Tre libri per donne che viaggiano da sole

Ensemble ou soleil © caterinAndemme
Ensemble ou soleil
© caterinAndemme

Svegliarsi, anche da sole, in una città  straniera è una delle più belle sensazioni  in assoluto

Freya Stark 

Da sole o in compagnia di  altre donne 

Mediamente giovani  le possiamo vedere in qualunque posto  del mondo, che sia estate o  inverno (primavera o  autunno, se preferite), caracollare per i  centri  abitati o per sentieri, magari  impegnate in qualche Cammino,  sempre sotto il peso di  zaini al  completo del  necessaire  per la  perfetta viaggiatrice, che include  ovviamente il sacco  a pelo ed esclude tutto ciò che può essere di peso  e superfluo (tipo scarpe con tacco 12: sexy ma scomode per i lunghi  percorsi).

In treno,  qualche volta, le ho  aiutate  a sistemare il loro  zaino armadio sul porta pacchi    – il maschio italico  medio si  guarda bene dall’aiutarle se il   fisico non corrisponde a canoni  di  bellezza che invogliano loro  all’aiuto  e conoscenza – ricevendo in cambio un sincero danke schön, mercì beaucoup, thank you, grazie.

Mi domando se, pur avendo  l’esperienza di viaggiatrice zaino in spalla, mi sono persa l’esperienza di un viaggio in solitaria o in compagnia di un’amica, chissà: in fin dei conti sono più giovane della regina Nefertiti e magari un giorno…

Libri  di  donne che viaggiano  da sole 

Ulrike Raiser (non lasciatevi ingannare dal nome germanico perché lei  è di  origine piemontese) ha una doppia laurea in Storia del  Teatro  e Lettere Moderne aveva deciso che per mettere a fuoco  le sue due passioni, cioè viaggiare e scrivere, appena libera da impegni  professionali (insegna alle scuole medie superiori) doveva mettersi in viaggio: praticamente lo  ha fatto in tutti i  continenti e queste sue esperienze le ha trasformate in libri, una trentina.

Tra questi Sola in Alaska di  cui un’ampia intervista con l’autrice potete leggerla sul sito Viaggiare Libere    (dopo, però, ritornate qui!)

Sola in Alaska - copertinaCuriosità, entusiasmo, una macchina fotografica e 12 kg di zaino, questi sono gli unici compagni di viaggio di Ulrike Raiser quando, contro ogni aspettativa, decide di partire da sola alla volta dell’Alaska. Quella del viaggio in solitaria può sembrare una scelta difficile, ma porta l’uomo a un tipo di solitudine che lo apre a se stesso e agli altri. In Sola in Alaska prendono forma riflessioni sul senso del viaggiare, sulle differenze tra i paesi e su quanto sia difficile oggigiorno il contatto con la natura. L’autrice scopre un’Alaska che non è solo ghiaccio e freddo, come tutti credono, ma anche foreste incontaminate, aquile che volteggiano silenziose, case sperdute nel nulla e souvenir decisamente atipici. Tra panorami mozzafiato, orsi, balene, salmoni e divertenti imprevisti, il messaggio dell’autrice arriva forte e chiaro: si può scegliere di viaggiare da soli, si possono scegliere mete poco turistiche, si può avere un budget limitato e, perché no, si può anche andare controcorrente e scegliere di prendere freddo. E così, a ogni nuova tappa vengono raccontate le piccole gioie e disavventure di ogni giorno, in un libro che riesce a trasmettere le profonde emozioni che legano tra loro tutti i viaggiatori, diversi ma sempre simili, con la leggerezza e l’ironia di chi il viaggio lo vive alla giornata, facendoli sentire parte di un’unica emozione.

Iaia  Pedemonte, giornalista free lance ed esperta di  turismo  sostenibile,  insieme a Manuela Bolchini, operatrice turistica e anche lei  esperta di  turismo  sostenibile,  sono le autrici  di La guida delle libere viaggiatrici una raccolta di  viaggi in Italia  e nel mondo ognuno con una propria caratteristica che li  contraddistingue e cioè viaggi (originali, avventurosi, sentimentali) descritte attraverso i  contributi  di altre giornaliste, scrittrici, blogger (io non ci  sono..) tutte accomunate dalla passione di  viaggiare.

la guida dellelibere viaggiatrici - copertinaUna selezione di viaggi, mete ed esperienze con un’anima femminile, uniche ed originali, in Italia e nel mondo. Dall’India al Madagascar, dalla Terra del Fuoco alla Sicilia, da Berlino all’Himalaya. 50 “avventure da non perdere”: cammini nella natura, percorsi alla ricerca del silenzio o del cambiamento interiore, sfiziosi soggiorni enogastronomici, raffinati itinerari culturali, esperienze con le contadine e le artigiane nel Sud del mondo, workshop per riappropriarsi del saper fare, imprese sportive per tutti e perfino shopping intelligente. Ma soprattutto incontri con le comunità ospitali e lo straordinario “capitale umano” femminile del turismo responsabile: guide d’arte e di natura, imprenditrici agricole, direttrici di musei, manager di tour operator e altre protagoniste di “filiere virtuose”, che valorizzano la cultura e le tradizioni locali. Con una riflessione sui viaggi al femminile di Iaia Pedemonte, pioniera del turismo responsabile e i contributi di blogger, scrittrici, viaggiatrici. Prefazione della geografa Luisa Rossi.

 

In questa breve carrellata di libri per donne che viaggiano  da sole non potevo  non includere quello  che è il frutto  del  sito Viaggio  da sola perché che recita nel  sottotitolo il sito  delle donne che viaggiano  da sole ma fanno  rete fra loro

In questo  caso  si  tratta di un ebook  con  consigli per le viaggiatrici  che hanno  scelto l’ostello per i  propri pernottamenti, e il titolo  non poteva che essere: Viaggio  da sola in ostello perché…ovvero  come sopravvivere al  bagno in comune e altri  consigli 

Sia questo libro (di  cui  potete vederne un’anteprima) che gli  altri  due sono in vendita su  Amazon e in libreria (e dove se no?).

Viaggio da sola in ostello perché…ovvero come sopravvivere al bagno in comune e altri consigli è un ebook dedicato a tutte le viaggiatrici in solitaria che sono incuriosite dagli ostelli ma non hanno ancora trovato la spinta giusta per provarli in prima persona.
Abbiamo quindi unito le forze e condensato insieme tutti i consigli che, dopo anni di viaggi, pensiamo possano essere utili, nella speranza che tutto ciò possa invogliare qualche donna a spiccare il volo verso una nuova esperienza.
In questo ebook troverete consigli su come scegliere l’ostello più adatto alle vostre esigenze e la camerata giusta. Vi racconteremo come sono fatti gli ostelli, quali sono le aree di cui sono composti, come viverci in sicurezza e quali sono le norme di buona educazione per farsi adorare dallo staff e dagli altri ospiti! Oltre ai consigli pratici, ci siamo occupate anche del lato emotivo del viaggio in solitaria in ostello, parlando di solitudine ma anche di amicizia, di incontro con gli altri ospiti e di come affrontare eventuali momenti in cui si ha bisogno di aiuto o ci si sente poco bene.
Viaggio da sola in ostello perché…ovvero come sopravvivere al bagno in comune e altri consigli è un eBook ideato e scritto dalle coordinatrici del progetto “Viaggio da sola perché”, Elena Mazzeschi e Dana Donato assieme alla web writer, travel blogger e amica Eliana Lazzareschi Belloni.

Buona Lettura. 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Perchè al gatto piace più la donna?

Cats ©caterinAndemme
Cats
© caterinAndemme

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Tratto  da Microcosmi  di  Claudio  Magris 

Perché il gatto 

Ieri  è stata la Festa nazionale del gatto: immagino  che la  notizia  abbia lasciato  del  tutto indifferente il felino di  casa, ancor più quello  di  strada che, dovendo  battersi  con i gabbiani suoi  voraci   competitori per il  cibo  lasciato  dalle pie gattare, ha ben altro  a cui  pensare se non vuole tirare la cinghia.

Io adoro  i gatti (non per nulla ve ne è uno nel  mio logo), ciò non vuol dire che disprezzi i cani, anzi, da un po’ di  tempo ho vinto il timore che avevo  nei  loro confronti: devono  solo  essere un po’ più piccoli  di un Grizzly  e magari non ringhiarmi  contro (tanto  meno addentare vigliaccamente il mio  lato  B).

Ritornando  al gatto la sua storia dice che sia stato addomesticato  nel  lontano Antico  Egitto (qualcun altro  dice in Cina) come killer per far fuori i topi in quei  luoghi  dove venivano  stipate le derrate alimentari.

Qui, però, c’è da fare una precisazione sul termine addomesticatonon illudiamoci! E’ il gatto  che ha addomesticato  noi.

Alzi  la mano chi  di  voi  non è caduta prigioniera di  quel  suo  ammaliante strusciarsi  sulle vostre gambe (specie se il suo  pancino è in riserva) oppure sdilinquirsi per le  loro  fusa quando  sono  accovacciati sul nostro  grembo .

Certo  non è come il cane scodinzolante: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi, il gatto  sa prendere le distanze e guai a contraddirlo  perché la sua non è una fuga, è il suo modo  di  rimarcare le differenze tra noi  (le addomesticate) e lui  (o lei) re (o regina) del proprio essere gatto (o  gatta).

Perché noi e non l’uomo? 

Il Dipartimento di  Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna in una passata ricerca aveva stabilito che i gatti hanno una predilezione per il genere femminile bipede, questo  perché:

Il tono della nostra voce è più morbido

Tende solo  all’acuto  alla vista di un topo entrato in casa: in questo  caso ci  affidiamo  all’istinto  predatorio  del nostro gatto (sempre che abbia voglia di  farlo)  

Abbiamo quel  tocco  femminile nell’accarezzarlo

 Forse il tocco  di un boscaiolo  canadese non è la stessa cosa

Abbiamo tutte (chi più e chi meno) l’istinto  materno

Per i  ricercatori l’istinto  naturale che si  ha come cura e dedizione verso i bambini è lo stesso che assumiamo  accudendo un gatto (in questo  caso siamo  dispensate dal  cambio  dei  pannolini)

Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile

Miaoooo! 

Il gatto  disegnato 

Il mondo  dei fumetti  e dei  cartoon è pieno  di gatti: da quelli made in Disney, passando per Felix the Cat fino  ad arrivare all’ hard boiled di John Blacksad  ( non lo conoscete? E’ tutto  da scoprire: forse, un giorno, scriverò un’articolo su  questo personaggio).

Eppure,  fra tutti i gatti disegnati a matita (o in bit),  the winner is: Garfield 

E ‘nato   nel 1978 dalla matita di Jim Davis e dal 2001 detiene il record di  striscia a fumetti  più pubblicata nel mondo  essendo ospite di  2.500 giornali.

Ha vinto diversi  Emmy Award diventando uno  dei personaggi a fumetti più famoso.

Ama le lasagne…. 

garfield.com
Cliccando sull’immagine verrete reindirizzati sul sito garfield.com

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Credetemi: il cervello di una donna è super

Lei
© caterinAndemme

Qualsiasi  cosa facciano le donne, devono  farla due volte meglio  degli uomini per essere giudicate brave la metà di  loro.

Fortunatamente questo non è difficile. ­

Charlotte Elizabeth Whitton 

Un cervello più giovane (quello  delle donne)

Lungi  da me voler iniziare un dibattito  sulla superiorità intellettiva femminile rispetto a quella maschile ( inserendo  nel contesto tutte le sfumature transgender) ma tant’è, a furia di  sentire uomini (alcuni, tanti)  portare avanti una presunta loro superiorità sulla donna, mi aggrappo a qualunque cosa che possa ribadire il contrario.

Come ad esempio una recente ricerca pubblicata sulla rivista  scientifica americana PNAS (Proceedings of the National  Academy of Sciences) in cui si  evidenzia come il cervello  di una donna, a parità di età, risulti  essere più giovane di  tre anni  rispetto  a quello  di un uomo (se siete interessate a tutto il report, e  se proprio  non sapete cosa fare o leggere, Pdf)

Se vi  state chiedendo  se ho interesse agli argomenti  scientifici  dal punto di  vista professionale vi  dico  subito che siete lontane anni luce dalla verità: cioè che, unicamente,  la sottoscritta trae una parte dei  suoi  argomenti  da una mole di  newsletters a cui  si  è iscritta, che siano notizie scientifiche, storiche o mondane (….no, il gossip proprio no!) diventano uno spunto per un articolo il quale , non potendo  mai  ricevere il Premio Pulitzer, trae la soddisfazione dalla vostra lettura.

Grazie…(che lusingatrice  che sono).

La ricerca in poche parole

Innanzitutto mettiamoci il cuore in pace: se il nostro  cervello  risulta essere di  tre anni  più giovane questo non si  traduce in un effetto sul nostro  corpo: le rughe saranno  sempre lì a dirci che il tempo non è solo una questione di  relatività.

La ricerca si è basata sulle scansioni  del  cervello  di 200 persone adulte di  entrambi i  sessi, misurandone il metabolismo.

Dai  risultati  è emerso  che nelle donne  il metabolismo del  glucosio ( glicolisi  aerobica)  è per così dire più ottimizzato rispetto  a quello  degli uomini e ciò comporterebbe un minor rischio legato  alle problematiche dovute all’invecchiamento.

Il libro

Al di  la degli  stereotipi basati  sulla differenza del pensare e agire tra donna e uomo è indubbio  che, riferendosi  alla fisiologia del  cervello, questa differenza esiste.

Louann Brizendine, neuropsichiatra americana e docente presso l’Università della California, nel 2010 ha pubblicato il libro The Female Brain (Il cervello  delle donne) conferma quanto  detto in precedenza e cioè che il  cervello unisex non esiste.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere? La risposta della scienza alle provocazioni e agli stereotipi sulle differenze di carattere e comportamento di maschi e femmine è che un cervello unisex non esiste. Come spiega la neuropsichiatra americana Louann Brizendine la “materia grigia” di uomini e donne è diversa fin dal momento della nascita e la peculiarità biologica delle donne – il ciclo mestruale, la gravidanza, il parto, l’allattamento, la cura dei figli – influisce sullo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale del cervello. Le prime differenze cerebrali si manifestano già dall’ottava settimana di sviluppo fetale, in particolar modo a causa dell’avvio di quella attività ormonale che condizionerà per il resto della vita i sistemi neurali di maschi e femmine. Mentre gli uomini potenzieranno in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, le donne tenderanno a sviluppare doti uniche e straordinarie: una maggiore agilità verbale, la capacità di stabilire profondi legami di amicizia, la facoltà quasi medianica di decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni facciali e dal tono della voce, e la maestria nel placare i conflitti.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima del libro Il cervello  delle donne di Louann Brizendine 

Mädchen in uniform: il primo bacio tra due donne in celluloide nella Germania del 1931

La genesi di una donna
©caterinAndemme

L’indiscreta

Se una vostra amica o semplice conoscente vi  dicesse che vi  ama e che farebbe volentieri  sesso con  voi, quale sarebbe la vostra reazione?

A) Improvvisamente vi  siete ricordate che dovete prendere i  bambini  a scuola anche se sono le dieci  di  sera e voi  non avete figli

B) L’ipotesi  di  fare l’amore con un altra donna è per voi la stessa che cavalcare un dromedario per le vie del  centro  di  Milano

C) Ci  fate un pensierino (e basta)

D)  L’unica domanda che vi  viene in mente da fare  è: << A casa tua, oppure da me? Magari in albergo?>>

In effetti  ci  sarebbe poco  da scherzare in quanto i pregiudizi  sono  ancora lì a dirci quanta strada dobbiamo  ancora fare affinché venga accettata  una concezione diversa di vivere un affetto   che non sia solo  eterosessuale.

D’altronde, con un ministro  della Famiglia che, oltre che prendersela con tutto il mondo  LGBT , vaneggia  affermando che i migranti diluiscono la nostra identità, è fuori da ogni  dubbio che la lotta per i pari  diritti è ancora lontana da concludersi.

Detto questo…

Mädchen in Uniform: il tema dell’amore lesbico nel 1931

Nella Germania del 1931, quindi due anni prima dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, nelle sale cinematografiche si proiettava Mädchen in uniform (Ragazze in uniformediretto  dalla regista Leontine Sagan e tratto  dal libro omonimo della scrittrice ungherese Christa Winsloe.

La pellicola è incentrata su di una ragazza dal  carattere ribelle, Manuela, che verrà costretta per questo alla disciplina in un collegio  femminile a Postdam.

In questo  ambiente conoscerà l’amore per una sua insegnante che,  a differenza delle altre colleghe, usa con le ragazze modi più gentili:  Manuela, travisando il suo  sentimento, confesserà pubblicamente il suo  amore con la conseguenza tragica di uno  scandalo.

In effetti Mädchen in Uniform è considerato  come essere il primo  film a tema lesbico  della storia del cinema, senza dimenticare che la stessa autrice del libro  Christa Winsloe, non nascondendo il suo  essere lesbica, nei  propri  romanzi  non aveva timore di  parlare di  rapporti  di  amore al  femminile.

Il film, pur avendo  avuto un buon successo, non scampò alla censura nazista la quale,  dietro al  fatto  che si parlasse di  lesbismo, aveva come obiettivo principale  quello di  colpire sia Leontine Sagan che gli altri  appartenenti  alla troupe tutti  di origine ebraica.

La stessa attrice Hertha Thiele, che interpretava il ruolo  di Manuela, pur non essendo  ebrea ma profondamente antinazista, dovette fuggire in Svizzera nel 1937 trovando impiego  come assistente in una clinica psichiatrica (tornerà  a lavorare per il teatro  e la televisione alla fine delle guerra).

Non fu  solo il regime dispotico  come quello  nazista a censurare Mädchen in Uniform perché  nel 1932  la censura americana si oppose alla sua programmazione e, solo  in un secondo  tempo, grazie all’intervento  di Eleanor Roosevelt, la pellicola ebbe il nullaosta, anche se con alcuni  tagli  nelle scene considerate più osé.

Nel 1958 Ragazze in uniforme  ebbe una nuova versione per la regia di Gèza von Radvànyi

Nel 2006 la regista americana Katherine Brooks  utilizzò Ragazze in uniforme come base per la sceneggiatura del  film Loving Annabelle.

Al termine la scena del  bacio nel  film Mädchen in uniform (…è solo un bacio  innocente)

Alla prossima! Ciao, ciao….. 


Nella moda e nei fumetti è arrivata l’ora delle donne curvy

La grazia femminile
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Specchio, specchio delle mie brame chi è la più curvy del  reame?

A meno di non trasformarci in una statua di  marmo  e quindi  poste dentro  una teca – a proposito l’immagine di apertura è un particolare della fortezza del   Priamar di  Savona –  dobbiamo  rassegnarci al  fatto  che il tempo giocherà con noi regalandoci  rughe, facendo  si  che alcune parti  del nostro  corpo siano spinte verso il basso  dalla gravità mentre  i capelli, nonostante  le tinture,  irrimediabilmente diventeranno  bianchi (passando prima per il grigio) ecc.ecc….

Naturalmente ciò accadrà quando avremo raggiunto l’età della regina Nefertiti (non che l’imbalsamazione sia una scelta appropriata per restare giovani).

Nel  mentre, saltando  tutto  il blablabla di  cosa fare o non fare per mantenerci in salute, vi  faccio una domanda molto  semplice (ed impertinente): pensate di  essere grasse

Lasciate perdere le  formule come quella  del   Body Mass Index    che sembra ormai  non essere molto  più  attendibile (vedi  l’articolo di  My Personal Trainer….magari  dopo  aver letto il mio  di  articolo) e guardatevi  allo specchio: l’immagine riflessa, se vi  volete molto  bene, sarà sempre quella di una bella, bellissima donna (Specchio, specchio  delle mie brame, chi  è la più bella del  reame?).

A parte questo pizzico  di  adulazione nei  vostri  confronti, (necessario  affinché continuiate nella lettura senza mandarmi  a spigolare, avete notato  che ultimamente alcune modelle non assomigliano  più  a sogliole passate sotto un rullo  compressore ma sono (leggermente) più in carne?

Le modelle oversize (o curvy) sono la nuova tendenza del fashion system, protagoniste di  campagne pubblicitarie in cui  la donna (ri)torna ad essere quella dalle forme generose e morbide, molto  sexy.

Se a qualche maschietto, passato  per caso da queste parti, la cosa non  convince  lo invito  a cercare le immagini relative alla  modella americana  Ashley Graham paladina della campagna contro  la discriminazione del  corpo  femminile.

Anche nei  fumetti  è arrivata l’eroina curvy

Faith Herbert  è il nome del personaggio  creato  dalla  scrittrice Jodi Houser  e pubblicato negli  Stati Uniti  dalla Valiant Comics (in Italia è distribuito  dalla   Star Comics).

Faith  è una blogger di  successo specializzata nel  gossip e fanatica della fantascienza, mentre di notte  diventa    Zephyr la   supereroina che  combatte il crimine attraverso  il   potere della  telecinesi.

La Sony Pictures ha scritturato  la sceneggiatrice Maria Melnik (la stessa di  American  Gods) per adattare il fumetto  ad un film di  cui non si  sa ancora chi sarà l’attrice chiamata ad interpretare Faith, tanto meno l’uscita nelle sale del film.

Potrei  immedesimarmi  nel personaggio, considerando  che anch’io  sono una blogger (non propriamente di  successo… per il momento) a cui  piace molto la fantascienza, ma di notte, anziché calarmi  nei  bassifondi di  Genova, preferisco  starmene a letto a fare i  cruciverba.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Suffragetta e scrittrice: Rebecca (Cecily Isabel Fairfield) West

Modern suffragettes
©caterinAndemme

Quando Cecily Isabel Fairfield disse a proposito  del  femminismo

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta.

Ed io mi considero una femminista o semplicemente una donna che desidera il rispetto  dei  diritti?

Molto  probabilmente se fossi  vissuta nello  stesso periodo  della nostra Isabel avrei  avuto  anch’io  qualche dubbio su  come definirmi ma, sicuramente sarei  andata a braccetto, insieme a tante altre donne, per manifestare contro l’apartheid culturale  che le relegava ad un ruolo  subordinato rispetto  all’uomo, negando loro anche il diritto  di  voto.

Insomma, sarei  stata una suffragetta!

Rebecca West

Perché lei –  senz’altro  avete capito  che parlo  della scrittrice Rebecca West (pseudonimo preso in prestito dal nome della protagonista dell’opera di Henrik   Ibsen  La casa dei Rosmer) – aderì con tenacia al  movimento di emancipazione femminile meglio  conosciuto come quello  delle suffragette.

Lei  era nata nella Contea di  Kerry (Irlanda) il 21 dicembre 1892, cioè dopo ventitré anni  dopo la nascita del Movimento  delle suffragette in Inghilterra (1869).

(Finalmente) il diritto di  votare

La prima nazione a riconoscere i l diritto  delle donne al voto fu  la Nuova Zelanda nel 1893 (quindi all’epoca Rebecca West si  dedicava più alle pappe che alle manifestazioni).

Seguirono Finlandia e Norvegia (rispettivamente nel 1906 e 1907, Rebecca è poco più che un’adolescente) .

E’ il 2 luglio 1928 quando in Inghilterra anche alle donne è riconosciuto il loro  diritto  di partecipare attivamente alla vita politica del  Paese.

Fu la volta della Francia nel 1945  e (finalmente) nel 1946, il 10 marzo, le donne italiane non solo potevano  eleggere chi volevano, ma potevano  anche essere elette.

Fanalino  di coda per il diritto  del  suffragio  universale concesso  alle donne è la moderna Svizzera che, dalla concessione in   alcuni  cantoni  nel 1959, si  arrivò alla totalità solo  nel 1971 (Rebecca West ha settantotto anni, morirà all’età di novantuno anni a Londra il 15 marzo 1983).

Qualcosa su  di lei

Per una biografia dettagliata della scrittrice l’invito è quello  di  fare una ricerca in rete dove le fonti  sono varie e dettagliate (comunque ad inizio  articolo  troverete il link per la pagina di  Wikipedia a lei  dedicata).

Posso  solo  aggiungere che lei, vissuta in una famiglia ad alta concentrazione femminile (madre e sorelle) dopo  che il padre, ignominiosamente, si  era dato  alla fuga, aveva come desiderio  quello  di  diventare un attrice  ma, evidentemente, la vita sul palco non  fu facile, tanto  che pensò di  darsi  alla scrittura.

Lo fece, per l’appunto, iniziando  a scrivere su  un giornale legato  al  Movimento delle suffragette: cosa che la madre le proibì di  fare e, per evitare il divieto  materno, assunse il nome di  Rebecca West.

Un po’ di  gossip

Fra i suoi  amori  quello  più chiacchierato  fu con lo scrittore H.G. Wells di  qualche anno più vecchio  (diciamo  di una ventina d’anni…) che lei, dapprima, apostrofava all’inizio  del rapporto  come essere una vecchia zitella, fino  ad arrivare a chiamarsi  l’uno con l’altra  con gli  appellativi  di pantera e giaguaro (segno  con il  rapporto  era entrato in una fase calda) .

La relazione clandestina durò all’incirca una decina d’anni e, nel  mezzo, la nascita del  figlio  Anthony.

 Altri  amori (tempestosi  o meno) furono Charlie Chaplin e il principe Antoine Bibesco  amico  di  Proust.

Ala fine sposò un banchiere e visse felice e contenta perché ricca e indipendente grazie, anche, al successo dei suoi libri.

La verità

La verità era che Rebecca West, o  se preferite Cecily Isabel  Fairfield,  fu una donna di  carattere  e con notevoli  doti  di  scrittura – da rileggere il suo  reportage sul Processo  di  Norimberga – e oggi li possiamo ritrovare nei  suoi  libri  pubblicati dalla Fazi  Editore fra cui il   primo romanzo : La famiglia Aubrey (anteprima alla fine dell’articolo).

La sottoscritta adesso  vi  lascia per una doccia rinfrescante (penso  di  cenare sotto  l’acqua….)

Alla prossima! Ciao, ciao…………


Anteprima del  libro  La famiglia Aubrey 

Se proprio volete un’arma questa è la poesia

La farfalla
©caterinAndemme

Se pensate che oggigiorno  la poesia sia superflua, allora..

…..allora un bel  accidente!

La poesia è più viva che mai:  anche  in questo Paese dove, a volte,  si preferisce l’urlo  alla parola sussurrata, la poesia  è capace di  radicarsi nel pensiero stimolandone la crescita….ecc…ecc…

Va bene, lo ammetto: mi  sono  lasciata prendere dall’argomento  e sono  diventata prolissa.

Comunque che la poesia goda di  ottima salute è testimoniata anche dal  successo  di programmi  radiofonici  come Parole Note (di  cui  sono  un’autentica fan) trasmesso in serata da Radio  Capital.

Non solo  la radio, ovviamente, ma anche incontri  pubblici  dal  vivo, esempio i festival  ad essa dedicati o i Poetry Slam che non sono  altro che competizioni a suon di  rime.

Quando  i social media diventano una vetrina per i poeti

Rupi Kaur mentre legge le sue poesie tratte dalla raccolta Milk and Honey – Vancouver 2017 – Credit: Joe Carlson

Si diventa famose se si  è brave, si diventa note utilizzando  la vetrina dei  social media come, ad esempio Instagram ( a proposito, anch’io sono su  Instagram), ed è questo il caso  della ventiseienne canadese (ma nata in India)  Rupi Kaur la quale, ancor prima di  pubblicare le sue poesie su  carta,  lo ha fatto  su Instagram.

La sua prima poesia, postata sul social è del 2013, ebbe  duemila like nel  giro  di pochissimo  tempo  per non parlare di altre che, in seguito,  superarono le centinaia di migliaia di like (cosa che la sottoscritta riuscirà ad ottener in qualche eone di  tempo).

Ma il rapporto  della giovane poetessa con Instagram non è stato  sempre  facile: nel 2015 una sua immagine che ritraeva una donna ripresa di  spalle con i pantaloni sporchi  di  sangue mestruale, fu immediatamente rimossa dagli amministratori del  sito perché ritenuta oscena: un chiaro  segno di misoginia legato  al  tabù del  ciclo mestruale che ebbe la capacità di  creare un’onda di  forte dissenso delle donne contro Instagram (a riguardo l’articolo  di  Cosmopolitan)

Le poesie di  Rupi Kaur hanno come soggetto la vita delle donne, del nostro  desiderio  di  amare, di  sesso  e di dolore provocato  dalla violenza.

Al  termine di  questo post (articolo) troverete un’anteprima delle sue poesie raccolte nel libro Milk and Honey 

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima di  Milk and Honey  di Rupi Kaur