Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Negazionismo contro la verità indiscutibile delle fonti

Il negazionismo (di un evento storico come genocidio o una pulizia etnica o  un crimine contro l’umanità) è una corrente pseudostorica e pseudoscientifica del  revisionismo che consiste in un atteggiamento storico – politico il quale, utilizzando  a fini  ideologici – politici modalità di negazione di  fenomeni  storici accertati, nega ogni  evidenza il fatto  storico  stesso

Fonte Wikipedia

Negazionismo contro  l’evidenza delle prove

Vorrei  essere sorda alle parole di  chi  continua a ripetere che i  campi  di  concentramento  nazisti sono  solo un’invenzione e che, anzi,  i  deportati  in questi luoghi  avevano  tutto il necessario per un soggiorno piacevole quali  cinema, teatro, piscina: farneticazioni rilasciate da un’insospettabile impiegata che nel  tempo  libero  reclutava fascio – nazisti per costituire cellule armate (vedi  articolo dal  sito  Il Cosmo)

Quindi,  le foto di  Francisco Boix,  internato  a  Mauthausen dal 27 gennaio 1941 fino al  5 maggio 1945 giorno in cui l’esercito  americano libera i prigionieri, sono un falso?

Uomini ridotti  a essere solo  scheletri, cadaveri penzolanti dal  filo  spinato e altri uomini  ridotti in schiavitù per trasportare pesi enormi per la costruzione di una scalinata per il piacere dei gerarchi  nazisti, erano  solo  delle comparse?

La storia di  Francisco  Boix

Francisco Boix nel campo di concentramento di Mauthausen
Francisco Boix durante il suo internamento nel lager di Mauthausen

Francisco  Boix in virtù del  fatto  che, prima di  essere internato  a Mauthausen la sua professione era quella di  fotografo, fu assegnato al  servizio identificazione  dei prigionieri  nel  lager gestito  direttamente dalla Gestapo.

La prima falsità che Boix constatò lavorando  all’archivio delle fotografie fu  che esse erano state manipolate a scopi propagandistici mostrando Mauthausen  come un luogo  dove i prigionieri erano ben  nutriti  e felici.

In seguito, scoprendo altre manipolazioni che riguardavano internati  la cui  morte veniva definita accidentale anziché uccisi dalle SS decise, a rischio  della propria vita, di impossessarsi di  alcuni negativi nascondendoli  per poi utilizzarli come testimonianza delle atrocità che avvenivano a Mauthausen.

Una volta libero Francisco  Boix portò la sua testimonianza nei  due processi internazionali  di  Norimberga e Dachau contro  i gerarchi  nazisti responsabili  dei  delitti  avvenuti nel  lager di  Mauthausen: le foto  che a suo tempo  aveva sottratto  dall’archivio  del servizio  identificazioni servirono per smentire coloro che da aguzzini si  ritrovarono  sul banco  deli  imputati  e che asserivano  di non sapere nulla di  ciò che accadeva  praticamente sotto i loro  occhi e per la loro  responsabilità.

Dopo la liberazione di Mauthausen si trasferisce a Parigi dove lavorerà come fotoreporter per diversi giornali e riviste.

Ha solo 30 anni quando nel 1951 muore a Parigi per insufficienza renale.

Ho  scelto di non pubblicare le foto utilizzate da Francisco Boix come testimonianza delle atrocità avvenute a Mauthausen per  sensibilità e rispetto delle vittime ritratte in esse.

Questi  documenti sono visibili  presso il   National  Archives and Records Administration (NARA) di  Washington: una loro  visione sarebbe auspicabile per chi è a favore del  negazionismo

La storia di Francisco  Boix è narrata nel  film Il fotografo  di  Mauthausen opera della regista Mar Targarona (2018)

 Night Will Fall: un altro docu – film contro il negazionismo 

 

 

Nel 1945 la British Army Film Unit commissionò al produttore Sydney Bernstein un lavoro  basato su  quello  dei  fotografi alleati inviati a testimoniare attraverso  le loro  immagini  la tragedia dei  campi  di  concentramento  di  Auschwitz, Dachau e Bergen  – Belsen: il filmato fu molto più inquietante rispetto  ad immagini  statiche nel  denunciare l’orrore dell’Olocausto.

Sydney Bernstein affidò la regia al  regista Andre Singer e chiamò, al termine della produzione, il suo  amico  Alfred Hitchcock per avere un ultimo parere sul docu – film.

Il progettò fu  bloccato  dal  governo inglese perché era il periodo  in cui  stava nascendo il timore per una minaccia sovietica (in pratica si  era  all’inizio  della cosiddetta  Guerra Fredda) e si pensò che non fosse il caso di  alienarsi ulteriormente il sostegno tedesco, per lo meno quello della Germania democratica,  in un’ottica anti – sovietica

Oggi, grazie anche al  restauro dell’Imperial  War Museum, Night Will Fall è visibile al grande pubblico.

TUTTO QUI

ALLA PROSSIMA! CIAO, CIAO...♥♥

Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

L’infanzia nelle storie dimenticate della guerra

Ciò  che ricordiamo  dell’infanzia lo ricordiamo  per sempre:

fantasmi permanenti, inchiostrati, stampati, eternamente in vista

Cynthia  Ozick 

 Storie d’infanzia e storie tradite

Parlare di  bambini  e delle loro  storie è  sempre una questione delicata.

Tanto più dopo che vicende tragiche di  cronaca sono state utilizzate per slogan politici  beceri,  dove i  bambini  diventano  testimonial, a loro  insaputa, in cima a un palco durante un   comizio, in pasto  al pubblico osannante per  le parole del  loro  leader: autentico  campione di ipocrisia.

Detto  questo (chi mi  consce o  chi mi segue saprà certamente a chi  era indirizzato  questo mio  sfogo) passo a raccontare due storie del passato, una accaduta durante la Seconda guerra mondiale, l’altra alla fine di  essa: in questo  caso a narrarla è la scrittrice Viola Ardone  che con il suo  romanzo Il treno  dei  bambini parla di un viaggio  dal  nostro  sud all’Italia settentrionale per salvare bambini  meridionali  dalla povertà e dalla fame.

Alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima del  libro.

Durante la Seconda guerra mondiale

Conosciamo  dalla storia che la colonizzazione italiana  della Libia iniziò nel 1911 con quella ricordata come guerra italo – turca o guerra di  Libia ( 29 settembre 1911 – 18 ottobre 1912)

Nel 1940 la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, associate in un’unica colonia nel 1934, avevano  come governatore del regime fascista Italo  Balbo.

Fu proprio  Italo  Balbo  a volere che i  bambini delle famiglie italiane presenti in Libia, venissero  mandati in Italia come vacanza premio nelle colonie marine nazionali.

Così, nel  giugno  1940, mentre l’esercito  tedesco invadeva la Francia, navi  militari italiane imbarcavano  tredicimila bambini appartenenti  a queste famiglie per portarli in Italia.

Purtroppo  per loro il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra e il Mediterraneo diventa un luogo  non più sicuro per far ritornare questi bambini  alle loro  famiglie.

Inizia in questa maniera una tragedia nella tragedia della guerra: l’Italia stessa è piegata dai  bombardamenti  degli  alleati, molti  dei tredicimila bambini moriranno  sotto le macerie delle città  devastate, per gli  altri non vi è nessuna possibilità di  riabbracciare i propri  genitori, tanto  meno  di  avere un qualunque contatto  con loro.

Tra i  superstiti sono pochi  quelli  fortunati  ad avere la possibilità di  essere accolti presso  parenti: per gli  altri  si apriranno le porte degli orfanotrofi.

Solo  alla fine della guerra e grazie all’azione della Croce Rossa Internazionale e della Chiesa le famiglie poterono  ricongiungersi.

Il dramma per quei  genitori  fu  quello  di  aver visto  partire i loro  bambini  per una vacanza estiva e ritrovarseli  adolescenti senza aver potuto  stare accanto a loro  durante il periodo  più delicato dello sviluppo.

Dal  sud Italia: un viaggio  contro  fame e miseria

E’ una storia dell’infanzia diversa ma forse non meno  tragica da quella descritta precedentemente.

Tra il 1946 e il 1952 l’allora Partito  comunista italiano, insieme all’Unione donne italiane,  organizzò il viaggio  di 70mila ragazzi meridionali verso  le regioni dell’Umbria, Toscana e Emilia Romagna dove famiglie ritenute più agiate si  erano  rese disponibili  ad accogliere i ragazzi meno fortunati  del sud.

Anche questa è una storia italiana poco  conosciuta di un distacco, anche se temporaneo, di una certa infanzia dalle proprie famiglie.

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del romanzo Il treno  dei bambini  di Viola Ardone …

Buona 💋 lettura 

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

Un picnic mancato sul Monte Kenya

Marceremo  a piccole tappe, ridendo  lungo il cammino

dei  viaggiatori  che hanno  visto  Roma e Parigi: nessun ostacolo potrà fermarci;

e abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione,

la seguiremo ovunque avrà voglia di  condurci

Xavier De Maistre

Nessun picnic sul Monte Kenya per Felice Benuzzi 

Xavier De Maistre scrisse Viaggio intorno  alla mia camera (da cui sono tratte le parole all’inizio dell’articolo) durante i 42 giorni di  confinamento nel  suo  alloggio inflitti dal  suo  superiore: girovagò in lungo  e largo per quella stanza trovando l’ispirazione per scrivere e fuggire dalla monotonia della prigionia.

La prigionia di Felice Benuzzi (Vienna, 16 novembre 1910 – Roma, 4 luglio 1988) non era misurata dai passi  percorsi  lungo  la parete di una stanza, ma era pur sempre una condizione in antitesi con la libertà.

Per questo pensò di  riprendersi il senso  della vita scalando quella montagna che ogni  giorno vedeva dal  suo  campo  di prigionia: il Monte Kenya.

 

 

Felice Benuzzi nasce a Vienna (da madre austriaca e padre italiano) ma la sua giovinezza è  a Trieste che lascia per poi laurearsi  in giurisprudenza a Roma.

E’ una persona molto  atletica, ottimo  nuotatore tanto da partecipare a importanti  campionati internazionali di nuoto (immagino  piazzandosi anche nei primi  posti: voi ne siete a conoscenza?).

Ma è durante il suo  periodo  triestino che impara ad apprezzare la montagna dedicandosi all’alpinismo nelle Alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali, avendo  come compagni  di  cordata personaggi  del  calibro  di  Emilio Comici   

Durante la Seconda guerra mondiale viene inviato in Etiopia, precisamente ad Addis Abeba,  per ricoprire la carica di  funzionario  governativo. quando  nell’aprile del 1941 la capitale etiopica viene occupata dagli inglesi, Felice Benuzzi verrà fatto prigioniero e, separandosi dalla moglie e dal figlio, verrà inviato nel  campo  di prigionia 354 a Nanyuki alle pendici  del  Monte Kenya.

L’idea per una fuga

Felice Benuzzi ( a sinistra nella foto) durante la sua prigionia al campo 354 in Kenya

Il Mozambico  è troppo  lontano  per arrivarci  e salpare su  di una nave in direzione dell’Italia: ma in qualche maniera bisogna reinventarsi  la vita,  abbattere la noia, avere uno scopo.

E lo scopo  è lì,  in quei 5.199 metri  di montagna da scalare e conquistare (anche per l’amore patrio).

Sa benissimo  che da solo  non può farcela, quindi sonda tra gli  altri prigionieri  italiani  chi vorrà aderire a questa sua idea di  fuga trovando due compagni:  Giovanni Balletto  e Vincenzo Barsotti 

I tre incominciarono  a chiedere informazioni (con noncuranza per non ingenerare sospetti) ai loro  carcerieri  sull’ambiente e sugli animali  feroci  che si potevano incontrare all’esterno  del  campo.

Poi, ovviamente sempre di nascosto, costruirono  la loro  attrezzatura e accumularono  cibo necessario  alla sopravvivenza.

Il 24 gennaio  1943 i  tre evasero  dal  Campo  354: a loro  disposizione, come unica mappa del  territorio, hanno l’etichetta di una scatola di  carne che raffigura il versante meridionale della montagna, mentre loro  dovranno  affrontare la via più impegnativa posta a nord.

I giorni  trascorrono non senza problemi tra incontri  con animali  selvatici e le riserve alimentari che incominciano  a scarseggiare inoltre, a rendere la situazione ancora più precaria, Barsotti  si  ammala e dovrà rimanere a riposo in una tenda di  fortuna.

Il 4 febbraio Benuzzi insieme a Giovanni  Balletto tentano  l’ascesa alla cresta ovest del Batian  ma vengono  respinti  dalle condizioni  climatiche avverse.

Avranno  maggiore fortuna due giorni  dopo  quando  arrivano  in cima alla Punta Lenana come segno  della loro impresa il tricolore ricavato  da alcuni pezzi  di  stoffa cuciti  insieme (la bandiera verrà ritrovata anni  dopo  da alcuni scalatori  kenioti).

Ormai stanchi  e affamati comprendono  che l’unico modo  per sopravvivere è quello  di  riconsegnarsi alle autorità inglesi  a Nanyuki

Il generale Platt, a comando  del  campo  354, dapprima li  condanna a ventotto  giorni di  isolamento che vengono ridotti  a sette come riconoscimento alla loro impresa sportiva (si sa: gli inglesi  ci  tengono  a queste cose

Il libro

L’avventura di Felice Benuzzi  e dei  suoi  due compagni  verrà raccontata dal protagonista nel  libro Fuga sul Kenya tradotta in più lingue – tra cui  l’ inglese  No picnic on Mount Kenya da cui  ho preso  spunto  per il titolo  di  quest’articolo – che è diventato un bestseller tra i  libri  dedicati alla montagna.

Non ho  trovato un’anteprima in lingua italiana ma solo  quello originale inglese che troverete alla fine (potrà sempre servirvi  come ripasso nello  studio  dell’inglese).

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  No picnic on Mount Kenya di Felice Benuzzi

 

A Dublino, quel giorno di maggio di 78 anni fa

Leggendo Joyce
© caterinAndemme

” Ci incamminammo per la North  Strand Road fino  all’altezza dei Vitriol  Works e poi voltammo a destra lungo la Wharf Road.

Mahony si  mise a fare l’indiano  appena fummo fuori  di  vista. Inseguì un gruppo  di  ragazze cenciose, brandendo  la fionda scarica e, quando due ragazzi  sbrindellati, spinti  da un senso  di  cavalleria, cominciarono  a prenderci  a sassate, propose che li  caricassimo.

Obiettai  che i  ragazzi  erano  troppo piccoli e così ce ne andammo, mentre la banda di  straccioni  ci  gradava dietro  “Swaddlers! Swaddlers*!”

*Termine dispregiativo con cui  i  cattolici  si  riferivano  ai protestanti

Tratto  da Gente di  Dublino  di James Joyce

Quel  giorno  del 31 maggio 1941, a Dublino

Aveva piovuto nei  giorni  precedenti, come del  resto accade a Dublino anche in primavera, ma quel  giorno  della fine di  maggio il sole sbucato  tra le nuvole, preludio  a un estate che da lì a poco  sarebbe arrivata, invogliava a lunghe passeggiate per le strade.

A Ròisìn il sole piaceva , ancora di più godendo  del  suo  tepore   camminando  affianco a colui che presto sarebbe diventato  suo  marito.

Per questo  voleva parlare dei preparativi  per la nozze quando all’improvviso il suo pensiero venne interrotto da un rumore assordante proveniente dal cielo, facendole comprendere   che  tutto stava per  cambiare.

Naturalmente  Ròisìn (si pronuncia Roscìn) è un personaggio  di pura fantasia che ho  inventato per creare un po’  di pathos nel  ricordo  di  quel 31 di  maggio  di settantotto anni fa.

Fu un errore di  rotta che portò i bombardieri  della Luftwaffe lontano  dal  loro  obiettivo, cioè Belfast,  scaricando le bombe sulla neutrale Dublino causando un notevole numero  di  vittime e danni materiali.

La tragedia ebbe  l’immediato  effetto di indurre molti irlandesi ad arruolarsi  nell’esercito britannico per combattere il nazi-fascismo.

Sennonché l’Éire fu l’unica nazione appartenente al  Commonwealth *a dichiararsi  neutrale (lo è tutt’ora e l’impego  dei  suoi  soldati avviene solo per missioni  di pace delle Nazioni Unite): l’Inghilterra si  adoperò per un ripensamento del  governo  irlandese ma l’allora primo  ministro Éamon de Valera rifiutò ogni  tipo  di  accordo in base alla scarsa fiducia sul fatto  che gli inglesi  mantenessero le promesse, e sul fatto  che le conseguenze della guerra civile di  vent’anni prima pesava ancora sulla popolazione rendendo impossibile l’impegno  nel partecipare a un altro  conflitto.

In realtà Éamon de Valera aveva una certa simpatia per Adolf Hitler sicuro che, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa dai  nazisti, la Repubblica d’Irlanda ne avrebbe tratto giovamento.

Quattro anni  dopo  la fine della Seconda guerra mondiale, l’Éire  uscì dal Commonwealth diventando, nel 1955, membro  delle Nazioni  Unite e dell’allora CEE (oggi Unione Europea): fu in quel  periodo che la Germania indennizzò l’Irlanda per il bombardamento  di  Dublino.

L’epilogo amaro  per i volontari  irlandesi

Furono  molti  tra i  volontari irlandesi a morire sul fronte, eppure, una volta terminata la guerra, al loro  rientro in patria vennero  accusati di  tradimento per aver rotto  la neutralità del  loro  Paese combattendo per l’esercito  inglese.

Conseguenza di  questo gli uomini si  videro  negare il diritto di partecipare ai concorsi  per un impego pubblico e il diritto  a percepire una pensione.

Solo nel 2013 il Parlamento irlandese presentò una legge (poi approvata) per ristabilire la giusta considerazione verso  questi uomini  che si  sacrificarono  per combattere il nazi-fascismo.

Ho iniziato l’articolo  citando un passo  di  Gente di  Dublino di  James Joice, quindi  mi  sembra giusto  terminare con l’anteprima di  questo libro.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  Gente di  Dublino  di  James Joyce

 

Nancy Wake: il Topo Bianco contro il nazismo

Partigiane © caterinAndemme
Partigiane
© caterinAndemme

Credo  che ognuno  di  noi possa vincere la paura facendo  le cose che ha paura di  fare

Eleanor Anna Roosevelt 

Preludio alla nascita del  Topo Bianco 

 

Nancy Wake
Nancy Wake

Nancy Grace Augusta Wake nasce a Roseneath  (WellingtonNuova Zelanda) il 30 agosto 1912,  ultima di  sei  figli dopodiché, due anni  dopo, l’intera famiglia si  trasferisce a Sidney in Australia.

La madre, Ella Wake, ben  presto  si  ritrovò sola ad accudire i  suoi  figli perché il marito  pensò  bene di  abbandonarla per far ritorno  in Nuova Zelanda.

La vita è dura in questi  frangenti, ma se si  ha carattere si  ha anche il coraggio  di  intraprendere decisioni che cambieranno  la propria vita:   Nancy, all’età di  sedici  anni,  va via di  casa (la storia non dice se con il bene placito  della madre)   per poi intraprendere la carriera infermieristica.

Con  una piccola eredità ricevuta da una sua zia, la vita di Nancy  cambia ancora una volta: con quei  soldi  andrà prima a New York e in seguito a Londra dove intraprenderà la carriera di  giornalista.

Dalla capitale inglese passa a quella francese:  a Parigi diventerà una delle più giovani  corrispondenti dell’impero  mediatico   dell’editore statunitense William Randolph Hearst.

Il suo impegno  da giornalista la porterà in Austria nel periodo  dell’ascesa di  Adolf Hitler: ed è qui che, essendo  testimone diretta delle persecuzioni in confronto alla popolazione di  origine ebraica, nasce in lei un’avversione totale per il  regime nazista.

L’ alleanza della Lega di  Matteo  Salvini con il partito  dell’ultradestra tedesca Afd è  il segno di  quanto  la storia diventa tabula rasa per chi   vuole riscriverla a scapito  della nostra democrazia.

 

La nascita del  Topo Bianco

Il 30 novembre 1939 sposerà l’industriale francese Henri Edmond Fiocca: l’anno  seguente, quando  la Francia viene invasa dall’esercito  tedesco, lei  si prodigherà per aiutare la resistenza francese anche grazie all’aiuto  economico  del marito.

Collaborando  con i partigiani riuscirà  a far fuggire molti  ufficiali  e soldati inglesi bloccati in Francia dopo la ritirata di  Dunkerque in quella che fu  chiamata Operazione Dynamo.

Nel 1943 Nancy Wake, scoperta dalla Gestapo, deve fuggire da Marsiglia: il marito  le promette che al più presto  l’avrebbe seguita nella fuga, ma una spia al  soldo  dei  tedeschi lo fece catturare e, dopo  essere stato  torturato per estorcergli informazioni sulla resistenza, verrà fucilato.

Nancy Wake scoprirà questa tragedia solo  alla fine della guerra.

Anche lei, però, verrà  catturata a Tolosa, solo  che i  nazisti non sapevano  effettivamente chi  lei  fosse: un conoscente inventerà una storia di relazione extraconiugale  che convince i  carcerieri  a rilasciarla dopo  quattro  giorni  di  prigionia.

Attraversando i Pirenei, dalla Spagna arriverà in Gran Bretagna.

Lo  Special Operation Executive (SOE) riconoscendo in lei volontà e notevole autodeterminazione l’arruolerà e, dopo aver passato  brillantemente il difficile percorso  d’addestramento militare, la notte tra il 29 e il 30 aprile 1944 verrà paracadutata in Auvergne dove prenderà contatto  con i  maquis comandati  da Henri Tardivat.

Ma il maschio  sciovinista si  fa sentire anche in questi  frangenti: Tardivat pensò che una donna potesse essere solo  d’intralcio ai  suoi  piani, ricredendosi quando la vide in azione specie durante  l’assalto  al  quartier generale della Gestapo a Montluçon  (dipartimento  dell’Allier) dove uccise a mani  nude una sentinella che stava per dare l’allarme.

Intanto  la Gestapo aveva messo una taglia di cinque milioni di  franchi  sulla testa di  Nancy Wake dandole anche un nome in codice per identificarla: il Topo Bianco 

L’epilogo della vita di  Nancy Wake 

Alla fine della guerra Nancy Wake venne insignita di  alte onorificenze da parte dei  governi  della Nuova Zelanda, Australia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

In seguito  lavorò per il Ministero dell’Aereonautica britannico e per le ambasciate inglesi  di Parigi  e Praga.

Ritornò in Australia dedicandosi  alla politica: solo  questa volta, nella sua vita, gli  esiti  furono deludenti.

Nel 1957 sposò il capitano  della RAF John Forward.

Nel 1960 entrambi  decisero  di  far ritorno in Australia (ancora una volta lei  si  candidò per le liste liberali e ancora una volta il risultato  fu quello dell’esperienza precedente).

Nel 1985 i  coniugi Forward lasciano  Sidney per una vita da pensionati  a Port Macquarie: in questa cittadina lei  troverà tempo  e ispirazione per scrivere la sua autobiografia e cioè Il Topo Bianco che venne ristampato in migliaia di  copie e tradotto  in più lingua (non so  se esiste un’edizione in italiano).

Il 19 agosto 1997 il marito  John Forward muore. quattro  anni  dopo (2001) Nancy Wake lascia di nuovo  l’Australia per recarsi a Londra.

Nel 2003, quando  ha raggiunto l’età di novant’anni, decide di  ritirarsi presso  la Casa per veterani Royal Star and Garter.

L’avventurosa vita di  Nancy Wake termina la domenica del 7 agosto 2011 presso il Kingston Hospital dove era stata ricoverata per un’infezione ai  polmoni: aveva novantotto anni

Le sue ceneri  vennero  sparse nel  villaggio  di Verneix in Francia

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

A quanti vorremmo dire: “Take that”

Take that, Adolf
Copertina di Take that, Adolf!

Un supereroe è un personaggio  immaginario di  fumetti, narrativa, cartoni  animati o film che si  caratterizza per le sue doti di  coraggio e nobiltà e che generalmente ha abilità straordinarie dette superpoteri, rispetto  a quelle degli  esseri umani normali, oltre a possedere un nome e un costume pittoresco.

I supereroi trascorrono la maggior parte del  loro  tempo combattendo  contro  alieni, mostri, supercriminali  e disastri  naturali

Tratto dalla voce supereroi  di  Wikipedia

Se Hitler avesse letto  i  fumetti…

Potendo  tranquillamente asserire che Hitler non abbia mai letto  i  fumetti  della Marvel Comics (fondata nel  1939 con il nome di Timely Publications), se mai  ne avesse avuto occasione si  sarebbe molto  risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Eppure il regime nazista, sempre   alla ricerca di fonti  esoteriche e studi iniziatici , si  sarebbe chiesto  se dietro  a  quel  Captain America eroe, anzi  supereroe,  che  in un fumetto prendeva a sberle il führer, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per abbattere il nazismo prima del  tempo.

Take that, Adolf ! (traducibile in italiano  con un prosaico  Beccati  questo, Adolf) è un antologia di  tutti  i 500  fumetti  che, tra il 1940 e il 1945, hanno  avuto  come protagonisti  i  supereroi,  da Captain America a Wonder Woman passando per Daredevil,  in avventure dove il malcapitato Adolf  veniva sbeffeggiato e  usato  come punching ball.

Purtroppo  la storia, quella vera e non quella dei  comics, è stata quella  dolorosa dei  campi  di  concentramento, delle vittime civili e dei  soldati morti in combattimento.

Ancora più dolorosa è vedere oggi  come la libertà e la democrazia, acquisite dopo  lotte di liberazione, vengono quotidianamente calpestate da coloro  che, per volontà o  ignoranza, vogliono ritornare indietro  al tempo  dei  regimi  totalitari.

A queste persone dedico l’anteprima del  fumetto Take that (dove al posto del nome Adolf potrei  mettere,  ad esempio, quello  di  Matteo..ogni  riferimento è voluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di  Take that, Adolf!

588^ Reggimento: Le Streghe della Notte

Le Streghe della Notte © caterinAndemme
Le Streghe della Notte
© caterinAndemme

Se le donne in Russia possono lavorare per le ferrovie, perché non possono volare nello  spazio?

Frase attribuita a Valentina Terešcova, prima astronauta donna in Russia

1941: le Streghe volano ma non sulle scope

Quell’anno la futura prima astronauta russa aveva appena sette anni e la Russia aveva ben  altro  a cui  pensare che mandare una donna (o un uomo) nello  spazio:

L’Operazione Barbarossa fu il nome in codice usato dalla Germania per l’invasione della Russia.

Il 22 giugno  1941 le truppe tedesche diedero inizio al più sanguinoso teatro  bellico  della Seconda guerra mondiale.

Nei  quattro  anni  successivi all’invasione decine di milioni di militari  e civili furono uccisi  o patirono enormi  sofferenze  sia a causa delle cruenti battaglie che per le condizioni  di  vita estreme.

Ed è a questo punto che nella Storia (si, con la S maiuscola) si deve parlare del coraggio  e della determinazione delle donne russe le quali non vedevano  l’ora di  scendere in battaglia per combattere il nemico.

Anche dal cielo.

Si  dice che l’entourage prettamente maschile degli  alti  comandi  dell’esercito  russo avesse dei pregiudizi sulle donne pilota, cioè non le considerava idonee a pilotare aerei  da combattimento.

 

Marina Raskova
Marina Raskova

Marina Raskova, maggiore delle forze aeree  dell’URSS e membro  del  Soviet supremo, era dotata di  forte carisma che utilizzò per convincere Stalin a creare  reggimenti aerei  con equipaggio  completamente femminile.

Penso  che  Joseph Stalin non abbia dovuto  faticare molto  a concedere quanto  richiesto  da Marina Raskova perché  l’ 8 ottobre 1941, cioè a soli  quattro  mesi dall’invasione,  autorizzò la costituzione di  tre reggimenti  aerei  femminili:

586^ caccia

587^ bombardieri

588^ bombardieri  notturni sotto il comando del maggiore (nonché matematica e fisica) Irina Rakobolscaya.

Il 588^ reggimento  era equipaggiato con biplani Polikarpov Po – 2 costruiti  in legno e tela.

Erano  dei  biposto monomotore con doppi comandi originariamente destinati  all’addestramento  piloti: l’aereo  non disponeva di  nessuna strumentazione per il  volo  notturno e per il puntamento  delle bombe, la navigazione avveniva esclusivamente utilizzando bussola, mappa e un cronometro.

Il 588° volò in missioni di bombardamento e di disturbo sino alla fine della guerra.

Il reggimento arrivò ad essere composto da 40 equipaggi (il cui nome di  battaglia era Le Streghe della Notte), ognuno con due componenti. Le aviatrici del reggimento eseguirono oltre 23.000 missioni e sganciarono circa 3.000 t di bombe. Fu l’unità dell’Aviazione Sovietica femminile più decorata.

Trentuno  donne appartenenti al 588^ reggimento morirono durante le missioni di  combattimento.

Il libro 

Affinché questa storia di  eroismo  femminile non andasse perduta ci  ha pensato la  giornalista Ritanna Armeni  la quale, basandosi  su l’intervista fatta a Irina Rakobolscaya (morta a 96 anni  nel 2016), ha scritto il libro Una donna può tutto dove Le Streghe della Notte rivivono il loro  eroismo.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Irina Rakobolskaya
Irina Rakobolskaya

Le chiamavano Streghe della notte. Nel 1941, un gruppo di ragazze sovietiche riesce a conquistare un ruolo di primo piano nella battaglia contro il Terzo Reich. Rifiutando ogni  presenza maschile, su fragili ma agili biplani, mostrano l’audacia, il coraggio di una guerra che può avere anche il volto delle donne.
La loro battaglia comincia ben prima di alzarsi in volo e continua dopo la vittoria. Prende avvio nei corridoi del Cremlino, prosegue nei duri mesi di addestramento, esplode nei cieli del Caucaso, si conclude con l’ostinata riproposizione di una memoria che la Storia al maschile vorrebbe cancellare.
Il loro vero obiettivo è l’emancipazione, la parità a tutti i costi con gli uomini. Il loro nemico, prima ancora dei tedeschi, il pregiudizio, la diffidenza dei loro compagni, l’oblio in cui vorrebbero confinarle.
Contro questo oblio scrive Ritanna Armeni, che sfida tutti i «net» della nomenclatura fino a trovare l’ultima strega ancora in vita e ricostruisce insieme a lei la loro incredibile storia.
È Irina Rakobolscaya, 96 anni, la vice comandante del 588° reggimento, a raccontarci il discorso, ardito e folle, con cui l’eroina nazionale Marina Raskova convince Stalin in persona a costituire i reggimenti di sole aviatrici. È lei a descriverci il freddo e la paura, il coraggio e perfino l’amore dietro i 23.000 voli e le 1100 notti di combattimento. E a narrare la guerra come solo una donna potrebbe fare: «Ci sono i sentimenti, la sofferenza e il lutto, ma c’è anche la patria, il socialismo, la disciplina e la vittoria. C’è il patriottismo ma anche l’ironia; la rabbia insieme alla saggezza. C’è l’amicizia. E c’è – fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla».

Prima di  concludere una curiosità: il gruppo  heavy power metal svedese Sabaton ha dedicato il brano Night Witches proprio alle pilotesse russe (anche se il correttore mi  dice che è sbagliato io scrivo lo stesso  pilotesse).

Alla prossima! Ciao, ciao..


Anteprima del libro Una donna può tutto  di  Ritanna Armeni 

 

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…