Eva: l’altra prima donna (del fumetto)

Eva

L’inferno  non è mai tanto  scatenato  quanto una donna offesa

William Congreve – La sposa in lutto

Eva dal  fumetto  al  cinema

….Sennonché Diabolik stava perdendo  per davvero  la testa, e non metaforicamente visto  che la stessa era in procinto  di essere staccata dal  resto  del  corpo  dalla lama della ghigliottina.

Ma come accade spesso (nella finzione, qualche volta anche nella realtà) l’amore di una donna salva l’eroe ( o antieroe, dipende dai  punti  di  vista) dalla morte certa: lo fa Eva Kant in L’arresto  di  Diabolik terza puntata della saga a fumetti della coppia criminale.

Non parlerò in questo articolo  di  Diabolik – ad attrarmi non è tanto  il personaggio quanto  della bravura dei  disegnatori chiamati  di  volta in volta a darne la forma nel  disegno, a partire dal  mitico Angelo  Zarcone* detto  il tedesco – quanto  piuttosto di  lei: Eva Kant 

*Il mistero di Angelo Zarcone
Di Angelo Zarcone si sa di certo che era italiano e che negli anni sessanta aveva all’incirca trent’anni. Veniva soprannominato il tedesco poiché si recava presso la redazione della casa editrice Astorina in compagnia di un bambino biondo avuto dalla relazione con una donna tedesca, ma, soprattutto, perché in estate si presentava vestito con un paio di bermuda e zoccoli con le calze (proprio come i più classici turisti teutonici) Angelo Zarcone lavorò alle tavole del primo numero di Diabolik scritto da Angela Giussani: consegnate le tavole all’Astorina, sparì senza lasciare nessun recapito. Nel 1982, in occasione del ventennale di Diabolik, le sorelle Giussani ingaggiarono il famoso investigatore privato Tom Ponzi per rintracciarlo, ma neanche lui ebbe successo. Nel 2019 venne realizzato il documentario diretto da Giancarlo Soldi, dal titolo Diabolik sono io, al cui interno si ipotizza sulla vita di Angelo Zarcone dopo la sua misteriosa scomparsa

A parte il film del 1967 diretto  da Steno Arriva Dorellik con Johnny Dorelli e Margaret  Lee, la prima Eva Kant in celluloide è stata l’attrice austriaca Marisa Mell nel Diabolik di Mario  Bava del 1968 (a interpretare il criminale in calzamaglia fu  chiamato il semi sconosciuto attore John Philip Law) mentre a Michel  Piccoli andò a ricoprire le vesti  dell’ispettore Ginko  con la colonna sonora composta da Ennio Morricone.

Dino De Laurentiis comprò i diritti  del  fumetto dalle sorelle Giussani per farne un film, il budget che mise a disposizione per la realizzazione del film fu  di  duecento milioni una somma considerevole per l’epoca.

A dirigere il film fu  chiamato Mario  Bava dopo  che il primo  regista Tonino Cervi  abbandonò la regia.

In Italia Diabolik venne snobbato  dal  critico  Tullio Kezich che lo  definì semplicemente stupido, mentre all’estero,specialmente in Francia, il film fu molto  apprezzato tanto  che il critico  cinematografico statunitense Roger Ebert lo  definì più bello  e divertente di  Barbarella.

Dopo cinquantadue anni  Diabolik ed Eva ritornano  al  cinema: a farsene carico dell’impresa sono i fratelli Manetti (Manetti Bros.) che hanno fatto  sfrecciare la Jaguar Type nera di  Diabolik (un’icona pari  all’Aston Martin di  James Bond) per le vie di  Bologna e altre città del nord Italia per ricostruire quelle della fantasiosa Clerville.

La sceneggiatura è basata proprio  sul terzo capitolo della storia di  Diabolik (L’arresto  di  Diabolik) quella dove, per l’appunto, entra prepotentemente in scena Eva che diventerà sua complice e amante e, nel contempo, ad addolcire quel  tanto  il carattere oscuro del  criminale.

Miriam Leone è Eva, mentre Diabolik ha il viso di Luca Marinelli, mentre lo  sfortunato  ispettore Ginko  (che mi ricorda molto  nella sfortuna Willie Coyote) è interpretato da Valerio  Mastandrea, secondo  me più credibile nel  ruolo  rispetto a quello che fu  di  Michel  Piccoli.

Di  seguito potete vedere i  trailer dei  due film ricordando che tra il primo  e quello di oggi  è trascorso più di  mezzo  secolo (l’articolo  continua dopo).

Eva e le sue mamme

Eva
Angela e Luciana Giussani in una foto negli anni sessanta

Sarebbe ingiusto  non scrivere nulla sulle due mamme di  Eva (e di  Diabolik) e cioè le sorelle Angela e Luciana Giussani.

Fu  Angela la maggiore delle sorelle ad avere l’idea di un personaggio quale Diabolik in aperta  rottura con la morale degli anni Sessanta: nel suo progetto il fumetto  doveva avere (tanto) sangue, sesso  e violenza.

Chi più di  lei poteva comprendere il magico mondo   dei  fumetti  essendo lei  stessa  proprietaria della casa editrice Astorina (fondata nel 1961): Diabolik, per meglio  dire il fumetto  di  Diabolik, poteva coinvolgere diverse tipologie di  lettori, dai più giovani  fino ai pendolari  annoiati nelle loro trasferte in treno.

Diabolik  arriverà alla sua tredicesima puntata quando  Angela decide di  proporre alla sorella Luciana di occuparsi insieme di Astorina e di  scrivere a quattro  mani le future avventure del  Re del  terrore.

Il 10 febbraio 1987 Angela muore a causa di un tumore all’età di 65 anni; Luciana prosegue nel  dirigere la casa editrice lasciando l’impegno nel 1992, continuando, però, a scrivere le avventure di  Diabolik: l’ultima sarà Vampiri  a Clerville (2000).

Luciana muore nel  marzo  del 2001 a 73 anni.

La storia di  Eva Kant

Come ho  già scritto  Eva Kant appare per la prima volta in L’arresto di Diabolik ma le sue origini  vengono  svelate in due successivi  racconti  e cioè Ricordi  del passato e Eva Kant quando  Diabolik non c’era.

Eva è la figlia illegittima di una povera ma bellissima donna di nome Caterina (il nome mi  ricorda quello  di una famosa blogger….) e di Lord Rodolfo Kant.

Quest’ultimo, per paura di uno  scandalo ma soprattutto di  suo  cugino Anthony Kant, nasconde la relazione con Caterina e la nascita della bambina.

Un giorno, però, Rodolfo in pegno del  suo  amore nei  riguardi di  Caterina, le porta in dono  Diamante Rosa ma, come in tutti  i feulitton di  rispetto, il cugino Anthony si  mette di mezzo e uccide i  genitori  di Eva e facendola rinchiudere in un orfanotrofio.

In seguito  Eva fugge via dalla sua prigione rifugiandosi in Sud Africa: qui, sotto  la copertura di  cantante di nightclub, inizia la carriera di  spia industriale finchè un giorno incontrando il cugino  di  suo  padre (che immagino  non la riconosce) lo fa innamorare per poi sposarsi  e acquisire legalmente il cognome Kant.

In Eva Kant quando  Diabolik non c’era l’episodio  in cui  lei  farà sbranare il marito  da una pantera…..⌋   

Il fumetto in anteprima

Due momenti fondamentali della saga di  Diabolik, in cui non solo appare per la prima volta la figura di Eva Kant, ma soprattutto già si delineano le caratteristiche di questo personaggio: il suo fascino, il suo passato turbolento, la sua capacità di affrontare situazioni drammatiche, il suo porsi alla pari con il Re del Terrore, amante, compagna e complice.

La prefazione è stata scritta da Concita de Gregorio

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Mafalda

Non è che noi donne vi  diciamo  sempre le stesse cose, è che siamo  ottimiste:

speriamo  che prima o poi  possiate capirle

Mafalda

Mafalda ha 57 anni, ma rimane sempre la stessa bambina (pestifera e saggia)

Mafalda ogni  giorno, quando  faccio  colazione, mi guarda dal  calendario  appeso  alla parete: mi guarda, mi fa sorridere con i suoi  aforismi (qualcuno, lo ammetto, non lo comprendo  subito….mi sono appena svegliata) e mi  fa anche comprendere che la vita va presa per il verso giusto  e che non bisogna mai  arrendersi  alle avversità e lottare contro  le ingiustizie.

E dire che quando  lei  è nata, appunto  nel 1963, il suo papà, l’indimenticabile Quino, le aveva prospettato una vita relegata a fare da testimonial di una marca di  elettrodomestici: per fortuna non se ne fece nulla e al  fumettista a cui erano  rimaste alcune strisce venne l’idea che quella bambina poteva dire molto di più che un semplice slogan pubblicitario.

Nel 1964  Mafalda ha un posto d’onore nel  supplemento  umoristico della rivista Leoplàn, quindi passa ad essere pubblicata sulle pagine di Primera Plana e, nel 1965, a quelle del El Mundo.

Nel 1966 l’editore argentino Jorge Àlvarez  pubblica il primo libro con la raccolta in ordine cronologico  delle strisce di  Mafalda: in due giorni la tiratura del libro  andò esaurita.

Mafalda arriva per la prima volta in Italia nel 1968 (anno delle contestazioni di  massa) in un’antologia pubblicata da Feltrinelli.

Mafalda Volume 8: l’anteprima

Mafalda ha i capelli corvini e la bocca a ciabatta, ama i Beatles, parla come un’adulta e vuole fare la rivoluzione. E si chiede perché con tanti mondi più evoluti, io sono dovuta nascere proprio in questo?

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Sheena: cinquantanovesima tra le prime cento

Non si può dare il proprio  cuore a una creatura selvatica.

Più le si  vuole bene più diventa ribelle: finché un giorno se ne scappa nelle praterie e poi in cima a un albero, e poi su un albero più alto.

Audrey Hepburn

Sheena e le altre 99 sexy eroine 

Chi si  aspetta una hit parade di  donnine sexy in carne e ossa (mi rivolgo agli  appartenenti al   genere maschile che passano da queste parti) rimarrà forse deluso  sapendo  che la lista in questione è riferita alle eroine create dalle matite dei  fumettisti.

Infatti è la Comics Buyer’s Guide ad aver preso quelle che, secondo criteri a base di  curve e conseguente sex -appeal,  sono i  cento personaggi femminili dei  fumetti in lista, dove al primo posto  troviamo  Red Sonja la spadaccina della Marvel armata di  spada, chioma rossa e bikini come armatura, mentre al 100° posto troviamo Molly Maynne Scott della quale non ne so  assolutamente nulla.

La mia preferita, e cioè Wonder Woman, è solo  sesta (di lei e del  suo  autore- creatore  ho scritto in questo  articolo)

Red Sonja e Wonder Woman (Gatto Filippo smettila di fare le fusa)

Sheena, la 59° della graduatoria ( da non confondere con Shanna qualche gradino più in su), fece il suo  debutto nel 1937 (Wonder Woman nel 1941) creato  dal fumettista americano  Will Eisner e S.M. Iger (insieme fondarono lo studio Eisner & Iger) per la rivista britannica Wags

Sheena diventa orfana quando i suoi  genitori  muoiono in Africa durante un safari, impara a sopravvivere lottando armata di  arco  e frecce nonché di  coltelli  e lancia.

Ha imparato, inoltre, a comunicare con gli  animali  selvaggi.

E’ ovvio  che a questo punto  si può pensare che Eisner & C. per Sheena si  siano  ispirati pienamente al  Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs pubblicato  per la prima volta nel 1912 sulla rivista The All -Story: lo stesso  Eisner, però, disse che l’ispirazione, al  meno per quanto  riguarda il nome, gli era venuto dal personaggio de La donna eterna del romanzo  di Henry Rider Haggard.

Sheena arriva nelle edicole degli  Stati Uniti l’anno  dopo  l’uscita in Inghilterra, quindi  nel 1938 e fino  ad aprile 1953, per la rivista Jumbo Comics e in seguito in altre riviste della casa editrice Fiction House specializzata nella pubblicazione di riviste pulp (di  questo genere letterario ne parlo  in questo  articolo)

Eisner e Iger non furono  i  soli  a disegnare Sheena, a loro succedettero negli  anni ’40 Bob Powell (che entrò a far parte della Marvel  Comics) e Matt Baker.

Nel 1954 lo psichiatra americano Fredric Wertham pubblicò il libro Seduction of the innocent,  dove gli innocenti erano  gli  adolescenti  americani  sedotti, secondo  la tesi dello  psichiatra, dalle figure femminili poco  vestite dei  fumetti.

La censura americana fece sua l’opera moralizzatrice (e puritana) di  Seduction of the innocent facendo nascere la Comics Code Authority censurando le eroine poco  vestite dei  fumetti che sparirono  dalle edicole: tra le vittime Wonder Woman e Sheena (che l’anno  seguente debuttò protagonista in una serie televisiva).

Il puritanesimo in versione Facebook ha colpito  anche me rea di  aver pubblicato un articolo  su  New Pixel&Bit con una foto di  Man Ray giudicata inadeguata.

Il gruppo punk – rock Ramones ha dedicato un pezzo a Sheena titolandolo Sheena is a Punk Rocker: lo inserisco nell’articolo come finale.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Bonvi, se quella notte del 1995…

Morire è sempre una sfortuna, l’unica cosa consolante è che sarà l’ultima.

C.A.

Quella notte del 10 dicembre 1995

Quella notte del 10 dicembre 1995 Franco  Bonvicini, in arte Bonvi,  si  sta recando  negli  studi  televisivi  di  Bologna dove Red Ronnie lo  attende come ospite della trasmissione Roxy Bar: ha con se alcune tavole originali  che vuole vendere per aiutare l’amico  e collega Magnus (creatore di  Alan Ford) malato  di  cancro.

Un auto lo investirà uccidendolo  a 54 anni.

Oggi  Bonvi avrebbe quindi 78 anni e mi domando allora, se fosse ancora tra  noi,  cosa avrebbe pensato di questo   revival nazi – fascista dell’Italia del 2019, dove una scampata dagli orrori  di Auschwitz, la senatrice Liliana Segre, deve girare sotto  scorta perché minacciata?

Penso  che molto probabilmente, avrebbe immortalato  questi piccoli uomini  (e donne) come macchiette comprimarie delle sue Sturmtruppen.

Cinquantun’anni eppure le Sturmtruppen di  Bonvi non invecchiano  

Le Sturmtruppen nascono  nell’autunno  del 1968 (altro periodo  fatidico  della nostra storia):  soldati in fumetto  come pretesto, nelle loro  assurde e comiche situazioni,  per irridere la follia della guerra, il patriottismo fuori  da ogni limite e tutta la grancassa che ruota intorno  alla retorica di una certa ideologia.

Bonvi
Bonvi

E dire che lui  stesso era militare congedato  a 22 anni  con il grado di  sottotenente carrista (esperienza utile per le sue strisce).

Amico  di Francesco  Guccini insieme collaborano  per la sceneggiatura di  alcuni  spot di  allora, tra i  quali il più famoso  è quello  dedicato  al personaggio  di Salomone il pirata pacioccone per pubblicizzare  l’amarena Fabbri.

Sempre con l’amico  cantautore realizza Storie dello  spazio  profondo pubblicato per la prima volta nel 1970 è la storia di un’avventuriero  spaziale accompagnato  nelle sue scorribande siderali  da un robot antropomorfo  che ricorda in parte C – 3 PO di  Star Wars  (a proposito  a dicembre la saga si  conclude).

Appassionato  di  storia bellica lascia momentaneamente le sue Sturmtruppen per andare indietro  nel  tempo, precisamente nel periodo  tra  il 27 maggio e  28 agosto 1905, per disegnare L’uomo di Tsushima  dove viene raccontata la battaglia navale nello  stretto omonimo, al largo  della Corea, tra le flotte imperiali  appartenenti  alla Russia e al Giappone

La guerra venne dichiarata dal  Giappone per contrastare i piani  di  espansione dello  zar sulle coste del Pacifico.

L’obiettivo principale era quello  di  strappare Port Arthur alla Russia per chiuderle l’accesso  alla Corea

Lo  zar Nicola inviò la Flotta del  Baltico per contrastare quella giapponese: essa dovette circumnavigare Europa, Africa, Asia e ciò comportò un ritardo utile per i giapponesi  che conquistarono  Porto  Arthur.

A questo punto, dopo un anno  di  navigazione, l’ammiraglio Rožestvenskij a comando  della Flotta del  Baltico, decise di  attraversare lo stretto di  Tsushima ma venne intercettato  dall’ammiraglio Togo ingaggiando  quindi  una battaglia navale che costò alla Russia una disfatta con la perdita di 21 navi, tra cui 11 corazzate, e migliaia di marinai uccisi (i  giapponesi  persero  solo  tre navi  e 117 furono i marinai  morti)

Terminata questa piccola digressione storica ritorniamo  al nostra caro  Bonvi: fu  anche attore, oltre che fumettista: Come rubammo la bomba atomica è una pellicola in cui recitò insieme a Franco  Franchi  e Ciccio Ingrassia (non certo un film da Oscar ma comunque divertente per chi  era fan dei  due comici  siciliani).

Lasciando il lavoro  di pubblicista, fondò insieme a Guido (Silver) Silvestri  uno  studio con la produzione di innumerevoli episodi  di Cattivik (indimenticabile)  e Capitan Posapiano (mai  sentito, giuro!) pubblicate per Tiramolla e Cucciolo.

Nel 1972, Giancarlo  Governi che allora lavorava per una RAI molto più bella di  questa odierna, lancia Gulp – Fumetti in TV volendo Bonvi che, insieme a  De Maria, crea il personaggio di  Nick Carter (altro indimenticabile).

Intanto, sempre nello  stesso  anno, le Sturmtruppen approdano in teatro: per la prima volta in Italia si  vedono  attori  vestiti  solo  con elmo, stivali  e giberne: inutile dire che i  giornali (anche quelli stranieri) ne parlarono.

Nel 1973 Bonvi  riceve il premio Saint – Michel come miglior autore europeo  di  fumetti.

Per terminare in bellezza ecco  a voi  la sigla di   Super gulp – Fumetti in TV 

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Corto Maltese prima del mare salato

Me ne andrò, così tanto per andare

Il saluto  di  Corto  Maltese 

Quel  giorno di luglio 1967, a Genova

 

Quel giorno  di  luglio del 1967, due uomini  si incontrano  a Genova, forse in un bar o in una trattoria, magari in un ufficio o  in un’appartamento privato: ma non è questo  che deve interessarci.

Perché i due protagonisti  dell’incontro  sono uno un disegnatore e fumettista e l’altro un imprenditore con la passione dei  fumetti  (e questo lo spinse a diventare lui  stesso un editore): il primo  si  chiamava Hugo  Pratt, mente il  secondo  uomo Florenzo Ivaldi.

Ai  due venne l’idea di  creare un mensile  dedicato interamente ai  fumetti  di  Hugo  Pratt di  quando egli viveva e lavorava in Argentina, oltre ad alcuni classici americani  inediti per il pubblico  italiano (amante dei  fumetti)  di  allora.

La copertina di Sgt. Kirk del dicembre 1967

Questa mensile  era  Sgt Kirk (dal nome di uno  dei  personaggi  creati  da Hugo  Pratt), durò meno  di due anni perché nel  febbraio  del 1969 terminò di  essere pubblicato

A dire la verità Sgt Kirk fino a quella data poteva essere acquistato in edicola, in seguito sopravvisse grazie agli  abbonamenti  diventando un trimestrale poi, con il Gruppo  Editoriale Lo  Vecchio, arrivò fino  al numero 61 cessando definitivamente di  esistere nel 1977 (escludendo un edizione speciale di mille copie del 1997 per festeggiare il trentennale del mensile).

La ballata del  mare salato 

Idealmente da questo  naufragio  editoriale si  salva il personaggio  di  Corto  Maltese, ritrovandosi nelle prime vignette a bordo  di una zattera in quello che in molti  vedono  come il capostipite della graphic novel italiana: Una ballata del mare salato 

A salvare le avventure del marinaio più amato  nel  mondo dei  fumetti (anche perché penso  che sia l’unico) fu il settimanale Corriere dei  Piccoli che pubblicò, appunto, Una ballata del mare salato.

Intanto  Hugo  Pratt collabora con il Corriere dei  Piccoli realizzando alcuni  fumetti  tratti dai  classici  della letteratura per i  ragazzi  (e le ragazze) quali L’isola del  tesoro e Il ragazzo  rapito  entrambi scritti  da  Robert Louis Stevenson 

Bisogna aspettare il 1972 affinché l’avventura di  Corto  Maltese non venga pubblicata in un unico  volume dalla Mondadori

Ed è a questo punto  che il titolo  cambia sostituendo l’articolo indeterminativo UNA con quello determinativo  LA: per cui ecco La ballata del mare salato 

Da editore a editore, dalla Mondadori Corto  Maltese vine ingaggiato  dalla Rizzoli: nel 1983 nel  mensile Corto  Maltese viene riproposto La ballata del  mare salato, ma ritornando  al  suo  titolo  originale: Una ballata del  mare salato  (vorrei  sapere, a questo punto, perché questo  ballare tra il LA e UNA)

Dopodiché altri  editori si  contenderanno l’opera di  Hugo  Pratt, addirittura esiste una versione pocket che ha le dimensioni di un mazzo  di  carte (penso  che sia introvabile)

Hugo  Pratt in un’occasione (forse un’intervista) disse che l’ispirazione per creare il personaggio  di Corto  Maltese gli venne leggendo  Laguna blu  dello scrittore irlandese Henry De Vere  Stacpoole

In ogni  caso Hugo  Pratt aveva già in mente il malinconico epilogo della vita di  Corto  Maltese, infatti nel prologo  di  Una ballata nel  mare salato nell’immaginaria lettera scritta da unno  dei personaggi  si legge:

…lo  zio Tarao   è morto.

Ha lasciato un enorme vuoto  tra noi, ma è soprattutto per lo zio  Corto che ora mi preoccupo.

Quei  due si  comprendevano  perfettamente ed erano inseparabili.

Ora, quando  vedo  zio  Corto starsene seduto  solo in giardino con gli occhi  spenti di  fronte a quel  suo  grande mare, mi  si  stringe il cuore. I bambini cercano  di  fargli  compagnia, ma lui  quasi non se ne accorge..

Su  quella zattera come ci  arrivò Corto  Maltese? 

Nell’inizio  di  Una ballata del  mare salato si  vede Corto  Maltese legato  su  di una zattera: qualcuno, forse, si è chiesto come il marinaio  sia finito su  quella scomoda zattera.

Altri, come Rubèn Pellejero  e Juan Dìaz Canales hanno  voluto  dare una loro  risposta all’antefatto pubblicando Corto  Maltese. Il giorno  di Tarowean (dove Tarowean è il primo di  novembre o il giorno  di  tutti  i santi)

Un uomo barbuto, legato mani e piedi a una zattera di fortuna, galleggia alla deriva nell’oceano Pacifico.

Così, nel lontano 1967, si inaugura epopea di Corto Maltese, antieroe per eccellenza e icona del fumetto mondiale.

Nelle sue tante avventure,  Hugo Pratt ha lasciato trapelare solo piccoli indizi su quello che è accaduto al suo personaggio prima di indimenticabile apparizione.

Oggi, a più di cinquant’anni dal fulminante esordio, Juan Dìaz Canales  e  Rubèn Pellejero squarciano il velo su quel passato misterioso e raccontano l’appassionante catena di eventi che portarono corto a ritrovarsi in balia delle onde, condannato a morte certa dagli uomini del suo stesso equipaggio.

Aspettando  che qualcuno  bussi  alla mia porta per dirmi dolcetto o  scherzetto vi  saluto lasciandovi  all’anteprima de Una ballata del  mare salato

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

 

Joker non è l’uomo che ride

La malvagità non è qualcosa di sovraumano,

è solo qualcosa di  meno umano

Agatha Christie 

Joker da premio Oscar? 

La definizione di Wikipedia del villain è la seguente

Il cattivo  è un tipico personaggio  malvagio presente in una storia inventata, come un’opera narrativa o cinematografica.

I cattivi  sono personaggi tipo o personaggi  romanzati, nel  dramma o  melodramma, che compiono  azioni  malvagie opponendosi  all’eroe.

E’ la sua natura intrinsecamente, indomabilmente malvagia che distingue il cattivo  dal  semplice antagonista, cioè del personaggio  che si oppone all’eroe, ma per qualche motivo non risulta del  tutto  odioso e che anzi può pentirsi, essere redento o diventare un buono  nel  finale.

Il cattivo  si  distingue anche dall’antieroe, un personaggio  che viola la legge o le convenzioni sociali  stabilite, ma che, nonostante  questo, ha la simpatia del pubblico, risultando dunque il vero eroe della storia.

Malgrado sia il destinatario dell’odio  pubblico, il cattivo  è un meccanismo  narrativo quasi inevitabile e, quasi  più dell’eroe, un elemento  cruciale sul  quale poggia la trama.

In un certo  senso  il cattivo (o  se preferite il termine inglese di  villain) ricopre il ruolo necessario  del  comprimario, cioè in tutte quelle storie in cui vi è una  dicotomia tra il bene e il male, quasi  che la sua figura sia messa lì solo  per far esaltare le gesta dell’eroe (senza il cattivo, quest’ultimo  non avrebbe ragione di  esistere  se non per interpretare  il personaggio  di un  boy – scout che aiuta gli  anziani  ad attraversare la strada).

Ovviamente Gambadilegno  resterà l’acerrimo  nemico  di  Topolino come Brutus  quello  di Popeye,  ma è  dai  fumetti traslati  al cinema che i  cattivi  assumono un ruolo più centrale: se parlo  di  fumetti  (con la F maiuscola) intendo riferirmi alla Marvel  e alla DC Comics e di  quest’ultima casa editrice il  suo personaggio  Joker 

Ed è appunto  in  Joker, premiato  con il Leone d’oro per il  miglior film   nell’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di  Venezia  e campione d’incassi ( 500 milioni di  dollari  fino a ora), che il  regista  Todd Phillips si  discosta dai  film tratti  dai  fumetti della DC Comics per dare alla sua opera una qualità superiore a essi.

Per alcuni  critici  cinematografici Todd Phillips si  è dichiaratamente ispirato  a Martin Scorsese sia per l’ambientazione realistica di una Gotham City calata negli  anni ’80, ma soprattutto alla similitudine del personaggio  interpretato  da Robert de Niro  (presente anche in Joker) in Taxi  Driver dove la vita di un uomo  qualunque inesorabilmente vira alla follia.

Nel  film, oltre che il personaggio  di  Joker, vi è un palese richiamo  al populismo  nel  senso  che si  assiste alla violenta reazione delle masse contro le decisioni prese a loro  danno da chi si  ritrova in una condizione di  vita più favorevole (mi ricorda molto  la rivolta del movimento  dei  gilet gialli in Francia e quello  che sta accadendo oggi in Cile).

Fuori  discussione è la bravura di Joaquin Phoenix  e chissà che non riesca portarsi  a casa, prima o poi, un premio Oscar considerando  le sue tre candidature passate.

Se proprio  siete curiosi di  conoscere la trama del film ancora prima di  averlo  visto  vi  rimando alla pagina di  Wikipedia, mentre per le curiosità legate al  film di  Todd Phillips vi invito  a guardare il seguente video offerto  da Movieplayer.it

 

 

L’uomo che ride: un libro e un film 

 

Si  dice che gli  autori del  fumetto  di  Joker si  siano ispirati per il famoso  ghigno  del personaggio  a L’uomo che ride di Victor Hugo pubblicato  nel 1869.

Certo è che la rassomiglianza si  ferma alla deformazione che il personaggio  di Victor Hugo porta sul viso in quanto vittima di un sopruso.

Nel 1928 il regista tedesco  Paul Leni dal libro trasse l’idea per The Man Who Laughs

Anteprima del libro  L’Uomo che ride di  Victor Hugo

Pubblicato nella primavera del 1869, questo romanzo di Hugo fu scritto durante l’esilio che lo scrittore subì a causa delle sue idee politiche.

La storia di un bambino abbandonato sulla costa inglese, che crescendo è vittima di una deformazione del viso che costringe il suo volto a una smorfia simile a quella di una perenne risata, è lo spunto che l’autore coglie per approfondire una realistica resa dei costumi inglesi e di alcuni elementi distintivi della cultura anglosassone: il parassitismo della nobiltà, le condizioni di estrema miseria delle classi più abiette, il lacerante contrasto tra nobili e sudditi.

L’uomo che ride’ è una penetrante metafora dell’individuo che, senza poter scegliere, è costretto a mostrarsi felice all’esterno mentre soffre terribilmente al proprio interno, a causa di una società che ne deforma l’intelligenza e ne umilia la ragione

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…