al  Lac Vert de Fontanalba 

La partenza è da  Casterino (1.546 mslm), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.


Visualizza mappa ingrandita

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 mslm) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

A questa punto  entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco  ci  darà tutte le informazioni  necessarie per la visita.

La Via Sacra
Credit: Archivio 24Cinque P&B

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici. Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In Breve arriveremo di nuovo  all’ingresso del  parco  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

In tutto il percorso ha una durata  di  cinque ore escludendo le soste per ammirare le incisioni e, magari, mangiare un panino.

Galleria fotografica

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Consigli  di  lettura 

 

Per  un maggior approfondimento sulla Valle delle Meraviglie e sulle incisioni  rupestri vi  consiglio  la lettura del libro Le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie di Enzo  Bernardini  (Blu Edizioni – 2001)

Alla prossima! Ciao, ciao……………… 

Lontano da Marte ma vicino a Genova: l’anello del Lago del Brugneto

Viaggi extragalattici
©caterinAndemme

PASSOdopoPASSO

Gli extramondo a volte possono essere noiosi: pensate a quel  turista che nel 2318 (anno più, anno  meno) si  ritroverà insieme ad altre migliaia e migliaia di  suoi  simili a camminare su Le  Sabbie di  Marte  (piccolo  omaggio dedicato  a A.C. Clarke) tra venditori  di  souvenir (paccottiglia marziana , magari prodotta in Cina) e cibo preconfezionato  in pillole.

A parte questa mia  ipotesi futuribile , è anche vero  che oggi luoghi  come Venezia e le Cinque Terre, prese ad esempio tra le tante mete turistiche, subiscono sempre di più un turismo lontano dalla sostenibilità.

Ed è in questa situazione che si  arriva persino a chiudere i  cimiteri (il riferimento è a  quanto  accaduto  a Manarola nei  giorni scorsi) diventati per alcuni  (troppi)  luoghi per bivaccare e farsi  i selfie fra le tombe.

Ritornando  al  tema del Passo dopo Passo quello  che vi propongo  oggi è un’escursione a  pochi  chilometri  da Genova (molti  di più se provenite da Marte): 

L’anello del Lago  del  Brugneto

Prima di proseguire con la descrizione dell’itinerario due parole su l’ Acquedotto del  Brugneto:

Il lago del Brugneto
© Archivio 24Cinque P&B

Il lago  del  Brugneto è originato  da una diga a gravità alleggerita posta a sbarramento  dell’omonimo  torrente, affluente del  fiume Trebbia. l’impianto  iniziò la sua funzione nel 1960 (la costruzione ebbe inizio  nel 1955).

La diga è posta a circa 800 metri s.l.m. ed è lunga 260 metri  con un’altezza massima di  80 metri.

Per raggiungere Genova l’acqua percorre 13 chilometri in galleria attraverso un canale con la pendenza di 1/1000.

La portata è di  circa 1200 l/sec. con una portata massima di 2100 l/sec.

Il bacino  alimenta anche due centrali idroelettriche, una ubicata alla base della diga ed una costruita in galleria a Canate (Davagna), che ha prodotto, dal 1961 ad oggi, dai 20 milioni  ai 40 milioni di kWh/anno.

 

ITINERARIO

Il percorso inizia  a Santa Maria del Porto  raggiungibile  da Torriglia percorrendo  la SP 15 .

Poco  sopra la diga del  Brugneto un cartello  turistico indica il percorso contrassegnato  da un cerchio  giallo  barrato.

Mappa del percorso

La lunghezza dell’anello è di  circa 14 chilometri: considerando  che a metà  il sentiero  si  allontana di molto  dal  lago, arrivando  al paese di  Caffarena e quindi  ridiscendendo verso  di  esso, è per me  inutile dare un tempo  di percorrenza,  nel  senso  che ognuno  deve valutare le proprie forze e darsi un tempo  di percorrenza appropriato   (comunque, anche se pigri, in un mese o in un anno possiamo farcela).  

l’itinerario  segue quasi per intero  il perimetro  del lago, la folta vegetazione, per lo più una faggeta, regala frescura anche nel  periodo  estivo. inoltre sono presenti  numerose  aree di  sosta. 

A Costa di  Paglia incontreremo l’unico  tratto  di  strada asfaltata (è la provinciale che da Torriglia conduce a Propata):  si  tratta di pochissimi  metri  perché il sentiero piega subito  sulla nostra destra.

E’ nei pressi  di  Albora (qui  troviamo è una fonte) che abbiamo  perso  il segnavia, forse per una nostra distrazione,  ma un’abitante del posto  a cui  abbiamo  chiesto  informazioni  ci  ha subito  detto  che i proprietari dei  terreni limitrofi  hanno  sbarrato il passaggio impedendone, quindi, l’accesso  e proseguimento del sentiero  

Non ci è restato che proseguire per Caffarena  e da lì riprendere il percorso  originario (guarda   la cartina).

Dopodiché si prosegue per Fontanasse  in direzione della diga: attraversata, dopo qualche centinaio  di metri  su  asfalto in salita,  ci  ritroveremo  di nuovo  al  punto di  partenza.

Il Lago  di  Brugneto  e i  Siti  di Interesse Comunitario 

Il Lago  del  Brugneto è uno  dei  cinque Siti  di  Interesse Comunitario (SIC) all’interno  dei  confini  del Parco  dell’Antola 

I cinque SIC del  Parco  dell’Antola

Zona Speciale di  Conservazione Parco  dell’Antola 

Zona Speciale di Conservazione Conglomerato  di  Vobbia 

Zona Speciale di  Conservazione Rio  Pentemina 

⇒ Zona speciale di  Conservazione del  Lago  del  Brugneto

Zona Speciale di Conservazione Rio Vallenzona 

 

Cosa sono i Siti  di Interesse Comunitario?  

Essi  costituiscono  una rete ecologica europea denominata Rete Natura 2000  finalizzata al mantenimento e alla tutela di particolari  habitat e specie animali  e vegetali protetti  dalla direttiva 43/92 CEE, nota come Direttiva “Habitat”. L’obiettivo  primario  di  questi  siti è la salvaguardia della biodiversità e della naturalità di  certi  ambienti, nonché di  habitat seminaturali che esprimono lo stretto  connubio tra uomo  e natura e siano il risultato  delle tradizionali attività umane.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….