Mesola e il suo bosco tra natura e storia

Mesola

Ero  solo  uscito  a fare due passi,

ma alla fine decisi  di  restare fuori fino  al  tramonto,

perché uscire, come avevo  scoperto,

in realtà voleva dire entrare

John Muir

( Ingegnere, naturalista e scrittore scozzese naturalizzato  statunitense Dunbar, 21 aprile 1838 – Los Angeles, 24 dicembre 1914) 

Il Parco  del Delta del  Po

E’ inutile cercare nel  Parco  del  Delta del Po un minimo  di  asperità perché quello  che ci  viene offerto è un paesaggio  orizzontale diviso  equamente tra terra e mare, ma non per questo meno  interessante dal punto  di  vista naturalistico  e storico.

In questo  breve articolo cercherò di  descrivere una delle tante perle del delta: il Bosco  della Mesola.

Come sempre le mie parole (e le immagini) vogliono  essere solo uno  stimolo  al  viaggio quindi, per approfondire un qualsivoglia vostro interesse al  riguardo, vi  rimando alla ricerca di  altre fonti  sia cartacee che sul web.

Nel  box seguente, comunque, troverete qualche spunto in più per un vostro ipotetico  viaggio  nel  delta del  Po

Nel box seguente troverete qualche notizia in più sul  Parco  del Delta del Po tanto  per stimolare un vostro interesse a riguardo.

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Per scaricare il documento vi invito  a visitare questa pagina.

Il bosco  della  Mesola

Mesola
Pannelli informativi accolgono i visitatori all’ingresso del Bosco della Mesola

Non si può parlare del  Bosco  della Mesola se non prima di  aver fatto un accenno al  suo legame storico  con la famiglia degli  Estensi, in particolar modo  di Alfonso II d’Este.

Alfonso II d'Este, l'ultimo duca di Ferrara
Ritratto di Alfonso II d’Este – Cesare Aretusi XVI sec.

Alfonso  II d’Este,  considerato l’ultimo  duca di  Ferrara in quanto non aveva eredi per la successione, tentò invano  di  far revocare  la Bolla di Pio V (Bolla De non infeudando – 1567)  che vietava categoricamente il rinnovo  delle investiture feudali ,  non riuscendovi continuò in quello  che alcuni  storici hanno evidenziato  come un enorme spreco  di  denaro pubblico consumato tra spettacoli , teatro  e banchetti sontuosi (in più il terribile terremoto  del 1570 che aggravò ulteriormente le finanze del  ducato).

 Questo non deve, però, far dimenticare  le opere che gli  Estensi  donarono a Ferrara, tra le quali il palazzo  dei  Diamanti, lo  Schifanoia, il Castello Tebaldo  e non ultima l’Università.

Nel 1578 sotto  la direzione dell’architetto Giovanni Battista Aleotti  (su progetto  di  Marco Antonio Pasi  iniziarono i lavori  per il  castello  della Mesola che nell’idea di  Alfonso  II doveva diventare una residenza di  corte tanto  sfarzosa da competere con quella di  Ferrara e aggiungersi  alle altre  delizie (così venivano  chiamate le residenze degli  Este).

Cinque anni, quindi  nel 1583, il castello venne terminato diventando la dimora per le battute di  caccia nell’attiguo  Bosco  della Mesola.

Mesola
Il castello di Mesola

Entriamo  nel  Bosco e nella sua storia

Mesola

Il Bosco  della Mesola era dunque un fiore all’occhiello  degli  Estensi tanto  che nel 1588 vennero definite alcune leggi  per la sua tutela come, ad esempio, si  ordinava ai  contadini  di  conservare le uova delle pernici  e dei  fagiani e di non cacciare i piccoli  selvatici (pena 25 scudi d’oro di  multa che immagino  essere una bella somma per l’epoca) e di non tagliare gli alberi  del  bosco.

Gli  Estensi  rimasero proprietari  della Mesola fino  al 1758 quando entrò  a far parte della dote di Beatrice d’Este sposa di Ferdinando  d’Austria.

Nel 1774 i monaci  dell’abazia di  Pomposa chiamarono in causa la casa d’Austria per la definizione dei limiti  della proprietà, la vertenza venne risolta con l’affitto in perpetuo all’Imperatore d’Austria dei pascoli e dei boschi dietro un compenso  di 2200 scudi  romani (che in euro  fanno……?).

Nel  1784 il territorio  venne ceduto allo  Stato Pontificio che a sua volta nel 1797 dovette cederlo  a Napoleone in forza del  Trattato  di  Tolentino.

Nel 1815 lo  Stato  Pontificio ne rientrò in possesso e ventuno  anni  dopo, quindi  nel 1836, L’Istituto S. Spirito di Roma ne divenne proprietario per la somma di 400.000 scudi.

L’Istituto  di  Santo Spirito,  ben presto,  si  accorse di non aver fatto un buon affare perché non era in grado  di  gestire un’azienda complessa come quella  della Mesola, quindi dopo  molti  anni di  trascuratezza nella gestione, finalmente nel 1919 decise di  vendere la proprietà alla Società  per la Bonifica dei  Terreni  Ferraresi  che riuscì nell’intento  di  far rinascere il latifondo.

Durante il periodo  della Seconda guerra mondiale il Bosco  dovette subire un’intensa attività di  taglio che durò fino  al 1947.

Dopo la fine della guerra finalmente il Bosco  della Mesola viene amministrato  dall’Azienda di  Stato  per le Foreste Demaniali, ritrovando così il suo  valore naturalistico.

L’Ambiente vegetale e faunistico

Mesola

Bisogna  precisare che il bosco attuale è molto  differente di quello al  tempo  di  Alfonso II che era nelle vicinanze del  castello, mentre ciò  che vediamo attualmente, era in via di  formazione; infatti nelle carte geografiche di  allora, la zona veniva definita come macchia rada.

Quelli  che in botanica sono  decisamente più preparati  di  me, suddividono l’ambiente vegetale del Bosco  della Mesola in quattro zone:

  • Bosco  igrofilo a frassino e pioppo bianco
  • Bosco  a farnia e carpino bianco  presente nelle dune più antiche
  • Bosco  a leccio, quello maggiormente presente, con lecci  secolari  alti più di venti  metri
  • vegetazione nelle depressioni interdunali con affioramenti di  acqua salmastra dove alta è la presenza di  giunchi  alofili.

I licheni sono presenti  con decine di  specie, mentre e molto alta la presenza dei  funghi,  parte importante della cenosi  vegetale.

La fauna

La presenza di  canali, piccoli stagni  e zone umide fanno  si  che il bosco  sia ricco  di  fauna anche se, percorrendo i  suoi  sentieri, sembra il contrario.

L’avifauna è presente con specie nidificanti e rapaci  diurni  (poiana, sparvieri, falco  pecchiaiolo).

I rettili sono rappresentati  dalla vipera comune, la natrice, il marasso (per mia fortuna mai incontrati) e la testuggine d’acqua che sembra rappresentare la maggior popolazione dell’Adriatico.

Poi ci  sono anfibi, e insetti  di  varie specie ma, soprattutto, tra i mammiferi sono i cervi  appartenenti  a una popolazione autoctona ad essere oggetto  di  studio (vedi il box seguente).

Mesola i cervi

Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Bauhaus, una donna e un libro

Una Topolino per due scrittori in viaggio

Alla prossima! Ciao, ciao……♥ 

 

Bionda, ma anche nera oppure rossa

Bionda

Senza ombra di  dubbio

la più grande invenzione nella storia è la birra.

Oh, vi  garantisco che la ruota è stata una bella invenzione,

ma la ruota non si  accompagna altrettanto  bene con la pizza

Dave Barry

( scrittore statunitense – Armonk, 3 luglio 1947)

Bionda, nera o  rossa comunque birra

Gatto Filippo è un grande intenditore di  birre ed è per questo  che mi farà da consulente per la stesura di  questo post, la sottoscritta, al  contrario, essendo  semi  astemia ne percepisce appena l’assaggio  con la punta della lingua, accontentandosi  di  accompagnare la pizza con l’acqua minerale (gassata, s’intende).

Entrambi  abbiamo  deciso  che l’articolo avrà un taglio estivo e cioè leggero escludendo, quindi,   la storia della birra che potete trovare in rete in più siti (il link rimanda a Wikipedia), per cui  troverete cenni  sulla produzione e tipi  di  birra, ricette,  piccole storie, e infine, nella sezione parole in anteprima, consigli  di lettura.

Comunque, accennando  alla nascita della professione di  birraio, sembra che essa sia nata in Mesopotamia dove ai lavoratori  veniva corrisposto come parte della retribuzione una certa quantità della bevanda bionda e che essa si  distingueva in birra d’orzo (sikaru o pane liquido) e quella a base di  farro (kurunnu).

Inoltre nel Codice di  Hammurabi si legge che coloro che non seguivano le regole per la produzione della birra, ad esempio  annacquandola, venivano  condannati  a morte (un po’ drastici,  direi…)

Quale birra preferisci?

Per prima cosa Gatto  Filippo nell’immagine seguente ci  illustra  a sommi capi  come si produce

Bionda

Infine, quali  sono  i tipi  di  birra che possiamo  chiedere per placare la nostra sete?….la vostra sete visto  che io  vado  ad acqua!

Le birre

 

Vi ricordo  che se desiderate ricevere il documento  basta fare richiesta attraverso il modulo  a fine articolo.

  Le altre bionde: Peroni, Wührer, Menabrea  

Bionda

La bella ragazza ritratta nella foto è Solvi Stübing (Berlino, 19 gennaio 1941 – Roma 3 luglio 2017),  attrice, conduttrice televisiva e produttrice cinematografica nonché con un passato  da europarlamentare nelle file di  Alleanza Nazionale come Membro  della Commissione delle donne europee.

Negli  anni ’70 Solvi era nota per avere interpretato il personaggio  di  una bionda ammiccante nello  spot per la Birra Peroni (allora non si chiamavano  ancora spot) con lo  slogan Chiamami Peroni sarò la tua birra (notare che la birra allora viaggiava  in barattolo  e non in lattina...)

Il birrificio più antico  d’Italia

In questa speciale classifica dei  birrifici  più antichi  d’Italia il marchio Wührer ne detiene il primato, essendo  stato fondato da Franz Xaver Wührer (appunto l’arcigno  signore raffigurato  nell’immagine precedente) nel 1829 a Brescia nella contrada di Santa Maria Calchera, precisamente in via Trieste al  numero 463.

A dire la verità e allo  stesso  tempo volendo  essere anche un po’ pignoli – in questo  caso la pignoleria è ad appannaggio  della Unionbirrai  che ne da notizia – la prima fabbrica italiana di  birra  venne aperta da Giovanni Baldassarre Keller nel 1789 a Nizza allora ancora facente parte dell’Italia.

A seguire in questa speciale classifica si  colloca al  secondo posto  il marchio  Menabrea fondato  nel 1846 dai fratelli Antonio e Gian Battista Caraccio, proprietari  di una caffetteria a Biella, i quali in società con Giuseppe Welf di  Gressoney sfruttano  le purissime acque delle sorgenti montane intorno  al santuario  di  Oropa-  acque già utilizzate per la fiorente industria laniera locale – per produrre birra.

Bisogna, però, aspettare ancora una ventina d’anni  quando  nel 1864 Giuseppe Menabrea, in società con Antonio  Zimmermann, acquistano lo  stabilimento per 95.000 lire, somma piuttosto ingente per l’epoca.

Da lì in poi l’eccellenza della birra prodotta in Biella verrà conosciuta con il marchio Menabrea  che resterà tale anche dopo  l’acquisizione nel  gruppo Forst avvenuta nel 1991.

 Nella sezione Parole in anteprima troverete l’estratto  del libro La salita dei giganti. La saga dei  Menabrea dove si parla anche delle donne appartenenti  a questa famiglia le quali hanno contribuito in maniera essenziale per mantenere salda l’azienda.

Merluzzo  e birra possono  andare d’accordo in una ricetta 

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Valicavano a piedi i ghiacciai partendo da Gressoney per commerciare lana e prodotti di artigianato in Svizzera, sono diventati una dinastia di imprenditori nota in tutto il mondo.

Il loro nome è associato alla bevanda che producono: colore ambrato, gusto con un lieve sentore floreale e fruttato, la birra Menabrea è sinonimo di eccellenza e successo.

Inizia tutto a metà Ottocento: la birra è ancora una curiosità esotica in Italia, ma Giuseppe e Carlo Menabrea, padre e figlio, decidono di crederci. Da Gressoney si trasferiscono a Biella, dove l’acqua è buona perché scende direttamente dalle montagne e dove a scandire le ore non sono più le campane delle chiese, ma le sirene delle fabbriche.

Charmeur e scaltro, sempre in viaggio per affari, ma non per questo poco attento alla moglie e alle tre figlie, Carlo trasforma i Menabrea in stimati imprenditori di città. È il 1882, un’estate da sogno per la sua secondogenita Eugenia, detta Genia. Carlo le ha concesso di accompagnarlo in una gita iniziatica fra Biella e Gressoney, lungo la mulattiera che lui stesso ha contribuito a realizzare, rompendo l’isolamento millenario della valle. Non solo, presa la vetta le fa assaggiare per la prima volta la birra. Genia non può saperlo, ma è il suo rito di iniziazione. È lei la prescelta.

È sulle sue spalle, e su quelle di sua madre, che poggia la responsabilità di non disperdere la serie incredibile di sforzi e successi della famiglia quando Carlo si ammala, neanche quarantenne. Nessuno vuole vendere orzo o comprare birra da una donna, ma le donne walser conoscono l’arte della pazienza e della tenacia: l’hanno imparata nei lunghi inverni in montagna.

Ci saranno amori, gelosie, gloria e cadute, e un destino che sembra colpire sempre nello stesso punto come una valanga. La Prima guerra mondiale è alle porte, ma Eugenia non è disposta a farsi cogliere impreparata.

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Formule, ingredienti, pratiche brassicole storiche e attuali – tutto questo e altro ancora è contenuto in Progettare grandi birre: La guida definitiva per produrre gli stili classici della Birra.

Basandosi su informazioni raccolte da registri di vecchie birrerie, libri, analisi birrerie moderne e centinaia di ricette premiate, l’autore Ray Daniels ci offre una grande quantità di dati sulle tecniche brassicole storiche e contemporanee e sugli ingredienti utilizzati per quattordici tra i più noti stili birrari ad alta e bassa fermentazione.

Riso, risotti e un po’  di  storia

Le alghe nel piatto  di oggi  e in quello  di  domani

La cucina ovvero  la chimica degli  alimenti

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

La Bessa, una riserva naturale molto speciale

Bessa

Siamo un paesaggio

di tutto  ciò che abbiamo  visto

Isamu Noguchi

Non è tutto  oro  quello  che luccica (avvertenze per l’uso)

Avrei  voluto descrivere volentieri un percorso escursionistico che rivelasse il fascino  della Riserva  naturale della Bessa, purtroppo  mi dovrò limitare a dare solo brevi  accenni  su  quella che doveva essere un’escursione diventata poi una semplice passeggiata.

Nulla toglie, però, che il sito della Bessa merita una più ampia conoscenza e quanto  scriverò vuole appunto invitarvi alla sua scoperta (sempre che non ci siate già stati e che vogliate condividere con me la vostra personale esperienza attraverso il form a fine articolo).

La Bessa in poche parole

La Bessa propriamente detta è un altopiano compreso  nel  Parco  Regionale della Bessa e posto  tra i  torrenti Olobbia ed Elvo.

Dal punto  di  vista geologico si  tratta di un altopiano  alluvionale in parte morenico cioè dovuta alle alluvioni  fluvio – glaciali dell’era quaternaria risalenti, più  o meno,  a due milioni  di  anni  fa (nello schema seguente la visualizzazione delle ere geologiche tratto  dal  sito stratigraphy.org)

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I massi erratici e i  ciottoli di  ogni  dimensione, che anticamente sono  stati trasportati a seguito del  grande ghiacciaio Balteo proveniente  dalla Val  d’Aosta, sono rocce presenti  nelle Alpi  occidentali (granito, serpentiniti, gneiss e altri  ancora).

Per avere un quadro più completo rispetto  alla succinta descrizione che ho  appena dato  (non sono una scienziata) vi  rimando  al  seguente corposo  documento realizzato dal professor  Franco  Gianotti del  Dipartimento  delle Scienze della Terra dell’Università di  Torino.

AnfiteatroMorenicoIvrea_Gianotti

 

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L’itinerario

Una volta arrivati presso il Centro Visita di  Vermogno  di Zubiena (apertura stagionale, INFO Ente Parco Tel. 011.4320011) l’idea era quello  di  seguire il percorso  delle incisioni  rupestri, ma già dall’inizio un cartello avvisava che il sentiero  non era agibile per lavori  di ripristino: ovviamente, non essendoci  nessun divieto  esplicito, la decisione era che, in un modo  o  nell’altro, almeno una sbirciatina al percorso  bisognava pur darla.

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L’area picnic adiacente al Centro visite

A un centinaio  di metri  dall’area picnic si  arriva a un bivio dove, proseguendo  sulla nostra sinistra,  inizia il percorso del  sentiero  delle incisioni  rupestri  contraddistinto dal  segnavia B5

Bessa

La visualizzazione delle incisioni  è molto  difficile ed è per questo che l’Ente parco consiglia di  farsi  accompagnare da una guida.

Bessa
Il Masso del campionario

 In verità, a parte le incisioni  poste su  di un masso e cioè quello denominato Masso  del campionario, non ho avuto modo  di  osservare altre incisioni (neanche molte sul masso, a dire la verità): per ovviare al possibile interesse di  chi  è appassionato al fenomeno delle incisioni rupestri presenti a La Bessa, l’invito  è quello di  leggere quanto  riportato nel pdf seguente tratto dal sito Bessa.it.

Incisioni rupestri

 

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Incisioni rupestri  a parte, quello  che contraddistingue il paesaggio della riserva naturale è l’accumulo di  ciottoli a testimonianza dello  sfruttamento minerario aurifero  da parte dei Romani

La storia dello sfruttamento aurifero della Bessa

Bessa

Un giacimento aurifero di origine alluvionale come quello della Bessa richiede un grande quantitativo d’acqua in quanto il deposito, contenente il metallo sotto forma di pagliuzze o piccole petite, doveva essere sottoposto a un lavaggio.

La fase preliminare consisteva in uno scavo del sedimento costituito da sabbia e da ciottoli di varia grandezza che, raccolti e accatastati ai lati della zona di estrazione, formano i grandi cumuli tutt’oggi visibili. Nel pdf seguente una più completa trattazione dell’argomento.

Cenni storici

 

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Al termine dell’anello non resta che ritornare all’area picnic per una piacevole sosta nella natura.

Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Foresta della Deiva, l’escursione

Nel Delfinato  tra laghi  e crêpes 

Alla prossima! Ciao, ciao……

 

Le libraie di Baltimora

Baltimora

Ho creato  questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo,

costruendo ogni  stanza come un capitolo,

e mi piace che le persone aprano  la porta nel modo in cui  aprono  un libro,

un libro che conduce in un mondo  magico nella loro  immaginazione

George Whitman

La spia che venne dalla libreria: Avril Haines

Baltimora
Avril Haines

Ammettendo io  stessa che la scelta del  sottotitolo è abbastanza deludente, vi è comunque nella storia  della simpatica signora ritratta nella foto  un passato  tra gli  scaffali  di una libreria.

Come del resto, definirla semplicemente spia è molto riduttivo essendo lei l’incarnazione al femminile di M e cioè il capo a cui anche James Bond doveva rispondere.

Lei si  chiama Avril Haines che a 52 anni  è la direttrice del  National Intelligence, cioè quell’entità federativa composta da 17 agenzie che si  raggruppano  sotto il nome di  United States Intelligence Community (penso  che l’italiana Alessandra Belloni ricopra un ruolo  analogo  per quanto  riguarda i nostri  servizi  segreti…..se non è così ammetto la mia ignoranza nelle faccende riguardanti  James Bond & C.).

Immagino  che non si possa raggiungere l’apice di  quel tipo  di  carriera se prima non diventi, a ventidue anni,  cintura nera di  Judo in Giappone presso la scuola Kōdōkan di Tokio  (al confronto la cintura nera di Putin diventa un po’ scolorita), per poi  decidere di  ritornare a Chicago  per studiare fisica teorica e nel frattempo guadagnarsi  da vivere lavorando in un officina meccanica riparando motori e (perché no?) prendere il brevetto  da pilota.

Con in tasca la laurea in fisica  la giovane Haines  si  trasferisce  a Baltimora per perfezionarsi  presso la Johns Hopkins University, ma qui  comprende che la vita accademica non fa per lei, decidendosi, quindi, di dedicarsi a tutt’altro.

Cosa può fare mai  una giovane donna intelligente e preparata come Avril se non aprire una libreria indipendente?

Prende in affitto i locali  di un pub chiuso  precedentemente dalla polizia, perché centrale di  spaccio, chiamandola Adrian’s Book Café (Adrian era il nome di  sua madre che morì quando lei  aveva quindici  anni).

Punto di forza e particolarità della libreria era un’ampia sezione dedicata alla lettura erotica (erotica e non pornografica: tra le due definizioni  vi è una profonda differenza) con serate di  reading dedicate a questo tipo  di  letteratura (e sconti per le coppie che intervenivano all’evento).

Dopodiché anche questa esperienza verrà messa da part, poiché Avril decide di entrare alla Georgetown University  a Washington, per conseguire la laurea in legge.

E’ il suo trampolino  di lancio  per una carriera eccezionale : diventa consigliere legale per il dipartimento  di  stato; successivamente  Obama la vuole come prima donna statunitense a ricoprire il ruolo  di  vicedirettore della CIA (ruolo che perderà con la presidenza Trump) e oggi il presidente Biden può contare sulla sua professionalità  per smascherare le menzogne di  Vladimir Putin riguardo  all’invasione dell’Ucraina.

Da Baltimora con amore (per la letteratura): Sylvia Beach

Baltimora
Sylvia Beach nel 1920

Cercando il materiale per la stesura di  quest’articolo (che di  certo non verrà premiato  con il Pulitzer) mi ha colpito il comune denominatore che lega Sylvia Beach con Avril Haines: la città  di  Baltimora e il fatto  che entrambe amassero la letteratura e che entrambe gestissero una libreria.

Anche se è da considerare che per la direttora dei  servizi  segreti statunitensi l’esperienza di  Baltimora è stata una breve parentesi, mentre Sylvia Beach a Baltimora vi  è nata il 14 marzo  1887 (morirà  a Parigi il 5 ottobre 1962).

Verso  la fine della Prima guerra mondiale Sylvia Beach  è a Parigi  per studiare letteratura francese contemporanea, ma soprattutto, ciò che l’avrà spinta a soggiornare nella capitale è che essa rappresenta il fulcro  della cultura mondiale con nomi  del  calibro  di  Picasso, Modigliani,  Apollinaire (solo per citare alcuni  nomi tra i tanti).

Inevitabilmente si  ritroverà a frequentare gli  ambiente bohémien della capitale e, tra le tante conoscenze che farà, una in particolare le darà la spinta per una nuova impresa: Adrienne Monnier, scrittrice e poetessa nonchè proprietaria della libreria La Maison des Amis des Livres, convince Sylvia Beach ad aprire una libreria dove i libri  possono  essere presi in prestito dietro un modico  compenso.

Così, nel  1919 a rue de L’Odeon, aprirà i  battenti Shakespeare and Company: caratteristica della libreria sarà quella di  vendere (o dare in prestito) solo  libri in lingua inglese: Presto  Shakespeare and Company diventerà un luogo  d’incontro per scrittori  come Ernest Hemingway, Ezra Pound, James Joyce…… 

Shakespeare and Company
Baltimora
L’interno odierno della Shakespeare and Company

La Shakespeare and Company di Sylvia Beach chiuderà i battenti nel 1941 sotto l’occupazione nazista di Parigi.

Nel 1951 George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011) aprirà una libreria con il nome di Mistral, nome che cambierà in Shakespeare and Company in ricordo della sua amica Sylvia Beach morta nel 1962. Come la vecchia libreria, anche la nuova Shakespeare and Company diventerà negli anni luogo di scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs.

 

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company, oggi  gestita dalla figlia di  Whitman non può essere una libreria qualunque in quanto, sia nel passato che nel presente, è il luogo ideale per incontrare di persona scrittori più o meno noti – quelli che lo sono meno hanno la possibilità di avere un luogo per dormire qualche notte nella libreria in cambio di lavoro manuale tra gli scaffali: una stima al ribasso, forse esagerata, dice che dagli anni ’50 ad oggi vi abbiano dormito più di 30.000 persone – e, quindi, partecipare agli eventi particolari come il Sunday tea ascoltando, tra un sorso di tè e qualche biscotto, gli autori leggere alcuni brani dei loro libri o poesie.

Sylvia e James: un’amicizia e un libro 

James Joyce nel 1915

Adrienne Monnier condividerà per trent’anni con Sylvia Beach una passione per  i libri  e una passione più intima, che terminerà con il suicidio della proprietaria de La maison des amis des livres.

Sarà sempre Adrienne a fare incontrare a una festa di  letterati Sylvia Beach con lo  scrittore James Augustine Aloysius Joyce  (semplicemente conosciuto come James Joyce), lei dello  scrittore irlandese conosce per averlo letto  Gente di  Dublino e adesso  che ha di fronte in carne e ossa l’autore, vede in lui un uomo molto interessante e sensibile e quindi lo inviterà a visitare Shakespeare and Company.

Joyce accetterà l’invito  di buon grado e lo  farà portando con se delle copie della rivista americana Little Review dove  l’opera  Ulisse doveva essere pubblicata a puntate ma che, dopo  solo  alcuni  numeri, venne censurata per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo  nel 1966).

A questo punto  non sapremo  mai  cosa scattò nella testa di  Sylvia Beach, ma offrì senza esitazioni  di pubblicare lei Ulisse  aprendo una piccola casa editrice: il 2 febbraio 1922 (il giorno  del  compleanno  di  James Joyce) con una tiratura di mille copie i parigini avrebbero potuto leggere per primi l’opera di  Joyce.

Ho  scritto avrebbero potuto perché la storia dice che tutte le copie furono  acquistate in blocco  e poi  bruciate: da chi e perché non si  sa.

Voi, invece, ne potete leggere alcune pagine alla fine dell’articolo  nella sezione Parole in anteprima (cioè qui  sotto!)

 

Il più bello e interessante dei soggetti è quello dell’Odissea. È più grande e più umano di quello dell’Amleto, superiore al Don Chisciotte, a Dante, al Faust… A Roma, quando avevo finito circa la metà del Portrait, mi resi conto che l’Odissea doveva esserne il seguito»:  così nel 1917 James Joyce spiegava a Georges Borach.

E cominciò a scrivere l’Ulisse, che uscì a Parigi il 2 febbraio 1922, giorno del suo quarantesimo compleanno, per iniziativa di un’intraprendente americana di Baltimora, la ventitreenne Sylvia Beach.

Sei anni di intenso lavoro, di stesure e continue revisioni per trasformare il grande mito in grande pantomima. Diciotto episodi, diciotto luoghi, diciotto ore e momenti, diciotto stili, una miriade di personaggi e situazioni per raccontare l’eroicomica giornata di un ebreo irlandese di origini magiare, l’agente pubblicitario Leopold Bloom.

Un uomo a spasso per Dublino dalle otto alle due di notte del 16 giugno 1904: le sue azioni, i suoi pensieri, le azioni e i pensieri della città, delle cose, della gente che incontra, di Stephen Dedalus, ovvero l’altra parte di sé, il giovane intellettuale in cerca di un padre (così come Bloom è in cerca di un figlio), di sua moglie Molly, ovvero il grembo da cui si salpa e a cui si ritorna.

Avrei  voluto  pubblicare qualcosa di  diverso per i Titoli di  coda, ma dopo  l’aggressione russa ai  danni  dell’Ucraina  ho  trovate che le parole di  Charlie Chaplin siano più attuali  che mai.

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Al Azif ovvero il Libro  delle leggi  che governarono i morti

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Alla prossima! Ciao, ciao……♥♥

Oasi Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Oasi  Zegna

Solvitur ambulando

Diogene di Sinope (412 a.C. – 323 a.C.)

Oasi  Zegna per chiunque vuole sentirsi Diogene

Ovviamente per visitare l’Oasi  Zegna non bisogna dimorare in una botte, come la tradizione racconta parlando  della vita di  Diogene di Sinope.

La frase dell’antico  filosofo  greco, e cioè quel  risolvere camminando, trova nell’ambiente naturale dell’Oasi Zegna la perfetta sintesi tra benessere fisico e mentale, depurandosi dai quei  pensieri (quasi) ossessivi della nostra vita quotidiana…..se poi non ne avete, beate voi.

L' Oasi Zegna in poche parole

Oasi  Zegna

Ermenegildo Zegna (Trivero, 2 gennaio 1892 – Trivero, 18 novembre 1966), imprenditore e filantropo, nel 1910 fondò a Trivero il Lanificio Zegna.

Era  imprenditore, ma anche un filantropo  il quale, innamorato della sua terra e della natura, volle realizzare, partendo  dagli inizi  degli  anni ’30, un’imponente opera di valorizzazione ambientale acquistando i terreni della montagna sovrastante il Lanificio,  mettendo a dimora oltre mezzo milione di conifere, oltre che implementare un piano di gestione delle acque e del suolo arrivando, infine, alla costruzione della strada  che oggi conosciamo con il nome di Panoramica Zegna, cioè la via di collegamento che da Trivero arriva fino alle Terre Alte.

Oggi il progetto dell’Oasi Zegna coniuga l’individuazione di attività a diretto contatto con la natura (escursionismo e Nordic Walking principalmente) con la promozione dell’educazione ambientale.

Il 20 settembre 2014 l’Oasi Zegna ha ricevuto il patrocinio del FAI (Fondo Ambientale Italiano) come esempio di tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale del nostro Paese.

L’itinerario (non è un semplice anello)

Oasi  Zegna
Distanza km 15,400 circa
Oasi  Zegna
Altimetria

L’idea era quella di partire dal Centro Zegna (raggiungibile seguendo  le indicazioni per l’Oasi  Zegna da Trivero) per raggiungere il Santuario di  San Bernardo (1.400 metri) e ridiscendere al punto  di partenza chiudendo  l’anello escursionistico.

Sennonché, da come si può desumere dal tracciato nell’immagine precedente, l’anello  via via è diventato un intreccio  di percorsi alternativi, di  ritorni e di esplorazioni  fuori  rotta per cui, non potendo fornire una descrizione precisa del percorso, ho voluto  evidenziare quelli  che per me sono  stati  i punti  più interessanti della mia peregrinatio.

In ogni  caso presso il Centro  Zegna troverete l’Ufficio informazioni (non sempre aperto, purtroppo) con guide e cartine per esplorare il territorio dell’Oasi.

Andata e…..

Si parte con l’intento  di  arrivare in cima al  monte Rubello dove il santuario  di  san Bernardo, posto  a 1.400 metri, offre una vista il panorama a 360°  su  tutto l’arco  alpino, dal  Monte Rosa al Monviso, dall’Adamello al  Bernina.

Il percorso inizia con una rampa a gradoni nei pressi della rotatoria posta sulla S.P. 232 (qui  vi  è una bacheca segnaletica).

il sentiero contraddistinto dal  segnavia L5 ci  condurrà in breve al  Villaggio  Residenziale e, dopo l’ultimo  condominio, si inoltra nel  bosco  fino  alla località Bellavista da qui, attraversato di nuovo  la S.P. 232, si  scende sulla nostra destra per una cinquantina di metri salendo per una scalinata in pietra e, sempre mantenendo  la destra, si ritorna nel bosco  fino alla località Caulera.

A questo punto  lasciamo  il sentiero  L5 per prendere la variante G13a che si innalza con una serie di  tornanti nel  bosco fino  a ricongiungersi con l’itinerario  precedente abbreviando il percorso (si può comunque  proseguire seguendo il segnavia L5 tralasciando  la variante più faticosa).

Il Santuario di San Bernardo e Fra Dolcino
Oasi  Zegna
Il santuario di san Bernardo

L’origine del santuario del Monte Rubello è legata alla vicenda di Fra Dolcino all’inizio del XIV secolo dove il 23 marzo 1307 il frate eretico  venne sconfitto dai  crociati inviati  dal  vescovo  di  Vercelli

 La costruzione di una prima chiesa risale al XV secolo (1448) quindi,  nel 1839,  la struttura venne ricostruita e innalzata di due piani e dotata di un portico laterale e frontale.

Tra gli anni 1948 e 1949 Ermenegildo Zegna si prodigò per ampliare l’edificio con l’aggiunta dell’ala ovest.

Alla fine degli anni ’60 gli eredi Zegna apportarono altri miglioramenti seguendo i progetti dell’architetto Luigi Vietti.

…..ritorno

Proseguiamo  sul  sentiero  contrassegnato dal  segnavia N. 5 che in breve ci  condurrà verso verso il rifugio  Scout di  Stavello (per informazioni sulla struttura vi  rimando  al link).

Dal rifugio  il sentiero in breve ci  condurrà alla Bocchetta di  Stavello dove ad attenderci  c’è una piccola sorpresa:

Camminare nel labirinto di Stavello

Oasi  Zegna

 

Il Labirinto è una grande spirale sinuosa, antico simbolo della Madre Divina, del dio interiore e della sacralità della creazione: è un archetipo della totalità, un luogo sacro per riscoprire il significato e il proposito della propria anima in questa vita.

Il Labirinto di Stavello è un labirinto di pietra classico, con la forma di cervello, che si diparte da un vincastro al centro, simbolo di equilibrio. Il movimento del suo circuito universale procede avanti e indietro per assisterci nel trascendere modi di pensare obsoleti, promuovendo l’apertura alle connessioni invisibili con la Sorgente.

Camminare in esso significa divenire consapevoli della propria guida interiore nella vita

 

Oasi  Zegna

Dopo  questa sosta spirituale filosofica, ritorniamo brevemente sui  nostri passi  per riprendere il sentiero salendo per pochi  metri  sulla nostra destra dopo  aver attraversato  la strada da provinciale.

Oasi  Zegna
La fonte Tre Pisse

Seguendo il sentiero in discesa nel  bosco  arriviamo  alla fonte Tre Pisse e, proseguendo  sul sentiero N.1 ci inoltreremo  nella Conca dei  Rododendri che comprende anche l’area attrezzata della Cascina Caruccia facilmente raggiungibile dalla strada con un comodo  parcheggio  per disabili.

La Conca dei Rododendri

 

Oasi  Zegna
L’area attrezzata Cascina Caruccia

Ormai  siamo  arrivati  alla fine di questa  bella escursione che vuole donarci l’ultimo  suo punto  di interesse in un’opera d’arte concettualmente molto interessante dell’artista Daniel Harry  Graham.

Two Way Mirror
Two Way Mirror

Creato per il progetto di Arte pubblica all’Aperto della Fondazione Zegna, l’installazione di Dan Graham è realizzata con un vetro speciale che è trasparente, ma al tempo stesso riflette la luce come in uno specchio.

Per eventuali  commenti o suggerimenti vi invito  come sempre a lasciare un vostro messaggio tramite il modulo presente in home page.

 

San Giacomo  di  Entracque, due facili  gite

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della Pace

Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Esploratori urbani e extraurbani (ma sempre curiosi)

Esploratori

Ci  sono  cattivi esploratori  che pensano che non ci  siano terre dove approdare

solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno  a sé

Francis Bacon

Essere esploratori anche senza essere Lara Croft 

……..oppure Indiana Jones se preferite

A chi non piacerebbe almeno una volta nella vita indossare i panni di  Lara Croft, soprattutto avere il physique du rôle di  Angelina Jolie oppure di Alicia Vikander, entrambe protagoniste nelle rispettive versioni  di  Tomb Raider nei panni della bella eroina.

Le due Lara a confronto
Angelina o Alicia? Secondo voi chi tra le due attrici è quella che meglio interpreta Lara Croft? Secondo il mio parere sono entrambe brave (e molto atletiche).

 

Terre lontane, isole misteriose, pericoli  di ogni  genere da affrontare:  questi sono gli imprescindibili scenari  presenti in ogni film o  fumetto di successo ( o per lo  meno considerati  tali dagli aficionado del  genere).

Eppure, alla fine del  XVIII secolo, nel 1794 per la precisione, un uomo trovò il modo  di  esplorare la stanza in cui  era stato imprigionato per quarantadue giorni, arresti  domiciliari dovuti a una punizione per  un duello,  ricavandone  materiale utile per farne un libro di   successo: quell’uomo si chiamava Xavier de Maistre e il titolo  del suo libro Viaggio intorno  alla mia stanza (anteprima alla fine dell’articolo).

Un anno prima dell’esplorazione a chilometri  zero di Xavier de Maistre, e cioè il 3 novembre 1793, Philibert Aspairt, portinaio dell’ospedale di  Val-de Grâce a Parigi, ebbe l’insana idea  di  addentrarsi  nelle catacombe della capitale francese non uscendone più: il suo  cadavere venne rinvenuto  undici  anni dopo in una zona dell’area sepolcrale sotto rue Henri Barbusse, luogo tuttora  interdetto al pubblico.

Si  decise allora di  tumulare i resti  del povero Philibert nel luogo  del ritrovamento  del  cadavere e  sulla lapide scrivere l’epitaffio:

À LA MÉMOIRE DE PHILIBERT ASPAIRT PERDU DANS CETTE CARRIÈRE LE III NOVEMBRE MDCCXCIII RETROUVÈ ONZE ANS APRÈS ET INHUME EN LA MÊME PLACE LE XXX AVRIL MDCCCIV

Immagino che non sia necessaria la traduzione…….

Perchè vi ho  parlato  di Philibert Aspairt?

Perchè egli viene considerato il capostipite  degli esploratori  dediti a quella attività che oggi chiamiamo  urban exploration. 

Urban exploration in poche parole
La definizione di Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli anni’90 di questo che a tutti gli effetti può essere considerato come un movimento fotografico, fu dovuta all’interesse del canadese Jeff Chapman (deceduto a Toronto nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman  ha dettato quelle che sono le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in: Take only photographs, leave only footprints

Assieme all’invito di prendere solo le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio è in stato di abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del nostro Codice penale.

In Italia i luoghi  abbandonati che si prestano a questo tipo di  esplorazione urbana sono  presenti in numero  considerevole (ma ricordiamoci  che il più delle volte si  tratta di proprietà private anche se in abbandono) per cui possiamo dare sfogo  alle nostre curiosità esplorative.

Di seguito le mie esperienze da urban explorer in due siti, uno in Irpinia, quindi nel  sud Italia, e l’altro in Liguria.

Allora seguitemi  ricordandovi  sempre e in ogni  caso:

    Take only photographs, leave only footprints

Esplorare tra sensazioni di  dolore e di rabbia

Esploratori

Lasciate ogne speranza, voi  ch’intrate

 Dante Alighieri verso 9, canto III, Inferno⌋  

Anni  addietro, quando  ancora potevo  essere considerata ragazza piuttosto  che donna (anche le blogger hanno il potere di invecchiare), mi trovai a soggiornare in Irpinia e quindi a visitare il  capoluogo di provincia Avellino.

Cittadina che trovai  alquanto noiosa  e priva d’interesse (don’t shoot the blogger, please!), sennonché venni  attratta da un enorme edificio recintato, e in evidente stato  di  abbandono, posto in pieno  centro  cittadino.

C’era anche il custode che, non smentendo  la proverbiale gentilezza degli abitanti  del nostro meridione (cosa mai  smentita nei miei  viaggi in sud Italia) mi disse che quello  era l’ex – Carcere Borbonico attivo  fino al 1980, anno del  tremendo  terremoto che colpì l’intera Irpinia.

Vedendomi interessata e soprattutto armata di  macchina fotografica, mi diede il permesso di  entrare per esplorare il vecchio  carcere.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani a entrare nei  luoghi  abbandonati  è quell’aura di mistero  che essi  emanano  (anche quando il mistero  è pura fantasia): quel  giorno, però, entrando in quelle celle abbandonate, ho sentito  emanare da quelle pareti dolore, angoscia e rabbia, affrettandomi a   scattare alcune immagini  e uscire il più in fretta possibile all’aria aperta.

Oggi l’ex Carcere Borbonico è un polo  museale inaugurato  nel  2011 in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Al  suo interno è ospitata la Pinacoteca Irpina, il Museo del  Risorgimento e l’Archivio  di  stato, inoltre alcuni  spazi  del  complesso  sono adibiti ad accogliere mostre, concerti ed eventi  teatrali.

 

Le informazioni  per orari e altro  li trovate in questa pagina (poi, però, ritornate qui…)

Base 46: il mistero del  monte Settepani

Esploratori

In questo  caso potrebbe essere fuori  luogo  parlare di  urban exploration in quanto  l’ex base Nato 46 non si trova in una città ma bensì su  di una montagna, il monte Settepani a 1.386 metri  di  quota, a poca distanza dal  Colle del  Melogno, quest’ultimo  punto  di  passaggio  dell’Alta Via dei  Monti Liguri. 

L’area rientra nel  sistema SIC (Sito di importanza comunitaria) Monte Carmo -Monte Settepani.

Esploratori

Oggi  a guardia della vecchia base vi  sono  le torri  delle pale eoliche e la visita è quindi resa possibile non essendo presente nessun off-limits.

Esploratori

Ovviamente ben diversa era la situazione quando negli  anni’60 (siamo  nel pieno  della cosiddetta Guerra Fredda) venne realizzata una centrale di trasmissione dati dell’esercito  statunitense presidiato  dal 56° Signal  Company.

In seguito, con l’avvento  dei  sistemi  satellitari, queste centrali  divennero  rapidamente obsolete e, quindi, dismesse: questo  accadde anche per la Base 46 chiusa nel 1992  e diventata palestra per i graffittari.

Il mistero che non c’è

Per costruire una base militare ci  vogliono uomini  e mezzi e se poi, come ovvio  che sia per una base militare, vige il divieto  assoluto  di  accedervi,  ecco che avanza la tesi  che lì dietro – o per meglio  dire li sotto, in riferimento alla scoperta casuale di  tunnel  sotterranei  alla base –  vi  sia un segreto da difendere: quindi il passo  successivo era credere che in quelle cavità venivano  custodite missili  nucleari (come se fosse facile far passare inosservato un missile per le strade di montagna).

Il mistero (presunto  tale) diventa pubblico quando, all’interno di Voyager – programma condotto  da   Roberto Giacobbo che faceva molto presa sulle persone inclini a ogni  genere paranormale dai  fantasmi  al  mostro  di Loch Ness passando, ovviamente per l’Area 51 – dopo l’intervista alla vedova del comandante americano  della Base 46, si avvalora la tesi che la montagna ligure poteva essere un’arsenale atomico.

A questo punto a derimere la questione ci penseranno gli  speleologi  del Gruppo Speleologico Savonese i quali, con successive esplorazioni  delle cavità, hanno chiarito  ogni  quesito, come si evince nell’ articolo che troverete qui  di  seguito (per l’originale vi  rimando  a questa pagina)

gruppospeleosavonese.it-Progetto Settepani

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Sepino, un nuovo parco  archeologico in Italia

Sassello  andata e ritorno (i sentieri  della Liguria)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

https://youtu.be/wwJHAb8xJVs

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Gertrude Bell e la nascita di una nazione

Gertrude Bell

Nessuna donna negli ultimi tempi ha unito le sue qualità – il suo gusto per l’avventura ardua e pericolosa con il suo interesse e la sua conoscenza scientifica, la sua competenza in archeologia e arte, il suo illustre dono letterario, la sua simpatia per tutti i tipi e le condizioni degli uomini, la sua intuizione politica e apprezzamento dei valori umani, il suo vigore maschile, il duro buon senso e l’efficienza pratica – il tutto temperato dal fascino femminile e da uno spirito molto romantico

David George Hogarth

Gertrude Bell, una biografia in poche parole 

Chi  era dunque questa donna che l’ archeologo e studioso  britannico  D.G.Hogarth descrisse con queste parole d’elogio che, purtroppo per lei, erano  quelle di un necrologio?

Gertrude Bell
Gertrude Bell

Gertrude (Margaret Lowthian) Bell nasce il 14 luglio 1868 nella casa che oggi è conosciuta come Dame Margaret Hall ma che allora si  chiamava Washington New Hall, a Washington (ma attenzione non si tratta della Washington famosa per la casa Bianca nonchè capitale degli  Stati Uniti, bensì della località omonima posta nella contea metropolitana di  Durham  in Inghilterra).

Sua madre, Mary Shield Bell, morì quando  lei  aveva appena tre anni e questo, secondo  alcune biografie, sembra aver prodotto in lei  un trauma infantile che nell’età adulta le procurò periodi  di  depressione.

La vedovanza di  suo  padre, Sir Thomas Hugh  Bell baronetto  e possessore di un’industria nella quale assicurò tutti i diritti  possibili ai  suoi  lavoratori, terminò tre anni  dopo  quando egli  sposò Florence Olliffe, drammaturga e autrice di libri  per bambini, che instillò in Gertrud  quei  concetti  di  dovere nel rapporto  con gli  altri che le saranno utili  nella vita adulta.

Gertrude Bell
Sir Hugh Bell con sua figlia Gertrude all’età di otto anni (ritratto a olio, Edward Poynter -1876)

Il suo  percorso  scolastico  la vide prima alunna al Queen’s College e poi all’Università di  Oxford  nel 1885 dove, essendo il corso  di  laurea in storia una delle materie non precluse al sesso  femminile, si  laureò in storia moderna, con una laurea con lode ottenuta in soli  due anni  dopo ma senza titoli  accademici riservati, ancora una volta ai  soli uomini (occorre aspettare il 1920 affinché anche l’Università di Oxford si  decidesse a dare uguale merito  anche alle donne).

Nel 1892 si  reca per la prima volta in Persia in visita allo  zio Sir FranK Lascelles all’epoca ambasciatore britannico (questo primo  viaggio  venne descritto  nel  suo libro Persian Picture), dopodiché, nel  decennio  successivo, viaggiò per il mondo arrivando  dapprima in Svizzera (diventando una brava alpinista scalando la Meije e il Monte Bianco e nell’Oberland bernese le venne addirittura dedicata una cima: la Gertrudespitze alta 2.632 metri scalata insieme a due guide, i fratelli Ulrich e Henrich Fuhrer), quindi di nuovo in Medio  Oriente nel 1899 visitando la Palestina e Siria e, nell’anno  seguente, durante un viaggio da Gerusalemme a Damasco, ebbe modo  di  conoscere da vicino  la comunità drusa di  Ǧabal al-Durūz.

A  questo  si  aggiunge una sempre più crescente passione per l’archeologia e lo  studio  delle lingue: infatti imparò a parlare fluentemente l’arabo, il persiano, il francese e il tedesco, nonchè l’italiano  e il turco.

Gertrude Bell l’archeologa

Gertrude Bell
Gertrud Bell ritratta nel 1909 presso gli scavi archeologici a Babilonia

L’allora mondo  occidentale deve molto  a Gertrud Bell per la conoscenza del  Medio Oriente: nel  suo  libro Syria: The Desert and the Sown (1907) descrisse sia a parole che attraverso  la fotografia le città e i grandi  deserti  arabi, ma è nel  marzo  del 1907 che iniziò a lavorare con Sir William M. Ramsay nello  scavo di Binbirkilise in Turchia.

Nel 1909 Gertrude Bell  si  trova in Mesopotamia dove mapperà e descriverà le rovine di  Ukhaidir, quindi  si  sposterà a Babilonia e Najaf e, al  suo  ritorno  a Carchemish, avrà l’incontro  con uno  dei personaggi più iconici di quel periodo:  Thomas Edward Lawrence più conosciuto  con il nome di  Lawrence T. d’Arabia magistralmente interpretato  da Peter O’Toole nel  film omonimo, vincitore di  sette premi  Oscar nel 1962, diretto  dal  regista David Lean

 Nel 1913 si  reca a Ha’il sulle orme di Lady  Anne Blunt (mi  sa che farò un post anche su  questa signora..) la prima donna straniera a visitare quel luogo, ma ci  arriva in un periodo  turbolento per cui venne trattenuta in città per undici  giorni.

Nel 1924 l’assiriologo Edward Chiera la invita a condurre gli  scavi  archeologici nell’antica Nuzi, nei pressi  di Kirkuk in Iraq dove furono  scoperte centinaia di  tavolette di  argille note come le Tavolette di  Nuzi.

In missione durante la guerra

Allo scoppio  della Prima guerra mondiale chiese di  essere distaccata in Medio  Oriente, richiesta inizialmente respinta,  quindi opta di  diventare crocerossina in Francia.

L’Intelligence britannica si  accorge di  avere in Gertrude Bell un talento necessario per muovere le sue truppe in Medio Oriente, le  viene affidato il compito, attraverso le sue mappe, dello spostamento  dei reggimenti nel deserto ma, cosa ancora più importante, con la sua influenza sui  rapporti  con i membri  delle tribù in tutto il Medio Oriente, reso più forte grazie al motivo che, essendo  donna e avendo libero  accesso alle camere delle mogli dei  capi tribù, poteva tessere e ottenere  nuovi  privilegi (la forza della sorellanza..).

Nel 1915 venne convocata al  Cairo presso il nascente Ufficio per le  questioni in Arabia, guidato dal  generale Gilbert Clayton (qui incontrò per la seconda volta T.E. Lawrence ed entrambi, per la loro conoscenza dell’arabo  e l’esperienza vissuta in quei  territori,  furono  affidati  ai  servizi  segreti).

Il 3 marzo 1916 il generale Clayton invia urgentemente Bell a Bassora come consigliera dell’ufficiale politico Percy Cox, qui  disegnò le mappe affinché l’esercito  inglese raggiungesse Baghdad in sicurezza: divenne così l’unica donna ufficiale politica nelle forze britanniche e insegnò a St. John  Philby a come muoversi nei  rapporti  dietro  alle quinte con i  capi  tribù.

Il genocidio armeno
Durante il suo periodo in Medio Oriente Gertrude Bell fu testimone diretta della brutalità subita dal popolo armeno, tanto che in un rapporto diretto all’Intelligence inglese scrisse:

circa 12.000 armeni erano concentrati sotto la tutela di un centinaio di curdi … Questi curdi erano chiamati gendarmi, ma in realtà semplici macellai; a gruppi di loro fu pubblicamente ordinato di portare gruppi di armeni, di entrambi i sessi, a varie destinazioni, ma avevano istruzioni segrete per uccidere i maschi, i bambini e le donne anziane … Uno di questi gendarmi ha confessato di aver assassinato lui stesso 100 uomini armeni … anche le cisterne e le caverne vuote del deserto erano piene di cadaveri … Nessun uomo può mai pensare al corpo di una donna se non come una questione di orrore, invece di attrazione, dopo Ras al-Ain.

L’Iraq 

Il 10 marzo 1917 le truppe britanniche entrano in Baghdad e lei  venne convocata immediatamente da Cox che le conferì il titolo di  Segretario orientale.

Nel 1919, quando l’impero  Ottomano fu  smembrato, a Gertrude Bell  venne chiesto  di  fare un’analisi della situazione in Mesopotamia che concluse dieci  mesi  dopo fornendo un rapporto ufficiale molto  dettagliato in cui si  sottolineava la difficoltà di  mantenere uniti popolazioni  a maggioranza sciita nella regione meridionale, sunnita in quella centrale e curdi in quella settentrionale (quest’ultimi reclamavano  la loro indipendenza)

La nascita di uno stato
L’Iraq non solo conteneva preziose risorse nel petrolio, ma avrebbe agito come una zona cuscinetto, con l’aiuto dei curdi nel nord come esercito permanente nella regione per proteggersi dalla Turchia, dalla Persia (Iran) e dalla Siria.

I funzionari britannici a Londra, in particolare Churchill, erano molto preoccupati per il taglio dei costi pesanti nelle colonie, compreso il costo per annullare le lotte intestine tribali. Un altro progetto importante sia per i governanti britannici che per i nuovi iracheni è stato quello di creare una nuova identità per queste persone in modo che si identificassero come un’unica nazione.  I funzionari britannici si resero presto conto che le loro strategie di governo stavano aumentando i costi.

 La Conferenza del Cairo del 1921 si tenne per determinare la struttura politica e geografica di quello che in seguito divenne l’Iraq e il Medio Oriente moderno: un contributo significativo fu dato da Gertrude Bell in queste discussioni, quindi lei ebbe una parte essenziale nella creazione dell’Iraq.

Alla Conferenza del Cairo Bell e Lawrence raccomandarono caldamente Faisal bin Hussein, (il figlio di Hussein, sceriffo della Mecca), ex comandante delle forze arabe che aiutarono gli inglesi durante la guerra ed entrò a Damasco al culmine della rivolta araba.

 Egli era stato  deposto dalla Francia come re di Siria e i funzionari britannici alla Conferenza del Cairo decisero di nominarlo come primo re dell’Iraq, in quanto credevano che a causa del suo lignaggio come hashemita e delle sue capacità diplomatiche sarebbe stato rispettato e avrebbe avuto la capacità di unire i vari gruppi nel paese e che gli sciiti lo avrebbero rispettato per la sua discendenza da Maometto mentre  I sunniti, compresi i curdi, lo avrebbero seguito perché era un sunnita rappresentante di una famiglia rispettata.

Tenere tutti i gruppi sotto controllo in Iraq era essenziale per bilanciare gli interessi politici ed economici dell’Impero britannico.

All’ arrivo  di  Faisal nel 1921, Gertrude Bell lo consigliò sulle questioni locali e cioè quelle riguardanti  la geografia tribale e gli  affari locali.

Inoltre supervisionò la selezione di  coloro  che dovevano ottenere la leadership in posti  chiave del  futuro  governo: per questo gli  arabi  la definirono  con la parola al- Khatun (tradotto letteralmente significa: una signora che tiene occhi e orecchie aperte per il beneficio  dello Stato).

Ovviamente Gertrude Bell  non si  era dimenticata di  essere anche un’archeologa: a lei  si  deve la fondazione del  Museo archeologico iracheno  a Baghdad e la costituzione della British School Archeology con lo scopo  di progettare futuri  scavi archeologi con i proventi  del  suo  testamento.

Verso il tramonto

Scrivere una mole enorme tra libri  e rapporti, ricorrenti  attacchi  di  bronchite provocati da anni di fumatrice incallita, il micidiale caldo  estivo  di  Baghdad , nonché attacchi  di  malaria, contribuirono al  decadimento  del  suo  fisico.

Inoltre, quando  Gertrude ritornò in Inghilterra nel 1925, dovette affrontare problemi  familiari (suo  fratello minore Hugh morì di  tifo) ed economici in quanto la ricchezza della sua famiglia andava dissolvendosi a causa della depressione economica in Europa e i  conseguenti  scioperi  degli operai.

Il 12 luglio  1926  Gertrude Bell venne ritrovata deceduta: la causa della morte  fu attribuita a una dose eccessiva di  sonnifero.

Ancora oggi si  discute se si  trattò di  suicidio  o un errore nel  dosaggio del  farmaco.

Al  cinema

Nel 2015 Werner Herzog dirige The Queen of the Desert film molto  romanzato, ma comunque basato  sulla vita di  Gertrude Bell, con la brava (e bella) Nicole Kidman nel  ruolo principale.

La lettura in anteprima

Nel 1927, un anno  dopo la morte di  Gertrude Bell, la matrigna Florence Bell pubblicò due volumi tratti  dalla corrispondenza che la sua figliastra scrisse durante il suo periodo in medio  Oriente

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L’Arca dell’Alleanza tra mito  e mito

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Le aviatrici: tre storie in poche parole

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Non hai  visto un albero finchè non hai  visto  la sua ombra dal cielo

Amelia Earhart

Le aviatrici: la prima è Amelia 

In luglio a Lae (capoluogo della provincia di  Morobe in Papua Nuova Guinea) il clima è abbastanza tollerabile da considerarsi  ideale per attività quali  l’escursionimo.

Quindi, anche se ipoteticamente considerano un periodo  trascorso di ottantaquattro  anni, posso immaginare che il 2 luglio  del 1937 sia una giornata favorevole per una trasvolata che ha il sapore epico  di un’avventura: Amelia Earhart e il navigatore Fred Noonan, a bordo  di un  bimotore Lockheed L 10 – Electra  si  accingono  a decollare per raggiungere l’isola di Howland nell’Oceano Pacifico, prima tappa del progetto  di circumnavigazione del  globo.

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Amelia Earhart e il bimotore Lockheed L 10 Electra

La loro posizione viene costantemente rilevata dalla nave della guardia costiera statunitense Itasca che aveva il compito  di guidare l’aereo nelle fasi di  atterraggio  sull’atollo.

Alle 7.42 del 2 luglio la Itasca riceve una comunicazione dall’aereo e quelle parole riportate nella trascrizione sarà l’ultimo  messaggio  dei  due sfortunati piloti:

Dovremmo essere sopra di  voi, ma non riusciamo  a vedervi. Il carburante si  sta esaurendo. Non siamo  riusciti  a raggiungervi  via radio. Stiamo  volando  a 1.000 piedi.

 Inizia il mistero  sulla fine di  Amelia Earhart e Fred Noonan 

Il presidente Roosevelt autorizzò immediatamente la partenza dagli Stati Uniti di  nove navi con a bordo  aerei  per la ricognizione che raggiunsero la zona della presunta caduta del  veicolo cinque giorni  dopo  e cioè il 7 luglio.

Alle operazioni  di  ricerca parteciparono anche due navi giapponesi: la nave oceanografica Koshu e la nave appoggio Kamoi  con a bordo un idrovolante.

Le ricerche, purtroppo senza esito esito,  terminarono  il 19 luglio, nello stesso  giorno la rivista Life dedicò un articolo  sulla  tragedia dell’Electra.

Il 5 gennaio  1939 Amelia Earhart e Fred Noonan vennero  dichiarati  legalmente morti.

La storia, che a tratti  prende la piega di un mistery, continua con diverse ipotesi, tra le quali alcune molto  fantasiose

Le ipotesi alternative
Secondo il documentario della National Geographic Where’s Amelia Earhart? (2008), Amelia sarebbe stata prigioniera dei giapponesi con l’accusa di essere una spia e sarebbe morta giustiziata o per dissenteria. Inoltre il documentario raccoglie numerose testimonianze, anche di soldati giapponesi che giurerebbero di aver incontrato Earhart prigioniera insieme con Frederick J. Noonan tra le isole Marshall e Palau. Un ex soldato americano di stanza in Pacifico, sempre nel documentario, ha giurato sulle sue due medaglie al valore, di aver trovato a Guam una cassaforte contenente una valigetta con documenti e mappe riconducibili sempre alla Earhart e di averli consegnati a un ufficiale, ma di quei documenti non si è saputo più nulla.

Secondo un’altra versione Amelia sarebbe sopravvissuta ai campi di prigionia e poi tornata in America sotto il falso nome di Irene Craigmile Bolam, trascorrendo una tranquilla anzianità, ma esami forensi nel 2006 hanno concluso che la Bolam non è la Earhart.

Nel 2017 secondo un’inchiesta di History Channel attraverso il documentario dal titolo Amelia Earhart: The Lost Evidence, viene trasmessa una foto in bianco e nero dove sarebbero presenti Amelia Earhart seduta di spalle e vicino a lei un uomo di origine caucasica dalle sembianze di Noonan dopo la loro presunta scomparsa nell’atollo Jaluit, nelle isole Marshall, zona controllata a quel tempo dal Giappone. Nei giorni successivi il blogger giapponese Kota Yamano, esperto di storia militare, ha screditato immediatamente la foto dopo aver trovato a sua volta in un archivio della Biblioteca della Dieta nazionale del Giappone la stessa immagine risalente al 1935, cioè due anni prima della loro scomparsa

Tratto da Wikipedia – Amelia Earhart

 

Nel 1998  la  TIGHAR (The International Group for Historic Aircraft Recovery) approntò un progetto per scoprire la verità sulla tragica scomparsa di Amelia Earhart e Fred Noonan e, dopo diverse campagne di  ricerca succedutosi  negli  anni, si arrivò  a una prima conclusione e cioè che i due piloti virarono a sud rispetto alla rotta prestabilita, atterrando  sull’isola di  Nikumoro (odierna Repubblica di Kiribati  nel Pacifico  centrale) e da qui inviarono  i  messaggi  di  richiesta d’aiuto (alcuni  captati  dai  radioamatori  ma non intellegibili) utilizzando  l’energia dell’aereo  fintanto  che esso non fu  trascinato  via dall’alta marea.

Nel luglio  del 2018 i ricercatori impegnanti  nel  progetto presentarono il risultato  di un’attenta analisi delle comunicazioni  radio intercettate dai  radioamatori facendole coincidere con quelle ambientali  (analisi delle maree) arrivando  alla conclusione che Amelia Earhart e Fred Noonan  morirono di  stenti, o per le ferite riportate, sull’isola di Nikumoro.

Il poderoso report, ovviamente in lingua inglese, è offerto alla visualizzazione  in questa pagina (pdf), mentre nel box seguente il primo capitolo  del libro Finding Amelia di Ric Gillespie  il cui  ricavato  delle vendite è devoluto per il sostentamento  dell’Associazione (link per l’acquisto).

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Nel 2009 la regista Mira Nair ha diretto il film Amelia con Hilary Swank nel  ruolo  di  Amelia Earhart dando prova della sua bravura oltre che una notevole rassomiglianza con l’aviatrice.

 

La seconda aviatrice è Bessie 

Nel 1915 una giovane donna che volesse intraprendere la carriera di pilota di  aerei  non doveva combattere solo  contro la forza di  gravità che la teneva ferma in terra ma, soprattutto, contro i pregiudizi tanto più forti se la pelle è nera.

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Bessie Coleman nel 1923

Bessie Coleman (Atlanta 16 gennaio 1892 – Jacksonville, 30 aprile 1926) era nata in una famiglia di  mezzadri in Texas aiutando  sin da giovane la famiglia nella raccolta del  cotone nei  campi.

Da subito, ascoltando  le parole dei piloti reduci della Prima guerra mondiale, pensò che volare non dovesse rimanere solo un sogno  per una ragazza, ma un desiderio  da realizzare senza esitazione.

Purtroppo, come scritto in precedenza, razzismo  e pregiudizi non erano certo le condizioni migliori per una carriera di aviatrice negli  Stati  Uniti  di  quell’epoca ma, per sua fortuna, ebbe modo  di  conoscere  Robert S. Abbott fondatore del settimanale  Chicago  Defender che la incoraggiò a trasferirsi in Francia per ottenere il brevetto  da pilota.

Quindi, dopo  aver seguito un corso  di lingua francese presso  la Berlitz di  Chicago, si imbarcò nel novembre del 1920 per raggiungere la Société des avions Caudron di Le Crotoy nel dipartimento  della  Somme in Hauts-de-France.

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Un anno dopo, il 15 giugno 1921,  Bessie divenne la prima donna afroamericana a conseguire un brevetto  aereo internazionale dalla Fédération Aéronautique Internationale

Nel  settembre 1921 ritornò negli Stati Uniti, ma la fama di  essere la prima donna afroamericana a ottenere il brevetto  di pilota l’aveva preceduta, quindi ebbe molto  spazio  nella cronaca dei  giornali  americani arrivando  a essere invitata a Broadway come ospite d’onore nel musical Shuffle Along. 

Comprendendo che  il brevetto di pilota poteva aprirle nuovi orizzonti, decise di  specializzarsi nel  volo  acrobatico ed esibirsi, quindi, in spettacoli aerei seguiti  da un grosso pubblico.

Ancora una volta, però, ritrovò gli  stessi  ostacoli  precedenti e quindi, nel  febbraio del 1922, ritornò in Europa per un corso  avanzato di  aereonautica, spostandosi  dalla Francia in Germania per formarsi presso la Fokker Corporation.

Ritornata in patria il successo  delle sue esibizioni aeree la resero oltremodo popolare tanto  che dalle cronache dei giornali  veniva definita come  la più grande donna aviatrice del mondo.

Il suo  sogno  di  creare una scuola di  aviazione che accogliesse soprattutto persone di  colore terminò tragicamente il 30 aprile 1926 quando a Jacksonville durante una manifestazione acrobatica il suo aereo, dopo  solo  dieci minuti  di  volo, entrò in stallo  e lei  venne sbalzata fuori  dall’abitacolo precipitando  da un’altezza di seicento metri.

In suo  ricordo il 2 maggio  di ogni  anno a Chicago si  celebra il Bessie Coleman Day.

La terza aviatrice è Beryl 

Il 4 settembre 1936 un aereo modello Vega Gull (chiamato The Messenger) impegnato  in una transvolata da Abingdon in Inghilterra, dopo  venti ore di  volo  a causa di problemi  di  carburazione si  schiantò sul suolo  di  Cape Breton Island in Canada.

Ai  comandi  dell’aereo  vi  era una donna, Beryl Markham, che all’epoca aveva trentaquattro  anni essendo  nata il 26 ottobre 1902 a Ashwell nella contea di  Rutland in Inghilterra.

Ma niente paura, perché Beryl Markham morirà nel 1988 a Nairobi  all’età di ottantasei  anni.

La passione per il volo  le venne data dal suo  fidanzato Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore di professione che morì in un incidente aereo il 14 maggio  1931.

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Beryl Markham

Il cognome Markham lo prese dal suo secondo  marito (si  sposò tre volte) l’imprenditore Mansfield Markham dal quale ebbe un figlio dal  nome Gervase.

Suo  padre, Charles Baldwin Clutterbuck, era un noto  allevatore di  cavalli che decise nel 1906 (quando  Beryl  aveva quattro  anni) di  trasferirsi in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

A diciassette anni Beryl era diventata anche lei  una brava allevatrice di  cavalli oltreché avere imparato  quasi  tutto  sulla cultura locale, ma nella sua vita trova posto  anche una relazione con il principe Enrico  duca di  Gloucester figlio  di re Giorgio  V (cosa non gradita dalla famiglia reale) e l’amicizia con la scrittrice Karen Blixen a cui  aveva strappato l’amore del  fidanzato Denys Finch Hatton morto, come si  è visto, nell’incidente aereo (se le due rimasero  amiche questo la storia non lo  dice).

Nonostante la sua impresa di  volare dall’Inghilterra fino  al nord America si  concluse con un incidente, Beryl Markham venne in seguito  celebrata come pioniera dell’aviazione avendo  volato  da est a ovest in solitaria e senza scalo.

L’impresa le suggerì l’idea della stesura di un libro riguardante anche la biografia della sua vita avventurosa (l’anteprima del  libro A occidente con la  notte lo troverete alla fine dell’articolo), il libro  era condannato  all’insuccesso finchè, anni  dopo  e precisamente nel 1982, tra alcune lettere di Ernest Hemingway  ne venne trovata una in cui  lodava la scrittura di  Beryl Markham:

…hai  letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’ scritto  meravigliosamente bene, tanto da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso⌋ 

In realtà (si  dice) che nella lettera originale di  Hemingway oltre alle lodi  vi fosse anche una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta con termini non propriamente eleganti….

Comunque, l’anno  dopo  il ritrovamento  della lettera, la casa editrice californiana North Point Press decise la ristampa di  A occidente con la notte ottenendo successo  di  critica e di  vendite.

Questo servì a Beryl Markham, la quale viveva a Nairobi in condizioni  indigenti, di  passare i suoi  ultimi  anni in completa agiatezza.

Nel  ricordare la persona di  Beryl Markham, l’Unione Astronomica Internazionale le ha dedicato un cratere d’impatto sul pianeta Venere (con una buona dose di  humour nero nel dedicare un cratere d’impatto  a una aviatrice!)

Letture in anteprima

A occidente con la notte è il racconto di questa straordinaria esistenza in cui le ombre si dileguano dinanzi alle vette che essa fu in grado di raggiungere.

Donna dalla meravigliosa andatura e dai lunghi capelli biondi, che parlava lo swahili, il nandi e il masai, addestrava cavalli come pochi, volava come nessun’altra (fu la prima ad attraversare l’Atlantico da est a ovest in solitaria, decollando dall’Inghilterra e atterrando in Nova Scotia ventuno ore e venticinque minuti dopo), ebbe tre mariti e un figlio, inventò la caccia grossa con l’uso degli aerei, collezionò ogni sorta di trofei e finì i suoi giorni in un piccolo appartamento di Nairobi, dove fu anche percossa e rapinata, Beryl Markham fu una scrittrice di assoluto talento, capace di restituirci magnificamente l’Africa incantata della prima metà del secolo scorso.

Letto oggi, A occidente con la notte rivela di avere un fascino non dissimile da quello che emana dalle pagine della Mia Africa di Karen Blixen. La sua descrizione dei primi voli nei cieli dell’Africa Orientale è memorabile.

Niente potrebbe dare un senso più forte della vastità, del pericolo e della bellezza inospitale di quella terra.

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Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Martha Gellhorn

La vita non è affatto lunga, mai  abbastanza,

ma i  giorni  sono davvero molto  lunghi.

Martha Gellhorn

 Martha Gellhorn Prize for Journalism

Il Martha Gellhorn Prize for Journalism è il riconoscimento  dato  a quei  giornalisti che, attraverso  le loro  inchieste, hanno rotto il muro  di  verità costruito dall’estamblishement per darne una versione dei  fatti  più reale e conseguentemente scomoda al potere.

Nel  2011 il premio  venne assegnato a Julian Assange, dal 2017 non vi  sono  stati  più vincitori.

Ma non è del premio  che voglio  scrivere ma di Martha Gellhorn, una delle figure femminili  più importanti  del  XX secolo e che qualcuno ancora oggi  si  ostina a ricordare solo  per essere stata una delle mogli  di  Ernest Hemingway .

Martha Gellhorn, la biografia in poche parole

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn

Martha Gellhorn nasce a St Louis l’8 novembre 1908, sua madre Edna Fischel Gellhorn era una esponente delle suffragette, suo  padre George Gellhorn di professione ginecologo, mentre suo  fratello Walter diventerà un noto  professore di  diritto  alla Columbia University e il minore Alfred seguirà le orme paterne diventando oncologo e preside della University of Pennsylvania School of Medicine.

 A questo punto potrebbe essere una certezza piuttosto  che un’ipotesi che sia stato proprio l’impriting materno, Edna era una donna molto  combattiva, a formare il carattere deciso  della figlia, tanto  che a soli otto  anni  Martha venne portata dalla madre alla manifestazione per il diritto  al voto delle donne e che verrà conosciuta  con il nome di  Golden Lane.

Edna Fischel Gellhorn e la Golden Lane
Martha Gellhorn
Edna Fischel Gellhorn

Edna Fischel Gellhorn (St. Louis 18 dicembre 1878 – St.Louis 24 settembre 1970) era una suffragista e riformatrice americana e svolse un ruolo in primo piano nella fondazione della National League of Women Voters. Suo padre Emil Fischel fu professore di medicina clinica presso la Washington University e contribuì a fondare la Barnard Free Skin and Cancer Hospital; sua madre, Martha Fischel, era un’educatrice molto coinvolta nella filantropia e nel lavoro civico.

 Dopo essersi diplomata alla Mary Institute High School di St. Louis, Edna ha frequentato il Bryn Mawr College in Pennsylvania laureandosi nel 1900. Tre anni dopo sposò George Gellhorn, un eminente medico e professore di medicina presso la Washington University di St. Louis. Insieme hanno avuto una figlia e tre figli: Martha, Walter, Alfred e George Jr.

Sebbene sia cresciuta in una famiglia benestante e abbia vissuto una vita agiata da ceto alto come donna sposata, Gellhorn credeva nel valore e nell’importanza di aiutare gli altri attraverso il servizio pubblico. Lei, come i suoi genitori, è stata profondamente coinvolta nella comunità di St. Louis. All’inizio della sua carriera come attivista civica ha organizzato eventi di beneficenza, ha fatto pressioni con successo per regolamentazioni sull’acqua potabile pulita e ha contribuito a garantire l’approvazione di una legge che richiedesse migliori standard di sicurezza per il latte.

Tuttavia, ha trovato la sua vera vocazione nel movimento per il suffragio. Quando la League of Women Voters fu fondata all’inizio del 1920, a Gellhorn le fu  chiesto di ricoprire il ruolo  di primo presidente nazionale, lei   rifiutò l’offerta, ma divenne ugualmente il primo vicepresidente nazionale dell’organizzazione. È stata anche eletta prima presidente della Missouri League of Women Voters e ha ricoperto per tre mandati la presidenza della St. Louis League of Women Voters.

Lo stile di  Edna Gellhorn era quello di dare il buon esempio e fare tutto ciò che era necessario: teneva discorsi, faceva pressioni sui politici, presiedeva comitati.  Durante la sua carriera, Gellhorn dimostrò  di credere non solo nell’uguaglianza delle donne ma anche nell’uguaglianza razziale: quando la lega di St. Louis nel 1919 ha votato per determinare se le donne afroamericane potevano far parte del suo consiglio, Gellhorn ha espresso il voto decisivo che aprì il consiglio agli afroamericani.

Nel 1921, Gellhorn e la lega lasciarono l’Advisory Board, un gruppo di organizzazioni femminili di St. Louis che escludevano l’adesione da parte delle afroamericane. Vent’anni dopo, quando l’ufficio della lega si trovava al Kingsway Hotel di St. Louis, il personale dell’hotel disse ai membri della lega afroamericana che non potevano usare gli ascensori pubblici; invece avrebbero dovuto usare gli ascensori di servizio. Indignata, la lega, guidata da Gellhorn, si trasferì fuori dall’hotel e si trasferì in un nuovo ufficio piuttosto che lasciare che i suoi membri neri fossero discriminati.

Dopo che le donne ottennero il diritto di voto nel 1920, Gellhorn continuò a lottare per numerose cause come l’uguaglianza delle donne, i diritti civili e l’istruzione. È stata attiva in numerose organizzazioni come la St.Louis Urban League, il Comitato centrale delle donne per la conservazione degli alimenti, il Comitato per l’eliminazione del fumo, l’Associazione americana per le Nazioni Unite, la National Municipal League. Gellhorn ha anche fatto parte della Commissione statale del Missouri sullo status delle donne e della Commissione per la revisione della costituzione del Missouri.

Edna Fischel Gellhorn non si è mai candidata né ha ricoperto cariche pubbliche, ma grazie al suo ottimismo e al suo duro lavoro ha contribuito a migliorare il mondo. Nel 1953 dichiarò: Sono contenta di essere nata in un periodo di forti  tensioni sociali. Sono contenta di averlo vissuto. E ho una fede infinita nel futuro.

Eda Gellhorn è morta il 27 settembre 1970, all’età di novantuno anni ed è sepolta nel cimitero di Bellefontain.

Golden Lane

Martha Gellhorn
Le suffragette partecipanti alla manifestazione del Golden Lane il 14 giugno 1916 a St.Louis

 Uno dei suoi contributi più importanti è stata la manifestazione politica nota come Walkless-Talkless Parade alla Convenzione Nazionale Democratica del 1916 a St. Louis: migliaia di donne vestite di bianco con fasce gialle e ombrelli dello stesso colore stavano su entrambi i lati della strada e formavano una corsia d’oro che i delegati democratici dovevano attraversare per raggiungere la convenzione il giorno dell’inaugurazione. Questo evento ha attirato l’attenzione nazionale sulla campagna delle suffragette per il diritto di voto delle donne. In prima fila tra le dimostranti vi erano due bambine come rappresentanza delle future elettrici: Mary Taussig e Martha Gellhorn.

Il diritto al voto delle donne venne finalmente concesso il 26 agosto 1920 con l’approvazione del XIX emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che introdusse il suffragio universale.

Nel 1926 Martha Gellhorn si  diplomò alla Burroughs School di  St.Louis iscrivendosi  poi al Bryn Mawr College a Philadelphia abbandonando  gli  studi  nel 1927 per intraprendere la carriera di  giornalista.

I suoi primi  articoli  vengono pubblicati su  The New Republic (settimanale liberal fondato  nel 1914 e tutt’ora attivo) ma decisa a diventare una corrispondente per l’estero si  trasferì nel 1930 a Parigi dove vi  restò per due anni lavorando presso l’ufficio  della United Press: qui  viene licenziata dopo  aver denunciato  delle molestie sessuali  da parte di un collega (il MeToo è ancora lontano  nel tempo).

Proseguì la sua carriera viaggiando in lungo  e largo  per l’Europa scrivendo per vari  giornali tra cui  articoli  di moda per Vogue riportando l’esperienza di  quegli anni  nel  libro What Mad Pursuit (1934).

Ritornata negli  Stati Uniti nel 1932, venne assunta da Harry Hopkins, consigliere e uomo  di  fiducia del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Dallo  stesso presidente ebbe l’incarico di  raccogliere testimonianze sul campo per conto della Federal Emergency Relief Administration (FERA), organizzazione creata da Roosevelt per trovare una risposta alla Grande depressione di quegli anni  negli  Stati Uniti.

Per questo  lavoro ebbe modo  di  affiancarsi  a Dorothea Lange, la fotografa che più di  altri  ha documentato  fotograficamente la tragedia della Grande depressione (di  lei  ho  parlato in un mio articolo che troverete nella lista dei link alla fine di  questo), e insieme fornirono cospicui  rapporti diventati parte degli  archivi storici  ufficiali  del governo  relativi  a quel periodo  che servirono  a Martha Gellhorn come base per una raccolta di  racconti nel libro The Trouble I’ve Seen (1936).

L’incontro (e la fine)  con Ernest Hemingway

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn insieme a Ernest Hemingway

L’incontro  con  Ernest Hemingway  ebbe luogo  durante un viaggio  di  Martha Gellhorn a Key West in Florida nel  natale del 1936, essendo per lavoro  entrambi   interessati  alla Guerra civile spagnola  decisero  di partire insieme per la Spagna celebrando il successivo  natale a Barcellona.

Questo  incontro è narrato (in maniera molto  romanzata) nel  film Hemingway & Gellhorn diretto da Philip Kaufman e con Nicole Kidman e Clive Owen nei  ruoli  principali

Da allora, e per i  successivi  quattro anni, i  due ebbero modo  di  frequentarsi  sempre più spesso fino ad arrivare alla decisione di  sposarsi  nel novembre 1940 (Hemingway  aveva da poco  divorziato  dalla seconda moglie Pauline Pfeiffer).

Il carattere dello  scrittore, però, non poteva combaciare con gli impegni da giornalista della moglie che la portavano a fare lunghe assenze da casa in giro per il mondo tanto  che, quando  Martha partì per l’Italia, le scrisse:

Sei una corrispondente di  guerra, o una moglie nel mio letto?

Che sia vero o meno la frase attribuita a Hemingway, fatto  sta che il loro matrimonio, come si  vuole dire in questi  casi, iniziò  ad andare a rotoli fino  ad arrivare alla decisione di  divorziare nel 1945.

Martha Gellhorn, la corrispondente di  guerra

Incredibilmente l’enciclopedia universale, e cioè Wikipedia, nella biografia dedicata a Ernest Hemingway liquida con queste parole la figura di  Martha Gellhorn:

Il 16 marzo, dopo aver ottenuto i permessi per la Spagna, Hemingway partì in aereo per Barcellona intenzionato ad arrivare più a sud e, arrivato a Valencia, volle andare subito a vedere i luoghi della vittoria lealista. In seguito si spostò a Madrid  dove iniziò la sua attività di inviato speciale e dove lo raggiunse Martha Gellhorn, la giovane e ambiziosa scrittrice che aveva incontrato allo Sloppy Joe’s Bar di Key West….⌋ 

Sul fatto  che  Martha Gellhorn  fosse giovane (e anche ambiziosa) nulla da dire, ma quelle parole sembrano  piuttosto il confronto  fra una novellina e il gigante della letteratura (inoltre Martha era anche una corrispondente di  guerra oltre che scrittrice).

Comunque, dopo  l’ascesa di  Hitler nel 1938, la troviamo  in Cecoslovacchia, descrivendo  quel periodo  nel romanzo A Stricken Field (1940); in seguito, dopo  lo scoppio  della guerra, si  spostò in Finlandia, Honk Kong, Birmania, Singapore e Inghilterra e, non avendo  le credenziali  ufficiali della stampa per assistere allo sbarco  del  D-Day, si  travestì da infermiera per essere l’unica donna giornalista presente in Normandia quel  giorno  del 6 giugno 1944.

Dopo  la guerra si  ritrovò a lavorare su altri  fronti, questa volta per l’Atlantic Monthly, coprendo la guerra in Vietnam, i  conflitti arabo – israeliani degli  anni ’60 – ’70 e, all’età di settant’anni e cioè nel 1979, era in America centrale per documentare le guerre civili.

Nel 1989, a quasi  ottant’anni, riuscì a fare la cronaca dell’invasione statunitense di  Panama.

Nel 1990, dopo un’operazione di cataratta non riuscita che la lasciò con problemi  di vista permanenti, dichiarò di  essere troppo  vecchia per coprire il  conflitto  dei  Balcani in Europa.

Questo non le impedì un ultimo viaggio in Brasile nel 1995 per documentare la povertà in quel  Paese e pubblicare il racconto sulla rivista letteraria Granta

Martha Gellhorn muore nella sua casa di  Londra il 15 febbraio 1998, non si  sa se per morte naturale o  suicidio.

Il libro in anteprima 

Dalle notti madrilene squarciate dalle bombe della Guerra civile spagnola, nel 1936, alle guerre in America Latina degli anni novanta, percorrendo le paludi del Vietnam e battendo i deserti del Medio Oriente, I volti della guerra narra le storie – di ferocia, amore e sofferenza – dei despoti e delle vittime dei conflitti del secolo scorso.

Martha Gellhorn – antesignana delle corrispondenti di guerra, tra i primi a testimoniare l’orrore del campo di concentramento di Dachau – ha raccontato, con i suoi reportage, i fronti più caldi del XX secolo. Una scrittura immediata e realistica – sensibile ai suoni, agli odori, alle parole, ai gesti dei luoghi visitati – e un’infallibile capacità di cogliere e custodire l’estrema varietà di esperienze vissute hanno dato forma alla visione umana del mondo della grande reporter.

Questo libro è ormai un classico del giornalismo moderno. Martha Gellhorn l’ha scritto non perché fosse interessata ai generali e ai politici, ma perché coltivava un forte impegno nei confronti della gente normale che dalle guerre viene schiacciata.

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