Insalata russa di mare (possibilmente senza meduse)

211016

 

APERTA PARENTESI

Se Wonder Woman è stata scelta dall’ONU come ambasciatrice onoraria per la promozione dei  diritti  delle donne, per i diritti degli  uomini avrebbero  scelto  Pippo, Topolino o magari Pluto?

CHIUSA PARENTESI

 

L’estate scorsa sono stata abbastanza fortunata, nel  senso  che i miei  incontri  ravvicinati in acqua con le meduse si  è risolto in uno soltanto (se pur doloroso).

In Oriente,  soprattutto  in Cina, alcune specie di  meduse da sempre fanno parte della dieta di  quelle popolazioni.

In Italia, per quello  che ne so, nei  menù dei  ristoranti i piatti  a base di meduse sono  introvabili: ma nel  Paese che eccelle nella gastronomia, chi  va a chiedere un fritto misto  di  meduse?

Basta, però, fare un giro in rete affinché  nelle liste della cosiddetta novel foods, le meduse (quelle essiccate e quindi già trattate)  vengono proposte, ad esempio, in abbinamento con zucchine e mozzarella di  bufala: una bontà per chi lo ha degustato.

Provare per credere?

Ci  credo,  ma non ho nessuna intenzione di provare.

Per questo la ricetta che vi propongo è quella classica di un’ insalata russa di  mare.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

Ingredienti per quattro  persone:
100 g di  gamberetti  già sgusciati
200 g di  totani già puliti  e tagliati a rondelle
300 g di  maionese
una manciata di  capperi dissalati
10 olive verdi snocciolate
10 g di piselli sgusciati o surgelati
Preparazione:
Bolliamo i gamberetti  e i totani, quindi  lasciamo  raffreddare.
Separatamente cuociamo  i piselli in molta acqua e lasciamo raffreddare.
Tagliamo i gamberetti  a dadini, tritiamo  le olive e i  capperi  finemente.
Aggiungiamo  al composto gli  anelli  di  totano, la maionese e i piselli.
Amalgamiamo bene il tutto. Mettiamo in frigorifero e serviamo  freddo (togliendo l’insalata dal  frigo una ventina di minuti prima di  servire in tavola).
E’ ovviamente un piatto  estivo: ma l’estate, prima o poi, ritornerà.
Bon appétit.

 

Il tonno ha le pinne blu (ma non lo dite al wedding planner)

131016

 

Tonno può anche essere la definizione di una persona non molto  sveglia.

Ma non è di  questo  che voglio  scrivere anche perché qualcuno potrebbe considerarmi, per l’appunto una tonna  e ciò destabilizzerebbe il mio ego.

Quindi, parliamo  dei  tonni  che vivono in mare, fin quando non finiscono ad essere inscatolati e reclamizzati per la loro  genuina bontà da un tizio vestito  da marinaio (credibile nel  ruolo  come se io decidessi  di  essere Samantha Cristoforetti solo perché ho visto  le stelle urtando il ginocchio  contro un cassetto  aperto…per favore chiudeteli  questi  cassetti).

Allora, il tizio di  cui  prima e cioè quello  che fa finta di  essere il capitano  Nemo, continua da anni a ripeterci che il tonno più pregiato  è quello “pinna gialla” e che la sua bontà è a prova di  grissino tanto  è morbido (perché un tonno  deve essere morbido  per essere buono?).

Nulla di più falso  perché è il tonno  rosso (Thunnus thynnus: vedi immagine ) ad essere quello più pregiato e, quindi, più ricco  di omega 3 necessario a combattere il famigerato  colesterolo  cattivo.

 

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Il tonno  rosso, conosciuto  anche “tonno  pinna blu” (adesso voglio  vedere se qualche wedding planner ha qualcosa da dire sulle “pinne blu)  cresce nel Meditteraneo o, per meglio dire, il nostro  mare è la nursery per i  suoi  avannotti in quanto, essendo il pinna blu un migratore, frequenta soprattutto le acque dell’Oceano  Atlantico  e Pacifico.

Il tonno, anche la persona definita “non molta sveglia”, ha le sue ragioni: tanto  che su  di  esse Sergio  Rossi e Nadia Repetto ne hanno  scritto un libro chiamato  appunto “Le ragioni del  tonno”: storia, biologia, tutela e pesca tutto in vendita per 20 euro (non prendo  nessuna provvigione sulle vendite).

 

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Per concludere la ricetta per un primo piatto (per il secondo  si  vedrà): Penne, fagioli  e tonno.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….

 

Ingredienti per quattro persone:

  • 500 g di penne
  • Una grossa cipolla rossa
  • 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
  • 2 spicchi  d’aglio schiacciati
  • Un cucchiaino di peperoncino fresco  tritato
  • 425 g di tonno in scatola (il colore della pinna lo scegliete voi)
  • 400 g di cannellini in scatola
  • Un cucchiaio di capperi in scatola
  • 2 cucchiai di succo  di limone
  • 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
  • Pepe nero

Preparazione:

Cuociamo le penne in abbondante acqua salata.

Mentre la pasta cuoce, tagliamo la cipolla a rondelle sottili e la facciamo  appassire rosolandola per qualche minuto, a fuoco  basso, in un una larga padella dove precedentemente abbiamo  fatto  scaldare l’olio.

Uniamo l’aglio  ed il peperoncino fresco continuando  la cottura, sempre rimescolando per un minuto  circa.

Sgoccioliamo  il tonno e lo  sbricioliamo unendolo  nella padella con i cannellini già scolati  dall’acqua di  conservazione. Aggiungiamo i capperi tritati ed il succo di limone.

A questo punto uniamo il prezzemolo  fresco tritato  e continuiamo a mescolare.

Scoliamo la pasta al  dente, avendo  cura di  conservare due cucchiai di  acqua di  cottura.

Versiamo in una zuppiera e condiamo  generosamente con la salsa di  tonno e fagioli, allungando, se necessario, con l’acqua di  cottura che può aiutare a rendere il composto più morbido.

Regoliamo  di  sale a piacere (qualche volta io lo dimentico) ed insaporiamo con un’abbondante macinata di pepe nero.

Servire a caldo.

 


IN RICORDO  DI  DARIO  FO 

 

Messere Querini che portò lo stoccafisso

vascello

 

Perché ho  messo l’immagine di un vascello all’inizio?

Perché vi  voglio parlare dello  stoccafisso: come dire “c’entra come i  cavoli  a merenda”.

Se proseguite nella lettura, vedrete che il nesso esiste: eccome!

Prima ancora, però,  un cenno alla normativa europea (che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2018) riferita ai Novel  Foods: in pratica questa normativa ridefinisce l’insieme delle procedure, delle valutazioni ed autorizzazioni per la commercializzazione in ambito  europeo dei “nuovi  cibi”.

E quando  si parla di nuovi  cibi  il riferimento è soprattutto  nell’aspetto  culinario  che arricchirebbe la nostra dieta con gli insetti: in pratica,  dal 1° gennaio 2018, potremo  trovare in tutti  i  supermercati (e negozi  di  alimentari) scatolame di  cavallette & company, ma anche di alghe e vegetali  prodotti con metodi non tradizionali ma, ad esempio, con l’utilizzo delle nanotecnologie in campo alimentare.

Adesso arriviamo  allo  stoccafisso che, prima del  1432, era anch’esso  da considerare un “Novel  food” per le tavole di  allora: se ne apprezziamo la bontà è grazie ad un naufragio.

La storia (molto  romanzata):

il 25 aprile del 1431 (io  sono nata il 26 di  aprile, ma qualche secolo  dopo) salpa da Candia (isola di Creta) la nave Querina (ecco il perché dell’immagine). La nave trasporta varie merci  destinate ai mercati  delle Fiandre; al  suo comando il nobile veneziano e membro del  Maggior Consiglio della Serenissima messere Pietro Querini.

La navigazione precede tranquilla fino  alla data del 14 settembre dello  stesso  anno: appena superato  Capo Fisterra (promontorio  galiziano sull’oceano  Atlantico) si  scatena una violenta tempesta che renderà il vascello ingovernabile.

Fu  dato l’ordine di  abbandonare la nave: due scialuppe di  salvataggio  vennero  calate in mare, ma solo  una di  esse riuscì a portare in salvo  parte dell’equipaggio: Pietro Querini, due ufficiali  ed una quarantina di  marinai.

Gli  sventurati  riuscirono  ad approdare in un’isola dell’arcipelago norvegese delle Lofoten: Sanday.

A salvarsi  dalla disavventura furono solo  in sedici, compreso il capitano  Querini: vissero per una decina di  giorni  cibandosi  di  quel poco che l’isola offriva ma, per loro  fortuna, gli  abitanti  della vicina isola di RØst, vedendo i fuochi  accesi  dai naufraghi  per riscaldarsi, decisero (finalmente) di  andare a soccorrere i naufraghi.

Per loro  si  aprirono  le porte del paradiso e questo lo si può comprendere da ciò che lasciò scritto  nelle sue memorie Pietro  Querini:

<<Gli uomini di quest’isola sono di  bello aspetto, e così le donne sue, tanto è la loro semplicità che non cura, ne ancora di  chiudere la loro  roba, ne ancor delle loro  donne hanno  riguardo: e questo  chiaramente comprendemmo perché nelle camere dove dormivano mariti e moglie e le loro  figliole alloggiavamo  ancora noi,  e nel  cospetto nostro  nudissime si  spogliavano quando  volevano  andare in letto; ed avendo  costume di stufarsi i giovedì, si  spogliavano a casa e nudissime per li trar d’un balestro  andavano a trovar la stufa mescolandosi  con gli uomini>>

La “vacanza” termina il 15 maggio  del 1432: Querini ed alcuni  suoi  compagni si  fanno  aiutare ancora una volta dagli isolani, questa volta per far ritorno  a casa (gli  altri  marinai preferirono  rimanere lì e si  può ben comprendere il perché).

Vennero  quindi imbarcati per far rotta verso  Bergen e da qui, dopo cinque mesi, il 12 ottobre 1432 ritornarono  a Venezia.

Durante il periodo passato  sull’isola di  RØst, ebbero modo  di  mangiare quella strana pietanza che era, per l’appunto, lo stoccafisso: la considerarono  talmente buona da decidere di importare lo stoccafisso anche a Venezia e quindi  in tutta l’Italia.

Sarà vera la storia?

Non lo so: stretta la foglia, larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia.

Alla prossima! Ciao, ciao………….