Alcol, dipendenza e società (bagnate o asciutte)

alcol

Purtroppo  è difficile dimenticare qualcuno  bevendo un orzata

Hugo  Pratt

Alcol : dove costa meno dimenticare?

Essendo praticamente astemia (bere un calice di  spumante per me equivale berne una bottiglia intera…o quasi) e odiando  l’orzata, cosa mi resta da fare volendo  dimenticare qualcuno(a)?

In ogni  caso  sappiate che se siete finlandesi (o  vi  siete recati  fino in Finlandia per dimenticare) una solenne sbronza vi  costerà più che nel  resto  d’Europa: meglio recarsi  allora in Romania, dove le bevande alcoliche costano  mediamente un 24 per cento in meno  rispetto al  resto  dell’Europa.

Per quanto  riguarda l’Italia, prendendo  100 come valore medio europeo riguardo  al costo  degli  alcolici, siamo  abbastanza nella media con un valore pari al 103,9 pressoché uguale alla media francese (spumante o  champagne?).

Eurostat, l’Ufficio statistico  dell’Unione europea, ha creato il seguente  modello  dove si possono  comparare i valori  dei prezzi  al  consumo di  prodotti e servizi vari riferito a ogni  singola nazione (c’è anche quello riguardante il costo  delle bevande alcoliche).

Alcol e volante pericolo  costante 

Il sottotitolo è chiaramente una presa di posizione  personale nei  confronti di quello  stereotipo (tutto  al  maschile) che indica la donna guidatrice fonte di problemi.

Eppure noi  donne sappiamo  guidare con giudizio  e non scambiamo  la strada come un’arena dove dare sfoggio  di  grinta e di imbecillità (un pensierino  dedicato ai possessori di un  SUV).

Alcol (a volte in connubio  con sostanze stupefacenti) è la maggior causa di incidenti automobilistici: i  dati  risalenti  a dicembre 2019 parlano di 23.800 sanzioni per guida in stato  di  ebbrezza (+ 2,2 per cento  rispetto  al 2018) e 2.156 per guida sotto  effetto  degli  stupefacenti.

Altri numerosi incidenti  mortali  sono  dovuti  per distrazione causata dall’uso del cellulare durante la guida

Nella tabella seguente fornita dal CNESPS (Centro  Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute) potete trovare i valori  di  alcolemia calcolati  in base al sesso. al peso corporeo e se si è a  digiuno o meno.

poster fronte retro tabella livelli alcolemia e principali sintomi

Disagio e dipendenze

Ogni  anno in Italia si  hanno 35.000 morti per abuso  di  alcol.

L’abuso  di  alcol provoca danni  non solo  al bevitore, ma anche  alla sua famiglia e al contesto  sociale allargato (abusi, violenza, incapacità di  creare legami  stabili, incidenti  sul lavoro  e sulla strada).

Non del  tutto nuovo è il fenomeno  del binge drinking, cioè l’assunzione di  grandi  quantità di  alcol in tempo  breve

In Italia si  definisce binge drinking il consumo di oltre 6 bicchieri  di  bevande alcoliche (un bicchiere corrisponde a una Unità Alcolica uguale a 12 grammi di  etanolo contenuti in una lattina di  birra da 330 ml, un bicchiere di  vino 125 ml, un bicchierino  di  liquore 40 ml alle gradazioni  tipiche delle bevande

Non c’è nessuna distinzione tra uomo  e donna nell’abuso  di  alcol se una problematica maggiore per la donna che si  trovi in stato  di  gravidanza riassunto in questi  dieci punti  tratti  dal  documento alcol e donna: una relazione pericolosa a cura del CNESPS (download pdf):

alcol

Alla relazione tra donna e alcol è invece dedicato il documento Alcol, sei  sicura  che, pur essendo  stato  scritto  nel 2012, rimane nel  concetto  attuale

libretto donna e alcol 2012

Il libro in anteprima

La nostra società è del  tipo bagnata che si  contrappone a quella asciutta: in pratica l’Italia si  caratterizza per l’uso  quotidiano di  alcol in maniera rilassata, familiare e conviviale (quasi sempre c’è una bottiglia di  vino  ad accompagnare i pasti).

Nelle società asciutte l’utilizzo  di  bevande alcoliche al  di  fuori di  determinate convenzioni è vista come una condotta riprovevole, nonostante che nei Paesi  nord -europei (ma non solo) bere smodatamente nei  fine settimana sia visto  come dimostrazione di  forza e di  essere veri uomini 

Mark Forsyth, linguista e scrittore nel  suo libro  Breve storia dell’ubriachezza parla dell’ebbrezza nella storia e, per l’appunto, di  come viene vissuta odiernamente nelle società asciutte o in quelle bagnate.

alcol

 

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra.

Fu così che ebbe origine l’umanità.

Da allora, incontriamo l’alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l’ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l’ubriachezza.

L’ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente.

Breve storia dell’ubriachezza osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie.

Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l’ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell’ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West.

Infine, come in quell’antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell’alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino

Contraddicendo  quest’ultima affermazione dell’autore, dico  che ubriacarsi non è divino  ma un po’  da scemi!!

ALTRI SCRITTI

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Il corpo umano da (ri)scoprire: il perineo

Il freddo dalla cold therapy  all’ipotermia

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Il corpo umano da (ri)scoprire: il perineo

corpo umano

Mi sono spogliata dall’ansia di  aver un corpo  perfetto,

ma non avrei  mai  pensato  di  esagerare…

C.A.

Quanto  conosciamo il nostro  corpo?

 Domanda oziosa in tempo  di  ozio perché, arrivando  l’estate, la voglia di  scrivere regredisce al pari delle idee da trasformare in parole.

Quindi, venendo  al  sodo: siete sicure di  sapere tutto, ma proprio  tutto, sul vostro  corpo?

E se vi  domandassi  dove si  trova il perineo (chiamato  anche pavimento pelvico) sapreste indicarmi l’esatta posizione?

La risposta – tenendo  conto  che le mie lettrici  sono  donne colte, al pari  di  tutte le altre che non sono  mie lettrici – è  SI 

Altra domanda: a cosa serve il perineo (giuro  che è l’ultima)?

Considerando  che siamo  stati progettati affinché qualunque parte del nostro  corpo ha una sua logica, anche il perineo a qualcosa serve, e cioè:

 Il perineo è quella regione anatomica situata nella parte inferiore del bacino composta da tessuti molli e formazioni muscolo -fasciali che, disposti su tre livelli, formano una sorta di rete che chiude la cavità addominale e pelvica 

 

Gli esercizi  di  Kegel 

corpo umano

Quindi  il perineo è una struttura muscolare molto  importante la cui  tonicità porta a contrastare problemi  quali incontinenza urinaria, addome prominenteprolasso  dell’utero, ma anche  problemi  sessuali  quali anorgasmia (per entrambi  i  sessi), eiaculazione precoce e problemi  di  erezione (questi ultimi, ovviamente, problemi al  maschile).

Come tutti  i muscoli anche il perineo ha bisogno  di  esercizi, in particolare una serie adatta allo scopo  che va sotto il nome di  Esercizi  di  Kegel  dal nome del suo inventore il ginecologo  statunitense Arnold Kegel (1894 – 1972) il quale, a sua volta, ha tradotto in medichese antiche pratiche yoga.

In sintesi  si  tratta di una serie di  contrazioni  del pavimento pelvico che possono essere eseguiti  ovunque e in ogni momento  della giornata (non per nulla vengono  anche definiti  esercizi  intimi) ma sempre con le dovute precauzione per non incorrere in problemi di  contrazione muscolare che, guarda caso, prendono  il nome di  contrazione di  Kegel  

Nel  video  che segue una serie di  esercizi di  Pilates per irrobustire il pavimento pelvico, mentre alla fine dell’articolo l’anteprima del libro La salute sessuale delle donne: come usare i muscoli del pavimento pelvico nelle attività quotidiane scritto  dall’educatrice della salute  Judith Moricz 

Il libro 

 

corpo umano

Judith Moricz è un’educatrice della salute, ben noto esperta nel campo della riabilitazione dei muscoli pelvici.

Judith ha dedicato gran parte della sua vita professionale allo sviluppo di quest’unico IWT® programma con gli esercizi pelvici agli uomini e donne.

Mentre per la maggior parte delle persone è naturale di allenare i loro muscoli addominali, bicipiti e glutei per rimanere in forma, ma non prestano nessuna attenzione all’allenamento dei muscoli del pavimento pelvico.

Il ruolo della vagina non si limitata solo alla sessualità e al parto. Una vagina sana è anche il muro di sostegno degli organi pelvici.

Se i muscoli vaginali  si indeboliscono, allora perde la capacità di funzionare da sostegno e può verificarsi il prolasso vaginale cioè, uno o più degli organi pelvici può scendere giù dalla sua posizione anatomicamente normale e protrude verso la vagina o fuoriesce dalla vagina.

Anche dopo intervento d’isterectomia, la vagina conserva la sua ruolo altrettanto importante di sostegno.

Dietro ogni problema di prolasso vaginale c’è l’evidenza della debolezza dei legamenti di sostegno del l’organo disceso e la debolezza del pavimento pelvico e dei muscoli vaginali.

 

ALTRI SCRITTI

 

Un paio  di articoli che ho  scritto  al  femminile

⇒ Mestruazioni: ne potrò scrivere? 

⇒ Femminismo tra azione e letteratura 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Il bosco vive, il bosco diventa memoria

bosco

La preghiera è stare in silenzio nel  bosco

Mario  Rigoni  Stern

Nel  bosco, in silenzio, a meditare

Qualche tempo  fa, quando  ancora per contare la mia età bastavano le dita di  quattro  mani (beh…cinque), mi ritrovai nel  mezzo  di un bosco  ad assumere la posizione del  loto e a chiudere gli occhi  per meditare.

Superata quella primissima fase in cui  ti senti un po’ scema nel meditare in un bosco  come se fossi in Tibet, piano piano in me cresceva la consapevolezza di  quello  che mi circondava: dal fruscio delle foglie mosse dal  vento, al movimento  furtivo  di  qualche animale (sicura anche del fatto che sarebbe stato impossibile trattarsi  di un grizzly).

In pratica mi sentivo la versione femminile di  Henry David Thoreau!

Ma se oggi seguire alla lettera l’ortodossia del  filosofo  americano può portare a tragiche conseguenze (le stesse descritte nel  film di  Sean Penn Into  the Wild)  non è detto  che vivere più naturalmente, magari lontano  dalle metropoli, non diventi  la tendenza di un futuro prossimo (a tale proposito  ho  scritto l’articolo Il futuro non è in una sfera di  cristallo) .

Nel  frattempo dall’oriente è arrivata fino  a noi  la pratica  dello  Shinrin Yoku (letteralmente il bagno  nella foresta) cioè quella pratica medica nata in Giappone intorno  agli  anni  ’80 ed è considerata  un ramo  della scienza medica analoga all’aromaterapia occidentale.

Come funziona lo Shinrin - yoku
In una serie di studi scientifici del 2010 si è evidenziato come la permanenza in un ambiente naturale ricco di alberi corrisponde un aumento della funzione immunitaria dell’organismo. Ciò è dovuto principalmente ai monoterpeni presenti nel legno degli alberi

Vi sembra un po’  poco  la descrizione che ho  dato dello Shinrin – Yoku?

Allora vi  rimando  al  sito Bagno  nella foresta che, senza ombra di  dubbio, potrà darvi qualche informazione in più oltre alla guida che potete vedere nel  box seguente (lo stesso  lo potete scaricare andando  a questa pagina)

Forest_BathingBagnonellaforesta.com_

 

Il bosco, una scelta per il dopo vita

Non voglio  girarci  troppo intorno e quindi,  lasciandovi  nella piena libertà di  proferire scongiuri, scriverò di una soluzione molto  ecologica per la conservazione delle nostre spoglie.

Premettendo  che la mia scelta è la cremazione (ma non per questo  ho  fretta di  metterla in atto), ho dei  dubbi sul dove le ceneri  finiranno: sparse al  vento (la legge italiana lo consente) è molto poetico, ma se scelgo la cima dell’Everest per farlo posso  essere sicura che il luogo sarà qualche collinetta dietro  casa; se desidero che le stesse vengano  conservate in casa in un’urna (penso  che la legge italiana NON lo consenta) oltre che essere macabro avrei il timore di un incidente domestico per cui mi ritroverei  nella sacca di un aspirapolvere.

La soluzione ideale lo trovata nella proposta di Boschi Vivi: essere ricordata ai piedi  di un albero in un bosco che non ha nulla di  cimiteriale.

Il bosco in questione, il primo  italiano a essere adibito  a tale scopo, si  trova nell’Alta Valle dell’Orba  in Liguria ed è visitabile previo appuntamento.

Maggiori  informazioni  le troverete in  questa pagina.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Trotula de’ Ruggiero e la sinfonia del corpo femminile

Trotula

Si tibi deficiant medici, medici  tibi fiant haec tria: mens laeta, requies, moderata diaeta

Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la modesta dieta

Scuola Medica Salernitana

  La Scuola Medica Salernitana

Mi piace aver messo una citazione in latino,  anche se del latino ne so  quanto la lingua Swahili ma, parlando  di  Scuola Medica Salernitana, non potevo rinunciare a un dogma della Scuola stessa tanto  semplice nel  concetto  quanto  efficace nell’esecuzione.

La leggenda della fondazione della Scuola Medica Salernitana
Si racconta che un pellegrino greco di nome Pontus si fosse fermato nella città di Salerno e avesse trovato rifugio per la notte sotto gli archi dell’antico acquedotto dell’Arce. Scoppiò un temporale e un altro viandante malandato si riparò nello stesso luogo, si trattava del latino Salernus; costui era ferito e il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il latino praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l’ebreo Elinus e l’arabo Abdela. Anch’essi si dimostrarono interessati alla ferita e alla fine si scoprì che tutti e quattro si occupavano di medicina. Decisero allora di creare un sodalizio e di dare vita a una scuola dove le loro conoscenze potessero essere raccolte e divulgate

Gli studi della Scuola Medica Salernitana si basavano principalmente sulla teoria ippocratica (o teoria umorale) tendendo a fornire una causa reale alle malattia superando concetti legati  alla magia e superstizione.

I quattro umori

Trotula
Schema dei quattro umori in relazione ai quattro elementi

Ippocrate di  Kos definì i quattro umori  di  base circolanti  nell’organismo umano:

BILE NERA corrispondente alla terra, ha sede nella milza

BILE GIALLA corrispondente al  fuoco, ha sede nel  fegato

FLEGMA corrispondente all’acqua, ha sede nella testa

SANGUE corrispondente all’aria, ha sede nel  cuore

Principio pitagorico della TETRAKTYS
Tale principio era basato sul numero quattro: esso faceva corrispondere le quattro qualità elementari (secco, freddo, umido e caldo) alle quattro stagioni (autunno, inverno, primavera ed estate) e alle quattro età della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia)

Seguendo lo  schema nella figura precedente si può vedere come gli umori fossero  soggetti a variazioni in base alla stagione per cui, ad esempio, il sangue prevale in primavera mentre la bile gialla in estate.

Ciò infine comportava che il buon funzionamento  dell’organismo dipendesse dall’equilibrio degli  elementi (eucrasia), mentre il prevalere di uno  di  essi era causa della malattia (discrasia).

il sistema degli umori di Ippocrate venne ampliato successivamente da Galeno il quale, basandosi su studi  scientifici in seguito alla dissezione di  animali  e osservazione dei  cadaveri  di persone morte in maniera violenta, arrivò al concetto  di pneuma (aria) , cioè il principio  fondamentale della vita corrispondente al  sangue: essendo il cuore la sede del  sangue, esso  doveva esserne anche quello della vita e dello  spirito (anima).

Galeno, inoltre, disse che la possibilità degli  elementi  di  combinarsi tra di loro era all’origine dei  diversi  caratteri riscontrabili in ogni  singolo individuo e cioè i temperamenti (melanconico, collerico, flemmatico, sanguigno) arrivando  alla fine a una teoria della personalità legata alla costituzione fisica della persona,  così  a un malinconico  (con eccesso  di  bile nera)  corrispondeva un tipo  magro, debole, pallido, avaro  e triste, mentre il collerico  (eccesso  di  bile gialla) è magro, irascibile, permaloso, generoso e superbo  (le prime tre caratteristiche   mi ricordano  qualcuno  di  mia conoscenza…)

Trotula mulier doctissima 

Le malattie delle donne prima, durante e dopo il parto
Siccome le donne sono per natura più fragili degli uomini, sono anche più frequentemente soggette a indisposizioni, specialmente negli organi impegnati nei compiti voluti dalla natura. Siccome tali organi sono collocati in parti intime, le donne, per pudore, non osano rivelare a un medico maschio le sofferenze procurate da queste indisposizioni. Per questo motivo e per la compassione verso questa loro disgrazia, mi hanno indotto ad approfondire e esaminare le indisposizioni che colpiscono più frequentemente la donna…..

il brano  è tratto  dal prologo  del primo  trattato  di  ginecologia risalente all’XI secolo  a cura di una : Trotula de’ Ruggiero

Nata a Salerno (1050?)  in una famiglia di  lignaggio  nobile qual  era i de’ Ruggiero, dotata di intelligenza e bellezza, sposò   Giovanni  Plateario (detto  il vecchio  per distinguerlo dal  figlio  Giovanni Plateario il giovane) importante medico e maestro , insieme ai  figli  Giovanni  e Matteo,  della Scuola Medica Salernitana.

La storia di Trotula non è ben chiara, qualche storico  addirittura ne dubita l’esistenza, ma già nel  XIII secolo il suo nome ha raggiunto  una certa notorietà da attribuirle la scrittura di  due opere: De ornatu  mulierum (Come rendere belle le donne) e il De passionibus mulierum ante, in et post partum.

Il primo, ovviamente, è un trattato  di  cosmesi,  mentre il  secondo (da cui  ho  tratto  la nota introduttiva) è, per l’appunto, un trattato  medico  dedicato  all’ostetricia e ginecologia (e di cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo)

Naturalmente, essendo lei  stessa una mulier doctissima appartenente alla Scuola Medica di Salerno, i principi  che lei  seguiva erano dovuti  alla teoria ippocratica e agli insegnamenti  di  Galeno.

Nel  suo  trattato, seguendo  questi principii, non si parla solo dei problemi  inerenti  al momento  del parto, ma anche a quelli rivolti  alla sessualità femminile, così si  consiglia l’igiene intima dopo il coito e che un’astinenza sessuale prolungata poteva nelle donne essere causa a gravi infermità (la medicina antica, senza preamboli, consigliava il coito  o  la masturbazione).

Sempre lei, inoltre, asseriva,  che causa di  sterilità non era da attribuire solo  alla donna, ma che poteva essere un problema esclusivamente maschile.

Per concludere una curiosità: Trotula Corona è una formazione geologica di venere dedicata alla mulier doctissima.

Il libro 

Trotula

Tra il IX e il XIII secolo fiorisce a Salerno una importante scuola di medicina, dove insegnano i maggiori studiosi dell’epoca, aperta anche alle donne, sia come allieve che come magistrae.

Una di queste, vissuta attorno all’anno Mille, fu Trotula de’ Ruggiero, la cui opera maggiore, De passionibus mulierum ante in et post partum, è un trattato di ostetricia e ginecologia di grande diffusione e autorità per tutto il Medioevo.

Tradotto in molte lingue europee, pubblicato in decine di edizioni, studiato nelle università, rappresentò per secoli il riferimento cardine della medicina occidentale.

Il De passionibus inizia delineando la natura caratteristica del genere femminile, che a differenza della natura del maschio, calda e asciutta, è fredda e umida. Alle donne manca il calore necessario per dissipare gli umori cattivi, e sono dunque più deboli e soggette ad ammalarsi prevalentemente negli organi riproduttivi. Per difendersi dagli umori le mulieres hanno tuttavia una particolare purificazione, il ciclo mestruale, la cui regolarità è fonte e segno di salute, e viceversa.

Primo compito della medicina è allora diagnosticare le ragioni dell’interruzione della regolarità delle mestruazioni e individuare con la farmacopea i rimedi opportuni. Trotula suggerisce come evitare una gravidanza, o come scegliere il sesso del bambino che si concepisce; è la prima ad affermare, contro consolidate credenze, che la sterilità può avere origine anche maschile; dispensa nozioni di ostetricia sulla posizione del feto nell’utero, dà indicazioni per individuare i segni di una gravidanza, e per il regime della puerpera: particolare attenzione merita il momento del parto, che necessita di una atmosfera serena e rispettosa del pudore della donna.

Trotula pone le patologie non solo in relazione con gli umori e con le ipotesi scientifiche dell’epoca, ma anche con l’intera vita della donna: la sua salute ha a che fare con la filosofia della Natura cui si ispira l’arte medica del tempo, e aspira a un corpo sano in armonia con l’universo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Il freddo: dalla cold therapy all’ipotermia

freddo

Oggi  sono entrato  in un bar chiedendo  qualcosa di  caldo: mi hanno  dato un cappotto!

Groucho  Marx

Il freddo  come terapia (?)

Andrea Bianchi, fondatore della prima scuola italiana di barefoot hiking (a proposito leggi il mio  articolo Camminare ascoltando i piedi: è il Barefooting) suggerisce una tecnica per imparare a esporsi  al freddo:

Ogni  mattina esporsi per circa trenta secondi a una doccia fredda, questo  farà in modo  che nel  nostro organismo  si liberino le endorfine dandoci  energia per tutta la giornata

Non voglio mettere in dubbio il valore di un simile suggerimento, ma credo  che se dovessi  fare una doccia fredda (soprattutto in inverno) il mio organismo  non libererebbe endorfine ma si liberebbe di  me una volta per tutte  congelandomi

Come del  resto penso  che sia un ottimo  viatico per osservare le margherite dalla parte delle radici, la nuova moda della cold therapy: bagni nelle acque gelate di un ruscello per almeno un minuto servirebbe ad allenare la mente e il corpo (a cosa poi?).

Naturalmente,  quando  esce  nuova filosofia di vita, immediatamente la si  associa ai nomi di personalità note per darne un maggiore risalto, così sappiamo  che Lady Gaga, Madonna e Zac Efron praticano  yoga in costume da bagno  sulla neve o si immergono in vasche ghiacciate, mentre Chiara Ferragni e Belen Rodriguez si  accontentano di  avvolgersi in una nuvola di  vapore artico in una criosauna.

A questo  si aggiunge il fiuto per le opportunità di  business di  Gwynett Paltrow la quale, oltre a vendere candele a 900 dollari con il profumo  della sua vagina (è solo  un bouquet di  infiorescenze varie ma chi le compra, e sono  tanti, ne sono  attirati come api  sul miele…poveri  scemi), ha fatto  verificare dal suo  team lifestyle brand Goop la teoria che, per l’appunto, la cold therapy

Insegna a gestire lo  stress , ottimizza le performance atletiche, migliora l’efficacia del sistema immunitario e conferisce una maggiore lucidità mentale.⌋ 

Il freddo in montagna: mai  da sottovalutare

 

freddo

 

Dalla foto  che mi ritrae in tenuta antartica di può ben  capire il rapporto  che ho con il freddo (e di  conseguenza i  miei dubbi a riguardo  della cold therapy).

A giustificare il mio  abbigliamento, però, aggiungo  che quel  giorno presso le Cascate del Perino le temperature, già di per se molto  basse, lo sembravano  ancora di più per un forte vento  che generava l’effetto che prende il nome di  wind chill: 

Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

Questo mi da il modo  di introdurre il prossimo  argomento che riguarda:

L’ipotermia

L’inverno, o comunque le giornate in genere fredde, non devono  spaventarci perché sono  l’occasione per combattere il disordine affettivo stagionale 

E’ altresì  ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, comporta  dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio maggiore a cui  si  va incontro è l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiunge rapidamente  l’ipotermia   cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ naturale  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del  metabolismo  basale e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni che si  occupano  di  Medicina per la Montagna  hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

freddo
Swiss Society of Mountain Medicine

 

Il libro 

Per coloro adepti  della cold therapy (o dell’ibernazione in generale) o anche per chi  è motivato  da semplice curiosità, offro  l’anteprima del libro La cura del  freddo scritta da Matteo Cerri ricercatore presso il Dipartimento di  Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di  Bologna 

freddo

⌈ Quando nasce, il neonato si trova proiettato in un incubo: in un ambiente freddo anziché caldo, deve subito attivare il metabolismo e bruciare energia per non soccombere. Per l’uomo quindi la vita è calore.

Questa verità è così forte e significativa che ne associamo anche gli opposti: la morte è fredda. Per gran parte della sua esistenza, l’uomo ha combattuto contro il freddo, forse l’avversario più subdolo che la natura gli abbia opposto e che nei secoli lo ha falcidiato sui campi di battaglia, durante le esplorazioni o nel tentativo di conquistare le montagne.

Eppure alcune persone sono state in grado di sopravvivere in condizioni di freddo estremo, avvicinandosi al confine che separa la vita dalla morte fin quasi a toccarlo, prima di riuscire a tornare indietro.

Cosa c’è alla base di questa impressionante capacità di sopravvivenza? Non lo sappiamo ancora, ma da circa due secoli abbiamo imparato che il freddo, se domato e controllato, può trasformarsi in una cura, non diversamente da un farmaco che salva la vita o uccide in funzione del suo dosaggio.

Oggi però ci stiamo spingendo oltre. Perché le recenti scoperte scientifiche relative all’ibernazione hanno aperto possibilità straordinarie, spalancando le porte all’esplorazione del sistema solare e alla speranza, sempre piú concreta, di mettere uno scudo fra noi e la morte.

Alla prossima! Ciao, ciao… ♥♥

Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

La zecca indesiderata

Gli Ixodida son un sottordine di  acari che comprende tre famiglie di  zecche.

Le due principali sono Ixodidae o zecche dure e Argasidae o zecche molli.

La terza famiglia comprende una sola specie, Nuttalliella namaqua 

Wikipedia alla voce Ixodida

Quando la zecca si  ciba del tuo  sangue 

Ixodida

Il mostro  raffigurato  nell’immagine è un’appartenente agli  Ixodida , nella fattispecie una zecca maschio.

Può capitare di ospitarla sul nostro  corpo andando per boschi, a me è capitato per nove volte (una volta quattro  zecche tutte insieme come in un’allegra  comitiva): in ogni  caso sono  qui  a scrivere per cui potrei  affermare che il pericolo  di  trasmissione di  malattie è abbastanza remoto.

Ma questo non vuol dire che il problema delle zecche e delle malattie che possono  veicolare, debba essere sottovalutato, tanto  che l’allarme per l’aumentare dei  casi   di  malattie trasmesse dal morso  di una zecca (Tbe  e malattia di  Lyme tra le principali)   parte proprio  da una delle regioni, il Friuli Venezia Giulia, dove negli ultimi  dieci  anni  si  sono  avuti 700 casi di pazienti  con malattia  di  Lyme e ben il 40 per cento dei  casi  nazionali  di  Tbe: questo  ha fatto  si che per la prevenzione dell’encefalite  la Regione Friuli  Venezia Giulia ha predisposto  la gratuità del  vaccino.

Per la malattia di  Lyme non esistendo vaccini  la cura è in un ciclo  di  antibiotici.

Nel mio  caso, pur essendo  stata più volte in Friuli  Venezia Giulia,  le ospiti indesiderate le ho beccate tutte in Liguria, tra primavera e autunno, con vestiario adeguato  al  clima ( quindi pantaloni lunghi).

Purtroppo  essendo  di  dimensioni minuscole, le zecche non sono  facilmente individuabili  sul nostro  corpo (le parti predilette all’ancoraggio  sono l’inguine o le ascelle)  e non basta una doccia per scrollarcele di  dosso.

Per cui, dopo  ogni  escursione, specie se siamo passati per prati umidi o cespugli, è meglio farsi fare un controllo  generale sul corpo dal nostro partner (potete anche scomodare il vicino  o  la vicina se siete  in confidenza,  direi quasi intima).

Quello  che non dovrebbe mai  mancare in un kit di soccorso nello  zaino  sono le pinzette speciali  adatte a estrarre la zecca  avendo l’accortezza, dopo aver afferrato l’insetto  con le pinzette, di fare una rotazione per l’estrazione e non con  uno strappo perché, in questo  caso, il rostro  rimarrebbe ancora  conficcato  nella pelle.

Per una maggiore informazione sulla prevenzione riguardo al pericolo causato  dalle zecche vi  rimando ai  consigli del  Servizio  sanitario  della regione Emilia Romagna (anche se per alcuni  punti, come l’illustrazione sull’uso  delle pinzette, non mi trova in accordo).

zecche

Il ciclo  vitale di una zecca 

Le uova delle zecche vengono poste nel  terreno, quindi  si  avrà una prima fase di  crescita larvale a cui  seguirà quella di ninfa e adulto.

Ovviamente, per ognuna di  queste ultime  fasi, è necessario  che l’insetto  faccia un pasto  a base di  sangue, il più delle volte offerto da rettili, uccelli o mammiferi tra i quali, per l’appunto, l’essere umano.

Per fare ciò si  appostano su  di un filo  d’erba o un cespuglio finché la vittima non li sfiora: a questo punto scelgono una piega cutanea umida come l’inguine o le ascelle  e per alcuni  giorni si  nutriranno  finché sazie non si  staccheranno dal  nostro  corpo.

Al momento  di penetrare nella pelle veniamo, per così dire, anestetizzati  dalla loro  saliva che contiene anche un’anticoagulante.

Ogni  femmina di  zecca produce fino  a tremila uova.

Con quanto  scritto  non fatevi passare la voglia di una bella camminata  nei  boschi.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥ 

Le Veneri anatomiche al servizio della medicina

Marylin Monroe

Non vorrei  mai  essere una donna pelle e ossa.

Il mio  corpo  mi piace così com’è.

E poi le curve stanno così bene su una donna!

Marylin Monroe 

Le Veneri  anatomiche 

Per quanto  Marylin Monroe possa essere considerata un modello per incarnare le grazie di una Venere, non può essere presa come modello per quelle anatomiche che, piuttosto  emanare fascino, sono del  tutto ripugnanti.

La ripugnanza, espressione di un mio personale giudizio,   penso  che possa essere condiviso da chiunque  si  ritrovi  a visitare  il Museo  di  Storia Naturale La Specola di  Firenze: qui, in una sala del Museo, sono  esposte statue di  cera raffiguranti  corpi  umani  tra cui  una donna con il ventre aperto : si  tratta appunto  di un modello  di  Venere anatomica.

Museo della Specola - Venere anatomica
Museo della Specola – Venere anatomica

 

Guardare queste opere, dall’aspetto molto  realistico, può anche ingenerare nello  spettatore un senso  del macabro, ma   il loro  scopo  era tutt’altro che pura esibizione horror per un pubblico  dallo  stomaco  forte: esse erano  state realizzate negli  anni  tra il 1780 e 1782 dal ceroplasta Clemente Michelangelo Susini per gli  studenti  del  corso  di  Medicina in modo  da evitare loro  la dissezione di  cadaveri e, allo stesso  tempo, scoprire com’era fatto un corpo  umano al  suo interno.

Joanna Ebenstein, artista multidisciplinare e blogger, partendo dalle Veneri  anatomiche ospitate nelle sale del  Museo  della Specola, ha girato per l’Europa fotografando analoghe opere conservate in altri musei naturali: da questo  lavoro  è nato il libro The anatomical  Venus che non è soltanto un viaggio  per immagini (ve ne sono  250) ma anche una storia dell’arte, della medicina e lo spunto  filosofico per parlare di natura.

La Venere anatomica di Clemente Susini, realizzata tra il 1780 e il 1782, è l’oggetto perfetto: esibisce un tale stravagante sfarzo da mettere in dubbio ogni convinzione per il solo fatto di esistere. Questa statua era concepita come strumento per l’insegnamento dell’anatomia umana senza dover fare continuo ricorso alla pratica della dissezione e, inoltre, costituiva una tacita espressione del rapporto (come lo si intendeva allora) tra il corpo umano e un universo di origine divina, tra arte e scienza e tra uomo e natura. Da quando sono state create nella Firenze del tardo XVIII secolo, queste donne di cera immobili e svestite sono state fonte di seduzione, curiosità e insegnamento. Ma nel XXI secolo risultano anche disorientanti, in bilico come sono tra mito e medicina, offerta votiva e tradizione vernacolare, arte e feticcio. Attingendo al contributo di numerosi storici dell’arte e della medicina, teorici della cultura e filosofi, questo libro studia la Venere anatomica nel suo contesto storico. Analizza le credenze e le pratiche che hanno portato alla sua realizzazione, passando poi a esaminare con attenzione i modi molto diversi in cui è stata via via giudicata e interpretata nel XIX secolo, per delineare infine le curiose “seconde vite” di cui si è resa protagonista nel XX e nel XXI secolo. Un volume incredibile che tramite l’affascinante enigma della Venere anatomica ci trasporta in un’epoca passata in cui studiare la natura significava al contempo studiare la filosofia. Joanna Ebenstein è artista, curatrice, scrittrice, insegnante e graphic designer. È impegnata nella ricerca e nell’indagine di parole, immagini e luoghi in cui il mito, l’incredibile, l’arte e la scienza coesistono. Fondatrice e curatrice del sito web e del blog Morbid Anatomy, ha collaborato con numerose istituzioni, tra cui la New York Academy of Medicine, il Dittrick Museum e il Vrolik Museum.

Tutto qui.

♥ Alla prossima! Ciao, ciao...

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.