Il clima che cambia non può essere la normalità

La ciclopedonale di Varazze (SV) dopo l’ondata di maltempo del 29 ottobre
©caterinAndemme

Sono solo eventi  estremi? 

<< A cosa serve aver sviluppato  uno  scienza capace di  formulare previsioni se, alla fine, tutto  quello  che siamo  disposti  a fare è perdere tempo e aspettare che quelle previsioni  si  avverino?>>.

F. Sherwood Rowland – premio  Nobel  per la chimica per i  suoi  studi  sull’ozono

Due sere fa, rientrando  a casa di  ritorno  dal lavoro, guardando un albero sradicato dal vento che aveva abbattuto  un muro, per poi fermarsi  sulla facciata di una casa,  ho pensato  seriamente la fine del mondo non era certo in quella serata ma, comunque, c’era andato  vicino.

Si, perché pur essendo  abituata alle alluvioni causate dalle piogge torrenziali (Genova purtroppo  ne sa  qualcosa) il temporale misto  a raffiche di  vento  che superavano  i settanta chilometri  all’ora (non sono  stata io a misurarne l’intensità) era un’esperienza nuova di cui  ne avrei  fatto  volentieri  a meno.

Eppure, leggendo in seguito ciò che gli  esperti hanno  detto, cioè che quelle raffiche di  vento erano  dovute   ad una differenza di pressione atmosferica e che tra ottobre e novembre piove molto (ma va) qualche dubbio sulla loro dichiarazione di normalità dei fenomeni  atmosferici  mi  è venuta.

Altri  studiosi, al contrario, dicono  che la tendenza futura è quella di un aumento  dei fenomeni  estremi ma, per parlare di cambiamento  climatico, occorrono una raccolta di  dati  sistematica (le rilevazioni  storiche sono disponibili solo  da un secolo) e studi sempre più specifici.

Si, siamo  d’accordo, ma nel  frattempo  cosa possiamo fare?

Tanto più che personaggi  come Donald (Duck) Trump nega l’esistenza di un cambiamento  climatico relegando  tutto a fake news (e di  questo lui  se ne intende visto che è stato  eletto grazie all’aiuto  appunto  dele fake news), oppure del  fascista Jair Bolsonaro, attuale presidente del  Brasile, che ha già detto  di  voler disboscare parte dell’Amazonia (il polmone verde della Terra, non dimentichiamolo) per aumentare i pascoli  e per il commercio  del  legname.

Insomma se una coscienza, collettiva e mondiale, non darà battaglia all’inquinamento  e allo  sfruttamento delle risorse, il futuro  del nostro pianeta non sarà roseo.

Quando  parlo di  coscienza ecologica certo non mi  riferisco ai  figli  dei fiori ormai  reperto  di  sociologia   archeologica, quanto piuttosto al modello proposto  dal  partito  dei  Verdi in Germania che nelle ultime elezioni in Baviera e in Assia hanno  avuto un eccellente risultato anche per il pragmatismo e senza posizioni  estreme del loro programma.

Questo, però, rimanda alla domanda di prima: nel  frattempo  cosa possiamo fare?

Non lo  so, certo  non perdere la speranza come, ad esempio, dice lo scienziato  e scrittore australiano Tim Flannery  nel  suo libro Una speranza nell’aria – come affrontare i  cambiamenti  climatici.

L’anteprima a fine articolo (come sempre).

Buona lettura (ci rivediamo  lunedì)

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima del  libro Una speranza nell’aria