Rebecca West: femminista e scrittrice

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta

Cecily Isabel Fairfield (Rebecca West) 

Un po’ di  femminismo che non guasta

Non considerandomi uno  zerbino (tanto  meno operatrice del  sesso) potrei dire di  essere una femminista, ma ancora prima e soprattutto, sono una donna la quale, come tutte le donne, è proprietaria di  diritti non subordinati a quelli  di un uomo.

Nel 1791 in Francia (due anni  dopo  la presa della Bastiglia)  la scrittrice Olympe de Gouges, ispirandosi  alla Dichiarazione dei  diritti  dell’uomo  e del  cittadino (1789)  scrisse La dichiarazione dei  diritti  della donna e della cittadina 

La donna nasce libera e ha gli  stessi  diritti  dell’uomo.

L’esercizio  dei  diritti  naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo.

Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione.

Certo  di  cose ne sono cambiate dai  tempi  della Rivoluzione francese, ma guardando il ruolo  della donna nella società attuale è palese che non tutti i diritti  della donna siano  soddisfatti e che, quindi, essere uomo è un inammissibile vantaggio.

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Rebecca West

Rebecca West   ( Londra, 21 dicembre 1892 – Woking, 15 marzo 1983) è il nome che Cecily Isabel Fairfield prese in prestito dalla protagonista dell’opera di Henrik Ibsen  La casa dei  Rosmer.

Fonti  biografiche dicono  che la sua prima ispirazione per emanciparsi  dalla famiglia fu  quella di  diventare attrice, molto probabilmente la vita sui  palcoscenici  non le si  addiceva e quindi pensò di  dedicarsi  alla scrittura in veste di  giornalista.

Ed è proprio come giornalista che entrò nella redazione di un giornale legato  al Movimento  delle Suffragette aderendovi  all’età di  ventitré anni: da qui in poi, sempre secondo  alcune fonti  biografiche, firmò i suoi  articoli  con il nome di  Rebecca West più che altro  per aggirare il divieto  materno di  scrivere su  di un giornale femminista ( il padre da tempo aveva abbandonato la moglie e le sue figlie).

Non amando  il gossip tralascio  di  scrivere sugli amori  di Rebecca West,  citando  solo  quello  con lo  scrittore H.G.Wells da cui  nacque un figlio: Anthony West (1914 – 1987).

E’ ovvio  che quanto  ho  scritto fino  ad adesso su  Rebecca West è alquanto  riduttivo (in rete potete trovare notizie ben più dettagliate) per cui  concludo  solo  dicendo  che lei rappresenta un modello  di  donna tenace e con carattere, nonché una scrittrice molto  dotata tanto  che la rivista Time nel 1947 la definì come indiscutibilmente la scrittrice numero uno  al mondo.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  suo  primo  romanzo: La famiglia Aubrey 

Buona lettura.

Alla Prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  La famiglia Aubrey di  Rebecca West 

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf 

 

Uplifting: la lettura è ancora edificante?

Guardami e non avere timore © caterinAndemme
Guardami e non avere timore
© caterinAndemme

George non era quello  che si poteva definire un cattivo  ragazzo.

Fu il tempo  passato  insieme a lui a farmi  capire  che, nonostante quel  suo  viso  angelico, a quegli occhi azzurri  come il cielo e  quel  sorriso  accomodante, George era un perfetto idiota.

Eppure, ora che sto  assaporando il suo  cuore, penso ancora che in fin dei  conti non era un cattivo  ragazzo!

C.A. 

Incipit e Up-lit

Ho  scritto l‘incipit che avete appena letto (e spero  non vi  abbia fatto  scappare) all’incirca un anno  fa come idea per un libro che non vedrà mai la luce, perché scrivere è tremendamente più faticoso che leggere anche se, a quanto pare, nel nostro  Paese tutti scrivono  qualcosa ma in pochi  leggono.

Per quanto mi  sia ispirata  a Hannibal  Lecter per il personaggio  di una ipotetica mangiatrice di uomini (letteralmente), tralasciando  che il nome George non è da collegare con il Clooney  che noi  tutte conosciamo – e che magari  sognavamo  di  poter conoscere un po’ di più  prima che  Amal (Ramzi Alammudin) ne diventasse la consorte – questo mio libro che non verrà mai  scritto (chissà?) non sarebbe mai  stato recensito  come appartenente a quel  genere letterario che  prende il nome di  Up – lit:  dall’inglese uplifting  traducibile in edificante.  

Avevo  già scritto  un articolo a riguardo  del genere Up- lit (articolo  che ho  cancellato per le pulizie di  primavera del blog): effettivamente, rispetto a due anni  fa, non sono a conoscenza se vi  siano altre autrici come la scozzese  Gail Honeyman  la quale, con il  suo libro Eleanor Oliphant sta benissimo, scalò  le classifiche mondiali tanto  che la critica scrisse:

Gail Honeyman ha scritto un capolavoro. Un libro che secondo la stampa internazionale più autorevole rimarrà negli annali della letteratura. Un romanzo che per i librai è unico e raro come solo le grandi opere possono essere. In corso di pubblicazione in 35 paesi, è il romanzo d’esordio più venduto di sempre in Inghilterra, dove è da più di un anno in vetta alle classifiche. Ha vinto il Costa First Novel Award e presto diventerà un film. Una protagonista in cui tutti possono riconoscersi. Una storia di resilienza, di forza, di dolore, di speranza. Un grande romanzo con una grande anima.

Ma qual è il significato  di una lettura edificante?

In pratica sarebbe il raggiungimento  di uno  stato  di  grazia al  termine della lettura di un libro…edificante: non avendo letto nulla di  simile, tanto  meno Eleonor Oliphant sta benissimo (di  cui però troverete l’anteprima alla fine dell’articolo),  non so  se questo  stato  di  grazia venga interpretato  come una specie di  nirvana dei sentimenti oppure semplice euforia per essere riuscite nell’impresa di  sopravvivere a una lettura che vi  ha fatto  dimenticare che oltre alla mente bisogna nutrire anche il  corpo e, magari, anche dormire.

L’autrice nel gennaio  del 2018, durante le interviste rilasciate a più giornali  inglesi, ha dichiarato di lavorare a un nuovo  romanzo di  tutt’altro  genere: aspettiamo fiduciose (forse ha rubato l’idea dal mio incipit).

Alla prossima! Ciao, ciao……


Anteprima del libro Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman 

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo.
Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene.
Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata di mia madre. Mi chiama dalla prigione. Dopo averla sentita, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto.
E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.
O così credevo, fino a oggi.
Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E all’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie paure, non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene.
Anzi: benissimo.