Esploratori urbani e extraurbani (ma sempre curiosi)

Esploratori

Ci  sono  cattivi esploratori  che pensano che non ci  siano terre dove approdare

solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno  a sé

Francis Bacon

Essere esploratori anche senza essere Lara Croft 

……..oppure Indiana Jones se preferite

A chi non piacerebbe almeno una volta nella vita indossare i panni di  Lara Croft, soprattutto avere il physique du rôle di  Angelina Jolie oppure di Alicia Vikander, entrambe protagoniste nelle rispettive versioni  di  Tomb Raider nei panni della bella eroina.

Le due Lara a confronto
Angelina o Alicia? Secondo voi chi tra le due attrici è quella che meglio interpreta Lara Croft? Secondo il mio parere sono entrambe brave (e molto atletiche).

 

Terre lontane, isole misteriose, pericoli  di ogni  genere da affrontare:  questi sono gli imprescindibili scenari  presenti in ogni film o  fumetto di successo ( o per lo  meno considerati  tali dagli aficionado del  genere).

Eppure, alla fine del  XVIII secolo, nel 1794 per la precisione, un uomo trovò il modo  di  esplorare la stanza in cui  era stato imprigionato per quarantadue giorni, arresti  domiciliari dovuti a una punizione per  un duello,  ricavandone  materiale utile per farne un libro di   successo: quell’uomo si chiamava Xavier de Maistre e il titolo  del suo libro Viaggio intorno  alla mia stanza (anteprima alla fine dell’articolo).

Un anno prima dell’esplorazione a chilometri  zero di Xavier de Maistre, e cioè il 3 novembre 1793, Philibert Aspairt, portinaio dell’ospedale di  Val-de Grâce a Parigi, ebbe l’insana idea  di  addentrarsi  nelle catacombe della capitale francese non uscendone più: il suo  cadavere venne rinvenuto  undici  anni dopo in una zona dell’area sepolcrale sotto rue Henri Barbusse, luogo tuttora  interdetto al pubblico.

Si  decise allora di  tumulare i resti  del povero Philibert nel luogo  del ritrovamento  del  cadavere e  sulla lapide scrivere l’epitaffio:

À LA MÉMOIRE DE PHILIBERT ASPAIRT PERDU DANS CETTE CARRIÈRE LE III NOVEMBRE MDCCXCIII RETROUVÈ ONZE ANS APRÈS ET INHUME EN LA MÊME PLACE LE XXX AVRIL MDCCCIV

Immagino che non sia necessaria la traduzione…….

Perchè vi ho  parlato  di Philibert Aspairt?

Perchè egli viene considerato il capostipite  degli esploratori  dediti a quella attività che oggi chiamiamo  urban exploration. 

Urban exploration in poche parole
La definizione di Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli anni’90 di questo che a tutti gli effetti può essere considerato come un movimento fotografico, fu dovuta all’interesse del canadese Jeff Chapman (deceduto a Toronto nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman  ha dettato quelle che sono le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in: Take only photographs, leave only footprints

Assieme all’invito di prendere solo le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio è in stato di abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del nostro Codice penale.

In Italia i luoghi  abbandonati che si prestano a questo tipo di  esplorazione urbana sono  presenti in numero  considerevole (ma ricordiamoci  che il più delle volte si  tratta di proprietà private anche se in abbandono) per cui possiamo dare sfogo  alle nostre curiosità esplorative.

Di seguito le mie esperienze da urban explorer in due siti, uno in Irpinia, quindi nel  sud Italia, e l’altro in Liguria.

Allora seguitemi  ricordandovi  sempre e in ogni  caso:

    Take only photographs, leave only footprints

Esplorare tra sensazioni di  dolore e di rabbia

Esploratori

Lasciate ogne speranza, voi  ch’intrate

 Dante Alighieri verso 9, canto III, Inferno⌋  

Anni  addietro, quando  ancora potevo  essere considerata ragazza piuttosto  che donna (anche le blogger hanno il potere di invecchiare), mi trovai a soggiornare in Irpinia e quindi a visitare il  capoluogo di provincia Avellino.

Cittadina che trovai  alquanto noiosa  e priva d’interesse (don’t shoot the blogger, please!), sennonché venni  attratta da un enorme edificio recintato, e in evidente stato  di  abbandono, posto in pieno  centro  cittadino.

C’era anche il custode che, non smentendo  la proverbiale gentilezza degli abitanti  del nostro meridione (cosa mai  smentita nei miei  viaggi in sud Italia) mi disse che quello  era l’ex – Carcere Borbonico attivo  fino al 1980, anno del  tremendo  terremoto che colpì l’intera Irpinia.

Vedendomi interessata e soprattutto armata di  macchina fotografica, mi diede il permesso di  entrare per esplorare il vecchio  carcere.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani a entrare nei  luoghi  abbandonati  è quell’aura di mistero  che essi  emanano  (anche quando il mistero  è pura fantasia): quel  giorno, però, entrando in quelle celle abbandonate, ho sentito  emanare da quelle pareti dolore, angoscia e rabbia, affrettandomi a   scattare alcune immagini  e uscire il più in fretta possibile all’aria aperta.

Oggi l’ex Carcere Borbonico è un polo  museale inaugurato  nel  2011 in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Al  suo interno è ospitata la Pinacoteca Irpina, il Museo del  Risorgimento e l’Archivio  di  stato, inoltre alcuni  spazi  del  complesso  sono adibiti ad accogliere mostre, concerti ed eventi  teatrali.

 

Le informazioni  per orari e altro  li trovate in questa pagina (poi, però, ritornate qui…)

Base 46: il mistero del  monte Settepani

Esploratori

In questo  caso potrebbe essere fuori  luogo  parlare di  urban exploration in quanto  l’ex base Nato 46 non si trova in una città ma bensì su  di una montagna, il monte Settepani a 1.386 metri  di  quota, a poca distanza dal  Colle del  Melogno, quest’ultimo  punto  di  passaggio  dell’Alta Via dei  Monti Liguri. 

L’area rientra nel  sistema SIC (Sito di importanza comunitaria) Monte Carmo -Monte Settepani.

Esploratori

Oggi  a guardia della vecchia base vi  sono  le torri  delle pale eoliche e la visita è quindi resa possibile non essendo presente nessun off-limits.

Esploratori

Ovviamente ben diversa era la situazione quando negli  anni’60 (siamo  nel pieno  della cosiddetta Guerra Fredda) venne realizzata una centrale di trasmissione dati dell’esercito  statunitense presidiato  dal 56° Signal  Company.

In seguito, con l’avvento  dei  sistemi  satellitari, queste centrali  divennero  rapidamente obsolete e, quindi, dismesse: questo  accadde anche per la Base 46 chiusa nel 1992  e diventata palestra per i graffittari.

Il mistero che non c’è

Per costruire una base militare ci  vogliono uomini  e mezzi e se poi, come ovvio  che sia per una base militare, vige il divieto  assoluto  di  accedervi,  ecco che avanza la tesi  che lì dietro – o per meglio  dire li sotto, in riferimento alla scoperta casuale di  tunnel  sotterranei  alla base –  vi  sia un segreto da difendere: quindi il passo  successivo era credere che in quelle cavità venivano  custodite missili  nucleari (come se fosse facile far passare inosservato un missile per le strade di montagna).

Il mistero (presunto  tale) diventa pubblico quando, all’interno di Voyager – programma condotto  da   Roberto Giacobbo che faceva molto presa sulle persone inclini a ogni  genere paranormale dai  fantasmi  al  mostro  di Loch Ness passando, ovviamente per l’Area 51 – dopo l’intervista alla vedova del comandante americano  della Base 46, si avvalora la tesi che la montagna ligure poteva essere un’arsenale atomico.

A questo punto a derimere la questione ci penseranno gli  speleologi  del Gruppo Speleologico Savonese i quali, con successive esplorazioni  delle cavità, hanno chiarito  ogni  quesito, come si evince nell’ articolo che troverete qui  di  seguito (per l’originale vi  rimando  a questa pagina)

gruppospeleosavonese.it-Progetto Settepani

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Sepino, un nuovo parco  archeologico in Italia

Sassello  andata e ritorno (i sentieri  della Liguria)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Sassello andata e ritorno (i sentieri della Liguria)

Sassello

Nessuno  di noi  può sapere quanto  gli  resta da vivere, ma di una cosa sono  certo: non una sola stagione deve andare sprecata, e l’unico modo per non lasciar germogliare il seme nero  del  rimpianto è vivere a questa maniera, con lo  zaino sempre pronto, la fantasia libera di  correre sulle mappe, il volto  abbronzato e il cuore disposto  all’amore

Tratto da L’estate del Gigante di Enrico  Brizzi

Sassello, amaretti e natura

Si arriva fino  a Sassello per poi deliziarsi  con  i suoi  amaretti, ma sarebbe molto  riduttivo pensare che questo  bellissimo  borgo ligure non offra ben  altro per giustificare un soggiorno, anche un semplice fine settimana: la natura circostante offre di  tutto  e di più per soddisfare le esigenze di  escursionisti, bikers e cavallerizzi (esclusi  quelli  che, al posto  di un cavallo, vorrebbero  un dromedario), senza contare poi  l’offerta mangereccia che va ben  oltre gli amaretti  (confesso  che non vado pazza per quest’ultimi).

Ora che vi  ho  fatto venire il sospetto che io  sia stata pagata dalla locale azienda turistica, vi invito a quell’andata e ritorno  del  titolo, che è un lungo  anello  escursionistico con la varietà di  ambienti  che il  Parco Regionale Naturale del  Monte Beigua offre lungo questo percorso.

L’itinerario 

Sassello
Lunghezza dell’anello chilometri 23 circa

NOTA: la linea gialla che vedete impressa verso  la fine del percorso non ha nulla di  particolare in quanto è una semplice correzione che ho  dovuto  aggiungere per completare la traccia dopo  che il GPS ha pensato  bene di  scaricarsi  (cosa che le mappe cartacee hanno la bontà di non fare mai)

Dopo  aver parcheggiato la nostra auto (girando a sinistra subito  dopo  l’incrocio provenendo  dal Colle del Giovo, troveremo un ampio  parcheggio non disponibile il mercoledì, giorno  del  mercato), ci  dirigiamo verso piazza della Concezione (Palazzo Comunale e chiesa dell’Immacolata): qui  troviamo l’inizio  del percorso  contraddistinto da due triangoli  gialli.

Sassello

Attraversato il ponte di  san Sebastiano e il rio Verli, prendiamo la sterrata sulla nostra destra che, dopo poco più di un chilometro  e mezzo, condurrà nei pressi  di  casa Galante, l’ultima  abitazione che vedremo prima del ritorno  a Sassello.

Sassello
Casa Galante

Da questo punto proseguiamo  sulla nostra sinistra seguendo  sempre il segnavia con i due triangoli  gialli.

Sassello

ATTENZIONE: prima di  giungere al  Colle del  Bergnon a causa di uno  smottamento  il sentiero  si interrompe per un centinaio  di metri, quindi saremo costretti a spostarci  sulla nostra destra dopo  aver fatto  un piccolo guado  nel  rio Ara salire fra gli  arbusti e trovare poi un passaggio  in basso  tra di  essi per riprendere il sentiero.

Proseguendo in salita arriviamo al Colle del  Bergnon, impreziosito  dalla presenza di  faggi  secolari, qui, trascurando il sentiero  a sinistra contraddistinto da tre pallini gialli che conduce al monte Avzè (e da esso alla frazione di  Vereira e quindi a Sassello), procediamo dritti con alcuni  saliscendi fino  ad arrivare all’ormai abbandonata Casa Bandia (905 metri di  quota).

Sassello
I ruderi della Casa Bandia

Superati i ruderi passiamo  su un piccolo  ponte che scavalca il Fosso della Bandia, adesso il sentiero  riprende a salire fino  ad arrivare al Colle del Giancardo: qui, seguendo  il segnavia dell’Alta Via dei  Monti Liguri, procediamo sulla nostra destra verso il Colle del  Giovo.

Sassello

Giunti  al  Colle del  Giovo siamo  praticamente a metà percorso, qui  svoltiamo  sulla nostra sinistra seguendo la strada provinciale per circa mezzo  chilometro. Arrivati nei pressi di un distributore di  benzina, attraversiamo per portarci all’inizio di  via Lodrino (ex albergo  Zunino) dove una monotona salita lunga un paio  di  chilometri ci porterà all’inizio del  sentiero Colle del  Giovo – Foresta della Deiva.

Sassello

Tralasciato il bivio  che porta a Forte Lodrino  Superiore, il cui  accesso  è interdetto per ovvie situazioni  di pericolo dovuto  allo  stato  di  abbandono, affrontiamo una breve, ma ripida, salita che poi  diventerà un continuo  saliscendi all’interno della Foresta Demaniale della Deiva.

Sassello

Al  Passo  Salmaceto possiamo  dire di  essere (quasi) arrivati: non ci  resta che decidere se andare a destra o  sinistra percorrendo una parte dell’anello del  Sentiero  natura della Deiva (qualunque sia la nostra scelta sono  sempre cinque chilometri…) per arrivare alla casermetta della Forestale (Carabinieri forestali), varcare il cancello del  Parco, percorrere un breve tratto  di  strada a filo  con le auto e, quindi ritornare, al nostro parcheggio (oppure fermarsi in uno dei  ristoranti  di Sassello per una più che meritata cena)

Gli altri articoli di Caterina
Sassello
Adesso perché non mi seguite leggendo gli altri miei articoli?

Foresta della Deiva: l’escursione

Val Ponci: un’escursione nella storia

L’anello  del  Groppo Rosso in Val  d’Aveto

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Liguria a piedi: l’entroterra di Arenzano

Liguria

Camminare nel  contesto  della realtà contemporanea, parrebbe esprimere una forma di  nostalgia, oppure di  resistenza.

I camminatori sono persone singolari, che accettano per qualche ora o per qualche giorno di uscire dall’automobile per avventurarsi fisicamente nella nudità del mondo…

Tratto  da Il mondo  a piedi. Elogio  della marcia di David Le Breton

La Liguria è una regione montuosa….

Ebbene si: a dispetto  dell’esile fascia costiera, meta prediletta del  turismo estivo, la regione che mi ha visto  nascere un tot di  anni fa, ma neanche tanti  è prevalentemente un territorio montano  e collinare (come mostra l’immagine precedente ideata da Gatto  Filippo…prima o poi  dovrò pagarlo…ovviamente in croccantini).

Ed è dunque facile intuire come in pochi  chilometri in linea d’aria si  abbia la possibilità di  passare da un ambiente marino  a quello montano con peculiarità  da wilderness, proprio  come il percorso che vado  a proporvi nell’entroterra della cittadina costiera di  Arenzano.

L’itinerario escursionistico

Liguria
Lunghezza dell’intero anello Km 10,800 circa

Da Arenzano (in frazione Terralba) in auto percorriamo via Pecorara (molto  stretta)  che conduce verso  l’area picnic in località Curlo, parcheggiando qualche centinaio  di  metri più in basso  presso il ristorante Agueta du Sciria (nei  giorni  festivi è facile che il parcheggio  sia al  completo, quindi  bisognerà spostarsi  verso il Curlo).

Da qui, sulla sinistra, una sterrata ci  condurrà fino  al Passo Gua (localmente chiamata Pietra quadrata per la presenza di un masso…a forma quadrata), tralasciamo le indicazioni verso il Lago  della Tina (assolutamente da non trascurare come prossima meta) continuando  sulla sterrata.

Caratteristiche naturali (cenni)
Il percorso è situato nell’Alta Valle Leone una volta compresa nell’ambito territoriale della Comunità Montana Argentea e oggi in quella più ampia del Parco Naturale Regionale del Beigua.

L’ambiente si presenta aspro e selvaggio, dominato dalla presenza di erica arborea e da bosco misto formato da orniello, roverella,, leccio, prugnolo e, nelle zone più umide, da ontano bianco e ontano nero. Inoltre, nella parte terminale del percorso, è forte la presenza del pino nero austriaco risultato di un rimboschimento voluto dal Corpo forestale dello Stato negli anni ’30.

Tra la fauna è da segnalare la presenza del biacco (serpente assolutamente non velenoso) e della vipera (serpente velenoso ma molto meno di un cobra….).

Dal punto di vista puramente geologico l’ambiente è caratterizzato da rocce di origine metamorfica (serpentinite) formatesi 150 milioni di anni fa a partire da magmi provenienti dal mantello terrestre sul fondo di un mare esistente in quel periodo nella zona.

Nei pressi  del  riparo  Cianella sulla nostra sinistra troviamo  le indicazioni  verso  Ponte Negrone, percorriamo il sentiero che ora diventa in discesa e in breve arriveremo a una piccola area picnic (fonte) caratterizzata dalla  presenza di un castagno  centenario.

Liguria
L’area del Grande Castagno

La discesa verso Ponte Negrone non presenta nessuna difficoltà se non l’accortezza di  cedere il passo a qualche ciclista che piomba all’improvviso alle nostre spalle.

Liguria
Ponte Negrone

Il ponte stesso ha un interesse storico  poichè fu costruito nel passato per avere l’accesso all’acquedotto posto sul torrente Lerone le cui  acque consentivano il funzionamento  della cartiera Pallavicini in zona  Terralba, oggi  sede del  MUVITA (Museo  Vivo delle tecnologie per l’Ambiente).

Liguria
L’ambiente naturale visto dal ponte

Il Ponte Negrone è posto  alla confluenza dei rii Negrone e Leone (che formeranno il torrente Lerone)  che in questo punto scorrono formando delle pozze in un ambiente molto  suggestivo.

Attraversato il ponte, prendiamo la Via dell’Ingegnere (contraddistinto dal  segnavia con una I rossa in campo  bianco) la quale si inoltra nella valle del  torrente Negrone, dove, a un certo punto, alla nostra destra troveremo un sentiero  che si inerpica in direzione del  rifugio Sambuco (cartello indicatore).

Arrivati  al rifugio è doverosa una meritata sosta ricordando  che l’acqua delle due fonti lì presenti non è potabile. Inoltre, alle spalle del  rifugio, inizia un sentiero  di  raccordo che raggiunge a monte la Via dell’Ingegnere (tema di un mio prossimo  articolo).

Ritorniamo  sui  nostri passi  lasciandoci  alle spalle il sentiero da cui  siamo giunti  per percorrere quello in direzione dei  Ruggi (nel toponimo ligure la parola ruggi indica i rivoli d’acqua) ignorando il sentiero  che scende in basso verso il lago  della Tina.

Il percorso diventa a questo punto pianeggiante e interessante sia dal punto  di  vista naturale che per la presenza di alcuni  manufatti, come i  due ponti che attraverseremo e dei  quali i parapetti di  qualche centimetro  più alti  delle nostre ginocchia sconsigliano l’affacciarsi.

Liguria
Il primo dei due ponti con parapetto ridotto

Arrivati  all’incrocio con altri  sentieri non resta che prendere quello in direzione del  riparo  Cianella e Passo  Gua  per ritornare al punto  di partenza dove abbiamo  lasciato  la nostra automobile.

Liguria

Gli altri articoli di Caterina

Liguria

Se ti è piaciuto l’articolo perché non provi  a leggere anche questi?

Colle del  Melogno, un itinerario  tra faggi  e storia

Foresta della Deiva, l’escursione

Arenzano, l’anello  dei tre rifugi  (e mezzo)

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Deserto

Camminiamo  per imparare di più, per sconvolgerci, per esplorare, per visitare le brutture della vita.

Per portare a esse un soccorso.

É quindi un meditare coraggioso, una sfida verso  se stessi

Tratto  dal libro Filosofia del Camminare di Duccio Demetrio ⌋ 

Ma di  quale deserto  parlo?

Niente paura: non vi  sto proponendo di  affrontare il deserto  del Kalahari  per una sessione di  nordic walking ma, semplicemente, il deserto (con la D maiuscola) è quello che andremo a visitare nel percorso che troverete più avanti  e che si  trova nell’entroterra di Varazze compreso nell’area del  Parco  Naturale Regionale del  Beigua: L’Eremo Del Deserto.

Ricordando  che nella tradizione cristiana il deserto è inteso  come una sorta di isolamento  dal  resto  del mondo, utile alla ricerca di  se stessi e del contatto  con il divino, aggiungo  anche che coloro non credenti possono egualmente sperimentare tale ricerca interiore, specie in comunanza con la natura

La breve storia dell’Eremo del Deserto.

Deserto
L’Eremo del deserto visto dal sentiero che conduce verso il monte Sciguello

Nel 1614 padre Angelo di  Gesù Maria appartenente all’Ordine dei  carmelitani  scalzi, decise la fondazione di una casa eremitica affidandone il compito al  convento di  Genova che, a tale proposito, stanziò un primo  contributo  pari  a 500 scudi per l’acquisto  di un terreno.

Le offerte di  vendita di  terreni  andarono  da Capo Noli a Masone e fino  a San Remo, ma la scelta cadde su un’area dell’entroterra di  Varazze.

Il 21 dicembre 1615 venne concesso l’acquisto, ma a due condizioni: la prima era che se la funzione di  eremo fosse venuta meno il terreno  doveva ritornare nelle mani  della comunità di  Varazze.

La seconda condizione era che il Senato della Repubblica di Genova (dalla quale Varazze dipendeva) doveva dare il suo  assenso  per la costruzione dell’eremo.

Il 22 febbraio  1616 avvenne il primo  acquisto  di  terreno al prezzo  di 3.000 scudi, ma il Senato della Repubblica si oppose adducendo  al fatto che il passaggio  di proprietà faceva venire meno  la giurisdizione secolare in favore di  quella ecclesiastica.

L’intervento  di  Giulio  Pallavicini (governatore di  Savona) riuscì ad appianare la disputa con la clausola che parte del  terreno compreso nell’atto  di  acquisto rimanesse sotto  la giurisdizione della Repubblica di  Genova.

Finalmente il 18 marzo 1618 davanti  al generale dei  Carmelitani  Scalzi, Domenico  di  Gesù Maria, iniziarono i lavori che si protrassero per  quindici  anni fino  al  completamento della struttura monacale.

Domenico di  Gesù Maria stabilì, quindi, la clausura con scomunica, senza distinzione tra clero  e popolo, a chi avesse introdotto una donna nel perimetro del  convento. La scomunica, inoltre, veniva comminata a quei  frati  che uscivano  dal confine del  convento  senza averne prima chiesto l’autorizzazine al padre superiore.

Nel 1799 a seguito  della costituzione della Repubblica Ligure (che si  ispirava agli ideali della Rivoluzione francese), il Deserto  di  Varazze venne confiscato.

Arrivando  al  XIX secolo,  si  registrano  numerosi  passaggi  di proprietà del sito: il primo  acquirente fu il genovese Ignazio Pagano  che si  aggiudicò la gara d’asta per 40.000 lire. A questa vendita furono poste alcune limitazioni, tra cui  i più importanti quella di  disboscare i  terreni  coltivabili   e, al contempo, l’obbligo  di  coltivare determinate essenze (quali proprio  non lo so).

Alla morte di  Ignazio Pagano misero in vendita tutte le proprietà del  defunto  tra cui anche l’eremo e ciò permise, nel 1818, ai  Carmelitani  di rientrarne in possesso..

 Ma il travaglio  dei  frati non finì allora, perché il 29 maggio 1855, in base a una nuova legge promulgata dal  governo del  Regno  di  Sardegna stabilì il sequestro del convento  e la sua ennesima messa in vendita.

Saltando il resto  della storia che riguarda diversi  passaggi di proprietà (storia che potrebbe risultare  alquanto  noiosa), si  arriva al 16 dicembre 1920 quando, attraverso  un atto notarile, i Carmelitani rientrano in possesso  dell’Eremo  del Deserto officiando la messa il 1° gennaio 1921 .

Quella che segue è una piccola galleria fotografica riguardante la chiesa annessa all’eremo.

L’itinerario 

L’itinerario  prende inizio  nei pressi della sede della Croce d’Oro di  Sciarborasca (entroterra di  Cogoleto, subito  dopo la frazione di  Pratozanino) dove si può parcheggiare in un ampio  piazzale  (nei  giorni  feriali  è possibile che lo  spazio  venga occupato  per le  sessione di  scuola guida per le moto, quindi bisogna parcheggiare ai  margini, in alternativa,  sempre vicino alla sede della Pubblica assistenza vi è un parcheggio  molto più piccolo).

Deserto
Lunghezza del percorso: 14 chilometri e 800 m. (andata e ritorno)

All’incrocio  della strada verso il centro  di  Sciarborasca, si  prende la strada in basso  con l’indicazione Eremo  del  deserto.

Deserto

Dopo  qualche centinaio  di metri si  arriva a un’edicola in prossimità del  confine con l’area del Parco  del  Beigua.

Pur essendo a soli 278 metri  sul livello  del mare e a poca distanza dal centro  abitato, l’ambiente che attraverseremo  ha in suoi  certi  aspetti  può essere paragonato a quello montano: d’inverno la tramontana che scende dai monti intorno  fa si che le temperature d’inverno  siano  molto  basse, ovviamente d’estate si può godere di  temperature piacevoli  dovute alle correnti  d’aria.

Arriviamo nei pressi dell’antica portineria di  sant’Anna (un  tempo l’entrata principale del  complesso del  Deserto) passando  accanto  al  vecchio mulino (oggi  abitazione privata) e attraversando il ponte sul torrente Arrestra.

Volendo possiamo fare una deviazione sulla nostra sinistra per visitare il percorso  botanico dell’eremo, ultimamente, però, non molto  curato.

Deserto

Immediatamente dopo  aver passato  la vecchia portineria il percorso diventerà una ripida salita lunga all’incirca novecento metri che si  concluderà davanti all’ingresso  del convento: un po’ di  respiro (volendo  si può bere anche alla fonte lì accanto) per riprendere di nuovo  la strada, sempre in salita ma più lieve (sulla nostra sinistra una Via Crucis che si innalza nel  bosco  permette di  tagliare un tornante).

Deserto

Dopo  appena quattrocento metri arriviamo  a una seconda fonte posta sulla nostra destra (una terza e ultima fonte la si incontrerà adiacente a una grande casa a un quarto  della fine del percorso).

Dopo all’incirca  cinque chilometri dall’inizio passiamo  accanto  all’agriturismo  La Fonda e un’area picnic di proprietà dell’agriturismo  stesso (per l’utilizzo  dell’area è richiesto un piccolo  pagamento)

Deserto

A questo punto  ormai  mancano  meno  di  quattrocento   metri  per arrivare al  Passo del  Muraglione e cioè all’incorcio che a destra conduce verso i paesi di  Faie e Alpicella, sulla sinistra  un sentiero  condurrà in cima alla Madonna della Guardia di Varazze (prossimo  tema di un mio  articolo), mentre proseguendo per la strada arriveremo  a Campomarzio  e quindi  alla provinciale che conduce a Varazze.

Deserto

Adesso non ci  resta che ripercorrere la strada in senso  inverso (ma sempre con il ritmo del  nordic walking)

Variante lunga

Dal bivio raggiunto con il percorso descritto in precedenza si può proseguire seguendo la strada in salita verso la frazione di Faie. In questo caso la lunghezza del percorso in totale (comprensiva di andata e ritorno) sarà di 18 chilometri e 300 metri circa. Ricordo che dalla frazione di Faie si può raggiungere il monte Beigua, in questo caso il percorso diventa di tipo escursionistico

Gli altri articoli di Caterina
Deserto
Se vi è piaciuto questo articolo, vi invito a leggere anche gli altri che ho scritto (e lasciare anche un commento)

Colle del  Melogno, un itinerario  tra faggi  e storia

Foresta della Deiva, l’escursione

Convento  di  san Francesco  di  Cairo

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi e storia

Colle del Melogno

Andavo per il bosco così, per mio  conto,

non cercare nulla era il mio intento.

Quando  vidi  nell’ombra un piccolo fiore,

lucente come stella, bello  come gli occhi

J.W. Goethe – Cento poesie –⌋ 

Il Colle del Melogno tra le righe della storia

Prima ancora di  descrivere l’itinerario  che dal  Colle del Melogno porta al  Gioco  di  Giustenice, attraverso  la 14° tappa dell’Alta Via dei Monti Liguri, mi sembra opportuno accennare alle vicende storiche avvenute in questi luoghi partendo  dalla lontana primavera del 1795  cioè quando  le truppe francesi, comandate dal generale Andrea Massena, per proteggersi  da attacchi verso  la riviera avevano predisposto una linea di  difesa lungo il passo  del  Melogno.

Il 25 giugno le truppe austriache, comandate dal  generale Eugène-Guillaume Argenteau, dopo  un’aspra battaglia conquistarono le fortificazioni francesi  poste  sul monte Settepani a controllo di  quelle poste lungo il passo del  Melogno.

Toccherà ai  francesi  riconquistare il Melogno nel  novembre dello  stesso  anno a seguito della controffensiva intrapresa nella Battaglia di  Loano.

 

Il forte Centrale del Melogno

All’incirca un secolo  dopo  i  fatti  riportati precedentemente, quindi tra il 1883 e 1895, viene realizzato lo Sbarramento  del Melogno dal  Regio  esercito italiano a difesa del passo  composto dal  forte Centrale, il forte Tortagna (oggi proprietà privata), il forte Settepani (zona militare) e la batteria di  Bric Merizzo

Il forte Tortagna fu  testimone di un drammatico  episodio  avvenuto il 27 novembre 1944: la cattura di 17 alpini del  Battaglione Cadore, inquadrati nella Repubblica Sociale di Salò e, in seguito,   giustiziati sommariamente dai  partigiani della V Brigata Garibaldi. 

Affinché  tutte le vittime di un’assurda guerra fratricida non siano dimenticate.

Dal Colle del Melogno al  Gioco  di  Giustenice (tappa 14 AVML)

Si parte dai 1028 metri  del  Colle del  Melogno, precisamente dal parcheggio del bar – ristorante La Baita,  che troveremo  di  fronte dopo  essere passati  sotto  il tunnel  del  forte centrale provenendo  dall’uscita autostradale di  Finale Ligure.

Il Colle del Melogno
Il valico del Colle del Melogno (1028 metri) separa il Gruppo del Monte Settepani da quello del Monte Carmo (secondo la classificazione SOIUSA). Esso è il valico delle Alpi Liguri in provincia di Savona che collega la riviera di ponente (Finale Ligure) con la cittadina di Calizzano in Val Bormida e il Piemonte attraverso la Val Tanaro, seguendo la SP 490
Lunghezza del percorso 18 chilometri circa (andata e ritorno)

Una lunga sterrata in leggera salita che aggira il parcheggio è l’inizio  della 14°tappa dell’Alta Via dei  Monti  Liguri (cartelli indicatori  e segnavia indicano  la giusta direzione).

Colle del Melogno
Ma chi sarà la fanciulla ritratta?

Dopodiché, arrivati davanti  al  cancello in fotografia, entriamo in quella che viene considerata la più bella faggeta della Liguria e una delle più belle d’Italia: la Foresta della Barbottina (non so  perché si  chiama così, se qualcuno  di voi  lo sa può lasciarmi un messaggio).

Colle del Melogno
I faggi del Bosco della Barbottina

Usciti  dalla Foresta della Barbottina troveremo la casetta della Forestale con alcune panche per la sosta.

Colle del Melogno
La casetta della Forestale

Adesso  non ci  resta che proseguire mantenendo  la linea retta del  sentiero fino  ad arrivare alle cosiddette Rocce Bianche, punto panoramico  del percorso.

Continuiamo sull’ampio  sterrato seguendo  sempre i  segnavia dell’Alta Via fino a una deviazione a destra che, innalzandosi brevemente, ci porterà al terminale di  tappa e cioè il Gioco  di  Giustenice  a 1139 metri  di  quota.

Colle del Melogno
Terminale di tappa al Gioco di Giustenice (1139 metri)

Dal Gioco  di  Giustenice si  diramano i sentieri  verso il monte Carmo (0,30 minuti) oppure, proseguendo in discesa, verso il rifugio  di Pian delle Bosse (841 metri)

Per il ritorno possiamo riprendere il percorso dell’andata oppure seguire l’ampia sterrata che svolta a destra.

ALTRI SCRITTI
Colle del Melogno
Caterina vi suggerisce di leggere anche….

Genova e il forte Diamante: un percorso ad anello

Beigua tra natura e archeologia 

Acquacheta, ovvero l’anello  dantesco

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Val Ponci: un’escursione nella storia

Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

ALTRI SCRITTI

Foresta della Deiva, l’escursione

Acquacheta, ovvero l’anello dantesco

Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Foresta della Deiva, l’escursione

Foresta della Deiva
Il Lago dei Gulli (che lago non è)

Foresta della Deiva, alle porte di Sassello

Quella  che oggi vi propongo è una piacevole escursione adatta a tutti, da fare a piedi, in mountain bike (qualcuno  lo fa anche a cavallo), senza fretta ma solo  con il desiderio  di passare qualche ora immersi nella natura.

Come ho scritto  nel  sottotitolo, la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole di una visita (interessante il borgo e luogo dove non è difficile mangiare bene).

Da Albissola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo e oltrepassando la frazione Badani, subito dopo aver   passato un distributore di  benzina sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale posto  di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, in parte, riguarda anche la nostra escursione.

Il percorso

Lunghezza del percorso 13.600 Km. Tempo 5 ore (dato soggettivo)

Come ho  già detto in precedenza, dal parcheggio inizia il sentiero  natura in salita e in direzione del Castello  di  Bellavista che troveremo sulla strada del  ritorno (qui è presente l’unica fonte di  tutto il percorso).

Dopo qualche centinaio  di metri sulla nostra destra un cartello indica la direzione verso il Lago  dei  Gulli (4.100 Km): da qui in poi il percorso è del  tutto in piano tranne la parte finale verso il lago in lieve discesa.

Foresta della Deiva
Si va verso il Lago dei Gulli

Dopo  i quattro chilometri (e cento metri) e dopo  aver percorso  il tratto in discesa del  sentiero, arriveremo  a un ponte in legno  sul torrente Erro e quindi  al  lago

Foresta della Deiva
…Sono sempre io
Il non lago dei Gulli
Il lago dei Gulli in realtà è un’ansa del torrente Erro che, con il passare del tempo, ha visto l’accumularsi di depositi sabbiosi i quali hanno formato una vera e propria spiaggia fluviale. La parola Gulli è una forma dialettale locale per indicare la fauna ittica del torrente

Ci  siamo riposati  abbastanza?

Se si, riprendiamo  il cammino.

Ripercorriamo una parte del  sentiero (questa volta in salita) fino alla deviazione sulla destra verso la località Lombrisa (decisamente in salita) fino  a incontrare il segnavia indicato  nella foto  seguente  che ci  condurrà verso l’area attrezzata della Giumenta (altra sosta consigliata).

Prima di  arrivare a quest’area attrezzata troverete un cartello la direzione verso il castello  Bellavista: potete anche prendere questo sentiero per accorciare la distanza, ma di poco.

Foresta della Deiva
La Giumenta

Lasciandoci  alle spalle La Giumenta, proseguiamo ricollegandoci  al  sentiero  natura che condurrà al  Castello  Bellavista, villa ottocentesca della famiglia Bigliati  proprietaria di un’antica segheria, e che oggi si  presenta in uno  stato  di  semiabbandono.

Castello Bellavista

Dalla villa poche centinaia di  metri  ci  separano  dal parcheggio  da cui  siamo  partiti.

ALTRI SCRITTI
Vi è piaciuto l’articolo?
Comunque provate a leggere anche questi altri

Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla

Arenzano, l’anello dei  tre rifugi  (e mezzo) 

Beigua tra natura e archeologia

Alla prossima! Ciao,ciao….♥♥

 

Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

Vi è piaciuto  l’articolo?

Potete aggiungere un like alla pagina, oppure lasciarmi un messaggio….

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Beigua tra natura e archeologia

Beigua

Si  ritiene che il Beigua fosse un monte sacro per gli  antichi Liguri al pari  del quasi omonimo monte Bego nelle Alpi  Marittime.

I due nomi deriverebbero infatti  da Baigus, un’antica divinità adorata dalle popolazioni alpine.

Tratto  da Wikipedia

Da Piampaludo al  Monte Beigua

Ho recentemente scritto dell’area archeologica posta nelle vicinanze di  Piampaludo nell’articolo Piampaludo e la Pietra scritta: l’anello  escursionistico, oggi vi propongo un altro  anello  che, sempre partendo  da Piampaludo, vi porterà sulla cima del monte Beigua, dirigendosi  poi  verso  la località di  Pra’ Riondo e infine ritornando a Piampaludo  passando attraverso l’area archeologica.  

Lo  sviluppo del percorso  è pari a circa 14 chilometri e 500 metri, mentre il tempo  di percorrenza è di 5 h e 30′ (ovviamente quest’ultimo  dato  è  soggettivo).

Nell’immagine seguente è riportato l’intero  tracciato  e lo sviluppo  altimetrico

Beigua

Con quest’altra immagine  ho  voluto invece  particolareggiare lo  sviluppo dell’anello vero e proprio  con le indicazioni  dei  segnavia da seguire:

Beigua

Sviluppo della prima parte del percorso

Arrivati  a Piampaludo parcheggeremo  l’auto  nei pressi  della chiesa di  san Donato (sempre se riusciamo  a trovare un posto), quindi, mettendoci  con le spalle alla chiesa, prenderemo  la stradina in salita sulla nostra destra (segnavia una  X gialla).

Troveremo, a ostacolare il cammino, alcuni tratti invasi  da sterpaglia e rami  abbattuti: una leggera deviazione sarà utile per superare questi intoppi.

A breve si  arriverà a quello  che è il primo  punto  di interesse segnato  da un pannello che illustra il fenomeno  dei Blockstreams.

Beigua

Blockstreams
I blockstreams (o fiumi di pietra) sono accumuli di grossi blocchi per lungo tempo erroneamente definiti come depositi morenici, ma il confronto con depositi osservabili nei pressi dei ghiacciai ha evidenziato come nel caso dei blockstreams sia assente la presenza di materiale fine (sabbia, ad esempio). E’ interessante notare che le striature presente nei blocchi non sono prodotte dall’erosione da parte dei ghiacciai, ma dagli effetti dell’alterazione lungo piani di scivolosità. I blocchi sono generati a seguito della frammentazione per crioclastismo: l’acqua o la neve che penetra nelle fratture delle rocce, congelandosi provocano un allargamento e la conseguente rottura degli affioramenti rocciosi. I blocchi si sono accatastati sul fondo vallivo principalmente per effetto della geliflussione, ossia un processo di trasporto dei massi che si verifica anche su deboli pendenze per effetto di congelamento del terreno e del successivo scongelamento. Tale processo viene accelerato dalla presenza, anche minima, di materiale fine sul fondo e di neve e ghiaccio interstiziale tra i blocchi.

Dopodiché, avvicinandosi alla prima metà del nostro  anello e cioè la sommità del monte Beigua, incontreremo  un altro  punto d’interesse costituito dalla Torbiera del  Laione che si presenterà in primavera ed estate come un vasto prato, mentre  nel periodo invernale  il tutto  si  trasforma in un lago , habitat ideale per  molte specie animali.

A terminare questa prima parte è l’arrivo  sul monte Beigua che, tra una selva di antenne e ripetitori, conserva lo  spazio per un’ampia area picnic dove gustare il nostro  pranzo  a sacco,  se non vogliamo  usufruire della tavola del  vicino  rifugio – albergo.

Beigua

Dal  monte Beigua a Pra’ Riondo

Dopo  esserci  rifocillati non resta che dirigersi  verso  Pra’ Riondo  seguendo la strada asfaltata per un primo tratto, poi, seguendo i segnavia bianco – rossi dell’Alta Via dei  Monti  Liguri , taglieremo  alcuni  tornanti  per sentiero, fino  a giungere al posto  tappa di Pra’ Riondo, dove lasciando alla nostra destra l’Alta Via che proseguirà verso  la Casa della Miniera e il monte Rama, proseguiremo  sulla strada in direzione di  Piampaludo 

Beigua
Il posto tappa di Pra’ Riondo
Dove dormire e mangiare
Rifugio Monte Beigua Aperto nei weekend e giorni festivi Tel. 0199 31304 **Rifugio Pratorotondo (Nuova Gestione) Tel. 010 9133578

Da Pra’ Riondo  a Piampaludo

Ci aspetta un cammino  su  asfalto  per un bel  tratto ma, la scarsità del  traffico  veicolare e il fatto di  essere sempre immersi in un ambiente naturale, non fa pesare più di  tanto  la mancanza di un sentiero sotto i nostri  scarponcini.

Comunque, camminando camminando, arriviamo  in vista del  tabellone che indica l’inizio  del percorso  archeologico (vi  ricordo che ho  già scritto su di  esso e che potete leggere l’articolo  in questione seguendo il link  all’inizio): adesso il segnavia da seguire è composto  da tre punti  gialli: alla fine del percorso  archeologico e in prossimità di  Piampaludo, ritroveremo  la nostra X gialla che ci porterà alla conclusione di  questo itinerario.

Peccato per quel pneumatico abbandonato all’inizio del percorso  archeologico: ma non siamo  in un Geo Park?

Alla prossima! Ciao, ciao ♥♥