Le Veneri anatomiche al servizio della medicina

Marylin Monroe

Non vorrei  mai  essere una donna pelle e ossa.

Il mio  corpo  mi piace così com’è.

E poi le curve stanno così bene su una donna!

Marylin Monroe 

Le Veneri  anatomiche 

Per quanto  Marylin Monroe possa essere considerata un modello per incarnare le grazie di una Venere, non può essere presa come modello per quelle anatomiche che, piuttosto  emanare fascino, sono del  tutto ripugnanti.

La ripugnanza, espressione di un mio personale giudizio,   penso  che possa essere condiviso da chiunque  si  ritrovi  a visitare  il Museo  di  Storia Naturale La Specola di  Firenze: qui, in una sala del Museo, sono  esposte statue di  cera raffiguranti  corpi  umani  tra cui  una donna con il ventre aperto : si  tratta appunto  di un modello  di  Venere anatomica.

Museo della Specola - Venere anatomica
Museo della Specola – Venere anatomica

 

Guardare queste opere, dall’aspetto molto  realistico, può anche ingenerare nello  spettatore un senso  del macabro, ma   il loro  scopo  era tutt’altro che pura esibizione horror per un pubblico  dallo  stomaco  forte: esse erano  state realizzate negli  anni  tra il 1780 e 1782 dal ceroplasta Clemente Michelangelo Susini per gli  studenti  del  corso  di  Medicina in modo  da evitare loro  la dissezione di  cadaveri e, allo stesso  tempo, scoprire com’era fatto un corpo  umano al  suo interno.

Joanna Ebenstein, artista multidisciplinare e blogger, partendo dalle Veneri  anatomiche ospitate nelle sale del  Museo  della Specola, ha girato per l’Europa fotografando analoghe opere conservate in altri musei naturali: da questo  lavoro  è nato il libro The anatomical  Venus che non è soltanto un viaggio  per immagini (ve ne sono  250) ma anche una storia dell’arte, della medicina e lo spunto  filosofico per parlare di natura.

La Venere anatomica di Clemente Susini, realizzata tra il 1780 e il 1782, è l’oggetto perfetto: esibisce un tale stravagante sfarzo da mettere in dubbio ogni convinzione per il solo fatto di esistere. Questa statua era concepita come strumento per l’insegnamento dell’anatomia umana senza dover fare continuo ricorso alla pratica della dissezione e, inoltre, costituiva una tacita espressione del rapporto (come lo si intendeva allora) tra il corpo umano e un universo di origine divina, tra arte e scienza e tra uomo e natura. Da quando sono state create nella Firenze del tardo XVIII secolo, queste donne di cera immobili e svestite sono state fonte di seduzione, curiosità e insegnamento. Ma nel XXI secolo risultano anche disorientanti, in bilico come sono tra mito e medicina, offerta votiva e tradizione vernacolare, arte e feticcio. Attingendo al contributo di numerosi storici dell’arte e della medicina, teorici della cultura e filosofi, questo libro studia la Venere anatomica nel suo contesto storico. Analizza le credenze e le pratiche che hanno portato alla sua realizzazione, passando poi a esaminare con attenzione i modi molto diversi in cui è stata via via giudicata e interpretata nel XIX secolo, per delineare infine le curiose “seconde vite” di cui si è resa protagonista nel XX e nel XXI secolo. Un volume incredibile che tramite l’affascinante enigma della Venere anatomica ci trasporta in un’epoca passata in cui studiare la natura significava al contempo studiare la filosofia. Joanna Ebenstein è artista, curatrice, scrittrice, insegnante e graphic designer. È impegnata nella ricerca e nell’indagine di parole, immagini e luoghi in cui il mito, l’incredibile, l’arte e la scienza coesistono. Fondatrice e curatrice del sito web e del blog Morbid Anatomy, ha collaborato con numerose istituzioni, tra cui la New York Academy of Medicine, il Dittrick Museum e il Vrolik Museum.

Tutto qui.

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Kodak, Ferrania, Il Progresso Fotografico e un po’ di revival

Andy Warhol
© caterinAndemme

Kodak: la pellicola che ritorna dal passato 

Sono molto  più giovane della regina Nefertiti ma ciò non toglie che il mio primo apparecchio  fotografico  serio fu una   reflex  Contax   con obiettivo zoom Vario – Sonnar: in poche parole una signora reflex che,  oltre a darmi enormi  soddisfazioni per la realizzazione delle mie opere fotografiche, allo stesso  tempo mi  fece comprendere per la prima volta che il rosso è un colore da evitare il più possibile parlando  di  banche.

Ovviamente al  lusso  si  doveva aggiungere lusso e , quindi, pensare di  spendere qualcosina di più per le pellicole: per questo mi  affidai  alla Kodak con la sua Ektachrome 100 per diapositive (qualche volta   tradita per  la Fuji Velvia).

Questo  fino a quando scoprii il mondo della fotografia digitale liberandomi, una volta per tutte, dalla limitatezza delle 36 pose di un rullino, dal laboratorio  per lo  sviluppo  della pellicola, dal  dover predisporre un teatrino per proiettare le diapositive (infliggendone  la visione  agli  sventurati  ospiti)  e, soprattutto, dall’opera di  catalogazione di  tutto il materiale fotografico.

Oggi, quella gloriosa reflex, mi osserva dalla vetrina della mia libreria e, ogni  tanto spinta dalla malinconia, la prendo in mano evocando i  tempi  passati  (e le maledizioni  quando  la pellicola si inceppava).

Nel passaggio dalla pellicola tradizionale al  digitale ero in compagnia di milioni  di persone in tutto il mondo: la produzione di pellicole incominciò costantemente a perdere quote di  mercato  fino alla cessazione totale.

La Kodak smise di produrre l’Ektachrome nel 2009.

Eppure, come sta accadendo per il ritorno  del  vinile nel  campo musicale, si è avuto una sorte di  revival anche nel mondo fotografico nei  confronti della pellicola tradizionale,  tanto  che, durante il Consumer Electronics  Show del 2017, la Kodak  annunciò di  voler riprendere la produzione (anche se limitata  nella quantità) dell‘Ektachrome.

Da settembre di  quest’anno è iniziata la commercializzazione della nuova Ektachrome, per maggiori informazioni  vi  rimando  a questa pagina 

Ferrania Film Museum 

Nella fotografia la Ferrania,  fondata  nel 1917 nella località omonima nei pressi  di   Cairo  Montenotte, è una pietra miliare di  quella che fu per l’Italia, diventando, insieme alla Kodak, alla Fuji e Agfa, uno dei  maggiori  produttori  mondiali  di  pellicole a colori.

Anche in questo  caso  vicissitudini economiche e crollo  del  mercato portarono  alla riconversione industriale con la nascita della Ferrania Technologies, specializzata nella produzione di  pannelli  solari.

Per ricordare i  tempi d’oro quando  la Ferrania era attiva nel  campo  della produzione fotografica, da poco  tempo si sono  aperte le porte a Cairo  Montenotte del Ferrania Film Museum , visitabile il sabato dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00 con ingresso  gratuito (per l’apertura nelle altre giornate, con prenotazione , vi  rimando  a questa pagina).

 

 

La rivista del passato

Per concludere questa mia rapida carrellata nel mondo  della fotografia del passato, di  seguito  potete vedere la copia della prima rivista di  fotografia italiana del 1894 : Il Progresso  Fotografico

Buona lettura 

Alla prossima! Ciao, ciao………..