Pomposa, l’abbazia nel Delta del Po

Pomposa

Il nome di  Pomposa era giunto  glorioso fino  a noi ma come avvolto fra le nebbie delle leggenda perché la vecchia Abbazia avulsa per secoli dalla vita degli uomini, perduta nella immensa pianura padana e quasi irraggiungibile, sembrava l’eco  affievolita di una civiltà lontana, spersa nel  buio  del Medioevo

Tratto  da L’abbazia di  Pomposa di  Mario  Salvi

 Per visitare l’abbazia di  Pomposa

Pomposa
Abbazia di Pomposa (immagine tratta dalla pagina Cathopedia)

Sono certa che in rete, ma anche nelle biblioteche pubbliche (non dimentichiamole), troverete molto più di  quanto io possa scrivere sull’Abbazia di Pomposa per cui quelle poche parole  del  sottotitolo sono da intendersi  come l’invito a visitare quella che considero  essere tra le  più belle abbazie italiane.

Una visita all’Abbazia di  Pomposa potrebbe essere integrata con  quella della Riserva Naturale del  Gran Bosco  della Mesola integrata nel  Parco Delta del  Po, dato  che la distanza tra i  due luoghi  ne permette la visita in giornata (è meglio, comunque consultare gli orari di visita e i giorni  di  apertura per  entrambi i siti).

Per prenotare una visita e per altre informazioni  sull’Abbazia di Pomposa (anche di  natura gastronomica) è disponibile questa pagina

Cenni  storici e architettonici

Pomposa

 Quello  che segue è solo una piccola  cronologia della storia millenaria di Pomposa partita con l’insediamento di una prima comunità in quella che veniva chiamata l‘Insula Pomposiana tra il VI e il  VII secolo d.C. (il pdf è stato  generato partendo  dalla pagina di  Cathopedia relativa all’abbazia)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Galleria fotografica (©caterinAndemme)

Il libro in anteprima 

Chi meglio di Marcello  Simoni,  archeologo  e scrittore può accompagnarci in una visita nei  Misteri dell’abbazia di Pomposa?

Da un maestro del giallo storico, il racconto affascinante e mozzafiato della misteriosa abbazia di Pomposa.

Un saggio illustrato che si legge come un romanzo, in cui Marcello Simoni svela i segreti nascosti negli affreschi che decorano l’abbazia, una vera e propria Bibbia di pietra in cui convivono diavoli, mostri ed episodi dalle scritture.

Simoni rintraccia le fonti di questo labirinto di simboli, e suggerisce una lettura sorprendente di uno dei capolavori dell’arte medievale. Un viaggio – illuminato dai disegni dell’autore – nella bellezza di un luogo dal fascino immutato, che racchiude mondi letterari e artistici tutti da scoprire, rivelati dalla scrittura appassionante dell’autore italiano di thriller più tradotto al mondo.

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Val Ponci: un’escursione nella storia

Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Bardi, un castello e il suo fantasma

Bardi

Se riandiamo con la mente alla storia passata dell’uomo, troviamo, tra le molte convinzioni religiose, una fede universale nell’esistenza di  fantasmi o esseri eterei che sono vicini  agli uomini  ed esercitano  su  di  essi un’influenza invisibile ma possente.

In genere si  crede che tali  esseri siano  spiriti  o anime dei  trapassati

Tratto  da Psicologia dei  fenomeni occulti di Carl Gustav Jung

Bardi vale una visita (ma non certo per i  fantasmi)

Eppure c’è chi ci  crede: d’altronde se vi  sono persone che vanno in giro a dire che la Terra è piatta, perché non dovrebbero  esserci  coloro che credono nelle manifestazioni di  esseri  spirituali o quelli che  volgarmente io  definisco  come  ammassi  ectoplasmatici?

Non me ne vogliano i  ghost hunters, i medium e quanti  come loro hanno una qualche dimestichezza con l’ultraterreno: io  ai  fantasmi non ci  credo!

Sennonché, se mi lasciate da sola in una casa isolata, nel  mezzo  di una foresta, allo scoccare della mezzanotte (magari  con l’ululato  dei lupi a fare da sfondo a una notte tempestosa)…….

Bardi
Panorama di Bardi da una finestra del castello

Arrivare a Bardi  dalla riviera ligure di  levante comporta l’affrontare di  almeno  un milione di  curve (vi  consiglio una piccola sosta a Bedonia, che incontreremo poco  prima almeno  per un caffè ristoratore): il castello ci  appare subito  dominante il borgo su uno sperone di  roccia alla confluenza dei  torrenti  Ceno e Noveglia.

Ci  sono  arrivata non tanto  spinta dalla curiosità per il  fatto  che tra le sue mura si  sarebbe manifestato il primo  caso  di  fantasma termico  in Italia (cosa sia un fantasma termico proprio  non lo so) ma, soprattutto, perché uno degli  autori tra quelli da me preferiti, cioè Paolo Rumiz, ne ha parlato  nel suo libro  La leggenda dei monti  naviganti, e tra le righe dedicate a Bardi ho letto  che il nome Bardi, secondo  una leggenda, deriverebbe da Barrio, l’ultimo  degli elefanti  al  seguito dell’esercito  di  Annibale durante la sua discesa verso  Roma, che qui morì: in sua memoria il condottiero cartaginese fondò una colonia a suo nome.

La storia del  castello in poche parole 

Bardi
Il castello di Bardi

Il castello venne venduto alla casata piacentina dei  Landi nella metà del  XIII secolo che ne fece il centro  del proprio potere per 425 anni.

I Landi, nella figura di  Ubertino Landi,  (famiglia ghibellina) acquistarono il maniero nel 1257 per 600 lire piacentine (immagino  una bella somma al cambio  attuale in euro).

Nel 1381 Gian Galeazzo  Visconti riconosce la signoria dei  Landi concedendone l’autonomia che, nel 1405, sarà totale: da quell’anno, per l’appunto, Bardi  diventerà la capitale dello Stato Landi  comprendendo i territori  del principato  di  Borgotaro, la contea di  Compiano e la baronia di Pieve di  Bedonia.

E’ nel XVI secolo, per volere dell’imperatore Carlo  V, che il marchesato  dei Landi  diventa un principato.

Tra il Cinquecento  e il Seicento la fortezza ha ormai  preso  le sembianze di una dimora signorile, questo  soprattutto per l’opera di Federico  Landi  e di  sua figlia Polissena.

Nel 1679, con la morte di Polissena, la dinastia dei  Landi  ha termine: il castello  verrà  venduto  ai Farnese, quindi passando di  mano  ai  Borbone e infine a Maria Luigia d’Austria.

In seguito divenne una prigione militare e, infine, nel 1868 ceduta al demanio.

Informazioni  per la visita al  castello

Il fantasma ha il nome di  Moroello

Secondo  la leggenda nel XV secolo  Moroello era il comandante delle truppe del castello  di  Bardi.

Di lui si  era innamorata Soleste figlia del  castellano che  la voleva  sposa a un feudatario con lo  scopo di un’alleanza e quindi ampliare i possedimenti  terrieri.

Moroello dovette partire per un’azione militare contro  i nemici  del  feudo promettendo alla sua amata di  sposarla al ritorno dalla guerra.

Soleste saliva sul mastio ogni  giorno  per vedere all’orizzonte il ritorno  del suo capitano, ma in uno di  essi vide da lontano  l’avvicinarsi di  soldati  che indossavano  la divisa e le insegne del  nemico: pensando che Moroello fosse stato  ucciso, non resistendo  al  dolore si  buttò giù dalla torre.

Moroello invece era vivo e aveva indossato i panni  dell’avversario  in segno  di  sfregio, una volta saputo  della fine del’amata pensò di  suicidarsi  a sua volta: da allora tra le mura del castello si  aggira il suo fantasma testimone del  dolore lungo dei secoli.

Se proprio  volete crederci….

Nel 1999 Michele Dinicastro  e Daniele Gullà, due parapsicologi bolognesi, attraverso una fotocamera termica ebbero l’occasione di  fotografare il fantasma…

Anteprima libro

Volendo  farmi  perdonare della mia incredulità verso i fenomeni paranormali, invito  coloro  che ci  credono  alla lettura dell’anteprima della Guida ai  fantasmi d’Italia della giornalista Anna Maria Ghedina.

Un excursus nel mondo dell’impalpabile.

Una guida ai fantasmi d’Italia, regione per regione, dove il lettore avrà modo di percorrere, portato per mano dalla nostra detective dell’occulto, un itinerario alla scoperta di quelle presenze che, secondo la tradizione, si manifestano dalla mezzanotte in poi.

Verremo a conoscenza non solo della storia degli antichi palazzi, testimonianza degli accadimenti che si sono verificati nel tempo nel nostro Paese, ma anche di quelle vicende non riportate dalle fonti ufficiali che hanno coinvolto nobili personaggi e non solo, lasciando all’interno di castelli, edifici e strade la loro invisibile presenza che racconta a chi ha l’avventura d’incrociarli storie d’amore, di guerra e di sangue: un tragico vissuto che li ha ancorati a quei luoghi per l’eternità.

Non certo, insomma, un freddo elenco di… morti, ma un intreccio di storie passionali, tradimenti e duelli, di nobildonne, principi e re, di gente comune ma anche di cagnolini, soldati, monaci e cardinali!

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Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Foresta della Deiva, l’escursione

Foresta della Deiva
Il Lago dei Gulli (che lago non è)

Foresta della Deiva, alle porte di Sassello

Quella  che oggi vi propongo è una piacevole escursione adatta a tutti, da fare a piedi, in mountain bike (qualcuno  lo fa anche a cavallo), senza fretta ma solo  con il desiderio  di passare qualche ora immersi nella natura.

Come ho scritto  nel  sottotitolo, la Foresta della Deiva (inserita nel  Parco  naturale regionale del  Beigua) è all’ingresso di Sassello, cittadina della provincia di Savona meritevole di una visita (interessante il borgo e luogo dove non è difficile mangiare bene).

Da Albissola si percorre la strada statale 334 del  Giovo; arrivati  in cima al Colle del  Giovo si  svolta a destra, proseguendo e oltrepassando la frazione Badani, subito dopo aver   passato un distributore di  benzina sulla sinistra,  troviamo  le indicazioni  per la Foresta demaniale della Deiva.

Si  arriva in un piazzale posto  di  fronte alla casermetta dei Carabinieri  forestali dove possiamo  parcheggiare la nostra auto.

Da questo punto inizia il sentiero  natura del Parco, un percorso  ad anello che, in parte, riguarda anche la nostra escursione.

Il percorso

Lunghezza del percorso 13.600 Km. Tempo 5 ore (dato soggettivo)

Come ho  già detto in precedenza, dal parcheggio inizia il sentiero  natura in salita e in direzione del Castello  di  Bellavista che troveremo sulla strada del  ritorno (qui è presente l’unica fonte di  tutto il percorso).

Dopo qualche centinaio  di metri sulla nostra destra un cartello indica la direzione verso il Lago  dei  Gulli (4.100 Km): da qui in poi il percorso è del  tutto in piano tranne la parte finale verso il lago in lieve discesa.

Foresta della Deiva
Si va verso il Lago dei Gulli

Dopo  i quattro chilometri (e cento metri) e dopo  aver percorso  il tratto in discesa del  sentiero, arriveremo  a un ponte in legno  sul torrente Erro e quindi  al  lago

Foresta della Deiva
…Sono sempre io
Il non lago dei Gulli
Il lago dei Gulli in realtà è un’ansa del torrente Erro che, con il passare del tempo, ha visto l’accumularsi di depositi sabbiosi i quali hanno formato una vera e propria spiaggia fluviale. La parola Gulli è una forma dialettale locale per indicare la fauna ittica del torrente

Ci  siamo riposati  abbastanza?

Se si, riprendiamo  il cammino.

Ripercorriamo una parte del  sentiero (questa volta in salita) fino alla deviazione sulla destra verso la località Lombrisa (decisamente in salita) fino  a incontrare il segnavia indicato  nella foto  seguente  che ci  condurrà verso l’area attrezzata della Giumenta (altra sosta consigliata).

Prima di  arrivare a quest’area attrezzata troverete un cartello la direzione verso il castello  Bellavista: potete anche prendere questo sentiero per accorciare la distanza, ma di poco.

Foresta della Deiva
La Giumenta

Lasciandoci  alle spalle La Giumenta, proseguiamo ricollegandoci  al  sentiero  natura che condurrà al  Castello  Bellavista, villa ottocentesca della famiglia Bigliati  proprietaria di un’antica segheria, e che oggi si  presenta in uno  stato  di  semiabbandono.

Castello Bellavista

Dalla villa poche centinaia di  metri  ci  separano  dal parcheggio  da cui  siamo  partiti.

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Alla prossima! Ciao,ciao….♥♥

 

Fabbriche di Carregine si mostra (nel 2021)

Fabbriche di Carregine

Per costruire la tale diga è stato  sommerso un villaggio, ma gli uccelli migratori, che ancora se lo  ricordano, all’arrivo  della stagione si  recano lì, e sorvolano il lago  dove un tempo  era il villaggio, in tondo in tondo, infinite volte…

Tratto  da Norwegian Wood (Tokio  Blues) di Haruki Murakami

 A Fabbriche di  Carregine non si  odono rumori  di  catene e gelidi  sospiri….

Fabbriche di Carregine
Fabbriche di Carregine ( per meglio dire ciò che ne rimane)

Si, è vero: i fantasmi  non si  manifestano in questo luogo, sennonché,  gli  scheletri  delle case che puntualmente riemergono  ad ogni  svuotamento  del  bacino  del Lago  di  Vagli, ne farebbero il set ideale per storie spettrali, un po’ come è accaduto per Curon nella serie televisiva  omonima targata Netflix .

Quello che accomuna i  due siti riguarda anche  la storia italiana degli  anni ’50,  quando la necessità di  costruire grandi  dighe per la produzione di  energia idroelettrica ad uso industriale richiese il sacrificio  di interi paesi sommersi  dalle acque del  bacino.

Info – point e galleria fotografica

Nei piani  di  manutenzione dell’ENEL, proprietaria dell’impianto idroelettrico, ogni  dieci  anni  anni il bacino  doveva essere svuotato per manutenzione.

L’ultima operazione di  svuotamento  del  bacino, e cioè quando il paese di Fabbriche di  Carregine è ritornato  visibile, è stato  nel 1994.

Nel 2021, presumibilmente in primavera, si  avrà il rinnovo  di  quello  che in fondo  rimane uno spettacolo per migliaia di  visitatori.

Fabbriche_di_Careggine

 

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Il libro in anteprima

Ho iniziato l’articolo citando una frase presa dal libro  Norwegian Wood di Haruki Murakami, quindi  mi sembra più che giusto pubblicare l’anteprima del  romanzo.

Uno dei piú clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro piú intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine.

Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli altri per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito.

Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere.

O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Acquacheta, ovvero l’anello dantesco

Acquacheta

Come quel fiume c’ha proprio  cammino

prima da monte Veso inver levante,

dalla sinistra costa d’Apennino,

che si  chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel  basso letto,

e a Forlì di  quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto dell’Alpe, per cadere a una scesa

dove dovria per mille esser recetto;

così giù d’una ripa discoscesa

trovammo risonar quell’acqua tinta

si  che in poc’ora avria l’orecchia offesa

Dante Alighieri, La Divina Commedia (Inferno, XVI, 94-105)

Prima di incamminarci per l’Acquacheta 

A San Benedetto in Alpe  , in Romagna, vi  sono  due negozi  di  alimentari, quattro  ristoranti, un albergo  e un ostello, un maneggio, un dispensario  farmaceutico (non sempre aperto), un camping (Acquacheta, buona l’ospitalità e ottima la pizza cotta al forno  a legna) .

Qui  troviamo  anche un’antica abbazia benedettina con cripta aperta al pubblico nella località chiamata il Poggio facilmente raggiungibile percorrendo una strada pedonale dal centro  del paese.

San Benedetto in Alpe  è uno dei  borghi  compresi nell’area del Parco Nazionale  delle Foreste Casentinesi, quindi punto  di partenza per molti  sentieri  escursionistici, tra i quali, forse il più famoso, è quello che conduce alla cascata dell’Acquacheta.

Anello dell’Acquacheta da San Benedetto  

Lunghezza del percorso 10 Km. Tempo di percorrenza: 7 ore (compreso le soste, dato soggettivo)

All’inizio dell’abitato, provenendo  dal Passo  del  Muraglione il valico  dell’Appennino tosco -romagnolo  a 907 metri  di  quota  , troviamo un parcheggio nel piazzale che precede il ponte sul torrente Acquacheta.  

Non troveremo alcuna fonte per rifornirci  d’acqua lungo il percorso, quindi  converrà riempire le nostre borracce presso la fontana sita presso il parcheggio.

In cima alla breve (ma ripida) salita  a fianco  del parcheggio è posto un pannello con le indicazioni per la Cascata dell’Acquacheta (sentiero 407): la prima parte del percorso segue le rive del  fiume in ambiente boscoso e fresco per cui, specie nel periodo  estivo, la frequentazione è alta (mai quanto una spiaggia dell’Adriatico)

Acquacheta

Acquacheta
Land Art nel greto dell’Acquacheta

Proseguendo ignoreremo il raccordo alla nostra destra che porta al Colle del Tramazzo (415 A – 415) per arrivare a Ca’ de Rospo 

Acquacheta
Ca’ de Rospo (570 m.)

Dopo  quattro  chilometri e un saliscendi nel  bosco  si  arriva al  Vecchio  Mulino  (entrambe le strutture sono  sempre aperte).

Acquacheta
Il Vecchio Mulino

Quindi, tra faggi  e carpini e  sempre seguendo il corso  del torrente, arriviamo  a un belvedere: di  fronte il salto  della cascata dell’Acquacheta alta ben 70 metri che precipita a valle da una balza a gradoni.

Siamo in estate: niente acqua, niente cascata…

Peccato, vero?

La cascata del Levane

Lo spettacolo mancato della cascata dell’Acquacheta viene compensato  da quella che ci  aspetta andando ancora un po’  più avanti  e cioè la Cascata del  Lavane che forma una piccola ma profonda pozza – marmitta dove è possibile rinfrescarsi.

Dopodiché, oltrepassando  un piccolo  guado, inizia quello che io  considero  la parte più escursionistica dell’intero  percorso: in salita ci dirigiamo  verso i ruderi dei  Romiti antico agglomerato  di  case rurali ormai  abbandonate da più di  mezzo  secolo (l’intera area è recintata per pericoli di  crolli) che alcune fonti dicono di  essere l’eremo legato  al monastero di San Benedetto, ma mancano prove certe per l’attribuzione.

Tralasciando  sulla nostra destra il sentiero  che conduce al monte Levane (distante circa un paio  d’ore) inoltrandoci verso i monti Di Londa e Prato Andreaccio (sentiero 409) passando su di un ponticello  di legno posto  dove in tempi non siccitosi  scorreva al  di  sotto l’acqua di un torrente.

Il percorso  fino  a Ca’ Monte di  Londa è in salita ma sempre in mezzo  al bosco, arrivati  al  Prato  dell’Andreaccio troveremo l’indicazione per il ritorno  a San Benedetto  dell’Alpe: si  tratta di un sentiero in discesa molto  ripido, tagliato  da più di un centinaio di  gradini (non mi sono fermata a contarli) che in caso di pioggia, quindi  con terreno reso  fangoso, è da affrontare con una certa cautela.

L’arrivo è nelle vicinanze del parcheggio  da cui  siamo partiti.

Suggerimento: a questo punto  nulla vieta di percorrere l’anello in senso  inverso, cioè affrontando  subito la ripida salita per poi  rilassarci nella seconda parte del  percorso decisamente più turistico⌋ 

L’autrice dell’articolo (cioè io…)

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Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

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Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Il bosco vive, il bosco diventa memoria

bosco

La preghiera è stare in silenzio nel  bosco

Mario  Rigoni  Stern

Nel  bosco, in silenzio, a meditare

Qualche tempo  fa, quando  ancora per contare la mia età bastavano le dita di  quattro  mani (beh…cinque), mi ritrovai nel  mezzo  di un bosco  ad assumere la posizione del  loto e a chiudere gli occhi  per meditare.

Superata quella primissima fase in cui  ti senti un po’ scema nel meditare in un bosco  come se fossi in Tibet, piano piano in me cresceva la consapevolezza di  quello  che mi circondava: dal fruscio delle foglie mosse dal  vento, al movimento  furtivo  di  qualche animale (sicura anche del fatto che sarebbe stato impossibile trattarsi  di un grizzly).

In pratica mi sentivo la versione femminile di  Henry David Thoreau!

Ma se oggi seguire alla lettera l’ortodossia del  filosofo  americano può portare a tragiche conseguenze (le stesse descritte nel  film di  Sean Penn Into  the Wild)  non è detto  che vivere più naturalmente, magari lontano  dalle metropoli, non diventi  la tendenza di un futuro prossimo (a tale proposito  ho  scritto l’articolo Il futuro non è in una sfera di  cristallo) .

Nel  frattempo dall’oriente è arrivata fino  a noi  la pratica  dello  Shinrin Yoku (letteralmente il bagno  nella foresta) cioè quella pratica medica nata in Giappone intorno  agli  anni  ’80 ed è considerata  un ramo  della scienza medica analoga all’aromaterapia occidentale.

Come funziona lo Shinrin - yoku
In una serie di studi scientifici del 2010 si è evidenziato come la permanenza in un ambiente naturale ricco di alberi corrisponde un aumento della funzione immunitaria dell’organismo. Ciò è dovuto principalmente ai monoterpeni presenti nel legno degli alberi

Vi sembra un po’  poco  la descrizione che ho  dato dello Shinrin – Yoku?

Allora vi  rimando  al  sito Bagno  nella foresta che, senza ombra di  dubbio, potrà darvi qualche informazione in più oltre alla guida che potete vedere nel  box seguente (lo stesso  lo potete scaricare andando  a questa pagina)

Forest_BathingBagnonellaforesta.com_

 

Il bosco, una scelta per il dopo vita

Non voglio  girarci  troppo intorno e quindi,  lasciandovi  nella piena libertà di  proferire scongiuri, scriverò di una soluzione molto  ecologica per la conservazione delle nostre spoglie.

Premettendo  che la mia scelta è la cremazione (ma non per questo  ho  fretta di  metterla in atto), ho dei  dubbi sul dove le ceneri  finiranno: sparse al  vento (la legge italiana lo consente) è molto poetico, ma se scelgo la cima dell’Everest per farlo posso  essere sicura che il luogo sarà qualche collinetta dietro  casa; se desidero che le stesse vengano  conservate in casa in un’urna (penso  che la legge italiana NON lo consenta) oltre che essere macabro avrei il timore di un incidente domestico per cui mi ritroverei  nella sacca di un aspirapolvere.

La soluzione ideale lo trovata nella proposta di Boschi Vivi: essere ricordata ai piedi  di un albero in un bosco che non ha nulla di  cimiteriale.

Il bosco in questione, il primo  italiano a essere adibito  a tale scopo, si  trova nell’Alta Valle dell’Orba  in Liguria ed è visitabile previo appuntamento.

Maggiori  informazioni  le troverete in  questa pagina.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Beigua tra natura e archeologia

Beigua

Si  ritiene che il Beigua fosse un monte sacro per gli  antichi Liguri al pari  del quasi omonimo monte Bego nelle Alpi  Marittime.

I due nomi deriverebbero infatti  da Baigus, un’antica divinità adorata dalle popolazioni alpine.

Tratto  da Wikipedia

Da Piampaludo al  Monte Beigua

Ho recentemente scritto dell’area archeologica posta nelle vicinanze di  Piampaludo nell’articolo Piampaludo e la Pietra scritta: l’anello  escursionistico, oggi vi propongo un altro  anello  che, sempre partendo  da Piampaludo, vi porterà sulla cima del monte Beigua, dirigendosi  poi  verso  la località di  Pra’ Riondo e infine ritornando a Piampaludo  passando attraverso l’area archeologica.  

Lo  sviluppo del percorso  è pari a circa 14 chilometri e 500 metri, mentre il tempo  di percorrenza è di 5 h e 30′ (ovviamente quest’ultimo  dato  è  soggettivo).

Nell’immagine seguente è riportato l’intero  tracciato  e lo sviluppo  altimetrico

Beigua

Con quest’altra immagine  ho  voluto invece  particolareggiare lo  sviluppo dell’anello vero e proprio  con le indicazioni  dei  segnavia da seguire:

Beigua

Sviluppo della prima parte del percorso

Arrivati  a Piampaludo parcheggeremo  l’auto  nei pressi  della chiesa di  san Donato (sempre se riusciamo  a trovare un posto), quindi, mettendoci  con le spalle alla chiesa, prenderemo  la stradina in salita sulla nostra destra (segnavia una  X gialla).

Troveremo, a ostacolare il cammino, alcuni tratti invasi  da sterpaglia e rami  abbattuti: una leggera deviazione sarà utile per superare questi intoppi.

A breve si  arriverà a quello  che è il primo  punto  di interesse segnato  da un pannello che illustra il fenomeno  dei Blockstreams.

Beigua

Blockstreams
I blockstreams (o fiumi di pietra) sono accumuli di grossi blocchi per lungo tempo erroneamente definiti come depositi morenici, ma il confronto con depositi osservabili nei pressi dei ghiacciai ha evidenziato come nel caso dei blockstreams sia assente la presenza di materiale fine (sabbia, ad esempio). E’ interessante notare che le striature presente nei blocchi non sono prodotte dall’erosione da parte dei ghiacciai, ma dagli effetti dell’alterazione lungo piani di scivolosità. I blocchi sono generati a seguito della frammentazione per crioclastismo: l’acqua o la neve che penetra nelle fratture delle rocce, congelandosi provocano un allargamento e la conseguente rottura degli affioramenti rocciosi. I blocchi si sono accatastati sul fondo vallivo principalmente per effetto della geliflussione, ossia un processo di trasporto dei massi che si verifica anche su deboli pendenze per effetto di congelamento del terreno e del successivo scongelamento. Tale processo viene accelerato dalla presenza, anche minima, di materiale fine sul fondo e di neve e ghiaccio interstiziale tra i blocchi.

Dopodiché, avvicinandosi alla prima metà del nostro  anello e cioè la sommità del monte Beigua, incontreremo  un altro  punto d’interesse costituito dalla Torbiera del  Laione che si presenterà in primavera ed estate come un vasto prato, mentre  nel periodo invernale  il tutto  si  trasforma in un lago , habitat ideale per  molte specie animali.

A terminare questa prima parte è l’arrivo  sul monte Beigua che, tra una selva di antenne e ripetitori, conserva lo  spazio per un’ampia area picnic dove gustare il nostro  pranzo  a sacco,  se non vogliamo  usufruire della tavola del  vicino  rifugio – albergo.

Beigua

Dal  monte Beigua a Pra’ Riondo

Dopo  esserci  rifocillati non resta che dirigersi  verso  Pra’ Riondo  seguendo la strada asfaltata per un primo tratto, poi, seguendo i segnavia bianco – rossi dell’Alta Via dei  Monti  Liguri , taglieremo  alcuni  tornanti  per sentiero, fino  a giungere al posto  tappa di Pra’ Riondo, dove lasciando alla nostra destra l’Alta Via che proseguirà verso  la Casa della Miniera e il monte Rama, proseguiremo  sulla strada in direzione di  Piampaludo 

Beigua
Il posto tappa di Pra’ Riondo
Dove dormire e mangiare
Rifugio Monte Beigua Aperto nei weekend e giorni festivi Tel. 0199 31304 **Rifugio Pratorotondo (Nuova Gestione) Tel. 010 9133578

Da Pra’ Riondo  a Piampaludo

Ci aspetta un cammino  su  asfalto  per un bel  tratto ma, la scarsità del  traffico  veicolare e il fatto di  essere sempre immersi in un ambiente naturale, non fa pesare più di  tanto  la mancanza di un sentiero sotto i nostri  scarponcini.

Comunque, camminando camminando, arriviamo  in vista del  tabellone che indica l’inizio  del percorso  archeologico (vi  ricordo che ho  già scritto su di  esso e che potete leggere l’articolo  in questione seguendo il link  all’inizio): adesso il segnavia da seguire è composto  da tre punti  gialli: alla fine del percorso  archeologico e in prossimità di  Piampaludo, ritroveremo  la nostra X gialla che ci porterà alla conclusione di  questo itinerario.

Peccato per quel pneumatico abbandonato all’inizio del percorso  archeologico: ma non siamo  in un Geo Park?

Alla prossima! Ciao, ciao ♥♥