Pane libero, (ri)scoperto e ancora dimenticato

Spighe di grano
caterinAndemme ©

Pane libero

Quando per mancanza di  tempo  non riesco  a comprare il pane in un panificio  ( e dove se no?), mi affido  a quello  venduto in un supermercato  vicino  casa (il cui nome inizia con la C e termina con la P, mentre in mezzo vi sono  due O).

La qualità di  questo pane va dalla consistenza del  caucciù (ottima per rafforzare i muscoli mascellari)  alla  sensazione del  sapore di  polistirolo  cotto  al forno.

La trovata sapientemente ironica nel  dare il nome al marchio  sta nel  fatto  che il prodotto  esce dalla Casa di  Reclusione di  san Michele di  Alessandria.

In collaborazione con la cooperativa Pausa Caffè, alcuni  reclusi, regolarmente stipendiati  e con turni  part-time,  si  danno  da fare intorno al  forno  a legna rotante di  cinque metri  di diametro (enorme!!!) per sfornare 10 tonnellate al  mese di ottimo pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica

Tralasciando  se il pancarrè sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti nel 1930, oppure sia  nato  a Torino, con un legame di  detto popolare  che lo  collega all’ultimo  boia della città sabauda (la storia la trovate qui)  parliamo, comunque, di pane in era moderna.

Allora vi  domanderete quando i denti  dei nostri  antenati  hanno  assaggiato per la prima volta questo  alimento base per la dieta umana?

Nel 2004 un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II) nei pressi  del Lago  di  Tiberiade , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

Se, invece, vogliamo parlare del primo pane lievitato dobbiamo andare nell’Egitto  del 1000 a.C.: gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Se siete interessati  all’argomento troverete in questo Pdf tutto il necessario per saziare la vostra curiosità (in lingua inglese).

Il pane dimenticato

Quanti  tipi  di pane conoscete?

Immagino  che, partendo  dalla comune baguette fino  al pane carasau , le varietà che state elencando  sono molteplici.

Eppure vi  sono  dei pani  dimenticati appartenenti  alla storia culinaria di ogni  singola regione, a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (alla fine del post l’anteprima)

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

Per concludere un piccolo  proverbio  francese legato  al pane:

Senza pane e senza vino, l’amore è nulla

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima

 

Dateci il nostro dating quotidiano

Buongiorno. Hai dormito bene?
CaterinAndemme ©

E vissero  felici  e contenti………….?

Il dating (tradotto alcune volte in italiano come incontri) rappresenta l’attività di carattere sociale attraverso la quale due persone si danno la possibilità di valutare la loro idoneità come partner in una relazione sentimentale. Può essere inteso come una forma di corteggiamento ed è a volte visto come un precursore di fidanzamento o di matrimonio.

Ho rubato  le parole  a Wikipedia  per dare una definizione più semplice possibile al concetto  di  dating che, in ultima analisi, non è altro  che un incontro tra due persone le quali non si  conoscono  e che, dopo  aver letto i rispettivi  profili pubblicati  su  di un  sito, decidono  di approfondire la conoscenza en face à face (scusatemi, ma il francese mi  piace così tanto..).

Cosa accadrà  a queste due persone non lo sapremo  mai e tanto meno  deve interessarci: quello  che mi domando, ammettendo di  essere restia nel pubblicizzarmi  su  un qualsiasi  sito  d’incontri, è se sia intrinsecamente pericoloso fidarsi al cento per cento della persona con la quale entriamo in contatto.

Le statistiche dicono, comunque, che il 30 per cento  delle relazioni  nascono online attraverso le app di  dating: un modo  per far tacere la sottoscritta (un po’ spocchiosetta in questo  caso) che ha considerato questo  tipo  di  approccio  come l’ultima spiaggia per cuori in solitudine.

Quindi il dating è un fenomeno  di  tutto  rispetto assolutamente da non sottovalutare nelle dinamiche sociali, come quelle economiche perché il mercato generato è pari  a quasi  cinque miliardi  di  euro annui con possibilità di incremento enormi.

I competitors del  settore (ma come parlo  oggi!?)  che si  spartiscono questo ingente volume di  denaro sono i soliti  noti  Tinder, Badoo, Meetic e altri  che non sto  ad elencare (tra non molto  anche Facebook entrerà in partita).

Ma se ipoteticamente (ripeto ipoteticamente) dovessi  cambiare idea a chi  affidarmi?

Whitney Wolfe

A lei, perché donna, giovane, intelligente, bella e con un conto in banca che la sottoscritta pensa di non poter mai  vedere (non si  sa mai, però): Whitney Wolfe Herd   già cofondatrice di  Tinder, quindi una persona che  conosce a fondo  il settore, e imprenditrice da lungo  tempo.

Bumble è il suo nuovo  progetto di  social  dating, con una particolarità: è la donna a compiere il primo passo  nella conoscenza di un partner, cioè lei, dopo  aver letto il profilo  della persona, avrà ventiquattro ore di  tempo  per decidere se continuare nel dialogo  in chat.

Sembra poco, ma non lo è considerando  che fino  ad adesso l’iniziativa nelle fasi preliminari  dell’incontro  era tarata sulle aspettative dell’uomo e non su  quelle della donna.

Una sola cosa mi  ha lasciato un po’ perplessa quando  ho  letto  sul sito  di  Bumble questa parte di introduzione:

Bumble ha mosso i suoi primi passi nel mondo del dating, in aiuto di chi fosse alla ricerca della persona speciale. Da allora abbiamo sviluppato parecchio la nostra idea, introducendo una dimensione amicizia con Bumble BFF ed una professionale con Bumble Bizz. E non solo, abbiamo anche dato una bella shakerata a tanti luoghi comuni antiquati. Come? Per ogni affinità trovata con una persona del sesso diverso, sarà la donna a dover fare la prima mossa

Un’affinità con una persona del sesso  diverso?

A priori questo  sembrerebbe escludere le relazioni  omosessuali (svista o politica aziendale)?

Alla prossima! Ciao, ciao……………


PLAYLIST

 

Cammino per la strada
prendo a calci le lattine
guardo il pannello per le affissioni
mi sono messo anche a correre
valutando le persone
verificando la razza
facendo quel che sto facendo
e sentendomi fuori luogo

camminando, camminando sotto la pioggia

mi sento come una donna
ma sembro un uomo
con l’idea di dire continuamente no,
lo faccio quando posso
fischiettando nel buio
splendendo nella luce
arrivo ad una conclusione:
chi ha potere può fare quel che vuole

entrate, voi buffoni
entrate, voi stupidi
sedetevi, no, no
orco, demoni
accendete questa luce, fantastico
muovete a ritmo di musica quei fianchi girevoli
arrivate ad una conclusione:
cucitevi le labbra!

L’aria fritta del bretarianismo

 

Il tuo respiro è lieve come il battito delle ali di una farfalla
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Nutrirsi  d’aria (fritta)

L’australiana signora  Ellene Greve, più conosciuta dai  creduloni con il nome di Jasmuheen, parlando del bretarianismo (in inglese breatharianism) rilasciò ad un giornale di  Bangkok questa definizione:

Il breatharianismo è sorto all’alba dei secoli. La Mente Universale indica che ci fu un tempo in cui tutti gli esseri erano sostenuti da forze praniche. Breatharianismo è la capacità di assorbire tutti gli elementi nutritivi – vitamine e cibi dei quali si ha bisogno per avere un veicolo fisico sano – dalla forza vitale universale o energia chi. Colui che lo pratica non ha bisogno di cibo. Se si vuole divenire breathariani occorre esercitare il dominio sulla propria mente, attuare cioè una consapevole riprogrammazione della memoria cellulare, eliminando ogni convinzione limitativa e meschina

Naturalmente, oltre alla fama che lei  è riuscita a crearsi  fra gli  adepti  di  questa follia, ha scritto  diversi  libri  sull’argomento che, non solo hanno  alimentato la credulità di  alcuni, ma anche il suo portafoglio.

Da parte mia dico  solo  che seguire queste filosofie con il tempo diventa il modo più semplice per osservare le margherite dalla parte delle radici.

Nutrirsi troppo 

Quasi  la metà della popolazione italiana, secondo  i  dati  Istat,  ha qualche chilo di  troppo oltre il peso  forma (più i  maschi  che le donne), ma a preoccupare  sono i  giovani in cui i problemi di peso sono  dovuti  dovuto  sia ad una alimentazione errata che ad uno stato  perenne di  pigrizia.

Come posso  concludere se non regalandovi alcune ricette che, anche se  più pesanti dell’aria, sono senz’altro  salutari.

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


DOLCEeSALATO

 

A voi dove piacerebbe farlo? Lo so, non sono fatti miei ma qualcosa devo pur scrivere…

LeiLui
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Vagabondando in giro per la rete

A voi  dove piacerebbe fare sesso?

Adesso non ditemi  che non avete qualche fantasia particolare nel voler fare sesso in un luogo che non sia la vostra camera da letto, o quella di  qualcun altro(a) o di un albergo: io, ad esempio,………..

Naturalmente non voglio  farmi i fatti  vostri ma, come da sottotitolo all’articolo, vagabondando per la rete ho  trovato questa ricerca commissionata dalla Lelo  ( azienda svedese produttrice di  sex toys) che riporta quanto  segue riguardo:

I luoghi  pubblici  dove le donne preferiscono fare sesso

  • Il 73 per cento  delle intervistate ha detto di  aver fatto  sesso in auto

Uhm…..autoerotismo?

  • il 36 per cento  ha affermato  di  averlo  fatto  almeno  una volta in una radura nascosta di un parco  pubblico.

Si può fare se il parco  pubblico  è quello  di  Central Park (ma anche lì i voyeur sono in agguato), comunque impossibile se la radura nascosta è utilizzata   come gabinetto al  cielo  aperto per esseri umani,  cani, magari  qualche gatto: si, solo il pensiero  di  ciò mi  fa rientrare in quel 64 per cento  di  donne che hanno  rinunciato, più o meno  volentieri, al sexe en plein air in un parco pubblico.

  • Il 22 per cento  ha affermato  di  aver fatto  sesso in ufficio anche più di una volta.

C’è chi in rete si  spende in consigli di  come fare e dove fare sesso in ufficio (sconsigliatissimo il bagno), la domanda è però questa: non è meglio portare il lavoro  a casa è terminarlo lì?

  • Solo il tre per cento avrebbe il desiderio  di farlo durante un volo in aeroplano.

Paura di  volare oppure quella di non avere a portata di  mano  un paracadute per salvarsi  da situazioni imbarazzanti come, ad esempio,  quella di giustificare il fatto di  aver trasformato il detto due cuori e una capanna in due cuori  e una toilette.

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


 

PLAYLIST

Perché quando  ascolto un brano dei AC/DC mi sembra che a cantare sia paperino

 

Up-lit: quando leggere è edificante (?)…

Oggi sono cattiva!
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George non era quello  che si poteva definire un cattivo  ragazzo ma con il tempo imparai  che dietro a quel  viso  angelico, a quegli occhi  azzurro – cielo, a quel  sorriso  accomodante buono  per ogni  situazione, si  celava un perfetto idiota.

Eppure, adesso  che sto  assaporando il suo  cuore, penso che no: non era un cattivo  ragazzo!

Lo  so  che sa tanto  di  Hannibal  Lecter virato al  femminile, ma è un incipit  che mi è venuto in mente giorni  fa e che lui (il mio  lui) leggendolo  si  è  subito  premurato  di  chiedermi  se qualcosa tra noi  non andava bene.

E’ solo l’inizio  di un libro  che molto probabilmente, un po’ per pigrizia e molto per mancanza di  tempo, non scriverò (forse un giorno, molto lontano, quando  andrò in pensione).

A questo punto è facile pensare a quale genere letterario (d’intrattenimento) potrebbe inserirsi  questo mio capolavoro, non certo quel Chick lit che vede Sophie Kinsella come maestra del genere (e di  cui  ho  parlato in Far shopping fa bene alla salute. Si, ma….del  19 aprile scorso), tanto  meno  del nuovo  genere letterario  che si  sta affacciando  anche qui  da noi: l’Up-lit (che sta per uplifting tradotto in italiano  come edificante).

Il suo intento  sarebbe quello  di indurre in chi ha letto il libro, una volta terminato, uno stato  di  grazia.

Adesso,  non avendo mai letto nulla che appartenesse a questo nuovo  genere, non so  se questo  stato  di  grazia venga inteso  come liberazione da un libro melenso, oppure, cosa più facile da credere, una specie di nirvana dei  sentimenti (raggiungibile anche attraverso  metodi  meno  convenzionale della pura e semplice lettura).

Non potendo  offrirvi  nessun giudizio personale sull’argomento, non posso  che indicarvi  la lettura di un libro, A proposito  di  Elsie, scritto  da Joanna Cannon che in molti vedono  come protagonista del  genere Up-lit.

Libri in vetrina  

«Sono tre le cose che dovete sapere su Elsie. La prima è che è la mia migliore amica. La seconda è che sa sempre come farmi sentire meglio. E la terza… è un po’ più lunga da spiegare…»
Florence, ottantaquattro anni, è caduta nel suo appartamentino nella residenza per anziani a Cherry Tree Home. Ma non è questo che la sconvolge, perché sa che presto qualcuno verrà a soccorrerla: è che sta per svelare, finalmente, dopo tanti anni, un segreto che riguarda lei, la sua amica Elsie e un uomo che credeva morto da più di mezzo secolo e che invece ha fatto irruzione nel suo presente, proprio lì a Cherry Tree Home. E svolgendo con fatica, caparbietà e tanto coraggio le fila del suo passato, allineando ricordi come libri su uno scaffale, Florence scoprirà che nella sua vita, come in quella di chiunque, c’è molto di più di quello che credeva, che i fili sottili che la legavano agli altri sono in realtà legami indissolubili, che un gesto che aveva creduto un tragico errore era stato in realtà un gesto d’amore.
A proposito di Elsie racconta con delicatezza e sensibilità una storia di amicizia. Di quelle amicizie che si fanno da bambini e che ti rendono la persona adulta che sarai. E senza le quali non puoi vivere.

Anteprima

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 


Playlist

Penso  che questa canzone di Samuele Bersani (& C.) sia molto  adatta all’argomento di  quest’articolo.

Buon ascolto

E tutti quei libri andranno perduti nel tempo………..

7 vite per leggere
CaterinAndemme ©

Quante parole vi  sono in 80.000 libri?

Pur avendo in casa  un discreto  numero  di libri, non arrivano  certo  ad essere   ottantamila volumi e, in ogni  caso,  a meno  di non essere affetta da qualche  maniacale dipendenza per i  numeri , non mi metterei  certo  a conteggiare le parole quanto piuttosto  metterle in fila, una dietro  l’altra, per raccogliere la storia racchiusa in ognuno dei libri.

A questo punto la domanda è un’altra: quanto tempo  occorre per leggere ottantamila libri?

Ovviamente bisogna anche tener conto  delle dimensioni,  in numero di pagine, dei  singoli libri: ad esempio Artaméne, scritto nel 1649 da Madeleine de Scudery,  è composto  da due milioni di parole divise in dieci  volumi (non chiedetemi  chi e perché si  era sobbarcato l’incarico  di  contarle) mentre un manuale per la coltivazione dei  tuberi (chi non ha in casa un manuale per la coltivazione dei  tuberi?) sarà senz’altro un lillipuziano  al confronto  del precedente

Dopo  questo breve preambolo (fin qui  ho  scritto solo 160 parole) la domanda che sorge spontanea è: perché Caterina (cioè io) si è fissata con il numero 80.000?

Perché questo è il numero  di libri  che padre Sergio  De Piccoli ha raccolto  nella sua canonica a Marmora in Valle Maira (bellissima) a 1580 metri di  altitudine.

In questa biblioteca montana i libri  raccolti, in parte regalati ed altri  acquistati dal frate benedettino, si possono trovare titoli di ogni  genere (forse anche il nostro  manuale del  tubero) come collane intere di un certo pregio che, nel  tempo, hanno  attirato  fin lassù studiosi (sembra anche Umberto  Eco), persone che cercavano volumi ormai  fuori  catalogo  e semplici  curiosi.

Eppure, parafrasando parte del monologo finale dell’androide Roy Batty in Blade Runner:

E tutti  quei libri  andranno perduti  nel  tempo,

come lacrime nella pioggia…

Purtroppo  nel  2014 padre Sergio De Piccoli è morto lasciando la gestione  della sua passione di bibliofilo al  suo  assistente: ma il problema nasce dal  fatto  che la Diocesi  di Saluzzo rivuole indietro la canonica dando, di  fatto, lo  sfratto ai libri  che sono proprietà del  Comune di  Marmora.

Infatti, nel 2007, padre Sergio  de Piccoli aveva, attraverso un atto notarile, per così dire regalato al  Comune di  Marmora il suo  tesoro con un’unica condizione che i libri  dovevano  restare nell’ambito  del paese.

Marmora ha solo 65 abitanti quindi è facile intuire come sia difficile per un comune così microscopico  trovare le risorse finanziarie per costruire una nuova biblioteca per raccogliere tutti  quei  volumi (a dire il vero un progetto  si  era fatto, ma i  soldi per realizzarlo furono insufficienti).

Ci sarebbe la possibilità del  trasferimento  ad altre biblioteche (sfidando  le ultime volontà del  benedettino) ma occorrerebbe sia la volontà da parte di  esse anche di  farsi  carico  delle spese di  trasporto, catalogazione e d altro  ancora.

Insomma un universo di parole rischia di  scomparire in un buco  nero  d’indifferenza 

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


Libri in vetrina

Visto  che abbiamo parlato  di libri, nel  box un’anteprima delle novità in libreria (offerto  da Il Libraio)

Il potere di Hedione

Hedione
CaterinAndemme ©

Tempo  fa, leggendo l’articolo  di  Paola Scaccabarozzi  Messaggeri  d’umore (D – Donna novembre 2015) in cui  si parlava del potere degli ormoni sulla nostra vita, mi sono imbattuta per la prima volta sul dihidrojasmonato di  metile quella molecola che, presente in molti profumi, scatena da parte del nostro ipotalamo il rilascio  di ormoni  sessuali.

Comprendendo  che la sessualità va ben  oltre ad una sniffata di dihidrojasmonato  di  metile, vado  subito  al dunque dicendo  che esso  si  trova come essenza floreale del gelsomino: Christian Dior, nel 1966, la utilizzò come base per il suo  profumo Eau Savage.

Per evitare un lungo ed impronunciabile scioglilingua, alla nomenclatura chimica dell’elemento  si  è preferito  darne uno  molto più semplice e significativo: Hedione  (in effetti è un mix tra gelsomino  e magnolia) nome derivato  dal  greco  antico per indicare la parola piacere (se qualche grecista non è d’accordo  con questa traduzione sappia che non mi  offenderò se vorrà correggermi).

A conferma dell’effetto dell’Hedione sul desiderio  femminile è stato un gruppo  di  ricerca della Ruhr-Universität Bochum (Germania): nell’esperimento ad un gruppo  di volontarie è stato  fatto  annusare sia l’Hedione che l’alcol feniletilico (anch’esso utilizzato  come fragranza floreale nei  profumi).

Dopodiché esaminando il cervello  di  queste donne (….ovviamente attraverso una TAC e lasciando il cervello  dove di  solito  si  trova), si è visto che, in coloro  che avevano  annusato  l’Hedione, l’area cerebrale del  sistema limbico, responsabile delle emozioni e della sessualità, si  era accesa molto più in confronto  dell’effetto  della sostanza di  comparazione.

La storia di  questo  esperimento (storia non confermata) riporta la testimonianza di  alcuni  testimoni  oculari  che hanno  visto gli  scienziati  barricarsi  nel  laboratorio  perché assaliti  dalle volontarie desiderose di  fare sesso  con loro (qualcuno  ha ceduto alla richiesta molto  volentieri).

Augurandovi un buon 1 maggio vi  aspetto il mercoledì successivo.

Alla prossima! Ciao, ciao………………….

INstagrammandomi 


Un po’ di vita mondana (e tanta fame…) #fotografia #ritratto #persone

Un post condiviso da caterina andemme (@caterina_andemme) in data:

Parigi è sempre una buona idea: lo dice il ghost writer

Le bateau sur la Seine
Caterina Andemme ©

Questa è una grande città: Parigi! È esattamente come qualsiasi altra grande città, Londra, New York, Tokyo, ad eccezione di due piccoli particolari: a Parigi si mangia meglio e a Parigi si fa l’amore…beh, si, forse meglio, ma certamente più spesso. Si fa l’amore qualsiasi ora e in qualsiasi luogo: sulla riva sinistra della Senna, sulla riva destra, e tra una riva e l’altra; si fa di giorno, e si fa di notte; lo fa il beccaio, il fornaio, e il signore che appare in ogni inevitabile guaio; in movimento, e nella più assoluta immobilità; lo fanno i barboncini, i turisti, i generali, e una volta ogni tanto perfino gli esistenzialisti! C’è l’amore giovane e l’amore stagionato, l’amore coniugale e quello illecito!

Audrey Hepburn 

Si, aveva ragione la nostra Audrey: a Parigi  si mangia bene e …..

Amo Parigi, forse non quanto  Genova, anche se ultimamente quest’ultima ha dovuto subire i  miei  tradimenti per altre città: Milano, ad esempio e, tanto per rimanere esterofili,  Ljubljana (ma qui  l’amore è condiviso con l’intera Slovenia).

Amo  Parigi e voglio un gran bene a Frederique mia cugina parigina DOC: come lo  sia diventata è questione di  famiglia.

Questo piccolo  preambolo per introdurre la presentazione di un libro  che vede, per l ‘appunto, Parigi come protagonista di una storia.

Ma ancora prima, però, devo  chiedere scusa alla mia amica Gabriella (Lella per distinguerla dalle altre due Gabrielle mie amiche: Gabry  e Gabriella come Gabriella): quasi  un anno  fa mi  aveva consigliato  la lettura di  questo libro ed io, vergognosamente,  non l’ho  ancora fatto.

Presto  rimedierò.

libri in vetrina

Nicolas Barreau è uno  scrittore inesistente, diversamente dalla  nostra Elena Ferrante    che  se pur nascondendosi dietro  uno pseudonimo è una scrittrice in carne ed ossa e molto  talento.

Barreau è nato  da un’analisi  di  mercato  di una casa editrice tedesca, la Thiele & Brandstätter, perché, così sembra, in Germania le case editrici hanno il vizio di  creare autori  fittizi in base al  genere che va più di moda: in poche parole vi  sono  una moltitudine di  ghost writers condannatioltreché all’oblio, vedersi  corrisposto un onere inversamente proporzionale ai guadagni  delle case editrici che gli  hanno  commissionato il lavoro: niente paura, succede anche in Italia.

Comunque Parigi è sempre una buona idea (frase detta da Audrey  Hepburn nel  film Sabrina del 1954) ha ottenuto un buon (discreto)  successo.

Nel  box alla fine dell’articolo l’anteprima del  libro (che presto  leggerò: Lella  non è che me lo puoi prestare?).

A Parigi, in rue du Dragon, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent. Talentuosa illustratrice, Rosalie è famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Ed è un’accanita sostenitrice dei rituali: il café crème la mattina, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura. I rituali aiutano a fare ordine nel caos della vita, ed è per questo che, per il suo compleanno, Rosalie fa sempre la stessa cosa: sale i 704 gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e, con il cuore in gola, lancia un biglietto su cui ha scritto un desiderio. Ma finora nessuno è mai stato esaudito. Tutto cambia il giorno in cui un anziano signore entra come un ciclone nella papeterie. Si tratta del famoso scrittore per bambini Max Marchais, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta felice e ben presto i due diventano amici, La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti e si aggiudica il posto d’onore in vetrina. Quando, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, attratto dal libro, entra in negozio, Rosalie pensa che il destino stia per farle un altro regalo. Ma prima ancora che si possa innamorare, ha un’amara sorpresa: l’uomo è fermamente convinto che la storia della Tigre azzurra sia sua…

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….

 


Anteprima del libro Parigi è sempre una buona idea 

 

Far shopping fa bene alla salute. Si, ma……

Shopping
Caterina Andemme ©

 

Se seguite il mio  blog (lo seguite, vero!), vi  ricordate certamente che avevo  scritto un articolo sul libro di Sophie Kinsella  I love shopping, in cui si parlava di acquisti  compulsivi da parte della protagonista principale  che la portavano ad indebitarsi oltre modo.

Ovviamente essendo un romanzo virante al  rosa,  per di più apri – pista di una serie che l’autrice ha dedicato  al  suo  personaggio, il vissero  felici  e contenti è assicurato.

Ma voi, qui  mi  rivolgo  anche agli uomini, nel  caso di qualche acquisto che va oltre  il budget che vi  siete prefissate, come vi  sentite dopo?

La sottoscritta, considerando un  conto  bancario  del genere yoyo, qualche scrupolo lo ha…subito  superato dalla delizia e contentezza di  calzare quel paio di  scarpe che in vetrina aspettavano proprio  me.

Eppure, sapendo  che faccio  del  bene al mio fisico, non dovrei  avere più nessun rimorso.

Si, perché è la scienza che lo dice e  cioè che

Lo shopping è terapeutico, riduce lo stress, fa aumentare l’autostima e, dulcis in fundo, fa anche dimagrire. 

Parlando  di  ricerca scientifica è altresì ovvio  che dietro  vi  sia una pubblicazione su  di una rivista specializzata, in questo  caso il Journal of epidemiology and community health, ma il  dubbio, leggendo appunto  l’analisi  di  questa ricerca, è che ogni  tanto  questi scienziati hanno  voglia di  divertirsi alle nostre spalle.

Qualche esempio  riferito a questa tesi dello shopping curativo?

  • Gli  scienziati  hanno  scoperto  che fra le over 65 che si  dedicano agli  acquisti almeno  sei  giorni su  sette, il tasso di mortalità è inferiore del  28 per cento rispetto  a chi preferisce risparmiare. Questo perché uscire e girare fra negozi permette di  fare costante esercizio  fisico e aumenta il buonumore. 

Non so  come  sia il welfare australiano  (la ricerca è appunto  stata fatta in Australia), so per certo che qui  in Italia io potrò sperare di  andare in pensione più o  meno verso i novant’anni quindi, dovendo  lavorare fino a tarda età, non potrò girare per negozi sei  giorni  su sette.

A questo punto mi chiedo se le over – 65 della ricerca non siano  tutte appartenenti  all’upper-class, perché girare per negozi quasi  tutta la settimana significa non aver proprio  niente da fare se non spendere (….poverine).  

  • Lo shopping riduce l’ansia ed è una forma di  divertimento che in qualche  caso può combattere la solitudine e il malessere esistenziale.

Che ci provino  a fare shopping durante i  saldi: vorresti  essere sola per scegliere in santa pace il capo in offerta e non guerreggiare con l’altra predatrice che ha visto lo stesso abito  che tu  stringi in mano (anche se non lo  acquisterai  perché di  due misure più piccola della tua).

  • La ricerca evidenzia come coloro  che facevano  acquisti  erano  almeno  tre volte più felici  di chi  guardava solo  le vetrine.

Ma va! 

  • Passeggiare per tre ore fra una vetrina e l’altra permette di  bruciare 350 calorie (500 evitando  ascensori  e scale mobili).

Considerando  che lo  shopping si  fa in città, può anche essere vero che consumo 350 o 500 calorie, ma quanto  smog inalo?

Meglio  il mio Nordic Walking in mezzo  ai  boschi

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Jessica Jones (alias Krysten Ritter) diventa scrittrice: “Il grande fuoco” è il titolo del suo romanzo d’esordio

Comics
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Dal mondo  dei  fumetti  alle attrici  che interpretano  le supereroine

Una vocina deve essere giunta alle orecchie di  Reed Hastings (fondatore e proprietario  di  Netflix) affinché la mia amica Jessica Jones avesse ancora qualcosa da dire in una terza stagione a lei  dedicata dalla Public company made in USA.

La vocina (oggi cartavetrata per via di un  mal  di  gola atrocemente fastidioso) è ovviamente la mia, mentre lei, Jessica Jones, è l’ennesima, simpatica, umorale, un pochino alcolizzata (quel tanto  che basta per dare vigore al personaggio), ovviamente bella (su  questo aspetto  ci ritorniamo tra un po’) ed,  essendo un personaggio della Marvel ,  dotata di  superpoteri  che noi umani (in carne ossa) possiamo  solo immaginare di  avere e magari invidiare.

Dicevo  (scrivevo) per l’appunto  della bellezza di  Jessica Jones: al pari  di  Wonder Woman, personaggio  interpretato  da Gal Gadot (scusate se è poco in fatto  di  bellezza ed intelligenza), la nostra Jessica ha il suo  alter ego televisivo incarnato in Krysten Ritter – qui  apro una piccola parentesi che, penso, farà piacere  pubblico  maschile: le misure fisiche delle due attrici: quelle di Gal  Gadot  sono 1,78 cm. di  altezza e 86-60-86 le misure; Jessica…scusate volevo  dire Krysten: 1,75 cm  di altezza e  84-58.89  ( numeri  utili da giocare al  lotto).

Dalle attrici  che interpretano le supereroine a quelle che diventano (anche) scrittrici

Krysten Ritter al San Diego Comic – Con International 2017

Ho  voluto aggiungere quell’anche nel  sottotitolo perché parlando di  Krysten Ritter  non se ne può fare a meno: lei è una ragazza di  trentasei  anni (a 36 anni si può ancora essere ragazze) che ha già di suo quello  di  essere ovviamente attrice, produttrice, autrice di  cinema e televisione, e di  vivere con un cane di nome Mikey….

Non contenta di  tutto  questo  ha deciso  di scrivere un thriller dal  titolo originale Bonfire, tradotto in italiano in Il grande fuoco (edito  da Sperling & Kupfer, 18,90 euro nella versione cartacea), di  cui  la critica sembra averle dato un giudizio  più che positivo.

Alla fine di  quest’articolo troverete un breve riassunto  del libro  e l’anteprima.

…..Lui, sbirciando  sopra alle mie spalle per vedere quello  che scrivevo, mi ha chiesto  a quale delle due superwoman avrei  voluto  rassomigliare.

La mia risposta è stata che sono  contenta di  essere quella che sono (però……).

Alla prossima! Ciao, ciao………………


libri in vetrina

Il grande fuoco  di  Krysten Ritter 

Sono trascorsi dieci anni da quando Abby Williams se n’è andata dalla piccola città di provincia dove è nata e cresciuta. E ce l’ha messa tutta per cancellare ogni traccia delle sue origini. Adesso è un avvocato dalla carriera sfolgorante, si occupa con successo di ambiente, vive a Chicago in un appartamento ultramoderno e ha la sua collezione di fidanzati usa e getta. Il passato però riesce a farsi strada di nuovo nella sua vita, incrinandone la fragile corazza: il nuovo caso che le viene affidato la porta, infatti, in Indiana, e proprio a Barrens, il suo paese. È lì che la Optimal Plastics ha dato lavoro all’intera popolazione, ma forse a un prezzo troppo caro. È lì che le indagini di Abby sulla scarsa trasparenza dell’industria chimica riportano alla luce anche uno scandalo legato alla sua adolescenza. Un mistero irrisolto che non ha mai smesso di angosciarla: la scomparsa della sua migliore amica, Kaycee. Quella ragazza unica e geniale è fuggita verso la libertà o è rimasta vittima dei segreti di Barrens? Scavando nella propria memoria e cercando risposte a vecchie domande, Abby si trova invischiata in una pericolosa ragnatela di menzogne e silenzi. Ma la verità, che ha sempre voluto scoprire senza confessarlo neanche a se stessa, è finalmente a portata di mano. Per liberarla una volta per tutte dalle ombre del passato.

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