Baccalà, stoccafisso e un naufragio provvidenziale

baccalà

Un pesciolino rosso a un altro: <<Io non credo in Dio>>

L’altro  risponde: <<Nemmeno io, ma chi  altro  pulirebbe la nostra boccia?>>.

 Wiet van Broeckhoven (presentatore e scrittore radiofonico  belga)

Baccalà e stoccafisso  sono la stessa cosa?

 

Baccalà
merluzzi

Dal punto  di  vista del  fornitore (suo  malgrado) delle carni no perché è dal merluzzo (gadus morhua) da cui si  ricava la materia prima per preparare prelibatezze culinarie (a proposito; alla fine dell’articolo  troverete la ricetta per il Baccalà alla napoletana).

La differenza è tutta nella conservazione, in quanto il baccalà è conservato  sotto  sale (si può definire baccalà solo quello  che raggiunge  più del 18 per cento di  sale assorbito  dal pesce),  mentre lo  stoccafisso viene essiccato al  sole su apposite rastrelliere per tre mesi.

Quindi  se il baccalà può essere prodotto in tutto il periodo  dell’anno, lo stoccafisso può esserlo solo  quando  determinate condizioni  climatiche lo  permettono  e cioè da febbraio a giugno.

Il migliore stoccafisso  è quello  prodotto nelle isole Lofoten  nel  nord della Norvegia dove è ottimale il connubio  tra sole e vento  artico  per l’essiccazione.

Dopo i  tre mesi  di  stagionature al palo (cioè sulle rastrelliere) lo  stoccafisso  viene stivato al chiuso  per altri  due mesi  dove continuerà la maturazione.

Sembra che questo metodo di produzione sia vecchio  di  almeno mille anni,lo stesso utilizzato  dai  Vichinghi (buongustai  oltre che predatori).

Lo stoccafisso (cioè il merluzzo) pescato  nelle gelide acque delle isole Lofoten è il primo prodotto  norvegese ad aver ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dall’Unione Europea, in particolare grazie alla pesca del  merluzzo nordico chiamato Skrei

Quando  messer Querini  naufragò

Pietro Querini in un dipinto d’epoca

Nell’aprile del  1431, Pietro  Querini  mercante e membro  del  Consiglio  della Serenissima, partì da Creta diretto verso i mari  del Nord a comando  del  veliero  Gemma Querina con a bordo  merci pregiate quali spezie, barili  di  malvasia, cotone e altro  ancora.

Superato lo Stretto di  Gibilterra, dapprima la nave si  arenò su  uno scoglio e quindi costretta a una sosta di cinque settimane a Cadice quindi, riprendendo  la rotta verso  le Canarie, raggiunse Lisbona proseguendo per Capo  Finisterre.

Non si può dire che Pietro  Querini in quel  viaggio fu molto  fortunato: infatti, trovandosi  a sud dell’Irlanda, andò alla deriva a causa di un vento di  scirocco che lo  spinse verso l’arcipelago  delle Isole Sorlinghe a 45 miglia dalla punta sud – occidentale della costa dell’Inghilterra.

Con la Gemma Querina ormai ingovernabile il naufragio  fu inevitabile: dei  sessanta marinai  a bordo  solo 16 con Pietro  Querini  riuscirono  a mettersi in salvo a bordo  di una scialuppa e. dopo 19 giorni, approdarono nell’isola di Sandoy, vicino a Røst nelle Lofoten.

Gli abitanti  dell’isola accolsero ben volentieri  i  naufraghi (le malelingue dicono che furono  soprattutto  le donne  quelle ad essere più  premurose verso i marinai) e qui  rimasero  per quattro  mesi finchè, il 15 maggio 1432, poterono ripartire alla volta di Venezia con un carico  particolare: 60 stoccafissi essiccati.

E fu  così che lo stoccafisso  entrò   a far parte della gastronomia italiana, si  calcola che oggi il volume d’affari  annuali per l’importazione dello  stoccafisso  norvegese IGP è pari  a 40 milioni di euro.

La ricetta 

Quella che troverete tra poche righe è la ricetta per preparare il Baccalà alla napoletana: non è un piatto veloce da preparare in quanto bisogna eliminare la pelle dal pesce, dividerlo in porzioni e mettere i pezzi in un contenitore in acqua fredda per almeno ventiquattro  ore.

L’alternativa è farvi invitare a cena (o  a pranzo, se preferite)

Baccalù

Il Libro in anteprima

Il giornalista Franco  Giliberto e il capitano di lungo  corso (nonchè ufficiale di  Stato  maggiore della riserva di marina e consulente navale) Giuliano Piovan hanno  scritto Alla larga da Venezia e cioè l’incredibile viaggio  di  Pietro  Querini  oltre il circolo polare artico nel ‘400

Un tuffo all’indietro nella Venezia del ’400, un viaggio per mare verso le Fiandre.

La Gemma Quirina, nave con sessantotto marinai, carica di vino e spezie, non giunge a destinazione, ma va alla deriva nell’oceano in pieno inverno.

Undici naufraghi redivivi sono accolti nella paradisiaca isola di Røst, oltre il circolo polare artico.

È questo lo scenario in cui compaiono tormentose storie d’amore, inconfessabili segreti di fanciulle, burrascose vicende marinare, prepotenze e punizioni d’una ciurma allo sbando. E soavi momenti di quiete degli undici superstiti, accuditi per cento giorni dalle disinibite donne dell’isola norvegese.

Pietro Querini è il nobiluomo veneziano capitano della nave partita da Creta nel 1431 e scomparsa all’imbocco della Manica. A Venezia lo si crede morto annegato, ma sorprendentemente ventuno mesi dopo la sua partenza ritorna in patria con i pochi compagni d’avventura rimasti, dopo un lungo percorso a piedi attraverso la Svezia e la Germania.

Conosciuta soprattutto dagli studiosi per la sua importanza storica e geografica, l’impresa di Querini è poco nota ai più. Finalmente, con quasi seicento anni di ritardo, Giliberto e Piovan danno voce alle gesta di questo grande nobile veneziano con un racconto rispettoso della realtà dei fatti ma insieme intenso e divertente.

ALTRI SCRITTI

 

Per la categoria DolceSalato ho scritto  diversi  articoli  tra cui:

Le alghe nel piatto  di oggi e in quello  di  domani 

Ricette, libri e pochi  consigli non indispensabili 

A tutta birra ( ma con moderazione ) 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Le alghe nel piatto di oggi e in quello di domani

alghe

A volte

le onde

le alte

portano  nel palmo  di una grande mano  verde

un tessuto  tremante:

La tela interminabile delle alghe.

Pablo  Neruda

Le alghe in poche parole

Quando  marciscono  sulle spiagge l’odore emanato non è certo paragonabile a un bouquet di rose.

Eppure le alghe (nome che comprende le alghe rosse, verdi, brune e microalghe) sono state finora utilizzate come fibre o integratori, senza poi dimenticare che essendo ricche di  amminoacidi, lipidi, vitamine, minerali  e acido  ialuronico, vengono  utilizzate nella cosmesi come antiossidanti e detossificanti, oltre che  per la talassoterapia

La FAO ha sempre nobilitato le alghe definendole come il cibo  del  futuro per il loro valore nutritivo e contenuto proteico.

Il mio assistente Gatto  Filippo ha preparato una piccola tabella in cui  sono  elencate alcune proprietà delle alghe (naturalmente queste proprietà possono  variare nei  diversi  tipi  di  alga)

alghe

 

Metti un alga nel piatto (ad esempio la spirulina)

In una sorta di  classifica sull’alga più commestibile e utile per l’organismo penso  che il primo posto  sia occupato  dalla spirulina.

La spirulina è in grado  di  sopravvivere in condizioni climatiche estreme e viene coltivata senza l’utilizzo  di pesticidi  e diserbanti (mi sembra logico  considerando  che vive in acqua).

La spirulina contiene il 60 per cento di proteine facilmente digeribili, nonché amminoacidi  essenziali, vitamine e minerali  tra cui il ferro ben  assimilabile grazie alla presenza di provitamina A (Beta – carotene).

Sono  presenti  anche acidi  grassi  come omega 3 e anti ossidanti  come la ficocianina (è anche un colorante alimentare).

Nonostante le proprietà di  quest’alga l’Anses (Agence nationale de sècurité sanitaire de l’alimentation et du  travail)  in un report ha ricordato che la spirulina può contenere, se non coltivata in condizioni ottimali, cianotossine, batteri  e presenza di  elementi pesanti: inutile dire nocivi  per il nostro  organismo.

spirulina

Il libro 

alghe

L’inventiva gastronomica e il talento di Matteo Vigotti,  nel  suo  ebook  Dal  mare regala un insieme di ricette di grande appeal estetico.

Lui è uno chef capace di trasformare i tanti frutti del mare, in particolare alghe e molluschi, in piatti capaci di stupire il palato e sorprendere i sensi.

Un ebook insolito e innovativo che si prefigge di far conoscere un nuovo modo di concepire il mondo gastronomico marino dalle alghe, salutistiche per il corpo umano, ai molluschi, bianchetti, uova di pesce ma anche le parti meno nobili del pesce ovvero le più economiche, da sempre scartate e inutilizzate, diventano ingredienti fondamentali per creare vere  e proprie prelibatezze.

Alghe, molluschi e pesce rappresentano un mondo naturale interessantissimo fatto di gusti, di sfumature di colore, di profumi e sapori di una delicatezza quasi impercettibile.

Proprio partendo da questi genuini ingredienti, Vigotti, all’interno del libro, racconta ricette fresche e stuzzicanti, sia cotte che crude, semplici da preparare e decisamente alla portata di tutti. Un ebook di cucina in cui è profonda la volontà di legare l’uomo al mare.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Ricette, libri e pochi consigli non indispensabili

Ricette

Le giornate dovrebbero iniziare con un abbraccio, un bacio, una carezza e un caffè.

Perché la colazione deve essere abbondante

Da Peanuts di Charles M. Schulz

Libri, ricette e consigli 

Vi confesso  la mia scarsa predisposizione quest’oggi a scrivere qualcosa di più impegnativo che non siano i suggerimenti per la lettura di  qualche libro  di  cucina (se poi lo  volete acquistare dopo  averne letto l’anteprima è affar vostro).

Ingannevolmente nel  sottotitolo ho  aggiunto la parola consigli, ma in effetti e riallacciandomi alle parole sacrosante di  Snoopy, l’unico consiglio che mi sento di  fare è quello  che non si  deve mai e poi mai  rinunciare ad una colazione abbondante condita. per l’appunto, da un abbraccio, un bacio, una carezza e, per quanto mi riguarda, al posto  del  caffè una bella tazza di  tè verde.

Naturalmente  ognuno  di  noi  è libero  di  fare il tipo  di  colazione che vuole: a me, una volta, un amico  maltese mi ha offerto patate e uova fritte, cosa che il mio  stomaco ha rifiutato al  solo pensiero.

Un libro vegetariano   

Pur non considerandomi  una vegetariana al cento per cento (non disprezzo  la carne, ma solo  una tantum) posso affermare di esserne quasi un’adepta (peccato  per quell’una tantum di  cui  sopra): in effetti amo  cucinare i primi piatti  e le verdure, cosa che mi da una certa soddisfazione quando le cavie a cui  sottopongo i miei  preparati  si dichiarano molto  soddisfatti (oppure sono molto  amiche o  amici  da non dirmi  la verità?) .

Ricette

Non so se quattrocentoottantadue pagine e più di  settecento  ricette possano  essere sufficienti per definire un libro  come la bibbia della cucina vegetariana, ma gli autori  ne  hanno certo  dato una grande varietà di piatti  da preparare in modo  da soddisfare (quasi) tutti  i palati.

Un libro vegano

Sono  ancora molto  lontana dall’essere vegana (prima dovrei  diventare del  tutto  vegetariana) ma, complice una fine d’anno ospiti  di  cari  amici  vegani (ciao Sarah, ciao Paolo e ciao Francesco)  devo  dire che se mai  avevo qualche tipo  di pregiudizio  sul veganesimo ( soprattutto rimane uno  stile di  vita e filosofia) questo si è sciolto  come un fiocco  di  neve sulla punta della lingua (l’inverno  è ancora lontano  ma prima o poi  ritornerà).

Ricette

I motivi per eliminare dalla tavola, oltre alla carne, anche tutti i cibi di derivazione animale, come latte, burro, uova e miele, sono tanti. Ma, nonostante le forti motivazioni alla base di questa scelta, molti, fra coloro che hanno abbracciato l’alimentazione vegana, sentono il rimpianto dei sapori tipici della nostra tradizione culinaria.

Come coniugare, quindi, l’etica, la salute e il gusto per i piatti della nostra cucina regionale?

Questo straordinario libro dello chef vegano Gabriele Palloni, frutto di studio e ricerca, riesce nell’intento: 250 ricette, riccamente illustrate a colori, tra le più famose delle diverse regioni dello stivale, sono qui rivisitate in chiave vegana. La descrizione delle ricette è semplice e spiegata passo passo e nessun procedimento è lasciato all’improvvisazione.

Una carbonara senza la pancetta potrà mai essere appetitosa?

A giudicare dai commenti dei sempre più numerosi fan della cucina di Gabriele  Palloni, la risposta è: ma certo che sì! E allora proviamo l’estasi di una cotoletta alla milanese vegetale al 100%, di una amatriciana senza guanciale e assaporiamo un cannolo alla siciliana senza che la bilancia, oltretutto, se ne possa accorgere… Il libro è diviso per capitoli partendo dalle basi di cucina, per poi arrivare, regione per regione, agli antipasti, ai primi piatti, ai secondi, contorni e dolci, come la nostra tradizione ci ha insegnato.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Carne in tavola? Pensiamo al nostro futuro

Una libra di  carne tolta a un uomo

non vale manco il prezzo o il valore

d’una libbra di  carne di montone,

di  manzo o  di  capretto, santo  Dio!

Tratto  da Il mercante di  Venezia di  William Shakespeare

 Quanta carne consumiamo in un anno?  

Brevemente: a me la carne piace!

Meno   della pasta e  di tutte le verdure e frutta, nonchè qualche tipo  di  formaggio: forse la carne mi  piace più del pesce (ma sempre di  carne si  tratta) ma il consumo che ne faccio è limitato  al  massimo  a una porzione  la settimana (questo  dovrebbe farmi  guadagnare qualche indulgenza da parte di  chi  di  voi  è vegetariana, mentre la condanna penso  che sia totale da parte di un’adepta vegana).

I dati  che la Coldiretti  ha fornito in un report di  giugno 2018, indica il consumo medio  di  carne in Italia pro – capite in diminuzione attestandosi a 79 chilogrammi (con la mia bistecchina settimanale sono lontana da questa soglia): a confronto i portoghesi  e spagnoli  ne consumano  quasi  un centinaio  di  chilogrammi mentre, attraversando  l’oceano, si  arriva ai 222  e rotti  chilogrammi consumati  da uno  statunitense (in questo  caso  i dati  sono  quelli del Dipartimento  dell’Agricoltura USA)

Naturalmente bisogna fare un distinguo  su  quello  che viene considerato il consumo di  carne, perché se è diminuito l’acquisto  di  carni  rosse (manzo  e maiale) è  al contempo  aumentato  quello riguardante la carne bianca, soprattutto  del pollame ( e ciò è un bene in quanto  una coscia di pollo  a livello cardiovascolare è più salutare di una fiorentina….intendo  la bistecca).

A seguire i dati  della FAO riguardo  alla produzione di  carne nel mondo (limitati  al 2014)

Il peso nell’ecologia di un chilo  di  carne (rossa)

A parte il fatto che il 15 per cento del  totale  dei  gas a effetto  serra (metano) è prodotto dalle flatulenze dei  bovini nonchè il consumo  di  suolo vegetale per dare spazio  agli  allevamenti, quanto  costa in risorse idriche produrre un chilo  di  carne rossa?

Lo  dice nella figura  seguente Gatto  Filippo

 

E domani?

Considerando che  le previsioni demografiche   vedono fra trent’anni  la popolazione mondiale stimata in 10 miliardi  di individui, è ovvio  che il consumo  di carne, con la tendenza attuale, sarebbe insostenibile.

Si può pensare che sopperire alle fonti  di apporto  di proteine animali, indispensabili  per la produzione di  triptofano necessario alla nostra buona salute,  possano pensarci  gli insetti, nel  senso  che la nostra bistecca alla fiorentina potrebbe essere sostituita da un piatto  di  cavallette o  simili…ma abituarsi  al gusto è forse chiedere troppo!

Allora ecco  che la tanto  vituperata scienza potrebbe venire in soccorso  con le cellule staminali

Le cellule staminali sono cellule primitive, non specializzate dotate della capacità  di  trasformarsi in diversi  altri  tipi di  cellule attraverso un processo denominato differenziamento cellulare.

In pratica un gruppo  di  cellule staminali  verrebbe coltivato e fatto proliferare in  incubatori biologici; in una seconda fase queste cellule staminali, attraverso  specifici  fattori  di  differenziamento  (quali  essi  sano  chiedetelo  a un biochimico) si  trasformerebbe in muscoli  scheletrici.

A dare il sapore di  carne ci penserebbe l’aggiunta di  alimenti  base come succo  di  barbabietola rossa o  zafferano

Il futuro  è già tra noi: società come, ad esempio,  la Memphis Meat (finanziata, tra l’altro  anche da Bill Gates, Sergey  Brin e Richard Branson) ha sviluppato  una serie di prodotti a partire da cellule staminali che alla fine diventano burger di pollo, bovino o maiale.

L’ARTICOLO E’ L’ULTIMO  CHE HO SCRITTO PER QUEST’ANNO.

IL PROSSIMO SARA’ PUBBLICATO  NEI  PRIMI  GIORNI  DI  GENNAIO 2020 

Alla Prossima! Ciao, ciao...♥♥

Spaghetti a gogò dalla Sicilia ai nostri giorni

Gli italiani  hanno solo  due cose per la testa: l’altra sono gli spaghetti

Catherine Deneuve 

Microstoria degli  spaghetti 

Tra il IX e XI secolo gli  arabi avevano  trovato il modo  di  essiccare lunghi  e sottili fili  di  farina che in seguito  venivano  cotti  in acqua bollente: la parola araba utilizzata per chiamare gli  antenati  degli  spaghetti  era Itriyya.

Sappiamo  che la conquista islamica  della Sicilia  avvenne a iniziare dall’anno 827, anche se prima di  questa data vi  furono  diverse incursioni  arabe dedite più che altro  al  saccheggio con toccata e fuga.

Quindi, insieme a scimitarre e cultura araba, i  conquistatori introdussero in Sicilia anche la loro Itriyya (da cui  deriva, secondo  alcuni, la parola tria tutt’oggi  utilizzata per indicare un particolare formato  di  pasta e non solo  il cognome del passato  ministro  dell’Economia e Finanze).

Dalla Sicilia la pasta incomincia a diffondersi  nelle altre regioni  italiane e, conseguentemente al passare del  tempo, nascono nuovi modi  per essiccare l’impasto  con ferretti e canne fino  ad arrivare al  torchio e quindi  alla trafilatura con notevole risparmio di  tempo.

Naturalmente non si può parlare di  pasta, specificatamente degli  spaghetti, senza accennare al suo condimento e cioè la salsa di pomodoro e qui  penso  che qualcuno faccia un po’  di  confusione con la salsa spagnola (o salsa bruna) che non ha nulla a che vedere con la classica pummarola (chiedo  scusa ai  napoletani per avere usato una parola del loro  dialetto, ma era per intenderci  meglio).

La ricetta

Ah cosa mai  potrei  fare se non avessi  al mio  fianco un assistente come Il Gatto  Filippo che, in quest’occasione, ha predisposto una ricetta per gli  spaghetti  con le polpette

Bon 💋 appétit  

Il libro

C’è chi  molto  meglio  di me ha voluto scrivere la storia degli  spaghetti  dall’origine:  lo  storico Massimo  Montanari con il suo libro  Il mito delle origini – Breve storie degli  spaghetti  al pomodoro saprà senz’altro  togliere più di una curiosità non solo culinaria, ma anche storica sulla pasta (anteprima alla fine dell’articolo).

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Il mito  delle origini – Breve storia degli  spaghetti  al pomodoro  di  Massimo Montanari…

Buona  💋 lettura

 

Alle origini di ogni cosa c’è solo un inizio: per cercare l’identità serve tutta la storia, fatta di incontri, incroci, mescolanze. Accade anche per gli spaghetti al pomodoro.

Il mito delle origini è quello che ci fa pensare che esista un punto magico della storia in cui tutto prende forma, tutto comincia e tutto si spiega; il punto in cui si cela l’intimo segreto della nostra identità. Ma perché quello delle origini è solo un mito? Il fatto è che le origini, di per sé, spiegano poco: l’identità nasce dalla storia, da come quelle origini si sviluppano, crescono, cambiano attraverso incontri e incroci spesso imprevedibili. Basta un piatto di spaghetti al pomodoro per spiegarlo. Seguendo le tracce del nostro piatto identitario per eccellenza, Massimo Montanari risale a tempi e luoghi distanti – dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri. Scopriamo, così, che ricercare le origini della nostra identità (ciò che siamo) non ci porta quasi mai a ritrovare noi stessi (ciò che eravamo) bensì altre culture, altri popoli, altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

Street Food o Cucina Bianca? Ma è sempre di cibo che si parla

 

Io non sono una mangiona: sono un’esploratrice del  cibo

Erma Bombeck

Street Food Fest a Genova

Street Food oppure Camping Food?

Come Erma  Bombeck anch’io mi considero  una esploratrice del  cibo e, da come potete vedere dalla foto pubblicata in alto, mi arrangio a cucinare in tutte le situazioni (in questo  caso particolare  sono impegnata  nel  camping food).

Se di  cibo  devo parlare evito il  BlaBlaBla sugli  chef stellati (ormai  più personaggi da celebrità che cuochi…mia modesta considerazione) per scrivere di Street Food e della manifestazione ad essa dedicata che si  terrà  a Genova dal 28 agosto  (domani) fino  al  7 settembre prossimo e cioè la quinta edizione del  Street Food Fest al  Porto Antico

 

 

Si mangia per strada per necessità, per fare in fretta, per risparmiare. Ma anche per il piacere di condividere un’esperienza con persone che, dietro al banco, sono lì tutti i giorni a fare il loro lavoro con passione e impegno.

Questa è la filosofia dello Street Food ( o Cibo  da Strada se preferite) o, per meglio  dire, l’espressione culturale del  cibo legata alla tipicità del  territorio  che la esprime.

All’interno  del Street Food Fest un altro  festival questa volta dedicato alla birra: la Superbirra  2019  ( e proprio  di  birra ho scritto in quest’articolo recente)

La cucina bianca 

Per parlare di  cucina bianca bisogna parlare di montagna, in special  modo  delle Alpi  Liguri dove, nel 2002, i comuni  di Cosio  d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso  Pian Latte, Pornassio  e Triora si unirono  in un’associazione chiamata Strada della cucina bianca – Civiltà  delle Malghe con l’intento di preservare i prodotti  della cucina tradizionale locale che, con l’esodo  della popolazione verso le località di  costa, sarebbero  andate perdute.

La precedente denominazione Strada della cucina bianca è stata abolita nel 2008 dopo  l’introduzione di una nuova normativa regionale che ha modificato i parametri necessari  per definirsi strada di prodotto.

Il termine cucina bianca, riferito al bianco  degli ingredienti per la preparazione dei piatti tradizionali, è comunque rimasto nel lessico  locale.

La cucina bianca  è strettamente connessa al fenomeno   della transumanza quando, durante l’inverno, i pastori  portavano  a svernare le greggi verso le località di  costa più calde e ripercorrere al contrario il tragitto per ritornare agli  alpeggi.

Mendatica ogni  anno  dedica alla cucina bianca una kermesse (l’ultima edizione sabato 24 agosto...ero  ancora in ferie SIGH!!!!)

Quindi un lavoro  molto  duro fatto  di ore e ore di  marcia e poco  tempo  per cucinare: la dieta del pastore era composta da un piatto unico molto nutriente fatto fondamentalmente da farina, latticini, patate e erbe spontanee trovate lungo  il percorso.

Tra i piatti  tipici di  questa particolare gastronomia i Streppa  e caccia là i rudimentali gnocchetti del pastore di  cui  troverete la ricetta alla fine dell’articolo.

Bon appétit 

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

Carne o vegetali? Magari entrambi

Brassica oleracea © caterinAndemme
Brassica oleracea
© caterinAndemme

“Qualora in tal giorno ed in tal luogo
non mi doveste rendere la somma
o le somme indicate nel contratto,
la penale sarà una libra esatta
di carne, della vostra bella carne,
da asportarvi dal corpo di mia mano
dalla parte che più vi piacerà.”

William Shakespeare –  Il mercante di  Venezia 

Ma Buddha era vegetariano?

Sukaramaddava è una parola in sanscrito (lingua notoriamente a me sconosciuta) che vorrebbe dire delizia del maiale: quindiparlando  di  Buddha, l’accostamento della frase con il risvegliato è passabile di  blasfemia.

Fatto  sta che in un recente articolo pubblicato  su Il Venerdì di  Repubblica (22 febbraio 2019), incentrato  sul libro La scelta vegetariana scritto  da Paolo  Scarpi  e Chiara Ghidini,  veniva messo (quasi) in dubbio l’essere completamente vegetariano del  Buddha   (Siddhārtha Gautama) asserendo che, nel  suo ultimo  pasto, egli  avrebbe mangiato  carne di  maiale.

” Giunto  a Pāvā fu invitato  a pranzo  da un certo  Cunda, li tenne un discorso  sui  monaci, alcuni  dei  quali sono malvagi  come le erbacce in un campo e ammonendo a non considerare la veste, ma il cuore retto  come segno  di  eccellenza.

Lasciata la casa di  Cunda e diretto  a Kušināgara il Buddha si  sentì male e, sedutosi, chiese ad Ānanda di procurargli  dell’acqua dicendogli  che fu il cibo  di  Cunda a condurlo  alla fine e che l’indomani sarebbe dovuto  andare a ritrovarlo per ringraziarlo e che non piangesse per questo, ma che se ne rallegrasse.”

Eppure le fonti storiche dicono che il Buddha sia morto per aver mangiato  funghi  velenosi e che, quindi, la parola Sukaramaddava è riferita a un particolare tipo  di  funghi di  cui i maiali erano  molto  ghiotti  e non all’animale stesso.

In effetti il buddismo  insegna a non recare danno  a nessun essere vivente, tanto  meno ucciderlo, per cui  la logica conseguenza è che l’unico  cibo  consentito sia solo  quello  di  natura vegetale.

Però, c’è sempre un però, si  dice anche che il Buddha, sapendo  che i  suoi monaci  sarebbero  vissuti  di elemosina, avrebbe loro  consentito il cibarsi  di  carne offerto  in dono purché l’animale non venisse ucciso  specificatamente per il loro beneficio: in pratica un piccolo  escamotage  all’ortodossia religiosa.

Possiamo mangiare la carne? 

Secondo una ricerca della Oxford University  del 2015 noi dobbiamo  mangiare la carne (con buona pace per i  vegan) perché è ottima per lo  sviluppo  del cervello, per i muscoli e, dulcis in fundo,  per la fertilità.

Non contenti  di  questo i  ricercatori  britannici hanno proseguito nell’elencare i  vantaggi del mangiare carne dicendo che:

La carne rossa sviluppa un particolare grasso  omega – 3 il DHA, protettore dei  vasi  sanguinei.

la carne rossa contiene  vitamina B 12  (cobalamina) essenziale per lo  sviluppo del sistema nervoso centrale e la conseguenza di una dieta vegetariana durante la gravidanza può essere creare danni  neurologici al feto.

La vitamina B 12  comunque può essere assunta anche attraverso  altri prodotti  di origine animale quali uova e latte.

Se da una parte abbiamo  quindi il via libera al consumo di carne, un’altra istituzione come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)  avverte che le carni  rosse lavorate (i  salumi  per intenderci)  rientrano  nel gruppo 1 della classificazione delle sostanze cancerogene, mentre le carni rosse non lavorate rientrano nel  gruppo 2A cioè solo potenzialmente cancerogene per l’essere umano.

E’ ovvio  che tutto  dipende dalla quantità: c’è una certa differenza dal mangiare una bistecca una tantum rispetto a un bue intero per cena.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro La scelta vegetariana  di  Paolo Scarpi e Chiara Ghidini

copertina del libro La scelta vegetarianaEssere vegetariani per la specie umana è una scelta, non un’inclinazione naturale. L’uomo è un onnivoro, non un vegetariano ‘per stomaco’, come lo sono i ruminanti, per esempio. È per questo importante capire quando in una società, in una cultura, in un certo periodo storico, in uno stato, in un gruppo, in una setta si decide di allontanarsi dal regno della carne. Si tratta sempre di una scelta culturale, e nella maggior parte delle volte è quasi sempre espressione di una prospettiva religiosa. L’obiettivo di questo libro non è giustificare, sostenere, schierarsi, né analizzare il fenomeno contemporaneo, che ha avuto nell’ultimo decennio una accelerazione imprevista. Semplicemente, si vogliono descrivere momenti storici in cui questa scelta è avvenuta. Si tratta di raccontare la Storia, con le sue disomogeneità e disuguaglianze, con le sue discontinuità e contraddizioni, percorrendo il tempo e gli spazi geografici dell’Asia e dell’Europa. Si va da Pitagora agli orfici passando per il buddhismo, il confucianesimo, il monachesimo e i catari, per approdare nella Cina di Mao e alla Casa Bianca nella cucina di Michelle Obama. Senza mai dimenticare che l’essere umano non è solo un mangiatore biologico, ma è soprattutto un consumatore-mangiatore simbolico e sociale.

(Ponte Alle Grazie – euro 16)