La Convenzione di Istanbul ha dieci anni (ma…)

Convenzione di  Istanbul

La convenzione è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed è stata aperta alla firma l’11 maggio 2011, in occasione della 121ª Sessione del Comitato dei Ministri a Istanbul.

Essa entrerà in vigore dopo 10 ratifiche, 8 delle quali devono essere di Stati membri del Consiglio d’Europa. La convenzione è stata ratificata finora da 34 stati, e solo firmata da 12 paesi compresa Armenia, Ucraina, Gran Bretagna, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria etc..

Gli Stati che hanno ratificato la Convenzione sono giuridicamente vincolati dalle sue disposizioni.

In Italia, la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità la ratifica della convenzione in data 28 maggio 2013 e sempre all’unanimità il Senato ha convertito il testo in legge il 19 giugno 2013.

Nel novembre 2019 il Parlamento dell’Unione europea ha adottato una risoluzione, con 500 voti favorevoli, 91 contrari e 50 astensioni, in cui ha invitato il Consiglio europeo a completare la ratifica della Convenzione da parte dell’Unione europea ed esortato i sette Stati membri (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia, e Regno Unito) sottoscrittori della Convenzione a ratificarla senza indugio

Fonte Wikipedia

La Convenzione disattesa che fa  paura

La Turchia di  Erdogan, prima firmataria del  trattato, ha da poco ritirato l’adesione a esso; la Polonia ha istituito una commissione parlamentare finalizzata al  suo  boicottaggio; organizzazioni  non governative e transnazionali,  quali ad esempio La Ordo  Juris (organizzazione nata sempre in Polonia) chiedono  che la donna sia relegata al  solo  ruolo  di madre e sottomessa all’uomo (non vi  ricorda The Handmaid’s Tale?): a motivare il tutto è forse la paura di  dare alle donne i loro  giusti diritti?

In Italia, a parte le posizioni personali (condivise ampiamente dal partito  di  appartenenza) dell’onorevole Pillon e che vorrebbero  appunto  la donna privata dei  suoi  naturali  diritti, la situazione per noi  donne è ancora lunga da risolversi in positivo: gli  stereotipi, la disattenzione alle pari opportunità e un certo  retaggio  culturale insito in alcune parti  del  nostro  Paese, non giovano certamente  alla soluzione.

Senza dimenticare la violenza sulle donne: dall’inizio di  quest’anno in Italia son state assassinate 38 donne da mariti, amanti ed ex fidanzati.   

Senza dimenticare i dibattiti che avvengono nelle aule di  giustizia dove viene lasciato  ampio  spazio  affinché la donna (vittima) venga rappresentata ancora oggi come colpevole di  aver ingenerato nell’uomo comportamenti istintuali tali  da dover essere, in qualche modo, giustificati.

Quando poi si  arriva a un verdetto  di colpevolezza raramente all’omicida viene comminata la pena massima dell’ergastolo.

La Convenzione e i  suoi  pilastri

Convenzione di  Istanbul

I quattro pilastri  della Convenzioni  si possono  tradure in prevenzione, protezione, perseguimento  dei  colpevoli, politiche di integrazione.

Nel  seguente box il testo integrale (in inglese) della Convenzione, mentre per una più facile lettura di  esso  vi  rimando alla scheda di  sintesi  pubblicata sul sito di Diritto Penale Contemporaneo.

CETS_210.docx

 

A vigilare affinché la Convenzione di  Istanbul non resti  lettera morta è affidata a GREVIO e cioè l’organismo di  esperti indipendenti responsabile del  monitoraggio dell’attuazione della Convenzione del  Consiglio  d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro  le donne e la violenza domestica.

 

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Anne Brontë, tra i coraggiosi e i forti

Anne Brontë

Oggi è umido  e piove, la mia famiglia è fuori  casa e sono in biblioteca da solo che rileggo  vecchie lettere e scartoffie ammuffite e ripenso al passato; la disposizione d’animo giusta, quindi, per raccontarti una storia…

Tratto da La signora di Wildfell  Hall di Anne Brontë

Anne Brontë, Amid the Brave and the strong 

Anne Brontë

Non è perché sono vittima di un’improvvisa forma di  anglofilia per cui ho  voluto tradurre   dall’italiano il titolo  dell’articolo, ma semplicemente per il fatto  che esso è quello originale di una mostra che il Brontë Parsonage Museum dedica alla più piccole delle tre sorelle scrittrici , mostra che attualmente non è visitabile per la pandemia corrente ma che, essendo  programmata fino al 1°gennaio 2021, lascia sperare che fino  ad allora le cose siano  cambiate in meglio.

Anne Brontë
Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Anne Brontë (Thornton, 17 gennaio 1820 – Scarborough, 28 maggio 1849) oltre a Emily e Charlotte aveva altre due sorelle più grandi, Maria ed Elisabeth, che però morirono  di tubercolosi  quando  lei  aveva cinque anni.

Se si può dire che sfortuna o  disgrazia siano le maledizioni di una famiglia, certo che quella di  Anne potrebbe esserne un esempio: sua madre, Maria Branwell Brontë,  morì il 15 settembre 1821 e cioè un anno  dopo  la nascita di Anne, il fratello  Patrick nel 1848 per bronchite (ma il suo  fisico  era  già devastato  dall’abuso  di  alcol, oppio e laudano), nello  stesso  anno subì la perdita della sorella Emily malata di  tubercolosi e, per termine questo lungo  elenco mortifero, Charlotte, l’unica sopravvissuta delle sorelle, a causa delle complicazioni per un parto  morì il 31 marzo 1855.

La signora di  Wildfell Hall

Il perché del fatto  che il romanzo di  Anne La signora di  Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall ) abbia avuto scarsa considerazione dalla critica di  allora, ma soprattutto a pesare in questo è il giudizio  negativo  della sorella Charlotte, è da attribuire a due fattori:

Il primo è che nel  romanzo  viene utilizzato un linguaggio  molto  esplicito, con descrizioni  di  brutalità e alcolismo, oltre al fatto  che, cosa ancora più scandalosa per l’epoca,  la protagonista  si ribella alle convenzioni  sociali rivendicando  la propria indipendenza (d’altronde la morale che vuole la donna un passo indietro rispetto  all’uomo è stata ribadita da un noto  presentatore televisivo  durante una recente manifestazione canora: si, proprio quella).

Non dimentichiamo, inoltre, che le tre sorelle scrittrici per vedere i loro  libri  pubblicati ed evitare così  pregiudizi dovettero  utilizzare nomi  maschili: Currer Bell fu  quello  utilizzato  da Charlotte, Ellis Bell quello  di Emily e Acton Bell  quello  di  Anne.

Il secondo motivo, molto più familiare e che Charlotte ritenne deplorevole, è che la figura negativa maschile aveva come modello la vita dissoluta del fratello  Patrick.

A conclusione di  questo mio  articolo scritto  con passione da blogger ma allo  stesso  tempo  con lo stato  d’animo di una confinata nella propria abitazione (come qualche decina di milioni  di  miei  concittadini, tra cui  voi), troverete l’anteprima de La signora di  Wildfell  Hall di  Anne Brontë.

Anteprima 

Anne Brontë

Chi è l’affascinate signora nero vestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall?

Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere?

Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza.

Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…