Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…

A quanti vorremmo dire: “Take that”

Take that, Adolf
Copertina di Take that, Adolf!

Un supereroe è un personaggio  immaginario di  fumetti, narrativa, cartoni  animati o film che si  caratterizza per le sue doti di  coraggio e nobiltà e che generalmente ha abilità straordinarie dette superpoteri, rispetto  a quelle degli  esseri umani normali, oltre a possedere un nome e un costume pittoresco.

I supereroi trascorrono la maggior parte del  loro  tempo combattendo  contro  alieni, mostri, supercriminali  e disastri  naturali

Tratto dalla voce supereroi  di  Wikipedia

Se Hitler avesse letto  i  fumetti…

Potendo  tranquillamente asserire che Hitler non abbia mai letto  i  fumetti  della Marvel Comics (fondata nel  1939 con il nome di Timely Publications), se mai  ne avesse avuto occasione si  sarebbe molto  risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Eppure il regime nazista, sempre   alla ricerca di fonti  esoteriche e studi iniziatici , si  sarebbe chiesto  se dietro  a  quel  Captain America eroe, anzi  supereroe,  che  in un fumetto prendeva a sberle il führer, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per abbattere il nazismo prima del  tempo.

Take that, Adolf ! (traducibile in italiano  con un prosaico  Beccati  questo, Adolf) è un antologia di  tutti  i 500  fumetti  che, tra il 1940 e il 1945, hanno  avuto  come protagonisti  i  supereroi,  da Captain America a Wonder Woman passando per Daredevil,  in avventure dove il malcapitato Adolf  veniva sbeffeggiato e  usato  come punching ball.

Purtroppo  la storia, quella vera e non quella dei  comics, è stata quella  dolorosa dei  campi  di  concentramento, delle vittime civili e dei  soldati morti in combattimento.

Ancora più dolorosa è vedere oggi  come la libertà e la democrazia, acquisite dopo  lotte di liberazione, vengono quotidianamente calpestate da coloro  che, per volontà o  ignoranza, vogliono ritornare indietro  al tempo  dei  regimi  totalitari.

A queste persone dedico l’anteprima del  fumetto Take that (dove al posto del nome Adolf potrei  mettere,  ad esempio, quello  di  Matteo..ogni  riferimento è voluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di  Take that, Adolf!

Diabolikamente Eva

Eva e Diabolik © caterinAndemme
Eva e Diabolik
© caterinAndemme

La mancanza di intelligenza è la madre di ogni male

Marco  Tullio Cicerone

Se il male è un fumetto di  successo, l’intelligenza è di  chi lo ha creato

C.A.

Il mistero del Tedesco

Si  dice che avesse i  capelli biondi e la pelle chiara e che d’estate amasse indossare bermuda e zoccoli, magari  con le calze: proprio come i  turisti  tedeschi di una certa età in giro per la riviera romagnola in quella stagione.

Si  dice anche che avesse un figlio, anch’egli biondo, avuto  da una relazione con una donna, naturalmente tedesca.

Il suo nome era (oppure “è”) Angelo  Zarcone e di mestiere faceva il disegnatore.

Lui ebbe l’onore di disegnare il primo  numero  di  Diabolik:  consegnate le tavole (eravamo nel 1962) sparì  misteriosamente senza lasciare nessun recapito.

Vent’anni  dopo, quindi  nel 1982,  quando  le sorelle  Angela e Luciana Giussani festeggiarono  il ventennale di Diabolik,  vollero assoldare    addirittura il detective italiano  per antonomasia, cioè Tom Ponzi, per rintracciarlo, ma niente: Angelo  Zarcone si  era decisamente  volatilizzato.

Adesso,  amando i misteri, voglio  dare qualche  mia personale ipotesi  sulla sua sparizione:

A) E’ ritornato tra le braccia della madre tedesca del  suo  bambino, ritirandosi in Baviera a fare il mastro   birraio.

B) Colpito  da crisi  mistica  ha scelto di continuare a vivere in clausura in un monastero  della Transilvania 

C) Ha vinto alla lotteria e tutt’ora vive felice in un’isola del Pacifico  alla faccia dell’Agenzia delle Entrate.

Comprendo  che nessuna di  queste mie ipotesi possa essere risolutiva, d’altronde qualcun altro,  come il fumettista e direttore di  Astorina (la Casa editrice di  Diabolik ) Mario  Gomboli  e il regista e sceneggiatore Giancarlo  Soldi, hanno  dedicato parte del loro  tempo per realizzare il docufilm Diabolik sono io con rari materiali d’archivio proprio per dare (o  cercare) una risposta al mistero  del Tedesco

Peccato che il docufilm sia rimasto in sala come evento  solo  per tre giorni (11 – 12 -13 marzo) ma ci sarà pur il modo  di rivederlo  su  qualche piattaforma streaming: per adesso accontentiamoci  del  trailer 

 

Lei, bellissima e seducente, è Eva 

Posso  dire che Eva Kant ha avuto  due mamme, appunto le sorelle Giussani,  e che di  questo il ministro per la Famiglia Lorenzo  Fontana se ne deve fare una ragione.

Lei, nata insieme a Diabolik nel  1962, ha oggi cinquantasei  anni portati  benissimo,  quasi  fosse l’incarnazione fumettistica dell’altrettanto bellissima (e reale) Sharon Stone che ha compiuto 61 anni proprio il 10 marzo  scorso: auguri  a lei.

Per l’epoca, ricordiamoci che siamo nel 1962, Eva Kant  è un manifesto  all’indipendenza della donna, anche se in forma malavitosa.

lei  nasce come comprimaria dell’ Uomo in calzamaglia, in seguito  si disegnerà (autodisegnerà?!) un ruolo  da protagonista tanto  che Diabolik è sempre riuscito a fuggire dalle manette dell‘ispettore Ginko (un po’  sfigato come Willie Coyote, ma quest’ultimo  è più simpatico) non si è mai  accorto di  essere prigioniero di una donna determinata a non farsi  sottomettere (facendo  sembrare solo  di  esserlo).

D’altronde, visto  l’infanzia che le sorelle Giussani hanno realizzato per lei, non poteva che essere tendenzialmente assassina:

Suo  padre è lord Rodolfo  Kant il quale, da vero  gentlemen, non la riconosce come figlia dando  come benservito  alla madre (che in seguito  si  suiciderà) un diamante.

Sir Rodolfo  Kant verrà ucciso dal  fratello Anthony che penserà di  disfarsi  di  Eva chiudendola in un orfanotrofio.

Dopo  alcuni  anni fuggirà dall’orfanotrofio e incontrerà Anthony in Sudafrica il quale, non riconoscendola, la sposa.

Eva si  vendicherà di  tutti i torti  subiti spedendo lo  zio-marito  nelle fauci di una pantera

Eva Kant entra in scena è il titolo  del remake del  fumetto L’arresto  di  Diabolik (1963) in cui per la  prima volta entra in scena la nostra dark lady.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

P.S. Dovrei  scrivere che la sceneggiatura di Eva Kant entra in scena è del  fumettista Tito Faraci  e  la prefazione l’ha scritta nientemeno  che Concita De Gregorio.

Forse dovrei  aggiungere qualcosa d’altro ma, non avendone voglia, vi lascio  all’anteprima del libro-fumetto.


Anteprima di Eva Kant entra in scena 

 


 

Perchè al gatto piace più la donna?

Cats ©caterinAndemme
Cats
© caterinAndemme

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Tratto  da Microcosmi  di  Claudio  Magris 

Perché il gatto 

Ieri  è stata la Festa nazionale del gatto: immagino  che la  notizia  abbia lasciato  del  tutto indifferente il felino di  casa, ancor più quello  di  strada che, dovendo  battersi  con i gabbiani suoi  voraci   competitori per il  cibo  lasciato  dalle pie gattare, ha ben altro  a cui  pensare se non vuole tirare la cinghia.

Io adoro  i gatti (non per nulla ve ne è uno nel  mio logo), ciò non vuol dire che disprezzi i cani, anzi, da un po’ di  tempo ho vinto il timore che avevo  nei  loro confronti: devono  solo  essere un po’ più piccoli  di un Grizzly  e magari non ringhiarmi  contro (tanto  meno addentare vigliaccamente il mio  lato  B).

Ritornando  al gatto la sua storia dice che sia stato addomesticato  nel  lontano Antico  Egitto (qualcun altro  dice in Cina) come killer per far fuori i topi in quei  luoghi  dove venivano  stipate le derrate alimentari.

Qui, però, c’è da fare una precisazione sul termine addomesticatonon illudiamoci! E’ il gatto  che ha addomesticato  noi.

Alzi  la mano chi  di  voi  non è caduta prigioniera di  quel  suo  ammaliante strusciarsi  sulle vostre gambe (specie se il suo  pancino è in riserva) oppure sdilinquirsi per le  loro  fusa quando  sono  accovacciati sul nostro  grembo .

Certo  non è come il cane scodinzolante: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi, il gatto  sa prendere le distanze e guai a contraddirlo  perché la sua non è una fuga, è il suo modo  di  rimarcare le differenze tra noi  (le addomesticate) e lui  (o lei) re (o regina) del proprio essere gatto (o  gatta).

Perché noi e non l’uomo? 

Il Dipartimento di  Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna in una passata ricerca aveva stabilito che i gatti hanno una predilezione per il genere femminile bipede, questo  perché:

Il tono della nostra voce è più morbido

Tende solo  all’acuto  alla vista di un topo entrato in casa: in questo  caso ci  affidiamo  all’istinto  predatorio  del nostro gatto (sempre che abbia voglia di  farlo)  

Abbiamo quel  tocco  femminile nell’accarezzarlo

 Forse il tocco  di un boscaiolo  canadese non è la stessa cosa

Abbiamo tutte (chi più e chi meno) l’istinto  materno

Per i  ricercatori l’istinto  naturale che si  ha come cura e dedizione verso i bambini è lo stesso che assumiamo  accudendo un gatto (in questo  caso siamo  dispensate dal  cambio  dei  pannolini)

Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile

Miaoooo! 

Il gatto  disegnato 

Il mondo  dei fumetti  e dei  cartoon è pieno  di gatti: da quelli made in Disney, passando per Felix the Cat fino  ad arrivare all’ hard boiled di John Blacksad  ( non lo conoscete? E’ tutto  da scoprire: forse, un giorno, scriverò un’articolo su  questo personaggio).

Eppure,  fra tutti i gatti disegnati a matita (o in bit),  the winner is: Garfield 

E ‘nato   nel 1978 dalla matita di Jim Davis e dal 2001 detiene il record di  striscia a fumetti  più pubblicata nel mondo  essendo ospite di  2.500 giornali.

Ha vinto diversi  Emmy Award diventando uno  dei personaggi a fumetti più famoso.

Ama le lasagne…. 

garfield.com
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Alla prossima! Ciao, ciao………..


Popeye ha novant’anni ma non è andato ancora in pensione

POP -eye
© caterinAndemme

Non è vero  che gli  spinaci

Non è vero  che gli  spinaci  contengano più ferro  degli altri ortaggi: la diceria (ormai è risaputo  che sia tale) fu  di un’errore di  stampa dopo la pubblicazione nel 1890 (1890!!!) di una ricerca da parte di un gruppo  di nutrizionisti  americani sul contenuto  di  ferro  delle verdure: una virgola spostata erroneamente diede come risultato  che il contenuto  di  ferro  negli  spinaci  fosse dieci  volte maggiore rispetto  alle altre verdure.

Ciò non toglie che mangiare spinaci e altre verdure faccia bene.

Il marinaio  che mangiava spinaci  e fumava la pipa 

Ancora adesso non ho capito se Popeye (Braccio  di  Ferro se amate la traduzione italiana  dei  nomi)   mangiava spinaci unicamente per il fatto di  essere sdentato (e guercio  di un occhio) oppure, essendo  sotto  contratto come il  suo  disegnatore e di  qualche gigante del  settore agro-alimentare, era costretto a ingurgitare chili e chili  di  tale ortaggio (….è un ortaggio lo  spinacio!) per far si  che i  suoi  muscoli  crescessero mentre i  denti no.

A questo punto  devo  confessare la mia forte antipatia nei  confronti di  Popeye, della sua fidanzata Olivia, di Poldo e del suo  acerrimo  nemico Brutus, di Pisellino e di  tutto il suo  entourage.

Ma tant’è, passati  novant’anni   dalla sua nascita e siccome in questo  blog vi  è una sezione che parla (anche) di  fumetti, l‘editore (io stessa), il capo  redattore (idem  come sopra) mi costringono a parlarne.

Novant’anni  fa il debutto di Popeye 

Era il 17 gennaio del 1929 quando  su Thimble Theatre, una striscia creata dal  vignettista Elzie Crisler  Segar (Chester, 8 dicembre 1894 – Santa Monica, 13 ottobre 1938), compare per la prima volta il marinaio  Popeye: fu un successo  enorme, dovuto più che altro  alle battute salaci  del personaggio, in breve tempo le testate giornalistiche che ospitavano  le strisce di Thimble Theatre si  moltiplicarono  a decine e decine.

Il fumettista che fino  ad allora guadagnava il giusto  per mettere insieme il pranzo  con la cena (o  viceversa), divenne ricco grazie, e soprattutto, al  merchandising   nato intorno  al personaggio  e cioè gadget, giocattoli ma anche sponsor in programmi  radiofonici (in questa occasione gli  spinaci  vennero  traditi  per il  cereale Wheatena).

Per non parlare poi della vendita di milioni  e milioni  di pipette identiche che il marinaio teneva stretto  tra le gengive (vi ho  già detto  che era sdentato?) e con cui  fischiava il jingle ad ogni  fine d’avventura.

Ma perché piaceva (e piace) Popeye?

Forse perché è un buono che difende i più  deboli e punisce i prepotenti come Brutus & C. , ma è a questo punto  che devo  fare una confessione: sono una fan di The Punisher l’eroe che s’infiamma per un nulla (e sono guai  per gli  avversari) ed è tanto  carino con le donne ….chiusa parentesi 

Alla fine i produttori  di  spinaci dedicarono  a Popeye qualche statua qui  e la sparse negli  Stati Uniti mentre   Robin Williams ne interpretò  la parte nel  film di  Robert Altman  Popeye  –  Braccio di  Ferro (1980)

Popeye – Braccio  di  ferro  su  YouTube (film completo) 

Tutto qui 

Alla prossima! Ciao, ciao…. 


Anteprima di Popeye, an Illustrated Cultural  History 

 

51 anni fa un marinaio di nome Corto Maltese arrivò a Genova

 

Genova, piazza De Ferrari
©caterinAndemme

  A Genova, un giorno del mese di luglio dell’anno 1967 

Dove si  saranno incontrati Hugo Pratt e Florenzo  Ivaldi  quel  giorno?

Forse in un bar? Oppure in trattoria davanti  ad un  piatto  di  trenette al pesto?

No, non credo: molto probabilmente l’incontro  avvenne in un   ufficio o in un appartamento privato.

Comunque sia, dall’incontro dei  due protagonisti, il primo  disegnatore e fumettista l’altro  imprenditore appassionato  di  fumetti  (la stessa  passione che lo  convinse a diventare  editore)  nacque l’idea di pubblicare una rivista dedicata alle creazioni di  Hugo  Pratt, riferite al periodo   di  quando viveva e lavorava  in Argentina , oltre ad  alcuni  classici americani   inediti per il pubblico italiano amante dei  fumetti .

La copertina di Sgt. Kirk del dicembre 1967

La rivista si  chiamava Sgt. Kirk (lo  stesso  nome di uno  dei personaggi  del  fumettista Pratt), durò meno  di  due anni perché nel  febbraio   del 1969 terminò di  essere pubblicata.

A dir la verità la fine di  Sgt Kirk non fu  così definitiva a seguito di  quella data: infatti  fino  a dicembre 1969 le edizioni  mensili  furono  trenta (di  cui  solo diciotto  vendute in edicola e le altre in abbonamento).

Dopodiché, nel marzo 1973 sempre per abbonamento, la rivista divenne prima trimestrale e poi bimestrale per concludersi con il numero 55 nel giugno 1977.

L’anno  seguente, questa volta con il  Gruppo  Editoriale Lo  Vecchio, il mensile riuscì a proseguire la sua avventura ancora per sei numeri, cessando  definitivamente la sua esistenza con il numero 61 nell’anno 1979 (escludendo un edizione speciale in mille copie nel 1997 per il suo trentennale).

Una ballata del mare salato

Dunque è Corto  Maltese il romantico  eroe che approda sulle pagine di  Sgt. Kirk  legando  il suo futuro  destino ad una storia che in molti  vedono  come il capostipite della graphic novel italiana: Una ballata del  mare salato.

A dir la verità, essendo Sgt. Kirk  una rivista d’elite –  nel  senso  che i lettori sono appena alcune  migliaia e che in edicola  si  fa sentire la concorrenza con la  rivista Linus, nata due anni prima e cioè nel 1965 – non potrà essere quel trampolino  di  lancio affinché Corto  Maltese possa ampliare il suo  pubblico.

Ciò avviene quando Una ballata del  mare salato verrà pubblicato  a puntate sul settimanale Corriere dei Piccoli nel 1969 (Hugo  Pratt collabora dal 1962 con il settimanale realizzando per esso la riduzione in fumetti  di  alcuni  classici  della letteratura per ragazzi  quali L’isola del  tesoro  e Il ragazzo  rapito  dello  scrittore Robert Louis Stevenson).

Con  Mondadori, nel 1972, la prima avventura di  Corto  Maltese viene riunita in un unico  volume (con ristampe nel 1975 e 1979) e nel  titolo un cambio  di  articolo  da indeterminativo  a determinativo: infatti Una ballata del  mare salato  diventerà La ballata del  mare salato (chissà perché?). 

Sarà poi la volta della Casa editrice Rizzoli che, pubblicando  nel 1983 il mensile Corto  Maltese, rilancerà Una ballata del mare salato  (quindi  con il titolo  originale)  sempre a puntate fino ad un’edizione in volume brossurato  nel 1991.

Ovviamente dopo  il 1991 Una ballata del mare salato  vedrà altri  editori avvicendarsi  nella pubblicazione dell’opera di Hugo Pratt  (vi è  anche un formato pocket, cioè delle dimensioni  di un mazzo  di  carte), ma quello  che rimane rileggendo le tavole di  Corto  Maltese è una malinconica atmosfera di  avventure d’antan  (non limitate, quindi, alla prima della serie dedicata a   Corto  Maltese) che non ha eguali  nel mondo  dei  fumetti.

Hugo Pratt, infine,  confessò che l’ispirazione per costruire la storia di  Una ballata del  mare salato (e il suo interesse per i  Mari  del Sud) gli  venne leggendo  Laguna Blu  dello  scrittore irlandese Henry De Stacpoole.

Comunque sia nel prologo a Una ballata del mare salato, Hugo  Pratt aveva già in mente la malinconica fine di  Corto  Maltese, infatti in una immaginaria lettera  datata 16 giugno  1965 scritta da uno  dei personaggi  si  legge:

…lo  zio Tarao   è morto. ha lasciato un enorme vuoto  tra noi, ma è soprattutto per lo zio  Corto che ora mi preoccupo. quei  due si  comprendevano  perfettamente ed erano inseparabili. Ora, quando  vedo  zio  Corto starsene seduto  solo in giardino con gli occhi  spenti di  fronte a quel  suo  grande mare, mi  si  stringe il cuore. I bambini cercano  di  fargli  compagnia, ma lui  quasi non se ne accorge..

Una piccola curiosità: all’uscita di  Una ballata del  mare salato alcuni  veneziani  si  sentirono offesi  perché Hugo Pratt fece parlare gli indigeni protagonisti  del  fumetto  con il dialetto  veneto (eppure la Lega Nord nel 1967 doveva ancora nascere) 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di Una ballata del mare salato 

 

Si chiamano entrambi Sam ed entrambi sono investigatori

La gatta che amava Humphrey Bogart
©caterinAndemme

Cosa hanno in comune Sam Pezzo  e Sam Spade?  

Il nome, ad esempio, quello  di  essere entrambi  detective e di indossare come una divisa il trench e il  borsalino.

Del  primo ne scriverò a breve, subito  dopo avervi  detto che Sam Spade  ebbe in Humphrey Bogart l’attore più qualificato per interpretarlo nella famosa pellicola del 1941  Il mistero  del  Falco, diretto da John Huston e tratto  dal libro Il falcone maltese di Dashiell  Hammett   

Sam Pezzo 

L’italianissimo investigatore privato  Sam Pezzo nasce invece dalla vena creativa di Vittorio  Giardino che ad una carriera proficua di  ingegnere e manager preferì intraprendere (con successo) quella di  fumettista.

Sam Pezzo è dunque un investigatore privato  che opera nella Bologna degli anni ’80: una Bologna lontana dai  soliti  cliché della città universitaria e delle osterie, quanto piuttosto quella crudele tra affari loschi, politica, lavoro  precario e periferie degradate.

Eppure, nonostante il successo  ottenuto  sia in Italia che in Francia  e negli  Stati Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel dal  titolo Shit City (titolo  abbastanza eloquente) pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express

Nonostante il successo ottenuto  sia in Italia che in Francia e negli  Stati  Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel (dal  titolo più che eloquente) Shit City, pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express, mette fine alle avventure del detective Sam Pezzo. 

Questo non impedisce, però, all’autore di  continuare nel  creare altri  personaggi come la spia Max Fridman, e puntare anche al  fumetto in salsa erotica con Little Ego.

 Nel 2016,la casa editrice Rizzoli  diede alle stampe il libro Sam Pezzo un detective, una città nelle cui  duecentosettantadue pagine in bianco  e nero sono  raccolte le storie di  Sam Pezzo  pubblicate tra il 1979 ed il 1983 sulle riviste Il Mago  e Orient Express.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……….

Anteprima del  fumetto (in francese) Les Enquêtes de Sam Pezzo 

 

Quando Calvin & Hobbes dissero addio e non furono mai più ritrovati (in edicola)

Il gatto che guarda l’orologio si chiede quanto siano lunghe sette vite
©caterinAndemme

Ho voglia di  lavorare ad un ritmo  più moderato

Magari più pause caffè, qualche chiacchierata tra colleghe (ma si, anche con i colleghi), un break per il pranzo con passeggiatina per la digestione, tre minuti per lavarsi  i  denti (sono  quelli  canonici), una telefonata al partner o alla partner per dirsi  qualche sciocchezza, magari una limatina alle unghie e una ripassata allo  smalto….

No, ho voglia di  lavorare ad un ritmo più moderato  rimane una chimera, a meno  che non vi  chiamate Bill Watterson e che decidiate che fama e successo (e tanti  soldi) non sono  quasi nulla di  fronte alla libertà di  fare un po’  quello  che si vuole.

Lui, celebre disegnatore di un particolare fumetto, scrisse al  suo  editore quanto  segue:

Caro editore,

smetterò di  disegnare Calvin & Hobbes alla fine dell’anno. Questa decisione non è recente, tanto  meno  facile e la prendo  con una certa tristezza. Tuttavia i mei  interessi  sono cambiati e credo  di  aver fatto il possibile all’interno  della costrizione delle scadenze giornaliere ed i piccoli  spazi.

Ho voglia di  lavorare con un  ritmo  più meditato, con meno compromessi  sul piano  artistico.

Non ho  ancora deciso  sui  mei  progetti futuri, ma la mia relazione con la Universal  Press Syndacate proseguirà.

Che tanti  giornali  abbiano  pubblicato Calvin & Hobbes è un onore del  quale sarò a lungo  orgoglioso, ho inoltre apprezzato molto il vostro  sostegno e la vostra indulgenza negli ultimi  dieci  anni.

Disegnare questa striscia è stato un privilegio ed un piacere e vi  ringrazio per avermene dato l’opportunità.

Bill Watterson

La data di  questa lettera è del 9 novembre 1995, cioè di  ventitré anni  fa: cosa abbia fatto in seguito Bill Watterson per vivere non lo  so, tanto meno  mi interessa saperlo.

Il 31 dicembre dello  stesso  anno il piccolo  Calvin e il suo amico Hobbes (una tigre di peluche che si anima   quando i due sono  soli) si  avviano  malinconicamente verso l’ultima loro  avventura in un paesaggio innevato

Il perché di un addio

Forse il perché lo si può leggere tra le righe di  quella lettera: Calvin & Hobbes venne pubblicato  su più di 2.400 giornali  (in Italia dalla rivista Linus) con ritmi per la consegna delle tavole  ritenuti dal  fumettista da catena di montaggio 

Eppure, quando nel novembre del 1985, a ventisette anni  Bill Watterson che oggi  di  anni  ne ha quasi  sessanta  essendo  nato  a Washington il   5 luglio 1958 –  lasciò perdere la sua carriera di pubblicista (lavoro che detestava) per intraprendere quello   di  fumettista, certo non pensava a ciò che andava incontro, ma solo allo  sviluppo  di  quei  due personaggi che tanta soddisfazione gli  avrebbero  dato nei  dieci anni  a seguire, tra l’altro  nel 1986 e 1988 vincerà l’Outstanding Cartoonist of the Year, premio  conferito  dalla National  Cartoonist Society per il miglior fumettista dell’anno.

Addirittura, nel 2010,   alla serie di  Calvin & Hobbes  la United States Postal  Service dedicò un francobollo.

Chi  sono Calvin & Hobbes? 

Il francobollo celebrativo con i due personaggi creati da Bill Watterson

Calvin è un bambino figlio unico  che, data l’età, dimostra i lati  negativi  del  carattere quali l’essere disubbidiente, dispettoso ed egoista. Ma, come tutti i bambini, ha una fantasia sfrenata che lo  trasforma di volta in volta supereroe, astronauta o detective privato.

Hobbes è un tigrotto di peluche  che diventa reale solo quando è  in presenza del  suo  amico  umano. A differenza di  Calvin è ironico, pragmatico  e razionale: Bill Watterson ha sempre affermato che quello che ha descritto  nel  caratterizzare i suoi  personaggi  è ciò che appartiene alla sua sfera psicologica.

Bill Watterson per la scelta dei nomi  dei due personaggi si ispirò al  teologo  francese del  XVI secolo Giovanni Calvino, mentre il filosofo inglese del  ‘600 Thomas Hobbes ha dato il nome al tigrotto  di pezza (chissà se sarebbe stato  contento  nel  saperlo)

Alla fine dell’articolo un’anteprima dei  fumetti  di  Calvin & Hobbes.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


I fumetti  di  Calvin & Hobbes 

Una ragazza del 1930: Betty Boop

Betty Boop
©caterinAndemme

Chi  è la più sexy nel  reame di  Cartoonia?   

Va bene, so  già che qualche maschietto  che bazzica da queste parti ha in mente la Valentina di  Guido  Crepaxoppure le figure femminili  (molto  erotizzate)   di un altro famoso  fumettista italiano e cioè Milo Manara.

Nel  regno  di  Cartoonia, però, il modello è un altro: vi  ricordate, ad esempio, di  Jessica Rabbit sensualissima compagna e partner del  coniglio  Roger nel  film Chi ha incastrato  Roger Rabbit?

Forse, oltre che alle sue forme, lei  viene ricordata anche per una sua celebre frase: <<Io non sono  cattiva, è che mi disegnano  così>>.

Ebbene, oggi non vi  parlerò di  Jessica Rabbit.

Piuttosto di un’altra ragazza (disegnata) che ha compiuto, più o  meno, ottantotto anni:  Betty Boop.

Una ragazza di ottantotto anni 

Lontana anni luce da qualunque altra starlette dei  fumetti moderni (comunque la nostra Jessica ha trent’anni  e non è più una ragazzina) Betty Boop nasce con le sembianze di un barboncina.

La sua prima apparizione, infatti,  risale al 9 agosto  1930 nel cortometraggio Dizzy Dishes (il video  è  alla fine dell’articolo) dove, appunto, viene  raffigurata come una barboncina.

Due anni  dopo,  quindi nel 1932, viene ridisegnata da Max Fleischer per il cortometraggio Bamboo Isle (anche questo  visibile a fine articolo) che, per il personaggio  di  Betty Boop, fu il trampolino  di  lancio, dovuto anche al  fatto che la trasformazione non riguarda solo la figura ma anche i tratti psicologici e sessuali (difficile crederlo  se non si  contestualizza nel periodo  degli anni ’30) quindi  il target  del pubblico  non è più quello infantile ma decisamente quello più adulto.

Un esempio di  questa trasformazione è  nell’ennesimo  cortometraggio Minnie the Moocher di Dave Fleischer  (anche questo  visibile alla fine, poi  non ditemi  che non vi  voglio  bene..) dove l’adolescente Betty Boopribellandosi  all’autorità dei  genitori, fugge nella notte affrontando mille pericoli  (spettri  compresi): il tutto  commentato  dalle note del  celebre ed omonimo brano  di Cab Callowey  (ripreso  anche nel  film The Blues Brothers diretto  da John Landis nel 1980).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…. 


Al  cinema….