Pomme d’amour

 

Un giorno  eravamo  a Napoli  ospiti  a pranzo  da amici.

Quello che ricordo  di  quella giornata, oltre alla ovvia simpatia dei padroni  di  casa e degli altri  ospiti, fu il profumo del  ragù che avrebbe accompagnato l’immancabile piatto di pasta.

Mi  fu  detto  che il segreto per avere un ragù degno  di  questo  nome era il segreto  di  Pulcinella,  in quanto l’elemento principe non era altro  che il tempo (oltre che alla scelta della carne).

Da quell’episodio imparai un termine tutto partenopeo per indicare la procedura finale alla cottura del   ragù: peppiare.

Con questa parola quasi  onomatopeica viene indicata quel momento in cui, dal  fondo della pentola risalgono  delle piccole bolle d’aria che, rompendosi, fanno pop, pop,pop

Lo  so  che per alcuni  (magari molti) parlare di  carne, anche sotto  forma di  ragù, è da considerare out: noi stessi ne consumiamo  si  e no una volta alla settimana e con delle limitazioni nei  riguardi  del  vitello, agnello e nemmeno la cane di  asino  e cavallo per simpatia verso  questi  animali.

Allora, parlare di ragù, inevitabilmente mi porta al pomodoro.

Quello  che invece non sapevo (forse voi  si) è che il primo piatto di pasta  non in bianco non poteva che essere servito a Napoli nel 1839, quando Ippolito  Cavalcanti, duca di Buonvicino, ideò il piatto di vermicelli co’ a pummarola’n coppa (spero  di non aver fatto  errori nel trascrivere la frase in napoletano).

Nella pagina indicata dal link troverete la ricetta originale dei  vermicelli co’ a pummarola’n coppa tratta dal libro Cucina teorica – pratica che il nostro  duca scrisse nel 1847 (su  Amazon o  Google Libri  si può acquistarne una copia).

Ritornando indietro a quando  il pomodoro  veniva considerato velenoso, i primi a fare da cavia nell’assaggio non furono i napoletani bensì gli irlandesi che, siamo appunto nel XVII secolo, ne attribuirono  anche proprietà afrodisiache e una volta arrivato il pomodoro  in Francia, qualcuno  cambiò il nome da quello azteco tomatl  ricordiamo  che arrivò in Europa tramite i  conquistadores spagnoli – nel più poetico pomme d’amour  (pomme d’or quello che generalmente venne attribuito alla pianta).

Sarà poi verrà questa storia del pomodoro  afrodisiaco? 

Alla prossima! Ciao, ciao…………………

 


 

Dolores Mary Eileen O’Riordan

(Limerick,  6 settembre 1971  – Londra 15 gennaio 2018) 

 

Parole (e ricette) a gogò

– Oggi sono cattiva – /©24Cinque

 

Parole a gogò quindi iniziamo:

  • A proposito delle querelle nata a seguito di una supposta supremazia delle donne dell’Est nei  confronti  di quelle italiane, tesi offerta durante un programma condotta da Paola Perego (non chiedetemi  quale), un tizio questa mattina, intervento ad un programma radiofonico, ha detto che: <<E’ vero, le donne dell’Est sono migliori, perché  quelle italiane sono maleducate, hanno poca dimestichezza con l’igiene, sono  arroganti…ecc. ecc.>> ….

Caro il mio maschietto, se proprio noi donne italiane ti  siamo  simpatiche, perché non emigri?

Con tanti cervelli in fuga chi  vuoi  che se ne accorga se a fuggire è un singolo  neurone?

  • Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ha recentemente dichiarato che il sud dell’Europa, quindi compresa l’Italia, ha sperperato  soldi in donne ed alcool.

Se è vero che il sud dell’Europa ha sperperato  denari  per alcool e donne, è anche vero che nel  nord Europa le canne (non quelle di palude) sono un passatempo quotidiano.

Forse che J.D.  ne abbia abusato?

  • Il tribunale di Torino ha assolto un uomo (…?)  dall’accusa di violenza sessuale perché la vittima che ha subito  il suo palpeggiamento ha semplicemente detto basta senza gridare o reagire violentemente.

Quindi, la prossima volta che un uomo (….?) palpeggia il nostro  sedere siamo  autorizzate a reagire violentemente, anche con un calcio nelle sue parti medio  basse, possibilmente calzando scarpe antinfortunistica con la punta rinforzata.

Per oggi  basta.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


 

 


 

A proposito  di  alcol: l’altra sera sera, quando  a cena abbiamo  avuto  degli amici………….. 

 


 

Insalata russa di mare (possibilmente senza meduse)

211016

 

APERTA PARENTESI

Se Wonder Woman è stata scelta dall’ONU come ambasciatrice onoraria per la promozione dei  diritti  delle donne, per i diritti degli  uomini avrebbero  scelto  Pippo, Topolino o magari Pluto?

CHIUSA PARENTESI

 

L’estate scorsa sono stata abbastanza fortunata, nel  senso  che i miei  incontri  ravvicinati in acqua con le meduse si  è risolto in uno soltanto (se pur doloroso).

In Oriente,  soprattutto  in Cina, alcune specie di  meduse da sempre fanno parte della dieta di  quelle popolazioni.

In Italia, per quello  che ne so, nei  menù dei  ristoranti i piatti  a base di meduse sono  introvabili: ma nel  Paese che eccelle nella gastronomia, chi  va a chiedere un fritto misto  di  meduse?

Basta, però, fare un giro in rete affinché  nelle liste della cosiddetta novel foods, le meduse (quelle essiccate e quindi già trattate)  vengono proposte, ad esempio, in abbinamento con zucchine e mozzarella di  bufala: una bontà per chi lo ha degustato.

Provare per credere?

Ci  credo,  ma non ho nessuna intenzione di provare.

Per questo la ricetta che vi propongo è quella classica di un’ insalata russa di  mare.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

Ingredienti per quattro  persone:
100 g di  gamberetti  già sgusciati
200 g di  totani già puliti  e tagliati a rondelle
300 g di  maionese
una manciata di  capperi dissalati
10 olive verdi snocciolate
10 g di piselli sgusciati o surgelati
Preparazione:
Bolliamo i gamberetti  e i totani, quindi  lasciamo  raffreddare.
Separatamente cuociamo  i piselli in molta acqua e lasciamo raffreddare.
Tagliamo i gamberetti  a dadini, tritiamo  le olive e i  capperi  finemente.
Aggiungiamo  al composto gli  anelli  di  totano, la maionese e i piselli.
Amalgamiamo bene il tutto. Mettiamo in frigorifero e serviamo  freddo (togliendo l’insalata dal  frigo una ventina di minuti prima di  servire in tavola).
E’ ovviamente un piatto  estivo: ma l’estate, prima o poi, ritornerà.
Bon appétit.

 

Metti una sera a cena: omelette soufflé

041016

 

Confesso  che, pur essendo appassionata di  cucina, non sono una fan  di  quei  programmi  dove chef coronati si  divertono  a cucinare poveri concorrenti messi  alla prove dei  fornelli.

D’altronde, avendo la fortuna di  avere una cavia (“lui”) per le mani, posso  tranquillamente sperimentare  la mia personale haute cuisine.

La mia cavia, per la verità, non si  lamenta (quasi) mai di  quello che propongo  a tavola.

Questo, però, mi fa sorgere un dubbio: sono  io  ad essere una brava cuoca, oppure “lui” è dotato di mascelle tritatutto per cui conta solo  la sopravvivenza.

Come, ad esempio, qualche sera fa quando  gli  ho  presentato un timballo  di pasta cotta al  forno che, per un mio  errore, presentava una crosta  paragonabile al kevlar, oppure alla materia di  cui  è composto lo scudo di  Captain America (amiamo il mondo dei  supereroi  della Marvel e della DC Comics).

Non so  se per fame o, per l’appunto, per la questione di  sopravvivenza di  cui  sopra, mi sono  sentita chiedere il bis.

Questa sera a casa nostra, sulla nostra tavola,  sono  di  scena le uova, magari una:     

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Ingredienti per due persone:

  • 4 uova
  • 50 g. di  burro
  • 3 cucchiai di panna fresca
  • Sale q.b.

Preparazione

Sgusciamo le quattro uova separandone i  tuorli dagli  albumi.

Saliamo  i  tuorli stemprandoli  con una forchetta. Aggiungiamo  tre  o quattro  fiocchetti  di  burro ed uniamo lentamente tre  o quattro cucchiai  di panna fresca..

In un ciotola a parte saliamo  gli  albumi (questo permetterà di montarli più facilmente) e sbattiamo  con una frusta a mano o con uno sbattitore elettrico, fino  a che saranno  ben sodi.

Versiamo  quindi  i tuorli  frullati negli  albumi e, aiutandosi  con una spatola, solleviamo la massa dal  basso  verso l’alto ed amalgamiamoli  tra di loro.

Facciamo  fondere in una padella antiaderente  piuttosto  larga 30 – 40 g di  burro e, quando  comincia a spumeggiare (non deve scurirsi), versiamo l’impasto  e livelliamo  con la spatola.

Facciamo  rapprendere l’omelette da un lato cuocendo  a fuoco  moderato in modo  tale che assuma un bel  colore dorato (attenzione che non bruci).

Di  tanto in tanto  solleviamo leggermente i lembi  esterni dell’omelette per verificarne il grado  di  cottura.

Quando  sarà rappresa,  ma ancora cremosa, con la spatola portiamone  un lembo dell’omelette verso il centro  e piegarla a metà.

Facciamo  scivolare nel piatto di portata l’omelette dividendola in due parti  e serviamo.

ATTENZIONE: L’omelette non va girata con il coperchio come quelle normali, ma deve consolidarsi leggermente anche nella parte superiore cuocendo  da un solo  lato.

Questa frittata viene chiamata “soufflé” poiché acquista una speciale morbidezza grazie agli  albumi che, invece di  essere frullati con i tuorli, vengono montati  a neve ben  ferma a parte.

 


A proposito  dei  supereroi  della Marvel….

 

Le erbacce da estirpare e quelle da mangiare

130716

 

APERTA PARENTESI

Vorrei entrare, per qualche momento, nella vita di  quella persona che ha commentato  su  Facebook riguardo  alla tragedia ferroviaria di  ieri in Puglia: “20 terroni  deceduti….Grande notizia…non sono  tanti, ma pur sempre meglio  di niente”.

Ma lo squallore sarebbe così grande da farmi  desiderare di non essere mai  nata.

CHIUSA PARENTESI

 

Erbacce da sradicare dalla società civile, sarebbe il proseguo del mio  commento scritto  “tra parentesi”, ma,  cambiando  completamente il senso  della frase, le erbacce sradicate sono  quelle che poi  metteremo  nei  nostri piatti.

Non è l’invito ad un veganesimo   portato  all’estremo (avrei  qualcosa da dire sui Vegan ma lascio  l’argomento per un’altra volta), tanto  meno  quello di  brucare l’erba rubandola agli ovini (equini, suini…?).

Lo  spunto  di  quest’articolo  parte dal libro di  Carlo  Fortunato “Le erbacce nel piatto”: l’autore, attraverso  le pagine del libro, ci invita a riscoprire quei  vegetali  che una volta facevano parte della dieta quotidiana.

Sono, ovviamente, tutti  vegetali  spontanei che non troveremo  mai  dal nostro  fruttivendolo, ma possiamo raccogliere noi  stessi  e trasformare in cibo.

L’autore assicura che il libro non vuole essere un trattato di  botanica,  ma solo un ricettario  con utili  consigli  per distinguere le male erbe da quelle commestibili e proporle sul nostra tavolo (non per nulla, il sottotitolo  del libro è “dall’antipasto all’ammazzacaffé).

Da notare che le ricette sono  quelle tipiche della zona di  Ovada (AL).

Carlo  Fortunato

Le erbacce nel piattofadia

€ 18.00

Fadia editore

Il libro  si può acquistare direttamente dal  sito  dell’editore: www.tipografiafadia.com

 

Alla prossima! Ciao, ciao……