Un golem per tutte le stagioni (anche quelle più brutte)

” Pensate al cristallo che, massa amorfa,  assume forma regolare ubbidendo  alle proprie immutabili  leggi pur senza averne coscienza.

Non potrebbe succedere lo  stesso  nel mondo  dello  spirito?”

Da Il Golem di  Gustav Meyrink

Golem e Frankenstein: due creature dell’immaginario

Era una notte buia e tempestosa

E’ ovvio  che la creatura del dottor  Victor Frankenstein non poteva che nascere in una notte buia e tempestosa, perché il patchwork di  cadaveri assemblati alla meglio per poter vivere aveva bisogno della potenza di un fulmine per darsi la scossa necessaria.

Mary Shelley scrisse Frankenstein  o il moderno Prometeo quando  aveva 19 anni e cioè nel  1817 vedendoselo  pubblicare l’anno  successivo (una seconda edizione, modificata sempre dall’autrice, si  ebbe nel 1832).

Il libro  è nel  tempo  diventato un best seller della letteratura capostipite dei più moderni  romanzi  horror: il mostro  di  Victor Frankenstein (cioè quello generato dal  genio letterario  di Mary Shelley)  si  discosta di molto dall’altra creatura mitica del Golem  resa viva  partendo dal  un grumo di  argilla e formule talmudiche.

Infatti se Frankenstein (il mostro)  suscita ribrezzo tra gli uomini, nonostante la ricerca di  consapevolezza del  suo  essere, alla fine per la sua emarginazione sfogherà il suo odio  contro gli uomini fino a isolarsi  tra i  ghiacci eterni  (almeno  questo  si  desume dopo  aver visto il noioso (per meFrankenstein di  Mary Shelley per la regia di  Kenneth Branagh, film del 1994)

rappresentazione del Golem
Rappresentazione del Golem

Per il Golem, invece,  scendiamo  lungo  la storia fino  ad arrivare alla città di Praga del  XVII secolo e più precisamente recandoci nella parte del  quartiere ebraico (Josefov): qui incontriamo il rabbino Judah  Loew ben Bezalel  altrimenti conosciuto  come rabbi  Löw

Filosofo, cabalista, matematico, talmudista, nato probabilmente in Polonia a Poznan mentre altre fonti dicono  a Worm in Germania, si  trasferì a Praga nel 1588 rimanendovi  fino al 1592 per poi ritornare a Poznan e da qui di nuovo  a Praga fino  alla morte avvenuta nel 1609.

La statua di rabbi Löw a Praga
Opera di Ladislav Saloun (1910)

Lo  spessore culturale di  rabbi  Löw (nonché il fatto  di  essere benestante e quindi indipendente) lo resero un personaggio  di  spicco sia tra la comunità ebraica che il resto  della cittadinanza praghese (senza contare che tale fama era già estesa oltre i  confini  della Boemia) ricevendo  anche l’attenzione di  Rodolfo II d’Asburgo appassionato  di  arti ma, soprattutto, delle scienza occulte.

Dunque è facile a questo punto  pensare che la vita del  rabbino Loew in un certo  qual modo  sia stata mitizzata fino  a legarsi  alla leggenda del  Golem:

Per proteggere gli  ebrei del  ghetto  di  Praga da attacchi  antisemiti, egli  avrebbe creato un essere vivente fatto  d’argilla, utilizzando le sue conoscenze esoteriche legate alla tradizione rabbinica e quindi  al mito  dell’origine di  Adamo impastato  dalla polvere dallo  stesso Elohim (Genesi 2.7)

Istruzioni  per l’uso

Praticamente come si  fabbrica un Golem?

Senza addentrarci in percorsi  talmudici o cabalistici, Angelo  Maria Ripellino  nel suo libro  Praga Magica ci fornisce delle indicazioni ricavata nel  commento di Eleazaro di  Worms allo  Sefer Jezira (il Libro  della Creazione):

Impastare un pupazzo  con terra vergine, e poi girargli intorno  più volte, recitando, in molteplici permutazioni, le lettere del  tetragramma.

Girare quattrocentosessantadue volte. poi, per metterlo in moto, gli si  incide il vocabolo  Emet (Verità) sulla fronte, oppure gli si  introduce in bocca lo schem, il foglietto  con il nome impronunziabile di  Dio

Da Praga magica di Angelo  Maria Ripellino (pag. 158 –  Einaudi  tascabili)

Ma se il Golem  sfugge al nostro  controllo e dà di  matto come si  fa a neutralizzarlo?

Ancora una volta leggiamo  ciò che Ripellino  riporta nel  suo  libro:

 Bisogna girare in senso  contrario, recitando  per maleficio l’alfabeto  al  contrario, ma bisogna fare attenzione al  numero  degli  avvolgimenti, alle combinazioni  delle lettere, alla maniera di incedere.

Un errore in questa procedura sarebbe fatale per chi  vuole disattivare il Golem: perirebbe immediatamente!

Esistono due metodi molto più semplici  e meno pericolosi per disattivare il gigante d’argilla: il primo consiste nel  cancellare la E di  Emet in modo  che rimanga la sola parola met equivalente a morte (però bisogna conoscere molto bene l’ebraico).

Il secondo  metodo  consiste nel togliere lo  schem  dalla sua bocca, ed è  un po’ come togliere la scheda sim dal  nostro  smartphone: più semplice di  così…

Altri  golem

Il golem  di  Praga non è l’unico perché la sua leggenda è comune ovunque vi  sia un riferimento  alla cultura ebraica: si  narra che nel IX secolo  il rabbino Ahron di  Baghdad durante un viaggio  nel meridione d’Italia, precisamente a Benevento, scoprì l’esistenza di un golem, ma,  in questo caso,   non si  trattava di un essere fatto  d’argilla ma di un ragazzo  a cui  era stata donata la vita eterna per mezzo di una formula magica scritta su pergamena.

Altri  Golem sono quelli creati dalle parole degli  autori che si sono cimentati  nell’argomento: uno per tutti, forse anche quello più conosciuto. è Il Golem di Gustav Meyrink  di  cui  troverete l’anteprima alla fine dell’articolo.

Adesso  vi lascio  perché devo  controllare se il mio bambolotto  d’argilla ha preparato  la cena…..


Il Golem di  Gustav Meyrink ….

Un uomo scambia il suo cappello, nel Duomo di Praga, con quello di un certo Athanasius Pernath, e rivive come in un sogno l’esistenza di costui. A questo inizio casuale si aggancia la vicenda del Golem, il robot a cui una parola infilata tra i denti conferisce una vita provvisoria, tanto più violenta perché in lui si concentra una forza che ha solo poche ore per scatenarsi.

Quest’esplosione di energie nel mondo segreto e malato in cui si muovono i personaggi di Gustav Meyrink crea una tensione e insieme un incanto che caricano di nuovi significati l’antica leggenda praghese legata al nome di Rabbi Loew.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Alda Merini: ho solo queste parole per ricordarla

Beati  coloro che si  baceranno sempre al di là delle labbra,

varcando il confine del piacere, per cibarsi  dei  sogni

Dalla poesia A Lillo  Gullo e Flora Graiff di  Alda Merini 

Alda Merini nella sua Milano

 

 

Dal ponte sul Naviglio  Grande a lei  dedicato, arrivare alla Casa Museo Alda Merini è una piacevole passeggiata serale, ancor più da quando  Milano  ha finalmente smesso  di  essere una città da bere  per diventare (finalmente) una vera metropoli europea.

Ma non è di  Milano  di  cui voglio  scrivere:  a dieci  anni  dalla morte di  Alda Merini sarei ‘portata più  a dovere  dare il mio  contributo di parole  alla sua memoria, fatto  sta che di lei , quando era in vita e  dopo  la morte, si  sono  scritte tante cose (c’è chi  addirittura oggi  la definisce un’icona pop) da non poter aggiungere nulla di nuovo, lasciando il tutto  alla mia naturale ammirazione che ho  nei  suoi  confronti.

Poi, sinceramente, scrivere di una vita molto difficile come la sua, la considererei come un’intrusione nella sua intimità, in poche parole mi  sentirei inadeguata a descriverla questa vita, tanto, come ho  già scritto lo  hanno  fatto altri (e sicuramente meglio di  come potrei  farlo  io).

 

E’  severamente vietato  chiedere interviste alla poetessa per motivi  di  salute. Grazie.

Questo  era l’avviso  che Alda Merini  aveva infisso  sull’uscio  di  casa negli ultimi anni  della sua vita ma, complice un mazzo  di  fiori  e due stecche di  sigarette (lei era un’accanita fumatrice), Loris Mazzetti riuscì egualmente a intervistarla, non però a casa sua in Ripa Ticinese 47 ma in un’ospedale di Milano dove la poetessa era stata ricoverata per un intervento  di  ernia.

Concludo con l’anteprima del libro Sei  fuoco  e amore: Poesie in carne e spirito scritto  da Alda Merini  e  Arnoldo  Mosca Mondadori

Follia, fede, poesia: c’è un filo sottile che lega indissolubilmente le opere di Alda Merini ai momenti più dolorosi e significativi della sua esistenza, scandita in modo sempre autentico e intenso dalla malattia psichica e insieme da un anelito instancabile verso l’infinito, verso Dio.

Tra le tante persone che hanno attraversato la vita di Alda Merini, una in particolare ha saputo cogliere questa commistione di carnalità e spiritualità: Enzo Gabrici, lo psichiatra che la poetessa chiamava il «Dottor G» e che, prima e meglio di ogni altro, capì che «la creazione attraverso l’arte poetica è stata il suo balsamo… perché questa l’avvicinava al grande spirito creatore».

In questo libro Arnoldo Mosca Mondadori, che per più di dieci anni le è stato vicino come amico e collaboratore, trascrivendo centinaia di versi e proponendole temi su cui riflettere, ha raccolto alcune delle poesie che meglio esprimono la fame di assoluto di Alda Merini, la tensione religiosa presente nei suoi versi.

In un’ampia introduzione racconta inoltre alcuni episodi della sua vita, per far sì che anche i lettori possano «sentire un po’ il profumo di casa sua, conoscerla da vicino, e soprattutto avvertire le armonie della sua anima fatta di musica, quella musica che lei emanava come manna e donava intorno a sé».

Un nuovo filo da seguire per giungere al segreto di una delle voci poetiche più belle, profonde e profetiche dell’ultimo secolo.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Dall’esobiologia al Wow signal

Se gli extraterrestri  esistono in abbondanza, alcune forme di  vita avrebbero raggiunto un grado  di  civiltà tale da avere inventato i viaggi interstellari.

Come mai  non sono ancora arrivati  fra noi?

Il paradosso  di  Enrico  Fermi

Dalla fantascienza all’esobiologia 

Sembra che Enrico  Fermi  non abbia mai  pronunciato quel paradosso citato  all’inizio  dell’articolo ma che esso  sia stato estrapolato  da un suo  discorso incentrato  sulla possibilità di  viaggiare nel  tempo.

Ma nel paradosso non viene detto  che gli  ET (oppure ETi come si  scriveva una volta)   possono  essere giunti  sulla Terra in tempi  remoti in maniera molto discreta, tanto  da non lasciare loro  tracce ne con  i  famigerati cerchi  nel  grano  (vedi il mio  articolo  a tale proposito),  tanto  meno hanno  avuto la disgrazia di  essere segregati in seguito  a un incidente in quella Guantanamo che conosciamo  tutti  con il nome di  Area 51 (vedi il mio  articolo a proposito).

Se io non credo a  fantasmi, vampiri e licantropi,  e gli  zombie li lascio  ai cultori del  genere horror   (ma non chiedetemi  di passare una notte solitaria in una casa solitaria nel  bosco, magari vicino a un cimitero..), al  contrario penso che tenendo presente l’infinità vastità dell’Universo ( o  degli Universi possibili  secondo  le recenti  teorie) è matematicamente impossibile che l’esistenza di una forma di  vita sia relegata in un unico pianeta e cioè la nostra cara, dolce Terra (che tanto  amiamo  e che tanto non rispettiamo).

L'astronauta di Palenque

Indubbiamente  immagini  come quella precedente,  raffigurante il cosiddetto  Astronauta di  Palenque,   basterebbe da sola  a far sì che la tesi  di  passate visitazioni extraterrestri diventi non più una questione di immaginazione ma la testimonianza di un fatto  reale (in ogni  caso ci pensa  il Cicap  a smorzare ogni  entusiasmo con quest’articolo).

Voi  cosa ne pensate?

Diversamente dal credere o non credere a enigmi del passato, un ramo  della scienza che si occupa di trovare tracce di intelligenza aliena, o per lo meno indizi  su forme di  vita elementari al  fuori  del nostro pianeta, è l’esobiologia.

Ad interessarsene per primo  fu lo  scienziato  gallese Alfred Russell Wallace (Llanbadoc, 8 gennaio 1823 – Broadstone, 7 novembre 1913)   il quale,  contemporaneo  di  Charles Darwin, formulò anch’egli una teoria dell’evoluzione mettendo al corrente lo stesso  Darwin ( i  malevoli  dicono  che quest’ultimo  abbia copiato gli  studi del  suo  contemporaneo per farla propria, la verità è tutt’altra e viene spiegata nell’articolo di  Focus).

Si può considerare Alfred Russell  Wallace come il  padre dell’astrobiologia (poi esobiologia) concetto introdotto per la prima volta nella storia nel  suo  libro Man’s place in the Universe (1903)

Nel  caso  di una vostra insaziabile curiosità riguardo al libro in questione, vi rimando  alla pagina da cui  potete scaricare l’intero testo in formato PDF.

Ritornando  all’esobiologia, il termine venne coniato  dal  biologo  statunitense Joshua Lederberg il quale più che pensare all’incontro  con u alieno  intelligente (forse ci  sono  anche quelli stupidi) era preoccupato  dal  fatto che, in vista delle missioni lunari, gli astronauti  di  ritorno  sulla Terra potessero portare con se batteri in grado  di  contaminare il nostro pianeta.

Viaggiando  attraverso i Wormholes

La distanza, misurata in anni luce, tra noi  e gli  eventuali  loro, non è un problema da poco: mettiamo il caso  che ET ci  mandi il suo  ciao alla velocità della luce, e che il suo pianeta disti  dalla Terra centinaia se non migliaia di  anni luce, quindi, educatamente risponderemo  con un altro  ciao che impiegherà lo stesso  tempo  per arrivare alle orecchie degli  abitanti  del pianeta X: in questo  lasso  di  tempo (migliaia di  anni) può anche essere che una delle due civiltà, se non entrambe,  si siano  estinte a causa di  cataclismi  vari  che vanno  dall’impatto  con una gigantesca meteora ( dinosauri  docet) o distruzione totale del proprio  habitat per guerra nucleare o squilibrio  climatico, pandemia mondiale e BLABLABLA

Gli  scienziati, però, hanno  teorizzato una possibilità che queste incommensurabili  distanze possono essere accorciate attraverso  i Wormhole (o  Tunnel  spaziali)

Furono i fisici  Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935 i primi  a ipotizzare, utilizzando  la teoria della relatività generale, l’esistenza (teorica) di tunnel attraverso lo spazio – tempo.

In pratica i  wormholes, collegando due punti  diversi  dello  spazio avrebbero il pregio  di ridurre la distanza e, conseguentemente, il tempo occorrente per il viaggio spaziale

In pratica quello che avviene nei viaggi di  Star Trek o  nel più serio Interstellar diretto  da Christopher Nolan nel 2014.

WOW che Signal! 

Visto  che ho accennato  alla fantascienza, immaginiamo ora di  essere di  turno  in una dei  radiotelescopi utilizzati  nel programma SETI: è notte  e noi  ci  stiamo  annoiando  terribilmente e fa anche molto  caldo essendo il 15 agosto 1977: niente internet, niente WhatsApp, Instagram o Facebook: solo  riviste e libri, forse qualche giornalino soft-hard per distrarsi.

Improvvisamente  le macchine evidenziano  un  segnale di  forte intensità  che proviene al di  là del  sistema solare e che dura poco  più di un minuto.

L’astronomo sente scorrere nelle vene l’adrenalina (frase che nessuno ha mai  usato…vero?) e una volta stampato il tabulato contente la traccia del  segnale anomalo lo evidenzia con un Wow!  

Naturalmente la  mia ricostruzione di  quella notte o  sera è completamente differente dalla realtà: Jerry R. Ehman, appunto  l’astronomo  di  turno  presso  il radiotelescopio  Big Ear dell’Università statale dell’Ohio impegnato  nel  programma SETI, era seriamente impegnato  nel  suo  lavoro tanto  che allo  stupore di  quanto visto fece subito capolino la razionalità dello scienziato, che non escludeva il fatto  che il segnale era quello inviato  da una civiltà tecnologicamente avanzata; segnale che non si  ripeté mai più

Frank  Donald Drake (cofondatore del programma SETI) ipotizzò la causa di una mancata ripetizione del  segnale nel  fatto che la suddetta civiltà aliena avrebbe focalizzato tutta l’energia di  emissione del  segnale in un ristretto  campo  spaziale e della durata di pochi minuti: questo perché se il segnale fosse stato inviato in tutte o  quasi  le direzioni, avrebbe comportato la dispersione di una grande quantità di  energia.

La stessa modalità venne  utilizzata da Frank Drake e Carl  Sagan quando, nel 1974 (tre anni prima che il segnale Wow venisse intercettato  dal  radiotelescopio Big Ear) per l’invio  di un messaggio tutto  terrestre verso altri  abitatori  dello  spazio profondo: anche in questo  caso il segnale venne trasmesso una sola volta dal radiotelescopio  di  Arecibo verso l’Ammasso Globulare di  Ercole distante da noi 25.000 anni luce.

A smorzare ogni  entusiasmo  ci  ha pensato  la stessa scienza e oggi si  pensa a un’ipotesi cometaria all’origine del segnale: nel 2017 ricerche effettuate su  comete hanno  evidenziato  come da esse potessero  partire segnali con la stessa frequenza di  Wow!.

In pratica nessun omino  verde che voleva scambiare due parole con noi, ma solo  delle cause naturali all’origine del  tutto.

Ma se uno  scienziato dice una cosa, subito un’altro (o altra, non dimentichiamoci  delle donne please!) afferma esattamente il contrario: per loro  nell’area scandagliata da cui  proveniva il segnale Wow! non c’era nessuna cometa, inoltre esse non emetterebbero onde radio  di  tale potenza alla frequenza considerata.

In attesa che un essere dell’altro mondo  si palesi a noi  terrestri, vado  avanti  con le mie lezioni  di lingua Klingon.

– FINE –

Alla prossima! Ciao, ciao…

A sedici anni si può fare

L’adolescenza è un periodo  di  grandi ideali, forse confusi ma comunque forti  e sinceri, un periodo  in cui  l’essere umano tenta di penetrare in quella fortezza che è il mondo degli  adulti e per questo  s’impegna a compiere imprese ben più ardue di  quanto  si immagini.

E’ per questo  che spesso  gli  adolescenti si preoccupano  delle sorti  del mondo, si occupano  di ecologia, fanno  volontariato, partecipano  a manifestazioni politiche più di  quanto possa mai  fare un adulto.

Melissa P.

A sedici  anni un altro mondo è possibile

Non ho  mai letto 100 colpi di  spazzola prima di  andare a dormire (e penso  che non lo farò), ma mi trovo in sintonia con il pensiero di  Melissa P.  (Pi come Panarello) riguardo  agli  adolescenti.

La questione del perché scrivo oggi di loro  è nelle prima pagine dei media: consentire loro il diritto  di  votare oppure no?

Avevo  già dato una prima risposta sulla mia pagina Facebook

Lentamente il mio NI iniziale si  sta trasformando in un SI, non tanto perché mi  sono  associata a loro idealmente nel  Fridays For Future  – quindi  non mi  vergogno  di  essere definita come una Gretina dall’umorismo  becero  di  taluni sedicenti  giornalisti – ma perché sento l’esigenza di  aria fresca che si insinui  a spazzare via questa nostra politica stantia e darci (finalmente) una società che pensi  realmente ai nostri  bisogni e diritti: anche quello  di  vivere in un mondo più pulito.

Purtroppo  non è così facile: già il fatto  che tutti (ma proprio  tutti) i partiti siano  favorevoli  a far votare i  sedicenni mi  fa pensare ai manipolatori  della cosa politica  che vedono in questa nuova massa di giovani  votanti un terreno  di  caccia per i propri  fini.

Un’ultima considerazione: molti  dicono  che i  sedicenni non hanno  la capacità di  giudizio  e quindi  maggiormente influenzabili, ma siamo sicuri  che i  cosiddetti  adulti (anch’io, pur essendo più giovane della regina Nefertiti,  non sono  più una sedicenne) non siano  poi loro  ad essere stati influenzati recentemente dalle armi  di  distrazione di  massa come, ad esempio, il problema ingigantito  ad arte riguardo all’immigrazione dal nostro  ex (per fortuna) ministro  degli Interni?

In Europa i sedicenni votano?

Ogni  nazione ha le sue leggi a tale proposito: quella che mi sembra la più bislacca è quella dell’Ungheria,  dove si può votare a sedici  anni  solo se si è sposati…

Grazie al mio  assistente, il quale dichiara che sommando  tutte le sue sette vite ha il diritto  al  voto,  nell’immagine seguente potete vedere qual è il punto  a riguardo  negli  altri Paesi  europei

 

Invece siete curiosi di come i  governi  al di  fuori  dell’Europa hanno  affrontato  la questione?

Allora vi invito  ad andare sul  sito  della Central  Intelligence Agency e vedere che l’età minima richiesta in media è quella dei 18 anni

   – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao….


 Foto anteprima dal  sito New Pixel&Bit

L’infanzia nelle storie dimenticate della guerra

Ciò  che ricordiamo  dell’infanzia lo ricordiamo  per sempre:

fantasmi permanenti, inchiostrati, stampati, eternamente in vista

Cynthia  Ozick 

 Storie d’infanzia e storie tradite

Parlare di  bambini  e delle loro  storie è  sempre una questione delicata.

Tanto più dopo che vicende tragiche di  cronaca sono state utilizzate per slogan politici  beceri,  dove i  bambini  diventano  testimonial, a loro  insaputa, in cima a un palco durante un   comizio, in pasto  al pubblico osannante per  le parole del  loro  leader: autentico  campione di ipocrisia.

Detto  questo (chi mi  consce o  chi mi segue saprà certamente a chi  era indirizzato  questo mio  sfogo) passo a raccontare due storie del passato, una accaduta durante la Seconda guerra mondiale, l’altra alla fine di  essa: in questo  caso a narrarla è la scrittrice Viola Ardone  che con il suo  romanzo Il treno  dei  bambini parla di un viaggio  dal  nostro  sud all’Italia settentrionale per salvare bambini  meridionali  dalla povertà e dalla fame.

Alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima del  libro.

Durante la Seconda guerra mondiale

Conosciamo  dalla storia che la colonizzazione italiana  della Libia iniziò nel 1911 con quella ricordata come guerra italo – turca o guerra di  Libia ( 29 settembre 1911 – 18 ottobre 1912)

Nel 1940 la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, associate in un’unica colonia nel 1934, avevano  come governatore del regime fascista Italo  Balbo.

Fu proprio  Italo  Balbo  a volere che i  bambini delle famiglie italiane presenti in Libia, venissero  mandati in Italia come vacanza premio nelle colonie marine nazionali.

Così, nel  giugno  1940, mentre l’esercito  tedesco invadeva la Francia, navi  militari italiane imbarcavano  tredicimila bambini appartenenti  a queste famiglie per portarli in Italia.

Purtroppo  per loro il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra e il Mediterraneo diventa un luogo  non più sicuro per far ritornare questi bambini  alle loro  famiglie.

Inizia in questa maniera una tragedia nella tragedia della guerra: l’Italia stessa è piegata dai  bombardamenti  degli  alleati, molti  dei tredicimila bambini moriranno  sotto le macerie delle città  devastate, per gli  altri non vi è nessuna possibilità di  riabbracciare i propri  genitori, tanto  meno  di  avere un qualunque contatto  con loro.

Tra i  superstiti sono pochi  quelli  fortunati  ad avere la possibilità di  essere accolti presso  parenti: per gli  altri  si apriranno le porte degli orfanotrofi.

Solo  alla fine della guerra e grazie all’azione della Croce Rossa Internazionale e della Chiesa le famiglie poterono  ricongiungersi.

Il dramma per quei  genitori  fu  quello  di  aver visto  partire i loro  bambini  per una vacanza estiva e ritrovarseli  adolescenti senza aver potuto  stare accanto a loro  durante il periodo  più delicato dello sviluppo.

Dal  sud Italia: un viaggio  contro  fame e miseria

E’ una storia dell’infanzia diversa ma forse non meno  tragica da quella descritta precedentemente.

Tra il 1946 e il 1952 l’allora Partito  comunista italiano, insieme all’Unione donne italiane,  organizzò il viaggio  di 70mila ragazzi meridionali verso  le regioni dell’Umbria, Toscana e Emilia Romagna dove famiglie ritenute più agiate si  erano  rese disponibili  ad accogliere i ragazzi meno fortunati  del sud.

Anche questa è una storia italiana poco  conosciuta di un distacco, anche se temporaneo, di una certa infanzia dalle proprie famiglie.

 – FINE – 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del romanzo Il treno  dei bambini  di Viola Ardone …

Buona 💋 lettura 

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

Riapre il blog Pixel&Bit

Pixel&Bit era un progetto dedicato  all’immagine in tutti i suoi aspetti, dalla fotografia alla Street Art, dalla pittura ai  fumetti, dalla pubblicità al  cinema d’animazione: comprenderete che, a un certo punto, la mole di lavoro  era tale da non consentirmi  di proseguire su  questa strada (tenendo presente che il mio progetto principale e irrinunciabile resta  IL Blog di  Caterina)

Oggi, il nuovo Pixel&Bit, riprenderà il tema dell’immagine focalizzandosi sulla fotografia ma anche (qui  c’è un pizzico di personalismo) sulla mia personale produzione di  arte digitale: comprendo  di non essere assolutamente all’altezza di  artisti affermati o di  chiunque altro (tanti) più bravi  di  me (ma in fin dei  conti ognuno di  noi  aspira a mostrare il proprio  lato  creativo)

Spero di  avervi  presto come nuovi lettori  di New Pixel&Bit.

Vi  ricordo  che, iscrivendovi  alla newsletter de IL Blog di Caterina avrete anche le novità di  New Pixel&Bit

Alla prossima! Ciao, ciao…

Una volta si chiamavano semplicemente UFO

Visto  che la scienza non riesce a darci  delle risposte, perché non consideriamo finalmente  plausibile quello  che sembra fantastico?

Fox Mulder nel primo  episodio della serie X – Files 

X- Files e Area 51 : quando i dischi  volanti  erano  ancora gli UFO

 

Sin dal primo  episodio sono stata una fan di Fox Mulder e Dana Scully (alias David Duchovny  e Gillian Anderson) nella inimitabile serie science – fiction X -Files

Insieme a loro, puntata per puntata, stagione dopo  stagione, ho vissuto  la loro lotta contro mostri generici,  mostri da esperimenti  genetici, attività paranormali e qualche fantasma, satana e satanisti e fuori  di  testa di  ogni  genere.

Ma soprattutto i  cattivi  erano  loro: gli  alieni e  i cospiratori governativi al loro  servizio.

Poi, dopo  l’undicesima stagione, non mi  è rimasto che  il sacchetto  vuoto  dei popcorn a ricordarmi che ineluttabilmente tutto  ha una fine (a parte i  due film postumi).

Ma gli UFO, quindi gli  alieni, continuano a far presa tra il pubblico  nella realtà ( o presunta tale): FLIR1, Gimbal e GoFast sono  tre video  girati  dai piloti  dei  caccia dell’USAAF  tra gli  anni 2004 e 2015 e ritenuti autentici dallo stesso Pentagono.

Ovviamente la conferma di  questa autenticità non deve trarre in inganno: i  video  sono  serviti per addestrare i piloti  a riconoscere oggetti volanti   non identificati specie quelli  nei pressi  di  aeroporti e strutture militari: insomma non UFO ma, ad esempio, semplici  droni.

A tal punto  che la definizione Unidentified Flying Object (Ufo)  è stata sostituita da quella di Unexplained Aerial Phenomena (Uap): fenomeni  aerei  non identificati 

Che poi questi  fenomeni  aerei  non identificati siano  droni  oppure navicelle di  turisti  alieni (anche ET a volte ha bisogno  di  ferie) dipende dal punto  di  vista: per The Black Vault, rivista online specializzata sui  fenomeni  alieni, quello  che hanno  visto  e filmato  i piloti dei  caccia americani  sono  senz’altro da chiamare Ufo, alla vecchia maniera.

per loro  anche i pittogrammi  lasciati nei  campi  di  grano  sono  la firma  dei  writers extraterrestri (ne ho  parlato  a riguardo  nell’articolo  sul mistero  di Chilbolton)

Due passi  nell’area 51 

Mappa dell'Area 51 in Nevada
Mappa dell’Area 51 in Nevada

Oggi  doveva essere il giorno  dell’invasione dell’Area 51: richiamati dall’appello  di un blogger (?) australiano migliaia di persone pensavano  di  radunarsi ai limiti di quella che rimane una base TOP SECRET dell’esercito  americano e per tanto off – limits  (tradotto: ti  sparo  se ti  azzardi  a superare il cancello)

Il blogger, dietro pressione della CIA,  dell’NSA e di  qualche killer governativo, si  è subito  affrettato  a dire che il suo  voleva essere solo uno  scherzo!

Chi invece non si è fatta per nulla intimidire è stata la giornalista investigatrice americana Annie Jacobsen  che con il suo  libro Area 51 (non poteva chiamarsi  altrimenti) svela alcuni  misteri sulla storia e attività di  quella base (anteprima alla fine dell’articolo).

Siccome oggi  è venerdì, quindi  domani  inizia il fine settimana, io prendo  il mio Ufo  (o Uap) e vado un paio di  giorni  nei  dintorni di  Plutone (o Saturno?).

 – FINE-  

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro Area 51 di  Annie Jacobsen….Buona 💋 lettura 

“Stavo facendo colazione con un uomo che aveva ricoperto alte responsabilità nelle attività dell’Area 51, per lunghi anni. Gli mostrai un crostino: «Se questa è la parte che ho scoperto, quanto è grande quello che non so?» dissi. «Quello che non sa – rispose l’uomo cupamente – l’intera verità, è grande come il tavolo a cui siamo seduti, sedie comprese.»
Un’indagine sensazionale, avvincente e meticolosa, sul luogo più discusso e concupito da ricercatori, curiosi, cospirazionisti, cronisti: l’Area 51, nel deserto del Nevada, lo Shangri-la dello spionaggio e dei sistemi di combattimento più sofisticati, cuore di mille intrighi e segreti, in cui si intrecciano storia, politica, test nucleari, esperimenti inconfessabili. Basandosi non su illazioni ma, per la prima volta, su colloqui con piloti, scienziati, ingegneri e agenti in pensione che hanno lavorato per anni nell’Area – e che nonostante il vincolo di segretezza, hanno accettato di parlare – il libro fa luce su decenni di misteri e rivela verità assolutamente inedite, a volte davvero sconvolgenti. A partire dalla spiegazione del celebre incidente di Roswell del 1947, il crash di un oggetto volante non identificato che ha alimentato innumerevoli ricostruzioni e altrettante leggende.”

Spia di carta, spia al cinema , spia nella realtà

Oriente, occidente, solo  due punti  cardinali, ognuno  stupido  quanto  l’altro.

Frase pronunciata dal Dottor No nel  film Agente 007 – Licenza d’uccidere

Spia di  carta, spia nella realtà 

Mentre Daniel  Craig scorrazza con la sua Aston Martin  tra i Sassi  di  Matera per girare le scene della prossima avventura dell’agente  con licenza d’uccidere (No time to  die è il titolo  della venticinquesima pellicola con protagonista  007 alias James Bond), vi  faccio una domanda a bruciapelo:

Sapete chi  era Sheykh Abdullah?

Ebbene fino  a qualche giorno  fa (settimane o  mesi  poco  importa) neanch’io conoscevo il personaggio  ritratto  nella foto precedente.

Ma prima che sveli il suo  vero nome bisogna che vi parli di Un celebre libro  di  spionaggio scritto  da John Le Carrè nel 1974: La talpa.

La trama del libro  (anteprima alla fine dell’articolo) è incentrata su  di un agente segreto  dell’MI5 (quindi  collega di  James Bond) il quale, durante il periodo  storico conosciuto  come  Guerra fredda, faceva il doppio  gioco lavorando per i  servizi  segreti russi.

Nel 2011 il regista Thomas Alfredson diresse il film omonimo tratto  dal  libro  di Le Carrè, con interpreti  Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy e Benedict Cumberbatch.

Ai Premi  Oscar 2012 il film ha avuto  tre candidature come migliore sceneggiatura non originale, migliore colonna sonora e per Gary Oldman come migliore attore

John Le Carrè prima di  diventare un celebre scrittore ricoprì il ruolo di  funzionario  presso il Foreign  Office: l’esperienza gli  servì per delineare molto  bene l’ambiente in cui  si  svolgeva l’azione del suo  racconto mentre,  per il personaggio principale e cioè la spia al  servizio  dei  russi, si ispirò a un personaggio  realmente esistito: Kim Philby 

Kim Philby ebbe un ruolo  molto importante all’interno  del servizio  segreto inglese in quanto  era responsabile delle analisi sui  servizi  segreti  sovietici, oltre ad essere agente di  collegamento per la CIA.

La conversione di  Kim Philby  al  comunismo, quindi  al  servizio  dell’allora KGB, iniziò molto  prima di  avere di  ricoprire quegli importanti  incarichi: insieme a Burgess e Maclean (altre due spie inglesi passate al servizio della Russia) formò quello che venne chiamato  Il Circolo di  Cambridge , composto  da personaggi  che,  vissuti  nel mito progressista  del  socialismo  degli  anni Trenta, fecero il salto oltre la Cortina di  ferro  immediatamente dopo  la fine della Seconda guerra mondiale.

Kim Philby, nel 1963, quando  ormai era certo di  essere stato  scoperto, fuggì dal Libano in Russia lasciando  la moglie in Inghilterra.

In Russia venne accolto quasi come un eroe, tanto  da essere nominato colonnello  dell’esercito.

Morirà sempre  in Russia nel 1988  all’età di 76 anni.

Allora chi  era Sheikh Abdullah? 

Prima della sua conversione all’Islam, prendendo  appunto  il nome di Sheikh Abdullah,  quest’uomo si  chiamava  Harry St. John Bridger Philby: il padre di Kim Philby.

St. John Philby era  un diplomatico e studioso  delle culture orientali ed  ebbe un ruolo  fondamentale nel passaggio  di potere da Sherif Hussein, erede della dinastia hashemita, a quello  del clan degli ibn Saud capeggiato  da  Abdul Aziz.

Nel 1932 Abdul Aziz venne incoronato re ed ebbe al  suo  fianco  St. John Philby,  convertito  nel  frattempo  all’Islam prendendo  appunto il nome di Sheykh Abdullah, in veste di  consigliere.

Nelle vesti di  consigliere Sheykh Abdullah suggerì al monarca la politica di  sfruttamento degli ingenti pozzi petroliferi da parte delle compagnie straniere, andando  contro  agli interessi  economici  dell’Inghilterra e che porterà alla nascita del  gigante petrolifero Aramco (Arabian American Oil Company).

Sheykh Abdullah morirà  a Riyadh il 30 settembre 1960 all’età di 75 anni.

 – FINE – 

Il mio nome è Andemme…Caterina Andemme

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  La Talpa di  John Le Carrè …Buona 💋 lettura 

Chilbolton: quando ET comunica con i pittogrammi

Posso credere a tutto purché sia abbastanza incredibile

Oscar Wilde 

Dagli UFO ai  cerchi  nel  grano 

Il 19 gennaio del 1966 a Tully (Queensland, Australia nord orientale) un agricoltore  mentre lavorava sul suo  trattore vide (o pensò  di  vedere) un oggetto alzarsi  da una laguna che si trovava nei dintorni.

Spinto  dalla curiosità l’agricoltore (il  cui nome era George  Pedley) si  diresse sul posto  trovando un cerchio  di nove metri  di  diametro la dove prima vi  era della vegetazione: era l’antenato  dei  famigerati  cerchi  nel  grano.

Naturalmente i  mass media australiani, oltre che occuparsi  dell’elezione di  Indira Gandhi a  Primo ministro  dell’India avvenuta lo stesso giorno, si  buttarono a capofitto  sulla vicenda (vedi l’immagine seguente).

In quello  stesso  anno  viveva in Australia il pittore inglese Doug Bower il quale, una volta ritornato in Inghilterra, strinse amicizia con un altro  pittore e cioè Dave Chorley.

Adesso  vi  chiederete cosa c’entrano  i  due artisti  con i  cerchi  di  grano?

Per risalire alla connessione bisogna anche risalire temporalmente  a quattro  anni dopo, quando, nell’estate del 1970,  i  due erano in un campo  di  grano a parlare di  UFO (li  avrei visti  a discutere di UFO piuttosto in un pub) e a Bower venne in mente il ricordo dell’avvistamento (o presunto tale) di  Tully.

Insieme al suo  amico  pensò a un esperimento  sociale (io  direi  piuttosto una burla colossale): progettare e realizzare dei cerchi  nei  campi  di  grano, via via sostituite da forme più complesse,   per poi  vedere la reazione delle persone.

Bisogna aspettare  altri  otto  anni, cioè il 1978, affinché il progetto  si  realizzi  e altri  due anni affinché qualcuno  si  accorga di  questa anomalia nei  campi  di  grano.

Al netto  di  coloro  che pensarono  subito a uno  scherzo molto  terrestre, le correnti di pensiero  sul fenomeno furono  di  due tipi: quella legata a un evento  atmosferico  sconosciuto  alla scienza e l’altra ipotesi  che portava dritti a una civiltà aliena desiderosa comunicare con noi  terrestri.

Ma se questa ipotetica civiltà aliena è (o  era) tanto  avanzata tecnologicamente da sobbarcarsi un viaggio interstellare per arrivare fino  a noi, perché avrebbe utilizzato un mezzo  così rozzo come un disegno  nei  campi  di  grano per dirci <<Ciao, siamo qui>>?

Forse perché siamo  considerati un po’ tonti rispetto alla loro civiltà?

A parte questo mio  scetticismo che potrebbe dar fastidio a coloro più orientati al possibile nell’impossibile (ma mi rifiuto  categoricamente di  credere all’ingenuità di una Terra piatta), appunto per bilanciare il mio  scetticismo, devo  scrivere che i  cerchi  di  grano  non sono un fenomeno  moderno ma hanno un loro  progenitore  nelle misteriose Linee di  Nazca. : qui si parla di piste per atterraggi  di  astronavi o indicazioni di  vario  genere per l’ETurista

Ritornando  ai  due artisti britannici bisogna riconoscere loro  (oltre una certa dose di  ironia) di  avere inventato una nuova forma di  Land Art che coinvolge anche spiritualmente chi la osserva.

Il mistero di Chilbolton

Chilbolton si  trova nell’Inghilterra meridionale ed è sede di un osservatorio  astronomico.

Il 19 agosto  del 2001 in un campo  di  grano  nei  pressi  dell’osservatorio (in effetti  si  trova nel  mezzo  di  tanti  campi  di  grano) è comparso un pittogramma   copia esatta del  messaggi inviato  nel 1974 dal  telescopio  di  Arecibo verso la costellazione di  Ercole.

Cosa nota è che in quel  messaggio gli  scienziati  del  programma SETI conteneva informazioni   sul nostro  DNA, il sistema solare, il disegno  di una figura umana e la rappresentazione dell’antenna parabolica di  Arecibo.

Il pittogramma extraterrestre  era la copia del messaggio inviato dalla Terra con alcune varianti, ad esempio nella rappresentazione degli  elementi  chimici  al posto  del  carbonio era indicato il silicio e il DNA invece di  essere a doppia elica era tripla.

Inoltre il sistema solare alieno  era composto, come il nostro,  da nove pianeti di  cui  tre messi in evidenza e, al posto  dell’antenna astronomica, un qualcosa che sembrava essere una sonda spaziale.

Insomma gli  alieni, sempre credendoci un po’ arretrati culturalmente e tecnologicamente, hanno  utilizzato lo  strumento  fornito  da un pittogramma per comunicare con noi (a ben  vedere, però, abbiamo  fatto  anche noi  la stessa cosa con il messaggio in bottiglia spaziale), oppure si  tratta di una colossale presa in giro?

Per il CICAP non vi  sono  dubbi e lo dimostra nell‘articolo pubblicato nel  loro  sito, per altri invece il messaggio è reale e gli ufologi brindano  a esso.

Tra i possibilisti, ma con un approccio  molto  scientifico, è il professore Corrado  Malanga già ricercatore universitario presso il Dipartimento di  Chimica e Chimica industriale dell’Università di  Pisa che si interessa da oltre quarant’anni sui  fenomeni inerenti ai  fenomeni extraterrestri.

Il suo  lavoro  è riassunto  (si  fa per dire) nel monumentale e interessante documento alla fine dell’articolo.

Buona 💋 lettura

Alla prossima! Ciao, ciao…


IL CASO CHILBOLTON FINALE

Pioniera dell’aviazione: Beryl Markham

Non ti  chiedo miracoli o  visioni, ma la forza di  affrontare il quotidiano.

preservami  dal  timore di poter perdere qualcosa della vita.

Non darmi  ciò che desidero ma ciò di  cui  ho  bisogno.

Insegnami l’arte dei piccoli passi.

Tratto  da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry

Ma chi  era Beryl Markham?

Beryl Markham
Beryl Markham

Se IL Blog di  Caterina riesce a trovare (quasi) sempre spunti  per nuovi  articoli è anche grazie ai  suggerimenti preziosi di  amiche e amici.

In questo  caso l’aiuto per superare lo  scoglio  della pagina bianca è arrivata da Rita (Tororò – cincischio  ergo  sum è il suo  blog) la quale ha colmato una mia lacuna riguardo a un personaggio  femminile di  tutto  riguardo: Beryl Markham 

Beryl Markham è nata il 26 ottobre 1902 a Ashweel (contea di Rutland, Inghilterra), all’età di  quattro  anni  suo padre, Charles Baldwin Clutterbuck  noto allevatore di  cavalli, decise di  trasferire tutta la famiglia (Beryl aveva anche un fratello: Richard Alexander) in Kenia che allora faceva parte dell’Africa orientale britannica.

Qui  suo  padre, come era ovvio, mise in piedi un allevamento  di  cavalli e Beryl poté crescere imparando la cultura locale e, a diciassette anni,  diventare lei  stessa una brava allevatrice di  cavalli.

Il cognome Markham è quello  del  suo  secondo  marito  (si  sposò per ben tre volte): l’imprenditore Mansfield Markham da cui  ebbe il figlio Gervase.

Trovò anche il tempo  per avere una relazione con il principe Enrico duca di  Gloucester, figlio  di re Giorgio  V (la famiglia reale non vide di  buon occhio la frequentazione del principe).

In Africa divenne amica di  Karen Blixen (GOSSIP ⇒e quando  la scrittrice smise di  frequentare il fidanzato (ormai  ex) Denys Finch Hatton, pilota e cacciatore lei si prodigò subito  per riempire il vuoto  nel  cuore dell’uomo che morì il 14 maggio 1931 in un atterraggio particolarmente sfortunato.

Fu  naturale per lei acquisire dal  suo  sfortunato  fidanzato  la passione per il volo  e quindi  prendere il  brevetto  di pilota al punto  che, una volta diventata esperta nel pilotaggio, decise di  essere la prima donna a compiere un volo in solitaria sull’Atlantico da Abingdon in Inghilterra fino  a New York.

Il 4 settembre 1936, dopo un volo  durato venti ore, il suo  Vega Gull (chiamato  The Messenger)   a causa di problemi alla carburazione si  schiantò sul  suolo  di Cape Breton Island in Canada: niente paura perché lei  si  salvò morendo il 3 agosto 1986 all’età di ottantaquattro  anni.

In seguito  a questa impresa Beryl Markham venne celebrata come pioniera dell’aviazione essendo stata la prima donna a volare da est a ovest sull’Atlantico, dall’Inghilterra al  Nord America, in solitaria e senza scalo.

All’incirca un anno  dopo e cioè il 2 luglio 1937, la famosa aviatrice statunitense Amelia Earhart scomparve in un incidente sull’Oceano Pacifico  durante il tentativo  di  fare il giro  del mondo.

Ancora oggi non sono  stati ritrovati  i resti dell’aviatrice e del  suo  co-pilota Fred Noonan.

La dinamica della tragedia non è ancora stata chiarita e sono  state fatte solo  alcune ipotesi.

A riguardo  di  Amelia Earhart ho  scritto  questo post

A occidente con la notte 

Beryl Markham mise per iscritto la sua vita avventurosa nel  libro  autobiografico A occidente nella notte  (anteprima alla fine dell’articoloche inizialmente non ebbe molto  fortuna tanto  da non essere più stampato.

Nel 1982 casualmente in una raccolta di lettere di  Ernest Hemingway ne venne trovata una  in cui lui  lodava la scrittura di Beryl Markham

…hai letto il libro  di Beryl Markham West with the Night? E’  scritto  meravigliosamente bene tanto  da farmi  vergognare me stesso  come scrittore.

Sentivo  di  essere un semplice falegname con le parole, ma questa ragazza ha scritto un libro  dannatamente meraviglioso.

In realtà nella lettera originale  di  Hemingway oltre alle lodi c’è una buona dose di  sciovinismo  maschile nei  confronti  della donna descritta  con termini non propriamente eleganti.

Comunque, l’anno  dopo  e cioè nel 1983, la casa editrice californiana North Point Press ne fece la ristampa con ottimo successo  di  critica e vendita.

Nel  frattempo  Beryl Markham, che viveva a Nairobi in assoluta povertà (era rientrata in Africa nel 1952) venne raggiunta dal  successo  e quindi vivere i  suoi  ultimi  anni in agiatezza.

A suo  ricordo L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato  a lei il nome di un cratere d’impatto sul pianeta Venere .

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro A occidente con la notte di Beryl Markham 

Qualcuno  dice che la prosa elegante usata nel libro  sia dovuta ad alcune modifiche nella stesura suggerite da Antoine De Saint Exupéry altro  amante di  Beryl (Markham) 

Buona 💋 lettura