Street photography per due: Vivian e Lisette

Street photography

Sono stata sempre affascinata dalla nudità.

Immortalare persone nude mi è sempre sembrata una cosa naturale.

Ciò che invece mi sorprende è vedere come la nudità e la sessualità possano  ancora essere offensive per la maggior parte delle persone.

Ci sono così tanti  taboo sul corpo  femminile e sulla sessualità.

Le persone sono facilmente impressionabili da cose che per me sono tra le più normali  e naturali.

Lana Prins⌋ 

Street photography, una definizione (e nulla di più)

Prima di  cedere la parola (quella scritta) a Wikipedia per la definizione di  Street photography, vi invito a conoscere Lana Prins, giovane fotografa olandese specializzata in nudi femminili, alla quale sono  debitrice della frase introduttiva (il link vi  rimanda al  suo  profilo  Instagram….poi, però, ritornate qui!).

Street photography in poche parole
La Street photography  è un genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, la Street photography non necessita la presenza di una strada o dell’ambiente urbano. Il termine strada si riferisce infatti ad un luogo generico ove sia visibile l’attività umana, un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali. Di conseguenza il soggetto può anche essere del tutto privo di persone o addirittura un ambiente dove un oggetto assume delle caratteristiche umane.

Molti fotografi di strada proprio per questo tipo di reportage sociale rientrano in quella che è stata definita scuola umanista.

Le due fotografe di  strada di  cui  parlo in questo  articolo (in maniera sempre breve per non stancare sia voi che la sottoscritta….si, nello  scrivere ho una certa pigrizia) sono  Vivian Maier e Lisette Model: la prima credo  che sia tra le due quella più conosciuta, anche se la sua storia è un po’  diversa da quella generalmente narrata; Lisette Model, deceduta a New York il 30 marzo 1983 all’età di ottandue anni, fu tra i membri più importanti della  New York Photo  League e insegnante fino  alla sua morte presso  la New School for Social  Research,  annoverando fra le sue allieve Diane Arbus.

Lisette Model, una breve biografia e una mostra a Torino 

Street photography
Lisette Model

Lisette Model, ma in effetti il suo vero nome era Elise Amelie Felicie Stern,   nacque a Vienna il 10 novembre 1901.

Il padre Victor era un medico di origine ebraica mentre la madre Felicie era francese (oltre a Lisette, gli  altri  figli della famiglia erano il fratello  maggiore Salvator e una sorella più giovane di lei, Olga).

Il buon tenore di vita della famiglia Stern le permise un’educazione privilegiata che la portò a un’ottima conoscenza della lingua tedesca, del  francese e dell’italiano. All’età di  diciannove anni iniziò a studiare musica con il compositore Arnold Schönberg.

Nel  1924 il padre Victor morì di  cancro e lei  si  trasferì a Parigi  per studiare canto  con la soprana polacca Marya Freund (mentre la madre insieme alla sorella Olga si  trasferirono  a Nizza due anni dopo.

Parigi, subito  dopo  la Prima guerra mondiale, si stava affermando  sempre di più come nuovo  centro  culturale mondiale ed è facile, a questo punto, comprendere il perché Lisette non abbia seguito l’esempio  di sua madre e della  sorella Olga di  vivere a Nizza.

Sempre a Parigi  ebbe modo di conoscere il pittore Evsa Model  che divenne suo marito  nel  settembre 1937.

Ben  prima del  matrimonio, risalendo  quindi  al 1926, Lisette si  sottopose per ben  sette anni a psicoanalisi per curare un trauma infantile: il trauma ebbe origine per presunte molestie da parte del  genitore,  ed è proprio in questa presunzione che la verità non è mai  stata appurata.

Comunque Lisette affrontò questo lungo  periodo cercando nei  nuovi  ambienti  culturali che allora vivacizzavano Parigi allontanandosi  da quelli  che avevano  contraddistinto il suo  passato.

Molto  probabilmente è per questo motivo  che lei, nel 1933 e cioè al  termine delle sue cure in psicoanalisi, abbandonò la musica per riprendere gli  studi  di  arte visiva sotto  la guida del pittore André Lhote.

E’ Olga, sua sorella, che però le insegna le basi  della tecnica fotografica e i processi  che avvenivano in camera oscura, ed è sempre lei che sarà il soggetto  nelle prime fotografie di  Lisette.

Nel 1934, trovandosi  a Nizza per una visita a sua madre, prese la sua Rolleiflex per fotografare le persone comuni che affollavano  la Promenade des Anglais: l’anno  seguente i ritratti  di  quelle persone divennero un reportage sulla rivista Regards trovandosi a condividerne le pagine con Robert Capa e Henri  Cartier-Bresson.

Ancora oggi  quei  ritratti  sono presi come esempio di uno  stile unico  e particolare, frutto anche di un processo  post-produzione in camera oscura.

Da Parigi  a New York

Nel 1938 Evsa e Lisette non avendo  la cittadinanza francese (e presagendo  ciò che sarebbe accaduto  alla Francia due anni  dopo  con l’invasione nazista) si  trasferirono  a New York dove, finalmente, nel 1944 vennero  naturalizzati cittadini statunitensi.

Nel 1941 lei  era ormai  considerata una fotografa di  spicco tanto  che i  suoi  lavori  vennero  pubblicati  su Cue, PM’s Weekly e US Camera: la stessa città  di  New York, il quale  stile  di  vita era molto  diverso  da quello  parigino (direi  più consumistico) la stimolò fino al punto che i  redattori  di Harper’s Bazaar (a cui  collaborò fino al 1955)  pubblicarono  quella che è ritenuta una delle opere più rappresentative di  Lisette Model: Coney Island Bather

Come ho già scritto  all’inizio dell’articolo, Lisette Model fu una dei  membri principali della New York Photo  League, associazione apartitica che, però, si interessava attraverso  la fotografia di  denunciare diseguaglianze sociali, tanto che venne sottoposta al controllo  della Commissione per le attività antiamericane per presunti  collegamenti  con il Partito comunista: nel 1954 l’FBI, dopo  averla a lungo interrogata, chiese a Lisette Model  di  diventare una loro  informatrice, cosa che lei rifiutò decisamente.

Questo  rifiuto le costò l’inserimento in una lista di  controllo della sicurezza nazionale e la perdita di molte opportunità di  lavoro  che la spinsero  verso  l’insegnamento.

Una vita per l’insegnamento

Nel 1946, durante il suo  primo  viaggio in California, ebbe modo di  conoscere Ansel Adams e i membri del  Dipartimento di Fotografia CSF (il link vi invia alla sezione italiana della scuola) creata dallo  stesso  Adams nel 1946.

Nel 1949 insegnò fotografia presso la San Francisco Institute Fine Arts; nel 1951 ritornò a new York per insegnare alla New School for Social Research (nello  stesso istituto  insegnava fotografia la sua grande amica Berenice Abbott): tra le sue allieve la più famosa fu appunto Diane Arbus.

La carriera di  Lisette Model sia come fotografa che insegnante era ormai  all’apice con riconoscimenti internazionali la cui  lista sarebbe troppo lunga per essere riportata in queste brevi  righe.

Posso  solo  aggiungere che, dopo  la morte di  suo  marito  Evsa avvenuta nel 1976 per malattia, anche le sue condizioni  fisiche andarono peggiorando fino  al  fatidico  giorno del 30 marzo 1983 quando morì per problemi  cardiaci  al New York Hospital.

Lisette Model Street Life

Street photography

Fino al 4 luglio prossimo è possibile visitare la mostra Lisette Model  Street Life presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia di  Torino

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Gli orari di apertura:
Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica > 11.00 – 19.00
Giovedì > 11.00 – 21.00
Martedì > chiuso

I curatori  della mostra consigliano la prenotazione per la visita.

Vivian Maier 

Street photography
Vivian Maier, autoritratto
© Maloof Collection

Per alcuni  la vita di  Vivian Maier era quella di una donna solitaria che per vivere faceva la tata e come unica passione (un modo per interrompere la monotonia della vita solitaria) quella di fotografare le persone incontrate durante le sue lunghe passeggiate lungo  le strade di  New York, Chicago  e Los Angeles.

Lei  nasce a New York il 1 febbraio 1926 da madre francese e padre austriaco  vivendo fino all’età di venticinque anni in Francia.

Dal 1951 in poi  vivrà negli  Stati Uniti iniziando  a lavorare come bambinaia prima a New York  e poi  nelle città summenzionate: nelle ore libere sua compagna ideale è una Rolleiflex con cui  scatta, quasi in maniera convulsiva, ritratti (ma anche autoscatti antesignani dei moderni e abusati selfie) di persone comuni  che non si accorgono  di  essere i  soggetti  delle sue foto.

Vivian Maier colleziona un incredibile numero  di  rullini, sviluppando  foto  che non farà vedere mai  a nessuno, senonché, quando verso  la fine degli  anni novanta, si  ritrova a corto  di  denaro per cui non può pagare più il deposito dei  rullini  e li vende all’asta…..

E qui inizia la storia dei rullini ritrovati per caso   

John Maloof nel 2009 era un giovane agente immobiliare di  Chicago probabilmente appassionato  di  aste perché proprio  a una di esse, e per soli 360 dollari, si  aggiudicò alcuni  scatoloni rinvenuti in un magazzino piene di  foto e rullini  da sviluppare.

Maloof evidentemente aveva un suo  gusto  estetico  che gli permise di  giudicare quelle foto  come autentici  capolavori e per questo  decise di  scoprire chi  fosse la persona ad averle scattate, arrivando  alla scoperta che si  trattava di una bambinaia deceduta solo poche settimane prima (in effetti  Vivian Maier morì il 21 aprile 2009 per le conseguenze di una caduta).

Sentendosi unico  proprietario  di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi in rete ottenendo un immediato  successo e, anche se si  era agli  albori  dei  social, quelle foto  raggiunsero una eco  così tale da far nascere il mito intorno  alla figura di  Vivian Maier.

Se volete dare uno sguardo  alle foto  di  Vivian Maier vi rimando al  sito costruito  dallo  stesso  Maloof (Vivian Maier Photographer), permettendomi una  considerazione:

Vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse  non avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Finding Vivian Maier (trailer)
Nel 2013 John Maloof, insieme a Charlie Siskel, diresse il documentario Finding Vivian Maier, presentato per la prima volta il 9 settembre dello stesso anno al Toronto International Film Festival.

La pellicola  in seguito ebbe molti riconoscimenti fino alla nomination per gli Oscar 2015 come miglior documentario

L’altra storia

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la solitaria tata di Chicago che ha vagato per la città per decenni, scattando costantemente fotografie, che non sono state viste fino a quando non sono state scoperte in un armadietto apparentemente abbandonato. L’hanno rivelata una maestra involontaria della street photography americana del ventesimo secolo. Non molto tempo dopo, arrivò la notizia che Maier era morta di recente e non aveva parenti sopravvissuti. Presto il mondo intero seppe del suo lavoro eccezionale, portandola alla celebrità quasi da un giorno all’altro.

Ma, come rivela Pamela Bannos in questa biografia meticolosa e appassionata, questa storia della tata savant ci ha accecati sui veri successi di Vivian  Maier, così come sulle sue intenzioni.

La cosa più importante, sostiene Bannos, è che Vivian non era una tata che lavorava come fotografo al chiaro di luna: era una fotografa che si è mantenuta come tata. In Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife, Bannos mette in contrasto la vita di Maier con il mito che estranei, soprattutto gli uomini che hanno tratto profitto dal suo lavoro (indubbiamente Maloof), hanno creato intorno alla sua assenza.

Bannos mostra che  Vivian Maier era estremamente coscienziosa su come le sue fotografie dovevano  essere sviluppate, stampate e ritagliate anche se, alla fine dovevano essere solo  sue e mai  mostrate.

Forse il mistero di  questa scelta risiede nel  fatto di  essere vissuta in una famiglia problematica con un padre alcolizzato, una madre assente e un fratello  malato  di  schizofrenia (unica risorsa affettiva era sua nonna Eugenie Saussaud) per cui, nascondere le sue opere era come nascondere le origini  di una famiglia travagliata.

Ma anche queste rimangono  solo  supposizioni: Vivian Maier ha portato  con se il perché delle sue scelte.

Vivian Maier: A Photografer's Life And Afterlife (Anteprima libro)

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

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