Infine, cinquant’anni fa, si partì per la Luna


Folle è l’uomo che parla alla luna

Stolto  chi non le presta ascolto

William Shakespeare – Romeo e Giulietta 

Dalla notte dei  tempi è sempre la Luna

Ovunque nel mondo  antico, dalla Babilonia fino  all’Egitto, dalla Grecia a Roma, la Luna fu adorata come  divinità, soprattutto  al  femminile.

Quel  suo  apparire, crescere e scomparire, per poi  riapparire nuovamente dando inizio  a un nuovo  ciclo, fece si  che essa venisse messa in relazione con  la vita degli uomini, degli  animali  e dei  vegetali.

Mentre l’agricoltore  seguiva le fasi  lunari per la semina e il raccolto, attorno alla Luna incominciarono  a nascere leggende, credenze, superstizioni e proverbi.

Le fasi  del nostro satellite, partendo dall’osservazione degli  astrologi  per i loro  vaticini, fu la base per la misurazione del nostro  tempo:

Dai  sette giorni  trascorsi  tra due fasi  successive si  arrivò alla determinazione della settimana ( il sette stesso  divenne un numero con caratteristiche esoteriche); dalla lunazione, cioè dalla durata complessiva delle quattro  fasi, si ottenne il mese: da questa suddivisione del  tempo derivarono i più antichi  calendari lunari 

Le fasi lunari
Le fasi lunari

Fu Ipparco  di  Nicea nel 130 a.C. a calcolare la distanza tra il nostro pianeta  e la  Luna utilizzando il metodo  della parallasse stabilendo un valore prossimo  a quello  reale pari  a trenta volte il diametro  della Terra.

Bisogna, però, aspettare secoli dopo  affinché l’occhio  umano  possa vedere   la superficie lunare nella sua conformazione: nel 1610, precisamente il 7 gennaio, Galileo  Galilei  puntò il suo  cannocchiale verso la Luna distinguendo montagne e zone pianeggianti più oscure.

 Giovanni Keplero, contemporaneo  di  Galilei,  stabilì le leggi che regolano  il movimento  dei pianeti mentre, nel 1687, Isaac Newton formulava il principio della gravitazione universale: l’astronomia era diventata una scienza staccandosi  completamente da quello  che fino  ad allora era appannaggio dell’astrologia nell’osservazione della volta celeste.

La Luna, comunque, continuava a essere irraggiungibile e misteriosa e solo la fantasia degli  scrittori poteva idealmente permetterne l’esplorazione: da Edgard Allan Poe fino  ai più moderni Robert A. Henlein , Arthur C. Clarke e Poul  Anderson (solo per citarne alcuni) potevano  colmare l’inconscio  desiderio insito  nella natura umana che è l’esplorazione di nuovi mondi.

16 luglio 1969, Cape Kennedy 

Furono un milione gli  spettatori  che assistettero  alla partenza dell’Apollo 11   dalla baia di  Cape Kennedy (lo  stesso numero  di persone  presenti  al Festival  di  Woodstock un mese dopo).

saturn V al momento del lancio
Il razzo Saturn V al momento del decollo
Archivio NASA

 Alle ore 9.32 locali  (in Italia erano  le 15.32)  Saturn V si  stacca dalla rampa di lancio numero 5: dopo  ottantatré secondi  dal  lancio, raggiunge l’altezza di 4.900 metri.

In meno  di un minuto  e mezzo  la sua velocità arriverà a 2800 Km/h: i tre astronauti subiranno una forza pari  a 4,5 G cioè questo  vuole dire che il corpo  di Armostrong, Aldrin e Collins peserà quattro  volte e mezzo di più rispetto  al peso sulla Terra.

Gli atronauti di Apollo 11
I tre astronauti di Apollo 11. Da sinistra a destra: Neil Armostrong, Michael Collins e Buzz Aldrin

 

Dopo  all’incirca 11 minuti dalla sala di  controllo  di  Houston l’annuncio  che  Saturn V è in orbita di parcheggio a una quota di 186 chilometri: la prima fase del  volo, quella più pericolosa, è superata.

20 luglio 1969, Mare Tranquillitatis 

20 luglio 1969, ore 15.17 (22.17 in Italia)  

Houston, qui  Base della Tranquillità, Aquila è atterrata

E’ la voce di  Neil Armstrong a dare l’annuncio che la più grande avventura dell’uomo al  di  fuori della Terra stava iniziando.

E’ tanta l’eccitazione del momento  che l’astronauta suggerisce di  anticipare di un’ora l’uscita dal Modulo Lunare, sacrificando una delle quattro  ore di  riposo  previste dal programma: da Houston, solo  dopo  qualche perplessità ed essersi  consultato con i medici  che dal  Centro seguono i dati  fisiologici  dei  tre astronauti, il direttore di  volo, Cliff Charlesworth, dà il suo consenso  alla richiesta.

20 luglio 1969, ore 21,44

La targa posta sulla superifcie lunare nella missione Apollo 11
La targa lasciata sulla Luna durante la missione Apollo 11

Il mondo intero dagli  schermi televisivi  può finalmente osservare   Neil Armstrong scendere dal  Modulo  Lunare per diventare il primo uomo  sulla Luna:  dopo  di lui  sarà il turno  di  Buzz Aldrin, mentre Michael  Collins orbitava intorno al pianeta in qualità di  pilota del  Modulo di  Comando.

L'orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
L’orma di Neil Armstrong sulla superficie lunare
Archivio NASA

Fu allora che Neil Armstrong pronunciò quella frase che sarebbe passata alla storia:

E’ un piccolo passo  per l’uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità

La maratona televisiva

Mentre Neil Armstrong posava il suo piede sulla superficie lunare, in Italia erano le 4.56 e quello  era il culmine della prima maratona televisiva della RAI che, dallo  studio  di  via Teulada 3, aveva trasmesso per 25 ore consecutive.

A condurre la  diretta televisiva fu il giornalista Tito  Stagno (video intervista nel  ricordo di  quella serata)  coadiuvato da un altro bravo  giornalista come Andrea Barbato mentre, da Houston, Ruggero  Orlando ricopriva il  ruolo  di inviato.

Nel  box seguente il Rapporto dalla Luna cioè la trascrizione originale della NASA del  dialogo fra la base di  Houston e gli  astronauti (vi  ricordo  che se volete ricevere questo  e altro  materiale pubblicato nel  blog basta farne richiesta iscrivendovi  alla newsletter)

Apollo 11

Dedico  l’articolo a tutti coloro  che ieri hanno  dato  la possibilità all’umanità di  far vivere un sogno  e a coloro  che non smettono di  sognare affinché l’avventura continui 

 Alla prossima! Ciao, ciao….

Un picnic mancato sul Monte Kenya

Marceremo  a piccole tappe, ridendo  lungo il cammino

dei  viaggiatori  che hanno  visto  Roma e Parigi: nessun ostacolo potrà fermarci;

e abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione,

la seguiremo ovunque avrà voglia di  condurci

Xavier De Maistre

Nessun picnic sul Monte Kenya per Felice Benuzzi 

Xavier De Maistre scrisse Viaggio intorno  alla mia camera (da cui sono tratte le parole all’inizio dell’articolo) durante i 42 giorni di  confinamento nel  suo  alloggio inflitti dal  suo  superiore: girovagò in lungo  e largo per quella stanza trovando l’ispirazione per scrivere e fuggire dalla monotonia della prigionia.

La prigionia di Felice Benuzzi (Vienna, 16 novembre 1910 – Roma, 4 luglio 1988) non era misurata dai passi  percorsi  lungo  la parete di una stanza, ma era pur sempre una condizione in antitesi con la libertà.

Per questo pensò di  riprendersi il senso  della vita scalando quella montagna che ogni  giorno vedeva dal  suo  campo  di prigionia: il Monte Kenya.

 

 

Felice Benuzzi nasce a Vienna (da madre austriaca e padre italiano) ma la sua giovinezza è  a Trieste che lascia per poi laurearsi  in giurisprudenza a Roma.

E’ una persona molto  atletica, ottimo  nuotatore tanto da partecipare a importanti  campionati internazionali di nuoto (immagino  piazzandosi anche nei primi  posti: voi ne siete a conoscenza?).

Ma è durante il suo  periodo  triestino che impara ad apprezzare la montagna dedicandosi all’alpinismo nelle Alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali, avendo  come compagni  di  cordata personaggi  del  calibro  di  Emilio Comici   

Durante la Seconda guerra mondiale viene inviato in Etiopia, precisamente ad Addis Abeba,  per ricoprire la carica di  funzionario  governativo. quando  nell’aprile del 1941 la capitale etiopica viene occupata dagli inglesi, Felice Benuzzi verrà fatto prigioniero e, separandosi dalla moglie e dal figlio, verrà inviato nel  campo  di prigionia 354 a Nanyuki alle pendici  del  Monte Kenya.

L’idea per una fuga

Felice Benuzzi ( a sinistra nella foto) durante la sua prigionia al campo 354 in Kenya

Il Mozambico  è troppo  lontano  per arrivarci  e salpare su  di una nave in direzione dell’Italia: ma in qualche maniera bisogna reinventarsi  la vita,  abbattere la noia, avere uno scopo.

E lo scopo  è lì,  in quei 5.199 metri  di montagna da scalare e conquistare (anche per l’amore patrio).

Sa benissimo  che da solo  non può farcela, quindi sonda tra gli  altri prigionieri  italiani  chi vorrà aderire a questa sua idea di  fuga trovando due compagni:  Giovanni Balletto  e Vincenzo Barsotti 

I tre incominciarono  a chiedere informazioni (con noncuranza per non ingenerare sospetti) ai loro  carcerieri  sull’ambiente e sugli animali  feroci  che si potevano incontrare all’esterno  del  campo.

Poi, ovviamente sempre di nascosto, costruirono  la loro  attrezzatura e accumularono  cibo necessario  alla sopravvivenza.

Il 24 gennaio  1943 i  tre evasero  dal  Campo  354: a loro  disposizione, come unica mappa del  territorio, hanno l’etichetta di una scatola di  carne che raffigura il versante meridionale della montagna, mentre loro  dovranno  affrontare la via più impegnativa posta a nord.

I giorni  trascorrono non senza problemi tra incontri  con animali  selvatici e le riserve alimentari che incominciano  a scarseggiare inoltre, a rendere la situazione ancora più precaria, Barsotti  si  ammala e dovrà rimanere a riposo in una tenda di  fortuna.

Il 4 febbraio Benuzzi insieme a Giovanni  Balletto tentano  l’ascesa alla cresta ovest del Batian  ma vengono  respinti  dalle condizioni  climatiche avverse.

Avranno  maggiore fortuna due giorni  dopo  quando  arrivano  in cima alla Punta Lenana come segno  della loro impresa il tricolore ricavato  da alcuni pezzi  di  stoffa cuciti  insieme (la bandiera verrà ritrovata anni  dopo  da alcuni scalatori  kenioti).

Ormai stanchi  e affamati comprendono  che l’unico modo  per sopravvivere è quello  di  riconsegnarsi alle autorità inglesi  a Nanyuki

Il generale Platt, a comando  del  campo  354, dapprima li  condanna a ventotto  giorni di  isolamento che vengono ridotti  a sette come riconoscimento alla loro impresa sportiva (si sa: gli inglesi  ci  tengono  a queste cose

Il libro

L’avventura di Felice Benuzzi  e dei  suoi  due compagni  verrà raccontata dal protagonista nel  libro Fuga sul Kenya tradotta in più lingue – tra cui  l’ inglese  No picnic on Mount Kenya da cui  ho preso  spunto  per il titolo  di  quest’articolo – che è diventato un bestseller tra i  libri  dedicati alla montagna.

Non ho  trovato un’anteprima in lingua italiana ma solo  quello originale inglese che troverete alla fine (potrà sempre servirvi  come ripasso nello  studio  dell’inglese).

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  No picnic on Mount Kenya di Felice Benuzzi

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Non sono mai  riuscita a capire con precisione che cosa significhi femminismo.

So  soltanto  che mi  definiscono  femminista tutte le volte che esprimo sentimenti  che mi differenziano  da uno  zerbino o da una prostituta

Cecily Isabel Fairfield (Rebecca West) 

Un po’ di  femminismo che non guasta

Non considerandomi uno  zerbino (tanto  meno operatrice del  sesso) potrei dire di  essere una femminista, ma ancora prima e soprattutto, sono una donna la quale, come tutte le donne, è proprietaria di  diritti non subordinati a quelli  di un uomo.

Nel 1791 in Francia (due anni  dopo  la presa della Bastiglia)  la scrittrice Olympe de Gouges, ispirandosi  alla Dichiarazione dei  diritti  dell’uomo  e del  cittadino (1789)  scrisse La dichiarazione dei  diritti  della donna e della cittadina 

La donna nasce libera e ha gli  stessi  diritti  dell’uomo.

L’esercizio  dei  diritti  naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannia che le oppone l’uomo.

Questi limiti devono essere infranti dalla legge, dalla natura e dalla ragione.

Certo  di  cose ne sono cambiate dai  tempi  della Rivoluzione francese, ma guardando il ruolo  della donna nella società attuale è palese che non tutti i diritti  della donna siano  soddisfatti e che, quindi, essere uomo è un inammissibile vantaggio.

 

Rebecca West: femminista e scrittrice

Rebecca West

Rebecca West   ( Londra, 21 dicembre 1892 – Woking, 15 marzo 1983) è il nome che Cecily Isabel Fairfield prese in prestito dalla protagonista dell’opera di Henrik Ibsen  La casa dei  Rosmer.

Fonti  biografiche dicono  che la sua prima ispirazione per emanciparsi  dalla famiglia fu  quella di  diventare attrice, molto probabilmente la vita sui  palcoscenici  non le si  addiceva e quindi pensò di  dedicarsi  alla scrittura in veste di  giornalista.

Ed è proprio come giornalista che entrò nella redazione di un giornale legato  al Movimento  delle Suffragette aderendovi  all’età di  ventitré anni: da qui in poi, sempre secondo  alcune fonti  biografiche, firmò i suoi  articoli  con il nome di  Rebecca West più che altro  per aggirare il divieto  materno di  scrivere su  di un giornale femminista ( il padre da tempo aveva abbandonato la moglie e le sue figlie).

Non amando  il gossip tralascio  di  scrivere sugli amori  di Rebecca West,  citando  solo  quello  con lo  scrittore H.G.Wells da cui  nacque un figlio: Anthony West (1914 – 1987).

E’ ovvio  che quanto  ho  scritto fino  ad adesso su  Rebecca West è alquanto  riduttivo (in rete potete trovare notizie ben più dettagliate) per cui  concludo  solo  dicendo  che lei rappresenta un modello  di  donna tenace e con carattere, nonché una scrittrice molto  dotata tanto  che la rivista Time nel 1947 la definì come indiscutibilmente la scrittrice numero uno  al mondo.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  suo  primo  romanzo: La famiglia Aubrey 

Buona lettura.

Alla Prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  La famiglia Aubrey di  Rebecca West 

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

Aphra Behn: una donna emancipata del XVII secolo

<<Che cosa pretende d’essere, che cosa vuole sembrare?

Dove vuole arrivare?>>

La risposta è molto  semplice:

alla parità con l’uomo in tutte le cose,

trattare con lui e sopra uno stesso piano

i problemi che interessano  tutti  e due.

Tratto dalla poesia La donna con i pantaloni di  Aldo  Palazzeschi  

Aphra Behn: scrittrice, poetessa e drammaturga 

Il 24 ottobre 1929 fu pubblicato per la prima volta il saggio  di  Virginia Woolf  Una stanza tutta per sè:  scritto  nelle sue pagine la cronaca di  due conferenze che la scrittrice e attivista britannica tenne a Newnham e Gritton  college femminili  dell’Università  di  Cambridge.

Le parole di  Virginia Woolf  avevano lo scopo di  rivendicare per il genere femminile la possibilità di  essere ammesse a una cultura totalmente (con pochissime eccezioni) appannaggio dell’uomo in una società, come quella inglese dell’epoca, di  stampo prettamente maschilista.

In Una stanza tutta per sè (il titolo  allude al concetto  che ogni  donna dovrebbe avere una stanza tutta per se per poter scrivere liberamente e senza condizionamenti) Virginia Woolf scrive quello  che potrebbe essere una dedica ad una donna del XVII secolo  che ha saputo emanciparsi  con la sua arte dello  scrivere:

E tutte le donne insieme dovrebbero cosparge di  fiori la tomba di  Aphra Behn, che si  trova assai  scandalosamente, ma direi  giustamente, nell’abbazia di  Westminster, perché fu lei  a guadagnare loro il diritto di  dar voce alla loro  mente.

E’ lei – questa donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di  dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi  cinquecento  sterline l’anno  con il vostro  talento.

Aphra Behn in un ritratto del pittore Peter Lily (1670 circa)

Dunque le parole sono per Aphra Behn  (Canterbury, 10 luglio 1640 – 16 aprile 1689).

Le sue origini  sono incerte: qualche fonte dice di  essere stata figlia di un aristocratico altre, diametralmente opposte per quanto  riguarda il ceto  sociale,  dicono  che suo  padre era un barbiere.

Ma, penso,  che a noi  questo non interessa se non il suo  genio.

Pur avendo una biografia lacunosa sappiamo che lei, fra il 1658 e il 1663, quando era molto  giovane, visse nel  Suriname colonia inglese dell’America meridionale che passerà sotto il dominio olandese nel 1667.

Il suo  ritorno  a Londra avviene nel 1663 per sposare (dietro l’insistenza dei parenti) un commerciante olandese da cui  prese il cognome Behn.

Il destino due anni dopo , nel 1665,   la liberò (in un certo  senso)  da questo matrimonio forzato in quanto il marito  morì per la peste che imperversava nella capitale inglese.

Da qui  in poi la vita di  Aphra Behn  prese una svolta a dir poco  avventurosa: il  governo inglese l’assoldò come spia da inviare ad Anversa.

Purtroppo  per lei l’allora servizio segreto inglese non era quello  di James Bond nei  romanzi di  Ian Fleming: in pratica non le pagò quanto pattuito e lei  finì in galera per i  debiti.

Fin qui  la storia della sua vita sembra essere più che altro la trama di un feuilleton, mentre più seria e veritiera è quella che riguarda la sua attività di  romanziera e commediografa: il  suo  primo  successo, la commedia The Forced Marriage (ispirata al  suo precedente matrimonio) la spinse a proseguire in questa carriera scrivendo  commedie sempre più libertine che tanto piacevano a un certo pubblico  teatrale.

Eppure, nonostante questo  successo,  venne considerata una donna depravata, menzognera e sconcia: questi  giudizi  poco  lusinghieri (degni di una mentalità becera e maschilista)  non furono  pronunciate da uomini del suo  tempo  ma dallo  scrittore Ernest A. Baker nel 1901.

La sua vita proseguì alternando periodi  felici  a quelli decisamente più tristi: le sue commedie per essere messe in scena dovevano passare con il consenso della critica asservita al potere politico  che esercitava il diritto  di  censura.

Comunque la sua ultima commedia The Lucky Chance fu l’ennesimo  successo seguito, quando lei  era ormai stanca e malata, quello  che è considerato il suo  romanzo autobiografico: Oroonoko.

A proposito  di  questo  romanzo  e della  sua presunta autobiografia, molti  critici  moderni avanzano  dei  dubbi  sulla veridicità di  Oroonoko (che ricordo  essere il nome di un africano  ridotto in schiavitù) considerando  che la descrizione fatta, molto intima, tra la scrittrice e l’eroe di  colore   che guidò una rivolta  degli  schiavi, sembra essere molto  fantasiosa.

Aphra Behn muore nel 1689 e la sua tomba si  trova tra quella dei poeti inglesi  a Westminster.

Prima di  concludere voglio  fare un piccolo  omaggio  a Virginia Woolf inserendo  alla fine dell’articolo l’anteprima di  Una stanza tutta per sè.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Una stanza tutta per sè di  Virginia Woolf 

 

Nomadi e loro diritti: stiamo costruendo un muro?

Il muro che ci divide
© caterinAndemme

Quando  le tende sono  alzate e i cavalli pascolano liberamente

i nudi piedi corrono  tra gli  alberi

riuniti  i Rom cantano  nel  sottobosco

Luminita Mihai 

Premessa di una radical  chic

Prima che si inneschi  il solito  BlaBlaBla sul perché di una radical  chic,  come la sottoscritta, prenda le difese dei nomadi  (RomSinti  che essi  siano) voglio precisare che:

Sono  contenta di  essere considerata una radical  chic –  termine inventato  dallo  scrittore e giornalista americano Tom Wolfe nel 1970 –   se  questo  vuol  dire provare empatia per il prossimo.

Soprattutto, quando  si parla di difesa dei  diritti, non possono  esistere etnie (oltre che differenze nel proprio orientamento  sessuale o altro  ancora) a cui   questo venga negato   sulla base di una presunta superiorità morale ritenuta maggioranza.

Infine ladri, assassini  o  stupratori non hanno  bisogno  di  appartenere a nessuna etnia per esserlo.

Sinti,  Rom oppure Camminanti ?

Una differenziazione dovrebbe essere fatta in base ai  caratteri  linguistici dei diversi  gruppi (ve ne sono  circa  50 oltre che a diversi  sottogruppi).

Semplificando  si parla di   popolo rom nell’Europa orientale e meridionale,  mentre di  sinti nei Paesi di lingua tedesca ma anche in Italia, Belgio  e Olanda.

Discorso  a parte sono i Camminanti un gruppo nomade fortemente presente in Sicilia (semi stanziale a Milano, Roma e Napoli) che si  distinguono  dai rom e sinti  e la cui  provenienza storica è molto incerta.

La presenza in Italia di rom e sinti è documentata fino dal  Quattrocento: erano popolazioni  provenienti da Grecia e Albania e, per quanto  riguarda i  sinti di provenienza mitteleuropea.

La definizione zingaro con la quale vengono  generalmente indicati  gli  appartenenti  a queste popolazioni non ha un’origine certa:  qualche storico  lo  fa derivare dal greco  antico Athinganoi  (una setta agnostica stanziata nell’Anatolia centrale); altri  si  spingono a collegarla al persiano  riferendosi  al termine  cinganch  (musicista o danzatore) oppure al  turco  antico con cïgān (povero)  mentre i più fantasiosi  si  spingono a farlo  risalire al  tempo  dell’Antico  Egitto.

Ovviamente esiste un termine con cui i nomadi indicano  chi non lo è: gagè  

Quanti  sono i nomadi  effettivamente presenti  in Italia? 

Il bombardamento mediatico nell’ultimo periodo politico  del nostro Paese,  ad opera soprattutto della componente leghista dell’attuale  governo ( anche sostenuta dalle frange di  estrema destra come gli  appartenenti  a Casa Pound), oltre che ingenerare situazioni gravi  di intolleranza che sfocia nel puro  razzismo porta ad un’errata stima sul numero  di sinti  e rom presenti in Italia.

I dati ISTAT e ANCI, a loro  volta basati su una più ampia stima del Consiglio  d’Europa dicono, per l’appunto, che il pericolo  d’invasione non esiste.

Nell’infografica seguente ho preso in considerazione la percentuale di presenze nomadi in Italia raffrontandole con altri  tre Paesi europei

Percentuale della popolazione nomade in 4 Paesi europei (Italia compresa)

 

Per assurdo avrebbe più diritto a lamentarsi  il Primo ministro ungherese Viktor Orbàn  per quel 7,49 per cento  che straccia il nostro misero 0,25 per cento (nonostante quello  che vuol far credere il  Ministro  degli Interni  Matteo  Salvini).

Perdiamo  il confronto anche con altre nazioni, tra le quali l’Austria con lo 0,42 per cento, la Gran Bretagna con lo 0,36 (non ditemi  che è un’isola quindi protetta naturalmente), la Grecia con 1,56 per cento e la Svizzera con lo 0,38 per cento.

Per concludere vi  lascio  all’anteprima del libro Europei  senza patria di Gino Battaglia 

Quando si pensa a questi europei senza patria, ai Rom, ai Sinti e a tutti quelli che, talvolta con una sfumatura dispregiativa, si chiamano zingari, si dimentica spesso che sono uomini, donne, anziani, bambini, soprattutto bambini. Allora bisogna mettere sulla bilancia anche la loro umanità, i loro bisogni, i loro tentativi, le loro gioie, la loro dignità, il loro ostinato sperare, anche se questo rende forse più difficile formulare un giudizio netto o tenersi le proprie convinzioni. In questo libro sono raccolti episodi, storie, fatti e riflessioni che aiutano a comprendere una condizione, stili di vita, tanti problemi su cui in genere si procede per impressioni, per sentito dire, per partito preso. Europei senza patria ci restituisce insomma quell’umanità ricca, dolente e infinitamente varia che rimane sconosciuta ai più. E, per una volta, bisogna dire che è bene che i conti non tornino tanto facilmente. Un incontro così profondo e intimo è stato possibile grazie all’amicizia con i Rom scaturita dall’impegno di più di venticinque anni della Comunità di Sant’Egidio in loro favore, in Italia e in Europa.

 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del  libro Europei  senza patria di  Gino Battaglia

 

A Dublino, quel giorno di maggio di 78 anni fa

Leggendo Joyce
© caterinAndemme

” Ci incamminammo per la North  Strand Road fino  all’altezza dei Vitriol  Works e poi voltammo a destra lungo la Wharf Road.

Mahony si  mise a fare l’indiano  appena fummo fuori  di  vista. Inseguì un gruppo  di  ragazze cenciose, brandendo  la fionda scarica e, quando due ragazzi  sbrindellati, spinti  da un senso  di  cavalleria, cominciarono  a prenderci  a sassate, propose che li  caricassimo.

Obiettai  che i  ragazzi  erano  troppo piccoli e così ce ne andammo, mentre la banda di  straccioni  ci  gradava dietro  “Swaddlers! Swaddlers*!”

*Termine dispregiativo con cui  i  cattolici  si  riferivano  ai protestanti

Tratto  da Gente di  Dublino  di James Joyce

Quel  giorno  del 31 maggio 1941, a Dublino

Aveva piovuto nei  giorni  precedenti, come del  resto accade a Dublino anche in primavera, ma quel  giorno  della fine di  maggio il sole sbucato  tra le nuvole, preludio  a un estate che da lì a poco  sarebbe arrivata, invogliava a lunghe passeggiate per le strade.

A Ròisìn il sole piaceva , ancora di più godendo  del  suo  tepore   camminando  affianco a colui che presto sarebbe diventato  suo  marito.

Per questo  voleva parlare dei preparativi  per la nozze quando all’improvviso il suo pensiero venne interrotto da un rumore assordante proveniente dal cielo, facendole comprendere   che  tutto stava per  cambiare.

Naturalmente  Ròisìn (si pronuncia Roscìn) è un personaggio  di pura fantasia che ho  inventato per creare un po’  di pathos nel  ricordo  di  quel 31 di  maggio  di settantotto anni fa.

Fu un errore di  rotta che portò i bombardieri  della Luftwaffe lontano  dal  loro  obiettivo, cioè Belfast,  scaricando le bombe sulla neutrale Dublino causando un notevole numero  di  vittime e danni materiali.

La tragedia ebbe  l’immediato  effetto di indurre molti irlandesi ad arruolarsi  nell’esercito britannico per combattere il nazi-fascismo.

Sennonché l’Éire fu l’unica nazione appartenente al  Commonwealth *a dichiararsi  neutrale (lo è tutt’ora e l’impego  dei  suoi  soldati avviene solo per missioni  di pace delle Nazioni Unite): l’Inghilterra si  adoperò per un ripensamento del  governo  irlandese ma l’allora primo  ministro Éamon de Valera rifiutò ogni  tipo  di  accordo in base alla scarsa fiducia sul fatto  che gli inglesi  mantenessero le promesse, e sul fatto  che le conseguenze della guerra civile di  vent’anni prima pesava ancora sulla popolazione rendendo impossibile l’impegno  nel partecipare a un altro  conflitto.

In realtà Éamon de Valera aveva una certa simpatia per Adolf Hitler sicuro che, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa dai  nazisti, la Repubblica d’Irlanda ne avrebbe tratto giovamento.

Quattro anni  dopo  la fine della Seconda guerra mondiale, l’Éire  uscì dal Commonwealth diventando, nel 1955, membro  delle Nazioni  Unite e dell’allora CEE (oggi Unione Europea): fu in quel  periodo che la Germania indennizzò l’Irlanda per il bombardamento  di  Dublino.

L’epilogo amaro  per i volontari  irlandesi

Furono  molti  tra i  volontari irlandesi a morire sul fronte, eppure, una volta terminata la guerra, al loro  rientro in patria vennero  accusati di  tradimento per aver rotto  la neutralità del  loro  Paese combattendo per l’esercito  inglese.

Conseguenza di  questo gli uomini si  videro  negare il diritto di partecipare ai concorsi  per un impego pubblico e il diritto  a percepire una pensione.

Solo nel 2013 il Parlamento irlandese presentò una legge (poi approvata) per ristabilire la giusta considerazione verso  questi uomini  che si  sacrificarono  per combattere il nazi-fascismo.

Ho iniziato l’articolo  citando un passo  di  Gente di  Dublino di  James Joice, quindi  mi  sembra giusto  terminare con l’anteprima di  questo libro.

Buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  Gente di  Dublino  di  James Joyce

 

Fulcanelli: un alchimista nelle cattedrali

Disegno di Cristina Correa Freile
Disegno di Cristina Correa Freile

 

Parigi  si  sveglia e si  sentono già le campane a Notre Dame.

Il pane è già caldo e c’è gente per le vie della città.

Le campane dai  forti rintocchi  come canti  risuonano in ciel,

e tutti  sanno il segreto  è nel  lento pulsar delle campane

a Notre Dame.

Citazione tratta dal film Il Gobbo di  Notre Dame


Dopo il rogo  di  Notre Dame de Paris come sempre in  questi casi le polemiche seguono  ai  fatti.

Mi dispiace, per questa volta, dissentire completamente da ciò che hanno detto  Roberto  Saviano e Michela Murgia sul rogo  e cioè che il vero colpo  al  cuore dell’Europa non è il rogo  di  Notre dame de Paris, ma i migranti annegati  nel  Mediteranno.

E’ come dire che il dolore sia un sentimento  a consumo,  cioè che  provando  sofferenza per la perdita di un simbolo, come appunto può essere la cattedrale gotica di  Parigi,  poi non potrà essercene più per i migranti  annegati  nel nostro  mare.

Come ho  già scritto nella mia pagina Facebook Notre dame de Paris non è solo un simbolo della Francia ma appartiene a tutti noi  europei e, per quanto mi  riguarda (ma non penso  di  essere sola),  nella mia mente c’è sufficiente spazio per l’empatia verso  chi  soffre.


 Fulcanelli: un alchimista nelle cattedrali

Per lo più una cattedrale viene considerata per gli  aspetti  architettonici e artistici  del  Medioevo e, ovviamente, per tutto  ciò che concerne la fede religiosa.

Ma vi è un aspetto nell’architettura  delle cattedrali  che viene considerato come la somma di  conoscenze scientifiche, tecniche ma, soprattutto, come simbolismo di una spiritualità di  tipo  esoterico e quindi  celato agli occhi di un profano.

Certo  che, aprendo la possibilità di un messaggio  esoterico nascosto  nelle pietre di una cattedrale,  la cosa potrebbe sembrare lo scenario ideale per romanzi insipidi alla Dan Brown.

Ma se per qualche tempo (giusto  quello  per leggere quest’articolo, ad esempio) mettiamo  da parte quella noiosa razionalità che ottunde la possibilità dell’esistenza di  altro, possiamo affermare che una cattedrale non è solo  un luogo  di preghiera.

Fulcanelli, personaggio misterioso  quanto i messaggi  esoterici delle cattedrali  da lui  visitate (tra cui  appunto  Notre Dame de Paris) ci  aiuta ad addentrarci  in questi  misteri con libri  quali Le dimore filosofali e Il mistero  delle cattedrali  (anteprima alla fine dell’articolo), entrambi i libri non di  facile lettura ma, ripeto, interessanti per l’argomento  trattato.

Fulcanelli stesso  è però un enigma: il nome –  uno pseudonimo  tratto  dalle unioni delle parole Vulcano  e Helio  due elementi  che rimandano  all’alchimia – nasconde l’identità di quello  che viene considerato l’ultimo  grande alchimista del  XX secolo e del  quale solo il medico  francese Eugène Canseliet (Sarcelles, 18 dicembre 1899 – Savignies, 17 aprile 1982), alchimista e discepolo  di  Fulcanelli, ne conosceva l’identità (da più parti  si  dice che discepolo  e maestro  siano la stessa persona).

Come ho  già scritto prima, Fulcanelli  ci ha lasciato in eredità due testi  e cioè Le dimore filosofali  e Il mistero  delle cattedrali, mentre un terzo libro, Finis Gloriae  Mundi,  mai dato  alle stampe  e di  cui  esisterebbe solo  una sinossi, rivelerebbe alcune scoperte che legherebbero indissolubilmente la fisica nucleare con la sapienza alchemica.

Il mistero  delle cattedrali 

Frontespizio de Il mitero delle cattedrali con elementi allegorici alchemici
Frontespizio de Il mistero delle cattedrali con elementi allegorici alchemici

Il libro fondamentale per comprendere l’alchimia, scritto da uno dei più grandi e misteriosi alchimisti di ogni tempo.
Le opere di Fulcanelli furono considerate straordinarie perché “quale alchimista operativo nel senso più antico del termine ricostruiva, partendo dal simbolismo ermetico, i punti principali della Grande Opera illustrandone i principi teorici e la prassi sperimentale con un dettaglio e una precisione mai visti prima” (Paolo Lucarelli), e si vuol dire che l’enorme importanza di Fulcanelli quale alchimista del XX secolo è il suo ritorno all’antica maniera di praticare l’alchimia, sia nello stile che nella vita pratica. Fulcanelli, al contrario degli alchimisti succedutisi a partire dal Seicento che considerarono largamente (e in qualche caso esclusivamente) la branca spirituale alchemica, recuperò e rinobilitò il lavoro manuale in laboratorio, visto come procedimento fondamentale per considerarsi un seguace della Grande Opera. La fama di Fulcanelli ha raggiunto ogni continente e i suoi libri sono stati letti e studiati da moltissime persone. Il Mistero delle Cattedrali è una splendida e molto approfondita lettura dei simboli esoterici che ornano le cattedrali gotiche e che costituiscono una sorta di libro visivo per chi volesse comprenderne i segreti. Con molta profondità, Fulcanelli conduce il lettore all’interno dei misteri delle cattedrali, ne svela i significati, offre una interpretazione, porta il lettore ad una nuova consapevolezza circa le fasi della Grande Opera. Un libro già straordinario di suo (per la materia trattata e per aver riportato alla luce la tradizione alchemica) è reso ancora più prezioso dalla traduzione, dalle note e dall’introduzione di quel grande studioso e uomo della Tradizione che fu Paolo Lucarelli.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Il mistero  delle cattedrali  di Fulcanelli 

Nancy Wake: il Topo Bianco contro il nazismo

Partigiane © caterinAndemme
Partigiane
© caterinAndemme

Credo  che ognuno  di  noi possa vincere la paura facendo  le cose che ha paura di  fare

Eleanor Anna Roosevelt 

Preludio alla nascita del  Topo Bianco 

 

Nancy Wake
Nancy Wake

Nancy Grace Augusta Wake nasce a Roseneath  (WellingtonNuova Zelanda) il 30 agosto 1912,  ultima di  sei  figli dopodiché, due anni  dopo, l’intera famiglia si  trasferisce a Sidney in Australia.

La madre, Ella Wake, ben  presto  si  ritrovò sola ad accudire i  suoi  figli perché il marito  pensò  bene di  abbandonarla per far ritorno  in Nuova Zelanda.

La vita è dura in questi  frangenti, ma se si  ha carattere si  ha anche il coraggio  di  intraprendere decisioni che cambieranno  la propria vita:   Nancy, all’età di  sedici  anni,  va via di  casa (la storia non dice se con il bene placito  della madre)   per poi intraprendere la carriera infermieristica.

Con  una piccola eredità ricevuta da una sua zia, la vita di Nancy  cambia ancora una volta: con quei  soldi  andrà prima a New York e in seguito a Londra dove intraprenderà la carriera di  giornalista.

Dalla capitale inglese passa a quella francese:  a Parigi diventerà una delle più giovani  corrispondenti dell’impero  mediatico   dell’editore statunitense William Randolph Hearst.

Il suo impegno  da giornalista la porterà in Austria nel periodo  dell’ascesa di  Adolf Hitler: ed è qui che, essendo  testimone diretta delle persecuzioni in confronto alla popolazione di  origine ebraica, nasce in lei un’avversione totale per il  regime nazista.

L’ alleanza della Lega di  Matteo  Salvini con il partito  dell’ultradestra tedesca Afd è  il segno di  quanto  la storia diventa tabula rasa per chi   vuole riscriverla a scapito  della nostra democrazia.

 

La nascita del  Topo Bianco

Il 30 novembre 1939 sposerà l’industriale francese Henri Edmond Fiocca: l’anno  seguente, quando  la Francia viene invasa dall’esercito  tedesco, lei  si prodigherà per aiutare la resistenza francese anche grazie all’aiuto  economico  del marito.

Collaborando  con i partigiani riuscirà  a far fuggire molti  ufficiali  e soldati inglesi bloccati in Francia dopo la ritirata di  Dunkerque in quella che fu  chiamata Operazione Dynamo.

Nel 1943 Nancy Wake, scoperta dalla Gestapo, deve fuggire da Marsiglia: il marito  le promette che al più presto  l’avrebbe seguita nella fuga, ma una spia al  soldo  dei  tedeschi lo fece catturare e, dopo  essere stato  torturato per estorcergli informazioni sulla resistenza, verrà fucilato.

Nancy Wake scoprirà questa tragedia solo  alla fine della guerra.

Anche lei, però, verrà  catturata a Tolosa, solo  che i  nazisti non sapevano  effettivamente chi  lei  fosse: un conoscente inventerà una storia di relazione extraconiugale  che convince i  carcerieri  a rilasciarla dopo  quattro  giorni  di  prigionia.

Attraversando i Pirenei, dalla Spagna arriverà in Gran Bretagna.

Lo  Special Operation Executive (SOE) riconoscendo in lei volontà e notevole autodeterminazione l’arruolerà e, dopo aver passato  brillantemente il difficile percorso  d’addestramento militare, la notte tra il 29 e il 30 aprile 1944 verrà paracadutata in Auvergne dove prenderà contatto  con i  maquis comandati  da Henri Tardivat.

Ma il maschio  sciovinista si  fa sentire anche in questi  frangenti: Tardivat pensò che una donna potesse essere solo  d’intralcio ai  suoi  piani, ricredendosi quando la vide in azione specie durante  l’assalto  al  quartier generale della Gestapo a Montluçon  (dipartimento  dell’Allier) dove uccise a mani  nude una sentinella che stava per dare l’allarme.

Intanto  la Gestapo aveva messo una taglia di cinque milioni di  franchi  sulla testa di  Nancy Wake dandole anche un nome in codice per identificarla: il Topo Bianco 

L’epilogo della vita di  Nancy Wake 

Alla fine della guerra Nancy Wake venne insignita di  alte onorificenze da parte dei  governi  della Nuova Zelanda, Australia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

In seguito  lavorò per il Ministero dell’Aereonautica britannico e per le ambasciate inglesi  di Parigi  e Praga.

Ritornò in Australia dedicandosi  alla politica: solo  questa volta, nella sua vita, gli  esiti  furono deludenti.

Nel 1957 sposò il capitano  della RAF John Forward.

Nel 1960 entrambi  decisero  di  far ritorno in Australia (ancora una volta lei  si  candidò per le liste liberali e ancora una volta il risultato  fu quello dell’esperienza precedente).

Nel 1985 i  coniugi Forward lasciano  Sidney per una vita da pensionati  a Port Macquarie: in questa cittadina lei  troverà tempo  e ispirazione per scrivere la sua autobiografia e cioè Il Topo Bianco che venne ristampato in migliaia di  copie e tradotto  in più lingua (non so  se esiste un’edizione in italiano).

Il 19 agosto 1997 il marito  John Forward muore. quattro  anni  dopo (2001) Nancy Wake lascia di nuovo  l’Australia per recarsi a Londra.

Nel 2003, quando  ha raggiunto l’età di novant’anni, decide di  ritirarsi presso  la Casa per veterani Royal Star and Garter.

L’avventurosa vita di  Nancy Wake termina la domenica del 7 agosto 2011 presso il Kingston Hospital dove era stata ricoverata per un’infezione ai  polmoni: aveva novantotto anni

Le sue ceneri  vennero  sparse nel  villaggio  di Verneix in Francia

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Vampire presunte e vampire d’inchiostro: Carmilla

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Carmilla
© caterinAndemme

Quanto  sangue a disposizione in quelle gole,

nottetempo  uscirò dal mio  sepolcro e mi  abbevererò da esse

fino  a stordirmi, aspettando l’alba

per ritornare al mio  sepolcro

e risvegliarmi  ancora una notte

in eterno

C.A. 

I vampiri di  Drawsko  Pomorskie 

Si, lo ammetto: qualche volta mi lascio  trasportare dall’immaginazione, specie dopo  aver letto storie come quella ispirata dalla macabra immagine che segue  e di  cui subitaneamente vi scrivo:


Lo scheletro di una donna con una pietra alla gola rinvenuto a Drawsko
Lo scheletro di una donna con una pietra alla gola rinvenuto a Drawsko

Alcune delle  antiche sepolture risalenti  al XVII secolo, rinvenute nei pressi  della città di Drawsko Pomorskie (Polonia) nel  periodo che va dal 2008 al 2012, hanno suscitato una certa perplessità tra i ricercatori per la modalità con la quale venivano  sepolti  alcuni  individui: alcuni  di questi  scheletri presentavano delle falci, oppure delle pietre (vedi  foto) poste sulla loro  gola.

Questo era una sepoltura rituale destinata a non far “resuscitare” persone ritenute vampiri quando erano in vita.

In precedenza gli archeologi hanno pensato che tale trattamento fosse destinato ad individui  esterni  alla società ospitante.

In seguito, attraverso l’analisi  dello  smalto dentale di  alcuni  scheletri e il loro contenuto mineralogico, si è arrivati  alla conclusione che tutti  gli  scheletri  appartenevano  alla stessa comunità e che, quindi, quel particolare tipo  di  sepoltura doveva essere dovuto  ad un altro  fattore.

Questo  fattore è da ricercare in un’epidemia di  colera che si  sviluppò in quell’area appunto  nel XVII secolo: allora era sconosciuto  il fatto che il colera si  diffondeva attraverso  le acque inquinate da qualche tipo  di  Vibrio cholerae.

Di  conseguenza, ignorando  le cause naturali  della malattia, si  dava la colpa ad un qualcosa di indefinito  e soprannaturale, per cui  era meglio premunirsi affinché  i morti non uscissero dalle loro tombe per cercare nuove vittime: ed è questo  il motivo delle sepolture “anti – vampiro” di Drawsko Pomorskie.


Storie di  vampiri  al  femminile

Una su  tutte: Carmilla 

Escludendo vampire più moderne come la  Selene protagonista della serie Underworld  (con la bellissima Kate Beckinsale nel  ruolo  di  protagonista) è appunto  Carmilla l’archetipo  di  non nata che la scrittura di   Joseph Sheridan Le Fanu  ha creato  ben prima che Dracula si  affacciasse alla cronaca vampiresca.

Carmilla è seducente, sensuale, misteriosa (una vampira deve esserlo per forza) con una forte attrazione per le giovani donne che, a loro  insaputa, le forniscono  la linfa vitale per lei (sangue).

In una notte di luna piena, mentre Laura è in giardino con le governanti e il padre, una carrozza esce di strada proprio davanti al suo castello. Le viandanti sono un’elegante signora e sua figlia che per il colpo è svenuta. Dopo i primi soccorsi la signora racconta di avere delle faccende urgenti da sbrigare, così il padre di Laura si offre di ospitarne la figlia sino a quando non tornerà. La signora accetta la cortesia e confida al gentile signore che sua figlia è cagionevole di salute e soggetta a crisi di nervi. Così la misteriosa donna riparte in tutta furia, lasciando lì la giovane. La fanciulla in questione, di nome Carmilla, dall’incarnato splendente e con lunghissimi capelli scuri dai riflessi dorati, è molto bella e ha più o meno l’età di Laura, che rimane estasiata dalla visita, vista la prematura morte della cara nipote del generale. Carmilla e Laura stringono subito un forte legame; Laura adora la nuova compagna che le dimostra molto affetto e tenerezze forse inusitate, ma nonostante ciò non può non notare alcune strane abitudini dell’amica: si desta molto tardi, odia i canti religiosi e assomiglia in modo incredibile ad un dipinto di Mircalla, contessa di Karnstein, che duecento anni prima fu la signora di quella terra.

A questo punto, come ormai  è d’abitudine in questo  blog, vi  lascio  all’anteprima di  Carmilla di  J.S. Le Fanu.

Alla prossima! Ciao, ciao….

P.S. Questa sera ho ospite a cena il conte Dracula, pensavo di  cucinare delle trofie al pesto: secondo voi  è meglio  che non metta dell’aglio  nel pesto?


Anteprima del  libro  Carmilla di  Joseph Sheridan Le Fanu