Mestruazioni: ne potrò scrivere?

mestruazioni

 La donna deve rimanere la regina della casa, più si  allontana dalla famiglia più questa si sgretola.

Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del  giudicare.

Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche.

Questa è la mia opinione, le donne devono  restare a casa…

Antonio  Romano  deputato  dell’Assemblea Costituente nel 1947

Mestruazioni, tabù e pregiudizi

Quello  che il deputato  Antonio  Romano  intendeva affermare che nella donna vi era  un impedimento  nella difficile arte del  giudicare, cioè un difetto per ragioni anche fisiologiche,  non era altro  che un sottinteso riferimento (che poi non era tanto  sottinteso) al ciclo mestruale con tutti i pregiudizi (maschili) ad esso  collegati.

L‘Assemblea Costituente  – della quale   la componente femminile rappresentava solo il 4 per cento, cioè 21 donne su 552 rappresentanti totali –  dribblò sulla questione, e solo  dopo che un emendamento favorevole all’ingresso  delle donne nella magistratura, con l’articolo 51 della Costituzione che stabilisce

Tutti i cittadini dell’uno  e dell’altro sesso possono accedere agli uffici  pubblici in condizioni di  eguaglianza, secondo  i requisiti  stabiliti  dalla legge*

Con la modifica all’art. 51 del 30 maggio 2003 viene aggiunto il periodo  alla fine

A tale fine la Repubblica promuove con appositi  provvedimenti le pari opportunità tra uomini  e donne

*Secondo i requisiti stabiliti dalla legge: le donne dovranno aspettare ben sedici  anni per vedere una legge che le consenta di  accedere alla carriera di  magistrato con la legge n. 66 del 9 febbraio 1963

⌈  Art. 1 : La donna può accedere a tutte le cariche professionali e impieghi  pubblici, compresa la Magistratura, nei  vari  ruoli, carriere e categorie, senza limitazioni  di  mansioni e di  svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti  dalla legge.

L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei  corpi  speciali è regolato da leggi  particolari ⌋  

Certo un bel passo avanti rispetto alle parole dell’onorevole Antonio Romano, ma i  tabù sono duri  a morire, specie se anche la scienza ci  mette del  suo  per alimentare i pregiudizi: nei  testi universitari  di  medicina, fino  all’inizio  degli  anni’ 60 del  secolo  scorso, si insegnava che le mestruazioni servivano  a far espellere sostanze tossiche accumulate nel  corpo  femminile ( la menotossina tra esse)

Da qui, arrivare ai pregiudizi  e ai  tabù il passo  è breve per cui, un esempio  fra tutti, se una donna con il mestruo toccava un fiore, questo  subitaneamente appassiva (quindi le varie streghe dei  film horror sono  in perenne periodo  mestruale?).

Se da una parte questi pregiudizi  potrebbero  anche far sorridere, ben diversa è la situazione di  quelle donne costrette da pratiche culturali a subire l’ostracismo  sociale: in Nepal solo  dal 2017 è stata proibita la pratica del chhaupadi che infliggeva alle donne in periodo  mestruale la segregazione in capanne isolate proprio  per il fatto  che il loro  sangue era da considerare impuro e velenoso per qualsiasi  cosa che la donna toccasse.

Da queste pregiudizi l’attrice e regista   Marinella Manicardi ne ha tratto il lavoro  teatrale Corpi impuri

 

Tampon tax

Una direttiva europea consenti  ai  Paesi dell’Unione di  abbassare l’IVA sugli assorbenti  fino  al 5 per cento: l’Italia si  è adeguata, ma solo  per gli  assorbenti definiti  ecologici.

Prima di  questa soluzione (parziale) della tassazione degli assorbenti intimi, essi  venivano  commercializzati  con l’IVA al 20 per cento, prodotti come il tartufo hanno la tassazione pari  al 5 per cento.

La paradossale incongruenza della Tampon tax è stata messa alla berlina da 3Matrioske:

Il libro 

La giornalista e attivista femminista Élise Thiébaut ha affrontato quello  che in fondo riguarda una discriminazione di  genere con il libro Questo è il mio  sangue

mestruazioni

 

Perché ancora oggi le mestruazioni sono un argomento di cui ci si vergogna, che discrimina le donne? Perché per definirle usiamo perifrasi come ho le mie cose, sono indisposta, ho il ciclo?

Perché ci imbarazza così tanto il modo in cui funzionano i nostri corpi? E se fossero gli uomini ad averle?

Per quasi quarant’anni, ossia per circa 2400 giorni, le mestruazioni accompagnano la vita di ogni donna. Eppure rimangono un argomento circondato da silenzio e vergogna.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Come mai ci affrettiamo a nascondere nella borsa gli assorbenti quando capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni mentre siamo pronti a gridare insulti di ogni tipo?

Mescolando antropologia, storia, ecologia, medicina ed esperienza personale, Élise Thiébaut affronta un argomento delicato e insospettabilmente accattivante, riuscendo con la sua prosa vivace a dimostrare quanto sia complesso il principale protagonista della vita femminile. E quanto le superstizioni, le leggende, i non detti, abbiano influito per secoli sulla discriminazione delle donne.

Sorprendente, chiaro, scientificamente accurato, Questo è il mio sangue, oltre a essere un appassionante viaggio alla scoperta di un fenomeno naturale come mangiare, bere, dormire, fare l’amore, è anche un manifesto della rivoluzione mestruale in atto.

Perché parlare apertamente di mestruazioni significa, per ogni donna, accedere a una nuova consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria identità.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Anne Brontë, tra i coraggiosi e i forti

Anne Brontë

Oggi è umido  e piove, la mia famiglia è fuori  casa e sono in biblioteca da solo che rileggo  vecchie lettere e scartoffie ammuffite e ripenso al passato; la disposizione d’animo giusta, quindi, per raccontarti una storia…

Tratto da La signora di Wildfell  Hall di Anne Brontë

Anne Brontë, Amid the Brave and the strong 

Anne Brontë

Non è perché sono vittima di un’improvvisa forma di  anglofilia per cui ho  voluto tradurre   dall’italiano il titolo  dell’articolo, ma semplicemente per il fatto  che esso è quello originale di una mostra che il Brontë Parsonage Museum dedica alla più piccole delle tre sorelle scrittrici , mostra che attualmente non è visitabile per la pandemia corrente ma che, essendo  programmata fino al 1°gennaio 2021, lascia sperare che fino  ad allora le cose siano  cambiate in meglio.

Anne Brontë
Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Anne Brontë (Thornton, 17 gennaio 1820 – Scarborough, 28 maggio 1849) oltre a Emily e Charlotte aveva altre due sorelle più grandi, Maria ed Elisabeth, che però morirono  di tubercolosi  quando  lei  aveva cinque anni.

Se si può dire che sfortuna o  disgrazia siano le maledizioni di una famiglia, certo che quella di  Anne potrebbe esserne un esempio: sua madre, Maria Branwell Brontë,  morì il 15 settembre 1821 e cioè un anno  dopo  la nascita di Anne, il fratello  Patrick nel 1848 per bronchite (ma il suo  fisico  era  già devastato  dall’abuso  di  alcol, oppio e laudano), nello  stesso  anno subì la perdita della sorella Emily malata di  tubercolosi e, per termine questo lungo  elenco mortifero, Charlotte, l’unica sopravvissuta delle sorelle, a causa delle complicazioni per un parto  morì il 31 marzo 1855.

La signora di  Wildfell Hall

Il perché del fatto  che il romanzo di  Anne La signora di  Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall ) abbia avuto scarsa considerazione dalla critica di  allora, ma soprattutto a pesare in questo è il giudizio  negativo  della sorella Charlotte, è da attribuire a due fattori:

Il primo è che nel  romanzo  viene utilizzato un linguaggio  molto  esplicito, con descrizioni  di  brutalità e alcolismo, oltre al fatto  che, cosa ancora più scandalosa per l’epoca,  la protagonista  si ribella alle convenzioni  sociali rivendicando  la propria indipendenza (d’altronde la morale che vuole la donna un passo indietro rispetto  all’uomo è stata ribadita da un noto  presentatore televisivo  durante una recente manifestazione canora: si, proprio quella).

Non dimentichiamo, inoltre, che le tre sorelle scrittrici per vedere i loro  libri  pubblicati ed evitare così  pregiudizi dovettero  utilizzare nomi  maschili: Currer Bell fu  quello  utilizzato  da Charlotte, Ellis Bell quello  di Emily e Acton Bell  quello  di  Anne.

Il secondo motivo, molto più familiare e che Charlotte ritenne deplorevole, è che la figura negativa maschile aveva come modello la vita dissoluta del fratello  Patrick.

A conclusione di  questo mio  articolo scritto  con passione da blogger ma allo  stesso  tempo  con lo stato  d’animo di una confinata nella propria abitazione (come qualche decina di milioni  di  miei  concittadini, tra cui  voi), troverete l’anteprima de La signora di  Wildfell  Hall di  Anne Brontë.

Anteprima 

Anne Brontë

Chi è l’affascinate signora nero vestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall?

Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere?

Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza.

Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…

Alice Neel: artista e femminista

Alice Neel - autoritratto
Alice Neel – autoritratto

<<La ragione per cui le donne non hanno  successo è che non hanno le palle>>: disse un uomo  del pubblico  durante una conferenza a New York sull’arte tenutasi  negli  anni ’70.

Una delle relatrici  si  alza e con calma gli  risponde: <<Le donne hanno le palle, sono  solo un po’  più in alto>>.

Quella donna era Alice Neel

Feminist art 

La Feminist art è un movimento  artistico  che ha avuto il suo apice  tra gli  anni ’60 e ’70 del  secolo  scorso,  associata al movimento  femminista lo scopo  che si prefiggeva era quello  di  evidenziare e combattere le differenze sociali  e politiche che subivano le donne e altre identità di  genere.

Il messaggio era veicolato dall’arte nelle sue varie  forme comprese tra la pittura tradizionale, la performance art e l‘arte concettuale .

Alice Neel: una brevissima biografia 

 

© Lynn Gilbert 1976, New York
Ritratto di Alice Neel nel suo studio
© Lynn Gilbert 1976, New York

Alice Neel ( Gladwyne (Pennsylvania) , 28 gennaio 1900 –  New York, 13 ottobre 1984) oltre che essere un’artista d’avanguardia, fu  madre single e militante comunista: quest’ultimo  aspetto  della sua vita le costò le frequenti  visite dell’FBI nella sua abitazione a caccia di  chissà quale cospirazione.

La sua famiglia apparteneva al  ceto  medio e molto  rigida nel seguire quel modello  sociale che non dava molto  spazio (per nulla) all’autonomia della donna.

Lei, penultima di  cinque figli, a sedici  anni trova la sua strada iscrivendosi ad una scuola d’arte per poi approdare alla Ashcan School movimento  artistico conosciuto  per opere raffiguranti scene quotidiane della New York più povera.

L’incontro con un cubano  che la storia ci restituisce come essere stato  molto  fascinoso  (e ricco), Carlos Enrìquez Gòmez, è solo  l’inizio di una serie di uomini  a cui  lei  si legherà in rapporti burrascosi.

Dal  cubano  avrà due figlie, la prima Santillana che morirà di  difterite a un anno, la seconda Isabella le verrà tolta quando  divorzierà dal marito  per ritornare a New York.

Come detto in precedenza la vita di  Alice Neel è un’altalena tragica, tra periodi  caratterizzati  dalla depressione con  tentativi  di  suicidio – fu  ricoverata in manicomio scoprendo, una volta di più, che proprio il dipingere l’aiutava nella guarigione –  amanti  e aborti ma anche due figli: il primo Richard (di padre sconosciuto) che diventerà vittima delle angherie di uno dei suoi  conviventi, il fotografo Sam Brody, lo stesso  che sarà il padre del  suo  secondo  figlio Hartley .

Finalmente dopo  tanti  drammi  a Alice viene riconosciuta la fama dovuta: negli  anni ’60 è ormai considerata come un’icona del mondo  femminista e  dalla metà degli  anni ’70  come tra le  più importanti  artiste dell’avanguardia americana.

La vita e l’opera di  Alice Neel sono raccontate nel  documentario omonimo diretto  dal  nipote Andrew Neel presentato  nel 2007 al Sundance  Film Festival e successivamente al  Newport Beach  Film Festival  dove vinse il premio del pubblico  come miglior documentario.

Concludendo

Avete certamente capito che ho voluto  scrivere non tanto dell’artista (non sono  un’esperta di  arte) quanto piuttosto ho voluto  rimarcare il concetto che l’animo  femminile è tanto  forte da uscire vincitrice in tutte quelle situazioni in cui è facile prendere (e perdersi) sulla strada della disperazione.

Alla prossima! Ciao, ciao……..