Berenice Abbott in mostra a Lecco

 

Le tue prime diecimila fotografie sono le peggiori

Henri Cartier Bresson

Instagram contro Instagram 

Non penso  di  arrivare alla novemilanovecentonovantanovesima foto da me scattata per poi buttare via il tutto oppressa da quel  giudizio  di Henri Cartier Bresson.

Del  resto io non sono  Henri  Cartier Bresson,  tanto meno Berenice Abbott della quale parlerò (o  scriverò) più avanti in questo  stesso  articolo.

E’ naturale, però, che mossa da quell’esigenza di  condivisione (diciamo pure  mista a  un pizzico  di  vanità) ho anch’io il mio bel profilo  su Instagram, dove posto una piccola parte di  quelle diecimila foto e delle quali tengo il conteggio  dei like (l’ho detto  che sono vanitosa).

Ma, tralasciando i profili  altrui, specie quelli che si  autodefiniscono personaggi pubblici,  definizione al limite del  grottesco  (cosa significa essere personaggio pubblico?), è sulla qualità delle foto che avrei un qualcosina da ridire e cioè che la stragrande maggioranza di  esse sono belle, ma sono senz’anima tradite da artefici post-produzione (Photoshop, filtri e quant’altro) che le rendono modelli per una fotografia standardizzata.

E’ guardando le immagini di coloro  definiti  come maestri  della fotografia che ritrovo la sensazione di  trovarmi  davanti a opere irripetibili in quell’attimo che l’occhio  del fotografo ha saputo  cogliere in tutta la sua bellezza.

Con questo non voglio  assolutamente demonizzare la tecnologia (indubbiamente uno smartphone nello  zaino di montagna pesa meno che qualche quintale di ottiche), ma è  in quelle fotografie in bianco  e nero (alcune a colori) che ritrovo la poesia della passione per l’arte fotografica.

Berenice Abbott

Pensate per un momento  di  essere nate nel  secolo  scorso e di  vivere i  vostri primi  anni  di  giovinezza nella città  americana di  Springfield (Ohio) giudicata vivace quanto possa esserlo un bradipo in letargo.

Inoltre siete lesbica e questo  vi  rende la vita ancora più difficile in un contesto sociale che vi  giudica deviate (qualcuno, in Italia, lo  fa ancora oggi), avete, quindi, due possibilità: la prima è di  continuare a vivere in quella città predestinandovi  a una vita piatta e di  sofferenza; la seconda, se avete molto  carattere, è quella di  scappare a gambe levate verso  orizzonti piacevoli  e stimolanti.

E’ quello  che ha fatto Berenice Abbott (Springfield, 17 luglio 1898 – Monson, 9 dicembre 1991) fuggendo a vent’anni verso i lidi  creativi di una città come New York e, in seguito, verso  quelli per l’epoca ancora più creativi  di Parigi.

Qui  divenne amica di  Marcel  Duchamp e assistente di Man Ray (scusate se è poco).

Nella sua professione di  fotografa ebbe modo di ritrarre donne sue amiche (e lesbiche) come la scrittrice  Djuna Barnes e Sylvia Beach  proprietaria della storica libreria Shakespeare & Company (ne ho  scritto  sulla libreria in quest’articolo).

Ma lei  non volle fermarsi  ai  ritratti sperimentando una passione per il documentarismo: nel 1929, ritornando  a New York, scoprendo  una  in  piena metamorfosi dopo la Grande depressione.

Se hai  talento e voglia di  esplorare nuove vie non puoi, però, accontentarti di  quello  che già sai: fu  così che Berenice (Abbott), pensando  ai fenomeni  fisici  come soggetti  adatti  alla fotografia, lavorò per unire la scienza con l’arte fotografica.

Lo fece fino al 1958 quando il suo  lavoro  venne riconosciuto  dal Physical Science Study Committee e, in seguito, assunta dalla mitica Massachusetts Institute  of Technology  (MIT)

La mostra 

A Lecco, fino all’ 8 settembre prossimo, presso il Palazzo  delle Paure (essendo  stato fino  al 1964 la sede dell’Intendenza di  finanza il nome è quello che più gli  si  addice) si tiene la mostra Berenice Abbott (info  sul sito)

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Vivian Maier: sapete già chi è?

Oggi resto con me
©caterinAndemme

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi  soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli,  forse disertori

nella follia di oggi i  soli  sono i nuovi pionieri

Giorgio Gaber

Eppure non era Mary Poppins 

Vivina Maier – autoritratto

L’ anno  scorso ho visto per la prima volta il volto  di  Vivian Maier (New York, 1 febbraio 1926 – Chicago, 26 aprile 2009)  nel manifesto che pubblicizzava una mostra  a lei  dedicata presso il Palazzo  Ducale di  Genova.

Fino  ad allora non sapevo  chi lei  fosse e solo in seguito, dopo una piccola ricerca riguardante la  sua biografia, sono  venuta a conoscenza del  fatto che, oltre ad essere una fotografa per passione, di mestiere faceva la tata: appunto  come Mary Poppins.

La similitudine con il personaggio di  fantasia si limita al  mestiere di  bambinaia, nella realtà ho l’impressione che la vita di  Vivian Maier per sua scelta, o per il caso, era un luogo  di  solitudine che riempiva attraverso la fotografia con immagini  di persone catturate a loro  insaputa dalla sua inseparabile Rolleiflex .

In effetti abbiamo  rischiato di non poter mai  conoscere l’opera di  Vivian Maier se un giorno  del 2007, a Chicago, l’agente immobiliare John Maloof si  aggiudicò ad un asta uno  scatolone pieno  di  negativi e rullini  ancora da sviluppare e stampare.

Maloof  pubblicò alcune di  queste foto  su  Flick ottenendo un notevole e immediato interesse da parte degli utenti  del  social media: da allora si è appassionato al lavoro  di  Vivian Maier fino  ad arrivare a collezionare più di 15.000 negativi  e 3.000 stampe.

Maloof Collection – galleria fotografica dal  sito  dedicato  a Vivian Maier 

Qualche libro su  Vivian Maier 

Cinzia Ghigliano, tra le più brave fumettiste italiane, con il libro Lei, Vivian Maier (ed. Orecchio  Acerbo) vinse nel 2016 il premio Andersen come migliore libro  fatto  ad arte.

“Vivian era misteriosa. Portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry,camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo.” Un diario. Il diario di Vivian Maier. Scritto non con la penna ma con la macchina fotografica, la sua inseparabile Rolleiflex. Sempre al collo, sempre sul cuore. Occhio speciale per ritrarre i bambini dei quali come tata si prendeva cura; le persone comuni incontrate per strada; i quartieri delle città a lei più care, New York e Chicago; i luoghi lontani meta dei suoi numerosi viaggi. E dietro ogni scatto -centocinquantamila negativi, e migliaia di pellicole non sviluppate- l’interesse per l’altro, gli altri.

Il secondo libro è della scrittrice danese Christina Hesselholdt  che in Vivian (ed. Chiarelettere) ricostruisce in una sorta di  documentario  letterario a più voci la vita di  Vivian Maier con la descrizione dei luoghi  delle sue  fotografie più celebri.

L’ultimo  libro  che vi presento in questa piccola rassegna dedicata a Vivian Maier  (e di  cui vi è l’anteprima a fine articolo) è della scrittrice Francesca Diotallevi la quale nell’introduzione al  romanzo Dai  tuoi occhi  solamente (ed. Neri Pozza) precisa che:

Il romanzo è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, attività commerciali, luoghi, eventi, ambienti, e fatti  sono frutto  della fantasia dell’autrice o trattati come spunto per la narrazione. Qualsiasi rassomiglianza con persone morte o viventi, o eventi  reali è puramente casuale e non è approvata dagli  eredi  di  Vivian Meier, dalla Maloof Collection o dall’Howard Greenberg Gallery.

New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un’inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l’hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l’accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L’accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l’orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall’esserne toccata: questa è, d’altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell’infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un’occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l’oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro Dai  tuoi  occhi  solamente