Non illudiamoci, a governare la nostra vita ci pensa il Cigno nero

L’incertezza del Cigno nero
©caterinAndemme

Da cigno a cigno ma pur sempre nero

C’è il cigno  nero sinonimo  di  grazia come l’esemplare nell’immagine, e c’è il cigno nero metafora di un evento che potrebbe anche essere una disgrazia (l’uscita dall’Euro, ad esempio….)

La teoria del cigno nero, o teoria degli eventi del cigno nero, è una metafora che esprime il concetto secondo cui un evento con un forte impatto è una sorpresa per l’osservatore. Una volta accaduto, l’evento viene razionalizzato a posteriori

Perché la teoria si  chiama cigno nero?

Immaginate di  essere un ornitologo  europeo che, prima del 1770, aveva visto  solo  cigni  bianchi: per lui e per la scienza, in base all’evidenza che i cigni  fino  ad allora   visti  erano solo e sempre bianchi, non poteva credere all’esistenza di cigni  di  diverso  colore.

L’esplorazione dell’Australia (e conseguentemente il sorgere delle prima colonia) portò alla scoperta di nuove specie animali tra cui, guarda un po’, un cigno  completamente nero che cancellò l’incrollabile certezza che essi  dovessero  essere per forza solo bianchi.

A dir la verità ( o per lo   meno quello  che si può leggere in rete e che non sia una fake news) il primo  a parlare in questi  termini  di  cigno  nero fu  Giovenale con la frase

Rara avis in terris, nigroque simillima cygno 

Uccello  raro  sulla Terra, quasi come un cigno  nero

Tralasciando le dotti  disquisizioni in latino (lingua che decisamente non è il mio forte e me ne dispiaccio un po’), dobbiamo  a Nassim Nicholas Taleb la nascita di  questa teoria basata sulla certezza che a governare il mondo  (quindi  la nostra vita ) è l’incertezza e la casualità: in poche parole programmate pure il vostro  futuro tanto ci  sarà sempre un cigno  nero  dietro  l’angolo a cambiare le carte in tavola.

Non per questo l’imprevedibile deve essere letto come un qualcosa di negativo magari, cambiando prospettiva, si  aprono nuove possibilità e chissà… 

Naturalmente Nassim Taleb sull’argomento  ha scritto un libro  che si  chiama proprio  Il Cigno  nero (con sottotitolo Come l’improbabile governa la nostra vita…lo  avevo  detto, no?).

Ho  letto il libro trovando alcune cose molto interessanti, altre molto noiose: nell’anteprima potete decidere se sia il caso  di  acquistarlo oppure no (tanto la Casa editrice non mi  da  nessuna percentuale sulle vendite).

Alla prossima! Ciao, ciao………….


Anteprima del libro Il Cigno nero  di Nassim Nicholas Taleb

 

Prima l’italiano (in questo caso si parla della lingua italiana)

Che lingua parlo?
©caterinAndemme

Perché location?

Non la sopporto: la parola location!

Come non sopporto (o  quasi)   costumer care, lip gloss, day by day, coffee break….a meno  che non io  non sia  invitata ad una pausa caffè dal  collega che, gentilmente, mette mano  agli  spiccioli  per offrirmelo.

Ma location…..no, senza nessun quasi: la odio e la vorrei  estirpare come un’intrusa antipatica ogni  qualvolta viene usata a sproposito in un contesto di un discorso  in italiano.

Computer, non ordinateur 

Avendo parentele francesi (parigine per l’esattezza, anche se saperlo vi lascia indifferenti) so  bene quando i nostri  cugini difendano  la loro lingua: se da una parte condivido pienamente questo loro ostracismo verso l’anglicismo (di  cui noi  italiani, in un certo  ne facciamo un uso  esagerato), da altra parte parole come, per esempio, computerticket sono talmente integrate nella nostra lingua da sembrare quasi italianizzate.

Quello  che non sopporto  (ancora una volta, poi la smetto) è quando  questo  anglicismo è utilizzato  da chi, volendosi  dare un tono vagamente intellettualoide, sprofonda a sua insaputa nel più misero provincialismo.

Va da se che conoscere una lingua (anche due e più) è sempre un arricchimento, quindi  quanto  ho  scritto fin d’ora non è una crociata contro l’inglese.

L’italiano è meraviglioso (parlo  sempre della lingua italiana e non dell’Homo italicus) 

Claudio Marazzini  , presidente dell’Accademia della Crusca, ha scritto appunto il libro  L’italiano  è meraviglioso  per (ri)scoprire la nostra magnifica lingua e metterci in guardia contro l’esagerato utilizzo di parole straniere (la maggior parte inglesi) al posto  di  quelle italiane (che poi, logicamente, per noi  tutti sono anche più comprensibili).

Perché oggi è molto più facile sentirsi offrire dello street food anziché del “cibo di strada”? Come mai i politici dichiarano di voler refreshare il Paese se intendono semplicemente “rivoltarlo come un calzino”? Chi teme un competitor e cerca un endorsement non potrebbe aver paura di un “concorrente” o di un “avversario” e aspirare a un “sostegno” o a un “appoggio”? Questi esempi ci segnalano un’evoluzione preoccupante dell’italiano che negli ultimi anni si sta logorando non solo per il proliferare degli anglismi ma anche per un grave peggioramento delle nostre cognizioni linguistiche. Siamo ormai un Paese dove i fiumi non straripano (una parola perduta!) più, semmai esondano, e i tribunali emettono “ordinazioni” (sacerdotali?) invece che “ordinanze”. Come presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini combatte ogni giorno per difendere la nostra meravigliosa lingua e attrezzarla per le sfide del futuro. L’italiano, ci ricorda Marazzini, ha una storia diversa da quella dell’inglese o del francese – nati con gli Stati nazionali – perché è fiorito ben prima che ci fosse l’Italia: dopo essersi sviluppato nel Medioevo come idioma popolare figlio del latino, si è arricchito splendidamente con la nostra grande letteratura diventando così, fra tutte le lingue, la più colta, raffinata e amata all’estero. Vogliamo dunque ora perdere questo nostro immenso patrimonio di sensibilità e di cultura? In questo libro Marazzini, compiendo un’analisi rigorosa e approfondita, presenta una lucida diagnosi dello stato di salute della nostra lingua e pone le basi per invertire la rotta, appellandosi anche ai politici e alle università, spesso responsabili della dispersione di parole e significati. Allo stesso tempo, passando in rassegna gli errori di ogni genere che si stanno insinuando, ci offre l’opportunità di correggerci e di recuperare le mille e mille sfumature della nostra meravigliosa lingua che forse ci stanno sfuggendo.

Alla fine dell’articolo un’anteprima del libro.

À la prochaine! Salut, au revoir …

Ops….volevo  dire:

Alla prossima! Ciao, ciao……………


Anteprima del libro L’italiano è meraviglioso 

 

Algoritmi mortiferi, distopia, Area 51: what else?

UFO
©caterinAndemme

L’algoritmo mortifero

Google ci  dirà quando  arriverà la nostra ora attraverso un algoritmo.

A questo punto penso  che all’approssimarsi della scadenza dettata dal  nefasto  algoritmo, saremo sommersi  dalla pubblicità dei  servizi  offerti  dalle ditte di  onoranza funebri.

Gli  scongiuri, di  qualunque natura essi  siano, sono  ammessi.

Distopia (?)

distopìa2 s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica.

Definizione tratta dalla Treccani

Ad esempio  si potrebbe immaginare una società in cui i bambini vengono  separati  dai  genitori perché figli di profughi  che, scappando  dalla povertà, pensano di  dare loro un futuro migliore, ma la nazione che dovrebbe ospitarli è comandata da un egocentrico più simile ad una caricatura che ad un capo  di  stato.

O ancora l’ascesa al potere di un signor nessuno il quale, cavalcando il malcontento  delle persone, stigmatizza le paure del popolo ingigantendole a spese dei più deboli.

Ops….. mi dicono  che queste cose già accadono!

LIBRI IN VETRINA

Se c’è un genere letterario  che adoro  questa  è la fantascienza: una passione che mi  coinvolge anche nella visione dei  film con questo  tema, basta che non cadano  nel puro  horror .

In passato  sono stata una fan  di  Fox Mulder (alias l’attore David Duchovny)  e della sua partner Dana Scully (l’attrice Gillian Anderson protagonisti  di una delle più belle serie di science- fiction degli ultimi  anni e cioè X-Files 

In X-Files alieni e misteri a loro legati sono  la matrice per storie intriganti ed è a questo punto che non poteva mancare come location (odio  questa parola ma la utilizzo lo stesso) il Nevada Test Site – 51 meglio conosciuta come Area – 51 

Su  di  quest’area coperta dal  segreto militare si  sono  fatte tantissime illazioni  riguardanti soprattutto l’occultamento  da parte del governo  degli  Stati Uniti di  corpi  di  alieni incidentalmente caduti e, presubilmente,  morti in un incidente accorso  al loro  mezzo intergalattico.

A dirci cosa invece ci sia di  vero  nell’attività dell’Area 51  ci ha pensato la giornalista investigativa statunitense Annie Jacobsen  con un libro  che, guarda caso, si intitola Area 51 la verità senza censure.

Il libro, abbastanza poderoso nelle sue 490 pagine   (magari un po’  noioso  all’inizio)  è una contrapposizione alle tesi  di  coloro che, sostenitori  del  cospirazionismo, vedono (o vogliono credere) chissà quali  verità nascoste.

Un’indagine avvincente e meticolosa sul luogo più discusso e concupito da ricercatori, curiosi, fan del cospirazionismo e cronisti: l’Area 51, nel deserto del Nevada, cuore di mille intrighi e segreti, in cui si intrecciano storia, politica, spionaggio, test nucleari, esperimenti militari inconfessabili, e perfino gli Ufo. Basandosi non su illazioni ma su colloqui con piloti, scienziati, ingegneri e agenti in pensione che hanno lavorato per anni nell’Area – e che nonostante il vincolo di segretezza hanno accettato di parlare -, il libro fa luce su decenni di misteri e rivela verità assolutamente inedite, a volte davvero sconvolgenti. A partire dalla spiegazione del celebre incidente di Roswell del 1947, il crash di un oggetto volante non identificato con i suoi stranissimi e inquietanti passeggeri, che ha alimentato innumerevoli ricostruzioni e altrettante leggende.

Alla fine dell’articolo l’anteprima del libro.

 

Aspettando  che il mio alieno ritorni  a casa (la strada dall’Area – 51 è lunga da percorrere anche con un UFO) vi  saluto augurandovi un buon fine settimana (lo  so  che oggi  è giovedì, ma io domani sono impegnata in altro  e non potrò scrivere per il blog).

Alla prossima! Ciao, ciao…………..


Anteprima del  libro  Area 51 di  Annie Jacobsen

 

Piove o non piove? E’ comunque questione di metereologia (non diamo colpa al governo)

Goccia di pioggia su ombrelli rossi
© caterinAndemme

Affacciati  alla finestra amore mio e guarda se piove…

Ammetto  di  saccheggiare allegramente i testi  di  Jovanotti ad uso personale per il mio blog (spero  che lui, ammesso  che lo venga a sapere, non me ne voglia) ma il senso  di  questa leggera  usurpazione è quello  che ormai è superato il modo  di  guardare alle previsioni  meteo affidandoci alla semplice valutazione locale (appunto l’affacciarsi  alla finestra..).

Come è quello dei vari  Edmondo  Bernacca che, alla fine di ogni  telegiornale (credo), suggeriva se l’indomani  era meglio  uscire in costume da bagno o  con uno  scafandro  da palombaro.

Oggi  le cose sono cambiate, ma non tanto in meglio: la proliferazione dei  tanti  maghi  della pioggia, con previsioni più o meno  azzeccate (meno che più), non fa che indurre dubbi  su  chi  sia meglio affidarci  o meno.

Meno male che si  è capito  che la meteorologia ha delle implicazioni importanti sia, ad esempio, per l’agricoltura, ma anche per il turismo e l’economia (previsioni  errate in periodi  di  festività possono essere fonte di  mancato  guadagno per gli operatori  del  turismo).

Quella dl  meteorologo, quindi, è una figura professionale sempre più ricercata adesso  come in  futuro,  non per nulla a Trento partirà il primo corso  magistrale in Meteorologia ambientale (se volete iscrivervi  andate qui, ma bisogna conoscere molto  bene l’inglese) mentre in altri  quattro  atenei (Napoli, Bologna, Roma e L’Aquila) partiranno i  corsi  per conseguire i  diplomi in Fisica dell’Atmosfera.

D’accordo, molto  bello, ma noi  che non possiamo  avere a disposizione un meteorologo ( a proposito  ma le meteorologhe?)  tutto nostro  dobbiamo  affidarci alle App dei nostri  smartphone.

Io, ad esempio, adoro la ranocchia che Google utilizza per ingentilire le proprie previsioni (basate su  quelle di The  Wheather Channel) ma che non sono  sempre quelle giuste (comunque, dopo   tre giorni, le variabili  sono così  tante da non poter dire che tempo  farà oltre quel limite) allora mi sono affidata alla app di Meteo & Radar della tedesca Wetter Online: la utilizzo  d ameno  di un mese ed è molto precisa (esiste anche una versione premium con poche aggiunte, mentre nella versione free i banner pubblicitari non danno  fastidio).

Tra aneddoti e curiosità un libro  sulla meteorologia

Andrea Giuliacci  e Lorenza di  Matteo hanno unito  le proprie conoscenze (e professionalità) per scrivere Il meteo  dalla A alla Z – cosa hanno in comune il clima, la pittura del  Rinascimento  e la buona cucina: il sottotitolo dice già molto  sulle curiosità e aneddoti che possiamo  trovare tra queste pagine (anteprima alla fine dell’articolo) e divertirci un po’…..magari  fuori  piove.

Il clima ha ispirato i più grandi pittori fiamminghi del Rinascimento, ha plasmato la storia e giorno dopo giorno entra nelle nostre cucine, influenza la nostra salute e detta i tempi delle principali attività umane. Questo libro racconta, per la prima volta, come i fenomeni meteo influenzino profondamente economia, società e cultura. I vari capitoli, ordinati sotto forma di glossario tematico dalla A alla Z, accompagnano il lettore alla scoperta degli eventi meteorologici che nei secoli hanno modificato il corso della storia. Troveremo informazioni insospettate su quali sono le città più inquinate al mondo e perché, conosceremo i record stabiliti dai diversi fenomeni atmosferici e, tra le altre cose, scopriremo addirittura perché il buon pizzaiolo dovrebbe comportarsi da bravo meteorologo. Tra aneddoti e curiosità, il lettore verrà introdotto in modo naturale a conoscere i segreti dell’atmosfera, degli eventi climatici e del loro stretto rapporto con la vita quotidiana. Terminata la lettura, tutti guarderemo con oc­chi diversi, e forse più affascinati, anche il pane che ogni giorno finisce in tavola!

Domani  c’è il sole e quindi  si  va al  mare, mentre domenica sui  monti.

Noi  ci rivediamo  lunedì: buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao……….


 Anteprima del  Libro in vetrina  

Pane libero, (ri)scoperto e ancora dimenticato

Spighe di grano
caterinAndemme ©

Pane libero

Quando per mancanza di  tempo  non riesco  a comprare il pane in un panificio  ( e dove se no?), mi affido  a quello  venduto in un supermercato  vicino  casa (il cui nome inizia con la C e termina con la P, mentre in mezzo vi sono  due O).

La qualità di  questo pane va dalla consistenza del  caucciù (ottima per rafforzare i muscoli mascellari)  alla  sensazione del  sapore di  polistirolo  cotto  al forno.

La trovata sapientemente ironica nel  dare il nome al marchio  sta nel  fatto  che il prodotto  esce dalla Casa di  Reclusione di  san Michele di  Alessandria.

In collaborazione con la cooperativa Pausa Caffè, alcuni  reclusi, regolarmente stipendiati  e con turni  part-time,  si  danno  da fare intorno al  forno  a legna rotante di  cinque metri  di diametro (enorme!!!) per sfornare 10 tonnellate al  mese di ottimo pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica

Tralasciando  se il pancarrè sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti nel 1930, oppure sia  nato  a Torino, con un legame di  detto popolare  che lo  collega all’ultimo  boia della città sabauda (la storia la trovate qui)  parliamo, comunque, di pane in era moderna.

Allora vi  domanderete quando i denti  dei nostri  antenati  hanno  assaggiato per la prima volta questo  alimento base per la dieta umana?

Nel 2004 un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II) nei pressi  del Lago  di  Tiberiade , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

Se, invece, vogliamo parlare del primo pane lievitato dobbiamo andare nell’Egitto  del 1000 a.C.: gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Se siete interessati  all’argomento troverete in questo Pdf tutto il necessario per saziare la vostra curiosità (in lingua inglese).

Il pane dimenticato

Quanti  tipi  di pane conoscete?

Immagino  che, partendo  dalla comune baguette fino  al pane carasau , le varietà che state elencando  sono molteplici.

Eppure vi  sono  dei pani  dimenticati appartenenti  alla storia culinaria di ogni  singola regione, a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (alla fine del post l’anteprima)

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

Per concludere un piccolo  proverbio  francese legato  al pane:

Senza pane e senza vino, l’amore è nulla

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima

 

Up-lit: quando leggere è edificante (?)…

Oggi sono cattiva!
CaterinAndemme ©

George non era quello  che si poteva definire un cattivo  ragazzo ma con il tempo imparai  che dietro a quel  viso  angelico, a quegli occhi  azzurro – cielo, a quel  sorriso  accomodante buono  per ogni  situazione, si  celava un perfetto idiota.

Eppure, adesso  che sto  assaporando il suo  cuore, penso che no: non era un cattivo  ragazzo!

Lo  so  che sa tanto  di  Hannibal  Lecter virato al  femminile, ma è un incipit  che mi è venuto in mente giorni  fa e che lui (il mio  lui) leggendolo  si  è  subito  premurato  di  chiedermi  se qualcosa tra noi  non andava bene.

E’ solo l’inizio  di un libro  che molto probabilmente, un po’ per pigrizia e molto per mancanza di  tempo, non scriverò (forse un giorno, molto lontano, quando  andrò in pensione).

A questo punto è facile pensare a quale genere letterario (d’intrattenimento) potrebbe inserirsi  questo mio capolavoro, non certo quel Chick lit che vede Sophie Kinsella come maestra del genere (e di  cui  ho  parlato in Far shopping fa bene alla salute. Si, ma….del  19 aprile scorso), tanto  meno  del nuovo  genere letterario  che si  sta affacciando  anche qui  da noi: l’Up-lit (che sta per uplifting tradotto in italiano  come edificante).

Il suo intento  sarebbe quello  di indurre in chi ha letto il libro, una volta terminato, uno stato  di  grazia.

Adesso,  non avendo mai letto nulla che appartenesse a questo nuovo  genere, non so  se questo  stato  di  grazia venga inteso  come liberazione da un libro melenso, oppure, cosa più facile da credere, una specie di nirvana dei  sentimenti (raggiungibile anche attraverso  metodi  meno  convenzionale della pura e semplice lettura).

Non potendo  offrirvi  nessun giudizio personale sull’argomento, non posso  che indicarvi  la lettura di un libro, A proposito  di  Elsie, scritto  da Joanna Cannon che in molti vedono  come protagonista del  genere Up-lit.

Libri in vetrina  

«Sono tre le cose che dovete sapere su Elsie. La prima è che è la mia migliore amica. La seconda è che sa sempre come farmi sentire meglio. E la terza… è un po’ più lunga da spiegare…»
Florence, ottantaquattro anni, è caduta nel suo appartamentino nella residenza per anziani a Cherry Tree Home. Ma non è questo che la sconvolge, perché sa che presto qualcuno verrà a soccorrerla: è che sta per svelare, finalmente, dopo tanti anni, un segreto che riguarda lei, la sua amica Elsie e un uomo che credeva morto da più di mezzo secolo e che invece ha fatto irruzione nel suo presente, proprio lì a Cherry Tree Home. E svolgendo con fatica, caparbietà e tanto coraggio le fila del suo passato, allineando ricordi come libri su uno scaffale, Florence scoprirà che nella sua vita, come in quella di chiunque, c’è molto di più di quello che credeva, che i fili sottili che la legavano agli altri sono in realtà legami indissolubili, che un gesto che aveva creduto un tragico errore era stato in realtà un gesto d’amore.
A proposito di Elsie racconta con delicatezza e sensibilità una storia di amicizia. Di quelle amicizie che si fanno da bambini e che ti rendono la persona adulta che sarai. E senza le quali non puoi vivere.

Anteprima

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 


Playlist

Penso  che questa canzone di Samuele Bersani (& C.) sia molto  adatta all’argomento di  quest’articolo.

Buon ascolto

E tutti quei libri andranno perduti nel tempo………..

7 vite per leggere
CaterinAndemme ©

Quante parole vi  sono in 80.000 libri?

Pur avendo in casa  un discreto  numero  di libri, non arrivano  certo  ad essere   ottantamila volumi e, in ogni  caso,  a meno  di non essere affetta da qualche  maniacale dipendenza per i  numeri , non mi metterei  certo  a conteggiare le parole quanto piuttosto  metterle in fila, una dietro  l’altra, per raccogliere la storia racchiusa in ognuno dei libri.

A questo punto la domanda è un’altra: quanto tempo  occorre per leggere ottantamila libri?

Ovviamente bisogna anche tener conto  delle dimensioni,  in numero di pagine, dei  singoli libri: ad esempio Artaméne, scritto nel 1649 da Madeleine de Scudery,  è composto  da due milioni di parole divise in dieci  volumi (non chiedetemi  chi e perché si  era sobbarcato l’incarico  di  contarle) mentre un manuale per la coltivazione dei  tuberi (chi non ha in casa un manuale per la coltivazione dei  tuberi?) sarà senz’altro un lillipuziano  al confronto  del precedente

Dopo  questo breve preambolo (fin qui  ho  scritto solo 160 parole) la domanda che sorge spontanea è: perché Caterina (cioè io) si è fissata con il numero 80.000?

Perché questo è il numero  di libri  che padre Sergio  De Piccoli ha raccolto  nella sua canonica a Marmora in Valle Maira (bellissima) a 1580 metri di  altitudine.

In questa biblioteca montana i libri  raccolti, in parte regalati ed altri  acquistati dal frate benedettino, si possono trovare titoli di ogni  genere (forse anche il nostro  manuale del  tubero) come collane intere di un certo pregio che, nel  tempo, hanno  attirato  fin lassù studiosi (sembra anche Umberto  Eco), persone che cercavano volumi ormai  fuori  catalogo  e semplici  curiosi.

Eppure, parafrasando parte del monologo finale dell’androide Roy Batty in Blade Runner:

E tutti  quei libri  andranno perduti  nel  tempo,

come lacrime nella pioggia…

Purtroppo  nel  2014 padre Sergio De Piccoli è morto lasciando la gestione  della sua passione di bibliofilo al  suo  assistente: ma il problema nasce dal  fatto  che la Diocesi  di Saluzzo rivuole indietro la canonica dando, di  fatto, lo  sfratto ai libri  che sono proprietà del  Comune di  Marmora.

Infatti, nel 2007, padre Sergio  de Piccoli aveva, attraverso un atto notarile, per così dire regalato al  Comune di  Marmora il suo  tesoro con un’unica condizione che i libri  dovevano  restare nell’ambito  del paese.

Marmora ha solo 65 abitanti quindi è facile intuire come sia difficile per un comune così microscopico  trovare le risorse finanziarie per costruire una nuova biblioteca per raccogliere tutti  quei  volumi (a dire il vero un progetto  si  era fatto, ma i  soldi per realizzarlo furono insufficienti).

Ci sarebbe la possibilità del  trasferimento  ad altre biblioteche (sfidando  le ultime volontà del  benedettino) ma occorrerebbe sia la volontà da parte di  esse anche di  farsi  carico  delle spese di  trasporto, catalogazione e d altro  ancora.

Insomma un universo di parole rischia di  scomparire in un buco  nero  d’indifferenza 

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


Libri in vetrina

Visto  che abbiamo parlato  di libri, nel  box un’anteprima delle novità in libreria (offerto  da Il Libraio)

Parigi è sempre una buona idea: lo dice il ghost writer

Le bateau sur la Seine
Caterina Andemme ©

Questa è una grande città: Parigi! È esattamente come qualsiasi altra grande città, Londra, New York, Tokyo, ad eccezione di due piccoli particolari: a Parigi si mangia meglio e a Parigi si fa l’amore…beh, si, forse meglio, ma certamente più spesso. Si fa l’amore qualsiasi ora e in qualsiasi luogo: sulla riva sinistra della Senna, sulla riva destra, e tra una riva e l’altra; si fa di giorno, e si fa di notte; lo fa il beccaio, il fornaio, e il signore che appare in ogni inevitabile guaio; in movimento, e nella più assoluta immobilità; lo fanno i barboncini, i turisti, i generali, e una volta ogni tanto perfino gli esistenzialisti! C’è l’amore giovane e l’amore stagionato, l’amore coniugale e quello illecito!

Audrey Hepburn 

Si, aveva ragione la nostra Audrey: a Parigi  si mangia bene e …..

Amo Parigi, forse non quanto  Genova, anche se ultimamente quest’ultima ha dovuto subire i  miei  tradimenti per altre città: Milano, ad esempio e, tanto per rimanere esterofili,  Ljubljana (ma qui  l’amore è condiviso con l’intera Slovenia).

Amo  Parigi e voglio un gran bene a Frederique mia cugina parigina DOC: come lo  sia diventata è questione di  famiglia.

Questo piccolo  preambolo per introdurre la presentazione di un libro  che vede, per l ‘appunto, Parigi come protagonista di una storia.

Ma ancora prima, però, devo  chiedere scusa alla mia amica Gabriella (Lella per distinguerla dalle altre due Gabrielle mie amiche: Gabry  e Gabriella come Gabriella): quasi  un anno  fa mi  aveva consigliato  la lettura di  questo libro ed io, vergognosamente,  non l’ho  ancora fatto.

Presto  rimedierò.

libri in vetrina

Nicolas Barreau è uno  scrittore inesistente, diversamente dalla  nostra Elena Ferrante    che  se pur nascondendosi dietro  uno pseudonimo è una scrittrice in carne ed ossa e molto  talento.

Barreau è nato  da un’analisi  di  mercato  di una casa editrice tedesca, la Thiele & Brandstätter, perché, così sembra, in Germania le case editrici hanno il vizio di  creare autori  fittizi in base al  genere che va più di moda: in poche parole vi  sono  una moltitudine di  ghost writers condannatioltreché all’oblio, vedersi  corrisposto un onere inversamente proporzionale ai guadagni  delle case editrici che gli  hanno  commissionato il lavoro: niente paura, succede anche in Italia.

Comunque Parigi è sempre una buona idea (frase detta da Audrey  Hepburn nel  film Sabrina del 1954) ha ottenuto un buon (discreto)  successo.

Nel  box alla fine dell’articolo l’anteprima del  libro (che presto  leggerò: Lella  non è che me lo puoi prestare?).

A Parigi, in rue du Dragon, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent. Talentuosa illustratrice, Rosalie è famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Ed è un’accanita sostenitrice dei rituali: il café crème la mattina, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura. I rituali aiutano a fare ordine nel caos della vita, ed è per questo che, per il suo compleanno, Rosalie fa sempre la stessa cosa: sale i 704 gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e, con il cuore in gola, lancia un biglietto su cui ha scritto un desiderio. Ma finora nessuno è mai stato esaudito. Tutto cambia il giorno in cui un anziano signore entra come un ciclone nella papeterie. Si tratta del famoso scrittore per bambini Max Marchais, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta felice e ben presto i due diventano amici, La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti e si aggiudica il posto d’onore in vetrina. Quando, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, attratto dal libro, entra in negozio, Rosalie pensa che il destino stia per farle un altro regalo. Ma prima ancora che si possa innamorare, ha un’amara sorpresa: l’uomo è fermamente convinto che la storia della Tigre azzurra sia sua…

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….

 


Anteprima del libro Parigi è sempre una buona idea 

 

Jessica Jones (alias Krysten Ritter) diventa scrittrice: “Il grande fuoco” è il titolo del suo romanzo d’esordio

Comics
Caterina Andemme ©

Dal mondo  dei  fumetti  alle attrici  che interpretano  le supereroine

Una vocina deve essere giunta alle orecchie di  Reed Hastings (fondatore e proprietario  di  Netflix) affinché la mia amica Jessica Jones avesse ancora qualcosa da dire in una terza stagione a lei  dedicata dalla Public company made in USA.

La vocina (oggi cartavetrata per via di un  mal  di  gola atrocemente fastidioso) è ovviamente la mia, mentre lei, Jessica Jones, è l’ennesima, simpatica, umorale, un pochino alcolizzata (quel tanto  che basta per dare vigore al personaggio), ovviamente bella (su  questo aspetto  ci ritorniamo tra un po’) ed,  essendo un personaggio della Marvel ,  dotata di  superpoteri  che noi umani (in carne ossa) possiamo  solo immaginare di  avere e magari invidiare.

Dicevo  (scrivevo) per l’appunto  della bellezza di  Jessica Jones: al pari  di  Wonder Woman, personaggio  interpretato  da Gal Gadot (scusate se è poco in fatto  di  bellezza ed intelligenza), la nostra Jessica ha il suo  alter ego televisivo incarnato in Krysten Ritter – qui  apro una piccola parentesi che, penso, farà piacere  pubblico  maschile: le misure fisiche delle due attrici: quelle di Gal  Gadot  sono 1,78 cm. di  altezza e 86-60-86 le misure; Jessica…scusate volevo  dire Krysten: 1,75 cm  di altezza e  84-58.89  ( numeri  utili da giocare al  lotto).

Dalle attrici  che interpretano le supereroine a quelle che diventano (anche) scrittrici

Krysten Ritter al San Diego Comic – Con International 2017

Ho  voluto aggiungere quell’anche nel  sottotitolo perché parlando di  Krysten Ritter  non se ne può fare a meno: lei è una ragazza di  trentasei  anni (a 36 anni si può ancora essere ragazze) che ha già di suo quello  di  essere ovviamente attrice, produttrice, autrice di  cinema e televisione, e di  vivere con un cane di nome Mikey….

Non contenta di  tutto  questo  ha deciso  di scrivere un thriller dal  titolo originale Bonfire, tradotto in italiano in Il grande fuoco (edito  da Sperling & Kupfer, 18,90 euro nella versione cartacea), di  cui  la critica sembra averle dato un giudizio  più che positivo.

Alla fine di  quest’articolo troverete un breve riassunto  del libro  e l’anteprima.

…..Lui, sbirciando  sopra alle mie spalle per vedere quello  che scrivevo, mi ha chiesto  a quale delle due superwoman avrei  voluto  rassomigliare.

La mia risposta è stata che sono  contenta di  essere quella che sono (però……).

Alla prossima! Ciao, ciao………………


libri in vetrina

Il grande fuoco  di  Krysten Ritter 

Sono trascorsi dieci anni da quando Abby Williams se n’è andata dalla piccola città di provincia dove è nata e cresciuta. E ce l’ha messa tutta per cancellare ogni traccia delle sue origini. Adesso è un avvocato dalla carriera sfolgorante, si occupa con successo di ambiente, vive a Chicago in un appartamento ultramoderno e ha la sua collezione di fidanzati usa e getta. Il passato però riesce a farsi strada di nuovo nella sua vita, incrinandone la fragile corazza: il nuovo caso che le viene affidato la porta, infatti, in Indiana, e proprio a Barrens, il suo paese. È lì che la Optimal Plastics ha dato lavoro all’intera popolazione, ma forse a un prezzo troppo caro. È lì che le indagini di Abby sulla scarsa trasparenza dell’industria chimica riportano alla luce anche uno scandalo legato alla sua adolescenza. Un mistero irrisolto che non ha mai smesso di angosciarla: la scomparsa della sua migliore amica, Kaycee. Quella ragazza unica e geniale è fuggita verso la libertà o è rimasta vittima dei segreti di Barrens? Scavando nella propria memoria e cercando risposte a vecchie domande, Abby si trova invischiata in una pericolosa ragnatela di menzogne e silenzi. Ma la verità, che ha sempre voluto scoprire senza confessarlo neanche a se stessa, è finalmente a portata di mano. Per liberarla una volta per tutte dalle ombre del passato.

Anteprima

Sex hard, sex soft: ma di che sex parliamo?

Io voglio vedere, io voglio parlare
Caterina Andemme ©

La meditazione orgasmica è una pratica che si può fare fra due amici o due amanti, in cui  la donna si  spoglia dalla vita in giù e l’uomo le accarezza il clitoride per quindici  minuti, senza che si  arrivi  ad un rapporto  sessuale. Scaduti i quindici  minuti si  discutono le proprie sensazioni, la donna si  riveste ed entrambi vanno per la propria strada

Emily Witt in un’intervista a La Lettura nel  febbraio 2017

Emily Witt, autrice di  Future sex – A new Kind of free love (di  cui  troverete un anteprima  in inglese alla fine dell’articolo) è convinta che il futuro  sessuale non potrà essere solamente monogamico (etero o omo) ma libero, nel  senso  che lo  faccio quando mi pare, con chi  mi pare e come mi pare: nulla di  nuovo, direi.

D’altronde lei (laureata alla Brown University in cosa non lo so e non lo  voglio  sapere) stanca del  suo  partner si è dedicata anima e corpo  (più corpo  che anima) alla frequentazione di  set porno (BDSM in particolare), orge e sedute di meditazione orgasmica.

A parte la  meditazione orgasmica – più che orgasmo meditativo parlerei di cose lasciate a metà – sono convinta che l’erotismo praticato  tra adulti consenzienti sia da coltivare piuttosto che esibire come anti – conformismo.

Sono assolutamente contraria alla pornografia dove una   donna viene considerata solo  per i  suoi  orifizi (escludendo  naso  ed orecchie, spero!) ad uso  esclusivamente maschile (lo  so  che esiste anche la pornografia al femminile, magari   anche più gentile).

Come sono  contraria agli stereotipi  della donna asservita all’uomo – cara Elisa (Isoardi)  non è affatto  vero che una donna, per quanto in vista, deve dar sempre luce al  suo uomo: una donna è una persona che in un rapporto  di coppia non deve essere subordinata all’uomo, tanto  meno un’ancella con torcia annessa -.

Dovrei  anche parlare  delle volgarità alla Ferrero (la donna è come una porta: va penetrata e non pensata): ma qui  è evidente una dislocazione dell’encefalo dalla sua sede naturale ad altra parte del corpo in basso,  da cui  la locuzione verbale che lascio  volentieri  a voi immaginare.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


Libri in vetrina

Nel corso della vita abbiamo letto tante favole, ma nessuna finiva con «e vissero da soli, felici e contenti». Eppure per un gran numero di persone la vita va proprio così. Dopo la fine di una storia importante, Emily Witt si è ritrovata a gestire una libertà emotiva e sessuale che l’ha disorientata: di fronte all’infinita varietà di esperienze sessuali di colpo a portata di mano grazie a nuovi e insospettabili canali, si è ritrovata priva di un nuovo sistema di regole – sia lessicali che comportamentali – che le facessero da guida: era ancora consentito innamorarsi di un partner di letto? E sognare una famiglia? La sicurezza quotidiana era compatibile con la libertà sessuale? Insomma, a vent’anni da Sex & the City e a cinque dal lancio di Tinder, «le nostre relazioni sono cambiate, ma il nostro modo di definirle no». A caccia di un nuovo vocabolario del corpo e degli affetti, la Witt intraprende allora un viaggio che spazia dalle prime agenzie di incontri virtuali al porno femminista, dagli orgasmi durante le sedute di yoga alle politiche sulla fertilità che restano pericolosamente retrograde, e lo fa con uno slancio empatico, con una scrittura intima e radicale degna delle più grandi interpreti della controcultura di fine anni Sessanta.

Anteprima