Barbara Loden e Wanda: dalla realtà al cinema

Femminismo non è una parola oscena.

Penso  soltanto  che le donne appartengono alla popolazione umana con gli stessi  diritti di  chiunque altro.

Cyndi  Lauper

Partendo da Wanda

Wanda è un film drammatico indipendente  del 1970 ambientato in Pennsylvania.

Il soggetto  del  film si  basa su  di una storia di  cronaca vera  e cioè quello  di una donna che si  lascia coinvolgere in una rapina in banca , vede morire il suo  complice durante la rapina stessa  e, una volta catturata, viene processata e condannata a venti  anni  di carcere.

Questa storia di cronaca nera viene casualmente letta su  di un giornale locale da Barbara Loden la quale ne prende lo spunto per il soggetto del  film Wanda, di  cui  sarà sceneggiatrice, regista e interprete.

Il personaggio  di  Wanda è una donna apparentemente apatica, scialba, che non si prende cura di  se stessa fino all’annichilimento della propria vita.

Il film, ambientato tra la  Pennsylvania orientale e Connecticut , ottenne un finanziamento  dal produttore di  Los Angeles Harry Shuster con un cast molto  ristretto  di  attori e con una buona dose di improvvisazione durante le riprese, tipico di un certo  genere della cinematografia sperimentale.

Wanda venne presentato nel 1970 alla 31°  Festival Internazionale  del Cinema di  Venezia dove vinse il premio  Pasinetti  come miglior film straniero.

Francesco Pasinetti
Francesco Pasinetti (Venezia, 1º giugno 1911 – Roma, 2 aprile 1949) è stato un critico cinematografico, sceneggiatore e regista italiano. È riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della cinematografia italiana degli anni trenta e quaranta e come storico del cinema internazionale. Ha condotto una vasta attività di divulgazione sulla tematica dello spettacolo cinematografico in quanto autore di alcune importanti opere, promotore di mostre e convegni, collaboratore di numerose testate ed insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia, di cui fu anche Direttore. Ha realizzato numerosi documentari, dedicati soprattutto alla sua città natale. Si è occupato inoltre di attività teatrale, scrivendo o dirigendo opere in prosa e musicali, nonché di fotografia e pittura. Tuttavia, nonostante l’intensità del suo impegno nel campo del cinema, non è mai riuscito, a parte una sola pellicola giovanile, a coronare i suoi progetti di diventare anche regista di film a soggetto. Tratto da Wikipedia

Nel 2010 la pellicola restaurata venne proiettata fuori  concorso al 67° Festival Internazionale del  Cinema di Venezia, mentre nel 2017 è stata selezionata per la conservazione nel National Film Preservation Board  dalla Library  of Congress degli  Stati Uniti.

Quando il film fu proiettato  per la  prima volta nelle sale statunitensi l’accoglienza da parte delle femministe fu  di  pura critica, in quanto  Wanda per loro rappresentava una donna passiva e sottomessa lontana dalla lotta di  rivendicazione del  femminismo.

Con gli  anni il giudizio diventa diametralmente opposto  vedendo in Wanda l’archetipo  di una donna che, a modo suo, si  ribella alla morale di una società bigotta.

Arrivando  a Barbara Loden (una breve biografia)

Barbara Loden

Questa è  Barbara Loden quando  posava nelle vesti  di pin -up per le copertine di  alcune riviste  facendosi  chiamare Candy  Loden.

Barbara Loden  nasce l’8 luglio 1932 a Asheville in North Carolina dove, dopo la separazione dei  suoi  genitori,  trascorrerà la sua infanzia allevata dai  nonni  materni in un ambiente rurale e molto  conservatore.

All’età di sedici anni  si trasferisce a New York dove inizia la sua carriera di modella e ballerina presso il night club Copacabana.

La svolta della sua vita avviene quando spinta dal desiderio  di  diventare attrice si iscrive ai  corsi  dell’Actors Studio: nel 1957 debuttò in teatro  in Compultion,  in seguito  in The Higest  Tree  con Robert Redford e Night Circus con Ben Gazzara.

Barbara Loden
Barbara Loden nel 1958 nel dramma Today is Ours

Nel 1960 recita affianco a Montgomery Clift nel  film di  Elia Kazan Wild River : nel 1966 sposerà proprio  Elia Kazan  di  23 anni  più anziano da cui  avrà un figlio che si  chiamerà Leo (un altro  figlio, Marco, lo  aveva avuto precedentemente dal  matrimonio  con il produttore cinematografico Larry Joachim).

 Anche il matrimonio  con il famoso regista stava per sfociare in un divorzio quando, sfortunatamente per lei,  nel 1978 le venne diagnosticato un  tumore al  seno che la uccise il 5 settembre 1980.

Nonostante una vita e una carriera densa di traguardi, Barbara Loden ebbe a dire di  se in un’intervista:

Non ero  niente. Non avevo  amici e nessun talento.. Ero un’ombra. A scuola non avevo imparato  nulla e non amavo il cinema, mi faceva paura la gente così perfetta, mi faceva sentire ancora più inadeguata….

Il libro 

Barbara Loden

La scrittrice francese Nathalie Lèger dedica a Barbara Loden il libro  Suite per Barbara Loden dove la narrazione della vita della scrittrice stessa si incrocia con il racconto della storia di una donna (Alma Malone) che ispirò il film Wanda e, quindi, la storia della sua regista.

Di Barbara Loden sappiamo poco: nata sei anni dopo Marylin Monroe nella provincia americana, si trasferisce giovanissima a New York dove lavora come modella, pin-up, ballerina, per poi recitare in due film di Elia Kazan, che sposerà nel 1969.

Nel 1970 scrive, dirige e interpreta Wanda, film che l’anno stesso vince il premio Pasinetti al Festival di Venezia ed è considerato oggi una pellicola di culto.

Come ha evidenziato Marguerite Duras, dietro alla figura della Wanda di celluloide si staglia nettamente quella della stessa Loden: “In Wanda accade un miracolo. Normalmente, c’è una distanza tra rappresentazione e testo, soggetto e azione. Qui quella distanza è completamente annullata.”

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Quibi, ovvero film di qualità sullo smartphone

Quibi

Il cinema non morirà mai, ormai  è nato  e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di  questo non mi frega niente.

Mario Monicelli

Prima parliamo di cinema

Tutto  sommato  amavo  andare al  cinema, poi, complice del  fatto che mi ritrovavo  a condividere la visione di un film con persone che scambiavano  la sala cinematografica per il loro salotto  di  casa (della serie faccio  quello  che mi pare anche parlare a voce alta o  rispondere al  telefono) questa mia passione si  è affievolita con il tempo.

Complice  l’arrivo  prima di  Sky, poi  dei  servizi di  streaming quali Netflix ieri  e Disney+ domani (senza considerare le piattaforme che offrono le prime visioni poco  dopo  la loro uscita nelle sale), non sono più andata al cinema (ormai  sono più di  sei anni) mi sono arresa alla comodità di  vedermi un film sul divano  di  casa coprendomi, quando  fa freddo s’intende, con la copertina di  Linus d’ordinanza.

In pratica, nel mio  piccolo  ho  contribuito alla crisi  delle sale cinematografiche, però, a differenza di  Mario  Monicelli (se è vera quella sua dichiarazione che ho  riportato all’inizio) non posso dire che la cosa non mi interessi: sale chiuse significa meno  persone che lavorano.

A dire il vero nell’anno appena passato il trend, sia quello riguardo l’aumento  delle presenze e relativamente  delle entrate era di segno positivo, poi il coronavirus ha rimescolato  le carte.

In controtendenza, ma questo è un dato limitato  agli  Stati Uniti e Corea del  Sud, si è avuto un incremento delle persone che si sono recate ai  drive – in per vedere un film.

Quibi si, ma solo  per smartphone

A detta dei  fondatori  della società Meg Whitman e Jeffrey Katzenberg (entrambi  ex dirigenti  della Disney e poi della DreamWorks) Quibi  (Quick bites) non vuole assolutamente entrare in competizione  con le major dei  servizi VOD (video on demand), ma nasce espressamente per visualizzare i  contenuti  su di uno  schermo  di uno  smartphone.

L’idea alla base di  Quibi  non è innovativa, nel  senso  che i contenuti, cioè le storie brevi  (in questo  caso si  parla di  video), sono già state sperimentate con buon successo nelle produzioni  seriali dei  canali principali  di  streaming: la novità è nella sfida creativa di  realizzare un film breve (condensato  in una decina di  minuti) di  alta qualità, sia dal punto  di  vista tecnologico che narrativo.

Il progetto è stato  accolto con notevole impiego  di  capitali da parte della Disney, della Sony Pictures, Viacom e altri  fino a raccogliere quasi  due miliardi  di  dollari( più o  meno)  mentre, per quanto  riguarda i registi  che hanno  già prodotto  delle serie per Quibi  i nomi  vanno  da Steven Spielberg, Sem Raimi, Guillermo  del  Toro che hanno  diretto  attori  del  calibro  di Christopher Waltz, Idris Elba, Bill Murray  e tanti  altri.

Il lancio  negli  Stati Uniti  di  Quibi è fissato per il prossimo  5 aprile, ma molto  probabilmente verrà rinviato a data da destinarsi  per la pandemia di  coronavirus.

Il costo  dell’abbonamento è di 4,99 dollari al mese con intermezzi  pubblicitaria oppure 7,99 senza pubblicità (perché non 5 o 8 dollari, tanto per semplificare la vita)

Per l‘Italia immagino  che si  dovrà aspettare ancora un po’.

Nel  frattempo, dal catalogo  di  Quibi,   che ha  già in attivo  una cinquantina di  titoli, il trailer di  Survive con Sophie Turner (Trono di Spade)

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Stuart Kaminsky: se lo leggi non lo lasci

Stuart Kaminsky

Alla TV un investigatore si  riconosce subito, non si  toglie mai  il cappello

Raymond Chandler ⌋ 

Stuart Kaminsky e i suoi fan

Ho scoperto di  avere avuto  due cose in comune con Gianni Mura: la prima è che sia lui  che io  alle automobili di nostra proprietà abbiamo  sempre dato il nome di  Carlotta.

La seconda è che al bravo  giornalista come alla un po’ meno  brava blogger (ma si  tratta solo  di  falsa modestia)  piacciono molto i  gialli  di  Stuart Kaminsky, soprattutto  quelli con protagonista lo  scalcinato  investigatore privato Toby Peters.

Immaginando  del perché ho voluto  dare il nome di Carlotta al mio  mezzo  di locomozione (euro 4 a benzina, Greta non ti arrabbiare) vi interessi  quanto il problema delle acciughe in Perù, continuerò parlandovi  del  giallista e sceneggiatore Stuart Kaminsky.

Ho poco  da scrivere e voi  poco  da leggere 

Stuart Kaminsky
Stuart Kaminsky

Una volta, c’erano  i  Gialli Mondadori: non che non vi  siano più, tutt’altro, ma appunto una volta  il nome Giallo  della collana  veniva immediatamente associato a un genere letterario  e cinematografico.

Poi  arrivarono i thriller, i legal – thriller, i medical thriller e (forse) gli  horror – thriller  a scolorire un po’ il Giallo.

Ad essere sincera per distrarmi (e appassionarmi) sono  portata più alla lettura di  romanzi  di  fantascienza o fantasy (Harry Porter rimane il mio mito) ma quel  giorno che, girovagando tra le bancarelle dei libri usati (in piazza Colombo, a Genova), per un chissà cosa decisi  di  acquistare il mio primo  Stuart Kaminsky con Toby Peters (si  trattava di Una pallottola per Errol Flynn, mentre alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima di Giocarsi  la pelle).

La particolarità di  questi  racconti  è quella di  essere ambientata nella Hollywood degli  Anni ’40 dove Toby Peters si  ritrova a risolvere casi  dove vengono coinvolti in prima persona celebrità quali Peter Lorre, i Fratelli Marx, Bela Lugosi, Errol Flynn, Mae West e tanti  altri.

Stuart Kaminsky (Chicago (?), 29 settembre 1934 – St.Louis 9 ottobre 2009) al  suo  attivo non aveva solo il personaggio dell’investigatore americano, ma anche quello  russo Porfirij Rostnikov, nonchè sceneggiatore di film quali Ispettore Callaghan: il caso  Scorpio è tuo di  Don Siegel , C’era una volta in America diretto  dal nostro  Sergio  Leone, oltre alcune puntate della serie televisiva C.S.I. New York.

Ritornando  ai  racconti  ambientati nella Hollywood Anni ’40, la bravura di  Stuart Kaminsky nello  scrivere con sottile humor e accurata ambientazione riferita all’epoca, gli  era derivata dal  fatto di  essersi  diplomato in cinematografia e, conseguentemente,  insegnare Storia del cinema presso l’Università dell’Illinois.

Per concludere, volendo dare un volto allo  squinternato Toby Peters, ho  sempre pensato a una interpretazione data dal’indimenticabile Peter Falk

Se poi avete voglia di  leggere di un tipo  particolare di investigatore vi  rimando  al mio  articolo Si chiamano Sam ed entrambi  sono investigatori

Non mi resta che lasciarvi  all’anteprima di Giocarsi  la pelle 

Giocarsi  la pelle (anteprima)

 

Un orecchio mozzato in una scatola è un messaggio chiaro.

Significa che il mittente fa sul serio. Il destinatario è il comico hollywoodiano Chico Marx, minacciato da un misterioso creditore che pretende la restituzione di un prestito di gioco. Se non paga, gli taglieranno le dita.

Per proteggere il suo artista la MGM ingaggia Toby Peters, detective privato con una predilezione per il mondo del cinema. La sua prima mossa? Tastare il terreno negli ambienti della criminalità organizzata, magari qualcuno è al corrente del fantomatico debito. Mossa intelligente ma rischiosa, perché quelli che potrebbero dargli qualche informazione vengono uccisi uno dopo l’altro.

E il prossimo a rimetterci un orecchio o anche tutta la testa potrebbe essere proprio lui.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

I fantasmi da intrattenimento (nei libri e al cinema)

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” I mostri  sono reali, e lo  sono  anche i  fantasmi.

Vivono  dentro  di noi, e alle volte hanno  la meglio”.

Stephen King

Fantasmi e incubi sono la stessa cosa (?)

Quando  è stata l’ultima volta che avete visto un fantasma?

E di  che tipo  era?

Per caso un  chiassoso poltergeist oppure un semplice ectoplasma?

C’è chi, inoltre, li classifica in medianici, fantasmi  domestici  (al pari di  averne uno  al posto  di un cane o un gatto?),  o elementali cioè quelli  che popolano le fonti, i  boschi o  altri luoghi dei  quali  la frequentazione se ne può fare a meno  se si è sensibili  alle dicerie.

Ne esistono tante altre forme di  cui evito  di  dilungarmi, se proprio  vi interessa Wikipedia ne fa un esauriente   excursus in questa pagina.

Per definire cosa sia un incubo basta fare una ricerca in rete: tralasciando la sua natura etimologica la definizione più elementare è la seguente:

Sogno angoscioso, spesso accompagnato da sensazioni di oppressione o soffocamento

Robert Smith (The Cure) ne da un esempio  nel  video tratto  da   Lullaby

Odo  rumore di  catene e gelidi  sospiri 

Dunque, se mi  chiedete se credo  nei  fantasmi la mia risposta è NO!

Se la stessa domanda mi viene posta durante una permanenza in una casa isolata ai margini di un bosco, con lupi che ululano  alla luna, il vento che soffia lugubre (non so  come il vento  debba soffiare lugubre….comunque), le persiane delle finestre che sbattono, le assi di  legno  del pavimento  che scricchiolano (si, il pavimento  è di legno), il rintocco  del pendolo a mezzanotte  e infine , tanto per rendere più chiara la situazione, in questa casa sono l’unica presenza umana, ebbene, pur non volendo  credere ai  fantasmi  per partito  preso, una qualche mia certezza ne risentirebbe.

Per mia fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di  vista) vivo in città e tutt’al più mi devo  solo preoccupare di  ladri, truffatori e pazzoidi di ogni genere, ma come diceva l’indimenticabile Giorgio Gaber:

Com’è bella la città
Com’è grande la città
Com’è viva la città
Com’è allegra la città
Vieni, vieni in città
Che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita
Devi venire in città

I fantasmi  di  Hill House 

 

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René Magritte – L’impero della luce (1953 – 1954)

Ho sempre trovato  affascinante e al tempo  stesso inquietante questo  dipinto  di René Magritte, sarà per il contrasto  tra il chiarore del cielo e l’oscurità della casa appena rischiarata dalla luce del lampione  e, soprattutto, mi sono sempre chiesta chi mai  abiterà dietro  quelle finestre illuminate, quale sarà la storia che nasconde questa casa? 

Senz’altro  mi è utile alla descrizione delle parole introduttive del  racconto  di Shirley Jakson L’incubo  di  Hill House 

Nessun organismo  vivente può mantenersi  a lungo  sano  di  mente in condizioni  di  assoluta realtà; persino  le allodole e le cavallette sognano, a detta di  alcuni.

Hill House che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno  al  buio; si  ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto  continuare per altri ottanta.

Shirley  Jakson scrisse L’incubo  di  Hill House nel 1959 (morì l’8 agosto 1965, all’età di  quarantotto  anni, per un arresto  cardiaco  durante il sonno) e, come quasi in tutte le sue opere, anche in questo romanzo si può intravedere il tema della ribellione verso una certa condizione femminile di  allora (e in certi  casi  non solo  di allora, purtroppo)  che voleva la donna relegata ai  ruoli  classici  di madre e casalinga e nient’altro, oltre a un suo personale disagio dovuto  al rapporto  pessimo  che ebbe con sua madre.

Infatti, nella trama di L’incubo  di  Hill House, si legge:

Eleanor Vance è una donna la cui  vita scorre monotona e senza stimoli, per questo sente in se il desiderio di  rompere quella tristezza che l’accompagna da tempo.

L’occasione le viene data dal professor John Montague, studioso  di  fenomeni paranormali, che l’invita, insieme ad un gruppo  di  altre persone con determinate abilità psichiche (ma non sono eroi  della Marvel) ad un progetto  che include la permanenza in una casa infestata da presenze ultraterrene: Hill House.

Eleanor, mano  a mano che si  addentra nei  misteri  di  Hill House, verrà psicologicamente tormentata dall’entità demoniaca lì presente, fino  all’inevitabile tragica conclusione e cioè la sua morte.

Nel 1963 il regista Robert Wise trasse dal libro l’idea per girare The Hauting (in italiano  Gli invasati) con interpreti  quali Julie Harry, Claire Bloom e Richard Johnson.

Nel 1999 il regista Jan de Bont diresse il remake omonimo con Liam Neeson, Catherine Zeta – Jones e Owen Wilson che, però, non ebbe un buon giudizio  di  critica cinematografica.

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La locandina di The Haunting of Hill House

Diverso è il discorso per The Hauting of Hill House, buon  prodotto  seriale televisivo, compreso in una trilogia tratta da libri  horror,  diretta da  Mike Flanagan (The Hauting of Hill House in Italia si può vedere in streaming su  Netflix): in questa versione la storia tratta dal libro di  Shirley  Jackson viene spostata nel  tempo iniziando  nell’estate del 1980, quando  la famiglia Crain, composta da genitori  entrambi  architetti  e cinque figli tra maschi  e femmine (praticamente una tribù) si  trasferisce a Hill House per una lavoro  di  ristrutturazione della casa che, inutile dire, rientra in quei  canoni standard dei  film horror che vuole la dimora antica, con innumerevoli  stanze, posta in un luogo solitario  dove anche i  custodi  si  rifiutano  di  dormirvi  di notte.

Una notte il padre prende con se i  figli  abbandonando  nella casa la moglie in preda a…(no spoiler, please)

Visto  che ho  parlato  tanto  de L’incubo  di  Hill House, eccovi  l’anteprima

I fantasmi  di  Lisa Morton

Lisa Morton non è una medium ma una scrittrice e sceneggiatrice horror  statunitense (è nata a Pasadena l’11 dicembre 1958), la sua ultima opera si intitola Fantasmi  ( in Italia viene pubblicata dalla casa editrice Il Saggiatore): non si tratta di una raccolta di  racconti  del soprannaturale, ma un ripercorrere la storia che lega il mondo dei  vivi  a quello  dei morti inserendovi una lunga antologia sui metodi  utilizzati  per evocare gli  spiriti  o  per scacciarli (anteprima )

 

fantasmi

L’atmosfera sinistra di una vecchia casa abbandonata o di un cimitero, una sensazione improvvisa di gelo, rumori inspiegabili, una figura evanescente percepita con la coda dell’occhio: l’apparizione di un fantasma è da sempre ben radicata nel nostro immaginario.

Se c’è un elemento comune a tutte le culture del pianeta è proprio la credenza in queste manifestazioni soprannaturali, presenze inquietanti che suscitano timore, protagoniste di leggende popolari, miti e tradizioni arcaiche.

Nella storia i fantasmi hanno assunto molteplici forme: gli spiriti dei defunti temuti e onorati nel mondo antico, dall’Egitto alla Grecia; le ombre degli avi evocate da Ovidio nei Fasti; gli spaventosi draugar del folclore norreno che infestano i tumuli; i bhuta del continente indiano, pericolose e sempre affamati; le apparizioni del Medioevo cristiano, talvolta miracolose e angeliche, talvolta inganni del demonio.

Nessuna epoca, racconta Lisa Morton, sfugge a questa fascinazione: in pieno, razionale XIX secolo esplode la mania dello spiritismo, in cui confluiscono tecniche scientifiche,trucchi teatrali, truffe plateali e il sincero desiderio di entrare in contatto con i propri cari estinti. E se in passato era soprattutto la letteratura a tramandare la figura del fantasma, oggi sulle case infestate abbondano soprattutto leggende urbane, film horror e programmi televisivi dedicati ai cacciatori di ectoplasmi e ai loro bizzarri strumenti.

Spaziando da Amleto a Il sesto senso, in Fantasmi Lisa Morton stila una vera e propria enciclopedia spettrale che raccoglie miti, racconti e testimonianze di eventi inspiegabili, narrando così la storia delle nostre paure più profonde – e più affascinanti.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Antartide tra scienza e (pseudo) misteri

Il fascino dell’ignoto  domina tutto

Omero

Antartide, Lovecraft  e valli secche 

“….l’ultima parte del viaggio fu un’esperienza intensa e stimolante per la fantasia. Grandi vette nude e misteriose si  susseguivano  senza posa a ponente mentre il basso  sole nordico di mezzogiorno o l’ancor più basso sole di  mezzanotte, radente l’orizzonte meridionale, rischiarava di luce rossastra le nevi  bianche, i ghiacci bluastri, i canali  che li separavano e, qua e là, nere chiazze scoperte di pendii granitici. Tra le cime desolate si incanalavano rabbiose ed intermittenti raffiche del  terribile vento  antartico, le cui modulazioni facevano  a volte vagamente pensare a   zampogne suonate selvaggiamente…..”

Non trovate che questa descrizione di H.P. Lovecraft tratta dal suo romanzo  Le montagne della follia sia già il presupposto per predisporre la mente alla fascinazione dell’ignoto?  

Di Lovecraft ho già scritto in precedenza a riguardo di un suo  presunto (altamente improbabile) passaggio in Italia e dei misteri del  delta del Po che lo avrebbero ispirato in parte per le sue storie ( articolo ), ma adesso, lasciando a dopo  l’argomento dell’ignoto, voglio  fare una piccola digressione su  quelle zone del’Antartide considerate tra i luoghi più aridi  della Terra  e che si  estendono   su  di una superficie di  5.000 chilometri  quadrati vicino  al Canale di  McMurdo: sono le Valli secche (McMurdo Dry Valleys

Antartide
Mcmurdo Sound

 

L’aridità è la conseguenza dovuta all’azione dei venti  catabatici (o  venti  di  caduta) che, spazzando  via l’aria umida oceanica, ne fa diminuire le precipitazioni  annuali.

 

Antartide

 

Un’altra caratteristica che contraddistingue questo sistema di  valli è quella della presenza di  acqua liquida durante la stagione estiva che, ovviamente, non sarà quella dei  tropici.

Cosa ancora più importante dal punto di  vista scientifico è la scoperta da parte degli  scienziati  della Nasa di  forme di  vita ancestrale: non si  tratta degli esseri primigeni  nati dalla fantasia di  Lovecraftma di  forme batteriche che riescono  a sopravvivere nella relativa umidità presente nelle rocce e di  altri batteri  anaerobici che basano  il loro  metabolismo su elementi  chimici  quali lo  zolfo  e gli ossidi  di  ferro

 Antartide e il mistero del  Lago  Vostok

La seconda parte di  questo articolo  è dedicato a ciò che la fantasia può produrre se la mente si  trova davanti  a un quesito apparentemente insolubile.

E’ ciò che il Lago  Vostok, il più grande dei  settanta laghi  subglaciali finora conosciuti, nasconde  al suo interno.

Si è scritto  di  tutto a riguardo: dai mostri  antidiluviani che vivono  in esso come se fossero in una specie di  habitat simile a quello  inventato  da Julius Verne in Viaggio  al  centro  della Terra, fino ad arrivare alla presenza di un’astronave aliena precipitata in Antartide e che ricorda molto la situazione già vista in La cosa da un altro mondo

Ho  trovato che il film diretto  nel 1951 da Christian NyBy  sia molto più godibile del  suo  remake  La cosa  girato nel 1982  da John Carpenter per la sua deriva all’horror di  tipo  splatter.

Dopo questa divagazione cinematografica ritorniamo  al Lago  Vostok

Antartide
Radarsat: immagine dallo spazio del Lago Vostok

Tra gli  anni 1959 e 1964  durante una serie di  spedizioni  scientifiche russe in Antartide il geografo  russo Andrej Petrovič  Kapica, utilizzando tecnologie di  allora che prevedevano l’analisi  di onde sismiche, scoprì l’esistenza del  Lago  Vostok, cosa confermata nel  corso  degli  anni  con analisi  più approfondite grazie all’apporto  di nuovi  strumenti  di  ricerca.

Tratto da Wikipedia

La  grandezza del lago  fu  determinata solo  nel 1966 grazie alla collaborazione tra scienziati  russi  e inglesi.

Quasi  quattro chilometri  di ghiaccio separano  le acque del  lago  dalla superficie e, grazie a questa specie di incubatrice e al fatto che si  tratta di un lago  di  acqua dolce, si è arrivati  alla conclusione che possa esistere in esso un microambiente vecchio di milioni  di  anni.

Il 7 marzo 2013 i  ricercatori rilevarono la presenza di batteri di origine sconosciuta all’interno del Lago  Vostok: questo  tipo  di  batteri presenta un’alta resistenza alla concentrazione di ossigeno presente nel lago (nessun lago  terrestre ha una simile percentuale di ossigeno) e ciò parrebbe del  tutto  simile all’ipotesi di  forme di  vita che si potrebbero  trovare sotto  i ghiacci di  Europa, uno dei satelliti  di  Giove.

Ma se la presenza di  queste forme batteriche  potrebbe essere l’innesco per la paura di  possibili  contaminazioni di origine sconosciuta (purtroppo la situazione che si  sta creando per il coronavirus cinese è una realtà), è un altro motivo per cui si  accreditano  tesi al limite della fantascienza, infatti le ricerche riscontrarono la presenza di un misterioso oggetto metallico insieme a una notevole variazione del  campo magnetico  naturale.

E’ inutile aggiungere che tutte la zona, nonchè le ricerche in essa,  sono  secretate, si  sa solo che la Nasa attualmente studia il perché dell’anomalia magnetica.

Se avete qualche notizia più recente a riguardo  siete invitati  nel farmelo  sapere

Il libro

Non poteva concludere senza rendere omaggio  a H.P. Lovecraft con l’anteprima del suo  racconto  Le montagne della follia 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Eiger, l’orco delle Alpi (al cinema e nei libri)

Eiger

Il fascino delle montagne è dato  dal  fatto  che sono belle, grandi  e pericolose

Reinold Messner

Eiger: l’orco  delle Alpi  

Eiger
Eiger (3.967 metri)

Che le montagne siano  belle perché grandi sono d’accordo  con Reinold Messner, che il loro fascino  sia anche nell’essere pericolose è un concetto  che lascio a chi  ama la montagna in senso verticale da chi, come me, ne apprezza la sua  bellezza  assaporandone i  dislivelli in un lento  camminare lungo i sentieri.

E’ solo  questione di un diverso punto di vista ma che, in fondo, accomuna nella contemplazione della natura  sia l’alpinista che il trekker.

Fatto  questo piccolo  preambolo,  adesso  dovrei  parlare dell’Orco e cioè di quella montagna posta nelle Alpi  Bernesi che prende il nome di  Eiger nome che compare per la prima volta in un documento di  compravendita  del 1252  dove la derivazione del nome stesso ha diversi  significati, per qualcuno, (con molta fantasia direi) fa risalire  al termine germanico Oger  (in italiano orco) dove semplicemente sostituendo la vocale iniziale si  arriva, appunto, a Eiger.

Comunque sia, e non essendo io  una linguista, non mi dilungo più di  tanto  sulla questione come, per evitare un poco  professionale taglia e incolla (non degno  di una blogger)  per tutta la storia delle scalate dell’Eiger , in special modo  della tremenda Parete nord, e di  quante vite siano costate (più di  sessanta), vi  rimando  al box sottostante tratto dall’onnipresente Wikipedia   

Eiger

Clint Eastwood sale sull’Eiger 

 

Eiger
Locandina del film Assassinio sull’Eiger

Assassinio  sull’Eiger è il film diretto e interpretato  da Clint Eastwood nel 1975 e tratto  dal libro omonimo  di Rodney William Whitaker (più conosciuto con lo pseudonimo di Trevanian).

La trama del romanzo, quindi anche del film  ispirato  a essa, è piuttosto  esile, tanto  che i giudizi  della critica non furono  per nulla lusinghieri: non basta essere Clint Eastwood per fare di un libro  mediocre un buon film.

Jonathan Hemlock vive in una chiesa gotica sconsacrata a Long Island, insegna Storia dell’arte, è un alpinista esperto e un mercenario che uccide persone a pagamento per arricchire la sua collezione di opere provenienti dal mercato nero. Proprio per alimentare la sua passione, Hemlock accetta un ingaggio molto rischioso da un’agenzia dei servizi segreti: dovrà unirsi a una squadra di alpinisti che deve scalare l’Eiger, una delle vette più insidiose delle Alpi; uno di loro (ma non si sa chi) è un sicario, che ha ucciso un agente segreto americano; Hemlock deve eliminarlo. 

Una parte delle scene furono girate sul Totem Pole nella Monument Valley (Clint Eastwood per l’occasione non volle nessuna controfigura): fu la prima volta (e anche l’ultima) che venne dato il permesso  di  scalare il Totem Pole a patto che, una volta terminate le riprese, venissero  rimossi  tutti i  chiodi  di  arrampicata.

Sfortunatamente,  durante la riprese questa volta sull’Eiger, David Knowles, alpinista  e guida, mentre si  trovava in parete venne colpito da una pietra che lo  uccise.

Contemporaneamente alla lavorazione del  film, nella Parete nord dell’Eiger, Reinhold Messner e l’austriaco  Peter Habeler  compivano  la loro  scalata che, dopo dieci ore di arrampicata, li  avrebbe portati in cima.

Nel  libro di Peter Habeler Vittoria solitaria si  fa cenno  alla coincidenza per mezzo  di una foto  che ritrae i  due  alpinisti  con la troupe del  regista Clint Eastwood.

Il record di  salita di Reinold Messner e Peter Habeler del 1974 venne, per così dire, frantumato nel  corso  degli  anni da tempi  di salita che hanno dell’incredibile (almeno per chi  come la sottoscritta non è un’alpinista):  Uili Steck, alpinista svizzero  deceduto  il 29 aprile 2017 durante l’ascesa della parete ovest del Nuptse in Nepal, salì in cima all’Eiger, sempre lungo  la parete nord, in due ore e ventidue minuti.

Nordwand una storia vera

Eiger
Locandina del film Nordwand Una storia vera

Lasciando  da parte gli improbabili  personaggi  di un certo  cinema d’avventura,  Nordwand Una storia vera (nelle sale in Italia diventa North Face Una storia vera) la trama del film, del  regista Philipp Stölzl che lo ha diretto  nel 2008, racconta, per l’appunto, una storia vera  e cioè quella ambientata nel luglio  del 1936 quando  due militari  tedeschi (della Baviera per la precisione), Toni Kurz e Andi Hinterstoisser   decidono  di  affrontare la parete nord dell’Eiger suscitando l’attenzione del  regime nazista che vuole trasformare l’impresa come propaganda della   supremazia della razza ariana, nonostante il fatto  che i  due militari non siano iscritti  al partito nazista.

Il film è molto  spettacolare ma, soprattutto, mette in risalto  il rapporto umano che si instaura tra gli  scalatori, se pur appartenenti  a diverse nazionalità e il dramma di  chi  vive l’ascesa in maniera drammatica essendo legata sentimentalmente a uno  dei  due alpinisti.

Inoltre, quasi  a sottolineare le maggiori  difficoltà per un alpinista di  quei tempi, si è fatto un ottimo  studio  sulle attrezzature che poteva avere a disposizione.

Nordwand Una storia vera è disponibile su  Youtube in due parti .

 La scalata senza fine 

I coniugi  inglesi Peter e Leni  Gillman, lui giornalista e lei  insegnate e scrittrice, hanno  scritto  e pubblicato  nel 2017 il libro La scalata senza fine avvincente cronaca storica dei tentativi  e riuscite alla conquista dell’Eiger, dal 1936 con le prime vittime, passando per il 1938 anno  della prima conquista della vetta attraverso la Parete nord, arrivando fino ai  giorni nostri.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Alfred Hitchcock: da Psycho a Genova in mostra

Hitchcock

Anche se girassi un film su  Cenerentola, il pubblico  cercherebbe qualche cadavere nella carrozza.

Alfred Hitchcock

Alfred Hitchcock e Psycho 

Prima del 1960 la doccia era vista come un momento  di piacevole relax (individuale o  a coppie, dipende) poi, con l’uscita nelle sale cinematografiche di  Psycho, le cose cambiano: la lunga sequenza della doccia, dove la protagonista Marion Crane (l’attrice Janet Leigh) dopo quarantacinque minuti  dall’inizio  del film, viene accoltellata dallo  squilibrato Norman Bates (Anthony Perkins).

E’ l’inizio di una lunghissima sequela di  scene sotto doccia che riguardano film, thriller, horror, anche comici e, naturalmente, erotici.

Forse fra tutti i registi  che si sono cimentati a seguire le orme di  Alfred Hitchcock il migliore è stato Brian de Palma (guardate questa sequenza tratta da Carrie lo sguardo di  Satana).

A questo punto godiamoci  (si  fa per dire) la famosa scena della doccia in Psycho 

Si  dice che Alfred Hitchcock pagò Robert Bloch, autore di  Psycho una miseria confessando a Françoise Truffaut che di  tutto il libro  gli interessava solo  la parte riguardante la scena della doccia.

Guido Vitiello, professore di  Teoria del  cinema  presso il Dipartimento di  Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma, ha recentemente scritto il saggio Una visita al Bates Motel facendone una rilettura con riferimenti all’erotismo  misterico sottinteso  nella pellicola.

Hitchcock

Questa indagine nasce da una serie di indizi curiosi: un refuso rivelatore – Psyche invece di Psycho – nel primo trafiletto che annunciava il nuovo progetto di Hitchcock. Una statuetta di Amore e Psiche di Canova che s’intravede in una scena del film. Una sibillina dichiarazione del regista, che presentò Psycho alla stampa come un’« escursione nel sesso metafisico ». Continua con un’ispezione dei luoghi del delitto ormai disabitati: il Bates Motel e la casa arcigna in cima alla collina, che Hitchcock volle allestire come gallerie d’arte o Wunderkammern. E diventa una visita guidata che si svolge, con i brividi di prammatica, fra il bric-à-brac degli arredi cupi, e sotto l’occhio impassibile di uccelli impagliati. Una stanza dopo l’altra, il detective Vitiello – e dietro di lui, lo spirito di un Hitchcock mistagogo e sornione – ci aiutano a vedere la spettrale dimora vittoriana di Psycho come un musée imaginaire dell’erotica misterica, per le cui stanze si inseguono tre cicli mitologici infernali: Amore e Psiche, Orfeo ed Euridice, Demetra e Persefone. E una scoperta sorprendente e a suo modo sinistra, alla quale tutto sommato vorremmo sottrarci. Ma forse è troppo tardi: come avremmo dovuto sapere prima ancora di aprire il libro, infatti, dal regno infero di Norman Bates non si esce con la stessa facilità con cui si entra.

( nota  tratta dal  sito di Amazon)

Hitchcock e le donne 

Storie presunte a parte, ad Alfred Hitchcock non si può negare la genialità e puntigliosità ma, a tutto  questo  si  aggiunge un lato  oscuro che riguarda il suo  rapporto  con le donne attrici protagoniste dei  suoi  film.

A tale proposito dal profilo tratto  dalla biografia che   Peter Ackroyd ha scritto  sulla vita del  regista (anteprima in lingua inglese)   esce fuori la figura di un uomo sessualmente represso che odiava il proprio  corpo e nel  contempo  voleva l’assoluto controllo sulle attrici  sia nel  set che nella vita privata.

Continuando nella descrizione che  Peter Ackroyd fa di  Alfred Hitchcock, non certo lusinghiera, racconta come lui amasse sussurrare alle orecchie delle attrici barzellette e storie volgari e come riversasse nei  suoi  film il bisogno di  concepire (idealmente) lo  stupro  e assassinio  di donne.

Se il libro è basato su  aneddoti, di  cui non sempre le fonti sono veritiere, altra cosa è quando la testimonianza rimane quella diretta  di un’attrice che ha dovuto  subire vessazioni  e approcci sessuali identificabili  con le stesse vicende avute nel  caso di Harvey Weinstein e alla conseguente nascita del movimento Me Too.

Tippi Hedren fu  protagonista nel 1962 del film di  Hitchcock Gli uccelli: lei  che aveva alle spalle solo piccole apparizioni  legate a corti pubblicitari, dovette sottoporsi a un durissimo  apprendistato tanto da arrivare ad essere ricoverata in ospedale per un forte esaurimento  nervoso.

Nonostante il fatto  che la lavorazione del film, oltre a una condizione nervosa negativa, le causò anche ferite al volto  perché Hitchcock volle in alcune scene Hitchcock volle utilizzare volatili  veri  e non meccanici, Tippi Hedren  ebbe un buon successo  tanto  da essere candidata al  Golden Globe come migliore attrice esordiente (e che vinse condividendo il premio  con Elke Sommer e Ursula Andress)

L’anno  successivo toccò sempre a lei  interpretare il ruolo  principale femminile nel nuovo film  di  Hitchcock Marnie con affianco il neo James Bond Sean  Connery 

La vita sul set per la Hedren  fu  ancora più difficile rispetto  a quella che aveva affrontato  con Gli  uccelli: Hitchcock in un certo  senso  la vedeva come un surrogato  di  Grace Kelly (la quale aveva rifiutato il ruolo in Marnie) fino a sviluppare nei  suoi  confronti una vera e propria ossessione che la giovane attrice sopportò in vista della possibilità di una brillante carriera.

La carriera di  Tippi Hedren  non decollò come lei  avrebbe voluto  e in seguito  ricoprì solo  ruoli minori in altri  film con altri  registi.

Nel 2012 la BBC basandosi  sulle interviste rilasciate a vari  media da Tippi Hedren  sul suo  tormentato  rapporto  con il regista, mise in onda il film The Girl – la diva di  Hitchcock con Sienna Miller e Toby Jones nei ruoli  principali  rispettivamente quelli  di  Tippi Hedren e Alfred Hitchcock.

La mostra 

Hitchcock

Alfred Hitchcock aveva una passione per Genova: proprio  in questa città girò  nel 1925 alcune scene del  film  Il labirinto  delle passioni suo  esordio  come regista a soli  ventisette anni.

Genova, quasi come un ringraziamento postumo per la scelta, dedica al  regista  la mostra Alfred Hitchcock nei  film della Universal  Picture  aperta fino all’8 marzo  prossimo (coincidente  con la Festa della Donna: da ricordare!)

Nel  box seguente tutte le informazioni  relative all’evento.

cs_Hitchcock_Genova

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Audrey Hepburn, buona alla prima

Audrey Hepburn

 

Se gli uomini fossero  belli  e intelligenti,  si  chiamerebbero  donne

Audrey Hepburn 

Audrey, buona alla prima 

 

Audrey Hepburn nel 1956
Audrey Hepburn nel 1956

Giocando con voi  a chi  vorrei essere, escludendo  quindi personaggi  fumettistici al pari  di  Wonder Woman, potrei dire che un modello  di  riferimento potrebbe essere lei: Audrey Hepburn.

Intelligente, bella, elegante con uno  sguardo  allo  stesso  modo  malinconico  e ammaliante: non ditemi  che la scelta sia sbagliata, fosse solo per indossare, alla sua maniera, quel  tubino  nero sfoggiato in Colazione da Tiffany

 Audrey  Hepburn: Locandina del film Colazione da Tiffany

Lei, che voleva diventare ballerina, studiò danza ma presto  dirottò le sue doti  artistiche verso altri palcoscenici teatrali  fino ai  set del  cinema.

Così, a soli 23 anni e al  suo primo  film, si  aggiudicò nel 1953 il premio  Oscar come migliore attrice protagonista   per Vacanze romane (rubando, si  fa per dire,  il ruolo nientemeno  che a Elizabeth Taylor).

Fu l’inizio  di una carriera strepitosa e colma di  riconoscimenti (dei  quali  l’elenco  sarebbe troppo  lungo da riportare in questo post, ma facilmente reperibili in rete).

Solo l’accenno  al  suo  secondo premio  Oscar, molto  speciale perché  si  trattava del premio umanitario  Jean Hersholt assegnato non periodicamente per contributi eccezionali  a cause umanitarie.

Il premio le fu  assegnato postumo nel 1993 condividendolo con Elizabeth Taylor .

Nel 1988 fu nominata ambasciatrice per conto  dell’UNICEF: quattro  anni  dopo, nel 1992, ritornando  da un viaggio in Somalia a scopo  benefico  e per conto  dell’Organizzazione umanitaria, accusò i  primi sintomi della malattia incurabile che da lì a poco  l’avrebbe portata alla morte.

Audrey Hepburn morì il 20 gennaio 1993  a Tolochenaz, in Svizzera, e qui sepolta: aveva sessantatré anni.

Quando  Audrey  si  fece chiamare Edda van Heemstra

Audrey era nata a Ixelles in Belgio il 4 maggio  1929: suo  padre era l’inglese Joseph Anthony Ruston (per questo il nome per intero  dell’attrice era Audrey Kathleen Ruston), sua madre l’aristocratica olandese Ella van Heemstra: il cognome Hepburn deriva da quello  della nonna materna aggiunto  in seguito  dal padre al  proprio cognome diventando, per l’appunto, Hepburn – Ruston

Joseph Ruston e Ella van Heemstra nel 1935 si  separarono: il padre, il quale non nascondeva le sue simpatie per il nazismo, rimase in Inghilterra abbandonando  di  fatto  la famiglia, mentre la madre, con Audrey  e gli  altri  due figli, avuti  da un precedente matrimonio  con Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford nobile olandese (nessun dubbio  che lo  fosse visto il chilometrico nome),  si  trasferì nel 1939 nella città olandese di Arnhem dove Audrey intraprese gli  studi  di  danza presso il Conservatorio.

Il 10 maggio  1940 i nazisti diedero  vita all’invasione dell’Olanda (operazione conclusa in soli  cinque giorni): fu  allora che il nome Audrey Hepburn, considerato pericolosamente troppo inglese, cambiò in Edda van Heemstra.

Nel 1944, dopo  lo  sbarco in Normandia, Audrey Hepburn patì, come il resto  della popolazione olandese ancora sotto il giogo  nazista, quella che venne chiamata in seguito Hongerwinter (la Carestia olandese del 1944): migliaia  di olandesi morirono allora   per fame o per il freddo molto intenso  di  quell’anno.

Fu in questo  tragico  periodo che la famiglia di  Audrey  Hepburn accolse e nascose in casa un soldato inglese, e lei  stessa si  diede il compito di  fare da staffetta tra le formazioni  partigiane olandesi  e l’esercito  alleato.

Il libro

Questa parte della vita dell’attrice è stata raccontata nel  libro  biografico  La guerra di  Audrey del  giornalista americano  Robert Matzen

Indimenticabile in Vacanze romane, icona di stile in Colazione da Tiffany Sabrina, Audrey Hepburn è una delle star del cinema più amate. Della sua vita, dei suoi film e del suo impegno come ambasciatrice dell’UNICEF, giornali e rotocalchi hanno raccontato molto, dando l’idea che, nonostante la sua estrema riservatezza, di lei non ci fosse più nulla da scoprire.

Ma così non è.

La giovane Audrey si trova in Olanda proprio negli anni dell’occupazione tedesca. Sarà l’uccisione da parte dei nazisti dell’amato zio Otto, unica figura maschile di riferimento dal momento che il padre viveva in Inghilterra dopo la separazione dalla moglie, ad avvicinare la ragazzina alla Resistenza.

Mettendo a rischio la propria vita, Audrey comincia a consegnare cibo ai soldati britannici, a fare da staffetta per le informazioni e i giornali clandestini, a danzare per raccogliere fondi per i gruppi di resistenti nelle Serate nere, così chiamate perché le finestre venivano oscurate.

Di questo impegno, Audrey parlò pochissimo e con vaghe allusioni. Né amava parlare della fame e degli stenti che aveva dovuto sopportare in quegli anni, la dieta di guerra la chiamava, e che ne avevano segnato la salute e il fisico.

La mostra Intimate Audrey

Audrey Hepburn: mostra Intimate Audrey

Dopo  Amsterdam  e Bruxelles arriva a La spezia la mostra Intimate Audrey presso la Fondazione Carispezia

La mostra è un omaggio  ai 90 anni dalla nascita dell’attrice e voluta fortemente dal  figlio Sean Hepburn Ferrer.

Tra foto, ricordi personali, scritti, disegni e oggetti, la mostra è divisa in diverse sezioni che ripercorrono alcuni dei momenti più importanti della vita dell’attrice: l’infanzia a Bruxelles con la famiglia d’origine, i successivi trasferimenti a Londra, negli Stati Uniti, in Italia, il matrimonio in Svizzera con Mel Ferrer e la nascita del figlio Sean, gli amici, fino agli anni in cui si è dedicata con un impegno smisurato alla filantropia, che le è valso l’Oscar umanitario.

La mostra comprende anche spezzoni dei suoi film più famosi e video-interviste dell’attrice.

L’ultimo  giorno  per accedere alla mostra è stato  fissato per il 1 marzo 2020 (info sul  sito  della Fondazione).

Per concludere: arrivederci  Audrey 

Poco  più  di novecento parole: sono queste che ho utilizzato per scrivere quest’articolo (o post se volete), non sono nulla per descrivere la vita di una delle più grandi e intelligenti  attrici che oggi avrebbe compiuto la veneranda età di  novant’anni.

Per terminare penso che non ci  sia di meglio  che ascoltare Moon River per rivivere la magia che Audrey Hepburn ci  ha regalato  con  le sue interpretazioni in film di  successo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le streghe non vanno mai via

Nelle fiabe le streghe portano  sempre ridicoli cappelli  neri e neri  mantelli, e volano  a cavallo delle scope.

Ci sono  alcune cose importanti che dovete sapere sul loro conto: perciò aprite bene le orecchie e cercate di non dimenticare quello  che vi dirò.

Le vere streghe sembrano  donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano  abiti  qualunque e fanno  mestieri  qualunque.

Per questo è così difficile scoprirle.

Roald Dahl 

Le streghe che non vanno mai  via dall’immaginario 

Le quattro streghe - Albrecht Dürerrt
Le quattro streghe – Albrecht Dürer

E’ ovvio che  andando in giro con tanto  di  frusta e vestite come Wonder Woman  difficilmente si può essere  la donna qualunque citata da Roald Dahl

In ogni caso il  modello di  strega, sempre quello  citato  da Roald Dahl, cioè di una donna  con verruche su di un naso  adunco nonchè sdentata,  in aggiunta ai  ridicoli cappelli neri e viaggi a cavallo  di una scopa,  è tramontato  da un pezzo: oggi  le streghe hanno il fascino della Maleficent  interpretato  dalla brava e bella Angelina Jolie oppure quello dell’adolescente Sabrina nella serie televisiva omonima a marchio  Netflix che, a fine gennaio 2020 offrirà alla visione degli  abbonati una serie tutta italiana dedicata alla janara 

 

Tremate, tremate le streghe mai  sono andate

La strega di  Blair 

Nel 1999 un film a basso  budget (ma con guadagni al  botteghino  inversamente proporzionali) vinse al Festival  del  Cinema di Cannes il premio  giovani  come miglior film straniero, si  trattava di The Blair Witch  Project (Il mistero  della strega di  Blair)

L’incipit de Il mistero  della strega di  Blair  è molto  semplice:

Il film è presentato come un semplice montaggio in ordine cronologico di questo materiale rinvenuto, a ricostruzione dei fatti che hanno visto coinvolti i tre giovani.

Si scopre così che i tre studenti universitari Heather, Mike e Josh hanno deciso di realizzare un documentario scolastico, con cui fare luce su una misteriosa leggenda locale, quella della fantomatica “Strega di Blair”, una vecchia di nome Elly Kedward vissuta alla fine del Settecento nel paese di Blair, a cui le cronache hanno attribuito atti di violenza a danno di bambini del paese, nonché la scomparsa di alcuni di loro.

E’ il prosieguo della narrazione a fare della pellicola un cult tutt’ora imbattuto  ( a dir la verità   ho  visto  il film tra le fessura delle dita..): in un crescendo di  tensione i tre  giovani, ripresi  sempre in soggettiva,  vagano di notte in un bosco con inquietanti  segni  di una presenza malevola: appunto  la strega di  Blair.

La (presunta) storia vera della strega di  Blair

Nel 1734, a qualche decina di  chilometri  da Baltimora, era nata la comunità rurale di Blair composta principalmente da protestanti.

Nel 1769 appare per la prima volta il nome di  Elly Kedward in un elenco  di immigrati provenienti  dall’Irlanda e diretti  a Baltimora: sarà lei   che verrà accusata di essere la strega di  Blair.

Nel 1785 gli  abitanti  di  Blair accusano la donna di  aver rapito  alcuni  bambini  e di  averne bevuto il sangue: Elly  Kedward viene legata a un albero  e lasciata alla furia degli  elementi.

L’anno  successivo i  bambini  che avevano accusato  la donna di  essere una strega scompaiono  misteriosamente, come i loro  genitori che si  erano  messi  alla loro  ricerca.

Nel 1809 viene dato  alle stampe il libro The Blair Witch Cult in cui, per la prima volta, si parla di un villaggio vittima della maledizione di una strega

Nel 1824, durante la costruzione della ferrovia che collegava Washington a Baltimora, gli operai  scoprono  i resti di un villaggio immerso  nel  bosco: è il villaggio  di  Blair.

In seguito  la storia diventa leggenda con bambine che vengono  trascinate in un ruscello  da una mano apparsa tra le acque, croci  fatte con ramoscelli (segni  di  stregoneria), uomini uccisi  e orrendamente mutilati  e BLABLABLA

Bisogna aspettare sessant’anni  affinché la storia diventi  di nuovo  tragicamente reale: dal 13 novembre 1940 sette bambini  scompaiono a Burkittsville (il nome dato  al  villaggio  sorto  sui  resti  di  Blair).

Un anno  dopo, il 27 novembre 1941, viene arrestato Rustin Parr che confesserà di  aver ucciso  i  bambini.

Nella confessione a seguito  dell’arresto  Rustin Parr dirà di  aver agito per ordine della signora del  bosco 

La prossima strega  è la Befana 

Per sdrammatizzare ecco l’annuncio  di  lavoro  che ho  pubblicato sulla mia pagina Facebook (se siete interessate…)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Bonvi, se quella notte del 1995…

Morire è sempre una sfortuna, l’unica cosa consolante è che sarà l’ultima.

C.A.

Quella notte del 10 dicembre 1995

Quella notte del 10 dicembre 1995 Franco  Bonvicini, in arte Bonvi,  si  sta recando  negli  studi  televisivi  di  Bologna dove Red Ronnie lo  attende come ospite della trasmissione Roxy Bar: ha con se alcune tavole originali  che vuole vendere per aiutare l’amico  e collega Magnus (creatore di  Alan Ford) malato  di  cancro.

Un auto lo investirà uccidendolo  a 54 anni.

Oggi  Bonvi avrebbe quindi 78 anni e mi domando allora, se fosse ancora tra  noi,  cosa avrebbe pensato di questo   revival nazi – fascista dell’Italia del 2019, dove una scampata dagli orrori  di Auschwitz, la senatrice Liliana Segre, deve girare sotto  scorta perché minacciata?

Penso  che molto probabilmente, avrebbe immortalato  questi piccoli uomini  (e donne) come macchiette comprimarie delle sue Sturmtruppen.

Cinquantun’anni eppure le Sturmtruppen di  Bonvi non invecchiano  

Le Sturmtruppen nascono  nell’autunno  del 1968 (altro periodo  fatidico  della nostra storia):  soldati in fumetto  come pretesto, nelle loro  assurde e comiche situazioni,  per irridere la follia della guerra, il patriottismo fuori  da ogni limite e tutta la grancassa che ruota intorno  alla retorica di una certa ideologia.

Bonvi
Bonvi

E dire che lui  stesso era militare congedato  a 22 anni  con il grado di  sottotenente carrista (esperienza utile per le sue strisce).

Amico  di Francesco  Guccini insieme collaborano  per la sceneggiatura di  alcuni  spot di  allora, tra i  quali il più famoso  è quello  dedicato  al personaggio  di Salomone il pirata pacioccone per pubblicizzare  l’amarena Fabbri.

Sempre con l’amico  cantautore realizza Storie dello  spazio  profondo pubblicato per la prima volta nel 1970 è la storia di un’avventuriero  spaziale accompagnato  nelle sue scorribande siderali  da un robot antropomorfo  che ricorda in parte C – 3 PO di  Star Wars  (a proposito  a dicembre la saga si  conclude).

Appassionato  di  storia bellica lascia momentaneamente le sue Sturmtruppen per andare indietro  nel  tempo, precisamente nel periodo  tra  il 27 maggio e  28 agosto 1905, per disegnare L’uomo di Tsushima  dove viene raccontata la battaglia navale nello  stretto omonimo, al largo  della Corea, tra le flotte imperiali  appartenenti  alla Russia e al Giappone

La guerra venne dichiarata dal  Giappone per contrastare i piani  di  espansione dello  zar sulle coste del Pacifico.

L’obiettivo principale era quello  di  strappare Port Arthur alla Russia per chiuderle l’accesso  alla Corea

Lo  zar Nicola inviò la Flotta del  Baltico per contrastare quella giapponese: essa dovette circumnavigare Europa, Africa, Asia e ciò comportò un ritardo utile per i giapponesi  che conquistarono  Porto  Arthur.

A questo punto, dopo un anno  di  navigazione, l’ammiraglio Rožestvenskij a comando  della Flotta del  Baltico, decise di  attraversare lo stretto di  Tsushima ma venne intercettato  dall’ammiraglio Togo ingaggiando  quindi  una battaglia navale che costò alla Russia una disfatta con la perdita di 21 navi, tra cui 11 corazzate, e migliaia di marinai uccisi (i  giapponesi  persero  solo  tre navi  e 117 furono i marinai  morti)

Terminata questa piccola digressione storica ritorniamo  al nostra caro  Bonvi: fu  anche attore, oltre che fumettista: Come rubammo la bomba atomica è una pellicola in cui recitò insieme a Franco  Franchi  e Ciccio Ingrassia (non certo un film da Oscar ma comunque divertente per chi  era fan dei  due comici  siciliani).

Lasciando il lavoro  di pubblicista, fondò insieme a Guido (Silver) Silvestri  uno  studio con la produzione di innumerevoli episodi  di Cattivik (indimenticabile)  e Capitan Posapiano (mai  sentito, giuro!) pubblicate per Tiramolla e Cucciolo.

Nel 1972, Giancarlo  Governi che allora lavorava per una RAI molto più bella di  questa odierna, lancia Gulp – Fumetti in TV volendo Bonvi che, insieme a  De Maria, crea il personaggio di  Nick Carter (altro indimenticabile).

Intanto, sempre nello  stesso  anno, le Sturmtruppen approdano in teatro: per la prima volta in Italia si  vedono  attori  vestiti  solo  con elmo, stivali  e giberne: inutile dire che i  giornali (anche quelli stranieri) ne parlarono.

Nel 1973 Bonvi  riceve il premio Saint – Michel come miglior autore europeo  di  fumetti.

Per terminare in bellezza ecco  a voi  la sigla di   Super gulp – Fumetti in TV 

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥