Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Urban exploration: dove il mistero chiama

Urban exploration

L’esplorazione è la vera essenza dello  spirito  umano

Frank Borman (ex astronauta statunitense)

Urban exploration in poche parole 

La definizione di  Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici  in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli  anni’90 di  questo  che a tutti  gli  effetti  può essere considerato come un movimento  fotografico, fu dovuta all’interesse del  canadese Jeff Chapman  (deceduto  a Toronto  nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman , oltre ad aver lasciato  come sua memoria il sito Infiltration, ha dettato  quelle che sono  le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in:

Take only photographs,leave only footprints

Assieme all’invito  di  prendere solo  le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento  adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio  è in stato  di  abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di  qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del  Codice penale.

Urban exploration ad Avellino

Durante uno dei miei  soggiorni nel  sud Italia, mi sono trovata a passare per  il centro di Avellino, qui, dietro un’ampia area recintata, potevo vedere una struttura molto  grande e molto in abbandono.

Fatto  sta che l’unico  custode dell’edificio, vedendomi  armata di  macchina fotografica e identificandomi dalla parlata come donna del nord (il tutto  accompagnata dall’estrema gentilezza che contraddistingue il nostro  meridione) mi diede il permesso  di esplorare quello  che non sapevo  ancora essere l’ex Carcere Borbonico  rimasto  attivo  fino  al 1987 e oggi, dopo un’attenta ristrutturazione, diventato  un interessante polo  culturale e museale.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani è la fascinazione verso le cose abbandonate (dove per cose si intendono appunto  gli  edifici): forse in questa passione possiamo trovare il desiderio  di  esoterismo magari, inconsciamente o no, è il mistero delle vecchie mura a spingere verso l’esplorazione, o ancora  si  è sentito  dire che lì vi  accadono fenomeni  paranormali (a proposito vi invito  a leggere il mio  articolo I fantasmi  da intrattenimento), forse semplice curiosità.

Ma io, quel giorno, entrando in quelle celle abbandonate ho  sentito  solo dolore, angoscia e rabbia: per questo mi sono affrettata a scattare alcune foto per uscire il più in fretta possibile all’aria aperta (e libera).

Galleria fotografica

Urban exploration

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Se queste immagini potranno  mai avere un significato per le generazioni  future, sarà questo: io c’ero, sono esistito.

Sono stata giovane, sono stata felice  e qualcuno a questo mondo mi ha voluto  abbastanza bene da farmi una fotografia.

Frase tratta dal  film One Hour Photo (regia di Mark Romanek – 2002)

Foto antiquaria UNO (a Milano)

Mi  sono  sempre chiesta chi  fosse mai la donna bella ed elegante ritratta in questa foto in cui  i palazzi  diroccati  sullo  sfondo sembrano  messi  lì apposta per contrastare l’eleganza della sua figura.

Se poi vogliamo  sapere qualcosa di più riguardo  al periodo in cui l’immagine è stata scattata, l’unico indizio è quella Topolino sullo  sfondo: è un modello  di  auto prodotto fino al 1955 per cui è facile pensare che la guerra sia terminata da qualche anno e che gli  scheletri  di  quelle case  sono una triste testimonianza dell’orrore passato.

Forse lei era una modella e la foto era per qualche rivista di moda.

Oppure, molto  semplicemente, qualche fortunato  osservatore, munito  di  macchina fotografica, non ha  lasciato perdere l’occasione di immortalare nella pellicola quella che era per lui una leggiadra apparizione.

A caccia tra i  Navigli  di  Milano

Non ho trovato per caso  questa foto: essa fa parte di un bottino conquistato girovagando per i Navigli di  Milano fino ad annusare le cose vecchie (e a buon mercato) esposte tra i banconi  di un negozio  di  antichità varia.

Ovviamente le foto sono solo copie delle originali, ma cosa importa: è quel frammento  di  tempo  andato impresso sulla carta che mi  affascina.

Nel  gruppo  delle foto  che ho  acquistato, questa è quella che preferisco:

Dove la luce che filtra dal  soffitto  della Galleria, rende imperscrutabili i volti  delle persone, ridotte a semplici  sagome umane, eppure portatrici  di  vita.

Foto antiquaria DUE: la dagherrotipia

La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

Per quanto sgranata e priva di  significato, questa immagine ha la particolarità di  essere considerata come il primo  scatto dell’arte della fotografia: fu  realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce semplicemente osservando il panorama dalla finestra di una casa di Le Gras in Borgogna (altre fonti  riportano  che il paese fosse Saint-Loup- de Varenne).

In effetti lo scatto  era dovuto  a  un esperimento nel  quale Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto  in olio  di lavanda.

In seguito la lastra fu  esposta al  sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questo procedimento  inventato  da Niépce non era altro  che l’eliografia.

In effetti per parlare di  dagherrotipia bisogna aspettare ancora tredici  anni, quando nel 1839   il francese Louis Jacques Daguerre, partendo  dall’idea di  Niépce e perfezionata dal  figlio  di  questi  Isidore, venne presentata dallo  scienziato Françoise Arago  alla Académie des Sciences e alla Académie des Beaux Arts.

Il dagherrotipo 

 si ottiene utilizzando una lastra di  rame su  cui  è stato  applicato elettroliticamente uno strato  d’argento, quest’ultimo sensibilizzato alla luce con vapori  di iodio.

La lastra deve essere esposta entro un’ora e per un periodo  variabile tra i  dieci  e quindici  minuti.

Lo sviluppo avviene mediante vapori  di  mercurio a circa 60°C che renderanno biancastre le zone precedentemente esposte alla luce.

Il fissaggio conclusivo  si  ottiene con una soluzione di tiosolfato  di sodio, che eliminerà gli ultimi  residui  di ioduro  d’argento.

L’immagine ottenuta, cioè il dagherrotipo, non è riproducibile e deve essere osservata sotto un angolo  particolare per riflettere la luce in modo  opportuno.

Tratto  da Wikipedia

Ritornando  alla prima fotografia, cioè a quella realizzata da Niépce nel 1826, essa venne donata dallo  stesso  Niépce a Francis Bauer , progettista di giardini  e membro della Royal Society .

Francis Bauer cercò di interessare la Royal Society all’idea di  Niépce per ottenere dei  finanziamenti e quindi promuovere la nuova invenzione, ma il risultato ottenuto fu  quello  di un netto rifiuto  da parte dell’associazione

Nel 1952, sempre in Inghilterra, lo  storico della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò in maniera fortuita l’immagine per poi  consegnarla alla storia come la prima riproduzione di un paesaggio.

La prima dagherrotipia in Italia

La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)
La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)

Nell’ottobre 1839, mentre l’invenzione di Daguerre veniva presentata alla Royal Society (con scarsa fortuna, come si è detto, in Italia Enrico Federico  Jest , partendo  da un dagherrotipo, realizzava la prima stampa ufficiale nel nostro  Paese, raffigurante la chiesa della Gran Madre di  Dio  a Torino.

Jest, insieme a suo  figlio  Carlo, avevano  proprio  a Torino  un’attività centrata sulla fornitura di  apparecchiature scientifiche: l’invenzione di  Daguerre entusiasmò il fotografo  italiano  tanto da abbandonare il commercio  dedicandosi  completamente alla dagherrotipia, fino a costruire da sè un apparecchio  dagherrotipo.

TUTTO QUI.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

TinEye alla ricerca di immagini in rete

io, Caterina
io, Caterina
© caterinAndemme

Non è forse la vita una serie di immagini che cambiano solo  nel modo di  ripetersi?

Andy Warhol  

Copyright

Naturalmente essendo una semplice blogger (è solo  falsa modestia) penso  che le immagini pubblicate sul mio  blog -contraddistinte dalla firma © caterinAndemme quindi proprietà intellettuale della sottoscritta – non sono appetibili da essere  utilizzate in maniera fraudolenta senza il mio  consenso, cosa per altro  che mi è già capitata con qualche foto  pubblicata sul mio profilo Instagram (cercate appunto  Caterina Andemme se siete curiose di  vedere ciò che pubblico).

La proprietà intellettuale rappresenta il primo  diritto  del creatore, dell’artista e dell’inventore.

Tale diritto sottende qualsiasi  creazione e nasce con la creazione dell’opera stessa.

TinEye alla ricerca di immagini 

Naturalmente quando si tratta di  fare ricerche Google è per antonomasia il motore di  ricerca (con buona pace per gli  altri  che arrivano  secondi) e questo è valido  anche quando il nostro interesse è rivolto a una immagine.

Ma c’è lo spazio  anche per altri  servizi che, in un certo  senso, possono  anche risultare migliori dei classici  motori  di  ricerca.

E’ il caso  di TinEye il cui  utilizzo è gratuito e che può essere  anche un’ estensione per i  browser principali.

Come fare la ricerca è semplicissimo:

TinEye

Dalla home page del  sito nella casella di  ricerca possiamo  fare l’upload di una nostra foto  oppure inserire l’url  dell’immagine 

Una volta caricata l’immagine  TinEye in breve ci  dirà se è stata utilizzata impropriamente da altri (per l’esempio  ho  utilizzato  una mia creazione che non  è stata minimamente presa in considerazione da nessuno…)

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…