Fragile, opulenta donna: le parole di Alda Merini per tutte le donne

 

Immagine e grafica: Caterina Andemme
Parole di Alda Merini

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

A tutte le donne – Alda Merini

Milano – Naviglio Grande
credit: Archivio 24Cinque P&B

Quella sera, passeggiando  per i Navigli  di  Milano, mi era venuta in mente che lì  a pochi  passi, presso la Casa delle Arti vi era uno  spazio dedicato  ad Alda Merini.

Mi è bastato poco  per convincere Sara e Michele (un po’ di più lui) a fare quella deviazione per una visita alla riproduzione della  stanza, con molti  oggetti  appartenuti  alla poetessa, quando  lei  abitava in Ripa Ticinese al  numero  47.

Chi  sia Alda Merini ed il valore delle sue opere non sarò certo io a doverlo  dire, tanto più che in rete (magari  anche qualche libro, perché leggere non fa mai male) si  trova tutto  e di più sulla sua vita (io mi  sono  limitata ad  un solo  link per le note biografiche).

Apro una piccola parentesi su  Milano: ho  già detto  che questa città (metropoli)  ormai ha acquistato  nel  tempo   una notevole valenza turistica tanto da primeggiare con altre località quali, ad esempio, Firenze o Torino (Genova è al palo anche se sta guadagnando  posizioni nelle preferenze dei  turisti). A dimostrarlo è anche l’interesse del  pubblico verso  queste piccole chicche di  cultura  come, appunto, la Casa delle Arti – Spazio Alda Merini (prima mi  sono dimenticata di  mettere per intero il nome del piccolo museo  e ritrovo  di poeti e no).

La stanza di Alda Merini presso  lo  Casa   delle Arti
credit: Archivio 24Cinque P&B

La stanza è piccola,  anche molto più ordinata rispetto  a quella reale dove la confusione era, come dire, di casa:  la si può guardare solo attraverso  un vetro messo  a protezione degli oggetti  e dei  suppellettili, ma la visione è stata sufficiente per avermi  data l’emozione (se pur in spirito) di  aver incontrato una grande e tenace donna.

Concludo aggiungendo  altre sue parole:

C’è un posto nel mondo, dove il cuore batte forte, dove rimani senza fiato  per quanta emozione provi; dove il tempo  si  ferma e non hai più l’età. Quel posto è tra le tue braccia in cui  non invecchia il cuore, mentre la mente non smette mai  di  sognare.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 

 

Donne e motori, gioia e dolori? Provate a dirlo a Bertha!

A me piace guidare, mi considero abbastanza brava (quell’abbastanza è da interpretare come falsa modestia) ed abile nelle manovre e nei parcheggi: solo  che quel  giorno  eravamo  a Barletta.

Adesso  non voglio cadere nei  luoghi  comuni  che vogliono   il traffico del nostro  sud come una giostra   senza regole  ma, in effetti, devo  dire che quel  giorno vi  era abbastanza anarchia nella guida da parte degli  altri utenti,  da considerarmi estranea ed ignorante, per l’ appuntoalle loro regole e modo di  condurre un’automobile.

Mi è bastato poco, però, adeguarmi  a questo  stile libero di  guida: a parte  i sensi  unici  che diventavano un doppio  senso a proprio  gusto, oppure stop rispettati  per qualche decimo  di  secondo (giusto il tempo  di  dare uno  sguardo  svogliato  a destra e a  sinistra), senza tener conto poi delle auto parcheggiate in doppia e terza fila, la guida diventava sciolta in quel  flusso magmatico di  gomme e rumori.

Anche perché il guidatore meridionale è un tipo pacifico, lento  e ponderato,  anche quando  ha tra le mani  un volante: lui assapora ogni attimo di  vita: è cosa da niente  se  il semaforo  da rosso  diventa verde, poi  giallo e quindi rosso: non si può tralasciare di  salutare una persona amica appena incontrata.

Non è mica quel  milanese che ha sempre fretta e brucia i  semafori  come  se fossero lo start di una gara di  formula uno (perché hai  sempre questa maledetta fretta?).

E poi, volete mettere la gentilezza di un uomo  del sud quando una donna (con accento  non del luogo) chiede un’informazione?

Si prodiga a spiegarti  per filo  e per segno quale sia la strada che devi percorrere: magari  ci scappa anche l’invito per un caffè.

Detto  questo  arrivo, finalmente,  a parlarvi  di  Bertha.

Bertha Ringer   (Pforzheim,  3 maggio 1849 -Ladenburg,  5 maggio 1944) oltre che essere stata una bella donna, da come si  evince dalla foto, fu la prima nella storia, nel 1888,  a guidare un auto per una lunga distanza (all’incirca cento  chilometri).

Sedici  anni prima aveva sposato l’ingegnere Karl  Benz, il cognome è facilmente associabile alla nota casa automobilistica tedesca

Nel 1885, quando  Karl  Benz terminò il suo  progetto della prima carrozza senza cavalli (finanziariamente appoggiato dalla nostra Bertha) nessun investitore si  fece avanti per la costruzione in serie di  quello  strano oggetto che doveva essere visto come una specie di  UFO.

Possiamo  immaginare lo  scoramento di  Karl (Benz), ma è in questi  casi  che, avendo  accanto una compagna determinata come lo poteva essere Bertha,  i problemi  trovano una soluzione.

 

Nell’agosto  del 1888,  senza dire nulla a suo marito e prendendo  con se i due figli Richard ed Eugen, sale su   quel  macinino  che vedete in foto (la trisavola della Classe A che tanto mi  piace) e con il pretesto  di  andare a trovare sua madre compie il tragitto  di  100 chilometri  che separano la città di Mannheim da Pforzheim.

Naturalmente lo  scopo  di Bertha era quello  di pubblicizzare l’invenzione di  suo  marito per poi  trovare chi avrebbe messo i capitali per la produzione.

Essendo  quello un prototipo i problemi  si  fanno  subito lampanti: in alcune salite un po’  troppo  ripide per il mezzo i  suoi  due figli devono mettersi  dietro  ad esso  e spingere (la lungimiranza di una madre che ha voluto  con sè i  suoi  figli). Poi, una volta terminato  il carburante, ha dovuto  cercare chi le vendesse del  solvente chimico da mettere nel  serbatoio  ( i distributori  di  benzina non erano  ancora stati inventati e non c’erano, quindi,  neanche i  bollini premio).

Infine anche il carburatore diede i  suoi problemi  che lei  risolse utilizzando    una forcina da capelli per ripulirlo  ed una giarrettiera come isolante.

Il viaggio  di  Bertha si  concluse con un’enorme pubblicità per il mezzo  utilizzato,  ma anche con la paura  delle persone nel  vedere una donna e due ragazzi a bordo  di un calesse che si muoveva senza trazione animale.

Nel 1944, quando  ormai  Bertha Benz aveva 95 anni,  le venne dato il titolo  di Honourable Senator presso la Technical University of Karlsruhe 

Due giorni  dopo Bertha Benz morì nella sua villa a Ladenburg.

Se andate in Germania, percorrendo  lo  stesso  tragitto  che Bertha Benz fece nel 1888,  sappiate che quella è la Bertha Benz Memorial Route istituita il 25 febbraio  2008 a suo  ricordo.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

Alle ragazze geco piace la libertà

 

 

La mia amica, nonché collega di lavoro, Gabriella T. (per distinguerla dalle altre mie amiche Gabriella C. e Gabriella B.) è una fortissima free – climber:  d’altronde con un fisico  come il suo, minuto, ma allo stesso  tempo muscoloso, tanto  da avere al posto  dei  tendini  del  fil  di  ferro, il free – climbing non poteva essere che il suo  sport.

L’ho  vista nelle fotografie ritratta durante uno  dei   suoi  allenamenti: una cosina attaccata a pareti  strapiombanti  come un geco. Ed è qui  che ho  pensato  a due cose: la prima è che mai  e poi  mai mi azzarderò ad arrampicarmi lungo  una parete che non sia quella della camera da letto  per togliere la polvere dal lampadario (comunque uso  la scala). La seconda è che il peso del mio fondoschiena (anche se rientra nelle misure standard), sarebbe un impedimento alla leggerezza necessaria a quel  tipo  di attività sportiva.

D’altronde,  come scrive Enrico  Brizzi nel  suo  libro Il sogno del  drago, mi sento piuttosto orizzontalista che verticalista (presto  scriverò le mie impressioni  su  questo  libro chiarendo  la differenza tra  i due termini, anche se la cosa è facilmente intuibile).

Il desiderio  di parlare delle ragazze – geco (spero  che a Gabriella sia simpatico quest’animaletto) mi è venuta quando, scartabellando nell’archivio cartaceo del mio “lui“, ho trovato un articolo di  D – Donna (supplemento  al  femminile del  quotidiano  La Repubblica) riguardante l’alpinista iraniana Nasim Eshqi.

La similitudine principale  con la mia amica, oltre ovviamente alla passione per le scalate, è dovuta al fatto  di  avere pressoché la stessa età, cioè di  qualche anno (?!) più giovani  della sottoscritta (…………….sigh!).

Nasim Eshqi prima di  diventare scalatrice è stata per dieci  anni  campionessa di Thai Kickboxing (tra i suoi  idoli  di  allora l’immancabile Bruce Lee).

Poi, all’età di  23 anni, la scoperta della montagna: appende i  guantoni  da boxe al  chiodo per indossare le scarpine per l’arrampicata.

Anche in questo  caso  lo  fa da campionessa: apre più di  70 vie su  roccia e scala montagne   come il Damavand la montagna più alta dell’Iran (5.610 mslm),

 

Nasim Eshqi impegnata sulla parete del Pole Khab, nella provincia di Teheran

Ma non è delle sue doti  atletiche di cui  voglio  parlare, per questo  basta fare una ricerca in rete ed avere un quadro  completo dell’atleta, voglio invece parlarne dal punto  di  vista di donna che vive in uno stato dove l’Islam è religione di  stato.

Se la polizia religiosa non può controllare il suo  abbigliamento  durante le ascensioni, perché scalare con il velo e tunica è altamente sconsigliabile, è anche vero che la condizione femminile in Iran non è delle più rosee:  se a Teheran e nelle città più moderne dell’Iran, è  possibile vedere donne che indossano  hijab che lasciano  scoperto  parte della testa, make up e jeans come qualsiasi  giovane occidentale, purtroppo vi  sono  ancora fortissime limitazioni alla libertà femminile.

Le tensioni  che l’Iran si  trova ad affrontare, non ultima l’uscita di  Donald (Duck) Trump che ha annullato  gli  accordi  sul nucleare voluti  da Barak Obama,   si  riflettono sulle aperture che il riformatore (molto  moderato) Hassan Rohuani aveva posto  per aprire il  suo Paese  al mondo. Quindi anche i  diritti  civili ne escono  penalizzati e le donne lo sono  ancora di più. 

Nasim Eshqi è consapevole di  essere un simbolo per  tutte le donne iraniane, soprattutto le più giovani, che chiedono  ciò che per loro  è lecito chiedere: maggiore libertà e  più uguaglianza tra uomo  e donna.

A questo punto ho  notato  che la mia narrazione ha preso un’altra strada rispetto  all’argomento iniziale.

Poco  male, ma se siete arrivate fin qui  vi  prego  di  continuare la lettura per un appello molto  importante:

L’ appello di  Amnesty International riguardante la vita del  ricercatore Ahmadreza Djalali detenuto in Iran da diciotto mesi, sul quale pende una condanna a morte per presunto  spionaggio.

Ahmadreza Djalali ricercatore esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara. è stato condannato a morte da un tribunale iraniano con l’accusa di “spionaggio”.

Djalali è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz.

Si è visto ricusare per due volte un avvocato di sua scelta.

Lo scorso dicembre, le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava”di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi.

Per protesta, Djalali aveva iniziato uno sciopero della fame il 24 febbraio. Tuttavia, a causa dell’ulteriore peggioramento della sua salute che ne aveva causato il ricovero, Djalali ha deciso di interrompere lo sciopero della fame il 6 aprile.

Grazie.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 

Quando tre donne mandarono un uomo tra le stelle

 

Confesso  di non aver ancora visto il film Il diritto  di  contare (Hidden Figures in originale) , per cui non ne potrò   dare alcun giudizio, se non il suggerimento  di  andare a leggervi ciò che  Natalia Aspesi ne scrive a proposito in questa pagina.

Non potevo, però, tralasciare di mettere tra le mie Superwoman il nome di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson  le tre donne che hanno ispirato  la pellicola del regista Theodore Melfi.

Quello  che accomuna queste tre donne (di  cui  solo Katherine Johnson è ancora in vita avendo la venerabile età di 99 anni) è quello  di  essere tre matematiche e di  avere la pelle nera.

Oggi, ai  tempi  di  Donald (Duck) Trump,la presunta supremazia bianca sembra essere ritornata di moda nelle teste di  qualunque decerebrato razzista ma, per fortuna, la società civile riesce ancora ad arginare questa sconcezza sociale (l’avanzata della destra xenofoba in Germania, è però un brutto  segno…..).

Ma,  negli  Anni ’60,   l’apartheid negli  Stati Uniti era una prassi  considerata  normale  – solo  nel 1964 venne eliminata per legge,  mentre l’anno  seguente fu finalmente  concesso il diritto  al  voto ai  neri, tutto grazie all’intervento  del presidente Lyndon B. Johnson riconosciuto  come il presidente dei  diritti civili – per cui tre donne di  colore, se pur con un’intelligenza al  sopra della media, che andavano a lavorare nella Naca (National Aeronautic and Space Act l’antenato  della Nasa) dovevano  subire discriminazione di  ogni  genere: dal  fare la pipì in bagni a loro  riservati  e magari scomodi  da raggiungere,  fino ad ostacoli posti  all’avanzamento  della loro carriera.

Eppure il loro contributo fu  fondamentale per la prima missione di un astronauta americano in orbita intorno  alla Terra (John Glen – 20 febbraio  1962), anzi  la storia dice che il pilota, non fidandosi dei  primi giganteschi  computer IBM, volle che il calcolo  per le traiettorie venisse fatto  dal  trio.

La storia fa presto  a dimenticare i personaggi  relegati in secondo piano, per questo bisogna ringraziare gli  scrittori  e i  registi che, in qualche modo, ne riportano  alla luce le vicenda.

Hidden Figures, per quanto  riguarda il tema dei  pregiudizi,  mi ricorda un altro  film: The Imitation Game   del regista Morten Tyldum , incentrato  sulla figura di Alan Turing.

In questa caso la discriminazione riguardava l’omosessualità e, purtroppo, la storia non è affatto  finita bene.

Il film questa volta l’ho visto  e vi  consiglio assolutamente di  guardarlo.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 


 

Dal  trailer sembra un bel  film, anche se un po’  edulcorato  rispetto  alla storia vera, lo ha detto  anche Natalia (Aspesi)……

 

 


 

Dall’Irlanda (di ieri) con furore: Constance Markievicz

 

 

Aspettando  che Rakuten TV metta in catalogo Wonder Woman – si  è vero: ci piace il genere DC Comics (oltre che quello  della  Marvel  Comics, ma lui credo sia più interessato all’attrice protagonista, la bella (lo ammetto) Gal Gadot, che al  film stesso – oggi  vi  voglio  parlare di una superwoman che, pur non avendo  nessuno dei  superpoteri dei nostri  eroi fumettosi, era altresì dotata un carattere molto  combattivo (lo  si può desumere dalla foto): Constance Markievicz.

 

Constance Markievicz

 

Lei  era nata il 4 febbraio  1868 a Sligo (nella contea irlandese omonima) da una famiglia molto  benestante: i Gore-Booth.

Il cognome Markievicz le viene dato  dal  marito, un conte polacco ( a dir la verità le cronache affermano  che l’uomo  si  faceva passare per nobile pur non essendolo: vatti  a fidare!).

Il matrimonio, comunque, dura il tempo  di  mettere al mondo una figlia e, mentre lui  parte per la guerra in veste di  fotoreporter, lei  pensa bene di  fondare il (o laNa Fianna Eireann: un organizzazione politica – militare contro il dominio inglese.

Nel 1916, durante la Rivolta di  Pasqua (Easter Rising), viene arrestata, processata e quasi  messa di  fronte al plotone di fucilazione: considerando  che lei è, per l’appunto, una donna, la clemenza  dei  giudici  trasformano  la condanna a morte in ergastolo.

Venne amnistiata l’anno  successivo, ma riuscì a farsi  condannare ancora cinque volte nei  dieci  anni  successivi (in una delle  lettere che scriverà alla sorella Eva  dirà: <<sono  contenta perché vivo gratis alle spalle dell’Inghilterra>>).

La sua vita terminerà  a Londra il 15 luglio  del 1927: lei era diventata la prima donna della storia politica britannica ad essere eletta ministro del  Sinn Féin.

Ho  accennato  alle tante lettere che lei  scriveva dal  carcere: ebbene la Casa Editrice Angelica le ha raccolte e pubblicate in un libro dal titolo  Lettere dal  carcere – l’Irlanda verso  la libertà (euro 15 per 232 pagine di  lettura).

 

 

Io non l’ho ancora letto ma, se qualcuna di  voi  la farà ancora prima di me, potrà esprimere il suo  pensiero  su  di  esso scrivendomi.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


Pensieri  scritti su 24Cinque Diary 

 

 


 

 

Mira Rai che afferrò la foglia nel fiume

120617/ 24Cinque ©

 

Una possibilità è come una foglia in un fiume, si  deve afferrare velocemente, o  andrà via per sempre.

Mira Rai  

 

Lei, Mira Rai, è oggi  la mia superwoman: nepalese, ventottenne, campionessa del  mondo  di  corsa in montagna.

Il National Geographic l’ha insignita del titolo  di Adventurer 2017 e qui  apro una piccola parentesi  su  quello che una pubblicità, di una nota marca di  auto,  definisce come carattere di  avventura:

Ti svegli, ti alleni, caffè, giacca, corri  al  lavoro

riunioni, mangi  ti  fermi.

Ti svegli, ti  alleni, ti incontri, caffè, ritardi  riunioni,

mangi, ti  fermi.

Ti svegli, nuovo  lavoro, giacca, ti  alleni, mangi,

non ti  fermi.

L’avventura è la nostra routine 

L’avventura è la nostra routine? A me sembra piuttosto il viatico per una vita stressata e nevrotica: tutto  si  riduce al  semplice fatto  che non è  posando  i glutei  sul sedile di  un SUV  che si  diventa automaticamente avventurieri.

Mira Rai, invece,  essendo nata in una famiglia non certo  ricca, ed essendo la prima di  cinque figli, aiutava a sei  anni ad accudire un gregge di  capre. Diventando poco  più grande, trasporta sulle sue spalle sacchi  di  frutta, riso ed altro verso i mercati più vicini:  questo vuol dire, ricordandoci  che siamo  in Nepal, giorni  di  cammino e dislivelli  da coprire.

A 14 anni  per sfuggire a questa routine (notate il senso ironico  con  cui  ho  scritto  la frase in riferimento alla pubblicità di  cui  sopra?) si  arruola nell’esercito rivoluzionario  maoista, rimanendovi  per due anni e, dice lei, senza mai  sparare un colpo.

Nel 2014 avviene la svolta, quella possibilità di prendere al  volo  la  foglia che scorre in un fiume: partecipa ad una competizione di  ultra running, la Kathmandu West Valley Rim 50 (la cronaca  dice che corre   scalza) arrivando, unica donna, al  traguardo.

La sua tenacia conquista il cuore di  due persone che l’aiuteranno: Richard Bull, organizzatore della SkyRace Trial Running Nepal e l’italiana Tite Togni (campionessa di  corsa in montagna) che se la porta sulle nostre Dolomiti  per allenarla.

Da allora in poi  un successo  segue l’altro, fino  ad arrivare seconda sfiorando il titolo mondiale alle Skyrunner World Series.

A monte di  tutto c’è il suo  impegno ad aiutare le giovani  donne nepalesi ad emanciparsi  attraverso lo sport: capite perché l’ho inserita fra le mie superwoman?

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 


 

Al Trento Film Festival è stato proiettato in anteprima il film – documentario  Mira Rai per la regia di Lloyd Belcher: 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra Hedy Lamarr ed i cyborg chi preferite?

 

Tutto  bene?

Si, grazie.

 

Specchiandovi  a voi  non capita mai  di parlare con il vostro  doppio?

Qualche volta (spesso….sempre) a me succede: è  come darsi una carica prima di iniziare la giornata:  di  fare una rassegna mentale, oltre  che visiva, per assicurarmi  che tutto proceda per il meglio.

Qualche volta, però,  lo specchio  si  rompe, specie quando gli  chiedo: Specchio, specchio  delle mie brame chi è la……………..

Lei, invece, non aveva bisogno di  specchiarsi, tanto  che era intelligente, bella e sicura di  se, a tal punto da sfidare la morale della sua epoca ed apparire completamente nuda nel film del 1933 Estasi.

Lei, la mia superwoman di oggi, è Hedy Lamarr.

Celebre è la frase con cui  rispondeva alla domanda di  coloro  che chiedevano come si potesse diventare una femme fatale:

Non è difficile diventare una grande ammaliatrice: basta restare immobili e recitare la parte dell’oca

Una donna simile aveva anche dalla sua parte un’intelligenza straordinaria, tanto  che un suo  brevetto è oggi  alla base dei  sistemi  di  telefonia e delle reti  wireless.

 

Adesso, prima che mi si  accusi  di plagio, queste ed altre notizie su  Hedy  Lamarr le potete trovare su 24Cinque, oppure nella versione pubblicata su  Medium

 


 

Non sono super invece i 150 individui, impiegati di una società con sede in Svezia, la Epicenter,  i quali  sono stati  convinti  a farsi  impiantare un microchip  sottopelle.

Questo aggeggio non li renderà persone dotate di  superpoteri (bastano  gli  eroi  della Marvel per questo ) ma saranno i primi a poter interagire con le macchine dell’azienda: in pratica un dialogo  tra robot.

Con questo chip RFID potranno, inoltre, fare a meno  del badge, oppure acquistare merci  avvicinando la mano  ad un lettore.

Quando  andranno in bagno a fare la pipì, una piccola scossa elettrica avvertirà se si  stanno  troppo  attardando nell’espletare il loro  bisogno  fisiologico : tanto  sono  cyborg.

Quest’ultima nota è naturalmente una mia battuta: io, comunque,  neanche se mi pagassero il doppio del mio  stipendio mi farei mettere un chip sottopelle……

….per il triplo potrei  incominciare a farci un pensierino.

Alla prossima! Ciao, ciao……….

 


 

Parlando  di  robot, loro non potevano  mancare:  Kraftwerk – The Robots

 

 


 

 

 

 

Pedalando, pedalando, Annie fece il giro del mondo

Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky
Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky

 

È grazie a questa giovane signora (di  allora) ritratta nella foto  che ho deciso  di  rispolverare la vecchia lista di articoli in superwoman.

Lei  si  chiamava Annie Cohen Kopchovsky e nel 1894 decise di  raccogliere una sfida lanciata da un tale di  Boston – in palio  una somma di 20.000 dollari che all’epoca era un bel  po’  di  denaro, e che oggi  sarebbe un po’ meno  di un bel po’  di  denaro – . la sfida consisteva nel  fare il giro  del  mondo in quindici  mesi,  in bicicletta e senza denaro in tasca: in pratica la sfidante doveva guadagnarselo  strada facendo.

Nel 1885 un uomo  aveva già compiuto l’exploit. In effetti, la scommessa, non era tanto  quella di  compiere il giro  del mondo, ma stava nel fatto che nessuno  avrebbe mai  creduto  che una donna potesse fare lo stesso.

Comunque la nostra Annie,  la quale solo  da pochi  giorni  aveva iniziato a pedalare, lasciò marito  e tre figli piccoli partendo per la sua avventura.

Posso immaginare che, come oggi, le critiche possono essere state del  tipo: “Ma come lasci a casa tre figli piccoli  e parti  per fare il giro  del mondo?”.

Si, lo  ha fatto: uno a zero per Annie.

Lei  doveva avere anche uno spiccato  senso per gli  affari: contattò una società, la Londonderry Lithia Spring Water Company, facendosi  dare 100 dollari  come compenso  per un cartello pubblicitario della società da attaccare alla bicicletta. Accettò, inoltre, di  essere conosciuta come Annie Londonderry (un po’  più facile da ricordare rispetto a Kopchovsky).

Nel  mese di  settembre 1894, era partita in giugno, raggiunse Chicago. Quindi, a novembre, si imbarcò  a New York ala volta della Francia, continuando  a guadagnare denaro con la pubblicità dei  vestiti che indossava e con quella fornita dalla marca della bicicletta (naturalmente, durante la traversata, certamente non avrà pedalato lungo  il ponte della nave).

Arrivata in Francia, precisamente a Marsiglia, s’imbarcò verso  l’Asia orientale, con delle brevi  soste in Egitto, Sri Lanka e Singapore. Quindi fu  la volta della Cina e del  Giappone.

Il 23 marzo  del 1895 arriva, finalmente, a San Francisco. Nei  seguenti  sei  mesi pedalerà verso  Chicago traguardandola il 12 settembre 1895: aveva dimostrato che quello  che può fare un uomo, anche una donna è in grado  di  fare altrettanto bene (se non meglio).

Brava Annie.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

 


Avrei  voluto  inserire in questo fine articolo il commovente video  che Letizia Leviti, giornalista di  Sky Tg24, ha lasciato come suo  ricordo sentendo  che i suoi  giorni stavano per terminare  a causa di una malattia.

Non l’ho fatto  per questo motivo: il video (che comunque si può vedere da questa pagina di Repubblica.it)  è preceduto  da una squallida pubblicità per un rimedio  contro la micosi  delle unghie.

Tutti i miei complimenti  per i  responsabili della pubblicità del  sito  di  Repubblica per aver dimostrato di  quanta sensibilità sono stati  capaci.