Natura selvaggia? Si, forse, non lo so..

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E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli  alberi, libri  nei  ruscelli, prediche nelle pietre,

e ovunque il bene.

William Shakespeare

Quando è il mito  a fare della natura un che di  selvaggio

Penso  che qualunque sia la definizione che vogliamo dare alla natura, essa sarà sempre l’oggettività del nostro pensiero a crearne una specie di  mito.

Ciò non vuole dire, ad esempio, che io non ami la natura: in essa mi ritrovo in un luogo  pregnante di  intima sacralità oppure, molto più prosaicamente,  in un luogo  lontano dalle quotidiane rotture di  scatole.

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Henry David Thoreau

Chissà se Henry David Thoreau ad un certo punto  della sua vita si è ritrovato  a condividere questa seconda parte del mio  pensiero dandogli  quella spinta necessaria per motivare la sua decisione:

Andai  nei  boschi perché desideravo vivere in modo autentico, per affrontare soltanto i problemi  essenziali  della vita, per vedere se avrei imparato quanto  essa aveva da insegnare, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto

Lo fece rintanandosi per due anni, due mesi  e due giorni sulle rive del lago Walden in Massachusetts, da questa sua esperienza il libro  che sarebbe diventato in seguito una specie di guida spirituale per gli  ecologisti e ambientalisti  di ogni  latitudine: Walden ovvero Vita nei  boschi (anteprima alla fine dell’articolo)

A monte della sua decisione, però, c’è l’iniziazione al trascendentalismo cioè, come ci  dice  Wikipedia, essere quel movimento poetico  e filosofico  sviluppatosi negli  Stati Uniti ne i primi  decenni  dell’Ottocento e che in Ralph Waldo  Emerson vide uno  dei  suoi  maggiori rappresentanti.

Fu proprio  Emerson, oltre che a dargli un lavoro  come precettore per i propri  figli, a prestargli quel piccolo lotto  di  terra nei pressi  del lago affinché Thoreau potesse mettere in pratica il suo  vivere appartato dalla società con il minimo essenziale.

Fraintendimento?

A leggere tra le righe di Walden non c’è un vero  e proprio inno alla natura, non si parla di  animali o  alberi ma solo la sperimentazione di  ciò che in pratica significa vivere al minimo come un eremita.

Già, un eremita!

Fatto  sta che Henry Thoreau  non era un eremita e il lago  Walden non si  trova in qualche regione sperduta dell’Himalaya.  

Il lago Walden è  a tre chilometri dalla città  di  Concord  facilmente raggiungibili  per sentieri  che non sono amazzonici e lui (Henry Thoreau) sembra che ogni sera si  recasse in città per far visita ai  genitori, incontrare gli  amici  e magari  fare con loro  bisboccia.

Inoltre, anche se si  atteggiava ad essere un individuo  solitario, la sua capanna era sempre aperta a ricevere la visita di  chi  si  fosse trovato  a passare da quelle parti.

Sarà stata un’errata interpretazione del messaggio di  Henry Thoreau a far si  che, piuttosto di seguire quella che oggi  viene definita con il termine  decrescita felice, la soluzione migliore è isolarsi  dal mondo  cercando  nella natura il rimedio  a un malessere interiore.

E’ quello  che sperimentò  Christopher McCandless  durante la sua giovane vita raccontata nel libro Nelle terre estreme di  Jon Krakauer e tradotto  nel linguaggio  cinematografico  da Sean  Penn nel  film da lui  diretto Into  the wild.

Prima di intraprendere il suo  viaggio  nella natura estrema Christopher McCandless scrisse a un amico:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo

Christopher McCandless morì in Alaska nel 1992, il suo  viaggio  nelle terre estreme era durato  due anni.

Il decesso  avvenne per fame: quando  fu ritrovato il suo  copro  pesava 30 chilogrammi.

I libri     

Il primo dei due libri che voglio   presentarvi  in anteprima è appunto Walden: ovvero  vita nei  boschi

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Come può un libro all’apparenza così remoto nel tempo e nello sguardo sul mondo parlare come pochi altri al nostro presente?

Walden è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita solitaria trascorsi da Thoreau nella campagna del Massachusetts, in un capanno sulle rive del lago Walden. A queste pagine militanti e risolute, oltre un secolo dopo, si ispireranno i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo.

Ma Walden è, soprattutto, un inno all’isolamento, il resoconto di un ritorno alla natura, per arrivare dritti al cuore smarrito delle cose.

Il secondo libro parte dal  concetto  di  natura selvaggia o, per meglio  dire,  quando  esso  sia nato: lo storico  Franco  Brevini  ne parla nel  suo  libro L’invenzione della natura selvaggia.

Gli antichi sentivano naturalmente, noi invece sentiamo la natura.

Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta.

La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come costruzione culturale.

Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

Tra coloro che ripercorrono da studiosi quell’universo mille volte descritto, dipinto, idoleggiato, pochissimi possono dire di averlo anche esplorato sul campo.

Uno di loro è Franco Brevini, letterato di lungo corso e viaggiatore con una predilezione per le condizioni-limite. E ancor più rara è l’efficacia della sua scrittura, che contrappunta la riflessione intorno alla wilderness, all’ecologia e all’etica ambientale con l’esperienza diretta dei cinquemila, dei paesaggi boreali o delle giungle del Borneo. Nessuno meglio di lui sa tradurre in parole il magnetismo e le ambivalenze della natura selvaggia.

 

ALTRI SCRITTI

 

Sull’argomento natura ho  scritto:

⇒ Il bosco vive, il bosco  diventa memoria

⇒ Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Lucia Berlin

Cosa ho  combinato, cazzeggiando  a destra e a manca per tutta la vita

dai  diari  di  Lucia Berlin

Lucia Berlin, una vita riflessa nelle short stories 

Se siete assidue frequentatrici  di  questo blog (aperto  anche al  pubblico  maschile e quello  LGBTQ) vi  sarete senz’altro  accorte di  quante donne mi hanno  aiutato nella stesura degli  articoli.

Naturalmente loro  non sapranno  mai  di  averlo  fatto,  ma non per questo non mi sento  debitrice nei loro  confronti, ad esempio: Audrey Hepburn ( Audrey Hepburn, buona alla prima  ), Virginia Woolf ( Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) , Jane Austen ( Jane Austen, l’intramontabile di  cui  non si sa nulla )  e altre ancora.

A questo  Circolo delle gentile  anime trapassate (  la scrivente ci  tiene a precisare che lei è ancora in vita) aggiungo un’altra figura di  donna superlativa, e cioè Lucia Berlin (il sito  a lei dedicato   lo  trovate in questa pagina)

Se nel 2015 la casa editrice Bollati  Boringhieri  non avesse avuto  l’intuizione di pubblicare La donna che scriveva racconti forse avremmo perso  l’occasione di  conoscere una scrittrice che, attraverso lo  stile narrativo proprio  delle short stories, da vita a donne quali infermiere, domestiche o drammaticamente alcolizzate, in un certo  qual modo il riflesso della vita dell’autrice stessa.

Nel 2015 il New York  Times pose  La donna che scriveva racconti  tra i 10 migliori libri di quell’anno di conseguenza anche le case editrici  italiane si  sarebbero interessate alle opere di Lucia Berlin (in primis la Bollati Boringhieri) tanto  che al primo libro seguì poi la raccolta Sera in Paradiso (troverete l’anteprima di  entrambi i libri alla fine dell’articolo).

Una biografia in poche parole

Lucia Berlin nel 1975 (Photo. Jeff Berlin)

Lucia Brown  Berlin era una donna molto  bella con una vita travagliata, ma non per questo di  carattere arrendevole, anzi la potrei  definire una guerriera se questo  termine oggi non fosse troppo  inflazionato e riconducibile alle eroine dei fumetti.

Nasce a Juneau in Alaska il 12 novembre 1936, suo padre è ingegnere minerario mentre la madre casalinga è vittima  dell’abuso  di  alcol (cosa che, purtroppo sperimenterà nella sua vita anche la scrittrice), ha anche una sorella più piccola, Molly, che morirà per un male incurabile.

Dall’Alaska la famiglia si  trasferisce in Idaho, quindi  nel  Montana e California, passando per il Texas (alla fine la stessa Lucia Berlin disse di  aver traslocato in trentatré case), fino  a giungere a Santiago  del  Cile,  ritornando poi negli  Stati Uniti dove, studiando presso l’Università  del  New Mexico, incontrerà il suo  primo  marito: lo scultore  Paul Suttman.

Il matrimonio durerà il tempo  necessario  per mettere al mondo i  primi  due figli, poi arriva il turno  del  pianista di  musica jazz Race Newton  andando a vivere con lui a New York  nel  Greenwich Village.

E’ una vita di  assoluta povertà che non le impedisce di  coltivare l’amore: così trova nel tossicodipendente Buddy Berlin (musicista anche lui) un’amante con cui  fuggire in Messico: dalla fuga, al  divorzio  da Race e al matrimonio  con Buddy che porterà  alla nascita di  altri  due figli.

Si  separa da Buddy  Berlin affrontando  con coraggio il peso  di  allevare da sola i  quattro  figli e questo la porterà a diventare infermiera, donna delle pulizie, centralinista: lavori  che fanno le protagoniste delle sue short stories.

Purtroppo  in  mezzo c’è anche la dipendenza dall’alcol  che combatte entrando (e uscendo) dagli  Alcolisti  Anonimi.

Morirà lo stesso  giorno  della sua nascita nel 2004 a Marina del Rey circondata dall’affetto  dei  suoi  quattro figli.

I libri di  Lucia Berlin 

In effetti il titolo  originale de La donna che scriveva racconti e cioè A Manual for Cleaning Women (Manuale per le donne di pulizie) sarebbe stato più attinente considerando  le storie in esso  contenuto dove, ovviamente, non si  tratterebbe di un manuale quanto  piuttosto la necessità di  recuperare il senso  di pulizia di  vite troppo prese dalla drammaticità dell’esistenza.

Lo stesso si potrebbe dire del secondo  libro  che vi propongo, solo  che nel  caso  di Sera in paradiso vi è un fondo di  malinconia in più.

Lucia Berlin

⌈  Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli quadri: protagonista la narratrice onnisciente o vari personaggi secondari, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica; un’insegnante gay.

Soprattutto, una domestica che ritrae, lapidaria ma benevola, le signore (e anche qualche signore) per cui lavora: una storia indimenticabile, che dà il titolo all’edizione americana del libro, Manuale per donne delle pulizie.

Indimenticabile è l’aggettivo che definisce il valore di una storia breve. Tutti ricordano la signora con il cagnolino di Cechov, o la famiglia Glass di Salinger, o l’anziana donna malata di Alzheimer che si innamora di un compagno di sventura, di Alice Munro. Più difficile è ricordare uno qualunque dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver, tutti molto simili: uomini che traslocano continuamente per sopravvivere a una crisi economica non solo individuale.

Non che sia possibile ricordare tutti i personaggi di Lucia  Berlin, diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo, ma di certo il tratto pittorico dell’autrice contribuisce a fissarli nella mente; complice una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz ma altrettanto ipnotica.

 

Lucia Berlin

 

Storie di luoghi, di paesaggi, dell’intero continente americano, di donne, di bambini e di uomini.

Storie che raccontano un temporale, un’alluvione, un incendio, una notte magica.

Storie di vicinato difficile, di profughi siriani, di messicani poveri e di americani ricchi o viceversa, di musicisti e di alcolisti, di corride e di fiestas, di attrici e di gigolo.

Storie che, come quelle di La donna che scriveva racconti, evocano momenti della vita di un’autrice fuori dall’ordinario.

Storie di amore, di malinconia, di piccoli e grandi drammi, di gioie inaspettate, di cambiamenti improvvisi, e una prosa impossibile da catalogare.

Le svolte impreviste, i rapidi mutamenti di tono, i passaggi dal riso al pianto, dall’ostilità alla commozione, dalla disperazione alla felicità, il lamento prolungato che svanisce all’improvviso, ricordano la musica jazz.

Una prosa che diventa dura, sobria e riservata, quasi distaccata, proprio nel rendere situazioni che una scrittrice meno efficace e sincera vestirebbe di emotività.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Il futuro non è in una sfera di cristallo

futuro

 

Carpe diem, quam minimum credula postero

Afferra il giorno, confidando il meno possibile nel  domani

Orazio

Il futuro (perché un domani  c’è sempre)

Povero  Orazio (Quinto Orazio  Flacco): non solo ho  pedissequamente preso una sua frase per farne introduzione al mio  scritto  ( frase letta in un articolo tratto  dall’ultimo  numero  di  Robinson, supplemento letterario  de La Repubblica) ma, oltre alla ruberia, ne contraddico  il senso affermando  che un futuro esiste e  esisterà sempre, e che in esso  va posta la speranza di una vita più serena.

A parte questo  sono debitrice anche della mia amica Rita (….ciao Rita) per avermi  fornito  l’immagine che mi ha dato lo spunto per scrivere  quattro parole in croce finalizzate a mantenere più che altro  attivo il blog (può anche capitare che io non abbia per nulla voglia di  scrivere).

Walter Molino, comunque, quando  disegnò nel 1962 questa copertina per La Domenica del  Corriere, non ebbe la visone di un futuro distopico   come alcuni  oggi vogliono intendere, semplicemente  si  riferiva al  traffico di  New York nel periodo  natalizio e una possibile soluzione tecnologica dovuta all’utilizzo della Singoletta antenata (mai  messa in produzione ma solo immaginifica) del moderno  Segway.

Certo che vedere oggi girare per le strade della città uomini e donne muniti di  mascherine anti – coronavirus (novità assoluta per noi, molto  meno per gli  abitanti dei  Paesi  asiatici) parrebbe dare ragione a chi  teme un futuro asettico sotto  tutti i punti  di  vista: da quello  fisico fino  ai  rapporti  sociali:

Ci  abbracceremo più come una volta?

In futuro  dove andremo ad abitare? 

Stefano Boeri in alcune recenti interviste ha dichiarato che il futuro  sia nei  borghi: UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti  Montani) ha raccolto  l’idea del celebre architetto e nel  farlo  ha inviato una lettera a   tutti  i Presidenti  delle regioni  italiane sollecitando fondi per gli incentivi per insediamenti  abitativi  nelle zone montane, ricordando  che già la  legge nazionale sulla Montagna (97/1994) sono individuate forme di  sostegno a coloro  che vogliono   trasferirsi in un borgo  montano.

Devo  dire che l’idea di  andare ad abitare in uno di  questi  borghi, specie in Appennino, mi  solletica da tempo: lo  so  che mettendo in atto questo proposito dovrei  lasciare la mia adorata Genova…ma in fin dei  conti le distanze non sarebbero incolmabili (escludo  di andare a vivere in Tibet!).

Voi  cosa ne pensate?

Il libro 

Jack London non è stato  solo  l’autore de Il richiamo  della forestaZanna Bianca (solo per citare due titoli della sua produzione creativa di  scrittore), ma anche de La peste scarlatta dove nel  testo  visionario si parla della tragica fine del genere umano a causa di una pandemia causata da un virus nel 2013….anteprima a fine articolo.

 

Nell’anno 2013, in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria, scoppia un’epidemia che in breve tempo cancella l’intera razza umana.

Sessant’anni dopo, nello scenario post-apocalittico di una California ripiombata nell’età della pietra, un vecchio, uno dei pochissimi superstiti (e a lungo persuaso di essere l’unico), di fronte a un pugno di ragazzi selvaggi – i nipoti degli altri scampati – riuniti intorno a un fuoco dopo la caccia quotidiana, racconta come la civiltà sia andata in fumo allorché l’umanità, con il pretesto del morbo inarrestabile, si è affrettata a riportarsi con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie. ⌋ 

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Cristoforo Colombo e le sue nascite

Cristoforo Colombo

Videro gabbianelli e un giunco verde vicino alla nave.

Quelli della caravella Pinta scorsero una canna e un tronco e raccolsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola.

Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti.

Dal  diario  di  bordo  di  Cristoforo  Colombo 11 ottobre 1492

La tradizione vuole che Cristoforo Colombo sia nato  a….

Cristoforo Colombo
Sebastiano del Piombo – Ritratto postumo di Cristoforo Colombo (1519)

Non c’è bisogno  di  essere i primi  della classe per sapere che Cristoforo Colombo  è nato  a Genova.….o forse no?

Perché se il capoluogo ligure (che è poi la città in cui  vivo  e lavoro) vuole che, insindacabilmente, il grande navigatore sia nato tra le sue mura – tale affermazione trova negli  scritti di  Paolo  Emilio Taviani la sua granitica certezza – è anche vero  che da più luoghi si avanza la pretesa (giusta o  sbagliata  che sia non sta certo  a me deciderlo) di  avere dato i natali  a Cristoforo  Colombo.

A tale proposito (e solo  come esempio) anche nel Monferrato, e cioè la cittadina di Cuccaro  Monferrato, si è candidata per avere fra i  suoi illustri concittadini l’Ammiraglio  Colombo, da ciò è nato  il Centro  Studi  Colombiani  Monferrini, il Museo Cristoforo  Colombo e, ovviamente, un sito  da cui trarre tutte le informazioni se interessati  all’argomento ( www.colombodicuccaro.com ).

….Cogoleto (?)

   La premessa che forse dovevo  fare all’inizio  di  questo  articolo è che alla sottoscritta non interessa dove sia nato Cristoforo  Colombo quanto, semmai, la storia e le vicende a seguito  della sua scoperta (vicende non sempre edificanti  se pensiamo a quelle legate ai   Conquistadores).

Comunque,  andiamo  a Cogoleto.

Cittadina rivierasca del ponente di  Genova a confine con la provincia di Savona, collegata a Varazze per mezzo  di una ciclopedonale, nata sull’ex sede ferroviaria, molto  bella e che, purtroppo, qua e là porta ancora i  segni di una violenta mareggiata di  quasi due anni fa.

Cogoleto  era conosciuta per i  cantieri  navali (non ci sono più), per l’ex manicomio  di  Pratozanino (chiuso  da parecchio  tempo  e con una superficie enorme che ancora oggi  non si  sa da cosa verrà riempita), dalla Tubi Ghisa (chiusa, anche qui  non si  sa cosa nascerà al  suo  posto) e dalla Stoppani una delle industrie chimiche  più inquinanti d’Europa chiusa anch’essa da tempo  e che ha lasciato in eredità un vasto  terreno  da bonificare dalle scorie chimiche.

Quindi alla cittadina non restava che dedicarsi  al turismo, avendo  come concorrenti Arenzano  a levante e Varazze a ponente entrambe (forse) più organizzate per il turismo (già vedo all’orizzonte un drone armato per darmi  la caccia dopo  queste mie dichiarazioni) 

Fatto  sta che all’incirca una decina di  anni  fa uno storico  locale, Antonio  Calcagno già insignito del  titolo di Cavaliere dell’ordine al  merito  della repubblica italiana, condusse una seria  ricerca storico  – archivistica, durata più di  quattro  anni, presso  gli  archivi  spagnoli da cui la scoperta che:

Tutto  sia nato da un errore di omonimia e cioè la contemporanea presenza di  famiglie Colombo ligure, e in particolare quelle di  Genova e Cogoleto, abbia ingenerato  confusione….

Ma è soprattutto  un documento ritrovato  negli  Archivi  di  Stato di Genova nel 1840 (documento  stesso  non più reperibile a quanto sembra) che parla di un atto  notarile riguardo un eredità:

Alla morte di Cristoforo  Colombo di  deve decidere a chi  spetterà l’insieme dei  privilegi dovuti  alle Capitolazioni  di  Santa Fè….

Essendo che la successione avviene in linea maschile primogenita, il primo  a beneficiarne era Diego poi, a seguire il suo primogenito  Luis e così via.

Quando non vi  sono più eredi  maschi, finalmente si  arriva a considerare le donne della famiglia, da ciò la disputa per l’eredità tra due famiglie: quella di  Bernardo  Colombo  di  Cogoleto  e quella di  Baldassarre Colombo  di  Cuccaro Monferrato.

L’allora Repubblica di  Genova per arrivare a una conclusione della faccenda, incaricò i propri  diplomatici in Spagna di  acquisire documenti inerenti a Colombo di  Cogoleto tanto  grande in Spagna

Tutto  qui!

Il libro

Cristoforo Colombo

 Non potevo  che concludere con l’anteprima del libro  di Alfredo Capone Colombo  da Genova al  Nuovo  Mondo

Eccellentissimi re, in età giovanissima cominciai a navigare e continuo ancor oggi.

La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti di questo mondo…».

Cinquecento anni fa Cristoforo Colombo ha lanciato la sua sfida al mondo e da allora il mondo continua a raccoglierla, affascinato dal mito di un uomo capace di superare le frontiere della conoscenza. Ma perché è toccato proprio a lui scoprire il Nuovo Mondo?

Una scoperta che non consiste soltanto nell’andare in un posto sconosciuto, ma anche saperne tornare, conoscere, sperimentare, rischiare, oltrepassare confini dati, reali e mentali, laici e religiosi.

Per comprendere il coraggio e l’intraprendenza di chi naviga nel Medioevo bisogna partire da lontano, da Fenici e Greci, che per primi attraversarono i mari del Mediterraneo, ma soprattutto bisogna partire da Genova, la piú atlantica delle città italiane, e dagli orizzonti aperti della sua storia.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Si è geni indipendentemente dal nome che si porta

Nome

Che cosa c’è in un nome?

Quella che noi  chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo  stesso profumo  soave.

William Shakespeare 

Il nome prima di  tutto 

Il profumo di una rosa, come ha detto il nostro  bardo,  è una sua qualità intrinseca, come il genio di  una persona si palesa indipendentemente dai  dati  anagrafici  riguardante il nome e cognome.

Così Albert Einstein sarebbe arrivato in ogni modo a scrivere l’equazione E = mc2    anche se si  fosse chiamato Paolino  Paperino.

Nome
Irene Brin (anni ’40)

 Maria Vittoria Rossi, alias Madame d’O (non pensate a Histoire  d’O), alias Marlene, Oriane ma anche Geraldina Tron,  decisamente più conosciuta come Irene Brin era indubbiamente una donna geniale.

Figlia del generale dell’esercito Vincenzo  Rossi e di  Maria Pia Luzzato, Maria Vittoria era nata a Roma il 14 giugno 1911.

Dalla madre, nata e cresciuta a Vienna,  ereditò la passione per lo  studio  delle lingue, tanto  da arrivare a parlarne correttamente cinque, ma si può dire che Maria Vittoria Rossi fin dall’infanzia ha respirato l’aria di un’agiatezza non certo  comune, vantando  la presenza in famiglia di  sindaci e Ministri della Pubblica Istruzione –  lo zio  Francesco  Rossi, avvocato  penalista fu  sindaco  di  Bordighera dal 1901 al 1907, mentre il cugino  Paolo  Rossi  fu, per l’appunto, ministro  della Pubblica istruzione e Presidente  della Commissione Parlamentare Antimafia e della Corte Costituzionale – nonchè di una cugina di  secondo grado (figlia di  Paolo  Rossi) conosciuta nel mondo letterario  con lo pseudonimo  di Francesca Duranti (alias Maria Francesca Rossi).

A ventitré anni, quindi nel 1934, è a Genova per il suo  primo  incarico  da giornalista per il quotidiano Il Lavoro.

Nel 1937  Leopoldo  Longanesi  la volle per scrivere di moda nel  nuovo periodico Omnibus considerato il primo settimanale d’informazione italiano: qui lei per firmare i  suoi  articoli  sceglierà come primo nome quello di Manù, per poi diventare Oriane in omaggio  al personaggio  di Oriane de Guermantes  invenzione di  Marcel  Proust.

Quando  Maria Vittoria divenne Irene Brin 

Fu  sempre Leopoldo Longanesi a suggerirle il nome di Irene Brin, questo  dopo  aver letto il suo articolo intitolato  Sera al  Florida che lo  lasciò entusiasta.

Il Florida
Il Florida era un locale notturno romano vicino a Trinità dei Monti, molto in voga nella fantasia degli italiani che, ascoltando programmi alla radio, lo avevano mitizzato. Irene Brin, nel suo primo, articolo firmato con questo pseudonimo, ne descrisse con sottigliezza lo squallore agli antipodi di quella idea di mondanità tanto cara al pubblico radiofonico.

Nel 1941 Irene Brin scrive il  suo primo  libro  Olga a Belgrado (anteprima alla fine dell’articolo) ispirato  dalla esperienza che ebbe durante la guerra in Jugoslavia.

Nel 1943 ritornò a Roma con suo marito Gaspero  del  Corso il quale, essendo un ufficiale dell’esercitò italiano, dopo  l’armistizio per i nazisti divenne un disertore, quindi  lui  insieme ad altri  ufficiali e semplici  soldati dovette nascondersi, per evitare di  essere catturato  e fucilato.

Fu un periodo  difficile anche per lei, tanto  che per sopravvivere dovette vendere alcune stampe   a firma di Matisse, Picasso e Morandi, solo  in seguito  trovò un lavoro  di  commessa presso una libreria d’arte romana: La Margherita.

Ed è in questa libreria che i  coniugi  del  Corso incontreranno un artista ancora non del  tutto  conosciuto e cioè Renzo  Vespignani,  il quale si presentò con molte delle sue opere, acquistate in blocco dai del  Corso  e subito  rivendute con un cospicuo guadagno.

Nel 1946 Gaspare e Maria del  Corso  acquistarono un locale in via Sistina al  numero  146 facendone una galleria d’arte, la prima aperta a Roma dopo  la guerra,  che in breve tempo  divenne famosa:  L’Obelisco.

Irene Brin (ma in seguito Maria Vittoria cambiò ancora il nome con cui  firmava i  suoi  articoli su  diversi  settimanali) continuò la sua carriera parallelamente a quella di  gallerista insieme al marito, arrivando ad entusiasmare per il  suo  stile Carmel  Snow caporedattrice di  Harper’s Bazaar che la volle subito come Rome editor nel 1952.

Purtroppo una malattia incurabile uccise Irene Brin il 31 maggio 1969, quando lei  aveva cinquantotto anni.

Oggi  riposa a Sasso  di  Bordighera, la sua casa di origine, dove lei  fece ritorno sapendo  che la fine era prossima.

Il libro

Nel 1941 Irene Brin raggiunse il marito Gaspero del Corso, ufficiale in Jugoslavia, contando di scrivere una serie di racconti e articoli per Il Mediterraneo e di non restare più di sei mesi in quella terra povera e degradata.

Vi rimase invece tre anni, durante i quali viaggiò tra Belgrado e Lubiana, incontrando città distrutte, località di villeggiatura abbandonate e campagne aride. A seguito di quell’esperienza riuscì a scrivere il suo libro più bello, l’unico in grado di mostrare chi si nascondeva veramente dietro quella che sarebbe diventata la giornalista di costume più amata e contestata d’Italia.

Fu pubblicato una sola volta, nel dicembre del 1943 e non ebbe vita facile visto che, come racconta la stessa Brin, “fu sequestrato quasi dovunque perché il titolo e il contenuto sembravano troppo favorevoli ai partigiani jugoslavi”.

Con Olga a Belgrado, Irene Brin firmò un’opera che è allo stesso tempo il diario coinvolgente di una guerra dimenticata come quella jugoslava e un romanzo per racconti capace di svelare con una modernità sorprendente il disagio e l’incomunicabilità che rende tragicamente simili tutte le guerre.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Femminismo tra azione e letteratura

Femminismo
We can Do It! – Poster di J.Howard Miller (1943)

Donna non si nasce, lo si  diventa

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno  alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio  e il castrato che chiamiamo  donna

Tratto  da Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir

Femminismo o modelli  di  femminismo?

E’ facile dire sono una femminista, ma è  chiaro che al concetto di  femminismo  si  accompagna un caleidoscopio di interpretazioni così, tanto per citare due esempi, vediamo cosa hanno  scritto  a proposito due  donne, la prima è Marguerite Yourcenar:

C’è un femminismo estremista che non amo. Soprattutto per due suoi aspetti. Il primo: l’ostilità verso l’uomo.

Mi sembra che nel mondo ci sia già troppo ostilità bianchi e neri, destra e sinistra, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti che non c’è bisogno di creare un altro ghetto.

Il secondo: il fatto che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno il manager che fa affari, il finanziere, il politico senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività

La seconda definizione, la  più sintetica, è anche  quella che considero più mia ed è  di  Maya Angelou:

Sono una femminista… Sarebbe stupido non stare dalla mia parte

La copertina
Rosie the Riveter è un’icona culturale degli Stati Uniti. Essa rappresenta le donne americane che, durante la Seconda guerra mondiale, lavoravano nelle fabbriche di armamenti, spesso in sostituzione degli uomini chiamati al fronte. L’immagine We Can Do It! faceva parte della propaganda per sostenere il morale della popolazione (potrebbe esserlo anche in questa tragica situazione di pandemia). Oggi Rosie the Riveter è comunemente usata come simbolo del femminismo e del potere economico delle donne.

Femminismo  e letteratura

Femminismo
Simone de Beauvoir al Café de Flore di Parigi (1950)

Ho già scritto del  coinvolgimento  di  Virginia Woolf con il femminismo (Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) e di  quello  di un’altra artista quale Alice Neel ( Alice Neel: artista e femminista ), oggi  aggiungo quello  che era essere femminista  per  Simone de Beauvoirintanto  lei  stessa precisò:

 Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo

Il suo punto di  vista, legato  al fatto  che lei  era un’esistenzialista, si  concentrava sulle cause della condizione di inferiorità in cui  si  trovava la donna (e tuttora si  trova per certi  aspetti)  e sulle possibilità per uscire a testa alta da tale condizione.

A riguardo della  condizione d’inferiorità della donna nella società anche il movimento  anarchico, in maniera molto più radicale ( trattandosi  di  anarchia non poteva essere altrimenti), pensava che solo  un profondo rivolgimento sociale poteva liberare la donna dall’ oppressione patriarcale.

Belle parole, sennonché proprio un padre dell’anarchia e cioè Pierre -Joseph Proudhon sosteneva che:

La donna è naturalmente inferiore all’uomo e la sua unica occupazione poteva solo  essere che dedicarsi  alla casa e alla famiglia.

Per fortuna a contraddire questa idiozia da galletto presuntuoso ci pensò la  comunista rivoluzionaria Jenny d’Héricourt (in realtà si  chiamava  Jeanne-Marie Poinsard) che nell’articolo  Proudhon e la questione delle donne mise alla berlina la misoginia del pensatore anarchico.

A voler aprire una polemica (e chiuderla subito  dopo) sembra che, in piena pandemia,  nella confusione della cosiddetta Fase 2, cioè quella che porterà molte persone sui  posti  di  lavoro, ci  si  sia dimenticato delle donne: infatti, dati  alla mano, ben il 72 per cento dei  lavoratori sono appunto  uomini, come uomini sono i componenti dei vari comitati (troppi) nati per gestire l’emergenza Covid – 19.

In pratica le donne sono state lasciate a casa a gestire famiglia e telelavoro  (quando  c’è): vuoi  vedere che la misoginia di  Proudhon riscuote consenso nei  vertici  decisionali?

Ritornando  a Simone de Beauvoir

Mi sono  accorta di  essermi dilungata troppo  trascurando  la nostra Simone, a proposito: è notizia recentissima quella che verrà pubblicato in Francia (e spero presto  anche qui  da noiLe inseparabili il romanzo che de Beauvoir non volle assolutamente pubblicare quando  lei era in vita, che parla del   legame con la sua amica inseparabile da quando  lei  aveva nove anni con   Elizabeth Lacoin, amicizia terminata tragicamente quando  quest’ultima morirà a ventidue anni  nel 1929.

Riservandomi di  scrivere in futuro  qualcosa di più su  questa stupenda amicizia e del perché Simone de Beauvoir non volle pubblicare Le inseparabili , ma la figura di  Elizabeth è presente in alcuni  suoi libri  sotto  altro nome, non posso  tralasciare di un altro  suo libro,  e cioè Il Secondo  sesso (anteprima alla fine dell’articolo).

Le deuxième sexe fu  pubblicato in Francia nel 1949, allora Simone de Beauvoir era già celebre anche se alcuni pretendevano  dire che tale celebrità era dovuta più che altro al  fatto  che lei  era la compagna di Jean-Paul Sartre.

Naturalmente questo  era il giudizio  delle malelingue perché  in effetti  Simone de Beauvoir non aveva bisogno certo  di  essere la compagna di  Sartre per essere celebre, inoltre, andando  contro una certa idea di  donna restia a chiedere per se l’uguaglianza con l’uomo, spronava le stesse a prendere coscienza di  questa loro  auto esclusione.

Il secondo sesso  arriva in Italia solo  nel 1961 trovando un pubblico attento al  suo messaggio  tra le donne impegnate politicamente (non solo  nel  PCI), ma anche nelle organizzazioni femminili.

Ovviamente, parlando  di ideologia cristiana, della misoginia di  molti  grandi  pensatori, di psicanalisi, ma anche di  vagina, piacere sessuale, stupro e contraccezione, il libro  con le sue cinquecento  e passa pagine non risultava immediatamente digeribile anche per quelle donne impegnate politicamente o nelle società.

Il Vaticano da parte sua, vestendo  la sua secolare veste di inquisitore e censore, aveva già dal 1956 messo all’indice il libro, nonostante fosse diventato un best seller nel mondo (comunque anche qualche maître à penser   comunista pensò di  censurarlo).

Anteprima 

Femminismo

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.

In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.

Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Barbara Loden e Wanda: dalla realtà al cinema

Femminismo non è una parola oscena.

Penso  soltanto  che le donne appartengono alla popolazione umana con gli stessi  diritti di  chiunque altro.

Cyndi  Lauper

Partendo da Wanda

Wanda è un film drammatico indipendente  del 1970 ambientato in Pennsylvania.

Il soggetto  del  film si  basa su  di una storia di  cronaca vera  e cioè quello  di una donna che si  lascia coinvolgere in una rapina in banca , vede morire il suo  complice durante la rapina stessa  e, una volta catturata, viene processata e condannata a venti  anni  di carcere.

Questa storia di cronaca nera viene casualmente letta su  di un giornale locale da Barbara Loden la quale ne prende lo spunto per il soggetto del  film Wanda, di  cui  sarà sceneggiatrice, regista e interprete.

Il personaggio  di  Wanda è una donna apparentemente apatica, scialba, che non si prende cura di  se stessa fino all’annichilimento della propria vita.

Il film, ambientato tra la  Pennsylvania orientale e Connecticut , ottenne un finanziamento  dal produttore di  Los Angeles Harry Shuster con un cast molto  ristretto  di  attori e con una buona dose di improvvisazione durante le riprese, tipico di un certo  genere della cinematografia sperimentale.

Wanda venne presentato nel 1970 alla 31°  Festival Internazionale  del Cinema di  Venezia dove vinse il premio  Pasinetti  come miglior film straniero.

Francesco Pasinetti
Francesco Pasinetti (Venezia, 1º giugno 1911 – Roma, 2 aprile 1949) è stato un critico cinematografico, sceneggiatore e regista italiano. È riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della cinematografia italiana degli anni trenta e quaranta e come storico del cinema internazionale. Ha condotto una vasta attività di divulgazione sulla tematica dello spettacolo cinematografico in quanto autore di alcune importanti opere, promotore di mostre e convegni, collaboratore di numerose testate ed insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia, di cui fu anche Direttore. Ha realizzato numerosi documentari, dedicati soprattutto alla sua città natale. Si è occupato inoltre di attività teatrale, scrivendo o dirigendo opere in prosa e musicali, nonché di fotografia e pittura. Tuttavia, nonostante l’intensità del suo impegno nel campo del cinema, non è mai riuscito, a parte una sola pellicola giovanile, a coronare i suoi progetti di diventare anche regista di film a soggetto. Tratto da Wikipedia

Nel 2010 la pellicola restaurata venne proiettata fuori  concorso al 67° Festival Internazionale del  Cinema di Venezia, mentre nel 2017 è stata selezionata per la conservazione nel National Film Preservation Board  dalla Library  of Congress degli  Stati Uniti.

Quando il film fu proiettato  per la  prima volta nelle sale statunitensi l’accoglienza da parte delle femministe fu  di  pura critica, in quanto  Wanda per loro rappresentava una donna passiva e sottomessa lontana dalla lotta di  rivendicazione del  femminismo.

Con gli  anni il giudizio diventa diametralmente opposto  vedendo in Wanda l’archetipo  di una donna che, a modo suo, si  ribella alla morale di una società bigotta.

Arrivando  a Barbara Loden (una breve biografia)

Barbara Loden

Questa è  Barbara Loden quando  posava nelle vesti  di pin -up per le copertine di  alcune riviste  facendosi  chiamare Candy  Loden.

Barbara Loden  nasce l’8 luglio 1932 a Asheville in North Carolina dove, dopo la separazione dei  suoi  genitori,  trascorrerà la sua infanzia allevata dai  nonni  materni in un ambiente rurale e molto  conservatore.

All’età di sedici anni  si trasferisce a New York dove inizia la sua carriera di modella e ballerina presso il night club Copacabana.

La svolta della sua vita avviene quando spinta dal desiderio  di  diventare attrice si iscrive ai  corsi  dell’Actors Studio: nel 1957 debuttò in teatro  in Compultion,  in seguito  in The Higest  Tree  con Robert Redford e Night Circus con Ben Gazzara.

Barbara Loden
Barbara Loden nel 1958 nel dramma Today is Ours

Nel 1960 recita affianco a Montgomery Clift nel  film di  Elia Kazan Wild River : nel 1966 sposerà proprio  Elia Kazan  di  23 anni  più anziano da cui  avrà un figlio che si  chiamerà Leo (un altro  figlio, Marco, lo  aveva avuto precedentemente dal  matrimonio  con il produttore cinematografico Larry Joachim).

 Anche il matrimonio  con il famoso regista stava per sfociare in un divorzio quando, sfortunatamente per lei,  nel 1978 le venne diagnosticato un  tumore al  seno che la uccise il 5 settembre 1980.

Nonostante una vita e una carriera densa di traguardi, Barbara Loden ebbe a dire di  se in un’intervista:

Non ero  niente. Non avevo  amici e nessun talento.. Ero un’ombra. A scuola non avevo imparato  nulla e non amavo il cinema, mi faceva paura la gente così perfetta, mi faceva sentire ancora più inadeguata….

Il libro 

Barbara Loden

La scrittrice francese Nathalie Lèger dedica a Barbara Loden il libro  Suite per Barbara Loden dove la narrazione della vita della scrittrice stessa si incrocia con il racconto della storia di una donna (Alma Malone) che ispirò il film Wanda e, quindi, la storia della sua regista.

Di Barbara Loden sappiamo poco: nata sei anni dopo Marylin Monroe nella provincia americana, si trasferisce giovanissima a New York dove lavora come modella, pin-up, ballerina, per poi recitare in due film di Elia Kazan, che sposerà nel 1969.

Nel 1970 scrive, dirige e interpreta Wanda, film che l’anno stesso vince il premio Pasinetti al Festival di Venezia ed è considerato oggi una pellicola di culto.

Come ha evidenziato Marguerite Duras, dietro alla figura della Wanda di celluloide si staglia nettamente quella della stessa Loden: “In Wanda accade un miracolo. Normalmente, c’è una distanza tra rappresentazione e testo, soggetto e azione. Qui quella distanza è completamente annullata.”

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Leonard, Fidel e Pierre: una loro piccola storia

Leonard

“Il comunismo  non è mai  andato  al potere in un Paese che non fosse smembrato dalla guerra o  dalla corruzione, o da entrambe”

John Fitzgerald Kennedy

1976: tra  golpe improbabili e nuove amicizie

Nel 1976 in Italia il comunismo  non era andato al potere: eppure la paura che il PCI riuscisse a governare il Paese fece temere per la stabilità dell’Alleanza Atlantica tanto che, in un documento  desecretato  del Foreign  Office nel 2008, si ipotizzò un golpe per fronteggiare tale eventualità.

Naturalmente il tutto era visto  come pura strategia teorica e quindi  irrealizzabile (per fortuna).

Se l’argomento ricade nei  vostri interessi vi  rimando al lunghissimo articolo pubblicato nel 2008 sul sito da La Repubblica.it ( Dalle carte segrete del  Foreign Office l’idea di un colpo  di  stato in Italia) .

Nel 1976 si  era ancora nel periodo  della Guerra fredda e Cuba era una spina nel  fianco  specie per gli  Stati Uniti  e gli alleati.

Leonard
Pierre Trudeau nel 1975

Non per il Primo  ministro canadese Pierre Elliot Trudeau (Montréal, 18 ottobre 1919 – Montréal 28 settembre 2000) che in quel periodo, rompendo  l’embargo verso  Cuba e irritando non poco  il governo  degli  Stati Uniti, volò all’Avana, accompagnato  dalla moglie Margaret e dal piccolo Michel di  appena tre mesi d’età,  restando ospite di  Fidel Castro per alcuni giorni diventandone amico.

Quando, disgraziatamente Michel morì nel 1998, a causa di una valanga mentre sciava nella British  Columbia , Fidel Castro andò a Montreal per i funerali, avendo quindi  l’occasione di abbracciare Justin,  il fratello  di Michel, allora ventisettenne ( l’altro  figlio  Sacha è oggi  giornalista in Canada).

Tocca ancora a Fidel  Castro, questa volta nel 2000, a ritornare in Canada per un altro funerale: questa volta per essere accanto  alla famiglia del  suo    amico  Pierre Trudeau.

Questa cortesia non verrà ricambiata dal premier Justin Trudeau alla morte del Lider Maximo allineandosi  in questa modo, ai leader occidentali (compreso  Obama)  che disertarono  le esequie oppure mandando  al loro posto  dei  rappresentanti.

Solo  dopo  i funerali Justin Trudeau scrisse un elogio ufficiale nei  riguardi dell’ex  presidente cubano.

La dichiarazione ufficiale di Justin Trudeau sulla morte di Fidel Castro
The Prime Minister, Justin Trudeau, today issued the following statement on the death of former Cuban President Fidel Castro: “It is with deep sorrow that I learned today of the death of Cuba’s longest serving President. “Fidel Castro was a larger than life leader who served his people for almost half a century. A legendary revolutionary and orator, Mr. Castro made significant improvements to the education and healthcare of his island nation. “While a controversial figure, both Mr. Castro’s supporters and detractors recognized his tremendous dedication and love for the Cuban people who had a deep and lasting affection for “el Comandante”. “I know my father was very proud to call him a friend and I had the opportunity to meet Fidel when my father passed away. It was also a real honour to meet his three sons and his brother President Raúl Castro during my recent visit to Cuba. “On behalf of all Canadians, Sophie and I offer our deepest condolences to the family, friends and many, many supporters of Mr. Castro. We join the people of Cuba today in mourning the loss of this remarkable leader.”

Leonard Cohen entra in scena

Leonard
Leonard Cohen

Ai funerali  di  Pierre Trudeau, oltre a Fidel  Castro, vi  era un altro importante personaggio, non della poltica ma della cultura musicale: Leonard Cohen

I due non si  erano mai incontrati  fino ad allora, anche se Leonard Cohen, nel 1961, si  era recato  a Cuba poco  prima del  tentativo degli esuli cubani  anticastristi (addestrati  dalla CIA)   di  rovesciare il regime di  Fidel Castro: tentativo   che sfociò nella disastrosa avventura della baia dei  Porci

Il cantautore poeta canadese era a Cuba seguendo le orme del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca il quale soggiornò all’Avana  per circa tre mesi  nel 1930.

Da quell’esperienza Leonard Cohen scrisse  Field Commander Cohen (il testo in italiano lo  troverete alla fine dell’articolo).

Comandante di Campo Cohen
Il Maresciallo di Campo Cohen fu la nostra spia più importante. Ferito mentre compiva il suo dovere, come paracadutare acido nei bicchieri delle feste diplomatiche, e costringere Fidel Castro ad abbandonare i suoi possedimenti. Ha lasciato tutto come un vero uomo, tornando a fare niente di speciale, sale d’attesa e code per i biglietti, suicidi con pallottole d’argento, messianiche mareggiate dell’oceano, e corse sull’ottovolante delle razze e altre tipi di noia spacciati per poesia. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Non ho mai domandato ma ho sentito che hai condiviso la tua sorte con i poveri. Ma poi ho ascoltato per caso la tua preghiera che tu possa essere questo e niente più di un cantante milionario adorato da qualche donna riconoscente e fiduciosa, il Santo Patrono dell’Invidia e il fruttivendolo della disperazione che lavora per il dollaro Yankee. So che hai bisogno di dormire adesso, so che la tua vita è difficile ma molti uomini stanno morendo laddove hai promesso di fare la guardia. Oh, amante vieni e sdraiati vicino a me, se tu sei davvero il mio amante, e cerca di essere per un po’ il tuo io più dolce, fino a quando non chiederò altro, figlio mio. e poi fai risuonare gli altri te, sì, fai che si manifestino e vengano fino a quando ogni sapore sarà avvertito dalla lingua, fino a quando l’amore sarà penetrato e appeso e ogni tipo di libertà si materializzerà, allora oh, oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio oh amore mio, oh amore mio, oh amore mio.

Alla prossima! Ciao, ciao...♥♥