Mädchen in uniform: il primo bacio tra due donne in celluloide nella Germania del 1931

La genesi di una donna
©caterinAndemme

L’indiscreta

Se una vostra amica o semplice conoscente vi  dicesse che vi  ama e che farebbe volentieri  sesso con  voi, quale sarebbe la vostra reazione?

A) Improvvisamente vi  siete ricordate che dovete prendere i  bambini  a scuola anche se sono le dieci  di  sera e voi  non avete figli

B) L’ipotesi  di  fare l’amore con un altra donna è per voi la stessa che cavalcare un dromedario per le vie del  centro  di  Milano

C) Ci  fate un pensierino (e basta)

D)  L’unica domanda che vi  viene in mente da fare  è: << A casa tua, oppure da me? Magari in albergo?>>

In effetti  ci  sarebbe poco  da scherzare in quanto i pregiudizi  sono  ancora lì a dirci quanta strada dobbiamo  ancora fare affinché venga accettata  una concezione diversa di vivere un affetto   che non sia solo  eterosessuale.

D’altronde, con un ministro  della Famiglia che, oltre che prendersela con tutto il mondo  LGBT , vaneggia  affermando che i migranti diluiscono la nostra identità, è fuori da ogni  dubbio che la lotta per i pari  diritti è ancora lontana da concludersi.

Detto questo…

Mädchen in Uniform: il tema dell’amore lesbico nel 1931

Nella Germania del 1931, quindi due anni prima dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, nelle sale cinematografiche si proiettava Mädchen in uniform (Ragazze in uniformediretto  dalla regista Leontine Sagan e tratto  dal libro omonimo della scrittrice ungherese Christa Winsloe.

La pellicola è incentrata su di una ragazza dal  carattere ribelle, Manuela, che verrà costretta per questo alla disciplina in un collegio  femminile a Postdam.

In questo  ambiente conoscerà l’amore per una sua insegnante che,  a differenza delle altre colleghe, usa con le ragazze modi più gentili:  Manuela, travisando il suo  sentimento, confesserà pubblicamente il suo  amore con la conseguenza tragica di uno  scandalo.

In effetti Mädchen in Uniform è considerato  come essere il primo  film a tema lesbico  della storia del cinema, senza dimenticare che la stessa autrice del libro  Christa Winsloe, non nascondendo il suo  essere lesbica, nei  propri  romanzi  non aveva timore di  parlare di  rapporti  di  amore al  femminile.

Il film, pur avendo  avuto un buon successo, non scampò alla censura nazista la quale,  dietro al  fatto  che si parlasse di  lesbismo, aveva come obiettivo principale  quello di  colpire sia Leontine Sagan che gli altri  appartenenti  alla troupe tutti  di origine ebraica.

La stessa attrice Hertha Thiele, che interpretava il ruolo  di Manuela, pur non essendo  ebrea ma profondamente antinazista, dovette fuggire in Svizzera nel 1937 trovando impiego  come assistente in una clinica psichiatrica (tornerà  a lavorare per il teatro  e la televisione alla fine delle guerra).

Non fu  solo il regime dispotico  come quello  nazista a censurare Mädchen in Uniform perché  nel 1932  la censura americana si oppose alla sua programmazione e, solo  in un secondo  tempo, grazie all’intervento  di Eleanor Roosevelt, la pellicola ebbe il nullaosta, anche se con alcuni  tagli  nelle scene considerate più osé.

Nel 1958 Ragazze in uniforme  ebbe una nuova versione per la regia di Gèza von Radvànyi

Nel 2006 la regista americana Katherine Brooks  utilizzò Ragazze in uniforme come base per la sceneggiatura del  film Loving Annabelle.

Al termine la scena del  bacio nel  film Mädchen in uniform (…è solo un bacio  innocente)

Alla prossima! Ciao, ciao….. 


Donne e motori, gioia e dolori? Provate a dirlo a Bertha!

A me piace guidare, mi considero abbastanza brava (quell’abbastanza è da interpretare come falsa modestia) ed abile nelle manovre e nei parcheggi: solo  che quel  giorno  eravamo  a Barletta.

Adesso  non voglio cadere nei  luoghi  comuni  che vogliono   il traffico del nostro  sud come una giostra   senza regole  ma, in effetti, devo  dire che quel  giorno vi  era abbastanza anarchia nella guida da parte degli  altri utenti,  da considerarmi estranea ed ignorante, per l’ appuntoalle loro regole e modo di  condurre un’automobile.

Mi è bastato poco, però, adeguarmi  a questo  stile libero di  guida: a parte  i sensi  unici  che diventavano un doppio  senso a proprio  gusto, oppure stop rispettati  per qualche decimo  di  secondo (giusto il tempo  di  dare uno  sguardo  svogliato  a destra e a  sinistra), senza tener conto poi delle auto parcheggiate in doppia e terza fila, la guida diventava sciolta in quel  flusso magmatico di  gomme e rumori.

Anche perché il guidatore meridionale è un tipo pacifico, lento  e ponderato,  anche quando  ha tra le mani  un volante: lui assapora ogni attimo di  vita: è cosa da niente  se  il semaforo  da rosso  diventa verde, poi  giallo e quindi rosso: non si può tralasciare di  salutare una persona amica appena incontrata.

Non è mica quel  milanese che ha sempre fretta e brucia i  semafori  come  se fossero lo start di una gara di  formula uno (perché hai  sempre questa maledetta fretta?).

E poi, volete mettere la gentilezza di un uomo  del sud quando una donna (con accento  non del luogo) chiede un’informazione?

Si prodiga a spiegarti  per filo  e per segno quale sia la strada che devi percorrere: magari  ci scappa anche l’invito per un caffè.

Detto  questo  arrivo, finalmente,  a parlarvi  di  Bertha.

Bertha Ringer   (Pforzheim,  3 maggio 1849 -Ladenburg,  5 maggio 1944) oltre che essere stata una bella donna, da come si  evince dalla foto, fu la prima nella storia, nel 1888,  a guidare un auto per una lunga distanza (all’incirca cento  chilometri).

Sedici  anni prima aveva sposato l’ingegnere Karl  Benz, il cognome è facilmente associabile alla nota casa automobilistica tedesca

Nel 1885, quando  Karl  Benz terminò il suo  progetto della prima carrozza senza cavalli (finanziariamente appoggiato dalla nostra Bertha) nessun investitore si  fece avanti per la costruzione in serie di  quello  strano oggetto che doveva essere visto come una specie di  UFO.

Possiamo  immaginare lo  scoramento di  Karl (Benz), ma è in questi  casi  che, avendo  accanto una compagna determinata come lo poteva essere Bertha,  i problemi  trovano una soluzione.

 

Nell’agosto  del 1888,  senza dire nulla a suo marito e prendendo  con se i due figli Richard ed Eugen, sale su   quel  macinino  che vedete in foto (la trisavola della Classe A che tanto mi  piace) e con il pretesto  di  andare a trovare sua madre compie il tragitto  di  100 chilometri  che separano la città di Mannheim da Pforzheim.

Naturalmente lo  scopo  di Bertha era quello  di pubblicizzare l’invenzione di  suo  marito per poi  trovare chi avrebbe messo i capitali per la produzione.

Essendo  quello un prototipo i problemi  si  fanno  subito lampanti: in alcune salite un po’  troppo  ripide per il mezzo i  suoi  due figli devono mettersi  dietro  ad esso  e spingere (la lungimiranza di una madre che ha voluto  con sè i  suoi  figli). Poi, una volta terminato  il carburante, ha dovuto  cercare chi le vendesse del  solvente chimico da mettere nel  serbatoio  ( i distributori  di  benzina non erano  ancora stati inventati e non c’erano, quindi,  neanche i  bollini premio).

Infine anche il carburatore diede i  suoi problemi  che lei  risolse utilizzando    una forcina da capelli per ripulirlo  ed una giarrettiera come isolante.

Il viaggio  di  Bertha si  concluse con un’enorme pubblicità per il mezzo  utilizzato,  ma anche con la paura  delle persone nel  vedere una donna e due ragazzi a bordo  di un calesse che si muoveva senza trazione animale.

Nel 1944, quando  ormai  Bertha Benz aveva 95 anni,  le venne dato il titolo  di Honourable Senator presso la Technical University of Karlsruhe 

Due giorni  dopo Bertha Benz morì nella sua villa a Ladenburg.

Se andate in Germania, percorrendo  lo  stesso  tragitto  che Bertha Benz fece nel 1888,  sappiate che quella è la Bertha Benz Memorial Route istituita il 25 febbraio  2008 a suo  ricordo.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………….