Ottocento tra pittura e fotografia in mostra

Ottocento
Luigi Rossi – Primi raggi (olio su tela 1900 – 1905)

E’ necessario  affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Ottocento tra pittura e fotografia e cliché – verre 

Forse bisogna dare ragione a  Paul Cézanne  perché niente è immutabile nel  tempo e con il trascorrere di  esso tutto potrebbe scomparire e rimanere solo un ricordo.

Però se ho  utilizzato la frase del  celebre pittore non  è tanto per filosofeggiare sulla caducità delle cose (anche della vita stessa) quanto piuttosto  per informarvi  che avete pochi  giorni  per recarvi in Svizzera, a Rancate nel  Canton Ticino,  per vedere la mostra Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento  presso  la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst  che, per l’appunto, chiuderà il prossimo  2 febbraio (per tutte le informazioni  vi  rimando al  box a fine articolo).

Il Cliché – verre del  sottotitolo  si  riferisce a  una particolare tecnica d’incisione su  vetro in  voga nell’Ottocento he vede nel pittore paesaggista Jean-Baptiste – Camille Corot uno di massimi  artefici di  questa particolare arte che legava la fotografia con la pittura.

In pratica si  trattava di incidere, disegnare o dipingere su una superficie trasparente come, ad esempio, una lastra di  vetro affumicata e stampare l’immagine risultante su una carta sensibile alla luce, procedimento  effettuato in camera oscura.

Ottocento
A Young Mother at the Entrance to a Wood – Jean-Baptiste-Camille Corot (1856)

Per maggiori informazioni  sulla tecnica vi  rimando a questa pagina (pdf)

Il 7 febbraio del 1839 presso l’ Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts veniva presentato il primo  procedimento  fotografico per lo sviluppo  di immagini: la dagherrotipia dal nome del  suo ideatore Louis Jacques Mandé Daguerre (se vi interessa l’argomento  vi  rimando  al mio  articolo)

sul nuovo  procedimento  fotografico, e su  quello  che sarà la fotografia, nacque immediatamente un pregiudizio  da parte dei  pittori  stigmatizzato in seguito  dalle parole di Paul Gauguin 

Sono entrate le macchine, l’arte è uscita…Sono lontano da pensare che la fotografia possa esserci  utile

In ogni caso i pittori  utilizzeranno la fotografia come puro strumento  di  lavoro in quanto  utile, ad esempio, per fissare un paesaggio e riprodurlo su  tela senza doversi  sobbarcare le lunghe sedute in situ (magari poteva anche piovere..)

La mostra 

La mostra propone un confronto serrato e stimolante tra fotografie, dipinti, incisioni, disegni, libri, permettendo di ricostruire il processo creativo seguito dagli artisti e di comprendere come quella di metà Ottocento fu una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere la realtà e di diffondere conoscenze e informazioni da cui non ci sarebbe stato ritorno.

CARTELLA_STAMPA

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Se queste immagini potranno  mai avere un significato per le generazioni  future, sarà questo: io c’ero, sono esistito.

Sono stata giovane, sono stata felice  e qualcuno a questo mondo mi ha voluto  abbastanza bene da farmi una fotografia.

Frase tratta dal  film One Hour Photo (regia di Mark Romanek – 2002)

Foto antiquaria UNO (a Milano)

Mi  sono  sempre chiesta chi  fosse mai la donna bella ed elegante ritratta in questa foto in cui  i palazzi  diroccati  sullo  sfondo sembrano  messi  lì apposta per contrastare l’eleganza della sua figura.

Se poi vogliamo  sapere qualcosa di più riguardo  al periodo in cui l’immagine è stata scattata, l’unico indizio è quella Topolino sullo  sfondo: è un modello  di  auto prodotto fino al 1955 per cui è facile pensare che la guerra sia terminata da qualche anno e che gli  scheletri  di  quelle case  sono una triste testimonianza dell’orrore passato.

Forse lei era una modella e la foto era per qualche rivista di moda.

Oppure, molto  semplicemente, qualche fortunato  osservatore, munito  di  macchina fotografica, non ha  lasciato perdere l’occasione di immortalare nella pellicola quella che era per lui una leggiadra apparizione.

A caccia tra i  Navigli  di  Milano

Non ho trovato per caso  questa foto: essa fa parte di un bottino conquistato girovagando per i Navigli di  Milano fino ad annusare le cose vecchie (e a buon mercato) esposte tra i banconi  di un negozio  di  antichità varia.

Ovviamente le foto sono solo copie delle originali, ma cosa importa: è quel frammento  di  tempo  andato impresso sulla carta che mi  affascina.

Nel  gruppo  delle foto  che ho  acquistato, questa è quella che preferisco:

Dove la luce che filtra dal  soffitto  della Galleria, rende imperscrutabili i volti  delle persone, ridotte a semplici  sagome umane, eppure portatrici  di  vita.

Foto antiquaria DUE: la dagherrotipia

La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

Per quanto sgranata e priva di  significato, questa immagine ha la particolarità di  essere considerata come il primo  scatto dell’arte della fotografia: fu  realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce semplicemente osservando il panorama dalla finestra di una casa di Le Gras in Borgogna (altre fonti  riportano  che il paese fosse Saint-Loup- de Varenne).

In effetti lo scatto  era dovuto  a  un esperimento nel  quale Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto  in olio  di lavanda.

In seguito la lastra fu  esposta al  sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questo procedimento  inventato  da Niépce non era altro  che l’eliografia.

In effetti per parlare di  dagherrotipia bisogna aspettare ancora tredici  anni, quando nel 1839   il francese Louis Jacques Daguerre, partendo  dall’idea di  Niépce e perfezionata dal  figlio  di  questi  Isidore, venne presentata dallo  scienziato Françoise Arago  alla Académie des Sciences e alla Académie des Beaux Arts.

Il dagherrotipo 

 si ottiene utilizzando una lastra di  rame su  cui  è stato  applicato elettroliticamente uno strato  d’argento, quest’ultimo sensibilizzato alla luce con vapori  di iodio.

La lastra deve essere esposta entro un’ora e per un periodo  variabile tra i  dieci  e quindici  minuti.

Lo sviluppo avviene mediante vapori  di  mercurio a circa 60°C che renderanno biancastre le zone precedentemente esposte alla luce.

Il fissaggio conclusivo  si  ottiene con una soluzione di tiosolfato  di sodio, che eliminerà gli ultimi  residui  di ioduro  d’argento.

L’immagine ottenuta, cioè il dagherrotipo, non è riproducibile e deve essere osservata sotto un angolo  particolare per riflettere la luce in modo  opportuno.

Tratto  da Wikipedia

Ritornando  alla prima fotografia, cioè a quella realizzata da Niépce nel 1826, essa venne donata dallo  stesso  Niépce a Francis Bauer , progettista di giardini  e membro della Royal Society .

Francis Bauer cercò di interessare la Royal Society all’idea di  Niépce per ottenere dei  finanziamenti e quindi promuovere la nuova invenzione, ma il risultato ottenuto fu  quello  di un netto rifiuto  da parte dell’associazione

Nel 1952, sempre in Inghilterra, lo  storico della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò in maniera fortuita l’immagine per poi  consegnarla alla storia come la prima riproduzione di un paesaggio.

La prima dagherrotipia in Italia

La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)
La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)

Nell’ottobre 1839, mentre l’invenzione di Daguerre veniva presentata alla Royal Society (con scarsa fortuna, come si è detto, in Italia Enrico Federico  Jest , partendo  da un dagherrotipo, realizzava la prima stampa ufficiale nel nostro  Paese, raffigurante la chiesa della Gran Madre di  Dio  a Torino.

Jest, insieme a suo  figlio  Carlo, avevano  proprio  a Torino  un’attività centrata sulla fornitura di  apparecchiature scientifiche: l’invenzione di  Daguerre entusiasmò il fotografo  italiano  tanto da abbandonare il commercio  dedicandosi  completamente alla dagherrotipia, fino a costruire da sè un apparecchio  dagherrotipo.

TUTTO QUI.

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Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

TinEye alla ricerca di immagini in rete

io, Caterina
io, Caterina
© caterinAndemme

Non è forse la vita una serie di immagini che cambiano solo  nel modo di  ripetersi?

Andy Warhol  

Copyright

Naturalmente essendo una semplice blogger (è solo  falsa modestia) penso  che le immagini pubblicate sul mio  blog -contraddistinte dalla firma © caterinAndemme quindi proprietà intellettuale della sottoscritta – non sono appetibili da essere  utilizzate in maniera fraudolenta senza il mio  consenso, cosa per altro  che mi è già capitata con qualche foto  pubblicata sul mio profilo Instagram (cercate appunto  Caterina Andemme se siete curiose di  vedere ciò che pubblico).

La proprietà intellettuale rappresenta il primo  diritto  del creatore, dell’artista e dell’inventore.

Tale diritto sottende qualsiasi  creazione e nasce con la creazione dell’opera stessa.

TinEye alla ricerca di immagini 

Naturalmente quando si tratta di  fare ricerche Google è per antonomasia il motore di  ricerca (con buona pace per gli  altri  che arrivano  secondi) e questo è valido  anche quando il nostro interesse è rivolto a una immagine.

Ma c’è lo spazio  anche per altri  servizi che, in un certo  senso, possono  anche risultare migliori dei classici  motori  di  ricerca.

E’ il caso  di TinEye il cui  utilizzo è gratuito e che può essere  anche un’ estensione per i  browser principali.

Come fare la ricerca è semplicissimo:

TinEye

Dalla home page del  sito nella casella di  ricerca possiamo  fare l’upload di una nostra foto  oppure inserire l’url  dell’immagine 

Una volta caricata l’immagine  TinEye in breve ci  dirà se è stata utilizzata impropriamente da altri (per l’esempio  ho  utilizzato  una mia creazione che non  è stata minimamente presa in considerazione da nessuno…)

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Vivian Maier: sapete già chi è?

Oggi resto con me
©caterinAndemme

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi  soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli,  forse disertori

nella follia di oggi i  soli  sono i nuovi pionieri

Giorgio Gaber

Eppure non era Mary Poppins 

Vivina Maier – autoritratto

L’ anno  scorso ho visto per la prima volta il volto  di  Vivian Maier (New York, 1 febbraio 1926 – Chicago, 26 aprile 2009)  nel manifesto che pubblicizzava una mostra  a lei  dedicata presso il Palazzo  Ducale di  Genova.

Fino  ad allora non sapevo  chi lei  fosse e solo in seguito, dopo una piccola ricerca riguardante la  sua biografia, sono  venuta a conoscenza del  fatto che, oltre ad essere una fotografa per passione, di mestiere faceva la tata: appunto  come Mary Poppins.

La similitudine con il personaggio di  fantasia si limita al  mestiere di  bambinaia, nella realtà ho l’impressione che la vita di  Vivian Maier per sua scelta, o per il caso, era un luogo  di  solitudine che riempiva attraverso la fotografia con immagini  di persone catturate a loro  insaputa dalla sua inseparabile Rolleiflex .

In effetti abbiamo  rischiato di non poter mai  conoscere l’opera di  Vivian Maier se un giorno  del 2007, a Chicago, l’agente immobiliare John Maloof si  aggiudicò ad un asta uno  scatolone pieno  di  negativi e rullini  ancora da sviluppare e stampare.

Maloof  pubblicò alcune di  queste foto  su  Flick ottenendo un notevole e immediato interesse da parte degli utenti  del  social media: da allora si è appassionato al lavoro  di  Vivian Maier fino  ad arrivare a collezionare più di 15.000 negativi  e 3.000 stampe.

Maloof Collection – galleria fotografica dal  sito  dedicato  a Vivian Maier 

Qualche libro su  Vivian Maier 

Cinzia Ghigliano, tra le più brave fumettiste italiane, con il libro Lei, Vivian Maier (ed. Orecchio  Acerbo) vinse nel 2016 il premio Andersen come migliore libro  fatto  ad arte.

“Vivian era misteriosa. Portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry,camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo.” Un diario. Il diario di Vivian Maier. Scritto non con la penna ma con la macchina fotografica, la sua inseparabile Rolleiflex. Sempre al collo, sempre sul cuore. Occhio speciale per ritrarre i bambini dei quali come tata si prendeva cura; le persone comuni incontrate per strada; i quartieri delle città a lei più care, New York e Chicago; i luoghi lontani meta dei suoi numerosi viaggi. E dietro ogni scatto -centocinquantamila negativi, e migliaia di pellicole non sviluppate- l’interesse per l’altro, gli altri.

Il secondo libro è della scrittrice danese Christina Hesselholdt  che in Vivian (ed. Chiarelettere) ricostruisce in una sorta di  documentario  letterario a più voci la vita di  Vivian Maier con la descrizione dei luoghi  delle sue  fotografie più celebri.

L’ultimo  libro  che vi presento in questa piccola rassegna dedicata a Vivian Maier  (e di  cui vi è l’anteprima a fine articolo) è della scrittrice Francesca Diotallevi la quale nell’introduzione al  romanzo Dai  tuoi occhi  solamente (ed. Neri Pozza) precisa che:

Il romanzo è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, attività commerciali, luoghi, eventi, ambienti, e fatti  sono frutto  della fantasia dell’autrice o trattati come spunto per la narrazione. Qualsiasi rassomiglianza con persone morte o viventi, o eventi  reali è puramente casuale e non è approvata dagli  eredi  di  Vivian Meier, dalla Maloof Collection o dall’Howard Greenberg Gallery.

New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un’inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l’hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l’accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L’accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l’orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall’esserne toccata: questa è, d’altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell’infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un’occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l’oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro Dai  tuoi  occhi  solamente