Il Santuario di Oropa tra fede e (piccoli) misteri esoterici

Santuario di Oropa – vista  parziale
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Santuario di  Oropa: un hospitale a cinque stelle

La prima volta che arrivai  al Santuario  di  Oropa ne rimasi alquanto  sconcertata questo  perché viaggiando  al  buio, nel  senso di non averne mai  visto  neanche un’immagine, le sue dimensioni mi fecero pronunciare quel proverbiale WOW! che sintetizza uno  stato  di meraviglia mista ad incredulità.

Insomma, pensavo  a un santuario montano (in fin dei  conti ci  troviamo  a 1.180 metri  di  altezza) di modeste proporzioni raccolto tra i monti e non una gigantesca fabbrica di  fede.

Con il tempo, ed una frequentazione maggiore (più come escursionista che pellegrina) ho imparato ad apprezzare la pace di  quel luogo  dopo  una certa ora verso  sera, quando il numero  di  turisti si  riduce drasticamente e rimane solo chi è ospite del Santuario.

Non è una cella monastica
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Nel  sottotitolo ho accennato al  fatto  che il Santuario si merita un cinque stelle per quanto  riguarda la sistemazione alberghiera che può arrivare anche ad ospitare fino  a 700 persone tra ostelli per gruppi organizzati  e vere e proprie camere d’albergo: non lasciatevi ingannare dalla foto a lato, perché  dietro  quella porta vi è una suite  con tutti i confort per un piacevole soggiorno.

Per quanto  riguarda la ristorazione c’è solo l’imbarazzo  della scelta tra bar e ristoranti di  buona qualità.

Naturalmente non mancano  botteghe per la vendita di  souvenirs ed altro.

Piccola storia del  santuario  di  Oropa 

E’ la meta di pellegrinaggio  più famosa nel  biellese ma anche il punto  di partenza per molte escursioni da quelle più facili  a quelle più impegnative (prossimamente ne parlerò con un articolo  dedicato all’itinerario  che collega il Santuario  di  Oropa a quello  di  San Giovanni d’Adorno).

Secondo la tradizione la sua origine risale al IV secolo, quando  sant’Eusebio, vescovo  di  Vercelli, si  sarebbe rifugiato in queste montagne per sfuggire alle persecuzioni  contro  i cristiani.

Egli  avrebbe portato  con se una statua lignea raffigurante una Madonna nera che, nella leggenda,  si  vorrebbe opera dell’evangelista Luca ma in realtà risalente al XII secolo e di  scuola valdostana.

La galleria con gli ex-voto (e una pellegrina che cerca la propria stanza)
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La statua venne posta da Eusebio su di un masso  erratico  dove, successivamente, venne costruito un piccolo  tempio che si ingrandirà nel  tempo  fino ad arrivare alle forme attuali all’inizio  del  Seicento: la Basilica Antica venne costruita per un voto  dei  cittadini  di  Biella fatto  durante la pestilenza del 1599, in seguito si  avviò la costruzione delle cappelle del Sacro Monte che terminò nel 1744.

A riprova della venerazione del luogo  vi sono  gallerie   stracolme di  ex – voto le quali, oltre che essere testimonianza religiosa, sono fonte di  ricerche storiche ed antropologiche (personalmente mi mettono  addosso una certa ansia mista a tristezza, sempre nel  rispetto di  chi ha fede nei miracoli).

 

Prima di  concludere guardate questa foto:  

 

La svastica in questo caso non è il simbolo del nazismo.
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Prima di  concludere con una piccola galleria fotografica, vorrei condurvi  in un piccolo  mistero  che riguarda l’aspetto  esoterico incentrato in un piccolo  tempio a monte del  santuario.

 Non c’è nulla di particolare nella costruzione, anzi  si può dire che, architettonicamente parlando, è piuttosto povera se non insignificante,

Sennonché, ponendosi  di  fronte ad essa, appare in alto uno  dei  simboli  più odiati nella storia moderna e cioè la svastica.  

Ma non lasciamoci ingannare: prima che i nazisti  ne fecero  simbolo della loro  dittatura (in questo  caso con i bracci  della croce uncinata rovesciati) la svastica era un simbolo  esoterico utilizzato  anche nella Società Teosofica fondata nel 1875 a New York da Helene Blavatsky.

Se amiamo  i misteri non c’è bisogno  di andare fino  a New York, perché c’è un filo  che lega il tempietto (quindi il simbolo  della svastica) a Rosazza a pochi  chilometri  dal Santuario  di Oropa, al  Gran Maestro  Venerabile della massoneria biellese ( e membro  della Giovine Italia di  Mazzini) Federico Rosazza Pistolet.

Dai  che siete incuriosite!

Siccome non amo  fare i copia-incolla da altri  siti (e non mi piace, a mia volta, essere copiata-incollata) vi  rimando  a questa pagina per saperne di più.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao……


 

Galleria fotografica (click per ingrandire…so  che lo  sapete già) 

Château – Queyras….che altro?

The magical castle that flew in the blue of the sky
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Segnavia

La giovane contadina
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Vestendo gli agresti  panni  di una giovane contadina (…si prega di non fare dell’ironia sulla foto  stessa ma, soprattutto, sull’aggettivo  giovane che mi  sono  attribuita), vi invito  nel  seguirmi in questa visita virtuale di Château Queyras.

Intanto  dove ci troviamo?

Ovviamente in Francia ed  altrettanto ovviamente nella regione del  Queyras (dipartimento  delle Hautes-Alpes)  che dall’Italia  si  può raggiungere sia dal  Colle dell’Agnello (il secondo  valico  automobilistico più alto  in Italia con i  suoi 2.748 metri  e il 15 per cento  di pendenza) oppure dal Colle della Maddalena (1.996 metri).

 

La storia in poche parole

 

Château Queyras ©caterinAndemme

Posta in posizione dominante la fortezza domina a sud la stretta forra dove scorre   il  Guil  (affluente di  sinistra della Durance) –  non è raro  vedere canoisti cimentarsi nelle turbinose acque del  fiume, come arrampicatori che risalgono  la rupe con in cima il castello – la prima testimonianza scritta riguardante Chateau Queyras si  avrà nel 1260.

Nel  XVI secolo, durante le guerre di  religione francesi, il nobile di  fede protestante François de Bonne de Lesdiguiéres  conquistò il castello uccidendone il castellano e vessando la popolazione cattolica del luogo  (lo  stesso Françoise de Bonneecc.ecc. nel 1622 si  convertì al  cattolicesimo  con un abiura solenne).

Nel 1633 Château  Queyras rischiò di  essere abbattuto in quanto re Luigi XIII di  Borbone pensava che esso potesse essere riconquistato  dai protestanti, ma ebbe un ripensamento  annullando, quindi, la sua decisione iniziale.

In effetti, nell’agosto  del 1692, le truppe protestanti inglesi e quelle del  Ducato  di  Savoia,  dopo un assedio  durato  alcuni  giorni, conquistarono il forte.

Nel 1700 l’ingegnere militare Sèbastien Le Prest de Vauban(dalla lunghezza del nome si  capisce che anch’egli  era un nobile) ne completò la cinta muraria del lato  nord-est.

Capolinea 

A mio  parere il Queyras rimane una delle regioni  francesi più belle da visitare, sia dal punto  di  vista naturalistico che culturale e Château Queyras a buon diritto  rientra in questi  percorsi  di  conoscenza.

Si  vede molto che ho  fretta di  terminare l’articolo?

Alla prossima! Ciao, ciao………….


Galleria fotografica

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Oggi vi propongo l’anello del Groppo Rosso in Val D’Aveto

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Siete pronti? Allora seguitemi…
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Un minimo di  geografia

Il Groppo  Rosso (1.593 metri) si  staglia sopra la cittadina di  Santo  Stefano  D’Aveto ed è parte del  Parco  Naturale Regionale dell’Aveto.

Ci troviamo immersi in un panorama che fa sembrare di  essere in una piccola valle alpina eppure a pochi  chilometri (in linea d’aria, s’intende) dal mare e dall’Emilia confinante con la provincia di  Piacenza e Parma.

 

 

L’itinerario 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca).

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percrso ad anello del  Groppo  Rosso.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio.

Il percorso  non presenta nessun tipo  di  difficoltà se non in alcune parti  ripide  e selciate che, in caso  di pioggia, possono  risultare molto  scivolose.

Edicola all'inizio del sentiero
L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca D’Aveto
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Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla  (Flash, il personaggio  della DC Comics, certamente impiegherà meno  tempo).

 

Verso il Prato della Cipolla…no, non sono Cappuccetto Rosso
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 Le cipolle qui non c’entrano nulla perché 

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il Prato della Cipolla con il rifugio omonimo. Sullo sfondo il Dente della Cipolla (via ferrata consigliata solo per escursionisti esperti)
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Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero A14.

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  rifugio ASTASS  (Associazione Sportiva Turistica Amici Santo  Stefano  d’Aveto): è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Rifugio Astass
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Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

 

Dalla cima del Groppo Rosso il panorama su Santo Stefano d’Aveto
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Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

Cosa fare se il sentiero in discesa è scivoloso? Semplice: continuare a leggere….

Step by step I will go away
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Passo  dopo  passo (si  affronta la discesa) 

Le campanelle dei cavalli, lo  scricchiolio degli  scarponi, il mio  respiro irregolare: vita a piedi  a quota 4500. Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero. Il mondo  ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero spazio abbracciato  dallo  sguardo. L’oro  del  sole nel  cielo, che riversa nell’aria una luce priva di  calore; neve dura, albedo  elevata

Tratto  dal libro  Le antiche vie di Robert Macfarlane

In questo caso la fatica è in salita verso Velika Planina (1622 metri) in Slovenia
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Quando, però, la nuda traccia di un sentiero diventa  quella scivolosa di una discesa a rompicollo, la poesia del momento  viene irrimediabilmente distrutta  da una sederata che, il più delle volte e specie se è un uomo  a subirla, è accompagnata da imprecazioni di ogni  genere.

D’accordo, noi che siamo  escursioniste esperte sappiamo  che più pressione riusciamo  a scaricare nei punti  di  appoggio minore sarà il rischio  di  scivolare, questo in teoria.

In pratica può capitare che per timore di una scivolata nefasta (non c’è bisogno  di  scalare l’Everest per avere questa sensazione) spostiamo il nostro  busto  all’indietro (e con esso il nostro  baricentro) quindi, conseguenza, la pressione che prima esercitavamo si perde assicurandoci quella sederata di  cui  sopra.

Cosa fare allora?

L’esperienza dice che il modo  migliore di procedere sia quello di piegare leggermente le ginocchia (non inginocchiarsi) con il busto flesso in avanti in modo  che il baricentro resti lì dove deve restare obbligandoci anche a fare passi più corti in rapporto  alla ripidità del  sentiero.

Naturalmente, mentre noi  procediamo  applicando la teoria,  verremo  sorpassati  da qualche adepto  della corsa in montagna (altresì detta Mountain Running) che avrà giusto il tempo di  degnarci  di uno  sguardo  di  sufficienza….in questo  caso  è lecito ricorrere ai  riti  del voodoo  per rimettere le cose nel  giusto ordine

A contraddire tutto  ciò che ho  scritto  fino  adesso sono  gli esperti  (d’altronde io  sono  una semplice escursionista) i  quali  dicono che, in caso  di  ripidi pendii magari in terra battuta, è meglio lasciarsi  andare cercando  dinamicamente i punti  di  appoggio.

Ovviamente il consiglio  è per chi  ha già una certa dimestichezza nella camminata in montagna.

 

libri IN vetrina 

Ho iniziato  con una citazione del libro Le antiche vie di  Robert Macfarlane e mi sembra opportuno  parlando  del  libro in questione:

Se i passi  impressi  sul  sentiero  che stiamo  percorrendo sono la traccia che lasciamo  dietro  di noi, lo stesso  si può dire per le note o  gli appunti che lasciamo  disseminati nelle pagine del  libro  che stiamo  leggendo.

Le mie personali  note su  questo libro ( per altro bellissimo) rientrano  nel  concetto che alcune   parole  lì per lì ti  incuriosiscono, ma se non ne approfondisci  il significato la  vita scorrerà lo stesso  felice.

Ad esempio:

  • Tumo –  Tipo di  yoga tantrico  creato  da Milarepa (quello  praticato  da Sting è un’altra cosa)
  • Metis dal greco e nei meng dal  cinese: conoscenza attraverso l’esperienza (più ne metis…………è tardi, sono  stanca e di  battute migliori  non riesco  a farne
  • Pachinko, solipsismo, psicotrope, mnestica, struttura chiasmica: AIUTO!!!!!!
  • Foot transect: ricercatore che si muove a piedi sul territorio e registra quel che vede dove lo vede (No comment!).
  • Landnamabok (libro degli insediamenti): storia della conquista vichinga dell’Islanda scritta in islandese medievale (un po’ come I Buddenbrook in lingua lappone)
  • Criptocromo: proteina della retina che permette agli uccelli migratori di vedere le linee di forza magnetica percepite come forme più scure o  più chiare, sovrapposte al normale paesaggio visibile guidando, in questa maniera, gli uccelli  verso le loro  destinazioni  prestabilite:  praticamente un TomTom con le ali.

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare”. Robert Macfarlane è l’ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria. Riallacciando l’ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto più semplice, eppure oggi anche il più radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l’antico “Camino” di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall’abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Le antiche vie 

 

Un viaggio al centro della Terra? A Vulcania si può fare (leggere per credere)

L’eruzione di un vulcano vista…attraverso le mie mani
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Prima, però…

Katia e Maurice Krafft
credit: United States Geological Survey

Non posso  parlare di  Vulcania se non prima di ricordare  i  coniugi Katia e Maurice Krafft vulcanologi  di  fama mondiale che, ispirandosi  al libro  di  Jules Verne  Viaggio  al centro  della Terra, avevano pensato  ad un grande parco  tematico  dedicato  esclusivamente alla storia e alla formazione dei  vulcani  e la cui  caratteristica sarebbe stata quella di  svilupparsi non in superficie ma sottoterra.

Si erano  conosciuti all’Università di  Strasburgo seguendo i corsi  di  un altro  grande geologo  e vulcanologo: Haroun Tazieff.

Poi, dopo  un periodo in Italia a seguito  del loro  maestro per studiare l’Etna, inizieranno la loro  avventura nel  mondo  seguendo la ragione della loro  vita, appunto i  vulcani.

Il loro sogno terminerà il 3 giugno  1991 in Giappone quando una colata piroclastica sul monte Unzen li  travolse uccidendoli.

Finalmente Vulcania 

Forse nel sottotitolo non dovevo  usare la parola finalmente perché prima del 2002, l’anno  di inaugurazione del Parco, il progetto  ha dovuto  affrontare la forte opposizione degli  ambientalisti i quali  vedevano in esso il pericolo di uno stravolgimento  ambientale irreparabile, nonostante che il sito  fosse una zona militare e deposito  di  idrocarburi, e in seguito nel primo  periodo  di  attività una perdita finanziaria dovuta ad una sovra – stima dei  visitatori  (oggi i visitatori superano  i   300.000 all’anno e il Parco  è dichiarato Patrimonio  dell’UNESCO).

A volere fortemente la realizzazione di  Vulcania fu l’ex Presidente francese Valéry  Giscard d’Estaing il quale, oltre ad essere rimasto  molto colpito  dal  lavoro dei  coniugi  Krafft, pensò che una simile attrattiva avrebbe portato un beneficio economico  alla regione dell’Auvergne di  cui  era Presidente del  Consiglio  regionale.

Vulcania si  trova a Saint-Ours-les Roches  a 15 chilometri  da Clermont-Ferrand.

Vulcania inappropriatamente viene più volte indicato  come  parco  dei  divertimenti ma è certo  qualcosa di più e la sua visita (anche se divertente) è senz’altro più di un semplice giro in giostra.

Alla prossima! Ciao, ciao….

GAllERIA FOTOGRAFICA

L’anello escursionistico del Sassello

…..con i piedi a bagno
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La lentezza

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri  l’ora, sono nella condizione di  sentire il mio  corpo che funziona e di  capire quello  che avviene fuori  di  me.

Posso osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermarmi  o  ripartire come e quando mi pare; posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo  spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo  Carnovalini – brano  tratto da un articolo  per la rivista Airone di luglio 1997

Posso  confermarlo: camminare con lentezza, tutt’ al più seguendo il ritmo  imposto  dalla  camminata nordica, è salutare, per la mente e per il  corpo.

Noi  siamo alpinisti orizzontali, termine tratto  sempre dallo  stesso numero  di  Airone il quale trattava, per l’appunto, di  escursionismo, che sembra fare il paio  con quello di  orizzontalisti coniato  da Enrico  Brizzi per Il sogno  del drago, libro  di  cui  vi  ho  già parlato in precedenza.

Quindi, proseguendo  nella lettura, non mi  resta che augurarvi  un buon cammino  prossimo.

 Sassello:  una  lunga escursione ad anello

Il paese di Sassello può essere raggiunto  con gli  autobus dell’Azienda Trasporti  pubblici di  Savona (ACTS) che partono   dalla stazione ferroviaria.

In auto si  esce al  casello autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del  Giovo

 

Una volta arrivati cerchiamo  piazza Giacomo  Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda. Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

I ruderi di Casa Bandia
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Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono ovviamente soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero  dell’Alta Via dei  Monti Liguri che conduce al monte Beigua (segnavia AV).

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

 

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nel mese di  maggio trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici. Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola). Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Castello Bellavista
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I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni. 

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale. Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

Domani per impegni  non potrò dedicarmi alla scrittura del  blog per cui, già  da adesso,  vi  auguro un felice weekend 

Alla prossima! Ciao, ciao……

Tesori leggendari e omicidi reali nel castello di Celje

Il castello di Celje (SLO)
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La leggenda del  tesoro  del castello  di  Celje

Tanto  tempo  fa (inizia sempre così una storia leggendaria) sotto il castello  di  Celje viveva un contadino molto  povero ma coraggioso .

Una notte, tornando  a casa, scorse qualcuno con un carro  accanto alle porte del  castello.

Quest’altro uomo era molto  alto e dalle spalle larghe, in testa un cappello  dalle larghe tese.

Alla richiesta di  cosa facesse lì e di  cosa trasportasse nel  carro lui non rispose.

Allora il contadino afferrò lo  sconosciuto per una mano e tanto fu il suo  sgomento  quando  si  accorse che quella che stringeva era una mano  fatta di paglia.

Impaurito egli lasciò immediatamente la mano e corse a chiedere aiuto ad un bracciante ma, nel frattempo, il misterioso  uomo  diede un colpo  di  frusta ai  cavalli  dileguandosi  facendo  perdere le sue tracce.

La leggenda continua dicendo  che se il contadino avesse mantenuto  stretta la mano, allo  scoccare della mezzanotte avrebbe guadagnato  tutti i soldi che erano  sul carro e cioè quelli  dei conti  di  Celje.

Nella realtà…

Nella realtà non abbiamo trovato nessun uomo  con la mano  di paglia, tento meno il carro pieno  d’oro, ma solo il sorriso  di una giovane e bella ragazza alla biglietteria che, in “lui”  ha stimolato un certo interesse riguardo all’amicizia tra i popoli (specie se fra uomo  e donna)  mentre in me quel pizzico  di  gelosia mi faceva pensare se era più conveniente chiuderlo  nella sala delle torture del  castello oppure buttarlo  giù direttamente  da una delle sue  torri….


Visualizza mappa ingrandita

Celje con  i suoi  poco  più di  50.000 abitanti è la terza città  della Slovenia situata nella Bassa Stiria sud- occidentale.

Fu  durante nel  periodo  medievale che Celje  incominciò a diventare un centro  nevralgico in quel territorio.

I primi possessori  del  castello  furono i  conti  di  Heunburg della Carinzia i quali  eressero il castello nella seconda metà del XII secolo.

Dopo  di  essi  fu la volta dei  signori  di Zovnec i quali  divennero, per l’appunto, i  conti  di  Celje. Furono loro  che trasformarono il castello  da semplice fortificazione a residenza nobiliare (nel XVI secolo fu  aggiunta l’ultima parte delle mura che rese il castello  di  Celje una delle fortificazioni  più possenti  di  quel periodo).

Nel XVIII secolo il castello  fu abbandonato e le sue pietre furono utilizzate per la costruzione degli  edifici  del  borgo.

Oggi, dopo  il restauro, il castello è utilizzato per eventi  culturali quali manifestazioni  e concerti e location (?!….) per i matrimoni.

La storia di un  tragico matrimonio 

Nel 1436 Sigismundo  di  Lussemburgo  (se non lo conoscete c’è il link apposta…ma poi  ritornate qui) nominò principi  due rappresentanti della famiglia di  Celje: Federico  II  e Ulrico  II.

Federico  II era il figlio più vecchio  di Herman II (ma i primi  che fine hanno  fatto?) ed era stato prescelto come suo  erede.

Federico  II amava una certa  Veronika Deseniška ma, a causa delle ambizioni politiche del padre, dovette sposare Elisabetta Frankopan.

Qunado  Elisabetta fu  trovata assassinata (ma guarda un po’..) Federico  fu libero  di sposare l’amata Veronika.

Purtroppo  qui non c’è il classico e vissero  felici  e contenti, perché papà Herman II fece uccidere a sua volta Veronika e rinchiuse il figlio nella torre più alta del  castello (proprio  quella dove avevo pensato  di  buttare giù “lui“….).

Dopo  qualche anno, per motivi  di  successione ,  Federico  II venne liberato  dalla prigionia.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao……..


PLAYLIST

Chissà  cosa avrebbe detto  Federico  II a riguardo  del  titolo  di  questa canzone

Seguitemi nella Valle delle Meraviglie

Siete pronti per questa escursione nella Valle delle Meraviglie?
Si, allora seguitemi…
Credit: Archivio 24Cinque P&B

La Valle delle Meraviglie in poche parole (poche, poche…)

La Valle delle Meraviglie è un vasto circolo  glaciale disseminato  di  laghi.

Il toponimo Meraviglie è riferito  alle innumerevoli incisioni  rupestri  presenti  nell’area.

Il nome venne utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime di Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza 11 novembre 1692), quindi nella carta del  Theatrum Statuum  Sabaudiae (1682) ed in quella di Jean-Baptiste  Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi viene utilizzato, e che resterà tale per indicare questa particolare zona delle Alpi  Marittime.

La linea di  demarcazione ad est, tra le  Alpi  Marittime e le Alpi Liguri, passa dal   Colle di  Tenda (1.870 mslm).

Geologicamente le due catene montuose si  distinguono dal  fatto  che le Alpi Marittime presentano  rocce di  tipo  cristallino, mentre le Alpi  Liguri hanno  rocce di  tipo calcareo.

Due parchi naturali  interessano  l’area delle Alpi Marittime:  il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime (i  due parchi  sono gemellati dal 1987 e oggi   vengono  proposti come patrimonio universale dell’umanità dell’UNESCO)

ITINERARIO

Prima di  descrivere l’itinerario  il mio  suggerimento è per una  visita del  Musée des Merveilleis inaugurato il 12 luglio 1996 a Tende che, oltre ad essere un valido punto  di partenza per la conoscenza della Valle delle Meraviglie e le sue incisioni  rupestri, è un centro  di  ricerca per l’arte rupestre del Monte Bego.

 

Da Casterino  al  Lac Vert de Fontanalba 

La partenza è da  Casterino (1.546 mslm), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.


Visualizza mappa ingrandita

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 mslm) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

A questa punto  entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco  ci  darà tutte le informazioni  necessarie per la visita.

La Via Sacra
Credit: Archivio 24Cinque P&B

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici. Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In Breve arriveremo di nuovo  all’ingresso del  parco  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

In tutto il percorso ha una durata  di  cinque ore escludendo le soste per ammirare le incisioni e, magari, mangiare un panino.

Galleria fotografica

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Consigli  di  lettura 

 

Per  un maggior approfondimento sulla Valle delle Meraviglie e sulle incisioni  rupestri vi  consiglio  la lettura del libro Le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie di Enzo  Bernardini  (Blu Edizioni – 2001)

Alla prossima! Ciao, ciao……………… 

Lontano da Marte ma vicino a Genova: l’anello del Lago del Brugneto

Viaggi extragalattici
©caterinAndemme

PASSOdopoPASSO

Gli extramondo a volte possono essere noiosi: pensate a quel  turista che nel 2318 (anno più, anno  meno) si  ritroverà insieme ad altre migliaia e migliaia di  suoi  simili a camminare su Le  Sabbie di  Marte  (piccolo  omaggio dedicato  a A.C. Clarke) tra venditori  di  souvenir (paccottiglia marziana , magari prodotta in Cina) e cibo preconfezionato  in pillole.

A parte questa mia  ipotesi futuribile , è anche vero  che oggi luoghi  come Venezia e le Cinque Terre, prese ad esempio tra le tante mete turistiche, subiscono sempre di più un turismo lontano dalla sostenibilità.

Ed è in questa situazione che si  arriva persino a chiudere i  cimiteri (il riferimento è a  quanto  accaduto  a Manarola nei  giorni scorsi) diventati per alcuni  (troppi)  luoghi per bivaccare e farsi  i selfie fra le tombe.

Ritornando  al  tema del Passo dopo Passo quello  che vi propongo  oggi è un’escursione a  pochi  chilometri  da Genova (molti  di più se provenite da Marte): 

L’anello del Lago  del  Brugneto

Prima di proseguire con la descrizione dell’itinerario due parole su l’ Acquedotto del  Brugneto:

Il lago del Brugneto
© Archivio 24Cinque P&B

Il lago  del  Brugneto è originato  da una diga a gravità alleggerita posta a sbarramento  dell’omonimo  torrente, affluente del  fiume Trebbia. l’impianto  iniziò la sua funzione nel 1960 (la costruzione ebbe inizio  nel 1955).

La diga è posta a circa 800 metri s.l.m. ed è lunga 260 metri  con un’altezza massima di  80 metri.

Per raggiungere Genova l’acqua percorre 13 chilometri in galleria attraverso un canale con la pendenza di 1/1000.

La portata è di  circa 1200 l/sec. con una portata massima di 2100 l/sec.

Il bacino  alimenta anche due centrali idroelettriche, una ubicata alla base della diga ed una costruita in galleria a Canate (Davagna), che ha prodotto, dal 1961 ad oggi, dai 20 milioni  ai 40 milioni di kWh/anno.

 

ITINERARIO

Il percorso inizia  a Santa Maria del Porto  raggiungibile  da Torriglia percorrendo  la SP 15 .

Poco  sopra la diga del  Brugneto un cartello  turistico indica il percorso contrassegnato  da un cerchio  giallo  barrato.

Mappa del percorso

La lunghezza dell’anello è di  circa 14 chilometri: considerando  che a metà  il sentiero  si  allontana di molto  dal  lago, arrivando  al paese di  Caffarena e quindi  ridiscendendo verso  di  esso, è per me  inutile dare un tempo  di percorrenza,  nel  senso  che ognuno  deve valutare le proprie forze e darsi un tempo  di percorrenza appropriato   (comunque, anche se pigri, in un mese o in un anno possiamo farcela).  

l’itinerario  segue quasi per intero  il perimetro  del lago, la folta vegetazione, per lo più una faggeta, regala frescura anche nel  periodo  estivo. inoltre sono presenti  numerose  aree di  sosta. 

A Costa di  Paglia incontreremo l’unico  tratto  di  strada asfaltata (è la provinciale che da Torriglia conduce a Propata):  si  tratta di pochissimi  metri  perché il sentiero piega subito  sulla nostra destra.

E’ nei pressi  di  Albora (qui  troviamo è una fonte) che abbiamo  perso  il segnavia, forse per una nostra distrazione,  ma un’abitante del posto  a cui  abbiamo  chiesto  informazioni  ci  ha subito  detto  che i proprietari dei  terreni limitrofi  hanno  sbarrato il passaggio impedendone, quindi, l’accesso  e proseguimento del sentiero  

Non ci è restato che proseguire per Caffarena  e da lì riprendere il percorso  originario (guarda   la cartina).

Dopodiché si prosegue per Fontanasse  in direzione della diga: attraversata, dopo qualche centinaio  di metri  su  asfalto in salita,  ci  ritroveremo  di nuovo  al  punto di  partenza.

Il Lago  di  Brugneto  e i  Siti  di Interesse Comunitario 

Il Lago  del  Brugneto è uno  dei  cinque Siti  di  Interesse Comunitario (SIC) all’interno  dei  confini  del Parco  dell’Antola 

I cinque SIC del  Parco  dell’Antola

Zona Speciale di  Conservazione Parco  dell’Antola 

Zona Speciale di Conservazione Conglomerato  di  Vobbia 

Zona Speciale di  Conservazione Rio  Pentemina 

⇒ Zona speciale di  Conservazione del  Lago  del  Brugneto

Zona Speciale di Conservazione Rio Vallenzona 

 

Cosa sono i Siti  di Interesse Comunitario?  

Essi  costituiscono  una rete ecologica europea denominata Rete Natura 2000  finalizzata al mantenimento e alla tutela di particolari  habitat e specie animali  e vegetali protetti  dalla direttiva 43/92 CEE, nota come Direttiva “Habitat”. L’obiettivo  primario  di  questi  siti è la salvaguardia della biodiversità e della naturalità di  certi  ambienti, nonché di  habitat seminaturali che esprimono lo stretto  connubio tra uomo  e natura e siano il risultato  delle tradizionali attività umane.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

Che forte i Forti di Genova

Il Forte Diamante

Lo so: come titolo è piuttosto povero di idee, ma passare una giornata in escursione ai forti  di  Genova (in special modo  verso il Forte Diamante) è un altro modo  per conoscere la città.

Perché, se Genova è La Lanterna, l’Acquario, il Palazzo Ducale, il suo  centro  storico (il più grande d’Europa), e tante altre perle sparse qua e là, i forti ne costituiscono un altro punto  di vista e cioè quello culturale legato all’attività all’aperto  che sia l’escursionismo, la bicicletta o una semplice passeggiata.

Premetto  subito una cosa: non aspettatevi  di  trovare delle fortificazioni ristrutturate con guide  e pannelli esplicativi sui  quanto  stiamo  visitando.

Non esiste nulla di  tutto  questo: sono solo  uno  scheletro (consistente, però) di  quello  che erano  una volta e magari  il Comune di  Genova potrebbe spendere qualche soldo per un la cartellonistica .

Ci muoviamo all’interno  di  quello che, dal 2008, è diventato il Parco  delle Mura: 617 ettari  di  terreno  a cavallo  tra la Val  Bisagno  e la Val Polcevera:

Al pari  della Grande Muraglia cinese, anche Genova ne aveva una tutta sua anche se su  scala ridotta ma, comunque, imponente: quasi  12 chilometri  di mura (più sette nel  tratto  al mare, ormai  inglobato  nel  tessuto  cittadino dove esiste ancora) intervallati da alcune fortezze a difesa della città. La parte più antica di  questa muraglia risale al 1625, mentre le fortificazioni risalgano  al 1815, quando,  sotto  i Savoia, Genova divenne un’importante piazzaforte del regno.

ITINERARIO 

Arrivando nel  centro  di  Genova, precisamente al  Largo  della Zecca, si deve prendere la funicolare che porta fin sul al  Righi (capolinea).

Da qui prendiamo la strada in salita che, biforcandosi dopo  qualche centinaio di  metri, ci obbliga a mantenere la destra (via Peralto). Superato un piccolo ponte in legno  si  continua a salire fino a raggiungere un archivolto  nei  pressi della trattoria Ostaia du  Richettu (il solito  TripAdvisor dice che è da provare).

Si prosegue fino  ad uno  slargo dove, nel  caso  abbiamo  optato  di  arrivare fin lì con un mezzo proprio, si può parcheggiare (panorama dall’alto sulla città).

Dopo un breve saliscendi ancora una volta ci  troviamo  davanti  ad un bivio: a sinistra il percorso  il sentiero indica la direzione verso  l’Ostaia de’ Baracche (ancora una volta TripAdvisor informa che la qualità è più che discreta, molti  commenti negativi  non sono  sul cibo  ma sul modo  di fare, tutto ligure, dei  gestori. Comunque, non fidandomi molto  dei  commenti, proverei  in prima persona a dare un giudizio).

Quindi, proseguendo  sulla destra, percorriamo  il rilassante sentiero a mezza costa con vista a valle sulla ferrovia Genova – Casella  (un altra meta turistica da non tralasciare).

 

 

 Percorrendo  questo  tratto  di  sentiero, specie nei  giorni  festivi, bisogna solo  fare un po’  di  attenzione all’incrocio  con i ciclisti ma, essendo mountain – biker  e quindi conoscendo la natura dei  frequentatori dei sentieri, convivenza e gentilezza sono  assicurati (è una mia piccola polemica nei  riguardi  di  alcuni  ciclisti, frequentatori delle ciclo – pedonali,  che presi  dalla mania della velocità non hanno molto  rispetto  per i pedoni).

Dopo questo piacevole tragitto, arrivati  nei  pressi di una trattoria (questa volta TripAdvisor tace) prendiamo  un sentiero sulla nostra sinistra che si inerpica: è il tratto relativamente più difficile (senz’altro non impossibile) tanto più, se il  giorno  prima vi  sono  state abbondanti piogge, il fango rende scivoloso  il terreno.

Comunque la salita è abbastanza breve (mezz’ora) e alla fine di  essa ci  ritroveremo  su un piccolo  pianoro  con dinanzi il monte Diamante ed il relativo forte.

A questo punto  abbiamo  due scelte: se siamo  amanti  dei  pendii himalayani possiamo  affrontare  la salita che in maniera diretta ci porta al forte altrimenti, ed è quello  che consiglio, sulla sinistra in basso  vi è un comodo  sentiero  che in breve aggira il  contrafforte montuoso, per poi risalire comodamente, lungo  alcuni  tornanti, verso  la nostra meta.

Proprio alla fine di  questo  sentiero, prima di iniziare la serie dei  tornanti, si può vedere uno  strano  fosso perfettamente circolare: questa era una neviera.

 

Come ho  già  detto in precedenza, si  tratta di una fortificazione parzialmente ristrutturata, quindi  una visita al  suo interno, se pur priva di pericoli, è sempre da farsi  con cautela.

Ops! Beccata in fase di restyling

 

Interessante è senz’altro il panorama che, dai  quasi  settecento metri  di  quota del  forte, spazia tutt’intorno.

Per chiudere l’anello  dell’itinerario, una volta ridiscesi dalla fortezza, si prende l’ampio  sentiero  che corre verso  sud (i  segnavia lungo il percorso  sono  tanti, ma in effetti è abbastanza facile orientarsi  anche senza di  essi).

A breve, sulla destra, incroceremo un bivio che porta verso il forte Fratello Minore (quello  che era denominato  Fratello Maggiore fu  distrutto  dall’esercito  tedesco per impiantarvi una batteria antiaerea).

 

Il Fratello Minore visto in lontananza dal sentiero principale

Rimanendo  sul sentiero  principale e facendo un’ulteriore piccola deviazione, possiamo guardare dall’esterno quello  che delle fortificazioni è il meglio  conservato: il Forte Puin (Puin, dicono  che sia traducibile in Padrino…..uhm…dubito).

Il Forte Puin venne costruito tra il 1815 ed il 1832 sui  resti di una precedente fortificazione del 1742.

Fino agli inizi degli anni ’90 era abitato  oggi è incluso  in un piano  di  valorizzazione del  sistema delle fortificazione che vede il Puin  come centro  aggregativo a carattere sociale e culturale – parole prese dal sito del  Comune di  Genova –  e luogo  di  sosta per i percorsi  turistici nell’ambito  del  Parco  delle Mura e collegamento  all’Alta Via dei Monti  Liguri.

Se questo progetto è andata avanti, oppure concluso, proprio non lo so.

Ad andare avanti invece siamo  noi che, seguendo  adesso le mura del forte Sperone, arriveremo  ad un cancello posto  tra le mura di  questo  forte e quelle del  Forte di  Begato (raggiungibile anche tramite un sentiero  che parte da Genova Sampierdarena).

Perché questo  varco  sia chiamato Cancello  dell’Avvocato, soprattutto   chi  sia questo  avvocato, proprio non  lo so: ditemelo  voi (grazie).

Forte Puin

Tralasciando la visita al Forte Sperone, tanto  è chiuso,  ci inoltriamo  su  di un sentiero sulla nostra destra che a breve ci  riporterà sul piazzale dove abbiamo lasciato il nostro  mezzo, oppure proseguiremo sull’asfalto ripercorrendo  la strada iniziale fino  ad arrivare alla funicolare (corse ogni mezz’ora all’incirca).

Alla prossima! Ciao, ciao……………………