Infine, cinquant’anni fa, si partì per la Luna


Folle è l’uomo che parla alla luna

Stolto  chi non le presta ascolto

William Shakespeare – Romeo e Giulietta 

Dalla notte dei  tempi è sempre la Luna

Ovunque nel mondo  antico, dalla Babilonia fino  all’Egitto, dalla Grecia a Roma, la Luna fu adorata come  divinità, soprattutto  al  femminile.

Quel  suo  apparire, crescere e scomparire, per poi  riapparire nuovamente dando inizio  a un nuovo  ciclo, fece si  che essa venisse messa in relazione con  la vita degli uomini, degli  animali  e dei  vegetali.

Mentre l’agricoltore  seguiva le fasi  lunari per la semina e il raccolto, attorno alla Luna incominciarono  a nascere leggende, credenze, superstizioni e proverbi.

Le fasi  del nostro satellite, partendo dall’osservazione degli  astrologi  per i loro  vaticini, fu la base per la misurazione del nostro  tempo:

Dai  sette giorni  trascorsi  tra due fasi  successive si  arrivò alla determinazione della settimana ( il sette stesso  divenne un numero con caratteristiche esoteriche); dalla lunazione, cioè dalla durata complessiva delle quattro  fasi, si ottenne il mese: da questa suddivisione del  tempo derivarono i più antichi  calendari lunari 

Le fasi lunari
Le fasi lunari

Fu Ipparco  di  Nicea nel 130 a.C. a calcolare la distanza tra il nostro pianeta  e la  Luna utilizzando il metodo  della parallasse stabilendo un valore prossimo  a quello  reale pari  a trenta volte il diametro  della Terra.

Bisogna, però, aspettare secoli dopo  affinché l’occhio  umano  possa vedere   la superficie lunare nella sua conformazione: nel 1610, precisamente il 7 gennaio, Galileo  Galilei  puntò il suo  cannocchiale verso la Luna distinguendo montagne e zone pianeggianti più oscure.

 Giovanni Keplero, contemporaneo  di  Galilei,  stabilì le leggi che regolano  il movimento  dei pianeti mentre, nel 1687, Isaac Newton formulava il principio della gravitazione universale: l’astronomia era diventata una scienza staccandosi  completamente da quello  che fino  ad allora era appannaggio dell’astrologia nell’osservazione della volta celeste.

La Luna, comunque, continuava a essere irraggiungibile e misteriosa e solo la fantasia degli  scrittori poteva idealmente permetterne l’esplorazione: da Edgard Allan Poe fino  ai più moderni Robert A. Henlein , Arthur C. Clarke e Poul  Anderson (solo per citarne alcuni) potevano  colmare l’inconscio  desiderio insito  nella natura umana che è l’esplorazione di nuovi mondi.

16 luglio 1969, Cape Kennedy 

Furono un milione gli  spettatori  che assistettero  alla partenza dell’Apollo 11   dalla baia di  Cape Kennedy (lo  stesso numero  di persone  presenti  al Festival  di  Woodstock un mese dopo).

saturn V al momento del lancio
Il razzo Saturn V al momento del decollo
Archivio NASA

 Alle ore 9.32 locali  (in Italia erano  le 15.32)  Saturn V si  stacca dalla rampa di lancio numero 5: dopo  ottantatré secondi  dal  lancio, raggiunge l’altezza di 4.900 metri.

In meno  di un minuto  e mezzo  la sua velocità arriverà a 2800 Km/h: i tre astronauti subiranno una forza pari  a 4,5 G cioè questo  vuole dire che il corpo  di Armostrong, Aldrin e Collins peserà quattro  volte e mezzo di più rispetto  al peso sulla Terra.

Gli atronauti di Apollo 11
I tre astronauti di Apollo 11. Da sinistra a destra: Neil Armostrong, Michael Collins e Buzz Aldrin

 

Dopo  all’incirca 11 minuti dalla sala di  controllo  di  Houston l’annuncio  che  Saturn V è in orbita di parcheggio a una quota di 186 chilometri: la prima fase del  volo, quella più pericolosa, è superata.

20 luglio 1969, Mare Tranquillitatis 

20 luglio 1969, ore 15.17 (22.17 in Italia)  

Houston, qui  Base della Tranquillità, Aquila è atterrata

E’ la voce di  Neil Armstrong a dare l’annuncio che la più grande avventura dell’uomo al  di  fuori della Terra stava iniziando.

E’ tanta l’eccitazione del momento  che l’astronauta suggerisce di  anticipare di un’ora l’uscita dal Modulo Lunare, sacrificando una delle quattro  ore di  riposo  previste dal programma: da Houston, solo  dopo  qualche perplessità ed essersi  consultato con i medici  che dal  Centro seguono i dati  fisiologici  dei  tre astronauti, il direttore di  volo, Cliff Charlesworth, dà il suo consenso  alla richiesta.

20 luglio 1969, ore 21,44

La targa posta sulla superifcie lunare nella missione Apollo 11
La targa lasciata sulla Luna durante la missione Apollo 11

Il mondo intero dagli  schermi televisivi  può finalmente osservare   Neil Armstrong scendere dal  Modulo  Lunare per diventare il primo uomo  sulla Luna:  dopo  di lui  sarà il turno  di  Buzz Aldrin, mentre Michael  Collins orbitava intorno al pianeta in qualità di  pilota del  Modulo di  Comando.

L'orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
L’orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
Archivio NASA

Fu allora che Neil Armstrong pronunciò quella frase che sarebbe passata alla storia:

E’ un piccolo passo  per l’uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità

La maratona televisiva

Mentre Neil Armstrong posava il suo piede sulla superficie lunare, in Italia erano le 4.56 e quello  era il culmine della prima maratona televisiva della RAI che, dallo  studio  di  via Teulada 3, aveva trasmesso per 25 ore consecutive.

A condurre la  diretta televisiva fu il giornalista Tito  Stagno (video intervista nel  ricordo di  quella serata)  coadiuvato da un altro bravo  giornalista come Andrea Barbato mentre, da Houston, Ruggero  Orlando ricopriva il  ruolo  di inviato.

Nel  box seguente il Rapporto dalla Luna cioè la trascrizione originale della NASA del  dialogo fra la base di  Houston e gli  astronauti (vi  ricordo  che se volete ricevere questo  e altro  materiale pubblicato nel  blog basta farne richiesta iscrivendovi  alla newsletter)

Apollo 11

Dedico  l’articolo a tutti coloro  che ieri hanno  dato  la possibilità all’umanità di  far vivere un sogno  e a coloro  che non smettono di  sognare affinché l’avventura continui 

 Alla prossima! Ciao, ciao….

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf 

 

A Dublino, quel giorno di maggio di 78 anni fa

Leggendo Joyce
© caterinAndemme

” Ci incamminammo per la North  Strand Road fino  all’altezza dei Vitriol  Works e poi voltammo a destra lungo la Wharf Road.

Mahony si  mise a fare l’indiano  appena fummo fuori  di  vista. Inseguì un gruppo  di  ragazze cenciose, brandendo  la fionda scarica e, quando due ragazzi  sbrindellati, spinti  da un senso  di  cavalleria, cominciarono  a prenderci  a sassate, propose che li  caricassimo.

Obiettai  che i  ragazzi  erano  troppo piccoli e così ce ne andammo, mentre la banda di  straccioni  ci  gradava dietro  “Swaddlers! Swaddlers*!”

*Termine dispregiativo con cui  i  cattolici  si  riferivano  ai protestanti

Tratto  da Gente di  Dublino  di James Joyce

Quel  giorno  del 31 maggio 1941, a Dublino

Aveva piovuto nei  giorni  precedenti, come del  resto accade a Dublino anche in primavera, ma quel  giorno  della fine di  maggio il sole sbucato  tra le nuvole, preludio  a un estate che da lì a poco  sarebbe arrivata, invogliava a lunghe passeggiate per le strade.

A Ròisìn il sole piaceva , ancora di più godendo  del  suo  tepore   camminando  affianco a colui che presto sarebbe diventato  suo  marito.

Per questo  voleva parlare dei preparativi  per la nozze quando all’improvviso il suo pensiero venne interrotto da un rumore assordante proveniente dal cielo, facendole comprendere   che  tutto stava per  cambiare.

Naturalmente  Ròisìn (si pronuncia Roscìn) è un personaggio  di pura fantasia che ho  inventato per creare un po’  di pathos nel  ricordo  di  quel 31 di  maggio  di settantotto anni fa.

Fu un errore di  rotta che portò i bombardieri  della Luftwaffe lontano  dal  loro  obiettivo, cioè Belfast,  scaricando le bombe sulla neutrale Dublino causando un notevole numero  di  vittime e danni materiali.

La tragedia ebbe  l’immediato  effetto di indurre molti irlandesi ad arruolarsi  nell’esercito britannico per combattere il nazi-fascismo.

Sennonché l’Éire fu l’unica nazione appartenente al  Commonwealth *a dichiararsi  neutrale (lo è tutt’ora e l’impego  dei  suoi  soldati avviene solo per missioni  di pace delle Nazioni Unite): l’Inghilterra si  adoperò per un ripensamento del  governo  irlandese ma l’allora primo  ministro Éamon de Valera rifiutò ogni  tipo  di  accordo in base alla scarsa fiducia sul fatto  che gli inglesi  mantenessero le promesse, e sul fatto  che le conseguenze della guerra civile di  vent’anni prima pesava ancora sulla popolazione rendendo impossibile l’impegno  nel partecipare a un altro  conflitto.

In realtà Éamon de Valera aveva una certa simpatia per Adolf Hitler sicuro che, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa dai  nazisti, la Repubblica d’Irlanda ne avrebbe tratto giovamento.

Quattro anni  dopo  la fine della Seconda guerra mondiale, l’Éire  uscì dal Commonwealth diventando, nel 1955, membro  delle Nazioni  Unite e dell’allora CEE (oggi Unione Europea): fu in quel  periodo che la Germania indennizzò l’Irlanda per il bombardamento  di  Dublino.

L’epilogo amaro  per i volontari  irlandesi

Furono  molti  tra i  volontari irlandesi a morire sul fronte, eppure, una volta terminata la guerra, al loro  rientro in patria vennero  accusati di  tradimento per aver rotto  la neutralità del  loro  Paese combattendo per l’esercito  inglese.

Conseguenza di  questo gli uomini si  videro  negare il diritto di partecipare ai concorsi  per un impego pubblico e il diritto  a percepire una pensione.

Solo nel 2013 il Parlamento irlandese presentò una legge (poi approvata) per ristabilire la giusta considerazione verso  questi uomini  che si  sacrificarono  per combattere il nazi-fascismo.

Ho iniziato l’articolo  citando un passo  di  Gente di  Dublino di  James Joice, quindi  mi  sembra giusto  terminare con l’anteprima di  questo libro.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  Gente di  Dublino  di  James Joyce

 

Nancy Wake: il Topo Bianco contro il nazismo

Partigiane © caterinAndemme
Partigiane
© caterinAndemme

Credo  che ognuno  di  noi possa vincere la paura facendo  le cose che ha paura di  fare

Eleanor Anna Roosevelt 

Preludio alla nascita del  Topo Bianco 

 

Nancy Wake
Nancy Wake

Nancy Grace Augusta Wake nasce a Roseneath  (WellingtonNuova Zelanda) il 30 agosto 1912,  ultima di  sei  figli dopodiché, due anni  dopo, l’intera famiglia si  trasferisce a Sidney in Australia.

La madre, Ella Wake, ben  presto  si  ritrovò sola ad accudire i  suoi  figli perché il marito  pensò  bene di  abbandonarla per far ritorno  in Nuova Zelanda.

La vita è dura in questi  frangenti, ma se si  ha carattere si  ha anche il coraggio  di  intraprendere decisioni che cambieranno  la propria vita:   Nancy, all’età di  sedici  anni,  va via di  casa (la storia non dice se con il bene placito  della madre)   per poi intraprendere la carriera infermieristica.

Con  una piccola eredità ricevuta da una sua zia, la vita di Nancy  cambia ancora una volta: con quei  soldi  andrà prima a New York e in seguito a Londra dove intraprenderà la carriera di  giornalista.

Dalla capitale inglese passa a quella francese:  a Parigi diventerà una delle più giovani  corrispondenti dell’impero  mediatico   dell’editore statunitense William Randolph Hearst.

Il suo impegno  da giornalista la porterà in Austria nel periodo  dell’ascesa di  Adolf Hitler: ed è qui che, essendo  testimone diretta delle persecuzioni in confronto alla popolazione di  origine ebraica, nasce in lei un’avversione totale per il  regime nazista.

L’ alleanza della Lega di  Matteo  Salvini con il partito  dell’ultradestra tedesca Afd è  il segno di  quanto  la storia diventa tabula rasa per chi   vuole riscriverla a scapito  della nostra democrazia.

 

La nascita del  Topo Bianco

Il 30 novembre 1939 sposerà l’industriale francese Henri Edmond Fiocca: l’anno  seguente, quando  la Francia viene invasa dall’esercito  tedesco, lei  si prodigherà per aiutare la resistenza francese anche grazie all’aiuto  economico  del marito.

Collaborando  con i partigiani riuscirà  a far fuggire molti  ufficiali  e soldati inglesi bloccati in Francia dopo la ritirata di  Dunkerque in quella che fu  chiamata Operazione Dynamo.

Nel 1943 Nancy Wake, scoperta dalla Gestapo, deve fuggire da Marsiglia: il marito  le promette che al più presto  l’avrebbe seguita nella fuga, ma una spia al  soldo  dei  tedeschi lo fece catturare e, dopo  essere stato  torturato per estorcergli informazioni sulla resistenza, verrà fucilato.

Nancy Wake scoprirà questa tragedia solo  alla fine della guerra.

Anche lei, però, verrà  catturata a Tolosa, solo  che i  nazisti non sapevano  effettivamente chi  lei  fosse: un conoscente inventerà una storia di relazione extraconiugale  che convince i  carcerieri  a rilasciarla dopo  quattro  giorni  di  prigionia.

Attraversando i Pirenei, dalla Spagna arriverà in Gran Bretagna.

Lo  Special Operation Executive (SOE) riconoscendo in lei volontà e notevole autodeterminazione l’arruolerà e, dopo aver passato  brillantemente il difficile percorso  d’addestramento militare, la notte tra il 29 e il 30 aprile 1944 verrà paracadutata in Auvergne dove prenderà contatto  con i  maquis comandati  da Henri Tardivat.

Ma il maschio  sciovinista si  fa sentire anche in questi  frangenti: Tardivat pensò che una donna potesse essere solo  d’intralcio ai  suoi  piani, ricredendosi quando la vide in azione specie durante  l’assalto  al  quartier generale della Gestapo a Montluçon  (dipartimento  dell’Allier) dove uccise a mani  nude una sentinella che stava per dare l’allarme.

Intanto  la Gestapo aveva messo una taglia di cinque milioni di  franchi  sulla testa di  Nancy Wake dandole anche un nome in codice per identificarla: il Topo Bianco 

L’epilogo della vita di  Nancy Wake 

Alla fine della guerra Nancy Wake venne insignita di  alte onorificenze da parte dei  governi  della Nuova Zelanda, Australia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

In seguito  lavorò per il Ministero dell’Aereonautica britannico e per le ambasciate inglesi  di Parigi  e Praga.

Ritornò in Australia dedicandosi  alla politica: solo  questa volta, nella sua vita, gli  esiti  furono deludenti.

Nel 1957 sposò il capitano  della RAF John Forward.

Nel 1960 entrambi  decisero  di  far ritorno in Australia (ancora una volta lei  si  candidò per le liste liberali e ancora una volta il risultato  fu quello dell’esperienza precedente).

Nel 1985 i  coniugi Forward lasciano  Sidney per una vita da pensionati  a Port Macquarie: in questa cittadina lei  troverà tempo  e ispirazione per scrivere la sua autobiografia e cioè Il Topo Bianco che venne ristampato in migliaia di  copie e tradotto  in più lingua (non so  se esiste un’edizione in italiano).

Il 19 agosto 1997 il marito  John Forward muore. quattro  anni  dopo (2001) Nancy Wake lascia di nuovo  l’Australia per recarsi a Londra.

Nel 2003, quando  ha raggiunto l’età di novant’anni, decide di  ritirarsi presso  la Casa per veterani Royal Star and Garter.

L’avventurosa vita di  Nancy Wake termina la domenica del 7 agosto 2011 presso il Kingston Hospital dove era stata ricoverata per un’infezione ai  polmoni: aveva novantotto anni

Le sue ceneri  vennero  sparse nel  villaggio  di Verneix in Francia

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Felice secolo Bauhaus

BMemory © caterinAndemme
BMemory
© caterinAndemme

Bauhaus il cui nome completo  era Staatlittches  Bauhaus fu una scuola di  architettura, arte e design della Germania che operò a Weimar dal 1919 al 1925, a Dessau dal 1925 al 1932 e a Berlino dal 1932 al 1933.

Ideato  da Walter Gropius , il termine Bauhaus richiamava la parola medievale Bauhütte indicante la loggia dei  muratori.

Tratto  da Wikipedia 

Bauhaus: design e artigianato

Sedia Cesca
Sedia Cesca

Forse non lo  sapevate o  magari  si, ma essendo  voi  persone modeste non lo date a vedere, ma la sedia riprodotta nell’immagine è una sedia Cesca cioè un prodotto  del  design del 1929 progettata da Marcel Breuer, direttore del laboratorio  di  falegnameria della Bauhaus, e tutt’ora in commercio.

Il nome della sedia era inizialmente B 32 e, forse perché dava l’idea di  rassomigliare più  a quello  di un bombardiere, venne cambiato in Cesca,  cioè dal  diminutivo di  Francesca la figlia adottiva di Breuer.

Piccola cronologia della scuola Bauhaus 

1919 A Weimar nasce il  Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il Manifesto con l’intento  di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire.

1925 Un cambio  di  sede porterà il Bauhaus a Dessau.

1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti  professori e, in seguito, verrà dimissionato  dal  sindaco  di  Dessau.

1930  In questo periodo  la scuola è sotto  la direzione di Ludwig Mies  van der Rohe che, eliminando  le istanze sociali  della Bauhaus, ne valorizza i  brevetti e la collaborazione con le aziende.

1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti  stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino.

1933 per non soccombere al  nazismo  i docenti  all’unanimità decidono  di  chiudere la scuola

E’ ovvio che la storia del Bauhaus non si riduce a queste poche righe e, per aggiungere qualcosa, vi  rimando  all’anteprima del libro Il Bauhaus di Hans Maria Wingler.

Una donna nel  Bauhaus: Anni Albers 

In una parte del Manifesto  del  Bauhaus  redatto da Walter Gropius alla sua fondazione si poteva leggere che:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Peccato  che lo  stesso  Gropius, alla realtà  dei  fatti, non considerava le donne abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere a certe arti  come, ad esempio, l’architettura considerata appannaggio del maschio, relegandole all’arte della tessitura e ceramica.

Adesso io non so cosa volesse dire Gropius con quel  le donne non fossero abbastanza qualificate fisicamente e geneticamente e l’unica maniera per giustificare quest’uscita maschilista è considerarla nel  contesto di  quel periodo, cioè quando alle donne non era concesso di  accedere a qualunque tipo  di  educazione e, da  questo punto  di  vista il Bauhaus  per l’epoca fu un’icona della modernità.

Tra le (poche) donne della scuola forse la più famosa è Anni Albers (Berlino, 12 giugno 1899 – Orange, 9 maggio 1994) .

A 22 anni Annalise Elsa Frieda Fleischmann (questo  era il suo nome completo  da nubile) chiederà al padre, ricco  industriale del mobile, il permesso  di iscriversi a  quella nuova scuola (il Bauhaus, appunto) il cui  concetto  di  arte era rivoluzionario.

Una volta avuto questo permesso (non senza aver faticato  a causa della reticenza del padre) si  trasferisce nel 1922 a Weimar dove, presentandosi  per la prima volta gli  esami  di ammissione, viene bocciata (capita ai  geni..forse per questo non sono  mai  stata bocciata) ma è in quest’occasione che incontrerà per la prima volta  Josef Albers, l’uomo della sua vita.

Comunque, una volta ammessa al  Bauhaus, si  iscriverà al corso  di  tessitura scoprendo proprio  nei  filati  una fonte inesauribile per la sua vena artistica.

Anne (insieme ai  capelli aveva accorciato  anche il  suo nome) si  sposò con Josef nel 1925 e sempre in quell’anno  si  trasferirono  a Dessau in una delle strutture cubiste progettate da Gropius per gli insegnanti  della scuola, loro vicini di casa erano  Kandinskij e Klee.

Nel 1933 gli insegnanti  della scuola si rifiutarono  di  assoggettarsi  alla dittatura del  nazismo e questo portò alla fine della Bauhaus: per Anne si  aprì un nuovo  capitolo  della sua vita quando l’architetto  Philip Johnson invitò lei  e suo  marito  negli  Stati  Uniti per unirsi  al  corpo  docente della scuola sperimentale sorta a Asheville ( North Carolina): il Black  Mountain College.

Nel 1949 Anne Albers fu  la prima designer tessile ad avere il  privilegio  di una personale al MoMa.

Suo marito Josef morirà all’età di 88 anni e lei  continuò, nonostante il dolore per la perdita, a lavorare per trovare nuove soluzioni  artistiche nel  campo  delle arti  tessili.

Prima di  concludere vi  ricordo che il Bauhaus nacque  un secolo  fa, una serie di  eventi  a riguardo  ne celebrano  la ricorrenza.

Alla prossima! Ciao, ciao...


Anteprima del  libro Il Bauhaus di Hans Maria Wingler

A quanti vorremmo dire: “Take that”

Take that, Adolf
Copertina di Take that, Adolf!

Un supereroe è un personaggio  immaginario di  fumetti, narrativa, cartoni  animati o film che si  caratterizza per le sue doti di  coraggio e nobiltà e che generalmente ha abilità straordinarie dette superpoteri, rispetto  a quelle degli  esseri umani normali, oltre a possedere un nome e un costume pittoresco.

I supereroi trascorrono la maggior parte del  loro  tempo combattendo  contro  alieni, mostri, supercriminali  e disastri  naturali

Tratto dalla voce supereroi  di  Wikipedia

Se Hitler avesse letto  i  fumetti…

Potendo  tranquillamente asserire che Hitler non abbia mai letto  i  fumetti  della Marvel Comics (fondata nel  1939 con il nome di Timely Publications), se mai  ne avesse avuto occasione si  sarebbe molto  risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Eppure il regime nazista, sempre   alla ricerca di fonti  esoteriche e studi iniziatici , si  sarebbe chiesto  se dietro  a  quel  Captain America eroe, anzi  supereroe,  che  in un fumetto prendeva a sberle il führer, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per abbattere il nazismo prima del  tempo.

Take that, Adolf ! (traducibile in italiano  con un prosaico  Beccati  questo, Adolf) è un antologia di  tutti  i 500  fumetti  che, tra il 1940 e il 1945, hanno  avuto  come protagonisti  i  supereroi,  da Captain America a Wonder Woman passando per Daredevil,  in avventure dove il malcapitato Adolf  veniva sbeffeggiato e  usato  come punching ball.

Purtroppo  la storia, quella vera e non quella dei  comics, è stata quella  dolorosa dei  campi  di  concentramento, delle vittime civili e dei  soldati morti in combattimento.

Ancora più dolorosa è vedere oggi  come la libertà e la democrazia, acquisite dopo  lotte di liberazione, vengono quotidianamente calpestate da coloro  che, per volontà o  ignoranza, vogliono ritornare indietro  al tempo  dei  regimi  totalitari.

A queste persone dedico l’anteprima del  fumetto Take that (dove al posto del nome Adolf potrei  mettere,  ad esempio, quello  di  Matteo..ogni  riferimento è voluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di  Take that, Adolf!

Vampire presunte e vampire d’inchiostro: Carmilla

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Carmilla
© caterinAndemme

Quanto  sangue a disposizione in quelle gole,

nottetempo  uscirò dal mio  sepolcro e mi  abbevererò da esse

fino  a stordirmi, aspettando l’alba

per ritornare al mio  sepolcro

e risvegliarmi  ancora una notte

in eterno

C.A. 

I vampiri di  Drawsko  Pomorskie 

Si, lo ammetto: qualche volta mi lascio  trasportare dall’immaginazione, specie dopo  aver letto storie come quella ispirata dalla macabra immagine che segue  e di  cui subitaneamente vi scrivo:


Lo scheletro di una donna con una pietra alla gola rinvenuto a Drawsko
Lo scheletro di una donna con una pietra alla gola rinvenuto a Drawsko

Alcune delle  antiche sepolture risalenti  al XVII secolo, rinvenute nei pressi  della città di Drawsko Pomorskie (Polonia) nel  periodo che va dal 2008 al 2012, hanno suscitato una certa perplessità tra i ricercatori per la modalità con la quale venivano  sepolti  alcuni  individui: alcuni  di questi  scheletri presentavano delle falci, oppure delle pietre (vedi  foto) poste sulla loro  gola.

Questo era una sepoltura rituale destinata a non far “resuscitare” persone ritenute vampiri quando erano in vita.

In precedenza gli archeologi hanno pensato che tale trattamento fosse destinato ad individui  esterni  alla società ospitante.

In seguito, attraverso l’analisi  dello  smalto dentale di  alcuni  scheletri e il loro contenuto mineralogico, si è arrivati  alla conclusione che tutti  gli  scheletri  appartenevano  alla stessa comunità e che, quindi, quel particolare tipo  di  sepoltura doveva essere dovuto  ad un altro  fattore.

Questo  fattore è da ricercare in un’epidemia di  colera che si  sviluppò in quell’area appunto  nel XVII secolo: allora era sconosciuto  il fatto che il colera si  diffondeva attraverso  le acque inquinate da qualche tipo  di  Vibrio cholerae.

Di  conseguenza, ignorando  le cause naturali  della malattia, si  dava la colpa ad un qualcosa di indefinito  e soprannaturale, per cui  era meglio premunirsi affinché  i morti non uscissero dalle loro tombe per cercare nuove vittime: ed è questo  il motivo delle sepolture “anti – vampiro” di Drawsko Pomorskie.


Storie di  vampiri  al  femminile

Una su  tutte: Carmilla 

Escludendo vampire più moderne come la  Selene protagonista della serie Underworld  (con la bellissima Kate Beckinsale nel  ruolo  di  protagonista) è appunto  Carmilla l’archetipo  di  non nata che la scrittura di   Joseph Sheridan Le Fanu  ha creato  ben prima che Dracula si  affacciasse alla cronaca vampiresca.

Carmilla è seducente, sensuale, misteriosa (una vampira deve esserlo per forza) con una forte attrazione per le giovani donne che, a loro  insaputa, le forniscono  la linfa vitale per lei (sangue).

In una notte di luna piena, mentre Laura è in giardino con le governanti e il padre, una carrozza esce di strada proprio davanti al suo castello. Le viandanti sono un’elegante signora e sua figlia che per il colpo è svenuta. Dopo i primi soccorsi la signora racconta di avere delle faccende urgenti da sbrigare, così il padre di Laura si offre di ospitarne la figlia sino a quando non tornerà. La signora accetta la cortesia e confida al gentile signore che sua figlia è cagionevole di salute e soggetta a crisi di nervi. Così la misteriosa donna riparte in tutta furia, lasciando lì la giovane. La fanciulla in questione, di nome Carmilla, dall’incarnato splendente e con lunghissimi capelli scuri dai riflessi dorati, è molto bella e ha più o meno l’età di Laura, che rimane estasiata dalla visita, vista la prematura morte della cara nipote del generale. Carmilla e Laura stringono subito un forte legame; Laura adora la nuova compagna che le dimostra molto affetto e tenerezze forse inusitate, ma nonostante ciò non può non notare alcune strane abitudini dell’amica: si desta molto tardi, odia i canti religiosi e assomiglia in modo incredibile ad un dipinto di Mircalla, contessa di Karnstein, che duecento anni prima fu la signora di quella terra.

A questo punto, come ormai  è d’abitudine in questo  blog, vi  lascio  all’anteprima di  Carmilla di  J.S. Le Fanu.

Alla prossima! Ciao, ciao….

P.S. Questa sera ho ospite a cena il conte Dracula, pensavo di  cucinare delle trofie al pesto: secondo voi  è meglio  che non metta dell’aglio  nel pesto?


Anteprima del  libro  Carmilla di  Joseph Sheridan Le Fanu

 

Bologna: città d’acqua e di misteri

Canale di Reno – Annibale Marini
–  Canale di Reno  – Annibale Marini (1860 -1893)

Acqua,  acqua ovunque.

E non una goccia da bere.

Samuel Taylor Coleridge – La ballata del  vecchio marinaio.

Bologna, non Venezia 

Il dipinto di Annibale Marini che trovate all’inizio  di  quest’articolo, potrebbe facilmente indurvi a credere di  essere davanti  alla rappresentazione pittorica di un tipico  scorcio  veneziano (confesso di essere caduta in quest’errore).

Invece è uno dei  Canali  di  Bologna, il Canale di  Reno per l’appunto, creato per collegare la città al  fiume Po.

Il Canale di  Reno fu  creato nel XII secolo ricevendo  le acque del  fiume omonimo attraverso  la chiusa di  Casalecchio di  Reno.

Dopo alcuni  chilometri  entra in città all’altezza dell’Opificio  della Grada separandosi  in due rami: il Canale del  Cavaticcio e il Canale delle Moline che si  ricongiunge al Porto Navile dove inizia il Canale Navile.

 

 

Oggi la maggior parte dei  canali  bolognesi  sono  ricoperti  dall’asfalto  e per meglio  comprendere questa rete di  comunicazione sull’acqua bisogna risalire a secoli  addietro quando, partendo  dall’anno  1272, proprio  nel  capoluogo  emiliano  veniva edificato il primo filatoio idraulico per la lavorazione della seta.

A questo primo edificio, localizzato presso  Porta Castiglione sul Canale di  Savena, se ne aggiunsero presto  ben  altri  che diedero a Bologna il primato di  essere uno  dei maggiori centri  sericoli mondiali.

Quindi, al pari  della città lagunare di  Venezia, i canali venivano utilizzati  come vie d’acqua per la  comunicazione e trasporto  delle merci verso l’Adriatico settentrionale.

Fu per il commercio  che Bologna entrò in rotta di  collisione con la Serenissima che imponeva i  dazi  su  tutte le navi  che percorrevano quel  tratto  di  mare: il 1 settembre 1271 le forze terrestri  e marinare di  Bologna sconfissero quelle navali della repubblica di  Venezia in quella che viene ricordata come la Battaglia della Polesella.

Il libro

Bologna è anche una città piena di misteri: la scrittrice Barbara Baraldi ne parla nel  suo libro  Alla scoperta dei  segreti  perduti  di  Bologna (anteprima alla fine dell’articolo).

I segreti perduti di Bologna Barbara Baraldi

Vi è mai capitato di passeggiare tra le strade e i quartieri medievali di Bologna e avvertire la strana sensazione di trovarvi sospesi nel tempo, al punto di immaginare di poter incontrare le personalità del passato che si sono riunite all’ombra dei suoi portici? O, ancora, imbattervi in una lapide dall’enigmatica iscrizione e avere la curiosità di scoprirne il vero significato? Alcune dimore sono state testimoni di efferati omicidi. Altre, di storie d’amore intramontabili. Bologna è una città dalle molteplici anime, dalla personalità complessa. Come una dark lady d’altri tempi, non cede alla tentazione di svelare i propri segreti. Molte delle mete più suggestive sono celate alla vista del visitatore disattento. Dal fantasma di via Carbonara ai misteri della città sotterranea, dalle mura “della pietra di luna” al vaso rotto sulla torre degli Asinelli, da Panum resis fino a un’inattesa apologia del vino e… della cannabis: strutturato come un viaggio tra le strade di Bologna, questo volume propone un itinerario che è una sorta d’indagine nei segreti di una città che non smette mai di stupire, legando ogni luogo alla sua storia. Una storia nascosta, eppure sotto gli occhi di tutti.

Tutto qui, buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao……….


Anteprima del libro  I segreti perduti  di  Bologna di  Barbara Baraldi 

588^ Reggimento: Le Streghe della Notte

Le Streghe della Notte © caterinAndemme
Le Streghe della Notte
© caterinAndemme

Se le donne in Russia possono lavorare per le ferrovie, perché non possono volare nello  spazio?

Frase attribuita a Valentina Terešcova, prima astronauta donna in Russia

1941: le Streghe volano ma non sulle scope

Quell’anno la futura prima astronauta russa aveva appena sette anni e la Russia aveva ben  altro  a cui  pensare che mandare una donna (o un uomo) nello  spazio:

L’Operazione Barbarossa fu il nome in codice usato dalla Germania per l’invasione della Russia.

Il 22 giugno  1941 le truppe tedesche diedero inizio al più sanguinoso teatro  bellico  della Seconda guerra mondiale.

Nei  quattro  anni  successivi all’invasione decine di milioni di militari  e civili furono uccisi  o patirono enormi  sofferenze  sia a causa delle cruenti battaglie che per le condizioni  di  vita estreme.

Ed è a questo punto che nella Storia (si, con la S maiuscola) si deve parlare del coraggio  e della determinazione delle donne russe le quali non vedevano  l’ora di  scendere in battaglia per combattere il nemico.

Anche dal cielo.

Si  dice che l’entourage prettamente maschile degli  alti  comandi  dell’esercito  russo avesse dei pregiudizi sulle donne pilota, cioè non le considerava idonee a pilotare aerei  da combattimento.

 

Marina Raskova
Marina Raskova

Marina Raskova, maggiore delle forze aeree  dell’URSS e membro  del  Soviet supremo, era dotata di  forte carisma che utilizzò per convincere Stalin a creare  reggimenti aerei  con equipaggio  completamente femminile.

Penso  che  Joseph Stalin non abbia dovuto  faticare molto  a concedere quanto  richiesto  da Marina Raskova perché  l’ 8 ottobre 1941, cioè a soli  quattro  mesi dall’invasione,  autorizzò la costituzione di  tre reggimenti  aerei  femminili:

586^ caccia

587^ bombardieri

588^ bombardieri  notturni sotto il comando del maggiore (nonché matematica e fisica) Irina Rakobolscaya.

Il 588^ reggimento  era equipaggiato con biplani Polikarpov Po – 2 costruiti  in legno e tela.

Erano  dei  biposto monomotore con doppi comandi originariamente destinati  all’addestramento  piloti: l’aereo  non disponeva di  nessuna strumentazione per il  volo  notturno e per il puntamento  delle bombe, la navigazione avveniva esclusivamente utilizzando bussola, mappa e un cronometro.

Il 588° volò in missioni di bombardamento e di disturbo sino alla fine della guerra.

Il reggimento arrivò ad essere composto da 40 equipaggi (il cui nome di  battaglia era Le Streghe della Notte), ognuno con due componenti. Le aviatrici del reggimento eseguirono oltre 23.000 missioni e sganciarono circa 3.000 t di bombe. Fu l’unità dell’Aviazione Sovietica femminile più decorata.

Trentuno  donne appartenenti al 588^ reggimento morirono durante le missioni di  combattimento.

Il libro 

Affinché questa storia di  eroismo  femminile non andasse perduta ci  ha pensato la  giornalista Ritanna Armeni  la quale, basandosi  su l’intervista fatta a Irina Rakobolscaya (morta a 96 anni  nel 2016), ha scritto il libro Una donna può tutto dove Le Streghe della Notte rivivono il loro  eroismo.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Irina Rakobolskaya
Irina Rakobolskaya

Le chiamavano Streghe della notte. Nel 1941, un gruppo di ragazze sovietiche riesce a conquistare un ruolo di primo piano nella battaglia contro il Terzo Reich. Rifiutando ogni  presenza maschile, su fragili ma agili biplani, mostrano l’audacia, il coraggio di una guerra che può avere anche il volto delle donne.
La loro battaglia comincia ben prima di alzarsi in volo e continua dopo la vittoria. Prende avvio nei corridoi del Cremlino, prosegue nei duri mesi di addestramento, esplode nei cieli del Caucaso, si conclude con l’ostinata riproposizione di una memoria che la Storia al maschile vorrebbe cancellare.
Il loro vero obiettivo è l’emancipazione, la parità a tutti i costi con gli uomini. Il loro nemico, prima ancora dei tedeschi, il pregiudizio, la diffidenza dei loro compagni, l’oblio in cui vorrebbero confinarle.
Contro questo oblio scrive Ritanna Armeni, che sfida tutti i «net» della nomenclatura fino a trovare l’ultima strega ancora in vita e ricostruisce insieme a lei la loro incredibile storia.
È Irina Rakobolscaya, 96 anni, la vice comandante del 588° reggimento, a raccontarci il discorso, ardito e folle, con cui l’eroina nazionale Marina Raskova convince Stalin in persona a costituire i reggimenti di sole aviatrici. È lei a descriverci il freddo e la paura, il coraggio e perfino l’amore dietro i 23.000 voli e le 1100 notti di combattimento. E a narrare la guerra come solo una donna potrebbe fare: «Ci sono i sentimenti, la sofferenza e il lutto, ma c’è anche la patria, il socialismo, la disciplina e la vittoria. C’è il patriottismo ma anche l’ironia; la rabbia insieme alla saggezza. C’è l’amicizia. E c’è – fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla».

Prima di  concludere una curiosità: il gruppo  heavy power metal svedese Sabaton ha dedicato il brano Night Witches proprio alle pilotesse russe (anche se il correttore mi  dice che è sbagliato io scrivo lo stesso  pilotesse).

Alla prossima! Ciao, ciao..


Anteprima del libro Una donna può tutto  di  Ritanna Armeni