Jane Austen, l’intramontabile di cui non si sa nulla

Jane Austen

<< Non voglio  che la gente sia troppo simpatica, così mi risparmia il fastidio  di cercare di piacergli>>

Jane Austen 

Sono una Austenolatry 

Ho fatto  da poco una scoperta e cioè che sono afflitta dall’essere un’ Austenolatry cioè un’idolatra dell’intramontabile scrittrice inglese nata a Steventon il 16 dicembre 1775 lasciando  questo mondo  orfano  dei suoi scritti (ovviamente anche di  lei  stessa) il 18 luglio 1817 a Winchester

Il termine Austenolatry venne coniato nel 1900 (più o meno)  da Leslie Stephen  che, oltre ad essere un critico letterario, filosofo  e alpinista era anche  il papà della pittrice e arredatrice Vanessa Bell  e di  sua sorella (indubbiamente più famosa) Virginia Woolf.

La biografia di  Jane Austen 

Jane Austen
Albero genealogico della famiglia Austen

Anche Rudyard Kipling venne affascinato  dalla figura di Jane Austen tanto  da dedicarle il libro The Janeites (ne ho scritto  in questo  articolo  dove troverete anche l’anteprima del libro) mentre altri in tempi  più recenti si sono lanciati in una improbabile biografia dell’autrice come, ad esempio, il libro  di Claire Tomalin Jane Austen – La vita (prima edizione inglese 1997)

Jane Austen

Una biografia all’altezza di Jane Austen: un libro che irradia intelligenza, ironia e introspezione” The New York Times.

Di lei abbiamo solo un ritratto a matita, qualche lettera, gli scritti giovanili e sei meravigliosi romanzi. Eppure, tanto è bastato a rendere Jane Austen una delle scrittrici più celebri e amate di tutti i tempi. Si è spesso detto che la sua “è stata una vita priva di eventi significativi”, ma Claire Tomalin, nella sua monumentale biografia, dimostra il contrario: ogni singolo dettaglio ha contribuito a formare la Jane scrittrice, a ispirarne personaggi e ambientazioni.

Un viaggio di quasi cinquecento pagine nell’Inghilterra di fine Settecento e inizio Ottocento, tra complessi intrighi familiari che sono già materia da romanzo: Jane Austen è insieme osservatrice e protagonista incontrastata, talvolta concentrata su carta e calamaio nella sua camera tappezzata di azzurro, oppure alle prese con un ballo o una rappresentazione teatrale, in visita da amici e parenti nella campagna dell’Hampshire e del Kent, o immersa nella vita mondana di Bath e Londra.

Alla fine del’articolo troverete l’anteprima del  libro  con il testo in inglese (utile per il ripasso di  questa lingua)

Perché ho  detto che la biografia è improbabile?

Per il semplice fatto che di  Jane Austen abbiamo  veramente poco che testimoni  la sua vita e una sua biografia può essere solo il frutto  di  supposizioni di una scrittrice (per quanto  brava come Claire Tomalin)  non sia la verità assoluta.

Io non penso, come qualcuno vuol far credere,  che Jane Austen abbia avuto una vita monotona e noiosa e di aver scritto i suoi  romanzi  come antidoto  alla noia, tutt’altro: sicuramente avrà avuto il carattere necessario  per andare contro corrente rispetto  ai tempi in cui  ha vissuto  di una persona ribelle nei  confronti della morale di  allora (lo  dico  e affermo  anche per quella  ironia e arguzia con cui  descrive i  suoi  personaggi).

D’accordo, forse pecco  anch’io  di presunzione nell’affermare quanto  ho scritto, ma cosa volete farci: sono una Austenolatry…. 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Audrey Hepburn, buona alla prima

Audrey Hepburn

 

Se gli uomini fossero  belli  e intelligenti,  si  chiamerebbero  donne

Audrey Hepburn 

Audrey, buona alla prima 

 

Audrey Hepburn nel 1956
Audrey Hepburn nel 1956

Giocando con voi  a chi  vorrei essere, escludendo  quindi personaggi  fumettistici al pari  di  Wonder Woman, potrei dire che un modello  di  riferimento potrebbe essere lei: Audrey Hepburn.

Intelligente, bella, elegante con uno  sguardo  allo  stesso  modo  malinconico  e ammaliante: non ditemi  che la scelta sia sbagliata, fosse solo per indossare, alla sua maniera, quel  tubino  nero sfoggiato in Colazione da Tiffany

 Audrey  Hepburn: Locandina del film Colazione da Tiffany

Lei, che voleva diventare ballerina, studiò danza ma presto  dirottò le sue doti  artistiche verso altri palcoscenici teatrali  fino ai  set del  cinema.

Così, a soli 23 anni e al  suo primo  film, si  aggiudicò nel 1953 il premio  Oscar come migliore attrice protagonista   per Vacanze romane (rubando, si  fa per dire,  il ruolo nientemeno  che a Elizabeth Taylor).

Fu l’inizio  di una carriera strepitosa e colma di  riconoscimenti (dei  quali  l’elenco  sarebbe troppo  lungo da riportare in questo post, ma facilmente reperibili in rete).

Solo l’accenno  al  suo  secondo premio  Oscar, molto  speciale perché  si  trattava del premio umanitario  Jean Hersholt assegnato non periodicamente per contributi eccezionali  a cause umanitarie.

Il premio le fu  assegnato postumo nel 1993 condividendolo con Elizabeth Taylor .

Nel 1988 fu nominata ambasciatrice per conto  dell’UNICEF: quattro  anni  dopo, nel 1992, ritornando  da un viaggio in Somalia a scopo  benefico  e per conto  dell’Organizzazione umanitaria, accusò i  primi sintomi della malattia incurabile che da lì a poco  l’avrebbe portata alla morte.

Audrey Hepburn morì il 20 gennaio 1993  a Tolochenaz, in Svizzera, e qui sepolta: aveva sessantatré anni.

Quando  Audrey  si  fece chiamare Edda van Heemstra

Audrey era nata a Ixelles in Belgio il 4 maggio  1929: suo  padre era l’inglese Joseph Anthony Ruston (per questo il nome per intero  dell’attrice era Audrey Kathleen Ruston), sua madre l’aristocratica olandese Ella van Heemstra: il cognome Hepburn deriva da quello  della nonna materna aggiunto  in seguito  dal padre al  proprio cognome diventando, per l’appunto, Hepburn – Ruston

Joseph Ruston e Ella van Heemstra nel 1935 si  separarono: il padre, il quale non nascondeva le sue simpatie per il nazismo, rimase in Inghilterra abbandonando  di  fatto  la famiglia, mentre la madre, con Audrey  e gli  altri  due figli, avuti  da un precedente matrimonio  con Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford nobile olandese (nessun dubbio  che lo  fosse visto il chilometrico nome),  si  trasferì nel 1939 nella città olandese di Arnhem dove Audrey intraprese gli  studi  di  danza presso il Conservatorio.

Il 10 maggio  1940 i nazisti diedero  vita all’invasione dell’Olanda (operazione conclusa in soli  cinque giorni): fu  allora che il nome Audrey Hepburn, considerato pericolosamente troppo inglese, cambiò in Edda van Heemstra.

Nel 1944, dopo  lo  sbarco in Normandia, Audrey Hepburn patì, come il resto  della popolazione olandese ancora sotto il giogo  nazista, quella che venne chiamata in seguito Hongerwinter (la Carestia olandese del 1944): migliaia  di olandesi morirono allora   per fame o per il freddo molto intenso  di  quell’anno.

Fu in questo  tragico  periodo che la famiglia di  Audrey  Hepburn accolse e nascose in casa un soldato inglese, e lei  stessa si  diede il compito di  fare da staffetta tra le formazioni  partigiane olandesi  e l’esercito  alleato.

Il libro

Questa parte della vita dell’attrice è stata raccontata nel  libro  biografico  La guerra di  Audrey del  giornalista americano  Robert Matzen

Indimenticabile in Vacanze romane, icona di stile in Colazione da Tiffany Sabrina, Audrey Hepburn è una delle star del cinema più amate. Della sua vita, dei suoi film e del suo impegno come ambasciatrice dell’UNICEF, giornali e rotocalchi hanno raccontato molto, dando l’idea che, nonostante la sua estrema riservatezza, di lei non ci fosse più nulla da scoprire.

Ma così non è.

La giovane Audrey si trova in Olanda proprio negli anni dell’occupazione tedesca. Sarà l’uccisione da parte dei nazisti dell’amato zio Otto, unica figura maschile di riferimento dal momento che il padre viveva in Inghilterra dopo la separazione dalla moglie, ad avvicinare la ragazzina alla Resistenza.

Mettendo a rischio la propria vita, Audrey comincia a consegnare cibo ai soldati britannici, a fare da staffetta per le informazioni e i giornali clandestini, a danzare per raccogliere fondi per i gruppi di resistenti nelle Serate nere, così chiamate perché le finestre venivano oscurate.

Di questo impegno, Audrey parlò pochissimo e con vaghe allusioni. Né amava parlare della fame e degli stenti che aveva dovuto sopportare in quegli anni, la dieta di guerra la chiamava, e che ne avevano segnato la salute e il fisico.

La mostra Intimate Audrey

Audrey Hepburn: mostra Intimate Audrey

Dopo  Amsterdam  e Bruxelles arriva a La spezia la mostra Intimate Audrey presso la Fondazione Carispezia

La mostra è un omaggio  ai 90 anni dalla nascita dell’attrice e voluta fortemente dal  figlio Sean Hepburn Ferrer.

Tra foto, ricordi personali, scritti, disegni e oggetti, la mostra è divisa in diverse sezioni che ripercorrono alcuni dei momenti più importanti della vita dell’attrice: l’infanzia a Bruxelles con la famiglia d’origine, i successivi trasferimenti a Londra, negli Stati Uniti, in Italia, il matrimonio in Svizzera con Mel Ferrer e la nascita del figlio Sean, gli amici, fino agli anni in cui si è dedicata con un impegno smisurato alla filantropia, che le è valso l’Oscar umanitario.

La mostra comprende anche spezzoni dei suoi film più famosi e video-interviste dell’attrice.

L’ultimo  giorno  per accedere alla mostra è stato  fissato per il 1 marzo 2020 (info sul  sito  della Fondazione).

Per concludere: arrivederci  Audrey 

Poco  più  di novecento parole: sono queste che ho utilizzato per scrivere quest’articolo (o post se volete), non sono nulla per descrivere la vita di una delle più grandi e intelligenti  attrici che oggi avrebbe compiuto la veneranda età di  novant’anni.

Per terminare penso che non ci  sia di meglio  che ascoltare Moon River per rivivere la magia che Audrey Hepburn ci  ha regalato  con  le sue interpretazioni in film di  successo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Isadora Duncan: seguendo il ritmo delle onde

Sono nata in riva al  mare.

la prima idea del  movimento e della danza mi è venuta di  sicuro dal  ritmo  delle onde

Isadora Duncan

Isadora Duncan, una vita per la danza

Isadora Duncan
Isadora Angela  Duncan

Isadora Duncan  (san Francisco, 27 maggio 1877 – Nizza, 14 settembre 1927)   aveva cinquant’anni  quando il 14 settembre 1927, a Nizza, l’ineluttabilità del  destino l’attendeva portandole via la vita in un incidente banalmente assurdo.

Aveva preso posto  nella decapottabile guidata dal  pilota francese  di  auto  da corsa Vincent BenoÎt Falchetto, suo  amante, per dirigersi  verso l’albergo  che l’ospitava: il destino, che a volte nel  dramma  può anche assumere  contorni  assurdi, volle che la lunga sciarpa che indossava andò impigliandosi nei  raggi  della ruota dell’auto strangolandola.

E dire che il destino  era già stato  crudele con lei quattordici  anni prima che lei  morisse cioè  quando annegarono nella Senna insieme alla bambinaia i suoi  due figli Deirdre e Patrick, rispettivamente di  7 e 3 anni avuti  dal  matrimonio  con Paris Singer (figlio  del fondatore dell’industria omonima per macchine da cucire)

Lei  che era nata per danzare ebbe l’intuito  di  rompere ogni  formalismo nella danza classica, rinunciando  a quelli  che per lei  erano inutili orpelli quali  scarpette a punta e quindi  indossando  costumi  di  scena che richiamavano  alla mente le danzatrici dell’antica Grecia: questo per dare maggiore libertà ed espressività ai movimenti  del  corpo.

All’inizio  questa sua idea di  danza, precursore della danza moderna, non ebbe fortuna negli  Stati Uniti e dovette aspettare il 1900, quando  si  esibì per la prima volta a Londra, per ottenere l’inizio di una lunga serie di  successi.

A Parigi  ebbe modo  di  diventare amica di LoÏe Fuller  sua connazionale la quale, inventando la serpentine dance, a suo modo aveva portato alla danza nuove forme scenografiche (ne ho scritto in questo post)

Mettendo  in primo piano il suo  corpo a servizio  della danza, inevitabilmente Isadora Duncan oltre ai giudizi favorevoli, ebbe nel pubblico meno propenso al modernismo artistico della ballerina altri  giudizi  decisamente meno lusinghieri.

Lo stesso futurista Filippo Tommaso  Marinetti definì la danza di Isadora Duncan come erotismo  da cortigiana (ma è nota quanto  fosse grande  la misoginia di  Marinetti)

Il declino

A seguito di profondi  dispiaceri,  tra i  quali un figlio  morto  alla nascita avuto dopo una fugace relazione con un giovane artista italiano e il divorzio dal poeta Sergej Esenin (che si  suicidò due anni  dopo), Isadora incominciò a lasciarsi  andare finché la sua figura appesantita non divenne oggetto  dei lazzi di  critici  incuranti dei  drammi  della donna.

Negli ultimi  anni  di  vita, trascorsi  tra Nizza e Parigi, le erano  rimasti  accanto  solo pochi  amici che ebbero  cura di lei  nei  momenti  di  maggiore difficoltà.

La mostra

Presso  il Mart di  Rovereto e fino al prossimo 1 marzo si può visitare la mostra Danzare la rivoluzione – Isadora Duncan   e le arti  figurative in Italia tra Ottocento e Novecento.

La mostra, voluta fermamente dal presidente del Mart Vittorio  Sgarbi, ospita 170 opere che esaltano il corpo femminile in pitture  e sculture nella rappresentazione dell’ideale di  bellezza riconducibili all’arte di  Isadora Duncan.

Nel  box seguente potete trovare maggiori  informazioni  sulla mostra oltre agli orari  e prezzo  dei biglietti  d’ingresso.

Isadora_Duncan_CS

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le streghe non vanno mai via

Nelle fiabe le streghe portano  sempre ridicoli cappelli  neri e neri  mantelli, e volano  a cavallo delle scope.

Ci sono  alcune cose importanti che dovete sapere sul loro conto: perciò aprite bene le orecchie e cercate di non dimenticare quello  che vi dirò.

Le vere streghe sembrano  donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano  abiti  qualunque e fanno  mestieri  qualunque.

Per questo è così difficile scoprirle.

Roald Dahl 

Le streghe che non vanno mai  via dall’immaginario 

Le quattro streghe - Albrecht Dürerrt
Le quattro streghe – Albrecht Dürer

E’ ovvio che  andando in giro con tanto  di  frusta e vestite come Wonder Woman  difficilmente si può essere  la donna qualunque citata da Roald Dahl

In ogni caso il  modello di  strega, sempre quello  citato  da Roald Dahl, cioè di una donna  con verruche su di un naso  adunco nonchè sdentata,  in aggiunta ai  ridicoli cappelli neri e viaggi a cavallo  di una scopa,  è tramontato  da un pezzo: oggi  le streghe hanno il fascino della Maleficent  interpretato  dalla brava e bella Angelina Jolie oppure quello dell’adolescente Sabrina nella serie televisiva omonima a marchio  Netflix che, a fine gennaio 2020 offrirà alla visione degli  abbonati una serie tutta italiana dedicata alla janara 

 

Tremate, tremate le streghe mai  sono andate

La strega di  Blair 

Nel 1999 un film a basso  budget (ma con guadagni al  botteghino  inversamente proporzionali) vinse al Festival  del  Cinema di Cannes il premio  giovani  come miglior film straniero, si  trattava di The Blair Witch  Project (Il mistero  della strega di  Blair)

L’incipit de Il mistero  della strega di  Blair  è molto  semplice:

Il film è presentato come un semplice montaggio in ordine cronologico di questo materiale rinvenuto, a ricostruzione dei fatti che hanno visto coinvolti i tre giovani.

Si scopre così che i tre studenti universitari Heather, Mike e Josh hanno deciso di realizzare un documentario scolastico, con cui fare luce su una misteriosa leggenda locale, quella della fantomatica “Strega di Blair”, una vecchia di nome Elly Kedward vissuta alla fine del Settecento nel paese di Blair, a cui le cronache hanno attribuito atti di violenza a danno di bambini del paese, nonché la scomparsa di alcuni di loro.

E’ il prosieguo della narrazione a fare della pellicola un cult tutt’ora imbattuto  ( a dir la verità   ho  visto  il film tra le fessura delle dita..): in un crescendo di  tensione i tre  giovani, ripresi  sempre in soggettiva,  vagano di notte in un bosco con inquietanti  segni  di una presenza malevola: appunto  la strega di  Blair.

La (presunta) storia vera della strega di  Blair

Nel 1734, a qualche decina di  chilometri  da Baltimora, era nata la comunità rurale di Blair composta principalmente da protestanti.

Nel 1769 appare per la prima volta il nome di  Elly Kedward in un elenco  di immigrati provenienti  dall’Irlanda e diretti  a Baltimora: sarà lei   che verrà accusata di essere la strega di  Blair.

Nel 1785 gli  abitanti  di  Blair accusano la donna di  aver rapito  alcuni  bambini  e di  averne bevuto il sangue: Elly  Kedward viene legata a un albero  e lasciata alla furia degli  elementi.

L’anno  successivo i  bambini  che avevano accusato  la donna di  essere una strega scompaiono  misteriosamente, come i loro  genitori che si  erano  messi  alla loro  ricerca.

Nel 1809 viene dato  alle stampe il libro The Blair Witch Cult in cui, per la prima volta, si parla di un villaggio vittima della maledizione di una strega

Nel 1824, durante la costruzione della ferrovia che collegava Washington a Baltimora, gli operai  scoprono  i resti di un villaggio immerso  nel  bosco: è il villaggio  di  Blair.

In seguito  la storia diventa leggenda con bambine che vengono  trascinate in un ruscello  da una mano apparsa tra le acque, croci  fatte con ramoscelli (segni  di  stregoneria), uomini uccisi  e orrendamente mutilati  e BLABLABLA

Bisogna aspettare sessant’anni  affinché la storia diventi  di nuovo  tragicamente reale: dal 13 novembre 1940 sette bambini  scompaiono a Burkittsville (il nome dato  al  villaggio  sorto  sui  resti  di  Blair).

Un anno  dopo, il 27 novembre 1941, viene arrestato Rustin Parr che confesserà di  aver ucciso  i  bambini.

Nella confessione a seguito  dell’arresto  Rustin Parr dirà di  aver agito per ordine della signora del  bosco 

La prossima strega  è la Befana 

Per sdrammatizzare ecco l’annuncio  di  lavoro  che ho  pubblicato sulla mia pagina Facebook (se siete interessate…)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Se queste immagini potranno  mai avere un significato per le generazioni  future, sarà questo: io c’ero, sono esistito.

Sono stata giovane, sono stata felice  e qualcuno a questo mondo mi ha voluto  abbastanza bene da farmi una fotografia.

Frase tratta dal  film One Hour Photo (regia di Mark Romanek – 2002)

Foto antiquaria UNO (a Milano)

Mi  sono  sempre chiesta chi  fosse mai la donna bella ed elegante ritratta in questa foto in cui  i palazzi  diroccati  sullo  sfondo sembrano  messi  lì apposta per contrastare l’eleganza della sua figura.

Se poi vogliamo  sapere qualcosa di più riguardo  al periodo in cui l’immagine è stata scattata, l’unico indizio è quella Topolino sullo  sfondo: è un modello  di  auto prodotto fino al 1955 per cui è facile pensare che la guerra sia terminata da qualche anno e che gli  scheletri  di  quelle case  sono una triste testimonianza dell’orrore passato.

Forse lei era una modella e la foto era per qualche rivista di moda.

Oppure, molto  semplicemente, qualche fortunato  osservatore, munito  di  macchina fotografica, non ha  lasciato perdere l’occasione di immortalare nella pellicola quella che era per lui una leggiadra apparizione.

A caccia tra i  Navigli  di  Milano

Non ho trovato per caso  questa foto: essa fa parte di un bottino conquistato girovagando per i Navigli di  Milano fino ad annusare le cose vecchie (e a buon mercato) esposte tra i banconi  di un negozio  di  antichità varia.

Ovviamente le foto sono solo copie delle originali, ma cosa importa: è quel frammento  di  tempo  andato impresso sulla carta che mi  affascina.

Nel  gruppo  delle foto  che ho  acquistato, questa è quella che preferisco:

Dove la luce che filtra dal  soffitto  della Galleria, rende imperscrutabili i volti  delle persone, ridotte a semplici  sagome umane, eppure portatrici  di  vita.

Foto antiquaria DUE: la dagherrotipia

La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

Per quanto sgranata e priva di  significato, questa immagine ha la particolarità di  essere considerata come il primo  scatto dell’arte della fotografia: fu  realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce semplicemente osservando il panorama dalla finestra di una casa di Le Gras in Borgogna (altre fonti  riportano  che il paese fosse Saint-Loup- de Varenne).

In effetti lo scatto  era dovuto  a  un esperimento nel  quale Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto  in olio  di lavanda.

In seguito la lastra fu  esposta al  sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questo procedimento  inventato  da Niépce non era altro  che l’eliografia.

In effetti per parlare di  dagherrotipia bisogna aspettare ancora tredici  anni, quando nel 1839   il francese Louis Jacques Daguerre, partendo  dall’idea di  Niépce e perfezionata dal  figlio  di  questi  Isidore, venne presentata dallo  scienziato Françoise Arago  alla Académie des Sciences e alla Académie des Beaux Arts.

Il dagherrotipo 

 si ottiene utilizzando una lastra di  rame su  cui  è stato  applicato elettroliticamente uno strato  d’argento, quest’ultimo sensibilizzato alla luce con vapori  di iodio.

La lastra deve essere esposta entro un’ora e per un periodo  variabile tra i  dieci  e quindici  minuti.

Lo sviluppo avviene mediante vapori  di  mercurio a circa 60°C che renderanno biancastre le zone precedentemente esposte alla luce.

Il fissaggio conclusivo  si  ottiene con una soluzione di tiosolfato  di sodio, che eliminerà gli ultimi  residui  di ioduro  d’argento.

L’immagine ottenuta, cioè il dagherrotipo, non è riproducibile e deve essere osservata sotto un angolo  particolare per riflettere la luce in modo  opportuno.

Tratto  da Wikipedia

Ritornando  alla prima fotografia, cioè a quella realizzata da Niépce nel 1826, essa venne donata dallo  stesso  Niépce a Francis Bauer , progettista di giardini  e membro della Royal Society .

Francis Bauer cercò di interessare la Royal Society all’idea di  Niépce per ottenere dei  finanziamenti e quindi promuovere la nuova invenzione, ma il risultato ottenuto fu  quello  di un netto rifiuto  da parte dell’associazione

Nel 1952, sempre in Inghilterra, lo  storico della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò in maniera fortuita l’immagine per poi  consegnarla alla storia come la prima riproduzione di un paesaggio.

La prima dagherrotipia in Italia

La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)
La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)

Nell’ottobre 1839, mentre l’invenzione di Daguerre veniva presentata alla Royal Society (con scarsa fortuna, come si è detto, in Italia Enrico Federico  Jest , partendo  da un dagherrotipo, realizzava la prima stampa ufficiale nel nostro  Paese, raffigurante la chiesa della Gran Madre di  Dio  a Torino.

Jest, insieme a suo  figlio  Carlo, avevano  proprio  a Torino  un’attività centrata sulla fornitura di  apparecchiature scientifiche: l’invenzione di  Daguerre entusiasmò il fotografo  italiano  tanto da abbandonare il commercio  dedicandosi  completamente alla dagherrotipia, fino a costruire da sè un apparecchio  dagherrotipo.

TUTTO QUI.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Grace Kelly è la principessa (ma dello Smooth jazz)

Quando non sai  cos’è, allora è jazz

Alessandro  Baricco  

Grace Kelly e lo Smooth jazz

Lo Smooth jazz è un genere musicale caratterizzato dalla semplificazione delle complessità armoniche e improvvisative tipiche del  jazz, con maggior enfasi sulle melodie, con sonorità più rilassanti rispetto  alla fusion o  al funk, quindi  molto più orecchiabile e commerciabile, soprattutto per quanto  concerne la diffusione radiofonica.

Certamente voi  che siete appassionate di  musica jazz e sapete tutto a riguardo  delle complessità armoniche e improvvisative della Smooth  jazz, sapete anche che la Grace Kelly in questione non è assolutamente l’indimenticabile Grace Kelly principessa di  Monaco.

Ma io,  che tutt’al più  riesco   a malapena  distinguere  una mazurka dal trallalero  genovese, mi sono  adeguata al detto  di  Alessandro  Baricco e ho  subito  pensato  che si  trattava di  jazz e che la Grace Kelly in questione ne era (è) una delle esponenti più in voga.

Ovviamente quanto  scritto  a riguardo  delle mie conoscenze musicali  è solo  falsa modestia!

 

Grace Kelly musicista
Grace Kelly

La nostra Grace Kelly musicista è nata il 15 maggio 1992 a Wellesley  nel  Massachusetts da genitori  coreani.

Solo  dopo che la madre si è risposata con Robert Kelly nel 1997, che prontamente adottò la piccola Grace, le venne cambiato il cognome da quello paterno  Chung in, appunto, Kelly.

Il suo  debutto  nella musica è molto  precoce perché  a soli tredici  anni ha pubblicato il suo  primo disco dal  titolo  Dreaming  .

E’ inutile scrivere (ma devo  farlo altrimenti che articolo è?)   la sua carriera punta decisamente verso  l’alto  esibendosi come solista e collaborando con altri  musicisti  di  calibro: a sedici  anni, insieme a Lee Konitz, registra l’album Grace full Lee con un notevole successo  di  critica.

Nel 2013 il singolo Sweet sweet baby raggiunge la decima posizione nella sezione dedicata al Smooth jazz pubblicata dalla rivista Billboard

Nel 2014 ha una parte nel pluripremiato documentario Sound of Redemption: the Frank  Morgan Project prodotto  dallo  scrittore Michael Connolly dedicato  a Frank Morgan sassofonista dalla vita travagliata che trascorse molti  anni in prigione per droga (e che morì a Minneapolis il 14 dicembre 2007 a 74 anni).

Naturalmente, dopo  averne scritto alcune parole (il giusto  per quest’articolo) concludo postando il video di  Crazy Love interpretato da Grace Kelly (la regina dello  Smooth  jazz)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Il pane e l’artista: Maria Lai

Voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano  amici il gatto  e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi  niente,

dammi una faccia allegra solamente.

Gianni  Rodari 

 

Dall’acqua e la farina nasce il pane 

Detto in questa maniera sembrerebbe lapalissiano che la somma di  questi  due elementi (semplificando) porti al pane: cibo carico  di  significati che vanno oltre al  concetto  di semplice  nutrimento.

Panificare è l’ arte dell”apprendere i segreti per fare il buon pane ma è nelle mani  dell’artista che diventa materia per dare forma  alla creatività.

Ed è questo  che  Maria Lai impara guardando le donne fare il pane in casa nella sua Ulassai, trasformando  ciò che vede  in una serie di  disegni figurativi  realizzati  negli  anni Quaranta  – lei era nata il 27 settembre 1919, appunto  a Ulassai, in provincia di  Nuoro – raffiguranti  queste donne che diventeranno, secondo  quanto lei  ha sempre detto, la sua prima accademia.

Biografia (da Wikipedia) 

Maria_Lai

 Ricordandola nel  centenario della nascita 

E’ trascorso  ormai  un secolo  dalla sua nascita (la morte è avvenuta il 23 aprile 2013 a Cardedu sempre in Sardegna) e la ricorrenza è stata celebrata con la mostra Maria Lai, pane quotidiano a Ulassai  presso le sale della Fondazione  Stazione dell’Arte (mostra ormai  chiusa da giugno  scorso).

Nella mostra erano  esposte trenta opere (alcune inedite) riferite al pane inteso  come stimolo  alla creatività dell’artista: i  suoi  primi disegni, appunto  quelli  raffiguranti  le donne che preparavano il pane fatto in casa, realizzati  negli  anni ’40 ed esposti  nel  1957 nella sua prima personale a Roma presso la Galleria dell’Obelisco fondata da Irene Brin e dal  marito Gaspero del  Corso; parte di  altre opere presentate nel 1977 in un’altra mostra a lei  dedicata, I pani  di  Maria Lai, alla Galleria del  Brandale a Savona ed infine altre opere più recenti  come Invito  a tavola (2004) realizzata in occasione della rassegna Pitti immagine Casa a Firenze.

La leggenda della bambina mandata sulla montagna

La vita e l’opera di  maria Lai è tanto  vasta da non essere contenuta in un semplice articolo per il blog, per questo  voglio  concludere con una leggenda locale del suo paese natale (oltre che all’anteprima del libro Maria Lai, un filo d’arte per tutti  di Viviana Porru che troverete alla fine)

Si  narra che una bambina fu  mandata sulle montagne per portare pane ai  pastori.

Una tempesta costrinse lei  e gli uomini  a rifugiarsi in una grotta: mentre fuori  era tutta un’esplosione di  lampi e tuoni, tutti  videro volare nel cielo un nastro azzurro.

A questo punto solo  la bambina coraggiosamente uscì dalla grotta  per inseguire il  filo: l’antro crollò seppellendo  tutti  e lei  fu  l’unica a salvarsi.

La stessa favola che  che è servita a Maria Lai come base per un progetto  nel 1981 quando il comune di  Ulassai le chiese un monumento per i  caduti del suo paese: lei rifiutò l’idea di un ricordo per i morti quanto piuttosto decise di  realizzare un’opera che coinvolgesse i  vivi, cioè i  suoi  compaesani.

Prese ventisette chilometri  di  nastro dal  colore azzurro e con esso intrecciò tutte le case  e le strade, nonché gli  abitanti: a quest’opera collettiva diede il nome di Legarsi  alla montagna.

Il libro 

Viviana Porru esperta in beni  culturali  e scrittrice ha dedicato all’opera di  Maria Lai il libro Maria Lai, un filo  d’arte per tutti (neanche a dirlo l’anteprima alla fine dell’articolo).

 

Maria Lai (1919 – 2013) è attualmente considerata l’artista contemporanea più significativa che la Sardegna possa vantare e ha lasciato un patrimonio di insegnamenti che continuano a parlare nonostante la sua scomparsa.

In questo breve percorso, dedicato a coloro i quali si avvicinano per la prima volta a questa grande artista e desiderano scoprire qualcosa in più sul suo conto, si riscoprono alcuni tra i temi fondamentali della sua filosofia: il legame con la comunità e il tentativo di avvicinare le persone all’arte; il desiderio di tramandare la memoria riscoprendo le più antiche tradizioni; il bisogno di continuare a giocare tutta la vita, perché proprio giocando si può immaginare ciò che sembra impossibile e impegnarsi per raggiungerlo.

Lezioni preziose che l’artista ha maturato in anni e anni di intenso lavoro, mediati dalle figure di maestri importanti come Salvatore Cambosu e Arturo Martini. Tutto questo avviene attraverso la trattazione di alcune tra le sue opere più belle e coinvolgenti, arricchite dalle voci di alcune persone che con lei hanno vissuto e condiviso importanti esperienze, ma anche dalle parole della artista stessa, trascritte dall’inedito archivio video del regista Francesco Casu, suo fidato amico e collaboratore.

Partendo dall’opera più famosa in assoluto Legarsi alla montagna, che vide il paese di Ulassai coinvolto in una performance di arte ambientale nata dalle credenze e i miti locali, il percorso passa al tema della memoria, espresso in opere quali le Fiabe cucite e la Barca di Carta, che propongono il libro come oggetto artistico. I giochi come I luoghi dell’arte a portata di mano e il Volo del gioco dell’oca coinvolgono lo spettatore in una attività di gruppo che attraverso l’espediente ludico lo avvicini al mondo dell’arte.

Infine giungono le proposte per il futuro come la sua idea di una Stanza dell’arte per tutte le scuole, con la quale accompagnare i bambini e i ragazzi verso un vero contatto con l’opera.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, persone che sanno  vedere e altre che non sanno nemmeno guardare

Nadar 

Dorothea Lange: una piccola biografia

Dorothea Lange nel 1936
Dorothea Lange nel 1936

Quando doveva rispondere alla domanda cosa fosse per lei  il suo mestiere di  fotografa, Dorothea Lange rispondeva con questa massima:

La macchina fotografica è uno strumento  che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica.

Questo  a significare che prima bisogna imparare a guardare le persone con la propria mente, combinando  in quest’azione sensibilità e empatia, per poi passare allo scatto  vero  e proprio.

Dorothea Lange (in realtà Lange è il cognome della madre che lei  adottò al posto  di  quello  paterno Nutzhorn) iniziò a studiare fotografia quando, poco  meno  che ventenne, si  trasferisce a New York per seguire i  corsi  di Clarence White membro  fondatore del  movimento Photo Secession.

L’intento del movimento  Photo Secession era quello  di  promuovere la fotografia come forma d’arte e, quindi, il fotografo era libero di  manipolare l’immagine per realizzare una sua visione soggettiva.

Dopodiché inizio a lavorare come fotografa presso diversi  studi  fotografici, tra cui  quello  di Arnold Genthe famoso  per le foto  della Chinatown  di  San Francisco.

Nel 1918 partì per un viaggio intorno  al mondo allo  scopo  di  fotografare i diversi  aspetti delle popolazioni incontrate: tale viaggio  durò fintanto che si  ritrovò a corto  di  denaro, quindi rientrò a San Francisco  ( qui  vi  rimase per tutta la vita) aprendo un proprio  studio  fotografico.

Al  contrario dell’idea alla base del movimento  Photo Secession,  per Dorothea Lange la fotografia non doveva essere in nessun modo  manipolata dall’autore, quindi le venne naturale aderire alla Straight photography da cui  nascerà la figura del  fotoreporter.

Dorothea Lange morirà all’età di  70 anni a San Francisco l’11 ottobre 1965  a causa di un male incurabile.

Dust Bowl 

tra il 1931 e il 1939 Stati Uniti  e Canada vennero  colpiti da inusuali  tempeste di  sabbia, appunto  le Dust Bowl che, in aggiunta a tecniche di  agricoltura inappropriate, rappresentò un disastro  ecologico che costrinse migliaia di agricoltori ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna altrove.

Nel 2014 il regista Christopher Nolan nel  film Interstellar descrisse una situazione ecologica analoga su  scala mondiale con la necessità per gli  abitanti  della Terra a spingersi  nello  spazio  alla ricerca di  nuovi  mondi  da abitare.

Dorothea Lange aveva già fotografato in passato i diseredati  delle grandi  città  americane durante il periodo  della Grande depressione, per questo  fu incaricata dall’economista Paul Schuster Taylor di  documentare con fotografie la situazione di  estrema povertà degli ex – agricoltori.

Le foto

Migrant mother ph. Dorothea Lange

Tra le foto che realizzò questa è forse  la più famosa: Migrant mother nel 2002 venne venduta a un’asta di  Christie al prezzo  di  141.500 dollari.

La Migrant mother si  chiamava Florence Leona Christie Thompson: al momento  dello  scatto  aveva 32 anni  ed era madre di  sette figli.

La fotografia originale di  Migrant mother è conservata presso la Library  of Congress:  dall’originale (foto in basso) si può vedere il taglio (metaforico) del  dito in basso a destra per migliorare la resa dell’inquadratura.

Nella piccola galleria fotografica che segue le immagini possono  essere ingrandite facendo  click su  di  esse (ma questo lo  sapete già, vero?).

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Disco Music: 40 anni fa l’intolleranza bruciava

Ecco  quello  che ho da dire sulla musica: ascoltatela, suonatela, riveritela e tenete la bocca chiusa

Albert Einstein

Disco Music intolerance

Lo dico  subito  a scanso  di  equivoci: a me la disco  music non piace, o per lo meno non tutta.

Questo, però, non mi avrebbe portata a fare quello che, nel luglio  del 1979, tanti  giovani  fecero  nello  stadio  dei White Sox a Chicago (il Comiskey Park, evento  in seguito passato alla   storia (storia!?) come Disco  Demolition Night.

In pratica quella sera di  quarant’anni  fa migliaia di  persone portarono  allo  stadio i loro  vinili  di  musica Disco per farne un falò: questo  dopo l’invito all’azione partito  dal giovane conduttore radiofonico Steve Dahl, il tizio  ritratto  nell’immagine seguente presa in quell’occasione

 

Dahl odiava la Disco  music e lo faceva nel  nome di una  presunta supremazia del rock come stile musicale: l’occasione per manifestare questo  suo odio  gliela diede proprio  la società dei White Sox che, per scopi pubblicitari e per riempire lo  stadio  durante una doubleheader (si  tratta di un doppio  incontro tra due squadre nella stessa serata), pensò di offrire una sostanziosa riduzione sul biglietto  d’ingresso  allo  stadio  a chiunque avrebbe portato i vinili di  Disco  music per distruggerli.

Si presentarono in migliaia, più che altro  fan di  Dahl  e per questo  sostenitori  della sua campagna anti – Disco: la cronaca  parla di una situazione di  difficile controllo  con esagitati che fuori  dallo  stadio bruciano i dischi mentre all’interno, al  centro  del  campo, vengono  accumulati i vinili  in attesa del conduttore che, vestito  da militare, non vede l’ora di dare inizio  allo  spettacolo.

In effetti  è proprio uno  spettacolo che tristemente ricorda il  Bücherverbrennungen: cioè, quando nel 1933, i nazisti  bruciarono  tutti i libri  che erano  contrari all’ideologia hitleriana.

I dischi  da distruggere erano posti in un contenitore che Dahl inopinatamente da fuoco con il risultato  di un’esplosione che danneggerà seriamente  il terreno  di  gioco mandando  all’aria (è il caso  di  dirlo) il doubleheader.

A quel punto la situazione degenera (complice anche un tasso  alcolemico alto  accompagnato  dall’uso  smodato  di  marijuana) e in molti invadono  il campo lasciandosi  andare al puro  vandalismo.

Interverrà la polizia in tenuta  anti -sommosa effettuando numerosi  arresti  e nelle colluttazioni  molte persone rimarranno  ferite.

Una serata da dimenticare (?)

Un fatto  di  questo  genere dovrebbe essere posto  nel  dimenticatoio  da chi lo ha generato: in effetti il non più giovane Dahl a distanza di  qualche decennio continua a non vergognarsi di  quello  che è stato un pogrom verso uno stile musicale ma, cosa ancora più discutibile, è il fatto  che la società dei  Chicago  White Sox  abbia voluto proprio nel luglio  di  quest’anno commemorare quella fatidica serata con una festa.

Potrebbe sembrare solo una manifestazione di pessimo  gusto, sennonché vi  è un fatto  che travalica ogni giustificazione: la Disco  music è sempre stata considerata come la musica dei neri, dei latini  e degli omosessuali e, quindi, un pretesto giustificato, secondo  la logica dei  nazisti  dell’Illinois, per  eliminare un simbolo  di  altra cultura.

Non solo  la Disco  music è stata vittima dell’intolleranza razziale: nel 1966 il Ku Klux Klan diede fuoco  ai dischi  dei  Beatles perché accusata di  essere  musica degenere.

Eppure di  dice che  Charles Manson, fautore della supremazia bianca, sia stato  ispirato  per i  suoi  delitti  dalla musica dei  Beatles, in special modo  dal  brano  Helter Skelter.

Il libro 

Dopo  questa carrellata su intolleranza e stupidità umana, vi  segnalo  il  libro che non dovrebbe mancare nello  scaffale della libreria di  ama la Disco:

La storia della Disco  Music scritta dai giornalisti  e critici  musicali  Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano 

 

 

 

Il  2 aprile 1979. Newsweek, con Donna Summer in copertina, titolava: ‘Disco Takes Over’ (la disco prende il sopravvento). 40 anni fa, dopo più di un lustro di incontrastato regno, la disco music era al suo apice. Trascorsi tre mesi da quell’articolo, una parte dell’establishment tenterà di farla fuori.

Invano: era già nel DNA della musica.

Il volume analizza genesi e sviluppo di un melting pot sonoro, culturale e sociale dalle innumerevoli diramazioni creative: un fenomeno molto amato, ma anche molto osteggiato, che, da movimento underground per minoranze di razza, sesso e ceto sociale, si è evoluto in carismatico trend-setter di massa. Per la prima volta in Italia viene narrata, da prospettive nuove rivolte al contesto socio-culturale dell’epoca, la storia completa della disco music risalendo alle sue radici afro, R&B, soul, funk fino alle contaminazioni con l’elettronica dell’Eurodisco, con un occhio di riguardo riservato alla prima Italo Disco, approfondendo altresì il proliferare delle originarie discotheques che, da Parigi, sono esplose a New York, centro gravitazionale della club culture (The Loft, Studio 54, Paradise Garage) e trampolino di lancio dei nuovi ministri del suono, i DJ e i loro vinili a 12 pollici.

Una mappa fondamentale per orientarsi tra le varie correnti assurte a fama mondiale: dalle origini afro di Manu Dibango e della Lafayette Afro Rock Band al solare Miami Sound, dalla disco-stomp di Bohannon alla Febbre del Sabato Sera, dall’orchestrale Philly Sound all’elettronica del Munich Sound di Giorgio Moroder, dalle superstar (Donna Summer, Bee Gees, Chic, Gloria Gaynor, Barry White, Amii Stewart) alle iconiche hits delle meteore (‘Ring My Bell’, ‘Born To Be Alive’, ‘Funky Town’) e dei personaggi più oscuri, dal gay-clubbing di Sylvester e Grace Jones agli ‘alieni’ atterrati sul dancefloor dai pianeti rock, funk e jazz. Con un focus incentrato nel periodo 1974-1980 (prodromi ed epigoni annessi),

La Storia della Disco Music è la prima narrazione completa, ricca di racconti, aneddoti e citazioni, sul caleidoscopico genere che ha contribuito in modo fondamentale all’evoluzione della musica moderna.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥