Antartide tra scienza e (pseudo) misteri

Il fascino dell’ignoto  domina tutto

Omero

Antartide, Lovecraft  e valli secche 

“….l’ultima parte del viaggio fu un’esperienza intensa e stimolante per la fantasia. Grandi vette nude e misteriose si  susseguivano  senza posa a ponente mentre il basso  sole nordico di mezzogiorno o l’ancor più basso sole di  mezzanotte, radente l’orizzonte meridionale, rischiarava di luce rossastra le nevi  bianche, i ghiacci bluastri, i canali  che li separavano e, qua e là, nere chiazze scoperte di pendii granitici. Tra le cime desolate si incanalavano rabbiose ed intermittenti raffiche del  terribile vento  antartico, le cui modulazioni facevano  a volte vagamente pensare a   zampogne suonate selvaggiamente…..”

Non trovate che questa descrizione di H.P. Lovecraft tratta dal suo romanzo  Le montagne della follia sia già il presupposto per predisporre la mente alla fascinazione dell’ignoto?  

Di Lovecraft ho già scritto in precedenza a riguardo di un suo  presunto (altamente improbabile) passaggio in Italia e dei misteri del  delta del Po che lo avrebbero ispirato in parte per le sue storie ( articolo ), ma adesso, lasciando a dopo  l’argomento dell’ignoto, voglio  fare una piccola digressione su  quelle zone del’Antartide considerate tra i luoghi più aridi  della Terra  e che si  estendono   su  di una superficie di  5.000 chilometri  quadrati vicino  al Canale di  McMurdo: sono le Valli secche (McMurdo Dry Valleys

Antartide
Mcmurdo Sound

 

L’aridità è la conseguenza dovuta all’azione dei venti  catabatici (o  venti  di  caduta) che, spazzando  via l’aria umida oceanica, ne fa diminuire le precipitazioni  annuali.

 

Antartide

 

Un’altra caratteristica che contraddistingue questo sistema di  valli è quella della presenza di  acqua liquida durante la stagione estiva che, ovviamente, non sarà quella dei  tropici.

Cosa ancora più importante dal punto di  vista scientifico è la scoperta da parte degli  scienziati  della Nasa di  forme di  vita ancestrale: non si  tratta degli esseri primigeni  nati dalla fantasia di  Lovecraftma di  forme batteriche che riescono  a sopravvivere nella relativa umidità presente nelle rocce e di  altri batteri  anaerobici che basano  il loro  metabolismo su elementi  chimici  quali lo  zolfo  e gli ossidi  di  ferro

 Antartide e il mistero del  Lago  Vostok

La seconda parte di  questo articolo  è dedicato a ciò che la fantasia può produrre se la mente si  trova davanti  a un quesito apparentemente insolubile.

E’ ciò che il Lago  Vostok, il più grande dei  settanta laghi  subglaciali finora conosciuti, nasconde  al suo interno.

Si è scritto  di  tutto a riguardo: dai mostri  antidiluviani che vivono  in esso come se fossero in una specie di  habitat simile a quello  inventato  da Julius Verne in Viaggio  al  centro  della Terra, fino ad arrivare alla presenza di un’astronave aliena precipitata in Antartide e che ricorda molto la situazione già vista in La cosa da un altro mondo

Ho  trovato che il film diretto  nel 1951 da Christian NyBy  sia molto più godibile del  suo  remake  La cosa  girato nel 1982  da John Carpenter per la sua deriva all’horror di  tipo  splatter.

Dopo questa divagazione cinematografica ritorniamo  al Lago  Vostok

Antartide
Radarsat: immagine dallo spazio del Lago Vostok

Tra gli  anni 1959 e 1964  durante una serie di  spedizioni  scientifiche russe in Antartide il geografo  russo Andrej Petrovič  Kapica, utilizzando tecnologie di  allora che prevedevano l’analisi  di onde sismiche, scoprì l’esistenza del  Lago  Vostok, cosa confermata nel  corso  degli  anni  con analisi  più approfondite grazie all’apporto  di nuovi  strumenti  di  ricerca.

Tratto da Wikipedia

La  grandezza del lago  fu  determinata solo  nel 1966 grazie alla collaborazione tra scienziati  russi  e inglesi.

Quasi  quattro chilometri  di ghiaccio separano  le acque del  lago  dalla superficie e, grazie a questa specie di incubatrice e al fatto che si  tratta di un lago  di  acqua dolce, si è arrivati  alla conclusione che possa esistere in esso un microambiente vecchio di milioni  di  anni.

Il 7 marzo 2013 i  ricercatori rilevarono la presenza di batteri di origine sconosciuta all’interno del Lago  Vostok: questo  tipo  di  batteri presenta un’alta resistenza alla concentrazione di ossigeno presente nel lago (nessun lago  terrestre ha una simile percentuale di ossigeno) e ciò parrebbe del  tutto  simile all’ipotesi di  forme di  vita che si potrebbero  trovare sotto  i ghiacci di  Europa, uno dei satelliti  di  Giove.

Ma se la presenza di  queste forme batteriche  potrebbe essere l’innesco per la paura di  possibili  contaminazioni di origine sconosciuta (purtroppo la situazione che si  sta creando per il coronavirus cinese è una realtà), è un altro motivo per cui si  accreditano  tesi al limite della fantascienza, infatti le ricerche riscontrarono la presenza di un misterioso oggetto metallico insieme a una notevole variazione del  campo magnetico  naturale.

E’ inutile aggiungere che tutte la zona, nonchè le ricerche in essa,  sono  secretate, si  sa solo che la Nasa attualmente studia il perché dell’anomalia magnetica.

Se avete qualche notizia più recente a riguardo  siete invitati  nel farmelo  sapere

Il libro

Non poteva concludere senza rendere omaggio  a H.P. Lovecraft con l’anteprima del suo  racconto  Le montagne della follia 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dall’esobiologia al Wow signal

Se gli extraterrestri  esistono in abbondanza, alcune forme di  vita avrebbero raggiunto un grado  di  civiltà tale da avere inventato i viaggi interstellari.

Come mai  non sono ancora arrivati  fra noi?

Il paradosso  di  Enrico  Fermi

Dalla fantascienza all’esobiologia 

Sembra che Enrico  Fermi  non abbia mai  pronunciato quel paradosso citato  all’inizio  dell’articolo ma che esso  sia stato estrapolato  da un suo  discorso incentrato  sulla possibilità di  viaggiare nel  tempo.

Ma nel paradosso non viene detto  che gli  ET (oppure ETi come si  scriveva una volta)   possono  essere giunti  sulla Terra in tempi  remoti in maniera molto discreta, tanto  da non lasciare loro  tracce ne con  i  famigerati cerchi  nel  grano  (vedi il mio  articolo  a tale proposito),  tanto  meno hanno  avuto la disgrazia di  essere segregati in seguito  a un incidente in quella Guantanamo che conosciamo  tutti  con il nome di  Area 51 (vedi il mio  articolo a proposito).

Se io non credo a  fantasmi, vampiri e licantropi,  e gli  zombie li lascio  ai cultori del  genere horror   (ma non chiedetemi  di passare una notte solitaria in una casa solitaria nel  bosco, magari vicino a un cimitero..), al  contrario penso che tenendo presente l’infinità vastità dell’Universo ( o  degli Universi possibili  secondo  le recenti  teorie) è matematicamente impossibile che l’esistenza di una forma di  vita sia relegata in un unico pianeta e cioè la nostra cara, dolce Terra (che tanto  amiamo  e che tanto non rispettiamo).

L'astronauta di Palenque

Indubbiamente  immagini  come quella precedente,  raffigurante il cosiddetto  Astronauta di  Palenque,   basterebbe da sola  a far sì che la tesi  di  passate visitazioni extraterrestri diventi non più una questione di immaginazione ma la testimonianza di un fatto  reale (in ogni  caso ci pensa  il Cicap  a smorzare ogni  entusiasmo con quest’articolo).

Voi  cosa ne pensate?

Diversamente dal credere o non credere a enigmi del passato, un ramo  della scienza che si occupa di trovare tracce di intelligenza aliena, o per lo meno indizi  su forme di  vita elementari al  fuori  del nostro pianeta, è l’esobiologia.

Ad interessarsene per primo  fu lo  scienziato  gallese Alfred Russell Wallace (Llanbadoc, 8 gennaio 1823 – Broadstone, 7 novembre 1913)   il quale,  contemporaneo  di  Charles Darwin, formulò anch’egli una teoria dell’evoluzione mettendo al corrente lo stesso  Darwin ( i  malevoli  dicono  che quest’ultimo  abbia copiato gli  studi del  suo  contemporaneo per farla propria, la verità è tutt’altra e viene spiegata nell’articolo di  Focus).

Si può considerare Alfred Russell  Wallace come il  padre dell’astrobiologia (poi esobiologia) concetto introdotto per la prima volta nella storia nel  suo  libro Man’s place in the Universe (1903)

Nel  caso  di una vostra insaziabile curiosità riguardo al libro in questione, vi rimando  alla pagina da cui  potete scaricare l’intero testo in formato PDF.

Ritornando  all’esobiologia, il termine venne coniato  dal  biologo  statunitense Joshua Lederberg il quale più che pensare all’incontro  con u alieno  intelligente (forse ci  sono  anche quelli stupidi) era preoccupato  dal  fatto che, in vista delle missioni lunari, gli astronauti  di  ritorno  sulla Terra potessero portare con se batteri in grado  di  contaminare il nostro pianeta.

Viaggiando  attraverso i Wormholes

La distanza, misurata in anni luce, tra noi  e gli  eventuali  loro, non è un problema da poco: mettiamo il caso  che ET ci  mandi il suo  ciao alla velocità della luce, e che il suo pianeta disti  dalla Terra centinaia se non migliaia di  anni luce, quindi, educatamente risponderemo  con un altro  ciao che impiegherà lo stesso  tempo  per arrivare alle orecchie degli  abitanti  del pianeta X: in questo  lasso  di  tempo (migliaia di  anni) può anche essere che una delle due civiltà, se non entrambe,  si siano  estinte a causa di  cataclismi  vari  che vanno  dall’impatto  con una gigantesca meteora ( dinosauri  docet) o distruzione totale del proprio  habitat per guerra nucleare o squilibrio  climatico, pandemia mondiale e BLABLABLA

Gli  scienziati, però, hanno  teorizzato una possibilità che queste incommensurabili  distanze possono essere accorciate attraverso  i Wormhole (o  Tunnel  spaziali)

Furono i fisici  Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935 i primi  a ipotizzare, utilizzando  la teoria della relatività generale, l’esistenza (teorica) di tunnel attraverso lo spazio – tempo.

In pratica i  wormholes, collegando due punti  diversi  dello  spazio avrebbero il pregio  di ridurre la distanza e, conseguentemente, il tempo occorrente per il viaggio spaziale

In pratica quello che avviene nei viaggi di  Star Trek o  nel più serio Interstellar diretto  da Christopher Nolan nel 2014.

WOW che Signal! 

Visto  che ho accennato  alla fantascienza, immaginiamo ora di  essere di  turno  in una dei  radiotelescopi utilizzati  nel programma SETI: è notte  e noi  ci  stiamo  annoiando  terribilmente e fa anche molto  caldo essendo il 15 agosto 1977: niente internet, niente WhatsApp, Instagram o Facebook: solo  riviste e libri, forse qualche giornalino soft-hard per distrarsi.

Improvvisamente  le macchine evidenziano  un  segnale di  forte intensità  che proviene al di  là del  sistema solare e che dura poco  più di un minuto.

L’astronomo sente scorrere nelle vene l’adrenalina (frase che nessuno ha mai  usato…vero?) e una volta stampato il tabulato contente la traccia del  segnale anomalo lo evidenzia con un Wow!  

Naturalmente la  mia ricostruzione di  quella notte o  sera è completamente differente dalla realtà: Jerry R. Ehman, appunto  l’astronomo  di  turno  presso  il radiotelescopio  Big Ear dell’Università statale dell’Ohio impegnato  nel  programma SETI, era seriamente impegnato  nel  suo  lavoro tanto  che allo  stupore di  quanto visto fece subito capolino la razionalità dello scienziato, che non escludeva il fatto  che il segnale era quello inviato  da una civiltà tecnologicamente avanzata; segnale che non si  ripeté mai più

Frank  Donald Drake (cofondatore del programma SETI) ipotizzò la causa di una mancata ripetizione del  segnale nel  fatto che la suddetta civiltà aliena avrebbe focalizzato tutta l’energia di  emissione del  segnale in un ristretto  campo  spaziale e della durata di pochi minuti: questo perché se il segnale fosse stato inviato in tutte o  quasi  le direzioni, avrebbe comportato la dispersione di una grande quantità di  energia.

La stessa modalità venne  utilizzata da Frank Drake e Carl  Sagan quando, nel 1974 (tre anni prima che il segnale Wow venisse intercettato  dal  radiotelescopio Big Ear) per l’invio  di un messaggio tutto  terrestre verso altri  abitatori  dello  spazio profondo: anche in questo  caso il segnale venne trasmesso una sola volta dal radiotelescopio  di  Arecibo verso l’Ammasso Globulare di  Ercole distante da noi 25.000 anni luce.

A smorzare ogni  entusiasmo  ci  ha pensato  la stessa scienza e oggi si  pensa a un’ipotesi cometaria all’origine del segnale: nel 2017 ricerche effettuate su  comete hanno  evidenziato  come da esse potessero  partire segnali con la stessa frequenza di  Wow!.

In pratica nessun omino  verde che voleva scambiare due parole con noi, ma solo  delle cause naturali all’origine del  tutto.

Ma se uno  scienziato dice una cosa, subito un’altro (o altra, non dimentichiamoci  delle donne please!) afferma esattamente il contrario: per loro  nell’area scandagliata da cui  proveniva il segnale Wow! non c’era nessuna cometa, inoltre esse non emetterebbero onde radio  di  tale potenza alla frequenza considerata.

In attesa che un essere dell’altro mondo  si palesi a noi  terrestri, vado  avanti  con le mie lezioni  di lingua Klingon.

– FINE –

Alla prossima! Ciao, ciao…

Una volta si chiamavano semplicemente UFO

Visto  che la scienza non riesce a darci  delle risposte, perché non consideriamo finalmente  plausibile quello  che sembra fantastico?

Fox Mulder nel primo  episodio della serie X – Files 

X- Files e Area 51 : quando i dischi  volanti  erano  ancora gli UFO

 

Sin dal primo  episodio sono stata una fan di Fox Mulder e Dana Scully (alias David Duchovny  e Gillian Anderson) nella inimitabile serie science – fiction X -Files

Insieme a loro, puntata per puntata, stagione dopo  stagione, ho vissuto  la loro lotta contro mostri generici,  mostri da esperimenti  genetici, attività paranormali e qualche fantasma, satana e satanisti e fuori  di  testa di  ogni  genere.

Ma soprattutto i  cattivi  erano  loro: gli  alieni e  i cospiratori governativi al loro  servizio.

Poi, dopo  l’undicesima stagione, non mi  è rimasto che  il sacchetto  vuoto  dei popcorn a ricordarmi che ineluttabilmente tutto  ha una fine (a parte i  due film postumi).

Ma gli UFO, quindi gli  alieni, continuano a far presa tra il pubblico  nella realtà ( o presunta tale): FLIR1, Gimbal e GoFast sono  tre video  girati  dai piloti  dei  caccia dell’USAAF  tra gli  anni 2004 e 2015 e ritenuti autentici dallo stesso Pentagono.

Ovviamente la conferma di  questa autenticità non deve trarre in inganno: i  video  sono  serviti per addestrare i piloti  a riconoscere oggetti volanti   non identificati specie quelli  nei pressi  di  aeroporti e strutture militari: insomma non UFO ma, ad esempio, semplici  droni.

A tal punto  che la definizione Unidentified Flying Object (Ufo)  è stata sostituita da quella di Unexplained Aerial Phenomena (Uap): fenomeni  aerei  non identificati 

Che poi questi  fenomeni  aerei  non identificati siano  droni  oppure navicelle di  turisti  alieni (anche ET a volte ha bisogno  di  ferie) dipende dal punto  di  vista: per The Black Vault, rivista online specializzata sui  fenomeni  alieni, quello  che hanno  visto  e filmato  i piloti dei  caccia americani  sono  senz’altro da chiamare Ufo, alla vecchia maniera.

per loro  anche i pittogrammi  lasciati nei  campi  di  grano  sono  la firma  dei  writers extraterrestri (ne ho  parlato  a riguardo  nell’articolo  sul mistero  di Chilbolton)

Due passi  nell’area 51 

Mappa dell'Area 51 in Nevada
Mappa dell’Area 51 in Nevada

Oggi  doveva essere il giorno  dell’invasione dell’Area 51: richiamati dall’appello  di un blogger (?) australiano migliaia di persone pensavano  di  radunarsi ai limiti di quella che rimane una base TOP SECRET dell’esercito  americano e per tanto off – limits  (tradotto: ti  sparo  se ti  azzardi  a superare il cancello)

Il blogger, dietro pressione della CIA,  dell’NSA e di  qualche killer governativo, si  è subito  affrettato  a dire che il suo  voleva essere solo uno  scherzo!

Chi invece non si è fatta per nulla intimidire è stata la giornalista investigatrice americana Annie Jacobsen  che con il suo  libro Area 51 (non poteva chiamarsi  altrimenti) svela alcuni  misteri sulla storia e attività di  quella base (anteprima alla fine dell’articolo).

Siccome oggi  è venerdì, quindi  domani  inizia il fine settimana, io prendo  il mio Ufo  (o Uap) e vado un paio di  giorni  nei  dintorni di  Plutone (o Saturno?).

 – FINE-  

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Area 51 di  Annie Jacobsen….Buona 💋 lettura 

“Stavo facendo colazione con un uomo che aveva ricoperto alte responsabilità nelle attività dell’Area 51, per lunghi anni. Gli mostrai un crostino: «Se questa è la parte che ho scoperto, quanto è grande quello che non so?» dissi. «Quello che non sa – rispose l’uomo cupamente – l’intera verità, è grande come il tavolo a cui siamo seduti, sedie comprese.»
Un’indagine sensazionale, avvincente e meticolosa, sul luogo più discusso e concupito da ricercatori, curiosi, cospirazionisti, cronisti: l’Area 51, nel deserto del Nevada, lo Shangri-la dello spionaggio e dei sistemi di combattimento più sofisticati, cuore di mille intrighi e segreti, in cui si intrecciano storia, politica, test nucleari, esperimenti inconfessabili. Basandosi non su illazioni ma, per la prima volta, su colloqui con piloti, scienziati, ingegneri e agenti in pensione che hanno lavorato per anni nell’Area – e che nonostante il vincolo di segretezza, hanno accettato di parlare – il libro fa luce su decenni di misteri e rivela verità assolutamente inedite, a volte davvero sconvolgenti. A partire dalla spiegazione del celebre incidente di Roswell del 1947, il crash di un oggetto volante non identificato che ha alimentato innumerevoli ricostruzioni e altrettante leggende.”

Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Al Azif: ossia il Necronomicon


Non è morto  ciò che in eterno può attendere

E con il passare di strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred

Il Necronomicon 

In un tempo molto lontano il poeta arabo Abdul Alhazred si  avventurò nel  deserto alla scoperta della città perduta dalle mille colonne: Irem.

Il viaggio  fu lungo e faticoso ma finalmente egli  arrivò a Irem: qui ,fra le sue rovine, trovò quello che era il motivo di  quel  suo lungo  peregrinare e cioè un testo  di  magia il cui antico  nome  era Al Azif (nella lingua araba questa è una locuzione che indica quei misteriosi  suoni che si odono  nel  deserto durante la notte e che si  dice essere la voce dei demoni).

Solo in seguito, quando il testo  venne tradotto nel 950 d.C. in greco dall’erudito  bizantino Teodoro  Fileta, prese il nome di  Necronomicon: il libro  delle leggi  che governano i morti 

Il danese Olaus Wormius, nel 1228, basandosi  sul testo di  Fileta, fece la traduzione del  Necronomicon in latino

Lo scopritore di  questo  antico  grimorio , ossia Abdul Alhazred, non poté godere molto della sua scoperta: un giorno, in una via di Damasco,  alcuni testimoni oculari  dissero di  averlo  visto  assalito  e divorato  da un mostro invisibile

Ma se il mostro  era invisibile, mi chiedo  come loro siano  riusciti a vederlo…

I pseudobiblia 

Nonostante il fatto  che ancora oggi  vi  siano persone che credono  che la Terra sia piatta, oppure una dieta può far guarire le carie (se non il cancro), penso che la stragrande maggioranza di  voi (se non la totalità) abbia  compreso il senso  fantastico delle parole precedenti.

Ovviamente per tessere una trama così fantastica, preludio a un viaggio  letterario tra incubo e horror, occorreva una mente predisposta a mettere per iscritto la descrizione di un mondo fantastico  retto  dal pantheon  di  esseri primigeni  e malvagi.

Quest’uomo era Howard Philip Lovecraft  (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Ho precedentemente scritto del presunto (molto presunto) viaggio  che H.P. Lovecraft fece nel Delta del  Po per incontrare i misteriosi  appartenenti  alla confraternita dei  Fradei e del mitico  dell’Uomo pesce a cui  i fedeli  dedicavano riti pagani ( ⇒ I Fradei  e Lovecraft: un incontro (im)possibile?)

Lo stesso  Lovecraft si  meravigliò del  fatto  che i suoi  lettori presero sul serio l’esistenza di un testo  esoterico nascosto  nel  tempo  come poteva essere il Necronomicon e, volendo  stare al  gioco, contribuì al  mito pubblicando il libro Storia e cronologia del  Necronomicon con la segnalazione delle biblioteche (la maggior parte inventate) che custodivano una copia del libro  maledetto.

Ma sono gli  stessi  appassionati lettori  di Lovecraft a contribuire alla fama (sinistra) del  Necronomicon creando  dal  nulla congiunture tra inediti  e riferimenti bibliografici che ne arricchiscono  la storia.

Sennonché a questo  gioco (ma ripeto  in molti  credevano all’esistenza del  Necronomicon)  si  aggiungono personaggi ben più seri come, ad esempio, Philip Duchêsnes,  titolare di una prestigiosa libreria antiquaria a New York, che nel 1941 inserì in catalogo una copia del  Necronomicon  al prezzo  di 900 dollari: è inutile dire che gli  acquirenti  disposti  all’acquisto furono più che numerosi anzi, qualcuno  di loro, era ben disposto  a sborsare una cifra superiore per aggiudicarsi il libro.

Se quest’episodio  risale a tre  anni  dopo  la morte di  H.P. Lovecraft, nel 1962 è la serissima rivista americana Antiquarian Bookman pubblicò nella rubrica dedicata alla vendita di  libri  antichi la recensione di un’ edizione spagnola del Necronomicon del 1647, aggiungendo alla fine che il libro proveniva dalla biblioteca della Miskatonic  University 

La Miskatonic University era frutto  della fantasia di H.P. Lovecraft e la cui  sede era nella città di  Arkham (altra invenzione dello  scrittore) nella contea di  Essex nel  New England: i redattori dell’Antiquarian Bookman, oltreché mostrarsi dei  buontemponi, evidentemente in questa maniera vollero  omaggiare il genio  dello  scrittore di  Providence.

Comunque, trovandovi  a passare per caso nelle vicinanze della California University, entrate nella sua biblioteca centrale e fate una ricerca  sul Necronomicon: troverete una scheda catalografica in italiano con riferimento  al Necronomicon che ne fa presumere l’esistenza tra i  tomi in possesso  dell’università (dolcetto o scherzetto..)

In poche parole il Necronomicon è un pseudobiblia cioè appartiene a quei libri  che, pur essendo  citati con tanto  di titolo ed estratti in opere di  saggistica o narrativa, hanno in comune una caratteristica che li  distingue da qualunque altro libro: semplicemente non esistono!

Il termine  pseudobiblia venne utilizzato per la prima volta nel 1947 dallo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – Plano, 6 novembre 2000) in un articolo pubblicato nel  Saturday Review of Literature nel  quale metteva in risalto come queste opere per la fama raggiunta fossero in competizione con libri  realmente esistenti.

Se avete qualche curiosità in più da soddisfare a riguardo  dei pseudobiblia, vi suggerisco  la lettura dell’articolo  Leggere o non leggere (gli pseudobiblia) del professore Michele Santoro dell’Università di Bologna ( ⇒ Pdf ⇐ )

Per gli  altri e cioè amanti  di  spettri, vampiri o lupi  mannari che vagano nella notte alla ricerca di  vittime innocenti (o  che proprio  se la sono  cercata) dedico  l’anteprima del  Necronomicon di  H.P. Lovecraft

Attenti  ai mostri invisibili  che divorano  i troppo  curiosi… 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Anteprima del libro Il Necronomicon di Howard Philip Lovecraft

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
© caterinAndemme

Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Hai voglia di leggere un Pulp Magazine?

The Pulp Magazine
©caterinAndemme

Pulp o non pulp?

Il pulp  è un genere letterario che propone storie dai  contenuti forti, con abbondanza di  crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco  e l’horror

Da questa definizione presa da Wikipedia si può dedurre che il pulp  non è roba per bambini o  adulti sensibili alle scene violente (tra cui  la sottoscritta) e da tener lontano  gli  adolescenti  (che tanto in rete  volendo trovano  questo  e quest’altro di peggio).

Eppure, chi  si  è esercitato  nel passato  a scrivere storie truculenti, non sempre è stato uno scrittore di  serie B anzi, andando indietro  agli  anni ’30 e negli  Stati Uniti si andò affermando nell’editoria..

I Pulp Magazine  

Copertina di Weird Tales maggio 1934

 

Chiamati  così sia per la qualità degli  scritti (a parte le dovute eccezioni) sia per quella della carta utilizzata per la stampa che era ricavata dalla pasta di legno (pulp che, per l’appunto, tradotto vuol dire polpa o poltiglia).

Le storie  in questo  genere di  riviste erano racconti per lo più  a puntate del  genere dei  gialli,  fantascienza, ma non mancavano certo racconti hard capostipiti di  tutte Le sfumature di  grigio moderne (ma con la medesima qualità in fatto  di  scrittura letteraria).

Le copertine di  alcune  di queste riviste erano  piccoli  capolavori di  grafica  riferite ai titoli dei  racconti  pubblicati, ad esempio, su  Weird TalesAmazing Stories , mentre gli  autori  avevano nomi di  maestri  nel loro  genere come H.P .Lovecraft,   Clark Ashton Smith, Robert Erwin Howard  tanto per citarne alcuni.

 

L’archivio in rete per i Pulp Magazine 

Se avete voglia di  leggere in originale uno  di questi capolavori del  genere pulp (e di  cui  un esempio  lo troverete alla fine dell’articolo) vi consiglio  The Pulp Magazine Archive dove sono catalogati per la consultazione (e il download) le copie d’antan  delle riviste più famose.

Comunque, buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


True Stories 

 

Le sfere di fuoco tra scienza e fantascienza in 4 brevissimi paragrafi

UFO
©caterinAndemme

Paragrafo 1°: la fantascienza

 

 

Nel 1954 la Mondadori  pubblicò nella sua collana di  fantascienza Urania il romanzo Sfere di  fuoco di Erik van Lihn uno dei  tanti pseudonimi  di Ramon Felipe San Juan Mario Silvio Enrico Smith Heathcourt-Brace Sierra y Alvarez-Del Rey y De Los Huerdes meglio  conosciuto come Lester del  Rey.

In questo  romanzo (di  cui  ho una copia che non cederò mai e poi mai…beh,  se fate un’offerta generosa…….) la colonia terrestre su  Mercurio  deve fare i  conti con le tempeste magnetiche del  Sole che formano delle sfere di  fuoco: una di  esse è un’entità dotata di intelligenza propria.

Fine del primo paragrafo

 

 

 

 

Paragrafo 2°: i racconti mitici 

Sembra che ogni  anno in Cambogia, sulle rive del  fiume Mekong ad ottobre, misteriose sfere di  fuoco si  alzano dalla superficie del  fiume salgono  verso il cielo  notturno  e quindi  scompaiono dalla vista.

La popolazione locale le chiamano bung fay paya nak  e sono le emanazioni  dei leggendari uomini  serpenti: i naga

Fine del  secondo  paragrafo 

 

Paragrafo 3°: quello  che dice la scienza

Per la scienza nella categoria delle sfere di  fuoco vanno  comprese i fulmini  globulari , i fuochi  fatui e altri  fenomeni  simili che appaiono in determinate circostanze, tra questi, ad esempio, quelle che noi  donne emaniamo per incenerire la mano  di  certi uomini  che, su  di un mezzo pubblico  affollato, sfiorano  con nonchalance  il nostro posteriore (o  lato B se preferite).

Comunque la scienza dice che:

Alcune sfere di fuoco sembrano essere il prodotto di organismi viventi. Il decadimento della materia organica, ad esempio, nelle paludi e in altre zone umide  porta al rilascio di gas contenenti metano e fosforo, come la fosfina, i quali possono incendiarsi spontaneamente dopo aver incontrato ossigeno nell’ atmosfera, producendo una luce tremolante sospesa a mezz’ aria. Alcuni fenomeni  sono di origine elettrica come può esserlo   una scintilla all’ interno del terreno durante un terremoto: in questo  caso  le rocce sollecitate rilasciano un flusso di elettroni in superficie dove, interagendo con l’ aria, producono lampi di luce.

Fine del  terzo paragrafo

 

Paragrafo 4°: i fulmini  globulari

Rappresentazione di un fulmine globulare in una illustrazione del XX secolo

La loro forma è perfettamente sferica e con  diametro  è variabile. Il loro  movimento può essere rapido e casuale oppure, al  contrario, rimangono  ferme nel  cielo.

La cronaca parla anche di  casi in cui il fulmine globulare entrato  in  una stanza ha ucciso lo sventurato occupante, oppure di  fulmini globulari  passeggiare lungo  la corsia di un aereo in volo (il riferimento  è ciò che l’astronomo Roger Jennison ebbe come esperienza  nel 1963 durante  un volo  notturno).

La risposta al quesito  di cosa siano in effetti i  fulmini globulari è varia (in alcuni  casi  bizzarra): micro  buchi neri, particelle calde di  silicio e blablabla 

Lo scienziato  cinese H.C. Wu, dell’Università di  Zhejiang, prendendo  spunto dall’ipotesi che le sfere potrebbe essere formate da radiazioni  a microonde, ipotizzò che:

Le microonde nascono  da un gruppo di  elettroni accelerati ad una velocità che si  avvicina a quella della luce.

Questo  avviene quando la terra è colpita da n fulmine ; in particolare gli  elettroni  sono accelerati  dal  forte campo  magnetico creato  come quando un canale di  elettroni  si muove gradualmente dalla base di una nuvola verso il suolo, appena prima del flash luminoso e cioè del  fulmine .

nella parte del fulmine che raggiunge  il  suolo, prosegue Wu, si può produrre un gruppo  di  elettroni relativistici, che a loro volta emettono  intense radiazioni a microonde.

Indipendentemente dalla fonte, le microonde atmosferiche producono  plasma caricando l’aria circostante .

La radiazione esercita una pressione sufficiente a spingere il plasma verso l’esterno in una bolla che noi  vediamo come un fulmine sferico.

Le microonde intrappolate all’interno  continuano a generare plasma e quindi a mantenere in vita la bolla per la sua breve durata.

Il fulmine, alla fine, sbiadisce appena la radiazione trattenuta all’interno  della bolla viene dissipata.

In caso  contrario la bolla si  rompe causando un’esplosione.

Semplice come bere un bicchiere d’acqua (???) 

La presenza di microonde e plasma  come componenti  del  fulmine globulare ne spiega alcune proprietà, per esempio quella di  attraversare i  vetri  delle finestre, creare un rumore udibile all’orecchio  umano e generare ozono.

Questo, sempre secondo  la teoria dello scienziato  cinese,  spiegherebbe come un fulmine globulare può entrare anche nella cabina di un aereo: gli  elettroni  ne attraversano il guscio metallico  dopo  essere stati  accelerati dall’energia prodotta da un fulmine.

Fine del 4° paragrafo

 

….ma adesso  cosa preparo  per cena?

Alla prossima! Ciao, ciao…………..