Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

L’intelligenza delle piante

Rosaluce ©caterinAndemme
Rosaluce
© caterinAndemme

Siamo preoccupati  che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Non possono  fuggire, ma le piante sanno  come difendersi

Non so  se quella delle ortiche sia una difesa attiva o passiva, fatto  sta che quando  scivolai lungo un sentiero, atterrando su  di un cespuglio di  Urtica dioica, assaporai a mie spese quanto le piante  non siano per nulla indifese.

Nel  caso  dell’ortica il cocktail di  sostanze urticanti è formato da serotonina, istamina, acetilcolina, acido acetico, acido  butirrico, acido  formico racchiuse in una struttura chimica non ancora del  tutto chiara ai  botanici (comunque vi  assicuro che l’effetto pruriginoso è devastante).

Ovvio  che  i peli  dell’ortica (tricomi) sono solo  uno dei  mezzi  che le piante utilizzano  per difendersi, poi vi altre sostanze tossiche come i  tannini che rendono  le foglie amare e quindi non commestibili oppure una difesa chimica ancora più sofisticata è quella che, ad esempio, utilizza la pianta di  tabacco per avvertire il predatore dei  suoi  parassiti  che il pranzo è in tavola.

Curiosamente è proprio la nicotina presente nelle foglie della pianta di  tabacco a dare un aiuto al bruco del lepidottero Manduca sexta: infatti  una parte della nicotina che non viene metabolizzata da esso, viene espulsa a scopo  repellente: la nicotina non metabolizzata dalla saliva passa agli spiracoli (organi dell’apparato  respiratorio  degli insetti) in modo da saturare l’aria immediatamente circostante il bruco infastidendo gli  altri insetti  nelle vicinanze (lo stesso  che mi  capita quando  qualcuno  vicino  a me si  fa di  spinelli, sigari o sigarette oppure fuma il calumet della pace)

In caso  di  aggressione lanciano  l’allarme per le altre piante 

Studi molto  recenti  hanno  evidenziato  come le piante comunicano  tra le loro  componenti in caso  di un’aggressione da parte di un erbivoro: lo  schema seguente spiega (in maniera moto  elementare…non sono  una botanica) come avviene questo  meccanismo  e quanto  sia simile a ciò che accade ai  vertebrati  in un caso  simile

 

Per concludere la parola allo  scienziato 

Stefano  Mancuso è uno scienziato a livello mondiale, insegna all’Università di  Firenze e dirige il Linv  (International Laboratory of Plant Neurobiology): i  suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo  vegetale (quindi su  di una sua forma di intelligenza) ha conquistato  parte del mondo  scientifico ma, soprattutto, ha un forte appeal tra il pubblico  che lo  segue e che legge i  suoi  libri.

Per concludere (questa volta sul serio) vi  lascio  all’anteprima di uno  dei  suoi  più celebri libri e cioè Plant Revolution.
Buona lettura e buon fine settimana.
Alla prossima! Ciao, ciao...♥ 

Plant Revolution (anteprima) 

Una pianta non è un animale. Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica. Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi. Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

Quando le farfalle volavano con i dinosauri

Il tuo respiro è lieve come il battito delle ali di una farfalla © caterinaAndemme
Il tuo respiro è lieve come il battito delle ali di una farfalla
© caterinAndemme

Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono  anche le creature più effimere che esistano.

Nate chissà dove, cercano  dolcemente solo poche cose limitate, e poi  scompaiono silenziosamente da qualche parte.

Haruki Murakami 

Una farfalla extralarge

Ho  conosciuto solo un paio  di persone che fuggivano  alla sola vista di una farfalla: tale fobia rientra in quella chiamata entomofobia e riguarda la paura verso  tutti gli insetti.

Come ho  già scritto più volte, la mia paura verso le forme animali riguardano  tutte le specie che hanno più di  quattro  zampe o, al  contrario, non ne hanno  per cui  deambulano  strisciando (ovviamente anche l’incontro  con un Grizzly mi darebbe una certa dose di  ansia).

Per cui  potevo dichiarare tranquillamente di  essere immune alla paura provocata dalle graziose farfalle.

Sennonché, la farfalla ritratta nell’immagine seguente  (che ho  fotografato in Friuli a Tramonti  di  Sotto) date le sue dimensioni  extralarge, mi fece ricredere sulle mie paure riguardo  agli insetti: cautamente incuriosita  mi  avvicinai per osservarla meglio (a dir la verità avevo pensato  ad un peluche incollato al palo).

 

 Archivio fotografico © caterinAndemme
Archivio fotografico
© caterinAndemme

 

In seguito contattai  sia l’Istituto  di  Zoologia dell’Università di  Genova che i curatori  del  sito Polyxena per conoscere l’identità della farfalla: entrambe le risposte concordavano  con il fatto che si  trattava di una specie asiatica forse fuggita da qualche allevamento privato e che l’unica farfalla presente in Italia che si poteva avvicinare a quelle dimensioni  era la Saturnia pyri cioè la falena più grande d’Europa.

Peccato: avevo  sperato  di  scoprire una nuove specie a cui avrebbero  dato il mio  nome: Caterinensis Andemmichiae (bello, vero?).

Cosa che invece è accaduta a sir David Attenborough a cui i scopritori di una nuova specie di  farfalla scoperta in Amazzonia ne attribuirono il nome: Euptychia attenboroughi (foto in basso)

 

Euptychia attenboroughi
Euptychia attenboroughi

 

Prima dei  fiori  le farfalle 

 

© caterinAndemme

 

 

La scoperta di microscopiche scaglie di  ali di  farfalla in sedimenti di un’antica laguna posta a Brunswick (Germania del  nord)  hanno portato i ricercatori  del Boston College e dell’Università di  Utrecht ad ipotizzare che le farfalle siano  comparse ben  prima dei fiori e cioè 200 milioni  di  anni  fa (i primi  fiori  fecero  la loro  apparizione settanta milioni  di anni fa)  e cioè in pieno  Giurassico 

La domanda che i  ricercatori  si  sono posti è come potevano  sopravvivere le farfalle senza fiori?

Ebbene la risposta che si  sono  dati è stata grazie al polline delle gimnosperme (esempio le conifere) e alla trasformazione delle loro  mandibole (quelle delle proto  farfalle e non dei ricercatori)   in quella specie di  proboscide chiamata spirotromba adatta a penetrare nelle cavità delle conifere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Concludo con l’anteprima della guida Farfalle del naturalista  Sandro Ruffo , oltre che augurarvi un felice 25 aprile (che non è la data di un semplice derby tra fascisti  e comunisti  come dice qualcuno  che dimentica cosa sia la democrazia).

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro Farfalle di Sandro  Ruffo 

Piccole storie (presunte) di fantasmi

Poltergeist © caterinAndemme
Poltergeist
© caterinAndemme

Ogni  apparenza e forma sottratta alla terra,

ogni  accidente di  nascita e specie erano  ormai  scomparsi

Non c’era traccia di nulla su  quel  viso  di luce,

da sotto  la pietra spaccata

si  levava soltanto  lo  spirito  di  lei;

lei, proprio  lei, soltanto lei  splendeva visibilmente,

attraverso il suo corpo

Fantasima (1805) di Samuel  Taylor Coleridge

Quali  fantasmi?

Che i  fantasmi  siano  passati  di moda?

La domanda mi  sembra essere  pertinente  considerando il fatto che, avendo lo sguardo puntato sulle ultime notifiche del  nostro  smartphone e le orecchie occupate da cuffie dove la musica sparata a palla ci  regalerà un futuro  da sordi ( a proposito dai un ‘occhiata al mio  articolo), il nostro povero  fantasma converrà che ectoplasmi e rumore di  catene non hanno più spazio  nell’era contemporanea.

A meno  che:

  trovandoci  in una casa isolata,  in mezzo a una foresta, dove non vi  è copertura per la rete telefonica , di  notte, con un temporale e con la sola luce di una candela (colpa di un fulmine che ha polverizzato  la centralina elettrica), vi  viene in mente quello  che ha raccontato la vostra amica riguardo ad una misteriosa uccisione avvenuta proprio lì (nella casa) e vi  state chiedendo se è solo  fantasia quei  passi strascicati che salgono  la scala verso  la vostra camera da letto..

A questo punto, se non siete morte prima di  spavento (diventando  voi  stesse fantasma), tutta la modernità di  questo mondo non vi  servirà a scacciare quelle paure ancestrali insite nel nostro  DNA mentale.

Comunque, ritenendo  di  aver esagerato con la descrizione di  cui  sopra,  può anche essere che, in un condominio  moderno, in centro  città, dove tutto  funziona e la luce della strada nasconde quella delle stelle, abbiate la visita di un poltergeist  

Anche in questo  caso niente paura: la scienza ci  dice che si  tratta di illusione e…basta credere a ciò che ci  dice la scienza.

Piccole storie di  fantasmi  

Nel 1998 Vic Tandy, ricercatore presso l’Università di Coventry (Regno Unito) e il suo  collega Tony Lawrence, furono chiamati  ad esaminare uno  strano  caso  di presenze ultraterrene in una ditta che si occupava della produzione di  apparecchiature mediche (quindi niente  casa nel  bosco).

Gli impiegati interrogati  dai  due scienziati  riferirono di  avere la sensazione di una presenza invisibile nell’ambiente in cui  lavoravano.

Vic Tandy, essendo uno scienziato  e quindi votato  alla razionalità, liquidò il tutto come psicosi  collettiva.

Finché una notte, mentre stava facendo  ulteriori  verifiche nei locali  della ditta, avvertì un calo  della temperatura e l’apparire di una figura spettrale in un angolo  della stanza.

Ripresosi, la storia non dice quanto  tempo  dopo e se era fuggito buttandosi  giù da una finestra, ritornò ad essere lo  scienziato razionale che era: verificò che non vi  fossero perdite nei  contenitori  di  gas utilizzati per le apparecchiature mediche. Accertato che questa non era la causa della sua visione, passò ad esaminare altri  strumenti  che producevano  infrasuoni  

Questi  strumenti, avendo una frequenza di  vibrazione inferiore ai 20 Hz, quindi  non udibile dall’orecchio umano, generava a livello  neurofisiologico quello  che poteva essere definito un fantasma mentale.

Due anni  dopo, questa volta in Canada, Michael Persinger della Laurentian University, utilizzò i  campi  magnetici  per stimolare il cervello  di un paziente dell’età di  45 anni che accusava la fastidiosa visione di  spiriti  di ogni  genere.

Attraverso  questo  tipo di  stimolazione Persinger e colleghi riuscirono  a evocare nella mente del  soggetto in cura la visione di un fantasma (come se non bastassero  quelli  che  già vedeva): gli  scienziati  ebbero conferma della loro  tesi  e cioè che era l’effetto  di un campo magnetico a produrre le visioni.

La conferma arrivò esaminando un secondo  caso  dove questa volta ad essere vittima di  oscure presenze  era una ragazza, in precedenza colpita da una lesione cerebrale,   che sentiva sulla sua spalla sinistra la presenza di un bambino.

La causa di questa manifestazione venne trovata in un orologio  elettrico posto  accanto  al  letto della ragazza: gli impulsi  magnetici  emessi  dall’apparecchio andavano in qualche modo  a colpire la zona in cui  era presente la lesione cerebrale della donna.

Dunque non abbiate paura: quell’ectoplasma che vi  sta di  fronte se chiudete gli occhi  sparirà…forse.

Alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima del libro L’ora degli spettri una raccolta di  racconti  di  diversi  autori dalla metà dell’Ottocento  fino  alla metà del  Novecento.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao...


Anteprima del libro  L’ora degli  spettri

 

Il sano sonno

Donna che si  addormenta leggendo un libro ©caterinAndemme
Donna che si addormenta leggendo un libro
© caterinAndemme

Io dormo  nuda, altrimenti  non prendo  sonno: ma non pensare che sia un invito, perché se solo  respiri nella mia direzione t’inchiodo il cetriolo a quella trave.

Non frugare tra la mia roba, non rompermi  le palle, e sono sicura che andremo  d’accordo.

Sogni  d’oro.

Tratto  dal  film Innamorati cronici 

Mai  di  sera 

Una volta e cioè quando ancora   esisteva  Carosello, le ore ventuno sancivano  la messa a nanna di  tutti i bambini.

Oggi  che Carosello è argomento  di  archeologia televisiva e i  bambini  a letto  ci  vanno  quando  gli  pare (almeno  a me sembra così), potremmo, dovremmo, applicare tale regola allo spegnimento di smartphone, tablet, ebook reader, monitor e BLaBlaBla: tutti  quei device che, emettendo  luce blu, hanno la proprietà di inibire il rilascio  di  melatonina il cosiddetto ormone dl  sonno.

Secondo quanto  scritto in questo articolo , pubblicato su  Repubblica.it, la luce blu non causerebbe danni  diretti  alla vista ma solo il problema riguardo  alla qualità del nostro sonno.

Quando il sole tramonta (e Dracula incomincia a svegliarsi)

ghiandola pineale
Posizione della ghiandola pineale

Quando il sole tramonta la ghiandola pineale posta nel  cervello (vedi  la figura a lato- click per ingrandire -)  incomincia a produrre melatonina la quale, come ho  scritto in precedenza, ci prepara al  sonno, nel  senso  che prima di  addormentarci ed entrare nel mondo dei  sogni  bisogna passare quella fase (della durata di una ventina di  minuti) in cui  siamo  in uno  stato  di  dormiveglia: si perde il contatto  con la razionalità, la percezione dell’ambiente che ci  circonda è distorta e il cervello fa associazioni non razionali del  tipo farvi  credere che colui  (o colei) che vi  dorme accanto sia il pronipote dello Yeti.  

 

Secondo  alcuni  ricercatori è proprio nella fase del  dormiveglia che la creatività può aver un’impennata e portarci  ad intuizioni  geniali (quanto potrei  ricavarci vendendo la pelliccia del  pronipote dello  Yeti?).

Cosa succede quando  le pecore che abbiamo contato sono  finalmente nell’ovile? 

La temperatura del  nostro  corpo gradualmente si  abbassa (così come la frequenza cardiaca e la pressione sanguinea), ma non solo: secondo  una ricerca del  2013 effettuata dal Centro  di  neuromedicina dell’Università  di  Rochester, è a questo punto che il sistema glinfatico  dell’encefalo  (alternativo  a quello linfatico) si  attiverebbe per smaltire i  rifiuti  metabolici  del  cervello  (vedi l’articolo pubblicato  sul sito  de Le Scienze)

I cicli del  sonno

Ogni  ciclo  del  sonno ha la durata di 90 – 120 minuti  che si  alternano  in tre fasi: nelle prime due il sonno diventa sempre più profondo fino  ad arrivare alla terza fase che è quella del  sonno Rem  (rapid eye movements) dove appunto  sogniamo.

Dalle tre di notte  in poi le fasi  Rem si  allungano e possono  arrivare a durare anche 50 minuti  nelle prime ore del  mattino: per questo motivo è più facile ricordare i  sogni del primo  mattino  che quelli  nella notte fonda.

Il risveglio  graduale nell’uomo corrisponde a un aumento  del  testosterone e conseguente incremento del  desiderio  sessuale (il suo) mattutino: se avete dormito male, oppure volete continuare a dormire e il sesso  è per voi l’ultima cosa a cui  pensare, potete ricorrere alla minaccia che Meg Ryan proferisce nel  film Innamorati  cronici (la stessa che ho riportato  all’inizio  dell’articolo).

Quanto  dobbiamo  dormire? 

La cosa è soggettiva: c’è  chi  si  accontenta di poche ore di  sonno (4 o 5) senza riscontrare un calo  delle performance durante la giornata e chi, al  contrario, deve dormire almeno  otto  ore.

Io appartengo  a quest’ultima categoria perché meno  di otto  ore di  sonno  per me equivalgono a poter sostenere il ruolo  di uno  zombie in The Walking Dead  

Alla prossima! Ciao, ciao…

Paura del buio? E’ l’evoluzione

 

The ghost in the darkness © caterinAndemme
The ghost in the darkness
© caterinAndemme

La notte è ambivalente, costringe a fare esperienze delle due facce contraddittorie del  sacro.

Per alcuni è il luogo  del  riconoscimento, del  conforto, dell’interiorità, ma per altri incarna la paura, una minaccia di  cui  essi ignorano di  essere gli  stessi  creatori.

I mostri non sono  nell’oscurità, ma nel  timore che gli uomini ne hanno.

David Le Breton – Camminare 

Il buio  e la paura oppure paura del  buio?

Non ho  paura del  buio vivendo in una casa in mezzo  alle altre, in una via certo  silenziosa (a parte le urla dei  gatti in amore) ma ben illuminata.

Avrei  paura del  buio  se, come in tanti film horror, dovessi  vivere in una villa solitaria, nel  mezzo  di un bosco, lontano miglia (o  chilometri, fate voi) dal primo  avamposto umano e,  sempre in quel  luogo, nel passato  vi  sono  state morti  e sparizioni misteriose.

Perché questo è il cliché dei  film horror.

Eppure, adoro  dormire in tenda, perché come scrive David Le Breton nel  suo  libro  Camminare (trovate l’anteprima del libro in questo  articolo) :

Addormentarsi  sotto  la pioggia, protetti  dalla tela di una tenda o  di un tetto, è un piacere che giustifica le fatiche del giorno, e lascia un ricordo  imperituro, avviluppati  nel proprio  sacco a pelo come in un sogno

Se non siamo  affette da licantropia o  vampirismo, per cui  la notte diventerebbe il nostro  habitat abituale, è normale avere paura del  buio anzi, come in passato  ha detto Mathias Clasen, ricercatore al  Dipartimento  di  Estetica e Comunicazione dell’Università di Aarhus (Danimarca) nonché studioso  di  letteratura horror:

L’attrazione per ciò che ci  spaventa è parte della nostra evoluzione: i nostri progenitori vivevano  in un mondo  pieno  di pericoli ed erano  preda facile per gli  animali  che spesso  li  assalivano  proprio  di notte.

Traducendo ciò che voleva dire il ricercatore danese, se siamo  attratti  dalle storie di paura è perché  abbiamo ereditato  dai  nostri  antenati il  riconoscimento  della minaccia (insieme al timore dell’oscurità) per cui, attivando una serie di meccanismi  di  difesa,  cioè pupille che si  dilatano, cuore che aumenta i  battiti e   muscoli maggiormente  irrorati  dal  sangue, ci preparerebbero alla soluzione più logica per affrontare il pericolo: la fuga.

Per cui essere fan  di   The Walking dead oppure di American horror story non sarebbe altro  che un’allenamento per mantenere al meglio quel riconoscimento  alla minaccia e relativi meccanismi  di difesa.

Vi lascio con l’augurio  di un buon fine settimana e l’anteprima di L’orrore di Dunwich scritto dal  maestro del  genere H.P. Lovecraft 

P.S. Ma voi  dormite con la luce accesa?

Alla prossima! Ciao, ciao...


No, la Terra non è piatta

Earth 2019 © caterinAndemme
Earth 2019
© caterinAndemme

Ci  sono più cose in cielo  e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia

William Shakespeare – Amleto 

Quando l’algoritmo  suggerisce che la Terra sia piatta

Non ho la presunzione di salire in cattedra per dire che ciò  a cui  credo  sia la verità assoluta, ma per favore non venitemi  a dire che la nostra cara vecchia Terra anziché rassomigliare ad un magnifico  globo  azzurro che si  staglia nel  nero  dell’universo, abbia la forma di  una frittella, anzi  che sia proprio  piatta tanto  che circumnavigare il globo sarebbe un rischio  assoluto  trovandoci, alla fine, a penzolare nell’infinito.

Prima dell’avvento  di Internet nella forma che conosciamo oggi – e che Sir Timothy John Berners – Lee   propone un ritorno  alla origini (articolo) – i fautori della Terra piatta potevano  solo  sbandiera la loro  bibbia a sostegno  di questa tesi e cioè il libro di Samuel Birley Rowbotham (ciarlatano  di professione deceduto  nella Londra del dicembre  1884) dal titolo più che eloquente Zetetic astronomy: Earth Not a Globe.

Dopodiché i terrapiattisti sembravano  prossimi all’estinzione (per cause naturali o internamento in un manicomio) ma, al contrario, hanno  ritrovato nuova energia proprio grazie alla rete: nel 2015 i video sulla Terra piatta  erano all’incirca 50. mila (pur sempre un bel  numero), nel 2018 sono saliti a 19,4 milioni naturalmente custoditi e visibili  principalmente su  YouTube.

La colpa degli algoritmi  di  Google sarebbe quella di attirare l’attenzione  delle persone su  di un determinato  argomento (la Terra piatta, ad esempio) associando  contenuti fra loro simili e, con una specie di  osmosi, far si che questi  contenuti recepiti da una particolare categoria di  utenti (i terrapiattisti, appunto) vengano riproposti attirando  consensi da chi è già predisposto  a recepire questo  tipo  di informazione come vera.

Ashley Landrum
Ashley Landrum

 

Nel  recente incontro  annuale dell’American Association fo  the Advancement of Science tenutosi  a Washington, la dottoressa Ashley Landrum  (Texas Tech  University) ha riportato il risultato di un suo  studio teso  a comprendere di  come determinati eventi  culturali possano influenzare la comprensione umana nei  riguardi  della scienza: dall’intervista che lei ha condotto presso  qualche decina di  terrapiattisti è emerso  che queste persone si  sono  convinte che la Terra sia piatta unicamente dopo aver visto  dei  video  su  YouTube.

 

 

 

 

 

Eppure, settantatré anni  fa 

 

la terra vista dallo  spazio - 24 ottobre 1946
La prima foto della Terra dallo spazio, preso 24 ottobre 1946. Immagine: US Army / Laboratorio White Sands Missile Range / Fisica Applicata

 

Il 24 ottobre 1946 un razzo  V2  fu  lanciato  dalla base di  White Sands Missile Range nel   New Mexico.

A bordo  di  questo  razzo  era installata una cinepresa da 35 millimetri che immortalò per la prima volta il nostro pianeta visto  dal  di  fuori.

Vi sembra che la Terra sia piatta?

Alla prossima! Ciao, ciao…

Carne o vegetali? Magari entrambi

Brassica oleracea © caterinAndemme
Brassica oleracea
© caterinAndemme

“Qualora in tal giorno ed in tal luogo
non mi doveste rendere la somma
o le somme indicate nel contratto,
la penale sarà una libra esatta
di carne, della vostra bella carne,
da asportarvi dal corpo di mia mano
dalla parte che più vi piacerà.”

William Shakespeare –  Il mercante di  Venezia 

Ma Buddha era vegetariano?

Sukaramaddava è una parola in sanscrito (lingua notoriamente a me sconosciuta) che vorrebbe dire delizia del maiale: quindiparlando  di  Buddha, l’accostamento della frase con il risvegliato è passabile di  blasfemia.

Fatto  sta che in un recente articolo pubblicato  su Il Venerdì di  Repubblica (22 febbraio 2019), incentrato  sul libro La scelta vegetariana scritto  da Paolo  Scarpi  e Chiara Ghidini,  veniva messo (quasi) in dubbio l’essere completamente vegetariano del  Buddha   (Siddhārtha Gautama) asserendo che, nel  suo ultimo  pasto, egli  avrebbe mangiato  carne di  maiale.

” Giunto  a Pāvā fu invitato  a pranzo  da un certo  Cunda, li tenne un discorso  sui  monaci, alcuni  dei  quali sono malvagi  come le erbacce in un campo e ammonendo a non considerare la veste, ma il cuore retto  come segno  di  eccellenza.

Lasciata la casa di  Cunda e diretto  a Kušināgara il Buddha si  sentì male e, sedutosi, chiese ad Ānanda di procurargli  dell’acqua dicendogli  che fu il cibo  di  Cunda a condurlo  alla fine e che l’indomani sarebbe dovuto  andare a ritrovarlo per ringraziarlo e che non piangesse per questo, ma che se ne rallegrasse.”

Eppure le fonti storiche dicono che il Buddha sia morto per aver mangiato  funghi  velenosi e che, quindi, la parola Sukaramaddava è riferita a un particolare tipo  di  funghi di  cui i maiali erano  molto  ghiotti  e non all’animale stesso.

In effetti il buddismo  insegna a non recare danno  a nessun essere vivente, tanto  meno ucciderlo, per cui  la logica conseguenza è che l’unico  cibo  consentito sia solo  quello  di  natura vegetale.

Però, c’è sempre un però, si  dice anche che il Buddha, sapendo  che i  suoi monaci  sarebbero  vissuti  di elemosina, avrebbe loro  consentito il cibarsi  di  carne offerto  in dono purché l’animale non venisse ucciso  specificatamente per il loro beneficio: in pratica un piccolo  escamotage  all’ortodossia religiosa.

Possiamo mangiare la carne? 

Secondo una ricerca della Oxford University  del 2015 noi dobbiamo  mangiare la carne (con buona pace per i  vegan) perché è ottima per lo  sviluppo  del cervello, per i muscoli e, dulcis in fundo,  per la fertilità.

Non contenti  di  questo i  ricercatori  britannici hanno proseguito nell’elencare i  vantaggi del mangiare carne dicendo che:

La carne rossa sviluppa un particolare grasso  omega – 3 il DHA, protettore dei  vasi  sanguinei.

la carne rossa contiene  vitamina B 12  (cobalamina) essenziale per lo  sviluppo del sistema nervoso centrale e la conseguenza di una dieta vegetariana durante la gravidanza può essere creare danni  neurologici al feto.

La vitamina B 12  comunque può essere assunta anche attraverso  altri prodotti  di origine animale quali uova e latte.

Se da una parte abbiamo  quindi il via libera al consumo di carne, un’altra istituzione come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)  avverte che le carni  rosse lavorate (i  salumi  per intenderci)  rientrano  nel gruppo 1 della classificazione delle sostanze cancerogene, mentre le carni rosse non lavorate rientrano nel  gruppo 2A cioè solo potenzialmente cancerogene per l’essere umano.

E’ ovvio  che tutto  dipende dalla quantità: c’è una certa differenza dal mangiare una bistecca una tantum rispetto a un bue intero per cena.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro La scelta vegetariana  di  Paolo Scarpi e Chiara Ghidini

copertina del libro La scelta vegetarianaEssere vegetariani per la specie umana è una scelta, non un’inclinazione naturale. L’uomo è un onnivoro, non un vegetariano ‘per stomaco’, come lo sono i ruminanti, per esempio. È per questo importante capire quando in una società, in una cultura, in un certo periodo storico, in uno stato, in un gruppo, in una setta si decide di allontanarsi dal regno della carne. Si tratta sempre di una scelta culturale, e nella maggior parte delle volte è quasi sempre espressione di una prospettiva religiosa. L’obiettivo di questo libro non è giustificare, sostenere, schierarsi, né analizzare il fenomeno contemporaneo, che ha avuto nell’ultimo decennio una accelerazione imprevista. Semplicemente, si vogliono descrivere momenti storici in cui questa scelta è avvenuta. Si tratta di raccontare la Storia, con le sue disomogeneità e disuguaglianze, con le sue discontinuità e contraddizioni, percorrendo il tempo e gli spazi geografici dell’Asia e dell’Europa. Si va da Pitagora agli orfici passando per il buddhismo, il confucianesimo, il monachesimo e i catari, per approdare nella Cina di Mao e alla Casa Bianca nella cucina di Michelle Obama. Senza mai dimenticare che l’essere umano non è solo un mangiatore biologico, ma è soprattutto un consumatore-mangiatore simbolico e sociale.

(Ponte Alle Grazie – euro 16)

 

Divagazioni sulle lacrime

Do not Cry for Me/©caterinAndemme
Do not Cry for Me
© caterinAndemme

La cura per ogni  cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare.

Karen Blixen 

Piangere oppure lacrimare

C’è  una certa differenza tra piangere e lacrimare:

Si può piangere  per diversi motivi: per dolore, per rabbia e per amore.

Oppure, molto più semplicemente, a farci lacrimare è la cipolla che stiamo pelando.   

Detto  questo  devo  ammettere che  mi  commuovo (abbastanza) facilmente nelle scene commoventi  di un film commovente: ed è per questo motivo  che, il più delle volte, preferisco storie dove i  dotti lacrimali possono essere lasciati al loro ozio oppure, al contrario, richiamati  al loro umido  lavoro per qualche frame  ridanciano.

Si può anche simulare l’inizio  di una crisi  di pianto: quando, ad esempio, bisogna convincere il partner che, nonostante la realtà dei  fatti, è sempre lui (o lei o leilui) quello  ad essere in torto.

A volte funziona.

Ma di  quale tipo  di lacrima stiamo  parlando? 

Come ci informano   le esperte e gli  esperti in lacrimonologia (branca della scienza che ho  voluto inventare) esistono divedersi  tipi  di lacrima:

Lacrime Basali 

Sono necessarie per mantenere costante l’idratazione degli occhi quindi, in questo  senso,  si possono  considerare un collirio  naturale.

La loro  composizione è fatta praticamente di  acqua (il 98 per cento) con una minima percentuale di  elettroliti come i sali  di sodio, potassio cloro, più qualche decina di proteine diverse nonché amminoacidi, glucosio, e il lisozima un enzima a funzione battericida.

Lacrime da irritazione 

E’ il tipo  di lacrima provocato dall’effetto pelatura di  cipolla ma anche dalla polvere  o  dai gas lacrimogeni sparati  dalla polizia  se siamo  coinvolte in cortei non (molto) autorizzati.

Lacrime emotive

Uno studio*  ha  messo in evidenza che alla base di  questo  tipo  di lacrima vi  sia la presenza principale di  due neurotrasmettitori: la leucina – encefalina e la prolattina: la prima è un endorfina con  la capacità di  provocare sollievo e alleviare il  dolore; la seconda è una risposta fisiologica dell’ipofisi  allo  stress.

William Frey, biochimico presso  l’Università del  Minnesota, ha condotto lo studio  sulle lacrime di origine emotiva arrivando alla conclusione che esse sono una valvola di  sfogo quando il livello  di  stress è arrivato  al suo limite e, quindi, il pianto liberatorio, oltre che diminuire la tensione, può avere anche la proprietà di prevenzione all’infarto 

La ricerca di  William Frey ha stabilito inoltre che noi donne in media piangiamo 5,3 volte al  mese (è quel virgola tre che mi lascia un po’ perplessa: pianto  a singhiozzo?) mentre gli uomini lo  fanno  solo  per 1,3 volte al  mese ( si  vede che pelano meno  cipolle).

Inoltre, il nostro  caro  William cronometro  alla mano, ha stabilito che il pianto  di una donna dura in media dai  cinque ai sei minuti, contro  quello  dell’uomo che va dai due ai  tre minuti (mezz’ora se è la squadra del  cuore a perdere).

Essendo  dati  ricavati  da ricerche sperimentali, mi rimane un dubbio  su  come lui  abbia fatto piangere i  soggetti esaminati.

Il libro 

Tom Lutz, docente di  Letteratura inglese presso l’Università dello  Iowa, ha scritto in passato un libro sulla Storia delle lacrime (anteprima alla fine dell’articolo).

Storia delle lacrime - Tom LutzGioia, dolore, delusione, sconfitta, successo: gli stati d’animo legati al pianto sono pressoché infiniti, e innumerevoli sono le modalità, i rituali, le prescrizioni che ogni epoca e ogni cultura hanno adottato per regolarne l’uso. Nessuna altra specie è capace di piangere, esattamente come nessuna altra specie, all’infuori dell’uomo, possiede la capacità di comunicare mediante il linguaggio. E che le lacrime siano una forma specifica di comunicazione umana, le arti figurative, la poesia, il teatro sembrano averlo saputo da sempre, poiché ne hanno fissato da tempo immemorabile i canoni espressivi. Come le lacrime di un neonato segnalano il suo bisogno di nutrimento e protezione, il pianto implica in genere un desiderio, un’aspettativa o una preghiera. Chi soffre di particolari forme depressive non piange più, perché ha perduto ogni speranza di vedere esauditi i propri desideri. Le lacrime versate dagli innamorati possono esprimere voglia di intimità e al contempo paura dell’intimità. Le lacrime di cordoglio segnalano la nostra aspirazione a invertire il corso del tempo e rimediare magicamente alla perdita, così come la consapevolezza dell’irrealizzabilità di questo desiderio. Scrivere delle lacrime significa dunque addentrarsi in territori che vanno dalla scienza alla letteratura, dall’antropologia al mondo delle emozioni, dalla religione all’arte, dipanando il filo di una storia parallela a quella dell’umanità.

  Alla prossima! Ciao, ciao……...


Anteprima del libro Storia delle lacrime di Tom Lutz

ASRM: il sussurro antistress

Un soffio, un sussurro © caterinAndemme
Un soffio, un sussurro
© caterinAndemme
La sensibilità  di noi  donne è legata all’immaginazione e alle terminazioni nervose auditive.
Probabilmente l’unico modo  per far si  che ascoltiamo  è sussurrarci qualcosa all’orecchio.
Il punto  G è nell’udito, chi lo cerca più in basso perde il suo  tempo e anche il nostro.
Isabel Allende, Afrodita

Il sussurro come antidoto allo stress

Immaginiamo di  vivere in un mondo  dove ogni parola o  suono non superi il livello sonoro pari  al battito  d’ala  di uno stormo d’uccelli che si innalza  in volo.

Sarebbe praticabile la vita?

Oppure,  il rumore è necessario (alcune volte) per farci  sentire vivi?

A queste domande non so  cosa (diavolo) rispondervi: posso  solo  dirvi  che ascoltare Thunderstruck degli  AC/DC  in sordina è inammissibile (a meno  che la reazione dei  vicini  non sia quella di mandarvi un drone per bombardarvi), mentre entrare a fare acquisti in negozi  come Bershka, dove la musica è sparata a palla sui  clienti  e sui  poveri  commessi (magari  a loro non interessa) può provocare cardiopalma, nervosismo  e un inizio  di  sordità (ed è per questo che  i mei  acquisti non li  faccio  da Bershka & C.).

Asrm  Autonomous sensory meridian response (Asrm)  

La Autonomous sensory meridian response (Asrm) indica quella sensazione di  formicolio in varie parti  del  corpo accompagnata da uno  stato  di  rilassamento mentale.

A provocare questo  stato  sono diversi stimoli: dalla forma di un pensiero fino a quelli  di natura visiva, uditiva o  tattile.

In una delle mie scorribande serali in rete ho quindi  scoperto l’esistenza dell’Asrm e di  quel mondo  dove autentiche guru del  sussurro ( da alcuni  chiamate ASRMtist)  postano i loro  video su  YouTube riscontrando un enorme successo.

Ma cosa fanno per avere così tanto  successo?

Sembra banale ma è  la cosa più facile del mondo: bisbigliano, producono  suoni come picchiettare le unghie su un barattolo  di  plastica oppure passando un pennello  da trucco  sul microfono o ancora si  spazzolano  i capelli.

Ho  voluto provare di prima persona l’effetto  benefico che poteva avere su  di me uno di  questi  video, ne ho  trovato uno  dove il suono  della pioggia si protraeva per più di  mezz’ora: purtroppo, dopo una decina di minuti, quel suono non ha fatto  altro  che stimolare la mia vescica e, di  corsa in bagno, ho  dovuto  interrompere l’esperimento.

Fuori  di ogni  dubbio  la mia scelta è stata quella errata.

Quando nasce  l’Asrm come fenomeno  sociale? 

Quelli  che sono più informati  della sottoscritta fanno risalire il tutto a quando internet non  era che agli  albori e cioè ad uno show andato in onda tra gli  anni 1983 e 1994: The Joy of Painting.

Lo show, che ha vinto  anche tre Emmy,  era condotto  dal pittore americano  Bob Ross: in ogni puntata, della durata di  mezz’ora, il pittore intratteneva il pubblico insegnando loro  le tecniche per dipingere un paesaggio completandolo nei tempi previsti dal programma.

Venne accertato  che tutto l’impianto  della trasmissione provocasse nel pubblico una sorta di  empatia emozionale. provocata dalla sua voce calma e dal  lavoro  del pennello  sulla tela.

Bisogna, però, risalire al 25 febbraio  del 2010 affinché il termine Asrm sia quello più attinente al fenomeno  che oggi  conosciamo: infatti quell’anno nacque il gruppo  Facebook  Autonomous Sensory Meridian Response Group per volere di Jennifer Allen e in risposta alle domande di molti utenti  a riguardo delle sensazioni che provavano ascoltando  alcuni suoni  elementari.

La scienza cosa ne dice? 

Quello dell’Asrm viene attentamente studiato dalla neurologia tanto  che la Shenandoah University (Winchester, Virginia -USA)  ha creato il sito ASRM University  dove gli utenti possono porre   domande e ricevere informazioni attraverso  articoli postati da specialisti e medici.

Conclusione 

E’ ovvio che le reazioni ad ogni  stimolo  sensoriale varia da individuo a individuo (come avete letto  il suono  della pioggia ha su  di me un effetto  diuretico) ma non per questo il fenomeno  delle ASRMtist è da ridicolizzare, anzi, essendo proprio il contrario, alla fine dell’articolo  troverete uno  di  questi video che (dovrebbero) aiutare a fare sogni  felici.

Buonanotte.  

Alla prossima! Ciao, ciao……..