Oasi Zegna, girovagando tra natura, arte e filosofia

Oasi  Zegna

Solvitur ambulando

Diogene di Sinope (412 a.C. – 323 a.C.)

Oasi  Zegna per chiunque vuole sentirsi Diogene

Ovviamente per visitare l’Oasi  Zegna non bisogna dimorare in una botte, come la tradizione racconta parlando  della vita di  Diogene di Sinope.

La frase dell’antico  filosofo  greco, e cioè quel  risolvere camminando, trova nell’ambiente naturale dell’Oasi Zegna la perfetta sintesi tra benessere fisico e mentale, depurandosi dai quei  pensieri (quasi) ossessivi della nostra vita quotidiana…..se poi non ne avete, beate voi.

L' Oasi Zegna in poche parole

Oasi  Zegna

Ermenegildo Zegna (Trivero, 2 gennaio 1892 – Trivero, 18 novembre 1966), imprenditore e filantropo, nel 1910 fondò a Trivero il Lanificio Zegna.

Era  imprenditore, ma anche un filantropo  il quale, innamorato della sua terra e della natura, volle realizzare, partendo  dagli inizi  degli  anni ’30, un’imponente opera di valorizzazione ambientale acquistando i terreni della montagna sovrastante il Lanificio,  mettendo a dimora oltre mezzo milione di conifere, oltre che implementare un piano di gestione delle acque e del suolo arrivando, infine, alla costruzione della strada  che oggi conosciamo con il nome di Panoramica Zegna, cioè la via di collegamento che da Trivero arriva fino alle Terre Alte.

Oggi il progetto dell’Oasi Zegna coniuga l’individuazione di attività a diretto contatto con la natura (escursionismo e Nordic Walking principalmente) con la promozione dell’educazione ambientale.

Il 20 settembre 2014 l’Oasi Zegna ha ricevuto il patrocinio del FAI (Fondo Ambientale Italiano) come esempio di tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale del nostro Paese.

L’itinerario (non è un semplice anello)

Oasi  Zegna
Distanza km 15,400 circa
Oasi  Zegna
Altimetria

L’idea era quella di partire dal Centro Zegna (raggiungibile seguendo  le indicazioni per l’Oasi  Zegna da Trivero) per raggiungere il Santuario di  San Bernardo (1.400 metri) e ridiscendere al punto  di partenza chiudendo  l’anello escursionistico.

Sennonché, da come si può desumere dal tracciato nell’immagine precedente, l’anello  via via è diventato un intreccio  di percorsi alternativi, di  ritorni e di esplorazioni  fuori  rotta per cui, non potendo fornire una descrizione precisa del percorso, ho voluto  evidenziare quelli  che per me sono  stati  i punti  più interessanti della mia peregrinatio.

In ogni  caso presso il Centro  Zegna troverete l’Ufficio informazioni (non sempre aperto, purtroppo) con guide e cartine per esplorare il territorio dell’Oasi.

Andata e…..

Si parte con l’intento  di  arrivare in cima al  monte Rubello dove il santuario  di  san Bernardo, posto  a 1.400 metri, offre una vista il panorama a 360°  su  tutto l’arco  alpino, dal  Monte Rosa al Monviso, dall’Adamello al  Bernina.

Il percorso inizia con una rampa a gradoni nei pressi della rotatoria posta sulla S.P. 232 (qui  vi  è una bacheca segnaletica).

il sentiero contraddistinto dal  segnavia L5 ci  condurrà in breve al  Villaggio  Residenziale e, dopo l’ultimo  condominio, si inoltra nel  bosco  fino  alla località Bellavista da qui, attraversato di nuovo  la S.P. 232, si  scende sulla nostra destra per una cinquantina di metri salendo per una scalinata in pietra e, sempre mantenendo  la destra, si ritorna nel bosco  fino alla località Caulera.

A questo punto  lasciamo  il sentiero  L5 per prendere la variante G13a che si innalza con una serie di  tornanti nel  bosco fino  a ricongiungersi con l’itinerario  precedente abbreviando il percorso (si può comunque  proseguire seguendo il segnavia L5 tralasciando  la variante più faticosa).

Il Santuario di San Bernardo e Fra Dolcino
Oasi  Zegna
Il santuario di san Bernardo

L’origine del santuario del Monte Rubello è legata alla vicenda di Fra Dolcino all’inizio del XIV secolo dove il 23 marzo 1307 il frate eretico  venne sconfitto dai  crociati inviati  dal  vescovo  di  Vercelli

 La costruzione di una prima chiesa risale al XV secolo (1448) quindi,  nel 1839,  la struttura venne ricostruita e innalzata di due piani e dotata di un portico laterale e frontale.

Tra gli anni 1948 e 1949 Ermenegildo Zegna si prodigò per ampliare l’edificio con l’aggiunta dell’ala ovest.

Alla fine degli anni ’60 gli eredi Zegna apportarono altri miglioramenti seguendo i progetti dell’architetto Luigi Vietti.

…..ritorno

Proseguiamo  sul  sentiero  contrassegnato dal  segnavia N. 5 che in breve ci  condurrà verso verso il rifugio  Scout di  Stavello (per informazioni sulla struttura vi  rimando  al link).

Dal rifugio  il sentiero in breve ci  condurrà alla Bocchetta di  Stavello dove ad attenderci  c’è una piccola sorpresa:

Camminare nel labirinto di Stavello

Oasi  Zegna

 

Il Labirinto è una grande spirale sinuosa, antico simbolo della Madre Divina, del dio interiore e della sacralità della creazione: è un archetipo della totalità, un luogo sacro per riscoprire il significato e il proposito della propria anima in questa vita.

Il Labirinto di Stavello è un labirinto di pietra classico, con la forma di cervello, che si diparte da un vincastro al centro, simbolo di equilibrio. Il movimento del suo circuito universale procede avanti e indietro per assisterci nel trascendere modi di pensare obsoleti, promuovendo l’apertura alle connessioni invisibili con la Sorgente.

Camminare in esso significa divenire consapevoli della propria guida interiore nella vita

 

Oasi  Zegna

Dopo  questa sosta spirituale filosofica, ritorniamo brevemente sui  nostri passi  per riprendere il sentiero salendo per pochi  metri  sulla nostra destra dopo  aver attraversato  la strada da provinciale.

Oasi  Zegna
La fonte Tre Pisse

Seguendo il sentiero in discesa nel  bosco  arriviamo  alla fonte Tre Pisse e, proseguendo  sul sentiero N.1 ci inoltreremo  nella Conca dei  Rododendri che comprende anche l’area attrezzata della Cascina Caruccia facilmente raggiungibile dalla strada con un comodo  parcheggio  per disabili.

La Conca dei Rododendri

 

Oasi  Zegna
L’area attrezzata Cascina Caruccia

Ormai  siamo  arrivati  alla fine di questa  bella escursione che vuole donarci l’ultimo  suo punto  di interesse in un’opera d’arte concettualmente molto interessante dell’artista Daniel Harry  Graham.

Two Way Mirror
Two Way Mirror

Creato per il progetto di Arte pubblica all’Aperto della Fondazione Zegna, l’installazione di Dan Graham è realizzata con un vetro speciale che è trasparente, ma al tempo stesso riflette la luce come in uno specchio.

Per eventuali  commenti o suggerimenti vi invito  come sempre a lasciare un vostro messaggio tramite il modulo presente in home page.

 

San Giacomo  di  Entracque, due facili  gite

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della Pace

Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Esploratori urbani e extraurbani (ma sempre curiosi)

Esploratori

Ci  sono  cattivi esploratori  che pensano che non ci  siano terre dove approdare

solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno  a sé

Francis Bacon

Essere esploratori anche senza essere Lara Croft 

……..oppure Indiana Jones se preferite

A chi non piacerebbe almeno una volta nella vita indossare i panni di  Lara Croft, soprattutto avere il physique du rôle di  Angelina Jolie oppure di Alicia Vikander, entrambe protagoniste nelle rispettive versioni  di  Tomb Raider nei panni della bella eroina.

Le due Lara a confronto
Angelina o Alicia? Secondo voi chi tra le due attrici è quella che meglio interpreta Lara Croft? Secondo il mio parere sono entrambe brave (e molto atletiche).

 

Terre lontane, isole misteriose, pericoli  di ogni  genere da affrontare:  questi sono gli imprescindibili scenari  presenti in ogni film o  fumetto di successo ( o per lo  meno considerati  tali dagli aficionado del  genere).

Eppure, alla fine del  XVIII secolo, nel 1794 per la precisione, un uomo trovò il modo  di  esplorare la stanza in cui  era stato imprigionato per quarantadue giorni, arresti  domiciliari dovuti a una punizione per  un duello,  ricavandone  materiale utile per farne un libro di   successo: quell’uomo si chiamava Xavier de Maistre e il titolo  del suo libro Viaggio intorno  alla mia stanza (anteprima alla fine dell’articolo).

Un anno prima dell’esplorazione a chilometri  zero di Xavier de Maistre, e cioè il 3 novembre 1793, Philibert Aspairt, portinaio dell’ospedale di  Val-de Grâce a Parigi, ebbe l’insana idea  di  addentrarsi  nelle catacombe della capitale francese non uscendone più: il suo  cadavere venne rinvenuto  undici  anni dopo in una zona dell’area sepolcrale sotto rue Henri Barbusse, luogo tuttora  interdetto al pubblico.

Si  decise allora di  tumulare i resti  del povero Philibert nel luogo  del ritrovamento  del  cadavere e  sulla lapide scrivere l’epitaffio:

À LA MÉMOIRE DE PHILIBERT ASPAIRT PERDU DANS CETTE CARRIÈRE LE III NOVEMBRE MDCCXCIII RETROUVÈ ONZE ANS APRÈS ET INHUME EN LA MÊME PLACE LE XXX AVRIL MDCCCIV

Immagino che non sia necessaria la traduzione…….

Perchè vi ho  parlato  di Philibert Aspairt?

Perchè egli viene considerato il capostipite  degli esploratori  dediti a quella attività che oggi chiamiamo  urban exploration. 

Urban exploration in poche parole
La definizione di Urban exploration (abbreviata in urbex e facilmente traducibile in esplorazione urbana) non è altro che l’esplorazione di edifici in abbandono quali, ad esempio, ex manicomi, ospedali, carceri, ville e dimore in generale.

La nascita negli anni’90 di questo che a tutti gli effetti può essere considerato come un movimento fotografico, fu dovuta all’interesse del canadese Jeff Chapman (deceduto a Toronto nel 2005) in arte Ninjalicious.

Jeff Chapman  ha dettato quelle che sono le linee guida per esercitare questa passione, sintetizzata in: Take only photographs, leave only footprints

Assieme all’invito di prendere solo le fotografie e di lasciare solo le impronte, le altre raccomandazioni sono quelle di muoversi in gruppo e con indumenti adeguati (il tacco 12 non è parte di un indumento adeguato).

Inoltre è bene ricordarsi che se un edificio è in stato di abbandono, lo stesso può essere (in effetti lo è) proprietà di qualcuno: la violazione di proprietà è punita dall’articolo 614 del nostro Codice penale.

In Italia i luoghi  abbandonati che si prestano a questo tipo di  esplorazione urbana sono  presenti in numero  considerevole (ma ricordiamoci  che il più delle volte si  tratta di proprietà private anche se in abbandono) per cui possiamo dare sfogo  alle nostre curiosità esplorative.

Di seguito le mie esperienze da urban explorer in due siti, uno in Irpinia, quindi nel  sud Italia, e l’altro in Liguria.

Allora seguitemi  ricordandovi  sempre e in ogni  caso:

    Take only photographs, leave only footprints

Esplorare tra sensazioni di  dolore e di rabbia

Esploratori

Lasciate ogne speranza, voi  ch’intrate

 Dante Alighieri verso 9, canto III, Inferno⌋  

Anni  addietro, quando  ancora potevo  essere considerata ragazza piuttosto  che donna (anche le blogger hanno il potere di invecchiare), mi trovai a soggiornare in Irpinia e quindi a visitare il  capoluogo di provincia Avellino.

Cittadina che trovai  alquanto noiosa  e priva d’interesse (don’t shoot the blogger, please!), sennonché venni  attratta da un enorme edificio recintato, e in evidente stato  di  abbandono, posto in pieno  centro  cittadino.

C’era anche il custode che, non smentendo  la proverbiale gentilezza degli abitanti  del nostro meridione (cosa mai  smentita nei miei  viaggi in sud Italia) mi disse che quello  era l’ex – Carcere Borbonico attivo  fino al 1980, anno del  tremendo  terremoto che colpì l’intera Irpinia.

Vedendomi interessata e soprattutto armata di  macchina fotografica, mi diede il permesso di  entrare per esplorare il vecchio  carcere.

Quello  che spinge gli  esploratori  urbani a entrare nei  luoghi  abbandonati  è quell’aura di mistero  che essi  emanano  (anche quando il mistero  è pura fantasia): quel  giorno, però, entrando in quelle celle abbandonate, ho sentito  emanare da quelle pareti dolore, angoscia e rabbia, affrettandomi a   scattare alcune immagini  e uscire il più in fretta possibile all’aria aperta.

Oggi l’ex Carcere Borbonico è un polo  museale inaugurato  nel  2011 in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Al  suo interno è ospitata la Pinacoteca Irpina, il Museo del  Risorgimento e l’Archivio  di  stato, inoltre alcuni  spazi  del  complesso  sono adibiti ad accogliere mostre, concerti ed eventi  teatrali.

 

Le informazioni  per orari e altro  li trovate in questa pagina (poi, però, ritornate qui…)

Base 46: il mistero del  monte Settepani

Esploratori

In questo  caso potrebbe essere fuori  luogo  parlare di  urban exploration in quanto  l’ex base Nato 46 non si trova in una città ma bensì su  di una montagna, il monte Settepani a 1.386 metri  di  quota, a poca distanza dal  Colle del  Melogno, quest’ultimo  punto  di  passaggio  dell’Alta Via dei  Monti Liguri. 

L’area rientra nel  sistema SIC (Sito di importanza comunitaria) Monte Carmo -Monte Settepani.

Esploratori

Oggi  a guardia della vecchia base vi  sono  le torri  delle pale eoliche e la visita è quindi resa possibile non essendo presente nessun off-limits.

Esploratori

Ovviamente ben diversa era la situazione quando negli  anni’60 (siamo  nel pieno  della cosiddetta Guerra Fredda) venne realizzata una centrale di trasmissione dati dell’esercito  statunitense presidiato  dal 56° Signal  Company.

In seguito, con l’avvento  dei  sistemi  satellitari, queste centrali  divennero  rapidamente obsolete e, quindi, dismesse: questo  accadde anche per la Base 46 chiusa nel 1992  e diventata palestra per i graffittari.

Il mistero che non c’è

Per costruire una base militare ci  vogliono uomini  e mezzi e se poi, come ovvio  che sia per una base militare, vige il divieto  assoluto  di  accedervi,  ecco che avanza la tesi  che lì dietro – o per meglio  dire li sotto, in riferimento alla scoperta casuale di  tunnel  sotterranei  alla base –  vi  sia un segreto da difendere: quindi il passo  successivo era credere che in quelle cavità venivano  custodite missili  nucleari (come se fosse facile far passare inosservato un missile per le strade di montagna).

Il mistero (presunto  tale) diventa pubblico quando, all’interno di Voyager – programma condotto  da   Roberto Giacobbo che faceva molto presa sulle persone inclini a ogni  genere paranormale dai  fantasmi  al  mostro  di Loch Ness passando, ovviamente per l’Area 51 – dopo l’intervista alla vedova del comandante americano  della Base 46, si avvalora la tesi che la montagna ligure poteva essere un’arsenale atomico.

A questo punto a derimere la questione ci penseranno gli  speleologi  del Gruppo Speleologico Savonese i quali, con successive esplorazioni  delle cavità, hanno chiarito  ogni  quesito, come si evince nell’ articolo che troverete qui  di  seguito (per l’originale vi  rimando  a questa pagina)

gruppospeleosavonese.it-Progetto Settepani

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi  e storia

Sepino, un nuovo parco  archeologico in Italia

Sassello  andata e ritorno (i sentieri  della Liguria)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

San Giacomo di Entracque, due facili gite

San Giacomo di  Entracque

Il nome d’Alpi, qual anche ritengono ai  giorni  nostri, nominate Marittime per essere state poste dalla natura in vicinanza de’ mari  Gallico e Ligustico.

Così, da due millenni,  la parte a meridione di quei monti, che con successione di  giochi altissimi si  tendono in forma di  linea circonvessa curvandosi verso  le Gallie con loro  sinistro lato, ed all’Italia mostrando il destro, vengono  chiamate Alpi  Marittime

Pietro  Gioffredo  – Storia delle Alpi  Marittime (1650)

San Giacomo  di  Entracque ed è subito  Alpi  Marittime

San Giacomo  di  Entracque
Un rappresentante della fauna del Parco

Essendo io una semplice blogger non penserei  mai di  descrivere le Alpi Marittime come lo  ha fatto Pietro  Gioffredo qualche secolo  fa nella sua opera Storia delle Alpi Marittime, un tomo  di  4.500 pagine che potete, volendo, acquistare su  Amazon alla modica cifra di 399, 99 euro (…..,99?).

Quello  che vado  a proporvi sono due facile gite che, partendo  da San Giacomo, vi introdurranno nella bellezza naturale che il Parco  Naturale delle Alpi  Marittime offre all’escursionista.

Purtroppo l’alluvione dell’ottobre scorso ha portato  via buona parte della strada in prossimità di San Giacomo e, nonostante l’intervento immediato delle autorità per ristabilire i collegamenti, il fondo  stradale in alcuni  punti è accidentato mentre il limite di  carreggiata è molto ridotto tale che, in caso di incrocio  con altri  mezzi, bisogna operarsi per il passaggio  di  entrambi (cosa molto difficoltosa se avete la sventura di incrociare un camper delle dimensioni  di un carro  armato).

A tale proposito vi  consiglio  di  consultare la mappa seguente (la stessa potete trovarla nel  sito del  Parco).

Avvertenza: nella zona di  San Giacomo di Entracque non esiste la possibilità di avere una  connessione telefonica e internet. Per averla bisogna scendere verso il lago  della Piastra, praticamente a Entracque (qualche giorno  senza i social non è un grosso  problema….).

E per un soggiorno o semplicemente per un pernottamento? Guarda il box seguente… 

Campeggio Sotto il Faggio

San Giacomo  di  Entracque

Siamo fortunati a vivere in questo posto, facendo un lavoro semplice che ci piace molto, e poter stare in mezzo a persone che qui sono in vacanza, in mezzo alla natura, quindi rilassati, amichevoli, calorosi. Qui si fa campeggio selvaggio un po’ per tutti , adulti e bambini; non ci sono intrattenimenti artificiali, si gioca con gli elementi…terra e pietre, acqua, fuoco e l’aria è molto buona. Scegliete il vostro posto per accamparvi, accendete il vostro fuoco, prendete quel che vi serve e date quel che potete, nel rispetto di poche regole scritte e più seguendo spontaneità e rispetto, verso le altre persone e verso la natura che vi circonda. Qui è molto facile comunicare …

Nella mia lunga esperienza di  campeggiatrice, sia in Italia che all’estero, ho avuto modo di  soggiornare presso diverse strutture: molte gradevoli e ospitali, altre meno e poche (per fortuna) da evitare in seguito.

il Campeggio  Sotto il Faggio rientra a pieno  diritto nella prima categoria, cioè quella che contraddistingue una gestione ottimale per gli ospiti ma, in questo  caso, c’è un di più descritto nelle parole di  Agnese e Luca (i gestori, per l’appunto) dove campeggio  selvaggio è inteso  come piena libertà, ma sempre nel  reciproco rispetto.

Agnese e Luca (e ovviamente tutto  lo  staff) si prodigano nel  rendersi  sempre disponibili verso  gli ospiti in un clima amichevole e familiare.

Ovviamente a tutto  questo  si  aggiunge l’estrema pulizia delle parti  comuni  e la possibilità di  cenare presso il campeggio  stesso (non lasciatevi  sfuggire il Giropizza infrasettimanale).

loc. San Giacomo Entracque 1, Entracque 12010 (CN) (Italia)
Telefono: +39 0171.1935515 + 39 349.7305438
Email: [email protected]

Il primo itinerario: da San Giacomo  verso il rifugio Ellena – Soria

San Giacomo  di  Entracque
Distanza Km 12,500 circa (andata e ritorno)

Usciti  dal campeggio attraversiamo il torrente per passare accanto alla Baita Monte Gelas (bar – ristorante aperto  solo in estate….credo) e la Foresteria del  Parco, seguendo la strada sterrata in salita che presto  condurrà in un ombroso  bosco  di  faggi.

Presto  entreremo nel vallone del Gesso  della Barra (da qui in poi il percorso è privo  di una qualunque copertura arborea: occhiali da sole e cappellino  sono i benvenuti).

San Giacomo  di  Entracque

Proseguendo lungo il comodo  sterrato arriviamo nella zona chiamata Gias della Siula dove un cartello informa su  quello  che accadde nel  settembre del 1943 (vedi box)

8 settembre - 13 settembre 1943

San Giacomo  di  Entracque

Settantotto anni fa da questo sentiero scesero circa 800 ebrei al seguito della IV Armata dell’Esercito italiano. Provenivano da diverse località dell’Europa per fuggire dalla persecuzione antisemita del regime nazi – fascista: erano polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci, slovacchi, rumeni, russi, greci, turchi, croati, belgi, francesi.

Il loro ultimo rifugio era stato la zona di occupazione italiana in Francia: l’esercito italiano non aveva mai consegnato gli ebrei delle zone di sua competenza ai tedeschi.

L’armistizio dell’8 settembre tra Italia e Alleati aveva colto la maggior parte di quei profughi in domicilio coatto a St Martin-Vésubie.

Purtroppo per buona parte di loro, una volta giunti a Cuneo occupata dai nazisti, la salvezza si trasformò nella tragedia dei campi di sterminio.

Da adesso il percorso diventa più impegnativo: con lunghi  tornanti si incomincia a salire ma anche intravedere la nostra meta e  cioè il rifugio Ellena – Soria a quota 1840 metri.

San Giacomo  di  Entracque
Il rifugio Ellena -Soria (1.840 mslm)

Spunteremo  quindi in un piccolo pianoro dove una passerella ci  condurrà a una breve salita per arrivare infine al  rifugio.

San Giacomo  di  Entracque

Rifugio Ellena - Soria

San Giacomo  di  Entracque

La costruzione del rifugio risale al 1961 e inizialmente dedicata alla memoria di Edoardo Soria (Dado) alpinista cuneese famoso per aver aperto numerose vie nelle Alpi Marittime. Dopo la ristrutturazione del rifugio nel 1979, al nome di Soria venne aggiunto quello di Gianni Ellena, suo compagno di scalata e parimenti famoso nell’ambiente alpinistico di Cuneo.

La costruzione è posta sul versante idrografico destro del vallone che sale verso il colle della Finestra. A sud dell’edificio, su di una roccia, sono presenti delle incisioni rupestri riconducibili a quelle più famose della Valle delle Meraviglie e del Monte Bego.

San Giacomo  di  Entracque

Il secondo  itinerario: da San Giacomo al lago  del  Vej del Bouc

L’origine del nome dato al  lago  è fatto  risalire a una leggenda che parla di un anziano pastore il quale  viveva appartato dal  resto  del mondo in compagnia di un caprone. Morto l’animale, suo unico  amico, il pastore lo  seguì nella sorte pochi  giorni  dopo: il torrente Gesso impietosito da questa lunga amicizia ricoprì i due corpi  con le sue acque, generando il lago del  Vej del  Bouc

San Giacomo  di  Entracque
Lunghezza del percorso Km 15,600 circa (andata e ritorno)

Questa volta, uscendo  dal  campeggio  Sotto il Faggio, ci  dirigeremo dalla parte opposta rispetto  all’itinerario precedente salendo per un’ombrosa strada asfaltata che presto ci  porterà alle ex palazzine reali (oggi  colonie dei  salesiani) a quota 1.250 metri.

San Giacomo  di  Entracque

Dopodiché una carrareccia ci inoltra nel  Vallone del Moncolomb dove, arrivati  al  Gias del Rasur (1.412 m.) spuntiamo  sul Pian del Rasur grande pianoro pascolativo  (alcuni  cartelli  avvertono  della presenza dei  cani  da guardiania e quindi di prestare attenzione).

Eccomi qui!

La carrareccia corre per un tratto  affianco  al torrente prendendo  quota fino  al Gias sottano del  Vej  del  Bouc (1.430 m.), qui  si  diramano  due mulattiere: tralasciamo  quella alla nostra destra che porta al  rifugio  Pagarì e al  bivacco Moncalieri, per seguire quella di  sinistra (comunque vi  sono  dei  cartelli indicatori): lunghi  tornanti, dopo  aver superato un rio, ci porterà a quota 2.054 dove è posta la nostra meta.

San Giacomo  di  Entracque
Lago del Vej del Bouc (2.054 mslm)

Anche qui, su  di una sponda del  lago, sono state ritrovate delle incisioni  rupestri (che immancabilmente sono  sfuggite all’autrice del  blog…)

Se mi avete seguito fin qui, perché non leggere gli altri miei articoli?

Val Ponci: un’escursione nella storia

Bardi, un castello  e il suo  fantasma

Beigua, tra natura e archeologia

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Sepino, un nuovo parco archeologico in Italia

Sepino

Quel  giorno di  agosto  di  alcuni  anni  fa 

Quel  giorno  di  agosto di  alcuni  anni  fa a visitare l’area archeologica di  Sepino eravamo in due: il mio  accompagnatore e io, senza considerare un cane semi – randagio il quale era più interessato ai miei  piedi (calzavo  dei  sandali) che alle antiche mura.

A ogni modo la visita fu per me più che proficua per la conoscenza di uno  dei  tesori del  Molise, regione che a mio  avviso non ha nulla da invidiare rispetto  ai  cliché delle mete turistiche più gettonate.

Unico  mio  rammarico  è stato  quello  di non visitare il borgo  di  Sepino (oggi rientrante a pieno  diritto nel  circuito  dei  borghi più belli d’Italia) per il gran caldo: ma a tutto  si può rimediare e chissà se un giorno…….

Sepino diventa un Parco archeologico

A quella mia visita solitaria si  contrappone quella di 27.000 presenze nel  solo  anno  2019 (ovviamente prima della pandemia), a questo  si  aggiunge che precedentemente,  cioè nel 2010, Sepino ha ottenuto il prestigioso  riconoscimento  ICBS ( International  Committee of the Blue Shield) istituito nel 1994 per la protezione dei beni  culturali.

A questo  si  aggiunge forse il fatto ancora più importante e cioè che, notizia di pochi giorni  fa, è stato finalmente istituito il Parco  archeologico  di  Sepino – Altilia andando  così a incrementare il numero  delle aree archeologiche presenti in Italia.

Musei, aree archeologiche e monumenti in Italia - fonte ISTAT
L’Istat ha pubblicato un report riguardante i beni culturali presenti sul nostro territorio. Il pdf è liberamente scaricabile da questa pagina

Aree archeologiche e musei ISTAT

Sepino una storia in pillole

La vostra blogger preferita (altrimenti perché sareste qui?) il più delle volte nello  scrivere articoli si  fa in quattro per scovare fonti inerenti  a un determinato  argomento ma, come in questo  caso, presa dalla sindrome estiva nota come otium feriae ante (i latinisti perdonino  ogni  mia nefandezza linguistica) preferisce delegare ad altri l’approfondimento culturale del  tema.

Quindi, ringraziando  Wikipedia per l’opportunità che mi dà (e ci dà), nel  box seguente avete la possibilità di leggere la storia di  Sepino con la raccomandazione, se l’argomento  vi interessa,  di  approfondire andando  oltre a ciò che dice l’enciclopedia universale internettiana per trovare altre fonti,  soprattutto tra le righe stampate (leggere fa sempre bene)

Saepinum (Wikipedia docet)

Le foto invece  sono  prese dal mio  archivio ( e quando  dico mio significa che esiste un copyright)

In viaggio

Tutte (o quasi) le informazioni  per raggiungere l’area del  Parco le trovate nel  box seguente

Informazioni per la visita
Il prezzo del biglietto d’ingresso si riferisce alla visita del museo, mentre l’area archeologica è usufruibile gratuitamente

Sepino

Pot Miru, ovvero il Sentiero  della pace

Attraversando il Deserto con il Nordic walking

Pomposa, l’abbazia nel  delta del  Po

  Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

 

Sassello andata e ritorno (i sentieri della Liguria)

Sassello

Nessuno  di noi  può sapere quanto  gli  resta da vivere, ma di una cosa sono  certo: non una sola stagione deve andare sprecata, e l’unico modo per non lasciar germogliare il seme nero  del  rimpianto è vivere a questa maniera, con lo  zaino sempre pronto, la fantasia libera di  correre sulle mappe, il volto  abbronzato e il cuore disposto  all’amore

Tratto da L’estate del Gigante di Enrico  Brizzi

Sassello, amaretti e natura

Si arriva fino  a Sassello per poi deliziarsi  con  i suoi  amaretti, ma sarebbe molto  riduttivo pensare che questo  bellissimo  borgo ligure non offra ben  altro per giustificare un soggiorno, anche un semplice fine settimana: la natura circostante offre di  tutto  e di più per soddisfare le esigenze di  escursionisti, bikers e cavallerizzi (esclusi  quelli  che, al posto  di un cavallo, vorrebbero  un dromedario), senza contare poi  l’offerta mangereccia che va ben  oltre gli amaretti  (confesso  che non vado pazza per quest’ultimi).

Ora che vi  ho  fatto venire il sospetto che io  sia stata pagata dalla locale azienda turistica, vi invito a quell’andata e ritorno  del  titolo, che è un lungo  anello  escursionistico con la varietà di  ambienti  che il  Parco Regionale Naturale del  Monte Beigua offre lungo questo percorso.

L’itinerario 

Sassello
Lunghezza dell’anello chilometri 23 circa

NOTA: la linea gialla che vedete impressa verso  la fine del percorso non ha nulla di  particolare in quanto è una semplice correzione che ho  dovuto  aggiungere per completare la traccia dopo  che il GPS ha pensato  bene di  scaricarsi  (cosa che le mappe cartacee hanno la bontà di non fare mai)

Dopo  aver parcheggiato la nostra auto (girando a sinistra subito  dopo  l’incrocio provenendo  dal Colle del Giovo, troveremo un ampio  parcheggio non disponibile il mercoledì, giorno  del  mercato), ci  dirigiamo verso piazza della Concezione (Palazzo Comunale e chiesa dell’Immacolata): qui  troviamo l’inizio  del percorso  contraddistinto da due triangoli  gialli.

Sassello

Attraversato il ponte di  san Sebastiano e il rio Verli, prendiamo la sterrata sulla nostra destra che, dopo poco più di un chilometro  e mezzo, condurrà nei pressi  di  casa Galante, l’ultima  abitazione che vedremo prima del ritorno  a Sassello.

Sassello
Casa Galante

Da questo punto proseguiamo  sulla nostra sinistra seguendo  sempre il segnavia con i due triangoli  gialli.

Sassello

ATTENZIONE: prima di  giungere al  Colle del  Bergnon a causa di uno  smottamento  il sentiero  si interrompe per un centinaio  di metri, quindi saremo costretti a spostarci  sulla nostra destra dopo  aver fatto  un piccolo guado  nel  rio Ara salire fra gli  arbusti e trovare poi un passaggio  in basso  tra di  essi per riprendere il sentiero.

Proseguendo in salita arriviamo al Colle del  Bergnon, impreziosito  dalla presenza di  faggi  secolari, qui, trascurando il sentiero  a sinistra contraddistinto da tre pallini gialli che conduce al monte Avzè (e da esso alla frazione di  Vereira e quindi a Sassello), procediamo dritti con alcuni  saliscendi fino  ad arrivare all’ormai abbandonata Casa Bandia (905 metri di  quota).

Sassello
I ruderi della Casa Bandia

Superati i ruderi passiamo  su un piccolo  ponte che scavalca il Fosso della Bandia, adesso il sentiero  riprende a salire fino  ad arrivare al Colle del Giancardo: qui, seguendo  il segnavia dell’Alta Via dei  Monti Liguri, procediamo sulla nostra destra verso il Colle del  Giovo.

Sassello

Giunti  al  Colle del  Giovo siamo  praticamente a metà percorso, qui  svoltiamo  sulla nostra sinistra seguendo la strada provinciale per circa mezzo  chilometro. Arrivati nei pressi di un distributore di  benzina, attraversiamo per portarci all’inizio di  via Lodrino (ex albergo  Zunino) dove una monotona salita lunga un paio  di  chilometri ci porterà all’inizio del  sentiero Colle del  Giovo – Foresta della Deiva.

Sassello

Tralasciato il bivio  che porta a Forte Lodrino  Superiore, il cui  accesso  è interdetto per ovvie situazioni  di pericolo dovuto  allo  stato  di  abbandono, affrontiamo una breve, ma ripida, salita che poi  diventerà un continuo  saliscendi all’interno della Foresta Demaniale della Deiva.

Sassello

Al  Passo  Salmaceto possiamo  dire di  essere (quasi) arrivati: non ci  resta che decidere se andare a destra o  sinistra percorrendo una parte dell’anello del  Sentiero  natura della Deiva (qualunque sia la nostra scelta sono  sempre cinque chilometri…) per arrivare alla casermetta della Forestale (Carabinieri forestali), varcare il cancello del  Parco, percorrere un breve tratto  di  strada a filo  con le auto e, quindi ritornare, al nostro parcheggio (oppure fermarsi in uno dei  ristoranti  di Sassello per una più che meritata cena)

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Sassello
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L’anello  del  Groppo Rosso in Val  d’Aveto

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

 

Pot Miru, ovvero Il Sentiero della pace

Pot Miru

Sull’Isonzo  il soldato impara a sopportare tutto. Il freddo, il caldo, l’umidità, la polvere, il giaciglio di  sasso, la mancanza d’acqua, le mosche.

Egli vince la paura delle mine e delle torpedini, delle bombe che cadono  dal  cielo e delle esplosioni che sconvolgono  il terreno, del pugnale, delle granate a mano, del  fuoco  tambureggiante.

Si  abitua a tutto, quasi  anche alla morte.

Alice Schalek –  fronte dell’Isonzo⌋ 

Pot Miru, il progetto 

Nato dal progetto del governo  sloveno il Sentiero della pace (Pot Miru) riunisce in sé il patrimonio  storico presente sull’allora fronte isontino, dal monte  Rombon (Alpi Giulie, 2.207 metri) per concludersi a Trieste.

Il sentiero nel  territorio  sloveno  conduce attraverso i sei  musei  all’aperto  di Ravelnik, Čelo, Zaprikraj, Kolovrat, Mrzli vhr e Mengor.

Attraversando  questi  luoghi si  vedranno cimiteri  di  guerra e cappelle, le gole del  fiume Isonzo (che per il suo  caratteristico colore verde – azzurro è considerato uno  dei  fiumi più belli d’Europa), le malghe alpine del Parco  nazionale del  Triglav e tanto  altro  ancora.

Il Sentiero  della pace ha una lunghezza di 230 chilometri ed è percorribile  sia a piedi  che, in alcuni  settori, anche in bicicletta.

Quello  che oggi propongo  nell’articolo  sono solo un esempio  dell’intero percorso.

Pot Miru: tre sentieri della memoria 

Zaprikraj

Pot Miru

L’itinerario parte dal paese di Drežnica (575 mslm) a cinque chilometri  da Kobarid e ai piedi  del  versante occidentale del monte Krn (monte Nero).

Si  seguono, quindi, le indicazioni per la malga Zaprikraj e, al  termine della strada asfaltata nei pressi  di una fontana, troveremo l’inizio  per la visita escursionistica al museo all’aperto Zaprikraj  a quota 1.259 mslm.

Non è un percorso  difficile e occorrono sei  ore per completarlo (ovviamente questo è un dato puramente soggettivo).

Il percorso  passa attraverso trincee, caverne, postazioni di  artiglieria, resti della prima linea di  difesa italiana sulla catena del monte Krn.

Čelo

Pot Miru

Si  parte dal paese di Kal-Koritnica a 3 chilometri  da Bovec in direzione della Val Trenta.

Dal paese si  segue il tracciato verso il monte Svinjak  (1653 mslm) con i  relativi  segnavia.

il museo  all’aperto  di  Čelo propone la visita a una fortificazione di  artiglieria costruita dall’esercito  austro – ungarico su un versante molto panoramico del  monte Svinjak.

La postazione venne costruita nel 1915, poco  prima dello  scontro  con le truppe italiane, ed era parte del  sistema di  difesa a blocchi  di  Bovec.

La parte principale della fortificazione si  compone di una trincea lunga all’incirca 200 metri, con pareti murate, che collegano due postazioni  di  artiglieria con cucina, posto  di  osservazione e gli  spazi  per il ricovero  dei  soldati.

Da essa si ha il panorama sulla conca di  Bovec e sul monte Rombon

Pot Miru
Ma guarda, c’è la Caterina

Javorca

La chiesa commemorativa dello Spirito  Santo  a Javorca venne costruita dai  soldati  austro-ungarici in ricordo  dei  commilitoni morti  nella guerra ma, soprattutto, come simbolo  di  riconciliazione e di  pace.

Il percorso  per arrivare alla chiesa è di  tipo  turistico, l’ingresso  è  a pagamento (consultare sul sito  gli orari  d’ingresso)

L’altro  fronte (letture in anteprima)

Paolo  Rumiz è uno  dei miei  autori  preferiti, penso  di  aver letto  (quasi) tutti i suoi  libri apprezzandoli per lo  stile delle narrazioni.

 Nel  libro  Come cavalli  che dormono  in piedi ho  avuto modo  di  scoprire un racconto più intimo  dello  scrittore, una storia dedicata a suo  nonno che combatté, insieme a migliaia di  trentini  e giuliani, per l’esercito austro-ungarico in Galizia  (regione storica posta tra i  confini  di  Ucraina e Polonia), affrontando non solo la tragedia della guerra, ma anche l’angheria degli ufficiali  superiori  che vedevano  in questi uomini  solo  delle truppe allo  sbando, e che invece si  comportarono  degnamente guadagnandosi il rispetto  del nemico. 

Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi.

Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che prima che le foglie cadano il conflitto sarà finito. Invece non finisce.

E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave.

Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria.

Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina.

Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli.

L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Liguria a piedi: l’entroterra di Arenzano

Liguria

Camminare nel  contesto  della realtà contemporanea, parrebbe esprimere una forma di  nostalgia, oppure di  resistenza.

I camminatori sono persone singolari, che accettano per qualche ora o per qualche giorno di uscire dall’automobile per avventurarsi fisicamente nella nudità del mondo…

Tratto  da Il mondo  a piedi. Elogio  della marcia di David Le Breton

La Liguria è una regione montuosa….

Ebbene si: a dispetto  dell’esile fascia costiera, meta prediletta del  turismo estivo, la regione che mi ha visto  nascere un tot di  anni fa, ma neanche tanti  è prevalentemente un territorio montano  e collinare (come mostra l’immagine precedente ideata da Gatto  Filippo…prima o poi  dovrò pagarlo…ovviamente in croccantini).

Ed è dunque facile intuire come in pochi  chilometri in linea d’aria si  abbia la possibilità di  passare da un ambiente marino  a quello montano con peculiarità  da wilderness, proprio  come il percorso che vado  a proporvi nell’entroterra della cittadina costiera di  Arenzano.

L’itinerario escursionistico

Liguria
Lunghezza dell’intero anello Km 10,800 circa

Da Arenzano (in frazione Terralba) in auto percorriamo via Pecorara (molto  stretta)  che conduce verso  l’area picnic in località Curlo, parcheggiando qualche centinaio  di  metri più in basso  presso il ristorante Agueta du Sciria (nei  giorni  festivi è facile che il parcheggio  sia al  completo, quindi  bisognerà spostarsi  verso il Curlo).

Da qui, sulla sinistra, una sterrata ci  condurrà fino  al Passo Gua (localmente chiamata Pietra quadrata per la presenza di un masso…a forma quadrata), tralasciamo le indicazioni verso il Lago  della Tina (assolutamente da non trascurare come prossima meta) continuando  sulla sterrata.

Caratteristiche naturali (cenni)
Il percorso è situato nell’Alta Valle Leone una volta compresa nell’ambito territoriale della Comunità Montana Argentea e oggi in quella più ampia del Parco Naturale Regionale del Beigua.

L’ambiente si presenta aspro e selvaggio, dominato dalla presenza di erica arborea e da bosco misto formato da orniello, roverella,, leccio, prugnolo e, nelle zone più umide, da ontano bianco e ontano nero. Inoltre, nella parte terminale del percorso, è forte la presenza del pino nero austriaco risultato di un rimboschimento voluto dal Corpo forestale dello Stato negli anni ’30.

Tra la fauna è da segnalare la presenza del biacco (serpente assolutamente non velenoso) e della vipera (serpente velenoso ma molto meno di un cobra….).

Dal punto di vista puramente geologico l’ambiente è caratterizzato da rocce di origine metamorfica (serpentinite) formatesi 150 milioni di anni fa a partire da magmi provenienti dal mantello terrestre sul fondo di un mare esistente in quel periodo nella zona.

Nei pressi  del  riparo  Cianella sulla nostra sinistra troviamo  le indicazioni  verso  Ponte Negrone, percorriamo il sentiero che ora diventa in discesa e in breve arriveremo a una piccola area picnic (fonte) caratterizzata dalla  presenza di un castagno  centenario.

Liguria
L’area del Grande Castagno

La discesa verso Ponte Negrone non presenta nessuna difficoltà se non l’accortezza di  cedere il passo a qualche ciclista che piomba all’improvviso alle nostre spalle.

Liguria
Ponte Negrone

Il ponte stesso ha un interesse storico  poichè fu costruito nel passato per avere l’accesso all’acquedotto posto sul torrente Lerone le cui  acque consentivano il funzionamento  della cartiera Pallavicini in zona  Terralba, oggi  sede del  MUVITA (Museo  Vivo delle tecnologie per l’Ambiente).

Liguria
L’ambiente naturale visto dal ponte

Il Ponte Negrone è posto  alla confluenza dei rii Negrone e Leone (che formeranno il torrente Lerone)  che in questo punto scorrono formando delle pozze in un ambiente molto  suggestivo.

Attraversato il ponte, prendiamo la Via dell’Ingegnere (contraddistinto dal  segnavia con una I rossa in campo  bianco) la quale si inoltra nella valle del  torrente Negrone, dove, a un certo punto, alla nostra destra troveremo un sentiero  che si inerpica in direzione del  rifugio Sambuco (cartello indicatore).

Arrivati  al rifugio è doverosa una meritata sosta ricordando  che l’acqua delle due fonti lì presenti non è potabile. Inoltre, alle spalle del  rifugio, inizia un sentiero  di  raccordo che raggiunge a monte la Via dell’Ingegnere (tema di un mio prossimo  articolo).

Ritorniamo  sui  nostri passi  lasciandoci  alle spalle il sentiero da cui  siamo giunti  per percorrere quello in direzione dei  Ruggi (nel toponimo ligure la parola ruggi indica i rivoli d’acqua) ignorando il sentiero  che scende in basso verso il lago  della Tina.

Il percorso diventa a questo punto pianeggiante e interessante sia dal punto  di  vista naturale che per la presenza di alcuni  manufatti, come i  due ponti che attraverseremo e dei  quali i parapetti di  qualche centimetro  più alti  delle nostre ginocchia sconsigliano l’affacciarsi.

Liguria
Il primo dei due ponti con parapetto ridotto

Arrivati  all’incrocio con altri  sentieri non resta che prendere quello in direzione del  riparo  Cianella e Passo  Gua  per ritornare al punto  di partenza dove abbiamo  lasciato  la nostra automobile.

Liguria

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Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Deserto

Camminiamo  per imparare di più, per sconvolgerci, per esplorare, per visitare le brutture della vita.

Per portare a esse un soccorso.

É quindi un meditare coraggioso, una sfida verso  se stessi

Tratto  dal libro Filosofia del Camminare di Duccio Demetrio ⌋ 

Ma di  quale deserto  parlo?

Niente paura: non vi  sto proponendo di  affrontare il deserto  del Kalahari  per una sessione di  nordic walking ma, semplicemente, il deserto (con la D maiuscola) è quello che andremo a visitare nel percorso che troverete più avanti  e che si  trova nell’entroterra di Varazze compreso nell’area del  Parco  Naturale Regionale del  Beigua: L’Eremo Del Deserto.

Ricordando  che nella tradizione cristiana il deserto è inteso  come una sorta di isolamento  dal  resto  del mondo, utile alla ricerca di  se stessi e del contatto  con il divino, aggiungo  anche che coloro non credenti possono egualmente sperimentare tale ricerca interiore, specie in comunanza con la natura

La breve storia dell’Eremo del Deserto.

Deserto
L’Eremo del deserto visto dal sentiero che conduce verso il monte Sciguello

Nel 1614 padre Angelo di  Gesù Maria appartenente all’Ordine dei  carmelitani  scalzi, decise la fondazione di una casa eremitica affidandone il compito al  convento di  Genova che, a tale proposito, stanziò un primo  contributo  pari  a 500 scudi per l’acquisto  di un terreno.

Le offerte di  vendita di  terreni  andarono  da Capo Noli a Masone e fino  a San Remo, ma la scelta cadde su un’area dell’entroterra di  Varazze.

Il 21 dicembre 1615 venne concesso l’acquisto, ma a due condizioni: la prima era che se la funzione di  eremo fosse venuta meno il terreno  doveva ritornare nelle mani  della comunità di  Varazze.

La seconda condizione era che il Senato della Repubblica di Genova (dalla quale Varazze dipendeva) doveva dare il suo  assenso  per la costruzione dell’eremo.

Il 22 febbraio  1616 avvenne il primo  acquisto  di  terreno al prezzo  di 3.000 scudi, ma il Senato della Repubblica si oppose adducendo  al fatto che il passaggio  di proprietà faceva venire meno  la giurisdizione secolare in favore di  quella ecclesiastica.

L’intervento  di  Giulio  Pallavicini (governatore di  Savona) riuscì ad appianare la disputa con la clausola che parte del  terreno compreso nell’atto  di  acquisto rimanesse sotto  la giurisdizione della Repubblica di  Genova.

Finalmente il 18 marzo 1618 davanti  al generale dei  Carmelitani  Scalzi, Domenico  di  Gesù Maria, iniziarono i lavori che si protrassero per  quindici  anni fino  al  completamento della struttura monacale.

Domenico di  Gesù Maria stabilì, quindi, la clausura con scomunica, senza distinzione tra clero  e popolo, a chi avesse introdotto una donna nel perimetro del  convento. La scomunica, inoltre, veniva comminata a quei  frati  che uscivano  dal confine del  convento  senza averne prima chiesto l’autorizzazine al padre superiore.

Nel 1799 a seguito  della costituzione della Repubblica Ligure (che si  ispirava agli ideali della Rivoluzione francese), il Deserto  di  Varazze venne confiscato.

Arrivando  al  XIX secolo,  si  registrano  numerosi  passaggi  di proprietà del sito: il primo  acquirente fu il genovese Ignazio Pagano  che si  aggiudicò la gara d’asta per 40.000 lire. A questa vendita furono poste alcune limitazioni, tra cui  i più importanti quella di  disboscare i  terreni  coltivabili   e, al contempo, l’obbligo  di  coltivare determinate essenze (quali proprio  non lo so).

Alla morte di  Ignazio Pagano misero in vendita tutte le proprietà del  defunto  tra cui anche l’eremo e ciò permise, nel 1818, ai  Carmelitani  di rientrarne in possesso..

 Ma il travaglio  dei  frati non finì allora, perché il 29 maggio 1855, in base a una nuova legge promulgata dal  governo del  Regno  di  Sardegna stabilì il sequestro del convento  e la sua ennesima messa in vendita.

Saltando il resto  della storia che riguarda diversi  passaggi di proprietà (storia che potrebbe risultare  alquanto  noiosa), si  arriva al 16 dicembre 1920 quando, attraverso  un atto notarile, i Carmelitani rientrano in possesso  dell’Eremo  del Deserto officiando la messa il 1° gennaio 1921 .

Quella che segue è una piccola galleria fotografica riguardante la chiesa annessa all’eremo.

L’itinerario 

L’itinerario  prende inizio  nei pressi della sede della Croce d’Oro di  Sciarborasca (entroterra di  Cogoleto, subito  dopo la frazione di  Pratozanino) dove si può parcheggiare in un ampio  piazzale  (nei  giorni  feriali  è possibile che lo  spazio  venga occupato  per le  sessione di  scuola guida per le moto, quindi bisogna parcheggiare ai  margini, in alternativa,  sempre vicino alla sede della Pubblica assistenza vi è un parcheggio  molto più piccolo).

Deserto
Lunghezza del percorso: 14 chilometri e 800 m. (andata e ritorno)

All’incrocio  della strada verso il centro  di  Sciarborasca, si  prende la strada in basso  con l’indicazione Eremo  del  deserto.

Deserto

Dopo  qualche centinaio  di metri si  arriva a un’edicola in prossimità del  confine con l’area del Parco  del  Beigua.

Pur essendo a soli 278 metri  sul livello  del mare e a poca distanza dal centro  abitato, l’ambiente che attraverseremo  ha in suoi  certi  aspetti  può essere paragonato a quello montano: d’inverno la tramontana che scende dai monti intorno  fa si che le temperature d’inverno  siano  molto  basse, ovviamente d’estate si può godere di  temperature piacevoli  dovute alle correnti  d’aria.

Arriviamo nei pressi dell’antica portineria di  sant’Anna (un  tempo l’entrata principale del  complesso del  Deserto) passando  accanto  al  vecchio mulino (oggi  abitazione privata) e attraversando il ponte sul torrente Arrestra.

Volendo possiamo fare una deviazione sulla nostra sinistra per visitare il percorso  botanico dell’eremo, ultimamente, però, non molto  curato.

Deserto

Immediatamente dopo  aver passato  la vecchia portineria il percorso diventerà una ripida salita lunga all’incirca novecento metri che si  concluderà davanti all’ingresso  del convento: un po’ di  respiro (volendo  si può bere anche alla fonte lì accanto) per riprendere di nuovo  la strada, sempre in salita ma più lieve (sulla nostra sinistra una Via Crucis che si innalza nel  bosco  permette di  tagliare un tornante).

Deserto

Dopo  appena quattrocento metri arriviamo  a una seconda fonte posta sulla nostra destra (una terza e ultima fonte la si incontrerà adiacente a una grande casa a un quarto  della fine del percorso).

Dopo all’incirca  cinque chilometri dall’inizio passiamo  accanto  all’agriturismo  La Fonda e un’area picnic di proprietà dell’agriturismo  stesso (per l’utilizzo  dell’area è richiesto un piccolo  pagamento)

Deserto

A questo punto  ormai  mancano  meno  di  quattrocento   metri  per arrivare al  Passo del  Muraglione e cioè all’incorcio che a destra conduce verso i paesi di  Faie e Alpicella, sulla sinistra  un sentiero  condurrà in cima alla Madonna della Guardia di Varazze (prossimo  tema di un mio  articolo), mentre proseguendo per la strada arriveremo  a Campomarzio  e quindi  alla provinciale che conduce a Varazze.

Deserto

Adesso non ci  resta che ripercorrere la strada in senso  inverso (ma sempre con il ritmo del  nordic walking)

Variante lunga

Dal bivio raggiunto con il percorso descritto in precedenza si può proseguire seguendo la strada in salita verso la frazione di Faie. In questo caso la lunghezza del percorso in totale (comprensiva di andata e ritorno) sarà di 18 chilometri e 300 metri circa. Ricordo che dalla frazione di Faie si può raggiungere il monte Beigua, in questo caso il percorso diventa di tipo escursionistico

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Foresta della Deiva, l’escursione

Convento  di  san Francesco  di  Cairo

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Colle del Melogno, un itinerario tra faggi e storia

Colle del Melogno

Andavo per il bosco così, per mio  conto,

non cercare nulla era il mio intento.

Quando  vidi  nell’ombra un piccolo fiore,

lucente come stella, bello  come gli occhi

J.W. Goethe – Cento poesie –⌋ 

Il Colle del Melogno tra le righe della storia

Prima ancora di  descrivere l’itinerario  che dal  Colle del Melogno porta al  Gioco  di  Giustenice, attraverso  la 14° tappa dell’Alta Via dei Monti Liguri, mi sembra opportuno accennare alle vicende storiche avvenute in questi luoghi partendo  dalla lontana primavera del 1795  cioè quando  le truppe francesi, comandate dal generale Andrea Massena, per proteggersi  da attacchi verso  la riviera avevano predisposto una linea di  difesa lungo il passo  del  Melogno.

Il 25 giugno le truppe austriache, comandate dal  generale Eugène-Guillaume Argenteau, dopo  un’aspra battaglia conquistarono le fortificazioni francesi  poste  sul monte Settepani a controllo di  quelle poste lungo il passo del  Melogno.

Toccherà ai  francesi  riconquistare il Melogno nel  novembre dello  stesso  anno a seguito della controffensiva intrapresa nella Battaglia di  Loano.

 

Il forte Centrale del Melogno

All’incirca un secolo  dopo  i  fatti  riportati precedentemente, quindi tra il 1883 e 1895, viene realizzato lo Sbarramento  del Melogno dal  Regio  esercito italiano a difesa del passo  composto dal  forte Centrale, il forte Tortagna (oggi proprietà privata), il forte Settepani (zona militare) e la batteria di  Bric Merizzo

Il forte Tortagna fu  testimone di un drammatico  episodio  avvenuto il 27 novembre 1944: la cattura di 17 alpini del  Battaglione Cadore, inquadrati nella Repubblica Sociale di Salò e, in seguito,   giustiziati sommariamente dai  partigiani della V Brigata Garibaldi. 

Affinché  tutte le vittime di un’assurda guerra fratricida non siano dimenticate.

Dal Colle del Melogno al  Gioco  di  Giustenice (tappa 14 AVML)

Si parte dai 1028 metri  del  Colle del  Melogno, precisamente dal parcheggio del bar – ristorante La Baita,  che troveremo  di  fronte dopo  essere passati  sotto  il tunnel  del  forte centrale provenendo  dall’uscita autostradale di  Finale Ligure.

Il Colle del Melogno
Il valico del Colle del Melogno (1028 metri) separa il Gruppo del Monte Settepani da quello del Monte Carmo (secondo la classificazione SOIUSA). Esso è il valico delle Alpi Liguri in provincia di Savona che collega la riviera di ponente (Finale Ligure) con la cittadina di Calizzano in Val Bormida e il Piemonte attraverso la Val Tanaro, seguendo la SP 490
Lunghezza del percorso 18 chilometri circa (andata e ritorno)

Una lunga sterrata in leggera salita che aggira il parcheggio è l’inizio  della 14°tappa dell’Alta Via dei  Monti  Liguri (cartelli indicatori  e segnavia indicano  la giusta direzione).

Colle del Melogno
Ma chi sarà la fanciulla ritratta?

Dopodiché, arrivati davanti  al  cancello in fotografia, entriamo in quella che viene considerata la più bella faggeta della Liguria e una delle più belle d’Italia: la Foresta della Barbottina (non so  perché si  chiama così, se qualcuno  di voi  lo sa può lasciarmi un messaggio).

Colle del Melogno
I faggi del Bosco della Barbottina

Usciti  dalla Foresta della Barbottina troveremo la casetta della Forestale con alcune panche per la sosta.

Colle del Melogno
La casetta della Forestale

Adesso  non ci  resta che proseguire mantenendo  la linea retta del  sentiero fino  ad arrivare alle cosiddette Rocce Bianche, punto panoramico  del percorso.

Continuiamo sull’ampio  sterrato seguendo  sempre i  segnavia dell’Alta Via fino a una deviazione a destra che, innalzandosi brevemente, ci porterà al terminale di  tappa e cioè il Gioco  di  Giustenice  a 1139 metri  di  quota.

Colle del Melogno
Terminale di tappa al Gioco di Giustenice (1139 metri)

Dal Gioco  di  Giustenice si  diramano i sentieri  verso il monte Carmo (0,30 minuti) oppure, proseguendo in discesa, verso il rifugio  di Pian delle Bosse (841 metri)

Per il ritorno possiamo riprendere il percorso dell’andata oppure seguire l’ampia sterrata che svolta a destra.

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Pomposa, l’abbazia nel Delta del Po

Pomposa

Il nome di  Pomposa era giunto  glorioso fino  a noi ma come avvolto fra le nebbie delle leggenda perché la vecchia Abbazia avulsa per secoli dalla vita degli uomini, perduta nella immensa pianura padana e quasi irraggiungibile, sembrava l’eco  affievolita di una civiltà lontana, spersa nel  buio  del Medioevo

Tratto  da L’abbazia di  Pomposa di  Mario  Salvi

 Per visitare l’abbazia di  Pomposa

Pomposa
Abbazia di Pomposa (immagine tratta dalla pagina Cathopedia)

Sono certa che in rete, ma anche nelle biblioteche pubbliche (non dimentichiamole), troverete molto più di  quanto io possa scrivere sull’Abbazia di Pomposa per cui quelle poche parole  del  sottotitolo sono da intendersi  come l’invito a visitare quella che considero  essere tra le  più belle abbazie italiane.

Una visita all’Abbazia di  Pomposa potrebbe essere integrata con  quella della Riserva Naturale del  Gran Bosco  della Mesola integrata nel  Parco Delta del  Po, dato  che la distanza tra i  due luoghi  ne permette la visita in giornata (è meglio, comunque consultare gli orari di visita e i giorni  di  apertura per  entrambi i siti).

Per prenotare una visita e per altre informazioni  sull’Abbazia di Pomposa (anche di  natura gastronomica) è disponibile questa pagina

Cenni  storici e architettonici

Pomposa

 Quello  che segue è solo una piccola  cronologia della storia millenaria di Pomposa partita con l’insediamento di una prima comunità in quella che veniva chiamata l‘Insula Pomposiana tra il VI e il  VII secolo d.C. (il pdf è stato  generato partendo  dalla pagina di  Cathopedia relativa all’abbazia)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Galleria fotografica (©caterinAndemme)

Il libro in anteprima 

Chi meglio di Marcello  Simoni,  archeologo  e scrittore può accompagnarci in una visita nei  Misteri dell’abbazia di Pomposa?

Da un maestro del giallo storico, il racconto affascinante e mozzafiato della misteriosa abbazia di Pomposa.

Un saggio illustrato che si legge come un romanzo, in cui Marcello Simoni svela i segreti nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, una vera e propria Bibbia di pietra in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.

Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale. Un viaggio – illuminato dai disegni dell’autore – nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, rivelati dalla scrittura appassionante dell’autore italiano di thriller più tradotto al mondo.

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Fabbriche di  Carregine si mostra (nel 2021)

Convento  di  san francesco  di  Cairo

Nel  Delfinato tra laghi  e crêpes

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