Fire, ovvero: una chimera per pochi

La prima regola è non perdere i  soldi.

La seconda regola è non dimenticare la prima

Warren Buffett 

Fire, ovvero: Financial Independence and Early Retirement

Che tradotto in italiano vuol  dire indipendenza finanziaria e pensionamento  anticipato: dietro a questa che considero essere una chimera ( a meno  di non indovinare la sestina vincente del Superenalotto) vi è un vero  e proprio movimento che prende appunto  il nome di  Fire.

Lasciate perdere Quota 100 o vincite milionarie: il dogma di  questo movimento  si  basa sul tasso  di  risparmio individuale   che consentirà di  accantonare una certa somma per dire bye bye ai  colleghi  (soprattutto  al  capo) e vivere felice e contenta.

Faccio un esempio:  se il mio  stile di  vita  mettiamo  mi  costa all’incirca 15.000 euro l’anno, avrò raggiunto la mia indipendenza economica quando  avrò a messo  da parte  venticinque volte questa somma e cioè 375.000 euro.

Naturalmente i guru   del  Fire non dicono  che devi procurarti un gigantesco  salvadanaio  per metterci  dentro i soldi, ma che devi investire parte del  tuo stipendio in cose che dovrebbero  essere sicure e cioè obbligazioni, metalli preziosi (qualche lingotto  d’oro), quadri o altre opere d’arte, immobili  da affittare in seguito, fondare aziende o  startup.

A questo punto  va da se che Fire è un movimento per individui che se ne  fanno un baffo di uno  stipendio medio perché il loro sarà sicuramente il doppio  o il triplo  del mio.

Ma non scoraggiamoci: possiamo mettere lo  stesso da parte una certa cifra allo scopo  dell’agognata libertà, a patto che:

  • Non devi  essere una precaria (quello  che metti  da parte ti  deve mantenere in vita aspettando un nuovo  lavoro)
  • Possibilmente devi  avere una casa tutta tua (600 o 800 euro  di  affitto al  mese ti  lascia ben poco da mettere via)
  • Niente svaghi  del  tipo  Pay TV, abbonamenti vari, palestra, viaggi intercontinentali, mostre, musei, cene (anche se è per una  pizza e si paga alla romana), niente regali a Natale (però offenditi  se non te ne fanno), un gelatino  d’estate ogni  tanto.
  • Non devi  ammalarti
  • Non devi  avere figli
  • Non devi  divorziare
  • E BLABLABLA

Tutto  questo mi riporta alla mente il concetto di  decrescita felice del  filosofo  francese Serge Latouche e subito  ripreso da alcuni maîtres de la pensée nostrani.

Per me decrescita felice si  traduce:

Quando il signore dall’alto  del suo  castello dice ai  sudditi:  << Beati  voi  che vivete in capanne di  fango (e per questo non dovete pagare l’IMU)

Il bravo Maurizio Crozza, meglio  di  me ne ha spiegato l’inganno (si, ripeto: l’inganno) dietro alla decrescita felice

 

Dopodiché non mi resta che salutarvi e augurarvi  un buon fine settimana  

Alla prossima! Ciao,ciao...♥♥


Sei tu smart chic o giovane metropolitana?

Ci tengo molto  al mio orologio.

Me l’ha venduto mio padre sul letto  di morte!

Citazione tratta dal film Il dittatore  dello  stato  libero  di  Bananas di  Woody  Allen 

A parte questa introduzione allegramente macabra, ma trattandosi  di un film di  Woody Allen ha un certo  che di humour yiddish, la domanda che vi pongo, la quale in parte ha  a che vedere con il comprare e il vendere (non necessariamente nei pressi  di un capezzale) è questa:

Siete smart chic?

Solitamente ad essere indicate come smart chic sono  le donne mature, dove per mature si intende quel  sottile  eufemismo per dirti che non è più il caso di  vestirti come una diciotto – ventenne  per far colpo  sul bietolone di  turno (….può anche essere una bietolona)

Smart chic è dunque una donna matura, lei  adora i  mercatini, il vintage e ricorre alla second hand soprattutto per esprime uno  stile di  vita trendy: non lo  fa per risparmiare ma per esprimere se stessa stando  attenta alla sensibilità dei  consumi.

Per inciso  la frase second hand  non occorre servirsi del traduttore di  Google per comprendere che si  parla di  seconda mano e cioè dell’usato.

Stando  alla definizione di  cui  sopra, la donna matura in questione mi sembra più simile a una donna diversamente ( e perennemente) in bolletta che una precaria con partita IVA che dello  stile di  vita trendy necessariamente ne deve fare virtù.

In effetti, da donna matura (non necessariamente coetanea della regina Nefertiti) anch’io mi diletto  a frequentare i mercatini  dell’usato dove chincaglieria varia viene venduta al modico  prezzo di un Koh – i – Noor.

Forse è per questo motivo che fin d’ora mi sono limitata a uno  scambio di  vestiario  con le amiche (La sorellanza..), oppure alle incursioni tra le bancarelle dei libri (e fumetti) di  seconda, terza o quarta lettura (ma è affascinante leggere le note a margine di  chi ha posseduto il libro prima di  me, molto meno se sulla pagine vi  sono delle macchie di  dubbia provenienza…sono molto  schifiltosa).

La società odierna (ma anche quella passata) ha bisogno  di  classificare le persone i gruppi, così alle smart chic  si  contrappongono le

Giovani  metropolitane 

La definizione vuole che la giovane metropolitana sia

Una ragazza attenta alla sostenibilità dei  suoi  comportamenti:  usa il car sharing, oppure va a piedi  o in bici e considera l’usato un modo  per combattere gli  sprechi.

Senz’altro  tutto  vero e da lodare, ma ho  il sospetto che la giovane metropolitana italiana , anche se in possesso  di una laurea con lode in astrofisica, per campare deve fare due lavori  e quindi rivolgersi  al second hand (perché sempre e solo  termini  in inglese?)  come  Necessitate virtute

Comunque per la felicità di  tutti, aspettando le lotterie legate agli  scontrini  fiscali, il mercato  dell’usato (di  tutto l’usato, meno  che le dentiere) arriva alla bellezza di 23.000.000.000 di  euro.

Siccome il maledetto  SEO che sovraintende alla buona riuscita del  blog mi avverte che non ho  messo un accidente di link, parlando  di  mercato  dell’usato mi  viene in mente solo  Subito.it (non prendo percentuali  sulle vendite)

Con questo  ultimo  dato  vi lascio, prenoto il car sharing e via: il week end è lo  stesso che tu sia una  smart chic oppure  una giovane metropolitana: sarà sicuramente fantastico.

Alla prossima! Ciao, ciao...

 

Green New Deal? Possiamo almeno provarci

Green New Deal  è una proposta di  legge degli  Stati  Uniti che mira a far fronte ai  cambiamenti  climatici  e alla disuguaglianza economica.

Il nome si  riferisce al  New Deal cioè una serie di  riforme  sociali  ed economiche e progetti  di  lavori  pubblici intrapresi  dal presidente Franklin D. Roosevelt in risposta alla Grande Depressione.

Il Green New Deal combina l’approccio  economico  di  Roosevelt con idee moderne come l’energia rinnovabile e l’efficienza delle risorse.

Il Green New Deal  terrà conto anche della fame di  energia?

Ho sempre considerato fame quello  che riguarda la carenza di  cibo, se non una vera e propria carestia, presente tra alcune popolazione mondiale più sfortunate.

Non ho  mai pensato  alla fame come un problema legato all’accesso  per l’ energia, eppure, dati  del 2016, mi dicono  che un miliardo  di persone non ha ancora accesso all’elettricità (  i dati dell’infografica seguenti  sono quelli  della International  Energy  Agency)

Ciò  dovrebbe sensibilizzarci  contro lo spreco quotidiano che, al pari  dell’acqua, lo è anche per l’elettricità: è inutile illuminare la casa come un boulevard se al momento ne occupiamo una sola stanza (se siamo  single, due se viviamo in coppia…i gatti non hanno  bisogno di luce per leggere); spegniamo gli apparecchi in stand-by e, possibilmente, in estate non facciamo andare il condizionatore a temperature ideali  per il clima artico.

Non si può certo pretendere che in queste zone, se non prima aver risolto  i problemi  di estrema povertà,   tecnologie come quelle del  progetto Eland che, nel nord della città di  Los Angeles, vedrà la nascita di un parco fotovoltaico di  800 ettari che fornirà energia a 283mila abitazioni da qui  al 2023 quando l’impianto  sarà terminato.

Greta Thunberg è ormai l’icona riconosciuta del New Green Deal, senza dimenticare, a tale proposito,  l’impegno  negli  Stati Uniti  di Alexandria Ocasio  Cortez,  che ha movimentato migliaia di  giovani in tutto il mondo  nel Fridays  For Future: quello che, a mio parere, è errata nella concezione è l’ossessiva frattura generazionale che vuole i sedicenni  (i  giovani in generale) i paladini dell’ambiente, mentre gli over 50 e 60 come colpevoli  di non saper affrontare il problema ambientale fino  al punto  di liquidare il tutto come fake news quelle riguardanti il cambiamento  climatico e la povera Greta come una marionetta nelle mani  di  chissà quali poteri oscuri.

A proposito  di  Greta dopo  l’idiozia del manichino impiccato a sua rassomiglianza, mi  sono  sentita in dovere di  commentare l’accaduto  sulla mia pagina Facebook (mentre per quanto  riguarda il diritto  di  voto  ai  sedicenni mi son espressa in quest’articolo)

Per iniziare

Aspettando  che la politica si  scrolli  di  dosso le pastoie auto inflitte, cosa nel  concreto  si potrà fare o già si  fa:

  • Pannelli  condominiali

Una direttiva europea consentirà dal 2021 la creazione di  comunità energetiche: condomini o gruppi  di  case potranno unirsi e costruire un impianto  fotovoltaico  per dividersi  l’elettricità prodotta (ricorda un po’  il progetto  Eland di  Los Angeles).

La normativa italiana attuale prevede che i pannelli  condominiali  possono essere sfruttati  solo per alimentare gli  spazi  comuni: ascensori  e luci  delle scale.

Aspettando  che la direttiva europea sia recepita, a Bologna, nella zona Pilastro, settemila cittadini con Enea e  università della città hanno  creato una comunità solare per sfruttare l’energia solare per il consumo dei condomini (immagino, appunto, che si  tratti  per il momento di  quello  che precede la normativa italiana).

  • Combustibili  fossili  e aiuti  statali  

Sembra incredibile, ma è così: vi  sono  più aiuti  statali sotto  forma di  sgravi per chi  consuma combustibili  fossili (autotrasportatori, compagnie aeree, di  navigazione e mezzi  agricoli) che per l’economia verde.

  • Auto  elettrica

Incentivi  fino  a 8.000 euro per l’acquisto  di un auto  elettrica (più l’esenzione del bollo  per 5 anni: ma tanto  se non lo paghi  c’è sempre un condono  dietro  l’angolo).

Ma a parte il costo  di  queste auto (e il loro  design che non è il massimo della bellezza), rimane il problema delle colonnine di  rifornimento: 7.500 presenti in Italia oggi e 28.000 quelle previste entro  il 2022: ma saranno  sufficienti?

Quando si parla di mezzi alimentati  con l’energia elettrica, non si può non accennare a quello  che riguarda il trasporto  pubblico: Milano risulta essere la città più avanti rispetto  alle altre città con 25 bus elettrici  (entro il 2020 saranno 200) e di  abbandonare i  motori  a combustione entro il 2030.

  • Informatica   

In questo momento utilizzando il mio  computer consumo  energia, ma non sono la sola: tutta l’informatica del mondo  (dai computer ai  server e infrastrutture varie) consuma il 2 per cento del  totale dell’elettricità mondiale.

Nel 2023 il consumo  arriverà all’8 per cento.

Siccome non voglio sentirmi  colpevolizzata da un consumo eccessivo  di  energia, la pianto  qui  e vi  saluto….

Alla prossima! Ciao, ciao...

A sedici anni si può fare

L’adolescenza è un periodo  di  grandi ideali, forse confusi ma comunque forti  e sinceri, un periodo  in cui  l’essere umano tenta di penetrare in quella fortezza che è il mondo degli  adulti e per questo  s’impegna a compiere imprese ben più ardue di  quanto  si immagini.

E’ per questo  che spesso  gli  adolescenti si preoccupano  delle sorti  del mondo, si occupano  di ecologia, fanno  volontariato, partecipano  a manifestazioni politiche più di  quanto possa mai  fare un adulto.

Melissa P.

A sedici  anni un altro mondo è possibile

Non ho  mai letto 100 colpi di  spazzola prima di  andare a dormire (e penso  che non lo farò), ma mi trovo in sintonia con il pensiero di  Melissa P.  (Pi come Panarello) riguardo  agli  adolescenti.

La questione del perché scrivo oggi di loro  è nelle prima pagine dei media: consentire loro il diritto  di  votare oppure no?

Avevo  già dato una prima risposta sulla mia pagina Facebook

Lentamente il mio NI iniziale si  sta trasformando in un SI, non tanto perché mi  sono  associata a loro idealmente nel  Fridays For Future  – quindi  non mi  vergogno  di  essere definita come una Gretina dall’umorismo  becero  di  taluni sedicenti  giornalisti – ma perché sento l’esigenza di  aria fresca che si insinui  a spazzare via questa nostra politica stantia e darci (finalmente) una società che pensi  realmente ai nostri  bisogni e diritti: anche quello  di  vivere in un mondo più pulito.

Purtroppo  non è così facile: già il fatto  che tutti (ma proprio  tutti) i partiti siano  favorevoli  a far votare i  sedicenni mi  fa pensare ai manipolatori  della cosa politica  che vedono in questa nuova massa di giovani  votanti un terreno  di  caccia per i propri  fini.

Un’ultima considerazione: molti  dicono  che i  sedicenni non hanno  la capacità di  giudizio  e quindi  maggiormente influenzabili, ma siamo sicuri  che i  cosiddetti  adulti (anch’io, pur essendo più giovane della regina Nefertiti,  non sono  più una sedicenne) non siano  poi loro  ad essere stati influenzati recentemente dalle armi  di  distrazione di  massa come, ad esempio, il problema ingigantito  ad arte riguardo all’immigrazione dal nostro  ex (per fortuna) ministro  degli Interni?

In Europa i sedicenni votano?

Ogni  nazione ha le sue leggi a tale proposito: quella che mi sembra la più bislacca è quella dell’Ungheria,  dove si può votare a sedici  anni  solo se si è sposati…

Grazie al mio  assistente, il quale dichiara che sommando  tutte le sue sette vite ha il diritto  al  voto,  nell’immagine seguente potete vedere qual è il punto  a riguardo  negli  altri Paesi  europei

 

Invece siete curiosi di come i  governi  al di  fuori  dell’Europa hanno  affrontato  la questione?

Allora vi invito  ad andare sul  sito  della Central  Intelligence Agency e vedere che l’età minima richiesta in media è quella dei 18 anni

   – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao….


 Foto anteprima dal  sito New Pixel&Bit

Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

LGBT, transgender: perchè discriminare?

Identità non omologate © caterinAndemme
Identità non omologate
© caterinAndemme

Ogni  essere umano  è unico: rispettarne la diversità  equivale a difendere la propria e altrui libertà

Emanuela Breda

Identità di  genere : una (NON) questione

 

Osservando il panorama politico  attuale del  nostro  Paese, tendente a un ritorno verso il passato  in cui  il colore nero  non era solo  una questione cromatica e dove parte della morale viene relegata nel  solito  BLABLABLA del  DioPAtriaFAmiglia  ad uso  essenzialmente politico, posso  essere tranquilla sul fatto che la lungimiranza (nonché democrazia intesa come difesa dei  diritti) che lEnte Turismo Sloveno  ha avuto  nei  confronti  delle comunità LGBT non avrà per il momento nessun riscontro  simile nella nostra società.

La questione, pura e semplice è questa: perché le persone con diversa identità di  genere devono  subire delle discriminazioni e additate come perverse (da chi, evidentemente, della sua ignoranza ne fa una bandiera).

Quante sono queste identità?  

Nel  volume Teaching Transgender Toolkit (traducibile in Manuale per comprendere il transgender) scritto  da Eli R. Green e Luca Maurer viene riportato un glossario  con diversi termini: nella tabella  seguente ne ho  scelto cinque che ho ritenuto  essere tra i più  indicativi.

XX oppure XY? Quando un gene si  mette di mezzo

E’ il gene SRY a dire se l’embrione nel  suo  sviluppo  diventerà maschio o femmina: ma non è sempre così!

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….

Ping e fu il primo vagito di Internet in Italia

Aidoru
©caterinAndemme

Adoreremo le immagini  proposte dai  media e saranno queste a definire la nostra personalità.

Gli  idoli  elettronici ci  sembreranno più veri  del  vero perché la realtà sarà interamente definita in base alle nostre percezioni.

Dalla prefazione del  romanzo  Aidoru di William Gibson 

Il primo  vagito 

Le persone che sono  nate il 30 aprile 1986 oggi  hanno quasi  trentatré anni, ma non è del  loro primo  vagito di  cui  voglio parlare.

Sono certa che pensando a quel  fatidico  aprile del 1986, precisamente al 26 aprile,  viene in mente la maionese impazzita della centrale nucleare di  Chernobyl con tutte le conseguenze del dopo.

Ma non è questo  di  cui  vi  voglio  parlare.

Il 30 aprile 1986 a Pisa, precisamente in via santa Maria presso  la sede del  CNUCE  (Centro Nazionale Universitario  di  Calcolo Elettronico) partì il primo  messaggio che avrebbe collegato  l’Italia a quella grande rete informatica che prenderà il nome di  Internet.

Posso  immaginare che ai  Millennials, abituati all’utilizzo  delle tecnologie e sempre  interconnessi, questa notizia possa essere utile quanto sapere del  perché della crisi  delle acciughe in Perù, per tutti  gli  altri, cioè voi, se avete voglia seguitemi leggendo il resto  dell’articolo  (o post se preferite).

Una precisazione sul termine Millennials: in Italia siamo  abituati  a considerare questa generazione come i  nati nell’anno 2000 e dopo tale data.

In effetti  la generazione Y, appunto i Millennials è quella dei  nati fra l’inizio  degli  anni ’80 e la fine degli  anni ’90.

La caratteristica che li  contraddistingue dalla generazione precedente è quella di avere una maggiore familiarità con le tecnologie digitali.

Io, ad esempio, che sono nata il****** (vi piacerebbe saperlo!) e quindi BLABLABLA…

Dunque: questo primo  segnale parte dalla sede del  CNUCE e, attraverso un cavo  telefonico,  arriva alla stazione di  Frascati dell’ Italcable (la concessionaria per l’Italia che gestiva i  servizi  di  telecomunicazioni  internazionali fino  al 1994 quando divenne parte della Telecom), da qui il segnale venne inviato a Fucino  (Abruzzo) dove un’antenna di  Telespazio  lo fece rimbalzare a sua volta nello  spazio  verso il satellite Intelsat IV e, finalmente,  raccolto dalla stazione satellitare del  Comcast in Pennsylvania: in pratica era il primo  collegamento  di un ente italiano  con  quella rete di  computer che allora si  chiamava Arpanet.

Cosa c’era scritto in quel messaggio, cioè in  quel  primo  vagito?

Semplicemente PING a cui  seguì un’altrettanta semplice risposta americana:  OK.

Uomini e protocolli

All’inizio non esisteva un’unica rete ma esistevano diverse reti  con un proprio linguaggio che impediva ad esse di interconnettersi, per questo motivo nel 1972 Vinton Gray  Cerf e Robert  Kahn unirono le loro  conoscenze per progettare un linguaggio  comune a tutte le macchine (computer) collegate in rete: il protocollo di Internet TCP/IP (Pdf)

Nel 2005 il presidente degli  Stati  Uniti  George W. Bush ha insignito i due ricercatori  del  riconoscimento Presidential Medal of Freedom la più alta delle onorificenze americane

Nell’ottobre 1990 nasce il World Wide Web, con l’implementarsi  dell’HTML, per opera di Sir Timothy John Berners – Lee

A questo punto, risalendo indietro  nel  tempo e cioè nel 1971, non posso non citare Ray Tomlinson(Amsterdam, 23 aprile 1941 – Lincoln, 5 marzo 2016) inventore della posta elettronica (la mail di uso  comune)

E gli italiani?

Non mi sono  assolutamente dimenticata di loro e per questo  cito i nostri  due pionieri della rete e cioè Luciano Lenzini e Stefano Trumpy

Conclusione

Oggi è il compleanno  di  Facebook, infatti  il social – network per antonomasia è nato il 4 febbraio 2004.

Nessuno, da quel giorno  di  aprile del 1986, poteva immaginare cosa sarebbe diventata la rete con l’ingresso di protagonisti del  calibro di  Facebook (e Instagram), Google, Amazon e altre società che diventano  sempre più grandi (quasi  come degli  stati) commerciando per mezzo di intrusioni nella nostra privacy.

Siamo più liberi, oppure prigionieri di un mondo virtuale in cui  predomina il chiudersi in un recinto dove condividiamo  le nostre idee solo  con gruppi  di persone che la pensano  come noi tralasciando, quindi, il confronto.

La rete che conosciamo  oggi  non è quella pensata dai  suoi  padri, cioè la trasmissione del  sapere in maniera democratica: fake news, odio, razzismo sono i temi  che dominano nelle chat e nei  social.

Forse sarebbe il caso  di  ritornare indietro e ripensare a quello che la rete doveva essere.

Alla prossima! Ciao, ciao………..