Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

Pioniera dell’aviazione: Beryl Markham

Non ti  chiedo miracoli o  visioni, ma la forza di  affrontare il quotidiano.

preservami  dal  timore di poter perdere qualcosa della vita.

Non darmi  ciò che desidero ma ciò di  cui  ho  bisogno.

Insegnami l’arte dei piccoli passi.

Tratto  da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry

Ma chi  era Beryl Markham?

Beryl Markham
Beryl Markham

Se IL Blog di  Caterina riesce a trovare (quasi) sempre spunti  per nuovi  articoli è anche grazie ai  suggerimenti preziosi di  amiche e amici.

In questo  caso l’aiuto per superare lo  scoglio  della pagina bianca è arrivata da Rita (Tororò – cincischio  ergo  sum è il suo  blog) la quale ha colmato una mia lacuna riguardo a un personaggio  femminile di  tutto  riguardo: Beryl Markham 

Beryl Markham è nata il 26 ottobre 1902 a Ashweel (contea di Rutland, Inghilterra), all’età di  quattro  anni  suo padre, Charles Baldwin Clutterbuck  noto allevatore di  cavalli, decise di  trasferire tutta la famiglia (Beryl aveva anche un fratello: Richard Alexander) in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

Qui  suo  padre, come era ovvio, mise in piedi un allevamento  di  cavalli e Beryl poté crescere imparando la cultura locale e, a diciassette anni,  diventare lei  stessa una brava allevatrice di  cavalli.

Il cognome Markham è quello  del  suo  secondo  marito  (si  sposò per ben tre volte): l’imprenditore Mansfield Markham da cui  ebbe il figlio Gervase.

Trovò anche il tempo  per avere una relazione con il principe Enrico duca di  Gloucester, figlio  di re Giorgio  V (la famiglia reale non vide di  buon occhio la frequentazione del principe).

In Africa divenne amica di  Karen Blixen (GOSSIP ⇒e quando  la scrittrice smise di  frequentare il fidanzato (ormai  ex) Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore lei si prodigò subito  per riempire il vuoto  nel  cuore dell’uomo che morì il 14 maggio 1931 in un atterraggio particolarmente sfortunato.

Fu  naturale per lei acquisire dal  suo  sfortunato  fidanzato  la passione per il volo  e quindi  prendere il  brevetto  di pilota al punto  che, una volta diventata esperta nel pilotaggio, decise di  essere la prima donna a compiere un volo in solitaria sull’Atlantico da Abingdon in Inghilterra fino  a New York.

Il 4 settembre 1936, dopo un volo  durato venti ore, il suo  Vega Gull (chiamato  The Messenger)   a causa di problemi alla carburazione si  schiantò sul  suolo  di Cape Breton Island in Canada: niente paura perché lei  si  salvò morendo il 3 agosto 1986 all’età di ottantaquattro  anni.

In seguito  a questa impresa Beryl Markham venne celebrata come pioniera dell’aviazione essendo stata la prima donna a volare da est a ovest sull’Atlantico, dall’Inghilterra al  Nord America, in solitaria e senza scalo.

All’incirca un anno  dopo e cioè il 2 luglio 1937, la famosa aviatrice statunitense Amelia Earhart scomparve in un incidente sull’Oceano Pacifico  durante il tentativo  di  fare il giro  del mondo.

Ancora oggi non sono  stati ritrovati  i resti dell’aviatrice e del  suo  co-pilota Fred Noonan.

La dinamica della tragedia non è ancora stata chiarita e sono  state fatte solo  alcune ipotesi.

A riguardo  di  Amelia Earhart ho  scritto  questo post

A occidente con la notte 

Beryl Markham mise per iscritto la sua vita avventurosa nel  libro  autobiografico A occidente nella notte  (anteprima alla fine dell’articoloche inizialmente non ebbe molto  fortuna tanto  da non essere più stampato.

Nel 1982 casualmente in una raccolta di lettere di  Ernest Hemingway ne venne trovata una  in cui lui  lodava la scrittura di Beryl Markham

…hai letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’  scritto  meravigliosamente bene tanto  da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo  di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso.

In realtà nella lettera originale  di  Hemingway oltre alle lodi c’è una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta  con termini non propriamente eleganti.

Comunque, l’anno  dopo  e cioè nel 1983, la casa editrice californiana North Point Press ne fece la ristampa con ottimo successo  di  critica e vendita.

Nel  frattempo  Beryl Markham, che viveva a Nairobi in assoluta povertà (era rientrata in Africa nel 1952) venne raggiunta dal  successo  e quindi vivere i  suoi  ultimi  anni in agiatezza.

A suo  ricordo L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato  a lei il nome di un cratere d’impatto sul pianeta Venere .

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro A occidente con la notte di Beryl Markham 

Qualcuno  dice che la prosa elegante usata nel libro  sia dovuta ad alcune modifiche nella stesura suggerite da Antoine De Saint Exupéry altro  amante di  Beryl (Markham) 

Buona 💋 lettura 

Aidoru 2019 (quando l’idolo sbarca al Lido)

 

Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del  cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni  altro  amore, ad ogni  altro  dolore, ad ogni  altro  sogno, per sempre, per sempre

Gabriele D’Annunzio

Aidoru: dalla fantascienza di  ieri  alla realtà di  oggi

L’idolo a cui  Gabriele D’Annunzio dedicava quelle parole era certamente una donna mentre  l’Aidoru, personaggio del celebre romanzo omonimo del 1996 scritto  da  William Gibson, al posto  di  sangue e carne era fatto di  byte con la particolarità di

ispirare desiderio, di odio, d’amore: comunque di idolatria.

Aidoru (parole giapponese tradotta in italiano  come idolo) è una finzione letteraria, ma fino  a un certo punto perché, come molto  spesso accade che la fantascienza anticipi i tempi, l’idolatria è un fenomeno  di  oggi grazie soprattutto alla pervasività dei  social media nella nostra vita.

Perché nel  titolo  ho  scritto  Aidoru 2019?

L’ispirazione (chiamiamola pure così) mi  è venuta dopo aver letto  che, nell’edizione 2019 della Biennale del  Cinema a Venezia, è stato presentato il documentario Unposted di Elisa Amoruso sul fenomeno  mediatico creato  da Chiara Ferragni.

A dire il vero mi  sono  già espressa nel post pubblicato  sulla mia pagina Facebook e che (ri)pubblico qui sotto:

Quindi, pur ripetendomi, ho la sensazione che il documentario  sia solo pura propaganda al lavoro fatto  da   Chiara Ferragni sulla creazione del suo  personaggio, ma nulla dice sulla realtà di  come sia stato costruito a tavolino da un team più che esperto nella dinamica dei  social.

Ovviamente lei  di  suo ha messo  nel piatto una buona dose di intelligenza imprenditoriale che ha conquistato  17 milioni di  follower, penso, sparsi  nel mondo  e che alcuni  di loro (tanti)  oltre a seguire i dettami  della moda suggeriti dall‘Aidoru italiana, sono anche disposti  ad acquistare prodotti  come una bottiglietta d’acqua (se pur di  qualità, ma poi  tutto  finisce nella pipì) al prezzo  di  8 euro.

Sono invidiosa del  suo  successo?

Neanche per sogno: ma se volete mettere un like al mio articolo (magari  aggiungendo un bonifico  sul mio  conto IT 12345****) la cosa mi farebbe molto  piacere.

Alla prossima! Ciao, ciao….


In omaggio a William Gibson 

Avendo preso  in prestito il titolo  di un suo  romanzo, pubblico  l’anteprima di  un altro  celebre racconto  di  William Gibson e cioè Neuromante.

Buona 💋 lettura

Il conte di Cagliostro: mago e massone

Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero.
Alessandro, conte di Cagliostro

Il misterioso prigioniero di San Leo

San Leo
San Leo con la rocca dove venne imprigionato Cagliostro

Già a vederla da lontano quella rupe con sopra la fortezza incute un certo timore: poi, entrando a San Leo dall’unico varco di accesso, una porta larga tre metri o poco più, la percezione fisica del luogo diventa atemporale come se tutto quello che è fuori dalle sue mura appartenesse a un altra epoca distinta dal presente.

Va bene: mi sono lasciata coinvolgere da un’estemporanea esigenza di prosa e adesso ritorno a fare la blogger senza troppi BLABLABLA.

In effetti quando arrivai a San Leo avevo in mente la storia di Giuseppe Giovanni Battista Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo che, nonostante questa sfilza di nomi, era un’unica persona meglio conosciuta come Alessandro, conte di Cagliostro.

A rinchiuderlo nelle prigioni di San Leo nel 1791 è il Sant’Uffizio dietro l’accusa di eresia e la paura che egli voglia fondare in Italia, a Roma, una nuova Grande Loggia del rito massonico – egizio (in realtà considerata dagli stessi massoni un’anomalia, per approfondimenti il sito di Silvio Calzolari storico delle religioni e orientalista…potete farlo anche dopo, alla fine della lettura del mio articolo).

In un primo momento il Sant’Uffizio aveva pensato bene di condannare a morte Cagliostro, poi lo stesso papa Pio VI commutò la condanna a morte in ergastolo.

Cagliostro, comunque, anche se prigioniero continua a far paura: per questo la sua detenzione in isolamento , in una cella la apertura è posta in alto (non per nulla si chiama il Pozzetto), è costantemente sorvegliato dai suoi carcerieri i quali erano obbligati a fare rapporto quotidiano alle autorità ecclesiastiche sulle condizioni del conte.

Il trattamento a lui riservato è ignobile: ogni sua richiesta o lamentela viene subito punita con bastonate e, se possibile, con un regime alimentare ancora più misero.

Alla fine, il 26 agosto 1795, non resta al cappellano del carcere don Luigi Marini che dire

Alle tre del mattino, il 26 agosto dell’anno 1795, Giuseppe Balsamo detto conte di Cagliostro è morto per un attacco di apoplessia, conseguenza naturale della sua anima ribelle e impenitente, senza aver manifestato alcun segno di pentimento e avendo rifiutato i Sacramenti, all’età di 52 anni, 2 mesi e 28 giorni

Le cronache di allora riferiscono che il cadavere venne seppellito nella nuda terra senza nessuna indicazione su chi fosse sepolto in quella tomba.

Si dice anche che due anni dopo e cioè nel dicembre del 1797, una soldataglia francese disseppellì i resti di Cagliostro forse nella vana speranza di trovare un tesoro accanto al cadavere.

C’è chi afferma che Cagliostro non morì in quel 26 agosto 1795 ma che invece venne fatto fuggire e passò gli ultimi anni della sua vita nascosto chissà dove..

Conte di Cagliostro: una persona oppure due?

Ritratto del conte di Cagliostro
Ritratto del conte di Cagliostro (XVIII secolo, autore sconosciuto)

Per lo studioso Raffaele de Chirico esisterebbero due personaggi e cioè il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo che vivono vite parallele legate da un rapporto di convivenza con una donna: Lorenza Feliciani moglie di Giuseppe Balsamo

Fu la stessa Lorenza Feliciani a denunciare Cagliostro al parroco di Santa Caterina della Rota. La denuncia venne trasmessa il 5 dicembre all’Inquisizione e, all’ultimo momento, la donna si rifiutò di firmarla ma ormai era troppo tardi perché in una riunione tra papa Pio VI, il Segretario di Stato e altri cardinali venne deciso l’arresto del conte di Cagliostro imprigionato in Castel Sant’Angelo (ma anche della moglie che venne rinchiusa nel convento di sant’Apollonia a Trastevere).

Tra le altre accuse, oltre a quelle legate alla sua attività di massone, per Cagliostro vi sono quelle infamanti di sfruttamento della prostituzione e quella, ancora più grave agli occhi degli inquisitori, di essere un eresiarca cioè il fondatore e capo di un’eresia

Il legale di Cagliostro, l’avvocato Carlo Costantini, tentò di alleggerire la posizione del suo assistito facendolo passare per un semplice ciarlatano (nel contempo far passare sua moglie come prostituta e quindi immorale e inattendibile per sostenere le accuse da lei precedentemente avanzate e che le servirebbero piuttosto per ricostruirsi quella vita di innocenza perduta nel prostituirsi).

Ovviamente Carlo Costantini non era Perry Mason e Cagliostro venne condannato.

Piccola biografia

Una breve ricerca del nome di Cagliostro su Google fornisce all’incirca 2.840.000 risultati: per cui quanto vado a scrivere è solo una goccia in quell’immenso mare di notizie che si possono trovare in rete.

Inoltre, alla fine dell’articolo e per completezza, troverete l’anteprima del libro Cagliostro del giornalista e scrittore Luigi Natoli (Palermo, 14 aprile 1857 – Palermo, 25 marzo 1941).

Nasce a Palermo il 2 giugno 1743 da una famiglia molto povera (qualcuno afferma che la famiglia fosse nobile e poi decaduta).

Per molti anni con la moglie Lorenza la sua vita è più simile a quella di un bohème che di un mago diventando, infine, un avventuriero che grazie alle sue (presunte) capacità paranormali arriva ad essere quel personaggio carico di mistero e fascino che lo fece viaggiare in Europa soggiornando a Londra ospite di nobili (soggiorno che gli valse uno delle sue cadute per poi riprendersi, a causa di frequentazioni maldestre) e a Parigi.

Dopo la disavventura londinese, a Parigi viene insignito del titolo di Gran Maestro dell’ordine dei Templari entrando a far parte di sodalizi che gli faranno da lasciapassare per le corti europee ricevendo sempre onori e tributi: fu ospite di Federico II di Prussia, di Stanislao di Polonia, di Gustavo III di Svezia, di Caterina di Russia (un’ altra Caterina molto famosa) e di Luigi XVI re di Francia: ovunque il suo repertorio fatto di fenomeni paranormali e miracolose guarigioni attraggono persone di ogni ceto.

Addirittura, dopo essere stato imprigionato alla Bastiglia per dieci mesi in seguito allo scandalo per il furto di una collana (innocente o colpevole, questo non lo so), alla sua scarcerazione, avvenuta il 10 giugno 1786 lo attendeva una folla raggiante che lo porta in trionfo.

In quest’occasione profetizzò rivolgendosi verso la Bastiglia:

Queste mura cadranno

Tre anni dopo, il 14 luglio1789, la Bastiglia venne presa d’assalto durante quella considerata come la Prima Rivoluzione francese

Parlando della sua preveggenza si racconta che quando era a Londra suggerì al suo segretario i numeri per vincere per tre settimane consecutive 1500 sterline giocando alla lotteria nazionale.

Chissà: potrei chiedere a un medium di mettermi in contatto con lo spirito del conte di Cagliostro per farmi dire i numeri del Superenalotto!
Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Cagliostro di Luigi Natoli

La libertà femminile è anche scelta nell’intimo


La biancheria intima è fastidiosa…e il mio  corpo  deve respirare

Jean Harlow 

La libertà delle donne è anche  scelta nell’intimo (reggiseno oppure no?)

E’ più importante aver salvato  delle vita umane, oppure non indossare il reggiseno?

La risposta, insieme alla mia solidarietà nei  confronti  di  Carola,  l’ho già data nella mia pagina di  Facebook (Caterina Andemme Logbook) quindi vi  faccio  un’ altra domanda:

Di  solito qual è la biancheria intima che indossate (o non indossate)?

E’ ovvio che nessuna di  voi mi risponderà (ci  mancherebbe altro), allora vi  dirò l’intimo  che io non indosserò mai e che odio  profondamente, cioè  il tanga: quella specie di  filo interdentale per natiche (scultoree o meno  che esse siano)!

Adesso mi direte che il sacrificio  di  indossare quella sottile (e fastidiosa) strisciolina di  tessuto tra le…(tra le chiappe: OPS!!!) viene compensato dall’essere un indumento  seducente, provocante e alludente: in poche parole ci  trasformerebbe in bambolone super sexy per la felicità di  chi  ci  guarda (che sia un lui, una lei  o una leilui) prima di passare ai preliminari propedeutici  a una conoscenza più intima.

Il consiglio delle più esperte in sexy lingerie è, se il tanga proprio non ci piace, possiamo optare per le culotte trasparenti o quelle di pizzo: l’effetto  erotizzante (dicono le esperte) è lo  stesso  assicurato.

 

Se le culotte vi  fanno pensare  a qualcosa di  vecchio o fuori moda, sono  le donne più giovani (ma noi tutte nate dopo la regina Nefertiti possiamo considerarci ragazze) a dire esattamente il contrario: le nuove tendenze dicono che le giovani donne oggi sono propense a indossare l’intimo comodo e, solo  dopo, anche sensuale (le culotte, appunto).

E’ ovvio  che questa tendenza sia diventato terreno  di  caccia dei più o meno  noti  brand del  settore che, seguendo il  tema dell’  ecosostenibilità, producono  capi in cotone vegetale (soia, cotone bio e canapa,  se non addirittura il bambù) o fibre tecnologiche come il Tencel  (prodotto partendo dalla polpa di legno  degli  alberi  di  eucalipto)   che riutilizza il totale dell’acqua consumata nel  suo  ciclo  di produzione.

Uno spazio (anche divertente) per dare un calcio agli  stereotipi dell’immaginario  maschile (ma anche in parte femminile) e dove tutte possono  contribuire condividendo post e suggerimenti è Freeda:

Freeda  è donna, arte, rivoluzione, coraggio, in una parola: libertà.
Ma Freeda è anche un progetto, e un mondo, fatto di persone che vogliono cambiare le cose, rompere gli schemi e dar vita a una nuova era per il mondo femminile.
Persone che credono nel cambiamento, nella parità, nell’inclusione, nel supporto reciproco, nelle donne, negli uomini e nel potere delle loro storie.

Per concludere alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del libro Storia illustrata della moda e del  costume scritto  da Laura Cocciolo  e Davide Sala

Culotte con il pizzo o solo due gocce di  Chanel N° 5? 

Alla prossima! Ciao, ciao..


Anteprima del libro Storia illustrata della moda e del  costume di Laura Cocciolo e Davide Sala 

 

Infine, cinquant’anni fa, si partì per la Luna


Folle è l’uomo che parla alla luna

Stolto  chi non le presta ascolto

William Shakespeare – Romeo e Giulietta 

Dalla notte dei  tempi è sempre la Luna

Ovunque nel mondo  antico, dalla Babilonia fino  all’Egitto, dalla Grecia a Roma, la Luna fu adorata come  divinità, soprattutto  al  femminile.

Quel  suo  apparire, crescere e scomparire, per poi  riapparire nuovamente dando inizio  a un nuovo  ciclo, fece si  che essa venisse messa in relazione con  la vita degli uomini, degli  animali  e dei  vegetali.

Mentre l’agricoltore  seguiva le fasi  lunari per la semina e il raccolto, attorno alla Luna incominciarono  a nascere leggende, credenze, superstizioni e proverbi.

Le fasi  del nostro satellite, partendo dall’osservazione degli  astrologi  per i loro  vaticini, fu la base per la misurazione del nostro  tempo:

Dai  sette giorni  trascorsi  tra due fasi  successive si  arrivò alla determinazione della settimana ( il sette stesso  divenne un numero con caratteristiche esoteriche); dalla lunazione, cioè dalla durata complessiva delle quattro  fasi, si ottenne il mese: da questa suddivisione del  tempo derivarono i più antichi  calendari lunari 

Le fasi lunari
Le fasi lunari

Fu Ipparco  di  Nicea nel 130 a.C. a calcolare la distanza tra il nostro pianeta  e la  Luna utilizzando il metodo  della parallasse stabilendo un valore prossimo  a quello  reale pari  a trenta volte il diametro  della Terra.

Bisogna, però, aspettare secoli dopo  affinché l’occhio  umano  possa vedere   la superficie lunare nella sua conformazione: nel 1610, precisamente il 7 gennaio, Galileo  Galilei  puntò il suo  cannocchiale verso la Luna distinguendo montagne e zone pianeggianti più oscure.

 Giovanni Keplero, contemporaneo  di  Galilei,  stabilì le leggi che regolano  il movimento  dei pianeti mentre, nel 1687, Isaac Newton formulava il principio della gravitazione universale: l’astronomia era diventata una scienza staccandosi  completamente da quello  che fino  ad allora era appannaggio dell’astrologia nell’osservazione della volta celeste.

La Luna, comunque, continuava a essere irraggiungibile e misteriosa e solo la fantasia degli  scrittori poteva idealmente permetterne l’esplorazione: da Edgard Allan Poe fino  ai più moderni Robert A. Henlein , Arthur C. Clarke e Poul  Anderson (solo per citarne alcuni) potevano  colmare l’inconscio  desiderio insito  nella natura umana che è l’esplorazione di nuovi mondi.

16 luglio 1969, Cape Kennedy 

Furono un milione gli  spettatori  che assistettero  alla partenza dell’Apollo 11   dalla baia di  Cape Kennedy (lo  stesso numero  di persone  presenti  al Festival  di  Woodstock un mese dopo).

saturn V al momento del lancio
Il razzo Saturn V al momento del decollo
Archivio NASA

 Alle ore 9.32 locali  (in Italia erano  le 15.32)  Saturn V si  stacca dalla rampa di lancio numero 5: dopo  ottantatré secondi  dal  lancio, raggiunge l’altezza di 4.900 metri.

In meno  di un minuto  e mezzo  la sua velocità arriverà a 2800 Km/h: i tre astronauti subiranno una forza pari  a 4,5 G cioè questo  vuole dire che il corpo  di Armostrong, Aldrin e Collins peserà quattro  volte e mezzo di più rispetto  al peso sulla Terra.

Gli atronauti di Apollo 11
I tre astronauti di Apollo 11. Da sinistra a destra: Neil Armostrong, Michael Collins e Buzz Aldrin

 

Dopo  all’incirca 11 minuti dalla sala di  controllo  di  Houston l’annuncio  che  Saturn V è in orbita di parcheggio a una quota di 186 chilometri: la prima fase del  volo, quella più pericolosa, è superata.

20 luglio 1969, Mare Tranquillitatis 

20 luglio 1969, ore 15.17 (22.17 in Italia)  

Houston, qui  Base della Tranquillità, Aquila è atterrata

E’ la voce di  Neil Armstrong a dare l’annuncio che la più grande avventura dell’uomo al  di  fuori della Terra stava iniziando.

E’ tanta l’eccitazione del momento  che l’astronauta suggerisce di  anticipare di un’ora l’uscita dal Modulo Lunare, sacrificando una delle quattro  ore di  riposo  previste dal programma: da Houston, solo  dopo  qualche perplessità ed essersi  consultato con i medici  che dal  Centro seguono i dati  fisiologici  dei  tre astronauti, il direttore di  volo, Cliff Charlesworth, dà il suo consenso  alla richiesta.

20 luglio 1969, ore 21,44

La targa posta sulla superifcie lunare nella missione Apollo 11
La targa lasciata sulla Luna durante la missione Apollo 11

Il mondo intero dagli  schermi televisivi  può finalmente osservare   Neil Armstrong scendere dal  Modulo  Lunare per diventare il primo uomo  sulla Luna:  dopo  di lui  sarà il turno  di  Buzz Aldrin, mentre Michael  Collins orbitava intorno al pianeta in qualità di  pilota del  Modulo di  Comando.

L'orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
L’orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
Archivio NASA

Fu allora che Neil Armstrong pronunciò quella frase che sarebbe passata alla storia:

E’ un piccolo passo  per l’uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità

La maratona televisiva

Mentre Neil Armstrong posava il suo piede sulla superficie lunare, in Italia erano le 4.56 e quello  era il culmine della prima maratona televisiva della RAI che, dallo  studio  di  via Teulada 3, aveva trasmesso per 25 ore consecutive.

A condurre la  diretta televisiva fu il giornalista Tito  Stagno (video intervista nel  ricordo di  quella serata)  coadiuvato da un altro bravo  giornalista come Andrea Barbato mentre, da Houston, Ruggero  Orlando ricopriva il  ruolo  di inviato.

Nel  box seguente il Rapporto dalla Luna cioè la trascrizione originale della NASA del  dialogo fra la base di  Houston e gli  astronauti (vi  ricordo  che se volete ricevere questo  e altro  materiale pubblicato nel  blog basta farne richiesta iscrivendovi  alla newsletter)

Apollo 11

Dedico  l’articolo a tutti coloro  che ieri hanno  dato  la possibilità all’umanità di  far vivere un sogno  e a coloro  che non smettono di  sognare affinché l’avventura continui 

 Alla prossima! Ciao, ciao….

Un picnic mancato sul Monte Kenya

Marceremo  a piccole tappe, ridendo  lungo il cammino

dei  viaggiatori  che hanno  visto  Roma e Parigi: nessun ostacolo potrà fermarci;

e abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione,

la seguiremo ovunque avrà voglia di  condurci

Xavier De Maistre

Nessun picnic sul Monte Kenya per Felice Benuzzi 

Xavier De Maistre scrisse Viaggio intorno  alla mia camera (da cui sono tratte le parole all’inizio dell’articolo) durante i 42 giorni di  confinamento nel  suo  alloggio inflitti dal  suo  superiore: girovagò in lungo  e largo per quella stanza trovando l’ispirazione per scrivere e fuggire dalla monotonia della prigionia.

La prigionia di Felice Benuzzi (Vienna, 16 novembre 1910 – Roma, 4 luglio 1988) non era misurata dai passi  percorsi  lungo  la parete di una stanza, ma era pur sempre una condizione in antitesi con la libertà.

Per questo pensò di  riprendersi il senso  della vita scalando quella montagna che ogni  giorno vedeva dal  suo  campo  di prigionia: il Monte Kenya.

 

 

Felice Benuzzi nasce a Vienna (da madre austriaca e padre italiano) ma la sua giovinezza è  a Trieste che lascia per poi laurearsi  in giurisprudenza a Roma.

E’ una persona molto  atletica, ottimo  nuotatore tanto da partecipare a importanti  campionati internazionali di nuoto (immagino  piazzandosi anche nei primi  posti: voi ne siete a conoscenza?).

Ma è durante il suo  periodo  triestino che impara ad apprezzare la montagna dedicandosi all’alpinismo nelle Alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali, avendo  come compagni  di  cordata personaggi  del  calibro  di  Emilio Comici   

Durante la Seconda guerra mondiale viene inviato in Etiopia, precisamente ad Addis Abeba,  per ricoprire la carica di  funzionario  governativo. quando  nell’aprile del 1941 la capitale etiopica viene occupata dagli inglesi, Felice Benuzzi verrà fatto prigioniero e, separandosi dalla moglie e dal figlio, verrà inviato nel  campo  di prigionia 354 a Nanyuki alle pendici  del  Monte Kenya.

L’idea per una fuga

Felice Benuzzi ( a sinistra nella foto) durante la sua prigionia al campo 354 in Kenya

Il Mozambico  è troppo  lontano  per arrivarci  e salpare su  di una nave in direzione dell’Italia: ma in qualche maniera bisogna reinventarsi  la vita,  abbattere la noia, avere uno scopo.

E lo scopo  è lì,  in quei 5.199 metri  di montagna da scalare e conquistare (anche per l’amore patrio).

Sa benissimo  che da solo  non può farcela, quindi sonda tra gli  altri prigionieri  italiani  chi vorrà aderire a questa sua idea di  fuga trovando due compagni:  Giovanni Balletto  e Vincenzo Barsotti 

I tre incominciarono  a chiedere informazioni (con noncuranza per non ingenerare sospetti) ai loro  carcerieri  sull’ambiente e sugli animali  feroci  che si potevano incontrare all’esterno  del  campo.

Poi, ovviamente sempre di nascosto, costruirono  la loro  attrezzatura e accumularono  cibo necessario  alla sopravvivenza.

Il 24 gennaio  1943 i  tre evasero  dal  Campo  354: a loro  disposizione, come unica mappa del  territorio, hanno l’etichetta di una scatola di  carne che raffigura il versante meridionale della montagna, mentre loro  dovranno  affrontare la via più impegnativa posta a nord.

I giorni  trascorrono non senza problemi tra incontri  con animali  selvatici e le riserve alimentari che incominciano  a scarseggiare inoltre, a rendere la situazione ancora più precaria, Barsotti  si  ammala e dovrà rimanere a riposo in una tenda di  fortuna.

Il 4 febbraio Benuzzi insieme a Giovanni  Balletto tentano  l’ascesa alla cresta ovest del Batian  ma vengono  respinti  dalle condizioni  climatiche avverse.

Avranno  maggiore fortuna due giorni  dopo  quando  arrivano  in cima alla Punta Lenana come segno  della loro impresa il tricolore ricavato  da alcuni pezzi  di  stoffa cuciti  insieme (la bandiera verrà ritrovata anni  dopo  da alcuni scalatori  kenioti).

Ormai stanchi  e affamati comprendono  che l’unico modo  per sopravvivere è quello  di  riconsegnarsi alle autorità inglesi  a Nanyuki

Il generale Platt, a comando  del  campo  354, dapprima li  condanna a ventotto  giorni di  isolamento che vengono ridotti  a sette come riconoscimento alla loro impresa sportiva (si sa: gli inglesi  ci  tengono  a queste cose

Il libro

L’avventura di Felice Benuzzi  e dei  suoi  due compagni  verrà raccontata dal protagonista nel  libro Fuga sul Kenya tradotta in più lingue – tra cui  l’ inglese  No picnic on Mount Kenya da cui  ho preso  spunto  per il titolo  di  quest’articolo – che è diventato un bestseller tra i  libri  dedicati alla montagna.

Non ho  trovato un’anteprima in lingua italiana ma solo  quello originale inglese che troverete alla fine (potrà sempre servirvi  come ripasso nello  studio  dell’inglese).

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  No picnic on Mount Kenya di Felice Benuzzi

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta

Cecily Isabel Fairfield (Rebecca West) 

Un po’ di  femminismo che non guasta

Non considerandomi uno  zerbino (tanto  meno operatrice del  sesso) potrei dire di  essere una femminista, ma ancora prima e soprattutto, sono una donna la quale, come tutte le donne, è proprietaria di  diritti non subordinati a quelli  di un uomo.

Nel 1791 in Francia (due anni  dopo  la presa della Bastiglia)  la scrittrice Olympe de Gouges, ispirandosi  alla Dichiarazione dei  diritti  dell’uomo  e del  cittadino (1789)  scrisse La dichiarazione dei  diritti  della donna e della cittadina 

La donna nasce libera e ha gli  stessi  diritti  dell’uomo.

L’esercizio  dei  diritti  naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo.

Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione.

Certo  di  cose ne sono cambiate dai  tempi  della Rivoluzione francese, ma guardando il ruolo  della donna nella società attuale è palese che non tutti i diritti  della donna siano  soddisfatti e che, quindi, essere uomo è un inammissibile vantaggio.

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Rebecca West

Rebecca West   ( Londra, 21 dicembre 1892 – Woking, 15 marzo 1983) è il nome che Cecily Isabel Fairfield prese in prestito dalla protagonista dell’opera di Henrik Ibsen  La casa dei  Rosmer.

Fonti  biografiche dicono  che la sua prima ispirazione per emanciparsi  dalla famiglia fu  quella di  diventare attrice, molto probabilmente la vita sui  palcoscenici  non le si  addiceva e quindi pensò di  dedicarsi  alla scrittura in veste di  giornalista.

Ed è proprio come giornalista che entrò nella redazione di un giornale legato  al Movimento  delle Suffragette aderendovi  all’età di  ventitré anni: da qui in poi, sempre secondo  alcune fonti  biografiche, firmò i suoi  articoli  con il nome di  Rebecca West più che altro  per aggirare il divieto  materno di  scrivere su  di un giornale femminista ( il padre da tempo aveva abbandonato la moglie e le sue figlie).

Non amando  il gossip tralascio  di  scrivere sugli amori  di Rebecca West,  citando  solo  quello  con lo  scrittore H.G.Wells da cui  nacque un figlio: Anthony West (1914 – 1987).

E’ ovvio  che quanto  ho  scritto fino  ad adesso su  Rebecca West è alquanto  riduttivo (in rete potete trovare notizie ben più dettagliate) per cui  concludo  solo  dicendo  che lei rappresenta un modello  di  donna tenace e con carattere, nonché una scrittrice molto  dotata tanto  che la rivista Time nel 1947 la definì come indiscutibilmente la scrittrice numero uno  al mondo.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  suo  primo  romanzo: La famiglia Aubrey 

Buona lettura.

Alla Prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  La famiglia Aubrey di  Rebecca West 

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf