Si è geni indipendentemente dal nome che si porta

Nome

Che cosa c’è in un nome?

Quella che noi  chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo  stesso profumo  soave.

William Shakespeare 

Il nome prima di  tutto 

Il profumo di una rosa, come ha detto il nostro  bardo,  è una sua qualità intrinseca, come il genio di  una persona si palesa indipendentemente dai  dati  anagrafici  riguardante il nome e cognome.

Così Albert Einstein sarebbe arrivato in ogni modo a scrivere l’equazione E = mc2    anche se si  fosse chiamato Paolino  Paperino.

Nome
Irene Brin (anni ’40)

 Maria Vittoria Rossi, alias Madame d’O (non pensate a Histoire  d’O), alias Marlene, Oriane ma anche Geraldina Tron,  decisamente più conosciuta come Irene Brin era indubbiamente una donna geniale.

Figlia del generale dell’esercito Vincenzo  Rossi e di  Maria Pia Luzzato, Maria Vittoria era nata a Roma il 14 giugno 1911.

Dalla madre, nata e cresciuta a Vienna,  ereditò la passione per lo  studio  delle lingue, tanto  da arrivare a parlarne correttamente cinque, ma si può dire che Maria Vittoria Rossi fin dall’infanzia ha respirato l’aria di un’agiatezza non certo  comune, vantando  la presenza in famiglia di  sindaci e Ministri della Pubblica Istruzione –  lo zio  Francesco  Rossi, avvocato  penalista fu  sindaco  di  Bordighera dal 1901 al 1907, mentre il cugino  Paolo  Rossi  fu, per l’appunto, ministro  della Pubblica istruzione e Presidente  della Commissione Parlamentare Antimafia e della Corte Costituzionale – nonchè di una cugina di  secondo grado (figlia di  Paolo  Rossi) conosciuta nel mondo letterario  con lo pseudonimo  di Francesca Duranti (alias Maria Francesca Rossi).

A ventitré anni, quindi nel 1934, è a Genova per il suo  primo  incarico  da giornalista per il quotidiano Il Lavoro.

Nel 1937  Leopoldo  Longanesi  la volle per scrivere di moda nel  nuovo periodico Omnibus considerato il primo settimanale d’informazione italiano: qui lei per firmare i  suoi  articoli  sceglierà come primo nome quello di Manù, per poi diventare Oriane in omaggio  al personaggio  di Oriane de Guermantes  invenzione di  Marcel  Proust.

Quando  Maria Vittoria divenne Irene Brin 

Fu  sempre Leopoldo Longanesi a suggerirle il nome di Irene Brin, questo  dopo  aver letto il suo articolo intitolato  Sera al  Florida che lo  lasciò entusiasta.

Il Florida
Il Florida era un locale notturno romano vicino a Trinità dei Monti, molto in voga nella fantasia degli italiani che, ascoltando programmi alla radio, lo avevano mitizzato. Irene Brin, nel suo primo, articolo firmato con questo pseudonimo, ne descrisse con sottigliezza lo squallore agli antipodi di quella idea di mondanità tanto cara al pubblico radiofonico.

Nel 1941 Irene Brin scrive il  suo primo  libro  Olga a Belgrado (anteprima alla fine dell’articolo) ispirato  dalla esperienza che ebbe durante la guerra in Jugoslavia.

Nel 1943 ritornò a Roma con suo marito Gaspero  del  Corso il quale, essendo un ufficiale dell’esercitò italiano, dopo  l’armistizio per i nazisti divenne un disertore, quindi  lui  insieme ad altri  ufficiali e semplici  soldati dovette nascondersi, per evitare di  essere catturato  e fucilato.

Fu un periodo  difficile anche per lei, tanto  che per sopravvivere dovette vendere alcune stampe   a firma di Matisse, Picasso e Morandi, solo  in seguito  trovò un lavoro  di  commessa presso una libreria d’arte romana: La Margherita.

Ed è in questa libreria che i  coniugi  del  Corso incontreranno un artista ancora non del  tutto  conosciuto e cioè Renzo  Vespignani,  il quale si presentò con molte delle sue opere, acquistate in blocco dai del  Corso  e subito  rivendute con un cospicuo guadagno.

Nel 1946 Gaspare e Maria del  Corso  acquistarono un locale in via Sistina al  numero  146 facendone una galleria d’arte, la prima aperta a Roma dopo  la guerra,  che in breve tempo  divenne famosa:  L’Obelisco.

Irene Brin (ma in seguito Maria Vittoria cambiò ancora il nome con cui  firmava i  suoi  articoli su  diversi  settimanali) continuò la sua carriera parallelamente a quella di  gallerista insieme al marito, arrivando ad entusiasmare per il  suo  stile Carmel  Snow caporedattrice di  Harper’s Bazaar che la volle subito come Rome editor nel 1952.

Purtroppo una malattia incurabile uccise Irene Brin il 31 maggio 1969, quando lei  aveva cinquantotto anni.

Oggi  riposa a Sasso  di  Bordighera, la sua casa di origine, dove lei  fece ritorno sapendo  che la fine era prossima.

Il libro

Nel 1941 Irene Brin raggiunse il marito Gaspero del Corso, ufficiale in Jugoslavia, contando di scrivere una serie di racconti e articoli per Il Mediterraneo e di non restare più di sei mesi in quella terra povera e degradata.

Vi rimase invece tre anni, durante i quali viaggiò tra Belgrado e Lubiana, incontrando città distrutte, località di villeggiatura abbandonate e campagne aride. A seguito di quell’esperienza riuscì a scrivere il suo libro più bello, l’unico in grado di mostrare chi si nascondeva veramente dietro quella che sarebbe diventata la giornalista di costume più amata e contestata d’Italia.

Fu pubblicato una sola volta, nel dicembre del 1943 e non ebbe vita facile visto che, come racconta la stessa Brin, “fu sequestrato quasi dovunque perché il titolo e il contenuto sembravano troppo favorevoli ai partigiani jugoslavi”.

Con Olga a Belgrado, Irene Brin firmò un’opera che è allo stesso tempo il diario coinvolgente di una guerra dimenticata come quella jugoslava e un romanzo per racconti capace di svelare con una modernità sorprendente il disagio e l’incomunicabilità che rende tragicamente simili tutte le guerre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Il Corriere e la sua columnist: Maria Antonietta Torriani

Corrriere

Se la libertà di  stampa significa qualcosa, significa il diritto  di  dire alla gente ciò che non vuole sentirsi  dire

George Orwell

5 marzo 1876 nasce il  Corriere della Sera

 

Corriere
Il primo numero del Corriere della Sera – 5 marzo 1876

Quello  che tuttora conosciamo  come Corriere della Sera non è il primo giornale ad aver avuto questo nome: dieci  anni  prima della sua nascita e cioè nel 1866, a Torino, Giuseppe Rovelli fondò un giornale omonimo di  quello milanese che verrà, ma l’avventura giornalistica di  Rovelli  durò appena due numeri (quelli del 1 agosto  e del giorno  seguente) per mancato interesse da parte di un potenziale pubblico  di lettori.

Curiosamente lo stesso Giuseppe Rovelli, donando le copie originali del  suo  giornale al  nascente Corriere della Sera nel 1876, aveva scritto  su una di  esse:

Giuseppe Rovelli  che a ventitré anni partorì quest’infelice, mortogli in grembo il terzo  giorno  per mancanza di nutrimento, ne affida le misere spoglie al  fratello omonimo cresciuto  gigante

Queste misere spoglie furono poi  vendute in un’asta Bolaffi a Torino il 3 giugno  2000 per 28 milioni di lire acquistate da un collezionista privato.

Ritornando indietro  nel  tempo e cioè nel  febbraio del 1876, incontriamo le due persone che diedero  vita al  Corriere della Sera a Milano: Eugenio Torelli Viollier, già direttore de La Lombardia, e  Riccardo  Pavesi editore dello  stesso  quotidiano.

Per il lancio  del  nuovo  quotidiano  venne scelta la prima domenica di  Quaresima (domenica 5 marzo 1876): la tiratura iniziale fu di 15.000 copie al prezzo di  cinque centesimi in città (sette se si  abitava fuori  Milano).

Gli abbonamenti, l’ago  della bilancia tra il fallimento e la riuscita di un nuovo giornale, furono al  debutto 500 con prezzo  di 18 lire annuali per Milano (24 lire per fuori  città).

Tutto il ricavato  della vendita  delle prima 15.000 copie venne devoluto in beneficenza.

dall'articolo di fondo del primo numero del Corriere della Sera rivolto al Pubblico
Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro. Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori”. Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. […] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[…] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. […] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Sennonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. […] Tratto  da Wikipedia

Maria Antonietta Torriani Scrittrice e columnist 

La donna ritratta in questa foto  (molto  sgranata, per la verità) si  chiamava Maria Antonietta Torriani, nata a Novara il 1° gennaio  1840 e morta a Milano il 24 marzo 1920 all’età di ottant’anni.

L’ambiente provinciale di Novara (non me ne vogliano  i  novaresi) non è il massimo per una donna che vuole riscattarsi con le proprie forze da quel modello  sociale che vuole l’essere femminile relegato a ruoli  subalterni rispetto  all’uomo: si può dire che la fuga verso  Milano, con l’eredità di 4.500 lire che la madre le ha lasciato  (suo padre era morto molto  prima), è stato per lei  l’inizio  di un’avventura molto  fruttuosa.

Girovagando per redazioni di  varie riviste incomincia a scrivere con lo  pseudonimo di Marchesa Colombi e ben presto  a questo  mestiere di penna aggiunge quello  di  scrittrice di  romanzi che ebbero immediato  successo (troverete l’anteprima di Un matrimonio in provincia alla fine dell’articolo) dove le protagoniste sono  sempre delle donne in tutte le sue forme sociali dalla cameriera alla più agiata borghese.

Corriere
La Marchesa Colombi ritratta da Giovanni Segantini (1885)

 

Importati  furono per lei  l’incontro  a Milano con  due persone: la prima fu Anna Maria Mozzoni giornalista e attivista del movimento  per l’emancipazione delle donne in Italia.

Il secondo incontro, non certo meno importante fu con chi  diventerà suo  marito (ma presto  divorzierà da lui): Eugenio Torelli Violler.

E’ovvio  a questo punto che ritroviamo Maria Antonietta Torriani a firmare articoli sul Corriere della Sera che parlano  di costume e società, ma con una spiccata valenza protofemminista tanto  da raccomandare alle sue lettrici di  essere sempre se stesse a dispetto della morale di una società bigotta.

Gli ultimi   anni  della sua vita li  trascorse a Cumiana, in provincia di  Torino, continuando  a scrivere romanzi sociali e libri  per bambini.

Il libro

Nel 1973 Natalia Ginzburg riscopre Un matrimonio  in provincia e, insieme a Italo Calvino, propose il romanzo alla Casa editrice Einaudi che lo inserì nella collana Centolibri.

Nel 1980 il romanzo  venne adattato per il piccolo  schermo per la regia di Gianni Bongioanni.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Anne Brontë, tra i coraggiosi e i forti

Anne Brontë

Oggi è umido  e piove, la mia famiglia è fuori  casa e sono in biblioteca da solo che rileggo  vecchie lettere e scartoffie ammuffite e ripenso al passato; la disposizione d’animo giusta, quindi, per raccontarti una storia…

Tratto da La signora di Wildfell  Hall di Anne Brontë

Anne Brontë, Amid the Brave and the strong 

Anne Brontë

Non è perché sono vittima di un’improvvisa forma di  anglofilia per cui ho  voluto tradurre   dall’italiano il titolo  dell’articolo, ma semplicemente per il fatto  che esso è quello originale di una mostra che il Brontë Parsonage Museum dedica alla più piccole delle tre sorelle scrittrici , mostra che attualmente non è visitabile per la pandemia corrente ma che, essendo  programmata fino al 1°gennaio 2021, lascia sperare che fino  ad allora le cose siano  cambiate in meglio.

Anne Brontë
Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Anne Brontë (Thornton, 17 gennaio 1820 – Scarborough, 28 maggio 1849) oltre a Emily e Charlotte aveva altre due sorelle più grandi, Maria ed Elisabeth, che però morirono  di tubercolosi  quando  lei  aveva cinque anni.

Se si può dire che sfortuna o  disgrazia siano le maledizioni di una famiglia, certo che quella di  Anne potrebbe esserne un esempio: sua madre, Maria Branwell Brontë,  morì il 15 settembre 1821 e cioè un anno  dopo  la nascita di Anne, il fratello  Patrick nel 1848 per bronchite (ma il suo  fisico  era  già devastato  dall’abuso  di  alcol, oppio e laudano), nello  stesso  anno subì la perdita della sorella Emily malata di  tubercolosi e, per termine questo lungo  elenco mortifero, Charlotte, l’unica sopravvissuta delle sorelle, a causa delle complicazioni per un parto  morì il 31 marzo 1855.

La signora di  Wildfell Hall

Il perché del fatto  che il romanzo di  Anne La signora di  Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall ) abbia avuto scarsa considerazione dalla critica di  allora, ma soprattutto a pesare in questo è il giudizio  negativo  della sorella Charlotte, è da attribuire a due fattori:

Il primo è che nel  romanzo  viene utilizzato un linguaggio  molto  esplicito, con descrizioni  di  brutalità e alcolismo, oltre al fatto  che, cosa ancora più scandalosa per l’epoca,  la protagonista  si ribella alle convenzioni  sociali rivendicando  la propria indipendenza (d’altronde la morale che vuole la donna un passo indietro rispetto  all’uomo è stata ribadita da un noto  presentatore televisivo  durante una recente manifestazione canora: si, proprio quella).

Non dimentichiamo, inoltre, che le tre sorelle scrittrici per vedere i loro  libri  pubblicati ed evitare così  pregiudizi dovettero  utilizzare nomi  maschili: Currer Bell fu  quello  utilizzato  da Charlotte, Ellis Bell quello  di Emily e Acton Bell  quello  di  Anne.

Il secondo motivo, molto più familiare e che Charlotte ritenne deplorevole, è che la figura negativa maschile aveva come modello la vita dissoluta del fratello  Patrick.

A conclusione di  questo mio  articolo scritto  con passione da blogger ma allo  stesso  tempo  con lo stato  d’animo di una confinata nella propria abitazione (come qualche decina di milioni  di  miei  concittadini, tra cui  voi), troverete l’anteprima de La signora di  Wildfell  Hall di  Anne Brontë.

Anteprima 

Anne Brontë

Chi è l’affascinate signora nero vestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall?

Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere?

Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza.

Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice

Virginia Woolf

La più inutile delle classi, i ricchi con una patina di  cultura

Virginia Woolf

Virginia Woolf: incominciando  dalla fine

Virginia Woolf

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo.

Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò.

Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi.

Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare.

Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia.

Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so.

Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere.

Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.

Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà.

Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Pubblicando il testo  di  questa lettera scritta da Virginia Woolf a suo  marito prima di  suicidarsi, ho pensato a lei e alla sua malattia, la depressione, e di  quanto sia ingiusto  da parte dei  contemporanei  (compresa me)  pubblicare un documento violandone l’intimità e il dolore della persona che lo ha scritto al  culmine della sua esistenza.

In ogni  caso, parlando  di personalità come Virginia Woolf, è fuori  di ogni  dubbio  che ciò che è (o dovrebbe essere) privato diventa materia a disposizione del  pubblico.

Nel 2003 Nicole Kidman, indossando un naso finto ( abbruttendosi più del  necessario) vinse il premio  Oscar come migliore attrice protagonista  per il film The hours  basato  sul romanzo omonimo di Michael  Cunningham vincitore del  premio Pulitzer.

Una biografia in poche parole 

Virginia Woolf
Virginia Woolf (foto  di George Charles Beresford – 1902)

 Adeline Virginia  nasce a Londra il 25 gennaio  1882, suo  padre è sir Leslie Stephen storico e alpinista (fu  cofondatore dell’Alpine Club e redattore del giornale omonimo), sua madre era Julia Prinsep  Jackson.

Entrambi i genitori  erano vedovi e con figli  avuti  dai  rispettivi  precedenti  matrimoni

Virginia Woolf

In Gita al faro (1927) uno dei suoi  romanzi più famosi, la descrizione  dei luoghi  prende spunto dai  dintorni  di  Talland House la residenza estiva della famiglia Stephen a Saint Ives cittadina che si  affaccia nell’omonima baia in Cornovaglia: lei stessa disse che i periodi  più felici  della sua vita furono appunto  quelli passati in quel luogo, fino  al 1895.

Quell’anno, appunto il 1895,  quando lei  aveva solo tredici anni, sua madre morì e in seguito suo  padre, rimasto  vedovo  per la seconda volta, prostrato  dal  dolore decise di  vendere la casa al mare.

Dal 1897 al 1901 Virginia studiò storia e lettere classiche presso il King’s College London e, nell’anno in cui venne ammessa agli  studi universitari, un altro  lutto si  abbatté su  di lei  con la morte della sorellastra Stella.

Nel 1904 la serie luttuosa proseguì con la morte del padre Leslie Stephen.

In seguito  Virginia insieme a sua sorella Vanessa  e al fratello  Thoby si  trasferisce nel  quartiere londinese di  Bloomsbury ed è qui che, nel 1905, nasce il Bloomsbury  Group circolo  di  artisti  che ebbe modo  di  influenzare la società di  allora con temi  quali il femminismo, la sessualità e il pacifismo.

Sempre in quell’anno  incominciò  a scrivere per il supplemento  letterario  del Times e fare conoscenza con intellettuali  del  calibro  di Bertrand Russell, Edward Morgan Forster, Ludwig Wittgenstein.

Senza dubbio, però, la conoscenza che fece, e che per lei  senz’altro più importante, fu  quella con lo scrittore e teorico  politico  Leonard Woolf suo  futuro  marito (questo  non le impedì di  avere relazioni  con altre donne come Vita Sackville – West e Ethel Smyth  che influenzarono la vita e le sue opere letterarie).

Fu attraverso  Ethel Smith  che Virginia Woolf (finalmente posso chiamarla per nome e cognome) si  avvicinò al  movimento  delle  suffragette 

Nonostante quest’intensa vita intellettuale e professionale (pubblicava le sue critiche letterarie su  giornali  quali appunto il Times, il Guardian e il National  Review) e all’uscita del suo  primo libro  La crociera (1915), questo non le impedì di tentare il suicidio  a causa di  una seconda grave forma depressiva.

Leonard Woolf nell’intento di  aiutare sua moglie le propose di  fondare insieme a lei una casa editrice: nel 1917 nasceva la Hogarth Press che pubblicò libri  di  autori  come Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud e altri.

A questo punto sarebbe (quasi) inutile da parte mia citare i numerosi  romanzi  e saggi  che Virginia Woolf scrisse  nella sua carriera, ma mi preme fare un accenno  ai  quei  testi dove venivano messi in risalto le discriminazioni nel  confronto  delle donne (tema più che attuale):  Una stanza tutta per sè è il saggio  pubblicato  nel 1924 in cui  Virginia Woolf rivendica il diritto  della donna di  accedere alla cultura in una società, come quella inglese dell’epoca, ma non solo questa,che era solo  appannaggio  degli uomini; nelle Le tre ghinee (1938) il tema è lo stretto  legame esistente tra patriarcato, militarismo e regimi  dittatoriali.

La depressione in Virginia Woolf  e le sue cause

Nel 1940 la Gran Bretagna era in piena Seconda guerra mondiale: Virginia Woolf pubblica il suo  ultimo libro Tra un atto e l’altro, mentre le sue crisi  depressive diventano sempre più frequenti  e feroci, fintanto  che, il 28 marzo 1841, dopo essersi riempita le tasche di pietre si  annegò nel  fiume Ouse nel  Sussex.

Si  è  scritto molto  sulla depressione  che ha minato  la vita della scrittrice: certo i lutti con la perdita della madre quando lei  era tredicenne e quelli  seguente  con la morte della sorellastra Stella e del padre Leslie Stephen, hanno  contribuito non poco  all’instabilità del  suo umore, ma una grossa colpa è senz’altro  da addossare ai  suoi  fratellastri George e Gerald Duckworth che abusarono  sessualmente di lei  quando  aveva tredici  anni  e di  sua sorella Vanessa.

La storia di  questi  intolleranti  episodi  di  violenza familiare sono  il tema del libro della scrittrice statunitense  Louise  DeSalvo (deceduta il 31 ottobre 2018) Virginia Woolf: the impact of childhood sexual abuse on her life and work lavoro basato  su  di un’attenta analisi  degli  appuntii e dei  diari  che Virginia Woolf ha lasciato durante la sua vita.

Un’approccio  più scientifico è invece l’analisi  psicologica che Lucia C.A. Williams, ricercatrice presso il Dipartimento  di  psicologia dell’università di São Carlos in Brasile, ha pubblicato  con il titolo  altrettanto lungo  di Virginia Woolf’s history of sexual victimization. A case study in light of current research (se siete interessati  all’argomento l’intero studio lo troverete in questo pdf in lingua inglese).

Il libro

Caro padrino, siete stato sugli Adirondack e avete visto  molti  animali selvaggi  e molti uccelli  nei  loro  nidi: se non venite qui siete cattivo, arrivederci.

Con affetto Virginia

Virginia Woolf scrisse queste parole quando  aveva sei  anni e si  tratta di una postilla in una lettera che il padre aveva indirizzato all’amico  di  famiglia James Russell Lowell.

Lo stesso  scritto è stato utilizzato da Veronica La Peccerella come introduzione al  suo  saggio Mio  carissimo rospo una selezione delle lettere che Virginia Woolf ha scritto tra il 1888 fino  al 1900.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Jane Austen, l’intramontabile di cui non si sa nulla

Jane Austen

<< Non voglio  che la gente sia troppo simpatica, così mi risparmia il fastidio  di cercare di piacergli>>

Jane Austen 

Sono una Austenolatry 

Ho fatto  da poco una scoperta e cioè che sono afflitta dall’essere un’ Austenolatry cioè un’idolatra dell’intramontabile scrittrice inglese nata a Steventon il 16 dicembre 1775 lasciando  questo mondo  orfano  dei suoi scritti (ovviamente anche di  lei  stessa) il 18 luglio 1817 a Winchester

Il termine Austenolatry venne coniato nel 1900 (più o meno)  da Leslie Stephen  che, oltre ad essere un critico letterario, filosofo  e alpinista era anche  il papà della pittrice e arredatrice Vanessa Bell  e di  sua sorella (indubbiamente più famosa) Virginia Woolf.

La biografia di  Jane Austen 

Jane Austen
Albero genealogico della famiglia Austen

Anche Rudyard Kipling venne affascinato  dalla figura di Jane Austen tanto  da dedicarle il libro The Janeites (ne ho scritto  in questo  articolo  dove troverete anche l’anteprima del libro) mentre altri in tempi  più recenti si sono lanciati in una improbabile biografia dell’autrice come, ad esempio, il libro  di Claire Tomalin Jane Austen – La vita (prima edizione inglese 1997)

Jane Austen

Una biografia all’altezza di Jane Austen: un libro che irradia intelligenza, ironia e introspezione” The New York Times.

Di lei abbiamo solo un ritratto a matita, qualche lettera, gli scritti giovanili e sei meravigliosi romanzi. Eppure, tanto è bastato a rendere Jane Austen una delle scrittrici più celebri e amate di tutti i tempi. Si è spesso detto che la sua “è stata una vita priva di eventi significativi”, ma Claire Tomalin, nella sua monumentale biografia, dimostra il contrario: ogni singolo dettaglio ha contribuito a formare la Jane scrittrice, a ispirarne personaggi e ambientazioni.

Un viaggio di quasi cinquecento pagine nell’Inghilterra di fine Settecento e inizio Ottocento, tra complessi intrighi familiari che sono già materia da romanzo: Jane Austen è insieme osservatrice e protagonista incontrastata, talvolta concentrata su carta e calamaio nella sua camera tappezzata di azzurro, oppure alle prese con un ballo o una rappresentazione teatrale, in visita da amici e parenti nella campagna dell’Hampshire e del Kent, o immersa nella vita mondana di Bath e Londra.

Alla fine del’articolo troverete l’anteprima del  libro  con il testo in inglese (utile per il ripasso di  questa lingua)

Perché ho  detto che la biografia è improbabile?

Per il semplice fatto che di  Jane Austen abbiamo  veramente poco che testimoni  la sua vita e una sua biografia può essere solo il frutto  di  supposizioni di una scrittrice (per quanto  brava come Claire Tomalin)  non sia la verità assoluta.

Io non penso, come qualcuno vuol far credere,  che Jane Austen abbia avuto una vita monotona e noiosa e di aver scritto i suoi  romanzi  come antidoto  alla noia, tutt’altro: sicuramente avrà avuto il carattere necessario  per andare contro corrente rispetto  ai tempi in cui  ha vissuto  di una persona ribelle nei  confronti della morale di  allora (lo  dico  e affermo  anche per quella  ironia e arguzia con cui  descrive i  suoi  personaggi).

D’accordo, forse pecco  anch’io  di presunzione nell’affermare quanto  ho scritto, ma cosa volete farci: sono una Austenolatry…. 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

La fuga di Bernadette (ma solo tra le pagine di un libro)

Dicono che fuggire non sia un gesto molto  nobile.

peccato, è così piacevole

Amèlie Nothomb 

 

Mille e un perché fuggire

Fuggiamo dal  dolore, fuggiamo per il dolore.

Fuggiamo per amore, fuggiamo per odio

Fuggiamo perché inseguite

Fuggiamo dalla noia delle solite ore

Fuggiamo perché l’insolito  ci  spaventa

Fuggiamo nella notte affinché nessuno ci  veda

Fuggiamo  senza lasciare un biglietto  d’addio

Fuggiamo  da sole

Fuggiamo  fino  al giorno  dopo

Fuggiamo perché ci  va di  farlo.

Eppure, a volte, siamo  ancora qui.

C.A.

Ognuna di  noi, almeno  una volta nella vita, avrà sperimentato il desiderio di  fuggire per  quei mille e un perché  che sono i motivi imperscrutabili della nostra esistenza.

Se siete tra le fuggitive è ovvio che non avete il tempo  di proseguire nella lettura di  ciò che mi  accingo  a scrivere, per tutte le altre (magari  anche qualche uomo  passa di  qua) lo  spunto di  questo  sproloquio sulla fuga mi è arrivato da un libro e dal film tratto  da esso (nel  contempo ciò mi ha salvata dal  fatto  che non sapevo che accidenti scrivere oggi, che poi era ieri, forse domani)

Tutto parte da un’intervista che il settimanale D – La repubblica delle donne ha fatto  alla bella e brava, magari  brava e bellaCate Blanchett di  quello  che penso  sia un’altra sua magistrale interpretazione nel  film Che fine ha fatto  Bernadette? per la regia di Richard Linklater

 

 

Non ho visto il film, ma da quello  che il trailer offre, mi sembra che l’intento sia quello  di  farci passare una serata piacevole al  cinema o in casa, utilizzando le piattaforme che offrono lo  streaming.

Ovviamente è un film adatto  a tutta la famiglia  (anche nonni  e zie compreso il gatto): la trama la potete leggere nel  box sottostante ed è offerta da Mymovies.it 

 

che fine ha fatto Bernardette

Non  ho  mai  letto  nulla della scrittrice Maria Semple e mi  riprometto  di leggere almeno  Where’d You go Bernardette (in italiano Dove vai Bernadette?per cui  mi  accomodo in poltrona per leggere  con voi  l’anteprima che troverete  alla fine dell’articolo.

Alla prossima! Ciao, ciao…

 

 


Anteprima del  libro  Dove vai Bernadette? di  Maria Semple 

Pioniera dell’aviazione: Beryl Markham

Non ti  chiedo miracoli o  visioni, ma la forza di  affrontare il quotidiano.

preservami  dal  timore di poter perdere qualcosa della vita.

Non darmi  ciò che desidero ma ciò di  cui  ho  bisogno.

Insegnami l’arte dei piccoli passi.

Tratto  da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry

Ma chi  era Beryl Markham?

Beryl Markham
Beryl Markham

Se IL Blog di  Caterina riesce a trovare (quasi) sempre spunti  per nuovi  articoli è anche grazie ai  suggerimenti preziosi di  amiche e amici.

In questo  caso l’aiuto per superare lo  scoglio  della pagina bianca è arrivata da Rita (Tororò – cincischio  ergo  sum è il suo  blog) la quale ha colmato una mia lacuna riguardo a un personaggio  femminile di  tutto  riguardo: Beryl Markham 

Beryl Markham è nata il 26 ottobre 1902 a Ashweel (contea di Rutland, Inghilterra), all’età di  quattro  anni  suo padre, Charles Baldwin Clutterbuck  noto allevatore di  cavalli, decise di  trasferire tutta la famiglia (Beryl aveva anche un fratello: Richard Alexander) in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

Qui  suo  padre, come era ovvio, mise in piedi un allevamento  di  cavalli e Beryl poté crescere imparando la cultura locale e, a diciassette anni,  diventare lei  stessa una brava allevatrice di  cavalli.

Il cognome Markham è quello  del  suo  secondo  marito  (si  sposò per ben tre volte): l’imprenditore Mansfield Markham da cui  ebbe il figlio Gervase.

Trovò anche il tempo  per avere una relazione con il principe Enrico duca di  Gloucester, figlio  di re Giorgio  V (la famiglia reale non vide di  buon occhio la frequentazione del principe).

In Africa divenne amica di  Karen Blixen (GOSSIP ⇒e quando  la scrittrice smise di  frequentare il fidanzato (ormai  ex) Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore lei si prodigò subito  per riempire il vuoto  nel  cuore dell’uomo che morì il 14 maggio 1931 in un atterraggio particolarmente sfortunato.

Fu  naturale per lei acquisire dal  suo  sfortunato  fidanzato  la passione per il volo  e quindi  prendere il  brevetto  di pilota al punto  che, una volta diventata esperta nel pilotaggio, decise di  essere la prima donna a compiere un volo in solitaria sull’Atlantico da Abingdon in Inghilterra fino  a New York.

Il 4 settembre 1936, dopo un volo  durato venti ore, il suo  Vega Gull (chiamato  The Messenger)   a causa di problemi alla carburazione si  schiantò sul  suolo  di Cape Breton Island in Canada: niente paura perché lei  si  salvò morendo il 3 agosto 1986 all’età di ottantaquattro  anni.

In seguito  a questa impresa Beryl Markham venne celebrata come pioniera dell’aviazione essendo stata la prima donna a volare da est a ovest sull’Atlantico, dall’Inghilterra al  Nord America, in solitaria e senza scalo.

All’incirca un anno  dopo e cioè il 2 luglio 1937, la famosa aviatrice statunitense Amelia Earhart scomparve in un incidente sull’Oceano Pacifico  durante il tentativo  di  fare il giro  del mondo.

Ancora oggi non sono  stati ritrovati  i resti dell’aviatrice e del  suo  co-pilota Fred Noonan.

La dinamica della tragedia non è ancora stata chiarita e sono  state fatte solo  alcune ipotesi.

A riguardo  di  Amelia Earhart ho  scritto  questo post

A occidente con la notte 

Beryl Markham mise per iscritto la sua vita avventurosa nel  libro  autobiografico A occidente nella notte  (anteprima alla fine dell’articoloche inizialmente non ebbe molto  fortuna tanto  da non essere più stampato.

Nel 1982 casualmente in una raccolta di lettere di  Ernest Hemingway ne venne trovata una  in cui lui  lodava la scrittura di Beryl Markham

…hai letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’  scritto  meravigliosamente bene tanto  da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo  di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso.

In realtà nella lettera originale  di  Hemingway oltre alle lodi c’è una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta  con termini non propriamente eleganti.

Comunque, l’anno  dopo  e cioè nel 1983, la casa editrice californiana North Point Press ne fece la ristampa con ottimo successo  di  critica e vendita.

Nel  frattempo  Beryl Markham, che viveva a Nairobi in assoluta povertà (era rientrata in Africa nel 1952) venne raggiunta dal  successo  e quindi vivere i  suoi  ultimi  anni in agiatezza.

A suo  ricordo L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato  a lei il nome di un cratere d’impatto sul pianeta Venere .

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro A occidente con la notte di Beryl Markham 

Qualcuno  dice che la prosa elegante usata nel libro  sia dovuta ad alcune modifiche nella stesura suggerite da Antoine De Saint Exupéry altro  amante di  Beryl (Markham) 

Buona 💋 lettura 

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf