Mädchen in uniform: il primo bacio tra due donne in celluloide nella Germania del 1931

La genesi di una donna
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L’indiscreta

Se una vostra amica o semplice conoscente vi  dicesse che vi  ama e che farebbe volentieri  sesso con  voi, quale sarebbe la vostra reazione?

A) Improvvisamente vi  siete ricordate che dovete prendere i  bambini  a scuola anche se sono le dieci  di  sera e voi  non avete figli

B) L’ipotesi  di  fare l’amore con un altra donna è per voi la stessa che cavalcare un dromedario per le vie del  centro  di  Milano

C) Ci  fate un pensierino (e basta)

D)  L’unica domanda che vi  viene in mente da fare  è: << A casa tua, oppure da me? Magari in albergo?>>

In effetti  ci  sarebbe poco  da scherzare in quanto i pregiudizi  sono  ancora lì a dirci quanta strada dobbiamo  ancora fare affinché venga accettata  una concezione diversa di vivere un affetto   che non sia solo  eterosessuale.

D’altronde, con un ministro  della Famiglia che, oltre che prendersela con tutto il mondo  LGBT , vaneggia  affermando che i migranti diluiscono la nostra identità, è fuori da ogni  dubbio che la lotta per i pari  diritti è ancora lontana da concludersi.

Detto questo…

Mädchen in Uniform: il tema dell’amore lesbico nel 1931

Nella Germania del 1931, quindi due anni prima dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, nelle sale cinematografiche si proiettava Mädchen in uniform (Ragazze in uniformediretto  dalla regista Leontine Sagan e tratto  dal libro omonimo della scrittrice ungherese Christa Winsloe.

La pellicola è incentrata su di una ragazza dal  carattere ribelle, Manuela, che verrà costretta per questo alla disciplina in un collegio  femminile a Postdam.

In questo  ambiente conoscerà l’amore per una sua insegnante che,  a differenza delle altre colleghe, usa con le ragazze modi più gentili:  Manuela, travisando il suo  sentimento, confesserà pubblicamente il suo  amore con la conseguenza tragica di uno  scandalo.

In effetti Mädchen in Uniform è considerato  come essere il primo  film a tema lesbico  della storia del cinema, senza dimenticare che la stessa autrice del libro  Christa Winsloe, non nascondendo il suo  essere lesbica, nei  propri  romanzi  non aveva timore di  parlare di  rapporti  di  amore al  femminile.

Il film, pur avendo  avuto un buon successo, non scampò alla censura nazista la quale,  dietro al  fatto  che si parlasse di  lesbismo, aveva come obiettivo principale  quello di  colpire sia Leontine Sagan che gli altri  appartenenti  alla troupe tutti  di origine ebraica.

La stessa attrice Hertha Thiele, che interpretava il ruolo  di Manuela, pur non essendo  ebrea ma profondamente antinazista, dovette fuggire in Svizzera nel 1937 trovando impiego  come assistente in una clinica psichiatrica (tornerà  a lavorare per il teatro  e la televisione alla fine delle guerra).

Non fu  solo il regime dispotico  come quello  nazista a censurare Mädchen in Uniform perché  nel 1932  la censura americana si oppose alla sua programmazione e, solo  in un secondo  tempo, grazie all’intervento  di Eleanor Roosevelt, la pellicola ebbe il nullaosta, anche se con alcuni  tagli  nelle scene considerate più osé.

Nel 1958 Ragazze in uniforme  ebbe una nuova versione per la regia di Gèza von Radvànyi

Nel 2006 la regista americana Katherine Brooks  utilizzò Ragazze in uniforme come base per la sceneggiatura del  film Loving Annabelle.

Al termine la scena del  bacio nel  film Mädchen in uniform (…è solo un bacio  innocente)

Alla prossima! Ciao, ciao….. 


Nella moda e nei fumetti è arrivata l’ora delle donne curvy

La grazia femminile
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Specchio, specchio delle mie brame chi è la più curvy del  reame?

A meno di non trasformarci in una statua di  marmo  e quindi  poste dentro  una teca – a proposito l’immagine di apertura è un particolare della fortezza del   Priamar di  Savona –  dobbiamo  rassegnarci al  fatto  che il tempo giocherà con noi regalandoci  rughe, facendo  si  che alcune parti  del nostro  corpo siano spinte verso il basso  dalla gravità mentre  i capelli, nonostante  le tinture,  irrimediabilmente diventeranno  bianchi (passando prima per il grigio) ecc.ecc….

Naturalmente ciò accadrà quando avremo raggiunto l’età della regina Nefertiti (non che l’imbalsamazione sia una scelta appropriata per restare giovani).

Nel  mentre, saltando  tutto  il blablabla di  cosa fare o non fare per mantenerci in salute, vi  faccio una domanda molto  semplice (ed impertinente): pensate di  essere grasse

Lasciate perdere le  formule come quella  del   Body Mass Index    che sembra ormai  non essere molto  più  attendibile (vedi  l’articolo di  My Personal Trainer….magari  dopo  aver letto il mio  di  articolo) e guardatevi  allo specchio: l’immagine riflessa, se vi  volete molto  bene, sarà sempre quella di una bella, bellissima donna (Specchio, specchio  delle mie brame, chi  è la più bella del  reame?).

A parte questo pizzico  di  adulazione nei  vostri  confronti, (necessario  affinché continuiate nella lettura senza mandarmi  a spigolare, avete notato  che ultimamente alcune modelle non assomigliano  più  a sogliole passate sotto un rullo  compressore ma sono (leggermente) più in carne?

Le modelle oversize (o curvy) sono la nuova tendenza del fashion system, protagoniste di  campagne pubblicitarie in cui  la donna (ri)torna ad essere quella dalle forme generose e morbide, molto  sexy.

Se a qualche maschietto, passato  per caso da queste parti, la cosa non  convince  lo invito  a cercare le immagini relative alla  modella americana  Ashley Graham paladina della campagna contro  la discriminazione del  corpo  femminile.

Anche nei  fumetti  è arrivata l’eroina curvy

Faith Herbert  è il nome del personaggio  creato  dalla  scrittrice Jodi Houser  e pubblicato negli  Stati Uniti  dalla Valiant Comics (in Italia è distribuito  dalla   Star Comics).

Faith  è una blogger di  successo specializzata nel  gossip e fanatica della fantascienza, mentre di notte  diventa    Zephyr la   supereroina che  combatte il crimine attraverso  il   potere della  telecinesi.

La Sony Pictures ha scritturato  la sceneggiatrice Maria Melnik (la stessa di  American  Gods) per adattare il fumetto  ad un film di  cui non si  sa ancora chi sarà l’attrice chiamata ad interpretare Faith, tanto meno l’uscita nelle sale del film.

Potrei  immedesimarmi  nel personaggio, considerando  che anch’io  sono una blogger (non propriamente di  successo… per il momento) a cui  piace molto la fantascienza, ma di notte, anziché calarmi  nei  bassifondi di  Genova, preferisco  starmene a letto a fare i  cruciverba.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Suffragetta e scrittrice: Rebecca (Cecily Isabel Fairfield) West

Modern suffragettes
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Quando Cecily Isabel Fairfield disse a proposito  del  femminismo

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta.

Ed io mi considero una femminista o semplicemente una donna che desidera il rispetto  dei  diritti?

Molto  probabilmente se fossi  vissuta nello  stesso periodo  della nostra Isabel avrei  avuto  anch’io  qualche dubbio su  come definirmi ma, sicuramente sarei  andata a braccetto, insieme a tante altre donne, per manifestare contro l’apartheid culturale  che le relegava ad un ruolo  subordinato rispetto  all’uomo, negando loro anche il diritto  di  voto.

Insomma, sarei  stata una suffragetta!

Rebecca West

Perché lei –  senz’altro  avete capito  che parlo  della scrittrice Rebecca West (pseudonimo preso in prestito dal nome della protagonista dell’opera di Henrik   Ibsen  La casa dei Rosmer) – aderì con tenacia al  movimento di emancipazione femminile meglio  conosciuto come quello  delle suffragette.

Lei  era nata nella Contea di  Kerry (Irlanda) il 21 dicembre 1892, cioè dopo ventitré anni  dopo la nascita del Movimento  delle suffragette in Inghilterra (1869).

(Finalmente) il diritto di  votare

La prima nazione a riconoscere i l diritto  delle donne al voto fu  la Nuova Zelanda nel 1893 (quindi all’epoca Rebecca West si  dedicava più alle pappe che alle manifestazioni).

Seguirono Finlandia e Norvegia (rispettivamente nel 1906 e 1907, Rebecca è poco più che un’adolescente) .

E’ il 2 luglio 1928 quando in Inghilterra anche alle donne è riconosciuto il loro  diritto  di partecipare attivamente alla vita politica del  Paese.

Fu la volta della Francia nel 1945  e (finalmente) nel 1946, il 10 marzo, le donne italiane non solo potevano  eleggere chi volevano, ma potevano  anche essere elette.

Fanalino  di coda per il diritto  del  suffragio  universale concesso  alle donne è la moderna Svizzera che, dalla concessione in   alcuni  cantoni  nel 1959, si  arrivò alla totalità solo  nel 1971 (Rebecca West ha settantotto anni, morirà all’età di novantuno anni a Londra il 15 marzo 1983).

Qualcosa su  di lei

Per una biografia dettagliata della scrittrice l’invito è quello  di  fare una ricerca in rete dove le fonti  sono varie e dettagliate (comunque ad inizio  articolo  troverete il link per la pagina di  Wikipedia a lei  dedicata).

Posso  solo  aggiungere che lei, vissuta in una famiglia ad alta concentrazione femminile (madre e sorelle) dopo  che il padre, ignominiosamente, si  era dato  alla fuga, aveva come desiderio  quello  di  diventare un attrice  ma, evidentemente, la vita sul palco non  fu facile, tanto  che pensò di  darsi  alla scrittura.

Lo fece, per l’appunto, iniziando  a scrivere su  un giornale legato  al  Movimento delle suffragette: cosa che la madre le proibì di  fare e, per evitare il divieto  materno, assunse il nome di  Rebecca West.

Un po’ di  gossip

Fra i suoi  amori  quello  più chiacchierato  fu con lo scrittore H.G. Wells di  qualche anno più vecchio  (diciamo  di una ventina d’anni…) che lei, dapprima, apostrofava all’inizio  del rapporto  come essere una vecchia zitella, fino  ad arrivare a chiamarsi  l’uno con l’altra  con gli  appellativi  di pantera e giaguaro (segno  con il  rapporto  era entrato in una fase calda) .

La relazione clandestina durò all’incirca una decina d’anni e, nel  mezzo, la nascita del  figlio  Anthony.

 Altri  amori (tempestosi  o meno) furono Charlie Chaplin e il principe Antoine Bibesco  amico  di  Proust.

Ala fine sposò un banchiere e visse felice e contenta perché ricca e indipendente grazie, anche, al successo dei suoi libri.

La verità

La verità era che Rebecca West, o  se preferite Cecily Isabel  Fairfield,  fu una donna di  carattere  e con notevoli  doti  di  scrittura – da rileggere il suo  reportage sul Processo  di  Norimberga – e oggi li possiamo ritrovare nei  suoi  libri  pubblicati dalla Fazi  Editore fra cui il   primo romanzo : La famiglia Aubrey (anteprima alla fine dell’articolo).

La sottoscritta adesso  vi  lascia per una doccia rinfrescante (penso  di  cenare sotto  l’acqua….)

Alla prossima! Ciao, ciao…………


Anteprima del  libro  La famiglia Aubrey 

Una piccola storia scritta da una radical chic

T-Red
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Se radical  chic vuol dire

Se radical  chic vuol dire non essere indifferente al dramma di  chi fugge da guerre e povertà, allora io  sono una radical  chic.

Ma non viaggio in SUV e il mio tempo non passa attraverso le lancette di un Rolex.

Ah si, pago  anche le tasse.

 

Il genio  la volle vedere così..(e questa è un’altra storia)

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937.

 

Non si  discute il genio  di  Pablo  Picasso, ma dietro  questo  ritratto è difficile scorgere il  volto di una delle donne più interessanti  del  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose meglio conosciuta con il nome di Lee Miller 

Si incontrarono  nel  sud della Francia nel 1937 (la data è anche quella del  dipinto), lei  venne presentata a Pablo  Picasso dall’amico  comune  Man Ray con cui, oltre che allacciare una relazione intima, scoprì la passione per la fotografia.

Un po’  di  biografia

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, molti  sospetti  ricaddero sullo  stesso padre che, un’ anno  dopo  dalla violenza e finché Lee non ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

Quell’uomo era Condè Montrose Nast l’editore di  Vogue.

A questo punto la storia prende la piega di una soap opera, perché l’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue in uscita nel marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi divenne una modella molto  richiesta dai  fotografi  di moda fino a quando una foto  di Edward Steichen per una campagna pubblicitaria di  assorbenti femminili diede scandalo tanto  da stroncare la sua carriera di modella (questa  storia scandalosa la trovate qui)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose, storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di….

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di  Lee Miller.

Una fotografia famosa

Non venne scattata da Lee Miller, in quanto  lei era il soggetto inserito in un ambiente molto particolare, ma dal  suo amico  e collega David Scherman per la rivista Life.

In essa, oltre al  volto  stanco di Elisabeth  Lee Miller,  vi  sono  due elementi  che ne danno  risalto: gli  scarponi  militari della fotografa e la foto  di  Adolf Hitler nell’angolo  a sinistra della vasca, perché quello era appunto l’appartamento  del dittatore nazista.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao……………………..

 

Se proprio volete un’arma questa è la poesia

La farfalla
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Se pensate che oggigiorno  la poesia sia superflua, allora..

…..allora un bel  accidente!

La poesia è più viva che mai:  anche  in questo Paese dove, a volte,  si preferisce l’urlo  alla parola sussurrata, la poesia  è capace di  radicarsi nel pensiero stimolandone la crescita….ecc…ecc…

Va bene, lo ammetto: mi  sono  lasciata prendere dall’argomento  e sono  diventata prolissa.

Comunque che la poesia goda di  ottima salute è testimoniata anche dal  successo  di programmi  radiofonici  come Parole Note (di  cui  sono  un’autentica fan) trasmesso in serata da Radio  Capital.

Non solo  la radio, ovviamente, ma anche incontri  pubblici  dal  vivo, esempio i festival  ad essa dedicati o i Poetry Slam che non sono  altro che competizioni a suon di  rime.

Quando  i social media diventano una vetrina per i poeti

Rupi Kaur mentre legge le sue poesie tratte dalla raccolta Milk and Honey – Vancouver 2017 – Credit: Joe Carlson

Si diventa famose se si  è brave, si diventa note utilizzando  la vetrina dei  social media come, ad esempio Instagram ( a proposito, anch’io sono su  Instagram), ed è questo il caso  della ventiseienne canadese (ma nata in India)  Rupi Kaur la quale, ancor prima di  pubblicare le sue poesie su  carta,  lo ha fatto  su Instagram.

La sua prima poesia, postata sul social è del 2013, ebbe  duemila like nel  giro  di pochissimo  tempo  per non parlare di altre che, in seguito,  superarono le centinaia di migliaia di like (cosa che la sottoscritta riuscirà ad ottener in qualche eone di  tempo).

Ma il rapporto  della giovane poetessa con Instagram non è stato  sempre  facile: nel 2015 una sua immagine che ritraeva una donna ripresa di  spalle con i pantaloni sporchi  di  sangue mestruale, fu immediatamente rimossa dagli amministratori del  sito perché ritenuta oscena: un chiaro  segno di misoginia legato  al  tabù del  ciclo mestruale che ebbe la capacità di  creare un’onda di  forte dissenso delle donne contro Instagram (a riguardo l’articolo  di  Cosmopolitan)

Le poesie di  Rupi Kaur hanno come soggetto la vita delle donne, del nostro  desiderio  di  amare, di  sesso  e di dolore provocato  dalla violenza.

Al  termine di  questo post (articolo) troverete un’anteprima delle sue poesie raccolte nel libro Milk and Honey 

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima di  Milk and Honey  di Rupi Kaur

 

Natalina e le altre

Lei
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La bellezza di  Natalina

Lina Cavalieri

Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.

(⇒ Charles Bukowski)

Se Charles Bukowski fosse vissuto all’epoca di  Lina Cavalieri incontrandola ne sarebbe rimasto  così ammaliato da dedicarle quelle sue parole?

In ogni  caso lei, Natalina Cavalieri,  da semplice fioraia di  Trastevere divenne una celebrità del  suo  tempo:  era nata appunto  a Roma, nel quartiere di  Trastevere il 24 dicembre del  1875 (da qui il nome di  Natalina) e mori a Firenze l’8 febbraio  1944.

La ragazza del popolo, come venne definita  poco  elegantemente per le sue origini povere, aveva dalla sua parte grazia ed intelligenza (ovviamente anche la bellezza), una propensione al canto ma, soprattutto, era una self-made woman che seppe gestire molto  bene la sua figura professionale e le sue amicizie.

Da Trastevere l’ormai  ex-fioraia calcò le scene teatrali  di  San Pietroburgo,   Parigi,  Londra ed altre capitali  europee e fece  innamorare di  se Gabriele D’annunzio che all’inizio  la definì come massima espressione di  Venere in Terra poi, quando lei  praticamente gli  dette il ben servito, il poeta, come ogni  uomo ferito  nell’orgoglio, incominciò ad elencarne i  difetti  (più che altro inventati), cosa a cui Lina Cavalieri  rispose con la massima indifferenza.

Nel 1951, quindi sette anni  dopo  la sua morte, il suo fascino ammaliò il pittore e scultore Piero  Fornasetti che, nella serie di piatti di Tema e Variazioni, riprodusse in mille variazioni  (appunto!) il volto  di  Lina Cavalieri.

La bellezza delle altre (nelle pagine del libro Figure del  desiderio

Confesso: io  di  Lina Cavalieri ne sapevo  ben poco, fintanto  che mi è capitato  tra le mani il libro  di ⇒ Stephen Gundle Figure del  desiderio  che io  ho letto  con lo stesso interesse che avrei  avuto  leggendo un trattato sull’accoppiamento tra i lemuri  del Madagascar: in poche parole l’ho trovato  alquanto noioso salvando, quindi,   solo il capitolo dedicato  a Lina Cavalieri (da pagina 96 alla 130) 

Prima dolcemente remissive e l’attimo dopo passionali e impetuose: le bellissime made in Italy sono tutte accomunate da tratti distintivi facilmente riconoscibili, i tratti inimitabili della bellezza italiana di cui Sofia Loren e Gina Lollobrigida sono state le ‘portatrici sane’ per antonomasia. Con i loro lineamenti mediterranei e le curve decise, provocanti ma tradizionali in modo rassicurante, le belle italiane hanno scardinato lo stereotipo della bellezza perfetta, diffondendo anche nei freddi paesi anglosassoni il mito della sensualità latina. L’ideale immortale di armonia e bellezza destinato a dar forma ai valori estetici e sociali dell’eterno femminino è parte integrante del patrimonio storico e culturale del nostro paese. Stephen Gundle scatta in queste pagine una fotografia del fascino italiano tra l’Ottocento e i nostri giorni. Il suo ritratto a tutto tondo attinge alle fonti più disparate, dagli scritti di intellettuali, politici e giornalisti a dipinti, illustrazioni, film, canzoni, pubblicità e calendari, dai testi autobiografici alle interviste di alcune tra le bellissime.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


PLAYLIST 

Quarant’anni  dopo l’uscita dell’album Burattino  senza fili, Edoardo  Bennato ci  presenta il suo nuovo  Mastro  Geppetto 

 

A voi dove piacerebbe farlo? Lo so, non sono fatti miei ma qualcosa devo pur scrivere…

LeiLui
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Vagabondando in giro per la rete

A voi  dove piacerebbe fare sesso?

Adesso non ditemi  che non avete qualche fantasia particolare nel voler fare sesso in un luogo che non sia la vostra camera da letto, o quella di  qualcun altro(a) o di un albergo: io, ad esempio,………..

Naturalmente non voglio  farmi i fatti  vostri ma, come da sottotitolo all’articolo, vagabondando per la rete ho  trovato questa ricerca commissionata dalla Lelo  ( azienda svedese produttrice di  sex toys) che riporta quanto  segue riguardo:

I luoghi  pubblici  dove le donne preferiscono fare sesso

  • Il 73 per cento  delle intervistate ha detto di  aver fatto  sesso in auto

Uhm…..autoerotismo?

  • il 36 per cento  ha affermato  di  averlo  fatto  almeno  una volta in una radura nascosta di un parco  pubblico.

Si può fare se il parco  pubblico  è quello  di  Central Park (ma anche lì i voyeur sono in agguato), comunque impossibile se la radura nascosta è utilizzata   come gabinetto al  cielo  aperto per esseri umani,  cani, magari  qualche gatto: si, solo il pensiero  di  ciò mi  fa rientrare in quel 64 per cento  di  donne che hanno  rinunciato, più o meno  volentieri, al sexe en plein air in un parco pubblico.

  • Il 22 per cento  ha affermato  di  aver fatto  sesso in ufficio anche più di una volta.

C’è chi in rete si  spende in consigli di  come fare e dove fare sesso in ufficio (sconsigliatissimo il bagno), la domanda è però questa: non è meglio portare il lavoro  a casa è terminarlo lì?

  • Solo il tre per cento avrebbe il desiderio  di farlo durante un volo in aeroplano.

Paura di  volare oppure quella di non avere a portata di  mano  un paracadute per salvarsi  da situazioni imbarazzanti come, ad esempio,  quella di giustificare il fatto di  aver trasformato il detto due cuori e una capanna in due cuori  e una toilette.

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


 

PLAYLIST

Perché quando  ascolto un brano dei AC/DC mi sembra che a cantare sia paperino

 

Il potere di Hedione

Hedione
CaterinAndemme ©

Tempo  fa, leggendo l’articolo  di  Paola Scaccabarozzi  Messaggeri  d’umore (D – Donna novembre 2015) in cui  si parlava del potere degli ormoni sulla nostra vita, mi sono imbattuta per la prima volta sul dihidrojasmonato di  metile quella molecola che, presente in molti profumi, scatena da parte del nostro ipotalamo il rilascio  di ormoni  sessuali.

Comprendendo  che la sessualità va ben  oltre ad una sniffata di dihidrojasmonato  di  metile, vado  subito  al dunque dicendo  che esso  si  trova come essenza floreale del gelsomino: Christian Dior, nel 1966, la utilizzò come base per il suo  profumo Eau Savage.

Per evitare un lungo ed impronunciabile scioglilingua, alla nomenclatura chimica dell’elemento  si  è preferito  darne uno  molto più semplice e significativo: Hedione  (in effetti è un mix tra gelsomino  e magnolia) nome derivato  dal  greco  antico per indicare la parola piacere (se qualche grecista non è d’accordo  con questa traduzione sappia che non mi  offenderò se vorrà correggermi).

A conferma dell’effetto dell’Hedione sul desiderio  femminile è stato un gruppo  di  ricerca della Ruhr-Universität Bochum (Germania): nell’esperimento ad un gruppo  di volontarie è stato  fatto  annusare sia l’Hedione che l’alcol feniletilico (anch’esso utilizzato  come fragranza floreale nei  profumi).

Dopodiché esaminando il cervello  di  queste donne (….ovviamente attraverso una TAC e lasciando il cervello  dove di  solito  si  trova), si è visto che, in coloro  che avevano  annusato  l’Hedione, l’area cerebrale del  sistema limbico, responsabile delle emozioni e della sessualità, si  era accesa molto più in confronto  dell’effetto  della sostanza di  comparazione.

La storia di  questo  esperimento (storia non confermata) riporta la testimonianza di  alcuni  testimoni  oculari  che hanno  visto gli  scienziati  barricarsi  nel  laboratorio  perché assaliti  dalle volontarie desiderose di  fare sesso  con loro (qualcuno  ha ceduto alla richiesta molto  volentieri).

Augurandovi un buon 1 maggio vi  aspetto il mercoledì successivo.

Alla prossima! Ciao, ciao………………….

INstagrammandomi 


Un po’ di vita mondana (e tanta fame…) #fotografia #ritratto #persone

Un post condiviso da caterina andemme (@caterina_andemme) in data:

Sex hard, sex soft: ma di che sex parliamo?

Io voglio vedere, io voglio parlare
Caterina Andemme ©

La meditazione orgasmica è una pratica che si può fare fra due amici o due amanti, in cui  la donna si  spoglia dalla vita in giù e l’uomo le accarezza il clitoride per quindici  minuti, senza che si  arrivi  ad un rapporto  sessuale. Scaduti i quindici  minuti si  discutono le proprie sensazioni, la donna si  riveste ed entrambi vanno per la propria strada

Emily Witt in un’intervista a La Lettura nel  febbraio 2017

Emily Witt, autrice di  Future sex – A new Kind of free love (di  cui  troverete un anteprima  in inglese alla fine dell’articolo) è convinta che il futuro  sessuale non potrà essere solamente monogamico (etero o omo) ma libero, nel  senso  che lo  faccio quando mi pare, con chi  mi pare e come mi pare: nulla di  nuovo, direi.

D’altronde lei (laureata alla Brown University in cosa non lo so e non lo  voglio  sapere) stanca del  suo  partner si è dedicata anima e corpo  (più corpo  che anima) alla frequentazione di  set porno (BDSM in particolare), orge e sedute di meditazione orgasmica.

A parte la  meditazione orgasmica – più che orgasmo meditativo parlerei di cose lasciate a metà – sono convinta che l’erotismo praticato  tra adulti consenzienti sia da coltivare piuttosto che esibire come anti – conformismo.

Sono assolutamente contraria alla pornografia dove una   donna viene considerata solo  per i  suoi  orifizi (escludendo  naso  ed orecchie, spero!) ad uso  esclusivamente maschile (lo  so  che esiste anche la pornografia al femminile, magari   anche più gentile).

Come sono  contraria agli stereotipi  della donna asservita all’uomo – cara Elisa (Isoardi)  non è affatto  vero che una donna, per quanto in vista, deve dar sempre luce al  suo uomo: una donna è una persona che in un rapporto  di coppia non deve essere subordinata all’uomo, tanto  meno un’ancella con torcia annessa -.

Dovrei  anche parlare  delle volgarità alla Ferrero (la donna è come una porta: va penetrata e non pensata): ma qui  è evidente una dislocazione dell’encefalo dalla sua sede naturale ad altra parte del corpo in basso,  da cui  la locuzione verbale che lascio  volentieri  a voi immaginare.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


Libri in vetrina

Nel corso della vita abbiamo letto tante favole, ma nessuna finiva con «e vissero da soli, felici e contenti». Eppure per un gran numero di persone la vita va proprio così. Dopo la fine di una storia importante, Emily Witt si è ritrovata a gestire una libertà emotiva e sessuale che l’ha disorientata: di fronte all’infinita varietà di esperienze sessuali di colpo a portata di mano grazie a nuovi e insospettabili canali, si è ritrovata priva di un nuovo sistema di regole – sia lessicali che comportamentali – che le facessero da guida: era ancora consentito innamorarsi di un partner di letto? E sognare una famiglia? La sicurezza quotidiana era compatibile con la libertà sessuale? Insomma, a vent’anni da Sex & the City e a cinque dal lancio di Tinder, «le nostre relazioni sono cambiate, ma il nostro modo di definirle no». A caccia di un nuovo vocabolario del corpo e degli affetti, la Witt intraprende allora un viaggio che spazia dalle prime agenzie di incontri virtuali al porno femminista, dagli orgasmi durante le sedute di yoga alle politiche sulla fertilità che restano pericolosamente retrograde, e lo fa con uno slancio empatico, con una scrittura intima e radicale degna delle più grandi interpreti della controcultura di fine anni Sessanta.

Anteprima 

 

Espatriare da ogni dove per ogni dove

Fuga da Arkham
Caterina Andemme ©

Cento motivi reclamano la partenza. Si parte per entrare in contatto con altre identità umane, per riempire una mappa vuota. Si parte perché si è ancora giovani e si desidera ardentemente essere pervasi dall’eccitazione, sentire lo scricchiolio degli stivali nella polvere; si va perché si è vecchi e si sente il bisogno di capire qualcosa prima che sia troppo tardi. Si parte per vedere quello che succederà.

Colin Thubron

Il mio biglietto per Marte (solo andata)

Tra poco  più di un mese partirò per Marte e ancora non so  decidere cosa mettere in valigia: optare per uno  stile casual, oppure  qualcosa di più  adatto  alle occasioni mondane (anche se mi  dicono  che di  occasioni per divertirsi   su  Marte sono veramente poche)?

Il  viaggio, più che altro metaforico,  è stato organizzato dalla NASA che, con il lancio  della sonda InSight   il prossimo maggio, porterà a bordo un database contenente i nomi delle persone che hanno  aderito all’iniziativa dell’Ente spaziale americano.

Purtroppo i  biglietti sono andati  esauriti  per la chiusura del  botteghino (spaziale)  lo  scorso  novembre: ma non preoccupatevi forse ci  sarà un’altra occasione….

 

Cose più serie

Espatriare è sempre fonte di  preoccupazione, tanto più se sei una donna che, per un motivo  o per l’altro, ha necessità di  farlo.

Quindi, un aiuto come quello  fornito   dal sito  Expatclic , può essere  l’inizio per una nuova vita nel Paese di  accoglienza.

Expatclic è un portale internazionale gestito da un gruppo di volontarie che vivono all’estero da anni. Nel nostro lavoro siamo aiutate da un numero crescente di collaboratrici che arricchiscono il sito con articoli, informazioni dai loro paesi, traduzioni, e molto ancora. Tutte insieme formiamo una comunità estesa, vivace e solidale, che aiuta donne espatriate in tutto il mondo a installarsi felicemente e a instaurare un rapporto aperto, sereno e positivo con i loro paesi d’accoglienza.

Nei  punti  dettati  dal manifesto (indicati  nel  sito) vi è  tutta la serietà della proposta d’aiuto alle donne che desiderano  espatriare.

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Libri in Vetrina

Una volta tanto  devo  dire che il  film tratto  da un libro è stato  decisamente migliore.

Ho trovato nella lettura di  The Martian una noia che è rara per me trovare in un libro (solo un centinaio  di  casi), mentre il film omonimo,  scorre piacevolmente via, forse anche per la presenza di un attore come   Matt Damon che,  quasi inutile dirlo, è tra i  mei  preferiti.

Comunque, per non essere accusata di  faciloneria nel  dare il giudizio  su  di un libro (ne ho  sempre la facoltà) alla fine dell’articolo ne troverete un’anteprima.

Mark Watney è stato uno dei primi astronauti a mettere piede su Marte. Ma il momento di gloria è durato troppo poco. Un’improvvisa tempesta lo ha quasi ucciso e i suoi compagni di spedizione, credendolo morto, hanno abbandonato il pianeta rosso per fare ritorno sulla Terra. Mark si ritrova completamente solo su un pianeta inospitale e non ha nessuna possibilità di mandare un segnale alla base. E in ogni caso i viveri non basterebbero fino all’arrivo di una nuova spedizione. Nonostante tutto, con grande risolutezza Mark decide di tentare il possibile per sopravvivere. Ricorrendo alle sue conoscenze scientifiche e a una gran dose di ottimismo e tenacia, decide di affrontare un problema dopo l’altro senza perdersi d’animo. Fino a quando gli ostacoli si faranno insormontabili… Il bestseller tradotto in tutto il mondo da cui è stato tratto l’omonimo film per la Twentieth Century Fox 1 milione di copie solo negli USA «Ogni atto del protagonista è logico e dettagliatamente spiegato, è questo il segreto del successo del romanzo di Andy Weir.» la Repubblica «Una descrizione tra le migliori su come potrebbe davvero essere la vita su Marte.» L’Espresso «Una lettura obbligatoria.» La Domenica de Il Sole 24 ore «Un esordio straordinario. Una storia avvincente che appassionerà non solo i lettori di fantascienza.» Publishers Weekly «La storia di un coraggioso Robinson Crusoe del ventunesimo secolo su Marte. Avvincente.» Booklist (Questo romanzo è stato precedentemente pubblicato con il titolo L’uomo di Marte) Andy WeirHa iniziato a lavorare come programmatore in un laboratorio all’età di 15 anni e da allora ha sempre lavorato come ingegnere del software. Appassionato di ingegneria aerospaziale, fisica relativistica, meccanica orbitale, storia dell’esplorazione spaziale. Sopravvissuto. The martian è il suo primo romanzo.

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