Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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Liguria a piedi: l’entroterra di Arenzano

Liguria

Camminare nel  contesto  della realtà contemporanea, parrebbe esprimere una forma di  nostalgia, oppure di  resistenza.

I camminatori sono persone singolari, che accettano per qualche ora o per qualche giorno di uscire dall’automobile per avventurarsi fisicamente nella nudità del mondo…

Tratto  da Il mondo  a piedi. Elogio  della marcia di David Le Breton

La Liguria è una regione montuosa….

Ebbene si: a dispetto  dell’esile fascia costiera, meta prediletta del  turismo estivo, la regione che mi ha visto  nascere un tot di  anni fa, ma neanche tanti  è prevalentemente un territorio montano  e collinare (come mostra l’immagine precedente ideata da Gatto  Filippo…prima o poi  dovrò pagarlo…ovviamente in croccantini).

Ed è dunque facile intuire come in pochi  chilometri in linea d’aria si  abbia la possibilità di  passare da un ambiente marino  a quello montano con peculiarità  da wilderness, proprio  come il percorso che vado  a proporvi nell’entroterra della cittadina costiera di  Arenzano.

L’itinerario escursionistico

Liguria
Lunghezza dell’intero anello Km 10,800 circa

Da Arenzano (in frazione Terralba) in auto percorriamo via Pecorara (molto  stretta)  che conduce verso  l’area picnic in località Curlo, parcheggiando qualche centinaio  di  metri più in basso  presso il ristorante Agueta du Sciria (nei  giorni  festivi è facile che il parcheggio  sia al  completo, quindi  bisognerà spostarsi  verso il Curlo).

Da qui, sulla sinistra, una sterrata ci  condurrà fino  al Passo Gua (localmente chiamata Pietra quadrata per la presenza di un masso…a forma quadrata), tralasciamo le indicazioni verso il Lago  della Tina (assolutamente da non trascurare come prossima meta) continuando  sulla sterrata.

Caratteristiche naturali (cenni)
Il percorso è situato nell’Alta Valle Leone una volta compresa nell’ambito territoriale della Comunità Montana Argentea e oggi in quella più ampia del Parco Naturale Regionale del Beigua.

L’ambiente si presenta aspro e selvaggio, dominato dalla presenza di erica arborea e da bosco misto formato da orniello, roverella,, leccio, prugnolo e, nelle zone più umide, da ontano bianco e ontano nero. Inoltre, nella parte terminale del percorso, è forte la presenza del pino nero austriaco risultato di un rimboschimento voluto dal Corpo forestale dello Stato negli anni ’30.

Tra la fauna è da segnalare la presenza del biacco (serpente assolutamente non velenoso) e della vipera (serpente velenoso ma molto meno di un cobra….).

Dal punto di vista puramente geologico l’ambiente è caratterizzato da rocce di origine metamorfica (serpentinite) formatesi 150 milioni di anni fa a partire da magmi provenienti dal mantello terrestre sul fondo di un mare esistente in quel periodo nella zona.

Nei pressi  del  riparo  Cianella sulla nostra sinistra troviamo  le indicazioni  verso  Ponte Negrone, percorriamo il sentiero che ora diventa in discesa e in breve arriveremo a una piccola area picnic (fonte) caratterizzata dalla  presenza di un castagno  centenario.

Liguria
L’area del Grande Castagno

La discesa verso Ponte Negrone non presenta nessuna difficoltà se non l’accortezza di  cedere il passo a qualche ciclista che piomba all’improvviso alle nostre spalle.

Liguria
Ponte Negrone

Il ponte stesso ha un interesse storico  poichè fu costruito nel passato per avere l’accesso all’acquedotto posto sul torrente Lerone le cui  acque consentivano il funzionamento  della cartiera Pallavicini in zona  Terralba, oggi  sede del  MUVITA (Museo  Vivo delle tecnologie per l’Ambiente).

Liguria
L’ambiente naturale visto dal ponte

Il Ponte Negrone è posto  alla confluenza dei rii Negrone e Leone (che formeranno il torrente Lerone)  che in questo punto scorrono formando delle pozze in un ambiente molto  suggestivo.

Attraversato il ponte, prendiamo la Via dell’Ingegnere (contraddistinto dal  segnavia con una I rossa in campo  bianco) la quale si inoltra nella valle del  torrente Negrone, dove, a un certo punto, alla nostra destra troveremo un sentiero  che si inerpica in direzione del  rifugio Sambuco (cartello indicatore).

Arrivati  al rifugio è doverosa una meritata sosta ricordando  che l’acqua delle due fonti lì presenti non è potabile. Inoltre, alle spalle del  rifugio, inizia un sentiero  di  raccordo che raggiunge a monte la Via dell’Ingegnere (tema di un mio prossimo  articolo).

Ritorniamo  sui  nostri passi  lasciandoci  alle spalle il sentiero da cui  siamo giunti  per percorrere quello in direzione dei  Ruggi (nel toponimo ligure la parola ruggi indica i rivoli d’acqua) ignorando il sentiero  che scende in basso verso il lago  della Tina.

Il percorso diventa a questo punto pianeggiante e interessante sia dal punto  di  vista naturale che per la presenza di alcuni  manufatti, come i  due ponti che attraverseremo e dei  quali i parapetti di  qualche centimetro  più alti  delle nostre ginocchia sconsigliano l’affacciarsi.

Liguria
Il primo dei due ponti con parapetto ridotto

Arrivati  all’incrocio con altri  sentieri non resta che prendere quello in direzione del  riparo  Cianella e Passo  Gua  per ritornare al punto  di partenza dove abbiamo  lasciato  la nostra automobile.

Liguria

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Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Deserto

Camminiamo  per imparare di più, per sconvolgerci, per esplorare, per visitare le brutture della vita.

Per portare a esse un soccorso.

É quindi un meditare coraggioso, una sfida verso  se stessi

Tratto  dal libro Filosofia del Camminare di Duccio Demetrio ⌋ 

Ma di  quale deserto  parlo?

Niente paura: non vi  sto proponendo di  affrontare il deserto  del Kalahari  per una sessione di  nordic walking ma, semplicemente, il deserto (con la D maiuscola) è quello che andremo a visitare nel percorso che troverete più avanti  e che si  trova nell’entroterra di Varazze compreso nell’area del  Parco  Naturale Regionale del  Beigua: L’Eremo Del Deserto.

Ricordando  che nella tradizione cristiana il deserto è inteso  come una sorta di isolamento  dal  resto  del mondo, utile alla ricerca di  se stessi e del contatto  con il divino, aggiungo  anche che coloro non credenti possono egualmente sperimentare tale ricerca interiore, specie in comunanza con la natura

La breve storia dell’Eremo del Deserto.

Deserto
L’Eremo del deserto visto dal sentiero che conduce verso il monte Sciguello

Nel 1614 padre Angelo di  Gesù Maria appartenente all’Ordine dei  carmelitani  scalzi, decise la fondazione di una casa eremitica affidandone il compito al  convento di  Genova che, a tale proposito, stanziò un primo  contributo  pari  a 500 scudi per l’acquisto  di un terreno.

Le offerte di  vendita di  terreni  andarono  da Capo Noli a Masone e fino  a San Remo, ma la scelta cadde su un’area dell’entroterra di  Varazze.

Il 21 dicembre 1615 venne concesso l’acquisto, ma a due condizioni: la prima era che se la funzione di  eremo fosse venuta meno il terreno  doveva ritornare nelle mani  della comunità di  Varazze.

La seconda condizione era che il Senato della Repubblica di Genova (dalla quale Varazze dipendeva) doveva dare il suo  assenso  per la costruzione dell’eremo.

Il 22 febbraio  1616 avvenne il primo  acquisto  di  terreno al prezzo  di 3.000 scudi, ma il Senato della Repubblica si oppose adducendo  al fatto che il passaggio  di proprietà faceva venire meno  la giurisdizione secolare in favore di  quella ecclesiastica.

L’intervento  di  Giulio  Pallavicini (governatore di  Savona) riuscì ad appianare la disputa con la clausola che parte del  terreno compreso nell’atto  di  acquisto rimanesse sotto  la giurisdizione della Repubblica di  Genova.

Finalmente il 18 marzo 1618 davanti  al generale dei  Carmelitani  Scalzi, Domenico  di  Gesù Maria, iniziarono i lavori che si protrassero per  quindici  anni fino  al  completamento della struttura monacale.

Domenico di  Gesù Maria stabilì, quindi, la clausura con scomunica, senza distinzione tra clero  e popolo, a chi avesse introdotto una donna nel perimetro del  convento. La scomunica, inoltre, veniva comminata a quei  frati  che uscivano  dal confine del  convento  senza averne prima chiesto l’autorizzazine al padre superiore.

Nel 1799 a seguito  della costituzione della Repubblica Ligure (che si  ispirava agli ideali della Rivoluzione francese), il Deserto  di  Varazze venne confiscato.

Arrivando  al  XIX secolo,  si  registrano  numerosi  passaggi  di proprietà del sito: il primo  acquirente fu il genovese Ignazio Pagano  che si  aggiudicò la gara d’asta per 40.000 lire. A questa vendita furono poste alcune limitazioni, tra cui  i più importanti quella di  disboscare i  terreni  coltivabili   e, al contempo, l’obbligo  di  coltivare determinate essenze (quali proprio  non lo so).

Alla morte di  Ignazio Pagano misero in vendita tutte le proprietà del  defunto  tra cui anche l’eremo e ciò permise, nel 1818, ai  Carmelitani  di rientrarne in possesso..

 Ma il travaglio  dei  frati non finì allora, perché il 29 maggio 1855, in base a una nuova legge promulgata dal  governo del  Regno  di  Sardegna stabilì il sequestro del convento  e la sua ennesima messa in vendita.

Saltando il resto  della storia che riguarda diversi  passaggi di proprietà (storia che potrebbe risultare  alquanto  noiosa), si  arriva al 16 dicembre 1920 quando, attraverso  un atto notarile, i Carmelitani rientrano in possesso  dell’Eremo  del Deserto officiando la messa il 1° gennaio 1921 .

Quella che segue è una piccola galleria fotografica riguardante la chiesa annessa all’eremo.

L’itinerario 

L’itinerario  prende inizio  nei pressi della sede della Croce d’Oro di  Sciarborasca (entroterra di  Cogoleto, subito  dopo la frazione di  Pratozanino) dove si può parcheggiare in un ampio  piazzale  (nei  giorni  feriali  è possibile che lo  spazio  venga occupato  per le  sessione di  scuola guida per le moto, quindi bisogna parcheggiare ai  margini, in alternativa,  sempre vicino alla sede della Pubblica assistenza vi è un parcheggio  molto più piccolo).

Deserto
Lunghezza del percorso: 14 chilometri e 800 m. (andata e ritorno)

All’incrocio  della strada verso il centro  di  Sciarborasca, si  prende la strada in basso  con l’indicazione Eremo  del  deserto.

Deserto

Dopo  qualche centinaio  di metri si  arriva a un’edicola in prossimità del  confine con l’area del Parco  del  Beigua.

Pur essendo a soli 278 metri  sul livello  del mare e a poca distanza dal centro  abitato, l’ambiente che attraverseremo  ha in suoi  certi  aspetti  può essere paragonato a quello montano: d’inverno la tramontana che scende dai monti intorno  fa si che le temperature d’inverno  siano  molto  basse, ovviamente d’estate si può godere di  temperature piacevoli  dovute alle correnti  d’aria.

Arriviamo nei pressi dell’antica portineria di  sant’Anna (un  tempo l’entrata principale del  complesso del  Deserto) passando  accanto  al  vecchio mulino (oggi  abitazione privata) e attraversando il ponte sul torrente Arrestra.

Volendo possiamo fare una deviazione sulla nostra sinistra per visitare il percorso  botanico dell’eremo, ultimamente, però, non molto  curato.

Deserto

Immediatamente dopo  aver passato  la vecchia portineria il percorso diventerà una ripida salita lunga all’incirca novecento metri che si  concluderà davanti all’ingresso  del convento: un po’ di  respiro (volendo  si può bere anche alla fonte lì accanto) per riprendere di nuovo  la strada, sempre in salita ma più lieve (sulla nostra sinistra una Via Crucis che si innalza nel  bosco  permette di  tagliare un tornante).

Deserto

Dopo  appena quattrocento metri arriviamo  a una seconda fonte posta sulla nostra destra (una terza e ultima fonte la si incontrerà adiacente a una grande casa a un quarto  della fine del percorso).

Dopo all’incirca  cinque chilometri dall’inizio passiamo  accanto  all’agriturismo  La Fonda e un’area picnic di proprietà dell’agriturismo  stesso (per l’utilizzo  dell’area è richiesto un piccolo  pagamento)

Deserto

A questo punto  ormai  mancano  meno  di  quattrocento   metri  per arrivare al  Passo del  Muraglione e cioè all’incorcio che a destra conduce verso i paesi di  Faie e Alpicella, sulla sinistra  un sentiero  condurrà in cima alla Madonna della Guardia di Varazze (prossimo  tema di un mio  articolo), mentre proseguendo per la strada arriveremo  a Campomarzio  e quindi  alla provinciale che conduce a Varazze.

Deserto

Adesso non ci  resta che ripercorrere la strada in senso  inverso (ma sempre con il ritmo del  nordic walking)

Variante lunga

Dal bivio raggiunto con il percorso descritto in precedenza si può proseguire seguendo la strada in salita verso la frazione di Faie. In questo caso la lunghezza del percorso in totale (comprensiva di andata e ritorno) sarà di 18 chilometri e 300 metri circa. Ricordo che dalla frazione di Faie si può raggiungere il monte Beigua, in questo caso il percorso diventa di tipo escursionistico

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La Villa Reale di Monza (chiusa al pubblico fino a…?)

Villa Reale di Monza

A oggi la Villa Reale di  Monza rimane chiusa per le disposizioni restrittive volute dal  governo a causa dell’epidemia Covid-19.

Questa situazione però sembra dover durare a lungo a causa di  un contenzioso legale  tra il concessionario privato e il Consorzio Villa Reale e Parco  di Monza.

Il contenzioso  legale non solo produrrà un danno economico ma, soprattutto, creerà un vuoto  culturale in quanto le mostre previste dopo  l’emergenza Covid sono state sospese se non addirittura cancellate.

La speranza è che tutto  si  risolva in meglio  anche per salvaguardare i posti  di  lavoro di  coloro  che lavorano  nella gestione della Villa Reale. ⌋ 

La Villa Reale di Monza: una storia in poche parole 

Villa Reale di Monza
Ritratto di Maria Teresa d’Austria (Martin van Meytens, 1759 – Accademia di Belle Arti di Vienna)

La Villa Reale di Monza venne costruita tra il 1770 e il 1780 per volontà dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria come residenza estiva per il figlio Ferdinando  d’Asburgo, governatore generale della Lombardia.

 In effetti la dimora doveva essere una semplice casa di  campagna ma, considerando i 100.000 zecchini  stanziati per la sua costruzione (non conoscendo il valore di uno  zecchino  posso  solo immaginare che la somma fosse enorme), si pensò a una vera e propria reggia.

Il progetto  venne affidato all’architetto Giuseppe (Giorgio Pietro  Baldassare) Piermarini, il quale si  ispirò alla magnificenza della reggia di  Caserta alla cui  realizzazione aveva partecipato  come allievo dell’architetto  e pittore Luigi  Vanvitelli.

Quindi, al  corpo  centrale di  rappresentanza, furono aggiunte due ali laterali dedicate alle stanze padronali e degli  ospiti con altre due sezioni destinate ai  servizi: il risultato  fu  quello  di  avere un numero  di  stanze pari a quasi settecento (pensa pulirle tutte…..).

Con il passare dei  secoli, arrivando  al Novecento, la Villa Reale subì un notevole degrado che andò  peggiorando  nel  periodo  tra le due guerre mondiali e i  decenni  successivi.

Bisogna aspettare la fine degli anni Novanta del  secolo  scorso per vedere finalmente la rinascita del  sito: nel 1996 avviene la cessione gratuita di  gran parte di  esso al Comune di  Milano e quello  di  Monza con il Demanio  dello  Stato  che resta proprietario  di  altre parti.

Villa reale di Monza

La Villa Reale nelle mie immagini

Interno

Esterno

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Che inquadratura….(esterno della Villa Reale di Monza)

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Colle del Melogno, un itinerario tra faggi e storia

Colle del Melogno

Andavo per il bosco così, per mio  conto,

non cercare nulla era il mio intento.

Quando  vidi  nell’ombra un piccolo fiore,

lucente come stella, bello  come gli occhi

J.W. Goethe – Cento poesie –⌋ 

Il Colle del Melogno tra le righe della storia

Prima ancora di  descrivere l’itinerario  che dal  Colle del Melogno porta al  Gioco  di  Giustenice, attraverso  la 14° tappa dell’Alta Via dei Monti Liguri, mi sembra opportuno accennare alle vicende storiche avvenute in questi luoghi partendo  dalla lontana primavera del 1795  cioè quando  le truppe francesi, comandate dal generale Andrea Massena, per proteggersi  da attacchi verso  la riviera avevano predisposto una linea di  difesa lungo il passo  del  Melogno.

Il 25 giugno le truppe austriache, comandate dal  generale Eugène-Guillaume Argenteau, dopo  un’aspra battaglia conquistarono le fortificazioni francesi  poste  sul monte Settepani a controllo di  quelle poste lungo il passo del  Melogno.

Toccherà ai  francesi  riconquistare il Melogno nel  novembre dello  stesso  anno a seguito della controffensiva intrapresa nella Battaglia di  Loano.

 

Il forte Centrale del Melogno

All’incirca un secolo  dopo  i  fatti  riportati precedentemente, quindi tra il 1883 e 1895, viene realizzato lo Sbarramento  del Melogno dal  Regio  esercito italiano a difesa del passo  composto dal  forte Centrale, il forte Tortagna (oggi proprietà privata), il forte Settepani (zona militare) e la batteria di  Bric Merizzo

Il forte Tortagna fu  testimone di un drammatico  episodio  avvenuto il 27 novembre 1944: la cattura di 17 alpini del  Battaglione Cadore, inquadrati nella Repubblica Sociale di Salò e, in seguito,   giustiziati sommariamente dai  partigiani della V Brigata Garibaldi. 

Affinché  tutte le vittime di un’assurda guerra fratricida non siano dimenticate.

Dal Colle del Melogno al  Gioco  di  Giustenice (tappa 14 AVML)

Si parte dai 1028 metri  del  Colle del  Melogno, precisamente dal parcheggio del bar – ristorante La Baita,  che troveremo  di  fronte dopo  essere passati  sotto  il tunnel  del  forte centrale provenendo  dall’uscita autostradale di  Finale Ligure.

Il Colle del Melogno
Il valico del Colle del Melogno (1028 metri) separa il Gruppo del Monte Settepani da quello del Monte Carmo (secondo la classificazione SOIUSA). Esso è il valico delle Alpi Liguri in provincia di Savona che collega la riviera di ponente (Finale Ligure) con la cittadina di Calizzano in Val Bormida e il Piemonte attraverso la Val Tanaro, seguendo la SP 490
Lunghezza del percorso 18 chilometri circa (andata e ritorno)

Una lunga sterrata in leggera salita che aggira il parcheggio è l’inizio  della 14°tappa dell’Alta Via dei  Monti  Liguri (cartelli indicatori  e segnavia indicano  la giusta direzione).

Colle del Melogno
Ma chi sarà la fanciulla ritratta?

Dopodiché, arrivati davanti  al  cancello in fotografia, entriamo in quella che viene considerata la più bella faggeta della Liguria e una delle più belle d’Italia: la Foresta della Barbottina (non so  perché si  chiama così, se qualcuno  di voi  lo sa può lasciarmi un messaggio).

Colle del Melogno
I faggi del Bosco della Barbottina

Usciti  dalla Foresta della Barbottina troveremo la casetta della Forestale con alcune panche per la sosta.

Colle del Melogno
La casetta della Forestale

Adesso  non ci  resta che proseguire mantenendo  la linea retta del  sentiero fino  ad arrivare alle cosiddette Rocce Bianche, punto panoramico  del percorso.

Continuiamo sull’ampio  sterrato seguendo  sempre i  segnavia dell’Alta Via fino a una deviazione a destra che, innalzandosi brevemente, ci porterà al terminale di  tappa e cioè il Gioco  di  Giustenice  a 1139 metri  di  quota.

Colle del Melogno
Terminale di tappa al Gioco di Giustenice (1139 metri)

Dal Gioco  di  Giustenice si  diramano i sentieri  verso il monte Carmo (0,30 minuti) oppure, proseguendo in discesa, verso il rifugio  di Pian delle Bosse (841 metri)

Per il ritorno possiamo riprendere il percorso dell’andata oppure seguire l’ampia sterrata che svolta a destra.

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Pomposa, l’abbazia nel Delta del Po

Pomposa

Il nome di  Pomposa era giunto  glorioso fino  a noi ma come avvolto fra le nebbie delle leggenda perché la vecchia Abbazia avulsa per secoli dalla vita degli uomini, perduta nella immensa pianura padana e quasi irraggiungibile, sembrava l’eco  affievolita di una civiltà lontana, spersa nel  buio  del Medioevo

Tratto  da L’abbazia di  Pomposa di  Mario  Salvi

 Per visitare l’abbazia di  Pomposa

Pomposa
Abbazia di Pomposa (immagine tratta dalla pagina Cathopedia)

Sono certa che in rete, ma anche nelle biblioteche pubbliche (non dimentichiamole), troverete molto più di  quanto io possa scrivere sull’Abbazia di Pomposa per cui quelle poche parole  del  sottotitolo sono da intendersi  come l’invito a visitare quella che considero  essere tra le  più belle abbazie italiane.

Una visita all’Abbazia di  Pomposa potrebbe essere integrata con  quella della Riserva Naturale del  Gran Bosco  della Mesola integrata nel  Parco Delta del  Po, dato  che la distanza tra i  due luoghi  ne permette la visita in giornata (è meglio, comunque consultare gli orari di visita e i giorni  di  apertura per  entrambi i siti).

Per prenotare una visita e per altre informazioni  sull’Abbazia di Pomposa (anche di  natura gastronomica) è disponibile questa pagina

Cenni  storici e architettonici

Pomposa

 Quello  che segue è solo una piccola  cronologia della storia millenaria di Pomposa partita con l’insediamento di una prima comunità in quella che veniva chiamata l‘Insula Pomposiana tra il VI e il  VII secolo d.C. (il pdf è stato  generato partendo  dalla pagina di  Cathopedia relativa all’abbazia)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Galleria fotografica (©caterinAndemme)

Il libro in anteprima 

Chi meglio di Marcello  Simoni,  archeologo  e scrittore può accompagnarci in una visita nei  Misteri dell’abbazia di Pomposa?

Da un maestro del giallo storico, il racconto affascinante e mozzafiato della misteriosa abbazia di Pomposa.

Un saggio illustrato che si legge come un romanzo, in cui Marcello Simoni svela i segreti nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, una vera e propria Bibbia di pietra in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.

Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale. Un viaggio – illuminato dai disegni dell’autore – nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, rivelati dalla scrittura appassionante dell’autore italiano di thriller più tradotto al mondo.

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Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Bardi, un castello e il suo fantasma

Bardi

Se riandiamo con la mente alla storia passata dell’uomo, troviamo, tra le molte convinzioni religiose, una fede universale nell’esistenza di  fantasmi o esseri eterei che sono vicini  agli uomini  ed esercitano  su  di  essi un’influenza invisibile ma possente.

In genere si  crede che tali  esseri siano  spiriti  o anime dei  trapassati

Tratto  da Psicologia dei  fenomeni occulti di Carl Gustav Jung

Bardi vale una visita (ma non certo per i  fantasmi)

Eppure c’è chi ci  crede: d’altronde se vi  sono persone che vanno in giro a dire che la Terra è piatta, perché non dovrebbero  esserci  coloro che credono nelle manifestazioni di  esseri  spirituali o quelli che  volgarmente io  definisco  come  ammassi  ectoplasmatici?

Non me ne vogliano i  ghost hunters, i medium e quanti  come loro hanno una qualche dimestichezza con l’ultraterreno: io  ai  fantasmi non ci  credo!

Sennonché, se mi lasciate da sola in una casa isolata, nel  mezzo  di una foresta, allo scoccare della mezzanotte (magari  con l’ululato  dei lupi a fare da sfondo a una notte tempestosa)…….

Bardi
Panorama di Bardi da una finestra del castello

Arrivare a Bardi  dalla riviera ligure di  levante comporta l’affrontare di  almeno  un milione di  curve (vi  consiglio una piccola sosta a Bedonia, che incontreremo poco  prima almeno  per un caffè ristoratore): il castello ci  appare subito  dominante il borgo su uno sperone di  roccia alla confluenza dei  torrenti  Ceno e Noveglia.

Ci  sono  arrivata non tanto  spinta dalla curiosità per il  fatto  che tra le sue mura si  sarebbe manifestato il primo  caso  di  fantasma termico  in Italia (cosa sia un fantasma termico proprio  non lo so) ma, soprattutto, perché uno degli  autori tra quelli da me preferiti, cioè Paolo Rumiz, ne ha parlato  nel suo libro  La leggenda dei monti  naviganti, e tra le righe dedicate a Bardi ho letto  che il nome Bardi, secondo  una leggenda, deriverebbe da Barrio, l’ultimo  degli elefanti  al  seguito dell’esercito  di  Annibale durante la sua discesa verso  Roma, che qui morì: in sua memoria il condottiero cartaginese fondò una colonia a suo nome.

La storia del  castello in poche parole 

Bardi
Il castello di Bardi

Il castello venne venduto alla casata piacentina dei  Landi nella metà del  XIII secolo che ne fece il centro  del proprio potere per 425 anni.

I Landi, nella figura di  Ubertino Landi,  (famiglia ghibellina) acquistarono il maniero nel 1257 per 600 lire piacentine (immagino  una bella somma al cambio  attuale in euro).

Nel 1381 Gian Galeazzo  Visconti riconosce la signoria dei  Landi concedendone l’autonomia che, nel 1405, sarà totale: da quell’anno, per l’appunto, Bardi  diventerà la capitale dello Stato Landi  comprendendo i territori  del principato  di  Borgotaro, la contea di  Compiano e la baronia di Pieve di  Bedonia.

E’ nel XVI secolo, per volere dell’imperatore Carlo  V, che il marchesato  dei Landi  diventa un principato.

Tra il Cinquecento  e il Seicento la fortezza ha ormai  preso  le sembianze di una dimora signorile, questo  soprattutto per l’opera di Federico  Landi  e di  sua figlia Polissena.

Nel 1679, con la morte di Polissena, la dinastia dei  Landi  ha termine: il castello  verrà  venduto  ai Farnese, quindi passando di  mano  ai  Borbone e infine a Maria Luigia d’Austria.

In seguito divenne una prigione militare e, infine, nel 1868 ceduta al demanio.

Informazioni  per la visita al  castello

Il fantasma ha il nome di  Moroello

Secondo  la leggenda nel XV secolo  Moroello era il comandante delle truppe del castello  di  Bardi.

Di lui si  era innamorata Soleste figlia del  castellano che  la voleva  sposa a un feudatario con lo  scopo di un’alleanza e quindi ampliare i possedimenti  terrieri.

Moroello dovette partire per un’azione militare contro  i nemici  del  feudo promettendo alla sua amata di  sposarla al ritorno dalla guerra.

Soleste saliva sul mastio ogni  giorno  per vedere all’orizzonte il ritorno  del suo capitano, ma in uno di  essi vide da lontano  l’avvicinarsi di  soldati  che indossavano  la divisa e le insegne del  nemico: pensando che Moroello fosse stato  ucciso, non resistendo  al  dolore si  buttò giù dalla torre.

Moroello invece era vivo e aveva indossato i panni  dell’avversario  in segno  di  sfregio, una volta saputo  della fine del’amata pensò di  suicidarsi  a sua volta: da allora tra le mura del castello si  aggira il suo fantasma testimone del  dolore lungo dei secoli.

Se proprio  volete crederci….

Nel 1999 Michele Dinicastro  e Daniele Gullà, due parapsicologi bolognesi, attraverso una fotocamera termica ebbero l’occasione di  fotografare il fantasma…

Anteprima libro

Volendo  farmi  perdonare della mia incredulità verso i fenomeni paranormali, invito  coloro  che ci  credono  alla lettura dell’anteprima della Guida ai  fantasmi d’Italia della giornalista Anna Maria Ghedina.

Un excursus nel mondo dell’impalpabile.

Una guida ai fantasmi d’Italia, regione per regione, dove il lettore avrà modo di percorrere, portato per mano dalla nostra detective dell’occulto, un itinerario alla scoperta di quelle presenze che, secondo la tradizione, si manifestano dalla mezzanotte in poi.

Verremo a conoscenza non solo della storia degli antichi palazzi, testimonianza degli accadimenti che si sono verificati nel tempo nel nostro Paese, ma anche di quelle vicende non riportate dalle fonti ufficiali che hanno coinvolto nobili personaggi e non solo, lasciando all’interno di castelli, edifici e strade la loro invisibile presenza che racconta a chi ha l’avventura d’incrociarli storie d’amore, di guerra e di sangue: un tragico vissuto che li ha ancorati a quei luoghi per l’eternità.

Non certo, insomma, un freddo elenco di… morti, ma un intreccio di storie passionali, tradimenti e duelli, di nobildonne, principi e re, di gente comune ma anche di cagnolini, soldati, monaci e cardinali!

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Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Foresta della Deiva, l’escursione

Foresta della Deiva
Il Lago dei Gulli (che lago non è)

Foresta della Deiva, alle porte di Sassello

Quella  che oggi vi propongo è una piacevole escursione adatta a tutti, da fare a piedi, in mountain bike (qualcuno  lo fa anche a cavallo), senza fretta ma solo  con il desiderio  di passare qualche ora immersi nella natura.

Come ho scritto  nel  sottotitolo, la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole di una visita (interessante il borgo e luogo dove non è difficile mangiare bene).

Da Albissola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo e oltrepassando la frazione Badani, subito dopo aver   passato un distributore di  benzina sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale posto  di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, in parte, riguarda anche la nostra escursione.

Il percorso

Lunghezza del percorso 13.600 Km. Tempo 5 ore (dato soggettivo)

Come ho  già detto in precedenza, dal parcheggio inizia il sentiero  natura in salita e in direzione del Castello  di  Bellavista che troveremo sulla strada del  ritorno (qui è presente l’unica fonte di  tutto il percorso).

Dopo qualche centinaio  di metri sulla nostra destra un cartello indica la direzione verso il Lago  dei  Gulli (4.100 Km): da qui in poi il percorso è del  tutto in piano tranne la parte finale verso il lago in lieve discesa.

Foresta della Deiva
Si va verso il Lago dei Gulli

Dopo  i quattro chilometri (e cento metri) e dopo  aver percorso  il tratto in discesa del  sentiero, arriveremo  a un ponte in legno  sul torrente Erro e quindi  al  lago

Foresta della Deiva
…Sono sempre io
Il non lago dei Gulli
Il lago dei Gulli in realtà è un’ansa del torrente Erro che, con il passare del tempo, ha visto l’accumularsi di depositi sabbiosi i quali hanno formato una vera e propria spiaggia fluviale. La parola Gulli è una forma dialettale locale per indicare la fauna ittica del torrente

Ci  siamo riposati  abbastanza?

Se si, riprendiamo  il cammino.

Ripercorriamo una parte del  sentiero (questa volta in salita) fino alla deviazione sulla destra verso la località Lombrisa (decisamente in salita) fino  a incontrare il segnavia indicato  nella foto  seguente  che ci  condurrà verso l’area attrezzata della Giumenta (altra sosta consigliata).

Prima di  arrivare a quest’area attrezzata troverete un cartello la direzione verso il castello  Bellavista: potete anche prendere questo sentiero per accorciare la distanza, ma di poco.

Foresta della Deiva
La Giumenta

Lasciandoci  alle spalle La Giumenta, proseguiamo ricollegandoci  al  sentiero  natura che condurrà al  Castello  Bellavista, villa ottocentesca della famiglia Bigliati  proprietaria di un’antica segheria, e che oggi si  presenta in uno  stato  di  semiabbandono.

Castello Bellavista

Dalla villa poche centinaia di  metri  ci  separano  dal parcheggio  da cui  siamo  partiti.

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Alla prossima! Ciao,ciao….♥♥

 

Fabbriche di Carregine si mostra (nel 2021)

Fabbriche di Carregine

Per costruire la tale diga è stato  sommerso un villaggio, ma gli uccelli migratori, che ancora se lo  ricordano, all’arrivo  della stagione si  recano lì, e sorvolano il lago  dove un tempo  era il villaggio, in tondo in tondo, infinite volte…

Tratto  da Norwegian Wood (Tokio  Blues) di Haruki Murakami

 A Fabbriche di  Carregine non si  odono rumori  di  catene e gelidi  sospiri….

Fabbriche di Carregine
Fabbriche di Carregine ( per meglio dire ciò che ne rimane)

Si, è vero: i fantasmi  non si  manifestano in questo luogo, sennonché,  gli  scheletri  delle case che puntualmente riemergono  ad ogni  svuotamento  del  bacino  del Lago  di  Vagli, ne farebbero il set ideale per storie spettrali, un po’ come è accaduto per Curon nella serie televisiva  omonima targata Netflix .

Quello che accomuna i  due siti riguarda anche  la storia italiana degli  anni ’50,  quando la necessità di  costruire grandi  dighe per la produzione di  energia idroelettrica ad uso industriale richiese il sacrificio  di interi paesi sommersi  dalle acque del  bacino.

Info – point e galleria fotografica

Nei piani  di  manutenzione dell’ENEL, proprietaria dell’impianto idroelettrico, ogni  dieci  anni  anni il bacino  doveva essere svuotato per manutenzione.

L’ultima operazione di  svuotamento  del  bacino, e cioè quando il paese di Fabbriche di  Carregine è ritornato  visibile, è stato  nel 1994.

Nel 2021, presumibilmente in primavera, si  avrà il rinnovo  di  quello  che in fondo  rimane uno spettacolo per migliaia di  visitatori.

Fabbriche_di_Careggine

 

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Il libro in anteprima

Ho iniziato l’articolo citando una frase presa dal libro  Norwegian Wood di Haruki Murakami, quindi  mi sembra più che giusto pubblicare l’anteprima del  romanzo.

Uno dei piú clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro piú intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine.

Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli altri per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito.

Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere.

O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥