I ragni: si (s)consiglia la lettura agli aracnofobici

Fractal Spider
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Nelle credenze popolari il ragno è un animale spirituale; si  riteneva infatti  che, durante il sonno, l’anima di  colui  che sogna potesse uscire e rientrare dalla bocca sotto  forma di  ragno…

Ragni domestici 

Se siete affetti  da aracnofobia sto  per darvi  una brutta notizia: nelle nostre case i  ragni...sono di casa.

Non che sia immune a tale fobia, tanto più che ho un’innata diffidenza per tutte le cose che strisciano o che hanno più di  quattro  zampe, ma devo  riconoscere che gli  aracnidi casalinghi hanno l’abitudine di pasteggiare con gli  insetti eventualmente presenti  nell’ambiente domestico: una corretta igiene, senza trasformare la casa in un’unica camera sterile,  allontana comunque sia gli uni che gli  altri.

In Italia sono  presenti  all’incirca 1.600 specie e  di quelle presenti  nelle abitazioni sono del  tutto  innocue per noi, tranne in rari  casi come, ad esempio, il Loxosceles rufescens  ( più conosciuto  con il nome  di  Ragno  violino) il cui morso  può dare seri problemi medici (il tutto  dipende sempre anche dalle condizioni  fisiche della vittima del suo morso)

Fuori casa 

Relativamente più frequenti  sono  le possibilità di incappare in un ragno  frequentando  ambienti  all’aperto: in questo  caso  basta avere l’accortezza di guardare bene dove poniamo le mani (tronchi marcescenti o muri  a secco) e di usare i guanti se facciamo lavori  di  giardinaggio.

In questo  caso un pericolo  molto  serio è dovuto  al morso del Latrodectus tredecimguttatus  (Malmignatta) imparentata con le più tremende (anche più grosse) vedove nere della famiglia Theridiidae: il suo  habitat preferito  è quello  dei  muretti  a secco e terreni pietrosi, ma anche praterie e vegetazione bassa. 

I sintomi  che il morso  della Malmignatta può  procurare sono

⇒ Dolori  muscolari nella zona del morso

⇒ Crampi  all’addome

⇒ Vertigini, nausea, vomito

⇒ Tachicardia o  bradicardia

⇒ Sudorazione accompagnata da salivazione eccessiva

⇒ Ipertensione

In rare eccezioni, sempre dipendentemente dallo  stato  fisico  della vittima e della quantità di  veleno inoculato i sintomi sono  più gravi, tra i  quali miocardite, shock  anafilattico, insufficienza renale

L’immagine a fine articolo  è tratta da un opuscolo del Centro  Antiveleni dell’Ospedale Niguarda di  Milano 

Chissà se Spider Man leggerà questo  post? 

Alla prossima! Ciao, ciao………..


 


 

Camminare d’inverno all’aria aperta per combattere il disordine affettivo stagionale

Un giorno d’inverno
© caterinAndemme

Benché i piedi  dell’uomo non occupino  che un piccolo  spazio sulla terra,

è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare

sulla terra immensa.

Zhuāngzǐ

L’inverno all’aria aperta

Se un giorno  d’inverno, magari  di  domenica,  inizia a nevicare e gli orsi polari  sono  gli unici a circolare per le vie della vostra città (cosa che in Alaska potrebbe capitare,  ma non alle nostre latitudini), cosa pensate di  fare?

A) Mi rintano sotto  la trapunta uscendo  solo per espletare le funzioni  vitali (e solo  quelle)

B) Divano + coperta + tisana + Netflix = Non ci  sono  per nessuno 

C) Non vedo l’ora di  uscire, di  rendere le mie gote rosse dal  freddo (se il colore passa al  blu:  attenzione non vi  siete vestite adeguatamente e state congelando) e di  respirare aria pura.

Io opto per la terza risposta, voi  fate quello  che volete ma sappiate che camminare,   correre oppure fare del  nordic- walking  nel  freddo  è una fonte di  benessere.

Lo dice (anche) John Sharp  psichiatra specialista del disordine   affettivo  stagionale presso il Beth – Israel Deaconess Center di  Boston:

La tendenza a starsene al  chiuso  quando  è freddo è naturale ma non è una buona ricetta per sentirsi  meglio: troppa poca luce solare producendo  stress crea un disagio  psico – fisico rendendo l’individuo incline alla depressione.

Immagino  che la professione di John Sharp, cioè quella di psichiatra, vi  faccia pensare che uscire al  freddo  d’inverno  sia una cosa da pazzi.

Potrebbe esserlo  se decidessi  di uscire vestita della sola pelle piuttosto  che  con un vestiario  sportivo  adeguato (quindi  non con la pelliccia che abbiamo  sottratto all’orso polare).

Benefici 

⇒ La luce solare fa aumentare la quantità di  serotonina cioè l’ormone della felicità combattendo, quindi, i casi  di depressione leggera legati  alla stagionalità 

⇒ Stando  all’aria aperta aumenta la produzione di  vitamina D che attiva il rilascio  di  serotonina, aumenta l’assorbimento  del  calcio nelle ossa, combatte le infiammazione  potenziando  il sistema immunitario  

Oltre a questi indubbi  vantaggi  fisiologici, fare attività fisica al  freddo aiuta anche alla mindfulness cioè quella meditazione – non meditazione alla portata di  tutti che semplifica un po’ (molto) la nostra vita (ne ho parlato in questo  articolo).

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Il libro 

Ho iniziato  con la citazione del  filosofo  cinese Zhuāngzǐ tratta dal libro di David Le Breton Camminare – elogio  dei  sentieri e della lentezza

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi (Feltrinelli, 2001 “come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato”. Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio. Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza. Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Anteprima del libro Camminare di  David Le Breton 

99942 Apophis e le sue sorelle dal cuore di pietra

That day, in the sky
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Se un giorno, nel 2068….

Potrà piovere, magari  nevicare o  ancora chissà: non avendo  doti  di preveggenza non posso  assolutamente sapere quello che accadrà nel 2068.

Altri, quali  un team di  scienziati  russi, vestendo il ruolo  di una  Cassandra apocalittica, hanno affermato  che in quel lontano  giorno  del 2068 il nostro pianeta avrebbe un’alta probabilità di  avere un tête-a-tête con un sasso  cosmico  di 350 metri  di  diametro: 99942 Apophis.

Sarebbe un incontro molto  caloroso  in quanto  dall’impatto si  sprigionerebbe un’energia pari a 1480 megatoni   (la tremenda bomba atomica fatta scoppiare dagli  Stati uniti sulla città di  Hiroshima  nell’ultima guerra, era all’incirca di 20 chilotoni ): non sufficiente (fortunatamente) ad eliminare tutta la vita sulla Terra ma certo sufficiente a darle una brutta (bruttissima) sberla.

Di  99942 Apophis già si parlava in termini  di possibile sciagura già nel 2004: per fortuna non è accaduto  nulla (altrimenti  non sarei  qui  a scriverlo  e voi a leggerlo) anzi, questa volta a parlare è il team degli  scienziati  NASA del Jet Propulsion Laboratory, addetti   al monitoraggio dei Near Earth  Object (NEO), i quali dopo  attenti  calcoli hanno predetto  che la possibilità di  avere 99942 Apophis come ospite indesiderato  nel 2068 è pari  a 1/100.000.

Non sono una scienziata e quindi non è mia intenzione fare le pulci  ai  loro  calcoli ma se, statisticamente parlando, indovinare una sestina del  Superenalotto è pari  a 1 su 622.614.630 e più di una volta è stato  centrato…allora 1 probabilità su 100.000 assume un diverso  significato, leggermente più nefasto.

In ogni  caso, è sempre il  Jet Propulsion Laboratory  a parlare, fuori, cioè nello  spazio  profondo, vi  sono almeno 1800 oggetti  tra asteroidi  e comete che rientrano nella classe degli Potentially Hazardous Object (PHO) cioè potenzialmente pericolosi.

Per concludere questa prima parte è necessario fare un accenno  alla Scala Torino, proposta dall’astronomo  statunitense Richard P. Binzel (dipartimento  delle Scienze Planetarie del  MIT) durante una conferenza delle Nazioni Unite nel 1995 e diventata ufficiale durante una conferenza dedicata agli  oggetti  NEO nel 1999 a Torino.  :

E’ un metodo di  classificazione associata al pericolo  di impatto  degli  oggetti  NEO. Si distingue in una scala di  colori contraddistinto  dal  bianco, verde, giallo, arancione e  rosso: dove al  bianco è associato un valore di pericolosità nullo, mentre al  rosso l’impatto è inevitabile.

Bene, adesso  che mi sono cucita addosso la nomea di  iettatrice, passo  a scrivere dell’impatto  di un oggetto  misterioso avvenuto centoundici  anni  fa:

1908: Tunguska  

Come si presentava la foresta di Tunguska dopo l’impatto

Il 30 giugno  del 1908 una palla di  fuoco, del  diametro  di 100 metri  all’incirca, polverizzò 80 milioni di  alberi in 2.000 chilometri  quadrati della taiga.

Che cosa fosse in effetti  quella palla di  fuoco ha dato  spunto  a molte ipotesi: dall’asteroide impattato  con la Terra fino all’astronave aliena esplosa nei  cieli  siberiani (X-FIles docet) .

Ovviamente non si  sono  trovate tracce per l’una o l’altra ipotesi.

C’è  da dire che, nonostante l’immane catastrofe,  quella zona era praticamente disabitata  e quindi la cronaca di  allora parla di una sola vittima e cioè di un cacciatore particolarmente sfortunato.

Una prima  indagine scientifica si  ebbe solo quasi vent’anni  dopo quando, nel 1927, una squadra di  scienziati  russi  entrò in Tunguska ma solo  nel 2013, quando un team dell’Accademia nazionale delle Scienze dell’Ucraina, analizzando  campioni  microscopici di rocce, tratti  da uno strato  di  torba risalente al 1908, trovarono  i resti  di un particolare minerale formato principalmente  da carbonio: la lonsdaleite,  chiamato  anche diamante esagonale, che si  forma dall’impatto  di una meteora contenente grandi  quantità di  grafite 

Eppure manca ancora l’indizio  principale e cioè il cratere d’impatto che non è stato  tutt’ora localizzato.

In questa pagina i link per approfondire l’argomento  dal punto di  vista scientifico (per lo più in lingua inglese)

Tutto qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao……….

Popeye ha novant’anni ma non è andato ancora in pensione

POP -eye
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Non è vero  che gli  spinaci

Non è vero  che gli  spinaci  contengano più ferro  degli altri ortaggi: la diceria (ormai è risaputo  che sia tale) fu  di un’errore di  stampa dopo la pubblicazione nel 1890 (1890!!!) di una ricerca da parte di un gruppo  di nutrizionisti  americani sul contenuto  di  ferro  delle verdure: una virgola spostata erroneamente diede come risultato  che il contenuto  di  ferro  negli  spinaci  fosse dieci  volte maggiore rispetto  alle altre verdure.

Ciò non toglie che mangiare spinaci e altre verdure faccia bene.

Il marinaio  che mangiava spinaci  e fumava la pipa 

Ancora adesso non ho capito se Popeye (Braccio  di  Ferro se amate la traduzione italiana  dei  nomi)   mangiava spinaci unicamente per il fatto di  essere sdentato (e guercio  di un occhio) oppure, essendo  sotto  contratto come il  suo  disegnatore e di  qualche gigante del  settore agro-alimentare, era costretto a ingurgitare chili e chili  di  tale ortaggio (….è un ortaggio lo  spinacio!) per far si  che i  suoi  muscoli  crescessero mentre i  denti no.

A questo punto  devo  confessare la mia forte antipatia nei  confronti di  Popeye, della sua fidanzata Olivia, di Poldo e del suo  acerrimo  nemico Brutus, di Pisellino e di  tutto il suo  entourage.

Ma tant’è, passati  novant’anni   dalla sua nascita e siccome in questo  blog vi  è una sezione che parla (anche) di  fumetti, l‘editore (io stessa), il capo  redattore (idem  come sopra) mi costringono a parlarne.

Novant’anni  fa il debutto di Popeye 

Era il 17 gennaio del 1929 quando  su Thimble Theatre, una striscia creata dal  vignettista Elzie Crisler  Segar (Chester, 8 dicembre 1894 – Santa Monica, 13 ottobre 1938), compare per la prima volta il marinaio  Popeye: fu un successo  enorme, dovuto più che altro  alle battute salaci  del personaggio, in breve tempo le testate giornalistiche che ospitavano  le strisce di Thimble Theatre si  moltiplicarono  a decine e decine.

Il fumettista che fino  ad allora guadagnava il giusto  per mettere insieme il pranzo  con la cena (o  viceversa), divenne ricco grazie, e soprattutto, al  merchandising   nato intorno  al personaggio  e cioè gadget, giocattoli ma anche sponsor in programmi  radiofonici (in questa occasione gli  spinaci  vennero  traditi  per il  cereale Wheatena).

Per non parlare poi della vendita di milioni  e milioni  di pipette identiche che il marinaio teneva stretto  tra le gengive (vi ho  già detto  che era sdentato?) e con cui  fischiava il jingle ad ogni  fine d’avventura.

Ma perché piaceva (e piace) Popeye?

Forse perché è un buono che difende i più  deboli e punisce i prepotenti come Brutus & C. , ma è a questo punto  che devo  fare una confessione: sono una fan di The Punisher l’eroe che s’infiamma per un nulla (e sono guai  per gli  avversari) ed è tanto  carino con le donne ….chiusa parentesi 

Alla fine i produttori  di  spinaci dedicarono  a Popeye qualche statua qui  e la sparse negli  Stati Uniti mentre   Robin Williams ne interpretò  la parte nel  film di  Robert Altman  Popeye  –  Braccio di  Ferro (1980)

Popeye – Braccio  di  ferro  su  YouTube (film completo) 

Tutto qui 

Alla prossima! Ciao, ciao…. 


Anteprima di Popeye, an Illustrated Cultural  History 

 

Amelia Earhart: la (ormai) certa conclusione di un mistero

AEarhart
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Mistero: una definizione 

Quanto rimane escluso dalle normali possibilità intuitive o conoscitive dell’intelletto umano o ne preclude un orientamento ragionevole, provocando una reazione di incertezza non necessariamente ansiosa né penosa, talvolta non priva di fascino

non priva di  fascino: è tutta in questa frase il perché del fatto  che siamo  attratti dal mistero.

Quindi  oggi voglio  scrivere di un  mistero  lungo ormai  ottantuno  anni, quello  della scomparsa di un’aviatrice, una donna coraggiosa che si  chiamava Amelia Earhart 

La storia che inizia dalla fine 

E’ il 2 luglio 1937 quando dalla pista dell’ aeroporto  di  Lae (capoluogo della provincia di  Morobe, Papua Nuova Guinea) decolla l’Electra con a bordo  l’aviatrice Amelia Earhart e il navigatore Fred Noonan.

La loro  prima destinazione è l’isola di Howland, un atollo  disabitato nell’Oceano  Pacifico: una delle tappe del progetto di  circumnavigazione del  globo.

La loro  ultima posizione venne rilevata dalla nave della Guardia costiera americana Itasca che aveva, appunto, il  compito  di  guidare l’Electra nella fase di  atterraggio

Quello che segue è la trascrizione delle parole che   Amelia Earhart  usò per comunicare con la nave Itasca il 2 luglio alle ore 7.42:

Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi — ma il carburante si sta esaurendo. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1.000 piedi

Numerosi operatori  radio, sparsi  tra il Pacifico  e le coste degli  Stati  Uniti, furono  testimoni degli ultimi  messaggi  radio partiti  dall’Electra., ma quello  che  dissero  di  aver ascoltato  attraverso le loro  apparecchiature furono solo segnali deboli ed inintelligibili, alcuni dei  quali ritenuti  non riconducibili alla voce dei  due piloti.

Il presidente Roosevelt autorizzò immediatamente la partenza dagli  Stati Uniti di nove navi con a bordo alcuni  aerei  per la   ricognizione che raggiunsero   la zona solo  cinque giorni  dopo e cioè il 7 luglio.

Alla ricerca parteciparono  anche due navi  giapponesi: la Koshu  impiegata per ricerche oceanografiche, e la Kamoi una nave appoggio  per idrovolanti.

Le ricerche terminarono il 19 luglio.

Il 5 gennaio 1939 Amelia Earhart e Fred Noonan  vengono dichiarati  legalmente morti.


Nell’edizione del  19 luglio 1937 il periodico Life dedicò un articolo  alla tragedia dell’Electra

 

Dalla fine la storia continua per  (forse ) concludersi 

Nel 1940 sull’isola di  Nikumaroro nel Pacifico, fu  ritrovato uno scheletro parziale ritenuto come quello  di un naufrago.

Quei  resti  furono inviati  l’anno  dopo a un laboratorio  forense britannico  nelle Figi, il quale stabilì che le ossa con molta probabilità appartenessero  ad un uomo.

Nel 1998, cioè decenni  dopo le prime analisi  e con tecnologie all’avanguardia rispetto  a quelle utilizzate nel 1941, antropologi  francesi stabilirono  che le ossa potevano  anche  appartenere  a una donna, ma non che fossero quelle du Amelia Earhart.

Questo però fu  sufficiente affinché nello  stesso  anno  1998, la TIGHAR (The International Group for Historic Aircraft Recovery) approntò un progetto per scoprire la verità sulla tragica scomparsa di  Amelia Earhart e di  Fred Noonan.

Dopo  diverse campagne di  ricerca succedutesi negli  anni, vi fu una prima conclusione che:

 Amelia Earhart e Fred Noonan, virarono  a sud rispetto alla rotta prestabilita, atterrando sull’isola di Nikumaroro  nell’odierna    Repubblica delle  Kiribati, Pacifico  centrale .

Da quel punto  i due mandarono più messaggi  di  richiesta d’aiuto  (probabilmente i  messaggi  captati  dai  radioamatori)  utilizzando l’energia ricavata dal motore dell’aereo fino  a quando l’alta marea non trascinò via il veicolo.

Nel luglio  dello  scorso anno  i ricercatori che si occupano del progetto presentarono  il  risultato  di un’attenta analisi  delle comunicazioni  radio intercettate dai  radioamatori contestualizzandole con quelle ambientali  del periodo (analisi  delle maree).

Il poderoso  report (Pdf) ha come conclusione più che un’ipotesi una certezza: Amelia Earhart e Fred Noonan morirono, dopo  l’incidente per stenti o ferite riportate, sull’isola di  Nikumaroro.

Inoltre, a voler mettere fine alla vicenda, lo scorso  anno la rivista Forensis Antropology pubblicò una ricerca del professor Richard Jantz dell’Centro  di  Antropologia Forense dell’Università del  Tennessee il quale, utilizzando  un software da lui  stesso  creato (Fordisc), è riuscito  a stabilire, partendo  dalle precedenti  misurazioni dei  resti ossei, l’età e la statura della persona in vita: il confronto  con le foto di  Amelia Earhart (quindi  la misurazione della sua statura) comparato  con campioni di  riferimento, hanno portato  alla conclusione quasi  certa che  lo  scheletro era quello  della sfortunata aviatrice.


L’analisi forense

 

L’errore di  History  Channel 

Amelia Earhart era una spia americana? Venne catturata dai militari  giapponesi  e morì in una prigione a Saipan? Il governo  americano  secretò tutta la vicenda?

History Channel per realizzare il suo  documentario Amelia Earhart: the lost evidence partì dalla foto visibile a lato  tratto  da un vecchio libro  fotografico  giapponese: i due personaggi  evidenziati  erano, secondo gli autori  del programma, Amelia Earhart e Fred Noonan dopo  la loro cattura su  di una banchina dell’atollo di  Jaluit (Isole Marshall)  controllate dai  giapponesi .

Peccato  che il blogger giapponese Kota Yamano, esperto  di  storia militare, dalla pagina del  suo  sito, dopo un’accurata ricerca in rete, ha dichiarato che quella foto è tratta da un libro  edito  nel 1935: cioè due anni prima della scomparsa di  Amelia Earhart.

Tutto qui (e buon fine settimana)

Alla prossima! Ciao, ciao……….


Amelia al  cinema

Nel 2009 la regista Mira Nair diresse il film Amelia con Hilary  Swank ad interpretare il ruolo  dell’aviatrice e che per questo  film ha vinto il premio migliore attrice all’Hollywood Film Festival 2009

 

Maria Sybilla Merian pittrice e naturalista

Metamorfosi di una farfalla (1705)
Maria Sibylla Merian

Approdare in una terra sconosciuta dopo  aver attraversato un mare di parole

Decisamente lungo  come sottotitolo ma appropriato, secondo il mio  stile personale di  scrittura,  per descrivere quella sensazione che provo ogni  qualvolta entro in un una libreria, ma anche tra  le bancarelle di  libri  usati, scoprendo nuovi  autori come, appunto, fossero nuove terre  da esplorare in mezzo ad un mare fatto  di  parole.

Così è stato  quel  giorno  del novembre dello  scorso  anno (a ben  vedere solo  un paio di  mesi  fa) entrando  nella nuova libreria Il Libraccio di  via Cairoli a Genova dove ho incontrato (metaforicamente)   per la prima volta Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno, 2 aprile 1647 – Amsterdam, 13 gennaio 1717)  attraverso  l’acquisto di una sua opera: La meravigliosa metamorfosi  dei  bruchi. 

Tra il XVII e il XVIII secolo Maria Sibylla Merian diventò il punto di riferimento e il termine di paragone per naturalisti e illustratori del vecchio continente. Figlia dell’editore e incisore Matthäus Merian, occupò la difficile posizione di ricercatrice in un ambiente esclusivamente maschile. I suoi studi, compiuti da autodidatta, sfidarono la credenza che gli insetti (considerati “bestie di Satana”) fossero il risultato di una generazione spontanea originata dalla putrefazione. Si dedicò in particolare allo studio dei bruchi, ne osservò i comportamenti, scoprì che nascevano da uova e ne seguì la metamorfosi da bozzoli in farfalle, disegnandone le diverse fasi. Nacque così “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi”, pubblicato la prima volta in due volumi – nel 1679 e nel 1683 -, in cui Merian illustrò, con testi dettagliati e stupende incisioni acquarellate, l’evoluzione di oltre cento specie di farfalle. In questa edizione sono state selezionate settanta tra le tavole più suggestive di un’opera il cui valore oggi appare in tutta la sua pioneristica, magnifica visionarietà.

 

Una biografia in  poche parole 

Maria Sibylla Merian aveva scritto  di  sé:

Ritratto di Maria Sibylla Merian
Georg Gsell (1710)

Fin dalla giovinezza mi  sono dedicata allo  studio  degli insetti. Ho principiato con i bachi  da seta nella mia città natale, Francoforte. Poi ho constatato  che da altri  bruchi che non i  bachi  da seta si  sviluppano  farfalle diurne e notturne molto più belle, ed è ciò che mi ha spinto  a raccogliere tutti i bruchi che riuscivo  a trovare per osservarne la metamorfosi.

Per questo mi sono ritirata da ogni umana società dedicandomi  soltanto  alle mie ricerche. Ma, per disegnarli e descriverli  tutti  dal vero, ho  voluto  nel  contempo  esercitarmi anche nell’arte della pittura; così pure dipingevo  per me stessa su pergamena, con la più grande precisione, tutti  gli insetti  che riuscivo  a trovare, dapprima a Francoforte,  poi a Norimberga.

E’  capitato  che li  vedessero  alcuni  amatori, i quali  hanno insistito  con molta premura affinché pubblicassi  le mie esperienze per offrile alla vigile considerazione e al  diletto  degli  studiosi  della natura.

Mi sono infine lasciata convincere, e ho provveduto  io  stessa a incidere le tavole.  

La voglia di  conoscenza unito ad uno  spirito da avventuriera la fa imbarcare ad Amsterdam, nel 1699 quando  lei  aveva cinquantadue anni,   su  di una nave della Compagnia delle Indie occidentali diretta verso il Suriname (allora chiamata Guyana olandese) con lo scopo  di  ritrarre dal vivo gli insetti  del luogo.

Prima di intraprendere questo lungo  viaggio  di otto  settimane, non certo  con le comodità offerte  dalle odierne crociere e con il malanimo dei marinai pe una donna a bordo, lei  fece testamento in favore delle due figlie (Dorothea Maria, la più piccola, la seguirà in questo  viaggio)

Le due figlie, Johanna Helena e Dorothea Maria, nacquero dal matrimonio con il pittore Johann Andreas Graff che lei sposò  nel 1665 all’età di  diciotto anni.

Divorzierà dal  marito nel 1685.

Lo sguardo dell’artista è  anche quello  di una donna rivolto alle miserie di una condizione femminile resa ancor più pesante dal  colonialismo.

Infatti, scriverà nel  suo libro  Metamorfosi degli insetti del  Suriname (1705):

<<Il seme di  Flos pavonis (Caesalpinia pulcherrima) è usato  dalle donne durante il travaglio perché le fa subito  partorire. Le Indiane schiave degli olandesi, essendo  trattate con moltissima durezza, se ne servono per abortire, perché non vogliono  mettere al mondo bambini che nascerebbero  soltanto per essere miseri  come loro>>

Maria Sibylla e il labadismo 

Nel 1667 il fratello  Caspar Merian si unì in Olanda ai  seguaci del labadismo (comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Jean de Labadie e che si  ispirava al  ritorno  di un cristianesimo delle origini).

Caspar Merian insieme ad altri  adepti  si  stabilì nel  castello  di  Waltha, in Frisia, ed è qui che, nel 1685, la raggiungerà la sorella Maria Sybilla subito  dopo  il divorzio.

All’interno  della comunità lei  troverà delle regole molto  severe imposte ai  convertiti e cioè donare i propri  averi (la proprietà privata non è riconosciuta) con la totale pratica di una vita collettiva improntata alla povertà, castità e obbedienza.

Inoltre non veniva riconosciuto la validità dei  matrimoni con persone al di  fuori del credo imposto  dall’ex gesuita: questo, però, permise a Maria Sibylla di  riprendersi il suo nome da nubile.

A lenire l’eccessiva rigidità delle norme imposte alla comunità, bisogna aggiungere che alle donne era data la parità dei  diritti come quelli  degli uomini e, inoltre, venivano  anche accettate le donne sole in contrasto  con la moralità e la società dell’epoca (inutile dire che ancora oggi  tale parità non è totale nella nostra società).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del  libro Flowers, butterflies and insects di Maria Sybilla Merian

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
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Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Mindfulness: meditazione prêt-à-porter

Neuro Nature
© caterinAndemme

La vita è simile alla logica fuzzy 

Pur esagerando vorrei che teneste presente che le nostre vite possono oscillare tra due poli opposti: la grande fortuna e la sfiga più nera.

Cioè possiamo ereditare una fortuna da un lontano  parente che nemmeno sapevamo  di  avere, oppure essere colpiti da un sasso cosmico che, guarda un po’, sceglie la nostra testolina per terminare la sua corsa.

Naturalmente tra  due eventi (non necessariamente quelli  descritti  nell’esempio) se ne pongono tantissimi altri in un continuum molto ben descritto dalla logica fuzzy (o logica sfumata, la stessa che troviamo  nella tecnologia delle moderne lavatrici).

In ogni  caso  ci  siamo  assicurati una dose quotidiana di  stress che, se protratta nel  tempo o ingigantita per fattori  psicologici della persona, può causare disagio sia fisico  o mentale.

Quindi  cosa fare?

Imbottirci  di  psicofarmaci  è fuori  discussione come, del  resto, fare ricorso  a  sostanze psicotrope: non ci  resta che la meditazione.

Si, d’accordo:  fa molto  zen, ma non c’è bisogno di  rinchiuderci in un monastero buddista in Tibet e fare tutto il giorno Ommm, seduti  nella posizione del loto (padmasana: è questo il termine originale) nutrendoci  con una ciotola di  riso, perché possiamo affidarci alla Mindfulness 

Prima di  continuare un piccolo  ripasso sul funzionamento del  cervello 

Nel 1890 lo psicologo  e filosofo  americano William James  dopo  aver fatto  alcune ricerche sul cervello  e la rete neurale che lo  compone scrisse queste semplici  parole:

La materia organica, specialmente il tessuto  nervoso, sembrano  dotati  di un grado  di plasticità davvero straordinario.

L’affermazione in pratica sosteneva che il cervello degli  esseri umani non era un qualcosa di  statico ma, anzi, presentava la capacità di modificarsi anche con l’avanzare dell’età dell’individuo.

Purtroppo  la scienza non era ancora pronta a recepire l’intuizione di William James tanto  che, sedici  anni  dopo, il premio Nobel per la medicina venne assegnato al patologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal il quale, contrariamente alla tesi  dello  psicologo  americano, dichiarò perentoriamente:

Le vie nervose dell’individuo  adulto  sono un qualcosa di  fisso, compiute ed  immutabili.

Il dogma del premio  Nobel fu  presa alla lettera dalla quasi  totalità dei  neuroscienziati finché, in epoca più recente, la moderna neurologia arrivò (finalmente) a scoprire la neuro  plasticità del cervello, ovvero: la capacità dei  neuroni di  creare nuovi  circuiti modificandone la specializzazione alla quale erano  destinati inizialmente.

I libri  sull’argomento 

La lista dei  libri  sull’argomento  è molto  lunga e, tra questi, ne ho  scelti  due.

Nel  2007 Sharon Begley, giornalista scientifica del  New York Times e fondatrice della rivista Science Journal, pubblicò il libro Train your mind change your brain (La tua mente può cambiare –  Mondadori  Editore) con la prefazione del  Dalai Lama e dello  psicologo  e giornalista  Daniel  Goleman  

Là dove i confini  tra corpo  e mente si  fanno fluidi e perdono la propria rigidità, la scienza occidentale incontra  ciò che ha sempre avuto cura di  tenere a distanza: la spiritualità del  buddismo tibetano, le sue pratiche ascetiche e meditative, la sua dottrina. Gli studi  effettuati  sulle scimmie di  Silver Spring, le ricerche della scienziata Helen Neville   (deceduta nell’ottobre dello scorso anno) sui  pazienti  ciechi  o le ore trascorse in meditazione dagli yogi eremiti sulle alture sopra Dharamsala dimostrano  la stessa comprovata verità: le reti  neurali  del nostro  cervello possono  adattarsi  a svolgere compiti diversi  da quelli per cui  soo  nate e  la nostra volontà, così come l’esercizio, gli  affetti  e l’ambiente che ci  circonda possono influenzarne lo sviluppo

Quindi, come una qualunque attività sportiva, anche la mente può essere allenata e ritrovare stati  di  benessere senza nessun apporto  farmacologico.

Questa è quanto  la Mindfulness  insegna:   avere la consapevolezza delle proprie sensazioni  corporee, psicologiche e spirituali nello  stesso  attimo  che si manifestano.

Le tecniche di meditazione sono diverse, ma riconducibili  a due categorie principali: quella in cui  lo stato  di  concentrazione si  raggiunge attraverso  l’attenzione sul proprio  respiro o  oggetti  di pensiero  specifici, e quella non direttiva in cui  la concentrazione è spontanea, diretta ancora una volta sulla respirazione o  sull’ascolto  di un suono, dove la mente, nel  frattempo, è libera di  navigare in ogni  direzione.

Quest’ultimo  tipo di  meditazione è quella che da più spazio all’elaborazione di  ricordi  ed emozioni e sembra avere un ruolo  specifico  nel  riposo da come è stato  dimostrato  attraverso  analisi di  soggetti  sottoposti a risonanza magnetica del  lobo  temporale mediale destro  deputato, appunto, al  riposo.

Il secondo libro è del  biologo  e scrittore statunitense Jon Kabat – Zinn: Vivere momento per momento (anteprima alla fine dell’articolo) a differenza del  primo  può essere letto  come una semplice, ma non meno interessante, guida per praticare la mindfulness, ed infatti  nella prefazione scrive: 

Mindfulness significa prestare attenzione in particolare: con intenzione, al momento presente, in modo  non giudicante.

Descrivendola, quindi, come un modo  per coltivare una piena presenza all’esperienza del momento, al  qui  e ora.

Lo stress sembra ormai la condizione abituale di vita: toglie le energie, mina la salute, e rende più vulnerabili agli attacchi di panico, alla depressione, alle malattie. Questo è un libro sulla meditazione terapeutica per combattere lo stress e per raggiungere un più alto livello di benessere e di salute. Le tecniche su cui si basa affondano le radici nella tradizione buddista ma sono applicabili in qualsiasi contesto e orizzonte spirituale; non consistono in una serie di aride prescrizioni, ma insegnano a servirsi dei punti di forza che ciascun individuo possiede per contrastare tutti quei disturbi provocati o connessi con una condizione di stress. Il percorso della meditazione seguito e insegnato da Kabat-Zinn approda a una profonda autoconsapevolezza che apre la mente a un modo nuovo e più sereno di pensare alla salute e alla malattia, al lavoro e alla vita di relazione. E la descrizione di numerosi casi raccolti in decenni di lavoro come medico esemplificano le tecniche di meditazione e di rilassamento proposte, agevolandone la comprensione ai lettori.
Pubblicato per la prima volta nel 1990, «Vivere momento per momento» è un grande classico della mindfulness, che l’autore ha deciso di riproporre completamente aggiornato e ampliato sulla base degli studi più recenti sulla scienza della mindfulness.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


Anteprima del  libro Vivere momento per momento  di Jon Kabat- Zinn

 

Le Tavole di Courmayeur: le regole da seguire per chi frequenta la montagna (e non solo)

Piano del Valasco (Comune di Valdieri) / Parco naturale delle Alpi Marittime 
©caterinAndemme

Considerazioni dietro a una domanda

<<Come mai, secondo te, gli italiani arrivarono in ritardo  rispetto  ai  francesi  e noi  inglesi nella conquista delle Alpi?

E soprattutto, perché in Italia la cultura delle montagne non è particolarmente diffusa neppure oggi? Così almeno  mi  è sembrato  di  capire. A parte gli  alpinisti  e chi  le frequenta, fuori  da quest’ambito sembra esserci  disinteresse, un po’ d’ignoranza.

Mi sbaglio?>>

Questa domanda venne posta da Laura McCaffrey, direttrice   della rivista Outdoor,  un giorno della primavera 1993 a Marco  Albino Ferrari   durante un’escursione in Val Ferret.

Marco  Albino  Ferrari, che ricordo  essere stato  fino  all’anno  scorso (cioè pochi  giorni fa) il direttore della rivista Meridiani  e Montagne e della quale ricoprirà il ruolo  di  direttore scientifico, riportò la domanda nel  suo libro  Alpi  segrete con una risposta che in effetti era un’altra domanda:

“Perché noi  italiani – pur abitando un territorio che per il 54 per cento è montuoso – abbiamo  una così scarsa cultura delle Terre Alte? Perché  solo  gli  alpinisti e coloro che la frequentano conoscono  il mondo  delle montagne, la sua storia, la sua epica?

Naturalmente, sia lui  che Laura McCaffrey potrebbero dare una risposta molto più approfondita di  questa mia mia semplice considerazione: non c’è interesse a divulgare la cultura delle Terre Alte perché non vi è un tornaconto economico, il più delle volte, oppure, se questo esiste,  rimane nell’ambito di uno sfruttamento  del  territorio  (piste da sci, alberghi, impianti  di  risalita e blablabla )  che non ha nulla a che vedere con la conoscenza dell’ambiente montano  in tutti  i  suoi  aspetti culturali, ecologici e naturalistici.

Camminare è bello, ma farlo  con rispetto lo è ancor di più 

Non sono  una alpinista anzi, come scriveva Enrico  Brizzi nel libro  Il sogno  del  drago  (di cui   ho  già scritto in quest’articolo) , sono piuttosto un’orizzontalista (per il significato  vi  rimando  all’articolo citato in precedenza) con una certa esperienza  fatta di cammini per sentieri e carrarecce in montagna, in mezzo  ai  boschi,  qualche volta le suole dei miei scarponcini hanno macinato  chilometri  anche sull’asfalta nelle tappe di  avvicinamento, ho incontrato quindi molte persone che amano  come me   camminare e godere di  ciò che la natura offre e insegna.

Eppure, di  rado per fortuna , sono stata testimone di episodi  riprovevoli come, ad esempio, spazzatura non raccolta per essere riportata a valle, mezzi motorizzati che scorrazzano dove esiste un divieto per essi, raccolta di  fiori e pianticelle che hanno il destino  di  seccarsi in casa e quindi  diventare elemento per la raccolta dell’umido,  ciclisti  che si  lanciano  a rotta di  collo giù per i sentieri magari travolgendo la povera escursionista (indovinate chi?) che ignara della loro presenza se li ritrova dietro una curva, cacciatori (si, anche loro) che ti guardano  come se tu  fossi una derelitta  che (chissà perché)  se ne va in giro  per i sentieri con uno  zaino e ancora blablabla.

Risolto in poche righe questo mio sfogo lascio  subito  lo spazio all’elaborazione di una serie di  regole per chi  frequenta le montagne (dall’escursionista all’alpinista, dall’arrampicata sportiva all’uso  della mountain bike)  frutto della passione di un uomo, ingegnere e accademico  del  Club Alpino Italiano e cioè Giovanni Rossi   (purtroppo  scomparso il 3 aprile 2018) che le ha codificate in un testo che prende il nome di Tavole di  Courmayeur (vedi il box seguente) e di  cui  si parlerà in un workshop nella prossima primavera a Courmayeur (e dove se no?).

Alla prossima Ciao, ciao……. 


 Le tavole di  Courmayeur 

 


Alpi segrete di  Marco  Albino Ferrari (anteprima)

Visto che ho  parlato  di  questo  libro (molto bello  ed interessante) eccovi l’anteprima e descrizione:

Pochi sanno delle Alpi segrete. Eppure lassù si nascondono itinerari e storie che non si faranno dimenticare. “Le Alpi segrete sono isole meno note del grande arcipelago alpino. Isole dove sopravvive la convinzione che esistano tipi fisici speciali, o dove si trovano i segreti di vecchi alpinisti, o dove ricompare l’orso, o dove si riscoprono antiche chiese affrescate. Le Alpi segrete sono spazi sfuggiti a quel turismo che mira alla definizione di rassicuranti stereotipi. Sono invisibili perché programmaticamente ignorate dalla nostra cultura.” Quando si dice Alpi, i più pensano subito alle solite (poche) cime famose: il Cervino, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, le Dolomiti. Oppure alle località più alla moda. In realtà questi luoghi dell’industria del turismo non sono che spazi circoscritti. Oltre alle montagne da cartolina, si apre, infatti, il vasto ‘mare alpino’, un mondo appartato, in gran parte sconosciuto. Marco Albino Ferrari, che nel corso degli ultimi vent’anni ha percorso quelle vallate e quelle cime, racconta le loro storie e ci accompagna fra meraviglie ormai destinate a sparire nell’oblio, fra i ricordi dell’antica società montanara e l’epica della scoperta delle alte quote. 

Il genio di Hedwig Eva Maria Kiesler

HLamarr 
©caterinAndemme

Hedwig Eva Maria Kiesler 

Se il nome di  questa donna non vi  dice nulla allora proverò ad aiutarvi con una sua frase che ne esaltò il carattere non convenzionale allo  stereotipo  della donna oggetto :

<<Non è difficile diventare una grande ammaliatrice: basta restare immobili e recitare la parte dell’oca>>.

A questo punto questi pochi indizi conducono  ad un nome d’arte certamente più noto  del precedente: Hedy Lamarr (Vienna, 9 novembre 1914 – Altamonte Springs, 19 gennaio 2000).

Hedy Lamarr attrice  

1933: nelle sale fumose dei  cinema d’allora (immagino che all’epoca si potesse fumare in sala ) esce un film che darà scandalo: Exstase Estasi  se mai  occorresse una traduzione in italiano – del regista ceco Gustav Machatý: fu una scena di  nudo integrale dell’attrice e  quella di un orgasmo al  femminile  a far intervenire la censura, tanto  che:

Alla première del  film tenutosi a Vienna il 18 febbraio 1933 la pellicola viene pubblicizzata come un’erotica rappresentazione di  disinibiti  impulsi  sessuali.

Non è certo per questa erotica rappresentazione del  sesso che il film non piace al pubblico e alla critica, ma piuttosto  per quel personaggio  femminile, Eva interpretato  da Hedy Lamarr, vive liberamente la propria sessualità a dispetto della moralità del tempo.

In Germania in un primo  tempo la censura proibì Exstase e  solo  nel 1935 ne autorizzò la visione ma con pesanti  tagli  e con un nuovo  titolo: Symphonie der Liebe (Sinfonia d’amore).

Non furono solo  i  censori del  nazismo a proibire o a mutilare il film: negli Stati Uniti la magistratura dapprima ne ordina la distruzione delle copie sequestrate (un po’ come è accaduto  a Ultimo  tango  a Parigi  di Bernardo  Bertolucci) perché contro  la morale in quanto viene raccontato un amore illecito tra una donna sposata e il suo  amante poi, quando  la casa di  distribuzione Eureka Production vince la causa in appello  contro  il sequestro, il film verrà proiettato con una voce fuori  campo  che informava il pubblico del  fatto che Eva avendo  divorziato  dal marito poteva risposarsi  con Adam (e fare  liberamente sesso  con lui…questo l’ho aggiunto io)

Naturalmente la filmografia di  Hedy Lamarr non limitandosi a quest’unica pellicola è molto ampia ed io che sono un po’ pigra non avendo  voglia di  farne un lungo  elenco  vi  rimando  su questa pagina del  sito IMDb dove troverete tutte le informazioni  a riguardo (ma poi ritornate qui!)

Il brevetto 2 292 387 

Prima di  diventare attrice Hedy Lamarr aveva una passione per l’ingegneria, messa poi da parte per l’altra che riguardava cinema e teatro.

Ma il genio scientifico  che covava in lei  la fece appassionare alla tecnologia legata ai  segnali  radio e al  telecontrollo.

Così, un giorno del 1941, durante un party ad Hollywood , incontrò il compositore francese George Antheil e da qui l’idea di  quell’invenzione che sarà alla base  della tecnologia wi-fi.

Adesso non credo  assolutamente che un uomo come George Antheil incontrando una bella donna come poteva essere Hedy  Lamarr, per di più durante un party  ad Hollywood, per far colpo su  di lei si  mettesse a discutere di problemi  di ingegneria, quanto piuttosto sono  propensa ad un’altra storia più autentica e cioè che entrambi furono colpiti dalla vicenda di una nave con bambini orfani a bordo affondata da un U- Boat nazista e, quindi, pensarono di  trovare un sistema di  trasmissione criptata nelle frequenze radio.

La scoperta fondamentale di Hedy Lamarr  e George Antheil fu che la trasmissione di onde radio poteva essere trasferita da un canale radio all’altro a intervalli di tempo regolari in una sequenza di successione dei canali nota soltanto al trasmettitore e al ricevitore. Per adottare una sequenza sincronizzata e concordata nel cambio dei canali, Antheil suggerì di adottare un sistema (vero e proprio rudimentale codice macchina) simile a quello dei rotoli di carta perforati adoperati nelle pianole meccaniche.

I due inventori  presentarono il loro  progetto  al National Inventors Council di  Washington che lo  brevetterà l’anno  successivo, quindi  nel 1942, con il numero 2 292 387 ritenendolo…perfettamente inutile.

Nel 1962, quando il brevetto era ormai  scaduto  da tre anni, la marina militare degli  Stati Uniti utilizzò questa tecnologia per la comunicazione tra le navi  impiegate nel  Blocco  di  Cuba 

Solo in seguito  a Hedy Lamarr vengono dati  i dovuti  riconoscimenti per la sua invenzione: dall’Electronic  Frontier Foundation che la conferì  il  Past Pioneer Award nel 1997 mentre l’Austria, quasi  dieci  anni dopo e cioè nel 1998, la insignì  con la Medaglia Kaplan massima onorificenza che il Paese riconosce a coloro  che si  sono  distinti  nelle invenzioni

Google nel 2015 celebrò Hedy Lamarr attrice e inventrice con questo  video

 

 Arriva il maledetto  Viale del  Tramonto 

Anche per Hedy Lamarr , come altre dive del cinema, la fine della carriera coincide con un triste epilogo che la vede affrontare sia la realtà di una bellezza che svanisce con gli  anni (anche per via di interventi plastici  mal  riusciti),   una progressiva cecità e un periodo  di povertà superato dal  risarcimento di una causa intrapresa contro  la software house Corel rea di  aver utilizzato una sua immagine senza autorizzazione per la pubblicità del programma di  disegno  vettoriale CorelDraw.

Hedy Lamarr muore il 19 gennaio  del 2000 per crisi  cardiaca.

Rispettando la volontà della madre, il figlio Anthony porterà le ceneri in Austria per disperderle tra le montagne della  Selva Viennese 

 Da donna a donna per ricordarla

Negli anni’90 la rivista Forbes contattò Hedy  Lamarr per un’intervista riguardo  al  suo  brevetto:  da questa intervista è nata l’idea di un film documentario  sulla sua vita Bombshell – The Hedy Lamarr story diretto da Alexandra Dean e prodotto  da Susan Sarandon.

Il film venne presentato  nel 2017  a New York  durante il Tribeca Film Festival suscitando molto interesse tra il pubblico.

Il film riscopre la spregiudicata enfant terrible di Holly­wood, Hedy Lamarr, nota per i suoi matrimoni e le sue numerose storie d’amore con vari noti uomini del tempo, da Spencer Tracy a JFK. Primo scandalo della storia del cinema, con un nudo integrale, Hedy sposa (primo di sei mariti) un collaborazionista nazista, lo lascia e fugge a Hollywood dove diventa una star del cinema nota per essere “la donna più bella del mondo”. Tante canzoni sono state scritte sulla sua bellezza, i personaggi di Biancaneve e Cat Woman sono stati disegnati traendo da lei ispirazione. Ma Hedy aveva una passione segreta. Durante la Seconda guerra mondiale, impiegava il suo tempo libero studiando una tecnologia di trasmissione del segnale che verrà poi chiamata “spread spectrum” e usata nella telefonia e nelle reti wireless.  Il film rivela dunque un lato nascosto della sua vita, l’amore per la matematica e la tecnica, e ci fa scoprire che, grazie alla sua mente brillante, nel 1940 Hedy Lamarr, all’insaputa di tutti, contribuì a inventare la tecnologia che cambiò il nostro mondo.  

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……….

P.S. questo  è il mio  primo  articolo del 2019: anche se con un po’ di  ritardo vi  auguro un Felice Anno