La Bessa, una riserva naturale molto speciale

Bessa

Siamo un paesaggio

di tutto  ciò che abbiamo  visto

Isamu Noguchi

Non è tutto  oro  quello  che luccica (avvertenze per l’uso)

Avrei  voluto descrivere volentieri un percorso escursionistico che rivelasse il fascino  della Riserva  naturale della Bessa, purtroppo  mi dovrò limitare a dare solo brevi  accenni  su  quella che doveva essere un’escursione diventata poi una semplice passeggiata.

Nulla toglie, però, che il sito della Bessa merita una più ampia conoscenza e quanto  scriverò vuole appunto invitarvi alla sua scoperta (sempre che non ci siate già stati e che vogliate condividere con me la vostra personale esperienza attraverso il form a fine articolo).

La Bessa in poche parole

La Bessa propriamente detta è un altopiano compreso  nel  Parco  Regionale della Bessa e posto  tra i  torrenti Olobbia ed Elvo.

Dal punto  di  vista geologico si  tratta di un altopiano  alluvionale in parte morenico cioè dovuta alle alluvioni  fluvio – glaciali dell’era quaternaria risalenti, più  o meno,  a due milioni  di  anni  fa (nello schema seguente la visualizzazione delle ere geologiche tratto  dal  sito stratigraphy.org)

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I massi erratici e i  ciottoli di  ogni  dimensione, che anticamente sono  stati trasportati a seguito del  grande ghiacciaio Balteo proveniente  dalla Val  d’Aosta, sono rocce presenti  nelle Alpi  occidentali (granito, serpentiniti, gneiss e altri  ancora).

Per avere un quadro più completo rispetto  alla succinta descrizione che ho  appena dato  (non sono una scienziata) vi  rimando  al  seguente corposo  documento realizzato dal professor  Franco  Gianotti del  Dipartimento  delle Scienze della Terra dell’Università di  Torino.

AnfiteatroMorenicoIvrea_Gianotti

 

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L’itinerario

Una volta arrivati presso il Centro Visita di  Vermogno  di Zubiena (apertura stagionale, INFO Ente Parco Tel. 011.4320011) l’idea era quello  di  seguire il percorso  delle incisioni  rupestri, ma già dall’inizio un cartello avvisava che il sentiero  non era agibile per lavori  di ripristino: ovviamente, non essendoci  nessun divieto  esplicito, la decisione era che, in un modo  o  nell’altro, almeno una sbirciatina al percorso  bisognava pur darla.

Bessa
L’area picnic adiacente al Centro visite

A un centinaio  di metri  dall’area picnic si  arriva a un bivio dove, proseguendo  sulla nostra sinistra,  inizia il percorso del  sentiero  delle incisioni  rupestri  contraddistinto dal  segnavia B5

Bessa

La visualizzazione delle incisioni  è molto  difficile ed è per questo che l’Ente parco consiglia di  farsi  accompagnare da una guida.

Bessa
Il Masso del campionario

 In verità, a parte le incisioni  poste su  di un masso e cioè quello denominato Masso  del campionario, non ho avuto modo  di  osservare altre incisioni (neanche molte sul masso, a dire la verità): per ovviare al possibile interesse di  chi  è appassionato al fenomeno delle incisioni rupestri presenti a La Bessa, l’invito  è quello di  leggere quanto  riportato nel pdf seguente tratto dal sito Bessa.it.

Incisioni rupestri

 

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Incisioni rupestri  a parte, quello  che contraddistingue il paesaggio della riserva naturale è l’accumulo di  ciottoli a testimonianza dello  sfruttamento minerario aurifero  da parte dei Romani

La storia dello sfruttamento aurifero della Bessa

Bessa

Un giacimento aurifero di origine alluvionale come quello della Bessa richiede un grande quantitativo d’acqua in quanto il deposito, contenente il metallo sotto forma di pagliuzze o piccole petite, doveva essere sottoposto a un lavaggio.

La fase preliminare consisteva in uno scavo del sedimento costituito da sabbia e da ciottoli di varia grandezza che, raccolti e accatastati ai lati della zona di estrazione, formano i grandi cumuli tutt’oggi visibili. Nel pdf seguente una più completa trattazione dell’argomento.

Cenni storici

 

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Al termine dell’anello non resta che ritornare all’area picnic per una piacevole sosta nella natura.

Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Foresta della Deiva, l’escursione

Nel Delfinato  tra laghi  e crêpes 

Alla prossima! Ciao, ciao……

 

Roviasca, il sentiero della memoria partigiana

Roviasca

Passo  dopo  passo,

con pazienza, con fatica,

seguire la nuda traccia di un sentiero

Robert Macfarlane – Le antiche vie

Prima di incamminarci dietro  l’angolo

Vorrei  essere la versione femminile di  Robert Macfarlane e di  saltare da un paese all’altro, da un sentiero  all’altro, per poi trasformare la propria esperienza in mirabolanti parole e quindi in un libro di  successo  come  Le antiche vie (anteprima alla fine dell’articolo), ma da semplice blogger posso solo offrire  suggerimenti per camminare tra la natura.

In questo  caso l’itinerario  ad anello  che parte dal paese di  Roviasca, in provincia di  Savona, è anche l’invito  a esplorare ciò che è dietro l’angolo di  casa nostra, che per me, abitante a  Genova, la meta in questione non è sideralmente distante (cosa ben diversa per coloro  che abitano a Sidney o New York).

Roviasca

Come riportano le parole di  questo pannello l’itinerario è  anche un modo per ricordare il sacrificio di chi  ha combattuto contro le barbarie di  ieri  a favore della libertà di  cui  godiamo  oggi: perché ricordare è fare rivivere

L’itinerario

Roviasca è una frazione di  Quiliano in Valle Trexenda a pochi  chilometri  da Savona, l’itinerario è riconosciuto  come sentiero  della memoria partigiana.

Arrivati  con il proprio  mezzo a Roviasca cerchiamo un parcheggio (cosa non facile visto  l’esiguità dei posti  auto).

Il nostro itinerario inizia da via Bruno Ferro (strada dedicata al  bambino  di dieci  anni  ucciso dai  nazifascisti), la strada in salita ci porterà a superare un archivolto e, seguendo il segnavia triangolo  rosso,  proseguiremo  passando  sotto un piccolo  ponte stradale.

Roviasca

Arrivati in via Villanova si  abbandona il segnavia triangolo  rosso (lo seguiremo nuovamente nella parte terminale dell’anello) per prendere quello indicato  da una croce rossa inoltrandoci tra terrazze coltivate e il panorama che si  apre sulla Valle Trexenda con la Rocca dei  Corvi che domina il tutto,  visibile sulla nostra sinistra.

Mantenendoci  sulla sinistra si  arriverà al Teccio  di  Tersè (408 metri) un vecchio essiccatoio  usato  come rifugio  dai  partigiani.

Il Teccio del Tersè

Roviasca

Nel novembre del 1943 il Teccio del Tersè venne utilizzato come rifugio per i partigiani e da Gino De Marco il cui nome di battaglia era Ernesto.

A lui, ben presto, si unirono altri volontari combattenti formando un nucleo il cui compito era quello di raccogliere armi in azioni di guerriglia, viveri e informazioni da passare ai partigiani della Val Bormida.

Il gruppo del Tersè venne tradito da un contadino che li denunciò alla milizia fascista: il 19 dicembre 1943 ben cento uomini furono impiegati per catturare il piccolo nucleo partigiano (composto da soli otto uomini) riuscendo a fare prigioniero solo uno di loro e cioè Francesco Calcagno che solo dopo pochi giorni di prigionia venne fucilato nel Forte della Madonna degli Angeli a Savona.

Alla fine della guerra il Tercio del Tersè venne trasformato in un piccolo rifugio a lui dedicato.

Proseguendo il sentiero inizia di nuovo  a salire verso il Bricco  di  Quiliano con alcuni  ruderi di  essiccatoi a testimoniare un passato  di lavoro  e fatica.

Roviasca
I ruderi della Casa del Bricco

Al  termine della salita si  raggiunge la Casa del  Bricco o Cà da Suntin-a abitata fino all’inzio  degli  anni ’70: qui  bisogna far attenzione nel non seguire il segnavia croce rossa che si inerpica sulla destra del  rudere fino  a giungere nella boscaglia, ma proseguire sulla nostra sinistra dove ritroveremo il segnavia che ci indicherà la direzione giusta. 

Roviasca
Colle del Termine

Ora il sentiero diventa un’ampia sterrata che porta fino alla Colla del  Termine crocevia sullo spartiacque principale e dove incontreremo  l’Alta Via dei  Monti Liguri purtroppo, da come potete vedere nell’immagine precedente, il panorama offerto  dal  Colle del  Termine è piuttosto  desolante.

Roviasca

Seguiamo l’ampia sterrata contrassegnata dall’Alta Via fino  a giungere a un bivio  sulla nostra destra dove si  seguirà il segnavia tre pallini  rossi con il sentiero che  si innalza in un bosco  (a tratti  alberi  caduti sul sentiero ostacolano il passaggio).

Roviasca
Il fortilizio del Colle del Baraccone

Al termine di  questo  tratto  dell’anello ritroveremo l’Alta Via dei  Monti Liguri seguendo l’ampia sterrata dove in breve si  arriverà al  Colle del  Baraccone,  ma prima merita una visita il fortilizio  del  Baraccone edificato  alla fine del ‘600 sulla dorsale tra la Valle Trexenda e quella del  Bormida.

Più in là abbandoneremo  ancora una volta il segnavia dell’Alta Via per seguire il triangolo  rosso in direzione di  Roviasca: arrivati  a un grosso prato  recintato proseguiamo  sempre sulla nostra destra (attenti  perché il segnavia in questo  tratto non è molto  visibile).

Roviasca

Facendo  attenzione ai  successivi  bivi arriveremo al  tratto iniziale del percorso  passando  accanto  alla parrocchiale di  Roviasca e quindi al  termine di un anello molto  suggestivo.

 

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio.

È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo piú sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia.

Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare.

Finalborgo – Bric della Croce – Finalborgo

Pot Miru, ovvero il Sentiero della pace

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥

Via Julia Augusta e i ponti romani della Val Ponci

Via Julia Augusta

Camminare è una costellazione formata da tre stelle:

il corpo, la fantasia e il mondo aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci, un itinerario  nella storia

L’tinerario  escursionistico che vado a proporvi in quest’articolo, oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del  Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti archeologici quali i ponti romani  e quelli  ancora più antichi come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti  risalenti a 70.000 anni fa e assegnate alla cultura dell’uomo  di  Neanderthal.

Questi  reperti sono  oggi  visibili presso il Museo  Archeologico del  Finale a Finalborgo e nel  Museo  di  Archeologia Ligure a Villa Durazzo – Pallavicini di  Genova Pegli.

Ci  troveremo, quindi,  a percorrere una parte della via Julia Augusta passando sopra i ponti  romani  che storicamente caratterizzano il percorso.

Via Julia Augusta

La via Julia Augusta fu  realizzata nel 13 a.C. dall’imperatore Augusto per assicurare i  collegamenti  con la Gallia.

Nel II secolo  d.C. l’imperatore Adriano  promosse importanti lavori  di  ristrutturazione della strada.

La via Julia Augusta partiva, seguendo l’attestazione delle pietre miliari, da Piacenza, collegandosi  in questo punto  con la via Emilia, proseguendo fino  a Tortona e Acqui Terme, per poi  giungere a Vado Sabatia (Vado Ligure) attraverso la Val Bormida. da qui il percorso si  addentrava nell’entroterra fino  alla Colla di  Magnone, per poi riprendere il tracciato verso il litorale attraversando  la Val Ponci e proseguendo  verso il Ponente.  

L’itinerario 

NOTA: lungo il percorso  non vi sono  fonti per l’acqua.

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie raggiungibile da Noli  seguendo la SP 54 quindi, una volta arrivati  all’altezza del  ristorante Ferrin possiamo parcheggiare nella piazzola di fronte a esso.

Dal parcheggio seguiremo il cartello che indica la direzione verso la chiesa di  san Giacomo  e l’Osteria del Bosco.

Arrivati presso L’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta posta sotto il ristorante.

Come ho  scritto in precedenza, gli  scavi archeologici condotti dall’inizio  degli anni ’60 hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti nel  Finalese, venne abitata sin dalla preistoria.

Con il passare del  tempo (molto  tempo) essa venne adibita a stalla e frantoio e i reperti  di  allora sono tutt’ora visibili.

Dopodiché, ritornando  verso  la chiesa di  San Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi,  scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani  e cioè quello chiamato Ponte Muto o delle Voze, caratterizzato da una muratura a secco, con nucleo di  calcestruzzo rivestito  da piccoli  blocchetti di  Pietra di  Finale.

Via Julia Augusta
Il Ponte Muto o delle Voze

Continuando  nel  nostro  cammino incontreremo quelli  che sono  i resti del  secondo ponte e cioè il Ponte Sordo  (non chiedetemi  del perché di  questi nomi), del quale è oggi  visibile solo una porzione della rampa di  accesso, caratterizzato da una tecnica muraria  e di una monumentalità che ne fanno ipotizzare l’aspetto  analogo al  vicino Ponte delle Fate.

Da notare che il paramento è quello del  tipo  petit appareil tipico  dell’architettura gallo – ligure.

Via Julia Augusta
Il Ponte Sordo……i resti

Arriviamo, quindi, a un bivio  sulla nostra destra, che per il momento  tralasceremo, per inoltrarci verso il Ponte delle Fate passando  accanto a un vigneto  e all’agriturismo.

Via Julia Augusta
Verso il Ponte delle Fate attraversando i vigneti

Il Ponte delle Fate è costituito da un’unica arcata a tutto  sesto che poggia su  grossi  blocchi squadrati  di  Pietra di  Finale, i parapetti  e i muri che delimitano  le rampe di  accesso del ponte sono  rivestite con piccoli  cubetti squadrati  di pietra disposti in filari  regolari secondo  la tecnica petit appareil.

Via Julia Augusta
Il Ponte delle Fate

Siamo arrivati  alla fine del primo  tratto del  sentiero nei pressi  di un parcheggio sui  generis di fronte alla mole della Rocca del  Corno meta di arrampicata molto  frequentata (è la prima via di  arrampicata nel  Finalese) di  cui  il lato ovest è interdetto in quanto area di nidificazione dei  rapaci.

Dal parcheggio un piccolo  sentiero  porta alla base della Rocca del  Corno (sentiero che può presentare delle difficoltà e quindi  consigliato  a escursionisti  esperti)

Via Julia Augusta
Sullo sfondo la Rocca del Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi per prendere, dopo  circa un chilometro, il sentiero  sulla nostra sinistra contraddistinto dal  segnavia con cerchio rosso pieno che ci porterà in breve a Cà du Puncin e al Ponte dell’Acqua.

Il sentiero verso Cà du Puncin e il Ponte dell’Acqua

Il nome di Ponte dell’Acqua deriva da un piccolo  edificio appartenente all’acquedotto costruito utilizzando blocchi di  pietra in parte provenienti dal ponte stesso.

Via Julia Augusta
Il Ponte dell’Acqua

Cà du Puncin conserva una piccola lapide di marmo in ricordo di Giacomo Cambiaso morto all’età di vent’anni nella lotta partigiana contro i nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale.

NOTA: sulla sinistra rispetto  a Cà du Puncin parte un sentiero che ricalca un percorso  per ipovedenti (ormai in disuso) in direzione Rocca degli Uccelli

La piccola chiesa sulla Colla di Magnone (315 metri)

Risaliamo  ancora per la Val Ponci trovandoci infine al  cospetto  dell’ultimo  ponte romano e cioè il Ponte di  Magnone di  cui  resta ben  poco: una porzione del muro  di  contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Da questo punto si  arriverà alla Colla di  Magnone con una piccola chiesa e una panca con tavolaccio per una sosta (foto di repertorio senza tavolaccio)

Dopodiché proseguiremo in salita sull’asfalto  seguendo il segnavia con un cerchio rosso  barrato che diventerà una sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  nei pressi del  Bric dei  Monti, incontreremo un successivo bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata, ci  condurrà in una zona prativa nei pressi della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione a destra condurrà sulla provinciale per il pianoro  delle Manie.

Seguiremo quest’ultima proseguendo  sempre a destra e circa dopo  un chilometro  arriveremo  al nostro punto  di partenza.

L’amore diaboliKo di  Eva 

Edward Hopper malinconica solitudine

I fantasmi  da intrattenimento (nei libri  e al cinema)

Alla prossima! Ciao, ciao…..

 

Giustenice – Pian delle Bosse (I sentieri della Liguria)

Giustenice

Solo la direzione è reale,

la meta è sempre fittizia, anche la meta raggiunta

…..anzi  soprattutto questa

Arthur Schnitzler

Da Giustenice a Giustenice, passando per Pian delle Bosse

 Arthur Schnitzler era uno scrittore, mentre io  sono  una modesta blogger che attinge alla frasi di  autrici  e autori a mo’ di introduzione per i propri  articoli.

Detto  questo  vi  assicuro  sul fatto che l’anello  escursionistico  che vado a proporvi ha in sè una direzione e, soprattutto, una meta che non è assolutamente fittizia: data la lunghezza del percorso  saranno  le vostre gambe a sincerarvi sulla realtà  dei  fatti (ovviamente a prescindere dal proprio  grado  di  allenamento  alla fatica).

Partiamo da Giustenice borgo di poco  meno  di  mille abitanti in provincia di  Savona composto da un nucleo contraddistinto  dai  resti del  castello  e la chiesa di  san Michele in posizione più elevata rispetto  alla chiesa di   di  san Lorenzo da cui  partiremo.

L’itinerario

NOTA: il percorso  si presta a numerose deviazioni  che possono aumentare o diminuire la distanza dello  stesso: ad esempio,  volendo evitare i primi  quattro chilometri  di  asfalto, si procede sulla strada in direzione Giogo  di  Giustenice  fino  ad arrivare a uno spiazzo  dove parcheggiare il nostro mezzo  e proseguire sulla sterrata.

A noi, che amiamo  consumare le suole degli  scarponcini  anziché la gomma dei pneumatici, non resta che prendere la strada a monte della chiesa di  San Lorenzo (indicata con il nome di  Via al Carmo) e iniziare la lunga e monotona salita.

Giustenice

Dopodiché l’asfalto  termina lasciando il posto  allo  sterrato (vi  ricordo che in questo punto  sarebbe opportuno  lasciare l’automobile se non è una 4×4 o un carrarmato o similari) che da lì a poco  condurrà nei pressi  del  B&B Cascina Porro ottimo punto  di  appoggio per merende, pranzi, cene e pernottamenti.

All’incirca dopo  sei  chilometri  dalla partenza, una deviazione sulla nostra destra porta all’inizio  della Cresta Mario, palestra di  roccia per scalatori ( per chi è interessato ad avere qualche notizia in più consiglio  questo link)

NOTA: La Cresta Mario  si  trova in uno  dei percorsi escursionistici  della rete Terre Alte: non guasterebbe qualche cartello in più, almeno all’inizio della deviazione, per indicare dove effettivamente il sentiero è diretto.

Ritornando  sui  nostri passi  si  riprende la larga sterrata che conduce al  Giogo  di  Giustenice (da esso si può proseguire fino  al Colle del Melogno: l’itinerario è descritto in un mio precedente articolo del  quale troverete il link al  termine)

Ben  presto una deviazione sulla nostra sinistra, indicata da un pannello, ci  condurrà verso Pian delle Bosse e all’omonimo rifugio.

Giustenice

Al Bivio  Uranio (non chiedetemi  perché si  chiama così!) abbiamo  la possibilità di  accorciare il nostro percorso deviando  verso  Cascina Porro e, quindi,  riprendere la sterrata verso il paese di  Giustenice.

Proseguendo, sempre quasi in piano, il percorso  diventa piacevole inserendosi nei pressi  di  Pian delle Bosse in un percorso  naturalistico  con cartelli informativi riguardanti le specie botaniche del sito.

Giustenice
Rifugio Pian delle Bosse

Arrivati  al  rifugio  di  Pian delle Bosse ci  meritiamo una sosta magari  degustando i piatti  preparati  dai  gestori  del rifugio, oppure un semplice tè o  caffè.

Giustenice

Come si può vedere dall’immagine, Pian delle Bosse è un autentico  crocevia di  diversi  sentieri compreso  quello  del monte Carmo che inizia alle spalle del  rifugio (il sentiero è consigliato per escursionisti  esperti).

Dopo  la sosta ritorniamo sui  nostri passi  ripercorrendo il sentiero  botanico e raggiungendo quindi  il prossimo  bivio: la direzione che dovremo prendere sarà quella verso la località chiamata Cabanun.

 

Cabanun

Giustenice

il cabanun, che abbiamo già visto poco prima di arrivare a Pian delle Bosse (vedi l’immagine precedente), è un particolare tipo di struttura costruita interamente in pietra senza uso della malta, questa tecnica costruttiva era tale che impediva infiltrazioni di umidità al suo interno.

Il Cabanun che incontreremo nel nostro percorso di rientro, ha nelle dimensione la sua eccezionalità: esso consentiva, infatti, ai contadini di ripararsi dalle intemperie durante la stagione della fienagione, insieme al mulo che serviva per portare il fieno fin giù dai prati di Pian delle Bosse.

Il tragitto prosegue in discesa fino  al  bivio del  Cabanun da cui  proseguiremo in direzione di  Giustenice.

Giustenice
La chiesa di san Michele con vicino la sede comunale

NOTA: in effetti per arrivare a Giustenice impiegheremo più o meno  il tempo  indicato dal  pannello solo  che, in questo  caso, si  arriva alla chiesa di  san Michele e da qui, per arrivare al nostro punto  di partenza, dovremo  ancora fare un po’  di  strada provinciale: ma d’altronde siamo o no dei  viandanti?

Colle del  Melogno, un itinerario  tra faggi e storia

Milano: l’amaro è storia passata 

Pratorondanino: un giardino  alpino in Liguria

Alla prossima! Ciao, ciao…….♥♥

Pratorondanino: un giardino alpino in Liguria

Dammi odoroso  all’alba

un giardino  di fiori  bellissimi

dove io possa camminare indisturbato

Walt(er) Whitman⌋ 

Per un soffio, prima della peste (suina)

Dove attualmente sono proibite le attività outdoor tra Liguria e Piemonte

Per un soffio, prima della peste, quella suina ovviamente, ho  completato  questa facile escursione  che da Masone arriva nella località di  Pratorondanino e, quindi,  ritorna al punto  di partenza completando un anello.

Il giorno  dopo arriva la doccia fredda di un’ordinanza governativa che per sei  mesi, fino  al prossimo luglio, proibisce ogni  attività legata all’outdoor nelle zone riportate nella lista precedente.

Nella mia più che ventennale esperienza da escursionista ho avuto modo  di  sperimentare incontri  con cani  rinselvatichiti  mordaci, cani  da guardiana  arrabbiati (entrambi  miranti  a mordere il mio posteriore), vipere, scoiattoli, marmotte, orme di orso (solo  orme per mia fortuna), vacche  al  pascolo che  scambiandomi per una loro consorella mi lappavano il viso con la loro  linguona,  pecore, mufloni, daini, marmotte, vipere, colubri e altri  animali  senza zampe,  calabroni e insetti vari tra cui le odiatissime zecche: ma solo  tre volte ho incrociato un cinghiale e, ognuna di  queste volte, abbiamo  preso  strade diverse ignorandoci  reciprocamente (….a dir la verità qualche palpitazione al cuore l’ho avuto considerando le dimensioni  del  bestione).

Se avessi comunque il desiderio di  avere un tête-à-tête con un cinghiale mi basterebbe andare in piazza Manin, in pieno  centro  a Genova, per averne uno : qui  il nostro simpatico  (si  fa per dire) ungulato trova dove sostenersi nei  cassettoni  stracolmi  di spazzatura se non direttamente rifocillati  da cittadini  oltremodo ignari delle conseguenze del  loro gesto (il cinghiale rimane un animale selvatico).

Comprendo  che il provvedimento  governativo è stato  emanato per evitare il possibile contagio degli allevamenti  di  suini, cosa che comporterebbe ingenti  danni  economici  e perdite di posti  lavoro, ma sinceramente non vedo  come potrei essere veicolo d’infezione (le suole dei mei  scarponi) a meno  che, trovandomi  dinnanzi  a una carcassa di  cinghiale, mi mettessi  a ballare sui poveri  resti.

Eppure, il divieto di  frequentare i  boschi in queste inedite zone rosse, non riguarda solo gli  amanti della vita all’aria aperta ma, soprattutto, chi  lavora in questo  campo: dai  gestori  dei  rifugi alle guide ambientali, dagli  agriturismo ai B&B fino  alla filiera per il commercio  dei prodotti locali.

 Infine, considerando  che la peste suina non contagia in alcun modo l’essere umano e gli  altri  animali, vi invito  a firmare la petizione su Change.org per la revoca di tale ordinanza perché la salute passa anche attraverso una camminata nei  boschi.

  Da Masone a Pratorondanino e ritorno 

Si parte dalla cittadina di  Masone e precisamente dalla chiesa di  Santa Maria in Vezzulla raggiungibile percorrendo via Romitorio.

Santa Maria in Vezzulla

Pratorondanino

Santa Maria in Vezzulla sorge alla destra del torrente Vezzulla.

Venne eretta nel XII secolo dai monaci Benedettini (ma non vi sono fonti scritte per una datazione certa). In seguito venne officiata dai monaci Regolari di Mortara in provincia di Pavia e quindi affidata alle monache Cistercensi per poi ritornare ai Benedettini.

Con il passare del tempo la chiesa, abbandonata in seguito alla crisi monastica, subì ingenti danni per le esondazioni del torrente Vezzulla.

Nel 1946 la Soprintendenza ai Monumenti della Liguria la riedificò utilizzando le fondamenta originali e recuperando le absidi.

Oggi la chiesa (conosciuta anche con il nome di Romitorio) è adibita al ricordo dei partigiani caduti nella lotta contro il nazi-fascismo (Sacrario dei Martiri del Turchino)

Sulla sinistra della chiesa inizia in salita il nostro percorso  contrassegnato da un rombo  giallo  pieno che, dopo avere passato le pendici  del  monte Tacco, arriverà alla sella del Passo  della Scisa a 705 metri  di  quota, punto  d’incrocio  con il sentiero   che da Campo  Ligure porta alla Cappelletta dell’Assunta passando  anch’esso  da Pratorondanino (segnavia due linee gialle parallele).

Seguendo per una buona parte la pista del metanodotto riprenderemo il sentiero  sulla nostra destra arrivando  a un crocevia con l’ingresso di un maneggio e del  Giardino Botanico  di  Pratorondanino (754 m.).

Pratorondanino
il paesaggio nei pressi del Passo della Scisa
Il giardino botanico di Pratorondanino
Pratorondanino
Lo stagno all’interno del Giardino

Nel cuore dell’Appennino genovese, a otto chilometri da Masone, nel territorio comunale di Campo Ligure, si estende l’Altopiano di Pratorondanino.

Qui, a 750 metri di altitudine, si trova il Giardino Botanico Montano, ideato nel 1979 dal G.L.A.O. (Gruppo Ligure Amatori Orchidee), al quale è ancora oggi affidata la cura del Giardino e degli aspetti botanici.

Nel 1998 la Regione Liguria ha formalmente istituito l’Area protetta regionale Giardino Botanico di Pratorondanino, affidandola alla Provincia di Genova che ha mantenuto la storica gestione del G.L.A.O.

Il Giardino è caratterizzato da una collezione di piante provenienti da svariati ambienti, da quelli glaciali a quelli desertici. I diversi ambienti naturali e le differenti aree geografiche di provenienza delle oltre 400 specie presenti hanno reso necessario l’allestimento di habitat rocciosi differenziati: calcareo, siliceo e serpentinoso. Uno stagno e un laghetto ospitano specie tipiche delle stazioni riparie e piante insettivore, insieme a interessanti specie di anfibi e rettili.

Nell’arboreto si possono individuare una trentina di specie ad alto fusto, dalle conifere alle latifoglie. Spicca in particolare il bell’esemplare di sequoia gigante (Sequoiadendron giganteum). Il roseto appare in tutta la sua suggestione a cavallo fra giugno e luglio. Il sottobosco ospita licopodi e felci, mentre là dove il fogliame si fa più rado prosperano piante erbacee quali il ranuncolo, il ciclamino, il mughetto.

Tra i fiori  del Giardino vi sono alcune piante preziose in quanto a rischio di estinzione: la regina delle Alpi (Eryngium alpinum), il giglio a fiocco (Lilium pomponium) e la wulfenia (Wulfenia carinthiaca). Non mancano poi le specie esclusive – a livello mondiale – della flora ligure: la viola di Bertoloni (Viola bertolonii) e la peverina di Voltri (Cerastium utriense), che spiccano fra numerosi altri endemismi e specie montane protette.

Significativa è la presenza della pianella della Madonna (Cypripedium calceolus) dalla copiosa fioritura, della stella alpina (Leontopodium alpinum) e di numerose sassifraghe. La collezione di Sempervivum annovera circa 40 specie provenienti da tutti i Paesi europei.

Un discorso a parte merita infine la sezione delle orchidee, che riguarda non tanto le specie vistose e scenografiche che si comprano dal fioraio quanto quelle che crescono spontaneamente e meritano particolare protezione.

(Testo  tratto  dalla Guida pratica del  Giardino  di  Pratorondanino ed. Provincia di Genova)

Informazioni  per l’ingresso (gratuito) e orari  di  apertura in questa pagina 

Pratorondanino
I simpatici ospiti dell’adiacente maneggio, gioia per i più piccoli (ma non solo)

Pratorondanino

Il Giardino  botanico in questo  periodo  è chiuso (consultare il link per le informazioni riguardante l’apertura): non resta che ritornare a Masone oppure, se si  ha voglia di  prolungare l’escursione, si può proseguire in direzione verso  Piani  di  Praglia o il più vicino  monte Poggio.

Per il ritorno  la scelta cade sulla strada asfaltata (con traffico  automobilistico  molto  scarso): si  allunga, questo  è vero, ma se si  ha desiderio  di  camminare anche calcare un po’ di  asfalto non è un’idea da scartare (comunque anche in questo  caso alcune deviazioni  ci  riportano sul  sentiero  verso  Masone).

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Meteorologia e nuvole, una storia in poche parole

La Luna tra la Grande Madre e la scienza

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Finalborgo – Bric della Croce – Finalborgo

Finalborgo

I camminatori  sono persone singolari,

che accettano per qualche ora o  qualche giorno

di uscire dall’automobile

per avventurarsi  fisicamente nella nudità del mondo

David Le Breton

Due parole prima di iniziare

Nelle vesti  di  camminatrice l’antropologo e sociologo francese  David Le Breton  mi vedrebbe come persona singolare?

E’ una domanda che dovrei  rivolgere direttamente all’autore di Camminare: Elogio  dei  sentieri e della lentezza (anteprima alla fine dell’articolo  nella sezione Parole in anteprima) ma che rivolgo  anche a voi: vi  considerate, dunque, persone singolari perché appassionate(i) di  escursionismo, cammini o trekking? E fino  a che punto  lo siete?

Vi ricordo  che, desiderandolo, potete rispondermi direttamente dalla  home del  sito attraverso il modulo messaggi.

L’itinerario:  da Finalborgo  al  Bric della Croce 

L’anello  escursionistico  che vado  a descrivervi non è solo piacevole per gli  spunti  paesaggistici  e storici  che incontreremo  lungo il percorso, ma lo è anche perché il fulcro  del percorso è Finalborgo, cioè quello  che io  considero  essere uno tra i  borghi più belli della Liguria di ponente, meta di  sportivi appassionati  di arrampicata ed escursionismo, nonchè di  mountain -bike: la presenza  di  vari negozi  di  articoli  sportivi specializzati  nell’outdoor  all’interno  delle mura del  borgo ne sono la testimonianza.

A questo  si  aggiungiungono diverse opportunità per l’ospitalità offerte da B&B e agriturismi, nonchè  una scelta più che buona per la ristorazione.

Finalborgo
Finalborgo
Panorama di Finalborgo dal forte San Giovanni

Finalborgo è uno dei tre borghi che compongono Finale Ligure, gli altri due sono Finale Marina e Finalpia.

Finalborgo è situato nell’entroterra a pochi chilometri dal mare, chiusa tra le mura di cinta si accede a esso attraverso Porta Reale, Porta Romana, Porta Testa e Porta Mezzaluna, la quale  è posta sotto il forte San Giovanni che incontreremo subito dopo l’inizio del nostro percorso.

La nostra visita turistica non deve assolutamente escludere  quella  al  convento  di  Santa Caterina (è la vostra Caterina che ve lo  consiglia)


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Si parte dalla Piazza del  Tribunale seguendo il segnavia con stilizzata la sigla VP (Via del Purchin) quindi,  procedendo sulla strada Beretta (o Strada della Regina), passeremo Porta Mezzaluna poco  al  di  sotto  del  forte San Giovanni.

Forte San Giovanni e la Strada Regina
Finalborgo
La Porta della Mezzaluna

Costruito dagli spagnoli nel Seicento su di un precedente fortilizio, Forte San Giovanni si erge su Finalborgo a cavallo tra la Valle del Pora e quella dell’Aquila.

Il forte venne abbandonato dagli spagnoli nel 1700 e successivamente parzialmente demolito da Genova nel 1715.

Nel 1882 divenne sede di un carcere per poi essere definitivamente dismesso all’inizio del XX secolo.

Nel 1984 iniziarono i lavori di restauro che portarono Forte San Giovanni alle condizioni originarie.

Il 20 agosto del 1666 Margherita Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, dopo essere sbarcata dalla nave Reale spagnola a Final Marina, intraprese il suo viaggio per andare in sposa all’imperatore d’Austria Leopoldo I d’Asburgo, da qui il nome di Strada della Regina.

Tra il 1674 e 1678 l’ingeniere militare  Gaspare Berretta apportò notevoli interventi di miglioria alla strada.

Per la visita al Forte san Giovanni  vi  rimando  al  sito del  MUDIF (Museo Diffuso  del  Finale).

Proseguendo  lasciamo alla nostra sinistra la deviazione che porta alla visita di Castel Gavone (segnavia due bolli rossi) eretto sul colle del Becchignolo   alla fine del XII secolo  dalla famiglia Del Carretto  signori  di  Finale.

Ci dirigiamo a sinistra verso  Perti sulla strada asfaltata per   arrivare in breve tempo a una mulattiera a destra nei pressi  di  alcune case, qui il sentiero inizialmente si presenta pianeggiante per poi salire in maniera decisa fino ad uscire dal bosco in una zona pianeggiante dove troveremo il piazzale della dismessa cava della Rocca di   Perti (palestre di  arrampicata in zona).

Finalborgo

Da qui, con alcuni  saliscendi  nel  bosco seguendo la traccia di un piccolo sentiero, si  arriva  in breve tempo al  Bric della Croce con uno stupendo panorama che spazia sul litorale fino all’isola della Gallinara, peccato  solo per il nastro  d’asfalto  dell’A10 che disturba un po’ la visione (d’altronde le autostrade ormai  le usiamo  tutti per comodità)

 Prestando  ben  attenzione al  salto vertiginoso posto pochi  a pochissima distanza  dalla croce (nella foto il mio  sorriso  nasconde una certa apprensione in quanto sofferente di vertigini) possiamo  rispondere all’invito scritto  nel  libro  di  vetta e cioè completare la frase Cade la foglia…Elena, continua tu…..  

Dal Bric della Croce a Finalborgo

Adesso  non ci  resta che ritornare a Finalborgo incominciando  a scendere per un sentiero non molto  agevole a cui si  aggiunge la difficoltà iniziale nel  trovare i  segnavia (comunque non c’è nessuna alternativa alla discesa se non il baratro  alla nostra sinistra).

Finalborgo
Il (presunto) Grottino del Bric della Croce

Prima di  arrivare alla località Cianassi (ampio parcheggio se desideriamo  arrivare al Bric della Croce in senso inverso  senza passare da Finalborgo) incroceremo  una grotta con due aperture: il Grottino del  Bric della Croce (non giurerei, però, che questo  sia il suo nome…..).

La strada del ritorno con Caterina in posa (…è più forte di me)

A questo punto si può dire che la parte dell’itinerario escursionistico  diventa una facile camminata in quanto proseguiremo su  di una stradina asfaltata con scorci  sul nucleo abitato di Montesordo fino ad arrivare alla chiesa di  Nostra Signora di  Loreto (più conosciuta come Chiesa dei  Cinque Campanili)

Chiesa di Nostra Signora di Loreto (oppure Chiesa dei Cinque Campanili)

Finalborgo

La chiesa di Nostra Signora di Loreto venne costruita intorno al 1470 sotto committenza della famiglia dei Del Carretto e posta in un ambiente allora perfettamente rurale.

Essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura religiosa rinascimentale ligure. I modelli di riferimento possono essere riconosciuti nella Sacrestia vecchia, opera di Brunelleschi per la chiesa di san Lorenzo a Firenze, ma soprattutto nella cappella Portinari in Sant’Eustorgio a Milano.

Osservando i pilastri angolari della chiesa si possono notare le targhe in Pietra di Finale con gli stemmi dei Del Carretto e di Viscontina Adorno, moglie di Giovanni I del Carretto.

Dopo questa piccola disgressione culturale riprendiamo  il nostro cammino per abbandonare l’asfalto scendendo, quindi, per una mulattiera che in seguito  si  trasformerà in strada a fondo  cementato.

Arrivati in prossimità dell’agriturismo Ai Cinque Campanili si  continua a scendere fino  a raggiungere la borgata Sottoripa caratterizzata (purtroppo) da ormai in rovina.

Qui  ritroviamo il nostro  segnavia VP che in breve ci  riporterà al nostro punto d’inizio e cioè in Piazza del  Tribunale.

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato.

Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio.

Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza.

Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Da Calvisio ai  ciappi: un’escursione nella preistoria

Collina del  Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Oasi  Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Da Calvisio ai Ciappi: un’escursione nella preistoria

Calvisio

In viaggio  la cosa migliore è perdersi.

Quando ci  si  smarrisce, i progetti  lasciano  posto alle sorprese,

ed è allora, ma solamente allora,

che il viaggio comincia

Nicolas Bouvier

 Da Calvisio alla preistoria (senza perdersi, o quasi)

Se condivido ampiamente  le parole di  Nicolas Bouvier, e cioè che durante un viaggio le maggiori  sorprese avvengono in ciò che non si è programmato (a meno di non essere nel  centro  dell’Amazzonia), al contrario mi infastidisco non poco quando in un escursione che prevede di  andare dal  punto  A al punto  B i segnavia ti ingannano  e ti ritrovi  al punto  C: cioè fuori  rotta.

 Oggi  la tecnologia aiuta a non smarrirsi, ma per una come me che utilizza il GPS al  solo  scopo  di  tracciare il percorso da visualizzare in seguito su  di una mappa e che all’elettronica preferisce la vecchia e cara carta escursionistica  (che non ha bisogno di  ricarica per funzionare), il piacere di perdersi può diventare abitudine, quindi, guardando il tracciato  dell’itinerario che troverete in seguito, vi prego  di non tener conto  dei  fuori  rotta rispetto  al  tracciato principale.

 

Calvisio
Siete pronti? Allora seguitemi….

L’itinerario

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Calvisio si  raggiunge facilmente dall’uscita autostradale di  Finale Ligure, quindi proseguendo in direzione Finalborgo si  raggiunge in poco  tempo il nostro punto  di  partenza.

Calvisio
Calvisio – chiesa di san Cipriano

Arrivati  a Calvisio è possibile  parcheggiare nelle vicinanze della chiesa di  san Cipriano altrimenti, percorrendo in auto uno  stretto  viottolo alla sinistra della chiesa ( vicolo  Bedina, dove inizia il nostro percorso seguendo il segnavia rombo  rosso ) è possibile arrivare fino a Lacremà (Calvisio Vecchio) e parcheggiare nei pressi  della vecchia chiesa.

NOTA: I posti auto a Lacremà sono davvero  esigui (ne ho  contati  quattro) e parcheggiare al  di  fuori dei limiti  consentiti si  rischia la multa per divieto  di parcheggio (sembra che la Polizia Municipale di  Calvisio sia molto solerte nel far rispettare le regole).

Zaino  in spalla percorriamo via Bedina in ripida salita fino  all’abitato  di  Lacremà dove l’acciotolato presto diventerà sentiero.

Calvisio
L’abitato di Lacremà (o Calvisio Vecchio)

Ad un primo  bivio proseguiamo in salita mantenendoci  sulla nostra sinistra per arrivare quindi a un secondo bivio che porta al Bric Reseghè all’incirca 2 chilometri  e mezzo  dalla partenza (la cartina interattiva può essere utile per valutare le distanze).

Noi  proseguiamo dritti seguendo il segnavia quadrato  rosso fino ad arrivare a Camporotondo, luogo ammantato di  mistero per la posizione apparentemente isolata e per la costruzione in pietra posta ai  suoi  margini (forse un semplice ricovero per uomini e animali?).

Calvisio
I ruderi di Camporotondo

A questo punto il segnavia  si perde lasciando  l’escursionista (cioè la sottoscritta) abbastanza disorientata, finchè con  innato  senso  di  orientamento (direi  con molta fortuna) ritrovo la direzione giusta da prendere  in un comodo  sterrato subito  dopo  aver attraversato il bosco di Camporotondo mantenendoci  sulla nostra sinistra, trovando a segnare il percorso un rombo  rosso.

Si prosegue con alcuni  saliscendi fintanto  che un caratteristico presepe posto in una cavità della roccia indica che siamo in prossimità del  Ciappo  dei  Ceci che, insieme al  Ciappo  delle Conche e quello  del Sale, costituisce uno dei  siti archeologici con presenza di incisioni  rupestri presenti  nella zona del finalese.

Calvisio
Ciappo delle Conche

Ed è appunto proseguendo che arriviamo  al Ciappo  delle Conche, punto  conclusivo  di  questo itinerario (il ritorno, ovviamente, ricalca il percorso  d’andata).

Le Ciappe e le loro incisioni rupestri

Calvisio

Il primo studioso che diede una mappatura delle incisioni rupestri del finalese fu Clarence Bicknell nel 1897 ( a lui si deve la scoperta delle incisioni rupestri presenti nella Valle delle Meraviglie del Monte Bego).

Nel 1908 è il geologo Arturo Issel che, pubblicando un censimento delle incisioni rupestri, ne ipotizzò la loro natura preistorica. eppure, ancora oggi, una datazione precisa di queste testimonianze del passato e del loro significato non è certa.

Alcuni archeologi hanno evidenziato un’analogia di questi siti con quello di Panoias (Portogallo settentrionale) dove una grossa roccia presenta coppelle e vasche collegate da canali e dove, in base alla traduzione di alcune frasi incise nella roccia in latino, risalenti al III secolo d.C., hanno portato a ipotizzare che in questi luoghi si officiassero riti di iniziazione, anche cruenti, con sacrifici di animali.

Purtroppo, come si può vedere dalla fotografia seguente, il Ciappo delle Conche attira anche coloro che, ignorando l’importanza storica di queste testimonianze del passato, vogliono lasciare il loro segno per la curiosità degli archeologi di un futuro remoto

Calvisio

Ciappo delle Conche: alcune incisioni

Colle del  Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Val Ponci: un’escursione nella storia

Piampaludo e la Pietra Scritta: l’anello  escursionistico 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Milano: l’amaro è storia passata

Milano

Milano rinasce ogni  mattina,

Milano è positiva, ottimista, efficiente.

Milano è da vivere, sognare e godere.

Milano da bere

Tratto dalla campagna pubblicitaria per l’Amaro Ramazzotti (1985)

Milano (non quella da bere) nei pensieri  di una genovese 

Nè birra o vino, tanto  meno un Amaro Ramazzotti: per una come me alla quale bastano un paio  di boeri  al  rhum per entrare nelle grazie di  Bacco, Milano  non è per nulla la città glamour degli  anni ’80 (Tangentopoli compresa) descritta in uno  spot che oggi  suona tanto  di  ridicolo, ma è la metropoli  che mi affascina per modernità e cura delle testimonianze del  suo  passato.

D’altronde, avendo lavorato in Brianza per un tot di  anni in una multinazionale svizzera che si occupa di portare persone e cose su e giù negli  edifici,  un po’ di  milanesità  è entrata a far parte del mio DNA…….. (il resto è pura genovesità).

Quindi, astemi oppure no, seguitemi in questa  succinta descrizione di  due siti  di  questa stupenda (si, ho scritto proprio stupenda) metropoli.

Milano da bere (negli anni'80)

Milano da bere è un’espressione giornalistica, originata da una campagna pubblicitaria che definisce alcuni ambienti sociali della città italiana di Milano durante gli anni 80 del XX secolo.

In questo periodo, la città era assurta a centro di potere in cui si esercitava l’egemonia del Partito Socialista Italiano (PSI) del periodo craxista.

Si trattava di un decennio caratterizzato dalla percezione di benessere diffuso, dal rampantismo arrivista e opulento dei ceti sociali emergenti e dall’immagine alla moda

Testo  tratto  da Wikipedia

Milano e il suo museo  di  design

Milano

La sede dell’ADI Design Museum è il classico  esempio di una struttura industriale dismessa e poi riconvertita in un intelligente progetto museale: dove una volta esisteva il deposito dei  tram  a cavallo della Società Anonima Omnibus e, dal 1896, centrale elettrica e in seguito impianto  di  distribuzione dell’elettricità (all’interno  dell’area espositiva sono visibili parte delle apparecchiature),  sorge oggi  il più grande  museo d’Europa  dedicato al design.

Al  suo interno, in maniera permanente, è visibile la collezione del  Compasso  d’Oro e cioè il premio  dedicato al  design che sessantasette anni  fa (quindi  nel 1954…..se non avete voglia di  fare conti)  fu voluto da  Giovanni (Gio) Ponti  e che ogni  due anni  viene assegnato dall’Associazione per il disegno industriale.

Curiosa è la sezione Uno a Uno in cui  vengono proposti  al  visitatore copie di progetti di uno  stessa tipologia ma separati dal tempo: così, ad esempio, la presentazione della Fiat 500 del 1959 e quella del 2011 entrambi  vincitrici del Compasso  d’Oro  nei  rispettivi  anni.

L’allestimento del  museo è stato  realizzato  dagli  studi di  architettura Migliore+Servetto Architects  (da questo  studio  è nato il progetto  e la realizzazione del  Blue Line Park, il parco  urbano nato  sul tracciato  di una ferrovia dismessa che collega il quartiere di Haenduae nella città di Busan (Corea del  Sud) al  centro balneare di Songieong…..  se andrete in futuro da quelle parti, adesso  sapete chi  ha progettato il tutto)  e Italo Lupi.

ADI Design Museum (INFO)

Milano CityLife 

Milano

WOW! avrei  potuto  anche usare espressioni  quali caspita, però, perbacco, cavolo, ****** (quest’ultima volutamente censurata), ma la meraviglia alla vista delle tre torri di  CityLife (e di  tutto  ciò che lì  era intorno) mi ha indotto a esprimermi  con quel wow! 

Milano
L’area occupata dalla vecchia Fiera di Milano (1963)

Non che io  vada in giro esprimendomi sempre in questa maniera (anzi non sopporto anglicismi quali location, call, lockdown, breafing, mission, fashion, cool, outfit etc…..), tanto meno provengo dal  deserto  del  Kalahari dove è difficile imbattersi in suddette costruzioni, ma la trasformazione di un’area metropolitana, come quella occupata  dalla vecchia Fiera, in un progetto  di  valorizzazione della stessa in chiave ultramoderna (magari fra un centinaio  di  anni questa modernità sarà essa stessa storia) e polo  di  attrazione sia per chi vive a Milano,  e sia da chi, turista come la sottoscritta, ne è attratta per la valenza architettonica.

CityLife il progetto

Milano

Nel 2004 viene indetto una gara internazionale per la riqualificazione della vecchia area fieristico (la prima Fiera risale al 1920) che verrà spostata al nuovo polo di Rho – Pero l’anno seguente.

Il vincitore del concorso internazionale sarà il progetto CityLife.

Nel periodo tra gli anni 2007 – 2008 compreso si procede con la demolizione dei venti padiglioni della vecchia fiera con criteri avanzati dal punto di vista ambientale per salvaguardare le zone limitrofe al cantiere. Inoltre in questa fase si procede al salvataggio degli alberi presenti per essere ripiantati nel parco pubblico della futura area.

CityLife


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Le tre torri 

Milano

Infine loro: un’architetta e due architetti ( chiamateli pure archistar se volete) che con il loro  genio  creativo hanno dato  un’impronta più che visibile al progetto  CityLife

3 Archistar per 3 Torri
Zaha Hadid

In alcune interviste veniva descritta nel possedere un carattere molto spigoloso e donna iperattiva, sempre in prima linea a denunciare la misoginia presente nell’ambito professionale come quello della vita di ogni giorno.

Ha firmato progetti in tutto il mondo (Maxxi di Roma, il Galaxy Soho a Pechino, il ponte Sheik Zayed a Abu Dhabi solo per citare alcuni esempi).

Nel 2004 è la prima donna a conseguire il Premio Pritzker (che ricordo essere considerato come il Nobel per l’architettura), a cui segue il Premio Sterling negli anni 2010 e 2011.

E’ stata una delle massime esponenti della corrente decostruttiva.

Nel 2010 il settimanale Time la include tra le 100 personalità più influenti al mondo.

Zaha Hadid muore il 31 marzo 2016 all’età di sessantasei anni.

Arata Isozaki

Nasce a Ōita il 23 luglio 1931.

Si laurea all’Università di Tokyo nel 1954 diventando allievo di Kenzō Tange.

Nel 1963 fonda l’Arata Isozaki & Associates.

Nel 1986 viene insignito di medaglia d’oro al RIBA (Royal Institute of British Architect)

Nel 2019 vince il Pritzker Prize.

Tra i suoi progetti va ricordato il Palasport Olimpico di Torino (2006)

Daniel Libeskind

Nato a Lødz in Polonia il 12 maggio 1946 si iscrive alla facoltà di architettura della Cooper Union di New York laureandosi nel 1970.

Si trasferisce a Londra per specializzarsi in Storia e teoria dell’architettura presso l’Università dell’Essex.

Dal 1978 ricopre la carica di direttore del Dipartimento di Architettura alla Cranbrook Academy of Art e Design.

Nel 1985 si trasferisce a Milano dove fonda un laboratorio didattico no-profit.

Nel 1989 lascia l’Italia polemicamente definendo il nostro Paese un bellissimo posto dove vivere ma inadatto alla professione di architetto.

Si trasferisce a Los Angeles per lavorare presso il Center for the Arts and the Humanities.

È il racconto di una Milano che accoglie e trasforma, che sfida e affossa, che dona anche la forza di ricominciare sempre tutto da capo.

Ma è anche un racconto di storie, di film, di libri, di donne, di uomini, di esseri umani.

Di Camilla Cederna, Mariangela Melato, Giorgio Gaber, Alda Merini, Dino Buzzati.

Di angoli segreti, di chiese nascoste. Di serenità ricercate e raggiunte quando ci si mette in ascolto.

Anche Lucio Dalla dedicò una sua canzone a Milano…..

Hilma af Klint, la pittrice e medium

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Collina del Dego e Adelasia, in Liguria naturalmente

Collina del Dego

Quando  ci  si  abbandona la mondo senza tetto  e senza guscio,

quando si  sente fisicamente intorno  a se l’infinità dei  paesaggi,

quando nulla arresta lo  sguardo, da qualsiasi  punto  cardinale ci  si  volga,

quando  la strada si stende a perdita d’occhio davanti  e dietro,

probabilmente ci  si  sente rinfrancati dal  camminare avvolti  dal  proprio  odore,

al  quale sembrano  ridursi tutte le ricchezze di  cui ancora   si  dispone

Tratto da Il Cammino Immortale di Jean-Christophe Rufin

Dalla Collina del Dego  al Parco dell’Adelasia

Ho più volte accennato nei  mei  articoli  che la Liguria ha un entroterra che offre svariate opportunità a chi  abbia il desiderio di  camminare nella natura: dalla più volte celebrata Alta Via dei  Monti  Liguri fino agli innumerevoli sentieri che innervano la zona montuosa o, più semplicemente, quella collinare.

A protezione di  questa ricchezza con il tempo  sono  state istituite in Liguria zone tutelate da specifici  regolamenti per la salvaguardia dell’ambiente naturale: l’itinerario  che vado a proporvi lega due parchi, quello  della Collina del  Dego  e quello  dell’Adelasia, in una bella e facile escursione.

L’itinerario 

Per raggiungere Pian dei  Siri, punto  di partenza del nostro itinerario, da Albisola ci  dirigiamo  verso il Colle del  Giovo, quindi  seguiamo la direzione Pontinvrea – Giusvalla e da quest’ultima verso  la frazione Girini  quindi, percorrendo la strada comunale Girini -Ferriera, dopo  la borgata Porri (finalmente) si  arriva a Pian dei  Siri ( 675 metri) dove è possibile parcheggiare nei pressi  di un pannello indicante i percorsi  della  Collina del Dego.

La Collina del Dego

Collina del Dego

L’area protetta della Collina del Dego (inclusa in un Sito di Importanza Comunitaria o Sistema Ambientale delle Bormide) confina a sud con la Riserva Naturalistica dell’Adelasia estendendosi per 225 ettari.

La zona collinare culmina sulla cima di Piazza Grande a 830 metri di altezza (qui è collocato un cippo in ricordo della guerra tra le truppe francesi e quelle austriache nell’aprile del 1796. La zona fu anche teatro della guerra partigiana contro i nazi – fascisti durante l’ultimo conflitto mondiale).

Nella Collina del Dego è notevole la copertura boschiva, con estese faggete miste in alcuni tratti con il castagno e rovere. La flora, tipica dell’Appennino, è quella caratteristica del clima fresco e umido (la raccolta dei funghi è regolamentata). Tra la fauna spicca la presenza della salamandra pezzata e del gambero di fiume, mentre tra i mammiferi troviamo il capriolo. L’Avifauna comprende anche il picchio verde e il picchio rosso maggiore.

Il nostro itinerario seguirà il segnavia B1 che, pressoché da subito, si  biforcherà essendo un percorso  ad anello: noi seguiremo il tracciato  sulla nostra sinistra.

NOTA: In questo caso, all’inizio,  il sentiero  passa in mezzo  a un cantiere per il ripristino del  terreno  dopo gli  smottamenti dovuti  alle piogge recenti: nei  giorni  festivi si può liberamente (o  quasi) passare in quanto i lavori  sono  fermi. 

All’incirca dopo  quaranta minuti  di  cammino, ma il tempo di percorrenza è sempre un dato  soggettivo, si  arriva all’area picnic del  Boscaiolo  da questo punto, tralasciando una piccola deviazione verso  la Fontana del  Baggio (fonte), proseguiamo  verso la cima di  Piazza Grande e quindi al pianoro de Il Pilone contraddistinto da un pannello  e un tavolo in legno  per la sosta.

Collina del Dego

Lasciamo  il segnavia B1 per seguire quello  contraddistinto  dalla sigla  BN (Bormida Natura  e cioè  un  percorso più lungo che inizia da Piana Crixia): da questo punto  entriamo nella Riserva naturalistica dell’Adelasia: nel  box seguente una mappa della rete escursionistica interna all’area (la mappa la potete scaricare a questo indirizzo).

adelasia_2021_A3

Adesso il sentiero  si presenta con una piacevole discesa su  di un letto  di  foglie e tra i faggi  fino all’arrivo  a un bivio  dove un palo  con cartelli  segnaletici ci indica la direzione verso  Cascina Miera.

Collina del Dego
Cascina Miera (chi sarà mai quella donna con il berretto rosso?)

Dopo una piacevole sosta non ci  resta che ripercorrere all’indietro i nostri passi  per raggiungere Pian dei  Siri dove abbiamo  lasciato il nostro  mezzo.

Sono debitrice di  Jean-Christophe Rufin per la frase tratta dal  suo  libro Il Cammino Immortale che avete trovato all’inizio  dell’articolo, per cui  mi sembra giusto pubblicarne l’anteprima

Con oltre un milione di visitatori dal 2005 ad oggi, Santiago di Compostela è senza ombra di dubbio una delle mete di pellegrinaggio più gettonate dei nostri tempi.

Tra viandanti, mistici, coppiette in scarpe da ginnastica e turisti seduti sui sedili di comodi pullman, il medico e autore di best seller Jean Christophe Rufin affronta il suo personale apprendistato del vuoto: ottocento chilometri da Hendaye, all’estremo sudovest della Francia, fino alla maestosa Cattedrale di San Giacomo.

Un lungo tragitto raccontato con piglio demistificante, ironico, intenso. Tra dettagli concreti, riflessioni storiche e religiose e il desiderio di smascherare gli impostori degli ultimi chilometri, l’autore restituisce al Cammino per antonomasia la sua verità. Si tratta di una verità fatta di organizzazione capillare ed esasperante improvvisazione; di fango, case sbilenche e meravigliose coste battute dalle onde; di pellegrini solitari ingabbiati in una lunga sequenza di mode e tic alla ricerca di se stessi.

È un percorso che può cominciare ovunque, e finire nella piazza dell’Obradoiro o tra le pagine di un libro. Perché anche se la caratteristica del Cammino è far dimenticare in fretta le ragioni per cui si è partiti, la strada continua ad agire su chi l’ha percorsa.

Lo fa lentamente, in maniera sottile e discreta, come è nel suo stile. Un’ alchimia dell’anima che non necessita di spiegazioni. Basta partire, lungo i sentieri o sulla carta poco importa.

Come Rufin ben sa, il Cammino immortale è fatto per chi va alla ricerca di niente.

Tranne la voglia di continuare ad andare.

Sepino, un nuovo  Parco  archeologico in Italia 

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano

Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Parco Deiva, l’anello di Pian dell’Erro

Parco Deiva

⌈...Ero  sporco, colavo sudore, ero stanco  morto e abbastanza malmesso da far girare i  passanti.

Ero  di  nuovo un escursionista

Tratto da Una passeggiata nei  boschi  di Bill Bryson

Deiva, un parco  per tutte le stagioni

Forse è un’esagerazione la descrizione che Bill Bryson da di  se stesso nelle vesti  di  escursionista – la sua esperienza, descritta in Una passeggiata nei  boschi, è quella della traversata dell’Appalachian Trail che, con i  suoi  3.400 chilometri, non è propriamente una passeggiata –  ma, in effetti, dopo un’escursione abbastanza lunga la sottoscritta si  considera molto lontana dall’essere considerata  un mazzolino  di  rose.

In ogni  caso l’escursione che sto andando a descrivere pur essendo immensamente più corta di  tanti  altri  Cammini o  trekking, richiede un minimo di preparazione per affrontare tratti  di  terreno  accidentato: ma ciò lo  descriverò meglio in seguito (vi  assicuro, comunque, che non incontreremo nessun ponte tibetano  o la richiesta  di  scalare  una cima himalayana).

Foresta della Deiva, alle porte del  Sassello

la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole d visita dal punto  di  vista turistico ma anche gastronomico (come i famosi  amaretti  del  Sassello).

Da Albisola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo oltre la frazione Badani, immediatamente dopo il distributore di  benzina posto sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, nell’ultima parte, riguarderà anche la nostra escursione.

L’itinerario

Parco Deiva

Ci incamminiamo verso il castello Bellavista (che ritroveremo  nell’ultima parte del percorso) per poi  seguire le indicazioni  verso il Lago  dei  Gulli (a quest’ultimo itinerario  ho precedentemente  dedicato un articolo, il link lo  troverete alla fine nella sezione Caterina ha scritto  anche…).

NOTA: una piccola deviazione verso  Casa Ressia ci  condurrà all’ononimo rifugio, punto  tappa per l’acquisto  di  generi  alimentari o un semplice caffè (aperto  solo  nei  giorni  festivi).

Il sentiero  è molto piacevole con ampie aperture panoramiche (può capitare di incrociare cavallerizzi e cavalli…..dromedari, quelli no) seguendo il segnavia tratto  giallo  sormontato da pallina dello  stesso  colore. 

Parco Deiva

Giunti alla località chiamata Lombrisa, il segnavia da seguire sarà un triangolo  giallo  rovesciato.

ATTENZIONE
Questa parte del sentiero è indicato per escursionisti esperti.

E’ vietata la percorrenza in condizioni di fondo bagnato o in presenza di neve o ghiaccio.

Non percorribile in caso di allerta meteo di qualsiasi livello

Dopo alcuni  chilometri  di  sentiero (guardate la cartina interattiva per meglio comprendere le distanze) giungiamo a Case Pian d’Erro.

Da questo punto il percorso, indicato con un T gialla rovesciata, si inerpica per arrivare a congiungersi con l’anello  del Sentiero  Natura della Deiva.

Parco  deiva

Ora il segnavia da seguire diventa un rettangolo  giallo: è la parte conclusiva di  questo itinerario poco  prima del  termine possiamo fare una sosta nell’area attrezzata del castello Bellavista (meritatamente..).

Avendo preso in prestito una frase del  libro di Bill Bryson Una passeggiata nei  boschi, mi sembra opportuno pubblicare l’anteprima di un libro  che ho  trovato molto scorrevole e ironico  al punto  giusto.

L’Appalachian Trail, che dalla Georgia al Maine taglia quattordici stati americani snodandosi per oltre 3400 chilometri, è il capostipite di tutti i sentieri a lunga percorrenza e dimora di una delle più grandiose foreste della zona temperata del globo.

All’età di quarantaquattro anni Bill Bryson, in compagnia dell’amico Stephen Katz – decisamente sovrappeso e fuori forma – si cimenta nell’impresa di percorrere il leggendario sentiero.

Nessuno di loro ha la minima cognizione delle norme elementari di sopravvivenza nella natura selvaggia, e l’escursione dei due cittadini, abituati a camminare nei civilizzatissimi spazi dei centri commerciali, si svolge all’insegna di una divertita incoscienza, tra spassosi contrattempi, bufere di neve, nugoli di insetti spietati, incontri con animali selvatici e con l’improbabile umanità che popola il sentiero.

Foresta della Deiva, l’escursione 

Sassello andata e ritorno (i sentieri  della Liguria) 

Liguria a piedi: l’entroterra di  Arenzano

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥