NDE: il ritorno dall’aldilà

H. Bosch Ascesa nell'Empireo
Hieronymus Bosch – Ascesa nell’Empireo

Quello che avviene dopo  la morte, è qualcosa di uno  splendore talmente indicibile che la nostra immaginazione e sensibilità non potrebbe concepire nemmeno  approssimativamente.

Dall’autobiografia di Carl  Gustav Jung Ricordi, sogni  e riflessioni

Il ritorno  dall’aldilà 

No, non mi accingo a  scrivere di  fantasmi, vampiri  o lupi  mannari: questo  viaggio  a ritroso dalla morte è un’esperienza di  alcuni che, a seguito  di un trauma, entrando in coma clinico ritornano  in vita  portando  con se un’esperienza molto  vicina al  misticismo.

Anche Carl Gustav Jung dopo un incidente che lo  portò al  coma nel 1944,   descrisse nella sua autobiografia  Ricordi, sogni e riflessioni la sua personale esperienza di pre – morte, quella che viene definita clinicamente come Near Death  Experencies (NDE).

Coloro che hanno  vissuto questo  tipo  di  esperienza dichiareranno in seguito che durante la fase di pre -morte hanno  avuto  la percezione di una luce in fondo  ad tunnel e l’ascolto  di una voce sovrumana, ma non per questo  di  aver avuto paura: anzi, in loro, vi  era una sensazione di pace e armonia.

Poi, una forza inspiegabile, li spingeva a ritornare indietro, alla vita, e loro con molto  rammarico obbedivano.

La stragrande maggioranza dei  pazienti  che hanno  avuto un’esperienza Nde mostreranno di non aver più paura della morte.

Questo è l’aspetto mistico legato  al Near Death  Experiences ma la scienza, ovviamente, si nutre di  certezze basate su  esperienze verificabili.

Nel 1740, il medico  militare francese Pierre – Jean Monchaux nel  suo  trattato  medico Anedctodes de Medicine, descrive casi  da lui  trattati  di militari  feriti  in battaglia  che dichiaravano  di aver avuto visioni mistiche durante il loro  stato  comatoso. 

Per il medico  francese questo era dovuto ad un aumento  del  flusso  sanguigno  al cervello.

La scienza moderna al  contrario

La scienza moderna, pur non avendo una tesi  che definisca in toto cosa sia l’Nde, va oltre alla semplicistica soluzione di Monchaux (comunque eravamo nel 1740) si pone comunque domande delle quali  la principale è:

Come può un cervello  con tracciato piatto avere un’esperienza vivida a volte legata alla realtà circostante (alcuni  pazienti  hanno asserito  di  aver avuto una capacità extracorporea vedendo  se stessi  in sala operatoria circondati  dal personale medico)

A questo punto si entra in un ulteriore stadio della ricerca di una risposta: la mente è indipendente dal  cervello?

Cioè, dopo  la morte cerebrale, la coscienza continua ad esistere?

Per alcuni scienziati la soluzione potrebbe essere nel  fatto  che, semplicemente, non è detto che a un tracciato piatto   corrisponda una cessazione simultanea del  cervello e che questo  continui  a funzionare nonostante tutto fornendo quelle esperienze molto  simili a allucinazioni.

Il progetto  Aware

Aware ( AWAreness during REsuscitation) E’ uno studio  promosso  dalla Human Consciousness Project, guidato da Sam Parnia  specialista in tecniche di  rianimazione presso lo  State University  di  New York, che prevede la collaborazione internazionale tra medici  e scienziati e che riguarda i  casi  clinici  di pazienti con esperienze di  Nde e verificarne la scientificità delle percezioni  extracorporee .

Lo stesso Sam Parnia, nell’ottobre del 2014, arrivò alla seguente conclusione:

Sappiamo che il cervello  non può funzionare quando il cuore cessa di  battere. Ma in questo  caso  la consapevolezza cosciente sembra essere rimasta attiva fino a tre minuti dopo  che il cuore non funzionava più, anche se il cervello smette la sua funzione dopo  20 – 30 secondi da quando il cuore si  ferma.

Vi auguro un buon fine settimana (allegro, mi raccomando)

Alla prossima! Ciao, ciao….

Un giro di carte con i Tarocchi?

I Tarocchi
© caterinAndemme

Arcano è tutto, Fuor che il nostro  dolor

Giacomo  Leopardi – IX Ultimo  canto  di  Saffo

Scoprire il nostro io attraverso  gli Arcani

No, non ci  credo: non credo agli oroscopi (specie se sono  quelli  criptici di Marco Pesatori), come non credo alle consultatrici  di  mani, di  fondi  di  caffè, della disposizione dei  nei sparsi nel  corpo e di qualunque altra parte anatomica che possa essere letta dagli  aruspici.

Come non credo  al  malocchio, al gatto  nero che ti taglia la strada, al  passaggio  sotto una scala (comunque è sempre meglio  dare un’occhiata, non si  sa mai), allo  specchio  rotto, alla farina versata, al  vino  versato sulla tovaglia, se si è tredici  a tavola o al  venerdì diciassette.

Sennonché…c’è sempre un sennonché che manda in frantumi ogni  certezza, anche le mie a riguardo di  quanto  detto  sopra.

Sennonché    

Leggo  gli oroscopi  alla fine di ogni  anno (quelli  di  Marco Pesatori ogni  qualvolta compro il settimanale D Lei de La Repubblica) e, una sola volta nella vita, mi sono sottoposta alla lettura dei  tarocchi da parte di un’amica che, se fosse vissuta nel  medioevo, avrebbe avuto  qualche problema con la Santa Inquisizione.

Fatto  sta che le carte ebbero  ragione e….BLABLABLA!

I tarocchi

Alejandro Jodorowsky nel  suo libro  La via dei Tarocchi riferendosi agli Arcani maggiori scrive:

Ciascun Arcano  maggiore indica con chiarezza un’azione che si può riassumere in una parola.

Ne Il Matto potrebbe essere: viaggiare;  ne  Il Mago: mostrare; ne L’Imperatrice: sedurre; ne Il Papa: insegnare; ne L’Innamorato: scambiare.

E cosi  via..

Jodorowsky proseguendo  nella scrittura del  libro, aggiunge:

Eliminando  la trappola della cosiddetta Lettura del  Futuro , i Tarocchi sono diventati uno strumento psicologico, un attrezzo utile alla conoscenza di noi  stessi. Affrontando onestamente le caratteristiche  della nostra personalità deviata – identificazioni, abitudini, manie, vizi, problemi  narcisistici, autoinganni, ecc. –  possiamo  giungere alla conoscenza della nostra essenza reale, quindi  quello  che in noi è innato e non acquisito.

Non sono una fan  di Jodorowsky (anche se ho  comprato il suo libro),  ma devo  ammettere che il suo approccio  alla lettura dei  tarocchi può essere utile, per l’appunto  a far riaffiorare quei  problemi tenuti nascosti  nel profondo  del nostro  io (se non vogliamo  ricorrere alla psicanalisi  tradizionale).

D’altronde i tarocchi sono  nati non tanto per sostituire il lettino  dello  psicologo ma come semplici  carte per il gioco  d’azzardo: infatti  si  dice che giunsero in Italia   dal (misterioso) Oriente nel XIV secolo con i  segni  tradizionale, cioè Bastoni, Coppe, Denari  e Spade).

Pochi  decenni  dopo  la loro  introduzione, si  aggiunsero ai  semi  tradizionali  i Trionfi (Arcani Maggiori)  figure come l’Appeso, la Morte, il Matto, l’Imperatrice che portarono a creare giochi  di  società nelle corti  rinascimentali.

Dall’Italia questa rappresentazione dei  Tarocchi  venne esportata nel  resto  dell’Europa dando  vita a nuove forme e interpretazioni  delle carte fino ad arrivare alle conoscenze iniziatiche che filosofi umanisti propagandavano attraverso simboli  e codici  nascosti  ai più.

In effetti, alla fine del XVIII secolo, quando ormai  i  Tarocchi  erano  diventati  strumento per la cartomanzia,  Antoine Court de Gèbelin, esoterista francese, riscoprì a suo modo il lato  esoterico  dei  Tarocchi.

In epoca moderna altri  studiosi di  esoterismo, quali  per esempio Lèvi, Papus, Crowley e altri, crearono le proprie scuole di pensiero mettendo in evidenza le presunte connessioni tra i  simboli  dei  Tarocchi con i  geroglifici egiziani, oppure alla Cabala ebraica o la numerologia pitagorica.

Naturalmente la trattazione sull’argomento  Tarocchi  e loro interpretazione richiederebbe ulteriori  approfondimenti che andrebbero oltre le mie conoscenze.

Tra i tantissimi  libri  dedicati ai Tarocchi (qualcuno molto  serio altri decisamente no) vi  segnalo  quello  della giornalista milanese Laura Tuan Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi (anteprima alla fine dell’articolo).

Buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao………… 


Anteprima del libro Il linguaggio  segreto  dei  Tarocchi  di  Laura Tuan 

 

Camminare d’inverno all’aria aperta per combattere il disordine affettivo stagionale

Un giorno d’inverno
© caterinAndemme

Benché i piedi  dell’uomo non occupino  che un piccolo  spazio sulla terra,

è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare

sulla terra immensa.

Zhuāngzǐ

L’inverno all’aria aperta

Se un giorno  d’inverno, magari  di  domenica,  inizia a nevicare e gli orsi polari  sono  gli unici a circolare per le vie della vostra città (cosa che in Alaska potrebbe capitare,  ma non alle nostre latitudini), cosa pensate di  fare?

A) Mi rintano sotto  la trapunta uscendo  solo per espletare le funzioni  vitali (e solo  quelle)

B) Divano + coperta + tisana + Netflix = Non ci  sono  per nessuno 

C) Non vedo l’ora di  uscire, di  rendere le mie gote rosse dal  freddo (se il colore passa al  blu:  attenzione non vi  siete vestite adeguatamente e state congelando) e di  respirare aria pura.

Io opto per la terza risposta, voi  fate quello  che volete ma sappiate che camminare,   correre oppure fare del  nordic- walking  nel  freddo  è una fonte di  benessere.

Lo dice (anche) John Sharp  psichiatra specialista del disordine   affettivo  stagionale presso il Beth – Israel Deaconess Center di  Boston:

La tendenza a starsene al  chiuso  quando  è freddo è naturale ma non è una buona ricetta per sentirsi  meglio: troppa poca luce solare producendo  stress crea un disagio  psico – fisico rendendo l’individuo incline alla depressione.

Immagino  che la professione di John Sharp, cioè quella di psichiatra, vi  faccia pensare che uscire al  freddo  d’inverno  sia una cosa da pazzi.

Potrebbe esserlo  se decidessi  di uscire vestita della sola pelle piuttosto  che  con un vestiario  sportivo  adeguato (quindi  non con la pelliccia che abbiamo  sottratto all’orso polare).

Benefici 

⇒ La luce solare fa aumentare la quantità di  serotonina cioè l’ormone della felicità combattendo, quindi, i casi  di depressione leggera legati  alla stagionalità 

⇒ Stando  all’aria aperta aumenta la produzione di  vitamina D che attiva il rilascio  di  serotonina, aumenta l’assorbimento  del  calcio nelle ossa, combatte le infiammazione  potenziando  il sistema immunitario  

Oltre a questi indubbi  vantaggi  fisiologici, fare attività fisica al  freddo aiuta anche alla mindfulness cioè quella meditazione – non meditazione alla portata di  tutti che semplifica un po’ (molto) la nostra vita (ne ho parlato in questo  articolo).

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Il libro 

Ho iniziato  con la citazione del  filosofo  cinese Zhuāngzǐ tratta dal libro di David Le Breton Camminare – elogio  dei  sentieri e della lentezza

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi (Feltrinelli, 2001 “come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato”. Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio. Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza. Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Anteprima del libro Camminare di  David Le Breton 

Le lacrime: la loro storia in un libro (le pagine sono impermeabili)

Una lacrima su di me
Caterina Andemme ©

 

PUFF….e il mio sedere incontrò l’asfalto!

 

Il vento  freddo in aggiunta al  nevischio ha formato uno strato  d’infido  ghiaccetto sulla discesa da casa: il risultato è stato  appunto  quel PUFF!

Assolutamente nulla di  rotto se non un piccolo scossone al mio  ego  per essermi  ritrovata in quella posizione imbarazzante (per fortuna a quell’ora non passava nessuno).

Karen Blixen disse una volta:

La cura per ogni  cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o l’acqua del mare.

Lasciando  la prima delle soluzioni alle fatiche di un allenamento di nordic walking e l’ultima a quando  verrà l’estate, non mi rimane che parlare delle lacrime: voi siete delle tipe dalla lacrima facile oppure no?

Si può piangere per mille motivi: per dolore, per rabbia e anche per amore.

Oppure, semplicemente,  a farci  piangere è la cipolla che stiamo  pelando.

Del  resto io devo  ammettere che mi  commuovo  facilmente nelle scene commoventi  di un film commovente, oppure  utilizzo l’umidore degli occhi in maniera subdola, quando  devo  convincere lui che, nonostante la realtà dei  fatti, è sempre lui quello ad essere in torto  (il più delle volte funziona).

Lo  psicologo  William Frey nel 1982 stabilì in una ricerca che noi  donne in media piangiamo 5,3 volte al  mese (il mistero è come si  è stabilito  quel  virgola tre), mentre gli uomini lo  fanno solo 1,3 volte al  mese ( si  vede che pelano meno  cipolle).

Il nostro  William  stabilì anche che il pianto  di una donna dura (sempre in media) cinque o  sei minuti, quello  di un uomo dai  due ai  tre minuti  (mezz’ora se è la squadra del  cuore a perdere).

Non so  come lo  psicologo  abbia condotto la sua ricerca: non si può mica chiedere ale persone di  piangere a comanda e misurarne il tempo  con un cronometro.

Altri, invece, sulle lacrime ne hanno  scritto un libro, com e ad esempio lo scrittore e giornalista Tom Lutz:

Storia delle lacrime 

Gioia, dolore, delusione, sconfitta, successo: gli stati d’animo legati al pianto sono pressoché infiniti, e innumerevoli sono le modalità, i rituali, le prescrizioni che ogni epoca e ogni cultura hanno adottato per regolarne l’uso. Nessuna altra specie è capace di piangere, esattamente come nessuna altra specie, all’infuori dell’uomo, possiede la capacità di comunicare mediante il linguaggio. E che le lacrime siano una forma specifica di comunicazione umana, le arti figurative, la poesia, il teatro sembrano averlo saputo da sempre, poiché ne hanno fissato da tempo immemorabile i canoni espressivi. Come le lacrime di un neonato segnalano il suo bisogno di nutrimento e protezione, il pianto implica in genere un desiderio, un’aspettativa o una preghiera. Chi soffre di particolari forme depressive non piange più, perché ha perduto ogni speranza di vedere esauditi i propri desideri. Le lacrime versate dagli innamorati possono esprimere voglia di intimità e al contempo paura dell’intimità. Le lacrime di cordoglio segnalano la nostra aspirazione a invertire il corso del tempo e rimediare magicamente alla perdita, così come la consapevolezza dell’irrealizzabilità di questo desiderio. Scrivere delle lacrime significa dunque addentrarsi in territori che vanno dalla scienza alla letteratura, dall’antropologia al mondo delle emozioni, dalla religione all’arte, dipanando il filo di una storia parallela a quella dell’umanità.

Dalla descrizione del libro 

Anteprima del libro in vetrina

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Nota a piè di pagina 

Il blablabla della politica non ferma gli omicidi delle donne

In questa deprimente campagna politica ne abbiamo  sentite di  promesse mirabolanti che svaniranno dopo il prossimo 4 marzo.

Senza tener conto della pericolosa deriva verso il razzismo  (palesato in atti criminali  come quello  di  Macerata o nell’odio  nei  social media)

mediato anche da frange estremiste favorevoli al fascismo.

Nessuno  dei politici uomini (ma anche alcune esponenti  donne) ha parlato di leggi  contro  la violenza perpetrata sulle donne.

L’ultima tragedia si  è consumata proprio  ieri  a Latina: una donna ferita gravemente e le sue due figlie uccise dal marito, carabiniere, che aveva vissuto la separazione da lei  come incomprensibile.

La donna aveva già denunciato il marito per l’atteggiamento  aggressivo  nei  suoi  confronti.

Denunce  che,  ancora una volta inascoltate, hanno portato ad una tragedia che poteva essere benissimo  evitata se si  fosse intervenuti in maniera decisa nei  confronti  di  quello  che era, a tutti  gli  effetti, uno  stalker . 

 

 

Ho letto (non per caso) che nulla succede per caso

 

Parole e correzioni
Caterina Andemme ©

Ho visto  le elfe della Terra di  Mezzo: giovani dalla pelle del  colore del latte, capelli lunghi  e biondi  (per nascondere le orecchie da elfo), in poche parole belle.

Avendo  fatto il liceo  artistico non potevo  che ammirarle per quella giovane  grazia femminile – non che io  sia così vecchia ma, essendo  nata dopo Nefertiti e prima di loro, posso  dire che la mia adolescenza è bella che andata – ma, soprattutto, per quel modo  elegante di  vestire camicetta bianca, giacchetta blu, gonnellino dello  stesso  colore e scarpette leggere degne del piedino  di  Cenerentola, quando la temperatura annunciava quello  che il Burian  ci  avrebbe regalato  da lì a poco.

Il tutto, qualche giorno fa, in via XX Settembre a Genova.

Oggi non so  se le giovani  elfe sono  ritornate nella Terra di  Mezzo lasciandomi  con la curiosità di  sapere chi  fossero in effetti (collegiali in visita a Genova?), ma ho  visto orsi  siberiani, magari portati  dal Burian, aggirarsi  per le strade: io non patisco  il freddo, ma sono  freddolosa nel  senso  che riesco a  sopravvivere   al  gelo  solo  se adeguatamente coperta (guanti, sciarpa, giaccone o  cappotto, stivali o anfibi, berretto di  lana con o  senza pon pon).

Ora, però, dovrei  decidermi  a scrivere perché mi è piaciuto  un libro, magari  mettendoci il titolo, e perché ve lo  consiglio:

Libri in vetrina

Nulla succede per caso di Robert H. Hopcke

L’autore  è psicoterapeuta e dirigente del Center for Symbolic Studies, una scuola di  formazione per psicoanalisti e psicoterapeuti di  area junghiana.

A tutti  capita prima o poi di  vivere una coincidenza incredibile capace di modificare almeno in parte il corso  dell’esistenza: sono  quelli  che Jung definiva eventi  sincronistici, fenomeni  di  cambiare l’immagine di noi  stessi, il nostro modo  di  vedere il mondo, di  aprirci  nuove prospettive. In questo  libro Robert H. Hopcke esplora l’universo  di  ciò che erroneamente consideriamo puro  caso , e ne individua il ruolo  nel  campo  affettivo e professionale, nella realtà  e nel mondo  dei  sogni, negli  aspetti  quotidiani e in quelli  spirituali  dell’esistenza. Attraverso  i racconti  di  esperienze realmente accadute, l’autore dimostra come un evento  sincronistico, riflettendo uno  stato  d’animo inferiore, spesso  riesca ad indicarci  la direzione per noi più giusta. Imparando a considerare la nostra vita un racconto  dotato  di  coerenza interna, dove niente succede senza ragione, potremo imparare a sfruttare le coincidenze per comprendere meglio noi  stessi e per dare alla nostra esistenza maggiore pienezza.

Dalla introduzione del libro 

 

Perché mi è piaciuto?

Intanto perché ho  letto già qualcosa sulla sincronicità junghiana credendoci molto (ho  scritto che ho letto, non studiato, comunque trovo  Jung molto più interessante e meno noioso del  suo illustre maestro  Freud).

Poi perché la lettura di  questo libro, in effetti, mi ha aiutato ad uscire da qualche impasse  di  troppo nella vita  e a spiegarmi che non tutto  ciò che accade è sempre negativo (comunque sempre meglio  che leggere l’oroscopo  di Marco  Pesatori su  D Donna: non me ne voglia ma i  suoi  vaticini  sono un po’ tanto  criptici).

Infine perché ho  una  percentuale sulla vendita del libro…..(scherzetto o  dolcetto?)

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

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