Pane libero, (ri)scoperto e ancora dimenticato

Spighe di grano
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Pane libero

Quando per mancanza di  tempo  non riesco  a comprare il pane in un panificio  ( e dove se no?), mi affido  a quello  venduto in un supermercato  vicino  casa (il cui nome inizia con la C e termina con la P, mentre in mezzo vi sono  due O).

La qualità di  questo pane va dalla consistenza del  caucciù (ottima per rafforzare i muscoli mascellari)  alla  sensazione del  sapore di  polistirolo  cotto  al forno.

La trovata sapientemente ironica nel  dare il nome al marchio  sta nel  fatto  che il prodotto  esce dalla Casa di  Reclusione di  san Michele di  Alessandria.

In collaborazione con la cooperativa Pausa Caffè, alcuni  reclusi, regolarmente stipendiati  e con turni  part-time,  si  danno  da fare intorno al  forno  a legna rotante di  cinque metri  di diametro (enorme!!!) per sfornare 10 tonnellate al  mese di ottimo pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica

Tralasciando  se il pancarrè sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti nel 1930, oppure sia  nato  a Torino, con un legame di  detto popolare  che lo  collega all’ultimo  boia della città sabauda (la storia la trovate qui)  parliamo, comunque, di pane in era moderna.

Allora vi  domanderete quando i denti  dei nostri  antenati  hanno  assaggiato per la prima volta questo  alimento base per la dieta umana?

Nel 2004 un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II) nei pressi  del Lago  di  Tiberiade , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

Se, invece, vogliamo parlare del primo pane lievitato dobbiamo andare nell’Egitto  del 1000 a.C.: gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Se siete interessati  all’argomento troverete in questo Pdf tutto il necessario per saziare la vostra curiosità (in lingua inglese).

Il pane dimenticato

Quanti  tipi  di pane conoscete?

Immagino  che, partendo  dalla comune baguette fino  al pane carasau , le varietà che state elencando  sono molteplici.

Eppure vi  sono  dei pani  dimenticati appartenenti  alla storia culinaria di ogni  singola regione, a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (alla fine del post l’anteprima)

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

Per concludere un piccolo  proverbio  francese legato  al pane:

Senza pane e senza vino, l’amore è nulla

Alla prossima! Ciao, ciao………..


Anteprima

 

Up-lit: quando leggere è edificante (?)…

Oggi sono cattiva!
CaterinAndemme ©

George non era quello  che si poteva definire un cattivo  ragazzo ma con il tempo imparai  che dietro a quel  viso  angelico, a quegli occhi  azzurro – cielo, a quel  sorriso  accomodante buono  per ogni  situazione, si  celava un perfetto idiota.

Eppure, adesso  che sto  assaporando il suo  cuore, penso che no: non era un cattivo  ragazzo!

Lo  so  che sa tanto  di  Hannibal  Lecter virato al  femminile, ma è un incipit  che mi è venuto in mente giorni  fa e che lui (il mio  lui) leggendolo  si  è  subito  premurato  di  chiedermi  se qualcosa tra noi  non andava bene.

E’ solo l’inizio  di un libro  che molto probabilmente, un po’ per pigrizia e molto per mancanza di  tempo, non scriverò (forse un giorno, molto lontano, quando  andrò in pensione).

A questo punto è facile pensare a quale genere letterario (d’intrattenimento) potrebbe inserirsi  questo mio capolavoro, non certo quel Chick lit che vede Sophie Kinsella come maestra del genere (e di  cui  ho  parlato in Far shopping fa bene alla salute. Si, ma….del  19 aprile scorso), tanto  meno  del nuovo  genere letterario  che si  sta affacciando  anche qui  da noi: l’Up-lit (che sta per uplifting tradotto in italiano  come edificante).

Il suo intento  sarebbe quello  di indurre in chi ha letto il libro, una volta terminato, uno stato  di  grazia.

Adesso,  non avendo mai letto nulla che appartenesse a questo nuovo  genere, non so  se questo  stato  di  grazia venga inteso  come liberazione da un libro melenso, oppure, cosa più facile da credere, una specie di nirvana dei  sentimenti (raggiungibile anche attraverso  metodi  meno  convenzionale della pura e semplice lettura).

Non potendo  offrirvi  nessun giudizio personale sull’argomento, non posso  che indicarvi  la lettura di un libro, A proposito  di  Elsie, scritto  da Joanna Cannon che in molti vedono  come protagonista del  genere Up-lit.

Libri in vetrina  

«Sono tre le cose che dovete sapere su Elsie. La prima è che è la mia migliore amica. La seconda è che sa sempre come farmi sentire meglio. E la terza… è un po’ più lunga da spiegare…»
Florence, ottantaquattro anni, è caduta nel suo appartamentino nella residenza per anziani a Cherry Tree Home. Ma non è questo che la sconvolge, perché sa che presto qualcuno verrà a soccorrerla: è che sta per svelare, finalmente, dopo tanti anni, un segreto che riguarda lei, la sua amica Elsie e un uomo che credeva morto da più di mezzo secolo e che invece ha fatto irruzione nel suo presente, proprio lì a Cherry Tree Home. E svolgendo con fatica, caparbietà e tanto coraggio le fila del suo passato, allineando ricordi come libri su uno scaffale, Florence scoprirà che nella sua vita, come in quella di chiunque, c’è molto di più di quello che credeva, che i fili sottili che la legavano agli altri sono in realtà legami indissolubili, che un gesto che aveva creduto un tragico errore era stato in realtà un gesto d’amore.
A proposito di Elsie racconta con delicatezza e sensibilità una storia di amicizia. Di quelle amicizie che si fanno da bambini e che ti rendono la persona adulta che sarai. E senza le quali non puoi vivere.

Anteprima

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 


Playlist

Penso  che questa canzone di Samuele Bersani (& C.) sia molto  adatta all’argomento di  quest’articolo.

Buon ascolto

E tutti quei libri andranno perduti nel tempo………..

7 vite per leggere
CaterinAndemme ©

Quante parole vi  sono in 80.000 libri?

Pur avendo in casa  un discreto  numero  di libri, non arrivano  certo  ad essere   ottantamila volumi e, in ogni  caso,  a meno  di non essere affetta da qualche  maniacale dipendenza per i  numeri , non mi metterei  certo  a conteggiare le parole quanto piuttosto  metterle in fila, una dietro  l’altra, per raccogliere la storia racchiusa in ognuno dei libri.

A questo punto la domanda è un’altra: quanto tempo  occorre per leggere ottantamila libri?

Ovviamente bisogna anche tener conto  delle dimensioni,  in numero di pagine, dei  singoli libri: ad esempio Artaméne, scritto nel 1649 da Madeleine de Scudery,  è composto  da due milioni di parole divise in dieci  volumi (non chiedetemi  chi e perché si  era sobbarcato l’incarico  di  contarle) mentre un manuale per la coltivazione dei  tuberi (chi non ha in casa un manuale per la coltivazione dei  tuberi?) sarà senz’altro un lillipuziano  al confronto  del precedente

Dopo  questo breve preambolo (fin qui  ho  scritto solo 160 parole) la domanda che sorge spontanea è: perché Caterina (cioè io) si è fissata con il numero 80.000?

Perché questo è il numero  di libri  che padre Sergio  De Piccoli ha raccolto  nella sua canonica a Marmora in Valle Maira (bellissima) a 1580 metri di  altitudine.

In questa biblioteca montana i libri  raccolti, in parte regalati ed altri  acquistati dal frate benedettino, si possono trovare titoli di ogni  genere (forse anche il nostro  manuale del  tubero) come collane intere di un certo pregio che, nel  tempo, hanno  attirato  fin lassù studiosi (sembra anche Umberto  Eco), persone che cercavano volumi ormai  fuori  catalogo  e semplici  curiosi.

Eppure, parafrasando parte del monologo finale dell’androide Roy Batty in Blade Runner:

E tutti  quei libri  andranno perduti  nel  tempo,

come lacrime nella pioggia…

Purtroppo  nel  2014 padre Sergio De Piccoli è morto lasciando la gestione  della sua passione di bibliofilo al  suo  assistente: ma il problema nasce dal  fatto  che la Diocesi  di Saluzzo rivuole indietro la canonica dando, di  fatto, lo  sfratto ai libri  che sono proprietà del  Comune di  Marmora.

Infatti, nel 2007, padre Sergio  de Piccoli aveva, attraverso un atto notarile, per così dire regalato al  Comune di  Marmora il suo  tesoro con un’unica condizione che i libri  dovevano  restare nell’ambito  del paese.

Marmora ha solo 65 abitanti quindi è facile intuire come sia difficile per un comune così microscopico  trovare le risorse finanziarie per costruire una nuova biblioteca per raccogliere tutti  quei  volumi (a dire il vero un progetto  si  era fatto, ma i  soldi per realizzarlo furono insufficienti).

Ci sarebbe la possibilità del  trasferimento  ad altre biblioteche (sfidando  le ultime volontà del  benedettino) ma occorrerebbe sia la volontà da parte di  esse anche di  farsi  carico  delle spese di  trasporto, catalogazione e d altro  ancora.

Insomma un universo di parole rischia di  scomparire in un buco  nero  d’indifferenza 

Alla prossima! Ciao, ciao………………..


Libri in vetrina

Visto  che abbiamo parlato  di libri, nel  box un’anteprima delle novità in libreria (offerto  da Il Libraio)

Parigi è sempre una buona idea: lo dice il ghost writer

Le bateau sur la Seine
Caterina Andemme ©

Questa è una grande città: Parigi! È esattamente come qualsiasi altra grande città, Londra, New York, Tokyo, ad eccezione di due piccoli particolari: a Parigi si mangia meglio e a Parigi si fa l’amore…beh, si, forse meglio, ma certamente più spesso. Si fa l’amore qualsiasi ora e in qualsiasi luogo: sulla riva sinistra della Senna, sulla riva destra, e tra una riva e l’altra; si fa di giorno, e si fa di notte; lo fa il beccaio, il fornaio, e il signore che appare in ogni inevitabile guaio; in movimento, e nella più assoluta immobilità; lo fanno i barboncini, i turisti, i generali, e una volta ogni tanto perfino gli esistenzialisti! C’è l’amore giovane e l’amore stagionato, l’amore coniugale e quello illecito!

Audrey Hepburn 

Si, aveva ragione la nostra Audrey: a Parigi  si mangia bene e …..

Amo Parigi, forse non quanto  Genova, anche se ultimamente quest’ultima ha dovuto subire i  miei  tradimenti per altre città: Milano, ad esempio e, tanto per rimanere esterofili,  Ljubljana (ma qui  l’amore è condiviso con l’intera Slovenia).

Amo  Parigi e voglio un gran bene a Frederique mia cugina parigina DOC: come lo  sia diventata è questione di  famiglia.

Questo piccolo  preambolo per introdurre la presentazione di un libro  che vede, per l ‘appunto, Parigi come protagonista di una storia.

Ma ancora prima, però, devo  chiedere scusa alla mia amica Gabriella (Lella per distinguerla dalle altre due Gabrielle mie amiche: Gabry  e Gabriella come Gabriella): quasi  un anno  fa mi  aveva consigliato  la lettura di  questo libro ed io, vergognosamente,  non l’ho  ancora fatto.

Presto  rimedierò.

libri in vetrina

Nicolas Barreau è uno  scrittore inesistente, diversamente dalla  nostra Elena Ferrante    che  se pur nascondendosi dietro  uno pseudonimo è una scrittrice in carne ed ossa e molto  talento.

Barreau è nato  da un’analisi  di  mercato  di una casa editrice tedesca, la Thiele & Brandstätter, perché, così sembra, in Germania le case editrici hanno il vizio di  creare autori  fittizi in base al  genere che va più di moda: in poche parole vi  sono  una moltitudine di  ghost writers condannatioltreché all’oblio, vedersi  corrisposto un onere inversamente proporzionale ai guadagni  delle case editrici che gli  hanno  commissionato il lavoro: niente paura, succede anche in Italia.

Comunque Parigi è sempre una buona idea (frase detta da Audrey  Hepburn nel  film Sabrina del 1954) ha ottenuto un buon (discreto)  successo.

Nel  box alla fine dell’articolo l’anteprima del  libro (che presto  leggerò: Lella  non è che me lo puoi prestare?).

A Parigi, in rue du Dragon, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent. Talentuosa illustratrice, Rosalie è famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Ed è un’accanita sostenitrice dei rituali: il café crème la mattina, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura. I rituali aiutano a fare ordine nel caos della vita, ed è per questo che, per il suo compleanno, Rosalie fa sempre la stessa cosa: sale i 704 gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e, con il cuore in gola, lancia un biglietto su cui ha scritto un desiderio. Ma finora nessuno è mai stato esaudito. Tutto cambia il giorno in cui un anziano signore entra come un ciclone nella papeterie. Si tratta del famoso scrittore per bambini Max Marchais, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta felice e ben presto i due diventano amici, La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti e si aggiudica il posto d’onore in vetrina. Quando, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, attratto dal libro, entra in negozio, Rosalie pensa che il destino stia per farle un altro regalo. Ma prima ancora che si possa innamorare, ha un’amara sorpresa: l’uomo è fermamente convinto che la storia della Tigre azzurra sia sua…

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….

 


Anteprima del libro Parigi è sempre una buona idea 

 

Jessica Jones (alias Krysten Ritter) diventa scrittrice: “Il grande fuoco” è il titolo del suo romanzo d’esordio

Comics
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Dal mondo  dei  fumetti  alle attrici  che interpretano  le supereroine

Una vocina deve essere giunta alle orecchie di  Reed Hastings (fondatore e proprietario  di  Netflix) affinché la mia amica Jessica Jones avesse ancora qualcosa da dire in una terza stagione a lei  dedicata dalla Public company made in USA.

La vocina (oggi cartavetrata per via di un  mal  di  gola atrocemente fastidioso) è ovviamente la mia, mentre lei, Jessica Jones, è l’ennesima, simpatica, umorale, un pochino alcolizzata (quel tanto  che basta per dare vigore al personaggio), ovviamente bella (su  questo aspetto  ci ritorniamo tra un po’) ed,  essendo un personaggio della Marvel ,  dotata di  superpoteri  che noi umani (in carne ossa) possiamo  solo immaginare di  avere e magari invidiare.

Dicevo  (scrivevo) per l’appunto  della bellezza di  Jessica Jones: al pari  di  Wonder Woman, personaggio  interpretato  da Gal Gadot (scusate se è poco in fatto  di  bellezza ed intelligenza), la nostra Jessica ha il suo  alter ego televisivo incarnato in Krysten Ritter – qui  apro una piccola parentesi che, penso, farà piacere  pubblico  maschile: le misure fisiche delle due attrici: quelle di Gal  Gadot  sono 1,78 cm. di  altezza e 86-60-86 le misure; Jessica…scusate volevo  dire Krysten: 1,75 cm  di altezza e  84-58.89  ( numeri  utili da giocare al  lotto).

Dalle attrici  che interpretano le supereroine a quelle che diventano (anche) scrittrici

Krysten Ritter al San Diego Comic – Con International 2017

Ho  voluto aggiungere quell’anche nel  sottotitolo perché parlando di  Krysten Ritter  non se ne può fare a meno: lei è una ragazza di  trentasei  anni (a 36 anni si può ancora essere ragazze) che ha già di suo quello  di  essere ovviamente attrice, produttrice, autrice di  cinema e televisione, e di  vivere con un cane di nome Mikey….

Non contenta di  tutto  questo  ha deciso  di scrivere un thriller dal  titolo originale Bonfire, tradotto in italiano in Il grande fuoco (edito  da Sperling & Kupfer, 18,90 euro nella versione cartacea), di  cui  la critica sembra averle dato un giudizio  più che positivo.

Alla fine di  quest’articolo troverete un breve riassunto  del libro  e l’anteprima.

…..Lui, sbirciando  sopra alle mie spalle per vedere quello  che scrivevo, mi ha chiesto  a quale delle due superwoman avrei  voluto  rassomigliare.

La mia risposta è stata che sono  contenta di  essere quella che sono (però……).

Alla prossima! Ciao, ciao………………


libri in vetrina

Il grande fuoco  di  Krysten Ritter 

Sono trascorsi dieci anni da quando Abby Williams se n’è andata dalla piccola città di provincia dove è nata e cresciuta. E ce l’ha messa tutta per cancellare ogni traccia delle sue origini. Adesso è un avvocato dalla carriera sfolgorante, si occupa con successo di ambiente, vive a Chicago in un appartamento ultramoderno e ha la sua collezione di fidanzati usa e getta. Il passato però riesce a farsi strada di nuovo nella sua vita, incrinandone la fragile corazza: il nuovo caso che le viene affidato la porta, infatti, in Indiana, e proprio a Barrens, il suo paese. È lì che la Optimal Plastics ha dato lavoro all’intera popolazione, ma forse a un prezzo troppo caro. È lì che le indagini di Abby sulla scarsa trasparenza dell’industria chimica riportano alla luce anche uno scandalo legato alla sua adolescenza. Un mistero irrisolto che non ha mai smesso di angosciarla: la scomparsa della sua migliore amica, Kaycee. Quella ragazza unica e geniale è fuggita verso la libertà o è rimasta vittima dei segreti di Barrens? Scavando nella propria memoria e cercando risposte a vecchie domande, Abby si trova invischiata in una pericolosa ragnatela di menzogne e silenzi. Ma la verità, che ha sempre voluto scoprire senza confessarlo neanche a se stessa, è finalmente a portata di mano. Per liberarla una volta per tutte dalle ombre del passato.

Anteprima

Sex hard, sex soft: ma di che sex parliamo?

Io voglio vedere, io voglio parlare
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La meditazione orgasmica è una pratica che si può fare fra due amici o due amanti, in cui  la donna si  spoglia dalla vita in giù e l’uomo le accarezza il clitoride per quindici  minuti, senza che si  arrivi  ad un rapporto  sessuale. Scaduti i quindici  minuti si  discutono le proprie sensazioni, la donna si  riveste ed entrambi vanno per la propria strada

Emily Witt in un’intervista a La Lettura nel  febbraio 2017

Emily Witt, autrice di  Future sex – A new Kind of free love (di  cui  troverete un anteprima  in inglese alla fine dell’articolo) è convinta che il futuro  sessuale non potrà essere solamente monogamico (etero o omo) ma libero, nel  senso  che lo  faccio quando mi pare, con chi  mi pare e come mi pare: nulla di  nuovo, direi.

D’altronde lei (laureata alla Brown University in cosa non lo so e non lo  voglio  sapere) stanca del  suo  partner si è dedicata anima e corpo  (più corpo  che anima) alla frequentazione di  set porno (BDSM in particolare), orge e sedute di meditazione orgasmica.

A parte la  meditazione orgasmica – più che orgasmo meditativo parlerei di cose lasciate a metà – sono convinta che l’erotismo praticato  tra adulti consenzienti sia da coltivare piuttosto che esibire come anti – conformismo.

Sono assolutamente contraria alla pornografia dove una   donna viene considerata solo  per i  suoi  orifizi (escludendo  naso  ed orecchie, spero!) ad uso  esclusivamente maschile (lo  so  che esiste anche la pornografia al femminile, magari   anche più gentile).

Come sono  contraria agli stereotipi  della donna asservita all’uomo – cara Elisa (Isoardi)  non è affatto  vero che una donna, per quanto in vista, deve dar sempre luce al  suo uomo: una donna è una persona che in un rapporto  di coppia non deve essere subordinata all’uomo, tanto  meno un’ancella con torcia annessa -.

Dovrei  anche parlare  delle volgarità alla Ferrero (la donna è come una porta: va penetrata e non pensata): ma qui  è evidente una dislocazione dell’encefalo dalla sua sede naturale ad altra parte del corpo in basso,  da cui  la locuzione verbale che lascio  volentieri  a voi immaginare.

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


Libri in vetrina

Nel corso della vita abbiamo letto tante favole, ma nessuna finiva con «e vissero da soli, felici e contenti». Eppure per un gran numero di persone la vita va proprio così. Dopo la fine di una storia importante, Emily Witt si è ritrovata a gestire una libertà emotiva e sessuale che l’ha disorientata: di fronte all’infinita varietà di esperienze sessuali di colpo a portata di mano grazie a nuovi e insospettabili canali, si è ritrovata priva di un nuovo sistema di regole – sia lessicali che comportamentali – che le facessero da guida: era ancora consentito innamorarsi di un partner di letto? E sognare una famiglia? La sicurezza quotidiana era compatibile con la libertà sessuale? Insomma, a vent’anni da Sex & the City e a cinque dal lancio di Tinder, «le nostre relazioni sono cambiate, ma il nostro modo di definirle no». A caccia di un nuovo vocabolario del corpo e degli affetti, la Witt intraprende allora un viaggio che spazia dalle prime agenzie di incontri virtuali al porno femminista, dagli orgasmi durante le sedute di yoga alle politiche sulla fertilità che restano pericolosamente retrograde, e lo fa con uno slancio empatico, con una scrittura intima e radicale degna delle più grandi interpreti della controcultura di fine anni Sessanta.

Anteprima 

 

Ho molti amici e adoro addormentarmi con loro

Il gatto e il canarino
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Amici di  avventure o  torbide storie, amici  di  fantasia, amici  fatti  di poesia, ma anche pedanti e prolissi, francamente  noiosi : hanno in comune la parola, quella scritta, perché appunto  sono, questi  amici, i libri.

Non nego che qualche volta li tradisco, prima di  addormentarmi, con i  cruciverba o con i  ricettari  di  cucina, magari anche con riviste o  giornali (questi ultimi un po’  meno   scomodi  da portare a letto), ma il buon libro sa attendere quieto  sul comodino, tanto  sa che, prima o poi, tornerò tra le sue righe.

E’ nata a Napoli e non a Milano, tanto  meno  a Genova (sigh!), il primo Book&Bed, cioè un luogo  che, facilmente intuibile, consente al  lettore più accanito  di  addormentarsi in mezzo  al profumo  della carta stampata.

L’idea tutta giapponese, per la precisione di  Tokyo , si è avuto un paio  di  anni  fa quando la casa editrice Shibuya (che è  anche il nome di uno  dei  quartieri  di  Tokyo) aprì la sua libreria – ostello.

Quindi, se un viaggio  a Napoli  ne vale sempre la pena, possiamo pensare di  andare a dormire presso il Book&Bed Mooks Palace  al  terzo piano  della libreria Mondadori  al Vomero (via Luca Giordano)

Cartina


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E se fra i  clienti  – lettori c’è qualcuno  che russa?

Niente paura: i  libri  della consistenza come  I Buddenbrook se non utilizzati per la lettura, possono  essere servire in altra maniera al nostro  caso.

Alla prossima! Ciao, ciao………………. 

 


Poets and rhymes 

Lo so  che a questa rubrica potevo dare un nome in italiano, ma mi  piaceva così!

Lei è Wislawa Szymborska   una delle poetesse che preferisco, mentre la brava Claudia Gerini  presta la sua voce per questa incantevole poesia: Amore a prima vista.

 

Il lungo viaggio in UN PAESE BEN COLTIVATO

Ombre e graffiti
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In ordine sparso dovrei  citare in giudizio  questi  autori: Paolo Rumiz, Raffaele Nigro, Claudio  Magris, Enrico  Brizzi e tanti  altri narratori  di  storie e di  viaggi.

La loro  colpa?

Quella di aver trasformato  la lettura dei loro  libri in una mia dipendenza, in uno  scatenarsi di  sano  desiderio di  viaggiare, di  conoscere luoghi  e genti, in pratica (anche) di  sognare.

A questa lista aggiungo  volentieri un altro nome: Giorgio Boatti .

Di lui avevo  già letto Viaggio  per monasteri  d’Italia: bello ma, per certi  versi, un po’ malinconico, forse per via di  quella pace molto austera descritta nel  suo viaggiare tra questi eremi.

E’ con Un paese ben coltivato che Giorgio  Boatti conquista una pole -position nella lista dei miei  autori  preferiti ( dir la verità molto  affollata).

Libri in vetrina

Un lungo viaggio, al passo con le stagioni: dal fondo della Calabria al triangolo del riso tra Po, Ticino e Sesia, dal distretto della fragola di Policoro alle serre di Albenga. E poi i frutti di bosco che dalle Alpi scendono alle metropoli, la sfida di un profeta con l’aratro nel cuore dell’Appennino, l’avventura del radicchio di Chioggia, il mais ottofile di Roccacontrada e le ciliegie pugliesi, rossi gioielli nel bouquet di un’agricoltura che in vent’anni ha cambiato volto. Dulcis in fundo l’uva da tavola che dialoga con gli internauti e un’irresistibile pomodorina partita da Melfi per conquistare Londra. Con lo sguardo spiazzante di chi, digiuno di ogni sapere specialistico, è curioso di tutto, Giorgio Boatti racconta storie di persone che hanno scelto di ridare vita a cascine e masserie, di mettersi insieme per creare aziende radicate nella tradizione ma capaci di sfide innovative. Un affresco controcorrente in un paese dove, per abitudine, bisogna dire che tutto va male. Un percorso interiore in cui il disegno del paesaggio e della vita si confondono. Rivelano un’Italia con i piedi ben piantati per terra dove è all’opera un futuro che riguarda ognuno di noi.

So  di  essere molto  parca nel  fare una recensione di un libro, non è però il mio mestiere ma, soprattutto, quando leggo uno scritto  che mi  appassiona dentro  di  me si  scatenano  delle sensazioni  difficili da descrivere con delle parole.

Posso  solo  citare alcuni passi del  libro come indizio  dello  scatenarsi  di  queste sensazioni: è ovvio  che sono del  tutto personali, quindi  ciò che mi  fa vibrare può lasciare totalmente indifferente qualcun’altra(o).

Ad esempio, parlando di una coppia vista in un ristorante:

A volte sono  coppie sole e,  anche se il loro  tavolo è accanto a decine e decine di  altri  tavoli quanto  mai  affollati, basta osservarli un attimo per capire che è come se fossero  da soli su un atollo  del  Pacifico. Si intendono  con uno  sguardo, l’espressione del  volto, un gesto  della mano. Alcuni sono  così in totale e permanente sintonia che non dicono  parola.

A fine articolo l’anteprima del  libro.

Buona Lettura!

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 

 


I miei cinguettii 

 

I love shopping: l’ho letto, mi è piaciuto ma non per questo mi sento una “pollastrella”.

Vetrine
Caterina Andemme ©

 

In the corner

Neanche a dirlo: nel post di  ieri vi  ho parlato dell’impresa di Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky che, nel 1895,  fece il giro  del mondo in bicicletta rispondendo  ad una sfida che l’avrebbe resa se non ricca per lo  meno  benestante.

Oggi un’altra donna, questa volta italiana, ha percorso  5.000 chilometri in bicicletta da Roma a Capo  Nord, non per un premio in palio ma per motivi umanitari e cioè per raccogliere dei  fondi per la costruzioni  di  pozzi in alcune zone dell’Africa.

Lei  si  chiama Antonella Gentile (cognome in perfetta sintonia con la sua propensione alla solidarietà) e parte della sua storia la trovate qui

Io posso  solo aggiungere: Brava Antonella! 

Out the corner 

 

Potendo  aumentare il mio  budget di  spesa mensile saprei  già a quali  voci fare riferimento: libri, viaggi, qualche regalino  per lui (qualche) e scarpe (Oh les chaussures! J’aime acheter des chaussures).

Per il momento  mi  devo  accontentare di vedere l’effetto Yo-yo del mio  conto in banca aspettando che la dea fortuna si  tolga  quella benedetta benda dagli occhi  dando una sbirciatina su di  me.

Non riuscirei, comunque, a raggiungere il parossismo del personaggio  creato da Sophie Kinsella (pseudonimo di Madeleine Wickham) nel  suo  libro, il primo  di una serie: I Love Shopping. 

Libri in vetrina 

Con I love shopping lei  è diventata una vera e propria star di  quel  genere letterario che, a partire dagli anni novanta ,   specialmente in Inghilterra e Stati  Uniti, venne identificato  con il termine di  Chick Lit   dove nello  slang americano   Chick è il termine informale in uso  tra uomini per indicare una pollastrella e lit l’abbreviazione di  literature: letterature per pollastrelle…..(?!)  

In questi  romanzi  l’umorismo  viene  definito come  post-femminista (il perché lo  chiedete a chi ne ha dato la definizione, molto probabilmente un misantropo) e le protagoniste, sempre dinamiche e vestite all’ultima moda, hanno un’età compresa tra i  venti ed i  quarant’anni:  Sharon Stone, con i suoi stupendi sessant’anni,  avrebbe molto  da insegnare a loro.

Caratteristica fondamentale della trama era sempre quella: rapporti  sentimentali  e problemi  della vita in salsa dolce (molta) amara (poca).

I love shopping (il titolo  originale era The Secret Dreamworld of a Shopaholic) fu  pubblicato in Italia per la prima volta nel 2000 dalla Mondadori.

Ho  letto il libro, mi  è piaciuto e ve lo  consiglio.

Dal libro ne è stato  tratto un film omonimo diretto  da P.J. Hogan: ho  visto il trailer su YouTube  e ciò mi  è bastato per considerare il film (e non il libro) molto  stupido e, quindi, da evitare (secondo il mio  gusto, ovviamente).

La trama 

Becky è una giornalista che dalle colonne di un prestigioso  giornale londinese consiglia risparmi  ed investimenti sicuri. E’ carina, piena di inventiva, determinata. ed ha un’irrefrenabile passione: lo  shopping.

Irrefrenabile al punto  di  diventare una sorte di  malattia, che la spinge a comprare abiti, accessori, cosmetici, ma anche dolci, biancheria e articoli per la casa…Per lei  comprare è <<come svegliarsi  al  mattino e rendersi  conto che è sabato. E’ come i momenti  migliori  del  sesso>>.

Esce di  casa per comprare un litro  di  latte, e torna con l’ennesimo  golfino, convinta che ne ha proprio  bisogno; le vetrine la incantano, la scritta SALDI la manda in fibrillazione.

Salvo poi aprire con terrore l’estratto  conto  della carta di  credito…………

A seguire un ‘anteprima del libro.

Alla prossima! Ciao, ciao…………… 

 

Oggi vi propongo I Ching ovvero: Il Libro dei Mutamenti

L’oracolo e gli esagrammi
Caterina Andemme ©

Se avessi  la possibilità di  possedere una sfera di  cristallo  per conoscere il futuro, cosa ne farei?

Semplice: la utilizzerei come boccia per metterci  dentro i pesciolini  rossi.

Sarebbe triste sapere ciò che ci  aspetta nel  domani  (che non è necessariamente sempre qualcosa di  brutto (su, un po’  di ottimismo non guasta mai), senza considerare poi che la vita è quella che scorre di momento in momento.

Devo  ammettere, però, che qualche volta mi piace dare una sbirciatina in quello che potrebbe essere una svolta nella mia vita (ad esempio un matrimonio  rimandato  ad interim non per mia volontà).

Tralasciando la sfera di  cristallo momentaneamente   occupata dai  pesci  rossi, l’aiuto  di quelli  che si  sono   appena diplomati  nella  Scuola di Magia e Stregoneria   di  Hogwarts e gli oroscopi criptici  di  Marco  Pesatori (già detto, vero?), non mi resta che affidarmi  alla millenaria sapienza del:

I Ching – Il libro  dei  Mutamenti  

Anche in questo  caso  bisogna fare una decisa cernita tra gli innumerevoli  libri che trattano  dell’argomento, perché I Ching, per la loro  millenaria esistenza nella cultura cinese, meritano  un’attenta valutazione di  cosa si  sta andando  a leggere.

Quella che io  considero l’opera prima de I Ching Il Libro  dei  Mutamenti  è la versione tradotta dal testo originale cinese del  sinologo tedesco  Richard Wilhelmgrande amico di Carl Gustav Jung che curò la prefazione al  suo libro.

Dell’I Ching si possono dire almeno tre cose singolari: che non ha età, che non è un libro e che è la massima approssimazione attraverso i segni alla vita stessa. Secondo la leggenda, gli otto trigrammi dell’I Ching (che non sono ideogrammi, ma sequenze di linee intere e spezzate) apparvero come segni incisi sul guscio di una tartaruga primordiale. Non si sa chi li abbia incisi: non certo un uomo e neppure un dio personale. Piuttosto: l’invisibile mano del cielo. Che cosa indicano gli otto trigrammi (e i sessantaquattro esagrammi in cui si compongono)? La totalità degli stati  attraverso cui passa l’esistenza, attraverso cui passiamo noi nel momento in cui interroghiamo questo che fondamentalmente è un libro di oracoli. Ma a differenza degli oracoli occidentali, che inchiodano sempre alla lettera di una risposta e perciò contengono in sé qualcosa di rigido e sinistro, l’I Ching ci offre una situazione nel suo formarsi e nelle sue potenzialità, qualcosa di fluido, impalpabile, trascinante come è la vita stessa. E si può dire che nulla di scritto, dall’apparizione di quella testuggine cinese, si sia altrettanto avvicinato alla pulsazione segreta del mondo.

Dall’introduzione de Il Libro dei  Mutamenti – I Ching di Richard Wilhelm con prefazione di C.G. Jung 

Come scrive lo  stesso  Jung nella prefazione, Il Libro  dei  Mutamenti non deve essere interpretato  come una semplice raccolta di  formule magiche (vizio  di  alcuni), quanto un complesso  sistema alla cui  base c’è il concetto  di  sincronicità, riflesso della  mentalità cinese che  considera la coincidenza nello  spazio  e nel  tempo degli  eventi  che  per noi  occidentali sono  causali, cioè   una serie di  eventi  che evolvono linearmente l’uno dall’altro.

Ammetto  che il libro  di  Richard Wilhelm non è di  facile lettura (almeno  non lo è per me): io  stessa ho incominciato  a leggerlo, l’ho riposto per un po’ di tempo  per assimilarne i  concetti e di  tanto in tanto ne riprendo  la lettura per avanzare ancora un po’  nella conoscenza e nella pratica di  ciò che I Ching vogliono  insegnare.

Come vedete ho tralasciato (anche volentieri) il metodo  pratica per la costruzione degli esagrammi, cioè quello  che riguarda l’utilizzo  di  tre monete a cui dare uno  specifico valore, questo non per pigrizia, ma per il  semplice fatto che in rete troverete spiegazioni molto più dettagliate di  quelle che posso fornire io (già il link ad inizio  articolo è un buon punto  di partenza).

Ho parlato dell’esistenza di  diversi libri dedicati  a I Ching oltre a quello di  Wilhelm, tra questi alcuni scritti con molta leggerezza, mentre altri con più serietà come il libro  di Augusto Shantena Sabbadini di cui  vi propongo  l’anteprima a conclusione del post.

Alla prossima! Ciao, ciao……………….