Una Topolino per due scrittori in viaggio

Topolino

Se vai lento, ovunque tu  sia nella fascia temperata del  Globo,

le tue notti  si popoleranno di  grilli, belati,, fumo di legna, erbe aromatiche, stelle.

D’inverno, ti  addormenterai circondato di luce lunare fredda, odore di lana infeltrita e letame, tè bollenti  e sogni  caldi,

quelli  dove le persone hanno odore e sapore.

In una parola, la vita.

Tratto da La leggenda dei monti  naviganti  di  Paolo  Rumiz

Il lento viaggiare della Topolino (contro  l’arroganza dei  SUV)

Non mi  piacciono  affatto  quei  caterpillar travestiti  da automobile, come non mi piace l’arroganza della stragrande maggioranza di  chi  guida un SUV e cioè quei prepotenti (al 99 per cento uomini) che si incollano  al tuo parafango  posteriore come per dire che la strada è la loro e tu, misera automobilista che guida un’utilitaria (per giunta sei donna) occupi impunemente la corsia di  sorpasso.

A questo punto non posso  che pensare quanto  sia vera l’equazione per cui gli  attributi (quegli  attributi) di  questi  guidatori siano inversamente proporzionali alla dimensione del loro  mezzo.

Ma ritorniamo  alla simpatica Fiat Topolino.

Topolino
L’ingegnere della Fiat Dante Giacosa

Il signore ritratto nella fotografia è l’ingegnere Dante Giacosa che nel 1934 inventò la Topolino dopo  che Benito  Mussolini  aveva ordinato  alla Fiat di progettare per il popolo  un auto  il più possibilmente economica.

Dopo  qualche tentativo  infruttuoso  (i prototipi  andarono a fuoco durante il collaudo), Giacosa per il suo progetto  pensò di  ridurre pesi  e dotazioni della Balilla  per contenere i  costi  ma, allo  stesso, tempo, creare un automobile affidabile.

Topolino
La Fiat 500 “Topolino” coupé del 1936

Il prototipo fu  collaudato  nel  1934 dallo  stesso  Giacosa insieme ad Antonio Fessia dell’ufficio  progetti  della Fiat in un percorso  misto intorno  alla città  di  Torino per saggiarne le sospensioni e un tratto  autostradale dove la Topolino  raggiunse la velocità di 82 chilometri orari  (allora non c’erano  i SUV a chiedere strada)

Inizialmente le venne dato il nome di  Topolino in onore del personaggio  della Walt Disney ma,  siccome il regime era contrario  ad adottare nomi  stranieri (Louis Armstrong era diventato  Luigi  Fortebraccio), ben presto si  adottò  quello più prosaico  di  Fiat 500.

Il viaggio  lento  di  due scrittori

Ho  appena terminato  di (ri)leggere La leggenda dei monti  naviganti di Paolo  Rumiz: il libro è diviso in due parti  riferite al  viaggio  dello scrittore triestino attraverso  le due catene montuose del nostro Paese e cioè le Alpi e gli  Appennini.

Una Topolino coetanea di Nerina

E’  nella parte del viaggio  attraverso  gli  Appennini che Paolo  Rumiz si  avventura per  strade secondarie a bordo di  Nerina, una Topolino  dl 1953.

E’ un viaggio ovviamente  lento, ed è proprio  questa lentezza  che permette all’autore   l’incontro con le persone, il cibo  e gli odori dei luoghi  attraversati (nonché qualche imprevisto meccanico dovuto alla non più giovane età di  Nerina).

Paolo Rumiz e la European Spirit of Youth Orchestra ensemble in un incontro con il pubblico presso i Martiri della Benedicta nelle Capanne di Marcarolo (luglio 2017)

Verso  la fine del libro  Paolo  Rumiz rende omaggio a un altro  scrittore e viaggiatore che anni prima, nel 1953,  ha intrapreso un viaggio molto più lungo, attraversando i Balcani, la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, ma sempre a bordo di una Topolino.

Ci  ha messo  due anni Bouvier a fare quel  viaggio.

Se l’è presa comoda: ha passato un’estate a Belgrado, un inverno a Tabriz e un altro in Pakistan. Altri mondi.

Ciò nonostante, ho l’impressione di  fare la stessa esperienza, di  sentire gli  stessi odori.

Forse la percezione del mondo non dipende dai  luoghi, ma dall’andatura.

Paolo RumizLa leggenda dei monti  naviganti

Nicolas Bouvier (Grand -Lancy, 6 marzo 1929 – Ginevra, 17 febbraio 1998) è stato uno scrittore e giornalista svizzero, il diario  del  suo lungo  viaggio diventò il libro  La polvere del mondo.

Anteprima libri 

Se amate viaggiare, ma anche solo leggere libri  di  viaggio (impossibile a questo punto  che non siate anche amanti  del  viaggiare) ecco  l’anteprima dei due libri citati  nell’articolo.

Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola).

Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario.

E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela.

Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due libri, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione.

Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, figlio di una buona famiglia calvinista, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medioevale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino.

Nicolas Bouvier ha già effettuato dei brevi viaggi in Francia, Algeria o Jugoslavia, ma questa volta punta più lontano, verso la Turchia, l’Iran, Kabul e il confine con l’India. I sei mesi di viaggio successivi attraverso i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan, in compagnia dell’amico artista Thierry Vernet, danno vita a uno dei grandi capolavori del Ventesimo secolo.

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Case di tolleranza, aprire di nuovo i ghetti?

Case di  tolleranza

Signora Senatrice,

Il suo  progetto  di  chiusura delle case di  tolleranza ha trovato molto  favorevole accoglienza negli  ambienti interessati: vale a dire in quelle case delle quali, purtroppo, sono ospite anch’io.

E’ facile giudicare quelle donne che fanno la miserabile esistenza: le stesse cose le pensavo  anch’io quando  ero una ragazzina e facevo le magistrali  nella mia città.

Bisogna provare però a restare sole per poter dire <<ha fatto bene>> oppure << ha fatto  male>>.

si  dice tante volte in giro, io l’ho  sentito  spesso, che non siamo  obbligate a entrare nella vita.

Non è vero: siamo peggio  che obbligate.

Tante volte sono dei luridi  sfruttatori che costringono  a darsi  al prossimo, tante volte è la fame, e altre volte è il bisogno di  soldi per poter mantenere la famiglia, o i figli, o il marito  malato….

Lettera scritta da M. il 15 luglio 1949 alla senatrice Lina Merlin in favore della chiusura delle case di  tolleranza ⌋ 

20 febbraio 1958: si  chiudono le case di  tolleranza

La donna che ha scritto  quella lettera alla senatrice Lina Merlin ha dovuto, quindi  aspettare ancora nove anni affinché il suo  desiderio  venisse esaudito.

Non sapremo  mai  cosa abbia fatto lei in questi lunghi  nove anni, se è riuscita ad avere una vita migliore o  se ha dovuto continuare a vendere il proprio  corpo  per poter  vivere: come lei  altre donne in quegli anni  hanno  scritto  alla senatrice in favore della legge o semplicemente per chiedere un aiuto.

Gli  scritti  sono  stati raccolti nel  documento Lettere dalle case chiuse e ripubblicate dalla Fondazione Anna Kulishoff ( il libro è scaricabile dal sito  della Fondazione)

white_merlin

Essere prostituta tra lavoro  e schiavitù

La prostituzione non è ovviamente invenzione della società moderna: già Erodoto  in Storie descrive l’usanza babilonese riferita alla prostituzione sacra:

Infine, la più turpe delle usanze babilonesi è la seguente: ogni donna del paese deve andare nel santuario di Afrodite una volta nella sua vita e unirsi a un uomo straniero.

Molte, sdegnando di mescolarsi con le altre, superbe come sono delle loro ricchezze, si fanno portare al tempio su carri coperti e si pongono lì, seguite da numerosa servitù.

Le più invece fanno così: nel santuario di Afrodite si mettono sedute molte donne con una corona di corda attorno al capo; le une vengono, le altre vanno. In tutte le direzioni ci sono passaggi diritti in mezzo alle donne e passandovi attraverso gli stranieri scelgono. Quando una donna ha preso posto lì non torna a casa prima che uno degli stranieri, gettatole in grembo del denaro, non si sia unito a lei fuori del tempio.

Gettando il denaro egli deve dire queste parole: «Io invoco la dea Militta».

Gli Assiri chiamano infatti Militta Afrodite. La somma di denaro è quella che ciascuno vuole, poiché certo la donna non lo respingerà – e non è lecito – perché questo denaro diventa sacro. La donna segue il primo che le abbia gettato del danaro e non respinge nessuno. Dopo essersi unita all’uomo e aver così adempiuto l’obbligo verso la dea torna a casa, e da allora in poi non daresti mai tanto da poterla possedere.

Quelle che hanno un bell’aspetto fisico presto se ne vanno, mentre quelle di loro che sono brutte rimangono per molto tempo, non potendo soddisfare la legge; e alcune fra loro rimangono anche per un periodo di tre o quattro anni. Anche in alcune zone di Cipro c’è un’usanza simile a questa

Venendo meno la componente religiosa parimenti allo  sviluppo  della società, la prostituzione da sacra è diventata strumento per contenere (meglio  dire dare soddisfazione) a quella che in realtà è la pulsione sessuale.

E’ vero  anche che in passato, cioè prima che la legge Merlin divenne  esecutiva, i  bordelli erano (anche)  utilizzati per quella specie di  rito  di iniziazione alla vita sessuale riguardante i  giovani maschi  che, in questa maniera, lasciavano  alle spalle l’adolescenza per entrare nel mondo adulto.

Peccato  che, ancora oggi, non si  è compreso che la vera educazione sessuale deve necessariamente  passare dalla scuola e non dal  letto  di una prostituta. ⌋ 

Oggi in Italia il tema della riapertura delle case di  tolleranza è uno  dei tanti  cavalli  di  battaglia della destra politica ( ma anche a sinistra c’è anche chi  sarebbe favorevole).

In Europa ogni  singolo  Paese ha la sua soluzione per arginare la prostituzione: dalla condanna fino a un certo  grado  di permissivismo

Conclusione

Come donna vedo  nelle case di  tolleranza o nella forma estesa e più moderna dei  quartieri  a luci  rosse,  solo un ghetto dove il corpo  femminile è pura merce (tralasciando i cosiddetti  vantaggi  di  natura sanitaria e pubblica sicurezza dovuti  ai  maggiori  controlli).

Quindi  sarei  più propensa alla libera professione di  chiunque, quindi  non limitatamente una donna, decida di offrirsi  senza alcuna coercizione.

Magari istituendo un albo  professionale, pagando  le tasse dovute allo Stato (tant’è i  soldi  c’entrano  sempre)

Il libro in anteprima

Julie Bindel è una scrittrice femminista radicale inglese  e co – fondatrice del  gruppo  di  riforma della legge Justice for Women che, dal 1990, ha aiutato  le donne che sono  state processate per aver ucciso  partner violenti di  sesso  maschile.

Nel  suo libro Il mito  Pretty Woman,  come la lobby  dell’industria del sesso ci  spaccia la prostituzione racconta,  attraverso intervista con ex prostitute, come la favola della puttana felice è solo invenzione.

Case di  tolleranza

Il commercio internazionale del sesso è al centro di uno dei dibattiti più accesi a livello mondiale, e non solo fra le femministe e gli attivisti per i diritti umani.

Per decenni la sinistra liberale ha oscillato fra il pro-sex work e l’abolizionismo. Ma oggi le donne che hanno vissuto la violenza della prostituzione hanno preso la parola contro la favola di Pretty Woman, la puttana felice, dando vita a un movimento globale che sta portando avanti una battaglia a favore del Modello nordico, l’unico modello legislativo che protegge i diritti umani delle persone prostituite.

Allo stesso tempo una potente e ben finanziata lobby pro-prostituzione – che comprende proprietari di bordello, agenzie di escort e compratori di sesso – impone la sua narrazione, che occulta la violenza subita dalle donne e riduce la prostituzione a un lavoro come un altro allo scopo di decriminalizzare l’industria del sesso, trasformando gli sfruttatori in imprenditori e proteggendo il diritto dei compratori ad abusare dei corpi delle donne.

Nel corso di due anni Julie Bindel ha raccolto 250 interviste viaggiando instancabilmente fra Europa, Asia, Nord America, Australia, Nuova Zelanda, Africa. Ha visitato bordelli legali, conosciuto papponi, pornografi, sopravvissute alla prostituzione. Ha incontrato femministe abolizioniste, attivisti pro-sex work, poliziotti, uomini di governo, uomini che vanno a puttane.

Un’indagine approfondita, appassionata e sofferta che rivela le bugie di una mitologia tesa a truccare gli sporchi interessi di un’attività criminale fra le più redditizie a livello globale.

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Jean Ross la Sally Bowles di Isherwood

Jean Ross

Money makes the world go around
…the world go around
…the world go around.
Money makes the world go around
It makes the world go ‘round…

Dal  film Cabaret (1972)

Sally la diva del  Kit Kat Club

 

In realtà esiste un Kit Kat Club  a Berlino, fondato nel 1994 dal  regista austriaco  di  film porno Simon Thaur,  offre serate di intrattenimento molto trasgressive e del  tutto   diverse da quelle offerte da un circolo  di  bridge (senza nulla togliere agli appassionati di  giochi  di  carte).

Tralasciando la  realtà delle notti  berlinesi (ma sembra che il Kit Kat Club stia per chiudere) esiste nella finzione cinematografica un’altro  club omonimo e sempre a Berlino: quello in cui  si  esibiva Sally Bowles, l’eroina di  Addio  a Berlino dello  scrittore inglese Christopher Isherwood , pagine che ispirarono nel 1972 il regista Bob Fosse per la sua pellicola pluripremiata Cabaret con Liza Minnelli come interprete principale.

Jean Ross che ispirò Christopher a creare Sally

Jean Ross
Jean Ross ventenne (1931)

Lei  è Jean Iris Ross Cockburn (Alessandria d’Egitto, 7 maggio 1911 – Londra 27 aprile 1973) scrittrice, attivista politica, critica cinematografica.

Ma anche corrispondente di  guerra per il Daily Express durante la guerra civile spagnola (1936 -1939) e addetto  stampa per il Comintern  o Terza internazionale dei partiti  comunisti (lei  stessa fu  fino alla fine della sua vita membro  del partito  comunista inglese).

Durante la sua giovinezza a Berlino, nel periodo della Repubblica di  Weimar, si  esibì come cantante di  cabaret e modella: è ovvio  che, vista la giovinezza e l’ambiente frizzante dei palcoscenici, rimediò diversi  amori e da qui l’ispirazione di Christopher Isherwood per creare il personaggio di  Sally Bowles.

I due si  erano  conosciuti a Berlino nell’inverno  del 1931 condividendo un modesto appartamento ( si  dice, ma questo è gossip  d’antan, che Isherwood si  era trasferito  a Berlino richiamato dalla vita notturna gay della metropoli).

Ross e Christopher divennero  comunque amici (sebbene il  rapporto  a volte non fu propriamente amichevole), e lei  stessa divenne, per la sua forte carica sessuale, una specie di  musa ispiratrice da mitizzare per gli  amici  gay  dello  scrittore.

Forse invidioso di  ciò (ma questo  lo scrivo io) Isherwood così descrive una performance di Jean Ross sul palco  di un cabaret:

Aveva una voce roca e sorprendentemente profonda, ma cantava male, senza alcuna espressione, le mani  penzoloni lungo i fianchi, eppure la sua interpretazione era capace, nel non curarsi  di ciò che si potesse pensare di lei, efficace tale da attirare il pubblico ⌋    

Partendo da questo poco  lusinghiero  giudizio   Christopher Isherwood inventò Sally Bowles (Bowles era il cognome dello  scrittore gay americano Paul Bowles, amico  di  entrambi).

Anteprima del libro Addio a Berlino (in inglese)

Jean Ross

«Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto» dichiara l’alter ego di Christopher Isherwood arrivando nell’autunno del 1930 a Berlino.

Un obiettivo – si può aggiungere – inesorabile, attraverso il quale partecipiamo come dal vivo ai suoi incontri nel cuore pulsante di una Repubblica di Weimar che si avvia al suo fosco tramonto: da un’eccentrica, anziana affittacamere alla sensuale Sally Bowles, aspirante attrice un po’ svampita, a Otto, ombroso proletario diciassettenne, a Natalia Landauer, rampolla di una colta famiglia ebrea dell’alta società.

Tra cabaret e caffè, tra case signorili e squallide pensioni, tra il puzzo delle cucine e quello delle latrine, tra file per il pane e le manifestazioni di piazza, tra crisi economica e cupa euforia, Isherwood mette in scena «la prova generale di una catastrofe» e ci fa assistere alla irresistibile ascesa del nazismo.

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Lo spionaggio ha il cuore di una donna

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⌈  State sicuri che saprò morire senza paura.

Farò quella che si  chiama una bella morte

Frase pronunciata da Mata Hari  dopo   la notizia della sua condanna a morte

Mata Hari  e le altre : le spie al femminile 

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Mata Hari

Se la vicenda di  Mata Hari e il suo tragico  epilogo, racchiuso in quell’accettazione della  ineluttabile  morte davanti a un plotone di  esecuzione, potrà essere considerata come un capitolo fondamentale della storia dello  spionaggio  al  femminile, non sempre tali  vicende hanno un finale drammatico.

E non sempre sono  storie di  ieri.

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Anna Vasil’evna Kuščenko

Prendete a esempio  la vicenda di Anna Chapman: Anna Vasil’evna Kuščenko (Volgograd, 23 febbraio 1982) apparteneva alla Illegals Program, rete russa di  spie dormienti, arrestata a New York insieme ad altri  nove agenti il 27 giugno  2010 dopo  una soffiata  di Sergei  Kripal ex agente russo il quale passava informazioni  all’ MI6 cioè il Servizio  segreto di  Sua Maestà (e di  James Bond) .

Inutile aggiungere che Kripal in seguito  ha fatto una brutta fine.

Tutt’altra storia per  la bella Anna Chapman (e molto diversa da quella della povera Mata Hari): ritornata in Russia dopo uno scambio di prigionieri avvenuto quasi  un mese dopo il suo  arresto, è diventata una celebrità di Instagram con più di  600.000 follower (più o  meno  quelli  che avrò io  fra un diecimila anni…lo dico  così andate a guardare anche il mio  profilo), conduttrice televisiva di  successo e modella (nonchè mamma..auguri).

Tra Mata (Hari) e Anna (Chapman) le donne spie sono  numerose, tra le quali  anche Joséphine Baker...ma questa, semmai, sarà un’altra storia che racconterò.

Invece vi parlerò di una contessa polacca, bellissima e coraggiosa, prima donna ad essere ammessa nel servizio  segreto  britannico  durante la Seconda guerra mondiale:

Christine Granville, una biografia in poche righe 

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Christine Granville (Krystyna Skarbek) nel 1942

Maria Krystyna Janina Skarbek questo era il suo  vero nome (Varsavia, 1 maggio 1908 – Londra 15 giugno 1952) era la figlia del  conte Jerzy Skarbek e della madre Stefania Goldfeder il cui  padre era un banchiere.

L’agiatezza della famiglia incominciò a vacillare già dagli  anni ’20, poi, alla morte del conte Skarbek, avvenuta nel 1930 quando  Christine aveva 22 anni, il crollo economico  della famiglia divenne tale che lei, per aiutare sua madre, iniziò  a lavorare presso una concessionaria della Fiat.

Presto, però, questo lavoro  le causò un’infezione ai polmoni  dovuto ai  fumi  delle auto, ricevette dalla compagnia assicuratrice della società un risarcimento  e seguì alla lettera il consiglio  dei  medici, cioè di  fare una vita il più possibile all’aria aperta che la portò sui  monti  Tatra  nella Polonia meridionale diventando una sciatrice esperta.

Sempre nel 1930 si  classificò al  secondo posto nella seconda edizione del  concorso di  bellezza Miss Polonia (per la cronaca il primo posto  se lo  aggiudicò la modella e attrice Zofia Batycka che l’anno  successivo  vinse anche il titolo  di  Miss Paramount 1931)

Tra sciate e partecipazioni a concorsi  di bellezza, Christine trovò anche il tempo  per sposarsi il 21 aprile 1930 con il giovane uomo d’affari Gustaw Gettlich: il matrimonio  durò quel  tanto per far comprendere ai  due di  essere incompatibili e, quindi,  che il divorzio  era la soluzione più adatta per entrambi.

Otto  anni  dopo  un amore più duraturo sbocciò quando, sempre su  di una pista da sci, un gigante la salvò da una caduta che poteva avere tragiche conseguenze, l’uomo si chiamava Jerzy Gizycki.

La storia dice che Jerzy Gizycki aveva un carattere lunatico  e irascibile, ma allo stesso  tempo  molto  brillante. La sua famiglia era molto  ricca ma lui, a 14 anni era scappato  di  casa per andare a lavorare come cowboy e cercatore d’oro  negli  Stati  Uniti (sinceramente non credo  neanche un po’ a questa parte della storia),  diventando, in seguito, autore di libri  di  viaggio.

Comunque Christine e Jerzy  si  sposarono a Varsavia il 2 novembre 1938 quando lui  accettò un incarico  diplomatico in Etiopia fino a settembre 1939, quando  la Germania invase la Polonia.

Christine diventa agente segreto

Allo  scoppio della Seconda guerra mondiale la coppia fugge a Londra: qui Christine è impaziente di  offrire i  suoi  servigi nella lotta contro il nazismo: il giornalista Frederick Augustus Voigt la introduce negli  ambienti  del SIS (Secret Intelligence Service) dove lei  farà un’ottima impressione tanto  da essere inquadrata tra gli  agenti del  servizio  segreto.

Nel dicembre 1939 viene inviata a Budapest con la copertura di  giornalista: questo la faciliterà negli  spostamenti a Varsavia dove convince Jan Marusarz (fratello  del  campione olimpionico  di  sci nordico Stanislaw Marusarz) a scortarla sui  Monti  Tatra innevati per  spiare i movimenti delle truppe naziste

A Varsavia lei  tentò inutilmente di  convincere sua madre Stefania a fuggire dalla Polonia, ma la donna era determinata a rimanervi. Purtroppo per lei  nel gennaio  del 1942 venne arrestata perché ebrea e condotta nella prigione di  Varsavia di Pawiak: la stessa che fu  progettata nel XIX secolo dal prozio Fryderyk Skarbek

Ritornata in Ungheria incontrerà l’ufficiale dell’esercito polacco Andrzei Kowerski per organizzare un servizio  di  corrieri polacchi  con il compito di  trasmettere rapporti  di intelligence tra Varsavia e Budapest.

La Gestapo  ha però messo  gli occhi  su  di loro: dietro il paravento  della polizia ungherese li  fa arrestare per interrogarli, qui lo spirito  d’iniziativa di  Christine le suggerisce di mordersi  la lingua a sangue per simulare una tubercolosi in fase terminale, cosa che ingannerà il medico  chiamato  per la diagnosi.

La polizia ungherese rilascerà Christine e il suo  compagno ma la Gestapo li farà ugualmente pedinare.

l’ambasciatore britannico  in Ungheria Owen O’Malley insieme a sua moglie, la scrittrice Ann Bridge, si impegnarono  per far fuggire i  due dall’Ungheria rilasciando  loro  dei passaporti  falsi: Kowerski divenne Anthony  Kennedy e Krystyna Skarbek divenne Christine Granville, il nome che usò per il resto  della sua vita.

  Nel 1941, a Sofia in Bulgaria, la coppia riceve da un’organizzazione clandestina polacca un microfilm con le fotografie di  grossi movimenti dell’esercito  tedesco  ai confini  con la Russia: è il preambolo all’Operazione Barbarossa cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.

il microfilm venne consegnato  da prima a Winston Churchill e quindi  a Stalin il quale, però, non ne volle tenere conto giudicando il documento inattendibile.

Il 22 giugno  1841 le truppe tedesche oltrepassarono il confine russo ⌋ 

Il tragico  epilogo  di una vita avventurosa 

Potrei  continuare a scrivere ancora molto  sulla vita si  Christine Granville, delle sue missioni in Francia e dei pericoli  che ha dovuto  affrontare per liberare uomini prigionieri  dei  tedeschi  e delle sue missioni  di  sabotaggio  (anche in Italia ha dei contatto  con i partigiani).

Potrei  anche scrivere dei  suoi  amori  durante queste missioni (suo  marito  Jerzy malvolentieri le concesse il divorzio quando  capì che tra loro tutto  era finito).

Potrei, ma diventerebbe una copia di  quanto  è già stato  scritto  e che è facilmente reperibile in rete.

Voglio    solo  aggiungere che Ian Fleming, suo  presunto  amante,  si  ispirò a lei  per tratteggiare le figure (un po’  passive) delle bond girl dei  suoi  romanzi e che Hollywood sta pensando  a un film a lei  dedicato  (magari  con Angelina Jolie come protagonista nei  panni di  Christine Granville).

Alla fine della guerra Christine è senza lavoro, nonostante sia stata insignita della George Medal e della Croce di  Guerra francese.

In seguito  troverà un’occupazione come hostess sulle navi  in partenza verso  la Nuova Zelanda e il Sud Africa.

Durante uno di  questi  viaggi  conoscerà Dennis Muldowney che si innamorerà perdutamente di lei.

Ma non è un amore corrisposto in quanto  Christine si  accorgerà subito  che l’uomo  è molto invadente e che la segue dappertutto (oggi  si  direbbe uno  stalker), e poi  lei è in procinto  di  sposare  Andrzei Kowerski  che l’aspetta in Belgio.

La sera prima della partenza, nel  suo  albergo  a Londra,  Christine incontrerà Dennis Muldowney il quale, dopo l’ennesimo  rifiuto, estrae un coltello uccidendola a pugnalate.

era il 15 giugno 1952, Christine Granville aveva quarantaquattro  anni.

Il libro  in anteprima 

Come ho  già scritto in rete si possono  trovare molte notizie sulla vita di  Christine Granville ma, meglio  di  chiunque altro, è la giornalista del Telegraph Clare Mulley a riportarne la vita in un libro  che si  legge come un romanzo ma che è pura realtà: La spia che amava 

 

Nel ripostiglio di un albergo, a Londra, viene ritrovato un vecchio baule contenente vestiti femminili insieme a lettere, medaglie al valore e al pugnale del SIS, il servizio segreto britannico in tempo di guerra.

La cosa più incredibile di questo libro è che nulla è inventato.

Clare Mulley ricostruisce accuratamente la vita di una persona difficile da definire che merita di essere conosciuta.

La preferita di Churchill tra le spie, motivo per cui la figlia Sarah Churchill ne ha interpretato il ruolo in un film degli anni ’50 mai divulgato. I diritti cinematografici di questo libro sono stati acquisiti dagli Universal Studios, che hanno proposto ad Angelina Jolie il ruolo di protagonista.

Si può essere al contempo:- cresciuti in un castello in Polonia da padre aristocratico e madre ebrea, figlia di un ricco banchiere? Dipendenti in un’officina-concessionaria Fiat? La preferita di Churchill tra gli agenti segreti al servizio della corona britannica durante la guerra? Cameriera immigrata a Londra, non come copertura ma per sbarcare il lunario? Essere  ritratti in Casino Royale insieme a James Bond, ispirando la prima Bond girl? In lizza per il concorso di Miss Polonia? Avvezzi a una vita tra gli agi e i lussi, e allo scoppio della guerra abbandonare l’Africa coloniale per dare una svolta al corso della storia?E molto, molto altro ancora…?

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L’esploratrice di oggi è una donna di ieri: Ida Pfeiffer

Ida Pfeiffer

Il sesto  pianeta era dieci  volte più grande.

era abitato da un vecchio signore che scriveva degli  enormi libri.

Ecco un esploratore, esclamò quando  scorse il piccolo principe.

Il piccolo  principe si  sedette sul tavolo  ansimando un poco.

Era in viaggio da tanto  tempo.

Tratto  da Il Piccolo principe di Antoine de Saint – Exupéry⌋ 

Ida Laura  Pfeiffer etnografa, esploratrice e scrittrice di  viaggi  

 

Ida Pfeiffer
Ida Laura Pfeiffer (foto di Franz Hanfstaengl)

L’austera signora ritratta nella foto  è per l’appunto Ida Laura Pfeiffer (Vienna, 14 ottobre 1797 – Vienna, 27 ottobre 1858).

Nella sua carriera di  etnografa ed esploratrice, cosa che la portò anche a scrivere libri  di  viaggi che ebbero molto  successo, percorse più di  trentaduemila chilometri via terra e otto  volte di più via mare attraverso il Sud – est  asiatico, le Americhe, il Medio  Oriente e l’Africa.

Grande era la considerazione che conquistò in questa veste  che le società geografiche di  Berlino  e Parigi la vollero tra i loro  membri, non la Royal Geographical Society  che aprì la possibilità anche per le donne di aderirvi  solo nel 1913 (il solito  maschilismo…)

Devo  confessare la mia totale ignoranza a riguardo  della sua figura: solo leggendo  tra le righe del libro di  Henry David Thoreau Walden ovvero Vita nei  boschi* ne sono  venuta a conoscenza.

Il filosofo  statunitense comunque non  si è  sprecato nel  descriverne la vita della sua contemporanea, tanto da dedicarle solo poche righe del  suo  libro:

Quando  la signora Pfeiffer nei  suoi  avventurosi  viaggi intorno  al mondo giunse nella Russia asiatica, non lontano  da casa sua, dice di aver provato  la necessità di indossare un altro  abito e lasciare quello  da viaggio quando  fece visita alle autorità, perché era tornata in un Paese civile dove gli uomini vengono  giudicati dai  loro  vestiti

Che lei abbia provato  o meno la necessità di  cambiarsi  d’abito per far visita alle autorità potrebbe essere un’ipotesi veritiera, certo è il fatto  che da piccola lei  amasse vestirsi  da maschiaccio e praticare sport ed esercizi fisici non propriamente femminili  considerando  anche l’epoca in cui  viveva.

Questa sua particolare inclinazione trovò nel padre, Aloys Reyer un ricco produttore tessile, un forte sostenitore tanto  che la incoraggiò a seguire la stessa educazione dei  suoi  fratelli (cinque fratelli  e una sorella minore).

Purtroppo  alla morte del padre, avvenuta nel 1806 quando lei aveva appena nove anni, la madre Anna la ricondusse al cliché di un’educazione  più femminile: basta con gli  abiti maschili  e sport virili ma, al loro  posto,  crinoline e lezioni  di piano.

Il primo maggio 1820 sposò l’avvocato Mark Anton Pfeiffer di  Lemberg (l’attuale Leopoli in Ucraina) più vecchio  di lei  di ventiquattro  anni, vedovo  e con un figlio a carico.

Da questo  matrimonio  nacquero due figli  e cioè Alfred nel 1821 e Oscar tre anni dopo.

Ben presto l’avvocato  Pfeiffer, dopo  aver scoperto  e denunciato  la corruzione di  alti  funzionari governativi, venne costretto a dare le dimissioni trovandosi  nella situazione di non avere più un impiego: toccò alla moglie Ida provvedere al mantenimento  della famiglia con lezioni  di  disegno  e musica e prestiti di  denaro  da parte dei  fratelli.

Questa precaria situazione economica si  risolve quando  lei, alla morte della madre avvenuta nel 1831, eredita una cospicua somma che le consente una vita agiata a Vienna con  i suoi  due figli, mentre il  marito rimane a Lemberg (divorzio?).

La seconda vita di  Ida

A questo punto finalmente lei potrà dedicarsi  a quello che ha sempre sognato  di  fare e cioè viaggiare.

Nel 1842 viaggia lungo il Danubio per arrivare poi  a Istanbul e continuare verso Gerusalemme, non prima di  essersi  fermata a Gallipoli, Smirne, Rodi, Cipro, Beirut e Giaffa.

Una volta ritornata a Beirut, sempre nello  stesso  anno, si imbarca verso  l’Egitto visitando Alessandria, il Cairo e le sponde del Mar Rosso, ed è sulla strada del  ritorno che  avrà l’occasione di  fermarsi  a Roma.

Durante i  suoi  soggiorni  ebbe l’occasione di incontrare personaggi  quali il pittore paesaggista Hubert Sattler, quello britannico William Henry Bartlett, il botanico (nonchè conte) Friedrich von Berchtold.

Traduce le sue esperienze di  viaggio in libri che, come nel  caso di  quello pubblicato nel 1844 Il viaggio  di una donna di  Vienna in Terra Santa, diventano  dei  best seller  tradotti anche in altre lingue e pubblicati  oltre che in Europa anche negli  Stati Uniti.  e dei quali introiti  le permetteranno  di progettare altri viaggi.

I guadagni ottenuti  dai  suoi  libri  le permetteranno di preparare altri  viaggi  e infatti il 10 aprile 1845 da Vienna arriverà a Copenaghen (nel  frattempo  ha imparato  anche la lingua danese oltre che l’inglese), all’incirca un mese dopo si imbarca per raggiungere Hafnarfjörõur sulla costa sud – occidentale dell’Islanda e, cavalcando, si sposta fino  a Reykjavik per poi visitare l’ area geotermica di Krýsuvík.

Nel  suo  curriculum di  viaggiatrice  non poteva mancare la scalata al  vulcano Hekla ritenuto  nel  medioevo islandese la Porta dell’Inferno.

Ritornata in Danimarca proseguirà verso la Svezia e la Norvegia.

Appena il tempo  di  ritornare a Vienna che già nel 1846 iniziò il viaggio  verso il resto del mondo: le mete furono il Brasile, il Cile, Tahiti, Cina, India, Persia, il tutto durò quasi  due anni e nel 1850 pubblicò i tre volumi intitolati  Un viaggio intorno  al mondo

Soldi, soldi, soldi….

Ovviamente scrivere libri  e venderli può aiutare molto i progetti  di un’accanita viaggiatrice qual era Ida Pfeiffer, ma non erano  sufficienti.

Per questo motivo  si  trovò a dover vendere ricordi  dei suoi  viaggi al  Museo reale di  Vienna e, come gli  scrittori  di oggi, fare delle tournée per pubblicizzare i propri  libri: e proprio  a Berlino, oltre a un pubblico  entusiasta,  incontrerà colui  che per lei rimaneva un modello  da seguire fin dagli anni  giovanili  e cioè Alexander von Humboltd

Per concludere

Potrei  ancora scrivere molto  sui  viaggi  di  Ida Pfeiffer, ma sarebbe un lungo  elenco  di  altri luoghi da lei  visitati, dagli Stati Uniti al Madagascar suo  ultimo viaggio,  e quello  di incontri con personaggi  appartenenti  al mondo  accademico, quello  dei (cosiddetti) nobili, qualche militare, scrittori e avventurieri.

In effetti  quello  che più mi premeva descrivere non è tanto la vita avventurosa di una donna appartenente a un’altra epoca, ma della  caparbietà nel  seguire la natura insita nel proprio  essere.

Possiamo essere avventuriere o casalinghe, ma questo  rimane l’unica maniera per avere  una vita più che soddisfacente (non reprimiamo  i nostri  desideri, ragazze).

Il libro in anteprima 

Non mi risulta che l’editoria italiana abbia dedicato molto  spazio  ai  libri  di  Ida Pfeiffer, per cui ho  trovato l’anteprima del  suo  resoconto  del  viaggio in Scandinavia e Norvegia in inglese (un po’ di ripasso non fa mai  male)

ALTRI SCRITTI

*Troverete l’anteprima di  Walden ovvero  Vita nei  Boschi  di H.D. Thoreau in questo mio  articolo:

Natura selvaggia? Si, forse, non lo so…

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

I dischi volanti nelle mie divagazioni estive

Dischi volanti

Gli uomini desiderano i miracoli così disperatamente da vedere ciò che vogliono vedere

Fox Mulder (David Duchovny) in  Miracle Man – X- Files 1°stagione episodio  18

I dischi  volanti  nelle opere classiche

Per gli ufologi quello che Diodoro  Siculo  riportò nella sua monumentale Bibliotheca Historica (XVI, 66, 3 – 5),  cioè ciò che venne visto nel 343 a.C. nel cielo  sopra al  mare aperto  tra la Grecia e la Sicilia, fu il primo  avvistamento  di un disco  volante:

Dischi volanti
William Rainey (1852 – 1936): Timoleonte salpa per la Sicilia guidato da una fiaccola miracolosa

Durante la navigazione accade a Timoleonte un fatto  singolare e straordinario, in quanto  gli  dei  lo assistettero nell’impresa e preannunciarono  la fama e la gloria che avrebbero  avuto  le sue gesta: nel  cielo una torcia accesa indicò per tutta la notte il cammino  fino a quando  la flotta non raggiunse l’Italia…

Quindi il condottiero  greco impegnato nella sua battaglia contro i tiranni  di  Siracusa avrebbe avuto il beneplacito di un qualunque ET che si  fosse trovato da quelle parti in quell’epoca.

Peccato  che a guastare l’ipotesi degli ufologi  (per loro una  certezza) siano  i  soliti  scienziati  guastafeste che imputano il fenomeno  alla semplice visione della scia causata dal passaggio  di una cometa o  meteora che, dal punto  di  vista degli  antichi, aveva del miracoloso.

Nei  secoli seguenti all’episodio  riportato  da Diodoro  Siculo, altri storici  come Tito Livio , PlutarcoGiuseppe Flavio riportarono nelle loro opere le cronache di fenomeni  simili.

In questa lista degli  avvistamenti UFO,  redatta da Wikipedia, si può avere un insieme parziale dei  fenomeni  attribuibili  a entità extraterrestri (compresi i poco credibili  episodi  di  rapimenti da parte di  alieni).

Mussolini  e il suo  disco  volante

Roberto Pinotti, presidente del  Centro ufologico italiano, nel 2000 rilasciò una dichiarazione durante un simposio ufologico  a San Marino in cui affermava di aver ricevuto  da fonti  anonime (ma guarda un po‘) documenti presi  da archivi fascisti nei  quali  veniva data testimonianza di uno schianto avvenuto  nel 1933, nei pressi  di  Milano, di uno  strano oggetto  volante.

Immediatamente Benito  Mussolini volle istituire il Gabinetto RS/33 (RS sta per Ricerche Speciali) guidato nientemeno  da Guglielmo  Marconi.

La gestapo da parte sua requisì tali  documenti (volete che Hitler lasciasse tutto nelle mani  del  suo  alleato?) per l’avvio  di un programma analogo.

L’astronave intanto  veniva nascosto in un hangar della Savoia Marchetti e presumibilmente trasferita nell’Area 51 alla fine della guerra.

Ovviamente non è mai  esistito un Gabinetto  RS/33, tanto  meno  Guglielmo Marconi ne sarebbe stato coinvolto. Diciamo che il tutto potrebbe servire come sceneggiatura per un eventuale film della serie di Indiana Jones ⌋   

UFO in streaming (The vast of the Night)

Prima, però:

Io credo  che in tutto l’Universo  vi  siano  altre forme di  vita perché, al contrario, tutto  questo  spazio senza vita sarebbe solo uno spreco.

 

Vi  consiglio, sempre se siete tra gli  abbonati  a Netflix, la visione del film The Vast of Night (recensione e trama nel  box seguente a cura di  MYmovies ) opera prima a budget ridotto degli  sceneggiatori James Montegue e Craig W. Sanger e del  regista Andrew Patterson.

vast of night
ALTRI SCRITTI

Antartide tra scienza e (pseudo) misteri 

Dall’esobiologia al  Wow signal 

Le sfere di  fuoco tra scienza e fantascienza in 4 brevissimi  paragrafi 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Natura selvaggia? Si, forse, non lo so..

natura

E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli  alberi, libri  nei  ruscelli, prediche nelle pietre,

e ovunque il bene.

William Shakespeare

Quando è il mito  a fare della natura un che di  selvaggio

Penso  che qualunque sia la definizione che vogliamo dare alla natura, essa sarà sempre l’oggettività del nostro pensiero a crearne una specie di  mito.

Ciò non vuole dire, ad esempio, che io non ami la natura: in essa mi ritrovo in un luogo  pregnante di  intima sacralità oppure, molto più prosaicamente,  in un luogo  lontano dalle quotidiane rotture di  scatole.

natura
Henry David Thoreau

Chissà se Henry David Thoreau ad un certo punto  della sua vita si è ritrovato  a condividere questa seconda parte del mio  pensiero dandogli  quella spinta necessaria per motivare la sua decisione:

Andai  nei  boschi perché desideravo vivere in modo autentico, per affrontare soltanto i problemi  essenziali  della vita, per vedere se avrei imparato quanto  essa aveva da insegnare, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto

Lo fece rintanandosi per due anni, due mesi  e due giorni sulle rive del lago Walden in Massachusetts, da questa sua esperienza il libro  che sarebbe diventato in seguito una specie di guida spirituale per gli  ecologisti e ambientalisti  di ogni  latitudine: Walden ovvero Vita nei  boschi (anteprima alla fine dell’articolo)

A monte della sua decisione, però, c’è l’iniziazione al trascendentalismo cioè, come ci  dice  Wikipedia, essere quel movimento poetico  e filosofico  sviluppatosi negli  Stati Uniti ne i primi  decenni  dell’Ottocento e che in Ralph Waldo  Emerson vide uno  dei  suoi  maggiori rappresentanti.

Fu proprio  Emerson, oltre che a dargli un lavoro  come precettore per i propri  figli, a prestargli quel piccolo lotto  di  terra nei pressi  del lago affinché Thoreau potesse mettere in pratica il suo  vivere appartato dalla società con il minimo essenziale.

Fraintendimento?

A leggere tra le righe di Walden non c’è un vero  e proprio inno alla natura, non si parla di  animali o  alberi ma solo la sperimentazione di  ciò che in pratica significa vivere al minimo come un eremita.

Già, un eremita!

Fatto  sta che Henry Thoreau  non era un eremita e il lago  Walden non si  trova in qualche regione sperduta dell’Himalaya.  

Il lago Walden è  a tre chilometri dalla città  di  Concord  facilmente raggiungibili  per sentieri  che non sono amazzonici e lui (Henry Thoreau) sembra che ogni sera si  recasse in città per far visita ai  genitori, incontrare gli  amici  e magari  fare con loro  bisboccia.

Inoltre, anche se si  atteggiava ad essere un individuo  solitario, la sua capanna era sempre aperta a ricevere la visita di  chi  si  fosse trovato  a passare da quelle parti.

Sarà stata un’errata interpretazione del messaggio di  Henry Thoreau a far si  che, piuttosto di seguire quella che oggi  viene definita con il termine  decrescita felice, la soluzione migliore è isolarsi  dal mondo  cercando  nella natura il rimedio  a un malessere interiore.

E’ quello  che sperimentò  Christopher McCandless  durante la sua giovane vita raccontata nel libro Nelle terre estreme di  Jon Krakauer e tradotto  nel linguaggio  cinematografico  da Sean  Penn nel  film da lui  diretto Into  the wild.

Prima di intraprendere il suo  viaggio  nella natura estrema Christopher McCandless scrisse a un amico:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo

Christopher McCandless morì in Alaska nel 1992, il suo  viaggio  nelle terre estreme era durato  due anni.

Il decesso  avvenne per fame: quando  fu ritrovato il suo  copro  pesava 30 chilogrammi.

I libri     

Il primo dei due libri che voglio   presentarvi  in anteprima è appunto Walden: ovvero  vita nei  boschi

natura

Come può un libro all’apparenza così remoto nel tempo e nello sguardo sul mondo parlare come pochi altri al nostro presente?

Walden è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita solitaria trascorsi da Thoreau nella campagna del Massachusetts, in un capanno sulle rive del lago Walden. A queste pagine militanti e risolute, oltre un secolo dopo, si ispireranno i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo.

Ma Walden è, soprattutto, un inno all’isolamento, il resoconto di un ritorno alla natura, per arrivare dritti al cuore smarrito delle cose.

Il secondo libro parte dal  concetto  di  natura selvaggia o, per meglio  dire,  quando  esso  sia nato: lo storico  Franco  Brevini  ne parla nel  suo  libro L’invenzione della natura selvaggia.

Gli antichi sentivano naturalmente, noi invece sentiamo la natura.

Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta.

La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come costruzione culturale.

Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

Tra coloro che ripercorrono da studiosi quell’universo mille volte descritto, dipinto, idoleggiato, pochissimi possono dire di averlo anche esplorato sul campo.

Uno di loro è Franco Brevini, letterato di lungo corso e viaggiatore con una predilezione per le condizioni-limite. E ancor più rara è l’efficacia della sua scrittura, che contrappunta la riflessione intorno alla wilderness, all’ecologia e all’etica ambientale con l’esperienza diretta dei cinquemila, dei paesaggi boreali o delle giungle del Borneo. Nessuno meglio di lui sa tradurre in parole il magnetismo e le ambivalenze della natura selvaggia.

 

ALTRI SCRITTI

 

Sull’argomento natura ho  scritto:

⇒ Il bosco vive, il bosco  diventa memoria

⇒ Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Lucia Berlin

Cosa ho  combinato, cazzeggiando  a destra e a manca per tutta la vita

dai  diari  di  Lucia Berlin

Lucia Berlin, una vita riflessa nelle short stories 

Se siete assidue frequentatrici  di  questo blog (aperto  anche al  pubblico  maschile e quello  LGBTQ) vi  sarete senz’altro  accorte di  quante donne mi hanno  aiutato nella stesura degli  articoli.

Naturalmente loro  non sapranno  mai  di  averlo  fatto,  ma non per questo non mi sento  debitrice nei loro  confronti, ad esempio: Audrey Hepburn ( Audrey Hepburn, buona alla prima  ), Virginia Woolf ( Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) , Jane Austen ( Jane Austen, l’intramontabile di  cui  non si sa nulla )  e altre ancora.

A questo  Circolo delle gentile  anime trapassate (  la scrivente ci  tiene a precisare che lei è ancora in vita) aggiungo un’altra figura di  donna superlativa, e cioè Lucia Berlin (il sito  a lei dedicato   lo  trovate in questa pagina)

Se nel 2015 la casa editrice Bollati  Boringhieri  non avesse avuto  l’intuizione di pubblicare La donna che scriveva racconti forse avremmo perso  l’occasione di  conoscere una scrittrice che, attraverso lo  stile narrativo proprio  delle short stories, da vita a donne quali infermiere, domestiche o drammaticamente alcolizzate, in un certo  qual modo il riflesso della vita dell’autrice stessa.

Nel 2015 il New York  Times pose  La donna che scriveva racconti  tra i 10 migliori libri di quell’anno di conseguenza anche le case editrici  italiane si  sarebbero interessate alle opere di Lucia Berlin (in primis la Bollati Boringhieri) tanto  che al primo libro seguì poi la raccolta Sera in Paradiso (troverete l’anteprima di  entrambi i libri alla fine dell’articolo).

Una biografia in poche parole

Lucia Berlin nel 1975 (Photo. Jeff Berlin)

Lucia Brown  Berlin era una donna molto  bella con una vita travagliata, ma non per questo di  carattere arrendevole, anzi la potrei  definire una guerriera se questo  termine oggi non fosse troppo  inflazionato e riconducibile alle eroine dei fumetti.

Nasce a Juneau in Alaska il 12 novembre 1936, suo padre è ingegnere minerario mentre la madre casalinga è vittima  dell’abuso  di  alcol (cosa che, purtroppo sperimenterà nella sua vita anche la scrittrice), ha anche una sorella più piccola, Molly, che morirà per un male incurabile.

Dall’Alaska la famiglia si  trasferisce in Idaho, quindi  nel  Montana e California, passando per il Texas (alla fine la stessa Lucia Berlin disse di  aver traslocato in trentatré case), fino  a giungere a Santiago  del  Cile,  ritornando poi negli  Stati Uniti dove, studiando presso l’Università  del  New Mexico, incontrerà il suo  primo  marito: lo scultore  Paul Suttman.

Il matrimonio durerà il tempo  necessario  per mettere al mondo i  primi  due figli, poi arriva il turno  del  pianista di  musica jazz Race Newton  andando a vivere con lui a New York  nel  Greenwich Village.

E’ una vita di  assoluta povertà che non le impedisce di  coltivare l’amore: così trova nel tossicodipendente Buddy Berlin (musicista anche lui) un’amante con cui  fuggire in Messico: dalla fuga, al  divorzio  da Race e al matrimonio  con Buddy che porterà  alla nascita di  altri  due figli.

Si  separa da Buddy  Berlin affrontando  con coraggio il peso  di  allevare da sola i  quattro  figli e questo la porterà a diventare infermiera, donna delle pulizie, centralinista: lavori  che fanno le protagoniste delle sue short stories.

Purtroppo  in  mezzo c’è anche la dipendenza dall’alcol  che combatte entrando (e uscendo) dagli  Alcolisti  Anonimi.

Morirà lo stesso  giorno  della sua nascita nel 2004 a Marina del Rey circondata dall’affetto  dei  suoi  quattro figli.

I libri di  Lucia Berlin 

In effetti il titolo  originale de La donna che scriveva racconti e cioè A Manual for Cleaning Women (Manuale per le donne di pulizie) sarebbe stato più attinente considerando  le storie in esso  contenuto dove, ovviamente, non si  tratterebbe di un manuale quanto  piuttosto la necessità di  recuperare il senso  di pulizia di  vite troppo prese dalla drammaticità dell’esistenza.

Lo stesso si potrebbe dire del secondo  libro  che vi propongo, solo  che nel  caso  di Sera in paradiso vi è un fondo di  malinconia in più.

Lucia Berlin

⌈  Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli quadri: protagonista la narratrice onnisciente o vari personaggi secondari, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica; un’insegnante gay.

Soprattutto, una domestica che ritrae, lapidaria ma benevola, le signore (e anche qualche signore) per cui lavora: una storia indimenticabile, che dà il titolo all’edizione americana del libro, Manuale per donne delle pulizie.

Indimenticabile è l’aggettivo che definisce il valore di una storia breve. Tutti ricordano la signora con il cagnolino di Cechov, o la famiglia Glass di Salinger, o l’anziana donna malata di Alzheimer che si innamora di un compagno di sventura, di Alice Munro. Più difficile è ricordare uno qualunque dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver, tutti molto simili: uomini che traslocano continuamente per sopravvivere a una crisi economica non solo individuale.

Non che sia possibile ricordare tutti i personaggi di Lucia  Berlin, diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo, ma di certo il tratto pittorico dell’autrice contribuisce a fissarli nella mente; complice una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz ma altrettanto ipnotica.

 

Lucia Berlin

 

Storie di luoghi, di paesaggi, dell’intero continente americano, di donne, di bambini e di uomini.

Storie che raccontano un temporale, un’alluvione, un incendio, una notte magica.

Storie di vicinato difficile, di profughi siriani, di messicani poveri e di americani ricchi o viceversa, di musicisti e di alcolisti, di corride e di fiestas, di attrici e di gigolo.

Storie che, come quelle di La donna che scriveva racconti, evocano momenti della vita di un’autrice fuori dall’ordinario.

Storie di amore, di malinconia, di piccoli e grandi drammi, di gioie inaspettate, di cambiamenti improvvisi, e una prosa impossibile da catalogare.

Le svolte impreviste, i rapidi mutamenti di tono, i passaggi dal riso al pianto, dall’ostilità alla commozione, dalla disperazione alla felicità, il lamento prolungato che svanisce all’improvviso, ricordano la musica jazz.

Una prosa che diventa dura, sobria e riservata, quasi distaccata, proprio nel rendere situazioni che una scrittrice meno efficace e sincera vestirebbe di emotività.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥