Il Corriere e la sua columnist: Maria Antonietta Torriani

Corrriere

Se la libertà di  stampa significa qualcosa, significa il diritto  di  dire alla gente ciò che non vuole sentirsi  dire

George Orwell

5 marzo 1876 nasce il  Corriere della Sera

 

Corriere
Il primo numero del Corriere della Sera – 5 marzo 1876

Quello  che tuttora conosciamo  come Corriere della Sera non è il primo giornale ad aver avuto questo nome: dieci  anni  prima della sua nascita e cioè nel 1866, a Torino, Giuseppe Rovelli fondò un giornale omonimo di  quello milanese che verrà, ma l’avventura giornalistica di  Rovelli  durò appena due numeri (quelli del 1 agosto  e del giorno  seguente) per mancato interesse da parte di un potenziale pubblico  di lettori.

Curiosamente lo stesso Giuseppe Rovelli, donando le copie originali del  suo  giornale al  nascente Corriere della Sera nel 1876, aveva scritto  su una di  esse:

Giuseppe Rovelli  che a ventitré anni partorì quest’infelice, mortogli in grembo il terzo  giorno  per mancanza di nutrimento, ne affida le misere spoglie al  fratello omonimo cresciuto  gigante

Queste misere spoglie furono poi  vendute in un’asta Bolaffi a Torino il 3 giugno  2000 per 28 milioni di lire acquistate da un collezionista privato.

Ritornando indietro  nel  tempo e cioè nel  febbraio del 1876, incontriamo le due persone che diedero  vita al  Corriere della Sera a Milano: Eugenio Torelli Viollier, già direttore de La Lombardia, e  Riccardo  Pavesi editore dello  stesso  quotidiano.

Per il lancio  del  nuovo  quotidiano  venne scelta la prima domenica di  Quaresima (domenica 5 marzo 1876): la tiratura iniziale fu di 15.000 copie al prezzo di  cinque centesimi in città (sette se si  abitava fuori  Milano).

Gli abbonamenti, l’ago  della bilancia tra il fallimento e la riuscita di un nuovo giornale, furono al  debutto 500 con prezzo  di 18 lire annuali per Milano (24 lire per fuori  città).

Tutto il ricavato  della vendita  delle prima 15.000 copie venne devoluto in beneficenza.

dall'articolo di fondo del primo numero del Corriere della Sera rivolto al Pubblico
Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro. Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori”. Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. […] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[…] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. […] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Sennonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. […] Tratto  da Wikipedia

Maria Antonietta Torriani Scrittrice e columnist 

La donna ritratta in questa foto  (molto  sgranata, per la verità) si  chiamava Maria Antonietta Torriani, nata a Novara il 1° gennaio  1840 e morta a Milano il 24 marzo 1920 all’età di ottant’anni.

L’ambiente provinciale di Novara (non me ne vogliano  i  novaresi) non è il massimo per una donna che vuole riscattarsi con le proprie forze da quel modello  sociale che vuole l’essere femminile relegato a ruoli  subalterni rispetto  all’uomo: si può dire che la fuga verso  Milano, con l’eredità di 4.500 lire che la madre le ha lasciato  (suo padre era morto molto  prima), è stato per lei  l’inizio  di un’avventura molto  fruttuosa.

Girovagando per redazioni di  varie riviste incomincia a scrivere con lo  pseudonimo di Marchesa Colombi e ben presto  a questo  mestiere di penna aggiunge quello  di  scrittrice di  romanzi che ebbero immediato  successo (troverete l’anteprima di Un matrimonio in provincia alla fine dell’articolo) dove le protagoniste sono  sempre delle donne in tutte le sue forme sociali dalla cameriera alla più agiata borghese.

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La Marchesa Colombi ritratta da Giovanni Segantini (1885)

 

Importati  furono per lei  l’incontro  a Milano con  due persone: la prima fu Anna Maria Mozzoni giornalista e attivista del movimento  per l’emancipazione delle donne in Italia.

Il secondo incontro, non certo meno importante fu con chi  diventerà suo  marito (ma presto  divorzierà da lui): Eugenio Torelli Violler.

E’ovvio  a questo punto che ritroviamo Maria Antonietta Torriani a firmare articoli sul Corriere della Sera che parlano  di costume e società, ma con una spiccata valenza protofemminista tanto  da raccomandare alle sue lettrici di  essere sempre se stesse a dispetto della morale di una società bigotta.

Gli ultimi   anni  della sua vita li  trascorse a Cumiana, in provincia di  Torino, continuando  a scrivere romanzi sociali e libri  per bambini.

Il libro

Nel 1973 Natalia Ginzburg riscopre Un matrimonio  in provincia e, insieme a Italo Calvino, propose il romanzo alla Casa editrice Einaudi che lo inserì nella collana Centolibri.

Nel 1980 il romanzo  venne adattato per il piccolo  schermo per la regia di Gianni Bongioanni.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

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