Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Il bosco vive, il bosco diventa memoria

bosco

La preghiera è stare in silenzio nel  bosco

Mario  Rigoni  Stern

Nel  bosco, in silenzio, a meditare

Qualche tempo  fa, quando  ancora per contare la mia età bastavano le dita di  quattro  mani (beh…cinque), mi ritrovai nel  mezzo  di un bosco  ad assumere la posizione del  loto e a chiudere gli occhi  per meditare.

Superata quella primissima fase in cui  ti senti un po’ scema nel meditare in un bosco  come se fossi in Tibet, piano piano in me cresceva la consapevolezza di  quello  che mi circondava: dal fruscio delle foglie mosse dal  vento, al movimento  furtivo  di  qualche animale (sicura anche del fatto che sarebbe stato impossibile trattarsi  di un grizzly).

In pratica mi sentivo la versione femminile di  Henry David Thoreau!

Ma se oggi seguire alla lettera l’ortodossia del  filosofo  americano può portare a tragiche conseguenze (le stesse descritte nel  film di  Sean Penn Into  the Wild)  non è detto  che vivere più naturalmente, magari lontano  dalle metropoli, non diventi  la tendenza di un futuro prossimo (a tale proposito  ho  scritto l’articolo Il futuro non è in una sfera di  cristallo) .

Nel  frattempo dall’oriente è arrivata fino  a noi  la pratica  dello  Shinrin Yoku (letteralmente il bagno  nella foresta) cioè quella pratica medica nata in Giappone intorno  agli  anni  ’80 ed è considerata  un ramo  della scienza medica analoga all’aromaterapia occidentale.

Come funziona lo Shinrin - yoku
In una serie di studi scientifici del 2010 si è evidenziato come la permanenza in un ambiente naturale ricco di alberi corrisponde un aumento della funzione immunitaria dell’organismo. Ciò è dovuto principalmente ai monoterpeni presenti nel legno degli alberi

Vi sembra un po’  poco  la descrizione che ho  dato dello Shinrin – Yoku?

Allora vi  rimando  al  sito Bagno  nella foresta che, senza ombra di  dubbio, potrà darvi qualche informazione in più oltre alla guida che potete vedere nel  box seguente (lo stesso  lo potete scaricare andando  a questa pagina)

Forest_BathingBagnonellaforesta.com_

 

Il bosco, una scelta per il dopo vita

Non voglio  girarci  troppo intorno e quindi,  lasciandovi  nella piena libertà di  proferire scongiuri, scriverò di una soluzione molto  ecologica per la conservazione delle nostre spoglie.

Premettendo  che la mia scelta è la cremazione (ma non per questo  ho  fretta di  metterla in atto), ho dei  dubbi sul dove le ceneri  finiranno: sparse al  vento (la legge italiana lo consente) è molto poetico, ma se scelgo la cima dell’Everest per farlo posso  essere sicura che il luogo sarà qualche collinetta dietro  casa; se desidero che le stesse vengano  conservate in casa in un’urna (penso  che la legge italiana NON lo consenta) oltre che essere macabro avrei il timore di un incidente domestico per cui mi ritroverei  nella sacca di un aspirapolvere.

La soluzione ideale lo trovata nella proposta di Boschi Vivi: essere ricordata ai piedi  di un albero in un bosco che non ha nulla di  cimiteriale.

Il bosco in questione, il primo  italiano a essere adibito  a tale scopo, si  trova nell’Alta Valle dell’Orba  in Liguria ed è visitabile previo appuntamento.

Maggiori  informazioni  le troverete in  questa pagina.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Beigua tra natura e archeologia

Beigua

Si  ritiene che il Beigua fosse un monte sacro per gli  antichi Liguri al pari  del quasi omonimo monte Bego nelle Alpi  Marittime.

I due nomi deriverebbero infatti  da Baigus, un’antica divinità adorata dalle popolazioni alpine.

Tratto  da Wikipedia

Da Piampaludo al  Monte Beigua

Ho recentemente scritto dell’area archeologica posta nelle vicinanze di  Piampaludo nell’articolo Piampaludo e la Pietra scritta: l’anello  escursionistico, oggi vi propongo un altro  anello  che, sempre partendo  da Piampaludo, vi porterà sulla cima del monte Beigua, dirigendosi  poi  verso  la località di  Pra’ Riondo e infine ritornando a Piampaludo  passando attraverso l’area archeologica.  

Lo  sviluppo del percorso  è pari a circa 14 chilometri e 500 metri, mentre il tempo  di percorrenza è di 5 h e 30′ (ovviamente quest’ultimo  dato  è  soggettivo).

Nell’immagine seguente è riportato l’intero  tracciato  e lo sviluppo  altimetrico

Beigua

Con quest’altra immagine  ho  voluto invece  particolareggiare lo  sviluppo dell’anello vero e proprio  con le indicazioni  dei  segnavia da seguire:

Beigua

Sviluppo della prima parte del percorso

Arrivati  a Piampaludo parcheggeremo  l’auto  nei pressi  della chiesa di  san Donato (sempre se riusciamo  a trovare un posto), quindi, mettendoci  con le spalle alla chiesa, prenderemo  la stradina in salita sulla nostra destra (segnavia una  X gialla).

Troveremo, a ostacolare il cammino, alcuni tratti invasi  da sterpaglia e rami  abbattuti: una leggera deviazione sarà utile per superare questi intoppi.

A breve si  arriverà a quello  che è il primo  punto  di interesse segnato  da un pannello che illustra il fenomeno  dei Blockstreams.

Beigua

Blockstreams
I blockstreams (o fiumi di pietra) sono accumuli di grossi blocchi per lungo tempo erroneamente definiti come depositi morenici, ma il confronto con depositi osservabili nei pressi dei ghiacciai ha evidenziato come nel caso dei blockstreams sia assente la presenza di materiale fine (sabbia, ad esempio). E’ interessante notare che le striature presente nei blocchi non sono prodotte dall’erosione da parte dei ghiacciai, ma dagli effetti dell’alterazione lungo piani di scivolosità. I blocchi sono generati a seguito della frammentazione per crioclastismo: l’acqua o la neve che penetra nelle fratture delle rocce, congelandosi provocano un allargamento e la conseguente rottura degli affioramenti rocciosi. I blocchi si sono accatastati sul fondo vallivo principalmente per effetto della geliflussione, ossia un processo di trasporto dei massi che si verifica anche su deboli pendenze per effetto di congelamento del terreno e del successivo scongelamento. Tale processo viene accelerato dalla presenza, anche minima, di materiale fine sul fondo e di neve e ghiaccio interstiziale tra i blocchi.

Dopodiché, avvicinandosi alla prima metà del nostro  anello e cioè la sommità del monte Beigua, incontreremo  un altro  punto d’interesse costituito dalla Torbiera del  Laione che si presenterà in primavera ed estate come un vasto prato, mentre  nel periodo invernale  il tutto  si  trasforma in un lago , habitat ideale per  molte specie animali.

A terminare questa prima parte è l’arrivo  sul monte Beigua che, tra una selva di antenne e ripetitori, conserva lo  spazio per un’ampia area picnic dove gustare il nostro  pranzo  a sacco,  se non vogliamo  usufruire della tavola del  vicino  rifugio – albergo.

Beigua

Dal  monte Beigua a Pra’ Riondo

Dopo  esserci  rifocillati non resta che dirigersi  verso  Pra’ Riondo  seguendo la strada asfaltata per un primo tratto, poi, seguendo i segnavia bianco – rossi dell’Alta Via dei  Monti  Liguri , taglieremo  alcuni  tornanti  per sentiero, fino  a giungere al posto  tappa di Pra’ Riondo, dove lasciando alla nostra destra l’Alta Via che proseguirà verso  la Casa della Miniera e il monte Rama, proseguiremo  sulla strada in direzione di  Piampaludo 

Beigua
Il posto tappa di Pra’ Riondo
Dove dormire e mangiare
Rifugio Monte Beigua Aperto nei weekend e giorni festivi Tel. 0199 31304 **Rifugio Pratorotondo (Nuova Gestione) Tel. 010 9133578

Da Pra’ Riondo  a Piampaludo

Ci aspetta un cammino  su  asfalto  per un bel  tratto ma, la scarsità del  traffico  veicolare e il fatto di  essere sempre immersi in un ambiente naturale, non fa pesare più di  tanto  la mancanza di un sentiero sotto i nostri  scarponcini.

Comunque, camminando camminando, arriviamo  in vista del  tabellone che indica l’inizio  del percorso  archeologico (vi  ricordo che ho  già scritto su di  esso e che potete leggere l’articolo  in questione seguendo il link  all’inizio): adesso il segnavia da seguire è composto  da tre punti  gialli: alla fine del percorso  archeologico e in prossimità di  Piampaludo, ritroveremo  la nostra X gialla che ci porterà alla conclusione di  questo itinerario.

Peccato per quel pneumatico abbandonato all’inizio del percorso  archeologico: ma non siamo  in un Geo Park?

Alla prossima! Ciao, ciao ♥♥

Piampaludo e la Pietra Scritta: l’anello escursionistico

Piampaludo

Piampaludo tra natura e archeologia

Se dico  arte rupestre sono certa che il vostro primo  pensiero  va verso quella riferita alla  Val Camonica, al  Monte Bego oppure alla Valle delle Meraviglie in Francia (per quest’ultima vi invito a leggere il mio  articolo La Valle delle Meraviglie: un itinerario per ammirare le incisioni rupestri ).

Eppure le testimonianze di  arte rupestre nel  nostro  Paese sono in numero  tale da soddisfare ogni  tipo  di  esigenza culturale, da quella di uno  studioso  fino  alla persona mossa da semplice curiosità.

Se poi questi  siti  sono immersi in un ambiente naturale allora potremo  dire che l’utile si unisce al  dilettevole.

In questo  articolo  vi  parlerò della Pietra Scritta di  Piampaludo nel  Parco Naturale Regionale del Monte Beigua (ovviamente in Liguria).

Ovviamente non mi  soffermerò nel  descrivere l’aspetto  puramente archeologico del  sito  (l’archeologia può essere una mia curiosità, ma non il mio  mestiere), mi limiterò solo  a dare alcune indicazioni  di  natura escursionistica e turistica se volete.

Piampaludo
Piampaludo è una frazione del comune di Sassello (in provincia di Savona) da cui dista 19 chilometri. E’ posto su di un altopiano a circa 880 metri sul livello del mare, ed è formato da un insieme di piccoli nuclei composti da poche case. Piampaludo si trova all’interno del Parco Naturale Regionale del Monte Beigua

La pietra scritta 

Nell’area del  Parco del Parco  del  Beigua la presenza di  graffiti  su  rocce prevalentemente ofiolitiche non è limitata a Piampaludo, ad esempio  altre testimonianze sono  visibili  nella zona di  Alpicella e del monte Faie, citando infine i graffiti presenti nel  finalese (Ciappo delle Conche) a cui  dedicherò un articolo  più avanti.

La datazione di questo  reperto ricopre un periodo  che va dall’Età del  ferro  fino  a epoca più moderna, quindi, nella fase più antica si ipotizza che il sito fosse dedicato  a un culto mentre, in quella più moderna,  rappresentava il luogo  d’incontro  dei pastori ove potevano scambiarsi informazioni riguardanti  la gestione dei pascoli stigmatizzate sulla roccia.

L’itinerario 

Piampaludo
Immagine tratta da Il taccuino dell’Archeologo ed. Parco del Beigua

Una volta giunti  a Piampaludo provenendo  da Sassello,  dobbiamo  recarci presso  Casa Buschiazzi  (localmente conosciuta come Casa del  Che) ed è qui  che un pannello indicatore dà l’inizio  al percorso che si immerge in un bosco  di  faggi e  si  sviluppa lungo  tre chilometri complessivi.

Data l’esigua lunghezza dell’itinerario, e avendone voglia, si può pensare, di prolungare la visita percorrendo uno  dei  sentieri diretti verso il  Monte Beigua o il Monte Rama seguendo  rispettivamente i  segnavia della FIE contraddistinti  da una e una croce entrambe di  colore giallo (si prevedono  per il primo  itinerario due ore di  cammino, mentre per il secondo le ore salgano a tre, ovviamente solo andata).

Piampaludo
La Torbiera del Laione

Lungo il percorso è consigliata la visita alla Torbiera del  Laione molto interessante per la fauna li presente.

Per i più piccoli, ma non solo per loro 

Il Parco  del  Beigua ha pubblicato come guida Il taccuino  dell’archeologo dedicata a chi vuole avere la conoscenza dei primi  rudimenti per immedesimarsi nella professione di  archeologo (il pdf si può scaricare a questo indirizzo). 

sentiero archeologico taccuino

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Convento di san Francesco di Cairo

Convento  di  san  Francesco  di  Cairo
Ernesto Rayper, – Rovine di un convento prope Cairo –

Il convento di S. Francesco  di Cairo trovasi  essere stato  fondato, per fama e notizia cavate dalli  Archivii ducali  ed ancora dei  Conti, dal  P.S. Francesco: come riferisce e scrive il nostro P.Paolo Brizio Vescovo  d’Albenga che passando per la Liguria il nostro serafico  Padre e per li appennini colli di Savona, che apre la strada al luogo di  Cairo, quei  abitanti  concessero un luogo  atto per fabbricare il Convento al  detto S.Padre l’anno 1214…

Archivio Provincia di  Genova dei  Frati  Minori, manoscritto

 Il convento  di san Francesco  di  Cairo: storia (e leggenda) in poche righe

Convento di san Francesco di Cairo
Convento di san Francesco di Cairo

Qua e là, girovagando per la Liguria ( ma lo stesso potrei  dire per qualunque altro luogo d’Italia e della nostra Europa), si  arriva a conoscere storie legate a luoghi che, pur essendo  di  facile accesso, sono  semi – sconosciuti ai più.

Così è per il facile itinerario  escursionistico  che, partendo  da Rocchetta Cairo in provincia di  Savona, conduce fino ai  ruderi di  quello  che fu un convento francescano  e oggi, nella sua parte ristrutturata, un centro  gestito  dall’Agesci Liguria.

Prima di  descrivere l’intero  tragitto voglio riportare ciò che la storia e la tradizione dice a proposito:

La struttura originaria, risalente al  XIII secolo, è posta nella località Ville di Cairo Montenotte lungo la Magistra Langarum  antica strada che collegava Cairo  fino a Torino. 

Delle rovine oggi  visibili  sono  rimasti parte della chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli (che presenta rifacimenti  risalenti dal  XIII secolo  a quello  del XVII) mentre il convento (oggi  centro  scout) presenta il quattrocentesco  chiostro su  cui  si  affacciano le celle originarie dei  frati: il complesso  venne ampliato  tra il XVII secolo e il XVIII con l’aggiunta di  altre celle di  dimensioni più ampie.

Nel XX secolo fu  aggiunto un corpo  di  fabbrica ad uso stalla.

Il convento, durante la guerra napoleonica, venne adibita a quartier generale e via via nel  tempo  abbandonato  fino agli lavori  di  restauro  risalenti  al 2014.

Riguardo  al passaggio  di  san Francesco nelle terre cairesi, e alla leggenda della miracolosa guarigione  della giovane figlia sordomuta del  marchese Ottone Del  Carretto, i documenti  storici  sono alquanto frammentari, alcuni studiosi  avanzano l’ipotesi  che il convento  sia sorto su una struttura già esistente antecedente al 1214.

Galleria fotografica

L’itinerario

Convento di san Francesco di Cairo
Rocchetta Cairo, Ponte degli Alemanni

L’itinerario escursionistico  che vi propongo  parte da Rocchetta Cairo  e precisamente dal Ponte degli Alemanni (poco  al  di  fuori  dal  centro  abitato) sulla Bormida.

Lungo il percorso  non vi  sono fonti, il tragitto può essere completato in circa quattro  o  cinque ore (escludendo la variante panoramica, riportata nel  punto  C nell’immagine , che in verità non è molto interessante).

Arrivati all’imbocco del  Ponte degli  Alemanni, dove possiamo  parcheggiare di  fronte  a un campo  recintato per l’addestramento  dei  cani, lo  percorriamo tralasciando il sentiero posto  di  fronte a noi, per prendere quello alla nostra sinistra con l’indicazione “via diretta” per il convento.

Lungo  tutto  il percorso seguiremo,  quindi, il simpatico  segnavia che potete vedere nella foto  seguente.

Convento di san Francesco di Cairo

Da subito il sentiero si inerpica lungo  una salita (non per nulla è una via diretta) ma in meno di un’ora di  cammino giungeremo  allo  sbocco su  di una sterrata trovando alla nostra destra la chiesa di  san Giovanni  del Monte posta su un’altura.

La chiesa di san Giovanni del Monte

Proseguiamo mantenendoci  sulla destra (comunque i  segnavia ci indicheranno  la  direzione giusta) fino  ad arrivare a un gruppo  di  case che oltrepasseremo.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo

Più avanti incontreremo una sbarra da passare senza problemi anche se un cartello  ci  dice che stiamo entrando in una proprietà privata.

Il sentiero (più che altro un’ampia sterrata) come ho  già detto è di  facile percorrenza e, in alcuni  punti, una sosta è doverosa per ammirare o  fotografare l’interessante panorama come, ad esempio, i  calanchi  che caratterizzano  la Val Bormida.

Convento  di  san francesco  di  Cairo

Arriveremo, quindi, in un punto  dove un pannello  di legno riporta le particolarità del  territorio.

Il mio  consiglio è quello di prendere subito il sentiero  che scende (punto B) tralasciando quello indicato  come panoramico (punto  C) che non presenta nessun interesse e, soprattutto, non sono  presenti i segnavia che abbiamo seguito  precedentemente.

A breve arriveremo a un area picnic poco  distante dal  convento.

Convento  di  san Francesco  di  Cairo
L’autrice del blog

Per il ritorno ripercorriamo il sentiero  dell’andata.

So  che potrebbe sembrare inopportuno pubblicare un articolo su  di un percorso  escursionistico in questo periodo  di  quarantena per l’emergenza Cod-19.

Ma è il mio particolare augurio rivolto  a tutti  voi è che tutto ritornerà pressoché alla vita di sempre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vulcania: il progetto postumo di Katia e Maurice Krafft

 

Vulcania

La Terra ci  fornisce sul nostro  conto più insegnamenti di  tutti i libri. perché ci oppone resistenza: misurandosi con l’ostacolo, l’uomo  scopre se stesso

Antoine de Saint-Exupéry

Vulcani, una coppia e la loro  passione 

Sull’argomento  vulcani  ho precedentemente scritto l’articolo  Vulcani, supervulcani e carestie: questa volta parlerò sempre di  vulcani ma di  come la passione per essi  ha unito  una coppia di  scienziati  francesi, della loro idea realizzata in un Parco  tematico e della loro tragica fine durante una  missione scientifica.

Vulcania

In questa vecchia foto  del 1980 sono  ritratti  i coniugi Katia e Maurice Krafft già famosi come i primi tra i  vulcanologi a filmare e fotografare i vulcani in attività durante le loro manifestazioni, furono uccisi da una colata piroclastica durante l’eruzione del monte Unzen in Giappone il 3 giugno 1991: lei  aveva quarantanove  anni, lui  quarantacinque.

Si erano  incontrati  per la prima volta all’Università di  Strasburgo dove Katia seguiva il corso  di geochimica mentre Maurice quello  di  geologia.

Entrambi, però, avevano un insegnante in comune: il grande vulcanologo  Haroun Tazieff il quale, dopo  che i  futuri  coniugi  Krafft si laurearono, li portò con se in Italia per studiare l’Etna ( sembra che il connubio  durò ben poco  a causa di  dissapori  tra la coppia e il vulcanologo  già affermato negli i ambienti  dei  mass media oltre che a quelli  scientifici).

Capire quale vulcano era in attività e se era  degno  di  attenzione negli  anni pre – Internet non era certo  cosa facile, per questo i coniugi  Krafft entrarono  a far parte del programma  Global  Volcanism della Smithsonian Institution, dove ancora oggi  convergono le comunicazioni da tutto il mondo sulle eruzioni  in corso, notizie  fondamentali  per chi di professione è vulcanologo ma non solo (il link è stato  messo proprio per placare ogni  curiosità) .

 Il loro progetto  da pensionati era quello  di  vivere alle Hawaii costruendo una casa vicino  al cratere del Kīlauea.

Vulcania

Vulcania

Era il grande sogno  di Katia e Maurice: un gigantesco parco  tematico dedicato  ai  vulcani  da svilupparsi  nelle viscere della terra in una regione ricca di  vulcani  spenti  come il Puy- de- Dôme: l’Auvergne

Il progetto fu  subito  contestato dai  geologi  che lo  vedevano  come una Disneyland scientifica (ma i Parchi  tematici  nascono proprio  per coniugare il divertimento  con l’apprendimento) e con gli  ecologisti  che temevano l’impatto  su  quel  territorio dei  possibili  visitatori  (allora ne erano  previsti  all’incirca 420.000 l’anno).

Nonostante queste riserve nel 2002 Vulcania apre le porte al pubblico raggiungendo, fino a oggi, la quota di oltre cinque milioni  di  visitatori, numero  inferiore a quello previsto in fase progettuale ma pur sempre considerevole.

Vulcania si  trova nel  comune di  Saint-Ours nel Puy-de-Dôme a una quindicina di  chilometri  da  Clermont-Ferrand

INFO

Galleria fotografica 

Quando  ho  visitato  Vulcania mi ricordo  di  aver fatto una lunga fila, ma il  disagio  è stato  ampiamente ripagato dall’allestimento  delle sale che, in maniera chiara a tutti  (anche a una profana come me), portano il visitatore nella geologia e genesi  dei  vulcani.

Queste poche foto non sono  assolutamente esaustive a riguardo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Urban exploration: dove il mistero chiama

Urban exploration

L’esplorazione è la vera essenza dello  spirito  umano

Frank Borman (ex astronauta statunitense)

Urban exploration in poche parole 

La definizione di  Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici  in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli  anni’90 di  questo  che a tutti  gli  effetti  può essere considerato come un movimento  fotografico, fu dovuta all’interesse del  canadese Jeff Chapman  (deceduto  a Toronto  nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman , oltre ad aver lasciato  come sua memoria il sito Infiltration, ha dettato  quelle che sono  le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in:

Take only photographs,leave only footprints

Assieme all’invito  di  prendere solo  le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento  adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio  è in stato  di  abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di  qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del  Codice penale.

Urban exploration ad Avellino

Durante uno dei miei  soggiorni nel  sud Italia, mi sono trovata a passare per  il centro di Avellino, qui, dietro un’ampia area recintata, potevo vedere una struttura molto  grande e molto in abbandono.

Fatto  sta che l’unico  custode dell’edificio, vedendomi  armata di  macchina fotografica e identificandomi dalla parlata come donna del nord (il tutto  accompagnata dall’estrema gentilezza che contraddistingue il nostro  meridione) mi diede il permesso  di esplorare quello  che non sapevo  ancora essere l’ex Carcere Borbonico  rimasto  attivo  fino  al 1987 e oggi, dopo un’attenta ristrutturazione, diventato  un interessante polo  culturale e museale.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani è la fascinazione verso le cose abbandonate (dove per cose si intendono appunto  gli  edifici): forse in questa passione possiamo trovare il desiderio  di  esoterismo magari, inconsciamente o no, è il mistero delle vecchie mura a spingere verso l’esplorazione, o ancora  si  è sentito  dire che lì vi  accadono fenomeni  paranormali (a proposito vi invito  a leggere il mio  articolo I fantasmi  da intrattenimento), forse semplice curiosità.

Ma io, quel giorno, entrando in quelle celle abbandonate ho  sentito  solo dolore, angoscia e rabbia: per questo mi sono affrettata a scattare alcune foto per uscire il più in fretta possibile all’aria aperta (e libera).

Galleria fotografica

Urban exploration

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Genova e il forte Diamante: un percorso ad anello

Quando uno  va a Genova è ogni  volta come se fosse riuscito  a evadere da se: la volontà si  dilata, non si  ha più coraggio  di  essere vili.

Mai  ho  sentito  l’animo traboccante di  gratitudine, come questo mio  pellegrinaggio attraverso  Genova

Friedrich Nietzche 

Quando uno  va a Genova 

Quando uno  va a Genova può fare due cose: fuggire via da questa città apparentemente difficile, oppure innamorarsene.

Io, che di  Genova ho i natali,  ne sono ovviamente innamorata, ma non è detto  che un domani questo  amore si  trasformi in un  malinconico  ricordo di anni passati, perché non è detto  che la vita continui in un altrove altrettanto da innamorarsene.

Se questo persona che arriva a Genova è poi un turista vorrei  invitarlo a scoprirne ogni  angolo  nascosto nei  cosiddetti carruggi o nelle case nobiliari aperte nelle giornate   dedicate ai   Rolli Days (l’ultima edizione di poche settimane fa)

Poi siamo  d’accordo che non possa mancare la visita ai punti  tradizionali  quali la Lanterna, Palazzo  Ducale, il Porto  Antico, Sant’Agostino, e i  forti: ed è proprio  di  quest’ultimi che ne parlo  per un’interessante percorso  escursionistico  che si  svolge in quello  che è il Parco  delle Mura 

L’anello  del  forte Diamante 

Il punto  di partenza per questa facile escursione è il Righi (quartiere collinare di  Genova) facilmente raggiungibile con la funicolare che da largo Zecca porta in cima alla collina (nelle ore di punta corse ogni 15 minuti).

L’itinerario  si  svolge a cavallo  delle due valli  genovesi Polcevera e  Bisagno con 3 o 4 ore di  cammino  (durata ovviamente soggettiva) si passa, oltre al forte Diamante, quello  dello Sperone (il primo  che incontreremo), il Fratello  Minore (richiede una piccola deviazione) e il forte Puin.

Non vi  sono fonti in cambio, però, due trattorie sono a disposizione se non vogliamo  mangiare il classico panino: Ristorante la Polveriera,  posto all’inizio  del percorso  (quindi  utile per una sosta al termine dell’escursione), oppure Ostaia de Baracche a meno  della metà dell’intero  anello  (vedi la  cartina, percorso  numero 2).

Dalla stazione della funicolare proseguiremo prendendo  la strada in salita fino  ad arrivare alla via delle Baracche, passando  per l’Ostaia delle Baracche  e quindi raggiungendo le Mura Nuove dove inizia il percorso (segnavia una X).

Nel punto più alto  delle Mura Nuove è posto il forte Sperone (450 metri ).

Da subito si nota la sua struttura imponente su diversi  livelli eretto nel XIV secolo e ampliato  nel 1600 e nel 1747 durante la guerra di  secessione austriaca

Con i Savoia si  ebbe il completamento  dell’opera come è visibile oggi.

Proseguendo arriveremo  al valico di  Trensasco su  di una sterrata (molto  frequentata anche dai  ciclisti): da questo punto  possiamo scorgere il tracciato in basso  della ferrovia  Genova – Casella (da tenere a mente per una piacevole gita su un  particolare tipo  di  trenino con  panorama spettacolare).

Camminando, camminando  non dobbiamo  perdere un piccolo  sentiero  sulla nostra destra che si inerpica in un rado  boschetto fino a raggiungere un pianoro: dal basso  si  vedrà isolato a 660 metri  di  quota il forte Diamante (coraggio, ci  aspetta una ripida salita: è comunque l’unica del percorso).

 

Nel 1800 il forte Diamante ospitò le truppe napoleoniche che vennero  tenute sotto  assedio dagli  Austro – piemontesi.

Tra il 1814 e il 1820 fu  ristrutturato dal Genio Militare Sardo.

Abbandonato  nel 1914 è stato in parte ristrutturato  nel 2005, ma tutt’ora l’accesso  è interdetto  al pubblico (avventurarsi  al suo interno richiede un minimo  di  accortezza).

Ops! Ho dimenticato il panino….

Come ho  già scritto in precedenza, dopo  aver sostato al  forte Diamante nel  ritornare al punto  di partenza possiamo  fare una piccola deviazione per raggiungere il Fratello Minore dove la vista spazia su  tutta la val Polcevera includendo  le cime dei monti  intorno  al passo  della Bocchetta, la Riviera di Ponente sino, sullo  sfondo,  ammirare le Alpi Marittime.

A breve si  arriva al  forte Puin in un paesaggio molto  brullo e povero  di alberi

Il forte Puin è stato  costruito  tra il 1815 e 1831 sui  resti  di una ridotta del 1742.

E’ di  proprietà privata dal 1963.

Il nome deriverebbe da una sottostante baracca chiamato  ” du  Puin”: il Padrino (ma l’attribuzione è molto  dubbia)

Ormai  siamo  alla fine del percorso: a ridosso  delle Mura Nuove varcheremo il Cancello  dell’Avvocato  (non so  perché si chiama così..se qualcuno  vuole farmelo  sapere ne sarò grata) per ritornare al nostro punto  di partenza scendendo  verso  la funicolare che ci  riporterà in centro  città.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Valanghe e Tavole (di Courmayeur): l’argomento

 L’alpinismo  inteso  come fatica media, legato  alla disciplina morale e ai  piaceri  contemplativi; la gente che affluisce nelle montagne si  divide in due schiere, i pigri  vincolati al mezzo meccanico, e gli  acrobati  senza gusto per la natura, attratti  dall’arrampicata – prodezza.

Funicolari, teleferiche, sbrigative ascensioni che si  fanno  a sedere.

L’alpinismo  contemplativo diviene sempre più faccenda degli anziani; la gioventù non ama la fatica e il rischio, a eccezione del  grande rischio  delegato ai  campioni.

Tratto  da Viaggio in Italia di  Guido Piovene

Dovrei  parlare di  valanghe e delle Tavole di  Courmayeur, ma prima..

Quando Guido  Piovene scrisse Viaggio in Italia erano  gli  anni ’50 cioè quelli  del boom economico  e della ricostruzione post guerra:  eppure, riferendomi in particolare al brano  d’introduzione (poi l’argomento  sarà il pericolo  delle valanghe), ho l’impressione che da allora, e per certi  aspetti,  le cose non siano  molto  cambiate.

Forse la contemplazione non è prevista nelle performance sportive di  alcune discipline legate alla montagna – sarà difficile in una gara di trail running vedere atleti  che si  fermano per ammirare la flora alpina o le evoluzioni  di un rapace – ma escludo  a priori che i più giovani, a differenza di  quello  che scriveva Guido Piovene,  non amano mettersi in gioco rischiando, alle volte, il più del  dovuto.

Ed è questo, secondo  me, il punto: la parola rischio è diventato il sinonimo di  sfida, più è alto  il rischio e maggiore sarà il grado  di  sfida che si  vuole affrontare per dimostrare a se stessi  (anche agli  altri) le proprie capacità.

In ogni  caso, chiunque frequenti l’ambiente di  montagna –  dall’escursionista all’alpinista, dal praticante dell’arrampicata sportiva fino  a coloro che utilizzano  la mountain – bike per scorrazzare sui  sentieri – è bene che abbia  sempre presente una serie di  regole le quali  sono  focalizzate in quel  documento  conosciuto  come Tavole di Courmayeur, opera dell’ingegnere e accademico  del Club Alpino Italiano Giovanni Rossi  (scomparso il 3 aprile 2018) consultabili  nel  box seguente

1995_Le_Tavole_di_Courmayeur

 

Le valanghe

Da semplice escursionista  amante dei trekking in ambiente non himalaiano, posso  supporre che non incontrerò mai lo Yeti e che il pericolo  di  essere coinvolta in una valanga è pari  allo  zero.

Ed è questo un mio  errore di  valutazione: perché se lo Yeti rimane relegato in Himalaya, non è detto che la sottoscritta trovandosi, ad esempio, a ciaspolare  su di un pendio nevoso, senza considerare minimamente le avvertenze meteo e nivali fornite dai  bollettini, possa essere la causa di un disastro.

Ovviamente, essendo molto prudente e presuntuosa, ciò non accadrà mai.

Non esiste un solo  tipo  di  valanga ma diversi:

  • Valanghe di  neve a lastroni
  • Valanghe di  neve a debole coesione
  • Valanghe per scivolamento  di  neve
  • Valanghe nubiformi
  • Valanghe bagnate

Per la descrizione di ogni  singolo  tipo  di  valanga (e per evitare la vergogna del copia -incolla), vi rimando  alla pagina del  sito del SLF

L’SLF è un centro di ricerca interdisciplinare e di servizi ubicato a Davos riconosciuto  a livello internazionale .

Circa 140 persone effettuano studi su temi quali neve, atmosfera, pericoli naturali, permafrost ed ecosistemi montani, sviluppando prodotti innovativi con i quali trovano applicazione pratica le conoscenze accumulate.

Il portale White Risk,  sempre dell SLF, è interattivo  e dedicato  alla prevenzione delle valanghe (diverse licenze a pagamento per l’utilizzo  completo).

Per valutare il grado di pericolo  di una valanga esiste la Scala Europea  del pericolo valanghe sintetizzata nell’immagine seguente:

Scala del pericolo delle valanghe

 

Per concludere dal progetto  Nivolab il pdf seguente è un’ulteriore indicazione sulla formazione delle valanghe e loro  composizione (vi  rammento che se volete ricevere nella vostra mail questo  pdf o latri  pubblicati  nel  blog, basta iscrivervi  alla newsletter e farne richiesta)

NIVOLAB Valutazione rischio valanghe

 

Ora vi  lascio  perché ho lo  Yeti in salotto e non è bello  fare aspettare gli  ospiti 

Alla prossima! Ciao, ciao…