L’Arca dell’Alleanza tra mito e mito

Arca

Bezaleel fece l’arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza.

La rivestì d’oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d’oro.

Fuse per essa quattro anelli d’oro e li fissò ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro.

Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d’oro.

Introdusse le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca.

Fece il coperchio d’oro puro: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza.

Fece due cherubini d’oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio:  un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità.

Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità.

I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio.

Esodo 37, 1-9 ⌋ 

L’Arca perduta: dalla storia a Indiana Jones

Aspettando  che Indiana Jones riviva nel quinto  episodio  della saga (dovrebbe uscire nelle sale nel 2022), con Harrison Ford ormai  prossimo  alla pensione, se non come attore almeno nel suo  alter ego di archeologo considerando i suoi  settantotto  anni  di  età,  rivediamolo  in una delle scene più divertenti  del film I predatori  dell’Arca perduta (sembra che all’epoca, dovendo  girare quella scena e soffrendo  di  dissenteria, lo stesso  Harrison Ford abbia suggerito  a Spielberg la rapidità dell’azione evitando il duello con l’energumeno  armato  di  scimitarra).

Che l’Arca dell’Alleanza sia ormai  perduta tra le pagine della storia e quelle del mito (se non proprio  quelle delle leggende) è ormai risaputo e varie sono  le ipotesi  della sua fine.

Tra quelle più plausibili e che essa, essendo in parte costruita in legno, sia andata perduta in uno dei  tanti incendi  che funestavano le città di allora.

Altra ipotesi, anche questa credibile,  che il manufatto era stato  costruito  con parti  d’oro e che queste siano  state preda degli  eserciti che più volte hanno  saccheggiato il Tempio di  Salomone.

Storicamente si pensa che l’Arca sia stata rubata durante il saccheggio  del  Tempio tra il 797 e il 767 a.C.,  ad opera di  Ioas, re dell’antico  regno  settentrionale di  Israele (Samaria) con capitale Sichem, e lì nascosta, sennonché, dopo  la distruzione del  regno  del  Nord da parte degli  Assiri, l’Arca potrebbe essere stata portata in un qualsiasi  punto del  Medio Oriente.

Ma l’Arca potrebbe anche essere stata trafugata in Babilonia nel 597 (588?) a.C. quando  Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme saccheggiando il Tempio: ma nell’elenco  del materiale trafugato  dai  babilonesi  non compare l’Arca per cui  è lecito pensare che essa venne trafugata ancora prima dell’invasione babilonese.

A questo punto, un po’ come avviene per la ricerca del Santo  Graal (ancora una volta è Indiana Jones a scoprire dove era celato il sacro manufatto), la fantasia ha creato  diversi  nascondigli  per l’Arca dell’Alleanza: a Roma, ad esempio, riposta nella Basilica di San Giovanni Laterano secondo un testo  del 1480 scritto  dal  diplomatico  Santo  Brasca che fa risalire il tutto  a quando gli oggetti  sacri  del  Tempio furono recuperati (sarebbe meglio  dire trafugati) da Vespasiano  e Tito.

A smentire l’affermazione di Santo  Brasca è Flavio Giuseppe che nella sua opera Guerra giudaica, citando gli oggetti  sacri  portati  a Roma, non  menziona l’Arca, cosa già vista precedentemente con quello  che è accaduto durante il saccheggio  babilonese.

Trascuro il fatto  che l’Arca sia nascosta nello Zimbabwe, ipotesi del professore Tudor Partiff docente della School  of Oriental  and African Studies di  Londra, che dice che l’Arca è nascosta nelle leggendarie miniere di Salomone (a saperlo Indiana si risparmiava la fatica di  andare in Egitto)

Infine, citando il secondo  libro dei  Maccabei (2, 1-8), testo  appartenente al  canone biblico cattolico  e ortodosso ma escluso  da quello ebraico e protestante, si  racconta che alla fine del VII secolo  a.C. fu il profeta Geremia a sottrarre l’Arca dalla distruzione portandola via da Gerusalemme per nasconderla in una grotta del monte Nebo.

L’Arca ha la sua regina: quella di Saba

Arca
La Regina di Saba (illustrazione per il Vecchio Testamento)

La mitica regina di  Saba (che la tradizione etiope chaima Machedà) volle incontrare il re Salomone, noto per la sua saggezza, per chiedergli  dei  consigli.

Questo ipotetico incontrò generò nel VI secolo d.C. una leggenda abissina (tratta da quella più antica copta) codificata tra il 1314 e 1322 da Yeshaq, notabile di  Axum:

Salomone invaghitosi dalla bellezza di Macheda la inebriò con droghe abusando  di lei e di una sua schiava. In seguito le due donne furono rese libere di  ritornare nel loro paese.

Da questa disavventura Machedà ebbe un figlio, Menelik I, capostipite della dinastia dei Salomonidi (di  cui Hailè Selassiè fu l’ultimo esponente), mentre la schiava diede alla luce Zagàn che si  dice essere il capostipite di valorosi  guerrieri.

Menelik I, raggiunto  la maggiore età, chiese alla madre il nome di  suo padre e, quindi, decise di  andare a trovare Salomone.

Questi ne fu contento  tanto  da dare a Menelik la possibilità di  vivere a corte poi, una volta che il giovane decise di  ritornare da sua madre, Salomone lo riempì di  doni:  tra questi, quello più prezioso, era appunto  l’Arca dell’Alleanza  con le Tavole della Legge affinché diffondesse la parole di  Dio  anche tra il suo popolo⌋   

Un altra leggenda dice che la cattedrale di Santa Maria di  Sion,  ad Axum venne costruita con l’oro  piovuto  dal  cielo, offerto  da Dio  per ospitare l’Arca ricevuta in dono  da Menelik I.

Quando l’Islam minacciò il regno  di  Axum, i cristiani  si  rifugiarono  tra le montagne nei pressi  di Lalibela: qui  si  trovano  undici  chiese rupestri ben  nascoste: in ognuna di  esse venne costruita un sacrario dove, per confondere i predatori, si  diceva essere custodita l’Arca.

Da allora tutte le chiese etiope hanno un sacrario con un parallelepipedo coperto  di  stoffe (manbar) che sostiene a sua volta una scatola di legno  dorato: il tabot o Arca dell’Alleanza.

Noi,  che abbiamo  visto  I predatori  dell’Arca Perduta sappiamo  che il vero  nascondiglio è in un caveau blindato del Pentagono,  negli  Stati Uniti (ma non diciamolo  a Donald Trump). 

Il libro in anteprima

Non sempre i libri  che inserisco in anteprima trovano in me un’appassionata sostenitrice, ma penso  che sia più importante che sia la lettrice (e spero  anche qualche lettore) a decidere cosa sia degno  di nota,  o meno, nel leggere.

Quindi  traetene da soli il giudizio del libro L’Arca dell’Alleanza. Il Tabernacolo di  Dio: cronaca di una scoperta, scritto  dall’architetto Giuseppe Claudio Infranca  

L’Autore, architetto al seguito di una missione archeologica e di restauro al Parco delle Stele di Axum (Etiopia) del CNR, per pura casualità viene invitato dal Clero locale a visitare il Santuario di Santa Maria di Sion, gravemente danneggiato nella copertura dai bombardamenti della guerra civile etiope.

In quella breve visita riesce a penetrare furtivamente all’interno del Sancta Sanctorum, scoprendo la presenza della biblica Arca dell’Alleanza.

Rimane sorpreso dalla scoperta, riesce a scattare una foto e nel frattempo, viene colpito da strani ronzii alle orecchie.

Per anni, riesce a celare l’incredibile vicenda, di cui è stato protagonista, quando un giorno apprende la notizia che due israeliani, un uomo ed una donna, facenti parti di reparti speciali d’Israele, sono penetrati furtivamente nello stesso luogo, dove Lui aveva ammirato l’Arca dell’Alleanza, e ne rilevavano l’importate scoperta al mondo.

Da allora gli è chiaro il valore di quanto visto ed inizia a studiare per comprendere come l’Arca dell’Alleanza fosse giunta fino in Etiopia da Gerusalemme. Dopo anni ed anni di ricerche e studi riesce a ricostruire la storia e il lungo viaggio percorso dall’Arca dell’Alleanza dall’antica Palestina alla lontana Axum.

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Nove ottobre

 

Perché mai  è così tragica la vita: così simile a una striscia di  marciapiede che costeggia un abisso.

 Virginia Woolf – Diario  di  una scrittrice – ⌋ 

Quel 9 ottobre di  cinquantasette anni  fa

Potrei interpretare la parte di colei  che ricorda una storia tragica del  nostro  Paese, ma la verità è che non mi ricordavo  affatto di  quello  che è accaduto il 9 ottobre 1963, ed è solo per un caso che mi sono imbattuta nel  video  seguente tratto dall’opera teatrale di  Marco  Paolini:

   Il Disastro  del  Vajont.

E’anche vero  che potrei  dire a mia discolpa che non ho  dimenticato  la tragedia ma solo  che, per l’appunto, oggi è il suo (tragico) anniversario.

Duecentosessanta milioni di  metri  cubi  di  roccia quel  giorno  si  staccarono  dal monte Toc, una montagna alta 1.921 metri nelle prealpi Bellunesi nel confine tra le province di  Belluno e Pordenone, precipitando nel  bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont e causando un’onda gigantesca che si  abbatté prima sui  paesi  di  Erto e Casso  fino  ad arrivare poi a Longarone: i morti  furono millenovecentodiciassette.

Marco Paolini nel  suo monologo  teatrale Il racconto del  Vajont  fece un rapido  calcolo  per dare la misura di  quanto  franò dalla montagna: Per rimuovere la frana staccatasi  dal monte Toc, ci  vorrebbero mille camion al giorno al lavoro, per tutti i giorni, per sette secoli.

Tina Merlin già nel 1959 denunciò attraverso una serie di  articoli  la pericolosità di  quanto  si  stava costruendo: venne denunciata con l’accusa di  diffusione di notizie false e tendenziose.

Nel 2008, durante l’Anno Internazionale del Pianeta Terra, la tragedia del  Vajont fu indicata come esempio  di disastro  evitabile causato  dall’errore umano nel  non comprendere la natura del problema che si  stava affrontando.

Il libro in anteprima 

Fu come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 duemila persone e un intero paese furono cancellati per sempre.

Più di quarant’anni sono passati e il ricordo dei morti è ancora sospeso sulla valle. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l’ha vissuto.

Come Mauro Corona, lo scrittore-alpinista di Erto; e come i personaggi di questo testo inedito.

All’osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l’altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, sui chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti.

E soprattutto il ritratto di un piccolo popolo pieno di inestinguibile dolore, ma mai vinto.

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Fabbriche di Carregine si mostra (nel 2021)

Fabbriche di Carregine

Per costruire la tale diga è stato  sommerso un villaggio, ma gli uccelli migratori, che ancora se lo  ricordano, all’arrivo  della stagione si  recano lì, e sorvolano il lago  dove un tempo  era il villaggio, in tondo in tondo, infinite volte…

Tratto  da Norwegian Wood (Tokio  Blues) di Haruki Murakami

 A Fabbriche di  Carregine non si  odono rumori  di  catene e gelidi  sospiri….

Fabbriche di Carregine
Fabbriche di Carregine ( per meglio dire ciò che ne rimane)

Si, è vero: i fantasmi  non si  manifestano in questo luogo, sennonché,  gli  scheletri  delle case che puntualmente riemergono  ad ogni  svuotamento  del  bacino  del Lago  di  Vagli, ne farebbero il set ideale per storie spettrali, un po’ come è accaduto per Curon nella serie televisiva  omonima targata Netflix .

Quello che accomuna i  due siti riguarda anche  la storia italiana degli  anni ’50,  quando la necessità di  costruire grandi  dighe per la produzione di  energia idroelettrica ad uso industriale richiese il sacrificio  di interi paesi sommersi  dalle acque del  bacino.

Info – point e galleria fotografica

Nei piani  di  manutenzione dell’ENEL, proprietaria dell’impianto idroelettrico, ogni  dieci  anni  anni il bacino  doveva essere svuotato per manutenzione.

L’ultima operazione di  svuotamento  del  bacino, e cioè quando il paese di Fabbriche di  Carregine è ritornato  visibile, è stato  nel 1994.

Nel 2021, presumibilmente in primavera, si  avrà il rinnovo  di  quello  che in fondo  rimane uno spettacolo per migliaia di  visitatori.

Fabbriche_di_Careggine

 

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Il libro in anteprima

Ho iniziato l’articolo citando una frase presa dal libro  Norwegian Wood di Haruki Murakami, quindi  mi sembra più che giusto pubblicare l’anteprima del  romanzo.

Uno dei piú clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro piú intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine.

Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli altri per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito.

Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere.

O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

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Jean Ross la Sally Bowles di Isherwood

Jean Ross

Money makes the world go around
…the world go around
…the world go around.
Money makes the world go around
It makes the world go ‘round…

Dal  film Cabaret (1972)

Sally la diva del  Kit Kat Club

 

In realtà esiste un Kit Kat Club  a Berlino, fondato nel 1994 dal  regista austriaco  di  film porno Simon Thaur,  offre serate di intrattenimento molto trasgressive e del  tutto   diverse da quelle offerte da un circolo  di  bridge (senza nulla togliere agli appassionati di  giochi  di  carte).

Tralasciando la  realtà delle notti  berlinesi (ma sembra che il Kit Kat Club stia per chiudere) esiste nella finzione cinematografica un’altro  club omonimo e sempre a Berlino: quello in cui  si  esibiva Sally Bowles, l’eroina di  Addio  a Berlino dello  scrittore inglese Christopher Isherwood , pagine che ispirarono nel 1972 il regista Bob Fosse per la sua pellicola pluripremiata Cabaret con Liza Minnelli come interprete principale.

Jean Ross che ispirò Christopher a creare Sally

Jean Ross
Jean Ross ventenne (1931)

Lei  è Jean Iris Ross Cockburn (Alessandria d’Egitto, 7 maggio 1911 – Londra 27 aprile 1973) scrittrice, attivista politica, critica cinematografica.

Ma anche corrispondente di  guerra per il Daily Express durante la guerra civile spagnola (1936 -1939) e addetto  stampa per il Comintern  o Terza internazionale dei partiti  comunisti (lei  stessa fu  fino alla fine della sua vita membro  del partito  comunista inglese).

Durante la sua giovinezza a Berlino, nel periodo della Repubblica di  Weimar, si  esibì come cantante di  cabaret e modella: è ovvio  che, vista la giovinezza e l’ambiente frizzante dei palcoscenici, rimediò diversi  amori e da qui l’ispirazione di Christopher Isherwood per creare il personaggio di  Sally Bowles.

I due si  erano  conosciuti a Berlino nell’inverno  del 1931 condividendo un modesto appartamento ( si  dice, ma questo è gossip  d’antan, che Isherwood si  era trasferito  a Berlino richiamato dalla vita notturna gay della metropoli).

Ross e Christopher divennero  comunque amici (sebbene il  rapporto  a volte non fu propriamente amichevole), e lei  stessa divenne, per la sua forte carica sessuale, una specie di  musa ispiratrice da mitizzare per gli  amici  gay  dello  scrittore.

Forse invidioso di  ciò (ma questo  lo scrivo io) Isherwood così descrive una performance di Jean Ross sul palco  di un cabaret:

Aveva una voce roca e sorprendentemente profonda, ma cantava male, senza alcuna espressione, le mani  penzoloni lungo i fianchi, eppure la sua interpretazione era capace, nel non curarsi  di ciò che si potesse pensare di lei, efficace tale da attirare il pubblico ⌋    

Partendo da questo poco  lusinghiero  giudizio   Christopher Isherwood inventò Sally Bowles (Bowles era il cognome dello  scrittore gay americano Paul Bowles, amico  di  entrambi).

Anteprima del libro Addio a Berlino (in inglese)

Jean Ross

«Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto» dichiara l’alter ego di Christopher Isherwood arrivando nell’autunno del 1930 a Berlino.

Un obiettivo – si può aggiungere – inesorabile, attraverso il quale partecipiamo come dal vivo ai suoi incontri nel cuore pulsante di una Repubblica di Weimar che si avvia al suo fosco tramonto: da un’eccentrica, anziana affittacamere alla sensuale Sally Bowles, aspirante attrice un po’ svampita, a Otto, ombroso proletario diciassettenne, a Natalia Landauer, rampolla di una colta famiglia ebrea dell’alta società.

Tra cabaret e caffè, tra case signorili e squallide pensioni, tra il puzzo delle cucine e quello delle latrine, tra file per il pane e le manifestazioni di piazza, tra crisi economica e cupa euforia, Isherwood mette in scena «la prova generale di una catastrofe» e ci fa assistere alla irresistibile ascesa del nazismo.

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Lo spionaggio ha il cuore di una donna

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⌈  State sicuri che saprò morire senza paura.

Farò quella che si  chiama una bella morte

Frase pronunciata da Mata Hari  dopo   la notizia della sua condanna a morte

Mata Hari  e le altre : le spie al femminile 

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Mata Hari

Se la vicenda di  Mata Hari e il suo tragico  epilogo, racchiuso in quell’accettazione della  ineluttabile  morte davanti a un plotone di  esecuzione, potrà essere considerata come un capitolo fondamentale della storia dello  spionaggio  al  femminile, non sempre tali  vicende hanno un finale drammatico.

E non sempre sono  storie di  ieri.

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Anna Vasil’evna Kuščenko

Prendete a esempio  la vicenda di Anna Chapman: Anna Vasil’evna Kuščenko (Volgograd, 23 febbraio 1982) apparteneva alla Illegals Program, rete russa di  spie dormienti, arrestata a New York insieme ad altri  nove agenti il 27 giugno  2010 dopo  una soffiata  di Sergei  Kripal ex agente russo il quale passava informazioni  all’ MI6 cioè il Servizio  segreto di  Sua Maestà (e di  James Bond) .

Inutile aggiungere che Kripal in seguito  ha fatto una brutta fine.

Tutt’altra storia per  la bella Anna Chapman (e molto diversa da quella della povera Mata Hari): ritornata in Russia dopo uno scambio di prigionieri avvenuto quasi  un mese dopo il suo  arresto, è diventata una celebrità di Instagram con più di  600.000 follower (più o  meno  quelli  che avrò io  fra un diecimila anni…lo dico  così andate a guardare anche il mio  profilo), conduttrice televisiva di  successo e modella (nonchè mamma..auguri).

Tra Mata (Hari) e Anna (Chapman) le donne spie sono  numerose, tra le quali  anche Joséphine Baker...ma questa, semmai, sarà un’altra storia che racconterò.

Invece vi parlerò di una contessa polacca, bellissima e coraggiosa, prima donna ad essere ammessa nel servizio  segreto  britannico  durante la Seconda guerra mondiale:

Christine Granville, una biografia in poche righe 

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Christine Granville (Krystyna Skarbek) nel 1942

Maria Krystyna Janina Skarbek questo era il suo  vero nome (Varsavia, 1 maggio 1908 – Londra 15 giugno 1952) era la figlia del  conte Jerzy Skarbek e della madre Stefania Goldfeder il cui  padre era un banchiere.

L’agiatezza della famiglia incominciò a vacillare già dagli  anni ’20, poi, alla morte del conte Skarbek, avvenuta nel 1930 quando  Christine aveva 22 anni, il crollo economico  della famiglia divenne tale che lei, per aiutare sua madre, iniziò  a lavorare presso una concessionaria della Fiat.

Presto, però, questo lavoro  le causò un’infezione ai polmoni  dovuto ai  fumi  delle auto, ricevette dalla compagnia assicuratrice della società un risarcimento  e seguì alla lettera il consiglio  dei  medici, cioè di  fare una vita il più possibile all’aria aperta che la portò sui  monti  Tatra  nella Polonia meridionale diventando una sciatrice esperta.

Sempre nel 1930 si  classificò al  secondo posto nella seconda edizione del  concorso di  bellezza Miss Polonia (per la cronaca il primo posto  se lo  aggiudicò la modella e attrice Zofia Batycka che l’anno  successivo  vinse anche il titolo  di  Miss Paramount 1931)

Tra sciate e partecipazioni a concorsi  di bellezza, Christine trovò anche il tempo  per sposarsi il 21 aprile 1930 con il giovane uomo d’affari Gustaw Gettlich: il matrimonio  durò quel  tanto per far comprendere ai  due di  essere incompatibili e, quindi,  che il divorzio  era la soluzione più adatta per entrambi.

Otto  anni  dopo  un amore più duraturo sbocciò quando, sempre su  di una pista da sci, un gigante la salvò da una caduta che poteva avere tragiche conseguenze, l’uomo si chiamava Jerzy Gizycki.

La storia dice che Jerzy Gizycki aveva un carattere lunatico  e irascibile, ma allo stesso  tempo  molto  brillante. La sua famiglia era molto  ricca ma lui, a 14 anni era scappato  di  casa per andare a lavorare come cowboy e cercatore d’oro  negli  Stati  Uniti (sinceramente non credo  neanche un po’ a questa parte della storia),  diventando, in seguito, autore di libri  di  viaggio.

Comunque Christine e Jerzy  si  sposarono a Varsavia il 2 novembre 1938 quando lui  accettò un incarico  diplomatico in Etiopia fino a settembre 1939, quando  la Germania invase la Polonia.

Christine diventa agente segreto

Allo  scoppio della Seconda guerra mondiale la coppia fugge a Londra: qui Christine è impaziente di  offrire i  suoi  servigi nella lotta contro il nazismo: il giornalista Frederick Augustus Voigt la introduce negli  ambienti  del SIS (Secret Intelligence Service) dove lei  farà un’ottima impressione tanto  da essere inquadrata tra gli  agenti del  servizio  segreto.

Nel dicembre 1939 viene inviata a Budapest con la copertura di  giornalista: questo la faciliterà negli  spostamenti a Varsavia dove convince Jan Marusarz (fratello  del  campione olimpionico  di  sci nordico Stanislaw Marusarz) a scortarla sui  Monti  Tatra innevati per  spiare i movimenti delle truppe naziste

A Varsavia lei  tentò inutilmente di  convincere sua madre Stefania a fuggire dalla Polonia, ma la donna era determinata a rimanervi. Purtroppo per lei  nel gennaio  del 1942 venne arrestata perché ebrea e condotta nella prigione di  Varsavia di Pawiak: la stessa che fu  progettata nel XIX secolo dal prozio Fryderyk Skarbek

Ritornata in Ungheria incontrerà l’ufficiale dell’esercito polacco Andrzei Kowerski per organizzare un servizio  di  corrieri polacchi  con il compito di  trasmettere rapporti  di intelligence tra Varsavia e Budapest.

La Gestapo  ha però messo  gli occhi  su  di loro: dietro il paravento  della polizia ungherese li  fa arrestare per interrogarli, qui lo spirito  d’iniziativa di  Christine le suggerisce di mordersi  la lingua a sangue per simulare una tubercolosi in fase terminale, cosa che ingannerà il medico  chiamato  per la diagnosi.

La polizia ungherese rilascerà Christine e il suo  compagno ma la Gestapo li farà ugualmente pedinare.

l’ambasciatore britannico  in Ungheria Owen O’Malley insieme a sua moglie, la scrittrice Ann Bridge, si impegnarono  per far fuggire i  due dall’Ungheria rilasciando  loro  dei passaporti  falsi: Kowerski divenne Anthony  Kennedy e Krystyna Skarbek divenne Christine Granville, il nome che usò per il resto  della sua vita.

  Nel 1941, a Sofia in Bulgaria, la coppia riceve da un’organizzazione clandestina polacca un microfilm con le fotografie di  grossi movimenti dell’esercito  tedesco  ai confini  con la Russia: è il preambolo all’Operazione Barbarossa cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.

il microfilm venne consegnato  da prima a Winston Churchill e quindi  a Stalin il quale, però, non ne volle tenere conto giudicando il documento inattendibile.

Il 22 giugno  1841 le truppe tedesche oltrepassarono il confine russo ⌋ 

Il tragico  epilogo  di una vita avventurosa 

Potrei  continuare a scrivere ancora molto  sulla vita si  Christine Granville, delle sue missioni in Francia e dei pericoli  che ha dovuto  affrontare per liberare uomini prigionieri  dei  tedeschi  e delle sue missioni  di  sabotaggio  (anche in Italia ha dei contatto  con i partigiani).

Potrei  anche scrivere dei  suoi  amori  durante queste missioni (suo  marito  Jerzy malvolentieri le concesse il divorzio quando  capì che tra loro tutto  era finito).

Potrei, ma diventerebbe una copia di  quanto  è già stato  scritto  e che è facilmente reperibile in rete.

Voglio    solo  aggiungere che Ian Fleming, suo  presunto  amante,  si  ispirò a lei  per tratteggiare le figure (un po’  passive) delle bond girl dei  suoi  romanzi e che Hollywood sta pensando  a un film a lei  dedicato  (magari  con Angelina Jolie come protagonista nei  panni di  Christine Granville).

Alla fine della guerra Christine è senza lavoro, nonostante sia stata insignita della George Medal e della Croce di  Guerra francese.

In seguito  troverà un’occupazione come hostess sulle navi  in partenza verso  la Nuova Zelanda e il Sud Africa.

Durante uno di  questi  viaggi  conoscerà Dennis Muldowney che si innamorerà perdutamente di lei.

Ma non è un amore corrisposto in quanto  Christine si  accorgerà subito  che l’uomo  è molto invadente e che la segue dappertutto (oggi  si  direbbe uno  stalker), e poi  lei è in procinto  di  sposare  Andrzei Kowerski  che l’aspetta in Belgio.

La sera prima della partenza, nel  suo  albergo  a Londra,  Christine incontrerà Dennis Muldowney il quale, dopo l’ennesimo  rifiuto, estrae un coltello uccidendola a pugnalate.

era il 15 giugno 1952, Christine Granville aveva quarantaquattro  anni.

Il libro  in anteprima 

Come ho  già scritto in rete si possono  trovare molte notizie sulla vita di  Christine Granville ma, meglio  di  chiunque altro, è la giornalista del Telegraph Clare Mulley a riportarne la vita in un libro  che si  legge come un romanzo ma che è pura realtà: La spia che amava 

 

Nel ripostiglio di un albergo, a Londra, viene ritrovato un vecchio baule contenente vestiti femminili insieme a lettere, medaglie al valore e al pugnale del SIS, il servizio segreto britannico in tempo di guerra.

La cosa più incredibile di questo libro è che nulla è inventato.

Clare Mulley ricostruisce accuratamente la vita di una persona difficile da definire che merita di essere conosciuta.

La preferita di Churchill tra le spie, motivo per cui la figlia Sarah Churchill ne ha interpretato il ruolo in un film degli anni ’50 mai divulgato. I diritti cinematografici di questo libro sono stati acquisiti dagli Universal Studios, che hanno proposto ad Angelina Jolie il ruolo di protagonista.

Si può essere al contempo:- cresciuti in un castello in Polonia da padre aristocratico e madre ebrea, figlia di un ricco banchiere? Dipendenti in un’officina-concessionaria Fiat? La preferita di Churchill tra gli agenti segreti al servizio della corona britannica durante la guerra? Cameriera immigrata a Londra, non come copertura ma per sbarcare il lunario? Essere  ritratti in Casino Royale insieme a James Bond, ispirando la prima Bond girl? In lizza per il concorso di Miss Polonia? Avvezzi a una vita tra gli agi e i lussi, e allo scoppio della guerra abbandonare l’Africa coloniale per dare una svolta al corso della storia?E molto, molto altro ancora…?

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Baccalà, stoccafisso e un naufragio provvidenziale

baccalà

Un pesciolino rosso a un altro: <<Io non credo in Dio>>

L’altro  risponde: <<Nemmeno io, ma chi  altro  pulirebbe la nostra boccia?>>.

 Wiet van Broeckhoven (presentatore e scrittore radiofonico  belga)

Baccalà e stoccafisso  sono la stessa cosa?

 

Baccalà
merluzzi

Dal punto  di  vista del  fornitore (suo  malgrado) delle carni no perché è dal merluzzo (gadus morhua) da cui si  ricava la materia prima per preparare prelibatezze culinarie (a proposito; alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per il Baccalà alla napoletana).

La differenza è tutta nella conservazione, in quanto il baccalà è conservato  sotto  sale (si può definire baccalà solo quello  che raggiunge  più del 18 per cento di  sale assorbito  dal pesce),  mentre lo  stoccafisso viene essiccato al  sole su apposite rastrelliere per tre mesi.

Quindi  se il baccalà può essere prodotto in tutto il periodo  dell’anno, lo stoccafisso può esserlo solo  quando  determinate condizioni  climatiche lo  permettono  e cioè da febbraio a giugno.

Il migliore stoccafisso  è quello  prodotto nelle isole Lofoten  nel  nord della Norvegia dove è ottimale il connubio  tra sole e vento  artico  per l’essiccazione.

Dopo i  tre mesi  di  stagionature al palo (cioè sulle rastrelliere) lo  stoccafisso  viene stivato al chiuso  per altri  due mesi  dove continuerà la maturazione.

Sembra che questo metodo di produzione sia vecchio  di  almeno mille anni,lo stesso utilizzato  dai  Vichinghi (buongustai  oltre che predatori).

Lo stoccafisso (cioè il merluzzo) pescato  nelle gelide acque delle isole Lofoten è il primo prodotto  norvegese ad aver ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dall’Unione Europea, in particolare grazie alla pesca del  merluzzo nordico chiamato Skrei

Quando  messer Querini  naufragò

Pietro Querini in un dipinto d’epoca

Nell’aprile del  1431, Pietro  Querini  mercante e membro  del  Consiglio  della Serenissima, partì da Creta diretto verso i mari  del Nord a comando  del  veliero  Gemma Querina con a bordo  merci pregiate quali spezie, barili  di  malvasia, cotone e altro  ancora.

Superato lo Stretto di  Gibilterra, dapprima la nave si  arenò su  uno scoglio e quindi costretta a una sosta di cinque settimane a Cadice quindi, riprendendo  la rotta verso  le Canarie, raggiunse Lisbona proseguendo per Capo  Finisterre.

Non si può dire che Pietro  Querini in quel  viaggio fu molto  fortunato: infatti, trovandosi  a sud dell’Irlanda, andò alla deriva a causa di un vento di  scirocco che lo  spinse verso l’arcipelago  delle Isole Sorlinghe a 45 miglia dalla punta sud – occidentale della costa dell’Inghilterra.

Con la Gemma Querina ormai ingovernabile il naufragio  fu inevitabile: dei  sessanta marinai  a bordo  solo 16 con Pietro  Querini  riuscirono  a mettersi in salvo a bordo  di una scialuppa e. dopo 19 giorni, approdarono nell’isola di Sandoy, vicino a Røst nelle Lofoten.

Gli abitanti  dell’isola accolsero ben volentieri  i  naufraghi (le malelingue dicono che furono  soprattutto  le donne  quelle ad essere più  premurose verso i marinai) e qui  rimasero  per quattro  mesi finchè, il 15 maggio 1432, poterono ripartire alla volta di Venezia con un carico  particolare: 60 stoccafissi essiccati.

E fu  così che lo stoccafisso  entrò   a far parte della gastronomia italiana, si  calcola che oggi il volume d’affari  annuali per l’importazione dello  stoccafisso  norvegese IGP è pari  a 40 milioni di euro.

La ricetta 

Quella che troverete tra poche righe è la ricetta per preparare il Baccalà alla napoletana: non è un piatto veloce da preparare in quanto bisogna eliminare la pelle dal pesce, dividerlo in porzioni e mettere i pezzi in un contenitore in acqua fredda per almeno ventiquattro  ore.

L’alternativa è farvi invitare a cena (o  a pranzo, se preferite)

Baccalù

Il Libro in anteprima

Il giornalista Franco  Giliberto e il capitano di lungo  corso (nonchè ufficiale di  Stato  maggiore della riserva di marina e consulente navale) Giuliano Piovan hanno  scritto Alla larga da Venezia e cioè l’incredibile viaggio  di  Pietro  Querini  oltre il circolo polare artico nel ‘400

Un tuffo all’indietro nella Venezia del ’400, un viaggio per mare verso le Fiandre.

La Gemma Quirina, nave con sessantotto marinai, carica di vino e spezie, non giunge a destinazione, ma va alla deriva nell’oceano in pieno inverno.

Undici naufraghi redivivi sono accolti nella paradisiaca isola di Røst, oltre il circolo polare artico.

È questo lo scenario in cui compaiono tormentose storie d’amore, inconfessabili segreti di fanciulle, burrascose vicende marinare, prepotenze e punizioni d’una ciurma allo sbando. E soavi momenti di quiete degli undici superstiti, accuditi per cento giorni dalle disinibite donne dell’isola norvegese.

Pietro Querini è il nobiluomo veneziano capitano della nave partita da Creta nel 1431 e scomparsa all’imbocco della Manica. A Venezia lo si crede morto annegato, ma sorprendentemente ventuno mesi dopo la sua partenza ritorna in patria con i pochi compagni d’avventura rimasti, dopo un lungo percorso a piedi attraverso la Svezia e la Germania.

Conosciuta soprattutto dagli studiosi per la sua importanza storica e geografica, l’impresa di Querini è poco nota ai più. Finalmente, con quasi seicento anni di ritardo, Giliberto e Piovan danno voce alle gesta di questo grande nobile veneziano con un racconto rispettoso della realtà dei fatti ma insieme intenso e divertente.

ALTRI SCRITTI

 

Per la categoria DolceSalato ho scritto  diversi  articoli  tra cui:

Le alghe nel piatto  di oggi e in quello  di  domani 

Ricette, libri e pochi  consigli non indispensabili 

A tutta birra ( ma con moderazione ) 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Cristoforo Colombo e le sue nascite

Cristoforo Colombo

Videro gabbianelli e un giunco verde vicino alla nave.

Quelli della caravella Pinta scorsero una canna e un tronco e raccolsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola.

Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti.

Dal  diario  di  bordo  di  Cristoforo  Colombo 11 ottobre 1492

La tradizione vuole che Cristoforo Colombo sia nato  a….

Cristoforo Colombo
Sebastiano del Piombo – Ritratto postumo di Cristoforo Colombo (1519)

Non c’è bisogno  di  essere i primi  della classe per sapere che Cristoforo Colombo  è nato  a Genova.….o forse no?

Perché se il capoluogo ligure (che è poi la città in cui  vivo  e lavoro) vuole che, insindacabilmente, il grande navigatore sia nato tra le sue mura – tale affermazione trova negli  scritti di  Paolo  Emilio Taviani la sua granitica certezza – è anche vero  che da più luoghi si avanza la pretesa (giusta o  sbagliata  che sia non sta certo  a me deciderlo) di  avere dato i natali  a Cristoforo  Colombo.

A tale proposito (e solo  come esempio) anche nel Monferrato, e cioè la cittadina di Cuccaro  Monferrato, si è candidata per avere fra i  suoi illustri concittadini l’Ammiraglio  Colombo, da ciò è nato  il Centro  Studi  Colombiani  Monferrini, il Museo Cristoforo  Colombo e, ovviamente, un sito  da cui trarre tutte le informazioni se interessati  all’argomento ( www.colombodicuccaro.com ).

….Cogoleto (?)

   La premessa che forse dovevo  fare all’inizio  di  questo  articolo è che alla sottoscritta non interessa dove sia nato Cristoforo  Colombo quanto, semmai, la storia e le vicende a seguito  della sua scoperta (vicende non sempre edificanti  se pensiamo a quelle legate ai   Conquistadores).

Comunque,  andiamo  a Cogoleto.

Cittadina rivierasca del ponente di  Genova a confine con la provincia di Savona, collegata a Varazze per mezzo  di una ciclopedonale, nata sull’ex sede ferroviaria, molto  bella e che, purtroppo, qua e là porta ancora i  segni di una violenta mareggiata di  quasi due anni fa.

Cogoleto  era conosciuta per i  cantieri  navali (non ci sono più), per l’ex manicomio  di  Pratozanino (chiuso  da parecchio  tempo  e con una superficie enorme che ancora oggi  non si  sa da cosa verrà riempita), dalla Tubi Ghisa (chiusa, anche qui  non si  sa cosa nascerà al  suo  posto) e dalla Stoppani una delle industrie chimiche  più inquinanti d’Europa chiusa anch’essa da tempo  e che ha lasciato in eredità un vasto  terreno  da bonificare dalle scorie chimiche.

Quindi alla cittadina non restava che dedicarsi  al turismo, avendo  come concorrenti Arenzano  a levante e Varazze a ponente entrambe (forse) più organizzate per il turismo (già vedo all’orizzonte un drone armato per darmi  la caccia dopo  queste mie dichiarazioni) 

Fatto  sta che all’incirca una decina di  anni  fa uno storico  locale, Antonio  Calcagno già insignito del  titolo di Cavaliere dell’ordine al  merito  della repubblica italiana, condusse una seria  ricerca storico  – archivistica, durata più di  quattro  anni, presso  gli  archivi  spagnoli da cui la scoperta che:

Tutto  sia nato da un errore di omonimia e cioè la contemporanea presenza di  famiglie Colombo ligure, e in particolare quelle di  Genova e Cogoleto, abbia ingenerato  confusione….

Ma è soprattutto  un documento ritrovato  negli  Archivi  di  Stato di Genova nel 1840 (documento  stesso  non più reperibile a quanto sembra) che parla di un atto  notarile riguardo un eredità:

Alla morte di Cristoforo  Colombo di  deve decidere a chi  spetterà l’insieme dei  privilegi dovuti  alle Capitolazioni  di  Santa Fè….

Essendo che la successione avviene in linea maschile primogenita, il primo  a beneficiarne era Diego poi, a seguire il suo primogenito  Luis e così via.

Quando non vi  sono più eredi  maschi, finalmente si  arriva a considerare le donne della famiglia, da ciò la disputa per l’eredità tra due famiglie: quella di  Bernardo  Colombo  di  Cogoleto  e quella di  Baldassarre Colombo  di  Cuccaro Monferrato.

L’allora Repubblica di  Genova per arrivare a una conclusione della faccenda, incaricò i propri  diplomatici in Spagna di  acquisire documenti inerenti a Colombo di  Cogoleto tanto  grande in Spagna

Tutto  qui!

Il libro

Cristoforo Colombo

 Non potevo  che concludere con l’anteprima del libro  di Alfredo Capone Colombo  da Genova al  Nuovo  Mondo

Eccellentissimi re, in età giovanissima cominciai a navigare e continuo ancor oggi.

La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti di questo mondo…».

Cinquecento anni fa Cristoforo Colombo ha lanciato la sua sfida al mondo e da allora il mondo continua a raccoglierla, affascinato dal mito di un uomo capace di superare le frontiere della conoscenza. Ma perché è toccato proprio a lui scoprire il Nuovo Mondo?

Una scoperta che non consiste soltanto nell’andare in un posto sconosciuto, ma anche saperne tornare, conoscere, sperimentare, rischiare, oltrepassare confini dati, reali e mentali, laici e religiosi.

Per comprendere il coraggio e l’intraprendenza di chi naviga nel Medioevo bisogna partire da lontano, da Fenici e Greci, che per primi attraversarono i mari del Mediterraneo, ma soprattutto bisogna partire da Genova, la piú atlantica delle città italiane, e dagli orizzonti aperti della sua storia.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Leonard, Fidel e Pierre: una loro piccola storia

Leonard

“Il comunismo  non è mai  andato  al potere in un Paese che non fosse smembrato dalla guerra o  dalla corruzione, o da entrambe”

John Fitzgerald Kennedy

1976: tra  golpe improbabili e nuove amicizie

Nel 1976 in Italia il comunismo  non era andato al potere: eppure la paura che il PCI riuscisse a governare il Paese fece temere per la stabilità dell’Alleanza Atlantica tanto che, in un documento  desecretato  del Foreign  Office nel 2008, si ipotizzò un golpe per fronteggiare tale eventualità.

Naturalmente il tutto era visto  come pura strategia teorica e quindi  irrealizzabile (per fortuna).

Se l’argomento ricade nei  vostri interessi vi  rimando al lunghissimo articolo pubblicato nel 2008 sul sito da La Repubblica.it ( Dalle carte segrete del  Foreign Office l’idea di un colpo  di  stato in Italia) .

Nel 1976 si  era ancora nel periodo  della Guerra fredda e Cuba era una spina nel  fianco  specie per gli  Stati Uniti  e gli alleati.

Leonard
Pierre Trudeau nel 1975

Non per il Primo  ministro canadese Pierre Elliot Trudeau (Montréal, 18 ottobre 1919 – Montréal 28 settembre 2000) che in quel periodo, rompendo  l’embargo verso  Cuba e irritando non poco  il governo  degli  Stati Uniti, volò all’Avana, accompagnato  dalla moglie Margaret e dal piccolo Michel di  appena tre mesi d’età,  restando ospite di  Fidel Castro per alcuni giorni diventandone amico.

Quando, disgraziatamente Michel morì nel 1998, a causa di una valanga mentre sciava nella British  Columbia , Fidel Castro andò a Montreal per i funerali, avendo quindi  l’occasione di abbracciare Justin,  il fratello  di Michel, allora ventisettenne ( l’altro  figlio  Sacha è oggi  giornalista in Canada).

Tocca ancora a Fidel  Castro, questa volta nel 2000, a ritornare in Canada per un altro funerale: questa volta per essere accanto  alla famiglia del  suo    amico  Pierre Trudeau.

Questa cortesia non verrà ricambiata dal premier Justin Trudeau alla morte del Lider Maximo allineandosi  in questa modo, ai leader occidentali (compreso  Obama)  che disertarono  le esequie oppure mandando  al loro posto  dei  rappresentanti.

Solo  dopo  i funerali Justin Trudeau scrisse un elogio ufficiale nei  riguardi dell’ex  presidente cubano.

La dichiarazione ufficiale di Justin Trudeau sulla morte di Fidel Castro
The Prime Minister, Justin Trudeau, today issued the following statement on the death of former Cuban President Fidel Castro: “It is with deep sorrow that I learned today of the death of Cuba’s longest serving President. “Fidel Castro was a larger than life leader who served his people for almost half a century. A legendary revolutionary and orator, Mr. Castro made significant improvements to the education and healthcare of his island nation. “While a controversial figure, both Mr. Castro’s supporters and detractors recognized his tremendous dedication and love for the Cuban people who had a deep and lasting affection for “el Comandante”. “I know my father was very proud to call him a friend and I had the opportunity to meet Fidel when my father passed away. It was also a real honour to meet his three sons and his brother President Raúl Castro during my recent visit to Cuba. “On behalf of all Canadians, Sophie and I offer our deepest condolences to the family, friends and many, many supporters of Mr. Castro. We join the people of Cuba today in mourning the loss of this remarkable leader.”

Leonard Cohen entra in scena

Leonard
Leonard Cohen

Ai funerali  di  Pierre Trudeau, oltre a Fidel  Castro, vi  era un altro importante personaggio, non della poltica ma della cultura musicale: Leonard Cohen

I due non si  erano mai incontrati  fino ad allora, anche se Leonard Cohen, nel 1961, si  era recato  a Cuba poco  prima del  tentativo degli esuli cubani  anticastristi (addestrati  dalla CIA)   di  rovesciare il regime di  Fidel Castro: tentativo   che sfociò nella disastrosa avventura della baia dei  Porci

Il cantautore poeta canadese era a Cuba seguendo le orme del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca il quale soggiornò all’Avana  per circa tre mesi  nel 1930.

Da quell’esperienza Leonard Cohen scrisse  Field Commander Cohen (il testo in italiano lo  troverete alla fine dell’articolo).

Comandante di Campo Cohen
Il Maresciallo di Campo Cohen fu la nostra spia più importante. Ferito mentre compiva il suo dovere, come paracadutare acido nei bicchieri delle feste diplomatiche, e costringere Fidel Castro ad abbandonare i suoi possedimenti. Ha lasciato tutto come un vero uomo, tornando a fare niente di speciale, sale d’attesa e code per i biglietti, suicidi con pallottole d’argento, messianiche mareggiate dell’oceano, e corse sull’ottovolante delle razze e altre tipi di noia spacciati per poesia. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Non ho mai domandato ma ho sentito che hai condiviso la tua sorte con i poveri. Ma poi ho ascoltato per caso la tua preghiera che tu possa essere questo e niente più di un cantante milionario adorato da qualche donna riconoscente e fiduciosa, il Santo Patrono dell’Invidia e il fruttivendolo della disperazione che lavora per il dollaro Yankee. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Oh, amante vieni e sdraiati vicino a me, se tu sei davvero il mio amante, e cerca di essere per un po’ il tuo io più dolce, fino a quando non chiederò altro, figlio mio. e poi fai risuonare gli altri te, sì, fai che si manifestino e vengano fino a quando ogni sapore sarà avvertito dalla lingua, fino a quando l’amore sarà penetrato e appeso e ogni tipo di libertà si materializzerà, allora oh, oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio.

Alla prossima! Ciao, ciao...♥♥