Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Polesine

Molti  eventi  avevano insegnato  agli  abitanti del luogo a mantenere i  segreti, quindi non ci  fu  alcun bisogno di  esercitare pressioni  di  sorta.

Inoltre quello che sapevano  erano ben  poco: i vasti  acquitrini salati, piaghe desolate e disabitate, tenevano la gente dell’entroterra ben lontano da Innsmouth..

Tratto da La maschera di  Innsmouth di Howard P. Lovecraft 

Il Polesine non è Innsmouth, ma…

Lo  sanno  tutti (o  quasi  tutti) che Innsmouth, al  pari del Necronomicon di  cui  ho  scritto precedentemente a questo post, è un’altra invenzione letteraria di quel maestro della letteratura horror che fu  Howard P. Lovecraft.

Eppure nel Polesine, e con esso in  tutto  il Delta del  Po, i misteri e le leggende si sono tramandate per generazioni tra gli abitanti  dei piccoli  paesi, confluendo  nella tradizione dei  racconti  del  filò, cioè quel momento, alla fine di una dura giornata lavorativa, quando i  contadini si incontravano di  sera intorno a un fuoco  per raccontare storie che potevano essere semplici  narrazioni del  tempo  trascorso oppure, quasi come forma di intrattenimento  in mancanza di mezzi  mediatici  (radio o televisione che sia), racconti  paurosi di  mostri  e fantasmi (il più delle volte per spaventare i  bambini  e  le anime più sensibili).

Messa da parte la tradizione di  riunirsi attorno  a un fuoco per ascoltare storie – semmai  oggi è la luce fredda di uno  smartphone o tablet a inchiodarci  a notizie che, il più delle volte, rientrano  nella categoria delle fake news – non resta che esplorare la cosiddetta cultura popolare per ritrovare fantasmi  e mostri forse gli  stessi che, a detta di  qualcuno, hanno ispirato Howard P. Lovecraft  per costruire  la cosmogonia alla base del  Ciclo  di Cthulhu 

Polesine
Il disegno di Lovecraft relativo alla figura di Cthulhu in una lettera inviata allo scrittore statunitense R.H. Barlow

Ma cosa ci  faceva Lovecraft nel  Polesine? 

Polesine

Premettendo  che il soggiorno in Polesine di  Lovecraft possa essere veritiero  quanto un mio prossimo  viaggio  verso il pianeta Marte (ma non si  sa mai...) passo immediatamente a raccontare ciò che è accaduto a Montecatini in un mercato  di libri  d’antiquariato  circa vent’anni fa.

Era appunto  il 2002 quando un collezionista  tra i  banchi di libri d’antiquariato,  trova una copia di una vecchia edizione  dell’autore Émile Zola del 1895 (la cronaca non riporta il titolo  del libro): la sorpresa dell’uomo diventerà maggiore quando, una volta a casa, scopre tra le pagine del  libro una busta contenente alcuni fogli (qualche decina) scritte a mano in inglese e con disegni  a corredo il tutto utilizzando un inchiostro  di  colore blu.

Tra questi fogli uno  riporta una data e un commento:

15 maggio 1926: “Partito dal porto di  New York alle 19.12 con dieci  minuti di  ritardo”

Basta questo per dire che Lovecraft abbia intrapreso il viaggio da Providence fino  al Delta del  Po?

E’ vero  che una prima analisi della grafia nei  fogli ha portato  a una certa rassomiglianza con quella di  Lovecraft nonchè  la firma di  Granpa Theo utilizzata come pseudonimo  dallo scrittore,  ma è anche vero un fatto incontrovertible e cioè che Lovecraft, essendo perennemente al  verde  non avrebbe utilizzato il denaro  per un costoso  viaggio  in tutt’altro modo.

Inoltre, come riporta Lyon Sprague de Camp nella sua biografia  dedicata a Lovecraft, egli  avrebbe mantenuto durante la sua vita una fittissima corrispondenza con i suoi  amici composta da più di  centomila lettere (qualcuno dice che esse fossero centottantamila  ……ma quanto  spendeva in francobolli?): ebbene in nessuna di  esse lo scrittore menziona un suo  viaggio in Italia.

Ipotesi  di un viaggio in Italia: il docufilm

 Per dipanare il mistero l’acquirente non più misterioso perché si  tratta del regista Federico  Greco,    si  rivolge al suo  amico  documentarista Roberto Leggio: entrambi pensano  che a quel punto  era necessario coinvolgere la persona considerata come il massimo  esperto italiano su  Lovecraft:  e cioè Sebastiano  Fusco.

Da questo incontro si  avrà nel 2004 il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi  di un viaggio in Italia che vede anche la partecipazione dello  scrittore Carlo Lucarelli e del  giornalista Gianfranco  de Turris presentato  al  Festival  di  Venezia nello  stesso  anno.

L’anno seguente è la volta di Il mistero di Lovecraft – Road to L. un mockumentary* in puro  stile The Blair Witch Project (1999) (il film completo in inglese con sottotitoli italiani lo troverete in questa pagina)

Mockumentary
Il falso documentario, in inglese mockumentary, è un espediente narrativo del mondo audiovisivo nel quale eventi fittizi e di fantasia sono presentati come se fossero reali attraverso l’artificio di un linguaggio documentaristico.

Ripeto la domanda: cosa ci  faceva Lovecraft nel Polesine?

Diamo  per scontato che sia vero il viaggio di  Lovecraft in Italia, la domanda è appunto perché abbia scelto l’entroterra del  delta del  Po come meta del  suo pellegrinaggio?

Perché proprio  di un pellegrinaggio  si  tratta, non quello rivolto  a un santuario bensì a un altro  tipo  di  tempio della cultura come la  Biblioteca nazionale Marciana a Venezia tra le cui  mura è custodita la più grande raccolta del mondo  di  manoscritti in latino  e greco, e qui  egli  avrebbe trovato nuova linfa per la sua narrazione in stile horror.

Da Venezia al Polesine il viaggio è breve (tanto più se confrontato con l’attraversamento  dell’Atlantico  per giungere in Europa): qui, attratto  dalle vecchie leggende, ossatura dei  racconti  del  Filò, avrebbe trovato l’ispirazione per uno dei  suoi  esseri de Il ciclo  di  Cthulhu: l’Uomo pesce o Uomo  lucertola*

L'Uomo pesce
Se l’Uomo pesce è servito a Lovecraft per disegnare nella sua cosmogonia l’essere chiamato Dagon, per altri l’esistenza di questo ibrido è reale: nel 1988 Sebastiano Di Gennaro, presidente dell’USAC (Centro Accademico Studi Ufologici) rilevò le impronte di un essere misterioso sugli argini del fiume Po. A questa (ipotetica) creatura diede il nome di homo saurus (quindi non più Uomo – pesce ma Uomo – lucertola. tale racconto era, inoltre suffragata dalla testimonianza di alcune persone che confermavano di aver visto un essere molto alto dalla pelle squamosa e dagli occhi rossi.. A contraddire queste testimonianze (forse dovute a qualche bicchiere di grappa di troppo) ci pensò Massimo Polidoro, giornalista e uno dei membri fondatori del Cicap, che spiegò che negli anni ’80 la serie televisiva Visitors aveva in un certo qual modo suggestionato la fantasia di alcuni…..

Il viaggio di Lovecraft si  sarebbe concluso nel paese di  Loreo (in provincia di Rovigo) dove sarebbe entrato in contatto  con l’antica  Confraternita dei  Flagellanti  della Ss. Trinità di Loreo (popolarmente conosciuta come  i Fradei)  i quali adepti ancora oggi e ogni  anno nella Notte della Santissima Trinità (che cade la domenica successiva alla Pentecoste) dopo la processione notturna si  riuniscono  all’interno di una chiesa  per una cerimonia a porte chiuse dove solo loro possono  partecipare.

Si  dice che lo  stesso  Lovecraft abbia insinuato  che  i Fradei  si  riuniscono in questa cerimonia per adorare l’Uomo – pesce (o lucertola se vi piace di più)

A questo punto  l’unico  vero  mistero  è se non è stato  H.P. Lovecraft a scrivere quelle pagine ritrovate a Montecatini, chi  mai  sarà il vero  autore?

Il libro in anteprima

Situata dalle parti di Arkham, Innsmouth è una cittadina di mare caduta così in declino da essere scomparsa dalle mappe. I suoi abitanti sono disgustosi all’olfatto e alla vista e si narrano storie di visitatori scomparsi.

Eppure non è troppo difficile, per un giovane in vacanza nel New England, finirci per caso ed essere costretto alla fuga durante la notte. Si porterà dietro, assieme alla leggenda di un patto di sangue tra gli abitanti della cittadina e una mitologica creatura marina, un terrore primordiale che non lo abbandonerà mai più.

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Al Azif

Non è morto ciò che può vivere in eterno.

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred – Necronomicon⌋ 

H.P. Lovecraft, due parole introduttive 

Consapevole del  fatto  che non avrei  nulla da aggiungere alla biografia di  H.P. Lovecraft se non fare un ignominioso copia e incolla da altre fonti, per tutto  quello  che c’è da sapere sulla vita  dello scrittore di  Providence (a cui  inizialmente si  è anche ispirato  Stephen King) vi  rimando al box seguente il cui  contenuto  è tratto interamente da Wikipedia (togliendo  a voi  il fastidio di cambiare pagina e a me l’interesse affinché rimaniate qui).

In  questo articolo mi concentrò più che altro sull’invenzione di  H.P. Lovecraft riguardante il Necronomicon da considerare, forse, il più famoso  dei  pseudobiblia.

Inoltre, in un successivo articolo, scriverò di un (improbabile) viaggio  di Lovecraft nel  nostro Polesine.

Howard_Phillips_Lovecraft

 Al Azif del poeta pazzo Abdul Alhazred 

 Il Necronomicon, opera originale dal nome arabo  Al Azif – dove la parola Azif in arabo è l’allocuzione per indicare gli  strani  suoni  notturni  che si  odono nel  deserto e che si  vuole associare alla voce dei demoni – fu  scritto da Abdul Alhazred, poeta nativo  di  Sanaa capitale dello  Yemen, vissuto  nel periodo del  Califfato  Omayyade nell’ottavo  secolo d.C.

Si  racconta che egli arrivò a trascorrere dieci  anni  di  completa solitudine nel Rub’ al-Khali (il deserto  chiamato Quarto  vuoto  dagli  arabi e dove, si  presume,  il nostro  Abdul incominciò a dare segni  di  pazzia), questo  dopo  aver esplorato le catacombe deserte di Menfi fino  ad arrivare alla mitica  Irem (la Città dalle Mille Colonne) trovandovi  le tracce di una civiltà antichissima, più antica di  quella umana, che adoravano  due divinità chiamate Yog e Cthulhu.

Al Azif

Dopo  queste sue peregrinazioni  si  stabilì a Damasco dove scrisse l’Al Azif: in questa città morì nel 738 d.C. (racconti  postumi  alla sua dipartita narrano di una fine agghiacciante divorato  da un mostro in pieno  giorno nelle vie di  Damasco).

Al Azif era un grimorio, cioè  un manuale per evocare spiriti  e demoni, molto  diffuso, se pur in segreto, tra  i filosofi antichi: nel 950 venne tradotto in greco  dal  filosofo Teodoro Fileta che gli  diede il nome di  Necronomicon, testualmente il Libro  delle leggi che governano i morti .

La Chiesa, ovviamente, non ci pensò molto  a mettere a bando il testo  magico e infatti nel 1050 il vescovo  Michele, patriarca di Costantinopoli, diede ordine di  bruciare tutte le copie del libro  maledetto.

Nel 1232 papa Gregorio IX mise il Necronomicon nell’Index Expurgatorius antecedente all’Index librorum prohibitorum voluto da papa Paolo IV nel 1559.

Ma non tutte le copie finirono  al  rogo, tanto  che il danese Olaus Wormius nel 1228 tradusse in latino l’Al Azif basandosi su un testo in greco di  Fileta.

Della traduzione  di  Wormius si  ebbero in seguito  due stampe verso  la fine del XV secolo quella in tedesco, due secoli  dopo  quella in lingua spagnola.

Potrei  continuare citando altre storie e atri  personaggi che ruotano intorno  al  Necronomicon, sennonché tutto  questo  BLABLABLA lo si può considerare come un divertissement di  Lovecraft per l’interesse nato intorno alla creazione del suo pseudobiblia: il Necronomicon

 

Quando nasce il termine pseudobiblia?
Il primato  dell’utilizzo del  termine pseudobiblia, in riferimento a libri inesistenti inseriti in opere di  finzione, è da attribuire allo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – plano , 6 novembre 2000) riportato  nell’articolo The Unwritten Classics pubblicato sulla rivista The Saturday Review of Literature del 29 marzo 1947

Al Azif

Al Azif: eppure Lovecraft lo  aveva detto

Lo stesso  Lovecraft si  stupì come le persone diedero per vero la storia dell’Al Azif e del personaggio  (fittizio) che lo  scrisse e cioè il poeta pazzo Abdul Alhazred.

 Lovecraft inoltre confessò, in una lettera scritta al  suo  amico epistolare Frank Belknap Long, che il nome Alhazred fu  da lui inventato come pseudonimo dopo  che da giovane era rimasto  affascinato  dalla lettura del  Mille e una notte – lo scrittore e critico  letterario inglese Malcolm Skey si  spinse nel  dire che Alhazred è la contrazione della frase inglese all  has read (in italiano ha letto  tutto) per la sfrenata passione per la letteratura del  giovane Lovecraft –

Vedendo  che ogni  suo  sforzo per ristabilire la realtà delle cose era vano, Lovecraft si  divertì ad avvalorare la tesi  dell’esistenza del  Necronomicon tanto da stilare un elenco  di  collezioni  private inaccessibili dove copie del  Necronomicon erano  custodite, tra le quali  quella del British Museum (istituzione notoriamente esistente), e quelle nella Miskatonic University Library di  Arkham nel  Massachusetts (altra invenzione di HPL che, in un certo  senso, mostra un lato ironico del suo  carattere).

Addirittura quando Willis Conover, altro  suo  compagno  epistolare, gli inviò una copia di una rivista amatoriale in cui, quello  che diventerà un famoso scrittore  di  science fiction (ogni  tanto  anche a me scappa la mania dei  termini in inglese) e cioè Donald A. Wollheimriportava la traduzione del  Necronomicon dall’originale in lingua araba fatta da W.T. Faraday stette al  gioco dicendo  di  aspettare la traduzione completa per aiutare l’autore nel  correggere qualche eventuale errore.

Sennonché, nel  rispondere a Conover, aggiunse:

Se la leggenda del  Necronomicon continua a crescere   in questa maniera, la gente finirà per crederci  veramente, e accuserà me di  falso per aver affermato di  averlo inventato io

Il gioco  continua 

Nel 1941 l’antiquario Philip Duchêsnes di  New York inserì nel proprio  catalogo l’opera attribuendone il valore di acquisto pari  a 900 dollari  (una somma considerevole per l’epoca) trovando,  con sua grande sorpresa, numerose richieste di  acquisto  anche a una cifra superiore di  quella iniziale.

Nel 1962 la più autorevole rivista di  bibliofilia degli  Stati Uniti, la Antiquarian Bookman, pubblicava nella rubrica di  libri antichi in vendita l’offerta di una copia del  Necronomicon proveniente dalla Miskatonic University (vi  ricorda qualcosa?)

Infine, per concludere quello  che sarebbe  un lungo  elenco di  scherzi su Al Azif, cito la California University dove qualche decennio  fa  appariva nel  catalogo  della sua biblioteca la scheda di  carico  del  Necronomicon.

Se avete qualche nota da aggiungere o  suggerimenti  aspetto  vostro notizie.

Se volete continuare a leggere qualche altra storia su  H.P. Lovecraft venite prossimante con me in Polesine⌋ 

Il libro in anteprima 

H.P. Lovecraft, maestro americano della letteratura fantastica del Novecento, ha dato vita nei suoi racconti a un vero e proprio sistema mitologico, i cosiddetti Miti di Cthulhu.

Per fornire a questa mitologia una base storica, l’autore produsse l’esistenza di un libro magico, il Necronomicon, scritto nell’VIII secolo d.C. dall’arabo yemenita Abdul Alhazred.

Oltre alla biografia immaginaria dell’arabo, Lovecraft inventò per il Necronomicon una cronologia fittizia, Storia e cronologia del Necronomicon, creando un ambiguo mistero che si è protratto per anni, e che ha portato alla pubblicazione in tutto il mondo di innumerevoli versioni del libro maledetto.

Il volume presenta i racconti in cui Lovecraft ha introdotto, descritto, citato il Necronomicon, ponendo le basi del suo mito. Tra questi vi sono classici come L’orrore di Dunwich (1928) e Il caso di Charles Dexter Ward (1928), Colui che sussurrava nel buio (1930), Le montagne della follia (1931) e L’ombra venuta dal tempo (1934).

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Rosalyn Yalow: da segretaria a premio Nobel

Rosalyn

Le donne devono  fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà.

Per fortuna non è difficile.

Charlotte Elizabeth Whitton

Il Premio Nobel di Rosalyn Sussman Yalow 

Rosalyn
Rosalyn Sussman Yalow

Nel 1977 mentre la RAI ufficialmente manda in pensione Carosello e negli  Stati Uniti Jimmy Carter diventa il 39° presidente della nazione americana, la nostra Rosalyn Sussman Yalow vince il premio Nobel per la medicina per il suo  lavoro  sul  dosaggio radioimmunologico degli ormoni proteici: tale scoperta ha impedito  nel  tempo che disfunzioni presenti alla nascita nella tiroide di alcuni  soggetti potevano essere curati  con terapia ormonale evitando, quindi, la patologia che va sotto il nome di  cretinismo.

Cretinismo
Il cretinismo o sindrome da deficit congenito di iodio è una patologia in cui vi è deficienza mentale e fisica permanente ed è causata solitamente da ipotiroidismo, cioè dalla carenza di ormoni provocata da un malfunzionamento congenito della ghiandola tiroidea o dell’ipofisi (cretinismo congenito) la quale può essere addirittura assente nel feto o nei primi mesi dalla nascita, oppure essere presente in forma rudimentale e incapace di produrre Tiroxina, Triiodotironina o somatotropina.

Può manifestarsi anche in epoca successiva alla nascita, sempre per grave mancanza di iodio nella dieta alimentare abituale (cretinismo endemico) o se la tiroide è malata o è stata rimossa chirurgicamente. Per la carenza di ormoni nello stato embrionale avviene una crescita irregolare delle fibre nervose che si collegano in modo irregolare all’interno del cervello causando danni irreversibili quali sordomutismo, nanismo, irregolare crescita delle ossa e delle articolazioni. Solo in rari casi il cretinismo si sviluppa per ereditarietà genetica e, in questo caso, si parla di cretinismo familiare.

Tratto da Wikipedia

  La biografia in poche parole

Rosalyn nasce il 19 luglio 1921 nel  quartiere del  Bronx a New York in una famiglia di origine ebrea.

Dopo il liceo frequenta l’Hunter College  nell’East Side di  Manhattan (università pubblica tutt’ora di  chiara fama)  dove sua madre Clara sperava che lei  diventasse insegnante e invece, intestardendosi contro il volere materno, Rosalyn indirizza i  suoi  studi  verso  la fisica.

In un mondo dove la donna poteva aspirare solo  a determinati  ruoli, diventando  tutt’al più insegnante, i suoi docenti le dissero  subito  che la sua aspirazione di  diventare una scienziata non avrebbe avuto nessuna speranza e che, quindi, per mantenersi  poteva solo diventare la segretaria di uno  scienziato.

Con molto pragmatismo lei  accettò il suggerimento  (in qualche maniera doveva pagarsi  gli  studi) e si  fece assumere come segretaria dattilografa part – time dal  biochimico Rudolf Schoenheimer e, in seguito, divenne anche la segretaria di un  altro  biochimico, Michael Heidelberger, che molto  carinamente le disse di  orientare i suoi  studi verso  la stenografia….

Nonostante tutto  si  laurea all’Hunter College nel gennaio  del 1941.

Appena un mese dopo essersi  laureata le venne offerto  un posto come assistente all’insegnamento nel Dipartimento di  Fisica dell’Università dell’Illinois.

Questo impiego  la mise subito a confronto  con quel mondo  accademico  maschile che controllava le opportunità di  formazione e promozione professionale inoltre, quando entrò a far parte del  corpo docente nel  settembre del 1941, lei  era l’unica donna fra 400 professori e assistenti  didattici (la prima dal 1917).

Eppure il suo  talento riuscì a conquistare il rispetto dei  colleghi  maschi  e il loro  incoraggiamento ad andare avanti.

Rosalyn e il femminismo

Sposata e madre di  due figli considerava i  ruoli  tradizionali di una donna (madre e moglie devota) come priorità e per questo non divenne mai  sostenitrici delle organizzazioni femminili nate per la protezione delle donne nel  lavoro.

Anzi si  spinse a dichiarare:

Mi da fastidio che ora ci  siano  organizzazioni per le donne nel  campo  della scienza, il che significa che pensano di  dover essere trattate in modo diverso  dagli uomini.

Non approvo⌋  

Questo suo modo di  pensare non le impedì di  aiutare altre giovani  donne se vedeva in loro un potenziale per diventare delle vere scienziate.

Rosalyn Sussman Yalow è morta a New York il 30 maggio  2011

Il libro in anteprima 

Massimo di  Terlizzi nel  suo  libro  Donne da Nobel offre la biografia di  quarantotto  donne che hanno  dedicato  la propria vita allo  studio e alla scienza.

Quarantotto donne.

Quarantotto storie di vite incredibili, una diversa dall’altra, legate da un unico filo conduttore. Questo libro vuole rendere omaggio a tutte coloro che con le loro scoperte rivoluzionarie e il loro operato hanno cambiato per sempre la storia dell’umanità e che per questo sono state insignite dell’onorificenza più prestigiosa, il premio Nobel.

Scorrendo le biografie si ha la percezione di quanto sia cambiata la società dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi, anche dal punto di vista dell’emancipazione femminile. Si comprende quanto sia stato complicato per le nate a inizio del ’900 avere accesso a un’istruzione superiore ed essere considerate dai colleghi maschi. Molte hanno dovuto lottare duramente per affermarsi e far conoscere il loro talento, a dispetto anche della famiglia, che le voleva esclusivamente mogli e madri.

Ma credevano in se stesse, avevano un sogno che le portava a superare qualsiasi difficoltà, con un’incrollabile determinazione.

Queste donne dimostrano che con la perseveranza e l’apertura verso gli altri si può arrivare dove si desidera e che, come insegnava la grande Rita Levi Montalcini (Nobel per la Medicina), la chiave dell’esistenza umana non è l’amore, bensì la curiosità

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Il can can, una ballerina e il suo pittore

can can

Finirai per gettare al  vento la tua vita al  Moulin Rouge con una ballerina di  can – can

Frase tratta dal film Moulin Rouge! (2001)

Il can – can del  Moulin Rouge 

Scrivere su  quello  che la Belle époque  ha significato  dal  punto  di  vista sociale e artistico, nonché le nuove invenzioni che si ebbero in quel periodo anticamera della modernità, sarebbe per questa povera scrivana un compito assai  arduo (d’altronde questo  blog non ha la pretesa di  essere fonte di  conoscenza, bensì di  mera curiosità sul mondo tout court).

 Se nel mio  precedente articolo ho accennato alla parentesi di  apparente felicità apportata dalle novità della Belle époque (le classi meno abbienti hanno solo  goduto  parzialmente di  questa felicità) oggi mi focalizzo sull’aspetto più mondano, non per questo scevro di  apporti  culturali.

Quindi salite a bordo della DeLorean DMC – 12 modificata dallo scienziato  Emmett Brown (il Doc protagonista di  Ritorno  al  futuro) e rechiamoci a Parigi in una data particolare e cioè il 6 ottobre 1889 quando a Pigalle , nel XVIII arrondissement,  viene inaugurato un locale che diventerà famoso nel  tempo: il Moulin Rouge.

can can
Affiche che pubblicizza il Moulin Rouge con la famosa ballerina soprannominata La Goulue (Toulouse Lautrec – 1891)

Che cosa si  fa nel locale fondato  dall’impresario teatrale Charles Zidler e dal  suo  socio Josep Oller i Roca in quegli  anni?

Ovviamente, non essendo un luogo  di  penitenze e frequentato da tutti i ceti  sociali, si  andava lì per divertirsi assistendo agli spettacoli, si  beveva molto (fiumi di  assenzio) e per fare nuove amicizie.

Ma se si parla di  Moulin Rouge è inevitabile legare a questo nome quello del  ballo sfrenato del  can – can.

Il can - can
Si vuole fare derivare l’origine del can – can dalla quadriglia tradizionale italiana, diffusa su tutto il territorio, in particolare nel centro – sud. Il movimento durante il ballo si compone di una sequenza di quattro passi che si ripetono durante l’esecuzione: le ballerine saltellano sul posto, nel primo e terzo passo, toccano per terra con ambo i piedi nel secondo, mentre nel quarto con un piede solo slanciando in alto l’altra gamba, alternando lo slancio a gamba piegata, sollevando il ginocchio, con quello a gamba tesa. Questa tecnica di ballo fu inventata dalla ballerina francese Louise Weber, (nella foto) soprannominata la Goulue (la Golosa) ed è lo stile del can – can ballato nel Moulin Rouge

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Louise Weber

Il pittore

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Henri de Toulouse-Lautrec

Henri Marie Raymond de Toulouse- Lautrec – Monfta ( Albi, 24 novembre 1864 – Malromé, 9 settembre 1901): dalla lunghezza del nome è facilmente intuibile le origini  nobili  di  colui  che sarà uno dei più grandi pittori di  fine Ottocento.

Infatti il padre era il conte Alphonse-Charlese-Marie de Toulouse-Lautrec-Monfta, mentre la madre era la contessa  Adéle-Zoë-Marie- Marquette Tapié de Céleyran: i due, in virtù del  fatto che all’epoca era consuetudine sposarsi  fra consanguinei per mantenere la purezza del  sangue blu (colore del sangue condiviso  con alcuni tipi  di verme), si  sposarono il 10 maggio 1863.

Il matrimonio fra consanguinei può comportare gravi conseguenze a carico del  patrimonio  genetico  dei figli: infatti nella famiglia Toulouse-Lautrec non erano  infrequenti nascite con prole portatrici   di  gravi  malattie che ne diminuivano drasticamente la durata della vita (Richard, fratello di Henry Toulouse-Lautrec, morì in tenera età per una di  queste malattie).

Inevitabilmente anche Henry Toulouse – Lautrec fu  portatore di una rara malattia  ossea che gli procurò, tra l’altro, anche la frattura dei  femori e forti dolori  : la picnodisostosi,

Nel 1872, quando  aveva diciassette anni, con la madre si  recò a Parigi  per iscriversi  al Lycée Fontanes ed è in questo periodo  che stringe amicizia con due pittori e cioè René Princeteau e Maurice Javant, i quali riconobbero in Toulouse – Lautrec il genio pittorico stimolandolo  a proseguire nella carriera artistica.

L’incorraggiamento dei  suoi  amici  parigini  non fu lo stesso che trovò in famiglia, anzi, pur non ostacolando il desiderio  del figlio di  diventare pittore, il padre Alphonse gli  chiese di  adottare uno pseudonimo (per il buon nome del casato), così che troviamo il nome di Tréclau (anagramma di  Lautrec) impresso nelle sue prime tele.

Alphonse però sa di non poter competere con la caparbietà del  figlio per cui, in un certo  senso, lo  asseconda cercando  di indirizzarlo verso  la   tradizione accademica, cosa che Henry seguì di  fare fintanto  che prese la decisione di  cambiare completamente il suo  stile dedicandosi  ai manifesti contribuendo, in questa maniera, a fare entrare l’arte nelle case di tutti (un po’ come una volta si  tappezzava la propria cameretta con i manifesti dei  film o  dei  cantanti preferiti…si  fa ancora?).

Ma la vera  preoccupazione che Henry procurava alla famiglia era di  diversa natura e cioè la frequentazione dei  bordelli e una conseguente vita dissoluta che gli procurò la sifilide e problemi  con l’alcol ma, soprattutto con la droga di  allora: l’assenzio, bevanda  proibita  in Europa all’inizio del  XX secolo.

 La sua casa era Montmartre 

Per uno spirito bohémienne  come il suo  non poteva che essere Montmartre la scelta parigina dove vivere: cabaret, caffè concerto, sale da ballo erano il luogo ideale per incontrare poeti, scrittori, attori, artisti  di  vario  genere e, ovviamente, donne molto  allegre.

Era questo  un mondo estremamente vitale con una  piena osmosi sociale che abbatteva ogni  divisione tra ricco  e povero, tra aristocratico  e popolare. E’ ovvio  che solo  in questo  contesto si poteva avere la spinta verso nuove forme artistiche e la trasgressione di una morale che impastoiava il libero  pensiero.

Il crepuscolo prima della fine 

Cosa resta alla fine dopo  gli  eccessi di una vita certo dissoluta,  ma anche piena di  soddisfazioni  artistiche?

Henry Toulouse – Lautrec sente svanire le sue forze, sente di non avere più la capacità artistiche di un tempo  e quindi decide nel 1901 di  fare testamento e di  rifugiarsi  a Malromé nel  castello della famiglia assistito  dalla madre fino all’ultimo  dei  suoi  giorni: il 9 settembre di  quell’anno.

Dapprima venne inumato a Saint-André-du-Bois mentre in seguito  la sua salma venne traslata a Verdelais in Gironda.

Ad Albi, sua città natale, si trova il Musée Toulouse-Lautrec 

La ballerina

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Jane Avril in una foto del 1893

Per chi  la vide ballare, o ebbe la fortuna di  conoscerla, Jane Avril (nome d’arte di Jeanne Louise Beaudon nata il 9 giugno 1868 e morta il 17 gennaio  1943) era una donna la cui personalità oscillava tra l’essere fragile, altezzosa, seducente, bizzarra: in poche parole non passava inosservata.

Soprattutto lo era quando  si  esibiva nel  can-can al Moulin Rouge, dove troverà un suo inestimabile fan e cioè Henry Toulouse – Lautrec che ne farà il soggetto dei  suoi  dipinti, ma anche Pablo  Picasso la ritrasse nel 1901 per il ritratto Dance la loge (1901)

Ma la vita di  Jeanne inizia non certamente in maniera idilliaca: nasce dalla relazione di sua madre, Léontine Clarisse Beaudon  di mestiere prostituta (conosciuta con il nome di La Belle Èlise) e l’aristocretico italiano Luigi  de Font il quale abbandonerà la madre quando  lei  aveva appena due anni.

Vivrà con la madre alcolizzata che la maltratta fintanto che Jeanne, ormai  adolescente,  decide di  fuggire di  casa ma, purtroppo  per lei,   a soli 14 anni viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico  di Salpêtrére a Parigi con la diagnosi  di isteria.

Qui riceve le cure di Jean – Martin  Charcot considerato il padre della neurologia (nonché ispiratore di  Sigmund Freud per gli  studi  sull’isteria).

Il luminare ebbe l’idea di organizzare un ballo  tra le pazienti e il personale medico  e  proprio in questo  frangente Jeanne scopri che il ballo  le consentiva di  far scomparire i sintomi del  suo  disagio  neurologico.

Dopo  due anni viene dimessa per tornare a vivere con la madre la quale semplicemente le consiglia di  essere carina con uomini di una certa età che l’avrebbero  ricoperta d’oro per i  suoi  baci  (e ovviamente anche per altro).

A Jeanne la vita che le prospetta la madre proprio non le va a genio, quindi  fugge di  casa ma, quasi  come uno  scherzo  del  destino, troverà rifugio proprio  tra le braccia delle donne di una casa di  tolleranza.

Nel 1888 inizia una relazione con lo  scrittore francese  René Boylesve (pseudonimo di René Tardivaux) e sembra che sia stato proprio lo  scrittore a suggerire il nome d’arte della futura ballerina e cioè Jane Avril.

Consacrata al  ballo Jane Avril approda al  Moulin Rouge nel 1889 (qui  le viene dato il soprannome La Mélinite in omaggio al  suo  stile di  ballo) per poi finire al più prestigioso Jardin de Paris sugli  Champs-Èlysées.

Nel 1895 ritorna al  Moulin Rouge per sostituire Louise Weber e l’anno  dopo  porterà il can-can in trasferta a Londra.

Dopo una breve  relazione  con May Milton, una giovane ballerina del  Moulin Rouge, ebbe un figlio dal  rapporto  con un uomo di  cui non so proprio il nome.

La danza la porterà anche al  teatro in un ruolo  per il Peer Gynt del  drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

Peer Gynt
Peer Gynt è un poema drammatico in cinque atti rappresentato per la rima volta a Oslo il 24 febbraio 1876 con le musiche di scena di Edward Grieg. Alcune parti della suite, specie Il Mattino (descritto come il can-can dei troll) sono state spesso impiegate al cinema: da M – il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang a Scoop di Woody Allen. In Italia qualcuno forse ricorderà un Carosello degli anni ’70, quando l’atore Mimmo Graig interpretava la pubblicità per l’Olio Sasso.

Il suo  ritiro  dalle scene avvenne per lei  nel 1905; sei  anni  dopo, nel 1911, sposò l’artista francese Maurice Blais (1872 – 1926) che adottò il figlio.

Il matrimonio  durò fino  all’inizio  degli  anni ’20 (Blaise morì in seguito per una malattia polmonare).

La Grande Depressione mandò Jane Avril letteralmente in bancarotta: morirà in povertà il 17 gennaio 1943 e seppellita nella tomba di  famiglia dei Blais nel  cimitero di Pierre Lachaise di Parigi.

Nel 1952 l’attrice Zsa Zsa Gabor interpreta Jane Avril nel  film Moulin Rouge di John Huston.

Nel 2001 toccherà a Nicole Kidman a reinterpretare (in maniera semi – romanzata) il ruolo  della ballerina nel  film Moulin Rouge! del  regista Baz Luhrmann

Termina qui la seconda e ultima parte dedicata alla Belle époque

Il libro in anteprima

Jane Avril è stata la più celebre ballerina della Belle Époque, la musa di Toulouse-Lautrec, un’interprete ideale dell’euforia del suo tempo.

Figlia illegittima di un nobile italiano e di una cortigiana, comincia queste memorie raccontando l’adolescenza guastata dalle crudeltà della madre, le crisi nervose, il suicidio sventato dall’intervento di una prostituta, il ricovero nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrère.

È qui, sotto le cure del pioniere dell’ipnosi Charcot, che la futura ballerina scopre la danza, una vocazione che la porterà al proprio riscatto sui palchi dei café parigini e negli atelier degli artisti.

È la storia, narrata con disarmante sincerità, di una guerra contro l’infelicità combattuta nel nome della leggerezza, sullo sfondo di una Parigi a un tempo dorata e sordida.

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La Belle époque, ovvero il can can delle emozioni

Belle époque

Nel periodo storico  che va sotto il nome di  Belle époque i progressi  della scienza e della tecnica furono  senza paragoni con le epoche passate.

Benefici di  queste scoperte portarono  a standard di  vita notevoli e a miglioramenti  sociali.

L’illuminazione elettrica, la radio, l’automobile, il cinema e altre comodità contribuirono a un miglioramento  delle condizioni  di vita e al  diffondersi di un senso  di  ottimismo…

 da  Wikipedia

 

    Vivere nella Belle époque (soprattutto  a Parigi)

Ho incontrato Doc ( ossia Emmett Brown, lo scienziato un po’folle protagonista della trilogia di  Ritorno  al  futuro) per chiedergli un passaggio  sulla sua DeLorean DMC -12 modificata per i  viaggi  nel  tempo, con destinazione la Belle époque parigina.

Ma ho come l’impressione che dovrò accontentarmi solo  di ciò che la storia racconta a riguardo di  quel  periodo apparentemente felice.

Belle époque
Dopo l’ufficio alla chiesa della Santa Trinità (1900) – Jean Béraud – Museo Carnavalet, Parigi

 Quella che oggi  chiamiamo Belle époque rappresenta una parentesi felice tra la fine della guerra franco -prussiana e l’inizio  della Prima guerra mondiale (a cui  si  aggiungerà la tragedia della pandemia dovuta all’influenza della spagnola): dal 1871 al 1914 fu un epoca di  scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, nonchè di  cambiamenti nella società di  cui  beneficiarono, anche se in misura minore rispetto  ai più abbienti, le classi proletarie.

Pur volendo  considerare la Belle époque un fenomeno mondiale, è la Francia, specificatamente Parigi, ad avere un legame indissolubile con essa.

La capitale francese aveva già visto un drastico  cambiamento nel  tessuto  urbanistico  durante il Secondo impero (1852 – 1870), quando Georges Eugène Haussmann (conosciuto  come  barone Haussmann) demolì gli  angusti  quartieri  medievali per dare spazio  ad ampi e luminosi  boulevard e consentire l’afflusso di un maggior numero di persone e carrozze.

Belle époque
Le Boulevard des Italiens (1900)

Di pari passo a questa ristrutturazione urbanistica Haussmann (barone) fece in modo  che Parigi  si  dotasse di una rete fognaria moderna, giardini  pubblici e illuminazione pubblica con lampioni  a gas (da qui l’etichetta alla città di  Ville Lumière).

Ovviamente questo  ammodernamento  comportò lo spostamento  verso  le periferie (che non godevano  certo delle agevolezze delle strade più centrali) delle classi popolari, in pratica la moderna banlieue.

Nel 1878 l’illuminazione dei lampioni a gas della Ville Lumière viene sostituita da quelli  a energia elettrica: ed è proprio l’elettricità che darà lo  slancio negli  anni  a venire della Belle époque allo  sviluppo  del trasporto pubblico: nel 1898 venne inaugurata la prima linea urbana di  tram  elettrici che con il tempo sostituì gli omnibus trainati  dai  cavalli (l’ultima loro corsa nel 1913), mentre bisogna aspettare il 1905 per vedere i primi  taxi girare per le strade di Parigi.

E’ il metrò la grande rivoluzione del  trasporto  pubblico  parigino: inaugurata il 19 luglio 1900 entusiasmò subito i cittadini (a parte un incendio  che provocò la morte di 84 persone nel 1903), fino  a arrivare alla stima  di 500 milioni di passeggeri nel 1914.

Belle époque

Per concludere questa piccola carrellata della Belle époque parigina   come non fare un cenno al  suo  simbolo e cioè  la Torre Eiffel: inaugurata  il 31 marzo 1889 in occasione dell’Esposizione universale diventò subito il simbolo  di una città  moderna  e  cosmopolita come Parigi sa essere.

Fine della prima parte dedicata alla Belle époque.

Nella seconda puntata parlerò della donna di  quell’epoca, di  ballerine e di pittori ammaliati  dalla Ville Lumière ⌋ 

Il libro in anteprima 

La fine dell’800 e l’inizio del 900 è stata un’epoca, dove la scienza, la tecnologia e l’invenzione, hanno caratterizzato il risultato delle operazioni del pensiero e di applicazione sul piano pratico e il progresso, in una forma del tutto insolita, ma nuova, ha generato l’inizio di un benessere e la sua decadenza.⌋ 

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Bauhaus, una donna e un libro

Bauhaus

Architetti, scultori, pittori, tutti noi  dobbiamo tornare ai mestieri! L’arte non è una professione.

Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista è un artigiano  esaltato.

Il cielo  misericordioso, nei rari  momenti  d’ispirazione e al  di là della volontà dell’uomo, può far sbocciare l’opera d’arte.

Ma la competenza è il mestiere essenziale per ogni  artista. Questa è la fonte originale dell’immaginazione creativa.

 Walter Gropius dal  Manifesto Bauhaus (aprile 1919)

Bauhaus: una storia in poche parole (partendo  da una sedia) 

Bauhaus
Sedia  Cesca (precedentemente chiamata B 32)

 Nell’immagine la sedia  progettata da Marcel Breuer nel 1928: Cesca  (il nome  Cesca  deriva dal diminutivo  di  Francesca, la figlia adottiva di Breuer).

La sedia Cesca , tuttora prodotta dalla casa di  arredamento tedesca  Thonet,  è uno dei prodotti  di  design usciti dalla più famosa scuola di  architettura del ‘900: la Staatliches Bauhaus.

Bauhaus
Walter Gropius

 Nel 1919 fu Walter Gropius l’artefice per la  nascita della Staatliches Bauhaus, il  suo interesse era quello  di  creare un’istituto  diverso  dalle altre scuole d’arte applicata dove la collaborazione tra allievi  e maestri  doveva essere totale.

Il concetto era espresso anche nella scelta del  nome Bauhaus che, rifacendosi  a quello di  Bauhütten cioè i cantieri  medievali (qualcuno fa riferimento  anche alla Loggia dei  muratori e quindi  alla massoneria), ne esprimeva in pieno  l’ideologia.

Già tre anni prima, nel 1916, Gropius propose al  Ministero  di  Stato del  Granducato  di  Sassonia (che divenne lo  stato  di Sassonia – Weimar – Eisenach dal 1918 al 1920) la proposta per l’Istituzione di una scuola che fosse anche centro di  consulenza artistica per l’industria, il commercio  e l’artigianato.

L’anno  seguente Fritz Mackensen, direttore dell’Istituto  superiore di Belle Arti  del Granducato, inviò al  Ministero il verbale con le proposte di   riforma della scuola: bisognerà aspettare ancora due anni, e cioè il 1919, per arrivare a una soluzione di  compromesso in cui  l’istituto  statale del Bauhaus sarebbe sorto  dalla fusione di  quello  che era ormai l’ex Istituto  superiore di  belle arti e quello della Scuola d’arte applicata, in più si sarebbe aggiunto ad essa una sezione dedicata all’architettura.

La Bauhaus vivrà fino  al 1933 quando il regime nazista ne decreta la fine.

Tra i  suoi  insegnanti figuravano  personaggi  del  calibro  di Paul Klee e Wassily Kandinsky.

Bauhaus: la cronologia
1919 A Weimar nasce la Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il manifesto con l’intento di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire. 1925 Un cambio di sede porterà la Bauhaus a Dessau. 1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti professori e, in seguito, verrà dimissionato dal sindaco di Dessau. 1930 In questo periodo la scuola è sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe che, eliminando le istanze sociali della Bauhaus, ne valorizza i brevetti e la collaborazione con le aziende. 1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino. 1933 per non soccombere al nazismo i docenti all’unanimità decidono di chiudere la scuola

Davvero  ci  siamo dimenticati  di Ise Frank? 

Quando  Walter Gropius scrisse il manifesto  della Bauhaus inserì questa nota:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Parole decisamente intrise di progressismo  che, però, erano in contrasto  con la realtà dei  fatti: anche se all’inizio dell’apertura della Bauhaus le donne iscritte ai  corsi  erano in numero  maggiore rispetto a quello  degli uomini, le donne  venivano  considerate non abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere ad arti  come, ad esempio l’architettura, considerate appannaggio dell’uomo piuttosto  che della donna.

Naturalmente questa contraddizione è tipica del contesto  sociale di quegli  anni ( per certi  aspetti ancora oggi  si  assiste a delle vistose diseguaglianze tra donne e uomini in campo  lavorativo) e solo  alcune allieve, con il tempo, riuscirono  a imporsi in quei settori esclusivamente maschili, tra loro  Marianne Brandt che divenne una dei  maggiori designer industriali  della Germania degli  anni ’30 e Anni  Albers la quale emigrò negli  Stati Uniti dopo il 1933 diventando  anche lei  una designer molto ricercata.

Ma c’è una donna molto importante nella vita della Bauhaus e, soprattutto, in quella del  suo  fondatore: Ise Frank,  moglie  di Walter Gropius.

Ise Frank nasce a Wiesbaden in Germania il 1 marzo 1897 da una famiglia piuttosto  agiata ( il  padre Georg Frank era consigliere del  governo  prussiano); dopo  gli studi  classici,  a ventisei  anni, si  trasferisce a Monaco  dove diventa prima libraia e poi giornalista per un piccolo  editore, impiego che l’aiuta non poco a essere una donna libera ed emancipata.

Era destinata a diventare la moglie di  suo  cugino Hermann, un uomo che se pur la rispettava nelle sue scelte non riusciva colmare quel  senso  di  solitudine interiore nella vita di  Ise.

Sennonché tutto  cambiò quando nel luglio  del 1921 la sua amica Lise l’invitò a una conferenza di  architettura al Politecnico di  Hannover dove, per l’appunto, il conferenziere era Walter Gropius che, in quell’occasione, esponeva il suo  progetto della Bauhaus, cioè quello  di una scuola rivoluzionaria rispetto  ai  canoni dell’architettura di allora.

Si può dire che Ise Frank  venne colpita da un duplice colpo  di  fulmine: quello riguardante l’aspetto  futuristico e rivoluzionario  della Bauhaus ma, soprattutto, l’aspetto e l’aurea di  ribelle di  quell’uomo.

Bauhaus
Walter Gropius e Ise Frank

A questo punto  tralascio  il gossip (e relativo  BLABLABLA facilmente reperibile in rete)  che seguì a quel primo  loro  incontro   per arrivare all’ottobre dello  stesso  anno quando i due convolarono  a nozze.

Anche Wikipedia si è dimenticata di Ise Frank
Quella che dai più viene consioderata l’Enciclopedia per eccellenza in rete, ha delle volte alcune lacune incomprensibili. A esempio, nella voce dedicata a Walter Gropius si accenna alla sua prima moglie, ma non c’è un rigo dedicato a Ise Frank: << Proveniente da una famiglia di architetti (era pronipote dell’architetto Martin Gropius), studia architettura a Monaco (1903) e a Berlino (1905-1907). Nel 1915, durante una licenza militare dal fronte, sposa Alma Mahler Schindler, vedova del musicista Gustav Mahler. Insieme i due ebbero una prima figlia, alla quale diedero il nome di Manon; affetta da poliomielite, morì nel 1935 a soli diciotto anni. Un secondo figlio, Carl Martin, nacque pure gravemente malato e morì a dieci mesi di vita. I due divorziarono nel 1920>>.

Perché Ise Frank  era tanto importante per la Bauhaus? 

Intanto tutti  gli articoli o comunicati  della Scuola erano  opera di  Ise (non per nulla era una giornalista) tanto  da essere poi  definita la signora Bauhaus, o per meglio  dire l’anima di quel progetto  riformista: in effetti lei, sposando  Gropius, ne aveva sposato anche la completa ideologia dietro  al progetto  Bauhaus e cioè la ricerca di  una società più libera e democratica.

 La sua opera non si limitava solo  agli  scritti tanto  che, nella casa costruita dai  coniugi Gropius a Dessau nel 1924, lei insieme a Bruno Taut sperimentò quelle soluzioni ergonomiche di una casa progettata per una donna moderna ed emancipata, le stesse  riportate nel libro di  Taut La nuova abitazione: la donna come creatrice.

Nel 1927, con l’incalzare del  regime nazista ostile alle avanguardie culturali, Ise Frank si  rese conto dei rischi che la Bauhaus, il corpo  docenti e gli  studenti  stessi, correvano: con l’amica fotografa di origine statunitense  Irene Hecth (e con agganci internazionali tra Parigi  e New York) preparò un piano  di  fuga verso  gli  Stati Uniti.

Nel 1969 Walter Gropius muore.

Quattordici  anni  dopo, il 9 giugno 1983 a Lexington nel  Massachusetts, si spegne Ise Frank, aveva ottantasei  anni.

Il libro in anteprima

Jana Revedin, architetta e urbanista tedesca docente presso l’École spècial d’architecture di  Parigi (precedentemente anche presso il Politecnico  di  Milano e l’Università Iuav di  Venezia) dopo un’accurata ricerca ha scritto in forma romanzata la vita di Ise Frank nonché la storia della Germania da Weimar al  nazismo nel  libro La signora Bauhaus

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lì su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.

Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore della Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.

Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.

Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di Signora Bauhaus.

Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo alla Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.

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L’Arca dell’Alleanza tra mito e mito

Arca

Bezaleel fece l’arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza.

La rivestì d’oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d’oro.

Fuse per essa quattro anelli d’oro e li fissò ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro.

Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d’oro.

Introdusse le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca.

Fece il coperchio d’oro puro: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza.

Fece due cherubini d’oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio:  un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità.

Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità.

I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio.

Esodo 37, 1-9 ⌋ 

L’Arca perduta: dalla storia a Indiana Jones

Aspettando  che Indiana Jones riviva nel quinto  episodio  della saga (dovrebbe uscire nelle sale nel 2022), con Harrison Ford ormai  prossimo  alla pensione, se non come attore almeno nel suo  alter ego di archeologo considerando i suoi  settantotto  anni  di  età,  rivediamolo  in una delle scene più divertenti  del film I predatori  dell’Arca perduta (sembra che all’epoca, dovendo  girare quella scena e soffrendo  di  dissenteria, lo stesso  Harrison Ford abbia suggerito  a Spielberg la rapidità dell’azione evitando il duello con l’energumeno  armato  di  scimitarra).

Che l’Arca dell’Alleanza sia ormai  perduta tra le pagine della storia e quelle del mito (se non proprio  quelle delle leggende) è ormai risaputo e varie sono  le ipotesi  della sua fine.

Tra quelle più plausibili e che essa, essendo in parte costruita in legno, sia andata perduta in uno dei  tanti incendi  che funestavano le città di allora.

Altra ipotesi, anche questa credibile,  che il manufatto era stato  costruito  con parti  d’oro e che queste siano  state preda degli  eserciti che più volte hanno  saccheggiato il Tempio di  Salomone.

Storicamente si pensa che l’Arca sia stata rubata durante il saccheggio  del  Tempio tra il 797 e il 767 a.C.,  ad opera di  Ioas, re dell’antico  regno  settentrionale di  Israele (Samaria) con capitale Sichem, e lì nascosta, sennonché, dopo  la distruzione del  regno  del  Nord da parte degli  Assiri, l’Arca potrebbe essere stata portata in un qualsiasi  punto del  Medio Oriente.

Ma l’Arca potrebbe anche essere stata trafugata in Babilonia nel 597 (588?) a.C. quando  Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme saccheggiando il Tempio: ma nell’elenco  del materiale trafugato  dai  babilonesi  non compare l’Arca per cui  è lecito pensare che essa venne trafugata ancora prima dell’invasione babilonese.

A questo punto, un po’ come avviene per la ricerca del Santo  Graal (ancora una volta è Indiana Jones a scoprire dove era celato il sacro manufatto), la fantasia ha creato  diversi  nascondigli  per l’Arca dell’Alleanza: a Roma, ad esempio, riposta nella Basilica di San Giovanni Laterano secondo un testo  del 1480 scritto  dal  diplomatico  Santo  Brasca che fa risalire il tutto  a quando gli oggetti  sacri  del  Tempio furono recuperati (sarebbe meglio  dire trafugati) da Vespasiano  e Tito.

A smentire l’affermazione di Santo  Brasca è Flavio Giuseppe che nella sua opera Guerra giudaica, citando gli oggetti  sacri  portati  a Roma, non  menziona l’Arca, cosa già vista precedentemente con quello  che è accaduto durante il saccheggio  babilonese.

Trascuro il fatto  che l’Arca sia nascosta nello Zimbabwe, ipotesi del professore Tudor Partiff docente della School  of Oriental  and African Studies di  Londra, che dice che l’Arca è nascosta nelle leggendarie miniere di Salomone (a saperlo Indiana si risparmiava la fatica di  andare in Egitto)

Infine, citando il secondo  libro dei  Maccabei (2, 1-8), testo  appartenente al  canone biblico cattolico  e ortodosso ma escluso  da quello ebraico e protestante, si  racconta che alla fine del VII secolo  a.C. fu il profeta Geremia a sottrarre l’Arca dalla distruzione portandola via da Gerusalemme per nasconderla in una grotta del monte Nebo.

L’Arca ha la sua regina: quella di Saba

Arca
La Regina di Saba (illustrazione per il Vecchio Testamento)

La mitica regina di  Saba (che la tradizione etiope chaima Machedà) volle incontrare il re Salomone, noto per la sua saggezza, per chiedergli  dei  consigli.

Questo ipotetico incontrò generò nel VI secolo d.C. una leggenda abissina (tratta da quella più antica copta) codificata tra il 1314 e 1322 da Yeshaq, notabile di  Axum:

Salomone invaghitosi dalla bellezza di Macheda la inebriò con droghe abusando  di lei e di una sua schiava. In seguito le due donne furono rese libere di  ritornare nel loro paese.

Da questa disavventura Machedà ebbe un figlio, Menelik I, capostipite della dinastia dei Salomonidi (di  cui Hailè Selassiè fu l’ultimo esponente), mentre la schiava diede alla luce Zagàn che si  dice essere il capostipite di valorosi  guerrieri.

Menelik I, raggiunto  la maggiore età, chiese alla madre il nome di  suo padre e, quindi, decise di  andare a trovare Salomone.

Questi ne fu contento  tanto  da dare a Menelik la possibilità di  vivere a corte poi, una volta che il giovane decise di  ritornare da sua madre, Salomone lo riempì di  doni:  tra questi, quello più prezioso, era appunto  l’Arca dell’Alleanza  con le Tavole della Legge affinché diffondesse la parole di  Dio  anche tra il suo popolo⌋   

Un altra leggenda dice che la cattedrale di Santa Maria di  Sion,  ad Axum venne costruita con l’oro  piovuto  dal  cielo, offerto  da Dio  per ospitare l’Arca ricevuta in dono  da Menelik I.

Quando l’Islam minacciò il regno  di  Axum, i cristiani  si  rifugiarono  tra le montagne nei pressi  di Lalibela: qui  si  trovano  undici  chiese rupestri ben  nascoste: in ognuna di  esse venne costruita un sacrario dove, per confondere i predatori, si  diceva essere custodita l’Arca.

Da allora tutte le chiese etiope hanno un sacrario con un parallelepipedo coperto  di  stoffe (manbar) che sostiene a sua volta una scatola di legno  dorato: il tabot o Arca dell’Alleanza.

Noi,  che abbiamo  visto  I predatori  dell’Arca Perduta sappiamo  che il vero  nascondiglio è in un caveau blindato del Pentagono,  negli  Stati Uniti (ma non diciamolo  a Donald Trump). 

Il libro in anteprima

Non sempre i libri  che inserisco in anteprima trovano in me un’appassionata sostenitrice, ma penso  che sia più importante che sia la lettrice (e spero  anche qualche lettore) a decidere cosa sia degno  di nota,  o meno, nel leggere.

Quindi  traetene da soli il giudizio del libro L’Arca dell’Alleanza. Il Tabernacolo di  Dio: cronaca di una scoperta, scritto  dall’architetto Giuseppe Claudio Infranca  

L’Autore, architetto al seguito di una missione archeologica e di restauro al Parco delle Stele di Axum (Etiopia) del CNR, per pura casualità viene invitato dal Clero locale a visitare il Santuario di Santa Maria di Sion, gravemente danneggiato nella copertura dai bombardamenti della guerra civile etiope.

In quella breve visita riesce a penetrare furtivamente all’interno del Sancta Sanctorum, scoprendo la presenza della biblica Arca dell’Alleanza.

Rimane sorpreso dalla scoperta, riesce a scattare una foto e nel frattempo, viene colpito da strani ronzii alle orecchie.

Per anni, riesce a celare l’incredibile vicenda, di cui è stato protagonista, quando un giorno apprende la notizia che due israeliani, un uomo ed una donna, facenti parti di reparti speciali d’Israele, sono penetrati furtivamente nello stesso luogo, dove Lui aveva ammirato l’Arca dell’Alleanza, e ne rilevavano l’importate scoperta al mondo.

Da allora gli è chiaro il valore di quanto visto ed inizia a studiare per comprendere come l’Arca dell’Alleanza fosse giunta fino in Etiopia da Gerusalemme. Dopo anni ed anni di ricerche e studi riesce a ricostruire la storia e il lungo viaggio percorso dall’Arca dell’Alleanza dall’antica Palestina alla lontana Axum.

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Un oceano di quiete: questa è la libreria

oceano

Ci sedemmo al  tavolo  del  retrobottega, circondati dai  libri  e dal  silenzio.

La città era addormentata e la libreria pareva una barca alla deriva in un oceano  di  quiete

Tratto da L’ombra del vento  di Carlos Ruiz Zafòn⌋  

Ma per i librai  non è un oceano di  quiete 

Eh si, perché alla poetica descrizione che ne ha fatto Zafòn si  contrappone la difficoltà delle librerie ad affrontare la concorrenza di giganti  quali  Amazon con l’offerta di un catalogo infinito, la comodità di  ricevere il libro direttamente a casa (elogio  della pigrizia) e prezzi concorrenziali, specie se il libro  è in formato  digitale.

A questo  stato  di  cose le grandi  e medie catene libraie hanno  risposto  offrendo incontri  con gli  autori e, dove è possibile farlo, caffetterie e angoli  di lettura.

Si, ma le piccole librerie?

Purtroppo, alcune di  esse, economicamente non reggono e hanno  difronte l’ineluttabile prospettiva della chiusura.

A meno che di non trovare persone talmente innamorate del proprio  lavoro  da creare un punto di  aggregazione talmente potente da far sì che le persone che entrano  per la prima volta in quella particolare libreria ne rimangano innamorate e stregate in quell’oceano  di  quiete.

Come quella che si  trova sulla Rive gauche di  Parigi.

Shakespeare and Company: una libreria  a Parigi 

 

oceano
L’interno della libreria: adoro questa confusione mista all’odore dei libri (e spero presto  di  ritrovare queste sensazioni dopo  che la pandemia sarà solo un brutto  ricordo)

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company non può essere una libreria qualunque in quanto, sia nel passato  che nel presente, è il luogo  ideale per incontrare di persona  scrittori più o  meno noti – quelli  che lo  sono  meno hanno la possibilità di  avere un luogo  per dormire qualche notte nella libreria in cambio di  lavoro  manuale tra gli  scaffali: una stima al  ribasso, forse esagerata, dice che dagli  anni ’50 ad oggi  vi  abbiano  dormito più di 30.000 persone  – e, quindi, partecipare agli  eventi particolari  come il Sunday tea ascoltando, tra un sorso  di tè e qualche biscotto, gli autori  leggere alcuni  brani  dei loro  libri o poesie.

Una storia in poche parole

oceano
Sylvia Beach (Baltimora, 14 marzo 1887 – Parigi, 5 ottobre 1962)

Tutto ha inizio quando una giovane donna americana, figlia di un pastore presbiteriano, arriva a Parigi  nel 1919.

Il suo nome era Sylvia Beach  e, una volta stabilitasi  nella capitale francese assaporandone l’aria di libertà che offriva,  come prima cosa pensò ad un luogo aperto ai  giovani bohème  (per lo più scrittori  squattrinati) oltreché un punto  di  riferimento adatto  all’incontro della cultura d’oltreoceano   con quella europea.

Tra l’altro lei ebbe il coraggio  e la forza di  pubblicare nel 1922 un’opera come  l’Ulisse di James   Joyce messa al  bando  in America e Gran Bretagna per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo nel 1966).

Nel 1941 Parigi è invasa dai nazisti  e  Shakespeare and Company deve chiudere i  battenti

Passano  gli  anni e solo  nel  dopoguerra arrivano   a Parigi  altri  giovani intellettuali, tra loro George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011)  il quale, oltre ad avere una visione tendenzialmente socialista della vita  e della società,  ama i libri quanto li poteva amare Sylvia Beach.

Nel 1951, con un capitale di 500 dollari,  George Whitman acquista nei pressi di  Notre Dame un piccolo   locale adibendolo  a libreria con il nome Le Mistral: alla morte di  Sylvia Beachavvenuta nel 1962,in suo ricordo  la libreria cambierà il nome in Shakespeare and Company.

Non poteva essere diversamente: infatti la passione per i libri  e la letteratura,  la visione di una società molto liberal che aveva George Whitman era pari a quella che poteva essere  considerata la sua ispiratrice.

Nel solco  della tradizione anche la nuova   Shakespeare and Company  fu il luogo  dove approdarono intellettuali e artisti  spiantati, tra loro Allen GinsbergHenry MillerWilliam Burroughs (a lui  si  deve l’invenzione del  Sunday tea), Bruce Chatwin e tanti  altri.

I created this bookstore like a man would write a novel, building each room like a chapter, and I like people to open the door the way they open a book, a book that leads into a magic world in their imaginations.

Ho creato questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo, costruendo ogni  stanza come un capitolo, e mi  piace che le persone aprano la porta nel modo in cui  aprono un libro, un libro  che conduce in un mondo  magico nella loro immaginazione

George Whitman

Il libro in anteprima 

Cinquant’anni con i libri, sui libri, nei libri.

Cinquant’anni per i libri.

Romano Montroni è nato in una casa in cui non si leggeva, ma da ragazzo è stato assunto per caso come fattorino alla libreria Rizzoli di Bologna ed è stata la cosa più bella che potesse capitargli: diventato libraio, ha conosciuto moltissimi scrittori e lettori e poi ha lavorato tutta la vita per formare nuove generazioni di librai che amino i libri quanto li ama lui, librai capaci di accendere entusiasmi, nutrire sogni e sussurrare ai lettori i libri giusti, quelli che riempiono la vita e a volte la cambiano.

In queste pagine Montroni tira le somme della sua esperienza come presidente del Centro per il libro e la lettura e lo fa guardando al futuro: parla di giovani lettori, di scuola, di lettura ad alta voce, di librerie, di biblioteche e naturalmente di librai, di come formarli e come appassionarli.

Una testimonianza che ha il fascino di una storia vera e il profumo dei libri nuovi, un’entusiasmante dichiarazione d’amore e di fiducia nella straordinaria potenzialità dei libri e nella infinita felicità dei loro fortunati lettori.

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Nove ottobre millenovencentosessantatre

Nove ottobre

 

Perché mai  è così tragica la vita: così simile a una striscia di  marciapiede che costeggia un abisso.

 Virginia Woolf – Diario  di  una scrittrice – ⌋ 

Quel 9 ottobre di  cinquantasette anni  fa

Potrei interpretare la parte di colei  che ricorda una storia tragica del  nostro  Paese, ma la verità è che non mi ricordavo  affatto di  quello  che è accaduto il 9 ottobre 1963, ed è solo per un caso che mi sono imbattuta nel  video  seguente tratto dall’opera teatrale di  Marco  Paolini:

   Il Disastro  del  Vajont.

E’anche vero  che potrei  dire a mia discolpa che non ho  dimenticato  la tragedia ma solo  che, per l’appunto, oggi è il suo (tragico) anniversario.

Duecentosessanta milioni di  metri  cubi  di  roccia quel  giorno  si  staccarono  dal monte Toc, una montagna alta 1.921 metri nelle prealpi Bellunesi nel confine tra le province di  Belluno e Pordenone, precipitando nel  bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont e causando un’onda gigantesca che si  abbatté prima sui  paesi  di  Erto e Casso  fino  ad arrivare poi a Longarone: i morti  furono millenovecentodiciassette.

Marco Paolini nel  suo monologo  teatrale Il racconto del  Vajont  fece un rapido  calcolo  per dare la misura di  quanto  franò dalla montagna: Per rimuovere la frana staccatasi  dal monte Toc, ci  vorrebbero mille camion al giorno al lavoro, per tutti i giorni, per sette secoli.

Tina Merlin già nel 1959 denunciò attraverso una serie di  articoli  la pericolosità di  quanto  si  stava costruendo: venne denunciata con l’accusa di  diffusione di notizie false e tendenziose.

Nel 2008, durante l’Anno Internazionale del Pianeta Terra, la tragedia del  Vajont fu indicata come esempio  di disastro  evitabile causato  dall’errore umano nel  non comprendere la natura del problema che si  stava affrontando.

Il libro in anteprima 

Fu come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 duemila persone e un intero paese furono cancellati per sempre.

Più di quarant’anni sono passati e il ricordo dei morti è ancora sospeso sulla valle. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l’ha vissuto.

Come Mauro Corona, lo scrittore-alpinista di Erto; e come i personaggi di questo testo inedito.

All’osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l’altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, sui chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti.

E soprattutto il ritratto di un piccolo popolo pieno di inestinguibile dolore, ma mai vinto.

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Una Topolino per due scrittori in viaggio

Topolino

Se vai lento, ovunque tu  sia nella fascia temperata del  Globo,

le tue notti  si popoleranno di  grilli, belati,, fumo di legna, erbe aromatiche, stelle.

D’inverno, ti  addormenterai circondato di luce lunare fredda, odore di lana infeltrita e letame, tè bollenti  e sogni  caldi,

quelli  dove le persone hanno odore e sapore.

In una parola, la vita.

Tratto da La leggenda dei monti  naviganti  di  Paolo  Rumiz

Il lento viaggiare della Topolino (contro  l’arroganza dei  SUV)

Non mi  piacciono  affatto  quei  caterpillar travestiti  da automobile, come non mi piace l’arroganza della stragrande maggioranza di  chi  guida un SUV e cioè quei prepotenti (al 99 per cento uomini) che si incollano  al tuo parafango  posteriore come per dire che la strada è la loro e tu, misera automobilista che guida un’utilitaria (per giunta sei donna) occupi impunemente la corsia di  sorpasso.

A questo punto non posso  che pensare quanto  sia vera l’equazione per cui gli  attributi (quegli  attributi) di  questi  guidatori siano inversamente proporzionali alla dimensione del loro  mezzo.

Ma ritorniamo  alla simpatica Fiat Topolino.

Topolino
L’ingegnere della Fiat Dante Giacosa

Il signore ritratto nella fotografia è l’ingegnere Dante Giacosa che nel 1934 inventò la Topolino dopo  che Benito  Mussolini  aveva ordinato  alla Fiat di progettare per il popolo  un auto  il più possibilmente economica.

Dopo  qualche tentativo  infruttuoso  (i prototipi  andarono a fuoco durante il collaudo), Giacosa per il suo progetto  pensò di  ridurre pesi  e dotazioni della Balilla  per contenere i  costi  ma, allo  stesso, tempo, creare un automobile affidabile.

Topolino
La Fiat 500 “Topolino” coupé del 1936

Il prototipo fu  collaudato  nel  1934 dallo  stesso  Giacosa insieme ad Antonio Fessia dell’ufficio  progetti  della Fiat in un percorso  misto intorno  alla città  di  Torino per saggiarne le sospensioni e un tratto  autostradale dove la Topolino  raggiunse la velocità di 82 chilometri orari  (allora non c’erano  i SUV a chiedere strada)

Inizialmente le venne dato il nome di  Topolino in onore del personaggio  della Walt Disney ma,  siccome il regime era contrario  ad adottare nomi  stranieri (Louis Armstrong era diventato  Luigi  Fortebraccio), ben presto si  adottò  quello più prosaico  di  Fiat 500.

Il viaggio  lento  di  due scrittori

Ho  appena terminato  di (ri)leggere La leggenda dei monti  naviganti di Paolo  Rumiz: il libro è diviso in due parti  riferite al  viaggio  dello scrittore triestino attraverso  le due catene montuose del nostro Paese e cioè le Alpi e gli  Appennini.

Una Topolino coetanea di Nerina

E’  nella parte del viaggio  attraverso  gli  Appennini che Paolo  Rumiz si  avventura per  strade secondarie a bordo di  Nerina, una Topolino  dl 1953.

E’ un viaggio ovviamente  lento, ed è proprio  questa lentezza  che permette all’autore   l’incontro con le persone, il cibo  e gli odori dei luoghi  attraversati (nonché qualche imprevisto meccanico dovuto alla non più giovane età di  Nerina).

Paolo Rumiz e la European Spirit of Youth Orchestra ensemble in un incontro con il pubblico presso i Martiri della Benedicta nelle Capanne di Marcarolo (luglio 2017)

Verso  la fine del libro  Paolo  Rumiz rende omaggio a un altro  scrittore e viaggiatore che anni prima, nel 1953,  ha intrapreso un viaggio molto più lungo, attraversando i Balcani, la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, ma sempre a bordo di una Topolino.

Ci  ha messo  due anni Bouvier a fare quel  viaggio.

Se l’è presa comoda: ha passato un’estate a Belgrado, un inverno a Tabriz e un altro in Pakistan. Altri mondi.

Ciò nonostante, ho l’impressione di  fare la stessa esperienza, di  sentire gli  stessi odori.

Forse la percezione del mondo non dipende dai  luoghi, ma dall’andatura.

Paolo RumizLa leggenda dei monti  naviganti

Nicolas Bouvier (Grand -Lancy, 6 marzo 1929 – Ginevra, 17 febbraio 1998) è stato uno scrittore e giornalista svizzero, il diario  del  suo lungo  viaggio diventò il libro  La polvere del mondo.

Anteprima libri 

Se amate viaggiare, ma anche solo leggere libri  di  viaggio (impossibile a questo punto  che non siate anche amanti  del  viaggiare) ecco  l’anteprima dei due libri citati  nell’articolo.

Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola).

Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario.

E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela.

Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due libri, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione.

Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, figlio di una buona famiglia calvinista, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medioevale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino.

Nicolas Bouvier ha già effettuato dei brevi viaggi in Francia, Algeria o Jugoslavia, ma questa volta punta più lontano, verso la Turchia, l’Iran, Kabul e il confine con l’India. I sei mesi di viaggio successivi attraverso i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan, in compagnia dell’amico artista Thierry Vernet, danno vita a uno dei grandi capolavori del Ventesimo secolo.

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