Berlino: fuga dal Muro con sponsor

Berlino

Ich bin ein Berliner (io sono un berlinese)

Frase pronunciata da John Fitzgerald Kennedy il 26 giugno 1963 a Berlino Ovest in Rudolph – Wilde Platz

 Berlino 9 novembre 1989:  la caduta del muro

Berlino
Il Muro di Berlino

Dapprima, precisamente il 13 agosto 1961, fu  costruita a dividere Berlino quello  che venne chiamata una barriera di protezione antifascista ma che, in effetti, riuscì a dividere affetti, amicizie, amori: da una parte la grigia Berlino Est, dall’altra parte l’Occidente e cioè Berlino Ovest.

Non fu  subito un muro  di  cemento,  ma una barriera fatta di  filo  spinato dopodiché, per arginare la massiccia fuga dal  regime della Berlino  Est verso l’agognata libertà offerta dallo stile di vita occidentale , si  costruisce quello che verrà sempre ricordato  come il Muro di Berlino : una barriera lunga decine di chilometri e alta due metri  e mezzo, custodita dagli   appartenenti  alla  VoPos (Volkspolizei).

Il Muro e le sue vittime
Il Muro di Berlino era lungo 155 chilometri per due metri e mezzo di altezza. Le persone uccise nel tentativo di valicarlo furono 144 (ma altre stime ne danno un numero maggiore).

Bisogna, quindi, aspettare ben ventotto  anni  per arrivare a quella fatidica sera quando il muro finalmente non è più un ostacolo per la riunificazione delle Germania, processo  che si  concluderà il 3 ottobre 1990.

Il Tunnel degli italiani

Fino a pochi  anni  fa si poteva acquistare su  Amazon o su  Ebay pezzi  del  Muro come souvenir , poi, nel 2015, il progetto  di una recinzione a impedire lo sbriciolamento di  quello  che rimane essere il monumento  di un periodo  storico  dell’Europa, avrebbe avuto  la conseguenza di fermare questo  commercio.

Penso  che oggi questi  souvenirs servano  più che altro a fare da fermacarte su  qualche scrivania, oppure oggetti impolverati in mostra sullo  scaffale delle librerie.

Mentre delle centoquaranta vittime del  Muro (ma è solo una stima, potrebbero  essere anche di più) il ricordo

Nei  ventotto anni  di  esistenza del  Muro, furono più di  settantacinque i  tunnel scavati per permettere questa fuga: quello più famoso, scavato sotto  Bernauer Strasse lo si  ricorda come Il Tunnel  degli italiani

Domenico Sesta e Luigi  Spina si  erano  dapprima conosciuti  a Gorizia frequentando le scuole superiori, poi,  a Berlino, si  ritrovarono studenti presso la facoltà di Ingegneria presso  la Technische Universität.

E’naturale che in qualunque ambiente universitario  si  creino  delle solide amicizie, così fu per i  due italiani  nei  confronti di  Peter Schmidt il quale rimase intrappolato nella Berlino Est in seguito  alla costruzione del  Muro.

Nel  frattempo Domenico Sesta conobbe Ellen (diventata poi  sua moglie nel 1963) la quale  ebbe un ruolo  fondamentale nel  mettere su  una rete clandestina per far fuggire le persone dalla Germania dell’Est.

Si inizia a scavare il tunnel, ma oltre alle braccia occorre  anche denaro per l’acquisto di attrezzature, ed è a questo punto che si  fa avanti il network statunitense NBC ( National Broadcasting Company)  che offre quanto  necessario in cambio dell’autorizzazione di  filmare i lavori di  scavo e il momento di  quando donne, uomini  e bambini  escono fuori  dall’altra parte del  Muro finalmente liberi.

L’operazione dell’emittente televisiva statunitense non piacque, però, al neo presidente John F. Kennedy il quale non voleva inasprire i già tesi  rapporti  con l’URSS in un clima di Guerra fredda che poteva sfociare in una catastrofe atomica.

Quella che formalmente era una censura presidenziale non riuscì a opporsi  alla libertà di  stampa: il documentario  venne mandato in onda in prima serata con diciotto milioni  di  spettatori  che lo  videro.

Il Tunnel 29
In realtà il nome è Tunnel 29 dal numero di persone che riuscirono a fuggire attraverso di esso. Nel 2000 il presidente Carlo Azeglio Ciampi insignì di medaglia d’oro al Valore Civile Domenico Sesta e Luigi Spina. Domenico Sesta è deceduto il 5 maggio 2002; Luigi Spina nell’agosto del 2014

Il libro

La vicenda dei  due italiani  e dei  loro  compagni nell’avventura dello  scavo  del  Tunnel 29 è narrata dal  giornalista Greg Mitchell nel libro  Tunnel di  cui  vi  anticipo  l’anteprima.

Berlino

Estate 1962: da un anno il Muro divide la città di Berlino, e la sua popolazione, in due.

È ormai sempre più difficile per gli abitanti di Berlino Est scappare verso l’Ovest democratico bucando i checkpoint o cercando di scavalcare il Muro: gli “incidenti” alla frontiera contano sempre più morti, che le propagande dell’Est e dell’Ovest si rinfacciano a vicenda.

Ma se si assottigliano le possibilità di oltrepassare il confine, si può sempre provare a passarci sotto: diversi gruppi di giovani iniziano a progettare tunnel che dal più sicuro Ovest corrano sotto il Muro e sbuchino a Est, permettendo ad amici, parenti ed emeriti sconosciuti di espatriare. Per portarli a termine occorrono nervi saldi, braccia robuste e, soprattutto, soldi.

Entrano così in scena due emittenti televisive americane rivali, la NBC e la CBS, ognuna intenzionata a finanziare la realizzazione di un tunnel, in cambio dell’esclusiva sulle immagini della fuga. Ben presto iniziano le riprese e le manovre degli scavatori, all’ombra minacciosa della Stasi, degli infiltrati e delle microspie.

Ma in questo complesso dramma spionistico deve ancora fare la sua comparsa un ultimo, fondamentale attore: John Fitzgerald Kennedy, che in piena guerra fredda non può certo permettere a una televisione americana di foraggiare piani di fuga da Berlino Est. D’altra parte, come ha detto ai suoi collaboratori, «per quanto non sia una soluzione piacevole, quel maledetto Muro è comunque meglio di una guerra».

Fra allagamenti ed esplosioni, omicidi e colpi di scena, Greg Mitchell racconta i presupposti, la realizzazione e la sorte dei Tunnel di Berlino, schiacciati tra il tremendo potere della polizia segreta della DDR e i dilemmi di un presidente costretto a censurare i media di fronte alla minaccia di una guerra nucleare.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Vasilij Grossman e il destino di un romanzo

Vasilij Grossman

La nebbia copriva la terra. il bagliore dei  fanali  delle automobili rimbalzava sui  fili  dell’alta tensione che correvano lungo  la strada.

Non aveva piovuto ma all’alba il terreno  era umido  e, quando  si  accendeva il semaforo, sull’asfalto  si  spandeva un alone rossastro

Tratto  dal  romanzo  Vita e destino  di  Vasilij Grossman

 Destino  (e censura) di un romanzo 

Quando Vasilij Semënovič Grossman  scrisse nel 1959 quello  che viene considerato uno dei  più famosi  romanzi della letteratura russa del 20° secolo, Vita e destino, non avrebbe certo immaginato  che l’allora KGB l’anno  seguente avrebbe sequestrato sia il manoscritto  originale che tutte le copie dattiloscritte.

Il perché di tale accanimento era motivato, secondo  la logica poliziesca del  regime,  dal  fatto  che il romanzo  poteva arrecare un danno  d’immagine all’URSS.

Ambientato durante la Seconda guerra mondiale nel periodo della Battaglia di  Stalingrado, Grossman fa trasparire dando  voce ai  suoi personaggi una certa similitudine del regime sovietico,  sotto  la dittatura di  Stalin, con quello hitleriano.

Meno  credibile è la storia per cui il sequestro  venne ordinato da Nikita Sergeevič Chruščëv per una semplice vendetta in quanto lo scrittore (ricordo  che era anche un giornalista) si  rifiutò di fare un’intervista quando questi  era commissario capo del  partito per le operazioni di  guerra durante la campagna di  Stalingrado.

Vasilij Grossman fu corrispondente di  guerra per l’Armata  Rossa trascorrendo  tre anni in prima linea, descrivendo in maniera essenziale (ma anche straziante) tutto  ciò che i  suoi  occhi  vedevano.

Uno dei  suoi  più famosi  reportage, la liberazione del lager di  Treblinka, fu  usato  come prova durante il Processo  di  Norimberga.

Ritornando al  romanzo  Vita e destino, Grossman ebbe comunque la prontezza di  consegnare poco  prima del  sequestro una copia dattiloscritta al  suo  amico e scrittore  Semen Lipkin il quale la nascose nella sua dacia a Peredelkino.

Nel 1974, dieci  anni  dopo la morte di  Grossman per tumore, Lipkin porterà clandestinamente la copia microfilmata  in occidente consegnandola nelle mani  della ricercatrice Rosemarie Ziegler la quale, arrivata a Parigi, a sua volta li passò al  critico Efir Etkind

Questa, che sembrava essere una corsa con il passaggio  di  testimone, fu  vana: nessuno  degli  editori  francesi  si  sentì di pubblicare il romanzo.

Allora Etkind pensò di rivolgersi  all’editore di  origine serba Vladimir Dimitrijevic a Losanna in Svizzera: questa fu  la volta decisiva perché nel 1980, a sedici  anni  dalla morte di  Grossman, Vita e destino venne finalmente pubblicato.

Nel 1990 anche in Russia il libro  fu  dato  alle stampe.

Anteprima di  Vita e destino 

Oggi  tocca a me pubblicare l’anteprima di  questo  romanzo

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Convento di san Francesco di Cairo

Convento  di  san  Francesco  di  Cairo
Ernesto Rayper, – Rovine di un convento prope Cairo –

Il convento di S. Francesco  di Cairo trovasi  essere stato  fondato, per fama e notizia cavate dalli  Archivii ducali  ed ancora dei  Conti, dal  P.S. Francesco: come riferisce e scrive il nostro P.Paolo Brizio Vescovo  d’Albenga che passando per la Liguria il nostro serafico  Padre e per li appennini colli di Savona, che apre la strada al luogo di  Cairo, quei  abitanti  concessero un luogo  atto per fabbricare il Convento al  detto S.Padre l’anno 1214…

Archivio Provincia di  Genova dei  Frati  Minori, manoscritto

 Il convento  di san Francesco  di  Cairo: storia (e leggenda) in poche righe

Convento di san Francesco di Cairo
Convento di san Francesco di Cairo

Qua e là, girovagando per la Liguria ( ma lo stesso potrei  dire per qualunque altro luogo d’Italia e della nostra Europa), si  arriva a conoscere storie legate a luoghi che, pur essendo  di  facile accesso, sono  semi – sconosciuti ai più.

Così è per il facile itinerario  escursionistico  che, partendo  da Rocchetta Cairo in provincia di  Savona, conduce fino ai  ruderi di  quello  che fu un convento francescano  e oggi, nella sua parte ristrutturata, un centro  gestito  dall’Agesci Liguria.

Prima di  descrivere l’intero  tragitto voglio riportare ciò che la storia e la tradizione dice a proposito:

La struttura originaria, risalente al  XIII secolo, è posta nella località Ville di Cairo Montenotte lungo la Magistra Langarum  antica strada che collegava Cairo  fino a Torino. 

Delle rovine oggi  visibili  sono  rimasti parte della chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli (che presenta rifacimenti  risalenti dal  XIII secolo  a quello  del XVII) mentre il convento (oggi  centro  scout) presenta il quattrocentesco  chiostro su  cui  si  affacciano le celle originarie dei  frati: il complesso  venne ampliato  tra il XVII secolo e il XVIII con l’aggiunta di  altre celle di  dimensioni più ampie.

Nel XX secolo fu  aggiunto un corpo  di  fabbrica ad uso stalla.

Il convento, durante la guerra napoleonica, venne adibita a quartier generale e via via nel  tempo  abbandonato  fino agli lavori  di  restauro  risalenti  al 2014.

Riguardo  al passaggio  di  san Francesco nelle terre cairesi, e alla leggenda della miracolosa guarigione  della giovane figlia sordomuta del  marchese Ottone Del  Carretto, i documenti  storici  sono alquanto frammentari, alcuni studiosi  avanzano l’ipotesi  che il convento  sia sorto su una struttura già esistente antecedente al 1214.

Galleria fotografica

L’itinerario

Convento di san Francesco di Cairo
Rocchetta Cairo, Ponte degli Alemanni

L’itinerario escursionistico  che vi propongo  parte da Rocchetta Cairo  e precisamente dal Ponte degli Alemanni (poco  al  di  fuori  dal  centro  abitato) sulla Bormida.

Lungo il percorso  non vi  sono fonti, il tragitto può essere completato in circa quattro  o  cinque ore (escludendo la variante panoramica, riportata nel  punto  C nell’immagine , che in verità non è molto interessante).

Arrivati all’imbocco del  Ponte degli  Alemanni, dove possiamo  parcheggiare di  fronte  a un campo  recintato per l’addestramento  dei  cani, lo  percorriamo tralasciando il sentiero posto  di  fronte a noi, per prendere quello alla nostra sinistra con l’indicazione “via diretta” per il convento.

Lungo  tutto  il percorso seguiremo,  quindi, il simpatico  segnavia che potete vedere nella foto  seguente.

Convento di san Francesco di Cairo

Da subito il sentiero si inerpica lungo  una salita (non per nulla è una via diretta) ma in meno di un’ora di  cammino giungeremo  allo  sbocco su  di una sterrata trovando alla nostra destra la chiesa di  san Giovanni  del Monte posta su un’altura.

La chiesa di san Giovanni del Monte

Proseguiamo mantenendoci  sulla destra (comunque i  segnavia ci indicheranno  la  direzione giusta) fino  ad arrivare a un gruppo  di  case che oltrepasseremo.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo

Più avanti incontreremo una sbarra da passare senza problemi anche se un cartello  ci  dice che stiamo entrando in una proprietà privata.

Il sentiero (più che altro un’ampia sterrata) come ho  già detto è di  facile percorrenza e, in alcuni  punti, una sosta è doverosa per ammirare o  fotografare l’interessante panorama come, ad esempio, i  calanchi  che caratterizzano  la Val Bormida.

Convento  di  san francesco  di  Cairo

Arriveremo, quindi, in un punto  dove un pannello  di legno riporta le particolarità del  territorio.

Il mio  consiglio è quello di prendere subito il sentiero  che scende (punto B) tralasciando quello indicato  come panoramico (punto  C) che non presenta nessun interesse e, soprattutto, non sono  presenti i segnavia che abbiamo seguito  precedentemente.

A breve arriveremo a un area picnic poco  distante dal  convento.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo
L’autrice del blog

Per il ritorno ripercorriamo il sentiero  dell’andata.

So  che potrebbe sembrare inopportuno pubblicare un articolo su  di un percorso  escursionistico in questo periodo  di  quarantena per l’emergenza Cod-19.

Ma è il mio particolare augurio rivolto  a tutti  voi è che tutto ritornerà pressoché alla vita di sempre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice

Virginia Woolf

La più inutile delle classi, i ricchi con una patina di  cultura

Virginia Woolf

Virginia Woolf: incominciando  dalla fine

Virginia Woolf

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo.

Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò.

Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi.

Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare.

Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia.

Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so.

Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere.

Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.

Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà.

Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Pubblicando il testo  di  questa lettera scritta da Virginia Woolf a suo  marito prima di  suicidarsi, ho pensato a lei e alla sua malattia, la depressione, e di  quanto sia ingiusto  da parte dei  contemporanei  (compresa me)  pubblicare un documento violandone l’intimità e il dolore della persona che lo ha scritto al  culmine della sua esistenza.

In ogni  caso, parlando  di personalità come Virginia Woolf, è fuori  di ogni  dubbio  che ciò che è (o dovrebbe essere) privato diventa materia a disposizione del  pubblico.

Nel 2003 Nicole Kidman, indossando un naso finto ( abbruttendosi più del  necessario) vinse il premio  Oscar come migliore attrice protagonista  per il film The hours  basato  sul romanzo omonimo di Michael  Cunningham vincitore del  premio Pulitzer.

Una biografia in poche parole 

Virginia Woolf
Virginia Woolf (foto  di George Charles Beresford – 1902)

 Adeline Virginia  nasce a Londra il 25 gennaio  1882, suo  padre è sir Leslie Stephen storico e alpinista (fu  cofondatore dell’Alpine Club e redattore del giornale omonimo), sua madre era Julia Prinsep  Jackson.

Entrambi i genitori  erano vedovi e con figli  avuti  dai  rispettivi  precedenti  matrimoni

Virginia Woolf

In Gita al faro (1927) uno dei suoi  romanzi più famosi, la descrizione  dei luoghi  prende spunto dai  dintorni  di  Talland House la residenza estiva della famiglia Stephen a Saint Ives cittadina che si  affaccia nell’omonima baia in Cornovaglia: lei stessa disse che i periodi  più felici  della sua vita furono appunto  quelli passati in quel luogo, fino  al 1895.

Quell’anno, appunto il 1895,  quando lei  aveva solo tredici anni, sua madre morì e in seguito suo  padre, rimasto  vedovo  per la seconda volta, prostrato  dal  dolore decise di  vendere la casa al mare.

Dal 1897 al 1901 Virginia studiò storia e lettere classiche presso il King’s College London e, nell’anno in cui venne ammessa agli  studi universitari, un altro  lutto si  abbatté su  di lei  con la morte della sorellastra Stella.

Nel 1904 la serie luttuosa proseguì con la morte del padre Leslie Stephen.

In seguito  Virginia insieme a sua sorella Vanessa  e al fratello  Thoby si  trasferisce nel  quartiere londinese di  Bloomsbury ed è qui che, nel 1905, nasce il Bloomsbury  Group circolo  di  artisti  che ebbe modo  di  influenzare la società di  allora con temi  quali il femminismo, la sessualità e il pacifismo.

Sempre in quell’anno  incominciò  a scrivere per il supplemento  letterario  del Times e fare conoscenza con intellettuali  del  calibro  di Bertrand Russell, Edward Morgan Forster, Ludwig Wittgenstein.

Senza dubbio, però, la conoscenza che fece, e che per lei  senz’altro più importante, fu  quella con lo scrittore e teorico  politico  Leonard Woolf suo  futuro  marito (questo  non le impedì di  avere relazioni  con altre donne come Vita Sackville – West e Ethel Smyth  che influenzarono la vita e le sue opere letterarie).

Fu attraverso  Ethel Smith  che Virginia Woolf (finalmente posso chiamarla per nome e cognome) si  avvicinò al  movimento  delle  suffragette 

Nonostante quest’intensa vita intellettuale e professionale (pubblicava le sue critiche letterarie su  giornali  quali appunto il Times, il Guardian e il National  Review) e all’uscita del suo  primo libro  La crociera (1915), questo non le impedì di tentare il suicidio  a causa di  una seconda grave forma depressiva.

Leonard Woolf nell’intento di  aiutare sua moglie le propose di  fondare insieme a lei una casa editrice: nel 1917 nasceva la Hogarth Press che pubblicò libri  di  autori  come Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud e altri.

A questo punto sarebbe (quasi) inutile da parte mia citare i numerosi  romanzi  e saggi  che Virginia Woolf scrisse  nella sua carriera, ma mi preme fare un accenno  ai  quei  testi dove venivano messi in risalto le discriminazioni nel  confronto  delle donne (tema più che attuale):  Una stanza tutta per sè è il saggio  pubblicato  nel 1924 in cui  Virginia Woolf rivendica il diritto  della donna di  accedere alla cultura in una società, come quella inglese dell’epoca, ma non solo questa,che era solo  appannaggio  degli uomini; nelle Le tre ghinee (1938) il tema è lo stretto  legame esistente tra patriarcato, militarismo e regimi  dittatoriali.

La depressione in Virginia Woolf  e le sue cause

Nel 1940 la Gran Bretagna era in piena Seconda guerra mondiale: Virginia Woolf pubblica il suo  ultimo libro Tra un atto e l’altro, mentre le sue crisi  depressive diventano sempre più frequenti  e feroci, fintanto  che, il 28 marzo 1841, dopo essersi riempita le tasche di pietre si  annegò nel  fiume Ouse nel  Sussex.

Si  è  scritto molto  sulla depressione  che ha minato  la vita della scrittrice: certo i lutti con la perdita della madre quando lei  era tredicenne e quelli  seguente  con la morte della sorellastra Stella e del padre Leslie Stephen, hanno  contribuito non poco  all’instabilità del  suo umore, ma una grossa colpa è senz’altro  da addossare ai  suoi  fratellastri George e Gerald Duckworth che abusarono  sessualmente di lei  quando  aveva tredici  anni  e di  sua sorella Vanessa.

La storia di  questi  intolleranti  episodi  di  violenza familiare sono  il tema del libro della scrittrice statunitense  Louise  DeSalvo (deceduta il 31 ottobre 2018) Virginia Woolf: the impact of childhood sexual abuse on her life and work lavoro basato  su  di un’attenta analisi  degli  appuntii e dei  diari  che Virginia Woolf ha lasciato durante la sua vita.

Un’approccio  più scientifico è invece l’analisi  psicologica che Lucia C.A. Williams, ricercatrice presso il Dipartimento  di  psicologia dell’università di São Carlos in Brasile, ha pubblicato  con il titolo  altrettanto lungo  di Virginia Woolf’s history of sexual victimization. A case study in light of current research (se siete interessati  all’argomento l’intero studio lo troverete in questo pdf in lingua inglese).

Il libro

Caro padrino, siete stato sugli Adirondack e avete visto  molti  animali selvaggi  e molti uccelli  nei  loro  nidi: se non venite qui siete cattivo, arrivederci.

Con affetto Virginia

Virginia Woolf scrisse queste parole quando  aveva sei  anni e si  tratta di una postilla in una lettera che il padre aveva indirizzato all’amico  di  famiglia James Russell Lowell.

Lo stesso  scritto è stato utilizzato da Veronica La Peccerella come introduzione al  suo  saggio Mio  carissimo rospo una selezione delle lettere che Virginia Woolf ha scritto tra il 1888 fino  al 1900.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Architettura (d’antan) al femminile: Plautilla Bricci

Plautilla Bricci, prospetto occidentale di Villa Benedetta (detta Il vascello) Roma 1663 (Archivio di Stato)

Chi progetta sa di  aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere ma quando non gli  resta più nulla da togliere

Antoine de Saint – Exupery 

Architettura per soli uomini e per poche donne  

In un’intervista vecchia ormai  di  quasi  sette anni, Zaha Hadid  parlando della sua professione  disse queste parole:

La gente sottovaluta quanto l’architettura sia una professione difficile perché richiede orari lunghi e un impegno  assoluto.

Proseguendo nell’intervista lei  disse che una donna difficilmente poteva fare carriera  in architettura, se si  trovava nella condizione di dover pensare nel  contempo  alla famiglia e, eventualmente ce ne fossero,  alla cura di  figli.

Ovviamente le difficoltà di  cui  accennava  l’archistar sono le stesse che una donna può incontrare in qualunque ambito  lavorativo.

Architetto o architetta?

Confesso  che avuto  qualche dubbio se scrivere architetto oppure architetta: una visita al sito  architetti.com mi ha confermato che non è sbagliato  scrivere architetta e che il problema non è nella vocale finale quanto piuttosto nell’incompatibilità dei  tempi  richiesti  dalla professione con la vita familiare e la maternità (si  ripetono le parole di Zaha Hadid) oltre al  fatto  di  essere pagate di  meno a parità di  mansioni, di non aver accesso  a posizioni  di potere e, guarda un po’, di  essere vittime di episodi  di  puro  sessismo.

Se questo accade oggi figuriamoci quello  che poteva succedere nella Roma del  Seicento.

Plautilla Bricci: l’architettrice

Di  confessione in confessione anche di Plautilla Bricci, nata a Roma il 13 agosto  1616 e qui  deceduta il 13 dicembre 1705,    non ne sapevo (un’accidente di) nulla: a farmela scoprire è stata una recensione su La Lettura del libro di  Melania Gaia Mazzucco L’architettrice (anteprima alla fine dell’articolo) e la biografia Plautilla Bricci. L’architettrice del  barocco  romano scritto  da Consuelo  Lollobrigida (anche questo  libro è in anteprima alla fine dell’articolo).

I libri

Nel maggio del 1624 un uomo accompagna la figlia sulla spiaggia di Santa Severa, dove si è arenata una creatura chimerica: una balena.

Esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte, è questo che il padre insegna a Plautilla.

Una visione che contribuirà a fare di quella bambina un’artista, misteriosa pittrice e architettrice nel torbido splendore della Roma barocca. Melania Mazzucco disegna un grande ritratto di donna tornando alle sue passioni di sempre, il mondo dell’arte e il romanzo storico.

Giovanni Briccio è un genio plebeo, osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone, Briccio educa la figlia alla pittura, e la lancia nel mondo dell’arte come fanciulla prodigio, imponendole il destino della verginità. Plautilla però, donna e di umili origini, fatica a emergere nell’ambiente degli artisti romani, dominato da Bernini e Pietro da Cortona.

L’incontro con Elpidio Benedetti, aspirante scrittore prescelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino, finirà per cambiarle la vita.

Con la complicità di questo insolito compagno di viaggio, diventerà molto più di ciò che il padre aveva osato immaginare.

Melania Mazzucco torna al romanzo storico, alla passione per l’arte e i suoi interpreti. Mentre racconta fasti, intrighi, violenze e miserie della Roma dei papi, e il fervore di un secolo insieme bigotto e libertino, ci regala il ritratto di una straordinaria donna del Seicento, abilissima a non far parlare di sé e a celare audacia e sogni per poter realizzare l’impresa in grado di riscattare una vita intera: la costruzione di una originale villa di delizie sul colle che domina Roma, disegnata, progettata ed eseguita da lei, Plautilla, la prima architettrice della storia moderna.

 

Tra l’età della Controriforma e il Barocco si compie un lento cambiamento culturale che investe il ruolo della donna nella società.

Nel corso di questa trasformazione affiora la figura di un’artista di cruciale importanza per la storia delle donne e per la storia dell’arte: Plautilla Bricci. Architectura et pictura celebris,

La Bricci nacque a Roma nell’agosto del 1616: fu pittrice e architettrice, ricoprendo in questa professione il primato storico per una donna. Chi era Plautilla? Quale fu l’ambiente culturale e sociale nel quale si formò e fu capace di istruirsi? Come spiegare la sua firma su importanti opere d’architettura e dipinti del XVII secolo romano? Come trovò spazio nella difficile società del tempo dominata e gestita dal potere maschile?

Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali si è cercato di dare una risposta in questo libro, prima ancora di aver affrontato l’analisi critica della sua rilevante e molteplice attività, che ha costituto, nel ‘600, un unicum culturale, sociale e artistico.

Plautilla non fu soltanto architetta celeberrima ma anche una famosa pittrice (da qui il termine architettrice): la sua vita e la sua carriera possono essere prese ad esempio per iniziare a riscrivere e rivedere alcune prospettive sulle donne artiste del XVII secolo. Dopo circa dieci anni di costante ricerca in archivi pubblici e privati, è stato finalmente possibile ricostruire la vita e le opere di questa eccezionale artista, che ha il merito – e forse la forza – di scardinare gli stereotipi che ancora sopravvivono nei confronti delle donne artiste. Il libro si avvale delle presentazioni di alcuni dei più autorevoli storici dell’arte e dell’architettura internazionale.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Seneca e la dolcezza nel Bacio

In un bacio che sia tra uomo  e donna,

donna e donna oppure tra uomo  e uomo,

non c’è mai  nulla di  strano,

sennonché sono  i pregiudizi a far dire

che è strano  ciò che non lo  è affatto.

C.A.

Seneca l’altro

Se passando  da queste parti  vi è venuta la curiosità di  conoscere cosa Lucio Anneo  Seneca avesse da dire a riguardo  della dolcezza del  bacio, vi  dico subito che state andando incontro  a una delusione: il Seneca in questione non è il filosofo  romano morto  nel primo  secolo della nostra era, ma Federico Seneca disegnatore e designer dei nostri  tempi morto, purtroppo  per lui, il 16 novembre del 1976.

A questo punto  è lecito  da parte vostra chiedervi  cosa mai  c’entra questo nostro Seneca con la dolcezza del  bacio?

Penso  che almeno  una volta nella vostra lunga vita abbiate apprezzato quel  magico sapore sprigionato dal morso a un cioccolatino  tratto da una confezione dove due teneri amanti  si  abbracciano: i famosi  Baci  Perugina 

Ebbene l’invenzione, insieme al cartiglio con frasi  amorose che avvolge il Bacio, fu di  Federico  Seneca ( Fano, 1891 – Casnate, 16 novembre 1976)    che sin dal 1920 si occupò di  disegnare i  cartelloni pubblicitari  della Perugina 

Sembrerebbe che lui  stesso  sia stato  ispirato per i  suoi  amanti  dal  quadro di Francesco Hayez El Beso esposto  presso  la Pinacoteca di  Brera a Milano   

El Beso Francesco Hayez (1859)
El Beso
Francesco Hayez (1859)

La vita professionale di  Federico  Seneca ha inizio pilotando un idrovolante durante la Prima guerra mondiale: suo commilitone era Luigi  Fontana fondatore nel 1932 di FontanaArte che gli presentò Luigi  Buitoni  diventandone direttore artistico  della Buitoni – Perugina.

Negli  anni  a venire  Federico  Seneca si occupa di  altri  marchi importanti del  calibro  di  Ramazzotti, Cinzano, Carpano e altri. fino  a fondare una suo studio  di  grafica a Milano negli  anni ’50 che rivoluzionerà la creatività nel  fare manifesti pubblicitari ( questo dopo il fallimento  di una sua azienda di  design basata sulla produzione di oggetti derivati  dal  caucciù).

Parte delle  opere di  Federico  Seneca sono visibili  in questa pagina.

Breve, brevissima, storia del Bacio

Ovviamente, per concludere con dolcezza come si addice a una blogger come la sottoscritta, ecco la storia del  Bacio dolciario più famoso:

A darne la forma non poteva che essere una stilista e imprenditrice come Luisa Spagnoli che, insieme a suo  marito Francesco  Buitoni  e il socio Leone Ascoli, aprì nel 1907 un’azienda dolciaria nel  centro  di Perugia la quale  non poteva che  chiamarsi Perugina 

E’ lei che, nel 1922, inventò la delizia del Bacio composto  dalle schegge di  lavorazione delle nocciole impastate  con il cacao che andava a ricoprire una nocciola intera avvolta da cioccolato  fondente.

La storia del nome di questo  cioccolatino riporta che, a causa della sua forma grossolana assomigliante a un pugno  chiuso, doveva essere Cazzotti: potete immaginare l’imbarazzo che si  avrebbe avuto  regalando una confezione di  Cazzotti  anziché di  Baci….(comunque è una storia da verificare)

Infine, trovandovi  a passare per Perugia, sappiate che lì troverete il Museo Storico Perugina dove, oltre alla possibilità di seguire un corso della Scuola del  Cioccolato, potete conoscere la storia della Perugina.

Il Museo Storico della Perugina è il secondo museo  d’impresa in Italia sotto  la tutela della Soprintendenza dei  Beni Culturali.

Per la visita si richiede una prenotazione obbligatoria seguendo il link sul sito.

Alla fine del percorso museale è prevista una degustazione dei prodotti  della Perugina con possibilità d’acquisto (se poi volete fare dono all’autrice di  questo  blog di una confezione di Baci, lei  certamente ve ne sarà grata….)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Negazionismo contro la verità indiscutibile delle fonti

Il negazionismo (di un evento storico come genocidio o una pulizia etnica o  un crimine contro l’umanità) è una corrente pseudostorica e pseudoscientifica del  revisionismo che consiste in un atteggiamento storico – politico il quale, utilizzando  a fini  ideologici – politici modalità di negazione di  fenomeni  storici accertati, nega ogni  evidenza il fatto  storico  stesso

Fonte Wikipedia

Negazionismo contro  l’evidenza delle prove

Vorrei  essere sorda alle parole di  chi  continua a ripetere che i  campi  di  concentramento  nazisti sono  solo un’invenzione e che, anzi,  i  deportati  in questi luoghi  avevano  tutto il necessario per un soggiorno piacevole quali  cinema, teatro, piscina: farneticazioni rilasciate da un’insospettabile impiegata che nel  tempo  libero  reclutava fascio – nazisti per costituire cellule armate (vedi  articolo dal  sito  Il Cosmo)

Quindi,  le foto di  Francisco Boix,  internato  a  Mauthausen dal 27 gennaio 1941 fino al  5 maggio 1945 giorno in cui l’esercito  americano libera i prigionieri, sono un falso?

Uomini ridotti  a essere solo  scheletri, cadaveri penzolanti dal  filo  spinato e altri uomini  ridotti in schiavitù per trasportare pesi enormi per la costruzione di una scalinata per il piacere dei gerarchi  nazisti, erano  solo  delle comparse?

La storia di  Francisco  Boix

Francisco Boix nel campo di concentramento di Mauthausen
Francisco Boix durante il suo internamento nel lager di Mauthausen

Francisco  Boix in virtù del  fatto  che, prima di  essere internato  a Mauthausen la sua professione era quella di  fotografo, fu assegnato al  servizio identificazione  dei prigionieri  nel  lager gestito  direttamente dalla Gestapo.

La prima falsità che Boix constatò lavorando  all’archivio delle fotografie fu  che esse erano state manipolate a scopi propagandistici mostrando Mauthausen  come un luogo  dove i prigionieri erano ben  nutriti  e felici.

In seguito, scoprendo altre manipolazioni che riguardavano internati  la cui  morte veniva definita accidentale anziché uccisi dalle SS decise, a rischio  della propria vita, di impossessarsi di  alcuni negativi nascondendoli  per poi utilizzarli come testimonianza delle atrocità che avvenivano a Mauthausen.

Una volta libero Francisco  Boix portò la sua testimonianza nei  due processi internazionali  di  Norimberga e Dachau contro  i gerarchi  nazisti responsabili  dei  delitti  avvenuti nel  lager di  Mauthausen: le foto  che a suo tempo  aveva sottratto  dall’archivio  del servizio  identificazioni servirono per smentire coloro che da aguzzini si  ritrovarono  sul banco  deli  imputati  e che asserivano  di non sapere nulla di  ciò che accadeva  praticamente sotto i loro  occhi e per la loro  responsabilità.

Dopo la liberazione di Mauthausen si trasferisce a Parigi dove lavorerà come fotoreporter per diversi giornali e riviste.

Ha solo 30 anni quando nel 1951 muore a Parigi per insufficienza renale.

Ho  scelto di non pubblicare le foto utilizzate da Francisco Boix come testimonianza delle atrocità avvenute a Mauthausen per  sensibilità e rispetto delle vittime ritratte in esse.

Questi  documenti sono visibili  presso il   National  Archives and Records Administration (NARA) di  Washington: una loro  visione sarebbe auspicabile per chi è a favore del  negazionismo

La storia di Francisco  Boix è narrata nel  film Il fotografo  di  Mauthausen opera della regista Mar Targarona (2018)

 Night Will Fall: un altro docu – film contro il negazionismo 

 

 

Nel 1945 la British Army Film Unit commissionò al produttore Sydney Bernstein un lavoro  basato su  quello  dei  fotografi alleati inviati a testimoniare attraverso  le loro  immagini  la tragedia dei  campi  di  concentramento  di  Auschwitz, Dachau e Bergen  – Belsen: il filmato fu molto più inquietante rispetto  ad immagini  statiche nel  denunciare l’orrore dell’Olocausto.

Sydney Bernstein affidò la regia al  regista Andre Singer e chiamò, al termine della produzione, il suo  amico  Alfred Hitchcock per avere un ultimo parere sul docu – film.

Il progettò fu  bloccato  dal  governo inglese perché era il periodo  in cui  stava nascendo il timore per una minaccia sovietica (in pratica si  era  all’inizio  della cosiddetta  Guerra Fredda) e si pensò che non fosse il caso di  alienarsi ulteriormente il sostegno tedesco, per lo meno quello della Germania democratica,  in un’ottica anti – sovietica

Oggi, grazie anche al  restauro dell’Imperial  War Museum, Night Will Fall è visibile al grande pubblico.

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ALLA PROSSIMA! CIAO, CIAO...♥♥

Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Spaghetti a gogò dalla Sicilia ai nostri giorni

Gli italiani  hanno solo  due cose per la testa: l’altra sono gli spaghetti

Catherine Deneuve 

Microstoria degli  spaghetti 

Tra il IX e XI secolo gli  arabi avevano  trovato il modo  di  essiccare lunghi  e sottili fili  di  farina che in seguito  venivano  cotti  in acqua bollente: la parola araba utilizzata per chiamare gli  antenati  degli  spaghetti  era Itriyya.

Sappiamo  che la conquista islamica  della Sicilia  avvenne a iniziare dall’anno 827, anche se prima di  questa data vi  furono  diverse incursioni  arabe dedite più che altro  al  saccheggio con toccata e fuga.

Quindi, insieme a scimitarre e cultura araba, i  conquistatori introdussero in Sicilia anche la loro Itriyya (da cui  deriva, secondo  alcuni, la parola tria tutt’oggi  utilizzata per indicare un particolare formato  di  pasta e non solo  il cognome del passato  ministro  dell’Economia e Finanze).

Dalla Sicilia la pasta incomincia a diffondersi  nelle altre regioni  italiane e, conseguentemente al passare del  tempo, nascono nuovi modi  per essiccare l’impasto  con ferretti e canne fino  ad arrivare al  torchio e quindi  alla trafilatura con notevole risparmio di  tempo.

Naturalmente non si può parlare di  pasta, specificatamente degli  spaghetti, senza accennare al suo condimento e cioè la salsa di pomodoro e qui  penso  che qualcuno faccia un po’  di  confusione con la salsa spagnola (o salsa bruna) che non ha nulla a che vedere con la classica pummarola (chiedo  scusa ai  napoletani per avere usato una parola del loro  dialetto, ma era per intenderci  meglio).

La ricetta

Ah cosa mai  potrei  fare se non avessi  al mio  fianco un assistente come Il Gatto  Filippo che, in quest’occasione, ha predisposto una ricetta per gli  spaghetti  con le polpette

Bon 💋 appétit  

Il libro

C’è chi  molto  meglio  di me ha voluto scrivere la storia degli  spaghetti  dall’origine:  lo  storico Massimo  Montanari con il suo libro  Il mito delle origini – Breve storie degli  spaghetti  al pomodoro saprà senz’altro  togliere più di una curiosità non solo culinaria, ma anche storica sulla pasta (anteprima alla fine dell’articolo).

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Il mito  delle origini – Breve storia degli  spaghetti  al pomodoro  di  Massimo Montanari…

Buona  💋 lettura

 

Alle origini di ogni cosa c’è solo un inizio: per cercare l’identità serve tutta la storia, fatta di incontri, incroci, mescolanze. Accade anche per gli spaghetti al pomodoro.

Il mito delle origini è quello che ci fa pensare che esista un punto magico della storia in cui tutto prende forma, tutto comincia e tutto si spiega; il punto in cui si cela l’intimo segreto della nostra identità. Ma perché quello delle origini è solo un mito? Il fatto è che le origini, di per sé, spiegano poco: l’identità nasce dalla storia, da come quelle origini si sviluppano, crescono, cambiano attraverso incontri e incroci spesso imprevedibili. Basta un piatto di spaghetti al pomodoro per spiegarlo. Seguendo le tracce del nostro piatto identitario per eccellenza, Massimo Montanari risale a tempi e luoghi distanti – dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri. Scopriamo, così, che ricercare le origini della nostra identità (ciò che siamo) non ci porta quasi mai a ritrovare noi stessi (ciò che eravamo) bensì altre culture, altri popoli, altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.