L’anello del Groppo Rosso In Val d’Aveto (i sentieri della Liguria)

 

 

Il Groppo  Rosso (1.597 metri)  è situato  nell’Appennino  ligure a ridosso del paese di  Santo  Stefano d’Aveto in provincia di  Genova, al confine con la provincia emiliana di Piacenza.

Il Groppo  Rosso è compreso  nel Parco  regionale naturale dell’Aveto.

La Val  d’Aveto 

Il Mar Ligure non è poi così lontano se ne misuriamo  la distanza in linea d’aria: tutt’altra cosa considerando  che la Val d’Aveto (cuore dell’Appennino  ligure – emiliano) è lontana sia dai  centri urbani costieri  più grandi ma, soprattutto, dalle grandi  arterie stradali, per cui bisogna mettere in conto un tragitto lungo  strade piuttosto  tortuose  (cioè con un’infinità di curve).

Il premio alla fine del  viaggio  (qualunque sia la meta) è la bellezza del paesaggio che, dimenticando di  essere nell’Appennino e a poca distanza (sempre in linea d’aria) dal  mare, ci  fa sembrare di  essere giunti molto  a nord, nelle Alpi.

D’altronde i folti  boschi, i laghetti  di origine glaciale e fioriture che , per l’appunto, si  trovano  sulle Alpi concorrono  all’inganno facendoci  credere di  essere capitati in una vallata austriaca o svizzera.

Il Parco  naturale regionale dell’Aveto è il custode di  questa grande varietà di  ambienti  e biodiversità

L’anello del  Groppo  Rosso 

Due sono le cose che si possono intuire dall’immagine e cioè che l’itinerario risale a un periodo molto più fresco  rispetto a questa più che torrida estate e, come secondo punto: si, mi piace essere fotografata (solo  da chi  ne ha il permesso)

Il Groppo Rosso (1597)  si  staglia sullo  sfondo sulla bella cittadina di  Santo Stefano  d’Aveto (siamo nel Parco  naturale omonimo) da cui  partiremo e ritorneremo  a conclusione dell’anello.

Il tempo  totale necessario  per portare a termine l’escursione e di 3, 30 – 4,00 ore escludendo  eventuali  soste (anche quelle per la pipì).

 

 

Dal  castello di  Santo  Stefano (aperto  solo in determinate occasioni) si  seguono sulla sinistra i  segnavia posti  dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), in particolare un cerchio  giallo  vuoto  (con meta finale il Lago  Nero) e un rombo  giallo pieno  (con meta finale il monte Maggiorasca)

Dopo all’incirca tre quarti  d’ora di  cammino troveremo  il segnavia contraddistinto dalla sigla A14 che indica, appunto, il percorso ad anello del  Groppo  Rosso.

Arrivati  alla frazione di Roncolongo procediamo su  asfalto per qualche centinaio  di  metri in direzione di  Rocca D’Aveto facendo  attenzione sulla sinistra dove inizierà il sentiero  vero  e proprio (nei pressi una fonte per riempire le nostre borracce).

L’edicola in legno che incontreremo all’inizio del sentiero da Rocca d’Aveto

Dopo un’ora  e mezzo  di  cammino si  arriva nei pressi del Prato  della Cipolla

Il sentiero prosegue verso il Prato della Cipolla

Un tempo  il prato  era occupato da un laghetto  di  origine morenica, formatosi  con il trasporto a valle di  rocce e sedimenti ad opera di  ghiacciai in lenta discesa verso  valle formando, in questo modo, un cordone morenico.

Il successivo  deposito di  sedimenti  terrosi argillosi, ha determinato l’impermeabilizzazione del substrato e la formazione del  lago.

Il continuo  apporto di  terreno, dovuta all’erosione superficiale del monte Buio  e Maggiorasca (le vette più alte dell’appennino  ligure) ha contribuito al progressivo interramento del  lago e la formazione di un habitat vegetale tipico  delle zone umide.

Il rifugio con il Dente della Cipolla alle spalle

Proseguendo lungo il Prato  della Cipolla si  arriva al  rifugio omonimo sovrastato dal  Dente della Cipolla alla cui  cima si può accedere per mezzo  di una via ferrata consigliata solo per alpinisti  esperti.

Dal rifugio ritorniamo  indietro  sui  nostri  passi  (si  tratta di  ripercorrere poche centinaia di  metri) e riprendiamo  il sentiero  A14.

Il rifugio Astass (Associazione Sportiva Turistica Amci di Santo Stefano d’Aveto)

Camminando, camminando ed ancora camminando, si  arriva al  Rifugio ASTASS a 1.584 metri  di  quota: è un rifugio non custodito,  ma abbastanza attrezzato per poterci  dormire la notte.

 

Da questo  punto, e in soli  dieci  minuti, si  arriverà alla meta e cioè il Groppo Rosso con il suo belvedere su  Santo  Stefano  d’Aveto.

In realtà il Groppo Rosso è il contrafforte del Monte Roncalla e rappresenta il punto più elevato dell’anello.

Per ritornare al punto  di partenza, cioè  a Santo  Stefano  d’Aveto,  si  segue il segnavia rombo  giallo pieno, lasciandoci  alle spalle il Groppo  Rosso.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

La (ri)nascita del Sentiero Italia


Non perdere la voglia di  camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno  stato  di  benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li  ho avuti  mentre camminavo e non conosco pensiero così gravoso  da non essere lasciato  alle spalle con una camminata…ma stando  fermi si  arriva sempre più vicini  a sentirsi malati.. perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Bruce Chatwin

Nascita e rinascita del  Sentiero Italia

Trentotto anni fa  a Riccardo  Carnovalini  venne  l’idea di unire l’Italia in un unico  percorso escursionistico dal nord al  sud (oppure dal  sud al  nord se preferite) attraverso Alpi  e Appennini, calcando i  grandi itinerari  quali la Gea, l’Alta Via dei  Monti Liguri, la Grande Traversata delle Alpi, le Alte Vie della Val d’Aosta, dell’Adamello: solo per citare alcuni  dei  più interessanti percorsi naturali  della nostra penisola.

 

Come ho  scritto in precedenza il seme di  questa grande avventura venne in mente a Riccardo  Carnovalini nel 1981 poi, più concretamente, sul finire degli  anni’80 venne costituita l’Associazione Sentiero Italia (con presidente lo  stesso Carnovalini) e a seguire, due anni  dopo, il Club Alpino Italiano mise la sua firma al progetto durante la presentazione della Grande escursione appenninica tenutasi a Castelnuovo  Garfagnana (Lucca) il 19 giugno 1983.

Con l’aiuto  della stampa specializzata (tra cui  Alp  e la Rivista della Montagna interessanti riviste del  settore non più pubblicate) e, dopo  dodici  anni  dalla presentazione a Castelnuovo  Garfagnana, il Sentiero Italia finalmente parte:  a Riccardo  Carnovalini nel promuovere l’iniziativa si  aggiunsero altri nomi di distinguo  nell’editoria specializzata come Roberto  Mantovani  (allora direttore della  Rivista della Montagna), Giancarlo  Corbellini, Franco  Michieli.

Ma il Sentiero Italia non avrebbe raggiunto il suo  scopo  se, a questi nomi famosi, non vi fossero  aggiunti  quelli  delle persone comuni, ma amanti  delle camminate e della natura,  che hanno  accompagnato i promotori  nelle diverse tappe del percorso  lungo tutta l’Italia.

Nel  documento  che segue, tratto  dal  sito Sentiero Italia CAI  , la storia essenziale del progetto e dei  suoi ideatori

sentieroitalia.cai.it-La storia

Il Sentiero Italia nel 2019

 

Seniero Italia cartina
Il tracciato del Sentiero Italia

Con il progetto  Sentiero Italia abbiamo  un sogno, quello  di unire l’Italia in un grande abbraccio

attraverso la percorrenza a piedi degli  straordinari  territori che il nostro  Paese è in grado  di  offrire non appena si abbandona la strada asfaltata

Vincenzo  Torti, Presidente Generale CAI  

Nel 2018 il Presidente generale CAI Vincenzo Torti si prefigge di porre il progetto di  riqualificazione e recupero della sentieristica riguardante il Sentiero Italia, per poi presentarlo  nella nuova veste in occasione dell‘Anno del  cammino  lento 2019  .

Il CAI, con l’aiuto di  tutti  Gruppi regionali, ha iniziato il lungo  lavoro di  ripristino  e manutenzione dei  sentieri in contemporanea con l’adeguamento  dei posti  tappa.

In questa prima fase del progetto si  ripercorrerà il Sentiero  Italia originario, individuando le varianti  al percorso  dove necessario, dopodiché anche la segnaletica verrà rivista adottando il modello  europeo (le classiche bande rosse e bianche).

A questo  lavoro  sul campo, si  aggiunge l’aiuto  della tecnologia che per mezzo della tecnologia WebEasy  GIS (sviluppata da GPSBrianza) ha tracciato molti dei  percorsi escursionistici  del Sentiero Italia

WEBEASYGIS-Dettagli (ITA)

 

Se avete intenzione a partecipare al cammino  a tappe del Sentiero Italia, vi  rimando  al calendario pubblicato  sul sito  CAI.

 

Per terminare vi  segnalo  l’iniziativa editoriale del  National Geographic unitamente al Club Alpino Italiano dedicata al Sentiero Italia con il  titolo  Le Montagne Incantate: una serie di 9 volumi a cedenza mensile (quello  di luglio è il terzo dell’elenco)  al prezzo  di 12,90 euro  ciascuno

Un cammino in compagnia di prestigiose firme giornalistiche e dei più noti specialisti della montagna, di famosi alpinisti, storici e scrittori. Un viaggio tra le nostre montagne che si avvarrà della cartografia National Geographic – Libreria Geografica e che sarà una festa dello sguardo, grazie alle bellissime immagini de “L’Altro Versante”, un team di fotografi professionisti che ha fatto delle vette le loro muse e che è stato fra i primi ispiratori della collana. Un’occasione unica per scoprire i paesaggi che tutto il mondo ci invidia.

Alla prossima! Ciao, ciao….

L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

La Valle delle Meraviglie: un itinerario per ammirare le incisioni rupestri

Il Cristo - Valle delle Meravilgie
Il Cristo
Ph: Philippe Kurlapski

Nella Vallée des Merveilles sono  state scoperte più di  35.000 incisioni rupestri  preistoriche, tra le quali numerosi  figure di  armi (pugnali  e alabarde) risalenti soprattutto all’età del  rame (III millennio  a.C.) e in misura minore all’antica età del  Bronzo (2200- 1800 a.C.).

Incisioni rupestri Valle delle Meravilgie

Sono presenti  anche figure più antiche, in particolare reticolati  e composizioni  topografiche (nell’area di  Fontanalba) databili  al  Neolitico (V e IV millennio a.C.)

Estratto  da Wikipedia alla voce La Valle delle Meraviglie

La Valle delle Meraviglie brevissimamente 

Il nome Valle delle Meraviglie fu  utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime scritta dallo  storico Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza, 11 novembre 1692), quindi ritroviamo  il toponimo nella carta del Theatrum Statuum Sabaudiae  (1682) e in quella di  Jean- Baptiste Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi  viene utilizzato a indicare quella particolare zona delle Alpi  Marittime

Due parchi naturali interessano  l’area delle Alpi  Marittime: il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime.

I due parchi dal 1987 sono gemellati e proposti  come patrimonio  universale dell’umanità dall’UNESCO

Itinerario 

Prima di  descrivere l’itinerario  che da Casterino  porta al  Lac Vert di  Fontanalba, il mio  suggerimento è quello di  visitare prima il Musée départemental   des Mervelleis  a Tende che, oltre essere un valido  punto di partenza per la conoscenza della storia della Valle delle Meraviglie, è il centro  di  ricerca per l’arte rupestre del  Monte Bego.

Dopo la Seconda guerra mondiale la Francia ottenne l’ammissione dei  territori  di  Tenda e Briga come disposto nel  trattato  di pace firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 entrato in vigore il 15 settembre 1947.

Da Casterino al Lac Vert di  Fontanalba (…seguitemi) 

 

L’autrice durante una sosta presso la Casa del Parco (Gias des Pasteurs)

Naturalmente l’itinerario  che vi propongo  è solo  uno dei  tanti  che possono  essere effettuati in questo   meraviglioso parco  naturale, vi  basterà una ricerca  in rete per avere una miriade di  risultati.

Vi  ricordo, inoltre,  che alcuni sentieri non possono  essere percorsi  se non con l’accompagnamento di una guida del  Parco ( non quello da me proposto).

La partenza è da  Casterino (1.546 m.), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 m) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

Da qui in poi entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco (nel mio  caso una guardaparco) ci  darà tutte le informazione per una corretta visita del sito.

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

 

La Via Sacra
© caterinAndemme

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici.

Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In breve arriveremo di nuovo  all’ingresso della zona protetta  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

La durata del percorso  è di  circa cinque ore, escludendo  le soste per ammirare le incisioni  rupestri e mangiare un panino (anche lo  stomaco  ha i  suoi  diritti)

Alla fine dell’articolo  troverete una galleria fotografica che illustra il percorso.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Galleria fotografica (© caterinAndemme)

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Camminare ascoltando i nostri piedi: è il Barefooting

Liberare i piedi  è alla base del  Barefooting, filosofia che sta raccogliendo sempre più seguaci.

Perché piace? perché è liberatoria.

All fine di una giornata sui  trampoli, non a caso, il godimento più grande è lanciare le scarpe fuori  dal radar.

Ma c’è di  più.

Camminare scalzi è salutare.

A cosa serve?

Concordano  gli  esperti: alla circolazione del sangue, ai piedi  stessi che si  rafforzano, a migliorare la termoregolazione e la postura, permette un massaggio naturale soprattutto su  superficie ruvide.

Ma soprattutto, ha il potere di  regalare pace alla mente.

Irene Maria Scalise  

Camminare, camminare e ancora camminare ascoltando i nostri  piedi 

Non so se quell’uomo vestito  elegantemente, che ho incrociato in un mattino di  novembre nella via principale di Genova (via XX settembre per chi  di  Genova non è) fosse un cultore  del  Barefooting, ma quel  suo  camminare a piedi  nudi – a parte un anello nel minolo,  cioè il quinto dito  del piede partendo  dall’alluce – mi ha lasciata alquanto perplessa perché, notoriamente, le strade delle nostre città non sono i  luoghi igienicamente più soddisfacenti per una simile pratica.

Cosa ben diversa se le nostre estremità assaporano la tenerezza dell’erba o l’acqua (quasi  sempre gelida) di un torrente.

D’altronde i  nostri antenati camminavano a piedi  nudi (ben prima dell’invenzione del famigerato  tacco 12) e chissà quante cacche di  mammut hanno calpestato..

Il piede: componenti

 

I nostri piedi, quindi  sono autentiche macchine da guerra, strutture complesse che dobbiamo riscoprire: anche camminando  a piedi  scalzi in casa.

In ogni  caso non possiamo pretendere di  camminare ovunque a piedi  nudi: no ai marciapiedi  delle città, tanto  meno  su  sentieri che richiedono calzature adatte a percorrerle, ancora meno camminare a piedi  nudi  sui  carboni  ardenti  (pratica che trovo un pochino  idiota).

Il Barefooting ha i  suoi  luoghi nati appositamente dove poterlo  praticare in tutta sicurezza e tranquillità, ad esempio il Trentino offre 8 percorsi di Natural Wellness ai piedi  delle Dolomiti, oppure spostandoci più a sud nel  Lazio a Vitorchiano (nella Tuscia) c’è il Parco  dei  5 sensi che offre giornate di  benessere con camminate a piedi  nudi, yoga e musica all’aperto  (ovviamente si  mangia bio).

Sul Barefooting si sono scritti  anche dei libri: per l’anteprima di  fine articolo ho scelto Con la terra sotto i piedi  di  Andrea Bianchi

Buona lettura, buon fine settimana e (eventualmente) buone camminate a piedi  nudi.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Anteprima del libro  Con la terra sotto  i piedi  di  Andrea Bianchi

Copertina del libro Con la terra sotto i piediPerché, e come, una camminata a piedi nudi negli spazi di un antico giardino, sulla neve e sulle rocce dolomitiche d’alta quota o lungo le alture riarse di un’isola della Grecia può farci tornare bambini, nuovamente in contatto con le energie primordiali di una Madre Terra a cui la nostra vita è intimamente connessa?

Andrea Bianchi ci aiuta a rispondere a questa domanda attraverso un viaggio nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima: levandoci le scarpe per togliere ogni possibile filtro al contatto con gli elementi naturali, ci troveremo su un percorso la cui traccia invisibile emerge un passo dopo l’altro. Un cammino lungo il quale si sviluppano l’attenzione mentale e l’equilibrio del corpo, il radicamento con la Terra e la capacità di volare lontano, “al di là dei confini del mondo”, come i trenta uccelli di cui narra la poesia mistica persiana. Incontreremo così i temi più attuali dell’ecologia – la biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita – e gli insegnamenti spirituali della Filosofia perenne, e assisteremo al colloquio in una notte senza tempo con il centenario Spiro Dalla Porta Xydias, lo scrittore e alpinista cantore del “sentimento della vetta”.

Giungeremo infine, a piedi nudi, nelle Terre Alte, al limitare del punto di ascolto perfetto, da cui si possono udire le vibrazioni più sottili di quell’armonia universale che ci fa sentire vivi.

Un viaggio e un racconto dopo il quale ripartirete subito alla ricerca del sentiero erboso più vicino per togliervi le scarpe, e camminare con la Terra sotto i piedi.

Viaggiare, si viaggiare (ma come?)

©caterinAndemme
Alla fermata del treno
© caterinAndemme

Arrivare è come dire: <<E’ stato  bello  restare, ma adesso  devo  andare>>

Caterina Andemme 

Quanti per modi per viaggiare

Viaggiare con ogni  mezzo, pur di  viaggiare, spostarsi  da un luogo  all’altro per vedere nuove genti, per fare amicizia e BLABLABLA: dai  lo sappiamo  tutte quanto  sia bello  viaggiare, ma come?

Escluderei il teletrasporto perché mi  toglierebbe il bello di  ciò che è nel mezzo  dal punto  A al punto  B (forse, ma solo  forse, utile per il pendolarismo da casa all’ufficio e  viceversa).

Come del  resto eviterei di usare un dromedario (o cammello..qual è la differenza?), una mongolfiera, un monopattino, un risciò..

Ovvio che non rinuncerei mai a quel  supporto  che la natura ci  ha fornito  e cioè le gambe.

Mezzi  alternativi   

Facciamo  finta che la solita meteora vagante nello spazio abbia deciso di finire il suo  peregrinare sul tetto  della nostra auto e che noi  eravamo in procinto di partire per un dove trovandoci, quindi, senza mezzo  meccanico  di locomozione: cosa facciamo? .

L‘autostop?

Non credo proprio: è passato  di moda e comunque nasconde delle insidie.

Al  suo  posto c’è BlaBlaCar che propone, ad esempio  un viaggio Genova – Milano  da 13 euro a 8 euro.

Non avendo  mai  utilizzato  questo  servizio  non so da cosa dipenda la differenza di prezzo, ma ho  notato  che sono le donne guidatrici  ad essere le meno  esose.

Esiste un rating che certifica la competenza di  chi  è al  volante, come un elenco delle cose per comprendere la persona , ad esempio M****E ci informa che gli  animali sono benvenuti a bordo (anche se hai un   San Bernardo sbavacchioso?); preferibilmente non si  fuma (altrimenti  ti  abbandona al primo  Autogrill) e che le chiacchiere sono ammesse a secondo  dell’umore (il mio o  il suo?).

Sempre su quattro  ruote (forse qualcuna di più) è il servizio  offerto  da Flixbus economico ma ricordiamoci  che siamo  sempre su un autobus per quanto ultra comodo  (così dicono i  gestori).

Prendiamo ad esempio che io  voglia andare a Barcellona da Genova questo  fine settimana, il prezzo  del  biglietto  è di 89,99 (novanta..dai) partendo alle 20.50 e arrivando a Barcellona alle 8.45 senza cambio, cioè 11 ore e 55 minuti  di  viaggio ( e la pipì?)

Il treno

Sarà perché lo prendo ogni  giorno (faccio parte del bistrattato popolo dei  pendolari, a bistrattarci   è Trenitalia), sarà per il suo  fascino (volete mettere un viaggio  sull’Orient Express?), sarà perché sul treno posso  leggere, ascoltare la musica, guardare il panorama dal finestrino, guardare il vicino  che mi  guarda con insistenza facendogli  capire che non è cosa: insomma il treno  ha il suo indubbio fascino.

Il biglietto  del treno, a secondo  della tratta, non è dei più economici ma esiste un modo di  viaggiare in Italia e in Europa risparmiando  utilizzando il servizio  di Interrail: 250.000 chilometri di lunghezza complessiva dei  percorsi in Europa (1.600 chilometri il tratto più lungo  tra Parigi  e Varsavia) con tariffe dei  Global  Pass decisamente appetibili.

Se una volta Interrail era un modo  di  viaggiare prerogativa dei più giovani, da un po’  di  tempo  si  è data questa possibilità ai  diversamente giovani che apprezzano  molto, tanto  che si  è calcolato un aumento del 60 per cento  di  viaggiatori  senior che acquistano un Global  Pass

Concludendo

Ho volutamente tralasciato l’aereo come veicolo  di  trasporto  perché mi sono concentrata piuttosto sul viaggiare slow, quello  che prevede la lentezza al posto  della frenesia della velocità, il dormire in ostelli o B&B ( ma anche in tenda o in rifugio) al posto degli  Hotel super fashion, con uno  zaino  al posto  della valigia firmata, il cercare il cibo nei  sapori  locali e non quello  stellare (soprattutto  nel prezzo) dei locali modaioli, fotografare quello  che è intorno  e non farsi  continui selfie e…e potrei  continuare all’infinito ma preferisco  augurarvi un buon fine settimana 

Alla prossima! Ciao, ciao…….

Camminare d’inverno all’aria aperta per combattere il disordine affettivo stagionale

Un giorno d’inverno
© caterinAndemme

Benché i piedi  dell’uomo non occupino  che un piccolo  spazio sulla terra,

è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare

sulla terra immensa.

Zhuāngzǐ

L’inverno all’aria aperta

Se un giorno  d’inverno, magari  di  domenica,  inizia a nevicare e gli orsi polari  sono  gli unici a circolare per le vie della vostra città (cosa che in Alaska potrebbe capitare,  ma non alle nostre latitudini), cosa pensate di  fare?

A) Mi rintano sotto  la trapunta uscendo  solo per espletare le funzioni  vitali (e solo  quelle)

B) Divano + coperta + tisana + Netflix = Non ci  sono  per nessuno 

C) Non vedo l’ora di  uscire, di  rendere le mie gote rosse dal  freddo (se il colore passa al  blu:  attenzione non vi  siete vestite adeguatamente e state congelando) e di  respirare aria pura.

Io opto per la terza risposta, voi  fate quello  che volete ma sappiate che camminare,   correre oppure fare del  nordic- walking  nel  freddo  è una fonte di  benessere.

Lo dice (anche) John Sharp  psichiatra specialista del disordine   affettivo  stagionale presso il Beth – Israel Deaconess Center di  Boston:

La tendenza a starsene al  chiuso  quando  è freddo è naturale ma non è una buona ricetta per sentirsi  meglio: troppa poca luce solare producendo  stress crea un disagio  psico – fisico rendendo l’individuo incline alla depressione.

Immagino  che la professione di John Sharp, cioè quella di psichiatra, vi  faccia pensare che uscire al  freddo  d’inverno  sia una cosa da pazzi.

Potrebbe esserlo  se decidessi  di uscire vestita della sola pelle piuttosto  che  con un vestiario  sportivo  adeguato (quindi  non con la pelliccia che abbiamo  sottratto all’orso polare).

Benefici 

⇒ La luce solare fa aumentare la quantità di  serotonina cioè l’ormone della felicità combattendo, quindi, i casi  di depressione leggera legati  alla stagionalità 

⇒ Stando  all’aria aperta aumenta la produzione di  vitamina D che attiva il rilascio  di  serotonina, aumenta l’assorbimento  del  calcio nelle ossa, combatte le infiammazione  potenziando  il sistema immunitario  

Oltre a questi indubbi  vantaggi  fisiologici, fare attività fisica al  freddo aiuta anche alla mindfulness cioè quella meditazione – non meditazione alla portata di  tutti che semplifica un po’ (molto) la nostra vita (ne ho parlato in questo  articolo).

Alla prossima! Ciao, ciao…….


Il libro 

Ho iniziato  con la citazione del  filosofo  cinese Zhuāngzǐ tratta dal libro di David Le Breton Camminare – elogio  dei  sentieri e della lentezza

David Le Breton torna sullo stesso tema di Il mondo a piedi (Feltrinelli, 2001 “come un camminatore che, anni dopo, torna su un percorso che ha immensamente amato”. Uomo di grande sensibilità e cultura, illuminato interprete del suo tempo, Le Breton raccoglie in queste pagine schizzi paesaggistici, riflessioni e aneddoti sul camminare e sui camminatori, rievoca tradizioni e personaggi storici e ci offre un punto di vista inedito e ispirato su un aspetto insolito del viaggio. Percorrere sentieri e rotte insolite, sondare foreste e montagne, scalare colline solo per il piacere di ridiscenderle, poter contare solo sulle proprie forze fisiche, esposti di continuo agli stimoli del mondo fuori e dentro se stessi: questo è il camminare, un anacronismo in una contemporaneità che privilegia la velocità, il rendimento, l’efficienza. Per Le Breton camminare è un lungo rito d’iniziazione, una scuola universale, una filosofia dell’esistenza che purifica lo spirito e lo riconduce all’umiltà, un atto naturale e trasparente che restaura la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente e ricorda il sentimento della nostra esistenza.

Anteprima del libro Camminare di  David Le Breton 

Le Tavole di Courmayeur: le regole da seguire per chi frequenta la montagna (e non solo)

Piano del Valasco (Comune di Valdieri) / Parco naturale delle Alpi Marittime 
©caterinAndemme

Considerazioni dietro a una domanda

<<Come mai, secondo te, gli italiani arrivarono in ritardo  rispetto  ai  francesi  e noi  inglesi nella conquista delle Alpi?

E soprattutto, perché in Italia la cultura delle montagne non è particolarmente diffusa neppure oggi? Così almeno  mi  è sembrato  di  capire. A parte gli  alpinisti  e chi  le frequenta, fuori  da quest’ambito sembra esserci  disinteresse, un po’ d’ignoranza.

Mi sbaglio?>>

Questa domanda venne posta da Laura McCaffrey, direttrice   della rivista Outdoor,  un giorno della primavera 1993 a Marco  Albino Ferrari   durante un’escursione in Val Ferret.

Marco  Albino  Ferrari, che ricordo  essere stato  fino  all’anno  scorso (cioè pochi  giorni fa) il direttore della rivista Meridiani  e Montagne e della quale ricoprirà il ruolo  di  direttore scientifico, riportò la domanda nel  suo libro  Alpi  segrete con una risposta che in effetti era un’altra domanda:

“Perché noi  italiani – pur abitando un territorio che per il 54 per cento è montuoso – abbiamo  una così scarsa cultura delle Terre Alte? Perché  solo  gli  alpinisti e coloro che la frequentano conoscono  il mondo  delle montagne, la sua storia, la sua epica?

Naturalmente, sia lui  che Laura McCaffrey potrebbero dare una risposta molto più approfondita di  questa mia mia semplice considerazione: non c’è interesse a divulgare la cultura delle Terre Alte perché non vi è un tornaconto economico, il più delle volte, oppure, se questo esiste,  rimane nell’ambito di uno sfruttamento  del  territorio  (piste da sci, alberghi, impianti  di  risalita e blablabla )  che non ha nulla a che vedere con la conoscenza dell’ambiente montano  in tutti  i  suoi  aspetti culturali, ecologici e naturalistici.

Camminare è bello, ma farlo  con rispetto lo è ancor di più 

Non sono  una alpinista anzi, come scriveva Enrico  Brizzi nel libro  Il sogno  del  drago  (di cui   ho  già scritto in quest’articolo) , sono piuttosto un’orizzontalista (per il significato  vi  rimando  all’articolo citato in precedenza) con una certa esperienza  fatta di cammini per sentieri e carrarecce in montagna, in mezzo  ai  boschi,  qualche volta le suole dei miei scarponcini hanno macinato  chilometri  anche sull’asfalta nelle tappe di  avvicinamento, ho incontrato quindi molte persone che amano  come me   camminare e godere di  ciò che la natura offre e insegna.

Eppure, di  rado per fortuna , sono stata testimone di episodi  riprovevoli come, ad esempio, spazzatura non raccolta per essere riportata a valle, mezzi motorizzati che scorrazzano dove esiste un divieto per essi, raccolta di  fiori e pianticelle che hanno il destino  di  seccarsi in casa e quindi  diventare elemento per la raccolta dell’umido,  ciclisti  che si  lanciano  a rotta di  collo giù per i sentieri magari travolgendo la povera escursionista (indovinate chi?) che ignara della loro presenza se li ritrova dietro una curva, cacciatori (si, anche loro) che ti guardano  come se tu  fossi una derelitta  che (chissà perché)  se ne va in giro  per i sentieri con uno  zaino e ancora blablabla.

Risolto in poche righe questo mio sfogo lascio  subito  lo spazio all’elaborazione di una serie di  regole per chi  frequenta le montagne (dall’escursionista all’alpinista, dall’arrampicata sportiva all’uso  della mountain bike)  frutto della passione di un uomo, ingegnere e accademico  del  Club Alpino Italiano e cioè Giovanni Rossi   (purtroppo  scomparso il 3 aprile 2018) che le ha codificate in un testo che prende il nome di Tavole di  Courmayeur (vedi il box seguente) e di  cui  si parlerà in un workshop nella prossima primavera a Courmayeur (e dove se no?).

Alla prossima Ciao, ciao……. 


 Le tavole di  Courmayeur 

 


Alpi segrete di  Marco  Albino Ferrari (anteprima)

Visto che ho  parlato  di  questo  libro (molto bello  ed interessante) eccovi l’anteprima e descrizione:

Pochi sanno delle Alpi segrete. Eppure lassù si nascondono itinerari e storie che non si faranno dimenticare. “Le Alpi segrete sono isole meno note del grande arcipelago alpino. Isole dove sopravvive la convinzione che esistano tipi fisici speciali, o dove si trovano i segreti di vecchi alpinisti, o dove ricompare l’orso, o dove si riscoprono antiche chiese affrescate. Le Alpi segrete sono spazi sfuggiti a quel turismo che mira alla definizione di rassicuranti stereotipi. Sono invisibili perché programmaticamente ignorate dalla nostra cultura.” Quando si dice Alpi, i più pensano subito alle solite (poche) cime famose: il Cervino, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, le Dolomiti. Oppure alle località più alla moda. In realtà questi luoghi dell’industria del turismo non sono che spazi circoscritti. Oltre alle montagne da cartolina, si apre, infatti, il vasto ‘mare alpino’, un mondo appartato, in gran parte sconosciuto. Marco Albino Ferrari, che nel corso degli ultimi vent’anni ha percorso quelle vallate e quelle cime, racconta le loro storie e ci accompagna fra meraviglie ormai destinate a sparire nell’oblio, fra i ricordi dell’antica società montanara e l’epica della scoperta delle alte quote. 

La nostra sicurezza in montagna non è mai da sottovalutare

Quel giorno in Valcamonica, le nuvole facevano ombra alle montagne
©caterinAndemme

E’ meglio  che non accada, ma..

Non importa se siamo esperti  scalatori  o  semplici  viandanti (escursionisti, ad essere precisi): l’incidente può capitare per disattenzione o  semplice sfortuna, in ogni  caso è meglio non essere impreparati ad affrontare questo  genere di  situazioni.

Quindi, escludendo  dall’argomento improbabili scalate sull’Everest (almeno  per me sono molto improbabili) è sempre da tener presente che:

Chiunque frequenti  la montagna in modo corretto, quindi  con attrezzatura adeguata e piena conoscenza dei propri limiti  fisici, comprende che la sicurezza è un tema fondamentale da non essere trascurato.

Purtroppo, nonostante l’esperienza costruita in anni  di  frequentazione dell’ambiente montano,  un evento  negativo è sempre possibile: da qui  la necessità di munirsi di  tutto  quello  che tecnicamente è possibile per la nostra incolumità e, cioè, dal vestiario  adeguato per affrontare un repentino  cambio atmosferico fino ad un supporto  tecnologico.

Del  supporto  tecnologico ne parlerò dopo, per il momento suggerisco quello  che non dovrebbe mai mancare nello  zaino com kit di  medicazione:

  • Un telo  termico (lato oro  all’esterno per evitare la dispersione di  calore)
  • Delle garze sterili per la detersione delle ferite
  • Cerotti (compresi  quelle contro le vesciche)
  • disinfettante

Questo è il kit di  base, poi ognuno, secondo le proprie esigenze, potrà inserire nello  zaino  quello  che più gli aggrada: da ricordare che empiricamente si calcola che il peso  dello  zaino  non dovrebbe superare il 10 per cento  del proprio peso corporeo (includendo il peso  dello  zaino  stesso), quindi  nessuna   vasca idromassaggio portatile.

Per quanto  riguarda la tecnologia è ovvio  che il primo  strumento  da considerare è il nostro  smartphone, il quale ha la brutta abitudine di  scaricarsi  quando ci occorre, per cui  pensate ad un (una?) power bank  come accessorio da portarsi  dietro.

Parlando  di  smartphone è naturale parlare di un’app che  sarebbe utile avere: GeoResQ.

GeoResQ è un servizio di  geolocalizzazione e inoltro delle richieste d’aiuto  gestito dal  Corpo  Nazionale di  Soccorso  Alpino e Speleologico  (CNSAS) si  basa su  di un abbonamento  annuale dal costo veramente irrisorio  considerandone l’utilità, cioè appena  24 euro l’anno (gratuito  per i  soci  CAI).

Un libro per il primo  soccorso (anteprima) 

Sapere che cosa fare, e soprattutto che cosa non fare, per soccorrere vittime di incidenti o di un improvviso malore dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ognuno di noi. Invece pochi sanno come affrontare situazioni in cui un’azione rapida e corretta può essere determinante per salvare delle vite o ridurre i danni alla salute delle persone coinvolte. Guida pratica di facile consultazione, “Primo soccorso” è strutturata in modo chiaro grazie anche alle numerose illustrazioni che integrano il testo. Dopo le indispensabili informazioni generali – dalla tutela del soccorritore agli aspetti legali, dai numeri di emergenza all’organizzazione delle fasi del soccorso – e le necessarie conoscenze di base sul corpo umano, nella sezione “Cosa fare in caso di…” il volume esamina la maggior parte delle situazioni in cui è possibile imbattersi, fornendo caso per caso la spiegazione delle cause e dei sintomi e le indicazioni utili sugli interventi da mettere in atto.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………….


Il Santuario di Oropa tra fede e (piccoli) misteri esoterici

Santuario di Oropa – vista  parziale
©caterinAndemme

Santuario di  Oropa: un hospitale a cinque stelle

La prima volta che arrivai  al Santuario  di  Oropa ne rimasi alquanto  sconcertata questo  perché viaggiando  al  buio, nel  senso di non averne mai  visto  neanche un’immagine, le sue dimensioni mi fecero pronunciare quel proverbiale WOW! che sintetizza uno  stato  di meraviglia mista ad incredulità.

Insomma, pensavo  a un santuario montano (in fin dei  conti ci  troviamo  a 1.180 metri  di  altezza) di modeste proporzioni raccolto tra i monti e non una gigantesca fabbrica di  fede.

Con il tempo, ed una frequentazione maggiore (più come escursionista che pellegrina) ho imparato ad apprezzare la pace di  quel luogo  dopo  una certa ora verso  sera, quando il numero  di  turisti si  riduce drasticamente e rimane solo chi è ospite del Santuario.

Non è una cella monastica
©caterinAndemme

 

Nel  sottotitolo ho accennato al  fatto  che il Santuario si merita un cinque stelle per quanto  riguarda la sistemazione alberghiera che può arrivare anche ad ospitare fino  a 700 persone tra ostelli per gruppi organizzati  e vere e proprie camere d’albergo: non lasciatevi ingannare dalla foto a lato, perché  dietro  quella porta vi è una suite  con tutti i confort per un piacevole soggiorno.

Per quanto  riguarda la ristorazione c’è solo l’imbarazzo  della scelta tra bar e ristoranti di  buona qualità.

Naturalmente non mancano  botteghe per la vendita di  souvenirs ed altro.

Piccola storia del  santuario  di  Oropa 

E’ la meta di pellegrinaggio  più famosa nel  biellese ma anche il punto  di partenza per molte escursioni da quelle più facili  a quelle più impegnative (prossimamente ne parlerò con un articolo  dedicato all’itinerario  che collega il Santuario  di  Oropa a quello  di  San Giovanni d’Adorno).

Secondo la tradizione la sua origine risale al IV secolo, quando  sant’Eusebio, vescovo  di  Vercelli, si  sarebbe rifugiato in queste montagne per sfuggire alle persecuzioni  contro  i cristiani.

Egli  avrebbe portato  con se una statua lignea raffigurante una Madonna nera che, nella leggenda,  si  vorrebbe opera dell’evangelista Luca ma in realtà risalente al XII secolo e di  scuola valdostana.

La galleria con gli ex-voto (e una pellegrina che cerca la propria stanza)
©caterinAndemme

La statua venne posta da Eusebio su di un masso  erratico  dove, successivamente, venne costruito un piccolo  tempio che si ingrandirà nel  tempo  fino ad arrivare alle forme attuali all’inizio  del  Seicento: la Basilica Antica venne costruita per un voto  dei  cittadini  di  Biella fatto  durante la pestilenza del 1599, in seguito si  avviò la costruzione delle cappelle del Sacro Monte che terminò nel 1744.

A riprova della venerazione del luogo  vi sono  gallerie   stracolme di  ex – voto le quali, oltre che essere testimonianza religiosa, sono fonte di  ricerche storiche ed antropologiche (personalmente mi mettono  addosso una certa ansia mista a tristezza, sempre nel  rispetto di  chi ha fede nei miracoli).

 

Prima di  concludere guardate questa foto:  

 

La svastica in questo caso non è il simbolo del nazismo.
©caterinAndemme

 

Prima di  concludere con una piccola galleria fotografica, vorrei condurvi  in un piccolo  mistero  che riguarda l’aspetto  esoterico incentrato in un piccolo  tempio a monte del  santuario.

 Non c’è nulla di particolare nella costruzione, anzi  si può dire che, architettonicamente parlando, è piuttosto povera se non insignificante,

Sennonché, ponendosi  di  fronte ad essa, appare in alto uno  dei  simboli  più odiati nella storia moderna e cioè la svastica.  

Ma non lasciamoci ingannare: prima che i nazisti  ne fecero  simbolo della loro  dittatura (in questo  caso con i bracci  della croce uncinata rovesciati) la svastica era un simbolo  esoterico utilizzato  anche nella Società Teosofica fondata nel 1875 a New York da Helene Blavatsky.

Se amiamo  i misteri non c’è bisogno  di andare fino  a New York, perché c’è un filo  che lega il tempietto (quindi il simbolo  della svastica) a Rosazza a pochi  chilometri  dal Santuario  di Oropa, al  Gran Maestro  Venerabile della massoneria biellese ( e membro  della Giovine Italia di  Mazzini) Federico Rosazza Pistolet.

Dai  che siete incuriosite!

Siccome non amo  fare i copia-incolla da altri  siti (e non mi piace, a mia volta, essere copiata-incollata) vi  rimando  a questa pagina per saperne di più.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao……


 

Galleria fotografica (click per ingrandire…so  che lo  sapete già)