Accadono cose orrende in cucina (per fortuna solo negli USA)

 

Il gatto della cuoca
Caterina Andemme ©

Se in un vostro prossimo  viaggio negli  Stati Uniti vi  trovate dalle parti  di Durham, nel  North  Carolina, e nel  contempo  avete uno  stomaco a prova di  nefandezze culinarie, il vostro  locale si chiama Bull City  Burger 

Il locale è specializzato nell’offrire alla propria clientela panini esotici cioè vale a dire che ai  soliti hamburger a base di  formaggi  e verdure,  si  aggiungono quelli cucinati  con carne esotica.

A questo punto, prima di descrivere il loro best in fatto  di  panini, voglio  avvertire nel  NON proseguire la lettura a chi  si  ritrova ad essere vegetariano o  vegano, o semplicemente debole di  stomaco.

Loro, questi maestri  chef dell’assurdo, ogni  anno, nel  mese di  aprile (quindi  se volete siete ancora in tempo) aprono una lotteria in cui  si  vince l’hamburger a base di  carne esotica dell’anno.

Da quello  che ho  capito  negli  anni  precedenti  si  è parlato di carni  esotiche  quali quelle appartenenti  a povere tartarughe e (meno poveri) alligatori.

Credit: Bull City Burger

Quest’anno i  fortunati  vincitori  della lotteria avranno  modo di gustare l’hamburger alla tarantola (vedi la  foto a lato).

Devo  confessare che essendo io molto schifiltosa, ed avendo un’avversione per tutte le cose con più di  quattro  zampe (non parliamo  poi  di  quelle che strisciano), dovrei  essere l’ultima persona che può giudicare una simile prelibatezza (notate l’ironia).

Eppure, tra chi  ha mangiato il panino – aracnoide,  ci sono coloro  che hanno  trovato in esso il sapore di  granchio e chi addirittura  ai  frutti  di  mare.

I più sinceri, al  meno credo, hanno evidenziato un retro gusto metallico simile al sapore del sangue (magari  erano fan di Dracula).

Per farmi  perdonare questo  mio breve  excursus  sulla cucina horror, alla fine dell’articolo nel  box dedicato troverete una raccolta di  ricette per ottimi ( e normali) risotti.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 

 


La noce (che altro scrivere nel titolo?)

Figura di noce
Caterina Andemme ©

 

Secondo  l’antica Teoria delle Segnature una pianta che abbia una certa rassomiglianza con un organo  del nostro  corpo, non può che essere un vettore di  benefici per l’organo  rappresentato.

La noce, ad esempio, assomiglia ad un piccolo  cervello  in miniatura: il guscio rappresenta il  cranio i gherigli  gli  emisferi  destro e sinistro del  cervello.

In alcuni  individui la rassomiglianza si  ferma al  solo  guscio  vuoto oppure, tanto per essere meno  cattive,  la loro  materia grigia può benissimo  essere rappresentata dal vermiciattolo che troviamo  nelle noci  marce.

Cattiveria a parte, le noci sono  effettivamente un toccasana per il nostro cervello essendo ricche di acidi  grassi Omega – 3  ,indispensabili  per lo  sviluppo  del  sistema nervoso, e di  vitamina E  che, nella sua forma gamma – tocoferolo, è in grado  di proteggere i  neuroni  dall’invecchiamento.  

A questo  si aggiunge che le noci  sono  ricche di precursori  per lo  sviluppo dei neurotrasmettitori importanti  per le funzioni  cerebrali e della melatonina fondamentale per mantenere efficiente il ritmo   circadiano  e di  conseguenza   sincronizzare il sistema neuro – endocrino  e quello immunitario.

Prima di  scrivere la ricetta dei  Garganelli con salsa di noci   vorrei ricordarvi che:

La festa di  Pasqua non deve essere quella che vogliamo  fare all’agnello

Garganelli con salsa di noci 

Ingredienti  per quattro persone 

  • 250 g di pasta all’uovo  fresca formato  garganelli
  • 20 gherigli di noce
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • 1 cucchiaio  di  maggiorana fresca
  • La mollica di un  panino raffermo
  • 1 tazzina di  latte
  • Noce moscata
  • 100 g di fagiolini  verdi
  • 100 g di  zucca già mondata
  • 1 patata
  • Olio  extravergine di oliva
  • Sale e pepe q.b.

Preparazione 

Facciamo ammorbidire la mollica di pane con latte tiepido ed insaporiamo con  una grattata di noce moscata.

Frulliamo con un cucchiaio  di olio le noci, i pinoli, la maggiorana ed una presa di  sale.

Cuociamo  i fagiolini  in una pentola di  acqua bollente salata e,  dopo  cinque minuti di  cottura, vi uniamo la patata sbucciata a dadini e, dopo  altri  cinque minuti, la zucca a dadini.

Cuociamo  ancora per cinque minuti, quindi uniamo  la pasta e portiamo a cottura: scoliamo insieme alle verdure e condiamo  con la salsa di noci.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


playlist

Avrei voluto inserire Le donne di ora un inedito di  Giorgio Gaber mai  pubblicato e riscoperto  recentemente da Ivano  Fossati.

Per il momento il brano non è ancora disponibile, o per lo meno non sono riuscita a trovarlo allora, dal  vasto  repertorio  di  Giorgio Gaber, ho  scelto  questa Secondo  me una donna: non è una vera e propria canzone ma un monologo ironico  ed intelligente come solo lui  sapeva fare.

 

Questo è un post del cavolo

Brassica oleracea
Caterina Andemme ©

Ormai  è risaputo che i  bambini  non nascono  sotto  i  cavoli e che le cicogne si  rifiutano di  fare da corrieri per consegnare i bebè alle mamme (e i papà).

Come del  resto, avanzando il turpiloquio  nella parlata comune , la parola cavolo  ( nella frase ma che cavolo) è diventata desueta sostituita da quella che nella lingua italiana di  registro  colloquiale basso  indica, in senso  proprio, il pene. 

Ritengo, comunque, che quella parola di  registro  colloquiale basso  abbia una sua giustificazione come temporaneo  sfogo per eventi  accidentali non sempre dipendenti  dalla nostra volontà o  quasi.

Ad esempio:

Sto  attraversando  sulle strisce pedonali, quando il tizio alla guida della sua auto non solo non rispetta il mio  diritto a passare indenne dall’altra parte della strada, ma centra quella pozzanghera che mi inzaccherà  tutta quanta.

Appunto: ma che ******!

Allora considerando il titolo del post, cioè è un post del  cavolo, vi parlerò della:

Brassica oleracea (cioè il cavolo  in tutte le sue varianti)

 

Tabella dei valori nutrizionali del cavolo

L’origine del cavolfiore è incerta: taluni pensano che sia originario del Medio Oriente, anche perché il primo a parlarne fu l’agronomo Ibn-al-Awan, vissuto in Spagna nel XII secolo e autore di una monumentale opera composta da 31 volumi  sull’agronomia, il quale dava per certa l’origine in quei luoghi dell’ortaggio.

In seguito, con lo  sviluppo della navigazione, il problema dello  scorbuto   dovuto  alla carenza di  vitamina c venne risolto, oltre che all’utilizzo  degli  agrumi, anche con quello  del cavolfiore ricco  di  vitamina c  mangiato  crudo perché cuocendo  la vitamina si  degrada.

La cottura del  cavolfiore è una nota dolente per via dell’odore che si  sprigiona, dovuto  alle componenti  solforate del  vegetale.

 

 

 

La conclusione di  quest’articolo non può che essere altrimenti una ricetta del  cavolo:

 

Foglie di cavolo ripiene

Ingredienti per 6 persone 

  • 6 larghe foglie di cavolo  cappuccio
  • Olio extravergine q.b.

Per il ripieno

  • 2 cucchiaini di olio extravergine d’oliva
  • 4 cipollotti finemente tritati
  • 1 spicchio  d’aglio schiacciato
  • 2 cucchiai di concentrato  di pomodoro
  • 120 g di uva di  Corinto
  • 2 cucchiai di mandorle a scaglie
  • 1 cucchiaino di semi  di  cumino
  • ½ cucchiaino di cannella in polvere (facoltativo)
  • 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
  • 500 g di riso a grana lunga cotto in precedenza
  • 250 ml di  brodo  di pollo oppure vegetale

Salsa allo  yogurt

  • 500 g di yogurt bianco naturale
  • 1 cucchiaino di cumino in polvere
  • 1 cucchiaino di menta fresca tritata

Preparazione

Ungiamo con l’olio una pirofila dai bordi  alti.

Scottiamo in acqua bollente le foglie di cavolo per una decina di secondi affinché diventino  tenere.

Scoliamo ed eliminiamo la parte dura del gambo mettendolo  da parte.

Preriscaldiamo il forno a 190°

Per il ripieno riscaldiamo l’olio in una padella rosolandovi i cipollotti e l’aglio per una trentina di  secondi a fuoco  medio. Aggiungiamo il concentrato  di pomodoro, l’uva di  Corinto, le mandorle, i semi  di  cumino, la cannella (facoltativa), il prezzemolo  ed il riso.

Mescoliamo bene il tutto.

Leviamo dal fuoco e lasciamo intiepidire. Quindi mettiamo tre cucchiai di ripieno al centro di ogni foglia di cavolo ed arrotoliamola ripiegando i bordi  verso l’interno.

La salsina allo  yogurt va preparata solo  al momento  di  essere servita con gli involtini.

La preparazione è molto semplice: in una ciotola uniamo lo  yogurt con il cumino  e la menta e mescoliamo.

Serviamo gli involtini freddi oppure caldi accompagnandoli con la salsina guarnita con ciuffi di menta e coriandolo.

Bon appétit

 

Alla prossima! Ciao, ciao………………

 


In the corner

Di mestieri ce ne sono tanti, anche fare la pornostar può essere considerato al limite un mestiere.

Ma fare la vittima non è un mestiere, è subire una violenza e basta.

Questo  anche una persona come la Balzerani, che ha scelto il terrorismo  come mestiere, dovrebbe capirlo.

Forse è chiedere troppo.

Out of the corner

In Valle Maira: natura, storia, acciughe e melanzane

Caterina Andemme ©

Glamping 

Neologismo  composto  da due termini  quali  glamour e camping. Con esso  si indica un modo  di  vivere l’outdoor senza rinunciare alle comodità offerta da una struttura ricettiva d’eccellenza.

A dir la verità fino  a ieri  non sapevo  nulla riguardo  all’esistenza di  questo neologismo, ma è stato  grazie a Rita che ho potuto  colmare questa lacuna linguistica.

Lei, riferendosi alla nostra passione per la vita in tenda (naturalmente solo per quanto  riguarda i  soggiorni estivi in montagna), ci  ha iscritti di  diritto ai  fautori  del  glamping.

Oggi posso  dire che, avendo a disposizione una mega tenda da cinque posti  abbondanti, con possibilità di rimanere in stazione eretta nel punto  più alto e suppellettili  vari  che rendono il campeggio piacevolmente piacevole ( la Jacuzzi ancora non l’abbiamo ma ci  stiamo lavorando), ci  avviciniamo alla nostra personale idea di  glamping che, comunque, vuole essere molto diversa da quella proposta nel neologismo: in pratica avere sempre  il piacere di camminare a piedi  nudi  nell’erba e dormire in un sacco  a pelo.

La mia prima esperienza outdoor in tutti  i sensi è stata percorrendo  alcune tappe del Tour du Mont – Blanc, con una pesantissima tenda canadese da mare (trasportata ovviamente da lui) è relativo nubifragio a Chamonix  che ci  aveva lasciato  con i  soli  abiti  che indossavamo  asciutti: mi sono  divertita un mondo.

Da allora la tenda canadese (che in effetti  ci  era stata prestata) è cresciuta fino  a diventare quella che abbiamo  oggi (anche se qualcuno   la vorrebbe trasformare in un piccolo  camper…..vedremo più in là, ….molto più in là).

Panorama della Valle Maira
Credit: Archivio 24Cinque P&B

A proposito  di  glamping (o per meglio dire il suo  contrario) uno dei  soggiorni  più belli è stato quello in Valle Maira, precisamente al  Campo  Base di  Chiappera a 1650 metri  di  altitudine: la Valle Maira (CN) viene considerata da molti  come il piccolo  Nepal per l’ambiente e per una fitta rete sentieristica che soddisfa ogni preferenza per l’escursionismo e gli  sport montani  e invernali in generale.

Ma se l’idea di  una sgambata in montagna vi  attira quanto  attraversare il Sahara in scafandro, la Valle Maira offre notevoli  spunti  culturali riferiti soprattutto  alla cultura occitana 

Se la cultura occitana è talmente vasta da avere radici  storiche in tre nazioni  (Spagna, Francia ed Italia), io mi limito, al  contrario, nel parlarvi di un singolo  aspetto  che riguarda il cibo e la Valle Maira, tanto  sottile quanto un’acciuga.

Tra l’Ottocento  ed il Novecento il consumo delle acciughe presso  le famiglie della Valle andò aumentando  fino  a diventare una voce consistente dell’economia locale.

Per cui  molti  valmairesi (non so  se il termine sia quello  giusto) diventarono anchoier : acciugai in lingua occitana.

Ancora prima di  quel  periodo  il commercio  delle acciughe si legò al contrabbando  del  sale: infatti. siccome sul sale, elemento indispensabile per la conservazione del cibo, si  pagavano  tributi molto pesanti, qualcuno  pensò di beffare i  gabellieri riempendo i  barili  con le acciughe solo  a metà , mentre tutto il resto  era sale da contrabbandare.

Non so quanto  sia vera questa storia, di  vero c’è il fatto  che l’acciuga è un piatto di montagna.

Di  seguito una ricetta doc della Valle Maira:

Melanzane saltate all’acciuga 

Ingredienti 

  • Due grosse melanzane
  • 4 acciughe salate
  • 1 pomodoro
  • Basilico, aglio e un rametto  di  rosmarino
  • Sale e pepe

Preparazione 

Tagliamo  le melanzane a cubetti piuttosto  grossi e le facciamo  rosolare in padella con olio  extravergine e l’aglio privato  del  germoglio interno.

Aggiungiamo  le acciughe ed il pomodoro  tagliato a dadini, il rosmarino ed il basilico.

Saliamo  e pepiamo mettendo  a cuocere a fuoco  basso  e coprendo la padella con un coperchio (aggiungiamo  dell’acqua se è necessario).

Può anche essere servito come antipasto.

Bon appétit.
Alla prossima! Ciao, ciao……………..

Pomme d’amour

 

Un giorno  eravamo  a Napoli  ospiti  a pranzo  da amici.

Quello che ricordo  di  quella giornata, oltre alla ovvia simpatia dei padroni  di  casa e degli altri  ospiti, fu il profumo del  ragù che avrebbe accompagnato l’immancabile piatto di pasta.

Mi  fu  detto  che il segreto per avere un ragù degno  di  questo  nome era il segreto  di  Pulcinella,  in quanto l’elemento principe non era altro  che il tempo (oltre che alla scelta della carne).

Da quell’episodio imparai un termine tutto partenopeo per indicare la procedura finale alla cottura del   ragù: peppiare.

Con questa parola quasi  onomatopeica viene indicata quel momento in cui, dal  fondo della pentola risalgono  delle piccole bolle d’aria che, rompendosi, fanno pop, pop,pop

Lo  so  che per alcuni  (magari molti) parlare di  carne, anche sotto  forma di  ragù, è da considerare out: noi stessi ne consumiamo  si  e no una volta alla settimana e con delle limitazioni nei  riguardi  del  vitello, agnello e nemmeno la cane di  asino  e cavallo per simpatia verso  questi  animali.

Allora, parlare di ragù, inevitabilmente mi porta al pomodoro.

Quello  che invece non sapevo (forse voi  si) è che il primo piatto di pasta  non in bianco non poteva che essere servito a Napoli nel 1839, quando Ippolito  Cavalcanti, duca di Buonvicino, ideò il piatto di vermicelli co’ a pummarola’n coppa (spero  di non aver fatto  errori nel trascrivere la frase in napoletano).

Nella pagina indicata dal link troverete la ricetta originale dei  vermicelli co’ a pummarola’n coppa tratta dal libro Cucina teorica – pratica che il nostro  duca scrisse nel 1847 (su  Amazon o  Google Libri  si può acquistarne una copia).

Ritornando indietro a quando  il pomodoro  veniva considerato velenoso, i primi a fare da cavia nell’assaggio non furono i napoletani bensì gli irlandesi che, siamo appunto nel XVII secolo, ne attribuirono  anche proprietà afrodisiache e una volta arrivato il pomodoro  in Francia, qualcuno  cambiò il nome da quello azteco tomatl  ricordiamo  che arrivò in Europa tramite i  conquistadores spagnoli – nel più poetico pomme d’amour  (pomme d’or quello che generalmente venne attribuito alla pianta).

Sarà poi verrà questa storia del pomodoro  afrodisiaco? 

Alla prossima! Ciao, ciao…………………

 


 

Dolores Mary Eileen O’Riordan

(Limerick,  6 settembre 1971  – Londra 15 gennaio 2018)