In viaggio verso le stelle e mondi alieni

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Mi domando  se le stelle sono illuminate è perché ognuno un giorno  possa trovare la sua

Antoine de Saint Exupéry

In viaggio  verso  le stelle con la fantascienza

La fantascienza   ha aperto la mente alla  possibilità dell’incontro della nostra civiltà con una aliena:  peccato  che, a parte di pochissime eccezioni, l’alieno in questione sia stato  sempre visto come un predatore del  tipo  Alien & C.

Del  resto, vista l’attuale situazione in cui  viviamo  a causa della pandemia, penso  che un ignaro ET in visita sulla Terra verrebbe immediatamente messo in quarantena o magari multato per aver contravvenuto alle regole del distanziamento  sociale.

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Julie Novakova

Julie Nováková, astrobiologa e scrittrice di  successo, la pensa diversamente, tanto  da collaborare con l’European Astrobiology Institute   per la divulgazione e l’educazione per l’appunto dell’astrobiologia.

Il suo impegno si  concentra in una raccolta di  racconti  di  fantascienza scritti  da   autori celebri ( sono assenti autrice come Ursula Le Guin)  e incentrati  sulla scoperta di forme di  vita abitanti  di  altri pianeti.

Strangest of Hall è il titolo dell’opera liberamente scaricabile da questa pagina  (se non volete leggerlo  direttamente da qui):

Strangest-of-All-Anthology-of-Astrobiological-SF

All’Italia  piace viaggiare verso  le stelle

Parlare di  imprese  spaziali significa per noi  italiani  associare il concetto a nomi  quali Samantha Cristoforetti, Luca Parmitano, Franco  Malerba e altri (l’elenco  completo lo potete trovare in questa pagina di  wired.it).

La  voglia di  spazio  italiana non si  ferma ai nomi dei nostri  astronauti : a parte Galileo Galilei, nel  corso  dei  secoli gli  scienziati  italiani  coinvolti nella scoperta dell’Universo hanno  avuto il privilegio di vedere il loro  nome associato a crateri lunari, asteroidi, comete e altri  corpi  celesti.

Eppure non si  vive solo di  stelle ma anche di denaro: la Space – Economy è il motore economico  che già da adesso muove ingenti  capitali e che nel  futuro la farà ancora di più.

La semplice slide che vedete in basso (sempre opera dell’assistente Gatto  Filippo) può rendere l’idea, mentre per un approfondimento  preferisco  rimandarvi alla pagina dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana)…..ma poi  ritornate qui!

I giovani non  hanno  la testa tra le nuvole, ma nello  spazio

Ultimamente i giovani  sono il bersaglio preferito  nei  media in relazione alla movida  (termine ormai desueto) e gli  epiteti che si  possono ascoltare o  sentire su  di  loro  vanno  dal  classico menefreghisti, al più rustico debosciati per terminare con il rude e testosteronico  teste di *****  (lascio a voi riempire gli  asterischi con la parola mancante).

Al  contrario  non si  vuole parlare dei giovani sottopagati, sfruttati e di  come per loro la parola futuro è a tinte fosche.

Poi, i più fortunati,  sono i cosiddetti cervelli  in fuga che al  termine degli  studi  trovano opportunità di  lavoro (e stipendi proporzionati) all’estero.

Qualcuno  di loro, poi, vede nella Space economy ulteriori possibilità di  lavoro: nel  totale delle ventidue nazioni  che fanno parte dell’Esa (European Space Agency) gli italiani  che hanno fatto  domanda all’Agenzia rappresentano più di un terzo  del  totale e, molto importante sotto ogni punto di vista, è che l’Italia è al primo posto per le candidature femminili.

Concludo con le parole di Fëdor Dostoevskij tratte dal  suo  racconto  giovanile (1848) Notti  bianche:

Era una notte meravigliosa, una di  quelle notti che possono  esistere solo  quando  siamo  giovani, caro lettore.

Il cielo era così pieno  di stelle, così luminoso, che guardandolo  veniva da chiedersi: è mai  possibile che vi  sia sotto questo  cielo gente collerica e capricciosa? ⌋   

Il libro

Nell’articolo  ho  citato Ursula Le Guin, quindi pubblico l’anteprima del suo romanzo  I reietti dell’altro pianeta.

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C’era un muro… Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte.

Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.

Sui dei fronti del muro, due pianeti gemelli, Urras e Anarres, illuminati da uno stesso sole ma divisi da una barriera ideologica antica di secoli. Urras è fittamente popolato, tecnologicamente avanzato, ricco, florido, retto da un’economia liberista. Da qui sono partiti nella notte dei tempi i seguaci di Odo che hanno colonizzato l’arido Anarres, fondandovi una comunità anarchico-collettivista che non conosce concetti come proprietà, governo, autorità. In questa società apparentemente perfetta nasce Shevek, genio della fisica alle prese con un’innovativa teoria del tempo, un vero cittadino del cosmo che dedicherà la vita ad abbattere il muro che separa da sempre i pianeti gemelli.

Un’ambigua utopia, come recita il sottotitolo originale del romanzo, I reietti dell’altro pianeta è una grandiosa narrazione che, fingendo di parlare del futuro, racconta il mondo di oggi. Un classico della science fiction del Novecento che, caso quasi unico, ha ricevuto i due più importanti riconoscimenti del genere, il Nebula e l’Hugo.

 

 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vulcania: il progetto postumo di Katia e Maurice Krafft

 

Vulcania

La Terra ci  fornisce sul nostro  conto più insegnamenti di  tutti i libri. perché ci oppone resistenza: misurandosi con l’ostacolo, l’uomo  scopre se stesso

Antoine de Saint-Exupéry

Vulcani, una coppia e la loro  passione 

Sull’argomento  vulcani  ho precedentemente scritto l’articolo  Vulcani, supervulcani e carestie: questa volta parlerò sempre di  vulcani ma di  come la passione per essi  ha unito  una coppia di  scienziati  francesi, della loro idea realizzata in un Parco  tematico e della loro tragica fine durante una  missione scientifica.

Vulcania

In questa vecchia foto  del 1980 sono  ritratti  i coniugi Katia e Maurice Krafft già famosi come i primi tra i  vulcanologi a filmare e fotografare i vulcani in attività durante le loro manifestazioni, furono uccisi da una colata piroclastica durante l’eruzione del monte Unzen in Giappone il 3 giugno 1991: lei  aveva quarantanove  anni, lui  quarantacinque.

Si erano  incontrati  per la prima volta all’Università di  Strasburgo dove Katia seguiva il corso  di geochimica mentre Maurice quello  di  geologia.

Entrambi, però, avevano un insegnante in comune: il grande vulcanologo  Haroun Tazieff il quale, dopo  che i  futuri  coniugi  Krafft si laurearono, li portò con se in Italia per studiare l’Etna ( sembra che il connubio  durò ben poco  a causa di  dissapori  tra la coppia e il vulcanologo  già affermato negli i ambienti  dei  mass media oltre che a quelli  scientifici).

Capire quale vulcano era in attività e se era  degno  di  attenzione negli  anni pre – Internet non era certo  cosa facile, per questo i coniugi  Krafft entrarono  a far parte del programma  Global  Volcanism della Smithsonian Institution, dove ancora oggi  convergono le comunicazioni da tutto il mondo sulle eruzioni  in corso, notizie  fondamentali  per chi di professione è vulcanologo ma non solo (il link è stato  messo proprio per placare ogni  curiosità) .

 Il loro progetto  da pensionati era quello  di  vivere alle Hawaii costruendo una casa vicino  al cratere del Kīlauea.

Vulcania

Vulcania

Era il grande sogno  di Katia e Maurice: un gigantesco parco  tematico dedicato  ai  vulcani  da svilupparsi  nelle viscere della terra in una regione ricca di  vulcani  spenti  come il Puy- de- Dôme: l’Auvergne

Il progetto fu  subito  contestato dai  geologi  che lo  vedevano  come una Disneyland scientifica (ma i Parchi  tematici  nascono proprio  per coniugare il divertimento  con l’apprendimento) e con gli  ecologisti  che temevano l’impatto  su  quel  territorio dei  possibili  visitatori  (allora ne erano  previsti  all’incirca 420.000 l’anno).

Nonostante queste riserve nel 2002 Vulcania apre le porte al pubblico raggiungendo, fino a oggi, la quota di oltre cinque milioni  di  visitatori, numero  inferiore a quello previsto in fase progettuale ma pur sempre considerevole.

Vulcania si  trova nel  comune di  Saint-Ours nel Puy-de-Dôme a una quindicina di  chilometri  da  Clermont-Ferrand

INFO

Galleria fotografica 

Quando  ho  visitato  Vulcania mi ricordo  di  aver fatto una lunga fila, ma il  disagio  è stato  ampiamente ripagato dall’allestimento  delle sale che, in maniera chiara a tutti  (anche a una profana come me), portano il visitatore nella geologia e genesi  dei  vulcani.

Queste poche foto non sono  assolutamente esaustive a riguardo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Antartide tra scienza e (pseudo) misteri

Il fascino dell’ignoto  domina tutto

Omero

Antartide, Lovecraft  e valli secche 

“….l’ultima parte del viaggio fu un’esperienza intensa e stimolante per la fantasia. Grandi vette nude e misteriose si  susseguivano  senza posa a ponente mentre il basso  sole nordico di mezzogiorno o l’ancor più basso sole di  mezzanotte, radente l’orizzonte meridionale, rischiarava di luce rossastra le nevi  bianche, i ghiacci bluastri, i canali  che li separavano e, qua e là, nere chiazze scoperte di pendii granitici. Tra le cime desolate si incanalavano rabbiose ed intermittenti raffiche del  terribile vento  antartico, le cui modulazioni facevano  a volte vagamente pensare a   zampogne suonate selvaggiamente…..”

Non trovate che questa descrizione di H.P. Lovecraft tratta dal suo romanzo  Le montagne della follia sia già il presupposto per predisporre la mente alla fascinazione dell’ignoto?  

Di Lovecraft ho già scritto in precedenza a riguardo di un suo  presunto (altamente improbabile) passaggio in Italia e dei misteri del  delta del Po che lo avrebbero ispirato in parte per le sue storie ( articolo ), ma adesso, lasciando a dopo  l’argomento dell’ignoto, voglio  fare una piccola digressione su  quelle zone del’Antartide considerate tra i luoghi più aridi  della Terra  e che si  estendono   su  di una superficie di  5.000 chilometri  quadrati vicino  al Canale di  McMurdo: sono le Valli secche (McMurdo Dry Valleys

Antartide
Mcmurdo Sound

 

L’aridità è la conseguenza dovuta all’azione dei venti  catabatici (o  venti  di  caduta) che, spazzando  via l’aria umida oceanica, ne fa diminuire le precipitazioni  annuali.

 

Antartide

 

Un’altra caratteristica che contraddistingue questo sistema di  valli è quella della presenza di  acqua liquida durante la stagione estiva che, ovviamente, non sarà quella dei  tropici.

Cosa ancora più importante dal punto di  vista scientifico è la scoperta da parte degli  scienziati  della Nasa di  forme di  vita ancestrale: non si  tratta degli esseri primigeni  nati dalla fantasia di  Lovecraftma di  forme batteriche che riescono  a sopravvivere nella relativa umidità presente nelle rocce e di  altri batteri  anaerobici che basano  il loro  metabolismo su elementi  chimici  quali lo  zolfo  e gli ossidi  di  ferro

 Antartide e il mistero del  Lago  Vostok

La seconda parte di  questo articolo  è dedicato a ciò che la fantasia può produrre se la mente si  trova davanti  a un quesito apparentemente insolubile.

E’ ciò che il Lago  Vostok, il più grande dei  settanta laghi  subglaciali finora conosciuti, nasconde  al suo interno.

Si è scritto  di  tutto a riguardo: dai mostri  antidiluviani che vivono  in esso come se fossero in una specie di  habitat simile a quello  inventato  da Julius Verne in Viaggio  al  centro  della Terra, fino ad arrivare alla presenza di un’astronave aliena precipitata in Antartide e che ricorda molto la situazione già vista in La cosa da un altro mondo

Ho  trovato che il film diretto  nel 1951 da Christian NyBy  sia molto più godibile del  suo  remake  La cosa  girato nel 1982  da John Carpenter per la sua deriva all’horror di  tipo  splatter.

Dopo questa divagazione cinematografica ritorniamo  al Lago  Vostok

Antartide
Radarsat: immagine dallo spazio del Lago Vostok

Tra gli  anni 1959 e 1964  durante una serie di  spedizioni  scientifiche russe in Antartide il geografo  russo Andrej Petrovič  Kapica, utilizzando tecnologie di  allora che prevedevano l’analisi  di onde sismiche, scoprì l’esistenza del  Lago  Vostok, cosa confermata nel  corso  degli  anni  con analisi  più approfondite grazie all’apporto  di nuovi  strumenti  di  ricerca.

Tratto da Wikipedia

La  grandezza del lago  fu  determinata solo  nel 1966 grazie alla collaborazione tra scienziati  russi  e inglesi.

Quasi  quattro chilometri  di ghiaccio separano  le acque del  lago  dalla superficie e, grazie a questa specie di incubatrice e al fatto che si  tratta di un lago  di  acqua dolce, si è arrivati  alla conclusione che possa esistere in esso un microambiente vecchio di milioni  di  anni.

Il 7 marzo 2013 i  ricercatori rilevarono la presenza di batteri di origine sconosciuta all’interno del Lago  Vostok: questo  tipo  di  batteri presenta un’alta resistenza alla concentrazione di ossigeno presente nel lago (nessun lago  terrestre ha una simile percentuale di ossigeno) e ciò parrebbe del  tutto  simile all’ipotesi di  forme di  vita che si potrebbero  trovare sotto  i ghiacci di  Europa, uno dei satelliti  di  Giove.

Ma se la presenza di  queste forme batteriche  potrebbe essere l’innesco per la paura di  possibili  contaminazioni di origine sconosciuta (purtroppo la situazione che si  sta creando per il coronavirus cinese è una realtà), è un altro motivo per cui si  accreditano  tesi al limite della fantascienza, infatti le ricerche riscontrarono la presenza di un misterioso oggetto metallico insieme a una notevole variazione del  campo magnetico  naturale.

E’ inutile aggiungere che tutte la zona, nonchè le ricerche in essa,  sono  secretate, si  sa solo che la Nasa attualmente studia il perché dell’anomalia magnetica.

Se avete qualche notizia più recente a riguardo  siete invitati  nel farmelo  sapere

Il libro

Non poteva concludere senza rendere omaggio  a H.P. Lovecraft con l’anteprima del suo  racconto  Le montagne della follia 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vulcani, supervulcani e carestie

Vulcani

La storia del mondo: i vulcani  eruttarono, gli oceani  ribollirono, tutto l’universo  era in subbuglio.

Poi venne il cane.

Charles M. Schulz, Peanuts (Parola di  Snoopy)

Vulcani e supervulcani

Se siete preoccupati  per una prossima estinzione del nostro  genere a causa del  coronavirus cinese (il famigerato 2019 – nCov) voglio tirarvi  su  di  morale dicendovi  che esistono altre ragioni  per preoccuparsi e cioè l’impatto  con un’asteroide o  cometa (già successo: chiedetelo  ai  dinosauri) o per l’esplosione di un supervulcano.

I supervulcani, a differenza delle normali  caldere generate dallo  sprofondamento  di una camera magmatica di un vulcano, sono generate da un hot spot situato  sotto  di  esse, molto in profondità  e con attività vulcaniche secondarie come geyser, sorgenti  termali  e altro.

Questi  supervulcani  hanno le dimensioni  misurabili in decine di  chilometri con all’interno un oceano  di  magma che genera una pressione enorme verso la superficie: in pratica una enorme, gigantesca pentola a pressione.

Quindi, se questa pressione del  magma arriva al punto  di  rottura, le conseguenza dell’esplosione sarebbero  catastrofiche e a livello planetario.

I vulcanologi ci  assicurano che un evento  simile si  può avere ogni 100.000 anni, ma c’è chi  tra loro  è più pessimista come  Guilherme Gualda (Vanderbilt University) il quale  è convinto che, ad esempio,  il supervulcano  che si  trova sotto a Yellowstone a  7000 metri  di profondità con un lago di  magma a sua volta profondo 400 metri (che si è formato più di 600. 000 anni  fa), impiegherà solo  qualche centinaio  di  anni per esplodere.

Nel  frattempo  gli  scongiuri sono  più che leciti.

Vulcani

In questa immagine si può vedere la localizzazione dei supervulcani nel mondo: quel puntini  arancione sul profilo  dell’Italia rappresenta il nostro  supervulcano  e cioè i  Campi  Flegrei.

VEI è un indice empirico di  esplosività vulcanica (Volcanic  Explosivity Index) ideato  dagli  scienziati  (vulcanologi?) Chris Newhall e Stephen Self: il suo  scopo  è quello di classificare le eruzioni  vulcaniche   in base all’esplosività

I Campi  Flegrei  è considerata come la terza caldera più pericolosa al mondo  (dopo  Yellowstone e il lago  Toba in Indonesia), per questo motivo  dal 2012 il sito  viene monitorato attraverso il programma Campi Flegrei Deep  Drilling Project.

Nel  2013 uno studio dell’Istituto Nazionale di  Geofisica e Vulcanologia ha descritto  come il rapido  innalzamento del  terreno  nell’anno precedente allo  studio  stesso, era dovuto  ad un accumulo  di  magma situato a 3000 metri  di profondità.

Più recentemente, e cioè nel 2017, un altro  studio, questa volta dell’Osservatorio  Vesuviano e dell’ University College di  Londra stabilì che i  Campi  Flegrei  fossero  più vicini  all’eruzione rispetto  ai tempi previsti.

L’ineluttabilità di ciò che avverrà in queste aree è cosa certa per la scienza, tanto più drammatico sarà lo  scenario pensando come, nel  caso  dei  Campi  Flegrei e l’area vesuviana, alla notevole densità di popolazione residente e di  come le vie di  fuga saranno congestionate.

L’unica speranza è che ciò accada tra molto, molto tempo.

Supereruzioni e carestie 

 

Vulcani
Segara Anak: la caldera che si è formata dopo l’eruzione del vulcano Samalas nel 1257

A parte gli  scenari  da disaster movie quello  che è accaduto in passato può far riflettere su  ciò che potrebbe accadere nel  ripetersi  degli  eventi.

Nel 1257 il vulcano Samalas sull’isola di  Lombok in Indonesia esplose scagliando in cielo miliardi  di  tonnellate di  rocce che, trasformate in polveri, oscurarono il Sole per lungo  tempo (sull’argomento  vi  rimando  all’articolo  pubblicato da PNASpdf – )

Ebbene, nonostante la notevole distanza dall’evento, in Europa le ripercussioni del  cataclisma furono tragiche: nei  tre anni  successivi vi  fu  un abbassamento  delle temperature medie con la rovina delle colture e conseguente carestia che portò alla morte migliaia di individui in tutta Europa specie in quella settentrionale con l’Inghilterra come nazione più colpita.

In Italia i comuni si  organizzarono per far fronte alla carestia facendo l’inventario di  quanto  grano  si  aveva a disposizione tra raccolti  e depositi, si  calmierarono i prezzi  di  vendita per legge e si acquistò grano a spese pubbliche dai  mercati  esteri meno  colpiti.

Ma la lungimiranza dei  governatori  di  allora non si  fermò a solo queste disposizioni: vennero  avviati programmi di  lavori  pubblici  per la costruzione di  argini  dei  fiumi e la manutenzione di ponti  e strade per far fronte ai  danni  che il maltempo  avrebbe portato.

Forse qualcosa dal passato bisogna imparare.

Il libro

Roberto  Scandone e Lisetta Giacomelli, rispettivamente docente presso il Dipartimento  di Matematica e Fisica Roma tre e geologa ricercatrice, sono gli  autori  di Campi Flegrei: Storie di  uomini  e vulcani (anteprima a fine articolo).

Vulcani

Nel territorio campano chiamato Campi Flegrei, l’attività vulcanica determina l’area a più alto rischio in Europa, sia per la violenza delle eruzioni che vi sono avvenute, sia per l’elevato numero di persone che vi risiedono.

La mancanza di eruzioni per circa 3000 anni ha consentito alle sue frastagliate coste di diventare sicuri ancoraggi e ha favorito lo sviluppo delle ricche colonie greche di Cuma e Dicearchia, seguite dalla costruzione del porto di Puteoli, il più importante scalo commerciale e militare dell’Impero Romano.

Tuttavia, la natura vulcanica del territorio ha continuato a manifestarsi con l’abbassamento del suolo che ha portato alla sommersione delle strutture del porto e accelerato il declino economico dell’area. L’unico sostegno costante, anche nei periodi meno fortunati, sono state le sorgenti termominerali, utilizzate senza interruzione fino al Medioevo.

L’inversione del movimento del suolo, iniziata dal 1400 e conclusasi con l’eruzione di Monte Nuovo nel 1538, ha inferto il colpo finale all’economia e interrotto la frequentazione di molti impianti termali. Da allora, il suolo ha ripreso a muoversi verso il basso, creando nuovi problemi alle attività umane, affrontati, fin dalla fine del 1800, con l’industrializzazione.

Dal 1950 è ripreso un lento sollevamento, con due fasi di maggiore intensità, nel 1970-72 e 1982-84, che hanno ricordato alla comunità, insediata intorno al golfo da ben 2500 anni, che stava vivendo in un ambiente fragile e pericoloso.

La convivenza con un territorio ricco di risorse naturali, quanto di pericoli, continua grazie alla resilienza dei cittadini e alla migliorata comprensione dei fenomeni vulcanici.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Carne in tavola? Pensiamo al nostro futuro

Una libra di  carne tolta a un uomo

non vale manco il prezzo o il valore

d’una libbra di  carne di montone,

di  manzo o  di  capretto, santo  Dio!

Tratto  da Il mercante di  Venezia di  William Shakespeare

 Quanta carne consumiamo in un anno?  

Brevemente: a me la carne piace!

Meno   della pasta e  di tutte le verdure e frutta, nonchè qualche tipo  di  formaggio: forse la carne mi  piace più del pesce (ma sempre di  carne si  tratta) ma il consumo che ne faccio è limitato  al  massimo  a una porzione  la settimana (questo  dovrebbe farmi  guadagnare qualche indulgenza da parte di  chi  di  voi  è vegetariana, mentre la condanna penso  che sia totale da parte di un’adepta vegana).

I dati  che la Coldiretti  ha fornito in un report di  giugno 2018, indica il consumo medio  di  carne in Italia pro – capite in diminuzione attestandosi a 79 chilogrammi (con la mia bistecchina settimanale sono lontana da questa soglia): a confronto i portoghesi  e spagnoli  ne consumano  quasi  un centinaio  di  chilogrammi mentre, attraversando  l’oceano, si  arriva ai 222  e rotti  chilogrammi consumati  da uno  statunitense (in questo  caso  i dati  sono  quelli del Dipartimento  dell’Agricoltura USA)

Naturalmente bisogna fare un distinguo  su  quello  che viene considerato il consumo di  carne, perché se è diminuito l’acquisto  di  carni  rosse (manzo  e maiale) è  al contempo  aumentato  quello riguardante la carne bianca, soprattutto  del pollame ( e ciò è un bene in quanto  una coscia di pollo  a livello cardiovascolare è più salutare di una fiorentina….intendo  la bistecca).

A seguire i dati  della FAO riguardo  alla produzione di  carne nel mondo (limitati  al 2014)

Il peso nell’ecologia di un chilo  di  carne (rossa)

A parte il fatto che il 15 per cento del  totale  dei  gas a effetto  serra (metano) è prodotto dalle flatulenze dei  bovini nonchè il consumo  di  suolo vegetale per dare spazio  agli  allevamenti, quanto  costa in risorse idriche produrre un chilo  di  carne rossa?

Lo  dice nella figura  seguente Gatto  Filippo

 

E domani?

Considerando che  le previsioni demografiche   vedono fra trent’anni  la popolazione mondiale stimata in 10 miliardi  di individui, è ovvio  che il consumo  di carne, con la tendenza attuale, sarebbe insostenibile.

Si può pensare che sopperire alle fonti  di apporto  di proteine animali, indispensabili  per la produzione di  triptofano necessario alla nostra buona salute,  possano pensarci  gli insetti, nel  senso  che la nostra bistecca alla fiorentina potrebbe essere sostituita da un piatto  di  cavallette o  simili…ma abituarsi  al gusto è forse chiedere troppo!

Allora ecco  che la tanto  vituperata scienza potrebbe venire in soccorso  con le cellule staminali

Le cellule staminali sono cellule primitive, non specializzate dotate della capacità  di  trasformarsi in diversi  altri  tipi di  cellule attraverso un processo denominato differenziamento cellulare.

In pratica un gruppo  di  cellule staminali  verrebbe coltivato e fatto proliferare in  incubatori biologici; in una seconda fase queste cellule staminali, attraverso  specifici  fattori  di  differenziamento  (quali  essi  sano  chiedetelo  a un biochimico) si  trasformerebbe in muscoli  scheletrici.

A dare il sapore di  carne ci penserebbe l’aggiunta di  alimenti  base come succo  di  barbabietola rossa o  zafferano

Il futuro  è già tra noi: società come, ad esempio,  la Memphis Meat (finanziata, tra l’altro  anche da Bill Gates, Sergey  Brin e Richard Branson) ha sviluppato  una serie di prodotti a partire da cellule staminali che alla fine diventano burger di pollo, bovino o maiale.

L’ARTICOLO E’ L’ULTIMO  CHE HO SCRITTO PER QUEST’ANNO.

IL PROSSIMO SARA’ PUBBLICATO  NEI  PRIMI  GIORNI  DI  GENNAIO 2020 

Alla Prossima! Ciao, ciao...♥♥

Plastica, ovunque mi giro c’è la plastica (allora ricicliamola)

La plastica, una curiosità all’inizio  del  secolo, si è diffusa dappertutto, diventando  essenziale nella nostra vita come l’aria che respiriamo

Jeremy Rifkin  

Un mondo  senza plastica è impossibile (?)

Forse Jeremy  Rifkin esagera paragonando la necessità della plastica all’aria che respiriamo, ma non è lontano  dalla verità: siamo circondati  dalla plastica e, in un certo  qual modo, non ne possiamo  farne a meno.

E’ anche vero  che oggi in commercio  si  trovano alcuni  prodotti i quali, sostituendo la plastica, vengono  considerati  come materiali  green, ma il loro difetto è quello  di  essere ancora troppo  costosi per un loro  utilizzo  generalizzato.

Utilizzando  gli  scarti  vegetali è possibile ricavare delle bioplastiche come, ad esempio, le sperimentazioni  fatte da alcuni  enti  di  ricerca:

bioplastiche

Ma siamo ancora lontani da una produzione in larga scala per soddisfare ogni  esigenza che vede nella plastica l’utilizzo  quotidiano, allora non ci  rimane che il riciclo..

Riciclare al 100 per cento si potrà (forse) in futuro, ma oggi?

Uno  studio  condotto  da PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha stimato  che nel  solo 2018 sono state prodotte nel mondo  310 milioni di  tonnellate di plastica di  cui  solo il 7 per cento  viene riciclata a livello mondiale (…ecco  dov’era finito  Gatto  Filippo)

 

Una delle difficoltà che si  riscontra nel  riciclo della plastica è la sua eterogeneità: ad esempio i  contenitori  dei  nostri  shampoo sono composti da più plastiche assemblate insieme per conferire il colore, la forma e leggerezza, nonché la resistenza alla pressione necessaria per l’impilamento durante il trasporto ai  centri  di  vendita.

Oggigiorno dei 200 tipi  di plastica utilizzati dalle aziende solo il 6 per cento può essere riciclata.

Naturalmente la tecnologia di  domani, specie la nanotecnologia, potrà esserci  d’aiuto nell’impresa di  riciclare tutti o quasi i tipi  di plastica, come?

Ad esempio:

  • Si potrebbe decolorare la plastica utilizzando nanoparticelle magnetiche che, attaccandosi  ai micropigmenti colorati, ne permettono la rimozione centrifugando  la plastica fusa
  • Si può cambiare la nanostruttura del polietilene per fornirgli altre proprietà senza cambiarne la chimica e quindi rendendone possibile il riciclo.
  • In Australia è stato  sviluppato il plasfalto: un chilometro  di  questo particolare tipo di  asfalto utilizza l’equivalente di 168.000 bottiglie di plastica (non è specificato però il costo a chilometro)
  • Sempre in Australia , a Melbourne, è stato  realizzato un impianto  che, sfruttando  la pirolisi, trasforma i  rifiuti  plastici  in diesel (ma oggi il diesel è sotto processo  per l’inquinamento prodotti  dai motori  che utilizzano questo  carburante)

Quello  che noi  consumatori possiamo  fare è utilizzare la plastica il meno possibile: questo lo si può fare anche solo limitando l’acquisto  dell’acqua imbottigliata nella plastica (quella che esce dai nostri  rubinetti  di  casa è più salubre); dove si può acquistare detersivi sfusi e, ovviamente,  riciclare il più possibile (….parlo  di plastica e non di  mariti, fidanzati o  amanti)

Anche se, come ho  scritto  all’inizio, viviamo in un mondo  di plastica (esagerando  alquanto), non è la sola materia di  cui ci  serviamo per vivere al  meglio, il saggio La sostanza delle cose   di Mark Miodownik, docente di  Scienza dei  materiali all’University  College di Londra, è una guida che illustra le sostanze di  cui  è fatto il nostro mondo


Anteprima del libro La sostanza delle cose di  Mark Miodownik

L’acciaio è «indomito», la carta «fidata», il cioccolato naturalmente è «delizioso», la plastica «immaginifica» e la grafite è semplicemente «indistruttibile».

Poi c’è la schiuma («meravigliosa»), il vetro (ovviamente «invisibile»), la porcellana («raffinata»), e certo non può mancare il comune, onnipresente, «fondamentale» cemento.

Sono le sostanze di cui è fatto il nostro mondo. Basta gettare l’occhio intorno a noi e ne vediamo a centinaia, eppure sappiamo così poco di loro.

Invece, quando Mark Miodownik si guarda intorno vede ben più in là delle apparenze superficiali delle cose ed è capace di raccontarci per ognuno di questi materiali una quantità incredibile di storie affascinanti, da restare a bocca aperta per lo stupore.

Ogni sostanza diventa un mondo. In questo libro compaiono cose antichissime come il ferro accanto a sostanze futuristiche come i biomateriali o l’aerogel, tutte presentate nella loro caleidoscopica varietà di forme e di funzioni, colori e proprietà, ognuna con un suo messaggio nascosto e un’avvincente storia da narrare.

I materiali hanno contribuito a rivoluzionare il nostro stile di vita, fanno parte del nostro mondo e senza di loro non saremmo ciò che siamo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dall’esobiologia al Wow signal

Se gli extraterrestri  esistono in abbondanza, alcune forme di  vita avrebbero raggiunto un grado  di  civiltà tale da avere inventato i viaggi interstellari.

Come mai  non sono ancora arrivati  fra noi?

Il paradosso  di  Enrico  Fermi

Dalla fantascienza all’esobiologia 

Sembra che Enrico  Fermi  non abbia mai  pronunciato quel paradosso citato  all’inizio  dell’articolo ma che esso  sia stato estrapolato  da un suo  discorso incentrato  sulla possibilità di  viaggiare nel  tempo.

Ma nel paradosso non viene detto  che gli  ET (oppure ETi come si  scriveva una volta)   possono  essere giunti  sulla Terra in tempi  remoti in maniera molto discreta, tanto  da non lasciare loro  tracce ne con  i  famigerati cerchi  nel  grano  (vedi il mio  articolo  a tale proposito),  tanto  meno hanno  avuto la disgrazia di  essere segregati in seguito  a un incidente in quella Guantanamo che conosciamo  tutti  con il nome di  Area 51 (vedi il mio  articolo a proposito).

Se io non credo a  fantasmi, vampiri e licantropi,  e gli  zombie li lascio  ai cultori del  genere horror   (ma non chiedetemi  di passare una notte solitaria in una casa solitaria nel  bosco, magari vicino a un cimitero..), al  contrario penso che tenendo presente l’infinità vastità dell’Universo ( o  degli Universi possibili  secondo  le recenti  teorie) è matematicamente impossibile che l’esistenza di una forma di  vita sia relegata in un unico pianeta e cioè la nostra cara, dolce Terra (che tanto  amiamo  e che tanto non rispettiamo).

L'astronauta di Palenque

Indubbiamente  immagini  come quella precedente,  raffigurante il cosiddetto  Astronauta di  Palenque,   basterebbe da sola  a far sì che la tesi  di  passate visitazioni extraterrestri diventi non più una questione di immaginazione ma la testimonianza di un fatto  reale (in ogni  caso ci pensa  il Cicap  a smorzare ogni  entusiasmo con quest’articolo).

Voi  cosa ne pensate?

Diversamente dal credere o non credere a enigmi del passato, un ramo  della scienza che si occupa di trovare tracce di intelligenza aliena, o per lo meno indizi  su forme di  vita elementari al  fuori  del nostro pianeta, è l’esobiologia.

Ad interessarsene per primo  fu lo  scienziato  gallese Alfred Russell Wallace (Llanbadoc, 8 gennaio 1823 – Broadstone, 7 novembre 1913)   il quale,  contemporaneo  di  Charles Darwin, formulò anch’egli una teoria dell’evoluzione mettendo al corrente lo stesso  Darwin ( i  malevoli  dicono  che quest’ultimo  abbia copiato gli  studi del  suo  contemporaneo per farla propria, la verità è tutt’altra e viene spiegata nell’articolo di  Focus).

Si può considerare Alfred Russell  Wallace come il  padre dell’astrobiologia (poi esobiologia) concetto introdotto per la prima volta nella storia nel  suo  libro Man’s place in the Universe (1903)

Nel  caso  di una vostra insaziabile curiosità riguardo al libro in questione, vi rimando  alla pagina da cui  potete scaricare l’intero testo in formato PDF.

Ritornando  all’esobiologia, il termine venne coniato  dal  biologo  statunitense Joshua Lederberg il quale più che pensare all’incontro  con u alieno  intelligente (forse ci  sono  anche quelli stupidi) era preoccupato  dal  fatto che, in vista delle missioni lunari, gli astronauti  di  ritorno  sulla Terra potessero portare con se batteri in grado  di  contaminare il nostro pianeta.

Viaggiando  attraverso i Wormholes

La distanza, misurata in anni luce, tra noi  e gli  eventuali  loro, non è un problema da poco: mettiamo il caso  che ET ci  mandi il suo  ciao alla velocità della luce, e che il suo pianeta disti  dalla Terra centinaia se non migliaia di  anni luce, quindi, educatamente risponderemo  con un altro  ciao che impiegherà lo stesso  tempo  per arrivare alle orecchie degli  abitanti  del pianeta X: in questo  lasso  di  tempo (migliaia di  anni) può anche essere che una delle due civiltà, se non entrambe,  si siano  estinte a causa di  cataclismi  vari  che vanno  dall’impatto  con una gigantesca meteora ( dinosauri  docet) o distruzione totale del proprio  habitat per guerra nucleare o squilibrio  climatico, pandemia mondiale e BLABLABLA

Gli  scienziati, però, hanno  teorizzato una possibilità che queste incommensurabili  distanze possono essere accorciate attraverso  i Wormhole (o  Tunnel  spaziali)

Furono i fisici  Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935 i primi  a ipotizzare, utilizzando  la teoria della relatività generale, l’esistenza (teorica) di tunnel attraverso lo spazio – tempo.

In pratica i  wormholes, collegando due punti  diversi  dello  spazio avrebbero il pregio  di ridurre la distanza e, conseguentemente, il tempo occorrente per il viaggio spaziale

In pratica quello che avviene nei viaggi di  Star Trek o  nel più serio Interstellar diretto  da Christopher Nolan nel 2014.

WOW che Signal! 

Visto  che ho accennato  alla fantascienza, immaginiamo ora di  essere di  turno  in una dei  radiotelescopi utilizzati  nel programma SETI: è notte  e noi  ci  stiamo  annoiando  terribilmente e fa anche molto  caldo essendo il 15 agosto 1977: niente internet, niente WhatsApp, Instagram o Facebook: solo  riviste e libri, forse qualche giornalino soft-hard per distrarsi.

Improvvisamente  le macchine evidenziano  un  segnale di  forte intensità  che proviene al di  là del  sistema solare e che dura poco  più di un minuto.

L’astronomo sente scorrere nelle vene l’adrenalina (frase che nessuno ha mai  usato…vero?) e una volta stampato il tabulato contente la traccia del  segnale anomalo lo evidenzia con un Wow!  

Naturalmente la  mia ricostruzione di  quella notte o  sera è completamente differente dalla realtà: Jerry R. Ehman, appunto  l’astronomo  di  turno  presso  il radiotelescopio  Big Ear dell’Università statale dell’Ohio impegnato  nel  programma SETI, era seriamente impegnato  nel  suo  lavoro tanto  che allo  stupore di  quanto visto fece subito capolino la razionalità dello scienziato, che non escludeva il fatto  che il segnale era quello inviato  da una civiltà tecnologicamente avanzata; segnale che non si  ripeté mai più

Frank  Donald Drake (cofondatore del programma SETI) ipotizzò la causa di una mancata ripetizione del  segnale nel  fatto che la suddetta civiltà aliena avrebbe focalizzato tutta l’energia di  emissione del  segnale in un ristretto  campo  spaziale e della durata di pochi minuti: questo perché se il segnale fosse stato inviato in tutte o  quasi  le direzioni, avrebbe comportato la dispersione di una grande quantità di  energia.

La stessa modalità venne  utilizzata da Frank Drake e Carl  Sagan quando, nel 1974 (tre anni prima che il segnale Wow venisse intercettato  dal  radiotelescopio Big Ear) per l’invio  di un messaggio tutto  terrestre verso altri  abitatori  dello  spazio profondo: anche in questo  caso il segnale venne trasmesso una sola volta dal radiotelescopio  di  Arecibo verso l’Ammasso Globulare di  Ercole distante da noi 25.000 anni luce.

A smorzare ogni  entusiasmo  ci  ha pensato  la stessa scienza e oggi si  pensa a un’ipotesi cometaria all’origine del segnale: nel 2017 ricerche effettuate su  comete hanno  evidenziato  come da esse potessero  partire segnali con la stessa frequenza di  Wow!.

In pratica nessun omino  verde che voleva scambiare due parole con noi, ma solo  delle cause naturali all’origine del  tutto.

Ma se uno  scienziato dice una cosa, subito un’altro (o altra, non dimentichiamoci  delle donne please!) afferma esattamente il contrario: per loro  nell’area scandagliata da cui  proveniva il segnale Wow! non c’era nessuna cometa, inoltre esse non emetterebbero onde radio  di  tale potenza alla frequenza considerata.

In attesa che un essere dell’altro mondo  si palesi a noi  terrestri, vado  avanti  con le mie lezioni  di lingua Klingon.

– FINE –

Alla prossima! Ciao, ciao…

Quanti geni per una spiga di grano tenero

Il tuo  ventre è un mucchio  di  grano, circondato  da gigli

Cantico  dei  Cantici 

Dal  grano (tenero) al pane passando per  108.000 geni 

Addentiamo un panino, ci  deliziamo  con un biscotto e magari  ingrassiamo con una maxi –  pizza , ma  alla base di  questi  alimenti troviamo quello che sfama un terzo  dell’umanità (oltre al  riso e al  mais): il grano.

Eppure, fino al 2015, del  grano  tenero, o per meglio  dire del suo genoma, si  conosceva poco  o  nulla fin  quando una settantina di  istituzioni  sparse nel mondo si  sono coalizzate per sequenziarne il DNA.

Io  mi accontento  del mio  assistente, Gatto Filippo, per un piccolo  riassunto:

…Grazie Gatto  Filippo….

Nell’agosto  del 2018 la ricerca del consorzio Iwgsc (International Wheat Genome Sequencing Consortium) la rivista scientifica Science ha pubblicato il risultato  dell’impegno di oltre duecento  ricercatori

Copertina rivista Science agosto 2018

Il grano è una delle principali fonti  di  cibo per gran parte del mondo. Tuttavia, perché il genoma del  frumento  tenero è un mix ibrido di  tre sottogeneri  separati, è stato  difficile produrre una sequenza di  riferimento di  alta qualità.

Utilizzando i recenti progressi  nel sequenziamento L’International Wheat Genome Sequencing Consortium presenta un genoma di  riferimento annotato  con un’analisi  dettagliata del  contenuto  genico tra i  sottogeneri  e l’organizzazione strutturale per tutti i cromosomi.

Esempi  di  mappatura quantitativa dei  caratteri  e modifica del  genoma basato  su  CRISP mostrano  il potenziale per l’utilizzo  di  questo  genoma nella ricerca agricola e nell’allevamento.

Estratto  dalla rivista  Science agosto 2018

Il gruppo  di  ricerca italiano chiamato  a partecipare al consorzio Iwgsc, si è occupato di identificare i geni  del grano per cui  la pianta può resistere a temperature molto  basse (fino  a 20 gradi  sotto  lo  zero).

E’ indubbio  che il cambiamento  climatico  a cui  stiamo assistendo (provocato dall’attività umana, anche se alcuni  si  ostinano  a dire il contrario) rende necessario  questo  tipo  di  ricerca per costruire come in un Lego piante  rese più resistenti attraverso  modificazioni  genetiche.

Immagino  che questo possa non piacere a chi  è totalmente contrario agli Ogm, ma penso  che sia l’unica strada percorribile per sfamare una popolazione mondiale che nei prossimi  decenni  crescerà sempre di più.

Chi produce più grano  tenero  nel mondo e chi lo  deve acquistare da altri (l’Italia per esempio)

Attualmente la produzione mondiale di  frumento  tenero  è stimata intorno  ai 750 milioni  di  tonnellate parte  destinate all’alimentazione umana, quella animale e  in parte all’utilizzo industriale .

Nell’infografica seguente i maggiori  produttori mondiali  di  grano  tenero.

 -FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

L’intelligenza delle piante

Rosaluce ©caterinAndemme
Rosaluce
© caterinAndemme

Siamo preoccupati  che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Non possono  fuggire, ma le piante sanno  come difendersi

Non so  se quella delle ortiche sia una difesa attiva o passiva, fatto  sta che quando  scivolai lungo un sentiero, atterrando su  di un cespuglio di  Urtica dioica, assaporai a mie spese quanto le piante  non siano per nulla indifese.

Nel  caso  dell’ortica il cocktail di  sostanze urticanti è formato da serotonina, istamina, acetilcolina, acido acetico, acido  butirrico, acido  formico racchiuse in una struttura chimica non ancora del  tutto chiara ai  botanici (comunque vi  assicuro che l’effetto pruriginoso è devastante).

Ovvio  che  i peli  dell’ortica (tricomi) sono solo  uno dei  mezzi  che le piante utilizzano  per difendersi, poi vi altre sostanze tossiche come i  tannini che rendono  le foglie amare e quindi non commestibili oppure una difesa chimica ancora più sofisticata è quella che, ad esempio, utilizza la pianta di  tabacco per avvertire il predatore dei  suoi  parassiti  che il pranzo è in tavola.

Curiosamente è proprio la nicotina presente nelle foglie della pianta di  tabacco a dare un aiuto al bruco del lepidottero Manduca sexta: infatti  una parte della nicotina che non viene metabolizzata da esso, viene espulsa a scopo  repellente: la nicotina non metabolizzata dalla saliva passa agli spiracoli (organi dell’apparato  respiratorio  degli insetti) in modo da saturare l’aria immediatamente circostante il bruco infastidendo gli  altri insetti  nelle vicinanze (lo stesso  che mi  capita quando  qualcuno  vicino  a me si  fa di  spinelli, sigari o sigarette oppure fuma il calumet della pace)

In caso  di  aggressione lanciano  l’allarme per le altre piante 

Studi molto  recenti  hanno  evidenziato  come le piante comunicano  tra le loro  componenti in caso  di un’aggressione da parte di un erbivoro: lo  schema seguente spiega (in maniera moto  elementare…non sono  una botanica) come avviene questo  meccanismo  e quanto  sia simile a ciò che accade ai  vertebrati  in un caso  simile

 

Per concludere la parola allo  scienziato 

Stefano  Mancuso è uno scienziato a livello mondiale, insegna all’Università di  Firenze e dirige il Linv  (International Laboratory of Plant Neurobiology): i  suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo  vegetale (quindi su  di una sua forma di intelligenza) ha conquistato  parte del mondo  scientifico ma, soprattutto, ha un forte appeal tra il pubblico  che lo  segue e che legge i  suoi  libri.

Per concludere (questa volta sul serio) vi  lascio  all’anteprima di uno  dei  suoi  più celebri libri e cioè Plant Revolution.
Buona lettura e buon fine settimana.
Alla prossima! Ciao, ciao...♥ 

Plant Revolution (anteprima) 

Una pianta non è un animale. Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica. Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi. Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.