Street Art oppure street art, ma è sempre arte

Street Art

Street Art ovvero  quel  complesso di pratiche ed esperienze di  espressione e comunicazione artistico – visuali che intervengono  nella dimensione stradale e pubblica dello  spazio  urbano, originariamente provviste di una fisionomia alternativa, spontanea, effimera e giuridicamente illegale salvo poi  essere, in una fase posteriore, parzialmente sanzionate e fatte proprie dalla cultura popolare di  massa, dal  mercato e dalle istituzioni, prospettiva che contribuisce a rendere molto problematica a oggi una puntuale individuazione del  campo, che rimane estremamente liquido e aperto a molteplici  visioni

Definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani  ⌋ 

Street Art o Cave Art

Street Art
Figure di animali dipinti sulle pareti della grotta di Lascaux (Francia)

Molto prima che l’essere umano utilizzasse  il linguaggio per comunicare in maniera intellegibile tra gli  appartenenti  a uno  stesso  gruppo (cosa che oggi  si  rischia   di perdere per un uso  smodato di emoticon e abbreviazioni di parole  a uso chat), era l’immagine a trasmettere il concetto.

Sulle pareti  delle grotte incominciarono  ad apparire mani, figure antropomorfe e animali  stilizzati a scopo propiziatorio o per culto  magico (forse anche solo  per divertimento, chi può dirlo?).

Altamira in Spagna e Lascaux in Francia sono  tra i  siti più conosciuti  al mondo dove l’arte preistorica (o la preistoria dell’arte) è testimoniata da dipinti  murali  risalenti  al 25.000 – 20.000 a.C.

Fare anche un semplice  excursus dall’arte preistorica alla Street Art moderna è al di la di ogni  mia competenza (e voglia), per cui  prendete queste righe solo  come introduzione ad una mostra in corso a Genova e a un tributo a quegli  artisti  sconosciuti che con la loro  arte, oltre che lanciare un messaggio, rendono più piacevole alla vista quello  che sarebbe solo un muro  di  cemento  grigio.

Naturalmente da questa categoria di persone sono da escludere quelle che spacciandosi  per graffitari  sono semplici  imbrattatori di muri.

Street Art in mostra a Genova: Shepard Fairey

Street Art
Shepard Fairey con alle spalle Hope: il poster che ritrae Barack Obama

Nel 2008 il volto  di uno  sconosciuto  senatore americano  viene rappresentato in un poster dal  titolo Hope: una speranza democratica per il popolo  americano dopo  la governance repubblicana di  George W. Bush: il senatore era Barack Obama, l’artista che lo  ha ritratto in quel poster che presto diventerà un’icona mondiale è Shepard Fairey.

Lo stesso  Obama, dopo  essere stato  eletto,  ringrazierà l’artista con una lettera in cui si legge: Ho il privilegio  di  essere parte della tua opera d’arte e sono  orgoglioso  di  avere il tuo  sostegno⌋ 

Shepard Fairey nasce nel 1970 in South Carolina  (precisamente il 15 febbraio 1970 a Charleston), a diciotto  anni  si diploma presso l’Accademia d’arte.

L’anno  seguente realizza il progetto André The Giant has a posse (André the Giant era un campione di  wrestler e la frase in  slang significa André the Giant ha una banda): in pratica disseminò i muri  della città con degli stickers (adesivi) riproducenti il volto dell’atleta che verranno poi replicati da altri  artisti in altre città statunitensi.

Fairey  precisò allora che la scelta del  soggetto  era casuale ma che il senso del progetto  era quello di  produrre un fenomeno  mediatico.

In seguito il volto  del  wrestler venne riprodotto  con la scritta Obey (Obbedisci) che in seguito  divenne la firma di Shepard Fairey.

Nel 2010 Fairey  appare anche nel  documentario Exit through the gift shop diretto  da Bansky (è inutile dirvi  chi sia..)

Obey fidelity. The Art of Shepard Farey 

Obey  fidelity. The Art of Shepard è il titolo  della mostra che il Palazzo  Ducale di  Genova ospita fino  al 1 novembre prossimo.

Nelle sale del  Sottoporticato  di Palazzo  Ducale, oltre alla celebre opera Hope, saranno presenti  altre opere divise in quattro  temi: l’ambiente; la donna vista come soggetto  di  emancipazione; il potere come antagonismo e infine la cultura.

Tutte le informazioni riguardante la mostra nella pagina della Fondazione Palazzo  Ducale

La Street Art degli  artisti  sconosciuti

Le due piccole gallerie fotografiche che seguono  sono un mio personale omaggio  a tutti  quegli  artisti di  strada che colorano l’ambiente urbano  con le loro opere.

Non saranno  mai famosi (ma chi può dirlo) ma senz’altro  esprimono un sentimento.

La prima galleria riguarda opere realizzate sulla ciclopedonale che collega Arenzano  con il paese di  Cogoleto, mentre la seconda sono opere realizzate ad Ariano  Irpino in provincia di  Avellino (cliccare sulle immagini  per ingrandirle)

Arenzano

Ariano  Irpino

Il libro in anteprima

Comprendere cosa sia la Street Art a volte può essere difficile, per questo Patrizia Mania, Raffaella Petrilli e Elisabetta Cristallini  hanno  scritto insieme Arte sui  muri  delle città un’utile guida per comprenderne il significato artistico.

 

La Street Art e la Urban Art sono fenomeni attuali sia per il forte impatto sociale e culturale che producono, sia per i problemi che suscitano sul piano estetico ed artistico.

In Italia, alcuni eventi recenti – opere di Street Art e di Urban Art censurate, cancellate o maldestramente “strappate” dal supporto originario per essere esposte in mostre, gallerie e musei – hanno riacceso il dibattito intorno alla questione della loro eventuale conservazione e musealizzazione.

Con il proposito di attivare una riflessione su questi ed altri aspetti controversi di una pratica artistica che sta determinando nuovi paesaggi urbani, si è svolta all’Università della Tuscia nell’autunno del 2016 una giornata di studi nella quale si è presentata un’analisi ad ampio raggio degli aspetti semiologici, giuridici, estetici, storico-artistici.

Del vasto orizzonte indagato negli interventi di docenti universitari, esperti del settore e giovani studiosi, questo volume restituisce la plurale complessità.

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Edward Hopper, malinconica solitudine

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Edward Hopper, malinconica solitudine

Edward Hopper

 

Edward Hopper l’illustratore delle solitudini

Quando  scrissi l’articolo sulla nascita dell’algoritmo  di  compressione   mp3 e di  come per la campionatura venne utilizzato la canzone Tom’s Diner della cantautrice Suzanne Vega ( MP3 contro  Alta fedeltà (ma sempre a pagamento) )  cercavo un immagine che desse l’idea della malinconica solitudine di una donna seduta al tavolino  di una tavola calda  in una fredda mattina di  pioggia.

Edward Hopper mi venne in aiuto con la sua opera Automat,  dipinta nel 1927 in occasione del  giorno  di  San Valentino  ed esposta  durante  la seconda esposizione personale del pittore presso  la Rehn Galleries di  New York (quadro  venduto nel  mese di  aprile dello  stesso anno per 1.200 dollari).

Chi invece è stato  ispirato direttamente dalle tele di  Hopper per elaborare delle liriche fu il poeta di origine canadese, saggista e traduttore, nonché vincitore del premio  PulitzerMark Strand  (Summerside  11 aprile 1934 – New York, 29 novembre 2014) il quale, attraverso le sue parole, aiuta il lettore a entrare metaforicamente nei  quadri  del pittore vivendone quella malinconica solitudine di  cui  ho  accennato prima.

Da questa performance del poeta è stato pubblicato il libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore (anteprima alla fine dell’articolo)

Edward Hopper, una biografia breve, anzi  brevissima

Edward Hopper
Edward Hopper nel 1937

Edward Hopper  (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) ebbe la fortuna di  avere genitori molto aperti riguardo  al  futuro del proprio  figlio, infatti, pur essendo titolari  di un negozio di  tessuti con ottima clientela, scoprendo  che Edward sin da bambino  aveva una spiccata attitudine nel  disegno, lo incoraggiarono  a proseguire su  questa strada.

Nel 1900, all’età di  diciotto  anni, frequenta la New York  School of Art diretta da un seguace dell’impressionismo europeo  e cioè William Merritt Chase.

Fu lo stesso Chase a farlo incontrare con il titolare del corso  di pittura Robert Henri, sostenitore del  realismo e figura importante della Ashcan School ,

Nel 1906 Hopper arriva a Parigi restandovi  due anni, dopodiché, affascinato  dalle opere degli impressionisti  e dei  poeti simbolisti, partecipa alla sua prima mostra collettiva organizzata da Robert Henri nell’Upper East Side di  Manhattan.

I critici furono molto  severi  con lui non prendendo in considerazione il suo  dipinto, per tanto  e per poter sopravvivere, si impiegò in qualità di  illustratore pubblicitario presso la C.C. Phillips & Company fino  al  1925, non amando  questo  tipo  di lavoro,  in un’intervista rilasciata dieci  anni  dopo al quotidiano New York Post,  dichiarò che.

Sono stato  sempre molto  attratto  dall’architettura, ma i  direttori  dei  giornali vogliono  solo  gente che muova le braccia

Fu un appassionato francofilo e, complice il fatto  di  aver soggiornato più volte a Parigi e di riuscire a parlare molto  bene il francese, lesse i classici in lingua originale ma è ritornando  negli  Stati Unti che iniziò a elaborare il suo particolare stile nelle immagini  urbane di un’America quotidiana fatta di  binari  delle ferrovie, case coloniche, distributori di benzina, drugstore, negozi  con vetrine illuminate, camere dove compaiono al massimo  due figure: il tutto in un’atmosfera che in molti (compresa me) giudicano  metafisica  e che altri  si  spingono  a considerarla come precursore della Pop art

Il suo  successo, comunque, arrivò nel 1924, quando  alcuni suoi  acquarelli  esposti  a Gloucester nella galleria di Frank Rehn ebbero un deciso  successo  di  critica e pubblico.

Nello  stesso  anno un’altra soddisfazione si  aggiunse alla precedente,  questa volta si  trattò però di  soddisfazione sentimentale in quanto  sposò Josephine Verstille Nivison , anch’essa allieva di  Robert Henri e pittrice che si  firmava con lo  pseudonimo  di  Jo Hopper, la quale divenne l’unica modella che Edward Hopper utilizzò per ritrarre  i  personaggi  femminili  dei  suoi  quadri.

Da questo punto in poi è una continua ascesa verso il successo, tanto da avere  i suoi  quadri facenti parte  di  collezioni permanenti  come, ad esempio, al  MoMa di  New York. 

Edward hopper morì all’età di 84 anni nel  suo  studio  al  centro  di  New York

Un quadro per il regista

Edward Hopper
Edward Hopper- House by the railroad (1925)

La casa dipinta nel 1925 da Edward Hopper servì ad Alfred Hitchcock come modello  della casa maledetta nel  film Psyco (ho  scritto  del  film e del  suo  regista in questo articolo Alfred Hitchcock: da Psycho a Genova in mostra ).

Lo stesso  quadro venne donata dal  collezionista Stephen C.Clark al  MoMa di  New York.

Anteprima del libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore

Ricordandovi  che la mostra Edward Hopper. Uno sguardo nuovo  sul paesaggio presso la Fondation Beyeler di  Basilea è stata anticipatamente chiusa per via dell’emergenza coronavirus, concludo  questo  articolo  con l’anteprima del libro di Mark Strand

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Isadora Duncan: seguendo il ritmo delle onde

Sono nata in riva al  mare.

la prima idea del  movimento e della danza mi è venuta di  sicuro dal  ritmo  delle onde

Isadora Duncan

Isadora Duncan, una vita per la danza

Isadora Duncan
Isadora Angela  Duncan

Isadora Duncan  (san Francisco, 27 maggio 1877 – Nizza, 14 settembre 1927)   aveva cinquant’anni  quando il 14 settembre 1927, a Nizza, l’ineluttabilità del  destino l’attendeva portandole via la vita in un incidente banalmente assurdo.

Aveva preso posto  nella decapottabile guidata dal  pilota francese  di  auto  da corsa Vincent BenoÎt Falchetto, suo  amante, per dirigersi  verso l’albergo  che l’ospitava: il destino, che a volte nel  dramma  può anche assumere  contorni  assurdi, volle che la lunga sciarpa che indossava andò impigliandosi nei  raggi  della ruota dell’auto strangolandola.

E dire che il destino  era già stato  crudele con lei quattordici  anni prima che lei  morisse cioè  quando annegarono nella Senna insieme alla bambinaia i suoi  due figli Deirdre e Patrick, rispettivamente di  7 e 3 anni avuti  dal  matrimonio  con Paris Singer (figlio  del fondatore dell’industria omonima per macchine da cucire)

Lei  che era nata per danzare ebbe l’intuito  di  rompere ogni  formalismo nella danza classica, rinunciando  a quelli  che per lei  erano inutili orpelli quali  scarpette a punta e quindi  indossando  costumi  di  scena che richiamavano  alla mente le danzatrici dell’antica Grecia: questo per dare maggiore libertà ed espressività ai movimenti  del  corpo.

All’inizio  questa sua idea di  danza, precursore della danza moderna, non ebbe fortuna negli  Stati Uniti e dovette aspettare il 1900, quando  si  esibì per la prima volta a Londra, per ottenere l’inizio di una lunga serie di  successi.

A Parigi  ebbe modo  di  diventare amica di LoÏe Fuller  sua connazionale la quale, inventando la serpentine dance, a suo modo aveva portato alla danza nuove forme scenografiche (ne ho scritto in questo post)

Mettendo  in primo piano il suo  corpo a servizio  della danza, inevitabilmente Isadora Duncan oltre ai giudizi favorevoli, ebbe nel pubblico meno propenso al modernismo artistico della ballerina altri  giudizi  decisamente meno lusinghieri.

Lo stesso futurista Filippo Tommaso  Marinetti definì la danza di Isadora Duncan come erotismo  da cortigiana (ma è nota quanto  fosse grande  la misoginia di  Marinetti)

Il declino

A seguito di profondi  dispiaceri,  tra i  quali un figlio  morto  alla nascita avuto dopo una fugace relazione con un giovane artista italiano e il divorzio dal poeta Sergej Esenin (che si  suicidò due anni  dopo), Isadora incominciò a lasciarsi  andare finché la sua figura appesantita non divenne oggetto  dei lazzi di  critici  incuranti dei  drammi  della donna.

Negli ultimi  anni  di  vita, trascorsi  tra Nizza e Parigi, le erano  rimasti  accanto  solo pochi  amici che ebbero  cura di lei  nei  momenti  di  maggiore difficoltà.

La mostra

Presso  il Mart di  Rovereto e fino al prossimo 1 marzo si può visitare la mostra Danzare la rivoluzione – Isadora Duncan   e le arti  figurative in Italia tra Ottocento e Novecento.

La mostra, voluta fermamente dal presidente del Mart Vittorio  Sgarbi, ospita 170 opere che esaltano il corpo femminile in pitture  e sculture nella rappresentazione dell’ideale di  bellezza riconducibili all’arte di  Isadora Duncan.

Nel  box seguente potete trovare maggiori  informazioni  sulla mostra oltre agli orari  e prezzo  dei biglietti  d’ingresso.

Isadora_Duncan_CS

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Architettura (d’antan) al femminile: Plautilla Bricci

Plautilla Bricci, prospetto occidentale di Villa Benedetta (detta Il vascello) Roma 1663 (Archivio di Stato)

Chi progetta sa di  aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere ma quando non gli  resta più nulla da togliere

Antoine de Saint – Exupery 

Architettura per soli uomini e per poche donne  

In un’intervista vecchia ormai  di  quasi  sette anni, Zaha Hadid  parlando della sua professione  disse queste parole:

La gente sottovaluta quanto l’architettura sia una professione difficile perché richiede orari lunghi e un impegno  assoluto.

Proseguendo nell’intervista lei  disse che una donna difficilmente poteva fare carriera  in architettura, se si  trovava nella condizione di dover pensare nel  contempo  alla famiglia e, eventualmente ce ne fossero,  alla cura di  figli.

Ovviamente le difficoltà di  cui  accennava  l’archistar sono le stesse che una donna può incontrare in qualunque ambito  lavorativo.

Architetto o architetta?

Confesso  che avuto  qualche dubbio se scrivere architetto oppure architetta: una visita al sito  architetti.com mi ha confermato che non è sbagliato  scrivere architetta e che il problema non è nella vocale finale quanto piuttosto nell’incompatibilità dei  tempi  richiesti  dalla professione con la vita familiare e la maternità (si  ripetono le parole di Zaha Hadid) oltre al  fatto  di  essere pagate di  meno a parità di  mansioni, di non aver accesso  a posizioni  di potere e, guarda un po’, di  essere vittime di episodi  di  puro  sessismo.

Se questo accade oggi figuriamoci quello  che poteva succedere nella Roma del  Seicento.

Plautilla Bricci: l’architettrice

Di  confessione in confessione anche di Plautilla Bricci, nata a Roma il 13 agosto  1616 e qui  deceduta il 13 dicembre 1705,    non ne sapevo (un’accidente di) nulla: a farmela scoprire è stata una recensione su La Lettura del libro di  Melania Gaia Mazzucco L’architettrice (anteprima alla fine dell’articolo) e la biografia Plautilla Bricci. L’architettrice del  barocco  romano scritto  da Consuelo  Lollobrigida (anche questo  libro è in anteprima alla fine dell’articolo).

I libri

Nel maggio del 1624 un uomo accompagna la figlia sulla spiaggia di Santa Severa, dove si è arenata una creatura chimerica: una balena.

Esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte, è questo che il padre insegna a Plautilla.

Una visione che contribuirà a fare di quella bambina un’artista, misteriosa pittrice e architettrice nel torbido splendore della Roma barocca. Melania Mazzucco disegna un grande ritratto di donna tornando alle sue passioni di sempre, il mondo dell’arte e il romanzo storico.

Giovanni Briccio è un genio plebeo, osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone, Briccio educa la figlia alla pittura, e la lancia nel mondo dell’arte come fanciulla prodigio, imponendole il destino della verginità. Plautilla però, donna e di umili origini, fatica a emergere nell’ambiente degli artisti romani, dominato da Bernini e Pietro da Cortona.

L’incontro con Elpidio Benedetti, aspirante scrittore prescelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino, finirà per cambiarle la vita.

Con la complicità di questo insolito compagno di viaggio, diventerà molto più di ciò che il padre aveva osato immaginare.

Melania Mazzucco torna al romanzo storico, alla passione per l’arte e i suoi interpreti. Mentre racconta fasti, intrighi, violenze e miserie della Roma dei papi, e il fervore di un secolo insieme bigotto e libertino, ci regala il ritratto di una straordinaria donna del Seicento, abilissima a non far parlare di sé e a celare audacia e sogni per poter realizzare l’impresa in grado di riscattare una vita intera: la costruzione di una originale villa di delizie sul colle che domina Roma, disegnata, progettata ed eseguita da lei, Plautilla, la prima architettrice della storia moderna.

 

Tra l’età della Controriforma e il Barocco si compie un lento cambiamento culturale che investe il ruolo della donna nella società.

Nel corso di questa trasformazione affiora la figura di un’artista di cruciale importanza per la storia delle donne e per la storia dell’arte: Plautilla Bricci. Architectura et pictura celebris,

La Bricci nacque a Roma nell’agosto del 1616: fu pittrice e architettrice, ricoprendo in questa professione il primato storico per una donna. Chi era Plautilla? Quale fu l’ambiente culturale e sociale nel quale si formò e fu capace di istruirsi? Come spiegare la sua firma su importanti opere d’architettura e dipinti del XVII secolo romano? Come trovò spazio nella difficile società del tempo dominata e gestita dal potere maschile?

Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali si è cercato di dare una risposta in questo libro, prima ancora di aver affrontato l’analisi critica della sua rilevante e molteplice attività, che ha costituto, nel ‘600, un unicum culturale, sociale e artistico.

Plautilla non fu soltanto architetta celeberrima ma anche una famosa pittrice (da qui il termine architettrice): la sua vita e la sua carriera possono essere prese ad esempio per iniziare a riscrivere e rivedere alcune prospettive sulle donne artiste del XVII secolo. Dopo circa dieci anni di costante ricerca in archivi pubblici e privati, è stato finalmente possibile ricostruire la vita e le opere di questa eccezionale artista, che ha il merito – e forse la forza – di scardinare gli stereotipi che ancora sopravvivono nei confronti delle donne artiste. Il libro si avvale delle presentazioni di alcuni dei più autorevoli storici dell’arte e dell’architettura internazionale.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Il pane e l’artista: Maria Lai

Voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano  amici il gatto  e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi  niente,

dammi una faccia allegra solamente.

Gianni  Rodari 

 

Dall’acqua e la farina nasce il pane 

Detto in questa maniera sembrerebbe lapalissiano che la somma di  questi  due elementi (semplificando) porti al pane: cibo carico  di  significati che vanno oltre al  concetto  di semplice  nutrimento.

Panificare è l’ arte dell”apprendere i segreti per fare il buon pane ma è nelle mani  dell’artista che diventa materia per dare forma  alla creatività.

Ed è questo  che  Maria Lai impara guardando le donne fare il pane in casa nella sua Ulassai, trasformando  ciò che vede  in una serie di  disegni figurativi  realizzati  negli  anni Quaranta  – lei era nata il 27 settembre 1919, appunto  a Ulassai, in provincia di  Nuoro – raffiguranti  queste donne che diventeranno, secondo  quanto lei  ha sempre detto, la sua prima accademia.

Biografia (da Wikipedia) 

Maria_Lai

 Ricordandola nel  centenario della nascita 

E’ trascorso  ormai  un secolo  dalla sua nascita (la morte è avvenuta il 23 aprile 2013 a Cardedu sempre in Sardegna) e la ricorrenza è stata celebrata con la mostra Maria Lai, pane quotidiano a Ulassai  presso le sale della Fondazione  Stazione dell’Arte (mostra ormai  chiusa da giugno  scorso).

Nella mostra erano  esposte trenta opere (alcune inedite) riferite al pane inteso  come stimolo  alla creatività dell’artista: i  suoi  primi disegni, appunto  quelli  raffiguranti  le donne che preparavano il pane fatto in casa, realizzati  negli  anni ’40 ed esposti  nel  1957 nella sua prima personale a Roma presso la Galleria dell’Obelisco fondata da Irene Brin e dal  marito Gaspero del  Corso; parte di  altre opere presentate nel 1977 in un’altra mostra a lei  dedicata, I pani  di  Maria Lai, alla Galleria del  Brandale a Savona ed infine altre opere più recenti  come Invito  a tavola (2004) realizzata in occasione della rassegna Pitti immagine Casa a Firenze.

La leggenda della bambina mandata sulla montagna

La vita e l’opera di  maria Lai è tanto  vasta da non essere contenuta in un semplice articolo per il blog, per questo  voglio  concludere con una leggenda locale del suo paese natale (oltre che all’anteprima del libro Maria Lai, un filo d’arte per tutti  di Viviana Porru che troverete alla fine)

Si  narra che una bambina fu  mandata sulle montagne per portare pane ai  pastori.

Una tempesta costrinse lei  e gli uomini  a rifugiarsi in una grotta: mentre fuori  era tutta un’esplosione di  lampi e tuoni, tutti  videro volare nel cielo un nastro azzurro.

A questo punto solo  la bambina coraggiosamente uscì dalla grotta  per inseguire il  filo: l’antro crollò seppellendo  tutti  e lei  fu  l’unica a salvarsi.

La stessa favola che  che è servita a Maria Lai come base per un progetto  nel 1981 quando il comune di  Ulassai le chiese un monumento per i  caduti del suo paese: lei rifiutò l’idea di un ricordo per i morti quanto piuttosto decise di  realizzare un’opera che coinvolgesse i  vivi, cioè i  suoi  compaesani.

Prese ventisette chilometri  di  nastro dal  colore azzurro e con esso intrecciò tutte le case  e le strade, nonché gli  abitanti: a quest’opera collettiva diede il nome di Legarsi  alla montagna.

Il libro 

Viviana Porru esperta in beni  culturali  e scrittrice ha dedicato all’opera di  Maria Lai il libro Maria Lai, un filo  d’arte per tutti (neanche a dirlo l’anteprima alla fine dell’articolo).

 

Maria Lai (1919 – 2013) è attualmente considerata l’artista contemporanea più significativa che la Sardegna possa vantare e ha lasciato un patrimonio di insegnamenti che continuano a parlare nonostante la sua scomparsa.

In questo breve percorso, dedicato a coloro i quali si avvicinano per la prima volta a questa grande artista e desiderano scoprire qualcosa in più sul suo conto, si riscoprono alcuni tra i temi fondamentali della sua filosofia: il legame con la comunità e il tentativo di avvicinare le persone all’arte; il desiderio di tramandare la memoria riscoprendo le più antiche tradizioni; il bisogno di continuare a giocare tutta la vita, perché proprio giocando si può immaginare ciò che sembra impossibile e impegnarsi per raggiungerlo.

Lezioni preziose che l’artista ha maturato in anni e anni di intenso lavoro, mediati dalle figure di maestri importanti come Salvatore Cambosu e Arturo Martini. Tutto questo avviene attraverso la trattazione di alcune tra le sue opere più belle e coinvolgenti, arricchite dalle voci di alcune persone che con lei hanno vissuto e condiviso importanti esperienze, ma anche dalle parole della artista stessa, trascritte dall’inedito archivio video del regista Francesco Casu, suo fidato amico e collaboratore.

Partendo dall’opera più famosa in assoluto Legarsi alla montagna, che vide il paese di Ulassai coinvolto in una performance di arte ambientale nata dalle credenze e i miti locali, il percorso passa al tema della memoria, espresso in opere quali le Fiabe cucite e la Barca di Carta, che propongono il libro come oggetto artistico. I giochi come I luoghi dell’arte a portata di mano e il Volo del gioco dell’oca coinvolgono lo spettatore in una attività di gruppo che attraverso l’espediente ludico lo avvicini al mondo dell’arte.

Infine giungono le proposte per il futuro come la sua idea di una Stanza dell’arte per tutte le scuole, con la quale accompagnare i bambini e i ragazzi verso un vero contatto con l’opera.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Loïe Fuller: una danzatrice nella Belle Époque parigina

Miss Loïe Fuller - Henri de Toulouse-Lautrec (1893)
Miss Loïe Fuller – Henri de Toulouse-Lautrec (1893)

<< Una grassa americana, piuttosto  brutta e con gli occhiali, che manovra con delle pertiche delle onde di  velo morbide, e scura, attiva, invisibile, come un’ape sul fiore, muove intorno  a lei  un’orchidea multiforme fatta di luce e di  stoffa che si  arrotola, sale, si solleva..>>

Jean CocteauPortraits souvenir (1935)

La Serpentine dance di Loïe Fuller

La citazione poco  elegante nei  confronti  di una donna, è quella che nel 1935  Cocteau  dedicò a Loïe Fuller quando lei, morta da  ormai otto  anni, non poteva evidentemente replicare al poeta  con altrettanta finezza.

Loie Fuller
Loïe Fuller 

Loïe Fuller (Chicago, 15 gennaio 1862 – Parigi, 2 gennaio 1928) era in realtà il nome d’arte di  Marie Louise Fuller ballerina che dagli  Stati Uniti stregò la Parigi  della Belle Époque con la sua serpentine dance

La serpentine dance fu un’evoluzione della skirt dance sempre nell’ambito  della burlesque.

La sua invenzione fu  propria di  Loïe Fuller la quale, pur non essendo una ballerina professionista ma attrice, scoprì come l’effetto  delle luci  di  scena su  di un vestito  di  garza  poteva dare la sensazione allo  spettatore di  una danza di  forme e colori dove il corpo  della ballerina spariva nei  drappeggi.

Nel 1892, contrariata dal poco  successo che riscuoteva negli  Stati  Uniti, Loïe Fuller decise che Parigi  sarebbe diventata la sua stella  cosi arrivò alle  Folies Bergère e, nonostante lo scetticismo  iniziale del proprietario  su  tipo  di  spettacolo  che la ballerina proponeva, ottenne un successo  strepitoso.

Se fossimo vissute  nella Belle Époque e frequentato le Folies Bergère saremmo  state in compagnia di artisti, intellettuali  e scienziati del  calibro di  Mallarmé, Rodin e i  coniugi  Curie: tutti, indistintamente, incantati dalla serpentine dance come simbolo  della danza moderna dell’art nouveau  

Loïe Fuller non si limitò solo a esibirsi  nella danza ma, volendo perfezionare il suo  stile, studiò il modo  di  illuminare meglio  la scena e inventò i sali  fosforescenti  da applicare al  costume per ottenere  effetti  psichedelici.

Anche lei, però, aveva la sua musa in una danzatrice più dotata di  lei nella danza moderna: Isadora  (Angela) Duncan.

Divennero  amiche (o  quasi) fintanto  che Isadora, diventata  ormai più  famosa della Fuller, non ruppe con lei.

Lasciato le luci  delle Folies Bergère, nel 1908 aprì una scuola di danza a Parigi: qui il gossip riferito  all’epoca parla dei  suoi  rapporti  con le allieve che andavano  al  di  là di quello professionale (lei  non aveva mai  nascosto il suo  orientamento  sessuale).

La salute di  Loïe Fuller fu messa a dura prova da un cancro  al seno, che le venne poi asportato, dovuto principalmente  dovute al radium che utilizzava per rendere fluorescenti  i suoi  costumi.

Una broncopolmonite la uccise  il 2 gennaio 1928.

Nel 2016 la regista Stéphanie Di Giusto realizzò il film biografico La Danseuse (Io danzerò – il titolo italiano dei film) sulla vita artistica di  Loïe Fuller basato sul romanzo Loïe Fuller, danseuse de la Belle Époque di Giovanni Lista.

Ad interpretare la danzatrice è stata chiamata  la cantante trentatreenne francese Soko (Stèphanie Sokolinski), mentre per il ruolo  di  Isadora Duncan fu  scelta Lily – Rose Deep figlia diciottenne  di Johnny Deep e Vanessa Paradise.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le Veneri anatomiche al servizio della medicina

Marylin Monroe

Non vorrei  mai  essere una donna pelle e ossa.

Il mio  corpo  mi piace così com’è.

E poi le curve stanno così bene su una donna!

Marylin Monroe 

Le Veneri  anatomiche 

Per quanto  Marylin Monroe possa essere considerata un modello per incarnare le grazie di una Venere, non può essere presa come modello per quelle anatomiche che, piuttosto  emanare fascino, sono del  tutto ripugnanti.

La ripugnanza, espressione di un mio personale giudizio,   penso  che possa essere condiviso da chiunque  si  ritrovi  a visitare  il Museo  di  Storia Naturale La Specola di  Firenze: qui, in una sala del Museo, sono  esposte statue di  cera raffiguranti  corpi  umani  tra cui  una donna con il ventre aperto : si  tratta appunto  di un modello  di  Venere anatomica.

Museo della Specola - Venere anatomica
Museo della Specola – Venere anatomica

 

Guardare queste opere, dall’aspetto molto  realistico, può anche ingenerare nello  spettatore un senso  del macabro, ma   il loro  scopo  era tutt’altro che pura esibizione horror per un pubblico  dallo  stomaco  forte: esse erano  state realizzate negli  anni  tra il 1780 e 1782 dal ceroplasta Clemente Michelangelo Susini per gli  studenti  del  corso  di  Medicina in modo  da evitare loro  la dissezione di  cadaveri e, allo stesso  tempo, scoprire com’era fatto un corpo  umano al  suo interno.

Joanna Ebenstein, artista multidisciplinare e blogger, partendo dalle Veneri  anatomiche ospitate nelle sale del  Museo  della Specola, ha girato per l’Europa fotografando analoghe opere conservate in altri musei naturali: da questo  lavoro  è nato il libro The anatomical  Venus che non è soltanto un viaggio  per immagini (ve ne sono  250) ma anche una storia dell’arte, della medicina e lo spunto  filosofico per parlare di natura.

La Venere anatomica di Clemente Susini, realizzata tra il 1780 e il 1782, è l’oggetto perfetto: esibisce un tale stravagante sfarzo da mettere in dubbio ogni convinzione per il solo fatto di esistere. Questa statua era concepita come strumento per l’insegnamento dell’anatomia umana senza dover fare continuo ricorso alla pratica della dissezione e, inoltre, costituiva una tacita espressione del rapporto (come lo si intendeva allora) tra il corpo umano e un universo di origine divina, tra arte e scienza e tra uomo e natura. Da quando sono state create nella Firenze del tardo XVIII secolo, queste donne di cera immobili e svestite sono state fonte di seduzione, curiosità e insegnamento. Ma nel XXI secolo risultano anche disorientanti, in bilico come sono tra mito e medicina, offerta votiva e tradizione vernacolare, arte e feticcio. Attingendo al contributo di numerosi storici dell’arte e della medicina, teorici della cultura e filosofi, questo libro studia la Venere anatomica nel suo contesto storico. Analizza le credenze e le pratiche che hanno portato alla sua realizzazione, passando poi a esaminare con attenzione i modi molto diversi in cui è stata via via giudicata e interpretata nel XIX secolo, per delineare infine le curiose “seconde vite” di cui si è resa protagonista nel XX e nel XXI secolo. Un volume incredibile che tramite l’affascinante enigma della Venere anatomica ci trasporta in un’epoca passata in cui studiare la natura significava al contempo studiare la filosofia. Joanna Ebenstein è artista, curatrice, scrittrice, insegnante e graphic designer. È impegnata nella ricerca e nell’indagine di parole, immagini e luoghi in cui il mito, l’incredibile, l’arte e la scienza coesistono. Fondatrice e curatrice del sito web e del blog Morbid Anatomy, ha collaborato con numerose istituzioni, tra cui la New York Academy of Medicine, il Dittrick Museum e il Vrolik Museum.

Tutto qui.

♥ Alla prossima! Ciao, ciao...

Alice Neel: artista e femminista

Alice Neel - autoritratto
Alice Neel – autoritratto

<<La ragione per cui le donne non hanno  successo è che non hanno le palle>>: disse un uomo  del pubblico  durante una conferenza a New York sull’arte tenutasi  negli  anni ’70.

Una delle relatrici  si  alza e con calma gli  risponde: <<Le donne hanno le palle, sono  solo un po’  più in alto>>.

Quella donna era Alice Neel

Feminist art 

La Feminist art è un movimento  artistico  che ha avuto il suo apice  tra gli  anni ’60 e ’70 del  secolo  scorso,  associata al movimento  femminista lo scopo  che si prefiggeva era quello  di  evidenziare e combattere le differenze sociali  e politiche che subivano le donne e altre identità di  genere.

Il messaggio era veicolato dall’arte nelle sue varie  forme comprese tra la pittura tradizionale, la performance art e l‘arte concettuale .

Alice Neel: una brevissima biografia 

 

© Lynn Gilbert 1976, New York
Ritratto di Alice Neel nel suo studio
© Lynn Gilbert 1976, New York

Alice Neel ( Gladwyne (Pennsylvania) , 28 gennaio 1900 –  New York, 13 ottobre 1984) oltre che essere un’artista d’avanguardia, fu  madre single e militante comunista: quest’ultimo  aspetto  della sua vita le costò le frequenti  visite dell’FBI nella sua abitazione a caccia di  chissà quale cospirazione.

La sua famiglia apparteneva al  ceto  medio e molto  rigida nel seguire quel modello  sociale che non dava molto  spazio (per nulla) all’autonomia della donna.

Lei, penultima di  cinque figli, a sedici  anni trova la sua strada iscrivendosi ad una scuola d’arte per poi approdare alla Ashcan School movimento  artistico conosciuto  per opere raffiguranti scene quotidiane della New York più povera.

L’incontro con un cubano  che la storia ci restituisce come essere stato  molto  fascinoso  (e ricco), Carlos Enrìquez Gòmez, è solo  l’inizio di una serie di uomini  a cui  lei  si legherà in rapporti burrascosi.

Dal  cubano  avrà due figlie, la prima Santillana che morirà di  difterite a un anno, la seconda Isabella le verrà tolta quando  divorzierà dal marito  per ritornare a New York.

Come detto in precedenza la vita di  Alice Neel è un’altalena tragica, tra periodi  caratterizzati  dalla depressione con  tentativi  di  suicidio – fu  ricoverata in manicomio scoprendo, una volta di più, che proprio il dipingere l’aiutava nella guarigione –  amanti  e aborti ma anche due figli: il primo Richard (di padre sconosciuto) che diventerà vittima delle angherie di uno dei suoi  conviventi, il fotografo Sam Brody, lo stesso  che sarà il padre del  suo  secondo  figlio Hartley .

Finalmente dopo  tanti  drammi  a Alice viene riconosciuta la fama dovuta: negli  anni ’60 è ormai considerata come un’icona del mondo  femminista e  dalla metà degli  anni ’70  come tra le  più importanti  artiste dell’avanguardia americana.

La vita e l’opera di  Alice Neel sono raccontate nel  documentario omonimo diretto  dal  nipote Andrew Neel presentato  nel 2007 al Sundance  Film Festival e successivamente al  Newport Beach  Film Festival  dove vinse il premio del pubblico  come miglior documentario.

Concludendo

Avete certamente capito che ho voluto  scrivere non tanto dell’artista (non sono  un’esperta di  arte) quanto piuttosto ho voluto  rimarcare il concetto che l’animo  femminile è tanto  forte da uscire vincitrice in tutte quelle situazioni in cui è facile prendere (e perdersi) sulla strada della disperazione.

Alla prossima! Ciao, ciao……..

Berthe Morisot: l’impressionista

Berthe Morisot au bouquet de violettes
Giovane donna in tenuta da ballo (1879) olio su tela – Berthe Morisot

L’Impressionismo è un movimento artistico nato in Francia  a Parigi il 15 aprile 1874 quando un gruppo  di  giovani  artisti dopo  che le loro opere venivano  rifiutate dalle gallerie d’arte parigine, decisero  di  riunirsi e realizzare una mostra non ufficiale presso  lo  studio del  fotografo  Felix Nadar al n. 31 di Rue d’Anjou

Tra i mostri  sacri  si  aggira una fanciulla 

Claude  Monet, Edgard Degas Pierre-August Renoir  e ancora altri illustri pittori del movimento  artistico  degli impressionisti: ma le donne?

Non è facile per una donna della seconda metà dell’Ottocento entrare a far parte dell‘entourage del mondo  dell’arte, ovvero: non è per nulla facile, direi impossibile, se provieni da una famiglia di estrazione sociale modesta ( = povera), tutt’altra cosa se i tuoi  genitori  sono  benestanti, in questo  caso il tuo  estro  artistico si potrà rivelare a pochi  intimi, sempre in un contesto privato perché il mondo  accademico ti è precluso: nella Francia di  quell’epoca, ad esempio, l’Ècole des beaux-arts  era off-limits per le fanciulle (questo  divietò crollerà nel 1897).

Malgrado  tutto, se hai  carattere e determinazione non esistono  ostacoli  che possano  fermarti, è il caso di Berthe Morisot (Bourges, 14 gennaio 1841 – Parigi, 2 marzo 1895)

Berthe Morisot ancora sedicenne si  appassiona all’arte seguendo corsi  di  disegno insieme alle due sorelle Yves e Edma. La sua prima esposizione al  Salon Nadar  avviene nel 1864 a cui  seguirà, l’anno  dopo una seconda esposizione.

Entrando  a far parte del  gruppo  degli impressionisti dal 1874 in poi partecipò insieme a loro a varie manifestazioni.

L’incontro al Louvre 

Berthe Morisot au bouquet de violettes
Berthe Morisot au bouquet de violettes (1872) – Èdouard Manet

Una mattina di un imprecisato  giorno  di un imprecisato  mese del 1867, Berthe insieme alla sorella Edma si  trova nelle sale del  Louvre per copiare Lo scambio  di  Principesse di  Rubens .

Ed è qui  che incontra per la prima volta Èdouard Manet : il gossip d’antan  dice che il pittore rimase folgorato dalla giovane Berthe ma essendo  già sposato  si  deve accontentare di  chiedere alla fanciulla se vuole diventare sua modella per alcuni  quadri.

Èdouard Manet realizzò tra gli  anni 1869 e 1874 ben 12 ritratti  ad olio di  Berthe, più numerose incisioni.

Nel 1874 Berthe sposa Eugène Manet da cui  avrà una figlia e con il quale stabilì un matrimonio  all’insegna della felicità, tanto  che lei  scrisse a riguardo  del proprio  marito:

 

 

«Ho trovato un brav’uomo, onesto, e sono sicura che mi ama sinceramente. Dopo aver vissuto per tanto tempo inseguendo chimere ho cominciato a vivere una vita vera»

Con il cognato proseguì un rapporto  basato sulla reciproca ispirazione artistica che, nel pittore, si  esprime anche in una malinconica storia d’amore non realizzata visibile in alcuni  quadri  con soggetto  femminile dove si  può vedere una rassomiglianza nel  volto  di  Berthe.

Nel 1883 Èdouard Manet morirà.

Dodici  anni  dopo, il 2 marzo  1895 Berthe Morisot morirà di polmonite:  venne sepolta nella tomba di  famiglia dei  Manet e sulla sua lapide fu  scritto semplicemente:

Berthe Morisot, vedova di  Èugene Manet  

Il comune di Parigi le ha dedicato  nel 1999 un giardino  pubblico: il Giardino  Berthe Morisot nel XIII arrondissement nel  quartiere della Gare.

Alla fine dell’articolo  una galleria con le opere della pittrice.

Alla prossima ! Ciao, ciao….