Oggi vi propongo l’anello del Groppo Rosso in Val D’Aveto

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Siete pronti? Allora seguitemi…
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Un minimo di  geografia

Il Groppo  Rosso (1.593 metri) si  staglia sopra la cittadina di  Santo  Stefano  D’Aveto ed è parte del  Parco  Naturale Regionale dell’Aveto.

Ci troviamo immersi in un panorama che fa sembrare di  essere in una piccola valle alpina eppure a pochi  chilometri (in linea d’aria, s’intende) dal mare e dall’Emilia confinante con la provincia di  Piacenza e Parma.

 

 

L’itinerario 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca).

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percrso ad anello del  Groppo  Rosso.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio.

Il percorso  non presenta nessun tipo  di  difficoltà se non in alcune parti  ripide  e selciate che, in caso  di pioggia, possono  risultare molto  scivolose.

Edicola all'inizio del sentiero
L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca D’Aveto
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Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla  (Flash, il personaggio  della DC Comics, certamente impiegherà meno  tempo).

 

Verso il Prato della Cipolla…no, non sono Cappuccetto Rosso
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 Le cipolle qui non c’entrano nulla perché 

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il Prato della Cipolla con il rifugio omonimo. Sullo sfondo il Dente della Cipolla (via ferrata consigliata solo per escursionisti esperti)
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Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero A14.

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  rifugio ASTASS  (Associazione Sportiva Turistica Amici Santo  Stefano  d’Aveto): è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Rifugio Astass
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Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

 

Dalla cima del Groppo Rosso il panorama su Santo Stefano d’Aveto
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Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

Cosa fare se il sentiero in discesa è scivoloso? Semplice: continuare a leggere….

Step by step I will go away
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Passo  dopo  passo (si  affronta la discesa) 

Le campanelle dei cavalli, lo  scricchiolio degli  scarponi, il mio  respiro irregolare: vita a piedi  a quota 4500. Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero. Il mondo  ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero spazio abbracciato  dallo  sguardo. L’oro  del  sole nel  cielo, che riversa nell’aria una luce priva di  calore; neve dura, albedo  elevata

Tratto  dal libro  Le antiche vie di Robert Macfarlane

In questo caso la fatica è in salita verso Velika Planina (1622 metri) in Slovenia
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Quando, però, la nuda traccia di un sentiero diventa  quella scivolosa di una discesa a rompicollo, la poesia del momento  viene irrimediabilmente distrutta  da una sederata che, il più delle volte e specie se è un uomo  a subirla, è accompagnata da imprecazioni di ogni  genere.

D’accordo, noi che siamo  escursioniste esperte sappiamo  che più pressione riusciamo  a scaricare nei punti  di  appoggio minore sarà il rischio  di  scivolare, questo in teoria.

In pratica può capitare che per timore di una scivolata nefasta (non c’è bisogno  di  scalare l’Everest per avere questa sensazione) spostiamo il nostro  busto  all’indietro (e con esso il nostro  baricentro) quindi, conseguenza, la pressione che prima esercitavamo si perde assicurandoci quella sederata di  cui  sopra.

Cosa fare allora?

L’esperienza dice che il modo  migliore di procedere sia quello di piegare leggermente le ginocchia (non inginocchiarsi) con il busto flesso in avanti in modo  che il baricentro resti lì dove deve restare obbligandoci anche a fare passi più corti in rapporto  alla ripidità del  sentiero.

Naturalmente, mentre noi  procediamo  applicando la teoria,  verremo  sorpassati  da qualche adepto  della corsa in montagna (altresì detta Mountain Running) che avrà giusto il tempo di  degnarci  di uno  sguardo  di  sufficienza….in questo  caso  è lecito ricorrere ai  riti  del voodoo  per rimettere le cose nel  giusto ordine

A contraddire tutto  ciò che ho  scritto  fino  adesso sono  gli esperti  (d’altronde io  sono  una semplice escursionista) i  quali  dicono che, in caso  di  ripidi pendii magari in terra battuta, è meglio lasciarsi  andare cercando  dinamicamente i punti  di  appoggio.

Ovviamente il consiglio  è per chi  ha già una certa dimestichezza nella camminata in montagna.

 

libri IN vetrina 

Ho iniziato  con una citazione del libro Le antiche vie di  Robert Macfarlane e mi sembra opportuno  parlando  del  libro in questione:

Se i passi  impressi  sul  sentiero  che stiamo  percorrendo sono la traccia che lasciamo  dietro  di noi, lo stesso  si può dire per le note o  gli appunti che lasciamo  disseminati nelle pagine del  libro  che stiamo  leggendo.

Le mie personali  note su  questo libro ( per altro bellissimo) rientrano  nel  concetto che alcune   parole  lì per lì ti  incuriosiscono, ma se non ne approfondisci  il significato la  vita scorrerà lo stesso  felice.

Ad esempio:

  • Tumo –  Tipo di  yoga tantrico  creato  da Milarepa (quello  praticato  da Sting è un’altra cosa)
  • Metis dal greco e nei meng dal  cinese: conoscenza attraverso l’esperienza (più ne metis…………è tardi, sono  stanca e di  battute migliori  non riesco  a farne
  • Pachinko, solipsismo, psicotrope, mnestica, struttura chiasmica: AIUTO!!!!!!
  • Foot transect: ricercatore che si muove a piedi sul territorio e registra quel che vede dove lo vede (No comment!).
  • Landnamabok (libro degli insediamenti): storia della conquista vichinga dell’Islanda scritta in islandese medievale (un po’ come I Buddenbrook in lingua lappone)
  • Criptocromo: proteina della retina che permette agli uccelli migratori di vedere le linee di forza magnetica percepite come forme più scure o  più chiare, sovrapposte al normale paesaggio visibile guidando, in questa maniera, gli uccelli  verso le loro  destinazioni  prestabilite:  praticamente un TomTom con le ali.

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare”. Robert Macfarlane è l’ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria. Riallacciando l’ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto più semplice, eppure oggi anche il più radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l’antico “Camino” di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall’abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Le antiche vie 

 

L’anello escursionistico del Sassello

…..con i piedi a bagno
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La lentezza

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri  l’ora, sono nella condizione di  sentire il mio  corpo che funziona e di  capire quello  che avviene fuori  di  me.

Posso osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermarmi  o  ripartire come e quando mi pare; posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo  spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo  Carnovalini – brano  tratto da un articolo  per la rivista Airone di luglio 1997

Posso  confermarlo: camminare con lentezza, tutt’ al più seguendo il ritmo  imposto  dalla  camminata nordica, è salutare, per la mente e per il  corpo.

Noi  siamo alpinisti orizzontali, termine tratto  sempre dallo  stesso numero  di  Airone il quale trattava, per l’appunto, di  escursionismo, che sembra fare il paio  con quello di  orizzontalisti coniato  da Enrico  Brizzi per Il sogno  del drago, libro  di  cui  vi  ho  già parlato in precedenza.

Quindi, proseguendo  nella lettura, non mi  resta che augurarvi  un buon cammino  prossimo.

 Sassello:  una  lunga escursione ad anello

Il paese di Sassello può essere raggiunto  con gli  autobus dell’Azienda Trasporti  pubblici di  Savona (ACTS) che partono   dalla stazione ferroviaria.

In auto si  esce al  casello autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del  Giovo

 

Una volta arrivati cerchiamo  piazza Giacomo  Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda. Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

I ruderi di Casa Bandia
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Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono ovviamente soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero  dell’Alta Via dei  Monti Liguri che conduce al monte Beigua (segnavia AV).

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

 

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nel mese di  maggio trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici. Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola). Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Castello Bellavista
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I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni. 

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale. Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

Domani per impegni  non potrò dedicarmi alla scrittura del  blog per cui, già  da adesso,  vi  auguro un felice weekend 

Alla prossima! Ciao, ciao……

Seguitemi nella Valle delle Meraviglie

Siete pronti per questa escursione nella Valle delle Meraviglie?
Si, allora seguitemi…
Credit: Archivio 24Cinque P&B

La Valle delle Meraviglie in poche parole (poche, poche…)

La Valle delle Meraviglie è un vasto circolo  glaciale disseminato  di  laghi.

Il toponimo Meraviglie è riferito  alle innumerevoli incisioni  rupestri  presenti  nell’area.

Il nome venne utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime di Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza 11 novembre 1692), quindi nella carta del  Theatrum Statuum  Sabaudiae (1682) ed in quella di Jean-Baptiste  Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi viene utilizzato, e che resterà tale per indicare questa particolare zona delle Alpi  Marittime.

La linea di  demarcazione ad est, tra le  Alpi  Marittime e le Alpi Liguri, passa dal   Colle di  Tenda (1.870 mslm).

Geologicamente le due catene montuose si  distinguono dal  fatto  che le Alpi Marittime presentano  rocce di  tipo  cristallino, mentre le Alpi  Liguri hanno  rocce di  tipo calcareo.

Due parchi naturali  interessano  l’area delle Alpi Marittime:  il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime (i  due parchi  sono gemellati dal 1987 e oggi   vengono  proposti come patrimonio universale dell’umanità dell’UNESCO)

ITINERARIO

Prima di  descrivere l’itinerario  il mio  suggerimento è per una  visita del  Musée des Merveilleis inaugurato il 12 luglio 1996 a Tende che, oltre ad essere un valido punto  di partenza per la conoscenza della Valle delle Meraviglie e le sue incisioni  rupestri, è un centro  di  ricerca per l’arte rupestre del Monte Bego.

 

Da Casterino  al  Lac Vert de Fontanalba 

La partenza è da  Casterino (1.546 mslm), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.


Visualizza mappa ingrandita

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 mslm) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

A questa punto  entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco  ci  darà tutte le informazioni  necessarie per la visita.

La Via Sacra
Credit: Archivio 24Cinque P&B

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici. Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In Breve arriveremo di nuovo  all’ingresso del  parco  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

In tutto il percorso ha una durata  di  cinque ore escludendo le soste per ammirare le incisioni e, magari, mangiare un panino.

Galleria fotografica

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Consigli  di  lettura 

 

Per  un maggior approfondimento sulla Valle delle Meraviglie e sulle incisioni  rupestri vi  consiglio  la lettura del libro Le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie di Enzo  Bernardini  (Blu Edizioni – 2001)

Alla prossima! Ciao, ciao……………… 

Lontano da Marte ma vicino a Genova: l’anello del Lago del Brugneto

Viaggi extragalattici
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PASSOdopoPASSO

Gli extramondo a volte possono essere noiosi: pensate a quel  turista che nel 2318 (anno più, anno  meno) si  ritroverà insieme ad altre migliaia e migliaia di  suoi  simili a camminare su Le  Sabbie di  Marte  (piccolo  omaggio dedicato  a A.C. Clarke) tra venditori  di  souvenir (paccottiglia marziana , magari prodotta in Cina) e cibo preconfezionato  in pillole.

A parte questa mia  ipotesi futuribile , è anche vero  che oggi luoghi  come Venezia e le Cinque Terre, prese ad esempio tra le tante mete turistiche, subiscono sempre di più un turismo lontano dalla sostenibilità.

Ed è in questa situazione che si  arriva persino a chiudere i  cimiteri (il riferimento è a  quanto  accaduto  a Manarola nei  giorni scorsi) diventati per alcuni  (troppi)  luoghi per bivaccare e farsi  i selfie fra le tombe.

Ritornando  al  tema del Passo dopo Passo quello  che vi propongo  oggi è un’escursione a  pochi  chilometri  da Genova (molti  di più se provenite da Marte): 

L’anello del Lago  del  Brugneto

Prima di proseguire con la descrizione dell’itinerario due parole su l’ Acquedotto del  Brugneto:

Il lago del Brugneto
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Il lago  del  Brugneto è originato  da una diga a gravità alleggerita posta a sbarramento  dell’omonimo  torrente, affluente del  fiume Trebbia. l’impianto  iniziò la sua funzione nel 1960 (la costruzione ebbe inizio  nel 1955).

La diga è posta a circa 800 metri s.l.m. ed è lunga 260 metri  con un’altezza massima di  80 metri.

Per raggiungere Genova l’acqua percorre 13 chilometri in galleria attraverso un canale con la pendenza di 1/1000.

La portata è di  circa 1200 l/sec. con una portata massima di 2100 l/sec.

Il bacino  alimenta anche due centrali idroelettriche, una ubicata alla base della diga ed una costruita in galleria a Canate (Davagna), che ha prodotto, dal 1961 ad oggi, dai 20 milioni  ai 40 milioni di kWh/anno.

 

ITINERARIO

Il percorso inizia  a Santa Maria del Porto  raggiungibile  da Torriglia percorrendo  la SP 15 .

Poco  sopra la diga del  Brugneto un cartello  turistico indica il percorso contrassegnato  da un cerchio  giallo  barrato.

Mappa del percorso

La lunghezza dell’anello è di  circa 14 chilometri: considerando  che a metà  il sentiero  si  allontana di molto  dal  lago, arrivando  al paese di  Caffarena e quindi  ridiscendendo verso  di  esso, è per me  inutile dare un tempo  di percorrenza,  nel  senso  che ognuno  deve valutare le proprie forze e darsi un tempo  di percorrenza appropriato   (comunque, anche se pigri, in un mese o in un anno possiamo farcela).  

l’itinerario  segue quasi per intero  il perimetro  del lago, la folta vegetazione, per lo più una faggeta, regala frescura anche nel  periodo  estivo. inoltre sono presenti  numerose  aree di  sosta. 

A Costa di  Paglia incontreremo l’unico  tratto  di  strada asfaltata (è la provinciale che da Torriglia conduce a Propata):  si  tratta di pochissimi  metri  perché il sentiero piega subito  sulla nostra destra.

E’ nei pressi  di  Albora (qui  troviamo è una fonte) che abbiamo  perso  il segnavia, forse per una nostra distrazione,  ma un’abitante del posto  a cui  abbiamo  chiesto  informazioni  ci  ha subito  detto  che i proprietari dei  terreni limitrofi  hanno  sbarrato il passaggio impedendone, quindi, l’accesso  e proseguimento del sentiero  

Non ci è restato che proseguire per Caffarena  e da lì riprendere il percorso  originario (guarda   la cartina).

Dopodiché si prosegue per Fontanasse  in direzione della diga: attraversata, dopo qualche centinaio  di metri  su  asfalto in salita,  ci  ritroveremo  di nuovo  al  punto di  partenza.

Il Lago  di  Brugneto  e i  Siti  di Interesse Comunitario 

Il Lago  del  Brugneto è uno  dei  cinque Siti  di  Interesse Comunitario (SIC) all’interno  dei  confini  del Parco  dell’Antola 

I cinque SIC del  Parco  dell’Antola

Zona Speciale di  Conservazione Parco  dell’Antola 

Zona Speciale di Conservazione Conglomerato  di  Vobbia 

Zona Speciale di  Conservazione Rio  Pentemina 

⇒ Zona speciale di  Conservazione del  Lago  del  Brugneto

Zona Speciale di Conservazione Rio Vallenzona 

 

Cosa sono i Siti  di Interesse Comunitario?  

Essi  costituiscono  una rete ecologica europea denominata Rete Natura 2000  finalizzata al mantenimento e alla tutela di particolari  habitat e specie animali  e vegetali protetti  dalla direttiva 43/92 CEE, nota come Direttiva “Habitat”. L’obiettivo  primario  di  questi  siti è la salvaguardia della biodiversità e della naturalità di  certi  ambienti, nonché di  habitat seminaturali che esprimono lo stretto  connubio tra uomo  e natura e siano il risultato  delle tradizionali attività umane.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

Cosa dovrei fare se incontro un orso?

 

Dormire in tenda è un’esperienza piacevolissima.

Dormire in tenda mentre fuori piove è come essere cullati al suono del ticchettio delle gocce sulla tela.

Dormire in tenda mentre fuori  diluvia, le saette ti  fanno da radiografia,  i tuoni rimbombano  dalla montagna vicina trasmettendosi  al terreno e quindi alla tua pancia, senza tener conto  del vento che sembra voler strappare gli  alberi intorno, figuriamoci una tenda,  ebbene tutto  questo ti porta solo  a farti un’unica domanda: perché  sono qui?

Non era la prima volta che in tenda abbiamo  avuto a che fare con il mal tempo, ma quella volta, campeggiati sotto il monte Pelmo (Dolomiti  di  Zoldo, provincia di  Belluno), qualche timore per la nostra incolumità ci ha sfiorato.

A parte questo, in fin dei conti  si  è trattato  solo di un temporaluccio estivo (lo  dico  adesso circondata dalle mura di una casa) , la cosa  che mi ha lasciata con un’ulteriore preoccupazione è trovare impressa nel  fango, sul sentiero  a qualche centinaio  di metri dalla nostra tenda, l’orma di  quello che io ho considerato  subito  appartenere ad un orso  (oppure orsa, questo non lo so), mentre lui tentava di  convincermi  che era quella di un cane solo  un pochino più grosso  della media (magari il Mastino  dei Baskerville).

Dove voglio  arrivare con questo  giro  di  parole? Semplicemente a questo: se dalla boscaglia fosse spuntato un orso  come mi sarei dovuta comportare?

Premetto che, quando  siamo  in giro  per sentieri, ci  preoccupa di più sentire gli  spari  dei cacciatori e magari  trovarci di  fronte ad un cinghiale ferito, il quale  avrebbe tutte le ragioni per vendicarsi  su  di noi.

Abbiamo già incrociato  cinghiali, qualche vipera, altri  esseri  striscianti, cani  rinselvatichiti, ci  siamo  presi  le nostre dosi  di  zecche ma orsi  mai (a parte qualche essere umano  che a malapena ti  saluta).

Già, ritorno  alla domanda di prima: come bisogna comportarsi  se uscendo  di  casa incontriamo un grizzly?

Il Club Alpino Italiano ci  aiuta in questo con alcune regole da seguire:

  • Se l’orso  rimane fermo sul sentiero, indietreggiare lentamente senza dargli  le spalle, in modo  da aumentare la distanza tra noi e lui

In pratica si  tratta di imitare Michael Jackson visto in Moonwalk oppuremolto  prima di lui Bill Bailey come in questo  video.

  • Se l’orso è  aggressivo e si  alza in piedi, non reagire: state fermi  e parlate con tono  basso  e calmo, anche se l’animale dovesse partire alla carica.

A parte il fatto  che in questo  caso  sarei  già morta per infarto  cosa dovrei  mai  dirgli con tono  basso  e calmo?

Forse: Non mangiarmi per favore, sono indigesta.

Oppure: Ciao, come va?  Bella giornata oggi, i tuoi orsacchiotti  stanno bene? vanno già  a scuola?….

  • Nel  caso  di  contatto  fisico restare passivi emettersi  lentamente a terra a faccia in giù, nella cosiddetta posizione del  coniglio ma intrecciando  le mani  dietro  al  collo.

Come ho detto  in precedenza passerei  a miglior vita ancora prima di riuscire a  mettermi nella posizione del  coniglio (dovrei  dire coniglietta ma sembrerebbe scritto  in memoria di Hugh Hefner).

Ops! …. è ora di  cena ed il mio  orsacchiotto ha fame.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


PLAYLIST 

Visto  che ho  parlato di  Michael  Jackson.

 

 

Vagavo nella pioggia
Maschera di vita, sentendomi pazzo
Una rapida e improvvisa caduta dalla grazia
Le belle giornate sembrano lontane
L’ombra del Cremlino mi sminuisce
La tomba di Stalin non mi dà pace
Continuava e continuava …
Vorrei che la pioggia mi lasciasse in pace

Come ci si sente
(Come ci si sente)
Come ci si sente
Come ci si sente
Quando sei solo
E sei freddo dentro

Abbandonato qui nella mia fama
Armageddon del cervello
Il KGB mi perseguitava
Prendi il mio nome e lasciami stare
Poi un piccolo mendicante chiamò il mio nome
Giorni felici annulleranno il dolore
Continuava e continuava
Ancora e ancora e ancora …
Prendi il mio nome e lasciami stare

Come uno straniero a Mosca
Come uno straniero a Mosca
Stiamo parlando di pericolo
Stiamo parlando di pericolo, baby
Come uno straniero a Mosca
Stiamo parlando di pericolo
Stiamo parlando di pericolo, baby
Come uno straniero a Mosca

Che forte i Forti di Genova

Il Forte Diamante

Lo so: come titolo è piuttosto povero di idee, ma passare una giornata in escursione ai forti  di  Genova (in special modo  verso il Forte Diamante) è un altro modo  per conoscere la città.

Perché, se Genova è La Lanterna, l’Acquario, il Palazzo Ducale, il suo  centro  storico (il più grande d’Europa), e tante altre perle sparse qua e là, i forti ne costituiscono un altro punto  di vista e cioè quello culturale legato all’attività all’aperto  che sia l’escursionismo, la bicicletta o una semplice passeggiata.

Premetto  subito una cosa: non aspettatevi  di  trovare delle fortificazioni ristrutturate con guide  e pannelli esplicativi sui  quanto  stiamo  visitando.

Non esiste nulla di  tutto  questo: sono solo  uno  scheletro (consistente, però) di  quello  che erano  una volta e magari  il Comune di  Genova potrebbe spendere qualche soldo per un la cartellonistica .

Ci muoviamo all’interno  di  quello che, dal 2008, è diventato il Parco  delle Mura: 617 ettari  di  terreno  a cavallo  tra la Val  Bisagno  e la Val Polcevera:

Al pari  della Grande Muraglia cinese, anche Genova ne aveva una tutta sua anche se su  scala ridotta ma, comunque, imponente: quasi  12 chilometri  di mura (più sette nel  tratto  al mare, ormai  inglobato  nel  tessuto  cittadino dove esiste ancora) intervallati da alcune fortezze a difesa della città. La parte più antica di  questa muraglia risale al 1625, mentre le fortificazioni risalgano  al 1815, quando,  sotto  i Savoia, Genova divenne un’importante piazzaforte del regno.

ITINERARIO 

Arrivando nel  centro  di  Genova, precisamente al  Largo  della Zecca, si deve prendere la funicolare che porta fin sul al  Righi (capolinea).

Da qui prendiamo la strada in salita che, biforcandosi dopo  qualche centinaio di  metri, ci obbliga a mantenere la destra (via Peralto). Superato un piccolo ponte in legno  si  continua a salire fino a raggiungere un archivolto  nei  pressi della trattoria Ostaia du  Richettu (il solito  TripAdvisor dice che è da provare).

Si prosegue fino  ad uno  slargo dove, nel  caso  abbiamo  optato  di  arrivare fin lì con un mezzo proprio, si può parcheggiare (panorama dall’alto sulla città).

Dopo un breve saliscendi ancora una volta ci  troviamo  davanti  ad un bivio: a sinistra il percorso  il sentiero indica la direzione verso  l’Ostaia de’ Baracche (ancora una volta TripAdvisor informa che la qualità è più che discreta, molti  commenti negativi  non sono  sul cibo  ma sul modo  di fare, tutto ligure, dei  gestori. Comunque, non fidandomi molto  dei  commenti, proverei  in prima persona a dare un giudizio).

Quindi, proseguendo  sulla destra, percorriamo  il rilassante sentiero a mezza costa con vista a valle sulla ferrovia Genova – Casella  (un altra meta turistica da non tralasciare).

 

 

 Percorrendo  questo  tratto  di  sentiero, specie nei  giorni  festivi, bisogna solo  fare un po’  di  attenzione all’incrocio  con i ciclisti ma, essendo mountain – biker  e quindi conoscendo la natura dei  frequentatori dei sentieri, convivenza e gentilezza sono  assicurati (è una mia piccola polemica nei  riguardi  di  alcuni  ciclisti, frequentatori delle ciclo – pedonali,  che presi  dalla mania della velocità non hanno molto  rispetto  per i pedoni).

Dopo questo piacevole tragitto, arrivati  nei  pressi di una trattoria (questa volta TripAdvisor tace) prendiamo  un sentiero sulla nostra sinistra che si inerpica: è il tratto relativamente più difficile (senz’altro non impossibile) tanto più, se il  giorno  prima vi  sono  state abbondanti piogge, il fango rende scivoloso  il terreno.

Comunque la salita è abbastanza breve (mezz’ora) e alla fine di  essa ci  ritroveremo  su un piccolo  pianoro  con dinanzi il monte Diamante ed il relativo forte.

A questo punto  abbiamo  due scelte: se siamo  amanti  dei  pendii himalayani possiamo  affrontare  la salita che in maniera diretta ci porta al forte altrimenti, ed è quello  che consiglio, sulla sinistra in basso  vi è un comodo  sentiero  che in breve aggira il  contrafforte montuoso, per poi risalire comodamente, lungo  alcuni  tornanti, verso  la nostra meta.

Proprio alla fine di  questo  sentiero, prima di iniziare la serie dei  tornanti, si può vedere uno  strano  fosso perfettamente circolare: questa era una neviera.

 

Come ho  già  detto in precedenza, si  tratta di una fortificazione parzialmente ristrutturata, quindi  una visita al  suo interno, se pur priva di pericoli, è sempre da farsi  con cautela.

Ops! Beccata in fase di restyling

 

Interessante è senz’altro il panorama che, dai  quasi  settecento metri  di  quota del  forte, spazia tutt’intorno.

Per chiudere l’anello  dell’itinerario, una volta ridiscesi dalla fortezza, si prende l’ampio  sentiero  che corre verso  sud (i  segnavia lungo il percorso  sono  tanti, ma in effetti è abbastanza facile orientarsi  anche senza di  essi).

A breve, sulla destra, incroceremo un bivio che porta verso il forte Fratello Minore (quello  che era denominato  Fratello Maggiore fu  distrutto  dall’esercito  tedesco per impiantarvi una batteria antiaerea).

 

Il Fratello Minore visto in lontananza dal sentiero principale

Rimanendo  sul sentiero  principale e facendo un’ulteriore piccola deviazione, possiamo guardare dall’esterno quello  che delle fortificazioni è il meglio  conservato: il Forte Puin (Puin, dicono  che sia traducibile in Padrino…..uhm…dubito).

Il Forte Puin venne costruito tra il 1815 ed il 1832 sui  resti di una precedente fortificazione del 1742.

Fino agli inizi degli anni ’90 era abitato  oggi è incluso  in un piano  di  valorizzazione del  sistema delle fortificazione che vede il Puin  come centro  aggregativo a carattere sociale e culturale – parole prese dal sito del  Comune di  Genova –  e luogo  di  sosta per i percorsi  turistici nell’ambito  del  Parco  delle Mura e collegamento  all’Alta Via dei Monti  Liguri.

Se questo progetto è andata avanti, oppure concluso, proprio non lo so.

Ad andare avanti invece siamo  noi che, seguendo  adesso le mura del forte Sperone, arriveremo  ad un cancello posto  tra le mura di  questo  forte e quelle del  Forte di  Begato (raggiungibile anche tramite un sentiero  che parte da Genova Sampierdarena).

Perché questo  varco  sia chiamato Cancello  dell’Avvocato, soprattutto   chi  sia questo  avvocato, proprio non  lo so: ditemelo  voi (grazie).

Forte Puin

Tralasciando la visita al Forte Sperone, tanto  è chiuso,  ci inoltriamo  su  di un sentiero sulla nostra destra che a breve ci  riporterà sul piazzale dove abbiamo lasciato il nostro  mezzo, oppure proseguiremo sull’asfalto ripercorrendo  la strada iniziale fino  ad arrivare alla funicolare (corse ogni mezz’ora all’incirca).

Alla prossima! Ciao, ciao……………………

Non perdiamo la bussola

Adesso da che parte devo andare?……….

 

Non so  decidermi  a chi  dare più del  decerebrato tra il pistolero di  Macerata e tutti quelli che l’osannano  come eroe: l’unica certezza che ho  è quella che si è smarrita la bussola della ragione.

Detto  questo passo alla bussola come strumento per orientarsi tra mappe e avventure sul terreno.

C’è chi  dice che le donne hanno un senso  dell’orientamento  inferiore rispetto  all’uomo: nel mio  caso, purtroppo, devo  dire che questa teoria mi  si  addice: se dico che il  bivio  che si  deve prendere in un sentiero è quello  di  destra, sicuramente la direzione giusta è a sinistra.

Una ricerca pubblicata sul Evolution and Human Behaviour afferma che un motivo  dovuto  a questa differenza risale ai  tempi  preistorici, cioè quando l’uomo alla ricerca di più donne per accoppiarsi viaggiava più delle donne che restavano  a casa ad  accudire la prole.

Non so  se alla base di  questa tesi vi  sia piuttosto l’effetto di  qualche tipo  di  erba che l’autore (o gli  autori) dell’articolo hanno fumato  per trovarne l’ispirazione, da parte mia considero  che, in questo  caso, l’orientamento c’entri  quanto il cavolo  a merenda (magari  a qualcuno  piace mangiare il cavolo  a merenda).

Nelle nostre escursioni io  delego  a lui tutto  ciò che riguarda la pianificazione e l’esecuzione del  tragitto.

In questa maniera ottengo un duplice vantaggio: il primo  è quello che non dovendomi  preoccupare dell’orientamento, posso  beatamente pensare ai fatti miei. Il secondo  è che se è lui a sbagliare posso  sempre dirgli: Te lo  avevo  detto  che bisognava andare dall’altra parte (ciò rientra nelle mie  piccole soddisfazione della vita).

A questa mia innata ignoranza su  come si  dispongono  meridiani e paralleli, su longitudine e  latitudine, il suo  consiglio è stato  quello di imparare qualcosa dal  libro Cartografia e Orientamento  edito dal Club Alpino  Italiano  (euro 20).

E’ un libro  veramente ben  fatto, ottime le illustrazioni e le spiegazioni  sono quelle decisamente alla portata di  tutti.

Non per me: dopo  il capitolo sulla forma e dimensione della Terra, quello  riguardante  le coordinate terrestri e quello  che parlava delle proiezioni cartografiche, il mio interesse è arrivato  al  fatidico punto  zero dove l’attenzione sfuma nello  stato  di  sonnambulismo.

D’altronde, a meno  di uno  sconvolgimento  cosmico, mi  serve proprio  una bussola per ritornare a casa da lavoro?

Ma voi  che siete più diligenti  di  me, senz’altro  state correndo  a comprare questo libro, in alternativa, oppure come prima infarinatura sull’argomento, vi  consiglio di  leggere quanto  il CAI di  Pontedera ha messo  a disposizione di  tutti gli interessati (Pdf).

Bene, vado  a cucinare la cena  ( la cucina è a 3 gradi ovest oppure a  9 gradi  est?).

Alla prossima! Ciao, ciao…… 


PLAYLIST

 

 

Mi piace scavare buche e nascondervi le cose dentro

Quando invecchierò spero che non dimenticherò di trovarli

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

Ho costruito una casa e aspetto qualcuno a strapparlo

Poi lo metti impacchetti, dirigendoti di fretta alla prossima città

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Mi piace stare in piedi, ragazzo è un desiderio pianificato

Chiedimi da dove vengo, dirò un posto differente

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

Non posso riuscire a contarli, e giocare ad indovinare il nome

È solo il posto che cambia, il resto è ancora lo stesso

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

 

In Val Borbera lungo i Sentieri della Libertà

 

Beccata con un torsolo di mela in mano……….

 

Beccata con un torsolo  di  mela in mano: quasi quasi devo  dare ragione a Fulvia quando  dice che trovo sempre l’occasione per parlare direttamente, o indirettamente di  cibo: ma non questa volta, perché è di una piacevole escursione nell’alessandrino l’argomento di cui  andrò  a scrivere (dopo  aver gettato  il torsolo  nell’umido……).

Il sentiero che, partendo  da Borghetto  di  Borbera, conduce  fino  al santuario  di  Ca’ de Bello e quindi  a San Martino  di  Solvi, è parte dei Sentieri  della Libertà in provincia di  Alessandria già integrato in un progetto più ampio  che è quello  de La Memoria delle Alpi.

L’impressione è quella di  ripercorrere con la memoria i luoghi  dove si è consumata  la tragedia di  chi si è sacrificato per la libertà, e cioè i partigiani uccisi  dai  nazi-fascisti, ed  è la stessa  di quando, partendo  dal  sacrario di  da Kobarid abbiamo camminato  lungo uno  dei  sentieri  facente parte del  Pot Miru (Via di  Pace)  dedicato al  ricordo  dei  caduti  della Prima guerra mondiale lungo il fronte dell’Isonzo: come allora il desiderio  di oggi  è sempre quello della  ricerca  della Pace tra i popoli.

Arrivati  a Borghetto  di  Borbera si può parcheggiare  in piazza Europa, sede del  comune e  da qui, seguendo  la strada per il santuario  di  Ca’ de Bello, inizia il sentiero 204 (contrassegnato  dal segnavia con banda bianco – rosso).

Passati  alcuni  villini  il percorso  si biforca: da una parte avremo il sentiero vero  e proprio  che, in meno  di un’ora, ci  porterà al  santuario: purtroppo, per via del  recente gelicidio  che ha colpito  recentemente la zona, in alcuni  tratti il percorso è ostacolato  da alberi  abbattuti (un responsabile della sentieristica locale ci  ha assicurato  che presto  i tronchi  verranno rimossi).

L’alternativa è seguire sulla sinistra la strada poco  trafficata da auto: il tempo  di percorrenza si  allunga di  qualche decina di minuti, ma il panorama è ugualmente bello (noi abbiamo  preferito  fare il sentiero all’andata lasciando per il ritorno la strada).

 

 Immagine del sentiero 204 verso il Santuario di Ca’ de Bello

 

In cima al  sentiero  (praticamente tutto in salita), ci  aspetta una via crucis prima di  arrivare al  santuario.

 

Ca’ de Bello

 

 

Dopo una meritata e piacevole sosta riprendiamo  il cammino, questa volta per seguire il sentiero 200 che porta a San Martino  di  Solvi.

Il sentiero 200 (Anello Borbera – Spinti) è un itinerario  di lunga percorrenza che ha come punto  di partenza Stazzano e, con un percorso  pressoché circolare, ricalca i  confini  della valli Borbera e Spinti, raggiungendo  Arquata Scrivia.

L’itinerario  completo  ha uno  sviluppo  di  circa 100 chilometri.

Da: Nelle Terre del  Drago ed. Regione Piemonte 

 

All’inizio del sentiero 200 incontreremo questa lapide a ricordo di un partigiano lì trucidato

 

Questo  percorso  è  adatto  a tutti, basta avere la sola voglia di  camminare: il paesaggio e l’assoluta quiete sono  veramente un toccasana per la mente.

 

 

Dopo  poco  meno  di un’ora  e mezza da Ca’ de Bello (dipende sempre dalla gamba che si  ha) si  arriva alla nostra meta e cioè San Martino  di  Solvi (il sentiero 200 prosegue ben oltre toccando  anche il  bivio  per i l castello  di  Solvi)

Una sosta presso  la chiesa di  San Martino  di  Solvi, di origine medievale (XII secolo), un panino, una mela (quella del  torsolo  ad inizio articolo) ed un cioccolatino prima di  riprendere la strada del  ritorno.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Le cascate del Perino in Val Trebbia

Brrr…che freddo!

Lo  so  che sembro  vestita da lappone, ma quel  giorno  in Val Trebbia  vi  era un vento  talmente forte e gelido che ho  visto passare orsi  polari muniti di muffole, sciarpa e berretto  di  lana.

Cosa ci  ha portato fin li era un’escursione in direzione delle Cascate del  torrente Perino facilmente raggiungibili  dal paese (cittadina?) di  Bettola  proseguendo verso  la frazione di Calenzano.

Dopo  aver attraversato il borgo  parcheggeremo  davanti  al piazzale della chiesa da dove partirà il sentiero, con segnavia bianco – rosso  del  CAI (155)  per le cascate: il segnavia non è sempre visibile.

 

Si passerà davanti  ad un agriturismo (Agriturismo  Le Cascate)

Abituati  al  fatto  che di  solito si  sale verso una cima, abbiamo,  per l’appunto, proseguito seguendo il sentiero  in salita. Solo  dopo  quasi un’ora e mezza di  cammino, raggiugendo un punto  morto del  sentiero, ci  siamo  arresi  all’evidenza di  aver sbagliato percorso.

Infatti, una volta ritornati indietro, ci  siamo  accorti di un cartello  sbilenco  che indicava la direzione in basso sulla destra  verso  le cascate,  non quello   a sinistra che sale.

 

Lo sterrato verso le cascate

 

La prima cascata si incontra dopo  appena una manciata di minuti: abbiamo  trovato il sentiero  sbarrato in quanto  in manutenzione, ma con un po’  di  accortezza si può arrivare al  greto per ammirare dal  basso il getto  d’acqua che, attraversando una parete stratificata, forma un laghetto alla sua base.

Ritornando sul percorso  principale passeremo nei pressi  di un mulino  da poco  ristrutturato  (Mulino  di Rié), dopodiché il sentiero, costeggiando il torrente,  raggiungerà la seconda cascata.

 

Mulino di Riè

 

Ancora qualche centinaio  di metri e si  raggiungerà la terza cascata: qui  attenzione perché non vi  sono  parapetti e si  rischia di  andare giù.

Purtroppo nel  periodo in cui abbiamo effettuato la nostra visita, novembre dell’anno  scorso (pochissimo  tempo  fa), non vi  era molta acqua ad alimentare le cascate, per  cui  lo  spettacolo, se pur suggestivo, non era all’altezza di  quello descritto in varie pubblicazioni.

 

La seconda cascata

 

Dall’agriturismo. fino  alla terza cascata il percorso  è molto  breve (meno  di un’ora). Altrimenti  si può pensare ad un giro  circolare (vedere il tabellone alla partenza)  con uno  sviluppo  di  un paio  d’ore di  cammino.

Consiglio per la cena (o pranzo): Antica Locanda Due Spade posta nella piazza principale di  Bettola.

Tutto  qui!

Alla prossima! Ciao, ciao…………