Lo spionaggio ha il cuore di una donna

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⌈  State sicuri che saprò morire senza paura.

Farò quella che si  chiama una bella morte

Frase pronunciata da Mata Hari  dopo   la notizia della sua condanna a morte

Mata Hari  e le altre : le spie al femminile 

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Mata Hari

Se la vicenda di  Mata Hari e il suo tragico  epilogo, racchiuso in quell’accettazione della  ineluttabile  morte davanti a un plotone di  esecuzione, potrà essere considerata come un capitolo fondamentale della storia dello  spionaggio  al  femminile, non sempre tali  vicende hanno un finale drammatico.

E non sempre sono  storie di  ieri.

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Anna Vasil’evna Kuščenko

Prendete a esempio  la vicenda di Anna Chapman: Anna Vasil’evna Kuščenko (Volgograd, 23 febbraio 1982) apparteneva alla Illegals Program, rete russa di  spie dormienti, arrestata a New York insieme ad altri  nove agenti il 27 giugno  2010 dopo  una soffiata  di Sergei  Kripal ex agente russo il quale passava informazioni  all’ MI6 cioè il Servizio  segreto di  Sua Maestà (e di  James Bond) .

Inutile aggiungere che Kripal in seguito  ha fatto una brutta fine.

Tutt’altra storia per  la bella Anna Chapman (e molto diversa da quella della povera Mata Hari): ritornata in Russia dopo uno scambio di prigionieri avvenuto quasi  un mese dopo il suo  arresto, è diventata una celebrità di Instagram con più di  600.000 follower (più o  meno  quelli  che avrò io  fra un diecimila anni…lo dico  così andate a guardare anche il mio  profilo), conduttrice televisiva di  successo e modella (nonchè mamma..auguri).

Tra Mata (Hari) e Anna (Chapman) le donne spie sono  numerose, tra le quali  anche Joséphine Baker...ma questa, semmai, sarà un’altra storia che racconterò.

Invece vi parlerò di una contessa polacca, bellissima e coraggiosa, prima donna ad essere ammessa nel servizio  segreto  britannico  durante la Seconda guerra mondiale:

Christine Granville, una biografia in poche righe 

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Christine Granville (Krystyna Skarbek) nel 1942

Maria Krystyna Janina Skarbek questo era il suo  vero nome (Varsavia, 1 maggio 1908 – Londra 15 giugno 1952) era la figlia del  conte Jerzy Skarbek e della madre Stefania Goldfeder il cui  padre era un banchiere.

L’agiatezza della famiglia incominciò a vacillare già dagli  anni ’20, poi, alla morte del conte Skarbek, avvenuta nel 1930 quando  Christine aveva 22 anni, il crollo economico  della famiglia divenne tale che lei, per aiutare sua madre, iniziò  a lavorare presso una concessionaria della Fiat.

Presto, però, questo lavoro  le causò un’infezione ai polmoni  dovuto ai  fumi  delle auto, ricevette dalla compagnia assicuratrice della società un risarcimento  e seguì alla lettera il consiglio  dei  medici, cioè di  fare una vita il più possibile all’aria aperta che la portò sui  monti  Tatra  nella Polonia meridionale diventando una sciatrice esperta.

Sempre nel 1930 si  classificò al  secondo posto nella seconda edizione del  concorso di  bellezza Miss Polonia (per la cronaca il primo posto  se lo  aggiudicò la modella e attrice Zofia Batycka che l’anno  successivo  vinse anche il titolo  di  Miss Paramount 1931)

Tra sciate e partecipazioni a concorsi  di bellezza, Christine trovò anche il tempo  per sposarsi il 21 aprile 1930 con il giovane uomo d’affari Gustaw Gettlich: il matrimonio  durò quel  tanto per far comprendere ai  due di  essere incompatibili e, quindi,  che il divorzio  era la soluzione più adatta per entrambi.

Otto  anni  dopo  un amore più duraturo sbocciò quando, sempre su  di una pista da sci, un gigante la salvò da una caduta che poteva avere tragiche conseguenze, l’uomo si chiamava Jerzy Gizycki.

La storia dice che Jerzy Gizycki aveva un carattere lunatico  e irascibile, ma allo stesso  tempo  molto  brillante. La sua famiglia era molto  ricca ma lui, a 14 anni era scappato  di  casa per andare a lavorare come cowboy e cercatore d’oro  negli  Stati  Uniti (sinceramente non credo  neanche un po’ a questa parte della storia),  diventando, in seguito, autore di libri  di  viaggio.

Comunque Christine e Jerzy  si  sposarono a Varsavia il 2 novembre 1938 quando lui  accettò un incarico  diplomatico in Etiopia fino a settembre 1939, quando  la Germania invase la Polonia.

Christine diventa agente segreto

Allo  scoppio della Seconda guerra mondiale la coppia fugge a Londra: qui Christine è impaziente di  offrire i  suoi  servigi nella lotta contro il nazismo: il giornalista Frederick Augustus Voigt la introduce negli  ambienti  del SIS (Secret Intelligence Service) dove lei  farà un’ottima impressione tanto  da essere inquadrata tra gli  agenti del  servizio  segreto.

Nel dicembre 1939 viene inviata a Budapest con la copertura di  giornalista: questo la faciliterà negli  spostamenti a Varsavia dove convince Jan Marusarz (fratello  del  campione olimpionico  di  sci nordico Stanislaw Marusarz) a scortarla sui  Monti  Tatra innevati per  spiare i movimenti delle truppe naziste

A Varsavia lei  tentò inutilmente di  convincere sua madre Stefania a fuggire dalla Polonia, ma la donna era determinata a rimanervi. Purtroppo per lei  nel gennaio  del 1942 venne arrestata perché ebrea e condotta nella prigione di  Varsavia di Pawiak: la stessa che fu  progettata nel XIX secolo dal prozio Fryderyk Skarbek

Ritornata in Ungheria incontrerà l’ufficiale dell’esercito polacco Andrzei Kowerski per organizzare un servizio  di  corrieri polacchi  con il compito di  trasmettere rapporti  di intelligence tra Varsavia e Budapest.

La Gestapo  ha però messo  gli occhi  su  di loro: dietro il paravento  della polizia ungherese li  fa arrestare per interrogarli, qui lo spirito  d’iniziativa di  Christine le suggerisce di mordersi  la lingua a sangue per simulare una tubercolosi in fase terminale, cosa che ingannerà il medico  chiamato  per la diagnosi.

La polizia ungherese rilascerà Christine e il suo  compagno ma la Gestapo li farà ugualmente pedinare.

l’ambasciatore britannico  in Ungheria Owen O’Malley insieme a sua moglie, la scrittrice Ann Bridge, si impegnarono  per far fuggire i  due dall’Ungheria rilasciando  loro  dei passaporti  falsi: Kowerski divenne Anthony  Kennedy e Krystyna Skarbek divenne Christine Granville, il nome che usò per il resto  della sua vita.

  Nel 1941, a Sofia in Bulgaria, la coppia riceve da un’organizzazione clandestina polacca un microfilm con le fotografie di  grossi movimenti dell’esercito  tedesco  ai confini  con la Russia: è il preambolo all’Operazione Barbarossa cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.

il microfilm venne consegnato  da prima a Winston Churchill e quindi  a Stalin il quale, però, non ne volle tenere conto giudicando il documento inattendibile.

Il 22 giugno  1841 le truppe tedesche oltrepassarono il confine russo ⌋ 

Il tragico  epilogo  di una vita avventurosa 

Potrei  continuare a scrivere ancora molto  sulla vita si  Christine Granville, delle sue missioni in Francia e dei pericoli  che ha dovuto  affrontare per liberare uomini prigionieri  dei  tedeschi  e delle sue missioni  di  sabotaggio  (anche in Italia ha dei contatto  con i partigiani).

Potrei  anche scrivere dei  suoi  amori  durante queste missioni (suo  marito  Jerzy malvolentieri le concesse il divorzio quando  capì che tra loro tutto  era finito).

Potrei, ma diventerebbe una copia di  quanto  è già stato  scritto  e che è facilmente reperibile in rete.

Voglio    solo  aggiungere che Ian Fleming, suo  presunto  amante,  si  ispirò a lei  per tratteggiare le figure (un po’  passive) delle bond girl dei  suoi  romanzi e che Hollywood sta pensando  a un film a lei  dedicato  (magari  con Angelina Jolie come protagonista nei  panni di  Christine Granville).

Alla fine della guerra Christine è senza lavoro, nonostante sia stata insignita della George Medal e della Croce di  Guerra francese.

In seguito  troverà un’occupazione come hostess sulle navi  in partenza verso  la Nuova Zelanda e il Sud Africa.

Durante uno di  questi  viaggi  conoscerà Dennis Muldowney che si innamorerà perdutamente di lei.

Ma non è un amore corrisposto in quanto  Christine si  accorgerà subito  che l’uomo  è molto invadente e che la segue dappertutto (oggi  si  direbbe uno  stalker), e poi  lei è in procinto  di  sposare  Andrzei Kowerski  che l’aspetta in Belgio.

La sera prima della partenza, nel  suo  albergo  a Londra,  Christine incontrerà Dennis Muldowney il quale, dopo l’ennesimo  rifiuto, estrae un coltello uccidendola a pugnalate.

era il 15 giugno 1952, Christine Granville aveva quarantaquattro  anni.

Il libro  in anteprima 

Come ho  già scritto in rete si possono  trovare molte notizie sulla vita di  Christine Granville ma, meglio  di  chiunque altro, è la giornalista del Telegraph Clare Mulley a riportarne la vita in un libro  che si  legge come un romanzo ma che è pura realtà: La spia che amava 

 

Nel ripostiglio di un albergo, a Londra, viene ritrovato un vecchio baule contenente vestiti femminili insieme a lettere, medaglie al valore e al pugnale del SIS, il servizio segreto britannico in tempo di guerra.

La cosa più incredibile di questo libro è che nulla è inventato.

Clare Mulley ricostruisce accuratamente la vita di una persona difficile da definire che merita di essere conosciuta.

La preferita di Churchill tra le spie, motivo per cui la figlia Sarah Churchill ne ha interpretato il ruolo in un film degli anni ’50 mai divulgato. I diritti cinematografici di questo libro sono stati acquisiti dagli Universal Studios, che hanno proposto ad Angelina Jolie il ruolo di protagonista.

Si può essere al contempo:- cresciuti in un castello in Polonia da padre aristocratico e madre ebrea, figlia di un ricco banchiere? Dipendenti in un’officina-concessionaria Fiat? La preferita di Churchill tra gli agenti segreti al servizio della corona britannica durante la guerra? Cameriera immigrata a Londra, non come copertura ma per sbarcare il lunario? Essere  ritratti in Casino Royale insieme a James Bond, ispirando la prima Bond girl? In lizza per il concorso di Miss Polonia? Avvezzi a una vita tra gli agi e i lussi, e allo scoppio della guerra abbandonare l’Africa coloniale per dare una svolta al corso della storia?E molto, molto altro ancora…?

ALTRI SCRITTI

 

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Il genio di Hedwig Eva Maria Kiesler

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Baccalà, stoccafisso e un naufragio provvidenziale

baccalà

Un pesciolino rosso a un altro: <<Io non credo in Dio>>

L’altro  risponde: <<Nemmeno io, ma chi  altro  pulirebbe la nostra boccia?>>.

 Wiet van Broeckhoven (presentatore e scrittore radiofonico  belga)

Baccalà e stoccafisso  sono la stessa cosa?

 

Baccalà
merluzzi

Dal punto  di  vista del  fornitore (suo  malgrado) delle carni no perché è dal merluzzo (gadus morhua) da cui si  ricava la materia prima per preparare prelibatezze culinarie (a proposito; alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per il Baccalà alla napoletana).

La differenza è tutta nella conservazione, in quanto il baccalà è conservato  sotto  sale (si può definire baccalà solo quello  che raggiunge  più del 18 per cento di  sale assorbito  dal pesce),  mentre lo  stoccafisso viene essiccato al  sole su apposite rastrelliere per tre mesi.

Quindi  se il baccalà può essere prodotto in tutto il periodo  dell’anno, lo stoccafisso può esserlo solo  quando  determinate condizioni  climatiche lo  permettono  e cioè da febbraio a giugno.

Il migliore stoccafisso  è quello  prodotto nelle isole Lofoten  nel  nord della Norvegia dove è ottimale il connubio  tra sole e vento  artico  per l’essiccazione.

Dopo i  tre mesi  di  stagionature al palo (cioè sulle rastrelliere) lo  stoccafisso  viene stivato al chiuso  per altri  due mesi  dove continuerà la maturazione.

Sembra che questo metodo di produzione sia vecchio  di  almeno mille anni,lo stesso utilizzato  dai  Vichinghi (buongustai  oltre che predatori).

Lo stoccafisso (cioè il merluzzo) pescato  nelle gelide acque delle isole Lofoten è il primo prodotto  norvegese ad aver ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dall’Unione Europea, in particolare grazie alla pesca del  merluzzo nordico chiamato Skrei

Quando  messer Querini  naufragò

Pietro Querini in un dipinto d’epoca

Nell’aprile del  1431, Pietro  Querini  mercante e membro  del  Consiglio  della Serenissima, partì da Creta diretto verso i mari  del Nord a comando  del  veliero  Gemma Querina con a bordo  merci pregiate quali spezie, barili  di  malvasia, cotone e altro  ancora.

Superato lo Stretto di  Gibilterra, dapprima la nave si  arenò su  uno scoglio e quindi costretta a una sosta di cinque settimane a Cadice quindi, riprendendo  la rotta verso  le Canarie, raggiunse Lisbona proseguendo per Capo  Finisterre.

Non si può dire che Pietro  Querini in quel  viaggio fu molto  fortunato: infatti, trovandosi  a sud dell’Irlanda, andò alla deriva a causa di un vento di  scirocco che lo  spinse verso l’arcipelago  delle Isole Sorlinghe a 45 miglia dalla punta sud – occidentale della costa dell’Inghilterra.

Con la Gemma Querina ormai ingovernabile il naufragio  fu inevitabile: dei  sessanta marinai  a bordo  solo 16 con Pietro  Querini  riuscirono  a mettersi in salvo a bordo  di una scialuppa e. dopo 19 giorni, approdarono nell’isola di Sandoy, vicino a Røst nelle Lofoten.

Gli abitanti  dell’isola accolsero ben volentieri  i  naufraghi (le malelingue dicono che furono  soprattutto  le donne  quelle ad essere più  premurose verso i marinai) e qui  rimasero  per quattro  mesi finchè, il 15 maggio 1432, poterono ripartire alla volta di Venezia con un carico  particolare: 60 stoccafissi essiccati.

E fu  così che lo stoccafisso  entrò   a far parte della gastronomia italiana, si  calcola che oggi il volume d’affari  annuali per l’importazione dello  stoccafisso  norvegese IGP è pari  a 40 milioni di euro.

La ricetta 

Quella che troverete tra poche righe è la ricetta per preparare il Baccalà alla napoletana: non è un piatto veloce da preparare in quanto bisogna eliminare la pelle dal pesce, dividerlo in porzioni e mettere i pezzi in un contenitore in acqua fredda per almeno ventiquattro  ore.

L’alternativa è farvi invitare a cena (o  a pranzo, se preferite)

Baccalù

Il Libro in anteprima

Il giornalista Franco  Giliberto e il capitano di lungo  corso (nonchè ufficiale di  Stato  maggiore della riserva di marina e consulente navale) Giuliano Piovan hanno  scritto Alla larga da Venezia e cioè l’incredibile viaggio  di  Pietro  Querini  oltre il circolo polare artico nel ‘400

Un tuffo all’indietro nella Venezia del ’400, un viaggio per mare verso le Fiandre.

La Gemma Quirina, nave con sessantotto marinai, carica di vino e spezie, non giunge a destinazione, ma va alla deriva nell’oceano in pieno inverno.

Undici naufraghi redivivi sono accolti nella paradisiaca isola di Røst, oltre il circolo polare artico.

È questo lo scenario in cui compaiono tormentose storie d’amore, inconfessabili segreti di fanciulle, burrascose vicende marinare, prepotenze e punizioni d’una ciurma allo sbando. E soavi momenti di quiete degli undici superstiti, accuditi per cento giorni dalle disinibite donne dell’isola norvegese.

Pietro Querini è il nobiluomo veneziano capitano della nave partita da Creta nel 1431 e scomparsa all’imbocco della Manica. A Venezia lo si crede morto annegato, ma sorprendentemente ventuno mesi dopo la sua partenza ritorna in patria con i pochi compagni d’avventura rimasti, dopo un lungo percorso a piedi attraverso la Svezia e la Germania.

Conosciuta soprattutto dagli studiosi per la sua importanza storica e geografica, l’impresa di Querini è poco nota ai più. Finalmente, con quasi seicento anni di ritardo, Giliberto e Piovan danno voce alle gesta di questo grande nobile veneziano con un racconto rispettoso della realtà dei fatti ma insieme intenso e divertente.

ALTRI SCRITTI

 

Per la categoria DolceSalato ho scritto  diversi  articoli  tra cui:

Le alghe nel piatto  di oggi e in quello  di  domani 

Ricette, libri e pochi  consigli non indispensabili 

A tutta birra ( ma con moderazione ) 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Cristoforo Colombo e le sue nascite

Cristoforo Colombo

Videro gabbianelli e un giunco verde vicino alla nave.

Quelli della caravella Pinta scorsero una canna e un tronco e raccolsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola.

Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti.

Dal  diario  di  bordo  di  Cristoforo  Colombo 11 ottobre 1492

La tradizione vuole che Cristoforo Colombo sia nato  a….

Cristoforo Colombo
Sebastiano del Piombo – Ritratto postumo di Cristoforo Colombo (1519)

Non c’è bisogno  di  essere i primi  della classe per sapere che Cristoforo Colombo  è nato  a Genova.….o forse no?

Perché se il capoluogo ligure (che è poi la città in cui  vivo  e lavoro) vuole che, insindacabilmente, il grande navigatore sia nato tra le sue mura – tale affermazione trova negli  scritti di  Paolo  Emilio Taviani la sua granitica certezza – è anche vero  che da più luoghi si avanza la pretesa (giusta o  sbagliata  che sia non sta certo  a me deciderlo) di  avere dato i natali  a Cristoforo  Colombo.

A tale proposito (e solo  come esempio) anche nel Monferrato, e cioè la cittadina di Cuccaro  Monferrato, si è candidata per avere fra i  suoi illustri concittadini l’Ammiraglio  Colombo, da ciò è nato  il Centro  Studi  Colombiani  Monferrini, il Museo Cristoforo  Colombo e, ovviamente, un sito  da cui trarre tutte le informazioni se interessati  all’argomento ( www.colombodicuccaro.com ).

….Cogoleto (?)

   La premessa che forse dovevo  fare all’inizio  di  questo  articolo è che alla sottoscritta non interessa dove sia nato Cristoforo  Colombo quanto, semmai, la storia e le vicende a seguito  della sua scoperta (vicende non sempre edificanti  se pensiamo a quelle legate ai   Conquistadores).

Comunque,  andiamo  a Cogoleto.

Cittadina rivierasca del ponente di  Genova a confine con la provincia di Savona, collegata a Varazze per mezzo  di una ciclopedonale, nata sull’ex sede ferroviaria, molto  bella e che, purtroppo, qua e là porta ancora i  segni di una violenta mareggiata di  quasi due anni fa.

Cogoleto  era conosciuta per i  cantieri  navali (non ci sono più), per l’ex manicomio  di  Pratozanino (chiuso  da parecchio  tempo  e con una superficie enorme che ancora oggi  non si  sa da cosa verrà riempita), dalla Tubi Ghisa (chiusa, anche qui  non si  sa cosa nascerà al  suo  posto) e dalla Stoppani una delle industrie chimiche  più inquinanti d’Europa chiusa anch’essa da tempo  e che ha lasciato in eredità un vasto  terreno  da bonificare dalle scorie chimiche.

Quindi alla cittadina non restava che dedicarsi  al turismo, avendo  come concorrenti Arenzano  a levante e Varazze a ponente entrambe (forse) più organizzate per il turismo (già vedo all’orizzonte un drone armato per darmi  la caccia dopo  queste mie dichiarazioni) 

Fatto  sta che all’incirca una decina di  anni  fa uno storico  locale, Antonio  Calcagno già insignito del  titolo di Cavaliere dell’ordine al  merito  della repubblica italiana, condusse una seria  ricerca storico  – archivistica, durata più di  quattro  anni, presso  gli  archivi  spagnoli da cui la scoperta che:

Tutto  sia nato da un errore di omonimia e cioè la contemporanea presenza di  famiglie Colombo ligure, e in particolare quelle di  Genova e Cogoleto, abbia ingenerato  confusione….

Ma è soprattutto  un documento ritrovato  negli  Archivi  di  Stato di Genova nel 1840 (documento  stesso  non più reperibile a quanto sembra) che parla di un atto  notarile riguardo un eredità:

Alla morte di Cristoforo  Colombo di  deve decidere a chi  spetterà l’insieme dei  privilegi dovuti  alle Capitolazioni  di  Santa Fè….

Essendo che la successione avviene in linea maschile primogenita, il primo  a beneficiarne era Diego poi, a seguire il suo primogenito  Luis e così via.

Quando non vi  sono più eredi  maschi, finalmente si  arriva a considerare le donne della famiglia, da ciò la disputa per l’eredità tra due famiglie: quella di  Bernardo  Colombo  di  Cogoleto  e quella di  Baldassarre Colombo  di  Cuccaro Monferrato.

L’allora Repubblica di  Genova per arrivare a una conclusione della faccenda, incaricò i propri  diplomatici in Spagna di  acquisire documenti inerenti a Colombo di  Cogoleto tanto  grande in Spagna

Tutto  qui!

Il libro

Cristoforo Colombo

 Non potevo  che concludere con l’anteprima del libro  di Alfredo Capone Colombo  da Genova al  Nuovo  Mondo

Eccellentissimi re, in età giovanissima cominciai a navigare e continuo ancor oggi.

La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti di questo mondo…».

Cinquecento anni fa Cristoforo Colombo ha lanciato la sua sfida al mondo e da allora il mondo continua a raccoglierla, affascinato dal mito di un uomo capace di superare le frontiere della conoscenza. Ma perché è toccato proprio a lui scoprire il Nuovo Mondo?

Una scoperta che non consiste soltanto nell’andare in un posto sconosciuto, ma anche saperne tornare, conoscere, sperimentare, rischiare, oltrepassare confini dati, reali e mentali, laici e religiosi.

Per comprendere il coraggio e l’intraprendenza di chi naviga nel Medioevo bisogna partire da lontano, da Fenici e Greci, che per primi attraversarono i mari del Mediterraneo, ma soprattutto bisogna partire da Genova, la piú atlantica delle città italiane, e dagli orizzonti aperti della sua storia.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Leonard, Fidel e Pierre: una loro piccola storia

Leonard

“Il comunismo  non è mai  andato  al potere in un Paese che non fosse smembrato dalla guerra o  dalla corruzione, o da entrambe”

John Fitzgerald Kennedy

1976: tra  golpe improbabili e nuove amicizie

Nel 1976 in Italia il comunismo  non era andato al potere: eppure la paura che il PCI riuscisse a governare il Paese fece temere per la stabilità dell’Alleanza Atlantica tanto che, in un documento  desecretato  del Foreign  Office nel 2008, si ipotizzò un golpe per fronteggiare tale eventualità.

Naturalmente il tutto era visto  come pura strategia teorica e quindi  irrealizzabile (per fortuna).

Se l’argomento ricade nei  vostri interessi vi  rimando al lunghissimo articolo pubblicato nel 2008 sul sito da La Repubblica.it ( Dalle carte segrete del  Foreign Office l’idea di un colpo  di  stato in Italia) .

Nel 1976 si  era ancora nel periodo  della Guerra fredda e Cuba era una spina nel  fianco  specie per gli  Stati Uniti  e gli alleati.

Leonard
Pierre Trudeau nel 1975

Non per il Primo  ministro canadese Pierre Elliot Trudeau (Montréal, 18 ottobre 1919 – Montréal 28 settembre 2000) che in quel periodo, rompendo  l’embargo verso  Cuba e irritando non poco  il governo  degli  Stati Uniti, volò all’Avana, accompagnato  dalla moglie Margaret e dal piccolo Michel di  appena tre mesi d’età,  restando ospite di  Fidel Castro per alcuni giorni diventandone amico.

Quando, disgraziatamente Michel morì nel 1998, a causa di una valanga mentre sciava nella British  Columbia , Fidel Castro andò a Montreal per i funerali, avendo quindi  l’occasione di abbracciare Justin,  il fratello  di Michel, allora ventisettenne ( l’altro  figlio  Sacha è oggi  giornalista in Canada).

Tocca ancora a Fidel  Castro, questa volta nel 2000, a ritornare in Canada per un altro funerale: questa volta per essere accanto  alla famiglia del  suo    amico  Pierre Trudeau.

Questa cortesia non verrà ricambiata dal premier Justin Trudeau alla morte del Lider Maximo allineandosi  in questa modo, ai leader occidentali (compreso  Obama)  che disertarono  le esequie oppure mandando  al loro posto  dei  rappresentanti.

Solo  dopo  i funerali Justin Trudeau scrisse un elogio ufficiale nei  riguardi dell’ex  presidente cubano.

La dichiarazione ufficiale di Justin Trudeau sulla morte di Fidel Castro
The Prime Minister, Justin Trudeau, today issued the following statement on the death of former Cuban President Fidel Castro: “It is with deep sorrow that I learned today of the death of Cuba’s longest serving President. “Fidel Castro was a larger than life leader who served his people for almost half a century. A legendary revolutionary and orator, Mr. Castro made significant improvements to the education and healthcare of his island nation. “While a controversial figure, both Mr. Castro’s supporters and detractors recognized his tremendous dedication and love for the Cuban people who had a deep and lasting affection for “el Comandante”. “I know my father was very proud to call him a friend and I had the opportunity to meet Fidel when my father passed away. It was also a real honour to meet his three sons and his brother President Raúl Castro during my recent visit to Cuba. “On behalf of all Canadians, Sophie and I offer our deepest condolences to the family, friends and many, many supporters of Mr. Castro. We join the people of Cuba today in mourning the loss of this remarkable leader.”

Leonard Cohen entra in scena

Leonard
Leonard Cohen

Ai funerali  di  Pierre Trudeau, oltre a Fidel  Castro, vi  era un altro importante personaggio, non della poltica ma della cultura musicale: Leonard Cohen

I due non si  erano mai incontrati  fino ad allora, anche se Leonard Cohen, nel 1961, si  era recato  a Cuba poco  prima del  tentativo degli esuli cubani  anticastristi (addestrati  dalla CIA)   di  rovesciare il regime di  Fidel Castro: tentativo   che sfociò nella disastrosa avventura della baia dei  Porci

Il cantautore poeta canadese era a Cuba seguendo le orme del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca il quale soggiornò all’Avana  per circa tre mesi  nel 1930.

Da quell’esperienza Leonard Cohen scrisse  Field Commander Cohen (il testo in italiano lo  troverete alla fine dell’articolo).

Comandante di Campo Cohen
Il Maresciallo di Campo Cohen fu la nostra spia più importante. Ferito mentre compiva il suo dovere, come paracadutare acido nei bicchieri delle feste diplomatiche, e costringere Fidel Castro ad abbandonare i suoi possedimenti. Ha lasciato tutto come un vero uomo, tornando a fare niente di speciale, sale d’attesa e code per i biglietti, suicidi con pallottole d’argento, messianiche mareggiate dell’oceano, e corse sull’ottovolante delle razze e altre tipi di noia spacciati per poesia. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Non ho mai domandato ma ho sentito che hai condiviso la tua sorte con i poveri. Ma poi ho ascoltato per caso la tua preghiera che tu possa essere questo e niente più di un cantante milionario adorato da qualche donna riconoscente e fiduciosa, il Santo Patrono dell’Invidia e il fruttivendolo della disperazione che lavora per il dollaro Yankee. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Oh, amante vieni e sdraiati vicino a me, se tu sei davvero il mio amante, e cerca di essere per un po’ il tuo io più dolce, fino a quando non chiederò altro, figlio mio. e poi fai risuonare gli altri te, sì, fai che si manifestino e vengano fino a quando ogni sapore sarà avvertito dalla lingua, fino a quando l’amore sarà penetrato e appeso e ogni tipo di libertà si materializzerà, allora oh, oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio.

Alla prossima! Ciao, ciao...♥♥

Trotula de’ Ruggiero e la sinfonia del corpo femminile

Trotula

Si tibi deficiant medici, medici  tibi fiant haec tria: mens laeta, requies, moderata diaeta

Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la modesta dieta

Scuola Medica Salernitana

  La Scuola Medica Salernitana

Mi piace aver messo una citazione in latino,  anche se del latino ne so  quanto la lingua Swahili ma, parlando  di  Scuola Medica Salernitana, non potevo rinunciare a un dogma della Scuola stessa tanto  semplice nel  concetto  quanto  efficace nell’esecuzione.

La leggenda della fondazione della Scuola Medica Salernitana
Si racconta che un pellegrino greco di nome Pontus si fosse fermato nella città di Salerno e avesse trovato rifugio per la notte sotto gli archi dell’antico acquedotto dell’Arce. Scoppiò un temporale e un altro viandante malandato si riparò nello stesso luogo, si trattava del latino Salernus; costui era ferito e il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il latino praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l’ebreo Elinus e l’arabo Abdela. Anch’essi si dimostrarono interessati alla ferita e alla fine si scoprì che tutti e quattro si occupavano di medicina. Decisero allora di creare un sodalizio e di dare vita a una scuola dove le loro conoscenze potessero essere raccolte e divulgate

Gli studi della Scuola Medica Salernitana si basavano principalmente sulla teoria ippocratica (o teoria umorale) tendendo a fornire una causa reale alle malattia superando concetti legati  alla magia e superstizione.

I quattro umori

Trotula
Schema dei quattro umori in relazione ai quattro elementi

Ippocrate di  Kos definì i quattro umori  di  base circolanti  nell’organismo umano:

BILE NERA corrispondente alla terra, ha sede nella milza

BILE GIALLA corrispondente al  fuoco, ha sede nel  fegato

FLEGMA corrispondente all’acqua, ha sede nella testa

SANGUE corrispondente all’aria, ha sede nel  cuore

Principio pitagorico della TETRAKTYS
Tale principio era basato sul numero quattro: esso faceva corrispondere le quattro qualità elementari (secco, freddo, umido e caldo) alle quattro stagioni (autunno, inverno, primavera ed estate) e alle quattro età della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia)

Seguendo lo  schema nella figura precedente si può vedere come gli umori fossero  soggetti a variazioni in base alla stagione per cui, ad esempio, il sangue prevale in primavera mentre la bile gialla in estate.

Ciò infine comportava che il buon funzionamento  dell’organismo dipendesse dall’equilibrio degli  elementi (eucrasia), mentre il prevalere di uno  di  essi era causa della malattia (discrasia).

il sistema degli umori di Ippocrate venne ampliato successivamente da Galeno il quale, basandosi su studi  scientifici in seguito alla dissezione di  animali  e osservazione dei  cadaveri  di persone morte in maniera violenta, arrivò al concetto  di pneuma (aria) , cioè il principio  fondamentale della vita corrispondente al  sangue: essendo il cuore la sede del  sangue, esso  doveva esserne anche quello della vita e dello  spirito (anima).

Galeno, inoltre, disse che la possibilità degli  elementi  di  combinarsi tra di loro era all’origine dei  diversi  caratteri riscontrabili in ogni  singolo individuo e cioè i temperamenti (melanconico, collerico, flemmatico, sanguigno) arrivando  alla fine a una teoria della personalità legata alla costituzione fisica della persona,  così  a un malinconico  (con eccesso  di  bile nera)  corrispondeva un tipo  magro, debole, pallido, avaro  e triste, mentre il collerico  (eccesso  di  bile gialla) è magro, irascibile, permaloso, generoso e superbo  (le prime tre caratteristiche   mi ricordano  qualcuno  di  mia conoscenza…)

Trotula mulier doctissima 

Le malattie delle donne prima, durante e dopo il parto
Siccome le donne sono per natura più fragili degli uomini, sono anche più frequentemente soggette a indisposizioni, specialmente negli organi impegnati nei compiti voluti dalla natura. Siccome tali organi sono collocati in parti intime, le donne, per pudore, non osano rivelare a un medico maschio le sofferenze procurate da queste indisposizioni. Per questo motivo e per la compassione verso questa loro disgrazia, mi hanno indotto ad approfondire e esaminare le indisposizioni che colpiscono più frequentemente la donna…..

il brano  è tratto  dal prologo  del primo  trattato  di  ginecologia risalente all’XI secolo  a cura di una : Trotula de’ Ruggiero

Nata a Salerno (1050?)  in una famiglia di  lignaggio  nobile qual  era i de’ Ruggiero, dotata di intelligenza e bellezza, sposò   Giovanni  Plateario (detto  il vecchio  per distinguerlo dal  figlio  Giovanni Plateario il giovane) importante medico e maestro , insieme ai  figli  Giovanni  e Matteo,  della Scuola Medica Salernitana.

La storia di Trotula non è ben chiara, qualche storico  addirittura ne dubita l’esistenza, ma già nel  XIII secolo il suo nome ha raggiunto  una certa notorietà da attribuirle la scrittura di  due opere: De ornatu  mulierum (Come rendere belle le donne) e il De passionibus mulierum ante, in et post partum.

Il primo, ovviamente, è un trattato  di  cosmesi,  mentre il  secondo (da cui  ho  tratto  la nota introduttiva) è, per l’appunto, un trattato  medico  dedicato  all’ostetricia e ginecologia (e di cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo)

Naturalmente, essendo lei  stessa una mulier doctissima appartenente alla Scuola Medica di Salerno, i principi  che lei  seguiva erano dovuti  alla teoria ippocratica e agli insegnamenti  di  Galeno.

Nel  suo  trattato, seguendo  questi principii, non si parla solo dei problemi  inerenti  al momento  del parto, ma anche a quelli rivolti  alla sessualità femminile, così si  consiglia l’igiene intima dopo il coito e che un’astinenza sessuale prolungata poteva nelle donne essere causa a gravi infermità (la medicina antica, senza preamboli, consigliava il coito  o  la masturbazione).

Sempre lei, inoltre, asseriva,  che causa di  sterilità non era da attribuire solo  alla donna, ma che poteva essere un problema esclusivamente maschile.

Per concludere una curiosità: Trotula Corona è una formazione geologica di venere dedicata alla mulier doctissima.

Il libro 

Trotula

Tra il IX e il XIII secolo fiorisce a Salerno una importante scuola di medicina, dove insegnano i maggiori studiosi dell’epoca, aperta anche alle donne, sia come allieve che come magistrae.

Una di queste, vissuta attorno all’anno Mille, fu Trotula de’ Ruggiero, la cui opera maggiore, De passionibus mulierum ante in et post partum, è un trattato di ostetricia e ginecologia di grande diffusione e autorità per tutto il Medioevo.

Tradotto in molte lingue europee, pubblicato in decine di edizioni, studiato nelle università, rappresentò per secoli il riferimento cardine della medicina occidentale.

Il De passionibus inizia delineando la natura caratteristica del genere femminile, che a differenza della natura del maschio, calda e asciutta, è fredda e umida. Alle donne manca il calore necessario per dissipare gli umori cattivi, e sono dunque più deboli e soggette ad ammalarsi prevalentemente negli organi riproduttivi. Per difendersi dagli umori le mulieres hanno tuttavia una particolare purificazione, il ciclo mestruale, la cui regolarità è fonte e segno di salute, e viceversa.

Primo compito della medicina è allora diagnosticare le ragioni dell’interruzione della regolarità delle mestruazioni e individuare con la farmacopea i rimedi opportuni. Trotula suggerisce come evitare una gravidanza, o come scegliere il sesso del bambino che si concepisce; è la prima ad affermare, contro consolidate credenze, che la sterilità può avere origine anche maschile; dispensa nozioni di ostetricia sulla posizione del feto nell’utero, dà indicazioni per individuare i segni di una gravidanza, e per il regime della puerpera: particolare attenzione merita il momento del parto, che necessita di una atmosfera serena e rispettosa del pudore della donna.

Trotula pone le patologie non solo in relazione con gli umori e con le ipotesi scientifiche dell’epoca, ma anche con l’intera vita della donna: la sua salute ha a che fare con la filosofia della Natura cui si ispira l’arte medica del tempo, e aspira a un corpo sano in armonia con l’universo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Il Corriere e la sua columnist: Maria Antonietta Torriani

Corrriere

Se la libertà di  stampa significa qualcosa, significa il diritto  di  dire alla gente ciò che non vuole sentirsi  dire

George Orwell

5 marzo 1876 nasce il  Corriere della Sera

 

Corriere
Il primo numero del Corriere della Sera – 5 marzo 1876

Quello  che tuttora conosciamo  come Corriere della Sera non è il primo giornale ad aver avuto questo nome: dieci  anni  prima della sua nascita e cioè nel 1866, a Torino, Giuseppe Rovelli fondò un giornale omonimo di  quello milanese che verrà, ma l’avventura giornalistica di  Rovelli  durò appena due numeri (quelli del 1 agosto  e del giorno  seguente) per mancato interesse da parte di un potenziale pubblico  di lettori.

Curiosamente lo stesso Giuseppe Rovelli, donando le copie originali del  suo  giornale al  nascente Corriere della Sera nel 1876, aveva scritto  su una di  esse:

Giuseppe Rovelli  che a ventitré anni partorì quest’infelice, mortogli in grembo il terzo  giorno  per mancanza di nutrimento, ne affida le misere spoglie al  fratello omonimo cresciuto  gigante

Queste misere spoglie furono poi  vendute in un’asta Bolaffi a Torino il 3 giugno  2000 per 28 milioni di lire acquistate da un collezionista privato.

Ritornando indietro  nel  tempo e cioè nel  febbraio del 1876, incontriamo le due persone che diedero  vita al  Corriere della Sera a Milano: Eugenio Torelli Viollier, già direttore de La Lombardia, e  Riccardo  Pavesi editore dello  stesso  quotidiano.

Per il lancio  del  nuovo  quotidiano  venne scelta la prima domenica di  Quaresima (domenica 5 marzo 1876): la tiratura iniziale fu di 15.000 copie al prezzo di  cinque centesimi in città (sette se si  abitava fuori  Milano).

Gli abbonamenti, l’ago  della bilancia tra il fallimento e la riuscita di un nuovo giornale, furono al  debutto 500 con prezzo  di 18 lire annuali per Milano (24 lire per fuori  città).

Tutto il ricavato  della vendita  delle prima 15.000 copie venne devoluto in beneficenza.

dall'articolo di fondo del primo numero del Corriere della Sera rivolto al Pubblico
Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro. Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori”. Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. […] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[…] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. […] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Sennonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. […] Tratto  da Wikipedia

Maria Antonietta Torriani Scrittrice e columnist 

La donna ritratta in questa foto  (molto  sgranata, per la verità) si  chiamava Maria Antonietta Torriani, nata a Novara il 1° gennaio  1840 e morta a Milano il 24 marzo 1920 all’età di ottant’anni.

L’ambiente provinciale di Novara (non me ne vogliano  i  novaresi) non è il massimo per una donna che vuole riscattarsi con le proprie forze da quel modello  sociale che vuole l’essere femminile relegato a ruoli  subalterni rispetto  all’uomo: si può dire che la fuga verso  Milano, con l’eredità di 4.500 lire che la madre le ha lasciato  (suo padre era morto molto  prima), è stato per lei  l’inizio  di un’avventura molto  fruttuosa.

Girovagando per redazioni di  varie riviste incomincia a scrivere con lo  pseudonimo di Marchesa Colombi e ben presto  a questo  mestiere di penna aggiunge quello  di  scrittrice di  romanzi che ebbero immediato  successo (troverete l’anteprima di Un matrimonio in provincia alla fine dell’articolo) dove le protagoniste sono  sempre delle donne in tutte le sue forme sociali dalla cameriera alla più agiata borghese.

Corriere
La Marchesa Colombi ritratta da Giovanni Segantini (1885)

 

Importati  furono per lei  l’incontro  a Milano con  due persone: la prima fu Anna Maria Mozzoni giornalista e attivista del movimento  per l’emancipazione delle donne in Italia.

Il secondo incontro, non certo meno importante fu con chi  diventerà suo  marito (ma presto  divorzierà da lui): Eugenio Torelli Violler.

E’ovvio  a questo punto che ritroviamo Maria Antonietta Torriani a firmare articoli sul Corriere della Sera che parlano  di costume e società, ma con una spiccata valenza protofemminista tanto  da raccomandare alle sue lettrici di  essere sempre se stesse a dispetto della morale di una società bigotta.

Gli ultimi   anni  della sua vita li  trascorse a Cumiana, in provincia di  Torino, continuando  a scrivere romanzi sociali e libri  per bambini.

Il libro

Nel 1973 Natalia Ginzburg riscopre Un matrimonio  in provincia e, insieme a Italo Calvino, propose il romanzo alla Casa editrice Einaudi che lo inserì nella collana Centolibri.

Nel 1980 il romanzo  venne adattato per il piccolo  schermo per la regia di Gianni Bongioanni.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Berlino: fuga dal Muro con sponsor

Berlino

Ich bin ein Berliner (io sono un berlinese)

Frase pronunciata da John Fitzgerald Kennedy il 26 giugno 1963 a Berlino Ovest in Rudolph – Wilde Platz

 Berlino 9 novembre 1989:  la caduta del muro

Berlino
Il Muro di Berlino

Dapprima, precisamente il 13 agosto 1961, fu  costruita a dividere Berlino quello  che venne chiamata una barriera di protezione antifascista ma che, in effetti, riuscì a dividere affetti, amicizie, amori: da una parte la grigia Berlino Est, dall’altra parte l’Occidente e cioè Berlino Ovest.

Non fu  subito un muro  di  cemento,  ma una barriera fatta di  filo  spinato dopodiché, per arginare la massiccia fuga dal  regime della Berlino  Est verso l’agognata libertà offerta dallo stile di vita occidentale , si  costruisce quello che verrà sempre ricordato  come il Muro di Berlino : una barriera lunga decine di chilometri e alta due metri  e mezzo, custodita dagli   appartenenti  alla  VoPos (Volkspolizei).

Il Muro e le sue vittime
Il Muro di Berlino era lungo 155 chilometri per due metri e mezzo di altezza. Le persone uccise nel tentativo di valicarlo furono 144 (ma altre stime ne danno un numero maggiore).

Bisogna, quindi, aspettare ben ventotto  anni  per arrivare a quella fatidica sera quando il muro finalmente non è più un ostacolo per la riunificazione delle Germania, processo  che si  concluderà il 3 ottobre 1990.

Il Tunnel degli italiani

Fino a pochi  anni  fa si poteva acquistare su  Amazon o su  Ebay pezzi  del  Muro come souvenir , poi, nel 2015, il progetto  di una recinzione a impedire lo sbriciolamento di  quello  che rimane essere il monumento  di un periodo  storico  dell’Europa, avrebbe avuto  la conseguenza di fermare questo  commercio.

Penso  che oggi questi  souvenirs servano  più che altro a fare da fermacarte su  qualche scrivania, oppure oggetti impolverati in mostra sullo  scaffale delle librerie.

Mentre delle centoquaranta vittime del  Muro (ma è solo una stima, potrebbero  essere anche di più) il ricordo

Nei  ventotto anni  di  esistenza del  Muro, furono più di  settantacinque i  tunnel scavati per permettere questa fuga: quello più famoso, scavato sotto  Bernauer Strasse lo si  ricorda come Il Tunnel  degli italiani

Domenico Sesta e Luigi  Spina si  erano  dapprima conosciuti  a Gorizia frequentando le scuole superiori, poi,  a Berlino, si  ritrovarono studenti presso la facoltà di Ingegneria presso  la Technische Universität.

E’naturale che in qualunque ambiente universitario  si  creino  delle solide amicizie, così fu per i  due italiani  nei  confronti di  Peter Schmidt il quale rimase intrappolato nella Berlino Est in seguito  alla costruzione del  Muro.

Nel  frattempo Domenico Sesta conobbe Ellen (diventata poi  sua moglie nel 1963) la quale  ebbe un ruolo  fondamentale nel  mettere su  una rete clandestina per far fuggire le persone dalla Germania dell’Est.

Si inizia a scavare il tunnel, ma oltre alle braccia occorre  anche denaro per l’acquisto di attrezzature, ed è a questo punto che si  fa avanti il network statunitense NBC ( National Broadcasting Company)  che offre quanto  necessario in cambio dell’autorizzazione di  filmare i lavori di  scavo e il momento di  quando donne, uomini  e bambini  escono fuori  dall’altra parte del  Muro finalmente liberi.

L’operazione dell’emittente televisiva statunitense non piacque, però, al neo presidente John F. Kennedy il quale non voleva inasprire i già tesi  rapporti  con l’URSS in un clima di Guerra fredda che poteva sfociare in una catastrofe atomica.

Quella che formalmente era una censura presidenziale non riuscì a opporsi  alla libertà di  stampa: il documentario  venne mandato in onda in prima serata con diciotto milioni  di  spettatori  che lo  videro.

Il Tunnel 29
In realtà il nome è Tunnel 29 dal numero di persone che riuscirono a fuggire attraverso di esso. Nel 2000 il presidente Carlo Azeglio Ciampi insignì di medaglia d’oro al Valore Civile Domenico Sesta e Luigi Spina. Domenico Sesta è deceduto il 5 maggio 2002; Luigi Spina nell’agosto del 2014

Il libro

La vicenda dei  due italiani  e dei  loro  compagni nell’avventura dello  scavo  del  Tunnel 29 è narrata dal  giornalista Greg Mitchell nel libro  Tunnel di  cui  vi  anticipo  l’anteprima.

Berlino

Estate 1962: da un anno il Muro divide la città di Berlino, e la sua popolazione, in due.

È ormai sempre più difficile per gli abitanti di Berlino Est scappare verso l’Ovest democratico bucando i checkpoint o cercando di scavalcare il Muro: gli “incidenti” alla frontiera contano sempre più morti, che le propagande dell’Est e dell’Ovest si rinfacciano a vicenda.

Ma se si assottigliano le possibilità di oltrepassare il confine, si può sempre provare a passarci sotto: diversi gruppi di giovani iniziano a progettare tunnel che dal più sicuro Ovest corrano sotto il Muro e sbuchino a Est, permettendo ad amici, parenti ed emeriti sconosciuti di espatriare. Per portarli a termine occorrono nervi saldi, braccia robuste e, soprattutto, soldi.

Entrano così in scena due emittenti televisive americane rivali, la NBC e la CBS, ognuna intenzionata a finanziare la realizzazione di un tunnel, in cambio dell’esclusiva sulle immagini della fuga. Ben presto iniziano le riprese e le manovre degli scavatori, all’ombra minacciosa della Stasi, degli infiltrati e delle microspie.

Ma in questo complesso dramma spionistico deve ancora fare la sua comparsa un ultimo, fondamentale attore: John Fitzgerald Kennedy, che in piena guerra fredda non può certo permettere a una televisione americana di foraggiare piani di fuga da Berlino Est. D’altra parte, come ha detto ai suoi collaboratori, «per quanto non sia una soluzione piacevole, quel maledetto Muro è comunque meglio di una guerra».

Fra allagamenti ed esplosioni, omicidi e colpi di scena, Greg Mitchell racconta i presupposti, la realizzazione e la sorte dei Tunnel di Berlino, schiacciati tra il tremendo potere della polizia segreta della DDR e i dilemmi di un presidente costretto a censurare i media di fronte alla minaccia di una guerra nucleare.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Vasilij Grossman e il destino di un romanzo

Vasilij Grossman

La nebbia copriva la terra. il bagliore dei  fanali  delle automobili rimbalzava sui  fili  dell’alta tensione che correvano lungo  la strada.

Non aveva piovuto ma all’alba il terreno  era umido  e, quando  si  accendeva il semaforo, sull’asfalto  si  spandeva un alone rossastro

Tratto  dal  romanzo  Vita e destino  di  Vasilij Grossman

 Destino  (e censura) di un romanzo 

Quando Vasilij Semënovič Grossman  scrisse nel 1959 quello  che viene considerato uno dei  più famosi  romanzi della letteratura russa del 20° secolo, Vita e destino, non avrebbe certo immaginato  che l’allora KGB l’anno  seguente avrebbe sequestrato sia il manoscritto  originale che tutte le copie dattiloscritte.

Il perché di tale accanimento era motivato, secondo  la logica poliziesca del  regime,  dal  fatto  che il romanzo  poteva arrecare un danno  d’immagine all’URSS.

Ambientato durante la Seconda guerra mondiale nel periodo della Battaglia di  Stalingrado, Grossman fa trasparire dando  voce ai  suoi personaggi una certa similitudine del regime sovietico,  sotto  la dittatura di  Stalin, con quello hitleriano.

Meno  credibile è la storia per cui il sequestro  venne ordinato da Nikita Sergeevič Chruščëv per una semplice vendetta in quanto lo scrittore (ricordo  che era anche un giornalista) si  rifiutò di fare un’intervista quando questi  era commissario capo del  partito per le operazioni di  guerra durante la campagna di  Stalingrado.

Vasilij Grossman fu corrispondente di  guerra per l’Armata  Rossa trascorrendo  tre anni in prima linea, descrivendo in maniera essenziale (ma anche straziante) tutto  ciò che i  suoi  occhi  vedevano.

Uno dei  suoi  più famosi  reportage, la liberazione del lager di  Treblinka, fu  usato  come prova durante il Processo  di  Norimberga.

Ritornando al  romanzo  Vita e destino, Grossman ebbe comunque la prontezza di  consegnare poco  prima del  sequestro una copia dattiloscritta al  suo  amico e scrittore  Semen Lipkin il quale la nascose nella sua dacia a Peredelkino.

Nel 1974, dieci  anni  dopo la morte di  Grossman per tumore, Lipkin porterà clandestinamente la copia microfilmata  in occidente consegnandola nelle mani  della ricercatrice Rosemarie Ziegler la quale, arrivata a Parigi, a sua volta li passò al  critico Efir Etkind

Questa, che sembrava essere una corsa con il passaggio  di  testimone, fu  vana: nessuno  degli  editori  francesi  si  sentì di pubblicare il romanzo.

Allora Etkind pensò di rivolgersi  all’editore di  origine serba Vladimir Dimitrijevic a Losanna in Svizzera: questa fu  la volta decisiva perché nel 1980, a sedici  anni  dalla morte di  Grossman, Vita e destino venne finalmente pubblicato.

Nel 1990 anche in Russia il libro  fu  dato  alle stampe.

Anteprima di  Vita e destino 

Oggi  tocca a me pubblicare l’anteprima di  questo  romanzo

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥