Ipazia (semplicemente)

Ipazia – immagine rielaborata da un disegno  di  Jules Maurice Gaspard (1862 -1919) 
©caterinAndemme

Incipit 

Ipazia – Charles William Mitchell

Nel  quinto  secolo  dopo  Cristo una donna fu assassinata.

Non sappiamo  molto  su di lei, se non che era bella ed era una filosofa.

Sappiamo   che fu  spogliata nuda e che fu  dilaniata con cocci  aguzzi.

Che le furono  cavati  gli occhi.

Che  i  resti  del  suo  corpo  furono  sparsi per la città e dati  alle fiamme.

E che a fare tutto  questo  furono  dei  fanatici cristiani.

L’incipit per quanto  macabro sia racconta una verità e cioè l’assassinio della filosofa Ipazia nel  marzo  del 415 dopo  Cristo.

Le stesse parole sono tratte dal  libro  di  Silvia Ronchey  Ipazia. La vera storia  di  cui  troverete l’anteprima a fine articolo.

La biografia

Sarebbe presuntuoso  da parte mia scrivere una biografia, se pur stringata, sulla figura di  Ipazia quando una semplice ricerca in rete darebbe una somma di  risultati da cui  attingere (con criterio) per avere un quadro  più esaustivo sul personaggio rispetto a quello che potrebbe dire la sottoscritta, evitando in questa maniera  di  fare dei  semplici copia e incolla 

Quindi, affidandomi alla voce di  Wikipedia, questa volta non mi limito  ad inserire un semplice link ma, concentrando  tutto in un Pdf  (scaricabile), vi offro la vita e la morte di  Ipazia secondo questa fonte internettiana .

Ipazia come l’hanno  vista al  cinema 

Locandina del film Agorà

Mi risulta che l’unica opera cinematografica   su Ipazia sia stata  Agorà del  regista  cileno Alejandro Amenàbar  con la brava (e bella) Rachel  Weisz che interpreta appunto  la povera filosofa assassinata dai  cristiani  di allora.

Il film non è piaciuto  molto  alla critica perché la storia sarebbe  stata fin troppo romanzata (con  il Vaticano  a fare la sua parte in un’azione di  boicottaggio, per fortuna non riuscita).

A parte quello  che i  critici  possono  aver detto in favore o  meno nei  riguardi  di  Agorà, il film, mi è piaciuto per la sua testimonianza contro  l’intolleranza (per le idee,  per differenza di  fede e, non ultimo, contro una donna) che non è solo  retaggio di un’epoca passata ma, e devo  dire purtroppo, è ancora il tema dominante della società attuale, non solo  nel  nostro  Paese ma in Europa e nel resto  del mondo.

 

 

Il libro 

<< C’era una donna quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto il cui nome era Ipazia.” Fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento. Fu bellissima e amata dai suoi discepoli, pur respingendoli sempre. Fu fonte di scandalo e oracolo di moderazione. La sua femminile eminenza accese l’invidia del vescovo Cirillo, che ne provocò la morte, e la fantasia di poeti e scrittori di tutti i tempi, che la fecero rivivere. Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa. Della sua vita si è detto di tutto, ma ancora di più della sua morte. Fu aggredita, denudata, dilaniata. Il suo corpo fu smembrato e bruciato sul rogo. A farlo furono fanatici esponenti di quella che da poco era diventata la religione di stato nell’impero romano bizantino: il cristianesimo. Perché? Con rigore filologico e storiografico e grande abilità narrativa, Silvia Ronchey ricostruisce in tutti i suoi aspetti l’avventura esistenziale e intellettuale di Ipazia, inserendola nella realtà culturale e sociale del mondo tardoantico, sullo sfondo del tumultuoso passaggio di consegne tra il paganesimo e il cristianesimo. Partendo dalle testimonianze antiche, l’autrice ci restituisce la vera immagine di questa donna che mai dall’antichità ha smesso di far parlare di sé e di proiettare la luce del suo martirio sulle battaglie ideologiche, religiose e letterarie di ogni tempo e orientamento>> .

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…..


Anteprima del libro Ipazia. La vera storia di  Silvia Ronchey  

 

Da modella a fotoreporter di guerra: lei è Lee Miller

LMemory
©caterinAndemme

Il genio della pittura l’aveva vista così

Pablo Picasso, Portrait of Lee Miller à l’Arlésienne, 1937. 

E’ difficile scorgere dietro  a questo ritratto, realizzato  da Pablo  Picasso  nel 1937, il volto  di una delle donne più interessanti (e belle) dl  secolo  scorso: Elisabeth Miller Penrose, più conosciuta con il nome di Lee Miller.

L’incontro  tra  i due avvenne nel  sud della Francia quando lei  venne presentata a Pablo Picasso  dall’amico comune Man Ray.

Man Ray oltre che far appassionare Lee Miller alla fotografia, ne divenne anche amante.

Quando  la loro  relazione terminò, Man Ray esorcizzò il dolore dell’abbandono  con l’opera Assemblage: metronomo e photo  accompagnandola con il suggerimento di  attaccare al  metronomo  la foto di un occhio  di una persona amata nel passato, per poi  distruggere il tutto  con un colpo  ben assestato  di  martello.

Come dire che non aveva preso  molto  bene la fine dell’amore con la bella Lee (Miller)

Una brevissima biografia 

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Poughkeepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, alcuni   sospetti (infondati)  ricaddero sullo  stesso padre che, un anno  dopo  dalla violenza e finché Lee ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

L’uomo era Condé Montrose Nast, l’editore delle rivista Vogue.

L’editore, affascinato  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle  scritturare come modella per la copertina illustrata  di  Vogue del mese di marzo  del 1927.

Nei  due anni  successivi  fu  molto  richiesta dai  fotografi  di moda  fino  a quando una foto  di  Edward Steichen, per una campagna pubblicitaria di  assorbenti  femminili, diede scandalo  al punto di  stroncare la carriera di  Lee Miller come modella (la storia di  questo  scandalo)

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose  , storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

E’ con la guerra che lei  decide di… 

E’ con la guerra che lei decide di non  potersi più limitare  ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di Lee Miller.

Nella vasca che fu  di Hitler 

 

In questa foto, scattata dall’amico  e collega David Scherman, si può vedere bene la stanchezza sul volto  di  Lee Miller,ma vi  sono due elementi che ne danno  il contesto: gli  scarponi militari  della fotografa e, nell’angolo  a sinistra della foto, la foto  di  Adolf Hitler perché lei  si  trovava per l’appunto  nell’appartamento del dittatore nazista a Monaco.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

 

Sarebbe auspicabile che oggi si  rilegga la storia di  quello  che fu il fascismo  ed il nazismo per difendere quello che dal   sacrificio di molti ci  è stato donato: la libertà e la democrazia.

Alla prossima! Ciao, ciao…

SHAKESPEARE AND COMPANY: una libreria very english a Parigi

La Ville Lumière
©caterinAndemme

Paris mon amour

E’ il sottotitolo  più scontato  che ci  sia parlando  di  Parigi, ma non posso  farne a meno considerando che una parte del mio  clan è nato nella Ville Lumière, continua a viverci e, qualcun altro…..

Quindi frequentando questa meravigliosa città posso  dire   che il Louvre è il Louvre, la Torre Eiffel è la Torre Eiffel, Notre Dame è Notre Dame e blablablainsomma luoghi che sono  universalmente conosciuti da tutti i turisti, compresi  da quelli  che provengono  da Marte ( a proposito  avete letto il mio  articolo sul  Pianeta Rosso?)

Eppure, giustificato  solo  dal  fatto che Parigi è immensa e qualcosa può sfuggire all’attenzione, vi  sono  delle piccole perle assolutamente da non trascurare o perdere, come ad esempio una libreria sulla Rive gauche 

Shakespeare and Company

L’interno della libreria: adoro questa confusione mista all’odore dei libri

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company non può essere una libreria qualunque in quanto sia nel passato  che nel presente è il luogo  ideale per incontrare di persona  scrittori più o  meno noti – quelli  che lo  sono  meno hanno la possibilità di  avere un luogo  per dormire qualche notte nella libreria in cambio di  lavoro  manuale tra gli  scaffali: una stima al  ribasso, forse esagerata, dice che dagli  anni ’50 ad oggi  vi  abbiano  dormito più di 30.000 persone  – e, quindi, partecipare agli  eventi particolari  come il sunday tea ascoltando, tra un sorso  di te e qualche biscotto, gli autori  leggere alcuni  brani  dei loro  libri o poesie.

Una breve, brevissima, storia  

Tutto inizia quando una giovane donna americana, figlia di un pastore presbiteriano, arriva a Parigi  nel 1919.

Il suo nome era Sylvia Beach  (Baltimora, 14 marzo 1887 – Parigi, 5 ottobre 1962) come prima cosa pensò ad un luogo aperto ai  giovani bohème  (per lo più scrittori  squattrinati) oltreché un punto  di  riferimento per l’incontro della cultura oltreoceano  con quella europea.

Tra l’altro lei ebbe il coraggio  e la forza di  pubblicare nel 1922 un’opera come  l’Ulisse di James   Joyce messa al  bando  in America e Gran Bretagna per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo nel 1966).

Nel 1941 Shakespeare and Company grazie agli invasori  nazisti  deve chiudere i  battenti.

Passano  gli  anni e, nel  dopoguerra,  a Parigi  arrivano  altri  giovani intellettuali, tra loro George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011)  il quale, oltre ad avere una visione tendenzialmente socialista della vita  e della società,  ama i libri quanto li poteva amare Sylvia Beach.

Nel 1951, con un capitale di 500 dollari,  George Whitman acquista nei pressi di  Notre Dame un piccolo   locale adibendolo  a libreria con il nome Le Mistral: alla morte di  Sylvia Beach, avvenuta nel 1962in suo ricordo  la libreria cambierà il nome in Shakespeare and Company.

Non poteva essere diversamente: infatti la passione per i libri  e la letteratura,  la visione di una società molto liberal che aveva George Whitman era pari a quella che poteva essere anche considerata la sua ispiratrice.

Nel solco  della tradizione anche la nuova   Shakespeare and Company  fu il luogo  dove approdarono intellettuali e artisti  spiantati, tra loro Allen Ginsberg, Henry Miller, William Burroughs (a lui  si  deve l’invenzione del  sunday tea), Bruce Chatwin e l’elenco potrebbe continuare.

In conclusione

I created this bookstore like a man would write a novel, building each room like a chapter, and I like people to open the door the way they open a book, a book that leads into a magic world in their imaginations.George Whitman

Ho creato questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo, costruendo ogni  stanza come un capitolo, e mi  piace che le persone aprano la porta nel modo in cui  aprono un libro, un libro  che conduce in un mondo  magico nella loro immaginazione

C’è una fotografia sul sito della libreria che ritrae George Whitman con sua figlia Sylvia  bambina (è lei che oggi  segue la tradizione paterna nella conduzione di Shakespeare and Company e forse il suo nome è un’ulteriore omaggio a Sylvia Beach)  dalla  quale si sprigiona un’aurea di  serenità, quasi  a dire al mondo che non è poi così difficile essere felici seguendo  ciò che si  ha in mente di  fare nel  bene (tralasciando, ovviamente, il male).

Nel 2016 è uscito il libro (dal  titolo  chilometrico) Shakespeare and Company, Paris: a history of the Rag & Bone,  shop of the hearth pubblicato dalla stessa S&C al prezzo  di 35 euro per quasi  400 pagine piene di  fotografie con tutta   la storia di  questa preziosa libreria nel  cuore della Villa Lumière (su  Amazon è reperibile).

Buon fine settimana.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

I Fradei e Lovecraft: un incontro (im)possibile?

Navigando nel Delta del Po
©caterinAndemme

Come in Transilvania ma sul fiume

Certo è  che nel Delta del Po non troveremo Dracula a caccia di  colli femminei da azzannare, tanto  meno lupi mannari o spettri (magari  quelli  si) eppure, quella nebbia invernale che cala sulle sue paludi, quell’umidità fredda e appiccicosa, potrebbe essere il sipario dietro  cui  si nasconde chissà quale presenza demoniaca.

Nei  decenni  scorsi circolava in questi luoghi  la leggenda metropolitana (piuttosto  leggenda fluviale) di un essere dalle sembianze di lucertola il quale, emettendo grida paurose,  spaventava i poveri  disgraziati che incontrava: c’è da credere a riguardo  che, per avere questi incontri  del  terzo  tipo, il tasso  alcolemico nel  sangue dovrà essere piuttosto alto (in sintesi ubriachi).

HPL
©caterinAndemme

A questo uomo lucertola si  aggiungeva il tipo più consono  all’ambiente di un   fiume e cioè l’uomo pesce: da quest’ultimo  esemplare zoomorfo  arrivo a parlare di  quello  che si  è detto di un (im)probabile viaggio di H.P. Lovecraft nel Polesine del 1926.

Come si  è scoperto  del  viaggio del maestro  del  romanzo  gotico nel Polesine

Nel 2002, a Montecatini, in un mercatino di libri  usati un uomo trova un’edizione di Émile  Zola  del 1895 nel  cui interno  scoprirà una volta arrivato  a casa un manoscritto in lingua inglese contenuto in una busta.

E’ un diario  di  viaggio vergato  con inchiostro blu e composto  da una decina di  fogli con alcuni  disegni, in cui all’inizio  si  legge:

15 maggio 1926: partito  dal porto  di  New York alle 19.12 con dodici  minuti  di  ritardo

Il diario  prosegue nella descrizione del lungo  viaggio  che porterà il misterioso uomo da l’Inghilterra fino  a Venezia e quindi  nel Polesine.

Insieme a questi  fogli manoscritti  vi è una cartolina con raffigurante il Caffè Florian di  Venezia che, dopo una frase, riporta la firma con lo pseudonimo di  Granpa Theo lo stesso  che Lovecraft usava per firmare le sue innumerevoli lettere destinate agli  amici.

Basta questo affinché lo  scopritore del manoscritto – di  cui, a questo punto, posso  farne il nome e cioè Roberto  Leggio – pensa ad una sceneggiatura di un film documentario presentato al  Festival del  Cinema di  Venezia nel  2004: H.P. Lovecraft – ipotesi  di un viaggio in Italia 

Gia, ma perché Lovecraft era arrivato in Italia e in special modo  nella zona del Polesine?

Secondo i documentaristi per trovare l’ispirazione nei  Racconti  del  Filò, un insieme di  leggende e miti tramandati dalla  popolazione originariamente  in forma orale, in cui si  narra di streghe e di  uomini pesce (nei  Miti  di Cthulhu Lovecraft parla appunto  di divinità acquatiche che aspettano il momento  di  dominare la Terra).

Non solo, sempre secondo  la ricostruzione riportata nel  docu-film,  a Loreo  (cittadina in provincia di  Rovigo) l’autore ebbe modo  di incontrare gli  adepti di una congregazione di  flagellanti: i Fradei  

I Fradei  si incontrano nella Notte della Santissima Trinità per la processione notturna che li porterà all’interno della chiesa della Madonna del  Pilastro. Qui, a porte chiuse, si  celebra un rito  vecchio  di  secoli e di  cui  solo  gli appartenenti  alla congrega ne conoscono lo  svolgimento.

E’ ovvio  che dietro a questo misterioso  rito, per di più tenuto a porte chiuse in un luogo  sacro, sono  nate delle leggende, ad esempio che loro, i Fradei, nel loro  segreto  venerino  un uomo pesce: da questa divinità Lovecraft ne avrebbe tratto lo spunto per i  suoi incubi  letterari (Dagon tra essi).

La verità è che dietro  a quella porta chiusa i Fradei si  riuniscono  per una notte di  meditazione (oppure per un torneo  di  bridge).

Concludendo 

Delta del Po (bozzetto di paesaggio)
©caterinAndemme

La verità credo  che sia un’altra e cioè che H.P. Lovecraft non sia mai  venuto in viaggio  in Italia, tanto meno nel Delta del  Po e, quindi, che non abbia mai  incontrato i Fradei.

Non voglio  mettere in dubbio  l’ipotesi  del  viaggio in Italia come descritto  nel  docu – film omonimo, ma ad esso preferisco  senz’altro  la realtà storica che dice:

Nel 1926 Lovecraft fa ritorno  a Providence sua città natale. Questo  dopo  aver trascorso un periodo  a New York funestato  da problemi  economici a seguito  dell’impossibilità di  trovare un lavoro  e del  fallimento dell’attività commerciale della moglie Sonia (da cui  si  separerà due anni  dopo).

Quindi, senza capacità economica, come avrebbe mai  potuto  organizzare un viaggio in Europa?

Voi  cosa ne dite?

Alla prossima! Ciao, ciao…