Quando le Streghe della notte volavano sugli aerei da combattimento nei cieli della Russia

Le Streghe della notte
Immagine: Caterina Andemme ©

Fra i tanti miei  desideri  inappagati, ma non si  sa mai nella vita, vi è quello  di  guidare un camion: non di  quelli  che normalmente incrociamo  sulle nostre strade (ed incrociamo  anche le dita quando li sorpassiamo, specie in autostrada nel tratto  urbano  di  Genova), ma uno di  quelli con un mastodontico  muso sul tipo visto   del  film Duel  di  Steven Spielberg.

Irina Rakobolskaya

Non so se Irina Rakobolskaya  avesse mai  avuto una passione per i  camion, ma di  certo lo aveva per il volo  e per gli  aerei.

Lei, deceduta a 96 anni  nel 2016 era l’ultima superstite di  quello che, nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale, era un reggimento dell’aviazione dell’Armata Rossa composta da sole donne.

Irina ne era il vicecomandante, toccò alla sua diretta superiore di  grado, Marina Raskova, a dover combattere su  di un altro  fronte e cioè quello  dei pregiudizi  nei  confronti delle donne.

Stalin, insieme all’entourage dello  stato  maggiore russo,  non credeva alla capacità  di una donna di pilotare un aereo e combattere al pari di un uomo, ed è solo per l’ostinata determinazione di Marina Raskova che la storia ha visto l’audacia di  queste donne contro i piloti  della Luftwaffe.

Si  meritarono  anche  un nome di  battaglia: Le Streghe della notte.

A far si  che la storia di  queste donne e del  loro  eroismo (lasciatemelo  dire) ci  ha pensato  la giornalista e scrittrice, nonché conduttrice televisiva,  Ritanna Armeni   la quale, dall’intervista che ebbe con Irina Rakobolskaya, ha tratto lo spunto per i l suo  libro Una donna può tutto  edito  da Ponte alle Grazie   (a fine articolo l’anteprima del  libro).

A me non resta che pilotare il mio lui verso  scelte del  tipo: il frigorifero  è vuoto, andiamo  a mangiare fuori.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 

 

 

 

 

Self Publishing e il tuo libro non verrà cestinato (magari solo dimenticato)

Scrivono tutti: dalla scimmia instancabile del  teorema omonimo, fino  ai  piani  alti  del  Creato, dove schiere di ghost writer non avendo nulla da fare (l’eternità è lunga da vivere) si cimentano  in gare di  poetry  slam dove la giuria è  composta da diavoli  e santi (alla competizione non sono ammesse le anime del purgatorio: questa è vera discriminazione).

Da ciò mi sono detta: perché non scrivo  anch’io  un libro?

A dir la verità ci  penso  già da molto, avendo in mente titolo  e trama: Le tre donne di  Fortunato, in cui non ci  sarà spazio per omicidi, horror,  splatter,  erotismo  hard (neanche quello  soft), alieni  persi sulla Terra e terrestri persi in un mondo  alieno.

Allora cosa mai  ci  sarà di  così bello (permettermelo l’aggettivo) da leggere? Per l’appunto: una storia.

Solo  che, a parte il  titolo, per il momento  il racconto  è ancora allo  stadio grezzo, cioè è ben presente nella mia mente un canovaccio da mettere per iscritto. Quindi passerò alla prima stesura, le correzioni  della prima stesura, la seconda stesura perché nella prima le correzioni  saranno  tante da dover riscrivere tutto.

Poi ci  sarà la fase in cui  costringerò amiche, amici  e lui, a leggere  il frutto  della mia creatività fornendo  giudizi sinceri (mamma mia!!).

Quindi, in circa una trentina d’anni, dovrei farcela a pubblicare il mio  romanzo.

Non sceglierò nessun editore, sicura del  fatto che la copia inviata con molta speranza, avrà quel  tanto di  vita che occorre per passare dal  tavolo  dell’editor   al  cestino  della carta (per lo meno  verrà riciclata).

Il self publishing  sarà l’ancora che mi salverà dall’incomprensione del  mio  genio letterario da parte delle case editrici, in questa maniera sarò al tempo  stesso editrice, lettrice ed unica acquirente dell’unica copia venduta.

L’idea del  self publishing mi è venuta leggendo un articolo  de La Lettura   a riguardo  dello scrittore inglese (ma che vive in Slovacchia) Robert Bryndza  il quale con il suo  thriller  La donna di  ghiaccio (anteprima a fine articolo), ha venduto più di un milione di  copie, la maggior parte tramite ebook a 99 centesimi.

Il successo  del libro è stato  soprattutto dovuto  al passaparola tra i book blogger , cioè quei  blogger che parlano  di libri  ( ma guarda un po’) e che hanno molto  credito  tra  i lettori sempre alla ricerca di novità.

Oltre a questo,  sono  stati  attivati  tutto  i canali  social  per una maggiore visibilità dell’autore e del  suo libro.

Anch’io, spendendo la bellezza di novantanove centesimi, ho acquistato  l’edizione digitale (si può anche acquistare in cartaceo): all’inizio ho trovato la trama già molto  simile ad altri  thriller:  vittime assassinate con un rituale ripetitivo  e macabro, la bella investigatrice testarda e così via: all’inizio  mi  ha annoiata e solo  dopo  metà libro finalmente la trama è diventata più interessante.

No, non sono invidiosa dell’autore.

Alla prossima! Ciao, ciao………….. 


“Il Sogno del Drago” lungo il Cammino di Santiago

 

Caminante, son tus huellas  el camino y nada mas

Camminatore, sono le tue orme il cammino, e niente più.

 

La frase è l’incipit di una poesia del poeta spagnolo  Antonio  Machado, la stessa che ho ritrovato  nel  libro Il Sogno  del Drago  di Enrico  Brizzi.

Vi  sono  libri  che ci  accompagnano  anche quando non li stiamo leggendo perché, in un certo  senso, siamo talmente partecipi  della narrazione che ci  sembra di  accompagnare il  narratore per la via del  suo  narrare.

In questo  caso, cioè nel  caso  di  Enrico  Brizzi,  la sua via è quella che, partendo  da Torino, arriva fino  a Finisterre percorrendo quello  che, molto probabilmente, è il Cammino per antonomasia: il Cammino di  Santiago.

D’accordo, adesso mi direte che di libri  sul Cammino  di Santiago ve ne sono  a bizzeffe, oppure la storia è la stessa vista in qualche pellicola, uno  fra tutti  The Way (Il Cammino  per Santiago che consiglio vivamente di  vedere).

A parte, però, che ogni  Cammino (non solo  quello  di  Santiago  di  Compostela) è diverso e che tale differenza lo è ancor di più se, vista attraverso  gli occhi  del  narratore –  scrittore, possiamo  essere noi  stessi a percorrere quelle strade e poi condividerne l’esperienza.

Nel  caso de Il Sogno  del  Drago Enrico  Brizzi la storia è piena di  personaggi: i  suoi  amici  che lo  accompagnano  per qualche tappa del Cammino  (perché uno di loro  parla come il monaco (non del  tutto normale) visto ne Il Nome della Rosa?), altri incontrati lungo i mille chilometri da Torino  a Finisterre, alcuni  di loro  bizzarri, un paio di  essi  veramente antipatici.

Insieme a questo piccole ( e mai  noiose) digressioni storiche sui luoghi  attraversati.

Parla anche (un pochino) delle sue figlie e….

….e non  posso mica raccontarvi  tutto!

Se proprio volete a fine articolo vi è l’anteprima del libro, poi decidete voi  se acquistarlo  o meno.

Per concludere:  ho  imparato  da questa lettura un nuovo  modo  di  descrivere chi come noi, “lui” ed io, percepiamo le escursioni  in montagna: apparteniamo  al movimento  degli orizzontalisti contrapposto a quello  degli  alpinisti  e appassionati  di  free – climbing.

Enrico  Brizzi, a tale proposito, scrive a pagina 137 del libro:

In un Paese che non ha ancora digerito a livello  istituzionale una filosofia della montagna iniziata a diffondersi quarant’anni fa, servirà  ancora del  tempo perché trovi  voce il movimento  degli orizzontalisti, maratoneti  delle carrarecce, dei  sentieri  di  fondovalle e delle alte vie. 

 


 

Alla prossima! Ciao, ciao………….

 

Viandanti moderni sull’Appia Antica

Viandanti sull’Appia Antica – Arthur John Strutt (1858) –

 

Quando  sono  a Londra, Varsavia, o Parigi, vado in cerca di  mappe. La mia  libreria ne è piena. Le uso per sognare i viaggi prima che per orientarmi una volta sul posto. Ne ho  bisogno  per capire il contesto in cui  mi trovo e concedermi il lusso di una disgressione imprevista…

Dal  libro  Appia di Paolo  Rumiz

 

D’accordissima con Paolo  Rumiz: le mappe, anche quelle che non portano  a nessun tesoro, sono un viatico necessario per organizzare i propri  viaggi, ma anche un supporto leggendo libri  come. per l’appunto, Appia.

In questo  caso, se l’occhio viaggia scorrendo  le righe del racconto, la mano, precisamente un dito  della mano (di  solito  l’indice) ne segue il percorso su di una mappa, carta geografica, magari un mappamondo (bellissimo oggetto  da regalare) se la narrazione si  dipana attraverso interi  continenti.

Ma non tutti i viaggi  sono per tutti.

Io, ad esempio,  a meno  che di non fare un corso  presso le SAS  (Special  Air Service) non mi sognerei  di mettermi in cammino se la traccia non è più che chiara.

Intendiamoci: la Via Francigena ed il  Cammino  di Santiago sono  due progetti a cui  stiamo lavorando (forse in essere  fra qualche anno, quando  il tempo  libero sarà ancora più libero,), ma il percorso  che Paolo  Rumiz ed amici  hanno  compiuto  era finalizzato ad un progetto  editoriale, lodevole nell’intento, per la riscoperta di un’antica via oggi  tutelato solo  per il tratto  compreso nel  Parco  dell’Appia antica.

I nostri hanno  dovuto  affrontare molte difficoltà per arrivare alla meta (partendo  da Roma con destinazione finale Brindisi), si  sono  sobbarcati la fatica di  attraversare proprietà private  (con cani  da guardia poco  inclini  alla socievolezza), quella di  riprendere le labili tracce del percorso perso tra cantieri (in parte abbandonati), strade ad alta percorrenza, ed infine, addirittura, affrontare il mostro  dell’Ilva di  Taranto.

Il viaggio è anche incontro con altre persone: alcune di  loro cariche di  diffidenza nel  vedere gente che cammina con solo  zaino  e scarponi  a seguito (viandanti  come dice Rumiz, termine che felicemente abbiamo adottato  “lui” ed io).

Ma soprattutto persone che, anche solo  spinte dalla curiosità, hanno  dimostrato che la socialità non è poi  così morta, anzi  gode di ottima salute.

STORIA DI UN ABUSO  EDILIZIO NELL’APPIA ANTICA E DI UNA SVOLTA POSITIVA. (Se la vuoi  conoscere fai  click sul link)

 

Nel  box seguente l’anteprima del libro  di  Paolo Rumiz

 

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………

 

 

Dall’Irlanda (di ieri) con furore: Constance Markievicz

 

 

Aspettando  che Rakuten TV metta in catalogo Wonder Woman – si  è vero: ci piace il genere DC Comics (oltre che quello  della  Marvel  Comics, ma lui credo sia più interessato all’attrice protagonista, la bella (lo ammetto) Gal Gadot, che al  film stesso – oggi  vi  voglio  parlare di una superwoman che, pur non avendo  nessuno dei  superpoteri dei nostri  eroi fumettosi, era altresì dotata un carattere molto  combattivo (lo  si può desumere dalla foto): Constance Markievicz.

 

Constance Markievicz

 

Lei  era nata il 4 febbraio  1868 a Sligo (nella contea irlandese omonima) da una famiglia molto  benestante: i Gore-Booth.

Il cognome Markievicz le viene dato  dal  marito, un conte polacco ( a dir la verità le cronache affermano  che l’uomo  si  faceva passare per nobile pur non essendolo: vatti  a fidare!).

Il matrimonio, comunque, dura il tempo  di  mettere al mondo una figlia e, mentre lui  parte per la guerra in veste di  fotoreporter, lei  pensa bene di  fondare il (o laNa Fianna Eireann: un organizzazione politica – militare contro il dominio inglese.

Nel 1916, durante la Rivolta di  Pasqua (Easter Rising), viene arrestata, processata e quasi  messa di  fronte al plotone di fucilazione: considerando  che lei è, per l’appunto, una donna, la clemenza  dei  giudici  trasformano  la condanna a morte in ergastolo.

Venne amnistiata l’anno  successivo, ma riuscì a farsi  condannare ancora cinque volte nei  dieci  anni  successivi (in una delle  lettere che scriverà alla sorella Eva  dirà: <<sono  contenta perché vivo gratis alle spalle dell’Inghilterra>>).

La sua vita terminerà  a Londra il 15 luglio  del 1927: lei era diventata la prima donna della storia politica britannica ad essere eletta ministro del  Sinn Féin.

Ho  accennato  alle tante lettere che lei  scriveva dal  carcere: ebbene la Casa Editrice Angelica le ha raccolte e pubblicate in un libro dal titolo  Lettere dal  carcere – l’Irlanda verso  la libertà (euro 15 per 232 pagine di  lettura).

 

 

Io non l’ho ancora letto ma, se qualcuna di  voi  la farà ancora prima di me, potrà esprimere il suo  pensiero  su  di  esso scrivendomi.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


Pensieri  scritti su 24Cinque Diary 

 

 


 

 

Gastronomia molecolare: svelato il segreto dell’uovo fritto

 

 

APERTA PARENTESI

L’altra sera hanno  rubato una spazzola dei  tergicristalli  della nostra auto: oltre che augurare al  ladro una vita molto serena su  Marte, possibilmente da solo, la domanda che gli  vorrei porre è questa: <<A cosa diavolo  ti   sarà mai servito una spazzola di  tergicristallo?>>

CHIUSA PARENTESI

 

Oggi  scriverò di cucina molecolare,  cioè  di  quella scienza che studia le trasformazioni che avvengono  negli  alimenti  durante la loro  preparazione e cottura.

Quante di noi  sono  rimaste affascinate guardando la mutazione organolettica di un uovo  fritto e chiedersi: <<Perché devo  friggere un uovo  quando lui (lei, luilei) può portarmi  fuori a cena?

Oppure; perché la pasta che ho  dimenticato  di  scolare è diventata cosi collosa? Colpa del timer difettoso? Colpa del romanzo  che stavo  leggendo dimenticandomi  della pentola sul fuoco? Messaggi di  WhatsApp (una decina, un centinaio….)  a cui  non si può che rispondere se non immediatamente.

Domanda che si  accavallano, magari mettendo per qualche attimo  da parte i  pensieri  frivoli  quali:

  • Quelli  riguardanti il lavoro (se ne abbiamo uno)
  • Quello  di pensare di  trovare un lavoro
  • Quello  di  emigrare per trovare un lavoro
  • Quello di  ritornare di  corsa in Italia perché il lavoro che ho trovato emigrando è  al limite della schiavitù (per lo  meno faccio  la schiava in Italia)
  • Domandarsi perché devo  accudire marito, convivente, ed eventuali  figli o  figlie e non farmi  accudire io  da loro?
  • Far comprendere a nuore, amiche cugine o  semplici  vicine di  casa che, se non hai dei  figli, non è  necessario che loro  ti lascino  in custodia i propri pensando, così, di  alleviare la tua solitudine (……quando  mai!)
  • Pensare di  istruire convivente/fidanzato/marito sull’uso  della lavatrice e ferro  da stiro: dai  ragazzi, un po’ di  volontà: non occorre essere ingegneri…
  • Dire loro  che i  capi  colorati vanno  lavati separati  dai  bianchi, questo per evitare effetti arcobaleno  sugli indumenti intimi
  • Spiegare al proprio  partner che il sesso è una cosa molto  bella, ma se ti sveglia alle tre di notte per farlo, tu  potresti pensare che la casa stia andando  a fuoco  (e non qualcosa d’altro)
  • Al contrario, se lo  svegli  alle tre di notte, non è perché la casa sta andando  a fuoco……..

Dunque, qualche riga fa, parlavo  di  cucina molecolare, per cui  concludo  indicandovi  la lettura del libro La scienza in cucina – piccolo  trattato di  gastronomia molecolare – (Edizioni  Dedalo € 18,00scritto  da Hervé This chimico  francese considerato il padre della cucina molecolare.

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 


 

ANTEPRIMA:

 

 


 

 

 

I Love Shopping (but i’m not a pullet)

Vetrine / © 24Cinque

 

Vi è stato un tempo nella mia vita in cui  la fortuna mi  ha aiutato a guadagnare soldi  a palate: peccato  che non si  trattava di dollari, euro o bitcoin, ma di  quelle banconote colorate del Monopoli.

Il gioco  era una passione che, diventando un pochino  più grandicella, ho lasciato per altre esperienze (più o  meno) ludiche.

Mi ricordo, comunque, che a differenza degli  altri  giocatori propensi ad accaparrarsi i pezzi più pregiati della tabella, Piazza della Vittoria ad esempio, io speravo  di impossessarmi  delle stazioni: forse perché immaginavo  di prendere un ipotetico  treno  per un viaggio in prima classe intorno  al mondo, tanto  non avrai pagato  nulla visto  che ne ero proprietaria.

Perché ho scritto   di tutto  questo  quando l’intenzione iniziale  era quella di parlarvi  di un libro?

Non lo so, penso  che siano  pure e semplici  divagazioni  che trovano  sfogo attraverso  la parola scritta.

I Love Shopping

No, non amo  fare compre…..beh….si  magari un po’ (specie se si  tratta dell’acquisto  di  scarpe): I love shopping è il titolo  del libro  di Sophie Kinsella (alias Madeleine Wickham) scrittrice inglese laureata in economia e filosofia all’Università di  Oxford (scusatemi se è poco).

Lei, con il suo  vero nome, ha pubblicato sette romanzi  rosa di  discreto  successo, mentre con lo  pseudonimo  di  Sophie Kinsella è diventata una star del  genere letterario nato  negli  anni 2000 e definito  con il termine di  Chick litdove Chick nello slang americano è un termine informale (molto  informale) per indicare ragazza derivato da chicken (cioè pollastrella), e lit che sta per literature ( = letteratura).

I romanzi di  questo  genere, pur essendo molto  vicino  al  tanto  vituperato  romanzo  rosa, erano  connotati  da una vena umoristica e post – femminista dove le donne rappresentate avevano un ‘età tra i  venti  e quarant’anni (!!!!!), dinamiche, sportive e sempre alla moda e, ma guarda un po’, sempre alle prese con rapporti  sentimentali e problemi di  vita molto lontano  dal  cliché di  Desperate Housewives.

I Love Shopping, il cui  titolo  originale era The Secret Dreamworld of a Shopaholic,  è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 2000 (nella collana Omnibus Mondadori) e quindi  non è più reperibile in libreria ma solo  sulle bancarelle: in effetti sono  riuscita a trovarne una copia durante una fiera a Porto  Garibaldi.

 

 

LA TRAMA

Becky è una giornalista che dalle colonne di un prestigioso  giornale londinese consiglia risparmi  ed investimenti sicuri. E’ carina, piena di inventiva, determinata. ed ha un’irrefrenabile passione: lo  shopping.

Irrefrenabile al punto  di  diventare una sorte di  malattia, che la spinge a comprare abiti, accessori, cosmetici, ma anche dolci, biancheria e articoli per la casa…Per lei  comprare è <<come svegliarsi  al  mattino e rendersi  conto che è sabato. E’ come i momenti  migliori  del  sesso>>.

Esce di  casa per comprare un litro  di  latte, e torna con l’ennesimo  golfino, convinta che ne ha proprio  bisogno; le vetrine la incantano, la scritta SALDI la manda in fibrillazione.

Salvo poi aprire con terrore l’estratto  conto  della carta di  credito…………

Alla fine un libro che non dispensa perle di saggezza ma regala, senz’altro, momenti  di  assoluta rilassatezza.

Buona lettura!

Alla prossima Ciao, ciao……….

 


 

SENZA PAROLE 

 


 

 

Mondo Killer (di carta)…….

 

La data della tua morte è già decisa.

Il tuo nome è sulla lista di uno  spietato  serial  killer……

 

Non leggerò il libro  Rag Doll scritto dal paramedico, ora scrittore part – time,  Daniel Cole.

 

Non tanto per la premessa con cui  viene pubblicizzato, e cioè la frase di  cui  sopra, ma perché non mi  va di leggere del  solito  serial  killer che uccide (altrimenti non sarebbe un serial killer), smembra e ricompone le sue vittime come in un puzzle.

Tanto  meno mi attrae la figura del  detective chiamato a risolvere il caso: divorziato, con un passato in un ospedale psichiatrico  e, penso io, alcolizzato  e tossicomane, nonché amante della pizza con le patatine fritte sopra ( magari  con la Nutella).

Invece, se proprio avete voglia di un bel  giallo, vi  consiglio  due titoli  della stessa autrice: Urla nel  silenzio e Il gioco  del male di Angela Marsons (il secondo libro è ancora più bello  del  primo  che non è male).

 

 

 

Angela Marson ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere due milioni di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller.

 

 

Sono sicura che il personaggio  della detective Kim Stone vi piacerà .

Di  seguito  la trama dei libri  ed il loro finale:

Blablabla ed ancora Blablabla

 Alla prossima! Ciao, ciao……………

 

Letture particolarmente noiose

la-lettrice
– La lettrice – ©24Cinque

 

Sono ottocentoundici  pagine di  cui  ho  letto  all’incirca la metà.

Penso  che non proseguirò nella lettura perché Drood, scritto  dal prolisso  Dan Simmons, è decisamente noioso.

E se lo dice una lettrice, cioè la sottoscritta, che è stata capace di  appassionarsi   alla vicende della famiglia  Buddenbrook  e de I miserabili, con sommo  dileggio dell’essere con cui  condivido  la mia vita ma, evidentemente, non le letture, vuol dire proprio  che questo  Drood è particolarmente  noioso.

 drood

Il 9 giugno del 1865, durante un viaggio in treno in compagnia della sua giovane amante, Charles Dickens rimane coinvolto in un terribile incidente ferroviario, in seguito al quale incontra un misterioso e sinistro personaggio di nome Drood che cambierà per sempre la sua vita. Il racconto degli sconvolgenti avvenimenti che seguirono è affidato al suo migliore amico ed eterno rivale, Wilkie Collins, autore di libri di strepitoso successo come La donna in bianco e La pietra di luna, il quale  viene coinvolto in una serie di indagini nell’underworld di Londra, attraverso sotterranei oscuri e misteriosi, colonie umane di derelitti e delinquenti, fumerie d’oppio clandestine, pratiche di mesmerismo e antiche sette segrete. Quando però le ricerche sembrano  condurli finalmente all’ enigmatico Drood, Collins viene messo  da parte senza ricevere spiegazioni  da Dickens, il quale dopo  poco  tempo  comincia a mostrare segnali inquietanti  di  cambiamento….. 

 

Comunque, se la trama vi  attira, il libro  pubblicato  nel 2010 dalla Elliot Edizioni, è facilmente reperibile in libreria (io l’ho  acquistato  da Il Libraccio  di  Savona un paio  di  mesi  fa).

A questo punto  dovrei  dirvi  cosa che non mi è piaciuto  nella metà che ho  letto: una su  tutte è il personaggio  di  Collins tratteggiato  come un drogato  (utilizza il laudano in dose massicce per combattere la gotta), palesemente invidioso (e succube) del più famoso  Dickens, ed inoltre antipaticamente affetto  da una latente misoginia.

Vi sono però un paio  di  curiosità legate a Drood: la prima è che effettivamente Charles Dickens scrisse Il mistero di  Edwin Drood che rimase un opera incompiuta per la morte del romanziere avvenuta nel  1870.

La seconda curiosità è a pagina 326 (sono  arrivata nella lettura poco  oltre), dove Simmons cita un libro  di  cucina e cioè Che c’è per cena?: l’autrice è una misteriosa Lady Maria Clutterbuck, pseudonimo  di Catherine Mary Hogart la quale divenne sposa di  Charles Dickens nel 1836 e da cui divorziò nel 1858.

Tutto  qui!

Alla prossima! Ciao, ciao………..

 


 

 


 

 

 

Che orrore (di qualità) se è al femminile

241016

 

Le nostre mani  si  rincorrevano per rubarsi reciprocamente una carezza.

 

Per quanto  banale ed insignificante sia questa frase, essendo stata partorita dalla mia testolina la trovo….. illuminante: se Bob Dylan non vuole ritirare il suo  Nobel mi propongo di  farlo  al  suo posto.

La frase ha comunque un difetto: è orfana di un contesto. Intorno ad essa non vi è una storia, che sia d’amore, di  fantascienza, horror o  altro che vi  venga in mente.

Io, d’altronde, non sono  una scrittrice ma una blogger (lo ammetto: questa auto-definizione ha un non so  che di leggera vezzosità).

Altre invece sono  le donne fortunate ad avere il genio per la scrittura: potrei  citarne tante, tantissime, ognuna capace di  regalare emozioni a chi legge le loro  storie.

Anche quelle horror, magari  scritte non in epoca moderna.

Ai nomi di  Le Fanù, Edgard Allan Poe e l’imperscrutabile Howard Phillips Lovecraft  (tanto per citarne alcuni  fra i più famosi), si  contrappongono quelli  di Charlotte Brontë, Mary Shelley (la mamma di  Frankenstein), Jane Austen (si, proprio lei), Ann Radcliffe, Matilde Serao, Karen Blixen e tante altre le cui  storie sono riunite in un libro che, purtroppo, non è più in commercio ma a cui  si può dare la caccia nelle bancarelle dei libri  usati: L’orrore al  femminile – 20 autrici di  narrativa gotica, nera, fantastica.

Come dice in una battuta  Sherlock Holmes in Uno studio in rosso (sir Arthur Conan Doyle):

Dove non vi è immaginazione non vi  è orrore.

Cosa avesse voluto  dire  lo  lascio  alla vostra di immaginazione.

Alla prossima! Ciao, ciao………………..

 


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