NDE: il ritorno dall’aldilà

H. Bosch Ascesa nell'Empireo
Hieronymus Bosch – Ascesa nell’Empireo

Quello che avviene dopo  la morte, è qualcosa di uno  splendore talmente indicibile che la nostra immaginazione e sensibilità non potrebbe concepire nemmeno  approssimativamente.

Dall’autobiografia di Carl  Gustav Jung Ricordi, sogni  e riflessioni

Il ritorno  dall’aldilà 

No, non mi accingo a  scrivere di  fantasmi, vampiri  o lupi  mannari: questo  viaggio  a ritroso dalla morte è un’esperienza di  alcuni che, a seguito  di un trauma, entrando in coma clinico ritornano  in vita  portando  con se un’esperienza molto  vicina al  misticismo.

Anche Carl Gustav Jung dopo un incidente che lo  portò al  coma nel 1944,   descrisse nella sua autobiografia  Ricordi, sogni e riflessioni la sua personale esperienza di pre – morte, quella che viene definita clinicamente come Near Death  Experencies (NDE).

Coloro che hanno  vissuto questo  tipo  di  esperienza dichiareranno in seguito che durante la fase di pre -morte hanno  avuto  la percezione di una luce in fondo  ad tunnel e l’ascolto  di una voce sovrumana, ma non per questo  di  aver avuto paura: anzi, in loro, vi  era una sensazione di pace e armonia.

Poi, una forza inspiegabile, li spingeva a ritornare indietro, alla vita, e loro con molto  rammarico obbedivano.

La stragrande maggioranza dei  pazienti  che hanno  avuto un’esperienza Nde mostreranno di non aver più paura della morte.

Questo è l’aspetto mistico legato  al Near Death  Experiences ma la scienza, ovviamente, si nutre di  certezze basate su  esperienze verificabili.

Nel 1740, il medico  militare francese Pierre – Jean Monchaux nel  suo  trattato  medico Anedctodes de Medicine, descrive casi  da lui  trattati  di militari  feriti  in battaglia  che dichiaravano  di aver avuto visioni mistiche durante il loro  stato  comatoso. 

Per il medico  francese questo era dovuto ad un aumento  del  flusso  sanguigno  al cervello.

La scienza moderna al  contrario

La scienza moderna, pur non avendo una tesi  che definisca in toto cosa sia l’Nde, va oltre alla semplicistica soluzione di Monchaux (comunque eravamo nel 1740) si pone comunque domande delle quali  la principale è:

Come può un cervello  con tracciato piatto avere un’esperienza vivida a volte legata alla realtà circostante (alcuni  pazienti  hanno asserito  di  aver avuto una capacità extracorporea vedendo  se stessi  in sala operatoria circondati  dal personale medico)

A questo punto si entra in un ulteriore stadio della ricerca di una risposta: la mente è indipendente dal  cervello?

Cioè, dopo  la morte cerebrale, la coscienza continua ad esistere?

Per alcuni scienziati la soluzione potrebbe essere nel  fatto  che, semplicemente, non è detto che a un tracciato piatto   corrisponda una cessazione simultanea del  cervello e che questo  continui  a funzionare nonostante tutto fornendo quelle esperienze molto  simili a allucinazioni.

Il progetto  Aware

Aware ( AWAreness during REsuscitation) E’ uno studio  promosso  dalla Human Consciousness Project, guidato da Sam Parnia  specialista in tecniche di  rianimazione presso lo  State University  di  New York, che prevede la collaborazione internazionale tra medici  e scienziati e che riguarda i  casi  clinici  di pazienti con esperienze di  Nde e verificarne la scientificità delle percezioni  extracorporee .

Lo stesso Sam Parnia, nell’ottobre del 2014, arrivò alla seguente conclusione:

Sappiamo che il cervello  non può funzionare quando il cuore cessa di  battere. Ma in questo  caso  la consapevolezza cosciente sembra essere rimasta attiva fino a tre minuti dopo  che il cuore non funzionava più, anche se il cervello smette la sua funzione dopo  20 – 30 secondi da quando il cuore si  ferma.

Vi auguro un buon fine settimana (allegro, mi raccomando)

Alla prossima! Ciao, ciao….

Credetemi: il cervello di una donna è super

Lei
© caterinAndemme

Qualsiasi  cosa facciano le donne, devono  farla due volte meglio  degli uomini per essere giudicate brave la metà di  loro.

Fortunatamente questo non è difficile. ­

Charlotte Elizabeth Whitton 

Un cervello più giovane (quello  delle donne)

Lungi  da me voler iniziare un dibattito  sulla superiorità intellettiva femminile rispetto a quella maschile ( inserendo  nel contesto tutte le sfumature transgender) ma tant’è, a furia di  sentire uomini (alcuni, tanti)  portare avanti una presunta loro superiorità sulla donna, mi aggrappo a qualunque cosa che possa ribadire il contrario.

Come ad esempio una recente ricerca pubblicata sulla rivista  scientifica americana PNAS (Proceedings of the National  Academy of Sciences) in cui si  evidenzia come il cervello  di una donna, a parità di età, risulti  essere più giovane di  tre anni  rispetto  a quello  di un uomo (se siete interessate a tutto il report, e  se proprio  non sapete cosa fare o leggere, Pdf)

Se vi  state chiedendo  se ho interesse agli argomenti  scientifici  dal punto di  vista professionale vi  dico  subito che siete lontane anni luce dalla verità: cioè che, unicamente,  la sottoscritta trae una parte dei  suoi  argomenti  da una mole di  newsletters a cui  si  è iscritta, che siano notizie scientifiche, storiche o mondane (….no, il gossip proprio no!) diventano uno spunto per un articolo il quale , non potendo  mai  ricevere il Premio Pulitzer, trae la soddisfazione dalla vostra lettura.

Grazie…(che lusingatrice  che sono).

La ricerca in poche parole

Innanzitutto mettiamoci il cuore in pace: se il nostro  cervello  risulta essere di  tre anni  più giovane questo non si  traduce in un effetto sul nostro  corpo: le rughe saranno  sempre lì a dirci che il tempo non è solo una questione di  relatività.

La ricerca si è basata sulle scansioni  del  cervello  di 200 persone adulte di  entrambi i  sessi, misurandone il metabolismo.

Dai  risultati  è emerso  che nelle donne  il metabolismo del  glucosio ( glicolisi  aerobica)  è per così dire più ottimizzato rispetto  a quello  degli uomini e ciò comporterebbe un minor rischio legato  alle problematiche dovute all’invecchiamento.

Il libro

Al di  la degli  stereotipi basati  sulla differenza del pensare e agire tra donna e uomo è indubbio  che, riferendosi  alla fisiologia del  cervello, questa differenza esiste.

Louann Brizendine, neuropsichiatra americana e docente presso l’Università della California, nel 2010 ha pubblicato il libro The Female Brain (Il cervello  delle donne) conferma quanto  detto in precedenza e cioè che il  cervello unisex non esiste.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere? La risposta della scienza alle provocazioni e agli stereotipi sulle differenze di carattere e comportamento di maschi e femmine è che un cervello unisex non esiste. Come spiega la neuropsichiatra americana Louann Brizendine la “materia grigia” di uomini e donne è diversa fin dal momento della nascita e la peculiarità biologica delle donne – il ciclo mestruale, la gravidanza, il parto, l’allattamento, la cura dei figli – influisce sullo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale del cervello. Le prime differenze cerebrali si manifestano già dall’ottava settimana di sviluppo fetale, in particolar modo a causa dell’avvio di quella attività ormonale che condizionerà per il resto della vita i sistemi neurali di maschi e femmine. Mentre gli uomini potenzieranno in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderanno a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare i conflitti.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del libro Il cervello  delle donne di Louann Brizendine 

99942 Apophis e le sue sorelle dal cuore di pietra

That day, in the sky
© caterinAndemme

Se un giorno, nel 2068….

Potrà piovere, magari  nevicare o  ancora chissà: non avendo  doti  di preveggenza non posso  assolutamente sapere quello che accadrà nel 2068.

Altri, quali  un team di  scienziati  russi, vestendo il ruolo  di una  Cassandra apocalittica, hanno affermato  che in quel lontano  giorno  del 2068 il nostro pianeta avrebbe un’alta probabilità di  avere un tête-a-tête con un sasso  cosmico  di 350 metri  di  diametro: 99942 Apophis.

Sarebbe un incontro molto  caloroso  in quanto  dall’impatto si  sprigionerebbe un’energia pari a 1480 megatoni   (la tremenda bomba atomica fatta scoppiare dagli  Stati uniti sulla città di  Hiroshima  nell’ultima guerra, era all’incirca di 20 chilotoni ): non sufficiente (fortunatamente) ad eliminare tutta la vita sulla Terra ma certo sufficiente a darle una brutta (bruttissima) sberla.

Di  99942 Apophis già si parlava in termini  di possibile sciagura già nel 2004: per fortuna non è accaduto  nulla (altrimenti  non sarei  qui  a scriverlo  e voi a leggerlo) anzi, questa volta a parlare è il team degli  scienziati  NASA del Jet Propulsion Laboratory, addetti   al monitoraggio dei Near Earth  Object (NEO), i quali dopo  attenti  calcoli hanno predetto  che la possibilità di  avere 99942 Apophis come ospite indesiderato  nel 2068 è pari  a 1/100.000.

Non sono una scienziata e quindi non è mia intenzione fare le pulci  ai  loro  calcoli ma se, statisticamente parlando, indovinare una sestina del  Superenalotto è pari  a 1 su 622.614.630 e più di una volta è stato  centrato…allora 1 probabilità su 100.000 assume un diverso  significato, leggermente più nefasto.

In ogni  caso, è sempre il  Jet Propulsion Laboratory  a parlare, fuori, cioè nello  spazio  profondo, vi  sono almeno 1800 oggetti  tra asteroidi  e comete che rientrano nella classe degli Potentially Hazardous Object (PHO) cioè potenzialmente pericolosi.

Per concludere questa prima parte è necessario fare un accenno  alla Scala Torino, proposta dall’astronomo  statunitense Richard P. Binzel (dipartimento  delle Scienze Planetarie del  MIT) durante una conferenza delle Nazioni Unite nel 1995 e diventata ufficiale durante una conferenza dedicata agli  oggetti  NEO nel 1999 a Torino.  :

E’ un metodo di  classificazione associata al pericolo  di impatto  degli  oggetti  NEO. Si distingue in una scala di  colori contraddistinto  dal  bianco, verde, giallo, arancione e  rosso: dove al  bianco è associato un valore di pericolosità nullo, mentre al  rosso l’impatto è inevitabile.

Bene, adesso  che mi sono cucita addosso la nomea di  iettatrice, passo  a scrivere dell’impatto  di un oggetto  misterioso avvenuto centoundici  anni  fa:

1908: Tunguska  

Come si presentava la foresta di Tunguska dopo l’impatto

Il 30 giugno  del 1908 una palla di  fuoco, del  diametro  di 100 metri  all’incirca, polverizzò 80 milioni di  alberi in 2.000 chilometri  quadrati della taiga.

Che cosa fosse in effetti  quella palla di  fuoco ha dato  spunto  a molte ipotesi: dall’asteroide impattato  con la Terra fino all’astronave aliena esplosa nei  cieli  siberiani (X-FIles docet) .

Ovviamente non si  sono  trovate tracce per l’una o l’altra ipotesi.

C’è  da dire che, nonostante l’immane catastrofe,  quella zona era praticamente disabitata  e quindi la cronaca di  allora parla di una sola vittima e cioè di un cacciatore particolarmente sfortunato.

Una prima  indagine scientifica si  ebbe solo quasi vent’anni  dopo quando, nel 1927, una squadra di  scienziati  russi  entrò in Tunguska ma solo  nel 2013, quando un team dell’Accademia nazionale delle Scienze dell’Ucraina, analizzando  campioni  microscopici di rocce, tratti  da uno strato  di  torba risalente al 1908, trovarono  i resti  di un particolare minerale formato principalmente  da carbonio: la lonsdaleite,  chiamato  anche diamante esagonale, che si  forma dall’impatto  di una meteora contenente grandi  quantità di  grafite 

Eppure manca ancora l’indizio  principale e cioè il cratere d’impatto che non è stato  tutt’ora localizzato.

In questa pagina i link per approfondire l’argomento  dal punto di  vista scientifico (per lo più in lingua inglese)

Tutto qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao……….

Maria Sybilla Merian pittrice e naturalista

Metamorfosi di una farfalla (1705)
Maria Sibylla Merian

Approdare in una terra sconosciuta dopo  aver attraversato un mare di parole

Decisamente lungo  come sottotitolo ma appropriato, secondo il mio  stile personale di  scrittura,  per descrivere quella sensazione che provo ogni  qualvolta entro in un una libreria, ma anche tra  le bancarelle di  libri  usati, scoprendo nuovi  autori come, appunto, fossero nuove terre  da esplorare in mezzo ad un mare fatto  di  parole.

Così è stato  quel  giorno  del novembre dello  scorso  anno (a ben  vedere solo  un paio di  mesi  fa) entrando  nella nuova libreria Il Libraccio di  via Cairoli a Genova dove ho incontrato (metaforicamente)   per la prima volta Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno, 2 aprile 1647 – Amsterdam, 13 gennaio 1717)  attraverso  l’acquisto di una sua opera: La meravigliosa metamorfosi  dei  bruchi. 

Tra il XVII e il XVIII secolo Maria Sibylla Merian diventò il punto di riferimento e il termine di paragone per naturalisti e illustratori del vecchio continente. Figlia dell’editore e incisore Matthäus Merian, occupò la difficile posizione di ricercatrice in un ambiente esclusivamente maschile. I suoi studi, compiuti da autodidatta, sfidarono la credenza che gli insetti (considerati “bestie di Satana”) fossero il risultato di una generazione spontanea originata dalla putrefazione. Si dedicò in particolare allo studio dei bruchi, ne osservò i comportamenti, scoprì che nascevano da uova e ne seguì la metamorfosi da bozzoli in farfalle, disegnandone le diverse fasi. Nacque così “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi”, pubblicato la prima volta in due volumi – nel 1679 e nel 1683 -, in cui Merian illustrò, con testi dettagliati e stupende incisioni acquarellate, l’evoluzione di oltre cento specie di farfalle. In questa edizione sono state selezionate settanta tra le tavole più suggestive di un’opera il cui valore oggi appare in tutta la sua pioneristica, magnifica visionarietà.

 

Una biografia in  poche parole 

Maria Sibylla Merian aveva scritto  di  sé:

Ritratto di Maria Sibylla Merian
Georg Gsell (1710)

Fin dalla giovinezza mi  sono dedicata allo  studio  degli insetti. Ho principiato con i bachi  da seta nella mia città natale, Francoforte. Poi ho constatato  che da altri  bruchi che non i  bachi  da seta si  sviluppano  farfalle diurne e notturne molto più belle, ed è ciò che mi ha spinto  a raccogliere tutti i bruchi che riuscivo  a trovare per osservarne la metamorfosi.

Per questo mi sono ritirata da ogni umana società dedicandomi  soltanto  alle mie ricerche. Ma, per disegnarli e descriverli  tutti  dal vero, ho  voluto  nel  contempo  esercitarmi anche nell’arte della pittura; così pure dipingevo  per me stessa su pergamena, con la più grande precisione, tutti  gli insetti  che riuscivo  a trovare, dapprima a Francoforte,  poi a Norimberga.

E’  capitato  che li  vedessero  alcuni  amatori, i quali  hanno insistito  con molta premura affinché pubblicassi  le mie esperienze per offrile alla vigile considerazione e al  diletto  degli  studiosi  della natura.

Mi sono infine lasciata convincere, e ho provveduto  io  stessa a incidere le tavole.  

La voglia di  conoscenza unito ad uno  spirito da avventuriera la fa imbarcare ad Amsterdam, nel 1699 quando  lei  aveva cinquantadue anni,   su  di una nave della Compagnia delle Indie occidentali diretta verso il Suriname (allora chiamata Guyana olandese) con lo scopo  di  ritrarre dal vivo gli insetti  del luogo.

Prima di intraprendere questo lungo  viaggio  di otto  settimane, non certo  con le comodità offerte  dalle odierne crociere e con il malanimo dei marinai pe una donna a bordo, lei  fece testamento in favore delle due figlie (Dorothea Maria, la più piccola, la seguirà in questo  viaggio)

Le due figlie, Johanna Helena e Dorothea Maria, nacquero dal matrimonio con il pittore Johann Andreas Graff che lei sposò  nel 1665 all’età di  diciotto anni.

Divorzierà dal  marito nel 1685.

Lo sguardo dell’artista è  anche quello  di una donna rivolto alle miserie di una condizione femminile resa ancor più pesante dal  colonialismo.

Infatti, scriverà nel  suo libro  Metamorfosi degli insetti del  Suriname (1705):

<<Il seme di  Flos pavonis (Caesalpinia pulcherrima) è usato  dalle donne durante il travaglio perché le fa subito  partorire. Le Indiane schiave degli olandesi, essendo  trattate con moltissima durezza, se ne servono per abortire, perché non vogliono  mettere al mondo bambini che nascerebbero  soltanto per essere miseri  come loro>>

Maria Sibylla e il labadismo 

Nel 1667 il fratello  Caspar Merian si unì in Olanda ai  seguaci del labadismo (comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Jean de Labadie e che si  ispirava al  ritorno  di un cristianesimo delle origini).

Caspar Merian insieme ad altri  adepti  si  stabilì nel  castello  di  Waltha, in Frisia, ed è qui che, nel 1685, la raggiungerà la sorella Maria Sybilla subito  dopo  il divorzio.

All’interno  della comunità lei  troverà delle regole molto  severe imposte ai  convertiti e cioè donare i propri  averi (la proprietà privata non è riconosciuta) con la totale pratica di una vita collettiva improntata alla povertà, castità e obbedienza.

Inoltre non veniva riconosciuto la validità dei  matrimoni con persone al di  fuori del credo imposto  dall’ex gesuita: questo, però, permise a Maria Sibylla di  riprendersi il suo nome da nubile.

A lenire l’eccessiva rigidità delle norme imposte alla comunità, bisogna aggiungere che alle donne era data la parità dei  diritti come quelli  degli uomini e, inoltre, venivano  anche accettate le donne sole in contrasto  con la moralità e la società dell’epoca (inutile dire che ancora oggi  tale parità non è totale nella nostra società).

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del  libro Flowers, butterflies and insects di Maria Sybilla Merian

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
© caterinAndemme

Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Mindfulness: meditazione prêt-à-porter

Neuro Nature
© caterinAndemme

La vita è simile alla logica fuzzy 

Pur esagerando vorrei che teneste presente che le nostre vite possono oscillare tra due poli opposti: la grande fortuna e la sfiga più nera.

Cioè possiamo ereditare una fortuna da un lontano  parente che nemmeno sapevamo  di  avere, oppure essere colpiti da un sasso cosmico che, guarda un po’, sceglie la nostra testolina per terminare la sua corsa.

Naturalmente tra  due eventi (non necessariamente quelli  descritti  nell’esempio) se ne pongono tantissimi altri in un continuum molto ben descritto dalla logica fuzzy (o logica sfumata, la stessa che troviamo  nella tecnologia delle moderne lavatrici).

In ogni  caso  ci  siamo  assicurati una dose quotidiana di  stress che, se protratta nel  tempo o ingigantita per fattori  psicologici della persona, può causare disagio sia fisico  o mentale.

Quindi  cosa fare?

Imbottirci  di  psicofarmaci  è fuori  discussione come, del  resto, fare ricorso  a  sostanze psicotrope: non ci  resta che la meditazione.

Si, d’accordo:  fa molto  zen, ma non c’è bisogno di  rinchiuderci in un monastero buddista in Tibet e fare tutto il giorno Ommm, seduti  nella posizione del loto (padmasana: è questo il termine originale) nutrendoci  con una ciotola di  riso, perché possiamo affidarci alla Mindfulness 

Prima di  continuare un piccolo  ripasso sul funzionamento del  cervello 

Nel 1890 lo psicologo  e filosofo  americano William James  dopo  aver fatto  alcune ricerche sul cervello  e la rete neurale che lo  compone scrisse queste semplici  parole:

La materia organica, specialmente il tessuto  nervoso, sembrano  dotati  di un grado  di plasticità davvero straordinario.

L’affermazione in pratica sosteneva che il cervello degli  esseri umani non era un qualcosa di  statico ma, anzi, presentava la capacità di modificarsi anche con l’avanzare dell’età dell’individuo.

Purtroppo  la scienza non era ancora pronta a recepire l’intuizione di William James tanto  che, sedici  anni  dopo, il premio Nobel per la medicina venne assegnato al patologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal il quale, contrariamente alla tesi  dello  psicologo  americano, dichiarò perentoriamente:

Le vie nervose dell’individuo  adulto  sono un qualcosa di  fisso, compiute ed  immutabili.

Il dogma del premio  Nobel fu  presa alla lettera dalla quasi  totalità dei  neuroscienziati finché, in epoca più recente, la moderna neurologia arrivò (finalmente) a scoprire la neuro  plasticità del cervello, ovvero: la capacità dei  neuroni di  creare nuovi  circuiti modificandone la specializzazione alla quale erano  destinati inizialmente.

I libri  sull’argomento 

La lista dei  libri  sull’argomento  è molto  lunga e, tra questi, ne ho  scelti  due.

Nel  2007 Sharon Begley, giornalista scientifica del  New York Times e fondatrice della rivista Science Journal, pubblicò il libro Train your mind change your brain (La tua mente può cambiare –  Mondadori  Editore) con la prefazione del  Dalai Lama e dello  psicologo  e giornalista  Daniel  Goleman  

Là dove i confini  tra corpo  e mente si  fanno fluidi e perdono la propria rigidità, la scienza occidentale incontra  ciò che ha sempre avuto cura di  tenere a distanza: la spiritualità del  buddismo tibetano, le sue pratiche ascetiche e meditative, la sua dottrina. Gli studi  effettuati  sulle scimmie di  Silver Spring, le ricerche della scienziata Helen Neville   (deceduta nell’ottobre dello scorso anno) sui  pazienti  ciechi  o le ore trascorse in meditazione dagli yogi eremiti sulle alture sopra Dharamsala dimostrano  la stessa comprovata verità: le reti  neurali  del nostro  cervello possono  adattarsi  a svolgere compiti diversi  da quelli per cui  soo  nate e  la nostra volontà, così come l’esercizio, gli  affetti  e l’ambiente che ci  circonda possono influenzarne lo sviluppo

Quindi, come una qualunque attività sportiva, anche la mente può essere allenata e ritrovare stati  di  benessere senza nessun apporto  farmacologico.

Questa è quanto  la Mindfulness  insegna:   avere la consapevolezza delle proprie sensazioni  corporee, psicologiche e spirituali nello  stesso  attimo  che si manifestano.

Le tecniche di meditazione sono diverse, ma riconducibili  a due categorie principali: quella in cui  lo stato  di  concentrazione si  raggiunge attraverso  l’attenzione sul proprio  respiro o  oggetti  di pensiero  specifici, e quella non direttiva in cui  la concentrazione è spontanea, diretta ancora una volta sulla respirazione o  sull’ascolto  di un suono, dove la mente, nel  frattempo, è libera di  navigare in ogni  direzione.

Quest’ultimo  tipo di  meditazione è quella che da più spazio all’elaborazione di  ricordi  ed emozioni e sembra avere un ruolo  specifico  nel  riposo da come è stato  dimostrato  attraverso  analisi di  soggetti  sottoposti a risonanza magnetica del  lobo  temporale mediale destro  deputato, appunto, al  riposo.

Il secondo libro è del  biologo  e scrittore statunitense Jon Kabat – Zinn: Vivere momento per momento (anteprima alla fine dell’articolo) a differenza del  primo  può essere letto  come una semplice, ma non meno interessante, guida per praticare la mindfulness, ed infatti  nella prefazione scrive: 

Mindfulness significa prestare attenzione in particolare: con intenzione, al momento presente, in modo  non giudicante.

Descrivendola, quindi, come un modo  per coltivare una piena presenza all’esperienza del momento, al  qui  e ora.

Lo stress sembra ormai la condizione abituale di vita: toglie le energie, mina la salute, e rende più vulnerabili agli attacchi di panico, alla depressione, alle malattie. Questo è un libro sulla meditazione terapeutica per combattere lo stress e per raggiungere un più alto livello di benessere e di salute. Le tecniche su cui si basa affondano le radici nella tradizione buddista ma sono applicabili in qualsiasi contesto e orizzonte spirituale; non consistono in una serie di aride prescrizioni, ma insegnano a servirsi dei punti di forza che ciascun individuo possiede per contrastare tutti quei disturbi provocati o connessi con una condizione di stress. Il percorso della meditazione seguito e insegnato da Kabat-Zinn approda a una profonda autoconsapevolezza che apre la mente a un modo nuovo e più sereno di pensare alla salute e alla malattia, al lavoro e alla vita di relazione. E la descrizione di numerosi casi raccolti in decenni di lavoro come medico esemplificano le tecniche di meditazione e di rilassamento proposte, agevolandone la comprensione ai lettori.
Pubblicato per la prima volta nel 1990, «Vivere momento per momento» è un grande classico della mindfulness, che l’autore ha deciso di riproporre completamente aggiornato e ampliato sulla base degli studi più recenti sulla scienza della mindfulness.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


Anteprima del  libro Vivere momento per momento  di Jon Kabat- Zinn

 

Qui si parla di percezione aptica e di storie che non si conoscono

Il gatto e il canarino
© caterinaAndemme

Percepire le cose attraverso il tatto 

Percepire le cose attraverso  il tatto ha un suo nome scientifico e cioè percezione aptica.

La percezione aptica è il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto. La percezione aptica deriva dalla combinazione tra la percezione tattile data dagli oggetti sulla superficie della pelle e la propriocezione che deriva dalla posizione della mano rispetto all’oggetto (definizione tratta da Wikipedia)

Quanti  di  voi  lo  sapevano  già?

Questo non lo  saprò mai. ma posso  confessare  che per me percezione aptica aveva lo  stesso valore riguardo  la  mia  conoscenza  della lingua Klingon (Star Trek docet): ancora oggi non parlo  la lingua Klingon, ma, grazie alla segnalazione di un amico, conosco cosa s’intende per percezione aptica e cosa si può fare per aiutare coloro  che hanno  bisogno  del tatto per leggere.

Utilizzando il   traduttore italiano – klingon (giuro  che esiste) vi voglio  dedicare questa frase :

HItlha’ Suvmo’ ghIlDeSten je ‘e’ qaS jaj SoHvaD je pIq vItul 

Non essendo però sicura di  una traduzione in italiano corretta (e volendo  evitare malintesi) lascio  tutto  alla vostra fantasia.

Un aiuto ai  non vedenti  per la lettura dei libri

Gemma Carolina Bettelani

La giovane (e bella)  ragazza nella foto  si  chiama Gemma Carolina Bettelani, ha ventisei  anni ed è nata a Sarzana.

E’ una dottoranda del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione di Ricerca dell’Università di  Pisa e lavora presso il Centro  di  Ricerca E. Piaggio della stessa università (insomma, quello  che comunemente viene definito  come un cervello  che funziona al meglio delle possibilità).

Quest’anno si è aggiudicata un premio, sotto  forma di finanziamento al progetto,  nel programma Innovation  in Haptic Research per il dispositivo  da lei  progettato  e  chiamato  Readable .

Per spiegare  in cosa consiste Readable  preferisco  che siano le parole della stessa ricercatrice a dircelo:

Nel mondo ci sono 285 milioni di persone ipovedenti, di cui 39 milioni non vedenti – afferma Gemma Bettelani-. La qualità della loro vita dipende anche dall’avere accesso a contenuti testuali e grafici usando altri sensi, per esempio l’udito e il tatto. I dispositivi Braille meccanici fino ad ora prodotti spesso non hanno più di una riga, a causa degli alti costi di produzione. sono dispositivi in grado di cambiare dinamicamente le lettere, ma non riescono a convogliare molta informazione per volta.

Il mio progetto ambisce a superare queste limitazioni, creando una tavoletta a più righe, semplice e low-cost, in cui i caratteri braille vengono attuati da un magnete che li fa andare su e giù ricevendo corrente. In questo modo è possibile cambiare le lettere braille in modo dinamico, e potenzialmente  leggere su una sola tavoletta interi libri

Se volete approfondire l’argomento  vi  rimando  alla pagina dedicata del  Centro di  Ricerca E. Piaggio.

 

La colonna sonora per le tue letture (o per Le storie che non conosci)

Nel 2015 Samuele Bersani, insieme al cantautore  Pacifico e con il cameo  di  Francesco  Guccini, realizzò Le storie che non conosci in occasione del progetto  nazionale #ioleggoperchè per la promozione del libro  e della lettura organizzato  dall’AIE (Associazione Italiana Editori

Vi confesso  che il brano  è talmente bello  che ogni volta che lo  ascolto  devo  correre a leggere un libro…come adesso.

Alla prossima! Ciao, ciao……… 

Le storie che non conosci 

 

Viaggi extragalattici organizzati a bordo di Oumuamua?

Viaggi extragalattici
© caterinAndemme

Do you remember X- Files? 

<<Visto  che la scienza non riesce a darci  delle risposte, perché non consideriamo  finalmente plausibile quello  che sembra fantastico>>

La frase, pronunciata da Fox Mulder in una delle puntate di  X-Files (serie televisiva indimenticabile, terminata con la sua undicesima stagione più un paio  di  film) sembra calzare a pennello  con ciò che gli  scienziati che lavorano  al progetto  SETI non escluderebbero  a priori: cioè  che Oumuamua (nella lingua delle Hawaii vuol dire messaggero  che arriva per primo da lontano) il primo asteroide interstellare scoperto  nel 2017,  per questo marcato  con la sigla 2017 U1, potrebbe anche  essere  un manufatto  alieno.

L’ipotesi  è suffragata anche dalla forma oblunga  dell’asteroide che farebbe, per l’appunto, pensare ad un qualcosa di  simile ad un’astronave.

Naturalmente i ricercatori  non si  aspettano che il più dei  classici  omini verdi si  affacci  da Oumuamua per far ciao ciao con la sua manina (o tentacoli, se preferite), quanto piuttosto ascoltano lo spazio  profondo per carpire qualche tipo  di  segnale radio proveniente da 2017 U1 che confermerebbe l’esistenza di tecnologia aliena.

In questa pagina del  sito della  SETI (o  del  SETI….?) il resoconto  del  tipo  di  ricerca che si  sta effettuando.

Ma loro sono già stati  tra noi? 

Pier Domenico  Colosimo (Modena, 15 dicembre 1922 – Milano 23 marzo 1984) ,  meglio  conosciuto con lo  pseudonimo  di  Peter Kolosimo, fu un famoso scrittore e divulgatore di  quella particolare scienza che va sotto il nome di archeologia misteriosa  –  vista come fumo negli occhi  dal  CICAP (Comitato  Italiano per il  Controllo  delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) – e nei  suoi libri uno  dei  temi  fondamentali (gli  altri  erano  quelli  legati  all’esoterismo) era quello riguardante un lontano passato in cui gli extraterrestri, visitando il nostro pianeta, hanno  lasciato tracce come le piramidi o le Linee  di  Nazca  se non vere e proprie civiltà poi scomparse per un’immane catastrofe e generando,  quindi,  miti  come quello  di  Atlantide  di  cui  anche Platone ne parlerebbe nelle sue opere del  Timeo  e Crizia.

Una pagina tratta dall’archivio del progetto Blue Book dell’USAF

Peter Kolosimo, e in tempi più recenti Roberto  Giacobbo  con il programma televisivo Voyager, avevano  costruito  uno show business basato, più che altro, sulla credulità di un certo pubblico (ricordiamoci  che ancora oggi  c’è chi  crede che la Terra sia piatta), ma cosa dire se è un ente militare come l’USAF (United State Air Force)  che,  desegretando ben 50.000 documenti riguardanti studi  sistematici  sull’avvistamento degli UFO ( i nostri cari  dischi  volanti) e facendoli  confluire nel progetto  Blue Book consultabile online (al momento in manutenzione).

Forse che il governo  americano  voglia aprire uno  spiraglio su  avvistamenti fino ad ora  tenuti  segreti?

Non credo  proprio, penso  che tutta quella carta digitalizzata e messa on line non nasconda nulla se non normali  rapporti  di  servizio: in poche  parole la famigerata Area 51 continuerà ad essere fonte di ispirazione per sceneggiatori  e scrittori  di  fantascienza.

 

Anche dalle parti della NASA c’è chi  asserisce che bisogna (finalmente) dire la verità sugli  alieni: lo  fa il ricercatore Silvano  Colombano  con un documento (Pdf) in cui, in maniera razionale, non esclude l’ipotesi  che ci  siano altre intelligenze sparse nell’Universo.

La Fox News ne ha subito  tratto un servizio basandosi   su  ciò che lo scienziato  della NASA ha pubblicato  e che lo  stesso  ha dichiarato successivamente di non essere d’accordo con i  giornalisti in quanto  hanno  travisato  quello  che effettivamente lui  voleva dire.

Per concludere l’anteprima del libro Incontro  con Rama dello  scrittore Arthur C. Clarke e pubblicato  nella collana Urania della Mondadori  nel 1972: la cometa descritta nel libro è del  tutto (o  quasi) uguale a Oumuamua.

Buon fine settimana 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Incontro  con Rama di  Arthur C. Clarke

Mi hanno spedita su Marte

Il mio biglietto per Marte (solo andata, però)

Ebbene si: questa sera sono su  Marte

Come le streghe che a cavalcioni  di una scopa volavano  verso il Sabba – ma le povere donne accusate di  stregoneria dall’Inquisizione confessavano  tutto  pur di  far cessare le torture a cui  erano  sottoposte – anch’io  questa sera atterrerò su  Marte.

Ho prenotato  questo  viaggio qualche mese fa quando  la Nasa, nell’ambito  della missione InSight ha offerto  la possibilità a chiunque di  far incidere il proprio  nome e cognome su  di un dischetto a bordo  della navicella che questa sera, verso le 21.00, ammarterà (o amarterà?).

Sarà uno  spettacolo che, in parte,  richiama alla memoria lo storico  sbarco  del primo  uomo  sulla Luna avvenuta nel ormai lontano 20 luglio 1969 con la missione Apollo 11 (anche se i  complottisti continuano  a non crederci).

Se siete appassionate agli  eventi  extramondani come questo  questa sera Focus TV verso le 20.15 offrirà la diretta dell’atterraggio  di Insight sul suolo  marziano.

Un salto al cinema prima di  partire per Marte

Film  che hanno  avuto  come soggetto il Pianeta Rosso ve ne sono  stati molti, tra questi The Martian film del 2015  diretto  da Ridley Scott con Matt Damon Jessica Chastain come interpreti principali.

Il soggetto  del  film  è preso direttamente dal libro omonimo dello scrittore statunitense   Andy Weirnel 2011 l’autore auto- pubblicò il suo  romanzo  per venderlo in formato  ebook su  Amazon – Kindle al prezzo  di 0,99 centesimi  di  dollaro. Da subito l’ebook ebbe un notevole successo attraverso  il passa – parola, fino  ad arrivare all’interessamento  della Penguin Random House che mise sotto  contratto  Andy Weir facendo  diventare il suo libro un caso  letterario internazionale.

Altre sventure lunatiche

<< Può l’uomo  sopravvivere in un ambiente privo  d’aria e quindi privo di  tutte quelle manifestazioni  vitali che dall’ossigeno traggono  soprattutto il sostentamento? John  W. Campbell junior, l’autore della vicenda che presentiamo  ai nostri  lettori, risponde affermativamente al  quesito  e con una narrativa scarna, esente da qualsiasi  retorica, racconta la vicenda avventurosa di  “naufraghi” rimasti  sulla Luna, “inferno  squallido e raggelato”, in attesa dell’astronave – soccorso che li  venga a liberare. Nel  frattempo  dovranno  strappare al pianeta spento un’esistenza.  Un esistenza che come dice il titolo  del  racconto sarà un martirio  allucinante. Ma l’uomo  non è nuovo  a certe imprese e forte di  tutte le esperienze della sua civiltà finisce per vincere la battaglia e stabilire sulla Luna un avamposto che consentirà ad altri di  continuare lungo il cammino del progresso>>

E’ l’introduzione del romanzo  di  fantascienza Martirio  Lunare dello  scrittore americano J.W. Campbell Jr. (Newark 8 giugno 1910 – Mountainside 11 giugno 1971), pubblicato  nella collana I Romanzi  di  Urania  (Mondadori) il 20 dicembre 1953  e che ho ritrovato  su  di una bancarella di libri  durante una mia personale  caccia ai  romanzi  perduti.

 Per finire tra i progetti  della Nasa per colonizzare in futuro  Marte, vi è quello di  costruire una base sulla Luna ed utilizzarla come trampolino di lancio  verso  il  Pianeta Rosso.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………… 

Le sfere di fuoco tra scienza e fantascienza in 4 brevissimi paragrafi

UFO
©caterinAndemme

Paragrafo 1°: la fantascienza

 

 

Nel 1954 la Mondadori  pubblicò nella sua collana di  fantascienza Urania il romanzo Sfere di  fuoco di Erik van Lihn uno dei  tanti pseudonimi  di Ramon Felipe San Juan Mario Silvio Enrico Smith Heathcourt-Brace Sierra y Alvarez-Del Rey y De Los Huerdes meglio  conosciuto come Lester del  Rey.

In questo  romanzo (di  cui  ho una copia che non cederò mai e poi mai…beh,  se fate un’offerta generosa…….) la colonia terrestre su  Mercurio  deve fare i  conti con le tempeste magnetiche del  Sole che formano delle sfere di  fuoco: una di  esse è un’entità dotata di intelligenza propria.

Fine del primo paragrafo

 

 

 

 

Paragrafo 2°: i racconti mitici 

Sembra che ogni  anno in Cambogia, sulle rive del  fiume Mekong ad ottobre, misteriose sfere di  fuoco si  alzano dalla superficie del  fiume salgono  verso il cielo  notturno  e quindi  scompaiono dalla vista.

La popolazione locale le chiamano bung fay paya nak  e sono le emanazioni  dei leggendari uomini  serpenti: i naga

Fine del  secondo  paragrafo 

 

Paragrafo 3°: quello  che dice la scienza

Per la scienza nella categoria delle sfere di  fuoco vanno  comprese i fulmini  globulari , i fuochi  fatui e altri  fenomeni  simili che appaiono in determinate circostanze, tra questi, ad esempio, quelle che noi  donne emaniamo per incenerire la mano  di  certi uomini  che, su  di un mezzo pubblico  affollato, sfiorano  con nonchalance  il nostro posteriore (o  lato B se preferite).

Comunque la scienza dice che:

Alcune sfere di fuoco sembrano essere il prodotto di organismi viventi. Il decadimento della materia organica, ad esempio, nelle paludi e in altre zone umide  porta al rilascio di gas contenenti metano e fosforo, come la fosfina, i quali possono incendiarsi spontaneamente dopo aver incontrato ossigeno nell’ atmosfera, producendo una luce tremolante sospesa a mezz’ aria. Alcuni fenomeni  sono di origine elettrica come può esserlo   una scintilla all’ interno del terreno durante un terremoto: in questo  caso  le rocce sollecitate rilasciano un flusso di elettroni in superficie dove, interagendo con l’ aria, producono lampi di luce.

Fine del  terzo paragrafo

 

Paragrafo 4°: i fulmini  globulari

Rappresentazione di un fulmine globulare in una illustrazione del XX secolo

La loro forma è perfettamente sferica e con  diametro  è variabile. Il loro  movimento può essere rapido e casuale oppure, al  contrario, rimangono  ferme nel  cielo.

La cronaca parla anche di  casi in cui il fulmine globulare entrato  in  una stanza ha ucciso lo sventurato occupante, oppure di  fulmini globulari  passeggiare lungo  la corsia di un aereo in volo (il riferimento  è ciò che l’astronomo Roger Jennison ebbe come esperienza  nel 1963 durante  un volo  notturno).

La risposta al quesito  di cosa siano in effetti i  fulmini globulari è varia (in alcuni  casi  bizzarra): micro  buchi neri, particelle calde di  silicio e blablabla 

Lo scienziato  cinese H.C. Wu, dell’Università di  Zhejiang, prendendo  spunto dall’ipotesi che le sfere potrebbe essere formate da radiazioni  a microonde, ipotizzò che:

Le microonde nascono  da un gruppo di  elettroni accelerati ad una velocità che si  avvicina a quella della luce.

Questo  avviene quando la terra è colpita da n fulmine ; in particolare gli  elettroni  sono accelerati  dal  forte campo  magnetico creato  come quando un canale di  elettroni  si muove gradualmente dalla base di una nuvola verso il suolo, appena prima del flash luminoso e cioè del  fulmine .

nella parte del fulmine che raggiunge  il  suolo, prosegue Wu, si può produrre un gruppo  di  elettroni relativistici, che a loro volta emettono  intense radiazioni a microonde.

Indipendentemente dalla fonte, le microonde atmosferiche producono  plasma caricando l’aria circostante .

La radiazione esercita una pressione sufficiente a spingere il plasma verso l’esterno in una bolla che noi  vediamo come un fulmine sferico.

Le microonde intrappolate all’interno  continuano a generare plasma e quindi a mantenere in vita la bolla per la sua breve durata.

Il fulmine, alla fine, sbiadisce appena la radiazione trattenuta all’interno  della bolla viene dissipata.

In caso  contrario la bolla si  rompe causando un’esplosione.

Semplice come bere un bicchiere d’acqua (???) 

La presenza di microonde e plasma  come componenti  del  fulmine globulare ne spiega alcune proprietà, per esempio quella di  attraversare i  vetri  delle finestre, creare un rumore udibile all’orecchio  umano e generare ozono.

Questo, sempre secondo  la teoria dello scienziato  cinese,  spiegherebbe come un fulmine globulare può entrare anche nella cabina di un aereo: gli  elettroni  ne attraversano il guscio metallico  dopo  essere stati  accelerati dall’energia prodotta da un fulmine.

Fine del 4° paragrafo

 

….ma adesso  cosa preparo  per cena?

Alla prossima! Ciao, ciao…………..