Street photography per due: Vivian e Lisette

Street photography

Sono stata sempre affascinata dalla nudità.

Immortalare persone nude mi è sempre sembrata una cosa naturale.

Ciò che invece mi sorprende è vedere come la nudità e la sessualità possano  ancora essere offensive per la maggior parte delle persone.

Ci sono così tanti  taboo sul corpo  femminile e sulla sessualità.

Le persone sono facilmente impressionabili da cose che per me sono tra le più normali  e naturali.

Lana Prins⌋ 

Street photography, una definizione (e nulla di più)

Prima di  cedere la parola (quella scritta) a Wikipedia per la definizione di  Street photography, vi invito a conoscere Lana Prins, giovane fotografa olandese specializzata in nudi femminili, alla quale sono  debitrice della frase introduttiva (il link vi  rimanda al  suo  profilo  Instagram….poi, però, ritornate qui!).

Street photography in poche parole
La Street photography  è un genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, la Street photography non necessita la presenza di una strada o dell’ambiente urbano. Il termine strada si riferisce infatti ad un luogo generico ove sia visibile l’attività umana, un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali. Di conseguenza il soggetto può anche essere del tutto privo di persone o addirittura un ambiente dove un oggetto assume delle caratteristiche umane.

Molti fotografi di strada proprio per questo tipo di reportage sociale rientrano in quella che è stata definita scuola umanista.

Le due fotografe di  strada di  cui  parlo in questo  articolo (in maniera sempre breve per non stancare sia voi che la sottoscritta….si, nello  scrivere ho una certa pigrizia) sono  Vivian Maier e Lisette Model: la prima credo  che sia tra le due quella più conosciuta, anche se la sua storia è un po’  diversa da quella generalmente narrata; Lisette Model, deceduta a New York il 30 marzo 1983 all’età di ottandue anni, fu tra i membri più importanti della  New York Photo  League e insegnante fino  alla sua morte presso  la New School for Social  Research,  annoverando fra le sue allieve Diane Arbus.

Lisette Model, una breve biografia e una mostra a Torino 

Street photography
Lisette Model

Lisette Model, ma in effetti il suo vero nome era Elise Amelie Felicie Stern,   nacque a Vienna il 10 novembre 1901.

Il padre Victor era un medico di origine ebraica mentre la madre Felicie era francese (oltre a Lisette, gli  altri  figli della famiglia erano il fratello  maggiore Salvator e una sorella più giovane di lei, Olga).

Il buon tenore di vita della famiglia Stern le permise un’educazione privilegiata che la portò a un’ottima conoscenza della lingua tedesca, del  francese e dell’italiano. All’età di  diciannove anni iniziò a studiare musica con il compositore Arnold Schönberg.

Nel  1924 il padre Victor morì di  cancro e lei  si  trasferì a Parigi  per studiare canto  con la soprana polacca Marya Freund (mentre la madre insieme alla sorella Olga si  trasferirono  a Nizza due anni dopo.

Parigi, subito  dopo  la Prima guerra mondiale, si stava affermando  sempre di più come nuovo  centro  culturale mondiale ed è facile, a questo punto, comprendere il perché Lisette non abbia seguito l’esempio  di sua madre e della  sorella Olga di  vivere a Nizza.

Sempre a Parigi  ebbe modo di conoscere il pittore Evsa Model  che divenne suo marito  nel  settembre 1937.

Ben  prima del  matrimonio, risalendo  quindi  al 1926, Lisette si  sottopose per ben  sette anni a psicoanalisi per curare un trauma infantile: il trauma ebbe origine per presunte molestie da parte del  genitore,  ed è proprio in questa presunzione che la verità non è mai  stata appurata.

Comunque Lisette affrontò questo lungo  periodo cercando nei  nuovi  ambienti  culturali che allora vivacizzavano Parigi allontanandosi  da quelli  che avevano  contraddistinto il suo  passato.

Molto  probabilmente è per questo motivo  che lei, nel 1933 e cioè al  termine delle sue cure in psicoanalisi, abbandonò la musica per riprendere gli  studi  di  arte visiva sotto  la guida del pittore André Lhote.

E’ Olga, sua sorella, che però le insegna le basi  della tecnica fotografica e i processi  che avvenivano in camera oscura, ed è sempre lei che sarà il soggetto  nelle prime fotografie di  Lisette.

Nel 1934, trovandosi  a Nizza per una visita a sua madre, prese la sua Rolleiflex per fotografare le persone comuni che affollavano  la Promenade des Anglais: l’anno  seguente i ritratti  di  quelle persone divennero un reportage sulla rivista Regards trovandosi a condividerne le pagine con Robert Capa e Henri  Cartier-Bresson.

Ancora oggi  quei  ritratti  sono presi come esempio di uno  stile unico  e particolare, frutto anche di un processo  post-produzione in camera oscura.

Da Parigi  a New York

Nel 1938 Evsa e Lisette non avendo  la cittadinanza francese (e presagendo  ciò che sarebbe accaduto  alla Francia due anni  dopo  con l’invasione nazista) si  trasferirono  a New York dove, finalmente, nel 1944 vennero  naturalizzati cittadini statunitensi.

Nel 1941 lei  era ormai  considerata una fotografa di  spicco tanto  che i  suoi  lavori  vennero  pubblicati  su Cue, PM’s Weekly e US Camera: la stessa città  di  New York, il quale  stile  di  vita era molto  diverso  da quello  parigino (direi  più consumistico) la stimolò fino al punto che i  redattori  di Harper’s Bazaar (a cui  collaborò fino al 1955)  pubblicarono  quella che è ritenuta una delle opere più rappresentative di  Lisette Model: Coney Island Bather

Come ho già scritto  all’inizio dell’articolo, Lisette Model fu una dei  membri principali della New York Photo  League, associazione apartitica che, però, si interessava attraverso  la fotografia di  denunciare diseguaglianze sociali, tanto che venne sottoposta al controllo  della Commissione per le attività antiamericane per presunti  collegamenti  con il Partito comunista: nel 1954 l’FBI, dopo  averla a lungo interrogata, chiese a Lisette Model  di  diventare una loro  informatrice, cosa che lei rifiutò decisamente.

Questo  rifiuto le costò l’inserimento in una lista di  controllo della sicurezza nazionale e la perdita di molte opportunità di  lavoro  che la spinsero  verso  l’insegnamento.

Una vita per l’insegnamento

Nel 1946, durante il suo  primo  viaggio in California, ebbe modo di  conoscere Ansel Adams e i membri del  Dipartimento di Fotografia CSF (il link vi invia alla sezione italiana della scuola) creata dallo  stesso  Adams nel 1946.

Nel 1949 insegnò fotografia presso la San Francisco Institute Fine Arts; nel 1951 ritornò a new York per insegnare alla New School for Social Research (nello  stesso istituto  insegnava fotografia la sua grande amica Berenice Abbott): tra le sue allieve la più famosa fu appunto Diane Arbus.

La carriera di  Lisette Model sia come fotografa che insegnante era ormai  all’apice con riconoscimenti internazionali la cui  lista sarebbe troppo lunga per essere riportata in queste brevi  righe.

Posso  solo  aggiungere che, dopo  la morte di  suo  marito  Evsa avvenuta nel 1976 per malattia, anche le sue condizioni  fisiche andarono peggiorando fino  al  fatidico  giorno del 30 marzo 1983 quando morì per problemi  cardiaci  al New York Hospital.

Lisette Model Street Life

Street photography

Fino al 4 luglio prossimo è possibile visitare la mostra Lisette Model  Street Life presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia di  Torino

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Gli orari di apertura:
Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica > 11.00 – 19.00
Giovedì > 11.00 – 21.00
Martedì > chiuso

I curatori  della mostra consigliano la prenotazione per la visita.

Vivian Maier 

Street photography
Vivian Maier, autoritratto
© Maloof Collection

Per alcuni  la vita di  Vivian Maier era quella di una donna solitaria che per vivere faceva la tata e come unica passione (un modo per interrompere la monotonia della vita solitaria) quella di fotografare le persone incontrate durante le sue lunghe passeggiate lungo  le strade di  New York, Chicago  e Los Angeles.

Lei  nasce a New York il 1 febbraio 1926 da madre francese e padre austriaco  vivendo fino all’età di venticinque anni in Francia.

Dal 1951 in poi  vivrà negli  Stati Uniti iniziando  a lavorare come bambinaia prima a New York  e poi  nelle città summenzionate: nelle ore libere sua compagna ideale è una Rolleiflex con cui  scatta, quasi in maniera convulsiva, ritratti (ma anche autoscatti antesignani dei moderni e abusati selfie) di persone comuni  che non si accorgono  di  essere i  soggetti  delle sue foto.

Vivian Maier colleziona un incredibile numero  di  rullini, sviluppando  foto  che non farà vedere mai  a nessuno, senonché, quando verso  la fine degli  anni novanta, si  ritrova a corto  di  denaro per cui non può pagare più il deposito dei  rullini  e li vende all’asta…..

E qui inizia la storia dei rullini ritrovati per caso   

John Maloof nel 2009 era un giovane agente immobiliare di  Chicago probabilmente appassionato  di  aste perché proprio  a una di esse, e per soli 360 dollari, si  aggiudicò alcuni  scatoloni rinvenuti in un magazzino piene di  foto e rullini  da sviluppare.

Maloof evidentemente aveva un suo  gusto  estetico  che gli permise di  giudicare quelle foto  come autentici  capolavori e per questo  decise di  scoprire chi  fosse la persona ad averle scattate, arrivando  alla scoperta che si  trattava di una bambinaia deceduta solo poche settimane prima (in effetti  Vivian Maier morì il 21 aprile 2009 per le conseguenze di una caduta).

Sentendosi unico  proprietario  di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi in rete ottenendo un immediato  successo e, anche se si  era agli  albori  dei  social, quelle foto  raggiunsero una eco  così tale da far nascere il mito intorno  alla figura di  Vivian Maier.

Se volete dare uno sguardo  alle foto  di  Vivian Maier vi rimando al  sito costruito  dallo  stesso  Maloof (Vivian Maier Photographer), permettendomi una  considerazione:

Vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse  non avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Finding Vivian Maier (trailer)
Nel 2013 John Maloof, insieme a Charlie Siskel, diresse il documentario Finding Vivian Maier, presentato per la prima volta il 9 settembre dello stesso anno al Toronto International Film Festival.

La pellicola  in seguito ebbe molti riconoscimenti fino alla nomination per gli Oscar 2015 come miglior documentario

L’altra storia

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la solitaria tata di Chicago che ha vagato per la città per decenni, scattando costantemente fotografie, che non sono state viste fino a quando non sono state scoperte in un armadietto apparentemente abbandonato. L’hanno rivelata una maestra involontaria della street photography americana del ventesimo secolo. Non molto tempo dopo, arrivò la notizia che Maier era morta di recente e non aveva parenti sopravvissuti. Presto il mondo intero seppe del suo lavoro eccezionale, portandola alla celebrità quasi da un giorno all’altro.

Ma, come rivela Pamela Bannos in questa biografia meticolosa e appassionata, questa storia della tata savant ci ha accecati sui veri successi di Vivian  Maier, così come sulle sue intenzioni.

La cosa più importante, sostiene Bannos, è che Vivian non era una tata che lavorava come fotografo al chiaro di luna: era una fotografa che si è mantenuta come tata. In Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife, Bannos mette in contrasto la vita di Maier con il mito che estranei, soprattutto gli uomini che hanno tratto profitto dal suo lavoro (indubbiamente Maloof), hanno creato intorno alla sua assenza.

Bannos mostra che  Vivian Maier era estremamente coscienziosa su come le sue fotografie dovevano  essere sviluppate, stampate e ritagliate anche se, alla fine dovevano essere solo  sue e mai  mostrate.

Forse il mistero di  questa scelta risiede nel  fatto di  essere vissuta in una famiglia problematica con un padre alcolizzato, una madre assente e un fratello  malato  di  schizofrenia (unica risorsa affettiva era sua nonna Eugenie Saussaud) per cui, nascondere le sue opere era come nascondere le origini  di una famiglia travagliata.

Ma anche queste rimangono  solo  supposizioni: Vivian Maier ha portato  con se il perché delle sue scelte.

Vivian Maier: A Photografer's Life And Afterlife (Anteprima libro)

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Inge e Alice, ovvero due donne dietro al mirino

Inge e Alice

Una ragazza saggia conosce i  suoi  limiti, ma una intelligente sa che non ne ha.

Marilyn Monroe

Inge Morath, signora della Magnum 

Inge e Alice
Inge Morath nel 1956 (autore della fotografia sconosciuto)

Il mirino del  titolo è quello  di una macchina fotografica, dunque Inge Morath  e Alice Schalek erano  appunto  due fotografe le quali avevano in comune, oltre la loro professione, quello  di  essere nate entrambe in Austria.

Inge Morath nasce a Graz (appunto in Austria) il 27 maggio  del 1923.

Dopo  essersi  diplomata in lingue a Berlino  diventa traduttrice, quindi giornalista ricoprendo il ruolo di  redattrice austriaca per Heute con sede a Monaco.

La sua carriera di  fotografa inizia a Londra nel 1951 ed è  grazie alla sua amicizia con Ernst Haas che ebbe modo di  entrare nel  magico mondo della neonata agenzia Magnum ma, inizialmente, solo come editor e ricercatrice: deve aspettare ancora due anni affinché, nel 1953, diventi  a pieno  titolo una fotografa della Magnum Photos.

L'Italia di Magnum in mostra al Palazzo Ducale di Genova

Inge e Alice

Introdotta da un omaggio ad Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione.

Il percorso espositivo, articolato in decenni, si snoda tra le fotografie di Elliott Erwitt, René Burri e di Herbert List che rappresentano gli anni Cinquanta con le contraddizioni di Roma, gli esordi di Cinecittà e la mostra di Picasso a Milano e prosegue con tre figure forse meno note al grande pubblico ma peculiari della storia di Magnum: Thomas Hoepker che immortala il trionfo di Cassius Clay (poi Mohamed Alì) alle Olimpiadi di Roma del 1960, Bruno Barbey che documenta i funerali di Togliatti e Erich Lessing con un servizio che riporta direttamente ai tempi del boom economico con una carrellata sulla spiaggia di Cesenatico.

In questo grande racconto per immagini non potevano mancare per gli anni Settanta Ferdinando Scianna e le feste religiose in Sicilia, Raymond Depardon con la sua struggente serie sui manicomi, realizzata poco prima della Legge Basaglia, e Leonard Freed con i suoi scatti sul referendum inerente il divorzio. E poi gli anni Ottanta con Martin Parr e Patrick Zachmann, gli anni Novanta e Duemila con le discoteche romagnole di Alex Majoli, il reportage di guerra nell’ ex Jugoslavia di Peter Marlow e il G8 di Genova nelle fotografie di Thomas Dworzak.

L’ultimo tassello dei primi decenni del 2000 è di Paolo Pellegrin con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità. Inoltre una straordinaria sequenza di immagini di Mark Power dedicate ai luoghi simbolo della cultura italiana: da Piazza San Marco a Palazzo Ducale di Genova, al cretto di Gibellina, capolavori dell’architettura e dell’ingegno italiano che diventano a loro volta soggetti di autentici capolavori fotografici.

Informazioni sulle date, prezzi e orari

Negli  anni seguenti  Inge Morath viaggia molto in Europa, Nord Africa e Medio Oriente e i  suoi reportage, specie quelli dedicate alle arti, vengono pubblicati sulle maggiori  riviste mondiali.

Visitò per la prima volta l’allora Unione Sovietica nel 1965 mentre nel 1978, dopo  aver studiato  il mandarino, ottenne un visto per la Cina a cui seguirono  altri viaggi in quel  Paese

Dopo il matrimonio  con il drammaturgo Arthur Miller nel 1962   Arthur Miller fu  anche il marito  di  Marilyn Monroe alla quale ho voluto  dedicare volentieri lo spazio  per una sua frase all’inizio  dell’articolo – si  stabilì a New York  e nel  Connecticut.

Nel suo  lavoro  di  fotografa, Inge Morath amava ritrarre persone comuni  e  celebrità, nonchè fotografare  paesaggi e luoghi famosi, come la casa di Boris Pasternak e la camera da letto  di  Mao  Zedong.

Inge Morath  muore a New York il 30 gennaio 2002.

Alice Schalek, una fotoreporter d’antan

Inge e Alice
Alice Schalek

Nella voce che Wikipedia dedica alla condizione della donna in Austria vi è un lungo  elenco  di  figure femminili austriache importanti: eppure, in questa lista, non compare il nome di  Alice Schalek.

Questo è un peccato, perché lei, nata a Vienna il 21 agosto 1874, è da considerarsi come la prima donna austriaca (e tra le prime al mondo) a diventare fotoreporter di  carriera e scrittrice di  viaggi, nonchè la prima (e unica) donna membro  dell’Austriaca Kriegpressedienst (spero  di  avere   scritto bene il nome ) cioè l’agenzia di informazione sulla guerra dell’allora impero austro-ungarico.

Ancora prima di  diventare una fotoreporter, Alice Schalek  divenne famosa con un romanzo pubblicato con uno  pseudonimo maschile, quello  di Paul Michaely.

Oltre alla sua bravura di  scrittrice, un indubbio  aiuto per entrare nel mondo  dell’editoria le venne fornito dal  fatto  che la sua famiglia aveva forti  legami in questo  campo essendo  suo  padre, Heinrich Schalek, direttore (e proprietario?) della prima agenzia di  pubblicità sui  giornali  dell’Austria.

Lasciando  ogni pseudonimo, dal 1904 Alice iniziò a scrivere lunghi  reportage sui  suoi  viaggi in Palestina, Egitto, India, Sud-Est Asiatico, Giappone e Australia a cui  seguirono  tre libri sull’argomento e le prime conferenze in pubblico dedicate ai  suoi  viaggi mentre, nel 1912, divenne la prima donna docente presso il Centro di  educazione per adulti e osservatorio  Urania a Vienna (la quale sede è Patrimonio  Mondiale dell’UNESCO).

La sua capacità nel  rapportarsi  con le persone e il parlare fluentemente diverse lingue, la portò a conoscere personaggi  come Albert Einstein, Gandhi, George Bernard Shaw e il  premio Nobel indiano Rabindranath  Tagore.

Nonostante la sua famiglia fosse di origine ebraica  e quindi soggetta al sempre presente antisemitismo, Alice Schalek non prese mai una posizione precisa sulla questione se non con un saggio nel quale  evidenziava come gli   ebrei  fossero continuamente sotto  attacco  nella società, infatti anche lei dovette subire tali  angherie quando nel 1921 venne esclusa dal Club alpino  austriaco  che limitò l’adesione ai  soli  ariani (Alice, comunque, nel 1904 si  convertì al protestantesimo)

Ritornando ai  campi di  battaglia della Grande Guerra, intraprese numerosi  e pericolosi  viaggi in Serbia e Galizia (regione posta tra Ucraina e Polonia) per intervistare i  soldati  al  fronte e riportare, insieme alle loro parole, la tragedia della guerra attraverso  la fotografia.

Una volta ritornata a Vienna, raccontò la sua esperienza al  fronte in conferenze con migliaia di  spettatori. Come riconoscimento di  questi  suoi  eccezionali  resoconti, il governo  austriaco le consegnò l’ambita Croce d’oro con corona sul nastro al  coraggio (vi  risparmio il chilometrico nome in lingua tedesca).

Come nel  detto   ogni  rosa ha le sue spine, la sua vestiva i panni dell’editore di una famosa rivista popolare (Die Fackel) e cioè Karl Kraus: egli  definì senza mezzi  termini l’opera di Alice Schalek come il peggior esempio di  giornalismo  guerrafondaio definendola, inoltre, una iena nel  campo  di  battaglia.

A seguito  di  ciò Schalek intentò nel 1916 una causa per diffamazione nei  confronti di  Karl Kraus (che tra le alte cose l’aveva definita anche come Jourjüdin: giornalista ebrea).

Purtroppo  per lei gli  attacchi misogeni e antisemiti  di  Kraus le procurarono dapprima il licenziamento  nel 1917 dall’Ufficio informazioni  per la guerra e, tre anni  dopo  nel 1919, l’impossibilità di  continuare l’azioe giudiziaria ritirando, quindi, l’accusa di  diffamazione.

Dopo la Grande Guerra 

Terminata la carneficina della Grande Guerra, Alice riprese a viaggiare in Asia, Africa e nelle Americhe per poi scrivere di  questi  viaggi in alcuni  libri.

Ma la sua scrittura ora denunciava soprattutto  la condizione di  svantaggio  delle donne e di  come esse si  stavano organizzando in associazioni per i diritti in diverse nazioni, dal  Giappone a Israele.

Entrata a far parte del consiglio  di amministrazione dell’Associazione viennese delle donne scrittrici e artiste, diede inizio  alla raccolta fondi e invio  di  cibo nei luoghi più svantaggiati. a questo  suo  ruolo  aggiunse quello  di  membro della filiale austriaca del American Business and Professional Woman’s Club e quello  nel  Soroptimist Club (tuttora presente anche in Italia).

La sua carriera ha una brusca interruzione quando nel 1939 subì un periodo  di  detenzione dopo  essere stata arrestata dalla Gestapo dietro  l’accusa di  nascondere nella sua casa materiale contro il regime nazista.

Riuscì ad andare in esilio  a Londra e da qui si  spostò  a New York,  dove morì il 6 novembre 1956

Letture in anteprima  

Di buona famiglia o figlie di emigranti, amate o solitarie, ammirate o emarginate, le cinque donne protagoniste di questo libro hanno tutte un rivoluzionario desiderio: indagare la realtà con il proprio sguardo femminile, abituato a cogliere aspetti della vita ignoti, intimi o trascurati, coltivando un’audace arte dell’indiscrezione che è l’esatto contrario dell’indifferenza.

Sono cinque grandi fotografe, diverse per carattere e destino, ma ugualmente animate dalla voglia di cambiare l’immagine del mondo scovando bellezza e dolore là dove non erano mai stati visti, che si tratti di amore, politica, sesso, povertà, guerra o del corpo, soprattutto femminile. Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman hanno poco in comune, per origine e storia personale, ma condividono la stessa voglia di raccontare con l’obiettivo fotografico la realtà a misura della loro esperienza di donne e di ciò che hanno conosciuto, scoperto e amato.

Le loro esistenze sono avventurose, spesso difficili. Tina Modotti, operaia in fabbrica a Udine a soli tredici anni, dopo una breve parentesi hollywoodiana vive accese passioni politiche e sentimentali nel Messico degli anni Venti, spalancando i suoi occhi sulla bellezza dei diseredati; Dorothea Lange, in fuga dalla sua famiglia di emigranti, ritrae nel coraggio degli americani rovinati dalla Grande Depressione la propria lotta contro la vergogna della malformazione con cui convive dall’infanzia; l’inquieta Lee Miller, che qualcuno considera la donna più bella del mondo, è pronta a svestirsi degli abiti da modella per denunciare il volto spettrale della guerra; Diane Arbus abbandona gli agi della mondanità newyorkese per puntare il suo obiettivo su ciò che non corrisponde al canone della normalità e raccontare l’imperfezione umana; Francesca Woodman nella sua breve esistenza esplora la figura del corpo femminile, indagandone in crudi ed emotivi autoritratti il lato più misterioso, insieme fragile e potente.

Con una scrittura intensa e partecipe, Elisabetta Rasy insegue lungo l’arco del Novecento la vita e l’opera di queste cinque donne straordinarie, animate, ognuna secondo il proprio temperamento, da un’inarrestabile aspirazione alla libertà. Perché proprio l’incontro di talento e libertà è la cifra segreta grazie alla quale hanno saputo farsi strada in un mondo ancora fortemente maschile, diventando protagoniste di un nuovo sguardo sul secolo che hanno attraversato.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥