Seguitemi nella Valle delle Meraviglie

Siete pronti per questa escursione nella Valle delle Meraviglie?
Si, allora seguitemi…
Credit: Archivio 24Cinque P&B

La Valle delle Meraviglie in poche parole (poche, poche…)

La Valle delle Meraviglie è un vasto circolo  glaciale disseminato  di  laghi.

Il toponimo Meraviglie è riferito  alle innumerevoli incisioni  rupestri  presenti  nell’area.

Il nome venne utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime di Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza 11 novembre 1692), quindi nella carta del  Theatrum Statuum  Sabaudiae (1682) ed in quella di Jean-Baptiste  Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi viene utilizzato, e che resterà tale per indicare questa particolare zona delle Alpi  Marittime.

La linea di  demarcazione ad est, tra le  Alpi  Marittime e le Alpi Liguri, passa dal   Colle di  Tenda (1.870 mslm).

Geologicamente le due catene montuose si  distinguono dal  fatto  che le Alpi Marittime presentano  rocce di  tipo  cristallino, mentre le Alpi  Liguri hanno  rocce di  tipo calcareo.

Due parchi naturali  interessano  l’area delle Alpi Marittime:  il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime (i  due parchi  sono gemellati dal 1987 e oggi   vengono  proposti come patrimonio universale dell’umanità dell’UNESCO)

ITINERARIO

Prima di  descrivere l’itinerario  il mio  suggerimento è per una  visita del  Musée des Merveilleis inaugurato il 12 luglio 1996 a Tende che, oltre ad essere un valido punto  di partenza per la conoscenza della Valle delle Meraviglie e le sue incisioni  rupestri, è un centro  di  ricerca per l’arte rupestre del Monte Bego.

 

Da Casterino  al  Lac Vert de Fontanalba 

La partenza è da  Casterino (1.546 mslm), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.


Visualizza mappa ingrandita

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 mslm) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

A questa punto  entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco  ci  darà tutte le informazioni  necessarie per la visita.

La Via Sacra
Credit: Archivio 24Cinque P&B

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici. Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In Breve arriveremo di nuovo  all’ingresso del  parco  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

In tutto il percorso ha una durata  di  cinque ore escludendo le soste per ammirare le incisioni e, magari, mangiare un panino.

Galleria fotografica

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Consigli  di  lettura 

 

Per  un maggior approfondimento sulla Valle delle Meraviglie e sulle incisioni  rupestri vi  consiglio  la lettura del libro Le incisioni  rupestri della Valle delle Meraviglie di Enzo  Bernardini  (Blu Edizioni – 2001)

Alla prossima! Ciao, ciao……………… 

Lontano da Marte ma vicino a Genova: l’anello del Lago del Brugneto

Viaggi extragalattici
©caterinAndemme

PASSOdopoPASSO

Gli extramondo a volte possono essere noiosi: pensate a quel  turista che nel 2318 (anno più, anno  meno) si  ritroverà insieme ad altre migliaia e migliaia di  suoi  simili a camminare su Le  Sabbie di  Marte  (piccolo  omaggio dedicato  a A.C. Clarke) tra venditori  di  souvenir (paccottiglia marziana , magari prodotta in Cina) e cibo preconfezionato  in pillole.

A parte questa mia  ipotesi futuribile , è anche vero  che oggi luoghi  come Venezia e le Cinque Terre, prese ad esempio tra le tante mete turistiche, subiscono sempre di più un turismo lontano dalla sostenibilità.

Ed è in questa situazione che si  arriva persino a chiudere i  cimiteri (il riferimento è a  quanto  accaduto  a Manarola nei  giorni scorsi) diventati per alcuni  (troppi)  luoghi per bivaccare e farsi  i selfie fra le tombe.

Ritornando  al  tema del Passo dopo Passo quello  che vi propongo  oggi è un’escursione a  pochi  chilometri  da Genova (molti  di più se provenite da Marte): 

L’anello del Lago  del  Brugneto

Prima di proseguire con la descrizione dell’itinerario due parole su l’ Acquedotto del  Brugneto:

Il lago del Brugneto
© Archivio 24Cinque P&B

Il lago  del  Brugneto è originato  da una diga a gravità alleggerita posta a sbarramento  dell’omonimo  torrente, affluente del  fiume Trebbia. l’impianto  iniziò la sua funzione nel 1960 (la costruzione ebbe inizio  nel 1955).

La diga è posta a circa 800 metri s.l.m. ed è lunga 260 metri  con un’altezza massima di  80 metri.

Per raggiungere Genova l’acqua percorre 13 chilometri in galleria attraverso un canale con la pendenza di 1/1000.

La portata è di  circa 1200 l/sec. con una portata massima di 2100 l/sec.

Il bacino  alimenta anche due centrali idroelettriche, una ubicata alla base della diga ed una costruita in galleria a Canate (Davagna), che ha prodotto, dal 1961 ad oggi, dai 20 milioni  ai 40 milioni di kWh/anno.

 

ITINERARIO

Il percorso inizia  a Santa Maria del Porto  raggiungibile  da Torriglia percorrendo  la SP 15 .

Poco  sopra la diga del  Brugneto un cartello  turistico indica il percorso contrassegnato  da un cerchio  giallo  barrato.

Mappa del percorso

La lunghezza dell’anello è di  circa 14 chilometri: considerando  che a metà  il sentiero  si  allontana di molto  dal  lago, arrivando  al paese di  Caffarena e quindi  ridiscendendo verso  di  esso, è per me  inutile dare un tempo  di percorrenza,  nel  senso  che ognuno  deve valutare le proprie forze e darsi un tempo  di percorrenza appropriato   (comunque, anche se pigri, in un mese o in un anno possiamo farcela).  

l’itinerario  segue quasi per intero  il perimetro  del lago, la folta vegetazione, per lo più una faggeta, regala frescura anche nel  periodo  estivo. inoltre sono presenti  numerose  aree di  sosta. 

A Costa di  Paglia incontreremo l’unico  tratto  di  strada asfaltata (è la provinciale che da Torriglia conduce a Propata):  si  tratta di pochissimi  metri  perché il sentiero piega subito  sulla nostra destra.

E’ nei pressi  di  Albora (qui  troviamo è una fonte) che abbiamo  perso  il segnavia, forse per una nostra distrazione,  ma un’abitante del posto  a cui  abbiamo  chiesto  informazioni  ci  ha subito  detto  che i proprietari dei  terreni limitrofi  hanno  sbarrato il passaggio impedendone, quindi, l’accesso  e proseguimento del sentiero  

Non ci è restato che proseguire per Caffarena  e da lì riprendere il percorso  originario (guarda   la cartina).

Dopodiché si prosegue per Fontanasse  in direzione della diga: attraversata, dopo qualche centinaio  di metri  su  asfalto in salita,  ci  ritroveremo  di nuovo  al  punto di  partenza.

Il Lago  di  Brugneto  e i  Siti  di Interesse Comunitario 

Il Lago  del  Brugneto è uno  dei  cinque Siti  di  Interesse Comunitario (SIC) all’interno  dei  confini  del Parco  dell’Antola 

I cinque SIC del  Parco  dell’Antola

Zona Speciale di  Conservazione Parco  dell’Antola 

Zona Speciale di Conservazione Conglomerato  di  Vobbia 

Zona Speciale di  Conservazione Rio  Pentemina 

⇒ Zona speciale di  Conservazione del  Lago  del  Brugneto

Zona Speciale di Conservazione Rio Vallenzona 

 

Cosa sono i Siti  di Interesse Comunitario?  

Essi  costituiscono  una rete ecologica europea denominata Rete Natura 2000  finalizzata al mantenimento e alla tutela di particolari  habitat e specie animali  e vegetali protetti  dalla direttiva 43/92 CEE, nota come Direttiva “Habitat”. L’obiettivo  primario  di  questi  siti è la salvaguardia della biodiversità e della naturalità di  certi  ambienti, nonché di  habitat seminaturali che esprimono lo stretto  connubio tra uomo  e natura e siano il risultato  delle tradizionali attività umane.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

Che forte i Forti di Genova

Il Forte Diamante

Lo so: come titolo è piuttosto povero di idee, ma passare una giornata in escursione ai forti  di  Genova (in special modo  verso il Forte Diamante) è un altro modo  per conoscere la città.

Perché, se Genova è La Lanterna, l’Acquario, il Palazzo Ducale, il suo  centro  storico (il più grande d’Europa), e tante altre perle sparse qua e là, i forti ne costituiscono un altro punto  di vista e cioè quello culturale legato all’attività all’aperto  che sia l’escursionismo, la bicicletta o una semplice passeggiata.

Premetto  subito una cosa: non aspettatevi  di  trovare delle fortificazioni ristrutturate con guide  e pannelli esplicativi sui  quanto  stiamo  visitando.

Non esiste nulla di  tutto  questo: sono solo  uno  scheletro (consistente, però) di  quello  che erano  una volta e magari  il Comune di  Genova potrebbe spendere qualche soldo per un la cartellonistica .

Ci muoviamo all’interno  di  quello che, dal 2008, è diventato il Parco  delle Mura: 617 ettari  di  terreno  a cavallo  tra la Val  Bisagno  e la Val Polcevera:

Al pari  della Grande Muraglia cinese, anche Genova ne aveva una tutta sua anche se su  scala ridotta ma, comunque, imponente: quasi  12 chilometri  di mura (più sette nel  tratto  al mare, ormai  inglobato  nel  tessuto  cittadino dove esiste ancora) intervallati da alcune fortezze a difesa della città. La parte più antica di  questa muraglia risale al 1625, mentre le fortificazioni risalgano  al 1815, quando,  sotto  i Savoia, Genova divenne un’importante piazzaforte del regno.

ITINERARIO 

Arrivando nel  centro  di  Genova, precisamente al  Largo  della Zecca, si deve prendere la funicolare che porta fin sul al  Righi (capolinea).

Da qui prendiamo la strada in salita che, biforcandosi dopo  qualche centinaio di  metri, ci obbliga a mantenere la destra (via Peralto). Superato un piccolo ponte in legno  si  continua a salire fino a raggiungere un archivolto  nei  pressi della trattoria Ostaia du  Richettu (il solito  TripAdvisor dice che è da provare).

Si prosegue fino  ad uno  slargo dove, nel  caso  abbiamo  optato  di  arrivare fin lì con un mezzo proprio, si può parcheggiare (panorama dall’alto sulla città).

Dopo un breve saliscendi ancora una volta ci  troviamo  davanti  ad un bivio: a sinistra il percorso  il sentiero indica la direzione verso  l’Ostaia de’ Baracche (ancora una volta TripAdvisor informa che la qualità è più che discreta, molti  commenti negativi  non sono  sul cibo  ma sul modo  di fare, tutto ligure, dei  gestori. Comunque, non fidandomi molto  dei  commenti, proverei  in prima persona a dare un giudizio).

Quindi, proseguendo  sulla destra, percorriamo  il rilassante sentiero a mezza costa con vista a valle sulla ferrovia Genova – Casella  (un altra meta turistica da non tralasciare).

 

 

 Percorrendo  questo  tratto  di  sentiero, specie nei  giorni  festivi, bisogna solo  fare un po’  di  attenzione all’incrocio  con i ciclisti ma, essendo mountain – biker  e quindi conoscendo la natura dei  frequentatori dei sentieri, convivenza e gentilezza sono  assicurati (è una mia piccola polemica nei  riguardi  di  alcuni  ciclisti, frequentatori delle ciclo – pedonali,  che presi  dalla mania della velocità non hanno molto  rispetto  per i pedoni).

Dopo questo piacevole tragitto, arrivati  nei  pressi di una trattoria (questa volta TripAdvisor tace) prendiamo  un sentiero sulla nostra sinistra che si inerpica: è il tratto relativamente più difficile (senz’altro non impossibile) tanto più, se il  giorno  prima vi  sono  state abbondanti piogge, il fango rende scivoloso  il terreno.

Comunque la salita è abbastanza breve (mezz’ora) e alla fine di  essa ci  ritroveremo  su un piccolo  pianoro  con dinanzi il monte Diamante ed il relativo forte.

A questo punto  abbiamo  due scelte: se siamo  amanti  dei  pendii himalayani possiamo  affrontare  la salita che in maniera diretta ci porta al forte altrimenti, ed è quello  che consiglio, sulla sinistra in basso  vi è un comodo  sentiero  che in breve aggira il  contrafforte montuoso, per poi risalire comodamente, lungo  alcuni  tornanti, verso  la nostra meta.

Proprio alla fine di  questo  sentiero, prima di iniziare la serie dei  tornanti, si può vedere uno  strano  fosso perfettamente circolare: questa era una neviera.

 

Come ho  già  detto in precedenza, si  tratta di una fortificazione parzialmente ristrutturata, quindi  una visita al  suo interno, se pur priva di pericoli, è sempre da farsi  con cautela.

Ops! Beccata in fase di restyling

 

Interessante è senz’altro il panorama che, dai  quasi  settecento metri  di  quota del  forte, spazia tutt’intorno.

Per chiudere l’anello  dell’itinerario, una volta ridiscesi dalla fortezza, si prende l’ampio  sentiero  che corre verso  sud (i  segnavia lungo il percorso  sono  tanti, ma in effetti è abbastanza facile orientarsi  anche senza di  essi).

A breve, sulla destra, incroceremo un bivio che porta verso il forte Fratello Minore (quello  che era denominato  Fratello Maggiore fu  distrutto  dall’esercito  tedesco per impiantarvi una batteria antiaerea).

 

Il Fratello Minore visto in lontananza dal sentiero principale

Rimanendo  sul sentiero  principale e facendo un’ulteriore piccola deviazione, possiamo guardare dall’esterno quello  che delle fortificazioni è il meglio  conservato: il Forte Puin (Puin, dicono  che sia traducibile in Padrino…..uhm…dubito).

Il Forte Puin venne costruito tra il 1815 ed il 1832 sui  resti di una precedente fortificazione del 1742.

Fino agli inizi degli anni ’90 era abitato  oggi è incluso  in un piano  di  valorizzazione del  sistema delle fortificazione che vede il Puin  come centro  aggregativo a carattere sociale e culturale – parole prese dal sito del  Comune di  Genova –  e luogo  di  sosta per i percorsi  turistici nell’ambito  del  Parco  delle Mura e collegamento  all’Alta Via dei Monti  Liguri.

Se questo progetto è andata avanti, oppure concluso, proprio non lo so.

Ad andare avanti invece siamo  noi che, seguendo  adesso le mura del forte Sperone, arriveremo  ad un cancello posto  tra le mura di  questo  forte e quelle del  Forte di  Begato (raggiungibile anche tramite un sentiero  che parte da Genova Sampierdarena).

Perché questo  varco  sia chiamato Cancello  dell’Avvocato, soprattutto   chi  sia questo  avvocato, proprio non  lo so: ditemelo  voi (grazie).

Forte Puin

Tralasciando la visita al Forte Sperone, tanto  è chiuso,  ci inoltriamo  su  di un sentiero sulla nostra destra che a breve ci  riporterà sul piazzale dove abbiamo lasciato il nostro  mezzo, oppure proseguiremo sull’asfalto ripercorrendo  la strada iniziale fino  ad arrivare alla funicolare (corse ogni mezz’ora all’incirca).

Alla prossima! Ciao, ciao……………………

Non perdiamo la bussola

Adesso da che parte devo andare?……….

 

Non so  decidermi  a chi  dare più del  decerebrato tra il pistolero di  Macerata e tutti quelli che l’osannano  come eroe: l’unica certezza che ho  è quella che si è smarrita la bussola della ragione.

Detto  questo passo alla bussola come strumento per orientarsi tra mappe e avventure sul terreno.

C’è chi  dice che le donne hanno un senso  dell’orientamento  inferiore rispetto  all’uomo: nel mio  caso, purtroppo, devo  dire che questa teoria mi  si  addice: se dico che il  bivio  che si  deve prendere in un sentiero è quello  di  destra, sicuramente la direzione giusta è a sinistra.

Una ricerca pubblicata sul Evolution and Human Behaviour afferma che un motivo  dovuto  a questa differenza risale ai  tempi  preistorici, cioè quando l’uomo alla ricerca di più donne per accoppiarsi viaggiava più delle donne che restavano  a casa ad  accudire la prole.

Non so  se alla base di  questa tesi vi  sia piuttosto l’effetto di  qualche tipo  di  erba che l’autore (o gli  autori) dell’articolo hanno fumato  per trovarne l’ispirazione, da parte mia considero  che, in questo  caso, l’orientamento c’entri  quanto il cavolo  a merenda (magari  a qualcuno  piace mangiare il cavolo  a merenda).

Nelle nostre escursioni io  delego  a lui tutto  ciò che riguarda la pianificazione e l’esecuzione del  tragitto.

In questa maniera ottengo un duplice vantaggio: il primo  è quello che non dovendomi  preoccupare dell’orientamento, posso  beatamente pensare ai fatti miei. Il secondo  è che se è lui a sbagliare posso  sempre dirgli: Te lo  avevo  detto  che bisognava andare dall’altra parte (ciò rientra nelle mie  piccole soddisfazione della vita).

A questa mia innata ignoranza su  come si  dispongono  meridiani e paralleli, su longitudine e  latitudine, il suo  consiglio è stato  quello di imparare qualcosa dal  libro Cartografia e Orientamento  edito dal Club Alpino  Italiano  (euro 20).

E’ un libro  veramente ben  fatto, ottime le illustrazioni e le spiegazioni  sono quelle decisamente alla portata di  tutti.

Non per me: dopo  il capitolo sulla forma e dimensione della Terra, quello  riguardante  le coordinate terrestri e quello  che parlava delle proiezioni cartografiche, il mio interesse è arrivato  al  fatidico punto  zero dove l’attenzione sfuma nello  stato  di  sonnambulismo.

D’altronde, a meno  di uno  sconvolgimento  cosmico, mi  serve proprio  una bussola per ritornare a casa da lavoro?

Ma voi  che siete più diligenti  di  me, senz’altro  state correndo  a comprare questo libro, in alternativa, oppure come prima infarinatura sull’argomento, vi  consiglio di  leggere quanto  il CAI di  Pontedera ha messo  a disposizione di  tutti gli interessati (Pdf).

Bene, vado  a cucinare la cena  ( la cucina è a 3 gradi ovest oppure a  9 gradi  est?).

Alla prossima! Ciao, ciao…… 


PLAYLIST

 

 

Mi piace scavare buche e nascondervi le cose dentro

Quando invecchierò spero che non dimenticherò di trovarli

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

Ho costruito una casa e aspetto qualcuno a strapparlo

Poi lo metti impacchetti, dirigendoti di fretta alla prossima città

Poiché ho ricordi e viaggiato come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Non ho radici, ma la mia casa non era mai la stessa

Mi piace stare in piedi, ragazzo è un desiderio pianificato

Chiedimi da dove vengo, dirò un posto differente

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

Non posso riuscire a contarli, e giocare ad indovinare il nome

È solo il posto che cambia, il resto è ancora lo stesso

Ma ho ricordi e viaggi come uno zingaro nella notte

E mille volte ho visto questa strada

Migliaia di volte

 

Voulez-vous faire un peu de longe – côte avec moi?

Onda su Onda  – 24Cinque © – 

 

Si  dice che l’attività fisica sia fondamentale per una vita sana e (possibilmente) lunga.

Da questo  dogma della medicina possiamo escludere a priori il guardare lo sport stravaccati  su  di un divano  e, magari, con una birra in mano: cosa che, soprattutto tra i maschi  riuniti in gregge, provoca il desiderio di  esibirsi in turpe emissioni  gassose attraverso il cavo  orale (in gergo  medicale: eruttazioni).

Dunque, per fare attività fisica, c’è  solo l’imbarazzo  della scelta in base a ciò che preferiamo.

Non sto qui  a dirvi  che io personalmente adoro  il nordic walking e l’escursionismo (tanto  a voi  cosa vi interessa?), ma piuttosto  di una nuova attività sportiva proveninete dalla Francia:   il longe – côte .

Intanto  dico  subito  che non è una  moda, ma che il longe – côte esiste dal 2005 quando  Thomas Wallyn, allenatore di  canoisti  a Dunkerque   (a proposito, molto  bello il film omonimo  di  Christopher Nolan)  , inventò il metodo per rinvigorire gli  atleti.

Dalla cittadina francese si  è poi  diffusa lungo  le coste francesi creando dei  veri  e propri  sentieri blu  arrivando, recentemente in Liguria, in special modo ad Alassio  e Laigueglia con il sostegno  della Federazione Italiana Escursionismo che per una volta abbandona i  sentieri montani  per quelli  marini.

La scelta dei  fondali  liguri  di  Laigueglia e Alassio  è facilmente intuibile dal  fatto che qui il fondo  è sabbioso a differenza di altri  fondali della regione percorribili  solo  se muniti  di  scarponi  da palombaro.

L’attrezzatura per il  (mi  viene il dubbio  che sia la) longe – côte consiste in una muta e una pagaia o attrezzo  similare.

Nel  video  a fine articolo qualche spiegazioni in più.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….


In Val Borbera lungo i Sentieri della Libertà

 

Beccata con un torsolo di mela in mano……….

 

Beccata con un torsolo  di  mela in mano: quasi quasi devo  dare ragione a Fulvia quando  dice che trovo sempre l’occasione per parlare direttamente, o indirettamente di  cibo: ma non questa volta, perché è di una piacevole escursione nell’alessandrino l’argomento di cui  andrò  a scrivere (dopo  aver gettato  il torsolo  nell’umido……).

Il sentiero che, partendo  da Borghetto  di  Borbera, conduce  fino  al santuario  di  Ca’ de Bello e quindi  a San Martino  di  Solvi, è parte dei Sentieri  della Libertà in provincia di  Alessandria già integrato in un progetto più ampio  che è quello  de La Memoria delle Alpi.

L’impressione è quella di  ripercorrere con la memoria i luoghi  dove si è consumata  la tragedia di  chi si è sacrificato per la libertà, e cioè i partigiani uccisi  dai  nazi-fascisti, ed  è la stessa  di quando, partendo  dal  sacrario di  da Kobarid abbiamo camminato  lungo uno  dei  sentieri  facente parte del  Pot Miru (Via di  Pace)  dedicato al  ricordo  dei  caduti  della Prima guerra mondiale lungo il fronte dell’Isonzo: come allora il desiderio  di oggi  è sempre quello della  ricerca  della Pace tra i popoli.

Arrivati  a Borghetto  di  Borbera si può parcheggiare  in piazza Europa, sede del  comune e  da qui, seguendo  la strada per il santuario  di  Ca’ de Bello, inizia il sentiero 204 (contrassegnato  dal segnavia con banda bianco – rosso).

Passati  alcuni  villini  il percorso  si biforca: da una parte avremo il sentiero vero  e proprio  che, in meno  di un’ora, ci  porterà al  santuario: purtroppo, per via del  recente gelicidio  che ha colpito  recentemente la zona, in alcuni  tratti il percorso è ostacolato  da alberi  abbattuti (un responsabile della sentieristica locale ci  ha assicurato  che presto  i tronchi  verranno rimossi).

L’alternativa è seguire sulla sinistra la strada poco  trafficata da auto: il tempo  di percorrenza si  allunga di  qualche decina di minuti, ma il panorama è ugualmente bello (noi abbiamo  preferito  fare il sentiero all’andata lasciando per il ritorno la strada).

 

 Immagine del sentiero 204 verso il Santuario di Ca’ de Bello

 

In cima al  sentiero  (praticamente tutto in salita), ci  aspetta una via crucis prima di  arrivare al  santuario.

 

Ca’ de Bello

 

 

Dopo una meritata e piacevole sosta riprendiamo  il cammino, questa volta per seguire il sentiero 200 che porta a San Martino  di  Solvi.

Il sentiero 200 (Anello Borbera – Spinti) è un itinerario  di lunga percorrenza che ha come punto  di partenza Stazzano e, con un percorso  pressoché circolare, ricalca i  confini  della valli Borbera e Spinti, raggiungendo  Arquata Scrivia.

L’itinerario  completo  ha uno  sviluppo  di  circa 100 chilometri.

Da: Nelle Terre del  Drago ed. Regione Piemonte 

 

All’inizio del sentiero 200 incontreremo questa lapide a ricordo di un partigiano lì trucidato

 

Questo  percorso  è  adatto  a tutti, basta avere la sola voglia di  camminare: il paesaggio e l’assoluta quiete sono  veramente un toccasana per la mente.

 

 

Dopo  poco  meno  di un’ora  e mezza da Ca’ de Bello (dipende sempre dalla gamba che si  ha) si  arriva alla nostra meta e cioè San Martino  di  Solvi (il sentiero 200 prosegue ben oltre toccando  anche il  bivio  per i l castello  di  Solvi)

Una sosta presso  la chiesa di  San Martino  di  Solvi, di origine medievale (XII secolo), un panino, una mela (quella del  torsolo  ad inizio articolo) ed un cioccolatino prima di  riprendere la strada del  ritorno.

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

Le cascate del Perino in Val Trebbia

Brrr…che freddo!

Lo  so  che sembro  vestita da lappone, ma quel  giorno  in Val Trebbia  vi  era un vento  talmente forte e gelido che ho  visto passare orsi  polari muniti di muffole, sciarpa e berretto  di  lana.

Cosa ci  ha portato fin li era un’escursione in direzione delle Cascate del  torrente Perino facilmente raggiungibili  dal paese (cittadina?) di  Bettola  proseguendo verso  la frazione di Calenzano.

Dopo  aver attraversato il borgo  parcheggeremo  davanti  al piazzale della chiesa da dove partirà il sentiero, con segnavia bianco – rosso  del  CAI (155)  per le cascate: il segnavia non è sempre visibile.

 

Si passerà davanti  ad un agriturismo (Agriturismo  Le Cascate)

Abituati  al  fatto  che di  solito si  sale verso una cima, abbiamo,  per l’appunto, proseguito seguendo il sentiero  in salita. Solo  dopo  quasi un’ora e mezza di  cammino, raggiugendo un punto  morto del  sentiero, ci  siamo  arresi  all’evidenza di  aver sbagliato percorso.

Infatti, una volta ritornati indietro, ci  siamo  accorti di un cartello  sbilenco  che indicava la direzione in basso sulla destra  verso  le cascate,  non quello   a sinistra che sale.

 

Lo sterrato verso le cascate

 

La prima cascata si incontra dopo  appena una manciata di minuti: abbiamo  trovato il sentiero  sbarrato in quanto  in manutenzione, ma con un po’  di  accortezza si può arrivare al  greto per ammirare dal  basso il getto  d’acqua che, attraversando una parete stratificata, forma un laghetto alla sua base.

Ritornando sul percorso  principale passeremo nei pressi  di un mulino  da poco  ristrutturato  (Mulino  di Rié), dopodiché il sentiero, costeggiando il torrente,  raggiungerà la seconda cascata.

 

Mulino di Riè

 

Ancora qualche centinaio  di metri e si  raggiungerà la terza cascata: qui  attenzione perché non vi  sono  parapetti e si  rischia di  andare giù.

Purtroppo nel  periodo in cui abbiamo effettuato la nostra visita, novembre dell’anno  scorso (pochissimo  tempo  fa), non vi  era molta acqua ad alimentare le cascate, per  cui  lo  spettacolo, se pur suggestivo, non era all’altezza di  quello descritto in varie pubblicazioni.

 

La seconda cascata

 

Dall’agriturismo. fino  alla terza cascata il percorso  è molto  breve (meno  di un’ora). Altrimenti  si può pensare ad un giro  circolare (vedere il tabellone alla partenza)  con uno  sviluppo  di  un paio  d’ore di  cammino.

Consiglio per la cena (o pranzo): Antica Locanda Due Spade posta nella piazza principale di  Bettola.

Tutto  qui!

Alla prossima! Ciao, ciao…………

 

 

Un passo dopo l’altro nel mondo misterioso di Narni Sotterranea

Immagine tratta dal sito Narni Sotterranea (ovviamente l’incappucciata non sono io)

 

Come promesso, dopo  aver consegnato  carbone ai più cattivi (in primis a Donald (Duck) Trump che con il carbone vuole dare un bel colpo al  Clean Power Plan di  Obama e, quindi, attentare alla salute del nostro pianeta e di noi  tutti ), ho  riposto  la mia scopa, un’autentica Nimbus 2000 (i fan di  Harry Potter sanno  di  cosa parlo), per riprendere la scrittura del  blog.

Tralasciando  l’avventura di  fine d’anno, che ci  ha visti in una notte buia e tempestosa (nonché molto  nebbiosa) gli unici esseri umani a festeggiare in cima ad un passo montano, vi porterò invece a conoscere il fascino di un mondo  sotterraneo: quello di uno  dei più bei  borghi d’Italia, cioè

NARNI SOTTERRANEA   (click please!)

 

Facciamo però  prima  un salto indietro   nel  tempo e cioè nel 1979, quando un gruppo di  giovani narnesi (il più grande ha ventidue anni), appassionati di  speleologia, faranno  casualmente la scoperta di una chiesa perduta nel  tempo sotto il complesso conventuale di  San Domenico.

Per evitare di  scrivere cose non vere (non lo  faccio  mai, ma non si  sa mai), preferisco far parlare il giovane di  allora, lo stesso  Roberto Nini che ci  ha fatto  da guida in maniera  professionale e simpatica:

Nel  breve video  di presentazione si  fa  cenno alla questione che negli  anni passati fu molto dibattuta  ed inerente alla presenza del  Sant’ Uffizio (l’Inquisizione) a Narni: dopo  la  ricerca condotta attraverso i documenti conservati  negli  Archivi  Vaticani e quelli  del Trinity  College di  Dublino, si  arrivò alla conclusione che uno dei luoghi scoperti  durante gli  scavi ,  era la Sala dei  Tormenti, facilmente intuibile come  la sala delle torture dove i  solerti inquisitori  estorcevano (perdonatemi il verbo) le confessioni  ai poveri  disgraziati sottoposti  a sevizie inimmaginabili.

Accanto  ad essa, una piccola cella decorata dai  graffiti  dei prigionieri: uno  di loro Andrea Giuseppe Lombardini caporale delle guardie del Sant’Uffizio   incarcerato  nel 1759 , ha lasciato  la testimonianza del suo  dramma in disegni  e frasi incise nel muro con simboli  alchemici (massonici?) non ancora del  tutto  decifrati.

La vicenda e molto  altro, è narrata nel  libro  di  Roberto  Nini Alla ricerca della verità dove, come dice l’autore nella presentazione:

Quando prenderete tra le mani  questo libro per leggerlo, non vi  aspettate di  trovare un romanzo di  Umberto  Eco o  di  Dan Brown, per due motivi: io non sono  uno scrittore ed i  fatti  narrati  nel  testo sono  tutti  veramente accaduti

 

 

Non solo il libro ma anche un film documentario tratto  dal libro  e per la regia di Giorgio  Serafini Prosperi, premiato nel 2013 alla Rassegna internazionale del  cinema archeologico  di  Rovereto, svela i fatti prima e dopo  di  questa scoperta.

 

Gli ambienti di  Narni Sotterranea non presentano  nessuna difficoltà per la visita.

Solo nel  caso  di persone con disabilità si  consiglia di  contattare prima i responsabili al  fine di  organizzare il percorso  in maniera adeguata.

Per orari  di  apertura e tariffe tutte  le informazioni  le troverete in questa pagina 

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 


Se proprio non abitate nei  pressi  di  Narni vi  capiterà di  dover cercare un posto  dove dormire.

Ebbene, non per scimmiottare TripAdvisor  (di  cui  dubito  che tutte le recensioni  siano  sincere) vi  consiglio il B&B Nonna Anita perché la gestione è affidata a persone disponibilissimi  ad ogni  vostra richiesta, oltreché a servizi  quali un parcheggio  privato e convezioni per i pasti  con un ristorante a soli 250 metri dal  B&B, dove i prezzi molto  convenienti  si  sposano  con una buona qualità del  cibo  offerto.

Inoltre, B&B Nonna Anita propone anche sconti per le visite ai  beni  culturali  di  Narni  e dintorni tra i  quali, per l’appunto, Narni Sotterranea.

Due ore e siamo in cima al Monte Reale

Nomadic in the dream

 

La storia narra che nel 1600 il conte Carlo  Spinola fece scavare tre gallerie sul Monte Reale, a ridosso  del paese di  Ronco  Scrivia (siamo in provincia di  Genova), per estrarre l’oro che, naturalmente, esisteva solo  nei  suoi sogni.

Lasciando  perdere i  sogni  di  ricchezza del  fu Carlo  Spinola (Paperon de Paperoni  ha avuto più fortuna nel  Klondike), arriviamo  a Ronco  Scrivia semplicemente per una piccola escursione verso  la cima del Monte Reale che, con i suoi  902 metri  di  altezza, non è certo una vetta himalayana, ma diventa qualcosa di più di una semplice passeggiata considerando che l’itinerario è tutto in salita.

 

 

Arrivati alla stazione di Ronco  Scrivia, da dove inizia il percorso  (seguiremo  il segnavia  della FIE indicato  con due triangoli gialli), veniamo  accolti da un vento  gelido  che, grazie all’effetto  del  wind chill  , da la sensazione di  essere stati  proiettati in una pianura dell’Antartide.

Nelle vicinanze della piazza della stazione vi  è un ponte alla cui  fine un voltino condurrà  a quello  che, in effetti, è l’inizio  del  sentiero.

 

Dobbiamo arrivare lassù….

 

Si passa oltre la località  Cascine inoltrandoci in un bosco di  castagni, da li  a poco  entreremo nell’area del  Parco  naturale regionale dell’ Antola .

 

Una viandante nel bosco

Dopo  aver incrociato  per la terza volta la teleferica di  servizio  che porta in cima al  Monte Reale, arriviamo alla Costa del  Fontanino: a dispetto  del nome, qui non troveremo nessuna possibilità di  attingere acqua  in quanto  la sorgente si  è prosciugata da anni, quindi, non essendoci fonti bisogna provvedere dall’inizio  ad una scorta d’acqua.

Superato un piccolo canalone si  raggiunge il bivio con il sentiero  che sale da Minceto

Volendo si può fare un giro  ad anello seguendo  il sentiero verso Minceto, inizialmente contraddistinto da tre pallini  gialli, che incrocerà quello che, da Ronco  Scrivia, porta al  Reopasso (due triangoli  gialli, se volete andare al  Reopasso l’itinerario  è considerato  difficile secondo  lo  standard FIE)

 

Dopodiché, lasciando sulla nostra destra una madonnina incastonata in una roccia,  un breve tratto, sempre in salita, ci porterà in cima al Monte Reale (il rifugio  è sempre aperto, almeno  lo era quando  ci siamo  stati  noi).

 

Dalla stazione di  Ronco  Scrivia fino  in cima occorre all’incirca un paio  d’ore di  camminata, ma ognuno  è libero di impiegare il tempo  che vuole…..

 

Alla prossima! Ciao, ciao…………. 


 

 

Barefooting, ovvero camminare a piedi nudi (facendo attenzione a dove si posano)

 

L’uomo che si  era seduto al mio  fianco  sul treno non aveva null’abbigliamento nulla di  eccentrico.

Sennonché, guardando in basso e precisamente i  suoi  piedi, scoprì che erano  completamente a nudo: nessun tipo di  calzatura, tanto  meno le calze.

Devo  dire che a quel punto avevo incominciato  ad avere dei  dubbi sulla sanità mentale dell’individuo, cosa mal  riposta in quanto  egli aveva un’educazione al  disopra della media anzi, quel  leggero incresparsi delle sue labbra a mo’ di  sorriso, pareva comprendere il mio  disagio comunicandomi, quindi, che non faceva parte dell’ampia schiera degli  sciroccati  che (purtroppo) ogni  tanto  si incontrano nei  viaggi in treno.

Era primavera ed il tempo era in sintonia con la stagione, mi chiedo  se l’uomo con il tempo meno  clemente, come può essere d’inverno, abbia mantenuto l’abitudine di  camminare a piedi nudi.

Quello  che in seguito  ho  scoperto è che la filosofia del piede nudo ha un nome e cioè barefooting  (o gimnopodismo se vogliamo  utilizzare il termine nella nostra lingua).

Il barefooting è nato in Nuova Zelanda intorno  agli  anni ’60, quindi  si  è diffuso  negli Stati  Uniti e quindi  in Europa; la base di  questa filosofia di  vita è che l’essere umano è radicato  alla terra partendo  dall’appoggio  dei piedi  su  di  essa.

La deambulazione libera del piede apporterebbe non pochi  benefici ai muscoli  e all’intero sistema scheletrico, secondo  quanto  affermano  i cultori di  questa che si può quasi  considerare una disciplina.

C’è  anche chi  si spinge oltre, praticando il barefooting su  sentieri montani non senza   aver educato prima la pianta del piede al  contatto con un tipo  di  terreno  accidentato (magari  una camminata sui  carboni  ardenti è propedeutica all’inspessimento della pelle).

Devo  dire che, quando  viviamo  in tenda d’estate , non c’è cosa più bella al risveglio  che camminare a piedi  nudi  nell’erba (poi vengono  doccia e prima colazione non necessariamente consequenziali), ma giusto  la camminata si limita ai dintorni  della tenda e sempre sopra ad un tappeto  d’erba.

In effetti, quello  che mi chiedo, se in città sia igienico  camminare a piedi  scalzi: la mia risposta è decisamente propensa al NO!

Comunque, volendo  provare il gimnopodismo, in Italia sono  nati  alcuni  percorsi  sensoriali costruiti  appositamente: sul sito nati-scalzi.org troverete l’elenco  (ve ne uno anche a Genova: chissà se riesco a convincere “lui” nel fare quest’esperienza).

Alla prossima! Ciao, ciao………….