Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…