Inge e Alice, ovvero due donne dietro al mirino

Inge e Alice

Una ragazza saggia conosce i  suoi  limiti, ma una intelligente sa che non ne ha.

Marilyn Monroe

Inge Morath, signora della Magnum 

Inge e Alice
Inge Morath nel 1956 (autore della fotografia sconosciuto)

Il mirino del  titolo è quello  di una macchina fotografica, dunque Inge Morath  e Alice Schalek erano  appunto  due fotografe le quali avevano in comune, oltre la loro professione, quello  di  essere nate entrambe in Austria.

Inge Morath nasce a Graz (appunto in Austria) il 27 maggio  del 1923.

Dopo  essersi  diplomata in lingue a Berlino  diventa traduttrice, quindi giornalista ricoprendo il ruolo di  redattrice austriaca per Heute con sede a Monaco.

La sua carriera di  fotografa inizia a Londra nel 1951 ed è  grazie alla sua amicizia con Ernst Haas che ebbe modo di  entrare nel  magico mondo della neonata agenzia Magnum ma, inizialmente, solo come editor e ricercatrice: deve aspettare ancora due anni affinché, nel 1953, diventi  a pieno  titolo una fotografa della Magnum Photos.

L'Italia di Magnum in mostra al Palazzo Ducale di Genova

Inge e Alice

Introdotta da un omaggio ad Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione.

Il percorso espositivo, articolato in decenni, si snoda tra le fotografie di Elliott Erwitt, René Burri e di Herbert List che rappresentano gli anni Cinquanta con le contraddizioni di Roma, gli esordi di Cinecittà e la mostra di Picasso a Milano e prosegue con tre figure forse meno note al grande pubblico ma peculiari della storia di Magnum: Thomas Hoepker che immortala il trionfo di Cassius Clay (poi Mohamed Alì) alle Olimpiadi di Roma del 1960, Bruno Barbey che documenta i funerali di Togliatti e Erich Lessing con un servizio che riporta direttamente ai tempi del boom economico con una carrellata sulla spiaggia di Cesenatico.

In questo grande racconto per immagini non potevano mancare per gli anni Settanta Ferdinando Scianna e le feste religiose in Sicilia, Raymond Depardon con la sua struggente serie sui manicomi, realizzata poco prima della Legge Basaglia, e Leonard Freed con i suoi scatti sul referendum inerente il divorzio. E poi gli anni Ottanta con Martin Parr e Patrick Zachmann, gli anni Novanta e Duemila con le discoteche romagnole di Alex Majoli, il reportage di guerra nell’ ex Jugoslavia di Peter Marlow e il G8 di Genova nelle fotografie di Thomas Dworzak.

L’ultimo tassello dei primi decenni del 2000 è di Paolo Pellegrin con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità. Inoltre una straordinaria sequenza di immagini di Mark Power dedicate ai luoghi simbolo della cultura italiana: da Piazza San Marco a Palazzo Ducale di Genova, al cretto di Gibellina, capolavori dell’architettura e dell’ingegno italiano che diventano a loro volta soggetti di autentici capolavori fotografici.

Informazioni sulle date, prezzi e orari

Negli  anni seguenti  Inge Morath viaggia molto in Europa, Nord Africa e Medio Oriente e i  suoi reportage, specie quelli dedicate alle arti, vengono pubblicati sulle maggiori  riviste mondiali.

Visitò per la prima volta l’allora Unione Sovietica nel 1965 mentre nel 1978, dopo  aver studiato  il mandarino, ottenne un visto per la Cina a cui seguirono  altri viaggi in quel  Paese

Dopo il matrimonio  con il drammaturgo Arthur Miller nel 1962   Arthur Miller fu  anche il marito  di  Marilyn Monroe alla quale ho voluto  dedicare volentieri lo spazio  per una sua frase all’inizio  dell’articolo – si  stabilì a New York  e nel  Connecticut.

Nel suo  lavoro  di  fotografa, Inge Morath amava ritrarre persone comuni  e  celebrità, nonchè fotografare  paesaggi e luoghi famosi, come la casa di Boris Pasternak e la camera da letto  di  Mao  Zedong.

Inge Morath  muore a New York il 30 gennaio 2002.

Alice Schalek, una fotoreporter d’antan

Inge e Alice
Alice Schalek

Nella voce che Wikipedia dedica alla condizione della donna in Austria vi è un lungo  elenco  di  figure femminili austriache importanti: eppure, in questa lista, non compare il nome di  Alice Schalek.

Questo è un peccato, perché lei, nata a Vienna il 21 agosto 1874, è da considerarsi come la prima donna austriaca (e tra le prime al mondo) a diventare fotoreporter di  carriera e scrittrice di  viaggi, nonchè la prima (e unica) donna membro  dell’Austriaca Kriegpressedienst (spero  di  avere   scritto bene il nome ) cioè l’agenzia di informazione sulla guerra dell’allora impero austro-ungarico.

Ancora prima di  diventare una fotoreporter, Alice Schalek  divenne famosa con un romanzo pubblicato con uno  pseudonimo maschile, quello  di Paul Michaely.

Oltre alla sua bravura di  scrittrice, un indubbio  aiuto per entrare nel mondo  dell’editoria le venne fornito dal  fatto  che la sua famiglia aveva forti  legami in questo  campo essendo  suo  padre, Heinrich Schalek, direttore (e proprietario?) della prima agenzia di  pubblicità sui  giornali  dell’Austria.

Lasciando  ogni pseudonimo, dal 1904 Alice iniziò a scrivere lunghi  reportage sui  suoi  viaggi in Palestina, Egitto, India, Sud-Est Asiatico, Giappone e Australia a cui  seguirono  tre libri sull’argomento e le prime conferenze in pubblico dedicate ai  suoi  viaggi mentre, nel 1912, divenne la prima donna docente presso il Centro di  educazione per adulti e osservatorio  Urania a Vienna (la quale sede è Patrimonio  Mondiale dell’UNESCO).

La sua capacità nel  rapportarsi  con le persone e il parlare fluentemente diverse lingue, la portò a conoscere personaggi  come Albert Einstein, Gandhi, George Bernard Shaw e il  premio Nobel indiano Rabindranath  Tagore.

Nonostante la sua famiglia fosse di origine ebraica  e quindi soggetta al sempre presente antisemitismo, Alice Schalek non prese mai una posizione precisa sulla questione se non con un saggio nel quale  evidenziava come gli   ebrei  fossero continuamente sotto  attacco  nella società, infatti anche lei dovette subire tali  angherie quando nel 1921 venne esclusa dal Club alpino  austriaco  che limitò l’adesione ai  soli  ariani (Alice, comunque, nel 1904 si  convertì al protestantesimo)

Ritornando ai  campi di  battaglia della Grande Guerra, intraprese numerosi  e pericolosi  viaggi in Serbia e Galizia (regione posta tra Ucraina e Polonia) per intervistare i  soldati  al  fronte e riportare, insieme alle loro parole, la tragedia della guerra attraverso  la fotografia.

Una volta ritornata a Vienna, raccontò la sua esperienza al  fronte in conferenze con migliaia di  spettatori. Come riconoscimento di  questi  suoi  eccezionali  resoconti, il governo  austriaco le consegnò l’ambita Croce d’oro con corona sul nastro al  coraggio (vi  risparmio il chilometrico nome in lingua tedesca).

Come nel  detto   ogni  rosa ha le sue spine, la sua vestiva i panni dell’editore di una famosa rivista popolare (Die Fackel) e cioè Karl Kraus: egli  definì senza mezzi  termini l’opera di Alice Schalek come il peggior esempio di  giornalismo  guerrafondaio definendola, inoltre, una iena nel  campo  di  battaglia.

A seguito  di  ciò Schalek intentò nel 1916 una causa per diffamazione nei  confronti di  Karl Kraus (che tra le alte cose l’aveva definita anche come Jourjüdin: giornalista ebrea).

Purtroppo  per lei gli  attacchi misogeni e antisemiti  di  Kraus le procurarono dapprima il licenziamento  nel 1917 dall’Ufficio informazioni  per la guerra e, tre anni  dopo  nel 1919, l’impossibilità di  continuare l’azioe giudiziaria ritirando, quindi, l’accusa di  diffamazione.

Dopo la Grande Guerra 

Terminata la carneficina della Grande Guerra, Alice riprese a viaggiare in Asia, Africa e nelle Americhe per poi scrivere di  questi  viaggi in alcuni  libri.

Ma la sua scrittura ora denunciava soprattutto  la condizione di  svantaggio  delle donne e di  come esse si  stavano organizzando in associazioni per i diritti in diverse nazioni, dal  Giappone a Israele.

Entrata a far parte del consiglio  di amministrazione dell’Associazione viennese delle donne scrittrici e artiste, diede inizio  alla raccolta fondi e invio  di  cibo nei luoghi più svantaggiati. a questo  suo  ruolo  aggiunse quello  di  membro della filiale austriaca del American Business and Professional Woman’s Club e quello  nel  Soroptimist Club (tuttora presente anche in Italia).

La sua carriera ha una brusca interruzione quando nel 1939 subì un periodo  di  detenzione dopo  essere stata arrestata dalla Gestapo dietro  l’accusa di  nascondere nella sua casa materiale contro il regime nazista.

Riuscì ad andare in esilio  a Londra e da qui si  spostò  a New York,  dove morì il 6 novembre 1956

Letture in anteprima  

Di buona famiglia o figlie di emigranti, amate o solitarie, ammirate o emarginate, le cinque donne protagoniste di questo libro hanno tutte un rivoluzionario desiderio: indagare la realtà con il proprio sguardo femminile, abituato a cogliere aspetti della vita ignoti, intimi o trascurati, coltivando un’audace arte dell’indiscrezione che è l’esatto contrario dell’indifferenza.

Sono cinque grandi fotografe, diverse per carattere e destino, ma ugualmente animate dalla voglia di cambiare l’immagine del mondo scovando bellezza e dolore là dove non erano mai stati visti, che si tratti di amore, politica, sesso, povertà, guerra o del corpo, soprattutto femminile. Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman hanno poco in comune, per origine e storia personale, ma condividono la stessa voglia di raccontare con l’obiettivo fotografico la realtà a misura della loro esperienza di donne e di ciò che hanno conosciuto, scoperto e amato.

Le loro esistenze sono avventurose, spesso difficili. Tina Modotti, operaia in fabbrica a Udine a soli tredici anni, dopo una breve parentesi hollywoodiana vive accese passioni politiche e sentimentali nel Messico degli anni Venti, spalancando i suoi occhi sulla bellezza dei diseredati; Dorothea Lange, in fuga dalla sua famiglia di emigranti, ritrae nel coraggio degli americani rovinati dalla Grande Depressione la propria lotta contro la vergogna della malformazione con cui convive dall’infanzia; l’inquieta Lee Miller, che qualcuno considera la donna più bella del mondo, è pronta a svestirsi degli abiti da modella per denunciare il volto spettrale della guerra; Diane Arbus abbandona gli agi della mondanità newyorkese per puntare il suo obiettivo su ciò che non corrisponde al canone della normalità e raccontare l’imperfezione umana; Francesca Woodman nella sua breve esistenza esplora la figura del corpo femminile, indagandone in crudi ed emotivi autoritratti il lato più misterioso, insieme fragile e potente.

Con una scrittura intensa e partecipe, Elisabetta Rasy insegue lungo l’arco del Novecento la vita e l’opera di queste cinque donne straordinarie, animate, ognuna secondo il proprio temperamento, da un’inarrestabile aspirazione alla libertà. Perché proprio l’incontro di talento e libertà è la cifra segreta grazie alla quale hanno saputo farsi strada in un mondo ancora fortemente maschile, diventando protagoniste di un nuovo sguardo sul secolo che hanno attraversato.

Gli altri articoli di Caterina

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della pace

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥