Lupi e uomini: la convivenza necessaria

La donna e il lupo © caterinAndemme
La donna e il lupo
© caterinAndemme

I lupi sani  e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito  giocoso e grande devozione.

Lupi  e donne sono  affini  per natura: sono  curiosi  di  sapere e possiedono  grande forza e resistenza.

Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei  loro  piccoli, del  compagno, del  gruppo.

Sono  esperti  nell’arte di  adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto  coraggiosi.

Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate, tormentate e falsamente accusate di  essere voraci  e erratiche, tremendamente aggressive, di  valore ben  inferiore a quello  dei  loro  detrattori.

Tratto  da Donne che corrono  con i  lupi di Clarissa Pinkola Estés 

Chi ha paura del lupo  che cattivo non è?

Cappuccetto Rosso / Gustave Dorè
Cappuccetto Rosso /
Gustave Dorè

Cappuccetto  Rosso: lei, con la complicità  del  cacciatore, ha messo  fine alla voracità del lupo  sbaffa – nonne, ma non a quella nomea che, suo  malgrado, il Canis lupus  si porta dietro di  se  e cioè di  essere, per l’appunto,  il lupo cattivo.

Chi  vuole essere cieco  e sordo  alla sua indole di  animale schivo (che ha istintivamente  paura dell’uomo), continuerà a ripetere che il lupo è pericoloso, non si  accontenta di predare qualche gallina o pecora, ma assale anche l’uomo per farne cibo.

Senza contare che, ancora oggi, circola quella diceria sui lupi  paracadutati sulle nostre foreste da misteriose organizzazioni ambientaliste, con lo scopo  di  ripopolare l’Appennino  di  branchi selvaggi di  Canis lupus neanche se fossimo  in SiberiaAlaska.

Questo nulla toglie agli  allevatori il diritto  a richiedere  indennizzi  per i  capi predati e i finanziamenti per i  sistemi  di prevenzione (recinzioni elettrificate, cani  da guardiania)

Il lupo, comunque,  preda soprattutto  animali selvatici vecchi oppure malati, raramente quelli  sani: ciò  garantisce anche il mantenimento dell’equilibrio  dell’ecosistema e di  questo  anche i  cacciatori, che vedono nel lupo un’antagonista per la caccia, dovrebbero  esserne contenti.

Per contro,  se non è il fucile di  qualche cacciatore ad uccidere il lupo, lo sono  i bocconi  avvelenati  lasciati dai  bracconieri: non  solo  quest’azione criminale (e un po’  da cerebrolesi)  uccide il lupo, ma a farne danno sono  anche altri  animali  che si  cibano  delle carcasse avvelenate tra cui, oltre a uccelli predatori  e piccoli  mammiferi carnivori,   i  cani di  escursionisti e quelli  da guardiania.

Non sempre è il lupo a predare gli  allevamenti: cani rinselvatichiti riuniti  in branco (abituati alla convivenza con l’uomo) non disdegnano  certo l’azione predatoria attribuita in seguito ed erroneamente  al loro parente.

Inoltre, problema non  certa secondario è l’ibridazione tra cane  e lupo: ciò  avviene quando durante il  periodo  di  estro,  che in una lupa può durare in media dai 5 ai 7 giorni,  la femmina viene fecondata da un cane (probabilmente vagante o  rinselvatichito) dando  alla luce degli ibridi che, se sopravvivono, possono ulteriormente riprodursi  nel branco comportando un impoverimento del patrimonio genetico della specie.

Gli incontri con il lupo e il suo  antagonista: il cane da guardiania 

Raro, rarissimo ma non impossibile: è l’incontro  casuale con  il lupo.

Se accade, e se il canide non è già fuggito  dalla parte opposta da quella dove noi stiamo fuggendo, è il  caso  di  mettere in pratica le linee guida dettate dalla Large Carnivores Initiative for Europe (gruppo specializzato in carnivori  della Iucn) e cioè quelle  di non lasciare rifiuti in giro e di  chiudere di  sera cani  e gatti in casa: accorgimenti  necessari  se abitiamo nel  bel  mezzo  della Foresta Nera e non in città.

Ben  altra faccenda è il cane da guardiania: non è di  rado che, durante una nostra escursione in montagna, di  trovarsi  faccia  a muso con uno  di  questi poderosi  cani che, se ben addestrato, si limiterà solo  a tenerci  d’occhio altrimenti, se l’incontro è del terzo  tipo  e nessuna navicella spaziale verrà  a salvarci, bisogna seguire queste regole:

  • Non scappare correndo 

Tanto lui è più veloce e voi, fuggendo,   vi  siete trasformanti in una preda 

  • Evitare di  toccare o  accarezzare il bestiame
  • Non gridare
  • Evitare movimenti  bruschi  che possono essere percepiti dall’animale come un’aggressione

Siamo già congelate dalla paura

  • Evitare di  agitare bastoni  o lanciare pietre verso il cane (è vietato  utilizzare il bazooka che di  solito  portate nello  zaino)
  • Se è possibile aggirare il bestiame mantenendo  la giusta distanza, se ciò non è possibile e il  cane si  avvicina, parlargli con tono calmo e proseguire con tranquillità il cammino.  

D’accordo: ma cosa mai  avrò da dire (in tono  calmo) ad un cane che mi vede sotto  forma di  salsiccia? 

Il Centro faunistico Uomini e Lupi 

A Entracque, nel  Parco  delle Alpi  Marittime, è  sorto  da tempo il Centro  faunistico  Uomini  e Lupi con il doppio  intento di fornire programmi  di  educazione ambientale che sono un fondamento per istituire le basi  di  convivenza tra uomini  e lupi, e soccorrere lupi  feriti tramite un recinto  faunistico  di 8 ettari dove (se si è fortunati: io non lo sono stata) dall’alto  di una torretta è data la possibilità di  osservare i lupi ospiti  del  Centro in un ambiente  del  tutto  simile a quello loro  congeniale.

Per gli orari  e le aperture del Centro vi  consiglio di  andare sul sito.

 

Per concludere un libro

Mia Canestrini è laureata in Scienze naturali ed è specializzata in conservazione del  territorio.

Lavora presso il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco  Emiliano seguendo il Progetto  Mirco per la protezione e la conservazione del lupo  e il miglioramento  del rapporto  tra uomini e lupi.

Dalla sua decennale esperienza con i lupi il libro La Ragazza dei  Lupi (anteprima a fine articolo).

Buon fine settimana. 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro La Ragazza dei  Lupi  di  Mia Canestrini 

«Il mio lupo mi ha tagliato la strada un pomeriggio d’estate a pochi chilometri da casa. È balzato nella provinciale all’improvviso, ma calmo, e l’ha attraversata con un passo lento e sicuro, quasi a non sfiorare l’asfalto. Si è voltato a guardarmi, ci siamo fissati un istante, il tempo di lasciarmi un messaggio, e come un angelo è sparito, infilandosi nella vegetazione fitta oltre la cunetta. Mentre tutto sembrava insuperabile, il lavoro finire, il fallimento chiudere il cuore in una morsa, le amicizie allontanarsi, mentre la vita sembrava collassare su se stessa, un lupo è apparso come un lampo di luce alle porte del mio inferno personale. La sua apparizione senza senso, in un luogo strano, a un orario altrettanto strano, mi ha donato una grande fiducia nel futuro, nonostante nulla in quel momento sembrasse avere soluzione. Ma io gli ho creduto, ho stretto i denti. A volte gli angeli custodi assumono strane sembianze».


Si è messa sulle tracce dei lupi da studentessa di Scienze Naturali, quando come tesi doveva cercare segni di presenza del lupo per studiarne la genetica. Non li ha più lasciati. Oggi Mia è una “lupologa”, ed è una delle più preparate. Tra le sue attività, è impegnata anche a insegnare alle persone a convivere con l’animale di cui gli uomini hanno una paura ancestrale e un’attrazione infinita.
L’esperienza personale di Mia si intreccia con la storia più grande del lupo in Italia, ed è il racconto di un amore sconfinato, di cuccioli salvati e rimasti nel cuore, come Achille, e di altri perduti, un amore a volte corrisposto, a volte no. Ed è anche la storia di come i lupi le hanno insegnato a seguire la strada della libertà.

Perchè al gatto piace più la donna?

Cats ©caterinAndemme
Cats
© caterinAndemme

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Tratto  da Microcosmi  di  Claudio  Magris 

Perché il gatto 

Ieri  è stata la Festa nazionale del gatto: immagino  che la  notizia  abbia lasciato  del  tutto indifferente il felino di  casa, ancor più quello  di  strada che, dovendo  battersi  con i gabbiani suoi  voraci   competitori per il  cibo  lasciato  dalle pie gattare, ha ben altro  a cui  pensare se non vuole tirare la cinghia.

Io adoro  i gatti (non per nulla ve ne è uno nel  mio logo), ciò non vuol dire che disprezzi i cani, anzi, da un po’ di  tempo ho vinto il timore che avevo  nei  loro confronti: devono  solo  essere un po’ più piccoli  di un Grizzly  e magari non ringhiarmi  contro (tanto  meno addentare vigliaccamente il mio  lato  B).

Ritornando  al gatto la sua storia dice che sia stato addomesticato  nel  lontano Antico  Egitto (qualcun altro  dice in Cina) come killer per far fuori i topi in quei  luoghi  dove venivano  stipate le derrate alimentari.

Qui, però, c’è da fare una precisazione sul termine addomesticatonon illudiamoci! E’ il gatto  che ha addomesticato  noi.

Alzi  la mano chi  di  voi  non è caduta prigioniera di  quel  suo  ammaliante strusciarsi  sulle vostre gambe (specie se il suo  pancino è in riserva) oppure sdilinquirsi per le  loro  fusa quando  sono  accovacciati sul nostro  grembo .

Certo  non è come il cane scodinzolante: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi, il gatto  sa prendere le distanze e guai a contraddirlo  perché la sua non è una fuga, è il suo modo  di  rimarcare le differenze tra noi  (le addomesticate) e lui  (o lei) re (o regina) del proprio essere gatto (o  gatta).

Perché noi e non l’uomo? 

Il Dipartimento di  Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna in una passata ricerca aveva stabilito che i gatti hanno una predilezione per il genere femminile bipede, questo  perché:

Il tono della nostra voce è più morbido

Tende solo  all’acuto  alla vista di un topo entrato in casa: in questo  caso ci  affidiamo  all’istinto  predatorio  del nostro gatto (sempre che abbia voglia di  farlo)  

Abbiamo quel  tocco  femminile nell’accarezzarlo

 Forse il tocco  di un boscaiolo  canadese non è la stessa cosa

Abbiamo tutte (chi più e chi meno) l’istinto  materno

Per i  ricercatori l’istinto  naturale che si  ha come cura e dedizione verso i bambini è lo stesso che assumiamo  accudendo un gatto (in questo  caso siamo  dispensate dal  cambio  dei  pannolini)

Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile

Miaoooo! 

Il gatto  disegnato 

Il mondo  dei fumetti  e dei  cartoon è pieno  di gatti: da quelli made in Disney, passando per Felix the Cat fino  ad arrivare all’ hard boiled di John Blacksad  ( non lo conoscete? E’ tutto  da scoprire: forse, un giorno, scriverò un’articolo su  questo personaggio).

Eppure,  fra tutti i gatti disegnati a matita (o in bit),  the winner is: Garfield 

E ‘nato   nel 1978 dalla matita di Jim Davis e dal 2001 detiene il record di  striscia a fumetti  più pubblicata nel mondo  essendo ospite di  2.500 giornali.

Ha vinto diversi  Emmy Award diventando uno  dei personaggi a fumetti più famoso.

Ama le lasagne…. 

garfield.com
Cliccando sull’immagine verrete reindirizzati sul sito garfield.com

Alla prossima! Ciao, ciao………..


I veleni in natura nel mondo animale

Scorpione © caterinAndemme
Scorpione
© caterinAndemme

In natura la sopravvivenza di un animale dipende nell’ approvvigionarsi del  cibo e, nel  contempo, non diventare cibo  per altri predatori.

Per questo  duplice scopo negli  animali c’è chi  corre più di ogni  altro per mettersi in salvo.

I predatori, invece, hanno a disposizione artigli  e zanne.

Ma la sopravvivenza o la predazione può dipendere anche da pochi  milligrammi  di   sostanze chimiche: quelle  che comunemente vengono  chiamate veleni.

 Una piccola introduzione

Dopo  avervi  deliziate con l’articolo sui  ragni  ( di  cui molte specie le ritroviamo nelle nostre case) e sulla pericolosità di pochi  di  essi, continua la mia rassegna zoologica  scrivendo di  come nel mondo animale per  la difesa (o l’offesa) vengono  utilizzate sostanze tossiche, appunto i  veleni.

Alla fine dell’articolo  troverete un ampio  report sui  veleni  nel mondo  animale liberamente scaricabile.

Come sempre ci  tengo  a precisare che il contenuto  dell’articolo (e di  quelli  che ho  scritto  e scriverò) sono semplificati  rispetto agli  argomenti  trattati in maniera professionale da coloro che lavorano in uno  specifico  campo.

Questo non toglie nulla  alla mia passione di  scrivere e di  conseguenza documentarmi evitando, nel  contempo, di divulgare notizie false e prive di ogni  valore scientifico, le cosiddette  fake news. 

Il  veleno del pesce scorpione e di  alcuni  protozoi

Pesce scorpione
Pesce scorpione

Tra gli  effetti  del riscaldamento  globale, che provoca anche l’innalzamento  delle temperature medie del nostro  Mediterraneo,  vi è quello  della migrazione di  specie esotiche che qui  trovano  un habitat a loro  favore.

Nell’estate del 2017 l’Ispra (Istituto  Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) aveva diramato l’attenzione sulla presenza del pesce scorpione (Pterois volitans) all’interno  dell’Oasi faunistica di  Vendicari in Sicilia (Pdf).

Questo  pesce, molto  appariscente per la sua livrea, è originario  delle acque tropicali, è un predatore e il veleno contenuto nelle sue spine dorsali è altamente velenoso e, di  conseguenza,  pericoloso  per l’uomo.

La probabilità di incontrare questo  sgradito ospite nella prossima estate è pari  allo  zero: quindi, fino  ad allora, dobbiamo  solo preoccuparci della più letale prova costume.

Tra i protozoi il Paramecium  aurelia ha la capacità di liberare nell’acqua la paramicina, ossia una sostanza tossica che uccide istantaneamente gli individui  di un altro  ceppo e cioè i parameci  sensibili.

Se almeno in questo  caso  possiamo  tirare un sospiro di  sollievo, bisogna però fare attenzione ad altri protozoi  flagellati quali , ad esempio, il Gymnodinium catenella che, parassitando muscoli bivalve come le cozze e quindi  consumate dall’uomo, provocano  una grave forma di  avvelenamento con sintomi  quale atassia e paralisi  respiratoria che può portare alla morte.

Le spugne 

Normalmente le spugne che utilizziamo  sotto  la doccia sono  sintetiche quindi non portatrici di  elementi  tossici.

Riferendosi, però, al mondo  naturale e specificatamente al phylum dei Porifera – nome che venne dato dallo  zoologo  britannico Robert Edmund Grant nel 1836 – le spugne possono riservare alcune spiacevoli sorprese.

Il corpo di un porifero (Grant nel  dare questo nome lo fece facendolo  derivare dal significato  latino  di portatrice di pori) è descrivibile in maniera molto  semplificata come un sacco  delimitato  da due strati di  cellule: lo strato  gastrale quello più interno e lo strato  dermale quello  esterno.

Tra questi  due strati è posta una massa gelatinosa, la mesoglea, con incluse spicole calcaree o silicee che ricoprono  la funzione di  sostegno del  corpo  della spugna.

Alcune specie di  spugne elaborano  sostanze velenose che rimangono  confinate nella mesoglea fintanto  che l’animale è in vita

Alla morte della spugna le spicole, ricoperte dalla sostanza velenosa, si  disperdono in mare causando  fastidiose dermatiti a coloro  che sfortunatamente ne vengono  a contatto.

E’ il caso  della Suberites domuncula, comunemente chiamata spugna del Paguro molto comune nel  Mediterraneo,  perché spesso  stabilisce una relazione simbiotica con i paguri.

Per quanto  riguarda altre zone del  globo, la tossicità del  veleno delle spugne è tale da creare seri  danni  alla pelle: è il caso della Fibula nolitangere diffusa nel  Mar dei Caraibi e la Tediana toxicalis molto  frequente lungo  le coste della California.

Non sempre le spugne sono colpevoli della velenosità erroneamente a loro  attribuita: in passato  si pensava che il morbo di  Zervos, una dermatite riscontrata tra i pescatori  di  spugne nell’Egeo, fosse causata dalla spugna; solo  in seguito  si  scoprì che il colpevole era un minuscolo celenterato che viveva come parassita sul corpo delle spugne.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………