Sepino, un nuovo parco archeologico in Italia

Sepino

Quel  giorno di  agosto  di  alcuni  anni  fa 

Quel  giorno  di  agosto di  alcuni  anni  fa a visitare l’area archeologica di  Sepino eravamo in due: il mio  accompagnatore e io, senza considerare un cane semi – randagio il quale era più interessato ai miei  piedi (calzavo  dei  sandali) che alle antiche mura.

A ogni modo la visita fu per me più che proficua per la conoscenza di uno  dei  tesori del  Molise, regione che a mio  avviso non ha nulla da invidiare rispetto  ai  cliché delle mete turistiche più gettonate.

Unico  mio  rammarico  è stato  quello  di non visitare il borgo  di  Sepino (oggi rientrante a pieno  diritto nel  circuito  dei  borghi più belli d’Italia) per il gran caldo: ma a tutto  si può rimediare e chissà se un giorno…….

Sepino diventa un Parco archeologico

A quella mia visita solitaria si  contrappone quella di 27.000 presenze nel  solo  anno  2019 (ovviamente prima della pandemia), a questo  si  aggiunge che precedentemente,  cioè nel 2010, Sepino ha ottenuto il prestigioso  riconoscimento  ICBS ( International  Committee of the Blue Shield) istituito nel 1994 per la protezione dei beni  culturali.

A questo  si  aggiunge forse il fatto ancora più importante e cioè che, notizia di pochi giorni  fa, è stato finalmente istituito il Parco  archeologico  di  Sepino – Altilia andando  così a incrementare il numero  delle aree archeologiche presenti in Italia.

Musei, aree archeologiche e monumenti in Italia - fonte ISTAT
L’Istat ha pubblicato un report riguardante i beni culturali presenti sul nostro territorio. Il pdf è liberamente scaricabile da questa pagina

Aree archeologiche e musei ISTAT

Sepino una storia in pillole

La vostra blogger preferita (altrimenti perché sareste qui?) il più delle volte nello  scrivere articoli si  fa in quattro per scovare fonti inerenti  a un determinato  argomento ma, come in questo  caso, presa dalla sindrome estiva nota come otium feriae ante (i latinisti perdonino  ogni  mia nefandezza linguistica) preferisce delegare ad altri l’approfondimento culturale del  tema.

Quindi, ringraziando  Wikipedia per l’opportunità che mi dà (e ci dà), nel  box seguente avete la possibilità di leggere la storia di  Sepino con la raccomandazione, se l’argomento  vi interessa,  di  approfondire andando  oltre a ciò che dice l’enciclopedia universale internettiana per trovare altre fonti,  soprattutto tra le righe stampate (leggere fa sempre bene)

Saepinum (Wikipedia docet)

Le foto invece  sono  prese dal mio  archivio ( e quando  dico mio significa che esiste un copyright)

In viaggio

Tutte (o quasi) le informazioni  per raggiungere l’area del  Parco le trovate nel  box seguente

Informazioni per la visita
Il prezzo del biglietto d’ingresso si riferisce alla visita del museo, mentre l’area archeologica è usufruibile gratuitamente

Sepino

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della pace

Attraversando il Deserto con il Nordic walking

Pomposa, l’abbazia nel  delta del  Po

  Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

 

Diana, ovvero l’arte del viaggio in autostop (e non solo)

Diana

Arrivare è attendere il momento di dover dire:

è stato  bello restare, ma adesso  devo  andare via

C.A.

Diana Barbieri si  mette in viaggio 

  Scrivendo  di  donne che hanno  deciso  di  viaggiare da sole, quando il viaggio  non è solamente  da intendere quello fisico ma, soprattutto, risiede in quei  meandri che la psicologia traccia nelle nostre menti, mi chiedo  sempre:  farei la stessa cosa?  

La risposta non è quella definitiva nel  senso  che, aspettandomi di  rimandare al più tardi possibile il momento  di  dover guardare le margherite dalla parte delle radici, non è detto che tale esperienza (quella del viaggio in solitudine) non diventi mia perché, a parte il mio piccolo (grande) periodo  francese, ho  sempre viaggiato (a piedi, zaino in spalla, in treno, pullman o  auto, mai  a dorso  in un dromedario) in compagnia di un(a) partner.

Diana (Barbieri) protagonista  di  quest’articolo ha fatto un qualcosa che decisamente riporta in auge un modo  di  viaggiare che pensavo essere al  tramonto (o, per lo  meno, oggi lo è a causa della pandemia e relativa diffidenza che si è creata verso  il prossimo): l’autostop.

Diana
Per gentile concessione Diana Barbieri © 2021

Appunto l’autostop e cioè quello che ha portato nel 2013  Diana dalla provincia di Mantova fino al Nemrut Dağı in Turchia, attraversando  la Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia, e che per un certo  verso mi ricorda un po’ l’Anabasi  di  Senofonte

Senz’altro i disagi  che Diana  ha dovuto affrontare  erano  di  tutt’altro  genere rispetto  ai  mercenari  greci, ma non per questo  trascurabili, anzi  è lei  stessa che in un decalogo fornisce consigli utili per chi  avesse intenzione di  affrontare un viaggio in autostop:

I consigli di Diana
– Informarsi in anticipo sul viaggio e la meta che avete in mente – Fotografare la targa del veicolo -Non salire in auto in presenza di due uomini e comunque controllare sempre che non vi sia nessuno seduto nel sedile posteriore – Non dire dove si sta andando, ma chiedere dove è diretto il conducente ( o la conducente) – Non fare l’autostop quando si avvicina la sera – Se una strada è scarsamente illuminata bisogna evitarla – Controllare se la strada che stiamo percorrendo presenta notevoli segni di degrado e se la gente che vi abita vi guarda in un certo modo poco amichevole (camminare in uno slum è ben diverso da farlo in Avenue des Champs-Élysèes)

La storia di  questo lungo  viaggio è il tema del  suo libro Viaggio a ogni  costo – Autostop  dall’Italia al Medio  Oriente (anteprima alla fine dell’articolo, mentre per l’acquisto direttamente da Amazon l’indirizzo è questo )

Diana, la ragazza dai  capelli  blu

Diana
Diana Barbieri (per gentile concessione dell’autrice)

Nel 2013, quando il viaggio  ha inizio, Diana aveva ventisei  anni e da dodici era  già una lavoratrice, quindi, paga dopo paga, con sacrificio riesce a mettere da parte quel  tanto per realizzare il suo  sogno.

 Nel 2013 una ragazza che decideva di partire per un viaggio zaino  in spalla e da sola avrebbe dovuto affrontare soprattutto gli immancabili  pregiudizi di  conoscenti, di persone a lei non familiari, di  tutti  coloro  che pensano a questo  suo  desiderio  come un capriccio al limite dell’inutilità: sarebbe stato lo stesso  se a farlo fosse stato un ragazzo?

Penso  proprio  di no!

Questo  che forse non si  vuole comprendere è che dietro  alla decisione di  lasciare un posto di  lavoro  sicuro, la propria casa,  per intraprendere un Cammino (volutamente ho utilizzato  la lettera maiuscola) non è solo per mera avventura, ma perché dentro se stessi (nei meandri  della nostra psicologia, come ho  già scritto  all’inizio) si fa imperioso poter dare sfogo a quel magma che è la nostra natura vera ed essenziale, libera da ogni  schematismo culturale e/o  sociale.

Duccio Demetrio, nel  suo  libro Filosofia del  camminare, così descrive la libertà della donna a viaggiare in solitudine:

…per la donna la strada e  il suo  camminarvi in libertà, rappresenta il suo  cammino  emblematico della sua emancipazione.

Del  suo  diritto al movimento e al  viaggiare finalmente in solitudine

Il viaggio  continua

Come una moderna Ulisse al  femminile che non si  accontenta di un primo assaggio  di una vita errante, Diana ha continuato a viaggiare per il resto  del mondo: da Mosca a Bali, nel  Laos, in Myanmar, in Australia e Nuova Zelanda (con i visti  vacanza -lavoro).

Poi, in America, a bordo  di un camper, insieme a un compagno  di  viaggio  (Marco), per affrontare la traversata dal Canada all’Alaska, quindi giù verso  la Patagonia seguendo la Strada Panamericana: un viaggio dalla durata di  due anni e 82.000 chilometri  percorsi (e che, purtroppo, si  deve interrompere in direzione di  Buenos Aires a causa della quarantena imposta dalla pandemia).

 Seguite Diana e le sue avventure sul sito  Close to Eternity.

Per concludere 

  Ancora una volta mi permetto  di  ricorrere alle parole di  Duccio Demetrio  per descrivere l’essenza del  viaggio:

Nessun luogo così composito, esposto, infido come la strada parrebbe essere fonte di cura, di raccoglimento e financo di consolazione.

Eppure, è oltre il recinto, oltre le stanze, oltre il giardino, oltre il cortile che, mettendoci in cammino (e non solo metaforicamente), possiamo  capire di più quel  che siamo  e vogliamo, che chiediamo  a noi  stessi

Tratto  da Filosofia del  camminare di  Duccio  Demetrio

Letture in anteprima 

Stanca della routine e ammaliata da storie di viaggiatori che invitano a uscire dalla zona di comfort, Diana parte per un viaggio estremo verso il Medio Oriente: in autostop e campeggio selvaggio, dall’Italia fino al confine con la Siria attraverso i Balcani e la Turchia.

L’avventura inizia scandita dagli incontri casuali della strada: sconosciuti che le danno passaggi sui mezzi più disparati, sconosciuti che la ospitano nelle loro case, sconosciuti anche come compagni di viaggio. La strada porterà l’autrice a evolversi, a scoprire le regole dell’autostop e a comprendere la filosofia di vita e la gentilezza di chi aiuta senza chiedere nulla in cambio.

Ma, in quanto donna, viaggiatrice inesperta e autostoppista, scopre che le difficoltà e i pericoli che deve affrontare sono più imprevedibili di quanto avesse preventivato. C’è una realtà fuori dalla zona di comfort che è spesso taciuta perché scomoda e impopolare, oppure tutti i viaggiatori a tempo pieno vivono solo avventure da sogno?
È davvero un pregio essere determinati a viaggiare a ogni costo, oppure un’eccessiva resilienza può portare a conseguenze dall’impatto emotivo oltre il limite?

Cose da poco, insomma, che Diana si arroga il diritto di provare alle condizioni che sceglie e, perché no, anche di raccontare, rifiutandosi di cadere nello stereotipo dell’eroina impavida e coinvolgendo il lettore in un vortice di introspezione.

Ho il diritto di apparire fragile, volubile, di sbagliare, di arrabbiarmi, di essere stupida e irragionevole a voler partire anche se sono donna ed è pericoloso, perché è una scelta mia, e mia soltanto. So che mi capisci. Che una parte di te sa di cosa parlo e conosce il fuoco che ti brucia dentro per partire. Hai ragione: le emozioni del primo viaggio sono irripetibili, come ogni prima volta. Spero che, se anche un giorno dovessi accumulare tanti anni in viaggio, non dimenticherò come ci si sente a essere inesperti e a osservare tutto con gli occhi che brillano per la scoperta.

La complessità emotiva che può sommergere un’anima durante un viaggio è qualcosa di unico. Per questo motivo, Viaggio a ogni costo non è un semplice racconto: la realtà borderline descritta e la psicologia controversa dei personaggi fanno sì che il libro trascenda l’idea di reportage di viaggio, conferendogli il titolo di romanzo. È uno spaccato di vita reale a tutto tondo, un’autobiografia in cui l’autrice Vicina all’Eternità si racconta senza veli e la vita in viaggio viene sviscerata in tutte le sue implicazioni, da quelle più positive a quelle più negative, senza censure.

Diana Barbieri, fotografa e storyteller, è anche sui social con il nome Close to Eternity.

Titoli  di  coda

Nel  libro, all’inizio di ogni  capitolo, Diana introduce il titolo  di una canzone che fa da colonna sonora alle parole.

La playlist (su  Spotify premium) è disponibile attraverso un QR code all’inzio del libro.

Il brano Strange Machines è parte di  questa playlist

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Un oceano  di  quiete: questa è la libreria

Una Topolino per due scrittori in viaggio

Alla prossima! Ciao, ciao……♥♥

 

Pomposa, l’abbazia nel Delta del Po

Pomposa

Il nome di  Pomposa era giunto  glorioso fino  a noi ma come avvolto fra le nebbie delle leggenda perché la vecchia Abbazia avulsa per secoli dalla vita degli uomini, perduta nella immensa pianura padana e quasi irraggiungibile, sembrava l’eco  affievolita di una civiltà lontana, spersa nel  buio  del Medioevo

Tratto  da L’abbazia di  Pomposa di  Mario  Salvi

 Per visitare l’abbazia di  Pomposa

Pomposa
Abbazia di Pomposa (immagine tratta dalla pagina Cathopedia)

Sono certa che in rete, ma anche nelle biblioteche pubbliche (non dimentichiamole), troverete molto più di  quanto io possa scrivere sull’Abbazia di Pomposa per cui quelle poche parole  del  sottotitolo sono da intendersi  come l’invito a visitare quella che considero  essere tra le  più belle abbazie italiane.

Una visita all’Abbazia di  Pomposa potrebbe essere integrata con  quella della Riserva Naturale del  Gran Bosco  della Mesola integrata nel  Parco Delta del  Po, dato  che la distanza tra i  due luoghi  ne permette la visita in giornata (è meglio, comunque consultare gli orari di visita e i giorni  di  apertura per  entrambi i siti).

Per prenotare una visita e per altre informazioni  sull’Abbazia di Pomposa (anche di  natura gastronomica) è disponibile questa pagina

Cenni  storici e architettonici

Pomposa

 Quello  che segue è solo una piccola  cronologia della storia millenaria di Pomposa partita con l’insediamento di una prima comunità in quella che veniva chiamata l‘Insula Pomposiana tra il VI e il  VII secolo d.C. (il pdf è stato  generato partendo  dalla pagina di  Cathopedia relativa all’abbazia)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Galleria fotografica (©caterinAndemme)

Il libro in anteprima 

Chi meglio di Marcello  Simoni,  archeologo  e scrittore può accompagnarci in una visita nei  Misteri dell’abbazia di Pomposa?

Da un maestro del giallo storico, il racconto affascinante e mozzafiato della misteriosa abbazia di Pomposa.

Un saggio illustrato che si legge come un romanzo, in cui Marcello Simoni svela i segreti nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, una vera e propria Bibbia di pietra in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.

Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale. Un viaggio – illuminato dai disegni dell’autore – nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, rivelati dalla scrittura appassionante dell’autore italiano di thriller più tradotto al mondo.

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Bardi, un castello e il suo fantasma

Bardi

Se riandiamo con la mente alla storia passata dell’uomo, troviamo, tra le molte convinzioni religiose, una fede universale nell’esistenza di  fantasmi o esseri eterei che sono vicini  agli uomini  ed esercitano  su  di  essi un’influenza invisibile ma possente.

In genere si  crede che tali  esseri siano  spiriti  o anime dei  trapassati

Tratto  da Psicologia dei  fenomeni occulti di Carl Gustav Jung

Bardi vale una visita (ma non certo per i  fantasmi)

Eppure c’è chi ci  crede: d’altronde se vi  sono persone che vanno in giro a dire che la Terra è piatta, perché non dovrebbero  esserci  coloro che credono nelle manifestazioni di  esseri  spirituali o quelli che  volgarmente io  definisco  come  ammassi  ectoplasmatici?

Non me ne vogliano i  ghost hunters, i medium e quanti  come loro hanno una qualche dimestichezza con l’ultraterreno: io  ai  fantasmi non ci  credo!

Sennonché, se mi lasciate da sola in una casa isolata, nel  mezzo  di una foresta, allo scoccare della mezzanotte (magari  con l’ululato  dei lupi a fare da sfondo a una notte tempestosa)…….

Bardi
Panorama di Bardi da una finestra del castello

Arrivare a Bardi  dalla riviera ligure di  levante comporta l’affrontare di  almeno  un milione di  curve (vi  consiglio una piccola sosta a Bedonia, che incontreremo poco  prima almeno  per un caffè ristoratore): il castello ci  appare subito  dominante il borgo su uno sperone di  roccia alla confluenza dei  torrenti  Ceno e Noveglia.

Ci  sono  arrivata non tanto  spinta dalla curiosità per il  fatto  che tra le sue mura si  sarebbe manifestato il primo  caso  di  fantasma termico  in Italia (cosa sia un fantasma termico proprio  non lo so) ma, soprattutto, perché uno degli  autori tra quelli da me preferiti, cioè Paolo Rumiz, ne ha parlato  nel suo libro  La leggenda dei monti  naviganti, e tra le righe dedicate a Bardi ho letto  che il nome Bardi, secondo  una leggenda, deriverebbe da Barrio, l’ultimo  degli elefanti  al  seguito dell’esercito  di  Annibale durante la sua discesa verso  Roma, che qui morì: in sua memoria il condottiero cartaginese fondò una colonia a suo nome.

La storia del  castello in poche parole 

Bardi
Il castello di Bardi

Il castello venne venduto alla casata piacentina dei  Landi nella metà del  XIII secolo che ne fece il centro  del proprio potere per 425 anni.

I Landi, nella figura di  Ubertino Landi,  (famiglia ghibellina) acquistarono il maniero nel 1257 per 600 lire piacentine (immagino  una bella somma al cambio  attuale in euro).

Nel 1381 Gian Galeazzo  Visconti riconosce la signoria dei  Landi concedendone l’autonomia che, nel 1405, sarà totale: da quell’anno, per l’appunto, Bardi  diventerà la capitale dello Stato Landi  comprendendo i territori  del principato  di  Borgotaro, la contea di  Compiano e la baronia di Pieve di  Bedonia.

E’ nel XVI secolo, per volere dell’imperatore Carlo  V, che il marchesato  dei Landi  diventa un principato.

Tra il Cinquecento  e il Seicento la fortezza ha ormai  preso  le sembianze di una dimora signorile, questo  soprattutto per l’opera di Federico  Landi  e di  sua figlia Polissena.

Nel 1679, con la morte di Polissena, la dinastia dei  Landi  ha termine: il castello  verrà  venduto  ai Farnese, quindi passando di  mano  ai  Borbone e infine a Maria Luigia d’Austria.

In seguito divenne una prigione militare e, infine, nel 1868 ceduta al demanio.

Informazioni  per la visita al  castello

Il fantasma ha il nome di  Moroello

Secondo  la leggenda nel XV secolo  Moroello era il comandante delle truppe del castello  di  Bardi.

Di lui si  era innamorata Soleste figlia del  castellano che  la voleva  sposa a un feudatario con lo  scopo di un’alleanza e quindi ampliare i possedimenti  terrieri.

Moroello dovette partire per un’azione militare contro  i nemici  del  feudo promettendo alla sua amata di  sposarla al ritorno dalla guerra.

Soleste saliva sul mastio ogni  giorno  per vedere all’orizzonte il ritorno  del suo capitano, ma in uno di  essi vide da lontano  l’avvicinarsi di  soldati  che indossavano  la divisa e le insegne del  nemico: pensando che Moroello fosse stato  ucciso, non resistendo  al  dolore si  buttò giù dalla torre.

Moroello invece era vivo e aveva indossato i panni  dell’avversario  in segno  di  sfregio, una volta saputo  della fine del’amata pensò di  suicidarsi  a sua volta: da allora tra le mura del castello si  aggira il suo fantasma testimone del  dolore lungo dei secoli.

Se proprio  volete crederci….

Nel 1999 Michele Dinicastro  e Daniele Gullà, due parapsicologi bolognesi, attraverso una fotocamera termica ebbero l’occasione di  fotografare il fantasma…

Anteprima libro

Volendo  farmi  perdonare della mia incredulità verso i fenomeni paranormali, invito  coloro  che ci  credono  alla lettura dell’anteprima della Guida ai  fantasmi d’Italia della giornalista Anna Maria Ghedina.

Un excursus nel mondo dell’impalpabile.

Una guida ai fantasmi d’Italia, regione per regione, dove il lettore avrà modo di percorrere, portato per mano dalla nostra detective dell’occulto, un itinerario alla scoperta di quelle presenze che, secondo la tradizione, si manifestano dalla mezzanotte in poi.

Verremo a conoscenza non solo della storia degli antichi palazzi, testimonianza degli accadimenti che si sono verificati nel tempo nel nostro Paese, ma anche di quelle vicende non riportate dalle fonti ufficiali che hanno coinvolto nobili personaggi e non solo, lasciando all’interno di castelli, edifici e strade la loro invisibile presenza che racconta a chi ha l’avventura d’incrociarli storie d’amore, di guerra e di sangue: un tragico vissuto che li ha ancorati a quei luoghi per l’eternità.

Non certo, insomma, un freddo elenco di… morti, ma un intreccio di storie passionali, tradimenti e duelli, di nobildonne, principi e re, di gente comune ma anche di cagnolini, soldati, monaci e cardinali!

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Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Una Topolino per due scrittori in viaggio

Topolino

Se vai lento, ovunque tu  sia nella fascia temperata del  Globo,

le tue notti  si popoleranno di  grilli, belati,, fumo di legna, erbe aromatiche, stelle.

D’inverno, ti  addormenterai circondato di luce lunare fredda, odore di lana infeltrita e letame, tè bollenti  e sogni  caldi,

quelli  dove le persone hanno odore e sapore.

In una parola, la vita.

Tratto da La leggenda dei monti  naviganti  di  Paolo  Rumiz

Il lento viaggiare della Topolino (contro  l’arroganza dei  SUV)

Non mi  piacciono  affatto  quei  caterpillar travestiti  da automobile, come non mi piace l’arroganza della stragrande maggioranza di  chi  guida un SUV e cioè quei prepotenti (al 99 per cento uomini) che si incollano  al tuo parafango  posteriore come per dire che la strada è la loro e tu, misera automobilista che guida un’utilitaria (per giunta sei donna) occupi impunemente la corsia di  sorpasso.

A questo punto non posso  che pensare quanto  sia vera l’equazione per cui gli  attributi (quegli  attributi) di  questi  guidatori siano inversamente proporzionali alla dimensione del loro  mezzo.

Ma ritorniamo  alla simpatica Fiat Topolino.

Topolino
L’ingegnere della Fiat Dante Giacosa

Il signore ritratto nella fotografia è l’ingegnere Dante Giacosa che nel 1934 inventò la Topolino dopo  che Benito  Mussolini  aveva ordinato  alla Fiat di progettare per il popolo  un auto  il più possibilmente economica.

Dopo  qualche tentativo  infruttuoso  (i prototipi  andarono a fuoco durante il collaudo), Giacosa per il suo progetto  pensò di  ridurre pesi  e dotazioni della Balilla  per contenere i  costi  ma, allo  stesso, tempo, creare un automobile affidabile.

Topolino
La Fiat 500 “Topolino” coupé del 1936

Il prototipo fu  collaudato  nel  1934 dallo  stesso  Giacosa insieme ad Antonio Fessia dell’ufficio  progetti  della Fiat in un percorso  misto intorno  alla città  di  Torino per saggiarne le sospensioni e un tratto  autostradale dove la Topolino  raggiunse la velocità di 82 chilometri orari  (allora non c’erano  i SUV a chiedere strada)

Inizialmente le venne dato il nome di  Topolino in onore del personaggio  della Walt Disney ma,  siccome il regime era contrario  ad adottare nomi  stranieri (Louis Armstrong era diventato  Luigi  Fortebraccio), ben presto si  adottò  quello più prosaico  di  Fiat 500.

Il viaggio  lento  di  due scrittori

Ho  appena terminato  di (ri)leggere La leggenda dei monti  naviganti di Paolo  Rumiz: il libro è diviso in due parti  riferite al  viaggio  dello scrittore triestino attraverso  le due catene montuose del nostro Paese e cioè le Alpi e gli  Appennini.

Una Topolino coetanea di Nerina

E’  nella parte del viaggio  attraverso  gli  Appennini che Paolo  Rumiz si  avventura per  strade secondarie a bordo di  Nerina, una Topolino  dl 1953.

E’ un viaggio ovviamente  lento, ed è proprio  questa lentezza  che permette all’autore   l’incontro con le persone, il cibo  e gli odori dei luoghi  attraversati (nonché qualche imprevisto meccanico dovuto alla non più giovane età di  Nerina).

Paolo Rumiz e la European Spirit of Youth Orchestra ensemble in un incontro con il pubblico presso i Martiri della Benedicta nelle Capanne di Marcarolo (luglio 2017)

Verso  la fine del libro  Paolo  Rumiz rende omaggio a un altro  scrittore e viaggiatore che anni prima, nel 1953,  ha intrapreso un viaggio molto più lungo, attraversando i Balcani, la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, ma sempre a bordo di una Topolino.

Ci  ha messo  due anni Bouvier a fare quel  viaggio.

Se l’è presa comoda: ha passato un’estate a Belgrado, un inverno a Tabriz e un altro in Pakistan. Altri mondi.

Ciò nonostante, ho l’impressione di  fare la stessa esperienza, di  sentire gli  stessi odori.

Forse la percezione del mondo non dipende dai  luoghi, ma dall’andatura.

Paolo RumizLa leggenda dei monti  naviganti

Nicolas Bouvier (Grand -Lancy, 6 marzo 1929 – Ginevra, 17 febbraio 1998) è stato uno scrittore e giornalista svizzero, il diario  del  suo lungo  viaggio diventò il libro  La polvere del mondo.

Anteprima libri 

Se amate viaggiare, ma anche solo leggere libri  di  viaggio (impossibile a questo punto  che non siate anche amanti  del  viaggiare) ecco  l’anteprima dei due libri citati  nell’articolo.

Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola).

Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario.

E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela.

Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due libri, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione.

Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, figlio di una buona famiglia calvinista, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medioevale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino.

Nicolas Bouvier ha già effettuato dei brevi viaggi in Francia, Algeria o Jugoslavia, ma questa volta punta più lontano, verso la Turchia, l’Iran, Kabul e il confine con l’India. I sei mesi di viaggio successivi attraverso i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan, in compagnia dell’amico artista Thierry Vernet, danno vita a uno dei grandi capolavori del Ventesimo secolo.

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L’esploratrice di oggi è una donna di ieri: Ida Pfeiffer

Urban exploration: dove il mistero chiama

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

L’esploratrice di oggi è una donna di ieri: Ida Pfeiffer

Ida Pfeiffer

Il sesto  pianeta era dieci  volte più grande.

era abitato da un vecchio signore che scriveva degli  enormi libri.

Ecco un esploratore, esclamò quando  scorse il piccolo principe.

Il piccolo  principe si  sedette sul tavolo  ansimando un poco.

Era in viaggio da tanto  tempo.

Tratto  da Il Piccolo principe di Antoine de Saint – Exupéry⌋ 

Ida Laura  Pfeiffer etnografa, esploratrice e scrittrice di  viaggi  

 

Ida Pfeiffer
Ida Laura Pfeiffer (foto di Franz Hanfstaengl)

L’austera signora ritratta nella foto  è per l’appunto Ida Laura Pfeiffer (Vienna, 14 ottobre 1797 – Vienna, 27 ottobre 1858).

Nella sua carriera di  etnografa ed esploratrice, cosa che la portò anche a scrivere libri  di  viaggi che ebbero molto  successo, percorse più di  trentaduemila chilometri via terra e otto  volte di più via mare attraverso il Sud – est  asiatico, le Americhe, il Medio  Oriente e l’Africa.

Grande era la considerazione che conquistò in questa veste  che le società geografiche di  Berlino  e Parigi la vollero tra i loro  membri, non la Royal Geographical Society  che aprì la possibilità anche per le donne di aderirvi  solo nel 1913 (il solito  maschilismo…)

Devo  confessare la mia totale ignoranza a riguardo  della sua figura: solo leggendo  tra le righe del libro di  Henry David Thoreau Walden ovvero Vita nei  boschi* ne sono  venuta a conoscenza.

Il filosofo  statunitense comunque non  si è  sprecato nel  descriverne la vita della sua contemporanea, tanto da dedicarle solo poche righe del  suo  libro:

Quando  la signora Pfeiffer nei  suoi  avventurosi  viaggi intorno  al mondo giunse nella Russia asiatica, non lontano  da casa sua, dice di aver provato  la necessità di indossare un altro  abito e lasciare quello  da viaggio quando  fece visita alle autorità, perché era tornata in un Paese civile dove gli uomini vengono  giudicati dai  loro  vestiti

Che lei abbia provato  o meno la necessità di  cambiarsi  d’abito per far visita alle autorità potrebbe essere un’ipotesi veritiera, certo è il fatto  che da piccola lei  amasse vestirsi  da maschiaccio e praticare sport ed esercizi fisici non propriamente femminili  considerando  anche l’epoca in cui  viveva.

Questa sua particolare inclinazione trovò nel padre, Aloys Reyer un ricco produttore tessile, un forte sostenitore tanto  che la incoraggiò a seguire la stessa educazione dei  suoi  fratelli (cinque fratelli  e una sorella minore).

Purtroppo  alla morte del padre, avvenuta nel 1806 quando lei aveva appena nove anni, la madre Anna la ricondusse al cliché di un’educazione  più femminile: basta con gli  abiti maschili  e sport virili ma, al loro  posto,  crinoline e lezioni  di piano.

Il primo maggio 1820 sposò l’avvocato Mark Anton Pfeiffer di  Lemberg (l’attuale Leopoli in Ucraina) più vecchio  di lei  di ventiquattro  anni, vedovo  e con un figlio a carico.

Da questo  matrimonio  nacquero due figli  e cioè Alfred nel 1821 e Oscar tre anni dopo.

Ben presto l’avvocato  Pfeiffer, dopo  aver scoperto  e denunciato  la corruzione di  alti  funzionari governativi, venne costretto a dare le dimissioni trovandosi  nella situazione di non avere più un impiego: toccò alla moglie Ida provvedere al mantenimento  della famiglia con lezioni  di  disegno  e musica e prestiti di  denaro  da parte dei  fratelli.

Questa precaria situazione economica si  risolve quando  lei, alla morte della madre avvenuta nel 1831, eredita una cospicua somma che le consente una vita agiata a Vienna con  i suoi  due figli, mentre il  marito rimane a Lemberg (divorzio?).

La seconda vita di  Ida

A questo punto finalmente lei potrà dedicarsi  a quello che ha sempre sognato  di  fare e cioè viaggiare.

Nel 1842 viaggia lungo il Danubio per arrivare poi  a Istanbul e continuare verso Gerusalemme, non prima di  essersi  fermata a Gallipoli, Smirne, Rodi, Cipro, Beirut e Giaffa.

Una volta ritornata a Beirut, sempre nello  stesso  anno, si imbarca verso  l’Egitto visitando Alessandria, il Cairo e le sponde del Mar Rosso, ed è sulla strada del  ritorno che  avrà l’occasione di  fermarsi  a Roma.

Durante i  suoi  soggiorni  ebbe l’occasione di incontrare personaggi  quali il pittore paesaggista Hubert Sattler, quello britannico William Henry Bartlett, il botanico (nonchè conte) Friedrich von Berchtold.

Traduce le sue esperienze di  viaggio in libri che, come nel  caso di  quello pubblicato nel 1844 Il viaggio  di una donna di  Vienna in Terra Santa, diventano  dei  best seller  tradotti anche in altre lingue e pubblicati  oltre che in Europa anche negli  Stati Uniti.  e dei quali introiti  le permetteranno  di progettare altri viaggi.

I guadagni ottenuti  dai  suoi  libri  le permetteranno di preparare altri  viaggi  e infatti il 10 aprile 1845 da Vienna arriverà a Copenaghen (nel  frattempo  ha imparato  anche la lingua danese oltre che l’inglese), all’incirca un mese dopo si imbarca per raggiungere Hafnarfjörõur sulla costa sud – occidentale dell’Islanda e, cavalcando, si sposta fino  a Reykjavik per poi visitare l’ area geotermica di Krýsuvík.

Nel  suo  curriculum di  viaggiatrice  non poteva mancare la scalata al  vulcano Hekla ritenuto  nel  medioevo islandese la Porta dell’Inferno.

Ritornata in Danimarca proseguirà verso la Svezia e la Norvegia.

Appena il tempo  di  ritornare a Vienna che già nel 1846 iniziò il viaggio  verso il resto del mondo: le mete furono il Brasile, il Cile, Tahiti, Cina, India, Persia, il tutto durò quasi  due anni e nel 1850 pubblicò i tre volumi intitolati  Un viaggio intorno  al mondo

Soldi, soldi, soldi….

Ovviamente scrivere libri  e venderli può aiutare molto i progetti  di un’accanita viaggiatrice qual era Ida Pfeiffer, ma non erano  sufficienti.

Per questo motivo  si  trovò a dover vendere ricordi  dei suoi  viaggi al  Museo reale di  Vienna e, come gli  scrittori  di oggi, fare delle tournée per pubblicizzare i propri  libri: e proprio  a Berlino, oltre a un pubblico  entusiasta,  incontrerà colui  che per lei rimaneva un modello  da seguire fin dagli anni  giovanili  e cioè Alexander von Humboltd

Per concludere

Potrei  ancora scrivere molto  sui  viaggi  di  Ida Pfeiffer, ma sarebbe un lungo  elenco  di  altri luoghi da lei  visitati, dagli Stati Uniti al Madagascar suo  ultimo viaggio,  e quello  di incontri con personaggi  appartenenti  al mondo  accademico, quello  dei (cosiddetti) nobili, qualche militare, scrittori e avventurieri.

In effetti  quello  che più mi premeva descrivere non è tanto la vita avventurosa di una donna appartenente a un’altra epoca, ma della  caparbietà nel  seguire la natura insita nel proprio  essere.

Possiamo essere avventuriere o casalinghe, ma questo  rimane l’unica maniera per avere  una vita più che soddisfacente (non reprimiamo  i nostri  desideri, ragazze).

Il libro in anteprima 

Non mi risulta che l’editoria italiana abbia dedicato molto  spazio  ai  libri  di  Ida Pfeiffer, per cui ho  trovato l’anteprima del  suo  resoconto  del  viaggio in Scandinavia e Norvegia in inglese (un po’ di ripasso non fa mai  male)

ALTRI SCRITTI

*Troverete l’anteprima di  Walden ovvero  Vita nei  Boschi  di H.D. Thoreau in questo mio  articolo:

Natura selvaggia? Si, forse, non lo so…

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta