Bauhaus, una donna e un libro

Bauhaus

Architetti, scultori, pittori, tutti noi  dobbiamo tornare ai mestieri! L’arte non è una professione.

Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista è un artigiano  esaltato.

Il cielo  misericordioso, nei rari  momenti  d’ispirazione e al  di là della volontà dell’uomo, può far sbocciare l’opera d’arte.

Ma la competenza è il mestiere essenziale per ogni  artista. Questa è la fonte originale dell’immaginazione creativa.

 Walter Gropius dal  Manifesto Bauhaus (aprile 1919)

Bauhaus: una storia in poche parole (partendo  da una sedia) 

Bauhaus
Sedia  Cesca (precedentemente chiamata B 32)

 Nell’immagine la sedia  progettata da Marcel Breuer nel 1928: Cesca  (il nome  Cesca  deriva dal diminutivo  di  Francesca, la figlia adottiva di Breuer).

La sedia Cesca , tuttora prodotta dalla casa di  arredamento tedesca  Thonet,  è uno dei prodotti  di  design usciti dalla più famosa scuola di  architettura del ‘900: la Staatliches Bauhaus.

Bauhaus
Walter Gropius

 Nel 1919 fu Walter Gropius l’artefice per la  nascita della Staatliches Bauhaus, il  suo interesse era quello  di  creare un’istituto  diverso  dalle altre scuole d’arte applicata dove la collaborazione tra allievi  e maestri  doveva essere totale.

Il concetto era espresso anche nella scelta del  nome Bauhaus che, rifacendosi  a quello di  Bauhütten cioè i cantieri  medievali (qualcuno fa riferimento  anche alla Loggia dei  muratori e quindi  alla massoneria), ne esprimeva in pieno  l’ideologia.

Già tre anni prima, nel 1916, Gropius propose al  Ministero  di  Stato del  Granducato  di  Sassonia (che divenne lo  stato  di Sassonia – Weimar – Eisenach dal 1918 al 1920) la proposta per l’Istituzione di una scuola che fosse anche centro di  consulenza artistica per l’industria, il commercio  e l’artigianato.

L’anno  seguente Fritz Mackensen, direttore dell’Istituto  superiore di Belle Arti  del Granducato, inviò al  Ministero il verbale con le proposte di   riforma della scuola: bisognerà aspettare ancora due anni, e cioè il 1919, per arrivare a una soluzione di  compromesso in cui  l’istituto  statale del Bauhaus sarebbe sorto  dalla fusione di  quello  che era ormai l’ex Istituto  superiore di  belle arti e quello della Scuola d’arte applicata, in più si sarebbe aggiunto ad essa una sezione dedicata all’architettura.

La Bauhaus vivrà fino  al 1933 quando il regime nazista ne decreta la fine.

Tra i  suoi  insegnanti figuravano  personaggi  del  calibro  di Paul Klee e Wassily Kandinsky.

Bauhaus: la cronologia
1919 A Weimar nasce la Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il manifesto con l’intento di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire. 1925 Un cambio di sede porterà la Bauhaus a Dessau. 1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti professori e, in seguito, verrà dimissionato dal sindaco di Dessau. 1930 In questo periodo la scuola è sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe che, eliminando le istanze sociali della Bauhaus, ne valorizza i brevetti e la collaborazione con le aziende. 1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino. 1933 per non soccombere al nazismo i docenti all’unanimità decidono di chiudere la scuola

Davvero  ci  siamo dimenticati  di Ise Frank? 

Quando  Walter Gropius scrisse il manifesto  della Bauhaus inserì questa nota:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Parole decisamente intrise di progressismo  che, però, erano in contrasto  con la realtà dei  fatti: anche se all’inizio dell’apertura della Bauhaus le donne iscritte ai  corsi  erano in numero  maggiore rispetto a quello  degli uomini, le donne  venivano  considerate non abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere ad arti  come, ad esempio l’architettura, considerate appannaggio dell’uomo piuttosto  che della donna.

Naturalmente questa contraddizione è tipica del contesto  sociale di quegli  anni ( per certi  aspetti ancora oggi  si  assiste a delle vistose diseguaglianze tra donne e uomini in campo  lavorativo) e solo  alcune allieve, con il tempo, riuscirono  a imporsi in quei settori esclusivamente maschili, tra loro  Marianne Brandt che divenne una dei  maggiori designer industriali  della Germania degli  anni ’30 e Anni  Albers la quale emigrò negli  Stati Uniti dopo il 1933 diventando  anche lei  una designer molto ricercata.

Ma c’è una donna molto importante nella vita della Bauhaus e, soprattutto, in quella del  suo  fondatore: Ise Frank,  moglie  di Walter Gropius.

Ise Frank nasce a Wiesbaden in Germania il 1 marzo 1897 da una famiglia piuttosto  agiata ( il  padre Georg Frank era consigliere del  governo  prussiano); dopo  gli studi  classici,  a ventisei  anni, si  trasferisce a Monaco  dove diventa prima libraia e poi giornalista per un piccolo  editore, impiego che l’aiuta non poco a essere una donna libera ed emancipata.

Era destinata a diventare la moglie di  suo  cugino Hermann, un uomo che se pur la rispettava nelle sue scelte non riusciva colmare quel  senso  di  solitudine interiore nella vita di  Ise.

Sennonché tutto  cambiò quando nel luglio  del 1921 la sua amica Lise l’invitò a una conferenza di  architettura al Politecnico di  Hannover dove, per l’appunto, il conferenziere era Walter Gropius che, in quell’occasione, esponeva il suo  progetto della Bauhaus, cioè quello  di una scuola rivoluzionaria rispetto  ai  canoni dell’architettura di allora.

Si può dire che Ise Frank  venne colpita da un duplice colpo  di  fulmine: quello riguardante l’aspetto  futuristico e rivoluzionario  della Bauhaus ma, soprattutto, l’aspetto e l’aurea di  ribelle di  quell’uomo.

Bauhaus
Walter Gropius e Ise Frank

A questo punto  tralascio  il gossip (e relativo  BLABLABLA facilmente reperibile in rete)  che seguì a quel primo  loro  incontro   per arrivare all’ottobre dello  stesso  anno quando i due convolarono  a nozze.

Anche Wikipedia si è dimenticata di Ise Frank
Quella che dai più viene consioderata l’Enciclopedia per eccellenza in rete, ha delle volte alcune lacune incomprensibili. A esempio, nella voce dedicata a Walter Gropius si accenna alla sua prima moglie, ma non c’è un rigo dedicato a Ise Frank: << Proveniente da una famiglia di architetti (era pronipote dell’architetto Martin Gropius), studia architettura a Monaco (1903) e a Berlino (1905-1907). Nel 1915, durante una licenza militare dal fronte, sposa Alma Mahler Schindler, vedova del musicista Gustav Mahler. Insieme i due ebbero una prima figlia, alla quale diedero il nome di Manon; affetta da poliomielite, morì nel 1935 a soli diciotto anni. Un secondo figlio, Carl Martin, nacque pure gravemente malato e morì a dieci mesi di vita. I due divorziarono nel 1920>>.

Perché Ise Frank  era tanto importante per la Bauhaus? 

Intanto tutti  gli articoli o comunicati  della Scuola erano  opera di  Ise (non per nulla era una giornalista) tanto  da essere poi  definita la signora Bauhaus, o per meglio  dire l’anima di quel progetto  riformista: in effetti lei, sposando  Gropius, ne aveva sposato anche la completa ideologia dietro  al progetto  Bauhaus e cioè la ricerca di  una società più libera e democratica.

 La sua opera non si limitava solo  agli  scritti tanto  che, nella casa costruita dai  coniugi Gropius a Dessau nel 1924, lei insieme a Bruno Taut sperimentò quelle soluzioni ergonomiche di una casa progettata per una donna moderna ed emancipata, le stesse  riportate nel libro di  Taut La nuova abitazione: la donna come creatrice.

Nel 1927, con l’incalzare del  regime nazista ostile alle avanguardie culturali, Ise Frank si  rese conto dei rischi che la Bauhaus, il corpo  docenti e gli  studenti  stessi, correvano: con l’amica fotografa di origine statunitense  Irene Hecth (e con agganci internazionali tra Parigi  e New York) preparò un piano  di  fuga verso  gli  Stati Uniti.

Nel 1969 Walter Gropius muore.

Quattordici  anni  dopo, il 9 giugno 1983 a Lexington nel  Massachusetts, si spegne Ise Frank, aveva ottantasei  anni.

Il libro in anteprima

Jana Revedin, architetta e urbanista tedesca docente presso l’École spècial d’architecture di  Parigi (precedentemente anche presso il Politecnico  di  Milano e l’Università Iuav di  Venezia) dopo un’accurata ricerca ha scritto in forma romanzata la vita di Ise Frank nonché la storia della Germania da Weimar al  nazismo nel  libro La signora Bauhaus

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lì su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.

Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore della Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.

Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.

Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di Signora Bauhaus.

Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo alla Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.

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L’Arca dell’Alleanza tra mito e mito

Arca

Bezaleel fece l’arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza.

La rivestì d’oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d’oro.

Fuse per essa quattro anelli d’oro e li fissò ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro.

Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d’oro.

Introdusse le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca.

Fece il coperchio d’oro puro: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza.

Fece due cherubini d’oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio:  un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità.

Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità.

I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio.

Esodo 37, 1-9 ⌋ 

L’Arca perduta: dalla storia a Indiana Jones

Aspettando  che Indiana Jones riviva nel quinto  episodio  della saga (dovrebbe uscire nelle sale nel 2022), con Harrison Ford ormai  prossimo  alla pensione, se non come attore almeno nel suo  alter ego di archeologo considerando i suoi  settantotto  anni  di  età,  rivediamolo  in una delle scene più divertenti  del film I predatori  dell’Arca perduta (sembra che all’epoca, dovendo  girare quella scena e soffrendo  di  dissenteria, lo stesso  Harrison Ford abbia suggerito  a Spielberg la rapidità dell’azione evitando il duello con l’energumeno  armato  di  scimitarra).

Che l’Arca dell’Alleanza sia ormai  perduta tra le pagine della storia e quelle del mito (se non proprio  quelle delle leggende) è ormai risaputo e varie sono  le ipotesi  della sua fine.

Tra quelle più plausibili e che essa, essendo in parte costruita in legno, sia andata perduta in uno dei  tanti incendi  che funestavano le città di allora.

Altra ipotesi, anche questa credibile,  che il manufatto era stato  costruito  con parti  d’oro e che queste siano  state preda degli  eserciti che più volte hanno  saccheggiato il Tempio di  Salomone.

Storicamente si pensa che l’Arca sia stata rubata durante il saccheggio  del  Tempio tra il 797 e il 767 a.C.,  ad opera di  Ioas, re dell’antico  regno  settentrionale di  Israele (Samaria) con capitale Sichem, e lì nascosta, sennonché, dopo  la distruzione del  regno  del  Nord da parte degli  Assiri, l’Arca potrebbe essere stata portata in un qualsiasi  punto del  Medio Oriente.

Ma l’Arca potrebbe anche essere stata trafugata in Babilonia nel 597 (588?) a.C. quando  Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme saccheggiando il Tempio: ma nell’elenco  del materiale trafugato  dai  babilonesi  non compare l’Arca per cui  è lecito pensare che essa venne trafugata ancora prima dell’invasione babilonese.

A questo punto, un po’ come avviene per la ricerca del Santo  Graal (ancora una volta è Indiana Jones a scoprire dove era celato il sacro manufatto), la fantasia ha creato  diversi  nascondigli  per l’Arca dell’Alleanza: a Roma, ad esempio, riposta nella Basilica di San Giovanni Laterano secondo un testo  del 1480 scritto  dal  diplomatico  Santo  Brasca che fa risalire il tutto  a quando gli oggetti  sacri  del  Tempio furono recuperati (sarebbe meglio  dire trafugati) da Vespasiano  e Tito.

A smentire l’affermazione di Santo  Brasca è Flavio Giuseppe che nella sua opera Guerra giudaica, citando gli oggetti  sacri  portati  a Roma, non  menziona l’Arca, cosa già vista precedentemente con quello  che è accaduto durante il saccheggio  babilonese.

Trascuro il fatto  che l’Arca sia nascosta nello Zimbabwe, ipotesi del professore Tudor Partiff docente della School  of Oriental  and African Studies di  Londra, che dice che l’Arca è nascosta nelle leggendarie miniere di Salomone (a saperlo Indiana si risparmiava la fatica di  andare in Egitto)

Infine, citando il secondo  libro dei  Maccabei (2, 1-8), testo  appartenente al  canone biblico cattolico  e ortodosso ma escluso  da quello ebraico e protestante, si  racconta che alla fine del VII secolo  a.C. fu il profeta Geremia a sottrarre l’Arca dalla distruzione portandola via da Gerusalemme per nasconderla in una grotta del monte Nebo.

L’Arca ha la sua regina: quella di Saba

Arca
La Regina di Saba (illustrazione per il Vecchio Testamento)

La mitica regina di  Saba (che la tradizione etiope chaima Machedà) volle incontrare il re Salomone, noto per la sua saggezza, per chiedergli  dei  consigli.

Questo ipotetico incontrò generò nel VI secolo d.C. una leggenda abissina (tratta da quella più antica copta) codificata tra il 1314 e 1322 da Yeshaq, notabile di  Axum:

Salomone invaghitosi dalla bellezza di Macheda la inebriò con droghe abusando  di lei e di una sua schiava. In seguito le due donne furono rese libere di  ritornare nel loro paese.

Da questa disavventura Machedà ebbe un figlio, Menelik I, capostipite della dinastia dei Salomonidi (di  cui Hailè Selassiè fu l’ultimo esponente), mentre la schiava diede alla luce Zagàn che si  dice essere il capostipite di valorosi  guerrieri.

Menelik I, raggiunto  la maggiore età, chiese alla madre il nome di  suo padre e, quindi, decise di  andare a trovare Salomone.

Questi ne fu contento  tanto  da dare a Menelik la possibilità di  vivere a corte poi, una volta che il giovane decise di  ritornare da sua madre, Salomone lo riempì di  doni:  tra questi, quello più prezioso, era appunto  l’Arca dell’Alleanza  con le Tavole della Legge affinché diffondesse la parole di  Dio  anche tra il suo popolo⌋   

Un altra leggenda dice che la cattedrale di Santa Maria di  Sion,  ad Axum venne costruita con l’oro  piovuto  dal  cielo, offerto  da Dio  per ospitare l’Arca ricevuta in dono  da Menelik I.

Quando l’Islam minacciò il regno  di  Axum, i cristiani  si  rifugiarono  tra le montagne nei pressi  di Lalibela: qui  si  trovano  undici  chiese rupestri ben  nascoste: in ognuna di  esse venne costruita un sacrario dove, per confondere i predatori, si  diceva essere custodita l’Arca.

Da allora tutte le chiese etiope hanno un sacrario con un parallelepipedo coperto  di  stoffe (manbar) che sostiene a sua volta una scatola di legno  dorato: il tabot o Arca dell’Alleanza.

Noi,  che abbiamo  visto  I predatori  dell’Arca Perduta sappiamo  che il vero  nascondiglio è in un caveau blindato del Pentagono,  negli  Stati Uniti (ma non diciamolo  a Donald Trump). 

Il libro in anteprima

Non sempre i libri  che inserisco in anteprima trovano in me un’appassionata sostenitrice, ma penso  che sia più importante che sia la lettrice (e spero  anche qualche lettore) a decidere cosa sia degno  di nota,  o meno, nel leggere.

Quindi  traetene da soli il giudizio del libro L’Arca dell’Alleanza. Il Tabernacolo di  Dio: cronaca di una scoperta, scritto  dall’architetto Giuseppe Claudio Infranca  

L’Autore, architetto al seguito di una missione archeologica e di restauro al Parco delle Stele di Axum (Etiopia) del CNR, per pura casualità viene invitato dal Clero locale a visitare il Santuario di Santa Maria di Sion, gravemente danneggiato nella copertura dai bombardamenti della guerra civile etiope.

In quella breve visita riesce a penetrare furtivamente all’interno del Sancta Sanctorum, scoprendo la presenza della biblica Arca dell’Alleanza.

Rimane sorpreso dalla scoperta, riesce a scattare una foto e nel frattempo, viene colpito da strani ronzii alle orecchie.

Per anni, riesce a celare l’incredibile vicenda, di cui è stato protagonista, quando un giorno apprende la notizia che due israeliani, un uomo ed una donna, facenti parti di reparti speciali d’Israele, sono penetrati furtivamente nello stesso luogo, dove Lui aveva ammirato l’Arca dell’Alleanza, e ne rilevavano l’importate scoperta al mondo.

Da allora gli è chiaro il valore di quanto visto ed inizia a studiare per comprendere come l’Arca dell’Alleanza fosse giunta fino in Etiopia da Gerusalemme. Dopo anni ed anni di ricerche e studi riesce a ricostruire la storia e il lungo viaggio percorso dall’Arca dell’Alleanza dall’antica Palestina alla lontana Axum.

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Un oceano di quiete: questa è la libreria

oceano

Ci sedemmo al  tavolo  del  retrobottega, circondati dai  libri  e dal  silenzio.

La città era addormentata e la libreria pareva una barca alla deriva in un oceano  di  quiete

Tratto da L’ombra del vento  di Carlos Ruiz Zafòn⌋  

Ma per i librai  non è un oceano di  quiete 

Eh si, perché alla poetica descrizione che ne ha fatto Zafòn si  contrappone la difficoltà delle librerie ad affrontare la concorrenza di giganti  quali  Amazon con l’offerta di un catalogo infinito, la comodità di  ricevere il libro direttamente a casa (elogio  della pigrizia) e prezzi concorrenziali, specie se il libro  è in formato  digitale.

A questo  stato  di  cose le grandi  e medie catene libraie hanno  risposto  offrendo incontri  con gli  autori e, dove è possibile farlo, caffetterie e angoli  di lettura.

Si, ma le piccole librerie?

Purtroppo, alcune di  esse, economicamente non reggono e hanno  difronte l’ineluttabile prospettiva della chiusura.

A meno che di non trovare persone talmente innamorate del proprio  lavoro  da creare un punto di  aggregazione talmente potente da far sì che le persone che entrano  per la prima volta in quella particolare libreria ne rimangano innamorate e stregate in quell’oceano  di  quiete.

Come quella che si  trova sulla Rive gauche di  Parigi.

Shakespeare and Company: una libreria  a Parigi 

 

oceano
L’interno della libreria: adoro questa confusione mista all’odore dei libri (e spero presto  di  ritrovare queste sensazioni dopo  che la pandemia sarà solo un brutto  ricordo)

Trattandosi della Rive gauche la Shakespeare and Company non può essere una libreria qualunque in quanto, sia nel passato  che nel presente, è il luogo  ideale per incontrare di persona  scrittori più o  meno noti – quelli  che lo  sono  meno hanno la possibilità di  avere un luogo  per dormire qualche notte nella libreria in cambio di  lavoro  manuale tra gli  scaffali: una stima al  ribasso, forse esagerata, dice che dagli  anni ’50 ad oggi  vi  abbiano  dormito più di 30.000 persone  – e, quindi, partecipare agli  eventi particolari  come il Sunday tea ascoltando, tra un sorso  di tè e qualche biscotto, gli autori  leggere alcuni  brani  dei loro  libri o poesie.

Una storia in poche parole

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Sylvia Beach (Baltimora, 14 marzo 1887 – Parigi, 5 ottobre 1962)

Tutto ha inizio quando una giovane donna americana, figlia di un pastore presbiteriano, arriva a Parigi  nel 1919.

Il suo nome era Sylvia Beach  e, una volta stabilitasi  nella capitale francese assaporandone l’aria di libertà che offriva,  come prima cosa pensò ad un luogo aperto ai  giovani bohème  (per lo più scrittori  squattrinati) oltreché un punto  di  riferimento adatto  all’incontro della cultura d’oltreoceano   con quella europea.

Tra l’altro lei ebbe il coraggio  e la forza di  pubblicare nel 1922 un’opera come  l’Ulisse di James   Joyce messa al  bando  in America e Gran Bretagna per oscenità (in Irlanda verrà pubblicato  solo nel 1966).

Nel 1941 Parigi è invasa dai nazisti  e  Shakespeare and Company deve chiudere i  battenti

Passano  gli  anni e solo  nel  dopoguerra arrivano   a Parigi  altri  giovani intellettuali, tra loro George Whitman (New Jersey, 12 dicembre 1913 – Parigi, 14 dicembre 2011)  il quale, oltre ad avere una visione tendenzialmente socialista della vita  e della società,  ama i libri quanto li poteva amare Sylvia Beach.

Nel 1951, con un capitale di 500 dollari,  George Whitman acquista nei pressi di  Notre Dame un piccolo   locale adibendolo  a libreria con il nome Le Mistral: alla morte di  Sylvia Beachavvenuta nel 1962,in suo ricordo  la libreria cambierà il nome in Shakespeare and Company.

Non poteva essere diversamente: infatti la passione per i libri  e la letteratura,  la visione di una società molto liberal che aveva George Whitman era pari a quella che poteva essere  considerata la sua ispiratrice.

Nel solco  della tradizione anche la nuova   Shakespeare and Company  fu il luogo  dove approdarono intellettuali e artisti  spiantati, tra loro Allen GinsbergHenry MillerWilliam Burroughs (a lui  si  deve l’invenzione del  Sunday tea), Bruce Chatwin e tanti  altri.

I created this bookstore like a man would write a novel, building each room like a chapter, and I like people to open the door the way they open a book, a book that leads into a magic world in their imaginations.

Ho creato questa libreria come se un uomo  scrivesse un romanzo, costruendo ogni  stanza come un capitolo, e mi  piace che le persone aprano la porta nel modo in cui  aprono un libro, un libro  che conduce in un mondo  magico nella loro immaginazione

George Whitman

Il libro in anteprima 

Cinquant’anni con i libri, sui libri, nei libri.

Cinquant’anni per i libri.

Romano Montroni è nato in una casa in cui non si leggeva, ma da ragazzo è stato assunto per caso come fattorino alla libreria Rizzoli di Bologna ed è stata la cosa più bella che potesse capitargli: diventato libraio, ha conosciuto moltissimi scrittori e lettori e poi ha lavorato tutta la vita per formare nuove generazioni di librai che amino i libri quanto li ama lui, librai capaci di accendere entusiasmi, nutrire sogni e sussurrare ai lettori i libri giusti, quelli che riempiono la vita e a volte la cambiano.

In queste pagine Montroni tira le somme della sua esperienza come presidente del Centro per il libro e la lettura e lo fa guardando al futuro: parla di giovani lettori, di scuola, di lettura ad alta voce, di librerie, di biblioteche e naturalmente di librai, di come formarli e come appassionarli.

Una testimonianza che ha il fascino di una storia vera e il profumo dei libri nuovi, un’entusiasmante dichiarazione d’amore e di fiducia nella straordinaria potenzialità dei libri e nella infinita felicità dei loro fortunati lettori.

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Nove ottobre millenovencentosessantatre

Nove ottobre

 

Perché mai  è così tragica la vita: così simile a una striscia di  marciapiede che costeggia un abisso.

 Virginia Woolf – Diario  di  una scrittrice – ⌋ 

Quel 9 ottobre di  cinquantasette anni  fa

Potrei interpretare la parte di colei  che ricorda una storia tragica del  nostro  Paese, ma la verità è che non mi ricordavo  affatto di  quello  che è accaduto il 9 ottobre 1963, ed è solo per un caso che mi sono imbattuta nel  video  seguente tratto dall’opera teatrale di  Marco  Paolini:

   Il Disastro  del  Vajont.

E’anche vero  che potrei  dire a mia discolpa che non ho  dimenticato  la tragedia ma solo  che, per l’appunto, oggi è il suo (tragico) anniversario.

Duecentosessanta milioni di  metri  cubi  di  roccia quel  giorno  si  staccarono  dal monte Toc, una montagna alta 1.921 metri nelle prealpi Bellunesi nel confine tra le province di  Belluno e Pordenone, precipitando nel  bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont e causando un’onda gigantesca che si  abbatté prima sui  paesi  di  Erto e Casso  fino  ad arrivare poi a Longarone: i morti  furono millenovecentodiciassette.

Marco Paolini nel  suo monologo  teatrale Il racconto del  Vajont  fece un rapido  calcolo  per dare la misura di  quanto  franò dalla montagna: Per rimuovere la frana staccatasi  dal monte Toc, ci  vorrebbero mille camion al giorno al lavoro, per tutti i giorni, per sette secoli.

Tina Merlin già nel 1959 denunciò attraverso una serie di  articoli  la pericolosità di  quanto  si  stava costruendo: venne denunciata con l’accusa di  diffusione di notizie false e tendenziose.

Nel 2008, durante l’Anno Internazionale del Pianeta Terra, la tragedia del  Vajont fu indicata come esempio  di disastro  evitabile causato  dall’errore umano nel  non comprendere la natura del problema che si  stava affrontando.

Il libro in anteprima 

Fu come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 duemila persone e un intero paese furono cancellati per sempre.

Più di quarant’anni sono passati e il ricordo dei morti è ancora sospeso sulla valle. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l’ha vissuto.

Come Mauro Corona, lo scrittore-alpinista di Erto; e come i personaggi di questo testo inedito.

All’osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l’altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, sui chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti.

E soprattutto il ritratto di un piccolo popolo pieno di inestinguibile dolore, ma mai vinto.

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Una Topolino per due scrittori in viaggio

Topolino

Se vai lento, ovunque tu  sia nella fascia temperata del  Globo,

le tue notti  si popoleranno di  grilli, belati,, fumo di legna, erbe aromatiche, stelle.

D’inverno, ti  addormenterai circondato di luce lunare fredda, odore di lana infeltrita e letame, tè bollenti  e sogni  caldi,

quelli  dove le persone hanno odore e sapore.

In una parola, la vita.

Tratto da La leggenda dei monti  naviganti  di  Paolo  Rumiz

Il lento viaggiare della Topolino (contro  l’arroganza dei  SUV)

Non mi  piacciono  affatto  quei  caterpillar travestiti  da automobile, come non mi piace l’arroganza della stragrande maggioranza di  chi  guida un SUV e cioè quei prepotenti (al 99 per cento uomini) che si incollano  al tuo parafango  posteriore come per dire che la strada è la loro e tu, misera automobilista che guida un’utilitaria (per giunta sei donna) occupi impunemente la corsia di  sorpasso.

A questo punto non posso  che pensare quanto  sia vera l’equazione per cui gli  attributi (quegli  attributi) di  questi  guidatori siano inversamente proporzionali alla dimensione del loro  mezzo.

Ma ritorniamo  alla simpatica Fiat Topolino.

Topolino
L’ingegnere della Fiat Dante Giacosa

Il signore ritratto nella fotografia è l’ingegnere Dante Giacosa che nel 1934 inventò la Topolino dopo  che Benito  Mussolini  aveva ordinato  alla Fiat di progettare per il popolo  un auto  il più possibilmente economica.

Dopo  qualche tentativo  infruttuoso  (i prototipi  andarono a fuoco durante il collaudo), Giacosa per il suo progetto  pensò di  ridurre pesi  e dotazioni della Balilla  per contenere i  costi  ma, allo  stesso, tempo, creare un automobile affidabile.

Topolino
La Fiat 500 “Topolino” coupé del 1936

Il prototipo fu  collaudato  nel  1934 dallo  stesso  Giacosa insieme ad Antonio Fessia dell’ufficio  progetti  della Fiat in un percorso  misto intorno  alla città  di  Torino per saggiarne le sospensioni e un tratto  autostradale dove la Topolino  raggiunse la velocità di 82 chilometri orari  (allora non c’erano  i SUV a chiedere strada)

Inizialmente le venne dato il nome di  Topolino in onore del personaggio  della Walt Disney ma,  siccome il regime era contrario  ad adottare nomi  stranieri (Louis Armstrong era diventato  Luigi  Fortebraccio), ben presto si  adottò  quello più prosaico  di  Fiat 500.

Il viaggio  lento  di  due scrittori

Ho  appena terminato  di (ri)leggere La leggenda dei monti  naviganti di Paolo  Rumiz: il libro è diviso in due parti  riferite al  viaggio  dello scrittore triestino attraverso  le due catene montuose del nostro Paese e cioè le Alpi e gli  Appennini.

Una Topolino coetanea di Nerina

E’  nella parte del viaggio  attraverso  gli  Appennini che Paolo  Rumiz si  avventura per  strade secondarie a bordo di  Nerina, una Topolino  dl 1953.

E’ un viaggio ovviamente  lento, ed è proprio  questa lentezza  che permette all’autore   l’incontro con le persone, il cibo  e gli odori dei luoghi  attraversati (nonché qualche imprevisto meccanico dovuto alla non più giovane età di  Nerina).

Paolo Rumiz e la European Spirit of Youth Orchestra ensemble in un incontro con il pubblico presso i Martiri della Benedicta nelle Capanne di Marcarolo (luglio 2017)

Verso  la fine del libro  Paolo  Rumiz rende omaggio a un altro  scrittore e viaggiatore che anni prima, nel 1953,  ha intrapreso un viaggio molto più lungo, attraversando i Balcani, la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, ma sempre a bordo di una Topolino.

Ci  ha messo  due anni Bouvier a fare quel  viaggio.

Se l’è presa comoda: ha passato un’estate a Belgrado, un inverno a Tabriz e un altro in Pakistan. Altri mondi.

Ciò nonostante, ho l’impressione di  fare la stessa esperienza, di  sentire gli  stessi odori.

Forse la percezione del mondo non dipende dai  luoghi, ma dall’andatura.

Paolo RumizLa leggenda dei monti  naviganti

Nicolas Bouvier (Grand -Lancy, 6 marzo 1929 – Ginevra, 17 febbraio 1998) è stato uno scrittore e giornalista svizzero, il diario  del  suo lungo  viaggio diventò il libro  La polvere del mondo.

Anteprima libri 

Se amate viaggiare, ma anche solo leggere libri  di  viaggio (impossibile a questo punto  che non siate anche amanti  del  viaggiare) ecco  l’anteprima dei due libri citati  nell’articolo.

Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola).

Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario.

E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela.

Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due libri, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione.

Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, figlio di una buona famiglia calvinista, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medioevale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino.

Nicolas Bouvier ha già effettuato dei brevi viaggi in Francia, Algeria o Jugoslavia, ma questa volta punta più lontano, verso la Turchia, l’Iran, Kabul e il confine con l’India. I sei mesi di viaggio successivi attraverso i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan, in compagnia dell’amico artista Thierry Vernet, danno vita a uno dei grandi capolavori del Ventesimo secolo.

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Case di tolleranza, aprire di nuovo i ghetti?

Case di  tolleranza

Signora Senatrice,

Il suo  progetto  di  chiusura delle case di  tolleranza ha trovato molto  favorevole accoglienza negli  ambienti interessati: vale a dire in quelle case delle quali, purtroppo, sono ospite anch’io.

E’ facile giudicare quelle donne che fanno la miserabile esistenza: le stesse cose le pensavo  anch’io quando  ero una ragazzina e facevo le magistrali  nella mia città.

Bisogna provare però a restare sole per poter dire <<ha fatto bene>> oppure << ha fatto  male>>.

si  dice tante volte in giro, io l’ho  sentito  spesso, che non siamo  obbligate a entrare nella vita.

Non è vero: siamo peggio  che obbligate.

Tante volte sono dei luridi  sfruttatori che costringono  a darsi  al prossimo, tante volte è la fame, e altre volte è il bisogno di  soldi per poter mantenere la famiglia, o i figli, o il marito  malato….

Lettera scritta da M. il 15 luglio 1949 alla senatrice Lina Merlin in favore della chiusura delle case di  tolleranza ⌋ 

20 febbraio 1958: si  chiudono le case di  tolleranza

La donna che ha scritto  quella lettera alla senatrice Lina Merlin ha dovuto, quindi  aspettare ancora nove anni affinché il suo  desiderio  venisse esaudito.

Non sapremo  mai  cosa abbia fatto lei in questi lunghi  nove anni, se è riuscita ad avere una vita migliore o  se ha dovuto continuare a vendere il proprio  corpo  per poter  vivere: come lei  altre donne in quegli anni  hanno  scritto  alla senatrice in favore della legge o semplicemente per chiedere un aiuto.

Gli  scritti  sono  stati raccolti nel  documento Lettere dalle case chiuse e ripubblicate dalla Fondazione Anna Kulishoff ( il libro è scaricabile dal sito  della Fondazione)

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Essere prostituta tra lavoro  e schiavitù

La prostituzione non è ovviamente invenzione della società moderna: già Erodoto  in Storie descrive l’usanza babilonese riferita alla prostituzione sacra:

Infine, la più turpe delle usanze babilonesi è la seguente: ogni donna del paese deve andare nel santuario di Afrodite una volta nella sua vita e unirsi a un uomo straniero.

Molte, sdegnando di mescolarsi con le altre, superbe come sono delle loro ricchezze, si fanno portare al tempio su carri coperti e si pongono lì, seguite da numerosa servitù.

Le più invece fanno così: nel santuario di Afrodite si mettono sedute molte donne con una corona di corda attorno al capo; le une vengono, le altre vanno. In tutte le direzioni ci sono passaggi diritti in mezzo alle donne e passandovi attraverso gli stranieri scelgono. Quando una donna ha preso posto lì non torna a casa prima che uno degli stranieri, gettatole in grembo del denaro, non si sia unito a lei fuori del tempio.

Gettando il denaro egli deve dire queste parole: «Io invoco la dea Militta».

Gli Assiri chiamano infatti Militta Afrodite. La somma di denaro è quella che ciascuno vuole, poiché certo la donna non lo respingerà – e non è lecito – perché questo denaro diventa sacro. La donna segue il primo che le abbia gettato del danaro e non respinge nessuno. Dopo essersi unita all’uomo e aver così adempiuto l’obbligo verso la dea torna a casa, e da allora in poi non daresti mai tanto da poterla possedere.

Quelle che hanno un bell’aspetto fisico presto se ne vanno, mentre quelle di loro che sono brutte rimangono per molto tempo, non potendo soddisfare la legge; e alcune fra loro rimangono anche per un periodo di tre o quattro anni. Anche in alcune zone di Cipro c’è un’usanza simile a questa

Venendo meno la componente religiosa parimenti allo  sviluppo  della società, la prostituzione da sacra è diventata strumento per contenere (meglio  dire dare soddisfazione) a quella che in realtà è la pulsione sessuale.

E’ vero  anche che in passato, cioè prima che la legge Merlin divenne  esecutiva, i  bordelli erano (anche)  utilizzati per quella specie di  rito  di iniziazione alla vita sessuale riguardante i  giovani maschi  che, in questa maniera, lasciavano  alle spalle l’adolescenza per entrare nel mondo adulto.

Peccato  che, ancora oggi, non si  è compreso che la vera educazione sessuale deve necessariamente  passare dalla scuola e non dal  letto  di una prostituta. ⌋ 

Oggi in Italia il tema della riapertura delle case di  tolleranza è uno  dei tanti  cavalli  di  battaglia della destra politica ( ma anche a sinistra c’è anche chi  sarebbe favorevole).

In Europa ogni  singolo  Paese ha la sua soluzione per arginare la prostituzione: dalla condanna fino a un certo  grado  di permissivismo

Conclusione

Come donna vedo  nelle case di  tolleranza o nella forma estesa e più moderna dei  quartieri  a luci  rosse,  solo un ghetto dove il corpo  femminile è pura merce (tralasciando i cosiddetti  vantaggi  di  natura sanitaria e pubblica sicurezza dovuti  ai  maggiori  controlli).

Quindi  sarei  più propensa alla libera professione di  chiunque, quindi  non limitatamente una donna, decida di offrirsi  senza alcuna coercizione.

Magari istituendo un albo  professionale, pagando  le tasse dovute allo Stato (tant’è i  soldi  c’entrano  sempre)

Il libro in anteprima

Julie Bindel è una scrittrice femminista radicale inglese  e co – fondatrice del  gruppo  di  riforma della legge Justice for Women che, dal 1990, ha aiutato  le donne che sono  state processate per aver ucciso  partner violenti di  sesso  maschile.

Nel  suo libro Il mito  Pretty Woman,  come la lobby  dell’industria del sesso ci  spaccia la prostituzione racconta,  attraverso intervista con ex prostitute, come la favola della puttana felice è solo invenzione.

Case di  tolleranza

Il commercio internazionale del sesso è al centro di uno dei dibattiti più accesi a livello mondiale, e non solo fra le femministe e gli attivisti per i diritti umani.

Per decenni la sinistra liberale ha oscillato fra il pro-sex work e l’abolizionismo. Ma oggi le donne che hanno vissuto la violenza della prostituzione hanno preso la parola contro la favola di Pretty Woman, la puttana felice, dando vita a un movimento globale che sta portando avanti una battaglia a favore del Modello nordico, l’unico modello legislativo che protegge i diritti umani delle persone prostituite.

Allo stesso tempo una potente e ben finanziata lobby pro-prostituzione – che comprende proprietari di bordello, agenzie di escort e compratori di sesso – impone la sua narrazione, che occulta la violenza subita dalle donne e riduce la prostituzione a un lavoro come un altro allo scopo di decriminalizzare l’industria del sesso, trasformando gli sfruttatori in imprenditori e proteggendo il diritto dei compratori ad abusare dei corpi delle donne.

Nel corso di due anni Julie Bindel ha raccolto 250 interviste viaggiando instancabilmente fra Europa, Asia, Nord America, Australia, Nuova Zelanda, Africa. Ha visitato bordelli legali, conosciuto papponi, pornografi, sopravvissute alla prostituzione. Ha incontrato femministe abolizioniste, attivisti pro-sex work, poliziotti, uomini di governo, uomini che vanno a puttane.

Un’indagine approfondita, appassionata e sofferta che rivela le bugie di una mitologia tesa a truccare gli sporchi interessi di un’attività criminale fra le più redditizie a livello globale.

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Jean Ross la Sally Bowles di Isherwood

Jean Ross

Money makes the world go around
…the world go around
…the world go around.
Money makes the world go around
It makes the world go ‘round…

Dal  film Cabaret (1972)

Sally la diva del  Kit Kat Club

 

In realtà esiste un Kit Kat Club  a Berlino, fondato nel 1994 dal  regista austriaco  di  film porno Simon Thaur,  offre serate di intrattenimento molto trasgressive e del  tutto   diverse da quelle offerte da un circolo  di  bridge (senza nulla togliere agli appassionati di  giochi  di  carte).

Tralasciando la  realtà delle notti  berlinesi (ma sembra che il Kit Kat Club stia per chiudere) esiste nella finzione cinematografica un’altro  club omonimo e sempre a Berlino: quello in cui  si  esibiva Sally Bowles, l’eroina di  Addio  a Berlino dello  scrittore inglese Christopher Isherwood , pagine che ispirarono nel 1972 il regista Bob Fosse per la sua pellicola pluripremiata Cabaret con Liza Minnelli come interprete principale.

Jean Ross che ispirò Christopher a creare Sally

Jean Ross
Jean Ross ventenne (1931)

Lei  è Jean Iris Ross Cockburn (Alessandria d’Egitto, 7 maggio 1911 – Londra 27 aprile 1973) scrittrice, attivista politica, critica cinematografica.

Ma anche corrispondente di  guerra per il Daily Express durante la guerra civile spagnola (1936 -1939) e addetto  stampa per il Comintern  o Terza internazionale dei partiti  comunisti (lei  stessa fu  fino alla fine della sua vita membro  del partito  comunista inglese).

Durante la sua giovinezza a Berlino, nel periodo della Repubblica di  Weimar, si  esibì come cantante di  cabaret e modella: è ovvio  che, vista la giovinezza e l’ambiente frizzante dei palcoscenici, rimediò diversi  amori e da qui l’ispirazione di Christopher Isherwood per creare il personaggio di  Sally Bowles.

I due si  erano  conosciuti a Berlino nell’inverno  del 1931 condividendo un modesto appartamento ( si  dice, ma questo è gossip  d’antan, che Isherwood si  era trasferito  a Berlino richiamato dalla vita notturna gay della metropoli).

Ross e Christopher divennero  comunque amici (sebbene il  rapporto  a volte non fu propriamente amichevole), e lei  stessa divenne, per la sua forte carica sessuale, una specie di  musa ispiratrice da mitizzare per gli  amici  gay  dello  scrittore.

Forse invidioso di  ciò (ma questo  lo scrivo io) Isherwood così descrive una performance di Jean Ross sul palco  di un cabaret:

Aveva una voce roca e sorprendentemente profonda, ma cantava male, senza alcuna espressione, le mani  penzoloni lungo i fianchi, eppure la sua interpretazione era capace, nel non curarsi  di ciò che si potesse pensare di lei, efficace tale da attirare il pubblico ⌋    

Partendo da questo poco  lusinghiero  giudizio   Christopher Isherwood inventò Sally Bowles (Bowles era il cognome dello  scrittore gay americano Paul Bowles, amico  di  entrambi).

Anteprima del libro Addio a Berlino (in inglese)

Jean Ross

«Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto» dichiara l’alter ego di Christopher Isherwood arrivando nell’autunno del 1930 a Berlino.

Un obiettivo – si può aggiungere – inesorabile, attraverso il quale partecipiamo come dal vivo ai suoi incontri nel cuore pulsante di una Repubblica di Weimar che si avvia al suo fosco tramonto: da un’eccentrica, anziana affittacamere alla sensuale Sally Bowles, aspirante attrice un po’ svampita, a Otto, ombroso proletario diciassettenne, a Natalia Landauer, rampolla di una colta famiglia ebrea dell’alta società.

Tra cabaret e caffè, tra case signorili e squallide pensioni, tra il puzzo delle cucine e quello delle latrine, tra file per il pane e le manifestazioni di piazza, tra crisi economica e cupa euforia, Isherwood mette in scena «la prova generale di una catastrofe» e ci fa assistere alla irresistibile ascesa del nazismo.

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Lo spionaggio ha il cuore di una donna

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⌈  State sicuri che saprò morire senza paura.

Farò quella che si  chiama una bella morte

Frase pronunciata da Mata Hari  dopo   la notizia della sua condanna a morte

Mata Hari  e le altre : le spie al femminile 

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Mata Hari

Se la vicenda di  Mata Hari e il suo tragico  epilogo, racchiuso in quell’accettazione della  ineluttabile  morte davanti a un plotone di  esecuzione, potrà essere considerata come un capitolo fondamentale della storia dello  spionaggio  al  femminile, non sempre tali  vicende hanno un finale drammatico.

E non sempre sono  storie di  ieri.

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Anna Vasil’evna Kuščenko

Prendete a esempio  la vicenda di Anna Chapman: Anna Vasil’evna Kuščenko (Volgograd, 23 febbraio 1982) apparteneva alla Illegals Program, rete russa di  spie dormienti, arrestata a New York insieme ad altri  nove agenti il 27 giugno  2010 dopo  una soffiata  di Sergei  Kripal ex agente russo il quale passava informazioni  all’ MI6 cioè il Servizio  segreto di  Sua Maestà (e di  James Bond) .

Inutile aggiungere che Kripal in seguito  ha fatto una brutta fine.

Tutt’altra storia per  la bella Anna Chapman (e molto diversa da quella della povera Mata Hari): ritornata in Russia dopo uno scambio di prigionieri avvenuto quasi  un mese dopo il suo  arresto, è diventata una celebrità di Instagram con più di  600.000 follower (più o  meno  quelli  che avrò io  fra un diecimila anni…lo dico  così andate a guardare anche il mio  profilo), conduttrice televisiva di  successo e modella (nonchè mamma..auguri).

Tra Mata (Hari) e Anna (Chapman) le donne spie sono  numerose, tra le quali  anche Joséphine Baker...ma questa, semmai, sarà un’altra storia che racconterò.

Invece vi parlerò di una contessa polacca, bellissima e coraggiosa, prima donna ad essere ammessa nel servizio  segreto  britannico  durante la Seconda guerra mondiale:

Christine Granville, una biografia in poche righe 

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Christine Granville (Krystyna Skarbek) nel 1942

Maria Krystyna Janina Skarbek questo era il suo  vero nome (Varsavia, 1 maggio 1908 – Londra 15 giugno 1952) era la figlia del  conte Jerzy Skarbek e della madre Stefania Goldfeder il cui  padre era un banchiere.

L’agiatezza della famiglia incominciò a vacillare già dagli  anni ’20, poi, alla morte del conte Skarbek, avvenuta nel 1930 quando  Christine aveva 22 anni, il crollo economico  della famiglia divenne tale che lei, per aiutare sua madre, iniziò  a lavorare presso una concessionaria della Fiat.

Presto, però, questo lavoro  le causò un’infezione ai polmoni  dovuto ai  fumi  delle auto, ricevette dalla compagnia assicuratrice della società un risarcimento  e seguì alla lettera il consiglio  dei  medici, cioè di  fare una vita il più possibile all’aria aperta che la portò sui  monti  Tatra  nella Polonia meridionale diventando una sciatrice esperta.

Sempre nel 1930 si  classificò al  secondo posto nella seconda edizione del  concorso di  bellezza Miss Polonia (per la cronaca il primo posto  se lo  aggiudicò la modella e attrice Zofia Batycka che l’anno  successivo  vinse anche il titolo  di  Miss Paramount 1931)

Tra sciate e partecipazioni a concorsi  di bellezza, Christine trovò anche il tempo  per sposarsi il 21 aprile 1930 con il giovane uomo d’affari Gustaw Gettlich: il matrimonio  durò quel  tanto per far comprendere ai  due di  essere incompatibili e, quindi,  che il divorzio  era la soluzione più adatta per entrambi.

Otto  anni  dopo  un amore più duraturo sbocciò quando, sempre su  di una pista da sci, un gigante la salvò da una caduta che poteva avere tragiche conseguenze, l’uomo si chiamava Jerzy Gizycki.

La storia dice che Jerzy Gizycki aveva un carattere lunatico  e irascibile, ma allo stesso  tempo  molto  brillante. La sua famiglia era molto  ricca ma lui, a 14 anni era scappato  di  casa per andare a lavorare come cowboy e cercatore d’oro  negli  Stati  Uniti (sinceramente non credo  neanche un po’ a questa parte della storia),  diventando, in seguito, autore di libri  di  viaggio.

Comunque Christine e Jerzy  si  sposarono a Varsavia il 2 novembre 1938 quando lui  accettò un incarico  diplomatico in Etiopia fino a settembre 1939, quando  la Germania invase la Polonia.

Christine diventa agente segreto

Allo  scoppio della Seconda guerra mondiale la coppia fugge a Londra: qui Christine è impaziente di  offrire i  suoi  servigi nella lotta contro il nazismo: il giornalista Frederick Augustus Voigt la introduce negli  ambienti  del SIS (Secret Intelligence Service) dove lei  farà un’ottima impressione tanto  da essere inquadrata tra gli  agenti del  servizio  segreto.

Nel dicembre 1939 viene inviata a Budapest con la copertura di  giornalista: questo la faciliterà negli  spostamenti a Varsavia dove convince Jan Marusarz (fratello  del  campione olimpionico  di  sci nordico Stanislaw Marusarz) a scortarla sui  Monti  Tatra innevati per  spiare i movimenti delle truppe naziste

A Varsavia lei  tentò inutilmente di  convincere sua madre Stefania a fuggire dalla Polonia, ma la donna era determinata a rimanervi. Purtroppo per lei  nel gennaio  del 1942 venne arrestata perché ebrea e condotta nella prigione di  Varsavia di Pawiak: la stessa che fu  progettata nel XIX secolo dal prozio Fryderyk Skarbek

Ritornata in Ungheria incontrerà l’ufficiale dell’esercito polacco Andrzei Kowerski per organizzare un servizio  di  corrieri polacchi  con il compito di  trasmettere rapporti  di intelligence tra Varsavia e Budapest.

La Gestapo  ha però messo  gli occhi  su  di loro: dietro il paravento  della polizia ungherese li  fa arrestare per interrogarli, qui lo spirito  d’iniziativa di  Christine le suggerisce di mordersi  la lingua a sangue per simulare una tubercolosi in fase terminale, cosa che ingannerà il medico  chiamato  per la diagnosi.

La polizia ungherese rilascerà Christine e il suo  compagno ma la Gestapo li farà ugualmente pedinare.

l’ambasciatore britannico  in Ungheria Owen O’Malley insieme a sua moglie, la scrittrice Ann Bridge, si impegnarono  per far fuggire i  due dall’Ungheria rilasciando  loro  dei passaporti  falsi: Kowerski divenne Anthony  Kennedy e Krystyna Skarbek divenne Christine Granville, il nome che usò per il resto  della sua vita.

  Nel 1941, a Sofia in Bulgaria, la coppia riceve da un’organizzazione clandestina polacca un microfilm con le fotografie di  grossi movimenti dell’esercito  tedesco  ai confini  con la Russia: è il preambolo all’Operazione Barbarossa cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.

il microfilm venne consegnato  da prima a Winston Churchill e quindi  a Stalin il quale, però, non ne volle tenere conto giudicando il documento inattendibile.

Il 22 giugno  1841 le truppe tedesche oltrepassarono il confine russo ⌋ 

Il tragico  epilogo  di una vita avventurosa 

Potrei  continuare a scrivere ancora molto  sulla vita si  Christine Granville, delle sue missioni in Francia e dei pericoli  che ha dovuto  affrontare per liberare uomini prigionieri  dei  tedeschi  e delle sue missioni  di  sabotaggio  (anche in Italia ha dei contatto  con i partigiani).

Potrei  anche scrivere dei  suoi  amori  durante queste missioni (suo  marito  Jerzy malvolentieri le concesse il divorzio quando  capì che tra loro tutto  era finito).

Potrei, ma diventerebbe una copia di  quanto  è già stato  scritto  e che è facilmente reperibile in rete.

Voglio    solo  aggiungere che Ian Fleming, suo  presunto  amante,  si  ispirò a lei  per tratteggiare le figure (un po’  passive) delle bond girl dei  suoi  romanzi e che Hollywood sta pensando  a un film a lei  dedicato  (magari  con Angelina Jolie come protagonista nei  panni di  Christine Granville).

Alla fine della guerra Christine è senza lavoro, nonostante sia stata insignita della George Medal e della Croce di  Guerra francese.

In seguito  troverà un’occupazione come hostess sulle navi  in partenza verso  la Nuova Zelanda e il Sud Africa.

Durante uno di  questi  viaggi  conoscerà Dennis Muldowney che si innamorerà perdutamente di lei.

Ma non è un amore corrisposto in quanto  Christine si  accorgerà subito  che l’uomo  è molto invadente e che la segue dappertutto (oggi  si  direbbe uno  stalker), e poi  lei è in procinto  di  sposare  Andrzei Kowerski  che l’aspetta in Belgio.

La sera prima della partenza, nel  suo  albergo  a Londra,  Christine incontrerà Dennis Muldowney il quale, dopo l’ennesimo  rifiuto, estrae un coltello uccidendola a pugnalate.

era il 15 giugno 1952, Christine Granville aveva quarantaquattro  anni.

Il libro  in anteprima 

Come ho  già scritto in rete si possono  trovare molte notizie sulla vita di  Christine Granville ma, meglio  di  chiunque altro, è la giornalista del Telegraph Clare Mulley a riportarne la vita in un libro  che si  legge come un romanzo ma che è pura realtà: La spia che amava 

 

Nel ripostiglio di un albergo, a Londra, viene ritrovato un vecchio baule contenente vestiti femminili insieme a lettere, medaglie al valore e al pugnale del SIS, il servizio segreto britannico in tempo di guerra.

La cosa più incredibile di questo libro è che nulla è inventato.

Clare Mulley ricostruisce accuratamente la vita di una persona difficile da definire che merita di essere conosciuta.

La preferita di Churchill tra le spie, motivo per cui la figlia Sarah Churchill ne ha interpretato il ruolo in un film degli anni ’50 mai divulgato. I diritti cinematografici di questo libro sono stati acquisiti dagli Universal Studios, che hanno proposto ad Angelina Jolie il ruolo di protagonista.

Si può essere al contempo:- cresciuti in un castello in Polonia da padre aristocratico e madre ebrea, figlia di un ricco banchiere? Dipendenti in un’officina-concessionaria Fiat? La preferita di Churchill tra gli agenti segreti al servizio della corona britannica durante la guerra? Cameriera immigrata a Londra, non come copertura ma per sbarcare il lunario? Essere  ritratti in Casino Royale insieme a James Bond, ispirando la prima Bond girl? In lizza per il concorso di Miss Polonia? Avvezzi a una vita tra gli agi e i lussi, e allo scoppio della guerra abbandonare l’Africa coloniale per dare una svolta al corso della storia?E molto, molto altro ancora…?

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L’esploratrice di oggi è una donna di ieri: Ida Pfeiffer

Ida Pfeiffer

Il sesto  pianeta era dieci  volte più grande.

era abitato da un vecchio signore che scriveva degli  enormi libri.

Ecco un esploratore, esclamò quando  scorse il piccolo principe.

Il piccolo  principe si  sedette sul tavolo  ansimando un poco.

Era in viaggio da tanto  tempo.

Tratto  da Il Piccolo principe di Antoine de Saint – Exupéry⌋ 

Ida Laura  Pfeiffer etnografa, esploratrice e scrittrice di  viaggi  

 

Ida Pfeiffer
Ida Laura Pfeiffer (foto di Franz Hanfstaengl)

L’austera signora ritratta nella foto  è per l’appunto Ida Laura Pfeiffer (Vienna, 14 ottobre 1797 – Vienna, 27 ottobre 1858).

Nella sua carriera di  etnografa ed esploratrice, cosa che la portò anche a scrivere libri  di  viaggi che ebbero molto  successo, percorse più di  trentaduemila chilometri via terra e otto  volte di più via mare attraverso il Sud – est  asiatico, le Americhe, il Medio  Oriente e l’Africa.

Grande era la considerazione che conquistò in questa veste  che le società geografiche di  Berlino  e Parigi la vollero tra i loro  membri, non la Royal Geographical Society  che aprì la possibilità anche per le donne di aderirvi  solo nel 1913 (il solito  maschilismo…)

Devo  confessare la mia totale ignoranza a riguardo  della sua figura: solo leggendo  tra le righe del libro di  Henry David Thoreau Walden ovvero Vita nei  boschi* ne sono  venuta a conoscenza.

Il filosofo  statunitense comunque non  si è  sprecato nel  descriverne la vita della sua contemporanea, tanto da dedicarle solo poche righe del  suo  libro:

Quando  la signora Pfeiffer nei  suoi  avventurosi  viaggi intorno  al mondo giunse nella Russia asiatica, non lontano  da casa sua, dice di aver provato  la necessità di indossare un altro  abito e lasciare quello  da viaggio quando  fece visita alle autorità, perché era tornata in un Paese civile dove gli uomini vengono  giudicati dai  loro  vestiti

Che lei abbia provato  o meno la necessità di  cambiarsi  d’abito per far visita alle autorità potrebbe essere un’ipotesi veritiera, certo è il fatto  che da piccola lei  amasse vestirsi  da maschiaccio e praticare sport ed esercizi fisici non propriamente femminili  considerando  anche l’epoca in cui  viveva.

Questa sua particolare inclinazione trovò nel padre, Aloys Reyer un ricco produttore tessile, un forte sostenitore tanto  che la incoraggiò a seguire la stessa educazione dei  suoi  fratelli (cinque fratelli  e una sorella minore).

Purtroppo  alla morte del padre, avvenuta nel 1806 quando lei aveva appena nove anni, la madre Anna la ricondusse al cliché di un’educazione  più femminile: basta con gli  abiti maschili  e sport virili ma, al loro  posto,  crinoline e lezioni  di piano.

Il primo maggio 1820 sposò l’avvocato Mark Anton Pfeiffer di  Lemberg (l’attuale Leopoli in Ucraina) più vecchio  di lei  di ventiquattro  anni, vedovo  e con un figlio a carico.

Da questo  matrimonio  nacquero due figli  e cioè Alfred nel 1821 e Oscar tre anni dopo.

Ben presto l’avvocato  Pfeiffer, dopo  aver scoperto  e denunciato  la corruzione di  alti  funzionari governativi, venne costretto a dare le dimissioni trovandosi  nella situazione di non avere più un impiego: toccò alla moglie Ida provvedere al mantenimento  della famiglia con lezioni  di  disegno  e musica e prestiti di  denaro  da parte dei  fratelli.

Questa precaria situazione economica si  risolve quando  lei, alla morte della madre avvenuta nel 1831, eredita una cospicua somma che le consente una vita agiata a Vienna con  i suoi  due figli, mentre il  marito rimane a Lemberg (divorzio?).

La seconda vita di  Ida

A questo punto finalmente lei potrà dedicarsi  a quello che ha sempre sognato  di  fare e cioè viaggiare.

Nel 1842 viaggia lungo il Danubio per arrivare poi  a Istanbul e continuare verso Gerusalemme, non prima di  essersi  fermata a Gallipoli, Smirne, Rodi, Cipro, Beirut e Giaffa.

Una volta ritornata a Beirut, sempre nello  stesso  anno, si imbarca verso  l’Egitto visitando Alessandria, il Cairo e le sponde del Mar Rosso, ed è sulla strada del  ritorno che  avrà l’occasione di  fermarsi  a Roma.

Durante i  suoi  soggiorni  ebbe l’occasione di incontrare personaggi  quali il pittore paesaggista Hubert Sattler, quello britannico William Henry Bartlett, il botanico (nonchè conte) Friedrich von Berchtold.

Traduce le sue esperienze di  viaggio in libri che, come nel  caso di  quello pubblicato nel 1844 Il viaggio  di una donna di  Vienna in Terra Santa, diventano  dei  best seller  tradotti anche in altre lingue e pubblicati  oltre che in Europa anche negli  Stati Uniti.  e dei quali introiti  le permetteranno  di progettare altri viaggi.

I guadagni ottenuti  dai  suoi  libri  le permetteranno di preparare altri  viaggi  e infatti il 10 aprile 1845 da Vienna arriverà a Copenaghen (nel  frattempo  ha imparato  anche la lingua danese oltre che l’inglese), all’incirca un mese dopo si imbarca per raggiungere Hafnarfjörõur sulla costa sud – occidentale dell’Islanda e, cavalcando, si sposta fino  a Reykjavik per poi visitare l’ area geotermica di Krýsuvík.

Nel  suo  curriculum di  viaggiatrice  non poteva mancare la scalata al  vulcano Hekla ritenuto  nel  medioevo islandese la Porta dell’Inferno.

Ritornata in Danimarca proseguirà verso la Svezia e la Norvegia.

Appena il tempo  di  ritornare a Vienna che già nel 1846 iniziò il viaggio  verso il resto del mondo: le mete furono il Brasile, il Cile, Tahiti, Cina, India, Persia, il tutto durò quasi  due anni e nel 1850 pubblicò i tre volumi intitolati  Un viaggio intorno  al mondo

Soldi, soldi, soldi….

Ovviamente scrivere libri  e venderli può aiutare molto i progetti  di un’accanita viaggiatrice qual era Ida Pfeiffer, ma non erano  sufficienti.

Per questo motivo  si  trovò a dover vendere ricordi  dei suoi  viaggi al  Museo reale di  Vienna e, come gli  scrittori  di oggi, fare delle tournée per pubblicizzare i propri  libri: e proprio  a Berlino, oltre a un pubblico  entusiasta,  incontrerà colui  che per lei rimaneva un modello  da seguire fin dagli anni  giovanili  e cioè Alexander von Humboltd

Per concludere

Potrei  ancora scrivere molto  sui  viaggi  di  Ida Pfeiffer, ma sarebbe un lungo  elenco  di  altri luoghi da lei  visitati, dagli Stati Uniti al Madagascar suo  ultimo viaggio,  e quello  di incontri con personaggi  appartenenti  al mondo  accademico, quello  dei (cosiddetti) nobili, qualche militare, scrittori e avventurieri.

In effetti  quello  che più mi premeva descrivere non è tanto la vita avventurosa di una donna appartenente a un’altra epoca, ma della  caparbietà nel  seguire la natura insita nel proprio  essere.

Possiamo essere avventuriere o casalinghe, ma questo  rimane l’unica maniera per avere  una vita più che soddisfacente (non reprimiamo  i nostri  desideri, ragazze).

Il libro in anteprima 

Non mi risulta che l’editoria italiana abbia dedicato molto  spazio  ai  libri  di  Ida Pfeiffer, per cui ho  trovato l’anteprima del  suo  resoconto  del  viaggio in Scandinavia e Norvegia in inglese (un po’ di ripasso non fa mai  male)

ALTRI SCRITTI

*Troverete l’anteprima di  Walden ovvero  Vita nei  Boschi  di H.D. Thoreau in questo mio  articolo:

Natura selvaggia? Si, forse, non lo so…

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

I dischi volanti nelle mie divagazioni estive

Dischi volanti

Gli uomini desiderano i miracoli così disperatamente da vedere ciò che vogliono vedere

Fox Mulder (David Duchovny) in  Miracle Man – X- Files 1°stagione episodio  18

I dischi  volanti  nelle opere classiche

Per gli ufologi quello che Diodoro  Siculo  riportò nella sua monumentale Bibliotheca Historica (XVI, 66, 3 – 5),  cioè ciò che venne visto nel 343 a.C. nel cielo  sopra al  mare aperto  tra la Grecia e la Sicilia, fu il primo  avvistamento  di un disco  volante:

Dischi volanti
William Rainey (1852 – 1936): Timoleonte salpa per la Sicilia guidato da una fiaccola miracolosa

Durante la navigazione accade a Timoleonte un fatto  singolare e straordinario, in quanto  gli  dei  lo assistettero nell’impresa e preannunciarono  la fama e la gloria che avrebbero  avuto  le sue gesta: nel  cielo una torcia accesa indicò per tutta la notte il cammino  fino a quando  la flotta non raggiunse l’Italia…

Quindi il condottiero  greco impegnato nella sua battaglia contro i tiranni  di  Siracusa avrebbe avuto il beneplacito di un qualunque ET che si  fosse trovato da quelle parti in quell’epoca.

Peccato  che a guastare l’ipotesi degli ufologi  (per loro una  certezza) siano  i  soliti  scienziati  guastafeste che imputano il fenomeno  alla semplice visione della scia causata dal passaggio  di una cometa o  meteora che, dal punto  di  vista degli  antichi, aveva del miracoloso.

Nei  secoli seguenti all’episodio  riportato  da Diodoro  Siculo, altri storici  come Tito Livio , PlutarcoGiuseppe Flavio riportarono nelle loro opere le cronache di fenomeni  simili.

In questa lista degli  avvistamenti UFO,  redatta da Wikipedia, si può avere un insieme parziale dei  fenomeni  attribuibili  a entità extraterrestri (compresi i poco credibili  episodi  di  rapimenti da parte di  alieni).

Mussolini  e il suo  disco  volante

Roberto Pinotti, presidente del  Centro ufologico italiano, nel 2000 rilasciò una dichiarazione durante un simposio ufologico  a San Marino in cui affermava di aver ricevuto  da fonti  anonime (ma guarda un po‘) documenti presi  da archivi fascisti nei  quali  veniva data testimonianza di uno schianto avvenuto  nel 1933, nei pressi  di  Milano, di uno  strano oggetto  volante.

Immediatamente Benito  Mussolini volle istituire il Gabinetto RS/33 (RS sta per Ricerche Speciali) guidato nientemeno  da Guglielmo  Marconi.

La gestapo da parte sua requisì tali  documenti (volete che Hitler lasciasse tutto nelle mani  del  suo  alleato?) per l’avvio  di un programma analogo.

L’astronave intanto  veniva nascosto in un hangar della Savoia Marchetti e presumibilmente trasferita nell’Area 51 alla fine della guerra.

Ovviamente non è mai  esistito un Gabinetto  RS/33, tanto  meno  Guglielmo Marconi ne sarebbe stato coinvolto. Diciamo che il tutto potrebbe servire come sceneggiatura per un eventuale film della serie di Indiana Jones ⌋   

UFO in streaming (The vast of the Night)

Prima, però:

Io credo  che in tutto l’Universo  vi  siano  altre forme di  vita perché, al contrario, tutto  questo  spazio senza vita sarebbe solo uno spreco.

 

Vi  consiglio, sempre se siete tra gli  abbonati  a Netflix, la visione del film The Vast of Night (recensione e trama nel  box seguente a cura di  MYmovies ) opera prima a budget ridotto degli  sceneggiatori James Montegue e Craig W. Sanger e del  regista Andrew Patterson.

vast of night
ALTRI SCRITTI

Antartide tra scienza e (pseudo) misteri 

Dall’esobiologia al  Wow signal 

Le sfere di  fuoco tra scienza e fantascienza in 4 brevissimi  paragrafi 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥