Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

La zecca indesiderata

Gli Ixodida son un sottordine di  acari che comprende tre famiglie di  zecche.

Le due principali sono Ixodidae o zecche dure e Argasidae o zecche molli.

La terza famiglia comprende una sola specie, Nuttalliella namaqua 

Wikipedia alla voce Ixodida

Quando la zecca si  ciba del tuo  sangue 

Ixodida

Il mostro  raffigurato  nell’immagine è un’appartenente agli  Ixodida , nella fattispecie una zecca maschio.

Può capitare di ospitarla sul nostro  corpo andando per boschi, a me è capitato per nove volte (una volta quattro  zecche tutte insieme come in un’allegra  comitiva): in ogni  caso sono  qui  a scrivere per cui potrei  affermare che il pericolo  di  trasmissione di  malattie è abbastanza remoto.

Ma questo non vuol dire che il problema delle zecche e delle malattie che possono  veicolare, debba essere sottovalutato, tanto  che l’allarme per l’aumentare dei  casi   di  malattie trasmesse dal morso  di una zecca (Tbe  e malattia di  Lyme tra le principali)   parte proprio  da una delle regioni, il Friuli Venezia Giulia, dove negli ultimi  dieci  anni  si  sono  avuti 700 casi di pazienti  con malattia  di  Lyme e ben il 40 per cento dei  casi  nazionali  di  Tbe: questo  ha fatto  si che per la prevenzione dell’encefalite  la Regione Friuli  Venezia Giulia ha predisposto  la gratuità del  vaccino.

Per la malattia di  Lyme non esistendo vaccini  la cura è in un ciclo  di  antibiotici.

Nel mio  caso, pur essendo  stata più volte in Friuli  Venezia Giulia,  le ospiti indesiderate le ho beccate tutte in Liguria, tra primavera e autunno, con vestiario adeguato  al  clima ( quindi pantaloni lunghi).

Purtroppo  essendo  di  dimensioni minuscole, le zecche non sono  facilmente individuabili  sul nostro  corpo (le parti predilette all’ancoraggio  sono l’inguine o le ascelle)  e non basta una doccia per scrollarcele di  dosso.

Per cui, dopo  ogni  escursione, specie se siamo passati per prati umidi o cespugli, è meglio farsi fare un controllo  generale sul corpo dal nostro partner (potete anche scomodare il vicino  o  la vicina se siete  in confidenza,  direi quasi intima).

Quello  che non dovrebbe mai  mancare in un kit di soccorso nello  zaino  sono le pinzette speciali  adatte a estrarre la zecca  avendo l’accortezza, dopo aver afferrato l’insetto  con le pinzette, di fare una rotazione per l’estrazione e non con  uno strappo perché, in questo  caso, il rostro  rimarrebbe ancora  conficcato  nella pelle.

Per una maggiore informazione sulla prevenzione riguardo al pericolo causato  dalle zecche vi  rimando ai  consigli del  Servizio  sanitario  della regione Emilia Romagna (anche se per alcuni  punti, come l’illustrazione sull’uso  delle pinzette, non mi trova in accordo).

zecche

Il ciclo  vitale di una zecca 

Le uova delle zecche vengono poste nel  terreno, quindi  si  avrà una prima fase di  crescita larvale a cui  seguirà quella di ninfa e adulto.

Ovviamente, per ognuna di  queste ultime  fasi, è necessario  che l’insetto  faccia un pasto  a base di  sangue, il più delle volte offerto da rettili, uccelli o mammiferi tra i quali, per l’appunto, l’essere umano.

Per fare ciò si  appostano su  di un filo  d’erba o un cespuglio finché la vittima non li sfiora: a questo punto scelgono una piega cutanea umida come l’inguine o le ascelle  e per alcuni  giorni si  nutriranno  finché sazie non si  staccheranno dal  nostro  corpo.

Al momento  di penetrare nella pelle veniamo, per così dire, anestetizzati  dalla loro  saliva che contiene anche un’anticoagulante.

Ogni  femmina di  zecca produce fino  a tremila uova.

Con quanto  scritto  non fatevi passare la voglia di una bella camminata  nei  boschi.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥ 

Le Veneri anatomiche al servizio della medicina

Marylin Monroe

Non vorrei  mai  essere una donna pelle e ossa.

Il mio  corpo  mi piace così com’è.

E poi le curve stanno così bene su una donna!

Marylin Monroe 

Le Veneri  anatomiche 

Per quanto  Marylin Monroe possa essere considerata un modello per incarnare le grazie di una Venere, non può essere presa come modello per quelle anatomiche che, piuttosto  emanare fascino, sono del  tutto ripugnanti.

La ripugnanza, espressione di un mio personale giudizio,   penso  che possa essere condiviso da chiunque  si  ritrovi  a visitare  il Museo  di  Storia Naturale La Specola di  Firenze: qui, in una sala del Museo, sono  esposte statue di  cera raffiguranti  corpi  umani  tra cui  una donna con il ventre aperto : si  tratta appunto  di un modello  di  Venere anatomica.

Museo della Specola - Venere anatomica
Museo della Specola – Venere anatomica

 

Guardare queste opere, dall’aspetto molto  realistico, può anche ingenerare nello  spettatore un senso  del macabro, ma   il loro  scopo  era tutt’altro che pura esibizione horror per un pubblico  dallo  stomaco  forte: esse erano  state realizzate negli  anni  tra il 1780 e 1782 dal ceroplasta Clemente Michelangelo Susini per gli  studenti  del  corso  di  Medicina in modo  da evitare loro  la dissezione di  cadaveri e, allo stesso  tempo, scoprire com’era fatto un corpo  umano al  suo interno.

Joanna Ebenstein, artista multidisciplinare e blogger, partendo dalle Veneri  anatomiche ospitate nelle sale del  Museo  della Specola, ha girato per l’Europa fotografando analoghe opere conservate in altri musei naturali: da questo  lavoro  è nato il libro The anatomical  Venus che non è soltanto un viaggio  per immagini (ve ne sono  250) ma anche una storia dell’arte, della medicina e lo spunto  filosofico per parlare di natura.

La Venere anatomica di Clemente Susini, realizzata tra il 1780 e il 1782, è l’oggetto perfetto: esibisce un tale stravagante sfarzo da mettere in dubbio ogni convinzione per il solo fatto di esistere. Questa statua era concepita come strumento per l’insegnamento dell’anatomia umana senza dover fare continuo ricorso alla pratica della dissezione e, inoltre, costituiva una tacita espressione del rapporto (come lo si intendeva allora) tra il corpo umano e un universo di origine divina, tra arte e scienza e tra uomo e natura. Da quando sono state create nella Firenze del tardo XVIII secolo, queste donne di cera immobili e svestite sono state fonte di seduzione, curiosità e insegnamento. Ma nel XXI secolo risultano anche disorientanti, in bilico come sono tra mito e medicina, offerta votiva e tradizione vernacolare, arte e feticcio. Attingendo al contributo di numerosi storici dell’arte e della medicina, teorici della cultura e filosofi, questo libro studia la Venere anatomica nel suo contesto storico. Analizza le credenze e le pratiche che hanno portato alla sua realizzazione, passando poi a esaminare con attenzione i modi molto diversi in cui è stata via via giudicata e interpretata nel XIX secolo, per delineare infine le curiose “seconde vite” di cui si è resa protagonista nel XX e nel XXI secolo. Un volume incredibile che tramite l’affascinante enigma della Venere anatomica ci trasporta in un’epoca passata in cui studiare la natura significava al contempo studiare la filosofia. Joanna Ebenstein è artista, curatrice, scrittrice, insegnante e graphic designer. È impegnata nella ricerca e nell’indagine di parole, immagini e luoghi in cui il mito, l’incredibile, l’arte e la scienza coesistono. Fondatrice e curatrice del sito web e del blog Morbid Anatomy, ha collaborato con numerose istituzioni, tra cui la New York Academy of Medicine, il Dittrick Museum e il Vrolik Museum.

Tutto qui.

♥ Alla prossima! Ciao, ciao...

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

Il sano sonno

Donna che si  addormenta leggendo un libro ©caterinAndemme
Donna che si addormenta leggendo un libro
© caterinAndemme

Io dormo  nuda, altrimenti  non prendo  sonno: ma non pensare che sia un invito, perché se solo  respiri nella mia direzione t’inchiodo il cetriolo a quella trave.

Non frugare tra la mia roba, non rompermi  le palle, e sono sicura che andremo  d’accordo.

Sogni  d’oro.

Tratto  dal  film Innamorati cronici 

Mai  di  sera 

Una volta e cioè quando ancora   esisteva  Carosello, le ore ventuno sancivano  la messa a nanna di  tutti i bambini.

Oggi  che Carosello è argomento  di  archeologia televisiva e i  bambini  a letto  ci  vanno  quando  gli  pare (almeno  a me sembra così), potremmo, dovremmo, applicare tale regola allo spegnimento di smartphone, tablet, ebook reader, monitor e BLaBlaBla: tutti  quei device che, emettendo  luce blu, hanno la proprietà di inibire il rilascio  di  melatonina il cosiddetto ormone dl  sonno.

Secondo quanto  scritto in questo articolo , pubblicato su  Repubblica.it, la luce blu non causerebbe danni  diretti  alla vista ma solo il problema riguardo  alla qualità del nostro sonno.

Quando il sole tramonta (e Dracula incomincia a svegliarsi)

ghiandola pineale
Posizione della ghiandola pineale

Quando il sole tramonta la ghiandola pineale posta nel  cervello (vedi  la figura a lato- click per ingrandire -)  incomincia a produrre melatonina la quale, come ho  scritto in precedenza, ci prepara al  sonno, nel  senso  che prima di  addormentarci ed entrare nel mondo dei  sogni  bisogna passare quella fase (della durata di una ventina di  minuti) in cui  siamo  in uno  stato  di  dormiveglia: si perde il contatto  con la razionalità, la percezione dell’ambiente che ci  circonda è distorta e il cervello fa associazioni non razionali del  tipo farvi  credere che colui  (o colei) che vi  dorme accanto sia il pronipote dello Yeti.  

 

Secondo  alcuni  ricercatori è proprio nella fase del  dormiveglia che la creatività può aver un’impennata e portarci  ad intuizioni  geniali (quanto potrei  ricavarci vendendo la pelliccia del  pronipote dello  Yeti?).

Cosa succede quando  le pecore che abbiamo contato sono  finalmente nell’ovile? 

La temperatura del  nostro  corpo gradualmente si  abbassa (così come la frequenza cardiaca e la pressione sanguinea), ma non solo: secondo  una ricerca del  2013 effettuata dal Centro  di  neuromedicina dell’Università  di  Rochester, è a questo punto che il sistema glinfatico  dell’encefalo  (alternativo  a quello linfatico) si  attiverebbe per smaltire i  rifiuti  metabolici  del  cervello  (vedi l’articolo pubblicato  sul sito  de Le Scienze)

I cicli del  sonno

Ogni  ciclo  del  sonno ha la durata di 90 – 120 minuti  che si  alternano  in tre fasi: nelle prime due il sonno diventa sempre più profondo fino  ad arrivare alla terza fase che è quella del  sonno Rem  (rapid eye movements) dove appunto  sogniamo.

Dalle tre di notte  in poi le fasi  Rem si  allungano e possono  arrivare a durare anche 50 minuti  nelle prime ore del  mattino: per questo motivo è più facile ricordare i  sogni del primo  mattino  che quelli  nella notte fonda.

Il risveglio  graduale nell’uomo corrisponde a un aumento  del  testosterone e conseguente incremento del  desiderio  sessuale (il suo) mattutino: se avete dormito male, oppure volete continuare a dormire e il sesso  è per voi l’ultima cosa a cui  pensare, potete ricorrere alla minaccia che Meg Ryan proferisce nel  film Innamorati  cronici (la stessa che ho riportato  all’inizio  dell’articolo).

Quanto  dobbiamo  dormire? 

La cosa è soggettiva: c’è  chi  si  accontenta di poche ore di  sonno (4 o 5) senza riscontrare un calo  delle performance durante la giornata e chi, al  contrario, deve dormire almeno  otto  ore.

Io appartengo  a quest’ultima categoria perché meno  di otto  ore di  sonno  per me equivalgono a poter sostenere il ruolo  di uno  zombie in The Walking Dead  

Alla prossima! Ciao, ciao…

La curcuma dalla tavola alla ricerca scientifica

Danzando alle porte del cosmo
Danzando alle porte del Cosmo
©caterinAndemme

Non esiste nessun  alimento  che, attraverso i suoi  principi  attivi, sia la panacea universale per mantenere in forma il nostro organismo.

Per fare ciò è opportuno inserire nella nostra dieta tutti  gli alimenti, in maniera adeguata alla nostra fisiologia, tralasciando  le mode del momento, soprattutto  quelle che non hanno  nessuna veridicità scientifica.

Poi, ognuno è libero  di  credere a quello  che vuole (anche che la Terra sia piatta).

 La curcumina  per la ricerca medica

Curcuma longa
Curcuma longa

La curcuma è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae , la stessa del cardamomo e dello  zenzero.

Al  genere appartengono  diverse specie, quella che noi  solitamente utilizziamo in cucina è la Curcuma longa  a volte chiamata anche  zafferano  delle indie zenzero  giallo.

La curcuma, ottenuta dal  rizoma della pianta, si presenta come una polvere cristallina dal colore giallo ocra. In India e nel  Sud – Est asiatico è utilizzata sia per la preparazione del curry che come pigmenti ornamentali in alcuni  aspetti  della religione indiana.

La curcuma è utilizzata nella medicina Ayurvedica per la sue proprietà di  antiossidante, analgesico, antibatterico  e antivirale.

Nell’Indice Internazionale dei Coloranti la curcuma è indicata con il codice CI 75300; se usata in ambito  alimentare con la sigla E 100

 

 

Come ho indicato  dal  sottotitolo non scriverò del  suo utilizzo in cucina, tanto basta fare una ricerca in rete per avere qualche migliaio di  ricette pronte all’uso (avete provato il riso  al curry?) , ma piuttosto di  quello che la curcuma, attraverso il suo principio  attivo  e cioè la curcumina, potrà in futuro  riservare in campo medico soprattutto per la cura di  alcune malattie come l’Alzheimer.

La Food and Drug Administration ha inserito  la curcumina nella lista GARD (generally regarded as safe) riferita a quei  composti ritenuti  generalmente sicuri per l’impiego in campo  medico. Purtroppo, avendo la curcumina una biodisponibilità molto basso, nonché un rapido  metabolismo, non è stato ancora approvato  come farmaco.

Alcune sperimentazioni hanno  messo in evidenza come la curcumina possa avere a livello  del  cervello un effetto  riducente della concentrazione di  proteina Tau e delle placche amiloidi responsabili  dell’Alzheimer.

Nonostante queste enormi  potenzialità, come ho  scritto prima, la curcumina per la sua scarsa solubilità in acqua e metabolismo  veloce,  ha una scarsa biodisponibilità.

Oggi  la ricerca, specie quella delle nanotecnologie, è rivolta allo  studio  di uno  shuttle cioè il mezzo  fisico  per far arrivare intatto il principio  attivo ai  tessuti.

Altre applicazioni  terapeutiche 

Altre possibili applicazioni  terapeutiche della curcumina per le sue proprietà antinfiammatorie e antitumorali sono  in fase di  studio e riguardano i  seguenti  aspetti:

CUORE infarto  del miocardio, cardiomiopatie, aterosclerosi  

SISTEMA NERVOSO  Alzheimer, Parkinson, sclerosi  multipla, epilessia, depressione 

SISTEMA GASTRO INTESTINALE  ulcere gastriche, pancreatite, epatite, cirrosi

PELLE  Psoriasi, sclerodermia, eczema

POLMONI  fibrosi cistica, asma, allergia, bronchite 

SISTEMA ENDOCRINO  diabete, obesità ipertiroidismo 

Tutto qui

Alla prossima! Ciao, ciao….

NDE: il ritorno dall’aldilà

H. Bosch Ascesa nell'Empireo
Hieronymus Bosch – Ascesa nell’Empireo

Quello che avviene dopo  la morte, è qualcosa di uno  splendore talmente indicibile che la nostra immaginazione e sensibilità non potrebbe concepire nemmeno  approssimativamente.

Dall’autobiografia di Carl  Gustav Jung Ricordi, sogni  e riflessioni

Il ritorno  dall’aldilà 

No, non mi accingo a  scrivere di  fantasmi, vampiri  o lupi  mannari: questo  viaggio  a ritroso dalla morte è un’esperienza di  alcuni che, a seguito  di un trauma, entrando in coma clinico ritornano  in vita  portando  con se un’esperienza molto  vicina al  misticismo.

Anche Carl Gustav Jung dopo un incidente che lo  portò al  coma nel 1944,   descrisse nella sua autobiografia  Ricordi, sogni e riflessioni la sua personale esperienza di pre – morte, quella che viene definita clinicamente come Near Death  Experencies (NDE).

Coloro che hanno  vissuto questo  tipo  di  esperienza dichiareranno in seguito che durante la fase di pre -morte hanno  avuto  la percezione di una luce in fondo  ad tunnel e l’ascolto  di una voce sovrumana, ma non per questo  di  aver avuto paura: anzi, in loro, vi  era una sensazione di pace e armonia.

Poi, una forza inspiegabile, li spingeva a ritornare indietro, alla vita, e loro con molto  rammarico obbedivano.

La stragrande maggioranza dei  pazienti  che hanno  avuto un’esperienza Nde mostreranno di non aver più paura della morte.

Questo è l’aspetto mistico legato  al Near Death  Experiences ma la scienza, ovviamente, si nutre di  certezze basate su  esperienze verificabili.

Nel 1740, il medico  militare francese Pierre – Jean Monchaux nel  suo  trattato  medico Anedctodes de Medicine, descrive casi  da lui  trattati  di militari  feriti  in battaglia  che dichiaravano  di aver avuto visioni mistiche durante il loro  stato  comatoso. 

Per il medico  francese questo era dovuto ad un aumento  del  flusso  sanguigno  al cervello.

La scienza moderna al  contrario

La scienza moderna, pur non avendo una tesi  che definisca in toto cosa sia l’Nde, va oltre alla semplicistica soluzione di Monchaux (comunque eravamo nel 1740) si pone comunque domande delle quali  la principale è:

Come può un cervello  con tracciato piatto avere un’esperienza vivida a volte legata alla realtà circostante (alcuni  pazienti  hanno asserito  di  aver avuto una capacità extracorporea vedendo  se stessi  in sala operatoria circondati  dal personale medico)

A questo punto si entra in un ulteriore stadio della ricerca di una risposta: la mente è indipendente dal  cervello?

Cioè, dopo  la morte cerebrale, la coscienza continua ad esistere?

Per alcuni scienziati la soluzione potrebbe essere nel  fatto  che, semplicemente, non è detto che a un tracciato piatto   corrisponda una cessazione simultanea del  cervello e che questo  continui  a funzionare nonostante tutto fornendo quelle esperienze molto  simili a allucinazioni.

Il progetto  Aware

Aware ( AWAreness during REsuscitation) E’ uno studio  promosso  dalla Human Consciousness Project, guidato da Sam Parnia  specialista in tecniche di  rianimazione presso lo  State University  di  New York, che prevede la collaborazione internazionale tra medici  e scienziati e che riguarda i  casi  clinici  di pazienti con esperienze di  Nde e verificarne la scientificità delle percezioni  extracorporee .

Lo stesso Sam Parnia, nell’ottobre del 2014, arrivò alla seguente conclusione:

Sappiamo che il cervello  non può funzionare quando il cuore cessa di  battere. Ma in questo  caso  la consapevolezza cosciente sembra essere rimasta attiva fino a tre minuti dopo  che il cuore non funzionava più, anche se il cervello smette la sua funzione dopo  20 – 30 secondi da quando il cuore si  ferma.

Vi auguro un buon fine settimana (allegro, mi raccomando)

Alla prossima! Ciao, ciao….

Quando il freddo è un pericolo in montagna: l’ipotermia

Le montagne della follia ©caterinAndemme
Le montagne della follia (omaggio a H.P. Lovecraft)
© caterinAndemme

 

Maglione: indumento indossato  dal  bambino  quando la madre sente freddo 

Ambrose Bierce

 

Wind chill 

 

 

Caterina Andemme - Cascate del PerrinoNo, non vi  chiedo di andare in giro vestita come la sottoscritta nell’immagine: effettivamente quel  giorno le temperature erano  molto  basse, inoltre, per  il vento  molto  forte, l’effetto wind chill si  faceva sentire eccome!

 Con il wind chill è il vento  che, rimuovendo  quel piccolo  strato  di  aria calda sulla nostra cute, fa si  che l’aria fredda dell’ambiente raffreddi  ulteriormente la nostra pelle dando la sensazione che le temperature siano ancor più inferiori rispetto alla realtà.

Tanto più il vento  sarà forte, tanto più saremo  sensibili all’effetto  del wind chill .

 

  Ipotermia

Ho  già scritto in precedenza quanto  sia salutare camminare d’inverno anche per combattere il disordine affettivo  stagionale.

 

E’ ovvio che ogni  attività praticata all’aperto, specie in montagna, porta a dei  rischi  se le condizioni  ambientali vengono sottovalutate e con equipaggiamento non adeguato.

Il rischio è appunto l’ipotermia

Per definizione l’ipotermia si  raggiunge quando la temperatura corporea è al  di  sotto dei  35 °C.

Affinché si  raggiunga questa nefasta condizione bisogna che vi  siano  due fattori essenziali: il primo riguarda la temperatura ambientale inferiore a quella corporea; il secondo fattore che la  produzione di  calore endogeno  da parte dell’organismo  sia inferiore rispetto  alle perdite.

Si  raggiuge l’ipotermia rapidamente  cadendo nell’acqua fredda di un fiume durante un guado, più lentamente per una lunga esposizione al freddo dovuto a una lunga marcia oppure a un bivacco all’aperto in periodo invernale.

A questi  si  aggiungono  condizioni  soggettive quali uno stato di  stanchezza profonda oppure, ancora più grave, l’ipotermia è la conseguenza di una lesione traumatica associata a una alterazione della coscienza.

E’ ovvio  che per  bambini  e  soggetti  anziani la condizione di ipotermia diventa più grave in relazione all’età.

Il primo  segnale che l’organismo  invia per informarci dell’approssimarsi  di una situazione pericolosa è il brivido con l’aumento del metabolismo  basale  e il consumo di  ossigeno; con il passare del  tempo questa situazione si manifesterà in senso inverso: il metabolismo basale diminuirà come il consumo  di ossigeno (a livello  cerebrale si  avranno  alterazioni dello  stato  di  coscienza, sopore a cui  può sopraggiungere il coma).

Le organizzazioni  per la Medicina di  Montagna hanno  stilato quattro stadi successivi per classificare i gradi  di  ipotermia e loro  effetti  sull’organismo e gli interventi  necessari per risolvere la situazione di ipotermia.

Swiss Society of Mountain Medicine - ipotermia
Swiss Society of Mountain Medicine

Tutto  qui. 

Alla prossima! Ciao, ciao… 

Camminare d’inverno all’aria aperta per combattere il disordine affettivo stagionale

Un giorno d’inverno
© caterinAndemme

Benché i piedi  dell’uomo non occupino  che un piccolo  spazio sulla terra,

è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare

sulla terra immensa.

Zhuāngzǐ

L’inverno all’aria aperta

Se un giorno  d’inverno, magari  di  domenica,  inizia a nevicare e gli orsi polari  sono  gli unici a circolare per le vie della vostra città (cosa che in Alaska potrebbe capitare,  ma non alle nostre latitudini), cosa pensate di  fare?

A) Mi rintano sotto  la trapunta uscendo  solo per espletare le funzioni  vitali (e solo  quelle)

B) Divano + coperta + tisana + Netflix = Non ci  sono  per nessuno 

C) Non vedo l’ora di  uscire, di  rendere le mie gote rosse dal  freddo (se il colore passa al  blu:  attenzione non vi  siete vestite adeguatamente e state congelando) e di  respirare aria pura.

Io opto per la terza risposta, voi  fate quello  che volete ma sappiate che camminare,   correre oppure fare del  nordic- walking  nel  freddo  è una fonte di  benessere.

Lo dice (anche) John Sharp  psichiatra specialista del disordine   affettivo  stagionale presso il Beth – Israel Deaconess Center di  Boston:

La tendenza a starsene al  chiuso  quando  è freddo è naturale ma non è una buona ricetta per sentirsi  meglio: troppa poca luce solare producendo  stress crea un disagio  psico – fisico rendendo l’individuo incline alla depressione.

Immagino  che la professione di John Sharp, cioè quella di psichiatra, vi  faccia pensare che uscire al  freddo  d’inverno  sia una cosa da pazzi.

Potrebbe esserlo  se decidessi  di uscire vestita della sola pelle piuttosto  che  con un vestiario  sportivo  adeguato (quindi  non con la pelliccia che abbiamo  sottratto all’orso polare).

Benefici 

⇒ La luce solare fa aumentare la quantità di  serotonina cioè l’ormone della felicità combattendo, quindi, i casi  di depressione leggera legati  alla stagionalità 

⇒ Stando  all’aria aperta aumenta la produzione di  vitamina D che attiva il rilascio  di  serotonina, aumenta l’assorbimento  del  calcio nelle ossa, combatte le infiammazione  potenziando  il sistema immunitario  

Oltre a questi indubbi  vantaggi  fisiologici, fare attività fisica al  freddo aiuta anche alla mindfulness cioè quella meditazione – non meditazione alla portata di  tutti che semplifica un po’ (molto) la nostra vita (ne ho parlato in questo  articolo).

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Il libro 

Ho iniziato  con la citazione del  filosofo  cinese Zhuāngzǐ tratta dal libro di David Le Breton Camminare – elogio  dei  sentieri e della lentezza

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi (Feltrinelli, 2001 “come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato”. Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio. Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza. Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Anteprima del libro Camminare di  David Le Breton