Amplessi al silicone

Studio su figura femminile
Caterina Andemme ©

 

La lettura del  seguente articolo è consigliato ad un pubblico adulto per il suo contenuto lievemente a luci  rosse.

Se c’è una cosa che mi turba è vedere una giovane donna prostituirsi  ai  bordi  di un marciapiede, di notte (in alcuni  luoghi  anche alla luce del  sole), con indosso il  vestiario minimo, che sia inverno  o  estate, per mostrare il suo  corpo  ridotto  a mercanzia.

Ed è qui che, decidendo  di  scrivere quest’articolo, mi  viene un dubbio: è giustificabile l’utilizzo di  una sex doll  da parte di un uomo per dare sfogo al suo  desiderio  di  fare sesso e, in questa maniera, ipotizzare di salvare le donne dal  marciapiede?

La mia risposta è univoca: in entrambi  i  casi provo una profonda tristezza diversificandola, però, in  quella  riferita alle donne costrette a prostituirsi, da quella di uomini che, in ogni caso, considerano  la donna come oggetto.

La prostituzione è una faccenda molto  antica, ma ho  scoperto  che anche utilizzare un surrogato  come una bambola sessuale non è roba recente. Infatti già dal XVII secolo  andavano  diffondendosi tra i  marinai  le dames de voyage realizzate in stoffa e con fattezze, ovviamente,  femminili.

Oggi le sex doll,   certamente più sofisticate delle loro  antenate, sono un prodotto commerciale, se pur di nicchia considerando il loro  prezzo che va da quello  di una piccola utilitaria salendo  fino  alla somma per acquistare un  SUV.

Che possono fare per il loro proprietario, oltre che a fare (crudamente)  sesso?

Matt McCullen, fondatore di Realdoll  (un po’ la Maserati nell’ambito dei  fabbricanti  delle  sex doll), nell’intervista sull’ultimo  numero de Il Venerdì  afferma che fare sesso con le sue bambole è solo il dieci  per cento dell’utilizzo  che se ne può fare.

Al pari  del  giornalista che ha fatto l’intervista, mi resta  difficile immaginare in cosa consista il restante novanta per  cento  delle sue capacità.

Certo  che se il cliente ha qualche decina di migliaia di  euro  da spendere, può optare per il top  di  gamma: una lei (essa?!) perfettamente configurabile attraverso una semplice app sullo  smartphone che, in base a diversi  parametri, ne cambia le forme: una sera appagare  il desiderio per una donna (simulacro  di  donna) con seni abbondanti, un altra sera un po’ più in carne se non più muscolosa.

Magari,  se per una volta non si  ha voglia di  fare sesso, la si può programmare come una servizievole androide  che chiede con voce petulante, all’uomo che rincasa dopo  una giornata di  lavoro: Ciao caro  com’è andata oggi?

Per quanto  possa essere sofisticata  il più recente modello  della   sex dolls sono ancora dozzinali rispetto ai modelli immaginari dei film di  fantascienza:  come non ricordare la sensualissima Rachel di  Blade Runner (interpretata dall’attrice Sean Young), oppure i  sinth della fortunata serie televisiva inglese Humans   .

L’ultima nata tra i  replicanti  (androidi, sinth chiamateli  come volete) è  Alita: il regista Robert Rodriguez  (magnifico  il suo Sin City) continuando un progetto  di James Cameron  ha da poco  completato  le riprese di  Alita: Angelo  della battaglia (Rosa Salazar nel ruolo  principale) dove Alita, per l’appunto, è una cyborg tutta occhioni che tra mille vicissitudini cerca il perché della sua esistenza.

Il film uscirà nelle sale italiane la prossima estate.

Alla prossima! Ciao, ciao…. 

P.S. Ma credevate davvero  che questo  fosse un articolo  a luci  rosse? 


Trailer

 

Allora io sarei una feticista solo perché guardo vecchi film?

La gatta  che amava guardare Casablanca
Caterina Andemme ©

 

Allora io  sono una feticista?

Capisco  che questa frase senza un contesto  che ne spieghi a fondo  il significato, può sembrare la tardiva accettazione da parte mia di una  sessualità  indirizzata verso parti  del  corpo (o indumenti) di colui che ne è oggetto.

A parte il fatto  che la mia sessualità sia per voi interessante quanto il problema delle acciughe in Perù (ve lo  già detto  che era il tema di un vecchio  articolo del  mensile Le Scienze?), ci  tengo a precisare  che, in questo  caso, il termine feticista è estrapolato dalla dichiarazione della consigliera 5Stelle Gemma Guerrini riguardo ad una rassegna cinematografica dove si  proiettavano  vecchi  film ( e che lei evidentemente non gradiva) e  dove appunto  lei  aveva detto  che:

Cos’è infatti se non feticismo  la reiterata proiezione, giorno  dopo  giorno, di  vecchi  film che hanno in comune soltanto il fatto  di  essere famosi?

Già il fatto  di  essere famosi dovrebbe scagionare questi  film dal essere oggetto  di  feticismo, quanto piuttosto  di  ammirazione verso un’opera che ha visto impegnato il talento  di  attori  e registi, nonché di  tutte le maestranze coinvolte nella sua realizzazione.

Come da prassi la consigliera ha subito  dichiarato  che la frase è stata fraintesa e chi la diffonde non fa altro che diffondere una fake – news: in questo  caso sono  compiaciuta nel  diffondere ciò che lei  ha detto  e che non è una fake – news.

Se desiderate conoscere lo  sviluppo di  questa querelle  vi  rimando  all’odierna  pagina di  Roma Today

LIBRI IN VETRINA

Prima  che voi  abbandoniate questo  blog (ma poi  ritornate, vero?) vi  voglio parlare del  libro  della biotecnologa Beatrice Mautino  intitolato Il trucco  c’è e si  vede (di  cui una piccola  anteprima la troverete  a fine articolo):


Siamo sommersi da ogni tipo di informazione sui cosmetici. La televisione ci bombarda di pubblicità, le riviste reclamizzano le ultime novità in fatto di mascara e di miracolosi shampoo riparatori e, in particolar modo su internet, ci imbattiamo di continuo in articoli che ci mettono in allarme su prodotti e ingredienti che ci possono causare disturbi e malattie. Siamo frastornati.
 
Di quello che ci spalmiamo addosso sappiamo solo ciò che il marketing vuole farci sapere, ovvero poco e, soprattutto, non sempre qualcosa che sia in grado di aiutarci a scegliere in maniera consapevole. La triste realtà è che un’informazione attendibile e critica sui cosmetici nel nostro paese praticamente non esiste.

 

 

Shhhhilenzio in sala

 

Che la forza sia con voi………………

Sono d’accordo che  ogni  puntata della saga di  Star Wars sia un evento per i  fanatici  adepti dell’ultimo  Jedi, ma perché “lui”  si  ostina a non comprendere che il phon che mi  agita sotto  il naso è tutto  meno  che una spada laser?

Molto  meglio parlare al  frullatore, chiamandolo C-3 PO (anche se mi è più simpatico BB-8)…….

Ma nella mia  hit parade dei robottini,  il numero uno  in assoluto rimane quel tenerone di  Wall-E:  non ditemi  che anche voi, per qualche attimo, non avete invidiato  EVE per quell’amore a tutto  chip.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Visto che ormai  quello  che doveva essere l’argomento di  quest’articolo, cioè il Muse di  Trento,  è passato in secondo  piano, ma non la scamperete la prossima volta, e che oggi  si  parla di  cinema, è inevitabile che vi  accenni all’ultimo  film visto  in streaming attraverso il servizio  offerto  da Rakuten TV: Atomica Bionda.

Lo  so  che il film è uscito  nelle sale da qualche tempo, ma considerando il fatto  che ormai  noi  due abbiamo optato  di  vedere i film comodamente nel  salotto  di  casa (il tragitto tra sala e camera da letto  è notevolmente inferiore cinema-casa) ma soprattutto  per evitare la maleducazione di  alcuni (tanti, troppi) che, con l’acquisto  del  biglietto, pensano  di  aver il diritto di  disturbare il prossimo.

ATOMICA BIONDASCHEDA DEL  FILM

 

Charlize Theron, come sempre brava e bella,  si è impegnata molto  a rendere il suo  personaggio credibile, tanto  che in un’intervista ha dichiarato:

Ho avuto otto straordinari allenatori che in pratica mi facevano vomitare ogni giorno, e gli sono molto grata. Mi sono anche rotta due denti in fondo alla bocca, per quanto li stringevo nel tentativo di sferrare colpi più forti”

Adesso  non credo  al  fatto  che lei  si  sia rotta due denti, se pur relegati in fondo  alla bocca, altrimenti avremo  avuto una serie di  suicidi tra gli  assicuratori  della divina , ma è pur vero che le scene di lotta sono molto, ma molto, realistiche e qualche livido  senz’altro se l’è procurato.

Nulla da dire sulle brevi  scene di  amore saffico (non c’è proprio  nulla da dire perché rientra nella normalità che due donne facciano sesso  tra loro), mentre strepitosa è la colonna sonora.

Il film è tratto  dalla graphic novel The Coldest City (dove la città più fredda  è Berlino nell’anno  della caduta del Muro)  e su Pixel&Bit si parla appunto del fumetto (ricordo  che Pixel&Bit fa parte della maison 24Cinque).

Avrei  voluto  aggiungere altro ma di là c’è Darth  Vader che mi  domanda cosa ci  sia per cena…

Alla prossima! Ciao, ciao………..

 


 

 

Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

 

cosa dici?

 

Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

 

Oh donna, oh donna, non mi trattare così male,
Sei la donna vecchia più cattiva che io abbia mai visto.
immagino che se dici così
Dovrò fare i bagagli e partire

 

Giusto
Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

 

cosa dici?

 

Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

 

Ora bambina, ascoltami bambina, non mi trattare in questo modo
Perché io tornerò sui miei passi un giorno.
Non mi importa se lo fai perché si capisce
tu non hai soldi, tu sei un buono a nulla
Beh, immagino che se dici così
Dovrò fare i bagagli e partire

 

Giusto
Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

 

cosa dici?

 

Parti Jack e non tornare più, non più, non più, non più, non più.
Parti Jack e non tornare più

Quando tre donne mandarono un uomo tra le stelle

 

Confesso  di non aver ancora visto il film Il diritto  di  contare (Hidden Figures in originale) , per cui non ne potrò   dare alcun giudizio, se non il suggerimento  di  andare a leggervi ciò che  Natalia Aspesi ne scrive a proposito in questa pagina.

Non potevo, però, tralasciare di mettere tra le mie Superwoman il nome di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson  le tre donne che hanno ispirato  la pellicola del regista Theodore Melfi.

Quello  che accomuna queste tre donne (di  cui  solo Katherine Johnson è ancora in vita avendo la venerabile età di 99 anni) è quello  di  essere tre matematiche e di  avere la pelle nera.

Oggi, ai  tempi  di  Donald (Duck) Trump,la presunta supremazia bianca sembra essere ritornata di moda nelle teste di  qualunque decerebrato razzista ma, per fortuna, la società civile riesce ancora ad arginare questa sconcezza sociale (l’avanzata della destra xenofoba in Germania, è però un brutto  segno…..).

Ma,  negli  Anni ’60,   l’apartheid negli  Stati Uniti era una prassi  considerata  normale  – solo  nel 1964 venne eliminata per legge,  mentre l’anno  seguente fu finalmente  concesso il diritto  al  voto ai  neri, tutto grazie all’intervento  del presidente Lyndon B. Johnson riconosciuto  come il presidente dei  diritti civili – per cui tre donne di  colore, se pur con un’intelligenza al  sopra della media, che andavano a lavorare nella Naca (National Aeronautic and Space Act l’antenato  della Nasa) dovevano  subire discriminazione di  ogni  genere: dal  fare la pipì in bagni a loro  riservati  e magari scomodi  da raggiungere,  fino ad ostacoli posti  all’avanzamento  della loro carriera.

Eppure il loro contributo fu  fondamentale per la prima missione di un astronauta americano in orbita intorno  alla Terra (John Glen – 20 febbraio  1962), anzi  la storia dice che il pilota, non fidandosi dei  primi giganteschi  computer IBM, volle che il calcolo  per le traiettorie venisse fatto  dal  trio.

La storia fa presto  a dimenticare i personaggi  relegati in secondo piano, per questo bisogna ringraziare gli  scrittori  e i  registi che, in qualche modo, ne riportano  alla luce le vicenda.

Hidden Figures, per quanto  riguarda il tema dei  pregiudizi,  mi ricorda un altro  film: The Imitation Game   del regista Morten Tyldum , incentrato  sulla figura di Alan Turing.

In questa caso la discriminazione riguardava l’omosessualità e, purtroppo, la storia non è affatto  finita bene.

Il film questa volta l’ho visto  e vi  consiglio assolutamente di  guardarlo.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 


 

Dal  trailer sembra un bel  film, anche se un po’  edulcorato  rispetto  alla storia vera, lo ha detto  anche Natalia (Aspesi)……