Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

Nomadi e loro diritti: stiamo costruendo un muro?

Il muro che ci divide
© caterinAndemme

Quando  le tende sono  alzate e i cavalli pascolano liberamente

i nudi piedi corrono  tra gli  alberi

riuniti  i Rom cantano  nel  sottobosco

Luminita Mihai 

Premessa di una radical  chic

Prima che si inneschi  il solito  BlaBlaBla sul perché di una radical  chic,  come la sottoscritta, prenda le difese dei nomadi  (RomSinti  che essi  siano) voglio precisare che:

Sono  contenta di  essere considerata una radical  chic –  termine inventato  dallo  scrittore e giornalista americano Tom Wolfe nel 1970 –   se  questo  vuol  dire provare empatia per il prossimo.

Soprattutto, quando  si parla di difesa dei  diritti, non possono  esistere etnie (oltre che differenze nel proprio orientamento  sessuale o altro  ancora) a cui   questo venga negato   sulla base di una presunta superiorità morale ritenuta maggioranza.

Infine ladri, assassini  o  stupratori non hanno  bisogno  di  appartenere a nessuna etnia per esserlo.

Sinti,  Rom oppure Camminanti ?

Una differenziazione dovrebbe essere fatta in base ai  caratteri  linguistici dei diversi  gruppi (ve ne sono  circa  50 oltre che a diversi  sottogruppi).

Semplificando  si parla di   popolo rom nell’Europa orientale e meridionale,  mentre di  sinti nei Paesi di lingua tedesca ma anche in Italia, Belgio  e Olanda.

Discorso  a parte sono i Camminanti un gruppo nomade fortemente presente in Sicilia (semi stanziale a Milano, Roma e Napoli) che si  distinguono  dai rom e sinti  e la cui  provenienza storica è molto incerta.

La presenza in Italia di rom e sinti è documentata fino dal  Quattrocento: erano popolazioni  provenienti da Grecia e Albania e, per quanto  riguarda i  sinti di provenienza mitteleuropea.

La definizione zingaro con la quale vengono  generalmente indicati  gli  appartenenti  a queste popolazioni non ha un’origine certa:  qualche storico  lo  fa derivare dal greco  antico Athinganoi  (una setta agnostica stanziata nell’Anatolia centrale); altri  si  spingono a collegarla al persiano  riferendosi  al termine  cinganch  (musicista o danzatore) oppure al  turco  antico con cïgān (povero)  mentre i più fantasiosi  si  spingono a farlo  risalire al  tempo  dell’Antico  Egitto.

Ovviamente esiste un termine con cui i nomadi indicano  chi non lo è: gagè  

Quanti  sono i nomadi  effettivamente presenti  in Italia? 

Il bombardamento mediatico nell’ultimo periodo politico  del nostro Paese,  ad opera soprattutto della componente leghista dell’attuale  governo ( anche sostenuta dalle frange di  estrema destra come gli  appartenenti  a Casa Pound), oltre che ingenerare situazioni gravi  di intolleranza che sfocia nel puro  razzismo porta ad un’errata stima sul numero  di sinti  e rom presenti in Italia.

I dati ISTAT e ANCI, a loro  volta basati su una più ampia stima del Consiglio  d’Europa dicono, per l’appunto, che il pericolo  d’invasione non esiste.

Nell’infografica seguente ho preso in considerazione la percentuale di presenze nomadi in Italia raffrontandole con altri  tre Paesi europei

Percentuale della popolazione nomade in 4 Paesi europei (Italia compresa)

 

Per assurdo avrebbe più diritto a lamentarsi  il Primo ministro ungherese Viktor Orbàn  per quel 7,49 per cento  che straccia il nostro misero 0,25 per cento (nonostante quello  che vuol far credere il  Ministro  degli Interni  Matteo  Salvini).

Perdiamo  il confronto anche con altre nazioni, tra le quali l’Austria con lo 0,42 per cento, la Gran Bretagna con lo 0,36 (non ditemi  che è un’isola quindi protetta naturalmente), la Grecia con 1,56 per cento e la Svizzera con lo 0,38 per cento.

Per concludere vi  lascio  all’anteprima del libro Europei  senza patria di Gino Battaglia 

Quando si pensa a questi europei senza patria, ai Rom, ai Sinti e a tutti quelli che, talvolta con una sfumatura dispregiativa, si chiamano zingari, si dimentica spesso che sono uomini, donne, anziani, bambini, soprattutto bambini. Allora bisogna mettere sulla bilancia anche la loro umanità, i loro bisogni, i loro tentativi, le loro gioie, la loro dignità, il loro ostinato sperare, anche se questo rende forse più difficile formulare un giudizio netto o tenersi le proprie convinzioni. In questo libro sono raccolti episodi, storie, fatti e riflessioni che aiutano a comprendere una condizione, stili di vita, tanti problemi su cui in genere si procede per impressioni, per sentito dire, per partito preso. Europei senza patria ci restituisce insomma quell’umanità ricca, dolente e infinitamente varia che rimane sconosciuta ai più. E, per una volta, bisogna dire che è bene che i conti non tornino tanto facilmente. Un incontro così profondo e intimo è stato possibile grazie all’amicizia con i Rom scaturita dall’impegno di più di venticinque anni della Comunità di Sant’Egidio in loro favore, in Italia e in Europa.

 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del  libro Europei  senza patria di  Gino Battaglia

 

C’è Cannabis e Cannabis: le proibizioni del ministro

Illustrazione della Cannabis sativa
Illustrazione della Cannabis sativa

A volte il fumo  è molto meglio dell’arrosto

Freak Antoni 

Il proibizionismo  che avanza

E’ la nuova crociata del nostro infaticabile ministro dell’Interno  che, tra un comizio  e l’altro e comparsate nei  talk show, ha pensato  bene che l’argomento immigrati e rom possa essere momentaneamente accantonato per aprire un nuovo  fronte, questa volta contro i negozi  che vendono  cannabis light ritenuta (sempre dal nostro  caro ministro) l’anticamera di  tutti  gli sballi possibili e immaginabili.

A questo punto  non vedo perché non si  dovrebbe pensare anche alla chiusura  dei  tabaccai (risaputi spacciatori  di  fumo) e delle enoteche (anticamera per possibili  cirrosi epatiche).

La verità è che il nostro caro  (?) ministro  deve mantenere sempre accesa l’attenzione sul personaggio da lui  creato e  che tanto successo  riscuote   per una parte dei  nostri  concittadini (specie quelli di  Casa Pound).

Dimentica, però, che l’attività commerciale di  questi negozi  è perfettamente legale (fino  a che una legge non dica il contrario) senza poi trascurare le spese per l’apertura dell’attività (soldi incassati in parte anche dallo  Stato).

Per chiudere questo lungo  preambolo cito quello  che ha dichiarato  a proposito  la ministra della Salute  Giulia  Grillo nelle interviste rilasciate sull’argomento:

Non bisogna dare informazioni sbagliate, perché nei canapa shop non si vende droga!

I principi  attivi  della cannabis 

Nella Cannabis sativa sono presenti  più di  400 composti  chimici  dei  quali i più importanti  sono i cannabinoidi (una sessantina) : tra questi il delta- 9 – tetraidrocannabinolo  (THC) il principio  attivo messo  sotto  accusa.

L’ azione del  THC è quella di  legarsi ai  recettori presenti  nei  gangli  alla base del  cervelletto (responsabile delle capacità di  orientamento  spazio – temporale) e, in misura minore, nel tronco  encefalico e nell’ipotalamo nonché in altre strutture cerebrali.

Questi  recettori  sono gli  stessi a cui  si  legano  i cannabinoidi naturali  quali  le endorfine e che provocano, ad esempio, lo sballo  del  corridore cioè quell’euforia simile all’assunzione di  sostanze stupefacenti  (la classica canna: speriamo che il ministro  non voglia proibire anche la corsa)

La concentrazione dei  principi  attivi, come appunto  il THC,  è più bassa nella marijuana ottenuta dalla infiorescenze essiccate della Cannabis sativa rispetto all’hashish ricavata dalle secrezioni della pianta in fiore.

Nell’XI secolo Hasan ibn-Al  Sabbāh   fondò la setta degli  Hašīšiyyūn chiamati così perché gli  adepti erano  dediti  al  consumo  dell’hashish (nome con  cui  gli  arabi  chiamavano  la pianta della canapa) prima di  compiere omicidi: da qui il nome di  assassino.

Nella Cannabis light, venduta nei negozi  legali  di  cannabis, la quantità di  THC è ridotta allo 0,6 per cento: per fare un   confronto  nella cannabis ad uso  medico, come il Bedocran, la concentrazione di  THC è pari al 22 per cento superiore.

C’è anche un altro  aspetto  assolutamente da non sottovalutare come conseguenza dell’apertura dei  negozi  di Cannabis light: l’aver sottratto al  mercato  illegale di  sostanze stupefacenti l’11 per cento dello  spaccio (pari  a circa 200 milioni di  euro l’anno dati  forniti  dagli  stessi organi di polizia).

Quello che dice la medicina

Per la medicina è indubbio l’aiuto della cannabis ad uso  medico  per contrastare l’effetto  di  nausea e vomito indotto  dalla chemioterapia e lo  stimolo  dell’appetito.

Il British Medical  Journal aveva evidenziato come i cannabinoidi avevano un effetto  maggiore in questi  casi  rispetto a tutti  gli  altri  farmaci utilizzati analogamente.

D’altronde già nel 2300 a.C. la medicina cinese aveva scoperto  le proprietà terapeutiche della canapa come rimedio  per la malaria e altre malattie.

Il  Consiglio  superiore della Sanità  riferendosi all’uso  della cannabis light avverte una sua potenziale dannosità dovuta all’accumulo dei principi  attivi nei tessuti tra cui il cervello  e i  grassi.

Inoltre evidenzia una mancata attenzione all’uso in relazione allo  stato fisico  della persona (patologie, gravidanza, interazione con altri  farmaci) e all’età dell’individuo che ne fa uso.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

LGBT, transgender: perchè discriminare?

Identità non omologate © caterinAndemme
Identità non omologate
© caterinAndemme

Ogni  essere umano  è unico: rispettarne la diversità  equivale a difendere la propria e altrui libertà

Emanuela Breda

Identità di  genere : una (NON) questione

 

Osservando il panorama politico  attuale del  nostro  Paese, tendente a un ritorno verso il passato  in cui  il colore nero  non era solo  una questione cromatica e dove parte della morale viene relegata nel  solito  BLABLABLA del  DioPAtriaFAmiglia  ad uso  essenzialmente politico, posso  essere tranquilla sul fatto che la lungimiranza (nonché democrazia intesa come difesa dei  diritti) che lEnte Turismo Sloveno  ha avuto  nei  confronti  delle comunità LGBT non avrà per il momento nessun riscontro  simile nella nostra società.

La questione, pura e semplice è questa: perché le persone con diversa identità di  genere devono  subire delle discriminazioni e additate come perverse (da chi, evidentemente, della sua ignoranza ne fa una bandiera).

Quante sono queste identità?  

Nel  volume Teaching Transgender Toolkit (traducibile in Manuale per comprendere il transgender) scritto  da Eli R. Green e Luca Maurer viene riportato un glossario  con diversi termini: nella tabella  seguente ne ho  scelto cinque che ho ritenuto  essere tra i più  indicativi.

XX oppure XY? Quando un gene si  mette di mezzo

E’ il gene SRY a dire se l’embrione nel  suo  sviluppo  diventerà maschio o femmina: ma non è sempre così!

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….

Ping e fu il primo vagito di Internet in Italia

Aidoru
©caterinAndemme

Adoreremo le immagini  proposte dai  media e saranno queste a definire la nostra personalità.

Gli  idoli  elettronici ci  sembreranno più veri  del  vero perché la realtà sarà interamente definita in base alle nostre percezioni.

Dalla prefazione del  romanzo  Aidoru di William Gibson 

Il primo  vagito 

Le persone che sono  nate il 30 aprile 1986 oggi  hanno quasi  trentatré anni, ma non è del  loro primo  vagito di  cui  voglio parlare.

Sono certa che pensando a quel  fatidico  aprile del 1986, precisamente al 26 aprile,  viene in mente la maionese impazzita della centrale nucleare di  Chernobyl con tutte le conseguenze del dopo.

Ma non è questo  di  cui  vi  voglio  parlare.

Il 30 aprile 1986 a Pisa, precisamente in via santa Maria presso  la sede del  CNUCE  (Centro Nazionale Universitario  di  Calcolo Elettronico) partì il primo  messaggio che avrebbe collegato  l’Italia a quella grande rete informatica che prenderà il nome di  Internet.

Posso  immaginare che ai  Millennials, abituati all’utilizzo  delle tecnologie e sempre  interconnessi, questa notizia possa essere utile quanto sapere del  perché della crisi  delle acciughe in Perù, per tutti  gli  altri, cioè voi, se avete voglia seguitemi leggendo il resto  dell’articolo  (o post se preferite).

Una precisazione sul termine Millennials: in Italia siamo  abituati  a considerare questa generazione come i  nati nell’anno 2000 e dopo tale data.

In effetti  la generazione Y, appunto i Millennials è quella dei  nati fra l’inizio  degli  anni ’80 e la fine degli  anni ’90.

La caratteristica che li  contraddistingue dalla generazione precedente è quella di avere una maggiore familiarità con le tecnologie digitali.

Io, ad esempio, che sono nata il****** (vi piacerebbe saperlo!) e quindi BLABLABLA…

Dunque: questo primo  segnale parte dalla sede del  CNUCE e, attraverso un cavo  telefonico,  arriva alla stazione di  Frascati dell’ Italcable (la concessionaria per l’Italia che gestiva i  servizi  di  telecomunicazioni  internazionali fino  al 1994 quando divenne parte della Telecom), da qui il segnale venne inviato a Fucino  (Abruzzo) dove un’antenna di  Telespazio  lo fece rimbalzare a sua volta nello  spazio  verso il satellite Intelsat IV e, finalmente,  raccolto dalla stazione satellitare del  Comcast in Pennsylvania: in pratica era il primo  collegamento  di un ente italiano  con  quella rete di  computer che allora si  chiamava Arpanet.

Cosa c’era scritto in quel messaggio, cioè in  quel  primo  vagito?

Semplicemente PING a cui  seguì un’altrettanta semplice risposta americana:  OK.

Uomini e protocolli

All’inizio non esisteva un’unica rete ma esistevano diverse reti  con un proprio linguaggio che impediva ad esse di interconnettersi, per questo motivo nel 1972 Vinton Gray  Cerf e Robert  Kahn unirono le loro  conoscenze per progettare un linguaggio  comune a tutte le macchine (computer) collegate in rete: il protocollo di Internet TCP/IP (Pdf)

Nel 2005 il presidente degli  Stati  Uniti  George W. Bush ha insignito i due ricercatori  del  riconoscimento Presidential Medal of Freedom la più alta delle onorificenze americane

Nell’ottobre 1990 nasce il World Wide Web, con l’implementarsi  dell’HTML, per opera di Sir Timothy John Berners – Lee

A questo punto, risalendo indietro  nel  tempo e cioè nel 1971, non posso non citare Ray Tomlinson(Amsterdam, 23 aprile 1941 – Lincoln, 5 marzo 2016) inventore della posta elettronica (la mail di uso  comune)

E gli italiani?

Non mi sono  assolutamente dimenticata di loro e per questo  cito i nostri  due pionieri della rete e cioè Luciano Lenzini e Stefano Trumpy

Conclusione

Oggi è il compleanno  di  Facebook, infatti  il social – network per antonomasia è nato il 4 febbraio 2004.

Nessuno, da quel giorno  di  aprile del 1986, poteva immaginare cosa sarebbe diventata la rete con l’ingresso di protagonisti del  calibro di  Facebook (e Instagram), Google, Amazon e altre società che diventano  sempre più grandi (quasi  come degli  stati) commerciando per mezzo di intrusioni nella nostra privacy.

Siamo più liberi, oppure prigionieri di un mondo virtuale in cui  predomina il chiudersi in un recinto dove condividiamo  le nostre idee solo  con gruppi  di persone che la pensano  come noi tralasciando, quindi, il confronto.

La rete che conosciamo  oggi  non è quella pensata dai  suoi  padri, cioè la trasmissione del  sapere in maniera democratica: fake news, odio, razzismo sono i temi  che dominano nelle chat e nei  social.

Forse sarebbe il caso  di  ritornare indietro e ripensare a quello che la rete doveva essere.

Alla prossima! Ciao, ciao………..