Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Barbara Loden e Wanda: dalla realtà al cinema

Femminismo non è una parola oscena.

Penso  soltanto  che le donne appartengono alla popolazione umana con gli stessi  diritti di  chiunque altro.

Cyndi  Lauper

Partendo da Wanda

Wanda è un film drammatico indipendente  del 1970 ambientato in Pennsylvania.

Il soggetto  del  film si  basa su  di una storia di  cronaca vera  e cioè quello  di una donna che si  lascia coinvolgere in una rapina in banca , vede morire il suo  complice durante la rapina stessa  e, una volta catturata, viene processata e condannata a venti  anni  di carcere.

Questa storia di cronaca nera viene casualmente letta su  di un giornale locale da Barbara Loden la quale ne prende lo spunto per il soggetto del  film Wanda, di  cui  sarà sceneggiatrice, regista e interprete.

Il personaggio  di  Wanda è una donna apparentemente apatica, scialba, che non si prende cura di  se stessa fino all’annichilimento della propria vita.

Il film, ambientato tra la  Pennsylvania orientale e Connecticut , ottenne un finanziamento  dal produttore di  Los Angeles Harry Shuster con un cast molto  ristretto  di  attori e con una buona dose di improvvisazione durante le riprese, tipico di un certo  genere della cinematografia sperimentale.

Wanda venne presentato nel 1970 alla 31°  Festival Internazionale  del Cinema di  Venezia dove vinse il premio  Pasinetti  come miglior film straniero.

Francesco Pasinetti
Francesco Pasinetti (Venezia, 1º giugno 1911 – Roma, 2 aprile 1949) è stato un critico cinematografico, sceneggiatore e regista italiano. È riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della cinematografia italiana degli anni trenta e quaranta e come storico del cinema internazionale. Ha condotto una vasta attività di divulgazione sulla tematica dello spettacolo cinematografico in quanto autore di alcune importanti opere, promotore di mostre e convegni, collaboratore di numerose testate ed insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia, di cui fu anche Direttore. Ha realizzato numerosi documentari, dedicati soprattutto alla sua città natale. Si è occupato inoltre di attività teatrale, scrivendo o dirigendo opere in prosa e musicali, nonché di fotografia e pittura. Tuttavia, nonostante l’intensità del suo impegno nel campo del cinema, non è mai riuscito, a parte una sola pellicola giovanile, a coronare i suoi progetti di diventare anche regista di film a soggetto. Tratto da Wikipedia

Nel 2010 la pellicola restaurata venne proiettata fuori  concorso al 67° Festival Internazionale del  Cinema di Venezia, mentre nel 2017 è stata selezionata per la conservazione nel National Film Preservation Board  dalla Library  of Congress degli  Stati Uniti.

Quando il film fu proiettato  per la  prima volta nelle sale statunitensi l’accoglienza da parte delle femministe fu  di  pura critica, in quanto  Wanda per loro rappresentava una donna passiva e sottomessa lontana dalla lotta di  rivendicazione del  femminismo.

Con gli  anni il giudizio diventa diametralmente opposto  vedendo in Wanda l’archetipo  di una donna che, a modo suo, si  ribella alla morale di una società bigotta.

Arrivando  a Barbara Loden (una breve biografia)

Barbara Loden

Questa è  Barbara Loden quando  posava nelle vesti  di pin -up per le copertine di  alcune riviste  facendosi  chiamare Candy  Loden.

Barbara Loden  nasce l’8 luglio 1932 a Asheville in North Carolina dove, dopo la separazione dei  suoi  genitori,  trascorrerà la sua infanzia allevata dai  nonni  materni in un ambiente rurale e molto  conservatore.

All’età di sedici anni  si trasferisce a New York dove inizia la sua carriera di modella e ballerina presso il night club Copacabana.

La svolta della sua vita avviene quando spinta dal desiderio  di  diventare attrice si iscrive ai  corsi  dell’Actors Studio: nel 1957 debuttò in teatro  in Compultion,  in seguito  in The Higest  Tree  con Robert Redford e Night Circus con Ben Gazzara.

Barbara Loden
Barbara Loden nel 1958 nel dramma Today is Ours

Nel 1960 recita affianco a Montgomery Clift nel  film di  Elia Kazan Wild River : nel 1966 sposerà proprio  Elia Kazan  di  23 anni  più anziano da cui  avrà un figlio che si  chiamerà Leo (un altro  figlio, Marco, lo  aveva avuto precedentemente dal  matrimonio  con il produttore cinematografico Larry Joachim).

 Anche il matrimonio  con il famoso regista stava per sfociare in un divorzio quando, sfortunatamente per lei,  nel 1978 le venne diagnosticato un  tumore al  seno che la uccise il 5 settembre 1980.

Nonostante una vita e una carriera densa di traguardi, Barbara Loden ebbe a dire di  se in un’intervista:

Non ero  niente. Non avevo  amici e nessun talento.. Ero un’ombra. A scuola non avevo imparato  nulla e non amavo il cinema, mi faceva paura la gente così perfetta, mi faceva sentire ancora più inadeguata….

Il libro 

Barbara Loden

La scrittrice francese Nathalie Lèger dedica a Barbara Loden il libro  Suite per Barbara Loden dove la narrazione della vita della scrittrice stessa si incrocia con il racconto della storia di una donna (Alma Malone) che ispirò il film Wanda e, quindi, la storia della sua regista.

Di Barbara Loden sappiamo poco: nata sei anni dopo Marylin Monroe nella provincia americana, si trasferisce giovanissima a New York dove lavora come modella, pin-up, ballerina, per poi recitare in due film di Elia Kazan, che sposerà nel 1969.

Nel 1970 scrive, dirige e interpreta Wanda, film che l’anno stesso vince il premio Pasinetti al Festival di Venezia ed è considerato oggi una pellicola di culto.

Come ha evidenziato Marguerite Duras, dietro alla figura della Wanda di celluloide si staglia nettamente quella della stessa Loden: “In Wanda accade un miracolo. Normalmente, c’è una distanza tra rappresentazione e testo, soggetto e azione. Qui quella distanza è completamente annullata.”

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Leonard, Fidel e Pierre: una loro piccola storia

Leonard

“Il comunismo  non è mai  andato  al potere in un Paese che non fosse smembrato dalla guerra o  dalla corruzione, o da entrambe”

John Fitzgerald Kennedy

1976: tra  golpe improbabili e nuove amicizie

Nel 1976 in Italia il comunismo  non era andato al potere: eppure la paura che il PCI riuscisse a governare il Paese fece temere per la stabilità dell’Alleanza Atlantica tanto che, in un documento  desecretato  del Foreign  Office nel 2008, si ipotizzò un golpe per fronteggiare tale eventualità.

Naturalmente il tutto era visto  come pura strategia teorica e quindi  irrealizzabile (per fortuna).

Se l’argomento ricade nei  vostri interessi vi  rimando al lunghissimo articolo pubblicato nel 2008 sul sito da La Repubblica.it ( Dalle carte segrete del  Foreign Office l’idea di un colpo  di  stato in Italia) .

Nel 1976 si  era ancora nel periodo  della Guerra fredda e Cuba era una spina nel  fianco  specie per gli  Stati Uniti  e gli alleati.

Leonard
Pierre Trudeau nel 1975

Non per il Primo  ministro canadese Pierre Elliot Trudeau (Montréal, 18 ottobre 1919 – Montréal 28 settembre 2000) che in quel periodo, rompendo  l’embargo verso  Cuba e irritando non poco  il governo  degli  Stati Uniti, volò all’Avana, accompagnato  dalla moglie Margaret e dal piccolo Michel di  appena tre mesi d’età,  restando ospite di  Fidel Castro per alcuni giorni diventandone amico.

Quando, disgraziatamente Michel morì nel 1998, a causa di una valanga mentre sciava nella British  Columbia , Fidel Castro andò a Montreal per i funerali, avendo quindi  l’occasione di abbracciare Justin,  il fratello  di Michel, allora ventisettenne ( l’altro  figlio  Sacha è oggi  giornalista in Canada).

Tocca ancora a Fidel  Castro, questa volta nel 2000, a ritornare in Canada per un altro funerale: questa volta per essere accanto  alla famiglia del  suo    amico  Pierre Trudeau.

Questa cortesia non verrà ricambiata dal premier Justin Trudeau alla morte del Lider Maximo allineandosi  in questa modo, ai leader occidentali (compreso  Obama)  che disertarono  le esequie oppure mandando  al loro posto  dei  rappresentanti.

Solo  dopo  i funerali Justin Trudeau scrisse un elogio ufficiale nei  riguardi dell’ex  presidente cubano.

La dichiarazione ufficiale di Justin Trudeau sulla morte di Fidel Castro
The Prime Minister, Justin Trudeau, today issued the following statement on the death of former Cuban President Fidel Castro: “It is with deep sorrow that I learned today of the death of Cuba’s longest serving President. “Fidel Castro was a larger than life leader who served his people for almost half a century. A legendary revolutionary and orator, Mr. Castro made significant improvements to the education and healthcare of his island nation. “While a controversial figure, both Mr. Castro’s supporters and detractors recognized his tremendous dedication and love for the Cuban people who had a deep and lasting affection for “el Comandante”. “I know my father was very proud to call him a friend and I had the opportunity to meet Fidel when my father passed away. It was also a real honour to meet his three sons and his brother President Raúl Castro during my recent visit to Cuba. “On behalf of all Canadians, Sophie and I offer our deepest condolences to the family, friends and many, many supporters of Mr. Castro. We join the people of Cuba today in mourning the loss of this remarkable leader.”

Leonard Cohen entra in scena

Leonard
Leonard Cohen

Ai funerali  di  Pierre Trudeau, oltre a Fidel  Castro, vi  era un altro importante personaggio, non della poltica ma della cultura musicale: Leonard Cohen

I due non si  erano mai incontrati  fino ad allora, anche se Leonard Cohen, nel 1961, si  era recato  a Cuba poco  prima del  tentativo degli esuli cubani  anticastristi (addestrati  dalla CIA)   di  rovesciare il regime di  Fidel Castro: tentativo   che sfociò nella disastrosa avventura della baia dei  Porci

Il cantautore poeta canadese era a Cuba seguendo le orme del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca il quale soggiornò all’Avana  per circa tre mesi  nel 1930.

Da quell’esperienza Leonard Cohen scrisse  Field Commander Cohen (il testo in italiano lo  troverete alla fine dell’articolo).

Comandante di Campo Cohen
Il Maresciallo di Campo Cohen fu la nostra spia più importante. Ferito mentre compiva il suo dovere, come paracadutare acido nei bicchieri delle feste diplomatiche, e costringere Fidel Castro ad abbandonare i suoi possedimenti. Ha lasciato tutto come un vero uomo, tornando a fare niente di speciale, sale d’attesa e code per i biglietti, suicidi con pallottole d’argento, messianiche mareggiate dell’oceano, e corse sull’ottovolante delle razze e altre tipi di noia spacciati per poesia. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Non ho mai domandato ma ho sentito che hai condiviso la tua sorte con i poveri. Ma poi ho ascoltato per caso la tua preghiera che tu possa essere questo e niente più di un cantante milionario adorato da qualche donna riconoscente e fiduciosa, il Santo Patrono dell’Invidia e il fruttivendolo della disperazione che lavora per il dollaro Yankee. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Oh, amante vieni e sdraiati vicino a me, se tu sei davvero il mio amante, e cerca di essere per un po’ il tuo io più dolce, fino a quando non chiederò altro, figlio mio. e poi fai risuonare gli altri te, sì, fai che si manifestino e vengano fino a quando ogni sapore sarà avvertito dalla lingua, fino a quando l’amore sarà penetrato e appeso e ogni tipo di libertà si materializzerà, allora oh, oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio.

Alla prossima! Ciao, ciao...♥♥

Trotula de’ Ruggiero e la sinfonia del corpo femminile

Trotula

Si tibi deficiant medici, medici  tibi fiant haec tria: mens laeta, requies, moderata diaeta

Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la modesta dieta

Scuola Medica Salernitana

  La Scuola Medica Salernitana

Mi piace aver messo una citazione in latino,  anche se del latino ne so  quanto la lingua Swahili ma, parlando  di  Scuola Medica Salernitana, non potevo rinunciare a un dogma della Scuola stessa tanto  semplice nel  concetto  quanto  efficace nell’esecuzione.

La leggenda della fondazione della Scuola Medica Salernitana
Si racconta che un pellegrino greco di nome Pontus si fosse fermato nella città di Salerno e avesse trovato rifugio per la notte sotto gli archi dell’antico acquedotto dell’Arce. Scoppiò un temporale e un altro viandante malandato si riparò nello stesso luogo, si trattava del latino Salernus; costui era ferito e il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il latino praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l’ebreo Elinus e l’arabo Abdela. Anch’essi si dimostrarono interessati alla ferita e alla fine si scoprì che tutti e quattro si occupavano di medicina. Decisero allora di creare un sodalizio e di dare vita a una scuola dove le loro conoscenze potessero essere raccolte e divulgate

Gli studi della Scuola Medica Salernitana si basavano principalmente sulla teoria ippocratica (o teoria umorale) tendendo a fornire una causa reale alle malattia superando concetti legati  alla magia e superstizione.

I quattro umori

Trotula
Schema dei quattro umori in relazione ai quattro elementi

Ippocrate di  Kos definì i quattro umori  di  base circolanti  nell’organismo umano:

BILE NERA corrispondente alla terra, ha sede nella milza

BILE GIALLA corrispondente al  fuoco, ha sede nel  fegato

FLEGMA corrispondente all’acqua, ha sede nella testa

SANGUE corrispondente all’aria, ha sede nel  cuore

Principio pitagorico della TETRAKTYS
Tale principio era basato sul numero quattro: esso faceva corrispondere le quattro qualità elementari (secco, freddo, umido e caldo) alle quattro stagioni (autunno, inverno, primavera ed estate) e alle quattro età della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia)

Seguendo lo  schema nella figura precedente si può vedere come gli umori fossero  soggetti a variazioni in base alla stagione per cui, ad esempio, il sangue prevale in primavera mentre la bile gialla in estate.

Ciò infine comportava che il buon funzionamento  dell’organismo dipendesse dall’equilibrio degli  elementi (eucrasia), mentre il prevalere di uno  di  essi era causa della malattia (discrasia).

il sistema degli umori di Ippocrate venne ampliato successivamente da Galeno il quale, basandosi su studi  scientifici in seguito alla dissezione di  animali  e osservazione dei  cadaveri  di persone morte in maniera violenta, arrivò al concetto  di pneuma (aria) , cioè il principio  fondamentale della vita corrispondente al  sangue: essendo il cuore la sede del  sangue, esso  doveva esserne anche quello della vita e dello  spirito (anima).

Galeno, inoltre, disse che la possibilità degli  elementi  di  combinarsi tra di loro era all’origine dei  diversi  caratteri riscontrabili in ogni  singolo individuo e cioè i temperamenti (melanconico, collerico, flemmatico, sanguigno) arrivando  alla fine a una teoria della personalità legata alla costituzione fisica della persona,  così  a un malinconico  (con eccesso  di  bile nera)  corrispondeva un tipo  magro, debole, pallido, avaro  e triste, mentre il collerico  (eccesso  di  bile gialla) è magro, irascibile, permaloso, generoso e superbo  (le prime tre caratteristiche   mi ricordano  qualcuno  di  mia conoscenza…)

Trotula mulier doctissima 

Le malattie delle donne prima, durante e dopo il parto
Siccome le donne sono per natura più fragili degli uomini, sono anche più frequentemente soggette a indisposizioni, specialmente negli organi impegnati nei compiti voluti dalla natura. Siccome tali organi sono collocati in parti intime, le donne, per pudore, non osano rivelare a un medico maschio le sofferenze procurate da queste indisposizioni. Per questo motivo e per la compassione verso questa loro disgrazia, mi hanno indotto ad approfondire e esaminare le indisposizioni che colpiscono più frequentemente la donna…..

il brano  è tratto  dal prologo  del primo  trattato  di  ginecologia risalente all’XI secolo  a cura di una : Trotula de’ Ruggiero

Nata a Salerno (1050?)  in una famiglia di  lignaggio  nobile qual  era i de’ Ruggiero, dotata di intelligenza e bellezza, sposò   Giovanni  Plateario (detto  il vecchio  per distinguerlo dal  figlio  Giovanni Plateario il giovane) importante medico e maestro , insieme ai  figli  Giovanni  e Matteo,  della Scuola Medica Salernitana.

La storia di Trotula non è ben chiara, qualche storico  addirittura ne dubita l’esistenza, ma già nel  XIII secolo il suo nome ha raggiunto  una certa notorietà da attribuirle la scrittura di  due opere: De ornatu  mulierum (Come rendere belle le donne) e il De passionibus mulierum ante, in et post partum.

Il primo, ovviamente, è un trattato  di  cosmesi,  mentre il  secondo (da cui  ho  tratto  la nota introduttiva) è, per l’appunto, un trattato  medico  dedicato  all’ostetricia e ginecologia (e di cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo)

Naturalmente, essendo lei  stessa una mulier doctissima appartenente alla Scuola Medica di Salerno, i principi  che lei  seguiva erano dovuti  alla teoria ippocratica e agli insegnamenti  di  Galeno.

Nel  suo  trattato, seguendo  questi principii, non si parla solo dei problemi  inerenti  al momento  del parto, ma anche a quelli rivolti  alla sessualità femminile, così si  consiglia l’igiene intima dopo il coito e che un’astinenza sessuale prolungata poteva nelle donne essere causa a gravi infermità (la medicina antica, senza preamboli, consigliava il coito  o  la masturbazione).

Sempre lei, inoltre, asseriva,  che causa di  sterilità non era da attribuire solo  alla donna, ma che poteva essere un problema esclusivamente maschile.

Per concludere una curiosità: Trotula Corona è una formazione geologica di venere dedicata alla mulier doctissima.

Il libro 

Trotula

Tra il IX e il XIII secolo fiorisce a Salerno una importante scuola di medicina, dove insegnano i maggiori studiosi dell’epoca, aperta anche alle donne, sia come allieve che come magistrae.

Una di queste, vissuta attorno all’anno Mille, fu Trotula de’ Ruggiero, la cui opera maggiore, De passionibus mulierum ante in et post partum, è un trattato di ostetricia e ginecologia di grande diffusione e autorità per tutto il Medioevo.

Tradotto in molte lingue europee, pubblicato in decine di edizioni, studiato nelle università, rappresentò per secoli il riferimento cardine della medicina occidentale.

Il De passionibus inizia delineando la natura caratteristica del genere femminile, che a differenza della natura del maschio, calda e asciutta, è fredda e umida. Alle donne manca il calore necessario per dissipare gli umori cattivi, e sono dunque più deboli e soggette ad ammalarsi prevalentemente negli organi riproduttivi. Per difendersi dagli umori le mulieres hanno tuttavia una particolare purificazione, il ciclo mestruale, la cui regolarità è fonte e segno di salute, e viceversa.

Primo compito della medicina è allora diagnosticare le ragioni dell’interruzione della regolarità delle mestruazioni e individuare con la farmacopea i rimedi opportuni. Trotula suggerisce come evitare una gravidanza, o come scegliere il sesso del bambino che si concepisce; è la prima ad affermare, contro consolidate credenze, che la sterilità può avere origine anche maschile; dispensa nozioni di ostetricia sulla posizione del feto nell’utero, dà indicazioni per individuare i segni di una gravidanza, e per il regime della puerpera: particolare attenzione merita il momento del parto, che necessita di una atmosfera serena e rispettosa del pudore della donna.

Trotula pone le patologie non solo in relazione con gli umori e con le ipotesi scientifiche dell’epoca, ma anche con l’intera vita della donna: la sua salute ha a che fare con la filosofia della Natura cui si ispira l’arte medica del tempo, e aspira a un corpo sano in armonia con l’universo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Il Corriere e la sua columnist: Maria Antonietta Torriani

Corrriere

Se la libertà di  stampa significa qualcosa, significa il diritto  di  dire alla gente ciò che non vuole sentirsi  dire

George Orwell

5 marzo 1876 nasce il  Corriere della Sera

 

Corriere
Il primo numero del Corriere della Sera – 5 marzo 1876

Quello  che tuttora conosciamo  come Corriere della Sera non è il primo giornale ad aver avuto questo nome: dieci  anni  prima della sua nascita e cioè nel 1866, a Torino, Giuseppe Rovelli fondò un giornale omonimo di  quello milanese che verrà, ma l’avventura giornalistica di  Rovelli  durò appena due numeri (quelli del 1 agosto  e del giorno  seguente) per mancato interesse da parte di un potenziale pubblico  di lettori.

Curiosamente lo stesso Giuseppe Rovelli, donando le copie originali del  suo  giornale al  nascente Corriere della Sera nel 1876, aveva scritto  su una di  esse:

Giuseppe Rovelli  che a ventitré anni partorì quest’infelice, mortogli in grembo il terzo  giorno  per mancanza di nutrimento, ne affida le misere spoglie al  fratello omonimo cresciuto  gigante

Queste misere spoglie furono poi  vendute in un’asta Bolaffi a Torino il 3 giugno  2000 per 28 milioni di lire acquistate da un collezionista privato.

Ritornando indietro  nel  tempo e cioè nel  febbraio del 1876, incontriamo le due persone che diedero  vita al  Corriere della Sera a Milano: Eugenio Torelli Viollier, già direttore de La Lombardia, e  Riccardo  Pavesi editore dello  stesso  quotidiano.

Per il lancio  del  nuovo  quotidiano  venne scelta la prima domenica di  Quaresima (domenica 5 marzo 1876): la tiratura iniziale fu di 15.000 copie al prezzo di  cinque centesimi in città (sette se si  abitava fuori  Milano).

Gli abbonamenti, l’ago  della bilancia tra il fallimento e la riuscita di un nuovo giornale, furono al  debutto 500 con prezzo  di 18 lire annuali per Milano (24 lire per fuori  città).

Tutto il ricavato  della vendita  delle prima 15.000 copie venne devoluto in beneficenza.

dall'articolo di fondo del primo numero del Corriere della Sera rivolto al Pubblico
Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro. Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori”. Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. […] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[…] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. […] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Sennonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. […] Tratto  da Wikipedia

Maria Antonietta Torriani Scrittrice e columnist 

La donna ritratta in questa foto  (molto  sgranata, per la verità) si  chiamava Maria Antonietta Torriani, nata a Novara il 1° gennaio  1840 e morta a Milano il 24 marzo 1920 all’età di ottant’anni.

L’ambiente provinciale di Novara (non me ne vogliano  i  novaresi) non è il massimo per una donna che vuole riscattarsi con le proprie forze da quel modello  sociale che vuole l’essere femminile relegato a ruoli  subalterni rispetto  all’uomo: si può dire che la fuga verso  Milano, con l’eredità di 4.500 lire che la madre le ha lasciato  (suo padre era morto molto  prima), è stato per lei  l’inizio  di un’avventura molto  fruttuosa.

Girovagando per redazioni di  varie riviste incomincia a scrivere con lo  pseudonimo di Marchesa Colombi e ben presto  a questo  mestiere di penna aggiunge quello  di  scrittrice di  romanzi che ebbero immediato  successo (troverete l’anteprima di Un matrimonio in provincia alla fine dell’articolo) dove le protagoniste sono  sempre delle donne in tutte le sue forme sociali dalla cameriera alla più agiata borghese.

Corriere
La Marchesa Colombi ritratta da Giovanni Segantini (1885)

 

Importati  furono per lei  l’incontro  a Milano con  due persone: la prima fu Anna Maria Mozzoni giornalista e attivista del movimento  per l’emancipazione delle donne in Italia.

Il secondo incontro, non certo meno importante fu con chi  diventerà suo  marito (ma presto  divorzierà da lui): Eugenio Torelli Violler.

E’ovvio  a questo punto che ritroviamo Maria Antonietta Torriani a firmare articoli sul Corriere della Sera che parlano  di costume e società, ma con una spiccata valenza protofemminista tanto  da raccomandare alle sue lettrici di  essere sempre se stesse a dispetto della morale di una società bigotta.

Gli ultimi   anni  della sua vita li  trascorse a Cumiana, in provincia di  Torino, continuando  a scrivere romanzi sociali e libri  per bambini.

Il libro

Nel 1973 Natalia Ginzburg riscopre Un matrimonio  in provincia e, insieme a Italo Calvino, propose il romanzo alla Casa editrice Einaudi che lo inserì nella collana Centolibri.

Nel 1980 il romanzo  venne adattato per il piccolo  schermo per la regia di Gianni Bongioanni.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Berlino: fuga dal Muro con sponsor

Berlino

Ich bin ein Berliner (io sono un berlinese)

Frase pronunciata da John Fitzgerald Kennedy il 26 giugno 1963 a Berlino Ovest in Rudolph – Wilde Platz

 Berlino 9 novembre 1989:  la caduta del muro

Berlino
Il Muro di Berlino

Dapprima, precisamente il 13 agosto 1961, fu  costruita a dividere Berlino quello  che venne chiamata una barriera di protezione antifascista ma che, in effetti, riuscì a dividere affetti, amicizie, amori: da una parte la grigia Berlino Est, dall’altra parte l’Occidente e cioè Berlino Ovest.

Non fu  subito un muro  di  cemento,  ma una barriera fatta di  filo  spinato dopodiché, per arginare la massiccia fuga dal  regime della Berlino  Est verso l’agognata libertà offerta dallo stile di vita occidentale , si  costruisce quello che verrà sempre ricordato  come il Muro di Berlino : una barriera lunga decine di chilometri e alta due metri  e mezzo, custodita dagli   appartenenti  alla  VoPos (Volkspolizei).

Il Muro e le sue vittime
Il Muro di Berlino era lungo 155 chilometri per due metri e mezzo di altezza. Le persone uccise nel tentativo di valicarlo furono 144 (ma altre stime ne danno un numero maggiore).

Bisogna, quindi, aspettare ben ventotto  anni  per arrivare a quella fatidica sera quando il muro finalmente non è più un ostacolo per la riunificazione delle Germania, processo  che si  concluderà il 3 ottobre 1990.

Il Tunnel degli italiani

Fino a pochi  anni  fa si poteva acquistare su  Amazon o su  Ebay pezzi  del  Muro come souvenir , poi, nel 2015, il progetto  di una recinzione a impedire lo sbriciolamento di  quello  che rimane essere il monumento  di un periodo  storico  dell’Europa, avrebbe avuto  la conseguenza di fermare questo  commercio.

Penso  che oggi questi  souvenirs servano  più che altro a fare da fermacarte su  qualche scrivania, oppure oggetti impolverati in mostra sullo  scaffale delle librerie.

Mentre delle centoquaranta vittime del  Muro (ma è solo una stima, potrebbero  essere anche di più) il ricordo

Nei  ventotto anni  di  esistenza del  Muro, furono più di  settantacinque i  tunnel scavati per permettere questa fuga: quello più famoso, scavato sotto  Bernauer Strasse lo si  ricorda come Il Tunnel  degli italiani

Domenico Sesta e Luigi  Spina si  erano  dapprima conosciuti  a Gorizia frequentando le scuole superiori, poi,  a Berlino, si  ritrovarono studenti presso la facoltà di Ingegneria presso  la Technische Universität.

E’naturale che in qualunque ambiente universitario  si  creino  delle solide amicizie, così fu per i  due italiani  nei  confronti di  Peter Schmidt il quale rimase intrappolato nella Berlino Est in seguito  alla costruzione del  Muro.

Nel  frattempo Domenico Sesta conobbe Ellen (diventata poi  sua moglie nel 1963) la quale  ebbe un ruolo  fondamentale nel  mettere su  una rete clandestina per far fuggire le persone dalla Germania dell’Est.

Si inizia a scavare il tunnel, ma oltre alle braccia occorre  anche denaro per l’acquisto di attrezzature, ed è a questo punto che si  fa avanti il network statunitense NBC ( National Broadcasting Company)  che offre quanto  necessario in cambio dell’autorizzazione di  filmare i lavori di  scavo e il momento di  quando donne, uomini  e bambini  escono fuori  dall’altra parte del  Muro finalmente liberi.

L’operazione dell’emittente televisiva statunitense non piacque, però, al neo presidente John F. Kennedy il quale non voleva inasprire i già tesi  rapporti  con l’URSS in un clima di Guerra fredda che poteva sfociare in una catastrofe atomica.

Quella che formalmente era una censura presidenziale non riuscì a opporsi  alla libertà di  stampa: il documentario  venne mandato in onda in prima serata con diciotto milioni  di  spettatori  che lo  videro.

Il Tunnel 29
In realtà il nome è Tunnel 29 dal numero di persone che riuscirono a fuggire attraverso di esso. Nel 2000 il presidente Carlo Azeglio Ciampi insignì di medaglia d’oro al Valore Civile Domenico Sesta e Luigi Spina. Domenico Sesta è deceduto il 5 maggio 2002; Luigi Spina nell’agosto del 2014

Il libro

La vicenda dei  due italiani  e dei  loro  compagni nell’avventura dello  scavo  del  Tunnel 29 è narrata dal  giornalista Greg Mitchell nel libro  Tunnel di  cui  vi  anticipo  l’anteprima.

Berlino

Estate 1962: da un anno il Muro divide la città di Berlino, e la sua popolazione, in due.

È ormai sempre più difficile per gli abitanti di Berlino Est scappare verso l’Ovest democratico bucando i checkpoint o cercando di scavalcare il Muro: gli “incidenti” alla frontiera contano sempre più morti, che le propagande dell’Est e dell’Ovest si rinfacciano a vicenda.

Ma se si assottigliano le possibilità di oltrepassare il confine, si può sempre provare a passarci sotto: diversi gruppi di giovani iniziano a progettare tunnel che dal più sicuro Ovest corrano sotto il Muro e sbuchino a Est, permettendo ad amici, parenti ed emeriti sconosciuti di espatriare. Per portarli a termine occorrono nervi saldi, braccia robuste e, soprattutto, soldi.

Entrano così in scena due emittenti televisive americane rivali, la NBC e la CBS, ognuna intenzionata a finanziare la realizzazione di un tunnel, in cambio dell’esclusiva sulle immagini della fuga. Ben presto iniziano le riprese e le manovre degli scavatori, all’ombra minacciosa della Stasi, degli infiltrati e delle microspie.

Ma in questo complesso dramma spionistico deve ancora fare la sua comparsa un ultimo, fondamentale attore: John Fitzgerald Kennedy, che in piena guerra fredda non può certo permettere a una televisione americana di foraggiare piani di fuga da Berlino Est. D’altra parte, come ha detto ai suoi collaboratori, «per quanto non sia una soluzione piacevole, quel maledetto Muro è comunque meglio di una guerra».

Fra allagamenti ed esplosioni, omicidi e colpi di scena, Greg Mitchell racconta i presupposti, la realizzazione e la sorte dei Tunnel di Berlino, schiacciati tra il tremendo potere della polizia segreta della DDR e i dilemmi di un presidente costretto a censurare i media di fronte alla minaccia di una guerra nucleare.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Margaret Bourke-White: Maggie l’indistruttibile

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

E’ necessario affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Margaret, Lee e Robert: fotoreporter in guerra 

In un certo senso  aveva ragione Paul Cézanne nel  dire che bisogna affrettarsi se si  vuol vedere qualcosa  perché nell’istante dopo ciò che abbiamo visto è già cambiato.

Ma se per il pittore il creare un’opera ha i suoi tempi, per un fotografo il discorso  è inverso: rapidità, istinto e anche esperienza si  fondano in un attimo per imprimere nella pellicola (oggi  nei  byte di una memoria digitalequello  che l’occhio  vuole documentare.

Se poi, per un motivo  o per l’altro, si è un inviato  di  guerra la fretta è necessaria anche per evitare tragiche conseguenze legate alla propria vita.

Ho  già scritto di  due celebrità della fotografia e dei loro  reportage di  guerra e cioè di  Lee Miller ( Da modella a fotoreporter di  guerra: lei è Lee Miller ) e di Robert Capa ( Robert Capa: The Magnificent Eleven ), oggi  mi dedico alla figura di un’altra grande fotografa qual era Margaret Bourke – White.

Lo spunto è nato  dopo  aver letto  che, prossimamente, a Milano presso  il Palazzo Reale vi  sarà una retrospettiva a lei  dedicata con un centinaio  di foto  proveniente dall’archivio  di  Life, il periodico  a cui  collaborò da quando Henry  Robinson Luce lo fondò nel 1936 avendo il privilegio di  vedere una sua foto (la diga di Fort Peck) utilizzata come copertina per il primo  numero.

La data dell’apertura della mostra Prima, donna Margaret Bourke – White è condizionata dai provvedimenti presi per fronteggiare la delicata situazione in cui l’Italia si  trova a causa della diffusione del  coronavirus

Margaret Bourke – White, una biografia in poche parole 

Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White (New York, 14 giugno 1904, Stamford, 27 agosto 1971) si specializza in fotografia industriale nel 1927, anno in cui divorzia dal primo  marito Everett Chapman   sposato due anni prima.

Nel 1928 si  trasferisce a Cleveland (Ohio) per aprire uno  studio  fotografico specializzato nella fotografia di  architettura e design  conquistando il diritto  di  essere considerata la più brava ( e forse l’unica per l’epoca) fotografa industriale, questo perché le sue immagini non sono fredde riproduzioni di  architetture, ma hanno in se una notevole qualità artistica.

Due anni  dopo  inizia la sua collaborazione con la rivista di  business ed economia  Fortune (fondata anch’essa da Henry Robinson Luce appunto  nel 1930).

Nel 1930 è la prima donna occidentale  a recarsi  nella ex – URSS per una serie di  reportage sull’industria sovietica.

Nel 1937 insieme allo  scrittore e giornalista  Erskine Caldwell (che diventerà il suo  secondo  marito  nel 1939 con il  conseguente secondo  divorzio  nel 1942) pubblica il libro illustrato You have seen their faces sulle condizioni miserevoli  dei coltivatori dopo un lungo  periodo  di  siccità portatrice di  carestia e miseria.

A tale proposito vi  rimando  al  mio  articolo  su  di un’altra grande fotografa testimone di  quel  periodo attraverso le sue drammatiche immagini: Dorothea Lange che fotografò la grande depressione⇐ 

Il 19 luglio 1941 è ancora a Mosca quando i nazisti compiono il primo  attacco aereo  notturno  sulla capitale: presente nell’ambasciata statunitense scatterà le immagini che diventeranno un sensazionale reportage per Life

Rientrata in patria insiste per diventare una reporter di  guerra ed essere inviata al  fronte accreditata con l’esercito  americano.

Nella realizzazione di questo  suo  desiderio,  pesa molto  essere una corrispondente di  Life e cioè il magazine più diffuso  negli  Stati Uniti: ben presto  si  troverà a indossare un’uniforma con  le mostrine di war correspondent e con il soprannome di Maggie the indestructible (Maggie l’indistruttibile)

Si  ritrova, quindi, sui  campi  di  battaglia del  nord Africa e sul fronte italiano, ma è a Buchenwald, che, dopo l’entrata dell’esercito  americano  sotto il comando  del  generale George Smith  Patton, si  ritrova a documentare  la disperazione nei  volti  dei  prigionieri  ancora increduli  di  essere stati liberati e l’orrore dei  forni crematori, tutto  questo malessere lo  condensò in una frase:

Davanti  allo strazio  della realtà ho scattato  senza guardare, l’obiettivo mi serve come barriera tra me stessa e l’agghiacciante verità dell’orrore che ho  di fronte

Dopo la guerra 

Instancabile nel 1947 è nel  subcontinente indiano per documentare la tensione prologo  alla nascita del Pakistan a seguito della divisione dall’India.

Ed è qui,  a poche ore dal  suo  assassinio,  che fotografò il  Mahatma Ghandi: l’episodio  è riportato nel  film del 1982 Ghandi diretto da Richard Attenborough, con Ben Kingsley nel  ruolo  di  Ghandi,  premiato l’anno  seguente con ben otto premi  Oscar tra cui quello  per il miglior film.

Margaret: l’ultima parte della sua vita

Ancora attiva sul campo è in Sudafrica dove scenderà nelle profondità di una miniera d’ oro per un reportage sulle disumane condizioni  dei  minatori  di  colore e l’apartheid.

Purtroppo questa straordinaria carriera termina nel 1957 quando, per la disabilità causatale dal  Parkinson, firma il suo  ultimo  servizio  per Life.

Muore il 27 agosto 1971 a causa di una caduta nella sua dimora.

Il libro

Nel 1963 aveva scritto  la sua autobiografia Portrait of myself della quale pubblico  l’anteprima

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥ 

Vulcania: il progetto postumo di Katia e Maurice Krafft

 

Vulcania

La Terra ci  fornisce sul nostro  conto più insegnamenti di  tutti i libri. perché ci oppone resistenza: misurandosi con l’ostacolo, l’uomo  scopre se stesso

Antoine de Saint-Exupéry

Vulcani, una coppia e la loro  passione 

Sull’argomento  vulcani  ho precedentemente scritto l’articolo  Vulcani, supervulcani e carestie: questa volta parlerò sempre di  vulcani ma di  come la passione per essi  ha unito  una coppia di  scienziati  francesi, della loro idea realizzata in un Parco  tematico e della loro tragica fine durante una  missione scientifica.

Vulcania

In questa vecchia foto  del 1980 sono  ritratti  i coniugi Katia e Maurice Krafft già famosi come i primi tra i  vulcanologi a filmare e fotografare i vulcani in attività durante le loro manifestazioni, furono uccisi da una colata piroclastica durante l’eruzione del monte Unzen in Giappone il 3 giugno 1991: lei  aveva quarantanove  anni, lui  quarantacinque.

Si erano  incontrati  per la prima volta all’Università di  Strasburgo dove Katia seguiva il corso  di geochimica mentre Maurice quello  di  geologia.

Entrambi, però, avevano un insegnante in comune: il grande vulcanologo  Haroun Tazieff il quale, dopo  che i  futuri  coniugi  Krafft si laurearono, li portò con se in Italia per studiare l’Etna ( sembra che il connubio  durò ben poco  a causa di  dissapori  tra la coppia e il vulcanologo  già affermato negli i ambienti  dei  mass media oltre che a quelli  scientifici).

Capire quale vulcano era in attività e se era  degno  di  attenzione negli  anni pre – Internet non era certo  cosa facile, per questo i coniugi  Krafft entrarono  a far parte del programma  Global  Volcanism della Smithsonian Institution, dove ancora oggi  convergono le comunicazioni da tutto il mondo sulle eruzioni  in corso, notizie  fondamentali  per chi di professione è vulcanologo ma non solo (il link è stato  messo proprio per placare ogni  curiosità) .

 Il loro progetto  da pensionati era quello  di  vivere alle Hawaii costruendo una casa vicino  al cratere del Kīlauea.

Vulcania

Vulcania

Era il grande sogno  di Katia e Maurice: un gigantesco parco  tematico dedicato  ai  vulcani  da svilupparsi  nelle viscere della terra in una regione ricca di  vulcani  spenti  come il Puy- de- Dôme: l’Auvergne

Il progetto fu  subito  contestato dai  geologi  che lo  vedevano  come una Disneyland scientifica (ma i Parchi  tematici  nascono proprio  per coniugare il divertimento  con l’apprendimento) e con gli  ecologisti  che temevano l’impatto  su  quel  territorio dei  possibili  visitatori  (allora ne erano  previsti  all’incirca 420.000 l’anno).

Nonostante queste riserve nel 2002 Vulcania apre le porte al pubblico raggiungendo, fino a oggi, la quota di oltre cinque milioni  di  visitatori, numero  inferiore a quello previsto in fase progettuale ma pur sempre considerevole.

Vulcania si  trova nel  comune di  Saint-Ours nel Puy-de-Dôme a una quindicina di  chilometri  da  Clermont-Ferrand

INFO

Galleria fotografica 

Quando  ho  visitato  Vulcania mi ricordo  di  aver fatto una lunga fila, ma il  disagio  è stato  ampiamente ripagato dall’allestimento  delle sale che, in maniera chiara a tutti  (anche a una profana come me), portano il visitatore nella geologia e genesi  dei  vulcani.

Queste poche foto non sono  assolutamente esaustive a riguardo.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice

Virginia Woolf

La più inutile delle classi, i ricchi con una patina di  cultura

Virginia Woolf

Virginia Woolf: incominciando  dalla fine

Virginia Woolf

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo.

Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò.

Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi.

Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare.

Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia.

Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so.

Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere.

Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.

Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà.

Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Pubblicando il testo  di  questa lettera scritta da Virginia Woolf a suo  marito prima di  suicidarsi, ho pensato a lei e alla sua malattia, la depressione, e di  quanto sia ingiusto  da parte dei  contemporanei  (compresa me)  pubblicare un documento violandone l’intimità e il dolore della persona che lo ha scritto al  culmine della sua esistenza.

In ogni  caso, parlando  di personalità come Virginia Woolf, è fuori  di ogni  dubbio  che ciò che è (o dovrebbe essere) privato diventa materia a disposizione del  pubblico.

Nel 2003 Nicole Kidman, indossando un naso finto ( abbruttendosi più del  necessario) vinse il premio  Oscar come migliore attrice protagonista  per il film The hours  basato  sul romanzo omonimo di Michael  Cunningham vincitore del  premio Pulitzer.

Una biografia in poche parole 

Virginia Woolf
Virginia Woolf (foto  di George Charles Beresford – 1902)

 Adeline Virginia  nasce a Londra il 25 gennaio  1882, suo  padre è sir Leslie Stephen storico e alpinista (fu  cofondatore dell’Alpine Club e redattore del giornale omonimo), sua madre era Julia Prinsep  Jackson.

Entrambi i genitori  erano vedovi e con figli  avuti  dai  rispettivi  precedenti  matrimoni

Virginia Woolf

In Gita al faro (1927) uno dei suoi  romanzi più famosi, la descrizione  dei luoghi  prende spunto dai  dintorni  di  Talland House la residenza estiva della famiglia Stephen a Saint Ives cittadina che si  affaccia nell’omonima baia in Cornovaglia: lei stessa disse che i periodi  più felici  della sua vita furono appunto  quelli passati in quel luogo, fino  al 1895.

Quell’anno, appunto il 1895,  quando lei  aveva solo tredici anni, sua madre morì e in seguito suo  padre, rimasto  vedovo  per la seconda volta, prostrato  dal  dolore decise di  vendere la casa al mare.

Dal 1897 al 1901 Virginia studiò storia e lettere classiche presso il King’s College London e, nell’anno in cui venne ammessa agli  studi universitari, un altro  lutto si  abbatté su  di lei  con la morte della sorellastra Stella.

Nel 1904 la serie luttuosa proseguì con la morte del padre Leslie Stephen.

In seguito  Virginia insieme a sua sorella Vanessa  e al fratello  Thoby si  trasferisce nel  quartiere londinese di  Bloomsbury ed è qui che, nel 1905, nasce il Bloomsbury  Group circolo  di  artisti  che ebbe modo  di  influenzare la società di  allora con temi  quali il femminismo, la sessualità e il pacifismo.

Sempre in quell’anno  incominciò  a scrivere per il supplemento  letterario  del Times e fare conoscenza con intellettuali  del  calibro  di Bertrand Russell, Edward Morgan Forster, Ludwig Wittgenstein.

Senza dubbio, però, la conoscenza che fece, e che per lei  senz’altro più importante, fu  quella con lo scrittore e teorico  politico  Leonard Woolf suo  futuro  marito (questo  non le impedì di  avere relazioni  con altre donne come Vita Sackville – West e Ethel Smyth  che influenzarono la vita e le sue opere letterarie).

Fu attraverso  Ethel Smith  che Virginia Woolf (finalmente posso chiamarla per nome e cognome) si  avvicinò al  movimento  delle  suffragette 

Nonostante quest’intensa vita intellettuale e professionale (pubblicava le sue critiche letterarie su  giornali  quali appunto il Times, il Guardian e il National  Review) e all’uscita del suo  primo libro  La crociera (1915), questo non le impedì di tentare il suicidio  a causa di  una seconda grave forma depressiva.

Leonard Woolf nell’intento di  aiutare sua moglie le propose di  fondare insieme a lei una casa editrice: nel 1917 nasceva la Hogarth Press che pubblicò libri  di  autori  come Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud e altri.

A questo punto sarebbe (quasi) inutile da parte mia citare i numerosi  romanzi  e saggi  che Virginia Woolf scrisse  nella sua carriera, ma mi preme fare un accenno  ai  quei  testi dove venivano messi in risalto le discriminazioni nel  confronto  delle donne (tema più che attuale):  Una stanza tutta per sè è il saggio  pubblicato  nel 1924 in cui  Virginia Woolf rivendica il diritto  della donna di  accedere alla cultura in una società, come quella inglese dell’epoca, ma non solo questa,che era solo  appannaggio  degli uomini; nelle Le tre ghinee (1938) il tema è lo stretto  legame esistente tra patriarcato, militarismo e regimi  dittatoriali.

La depressione in Virginia Woolf  e le sue cause

Nel 1940 la Gran Bretagna era in piena Seconda guerra mondiale: Virginia Woolf pubblica il suo  ultimo libro Tra un atto e l’altro, mentre le sue crisi  depressive diventano sempre più frequenti  e feroci, fintanto  che, il 28 marzo 1841, dopo essersi riempita le tasche di pietre si  annegò nel  fiume Ouse nel  Sussex.

Si  è  scritto molto  sulla depressione  che ha minato  la vita della scrittrice: certo i lutti con la perdita della madre quando lei  era tredicenne e quelli  seguente  con la morte della sorellastra Stella e del padre Leslie Stephen, hanno  contribuito non poco  all’instabilità del  suo umore, ma una grossa colpa è senz’altro  da addossare ai  suoi  fratellastri George e Gerald Duckworth che abusarono  sessualmente di lei  quando  aveva tredici  anni  e di  sua sorella Vanessa.

La storia di  questi  intolleranti  episodi  di  violenza familiare sono  il tema del libro della scrittrice statunitense  Louise  DeSalvo (deceduta il 31 ottobre 2018) Virginia Woolf: the impact of childhood sexual abuse on her life and work lavoro basato  su  di un’attenta analisi  degli  appuntii e dei  diari  che Virginia Woolf ha lasciato durante la sua vita.

Un’approccio  più scientifico è invece l’analisi  psicologica che Lucia C.A. Williams, ricercatrice presso il Dipartimento  di  psicologia dell’università di São Carlos in Brasile, ha pubblicato  con il titolo  altrettanto lungo  di Virginia Woolf’s history of sexual victimization. A case study in light of current research (se siete interessati  all’argomento l’intero studio lo troverete in questo pdf in lingua inglese).

Il libro

Caro padrino, siete stato sugli Adirondack e avete visto  molti  animali selvaggi  e molti uccelli  nei  loro  nidi: se non venite qui siete cattivo, arrivederci.

Con affetto Virginia

Virginia Woolf scrisse queste parole quando  aveva sei  anni e si  tratta di una postilla in una lettera che il padre aveva indirizzato all’amico  di  famiglia James Russell Lowell.

Lo stesso  scritto è stato utilizzato da Veronica La Peccerella come introduzione al  suo  saggio Mio  carissimo rospo una selezione delle lettere che Virginia Woolf ha scritto tra il 1888 fino  al 1900.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Architettura (d’antan) al femminile: Plautilla Bricci

Plautilla Bricci, prospetto occidentale di Villa Benedetta (detta Il vascello) Roma 1663 (Archivio di Stato)

Chi progetta sa di  aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere ma quando non gli  resta più nulla da togliere

Antoine de Saint – Exupery 

Architettura per soli uomini e per poche donne  

In un’intervista vecchia ormai  di  quasi  sette anni, Zaha Hadid  parlando della sua professione  disse queste parole:

La gente sottovaluta quanto l’architettura sia una professione difficile perché richiede orari lunghi e un impegno  assoluto.

Proseguendo nell’intervista lei  disse che una donna difficilmente poteva fare carriera  in architettura, se si  trovava nella condizione di dover pensare nel  contempo  alla famiglia e, eventualmente ce ne fossero,  alla cura di  figli.

Ovviamente le difficoltà di  cui  accennava  l’archistar sono le stesse che una donna può incontrare in qualunque ambito  lavorativo.

Architetto o architetta?

Confesso  che avuto  qualche dubbio se scrivere architetto oppure architetta: una visita al sito  architetti.com mi ha confermato che non è sbagliato  scrivere architetta e che il problema non è nella vocale finale quanto piuttosto nell’incompatibilità dei  tempi  richiesti  dalla professione con la vita familiare e la maternità (si  ripetono le parole di Zaha Hadid) oltre al  fatto  di  essere pagate di  meno a parità di  mansioni, di non aver accesso  a posizioni  di potere e, guarda un po’, di  essere vittime di episodi  di  puro  sessismo.

Se questo accade oggi figuriamoci quello  che poteva succedere nella Roma del  Seicento.

Plautilla Bricci: l’architettrice

Di  confessione in confessione anche di Plautilla Bricci, nata a Roma il 13 agosto  1616 e qui  deceduta il 13 dicembre 1705,    non ne sapevo (un’accidente di) nulla: a farmela scoprire è stata una recensione su La Lettura del libro di  Melania Gaia Mazzucco L’architettrice (anteprima alla fine dell’articolo) e la biografia Plautilla Bricci. L’architettrice del  barocco  romano scritto  da Consuelo  Lollobrigida (anche questo  libro è in anteprima alla fine dell’articolo).

I libri

Nel maggio del 1624 un uomo accompagna la figlia sulla spiaggia di Santa Severa, dove si è arenata una creatura chimerica: una balena.

Esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte, è questo che il padre insegna a Plautilla.

Una visione che contribuirà a fare di quella bambina un’artista, misteriosa pittrice e architettrice nel torbido splendore della Roma barocca. Melania Mazzucco disegna un grande ritratto di donna tornando alle sue passioni di sempre, il mondo dell’arte e il romanzo storico.

Giovanni Briccio è un genio plebeo, osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone, Briccio educa la figlia alla pittura, e la lancia nel mondo dell’arte come fanciulla prodigio, imponendole il destino della verginità. Plautilla però, donna e di umili origini, fatica a emergere nell’ambiente degli artisti romani, dominato da Bernini e Pietro da Cortona.

L’incontro con Elpidio Benedetti, aspirante scrittore prescelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino, finirà per cambiarle la vita.

Con la complicità di questo insolito compagno di viaggio, diventerà molto più di ciò che il padre aveva osato immaginare.

Melania Mazzucco torna al romanzo storico, alla passione per l’arte e i suoi interpreti. Mentre racconta fasti, intrighi, violenze e miserie della Roma dei papi, e il fervore di un secolo insieme bigotto e libertino, ci regala il ritratto di una straordinaria donna del Seicento, abilissima a non far parlare di sé e a celare audacia e sogni per poter realizzare l’impresa in grado di riscattare una vita intera: la costruzione di una originale villa di delizie sul colle che domina Roma, disegnata, progettata ed eseguita da lei, Plautilla, la prima architettrice della storia moderna.

 

Tra l’età della Controriforma e il Barocco si compie un lento cambiamento culturale che investe il ruolo della donna nella società.

Nel corso di questa trasformazione affiora la figura di un’artista di cruciale importanza per la storia delle donne e per la storia dell’arte: Plautilla Bricci. Architectura et pictura celebris,

La Bricci nacque a Roma nell’agosto del 1616: fu pittrice e architettrice, ricoprendo in questa professione il primato storico per una donna. Chi era Plautilla? Quale fu l’ambiente culturale e sociale nel quale si formò e fu capace di istruirsi? Come spiegare la sua firma su importanti opere d’architettura e dipinti del XVII secolo romano? Come trovò spazio nella difficile società del tempo dominata e gestita dal potere maschile?

Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali si è cercato di dare una risposta in questo libro, prima ancora di aver affrontato l’analisi critica della sua rilevante e molteplice attività, che ha costituto, nel ‘600, un unicum culturale, sociale e artistico.

Plautilla non fu soltanto architetta celeberrima ma anche una famosa pittrice (da qui il termine architettrice): la sua vita e la sua carriera possono essere prese ad esempio per iniziare a riscrivere e rivedere alcune prospettive sulle donne artiste del XVII secolo. Dopo circa dieci anni di costante ricerca in archivi pubblici e privati, è stato finalmente possibile ricostruire la vita e le opere di questa eccezionale artista, che ha il merito – e forse la forza – di scardinare gli stereotipi che ancora sopravvivono nei confronti delle donne artiste. Il libro si avvale delle presentazioni di alcuni dei più autorevoli storici dell’arte e dell’architettura internazionale.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥