La dolce chimica del fruttosio

Il miele più dolce diventa insopportabile per la sua eccessiva dolcezza: assaggiato una volta, ne passa per sempre la voglia.

Amatevi dunque moderatamente, così dura l’amore

William Shakespeare  

La dolcezza chimica dello  sciroppo  di  fruttosio

Per una volta non penso  di  essere d’accordo  con il bardo: se si  ama lo si può fare anche smisuratamente, basta non soffocare l’amore con il puro possesso (e di  questo, forse, ne parlerò prossimamente).

Invece, per quanto  riguarda il miele, il consumo che ne faccio è limitato a un cucchiaino (beh..due: ma non di più!) nello  yogurt  bianco  a colazione a cui  si  aggiungono tre fette biscottate con marmellata e tè verde, il tutto  preceduto  da un bicchiere di  succo di  frutta (così arrivo  viva alle dieci  pronta per un caffè).

Ma non è del  dolce del miele di  cui  voglio  scrivere: se vi  dico HFCS cosa vi  viene in mente?

Prima che andiate a sbirciare su Wikipedia (tranquille: vi  ho preceduto) vi  dico  che l’acronimo  sta per High Fructose Corn Syrup, quello  che in italiano  conosciamo come sciroppo  di  mais ad alto  contenuto di  fruttosio.

Quindi parliamo  di  un dolcificante contenuto nelle bevande gassate, nei  biscotti  e nelle marmellate più qualche schifezzuola spacciata per merendina nei  banchi  del  supermercato.

Prima, però, il mio  assistente Gatto Filippo vi illustra nella slide seguente cosa accade allo  zucchero  che aggiungiamo, a esempio, nella nostra tazzina di  caffè:

Lo  zucchero invertito 

La scissione del  saccarosio in una miscela di  glucosio  e fruttosio produce quello  che comunemente viene chiamato  zucchero invertito 

Nel  1957 Richard Marshall e Earl Kooi brevettarono il processo che, utilizzando l’enzima xilosio isomerasi, era capace di  trasformare il glucosio in fruttosio (analogamente a quello che avviene nel  fegato): da qui la possibilità di  ottenere miscele di  glucosio  e fruttosio  non più dal più costoso  zucchero ma dall’amido che è, per l’appunto, composto  da lunghe catene di  glucosio.

Nel 1968 l’HFCS 42 incomincia a essere prodotto su  scala industriale

Il  valore di 42 si  riferisce alla percentuale di  fruttosio contenuto  nella miscela rispetto agli  zuccheri  totali  disciolti.

Nel 1978 venne prodotta una miscela (HFCS 55)  con il 55 per cento  di  fruttosio che ha una composizione zuccherina molto più simile al  miele.

Dal 1980 l’HFCS 55 viene utilizzato per la produzione di  bevande gassate, mentre l’HFCS 42 è sfruttata nell’industria dolciaria nella produzione di prodotti  da forno e dessert.

Ma il fruttosio  fa bene o male?

In passato, basandosi su  studi riguardanti  animali o  esseri umani (indipendentemente da sesso  e età), il  fruttosio venne chiamato in causa sull’aumento  dell’obesità e delle malattie del metabolismo.

Negli esperimenti il consumo del  fruttosio era superiore al 20 per cento del fabbisogno  energetico  giornaliero: questo non rispecchia affatto le normali  abitudini alimentari  quotidiane delle persone.

Quindi, riferendosi al  consumo di  fruttosio normale o  medio, la Food and Drug Administration (FDA), rispondendo ai quesiti  posti  sulla questione riguardante sia l’ HFCS 42 che l’HFCS 55, ha dichiarato  che non vi  sono  segni  evidenti sull’incidenza del  fruttosio  nell’aumento  dell’obesità e malattie correlate.

il suggerimento  che l’FDA (e altri organismi a tutela della salute pubblica) dato è quello  di limitare in ogni  caso il consumo di  tutti  gli  zuccheri  aggiunti.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) si pronuncerà sulle linee guida da seguire nel prossimo 2020

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….

Diamo lo spazio per l’ascolto del silenzio

 

Ho sempre amato il deserto.

Ti siedi su  di una duna di  sabbia.

Non vedi  niente.

Non senti niente.

E tuttavia qualcosa brilla in silenzio.

Antoine De Saint-Exupéry – Il Piccolo  Principe 

Alla ricerca del  silenzio, ovunque

Quante di  noi, lavorando in zone ad alta densità di  traffico o vicino  a cantieri, aeroporti o zone industriali, non sogniamo almeno una volta al  giorno  di prendere il posto de Il Piccolo  Principe   e sedersi  su  quella duna per godersi il silenzio?

Oppure, avete provato  la sensazione soffocante quando, entrando in certi negozi  di  abbigliamento o  centri  commerciali,   venite accolti dalla musica sparata a tutto  volume e vi chiedete come facciano le (i) commesse(i) a resistere, sennonché pensate che la sordità in questo  caso  sia un requisito indispensabile?

Ancora: perché quel  tizio seduto  accanto  a me sul treno discute a voce alta come se il suo telefonino non riuscisse a colmare  la distanza con l’interlocutore a Nairobi?

Potrei  continuare all’infinito  con un elenco  di  tutte le volte che il rumore sopraffà il silenzio.

È accertato da tempo che elevati livelli di rumore influiscono sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione; gli effetti nocivi sulla salute comprendono lo stress, i disturbi del sonno, ma anche, nei casi più gravi, problemi cardiovascolari

E’ nelle città che si  annida il pericolo per la nostra salute e benessere dovuta al  rumore: uno studio  della Charité University  Hospital  di  Berlino ha condotto uno studio che, combinati  con quelli  dell’OMS  sull’inquinamento  acustico, ha stilato  questa hit parade del  rumore


Le 10 città più rumorose nel mondo

La buona notizia è che fra le prime dieci  città più rumorose al mondo le italiane non siano presenti se non al 14°posto con Roma e al 36° posto  con Milano (non so Genova come sia posizionata, ma la sua via centrale e cioè via XX Settembre penso  che sia la più rumorosa di  tutta la galassia).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 ottobre scorso  a Basilea ha presentato le nuove linee guide europee del  rumore che definisce il livello  di  rumore capace di causare effetti nocivi sulla salute e, allo stesso tempo, indica le misure per ridurne gli  effetti  e l’esposizione ( Pdf )

Il rumore si misura in decibel 

Secondo il dossier dell’OMS, il 40 per cento  della popolazione europea è esposta  a un livello  di  decibel superiore a 55 dB; di questa percentuale il 20 per cento supera i 65 dB durante il giorno e più del 30 per cento dorme (si  fa per dire) con un rumore di  sottofondo  che supera i 55 dB 

Scala dei decibel (fonte Wikipedia)
Scala dei decibel (fonte Wikipedia)

In India, precisamente a Mumbai, dopo  che un gruppo  di  attivisti  è sceso in piazza per avere il diritto alla quiete (in questa metropoli il livello medio  di  decibel è pari  a 80), l’Alta Corte ha fatto  si  che nascessero le Zone del  silenzio: in pratica il divieto  assoluto  di  far rumore per un raggio  di 100 metri intorno  a ospedali, scuole, tribunali, parchi, biblioteche arrivando  a ipotizzare lo  stop ai  voli notturni.

In Italia è L’Università Bicocca di  Milano  ad avere avviato il primo  corso  riguardante l’inquinamento  acustico oltre, con la collaborazione del  Comune, a creare una mappa cittadina del rumore nei  diversi  quartieri (questo progetto  di  mappatura attualmente è l’unico  nel nostro Paese)

Abbiamo  paura del  silenzio?

Per alcuni il silenzio  è tabù: indice di  solitudine e isolamento che va riempito con il rumore o le parole, a volte gridate.

Per me il silenzio è ascoltare gli  altri e ascoltare me stessa in quei momenti  di  assoluta intimità.

Per l’esploratore norvegese Erlin Kagge   il silenzio pone tre domande:

Che cos’è il silenzio? Dove lo  si  trova? Perché oggi è più importante che mai?

Le risposte le ha date lui  stesso in una serie di  riflessioni  nel  suo libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima.

Troverete l’anteprima del libro  alla fine dell’articolo.

Ora Shhhhh!!!!

Alla prossima! Ciao,  ciao…


Anteprima del libro Il silenzio: uno spazio  dell’anima di Erlin Kagge 

 

La zecca indesiderata

Gli Ixodida son un sottordine di  acari che comprende tre famiglie di  zecche.

Le due principali sono Ixodidae o zecche dure e Argasidae o zecche molli.

La terza famiglia comprende una sola specie, Nuttalliella namaqua 

Wikipedia alla voce Ixodida

Quando la zecca si  ciba del tuo  sangue 

Ixodida

Il mostro  raffigurato  nell’immagine è un’appartenente agli  Ixodida , nella fattispecie una zecca maschio.

Può capitare di ospitarla sul nostro  corpo andando per boschi, a me è capitato per nove volte (una volta quattro  zecche tutte insieme come in un’allegra  comitiva): in ogni  caso sono  qui  a scrivere per cui potrei  affermare che il pericolo  di  trasmissione di  malattie è abbastanza remoto.

Ma questo non vuol dire che il problema delle zecche e delle malattie che possono  veicolare, debba essere sottovalutato, tanto  che l’allarme per l’aumentare dei  casi   di  malattie trasmesse dal morso  di una zecca (Tbe  e malattia di  Lyme tra le principali)   parte proprio  da una delle regioni, il Friuli Venezia Giulia, dove negli ultimi  dieci  anni  si  sono  avuti 700 casi di pazienti  con malattia  di  Lyme e ben il 40 per cento dei  casi  nazionali  di  Tbe: questo  ha fatto  si che per la prevenzione dell’encefalite  la Regione Friuli  Venezia Giulia ha predisposto  la gratuità del  vaccino.

Per la malattia di  Lyme non esistendo vaccini  la cura è in un ciclo  di  antibiotici.

Nel mio  caso, pur essendo  stata più volte in Friuli  Venezia Giulia,  le ospiti indesiderate le ho beccate tutte in Liguria, tra primavera e autunno, con vestiario adeguato  al  clima ( quindi pantaloni lunghi).

Purtroppo  essendo  di  dimensioni minuscole, le zecche non sono  facilmente individuabili  sul nostro  corpo (le parti predilette all’ancoraggio  sono l’inguine o le ascelle)  e non basta una doccia per scrollarcele di  dosso.

Per cui, dopo  ogni  escursione, specie se siamo passati per prati umidi o cespugli, è meglio farsi fare un controllo  generale sul corpo dal nostro partner (potete anche scomodare il vicino  o  la vicina se siete  in confidenza,  direi quasi intima).

Quello  che non dovrebbe mai  mancare in un kit di soccorso nello  zaino  sono le pinzette speciali  adatte a estrarre la zecca  avendo l’accortezza, dopo aver afferrato l’insetto  con le pinzette, di fare una rotazione per l’estrazione e non con  uno strappo perché, in questo  caso, il rostro  rimarrebbe ancora  conficcato  nella pelle.

Per una maggiore informazione sulla prevenzione riguardo al pericolo causato  dalle zecche vi  rimando ai  consigli del  Servizio  sanitario  della regione Emilia Romagna (anche se per alcuni  punti, come l’illustrazione sull’uso  delle pinzette, non mi trova in accordo).

zecche

Il ciclo  vitale di una zecca 

Le uova delle zecche vengono poste nel  terreno, quindi  si  avrà una prima fase di  crescita larvale a cui  seguirà quella di ninfa e adulto.

Ovviamente, per ognuna di  queste ultime  fasi, è necessario  che l’insetto  faccia un pasto  a base di  sangue, il più delle volte offerto da rettili, uccelli o mammiferi tra i quali, per l’appunto, l’essere umano.

Per fare ciò si  appostano su  di un filo  d’erba o un cespuglio finché la vittima non li sfiora: a questo punto scelgono una piega cutanea umida come l’inguine o le ascelle  e per alcuni  giorni si  nutriranno  finché sazie non si  staccheranno dal  nostro  corpo.

Al momento  di penetrare nella pelle veniamo, per così dire, anestetizzati  dalla loro  saliva che contiene anche un’anticoagulante.

Ogni  femmina di  zecca produce fino  a tremila uova.

Con quanto  scritto  non fatevi passare la voglia di una bella camminata  nei  boschi.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥ 

Glifosato: le ragioni del NO (e qualche perplessità)


 

Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo. A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente traslocato in ogni altra posizione della pianta per via prevalentemente floematica. Questo gli conferisce la caratteristica, di fondamentale importanza, di essere in grado di devitalizzare anche gli organi di conservazione ipogea delle erbe infestanti, come rizomi, fittoni carnosi, ecc., che in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati.

Estratto  da Wikipedia alla voce Glifosato 

Glifosato si, no, ni?

La diffidenza che ho  nei  confronti  di pesticidi, diserbanti e tutto  quello  che l’industria chimica riesce a produrre per incrementare le coltivazioni  intensive, a danno  della biodiversità e con rischio per la salute, mi farebbe dire un secco NO al  glifosato.

Sennonché, essendo la questione del glifosato non del  tutto risolta a livello  scientifico e normativo, nella stesura di  quest’articolo cercherò di essere del  tutto imparziale: se poi non riuscirò vi  ricordo  che in fondo  sono solo una blogger (what else!)

 

Glifosato formula chimica
Glifosato formula chimica

Si potrebbe quasi  dire che la scoperta del  glifosato  sia stato un caso  di serendipity : infatti  negli  anni ’70 la  Monsanto   stava facendo una ricerca sugli  addolcitori  d’acqua quando si notò che alcuni  di  questi  composti avevano una blanda azione di  erbicida: fu  allora che la priorità dell’industria chimica venne rivolta alla ricerca di sostanze analoghe con un potere erbicida molto più efficace: il glifosato  fu il terzo di  questi  elementi  ad essere scoperto.

Il chimico  John E. Franz che scoprì il glifosato  per conto  della Monsanto, per questa sua scoperta ha ricevuto  nel 1990 la Medaglia Perkin per l’innovazione nella chimica applicata, mentre tre anni prima gli  era già stata già assegnata  la National  Medal of Technology .

Nel 2007 il suo nome fu inserito nella National Inventor’s Hall of Fame

Pur avendo perduto il brevetto del  glifosato per termini  di  scadenza nel 2000. la Monsanto  continua a essere leader per la vendita  di  questo prodotto: il quantitativo  totale della vendita di  glifosato  nel mondo  raggiunge le 800.000 tonnellate ogni  anno.

Nel 2018 l’azienda chimica Bayer acquisisce il controllo  della Monsanto diventando una multinazionale  dell’agrochimica con 115.000 dipendenti e 45 miliardi di  euro  di  fatturato ogni  anno, di  cui 19,7 miliardi  provengono  dal  solo  settore dei  diserbanti

Recentemente negli  Stati Uniti una giuria di Oakland (California) ha condannato la Bayer – Monsanto  al  risarcimento  di 2 miliardi  di  dollari destinati  a una coppia di  anziani coniugi che per trent’anni  hanno utilizzato l’erbicida Roundup  ammalandosi  entrambi  di  tumore, naturalmente la multinazionale ha fatto  ricorso in appello per poi  arrivare a un patteggiamento  con le parti.

La Giuria, comunque, con questa sentenza ha contraddetto l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente che ha sempre dichiarato  che non esistono rischi  per la salute utilizzando prodotti  con glifosato

Quest’anno è  stato il turno  della  Corte di  appello  di Lione (Francia)  che ha condannato  la Bayer -Monsanto  a risarcire un agricoltore per danni  neurologici  subiti nel  continuo  uso  dei prodotti erbicidi della multinazionale

Sull’argomento  dei risarcimenti e delle cause cha la Bayer – Monsanto ha affrontato perdendo molti soldi  e quotazione in borsa vi invito a leggere l’articolo de Il Manifesto nel  box seguente  

monsanto-tossica-paghera-2-miliardi-di-danni

 

I difensori  del  glifosato (immagino  che siano i produttori) rimarcano il fatto  che questo  composto  chimico ha una bassa pericolosità dovuta anche al fatto  che il glifosato  ha una  penetrazione nel  suolo  di soli 20 centimetri escludendo, quindi, l’avvelenamento  delle falde acquifere.

Inoltre, in virtù di  questa sua bassa penetrazione nel  terreno, il composto viene facilmente degradato dai  batteri  presenti  nel  suolo.

Eppure, nel marzo 2015, l‘International   Agency  for Research on Cancer (IARC) ha classificato  la sostanza come probabile cancerogena per l’uomo inserendolo  nella categoria 2A (documento in pdf criteri  di classificazione IARC): c’è  a mio  avviso una contraddizione tra le sentenza negli Stati Uniti e Francia che hanno  condannato la multinazionale al risarcimento per tumori  sviluppati  nell’uso  del  glifosato e la classificazione della IARC che dichiara il glifosato come probabile cancerogeno basandosi solo sui  dati  sperimentali ottenuti da cavie da laboratorio

In Italia il Decreto ministeriale del 9 agosto 2016 vieta l’uso  del glifosato  solo  in questi  casi:

  • L’uso  non agricolo su  suoli  che presentano una percentuale di  sabbia superiore all’80 per cento nelle aree vulnerabili, nelle zone di  rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione: parchi, giardini, campi  sportivi, aree ricreative, cortili, aree verdi all’interno  di plessi  scolastici, aree gioco  per bambini e aree adiacenti  alle strutture sanitarie
  • L’uso in pre – raccolta con lo scopo  di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

La famosa rivista British Medical  Journal (BMJ) sul problema del  glifosato e della normativa europea che lo  regola ha recentemente pubblicato un report  che potete leggere nel box seguente (in inglese: utile per un po’  di ripasso  della lingua)

glifosato

 

Cosa dice l’Europa? 

La questione glifosato è estremamente complessa e non priva di sospetti di  come venga gestita da parte dei produttori, ossia l’accusa rivolta ad essi (per nulla velata) è quella di  manipolazioni  scientifiche, disinformazione e sospetti  di  corruzione.

Nel dicembre 2017 la Commissione europea approvò l’estensione dell’uso  del glifosato  per altri cinque anni, quindi  fino  a dicembre 2022: questa nonostante la presa di posizione da più parti  sulla pericolosità del  composto ma, soprattutto, fu  il voto  a favore del ministro  dell’agricoltura tedesco  a portare alla proroga: fino ad allora il parere sembrava negativo, ma evidentemente la futura acquisizione della Monsanto  da parte della Bayer ha avuto il suo peso

Allo  stato  attuale la Commissione europea ha istituito un gruppo  di  lavoro, l’Assessment Group on Glyphosate (AGG),  composta da esperti  provenienti  dalla Francia, Ungheria, Olanda e Svezia che fornirà un rapporto  di  valutazione entro il 2021.

Nel  frattempo nel  nuovo  Parlamento  europeo i Verdi  europei rappresentano il quarto  gruppo con 74 eletti: il loro  programma Green New Deal si batterà su due punti fondamentali: per arginare le conseguenze del cambiamento  climatico (abbiamo  solo  11 anni  per porre rimedio) e l’interesse verso l’agricoltura che dovrà essere mirata con  metodi  di produzione con meno  emissioni  e pesticidi favorendo il biologico.

Io sono  favorevole a questi  temi, lo siete anche voi?

Se volete lasciate un messaggio.

Alla prossima! Ciao, ciao….

 

Un mondo di plastica (ma che sia bio)

Amo  Los Angeles.

Amo  Hollywood.

Sono bellissime. Sono tutte di  plastica, ma io  amo la plastica.

Voglio  essere di plastica

Andy Warhol 

Quando la plastica si  chiamava Moplen 

Quella che può definirsi come  archeologia televisiva ci rimanda a un tormentone del Carosello degli anni’60, cioè quando  un corpulento Gino Bramieri,  reclamizzando oggetti casalinghi in Moplen, terminava il suo spot ( anche  se allora gli intervalli pubblicitari  non si chiamavano  ancora spot) con  una cantilenante:

E’ leggero,  resistente, è leggero, resistente e inconfondibile mo’, e mo’, e mo’, e mo’, e mo’: Moplen

In quegli  anni  (felici?) il progresso non si  era ancora scontrato,  se non blandamente, con  emergenze climatiche  e buchi  dell’ozono: figuriamoci  se la plastica (il Moplen) poteva mai  diventare un problema.

Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963 insieme al chimico tedesco Karl Ziegler, aveva studiato a partire dagli anni ’50 un processo  di polimerizzazione del propilene, arrivando  alla produzione del polipropilene isotattico materiale ad alta resistenza meccanica (chiamato, per l’appunto, Moplen una volta commercializzato  dalla Montedison)

Il bando  europeo contro la plastica usa e getta

Lasciandoci  alla e spalle il mondo del Carosello  di  ieri, veniamo a uno dei problemi che assillano  oggi il nostro  ambiente, specie quello  marino: l’80 per cento dell’inquinamento  marino  è provocato  dalla plastica con ripercussioni nella catena alimentare in quanto  rimasugli  del materiale plastico è stato  trovato  nei pesci.

Il 27 marzo  2019 è stato  approvato dal  Parlamento  europeo il testo per la Riduzione dell’incidenza di  determinati prodotti  di plastica sull’ambiente che, a partire dal 2021, ne vieterà l’uso  e commercializzazione negli  Stati  membri  ( a seguire il testo provvisorio approvato)

direttiva europea plastiche

 

Tra questi  determinati  prodotti  di plastica possiamo  trovare cannucce, bastoncini cotonati, contenitori  per alimenti  in polistirolo  espanso, sacchetti di plastica osso – degradabile, piatti  e forchette di plastica  ma, incredibile a dirsi, il divieto ha una deroga nei  bicchieri di plastica vietando  solo  quelli in polistirolo  espanso (cioè quei  bicchieroni utilizzati per bere caffè lungo o  tè senza scottarsi  le dita).

Il futuro è nelle bioplastiche 

In commercio si  trovano  prodotti che sostituiscono quelli in plastica, che fanno parte dei cosiddetti  materiali  Green,   ma il loro  difetto è quello  di  essere ancora troppo costosi  affinché vi  sia un loro  uso più generalizzato.

Questo non ferma il mondo  della ricerca nello  studiare la possibilità di  ricavare bioplastiche dai  materiali vegetali  di  scarto: di  seguito, nell’infografica, alcune di  queste soluzioni

 

bioplastiche

Aspettando  che il Nuovo mondo sia più pulito  e rispettoso  dell’ambiente non mi resta che salutarvi.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Casa, dolce casa (ma l’inquinamento indoor?)

Cento uomini possono creare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa.

Proverbio  cinese

Basta un uomo  per fare della casa un accampamento

Caterina Andemme  

Casa dolce casa? Attenti  all’inquinamento indoor 

Ma tutto  dipende dall’uomo con cui  condividete vita e appartamento: c’è il tizio irrimediabilmente disordinato e quello  moderatamente disordinato. in ogni  caso, non essendoci  speranza nell’educare l’Homo  casalingus  all’ordine,  non possiamo attribuirgli  le colpe dell’inquinamento indoor se non quando si ostina a fumare in casa oppure a grigliare l’unico pesce che, nella sua vita da pescatore, è riuscito a pescare  (magari  si  trattava di un pesce suicida per amore)

 

Inquinamento indoor

 

Naturalmente per rendere la nostra casa appunto una Casa, dolce casa possiamo  seguire i  semplici  consigli che l’Istituto  Superiore di  Sanità ha evidenziato  nel  seguente opuscolo

 

Opuscolo_Aria_Indoor

 

A questo possiamo  aggiungere un’altra lista di  cose da fare, e cioè:

  • Non eccediamo con i prodotti  di pulizia domestica (quindi niente autobotte e idranti)
  • Una o  due candele profumate possono  dare una bella sensazione nirvanica, di più sembrerà di  vivere in una serra a 50° all’ombra con i fiori marcescenti
  • Cambiamo  frequentemente l’aria di  casa, anche d’inverno, anche se piove o nevica (ma poi mettete i pinguini  alla porta)

Le piante in casa sono un beneficio all’ambiente indoor 

Non c’è bisogno  di  trasformare la casa nella foresta amazzonica per avere indubbi  vantaggi  sulla salubrità dell’ambiente domestico.

Kamal Meattle, attivista ambientalista e CEO del Paharpur Business Center & Software Technology Incubator Park di  Nuova Delhi ha indicato in tre specie di piante quelle più adatte allo  scopo:

La Palma areca ( Dypsis lutescens); la Lingua della suocera (non c’entra nulla con la vostra suocera, ma si tratta dell’epiphyllum)  e infine l’Epripremnum aurureum

Ovviamente, oltre alle tre specie citate, tutte le piante, oltreché essere belle da vedere, aiutano in misura diversa contro l’inquinamento indoor.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  libro Fiori  e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino  e in campagna di Luciano Cretti.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro Fiori e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino e in campagna di  Luciano Cretti 

 

IMC e diete: l’argomento del giorno

Coltiva le tue curve: potranno  essere pericolose ma non potranno essere evitate

Mae West

IMC (Indice di  Massa Corporea) e diete

Siamo d’accordo  con Mae West che coltivare le proprie curve è un incentivo  per incrementare il nostro  sex appeal (senza dimenticare di  avere una testa e quindi intelligenza) ma, affinché le curve non si  dilatino all’infinito, dobbiamo  anche curare quello  che più prosaicamente viene definito come peso  forma.

Per raggiungere lo scopo, che non è quello  di  rassomigliare ad un’acciuga anemica, si  sprecano i suggerimenti sulle diete da seguire: il novanta per cento  di  esse sono  frutto (secondo me)  di mode e di esperimenti senza alcun riscontro  medico  o scientifico  che ne certifichi   la genuinità, ma lascia il solo  spazio  all’ingenuità di  chi  si  sottopone ad esse ( a tale proposito posso  affermare che è vero: l’aria non fa ingrassare).

Quello  della dieta (o delle diete mirabolanti) non è solo una questione della modernità: ad esempio Walt Whitman nel 1858, con lo pseudonimo di Mose Velsor, aveva una sua rubrica domenicale sul giornale The New York Atlas con il titolo Manly Health and Training rivolta al vero  maschio  americano  in contrapposizione all’europeo romantico pallido  e roseo  come una bambola (il giudizio  è quello  di  Whitman-Velsor).

Cosa doveva fare il maschio  ruspante americano secondo  il poeta scrivente, sotto pseudonimo,   per una rubrichetta domenicale (forse aveva un mutuo  da pagare)?

A parte praticare il baseball, la dieta suggerita doveva comprendere per colazione  una fettina  di  carne al sangue e solo  frutta per cena ( considerava la dieta vegetariana come una moda ridicola) il tutto  accompagnato  da   una buona birra o vino, mai troppa acqua.

Oggi, invece, il vegetarianesimo (e  la sua variante vegana) si contrappone  alla fettina di  carne per colazione suggerita da Velsor, questo mi trova in pieno accordo   (un po’ meno per il veganesimo) anche senza essere una vegetariana a tutto  tondo: se volete invitarmi  a cena sappiate che non mangio  carne di  vitello, di  cavallo  o  asino, tanto  meno  cani  e gatti, agnello, polpi e insetti  vari, ma adoro  il salmone. 

Ma l’ultima frontiera per controllare le nostre curve ci  arriva con un contro  diktat: mangiate quello  che volete e quando  volete è la regola dell’alimentazione intuitiva.

Non crediate che sia il lasciapassare per ingozzarsi  di  cibo  spazzatura ma è piuttosto un:

<< Approccio  che mira a potenziare il rapporto  tra mente e corpo e pone la persona come l’unica esperta della propria alimentazione >>

Queste sono le parole di Evelyn Tribole, nutrizionista specializzata in disturbi  alimentari che, nel 1995, insieme alla sua collega Elyse Resch scrisse The Intuitive Eating Workbook libro  che ancora oggi è in ristampa.

Sempre sull’argomento, ma con qualche variante rispetto  al libro  precedente, è The F*ck It Diet (il titolo è abbastanza eloquente da non doverlo  tradurre) di  Caroline Dooner e di  cui potete leggerne l’anteprima alla fine dell’articolo.

Calcola il tuo indice di  massa corporea 

L’IMC (Indice di  Massa Corporea, oppure se preferite BMI dall’inglese Body mass index)  è un semplice dato biometrico espressione del  rapporto tra l’altezza di un individuo e il suo peso utilizzato  come indicatore del peso  forma.

 

Per calcolare il vostro  IMC in rete vi  sono diversi  strumenti, io ho  scelto quello offerto  da YAZIO.

 

Powered by YAZIO

Non so  se il calcolo  dell‘IMC attraverso questo  strumento  funziona nella versione mobile del  sito avendolo  testato  solo in quella desktop (tanto più ricca). 

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro The F*ck it Diet di Caroline Dooner 

 

Le diete non funzionano. Anzi, alla lunga provocano effetti contrari alle aspettative. Eppure, ogni volta che non otteniamo i risultati sperati, invece di domandarci se il problema stia nel manico – e cioè nei regimi, spesso punitivi, ai quali ci sottoponiamo – incolpiamo noi stessi. “Perché non sono capace di rispettare la semplice prescrizione di un pasto a base di tonno e pompelmo?”, “Cos’ho che non va?”, e via di questo passo, schiacciati dalla convinzione che la chiave della felicità consista nel perdere i chili di troppo. Ma è ora di chiamare le cose con il loro nome: cercare continuamente di mangiare il meno possibile è un modo triste di vivere, e non porta a nulla. Quindi basta con questo modo di trattare il proprio corpo e la propria vita! Caroline Dooner, che per anni ha tentato ogni tipo di regime alimentare, prende di petto gli errori della cultura delle diete e offre ai lettori una strada semplice e scientificamente argomentata, ricca di consigli pratici, per risanare il proprio rapporto fisico, emotivo e mentale con il cibo. Perché l’unico modo per stare bene è smettere di seguire regole prescrittive che conducono a frustrazione, disagio e sensi di colpa. La vita è troppo breve per essere ossessionati dal cibo. Abbiate fiducia: il vostro corpo sa quel che fa. E un rapporto sano con il cibo, in definitiva, rende sani anche voi

Cefalea: una malattia sociale

Cefalea: una malattia sociale

Per mal  di  testa o  cefalea si intende il  dolore provocato in qualsiasi parte della testa o  del collo.

Può essere un sintomo di  diverse patologie.

Il tessuto  cerebrale di per sé non è  sensibile al  dolore, poiché manca di  recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si  trovano intorno  al  cervello.

Dalla voce Cefalea tratto da Wikipedia  

La cefalea è una malattia sociale

Che la cefalea sia una malattia vera e propria con costi  sociali e economici  è fuori  di ogni  dubbio: si  calcola che in Europa il 53 per cento  degli  adulti soffre di  cefalea; in Italia a soffrirne sono  all’incirca 6 milioni  di persone, la maggior parte donne.

Io  sono  una di  loro.

 

La mia storia clinica riguardo  alla cefalea contempla visite neurologiche, terapie mirate e persino l’agopuntura: il risultato è l’attenuazione degli  attacchi  ma non una risoluzione definitiva  del problema anche perché, come aveva detto un neurologo  presso il quale ero in cura: le cause per il mal  di  testa (o  cefalee) sono molteplici e soggettive,  per ognuna di  esse si può pensare all’utilizzo  di  farmaci mirati  (sempre dietro osservazione medica) ma, non conoscendone la reale causa dello scatenarsi del  male, una remissione totale è pressoché impossibile.

Tra l’altro  lo  stesso  medico  soffriva di  cefalea!

E’ anche vero che il mal di  testa generico, quindi quello episodico, è causato da fattori ambientali o (pessime) abitudini del singolo: fumo, sedentarietà, alcool e BlaBlaBla.

Quanti  sono  i tipi  di  cefalea?

Se diamo un’occhiata  al  report della Classificazione Internazionale delle Cefalee (Pdf)  possiamo  avere una stima accurata di  quante forme di  mal  di  testa possono esistere: naturalmente essendo un documento  strettamente medico è ovvio che molte  patologie indicate possono  avere un quadro  clinico  molto più ampio.

Se la cefalea è riconosciuta come malattia sociale è altresì logico  aspettarsi leggi per il diritto  e la tutela delle persone che ne soffrono.

La Camera ha approvato l’articolo  unico del  testo unificato della Commissione Affari Sociali   ( presentato  da   Giuditta Pini del  Pd e Arianna Lazzarini della Lega)  in cui  si  specifica che:

La cefalea primaria cronica, accertata da almeno un anno nel paziente mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, è riconosciuta come malattia sociale

Il manifesto

Con il contributo  delle varie Associazioni  con interesse rivolto  alla cura e lotta per le cefalee è nato il Manifesto dei  Diritti della Persona con Cefalea (lo potete  leggere nel  box che segue)

 

SOCIALMANIFESTO_GRAFICATO

 

Alla prossima! Ciao, ciao…

Benessere digitale per la cura del nostro tempo libero


benessere digitale

 

La vasca da bagno  fu inventata nel 1850, il telefono  nel 1875.

Se foste vissuti  nel 1850, avreste potuto  restare in vasca per 25 anni  senza sentir squillare il telefono.

Jacob Morton Braude

L’appendice tecnologica

Mi chiedo  a volte se l’utilità di uno smartphone compensa la sensazione di  avere un’appendice al proprio corpo e per questo irrinunciabile.

All’inizio l’utilizzo  di  quell’aggeggio dalle dimensioni di una cabina telefonica (portatile) era limitata alle telefonate e qualche  sms e il suo  possesso era uno  status symbol da mostrare a chi  ancora si  affidava al telefono  di  casa o  alle cabine telefoniche per comunicare (quando  si  trovavano, quando erano  funzionanti  e soprattutto se avevamo  in tasca spiccioli  o  schede prepagate).

Poi  l’evoluzione tecnologica, come giusto  che sia, ne ha democratizzato il possesso anche se l’uso che rimaneva ancora in quella sua funzione primaria che era telefonare e utilizzare lo short message service a cui  presto  si  affiancherà il costoso multimedia messaging service o MMS

WhatsApp, Facebook, Instagram, Messanger e quant’altro viene in mente è l’evoluzione semi recente del  telefonino che è diventato lo smartphone  collegato  alla rete e ai  servizi  offerti  dai gestori  dei  Big data: il prezzo  che oggi paghiamo  per quello  che sembra essere tutto  gratuito  è la nostra proliferazione a scopi  commerciali con conseguente intrusione nella nostra privacy.

Ne siamo  pienamente coscienti e coscientemente non ci importa nulla perché privarci dell’utilizzo dello  smartphone per un giorno  o per qualche inevitabilmente ci porterebbe a una crisi  di  astinenza.

Ho esagerato?

Allora fate una prova: lasciate a casa  il vostro  cellulare (o smartphone se preferite) per un giorno intero e, in qualche maniera, vi  sentirete come esclusi dal  resto  del mondo  (che continua ad esistere oltre la rete).

 

Dati telefonia mobile italia 2018

 

Benessere digitale e galateo 

Quante volte al giorno  controllate il vostro  smartphone per vedere se vi  sono  delle notifiche o like sulla vostra foto postata su Instagram  che vi  ritrae con addominali  da paura (sia che siate donna o uomo o altro)?

Una delle tante ricerche mediche che si  sono fatte in questi ultimi tempi  e che riguardano appunto l’Internet Addiction Disorder (IAD) – per altro sindrome di  cui  si parlava già a partire dal 1990 – dice che consultiamo più di 200 volte al  giorno il nostro  telefonino: una vera e propria dipendenza che rischia di mettere in crisi le relazioni  sociali e affettive (cioè quelle vere e non digitali).

Come tutte le dipendenze anche per l’IAD esistono più possibilità di  cure che vanno  sotto il nome generico  di  digital  detox e che, in ultima analisi, consistono in una serie di  consigli per la disintossicazione: uno fra tutti, forse quello più importante, è affrontare la Fear of Missing OutFomo (si, lo so: i termini  in inglese la fanno  da padrone anche sul mio blog).

La Fomo è la paura conseguente alla scelta di  disconnetterci: cioè di  essere tagliati  fuori da chat o gruppi  di  WhatsApp, ad esempio.

Magari dobbiamo  anche pensare che  le nostre discussioni  online avvengono  con persone che non conosciamo  e forse abitano dall’altro  capo  del mondo, trascurando le relazioni  con il vicino  della porta accanto.

A questo punto  mi  viene in mente un piccolo  capolavoro  di  comicità offerto  dal  genio di  Corrado  Guzzanti quando alcuni  anni  fa metteva alla berlina i nuovi media:

Se io  ho  questo nuovo  media, la possibilità cioè di  veicolare un numero  enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo  caso  con un aborigeno dall’altro  capo  del mondo…ma il problema è: aborigeno, ma  io  e te che c***o se dovemo  dì?

Ovvio che a seguito  di  questo nuovo  filone delle paranoie e sue possibili soluzioni  sono  nate associazioni  varie (reperibili  con una semplice ricerca su Google…) e app come Benessere digitale che monitorano il nostro  tempo  passato  sui  social e anche impostare e un time out per disconnetterci.

Tra i libri  sull’argomento  ho  scelto come anteprima (sempre posto  alla fine dell’articolo) quello  di Marco  Fasoli, ricercatore presso il BIB (Behavioral Insight Bicocca) e del  Centro Ricerca sul Benessere Digitale,  pubblicato  per la Casa editrice il Mulino:  Il benessere digitale.

E per quanto  riguarda il galateo  nell’uso  del  telefonino?

Vi  sono  alcune  cose che possono dare fastidio , ad esempio: una suoneria che squilla nel mezzo  di un funerale o  discutere a voce alta dei fatti propri in modo  che anche l’aborigeno  citato  da Guzzanti  ne sia partecipe dall’altro  capo  del mondo.

Oppure, ma qui  si  tratta proprio  di un forma di  galateo, non bisogna mai  mettere il cellulare  sul tavolo mentre siamo al  ristorante.

A questa mancanza ho una soluzione: appena il vostro  commensale poggia il cellulare sulla tovaglia, voi  non dovete fare altro che prendere il  martello  che di  solito  portate in borsa e ridurre in poltiglia lo strumento.

Forse il proprietario protesterà ma voi gli  avete dato una lezione di  Bon Ton! 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro Il benessere digitale di  Marco Fasoli 

Essere continuamente connessi significa comunicare, informarsi, fare acquisti più velocemente, lavorare ovunque, ma anche subire un flusso ininterrotto di notifiche e stimoli, talvolta creati con lo scopo di farci restare incollati il più a lungo possibile allo schermo. Ne derivano spesso situazioni di stress, mentre si sottrae tempo prezioso alla vita privata e alle relazioni; tanto che si può parlare di malessere digitale come vero prezzo occulto da pagare per usufruire di molte app e programmi. È dunque necessario interrogarsi – come fa criticamente questo libro – sulla relazione fra tecnologie
e benessere, per comprendere come esse possono favorirlo o ostacolarlo, come dovrebbero essere progettate in futuro e quali capacità di auto-regolazione permettono, oggi, di sfruttare il loro potenziale benefico.

C’è Cannabis e Cannabis: le proibizioni del ministro

Illustrazione della Cannabis sativa
Illustrazione della Cannabis sativa

A volte il fumo  è molto meglio dell’arrosto

Freak Antoni 

Il proibizionismo  che avanza

E’ la nuova crociata del nostro infaticabile ministro dell’Interno  che, tra un comizio  e l’altro e comparsate nei  talk show, ha pensato  bene che l’argomento immigrati e rom possa essere momentaneamente accantonato per aprire un nuovo  fronte, questa volta contro i negozi  che vendono  cannabis light ritenuta (sempre dal nostro  caro ministro) l’anticamera di  tutti  gli sballi possibili e immaginabili.

A questo punto  non vedo perché non si  dovrebbe pensare anche alla chiusura  dei  tabaccai (risaputi spacciatori  di  fumo) e delle enoteche (anticamera per possibili  cirrosi epatiche).

La verità è che il nostro caro  (?) ministro  deve mantenere sempre accesa l’attenzione sul personaggio da lui  creato e  che tanto successo  riscuote   per una parte dei  nostri  concittadini (specie quelli di  Casa Pound).

Dimentica, però, che l’attività commerciale di  questi negozi  è perfettamente legale (fino  a che una legge non dica il contrario) senza poi trascurare le spese per l’apertura dell’attività (soldi incassati in parte anche dallo  Stato).

Per chiudere questo lungo  preambolo cito quello  che ha dichiarato  a proposito  la ministra della Salute  Giulia  Grillo nelle interviste rilasciate sull’argomento:

Non bisogna dare informazioni sbagliate, perché nei canapa shop non si vende droga!

I principi  attivi  della cannabis 

Nella Cannabis sativa sono presenti  più di  400 composti  chimici  dei  quali i più importanti  sono i cannabinoidi (una sessantina) : tra questi il delta- 9 – tetraidrocannabinolo  (THC) il principio  attivo messo  sotto  accusa.

L’ azione del  THC è quella di  legarsi ai  recettori presenti  nei  gangli  alla base del  cervelletto (responsabile delle capacità di  orientamento  spazio – temporale) e, in misura minore, nel tronco  encefalico e nell’ipotalamo nonché in altre strutture cerebrali.

Questi  recettori  sono gli  stessi a cui  si  legano  i cannabinoidi naturali  quali  le endorfine e che provocano, ad esempio, lo sballo  del  corridore cioè quell’euforia simile all’assunzione di  sostanze stupefacenti  (la classica canna: speriamo che il ministro  non voglia proibire anche la corsa)

La concentrazione dei  principi  attivi, come appunto  il THC,  è più bassa nella marijuana ottenuta dalla infiorescenze essiccate della Cannabis sativa rispetto all’hashish ricavata dalle secrezioni della pianta in fiore.

Nell’XI secolo Hasan ibn-Al  Sabbāh   fondò la setta degli  Hašīšiyyūn chiamati così perché gli  adepti erano  dediti  al  consumo  dell’hashish (nome con  cui  gli  arabi  chiamavano  la pianta della canapa) prima di  compiere omicidi: da qui il nome di  assassino.

Nella Cannabis light, venduta nei negozi  legali  di  cannabis, la quantità di  THC è ridotta allo 0,6 per cento: per fare un   confronto  nella cannabis ad uso  medico, come il Bedocran, la concentrazione di  THC è pari al 22 per cento superiore.

C’è anche un altro  aspetto  assolutamente da non sottovalutare come conseguenza dell’apertura dei  negozi  di Cannabis light: l’aver sottratto al  mercato  illegale di  sostanze stupefacenti l’11 per cento dello  spaccio (pari  a circa 200 milioni di  euro l’anno dati  forniti  dagli  stessi organi di polizia).

Quello che dice la medicina

Per la medicina è indubbio l’aiuto della cannabis ad uso  medico  per contrastare l’effetto  di  nausea e vomito indotto  dalla chemioterapia e lo  stimolo  dell’appetito.

Il British Medical  Journal aveva evidenziato come i cannabinoidi avevano un effetto  maggiore in questi  casi  rispetto a tutti  gli  altri  farmaci utilizzati analogamente.

D’altronde già nel 2300 a.C. la medicina cinese aveva scoperto  le proprietà terapeutiche della canapa come rimedio  per la malaria e altre malattie.

Il  Consiglio  superiore della Sanità  riferendosi all’uso  della cannabis light avverte una sua potenziale dannosità dovuta all’accumulo dei principi  attivi nei tessuti tra cui il cervello  e i  grassi.

Inoltre evidenzia una mancata attenzione all’uso in relazione allo  stato fisico  della persona (patologie, gravidanza, interazione con altri  farmaci) e all’età dell’individuo che ne fa uso.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…