Eva: l’altra prima donna (del fumetto)

Eva

L’inferno  non è mai tanto  scatenato  quanto una donna offesa

William Congreve – La sposa in lutto

Eva dal  fumetto  al  cinema

….Sennonché Diabolik stava perdendo  per davvero  la testa, e non metaforicamente visto  che la stessa era in procinto  di essere staccata dal  resto  del  corpo  dalla lama della ghigliottina.

Ma come accade spesso (nella finzione, qualche volta anche nella realtà) l’amore di una donna salva l’eroe ( o antieroe, dipende dai  punti  di  vista) dalla morte certa: lo fa Eva Kant in L’arresto  di  Diabolik terza puntata della saga a fumetti della coppia criminale.

Non parlerò in questo articolo  di  Diabolik – ad attrarmi non è tanto  il personaggio quanto  della bravura dei  disegnatori chiamati  di  volta in volta a darne la forma nel  disegno, a partire dal  mitico Angelo  Zarcone* detto  il tedesco – quanto  piuttosto di  lei: Eva Kant 

*Il mistero di Angelo Zarcone
Di Angelo Zarcone si sa di certo che era italiano e che negli anni sessanta aveva all’incirca trent’anni. Veniva soprannominato il tedesco poiché si recava presso la redazione della casa editrice Astorina in compagnia di un bambino biondo avuto dalla relazione con una donna tedesca, ma, soprattutto, perché in estate si presentava vestito con un paio di bermuda e zoccoli con le calze (proprio come i più classici turisti teutonici) Angelo Zarcone lavorò alle tavole del primo numero di Diabolik scritto da Angela Giussani: consegnate le tavole all’Astorina, sparì senza lasciare nessun recapito. Nel 1982, in occasione del ventennale di Diabolik, le sorelle Giussani ingaggiarono il famoso investigatore privato Tom Ponzi per rintracciarlo, ma neanche lui ebbe successo. Nel 2019 venne realizzato il documentario diretto da Giancarlo Soldi, dal titolo Diabolik sono io, al cui interno si ipotizza sulla vita di Angelo Zarcone dopo la sua misteriosa scomparsa

A parte il film del 1967 diretto  da Steno Arriva Dorellik con Johnny Dorelli e Margaret  Lee, la prima Eva Kant in celluloide è stata l’attrice austriaca Marisa Mell nel Diabolik di Mario  Bava del 1968 (a interpretare il criminale in calzamaglia fu  chiamato il semi sconosciuto attore John Philip Law) mentre a Michel  Piccoli andò a ricoprire le vesti  dell’ispettore Ginko  con la colonna sonora composta da Ennio Morricone.

Dino De Laurentiis comprò i diritti  del  fumetto dalle sorelle Giussani per farne un film, il budget che mise a disposizione per la realizzazione del film fu  di  duecento milioni una somma considerevole per l’epoca.

A dirigere il film fu  chiamato Mario  Bava dopo  che il primo  regista Tonino Cervi  abbandonò la regia.

In Italia Diabolik venne snobbato  dal  critico  Tullio Kezich che lo  definì semplicemente stupido, mentre all’estero,specialmente in Francia, il film fu molto  apprezzato tanto  che il critico  cinematografico statunitense Roger Ebert lo  definì più bello  e divertente di  Barbarella.

Dopo cinquantadue anni  Diabolik ed Eva ritornano  al  cinema: a farsene carico dell’impresa sono i fratelli Manetti (Manetti Bros.) che hanno fatto  sfrecciare la Jaguar Type nera di  Diabolik (un’icona pari  all’Aston Martin di  James Bond) per le vie di  Bologna e altre città del nord Italia per ricostruire quelle della fantasiosa Clerville.

La sceneggiatura è basata proprio  sul terzo capitolo della storia di  Diabolik (L’arresto  di  Diabolik) quella dove, per l’appunto, entra prepotentemente in scena Eva che diventerà sua complice e amante e, nel contempo, ad addolcire quel  tanto  il carattere oscuro del  criminale.

Miriam Leone è Eva, mentre Diabolik ha il viso di Luca Marinelli, mentre lo  sfortunato  ispettore Ginko  (che mi ricorda molto  nella sfortuna Willie Coyote) è interpretato da Valerio  Mastandrea, secondo  me più credibile nel  ruolo  rispetto a quello che fu  di  Michel  Piccoli.

Di  seguito potete vedere i  trailer dei  due film ricordando che tra il primo  e quello di oggi  è trascorso più di  mezzo  secolo (l’articolo  continua dopo).

Eva e le sue mamme

Eva
Angela e Luciana Giussani in una foto negli anni sessanta

Sarebbe ingiusto  non scrivere nulla sulle due mamme di  Eva (e di  Diabolik) e cioè le sorelle Angela e Luciana Giussani.

Fu  Angela la maggiore delle sorelle ad avere l’idea di un personaggio quale Diabolik in aperta  rottura con la morale degli anni Sessanta: nel suo progetto il fumetto  doveva avere (tanto) sangue, sesso  e violenza.

Chi più di  lei poteva comprendere il magico mondo   dei  fumetti  essendo lei  stessa  proprietaria della casa editrice Astorina (fondata nel 1961): Diabolik, per meglio  dire il fumetto  di  Diabolik, poteva coinvolgere diverse tipologie di  lettori, dai più giovani  fino ai pendolari  annoiati nelle loro trasferte in treno.

Diabolik  arriverà alla sua tredicesima puntata quando  Angela decide di  proporre alla sorella Luciana di occuparsi insieme di Astorina e di  scrivere a quattro  mani le future avventure del  Re del  terrore.

Il 10 febbraio 1987 Angela muore a causa di un tumore all’età di 65 anni; Luciana prosegue nel  dirigere la casa editrice lasciando l’impegno nel 1992, continuando, però, a scrivere le avventure di  Diabolik: l’ultima sarà Vampiri  a Clerville (2000).

Luciana muore nel  marzo  del 2001 a 73 anni.

La storia di  Eva Kant

Come ho  già scritto  Eva Kant appare per la prima volta in L’arresto di Diabolik ma le sue origini  vengono  svelate in due successivi  racconti  e cioè Ricordi  del passato e Eva Kant quando  Diabolik non c’era.

Eva è la figlia illegittima di una povera ma bellissima donna di nome Caterina (il nome mi  ricorda quello  di una famosa blogger….) e di Lord Rodolfo Kant.

Quest’ultimo, per paura di uno  scandalo ma soprattutto di  suo  cugino Anthony Kant, nasconde la relazione con Caterina e la nascita della bambina.

Un giorno, però, Rodolfo in pegno del  suo  amore nei  riguardi di  Caterina, le porta in dono  Diamante Rosa ma, come in tutti  i feulitton di  rispetto, il cugino Anthony si  mette di mezzo e uccide i  genitori  di Eva e facendola rinchiudere in un orfanotrofio.

In seguito  Eva fugge via dalla sua prigione rifugiandosi in Sud Africa: qui, sotto  la copertura di  cantante di nightclub, inizia la carriera di  spia industriale finchè un giorno incontrando il cugino  di  suo  padre (che immagino  non la riconosce) lo fa innamorare per poi sposarsi  e acquisire legalmente il cognome Kant.

In Eva Kant quando  Diabolik non c’era l’episodio  in cui  lei  farà sbranare il marito  da una pantera…..⌋   

Il fumetto in anteprima

Due momenti fondamentali della saga di  Diabolik, in cui non solo appare per la prima volta la figura di Eva Kant, ma soprattutto già si delineano le caratteristiche di questo personaggio: il suo fascino, il suo passato turbolento, la sua capacità di affrontare situazioni drammatiche, il suo porsi alla pari con il Re del Terrore, amante, compagna e complice.

La prefazione è stata scritta da Concita de Gregorio

ALTRI SCRITTI

Mafalda non sei  rimasta sola (ti  vogliamo  bene)

Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

Hai voglia di  leggere un Pulp Magazine?

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Mafalda non sei rimasta sola (ti vogliamo bene)

Mafalda

Non è che noi donne vi  diciamo  sempre le stesse cose, è che siamo  ottimiste:

speriamo  che prima o poi  possiate capirle

Mafalda

Mafalda ha 57 anni, ma rimane sempre la stessa bambina (pestifera e saggia)

Mafalda ogni  giorno, quando  faccio  colazione, mi guarda dal  calendario  appeso  alla parete: mi guarda, mi fa sorridere con i suoi  aforismi (qualcuno, lo ammetto, non lo comprendo  subito….mi sono appena svegliata) e mi  fa anche comprendere che la vita va presa per il verso giusto  e che non bisogna mai  arrendersi  alle avversità e lottare contro  le ingiustizie.

E dire che quando  lei  è nata, appunto  nel 1963, il suo papà, l’indimenticabile Quino, le aveva prospettato una vita relegata a fare da testimonial di una marca di  elettrodomestici: per fortuna non se ne fece nulla e al  fumettista a cui erano  rimaste alcune strisce venne l’idea che quella bambina poteva dire molto di più che un semplice slogan pubblicitario.

Nel 1964  Mafalda ha un posto d’onore nel  supplemento  umoristico della rivista Leoplàn, quindi passa ad essere pubblicata sulle pagine di Primera Plana e, nel 1965, a quelle del El Mundo.

Nel 1966 l’editore argentino Jorge Àlvarez  pubblica il primo libro con la raccolta in ordine cronologico  delle strisce di  Mafalda: in due giorni la tiratura del libro  andò esaurita.

Mafalda arriva per la prima volta in Italia nel 1968 (anno delle contestazioni di  massa) in un’antologia pubblicata da Feltrinelli.

Mafalda Volume 8: l’anteprima

Mafalda ha i capelli corvini e la bocca a ciabatta, ama i Beatles, parla come un’adulta e vuole fare la rivoluzione. E si chiede perché con tanti mondi più evoluti, io sono dovuta nascere proprio in questo?

ALTRI SCRITTI

Bonvi, se quella notte del 1995

Corto Maltese prima del mare salato

Quando Calvin & Hobbes dissero  addio e non furono mai  più ritrovati (in edicola)

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Street Art oppure street art, ma è sempre arte

Street Art

Street Art ovvero  quel  complesso di pratiche ed esperienze di  espressione e comunicazione artistico – visuali che intervengono  nella dimensione stradale e pubblica dello  spazio  urbano, originariamente provviste di una fisionomia alternativa, spontanea, effimera e giuridicamente illegale salvo poi  essere, in una fase posteriore, parzialmente sanzionate e fatte proprie dalla cultura popolare di  massa, dal  mercato e dalle istituzioni, prospettiva che contribuisce a rendere molto problematica a oggi una puntuale individuazione del  campo, che rimane estremamente liquido e aperto a molteplici  visioni

Definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani  ⌋ 

Street Art o Cave Art

Street Art
Figure di animali dipinti sulle pareti della grotta di Lascaux (Francia)

Molto prima che l’essere umano utilizzasse  il linguaggio per comunicare in maniera intellegibile tra gli  appartenenti  a uno  stesso  gruppo (cosa che oggi  si  rischia   di perdere per un uso  smodato di emoticon e abbreviazioni di parole  a uso chat), era l’immagine a trasmettere il concetto.

Sulle pareti  delle grotte incominciarono  ad apparire mani, figure antropomorfe e animali  stilizzati a scopo propiziatorio o per culto  magico (forse anche solo  per divertimento, chi può dirlo?).

Altamira in Spagna e Lascaux in Francia sono  tra i  siti più conosciuti  al mondo dove l’arte preistorica (o la preistoria dell’arte) è testimoniata da dipinti  murali  risalenti  al 25.000 – 20.000 a.C.

Fare anche un semplice  excursus dall’arte preistorica alla Street Art moderna è al di la di ogni  mia competenza (e voglia), per cui  prendete queste righe solo  come introduzione ad una mostra in corso a Genova e a un tributo a quegli  artisti  sconosciuti che con la loro  arte, oltre che lanciare un messaggio, rendono più piacevole alla vista quello  che sarebbe solo un muro  di  cemento  grigio.

Naturalmente da questa categoria di persone sono da escludere quelle che spacciandosi  per graffitari  sono semplici  imbrattatori di muri.

Street Art in mostra a Genova: Shepard Fairey

Street Art
Shepard Fairey con alle spalle Hope: il poster che ritrae Barack Obama

Nel 2008 il volto  di uno  sconosciuto  senatore americano  viene rappresentato in un poster dal  titolo Hope: una speranza democratica per il popolo  americano dopo  la governance repubblicana di  George W. Bush: il senatore era Barack Obama, l’artista che lo  ha ritratto in quel poster che presto diventerà un’icona mondiale è Shepard Fairey.

Lo stesso  Obama, dopo  essere stato  eletto,  ringrazierà l’artista con una lettera in cui si legge: Ho il privilegio  di  essere parte della tua opera d’arte e sono  orgoglioso  di  avere il tuo  sostegno⌋ 

Shepard Fairey nasce nel 1970 in South Carolina  (precisamente il 15 febbraio 1970 a Charleston), a diciotto  anni  si diploma presso l’Accademia d’arte.

L’anno  seguente realizza il progetto André The Giant has a posse (André the Giant era un campione di  wrestler e la frase in  slang significa André the Giant ha una banda): in pratica disseminò i muri  della città con degli stickers (adesivi) riproducenti il volto dell’atleta che verranno poi replicati da altri  artisti in altre città statunitensi.

Fairey  precisò allora che la scelta del  soggetto  era casuale ma che il senso del progetto  era quello di  produrre un fenomeno  mediatico.

In seguito il volto  del  wrestler venne riprodotto  con la scritta Obey (Obbedisci) che in seguito  divenne la firma di Shepard Fairey.

Nel 2010 Fairey  appare anche nel  documentario Exit through the gift shop diretto  da Bansky (è inutile dirvi  chi sia..)

Obey fidelity. The Art of Shepard Farey 

Obey  fidelity. The Art of Shepard è il titolo  della mostra che il Palazzo  Ducale di  Genova ospita fino  al 1 novembre prossimo.

Nelle sale del  Sottoporticato  di Palazzo  Ducale, oltre alla celebre opera Hope, saranno presenti  altre opere divise in quattro  temi: l’ambiente; la donna vista come soggetto  di  emancipazione; il potere come antagonismo e infine la cultura.

Tutte le informazioni riguardante la mostra nella pagina della Fondazione Palazzo  Ducale

La Street Art degli  artisti  sconosciuti

Le due piccole gallerie fotografiche che seguono  sono un mio personale omaggio  a tutti  quegli  artisti di  strada che colorano l’ambiente urbano  con le loro opere.

Non saranno  mai famosi (ma chi può dirlo) ma senz’altro  esprimono un sentimento.

La prima galleria riguarda opere realizzate sulla ciclopedonale che collega Arenzano  con il paese di  Cogoleto, mentre la seconda sono opere realizzate ad Ariano  Irpino in provincia di  Avellino (cliccare sulle immagini  per ingrandirle)

Arenzano

Ariano  Irpino

Il libro in anteprima

Comprendere cosa sia la Street Art a volte può essere difficile, per questo Patrizia Mania, Raffaella Petrilli e Elisabetta Cristallini  hanno  scritto insieme Arte sui  muri  delle città un’utile guida per comprenderne il significato artistico.

 

La Street Art e la Urban Art sono fenomeni attuali sia per il forte impatto sociale e culturale che producono, sia per i problemi che suscitano sul piano estetico ed artistico.

In Italia, alcuni eventi recenti – opere di Street Art e di Urban Art censurate, cancellate o maldestramente “strappate” dal supporto originario per essere esposte in mostre, gallerie e musei – hanno riacceso il dibattito intorno alla questione della loro eventuale conservazione e musealizzazione.

Con il proposito di attivare una riflessione su questi ed altri aspetti controversi di una pratica artistica che sta determinando nuovi paesaggi urbani, si è svolta all’Università della Tuscia nell’autunno del 2016 una giornata di studi nella quale si è presentata un’analisi ad ampio raggio degli aspetti semiologici, giuridici, estetici, storico-artistici.

Del vasto orizzonte indagato negli interventi di docenti universitari, esperti del settore e giovani studiosi, questo volume restituisce la plurale complessità.

ALTRI SCRITTI

Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di  strada 

Edward Hopper, malinconica solitudine

Il pane e l’artista: Maria Lai 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

I nostri soldi e la finanza non sempre vanno d’accordo

soldi

 La prima regola è non perdere i  soldi.

La seconda regola è non dimenticare la prima

Warren Buffett⌋ 

Soldi, soldi, soldi…..

soldi
Warren Edward Buffett

Avere Warren Buffett nella veste di  angelo  custode dei nostri  risparmi è pressoché impossibile, avere i  soldi  che ha Warren Buffett è similmente impossibile se non per qualche colpo  di  fortuna o  capacità personali, oppure siamo gli  eredi di  zio Paperone (ma Qui, Quo,  Qua avrebbero comunque da ridire).

Ovviamente, pur non essendo un tycoon, avere dimestichezza nella gestione dei nostri  risparmi – e quindi evitare di  cadere nelle trappole dei  tanti  avvoltoi travestiti  da consulenti  finanziari che mirano esclusivamente ai  loro  interessi – è  di  fondamentale importanza.

Quello  che, purtroppo,  manca nella stragrande maggioranza di noi (e io  mi metto in cima alla lista) è una sana, indispensabile, educazione finanziaria.

Informarsi e istruirsi è quindi necessario per non giocare a mosca cieca con chi gestirà le nostre risorse finanziarie:  nulla toglie che siamo liberi  anche di  mettere i nostri  soldi in un materasso ma, in caso d’incendio, è bene ricordarsi  che il nostro  capitale è bruciato!

In rete non è difficile trovare notizie e tutorial per una prima infarinatura, con approfondimenti per chi  si  vuole addentrare ancora più nel mondo della finanza.

Nell’editoria i libri, manuali  o  quant’altro, dedicati  all’argomento sono tanti,  per alcuni titoli bisogna essere degli   specialisti del  settore, altri promettono di  arricchirsi in poche mosse (ma a gonfiarsi  è solo il portafoglio dell’autore), infine vi  sono libri  come Non come i  miei  soldi! manuale di  autodifesa ed educazione critica alla finanza, testo  curato  da Banca Etica (anteprima alla fine dell’articolo).

Il libro

 Il sistema finanziario usa il nostro denaro per progetti che devastano l’ambiente o per speculare sul destino di interi Paesi. 
È il momento di dire basta! Informiamoci e cambiamo insieme la finanza.

Non con i miei soldi! ha l’obiettivo di fornire a tutti, risparmiatori 
e cittadini, gli strumenti per non essere più complici del sistema finanziario.
La finanza globale infatti – a più di 10 anni dalla crisi – non è cambiata molto: è un sistema ipertrofico, poco efficiente, insostenibile, che somiglia a un casinò in cui pochissime persone si arricchiscono, scommettendo sul fallimento di interi Paesi, investendo in progetti nocivi per l’ambiente oppure speculando sul cibo, fino all’esplosione della prossima “bolla”.

Ma quel che è peggio è che lo fanno con i nostri soldi!

Questo libro è una “scuola”, che parte dall’ABC finanziario, spiega con chiarezza i fondamentali della finanza e -tra un’ora di speculazione e una gita nei paradisi fiscali- arriva al master in Finanza Etica.

Sì, perché tutti possiamo investire 
i nostri soldi in progetti a favore delle persone e dell’ambiente.

Le lezioni sono a cura di Andrea Baranes, vice presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri, presidente di Etica SGR, Andrea Tracanzan, Responsabile Dipartimento Proposta di Finanza Etica, Claudia Vago, project manager di Valori.itDomenico Villano, sociologo. In copertina: illustrazione di Andrea De Santis.

Non con i miei soldi! è realizzato in collaborazione con Fondazione Finanza Etica.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Grip lit o domestic thriller? L’importante è leggere

Grip lit

Grip-lit – Un genere letterario  composto  da thriller psicologici, generalmente  con protagoniste femminili e ambientazioni  domestiche

Tratto dal McMillan Dictionary 

Grip lit o domestic thriller? 

Prima di  avventurarmi  nella scrittura di  questo  articolo volevo fornire a voi un elenco (semi) ragionato  di  tutti i generi  letterari  fin qui  esistenti: da subito  mi  sono accorta che poteva essere un’impresa titanica, direi  impossibile, per cui, se proprio non riuscite a tenere a frano  la vostra curiosità vi  rimando  all’elenco  stilato da Wikipedia.

Ovviamente tale elenco non è esaustivo perché ad esso  si  aggiungono  altri  generi  e sottogeneri, in parte  seguendo le mode correnti di  cui la letteratura, sia quella considerata alta che quella un po’ più bassina,  non è immune: in tal senso  prevedo  che nel prossimo  futuro  vi  sarà un diluvio di  romanzi  o letture di  genere legati  al periodo pandemico che (purtroppo) viviamo in questi giorni.

Adesso  guardate l’elenco  seguente e ditemi  cosa salta subito in evidenza:

  • La ragazza del  treno (Paula Hawkins)
  • La ragazza nel parco (Alafair Burke)
  • La ragazza del passato (Amy Gentry)
  • La ragazza di prima (J.P. Delaney)
  • La ragazza in fuga (C.L. Taylor)

Esatto: la ragazza sembra essere la matrice per tanti titoli (nel  contempo  la poca fantasia dei nostri  editori  nel  trovare qualcosa di più originale) a cui  segue come variante quello  di  la donna  (La donna senza passato; la donna nel  buio; la donna nella pioggia: divertitevi  a trovare da voi  le autrici  o gli  autori corrispondenti).

Sono appunto  le donne (ragazze o più anta nell’età) ad essere le protagoniste del  filone grip  lit  o per meglio  dire quello  della domestic thriller in quanto queste ragazze (o  donne in generale) sono  mogli, madre, amanti o magari  sorelle, per lo più già con loro problemi  quali  alcool o droga, a dover far fronte alle tensioni interne nei  rapporti  di  coppia o  familiari arrivando man mano a scoprire che il partner (marito, fidanzato o amante) ha qualcosa di tremendamente losco  e pericoloso  che fin lì ha nascosto e che sfocerà nella violenza fisica e/o psicologica ai  danni  della sventurata.

Questo denota già una differenza sostanziale con il giallo  classico  dove la sequenza nello  sviluppo  della trama è la seguente:

DELITTO INCHIESTA COLPEVOLE ( di  solito non è il cameriere)

Per alcuni, non seguendo  il canovaccio  classico  del  giallo, la grip lit rientra nella categoria dei  noir a sfondo  psicologico.

Ma attenzione: queste donne (o ragazze) a loro volta sono soggetti borderline o dichiaratamente psicopatiche come la protagonista del  bel film di David (Andrew Leo)  Fincher Gone Girl (L’amore bugiardo – 2014) interpretato  dalla brava (e si: anche bella) Rosamund Pike  e dall’altrettanto  bravo Ben Affleck che rimane, però in fondo  alla classifica dei miei attori preferiti).

Il libro

Non so a quale genere appartenga   Frammenti  di lei della scrittrice statunitense  Karin Slaughter (e di  cui Netflix ne ha fatto una serie originale con protagonista l’attrice Toni Collette e che sarà presto visibile sul canale italiano) ma, avendone iniziato  a leggere le prime pagine e non cestinandolo, penso  che non mi  deluderà.

A voi  l’anteprima per un vostro personale giudizio.

Grip lit

Andrea sa tutto di sua madre Laura. Sa che non si è mai mossa da Belle Isle, una piccola cittadina sulla costa della Georgia; sa che non ha mai desiderato altro che diventare un pilastro della comunità in cui vive; sa che non ha mai avuto segreti e che desidera una vita tranquilla. Dopo tutto è sua madre, e lei la conosce bene…

Poi, un giorno, mentre stanno pranzando nel fast food di un centro commerciale per festeggiare il trentunesimo compleanno di Andrea, si ritrovano coinvolte in una sparatoria. E allora tutto cambia.

All’improvviso Andrea scopre un aspetto di sua madre di cui non sospettava l’esistenza e a poco a poco si rende conto che Laura, prima di essere Laura, era un’altra persona. Ha nascosto la sua vera identità per quasi trent’anni e ha vissuto nell’ombra sperando che nessuno la trovasse. E adesso che quell’incidente ha attirato su di lei l’attenzione dei media, niente potrà più essere come prima.

La polizia vuole delle risposte e mette in discussione l’innocenza di Laura, ma lei non vuole parlare con nessuno, nemmeno con sua figlia. E ad Andrea non resta che iniziare un viaggio disperato, per ricostruire frammento dopo frammento il passato di sua madre. Sapendo che se non riuscirà a svelare i segreti che per così tanto tempo sono rimasti nascosti non ci potrà essere futuro per nessuna delle due…

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Edward Hopper, malinconica solitudine

Edward Hopper

 

Edward Hopper l’illustratore delle solitudini

Quando  scrissi l’articolo sulla nascita dell’algoritmo  di  compressione   mp3 e di  come per la campionatura venne utilizzato la canzone Tom’s Diner della cantautrice Suzanne Vega ( MP3 contro  Alta fedeltà (ma sempre a pagamento) )  cercavo un immagine che desse l’idea della malinconica solitudine di una donna seduta al tavolino  di una tavola calda  in una fredda mattina di  pioggia.

Edward Hopper mi venne in aiuto con la sua opera Automat,  dipinta nel 1927 in occasione del  giorno  di  San Valentino  ed esposta  durante  la seconda esposizione personale del pittore presso  la Rehn Galleries di  New York (quadro  venduto nel  mese di  aprile dello  stesso anno per 1.200 dollari).

Chi invece è stato  ispirato direttamente dalle tele di  Hopper per elaborare delle liriche fu il poeta di origine canadese, saggista e traduttore, nonché vincitore del premio  PulitzerMark Strand  (Summerside  11 aprile 1934 – New York, 29 novembre 2014) il quale, attraverso le sue parole, aiuta il lettore a entrare metaforicamente nei  quadri  del pittore vivendone quella malinconica solitudine di  cui  ho  accennato prima.

Da questa performance del poeta è stato pubblicato il libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore (anteprima alla fine dell’articolo)

Edward Hopper, una biografia breve, anzi  brevissima

Edward Hopper
Edward Hopper nel 1937

Edward Hopper  (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) ebbe la fortuna di  avere genitori molto aperti riguardo  al  futuro del proprio  figlio, infatti, pur essendo titolari  di un negozio di  tessuti con ottima clientela, scoprendo  che Edward sin da bambino  aveva una spiccata attitudine nel  disegno, lo incoraggiarono  a proseguire su  questa strada.

Nel 1900, all’età di  diciotto  anni, frequenta la New York  School of Art diretta da un seguace dell’impressionismo europeo  e cioè William Merritt Chase.

Fu lo stesso Chase a farlo incontrare con il titolare del corso  di pittura Robert Henri, sostenitore del  realismo e figura importante della Ashcan School ,

Nel 1906 Hopper arriva a Parigi restandovi  due anni, dopodiché, affascinato  dalle opere degli impressionisti  e dei  poeti simbolisti, partecipa alla sua prima mostra collettiva organizzata da Robert Henri nell’Upper East Side di  Manhattan.

I critici furono molto  severi  con lui non prendendo in considerazione il suo  dipinto, per tanto  e per poter sopravvivere, si impiegò in qualità di  illustratore pubblicitario presso la C.C. Phillips & Company fino  al  1925, non amando  questo  tipo  di lavoro,  in un’intervista rilasciata dieci  anni  dopo al quotidiano New York Post,  dichiarò che.

Sono stato  sempre molto  attratto  dall’architettura, ma i  direttori  dei  giornali vogliono  solo  gente che muova le braccia

Fu un appassionato francofilo e, complice il fatto  di  aver soggiornato più volte a Parigi e di riuscire a parlare molto  bene il francese, lesse i classici in lingua originale ma è ritornando  negli  Stati Unti che iniziò a elaborare il suo particolare stile nelle immagini  urbane di un’America quotidiana fatta di  binari  delle ferrovie, case coloniche, distributori di benzina, drugstore, negozi  con vetrine illuminate, camere dove compaiono al massimo  due figure: il tutto in un’atmosfera che in molti (compresa me) giudicano  metafisica  e che altri  si  spingono  a considerarla come precursore della Pop art

Il suo  successo, comunque, arrivò nel 1924, quando  alcuni suoi  acquarelli  esposti  a Gloucester nella galleria di Frank Rehn ebbero un deciso  successo  di  critica e pubblico.

Nello  stesso  anno un’altra soddisfazione si  aggiunse alla precedente,  questa volta si  trattò però di  soddisfazione sentimentale in quanto  sposò Josephine Verstille Nivison , anch’essa allieva di  Robert Henri e pittrice che si  firmava con lo  pseudonimo  di  Jo Hopper, la quale divenne l’unica modella che Edward Hopper utilizzò per ritrarre  i  personaggi  femminili  dei  suoi  quadri.

Da questo punto in poi è una continua ascesa verso il successo, tanto da avere  i suoi  quadri facenti parte  di  collezioni permanenti  come, ad esempio, al  MoMa di  New York. 

Edward hopper morì all’età di 84 anni nel  suo  studio  al  centro  di  New York

Un quadro per il regista

Edward Hopper
Edward Hopper- House by the railroad (1925)

La casa dipinta nel 1925 da Edward Hopper servì ad Alfred Hitchcock come modello  della casa maledetta nel  film Psyco (ho  scritto  del  film e del  suo  regista in questo articolo Alfred Hitchcock: da Psycho a Genova in mostra ).

Lo stesso  quadro venne donata dal  collezionista Stephen C.Clark al  MoMa di  New York.

Anteprima del libro Edward Hopper. Un poeta legge un pittore

Ricordandovi  che la mostra Edward Hopper. Uno sguardo nuovo  sul paesaggio presso la Fondation Beyeler di  Basilea è stata anticipatamente chiusa per via dell’emergenza coronavirus, concludo  questo  articolo  con l’anteprima del libro di Mark Strand

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Stuart Kaminsky: se lo leggi non lo lasci

Stuart Kaminsky

Alla TV un investigatore si  riconosce subito, non si  toglie mai  il cappello

Raymond Chandler ⌋ 

Stuart Kaminsky e i suoi fan

Ho scoperto di  avere avuto  due cose in comune con Gianni Mura: la prima è che sia lui  che io  alle automobili di nostra proprietà abbiamo  sempre dato il nome di  Carlotta.

La seconda è che al bravo  giornalista come alla un po’ meno  brava blogger (ma si  tratta solo  di  falsa modestia)  piacciono molto i  gialli  di  Stuart Kaminsky, soprattutto  quelli con protagonista lo  scalcinato  investigatore privato Toby Peters.

Immaginando  del perché ho voluto  dare il nome di Carlotta al mio  mezzo  di locomozione (euro 4 a benzina, Greta non ti arrabbiare) vi interessi  quanto il problema delle acciughe in Perù, continuerò parlandovi  del  giallista e sceneggiatore Stuart Kaminsky.

Ho poco  da scrivere e voi  poco  da leggere 

Stuart Kaminsky
Stuart Kaminsky

Una volta, c’erano  i  Gialli Mondadori: non che non vi  siano più, tutt’altro, ma appunto una volta  il nome Giallo  della collana  veniva immediatamente associato a un genere letterario  e cinematografico.

Poi  arrivarono i thriller, i legal – thriller, i medical thriller e (forse) gli  horror – thriller  a scolorire un po’ il Giallo.

Ad essere sincera per distrarmi (e appassionarmi) sono  portata più alla lettura di  romanzi  di  fantascienza o fantasy (Harry Porter rimane il mio mito) ma quel  giorno che, girovagando tra le bancarelle dei libri usati (in piazza Colombo, a Genova), per un chissà cosa decisi  di  acquistare il mio primo  Stuart Kaminsky con Toby Peters (si  trattava di Una pallottola per Errol Flynn, mentre alla fine dell’articolo  troverete l’anteprima di Giocarsi  la pelle).

La particolarità di  questi  racconti  è quella di  essere ambientata nella Hollywood degli  Anni ’40 dove Toby Peters si  ritrova a risolvere casi  dove vengono coinvolti in prima persona celebrità quali Peter Lorre, i Fratelli Marx, Bela Lugosi, Errol Flynn, Mae West e tanti  altri.

Stuart Kaminsky (Chicago (?), 29 settembre 1934 – St.Louis 9 ottobre 2009) al  suo  attivo non aveva solo il personaggio dell’investigatore americano, ma anche quello  russo Porfirij Rostnikov, nonchè sceneggiatore di film quali Ispettore Callaghan: il caso  Scorpio è tuo di  Don Siegel , C’era una volta in America diretto  dal nostro  Sergio  Leone, oltre alcune puntate della serie televisiva C.S.I. New York.

Ritornando  ai  racconti  ambientati nella Hollywood Anni ’40, la bravura di  Stuart Kaminsky nello  scrivere con sottile humor e accurata ambientazione riferita all’epoca, gli  era derivata dal  fatto di  essersi  diplomato in cinematografia e, conseguentemente,  insegnare Storia del cinema presso l’Università dell’Illinois.

Per concludere, volendo dare un volto allo  squinternato Toby Peters, ho  sempre pensato a una interpretazione data dal’indimenticabile Peter Falk

Se poi avete voglia di  leggere di un tipo  particolare di investigatore vi  rimando  al mio  articolo Si chiamano Sam ed entrambi  sono investigatori

Non mi resta che lasciarvi  all’anteprima di Giocarsi  la pelle 

Giocarsi  la pelle (anteprima)

 

Un orecchio mozzato in una scatola è un messaggio chiaro.

Significa che il mittente fa sul serio. Il destinatario è il comico hollywoodiano Chico Marx, minacciato da un misterioso creditore che pretende la restituzione di un prestito di gioco. Se non paga, gli taglieranno le dita.

Per proteggere il suo artista la MGM ingaggia Toby Peters, detective privato con una predilezione per il mondo del cinema. La sua prima mossa? Tastare il terreno negli ambienti della criminalità organizzata, magari qualcuno è al corrente del fantomatico debito. Mossa intelligente ma rischiosa, perché quelli che potrebbero dargli qualche informazione vengono uccisi uno dopo l’altro.

E il prossimo a rimetterci un orecchio o anche tutta la testa potrebbe essere proprio lui.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Anne Brontë, tra i coraggiosi e i forti

Anne Brontë

Oggi è umido  e piove, la mia famiglia è fuori  casa e sono in biblioteca da solo che rileggo  vecchie lettere e scartoffie ammuffite e ripenso al passato; la disposizione d’animo giusta, quindi, per raccontarti una storia…

Tratto da La signora di Wildfell  Hall di Anne Brontë

Anne Brontë, Amid the Brave and the strong 

Anne Brontë

Non è perché sono vittima di un’improvvisa forma di  anglofilia per cui ho  voluto tradurre   dall’italiano il titolo  dell’articolo, ma semplicemente per il fatto  che esso è quello originale di una mostra che il Brontë Parsonage Museum dedica alla più piccole delle tre sorelle scrittrici , mostra che attualmente non è visitabile per la pandemia corrente ma che, essendo  programmata fino al 1°gennaio 2021, lascia sperare che fino  ad allora le cose siano  cambiate in meglio.

Anne Brontë
Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Anne Brontë (Thornton, 17 gennaio 1820 – Scarborough, 28 maggio 1849) oltre a Emily e Charlotte aveva altre due sorelle più grandi, Maria ed Elisabeth, che però morirono  di tubercolosi  quando  lei  aveva cinque anni.

Se si può dire che sfortuna o  disgrazia siano le maledizioni di una famiglia, certo che quella di  Anne potrebbe esserne un esempio: sua madre, Maria Branwell Brontë,  morì il 15 settembre 1821 e cioè un anno  dopo  la nascita di Anne, il fratello  Patrick nel 1848 per bronchite (ma il suo  fisico  era  già devastato  dall’abuso  di  alcol, oppio e laudano), nello  stesso  anno subì la perdita della sorella Emily malata di  tubercolosi e, per termine questo lungo  elenco mortifero, Charlotte, l’unica sopravvissuta delle sorelle, a causa delle complicazioni per un parto  morì il 31 marzo 1855.

La signora di  Wildfell Hall

Il perché del fatto  che il romanzo di  Anne La signora di  Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall ) abbia avuto scarsa considerazione dalla critica di  allora, ma soprattutto a pesare in questo è il giudizio  negativo  della sorella Charlotte, è da attribuire a due fattori:

Il primo è che nel  romanzo  viene utilizzato un linguaggio  molto  esplicito, con descrizioni  di  brutalità e alcolismo, oltre al fatto  che, cosa ancora più scandalosa per l’epoca,  la protagonista  si ribella alle convenzioni  sociali rivendicando  la propria indipendenza (d’altronde la morale che vuole la donna un passo indietro rispetto  all’uomo è stata ribadita da un noto  presentatore televisivo  durante una recente manifestazione canora: si, proprio quella).

Non dimentichiamo, inoltre, che le tre sorelle scrittrici per vedere i loro  libri  pubblicati ed evitare così  pregiudizi dovettero  utilizzare nomi  maschili: Currer Bell fu  quello  utilizzato  da Charlotte, Ellis Bell quello  di Emily e Acton Bell  quello  di  Anne.

Il secondo motivo, molto più familiare e che Charlotte ritenne deplorevole, è che la figura negativa maschile aveva come modello la vita dissoluta del fratello  Patrick.

A conclusione di  questo mio  articolo scritto  con passione da blogger ma allo  stesso  tempo  con lo stato  d’animo di una confinata nella propria abitazione (come qualche decina di milioni  di  miei  concittadini, tra cui  voi), troverete l’anteprima de La signora di  Wildfell  Hall di  Anne Brontë.

Anteprima 

Anne Brontë

Chi è l’affascinate signora nero vestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall?

Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere?

Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza.

Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Vasilij Grossman e il destino di un romanzo

Vasilij Grossman

La nebbia copriva la terra. il bagliore dei  fanali  delle automobili rimbalzava sui  fili  dell’alta tensione che correvano lungo  la strada.

Non aveva piovuto ma all’alba il terreno  era umido  e, quando  si  accendeva il semaforo, sull’asfalto  si  spandeva un alone rossastro

Tratto  dal  romanzo  Vita e destino  di  Vasilij Grossman

 Destino  (e censura) di un romanzo 

Quando Vasilij Semënovič Grossman  scrisse nel 1959 quello  che viene considerato uno dei  più famosi  romanzi della letteratura russa del 20° secolo, Vita e destino, non avrebbe certo immaginato  che l’allora KGB l’anno  seguente avrebbe sequestrato sia il manoscritto  originale che tutte le copie dattiloscritte.

Il perché di tale accanimento era motivato, secondo  la logica poliziesca del  regime,  dal  fatto  che il romanzo  poteva arrecare un danno  d’immagine all’URSS.

Ambientato durante la Seconda guerra mondiale nel periodo della Battaglia di  Stalingrado, Grossman fa trasparire dando  voce ai  suoi personaggi una certa similitudine del regime sovietico,  sotto  la dittatura di  Stalin, con quello hitleriano.

Meno  credibile è la storia per cui il sequestro  venne ordinato da Nikita Sergeevič Chruščëv per una semplice vendetta in quanto lo scrittore (ricordo  che era anche un giornalista) si  rifiutò di fare un’intervista quando questi  era commissario capo del  partito per le operazioni di  guerra durante la campagna di  Stalingrado.

Vasilij Grossman fu corrispondente di  guerra per l’Armata  Rossa trascorrendo  tre anni in prima linea, descrivendo in maniera essenziale (ma anche straziante) tutto  ciò che i  suoi  occhi  vedevano.

Uno dei  suoi  più famosi  reportage, la liberazione del lager di  Treblinka, fu  usato  come prova durante il Processo  di  Norimberga.

Ritornando al  romanzo  Vita e destino, Grossman ebbe comunque la prontezza di  consegnare poco  prima del  sequestro una copia dattiloscritta al  suo  amico e scrittore  Semen Lipkin il quale la nascose nella sua dacia a Peredelkino.

Nel 1974, dieci  anni  dopo la morte di  Grossman per tumore, Lipkin porterà clandestinamente la copia microfilmata  in occidente consegnandola nelle mani  della ricercatrice Rosemarie Ziegler la quale, arrivata a Parigi, a sua volta li passò al  critico Efir Etkind

Questa, che sembrava essere una corsa con il passaggio  di  testimone, fu  vana: nessuno  degli  editori  francesi  si  sentì di pubblicare il romanzo.

Allora Etkind pensò di rivolgersi  all’editore di  origine serba Vladimir Dimitrijevic a Losanna in Svizzera: questa fu  la volta decisiva perché nel 1980, a sedici  anni  dalla morte di  Grossman, Vita e destino venne finalmente pubblicato.

Nel 1990 anche in Russia il libro  fu  dato  alle stampe.

Anteprima di  Vita e destino 

Oggi  tocca a me pubblicare l’anteprima di  questo  romanzo

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

I fantasmi da intrattenimento (nei libri e al cinema)

fantasmi

” I mostri  sono reali, e lo  sono  anche i  fantasmi.

Vivono  dentro  di noi, e alle volte hanno  la meglio”.

Stephen King

Fantasmi e incubi sono la stessa cosa (?)

Quando  è stata l’ultima volta che avete visto un fantasma?

E di  che tipo  era?

Per caso un  chiassoso poltergeist oppure un semplice ectoplasma?

C’è chi, inoltre, li classifica in medianici, fantasmi  domestici  (al pari di  averne uno  al posto  di un cane o un gatto?),  o elementali cioè quelli  che popolano le fonti, i  boschi o  altri luoghi dei  quali  la frequentazione se ne può fare a meno  se si è sensibili  alle dicerie.

Ne esistono tante altre forme di  cui evito  di  dilungarmi, se proprio  vi interessa Wikipedia ne fa un esauriente   excursus in questa pagina.

Per definire cosa sia un incubo basta fare una ricerca in rete: tralasciando la sua natura etimologica la definizione più elementare è la seguente:

Sogno angoscioso, spesso accompagnato da sensazioni di oppressione o soffocamento

Robert Smith (The Cure) ne da un esempio  nel  video tratto  da   Lullaby

Odo  rumore di  catene e gelidi  sospiri 

Dunque, se mi  chiedete se credo  nei  fantasmi la mia risposta è NO!

Se la stessa domanda mi viene posta durante una permanenza in una casa isolata ai margini di un bosco, con lupi che ululano  alla luna, il vento che soffia lugubre (non so  come il vento  debba soffiare lugubre….comunque), le persiane delle finestre che sbattono, le assi di  legno  del pavimento  che scricchiolano (si, il pavimento  è di legno), il rintocco  del pendolo a mezzanotte  e infine , tanto per rendere più chiara la situazione, in questa casa sono l’unica presenza umana, ebbene, pur non volendo  credere ai  fantasmi  per partito  preso, una qualche mia certezza ne risentirebbe.

Per mia fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di  vista) vivo in città e tutt’al più mi devo  solo preoccupare di  ladri, truffatori e pazzoidi di ogni genere, ma come diceva l’indimenticabile Giorgio Gaber:

Com’è bella la città
Com’è grande la città
Com’è viva la città
Com’è allegra la città
Vieni, vieni in città
Che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita
Devi venire in città

I fantasmi  di  Hill House 

 

fantasmi
René Magritte – L’impero della luce (1953 – 1954)

Ho sempre trovato  affascinante e al tempo  stesso inquietante questo  dipinto  di René Magritte, sarà per il contrasto  tra il chiarore del cielo e l’oscurità della casa appena rischiarata dalla luce del lampione  e, soprattutto, mi sono sempre chiesta chi mai  abiterà dietro  quelle finestre illuminate, quale sarà la storia che nasconde questa casa? 

Senz’altro  mi è utile alla descrizione delle parole introduttive del  racconto  di Shirley Jakson L’incubo  di  Hill House 

Nessun organismo  vivente può mantenersi  a lungo  sano  di  mente in condizioni  di  assoluta realtà; persino  le allodole e le cavallette sognano, a detta di  alcuni.

Hill House che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno  al  buio; si  ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto  continuare per altri ottanta.

Shirley  Jakson scrisse L’incubo  di  Hill House nel 1959 (morì l’8 agosto 1965, all’età di  quarantotto  anni, per un arresto  cardiaco  durante il sonno) e, come quasi in tutte le sue opere, anche in questo romanzo si può intravedere il tema della ribellione verso una certa condizione femminile di  allora (e in certi  casi  non solo  di allora, purtroppo)  che voleva la donna relegata ai  ruoli  classici  di madre e casalinga e nient’altro, oltre a un suo personale disagio dovuto  al rapporto  pessimo  che ebbe con sua madre.

Infatti, nella trama di L’incubo  di  Hill House, si legge:

Eleanor Vance è una donna la cui  vita scorre monotona e senza stimoli, per questo sente in se il desiderio di  rompere quella tristezza che l’accompagna da tempo.

L’occasione le viene data dal professor John Montague, studioso  di  fenomeni paranormali, che l’invita, insieme ad un gruppo  di  altre persone con determinate abilità psichiche (ma non sono eroi  della Marvel) ad un progetto  che include la permanenza in una casa infestata da presenze ultraterrene: Hill House.

Eleanor, mano  a mano che si  addentra nei  misteri  di  Hill House, verrà psicologicamente tormentata dall’entità demoniaca lì presente, fino  all’inevitabile tragica conclusione e cioè la sua morte.

Nel 1963 il regista Robert Wise trasse dal libro l’idea per girare The Hauting (in italiano  Gli invasati) con interpreti  quali Julie Harry, Claire Bloom e Richard Johnson.

Nel 1999 il regista Jan de Bont diresse il remake omonimo con Liam Neeson, Catherine Zeta – Jones e Owen Wilson che, però, non ebbe un buon giudizio  di  critica cinematografica.

fantasmi
La locandina di The Haunting of Hill House

Diverso è il discorso per The Hauting of Hill House, buon  prodotto  seriale televisivo, compreso in una trilogia tratta da libri  horror,  diretta da  Mike Flanagan (The Hauting of Hill House in Italia si può vedere in streaming su  Netflix): in questa versione la storia tratta dal libro di  Shirley  Jackson viene spostata nel  tempo iniziando  nell’estate del 1980, quando  la famiglia Crain, composta da genitori  entrambi  architetti  e cinque figli tra maschi  e femmine (praticamente una tribù) si  trasferisce a Hill House per una lavoro  di  ristrutturazione della casa che, inutile dire, rientra in quei  canoni standard dei  film horror che vuole la dimora antica, con innumerevoli  stanze, posta in un luogo solitario  dove anche i  custodi  si  rifiutano  di  dormirvi  di notte.

Una notte il padre prende con se i  figli  abbandonando  nella casa la moglie in preda a…(no spoiler, please)

Visto  che ho  parlato  tanto  de L’incubo  di  Hill House, eccovi  l’anteprima

I fantasmi  di  Lisa Morton

Lisa Morton non è una medium ma una scrittrice e sceneggiatrice horror  statunitense (è nata a Pasadena l’11 dicembre 1958), la sua ultima opera si intitola Fantasmi  ( in Italia viene pubblicata dalla casa editrice Il Saggiatore): non si tratta di una raccolta di  racconti  del soprannaturale, ma un ripercorrere la storia che lega il mondo dei  vivi  a quello  dei morti inserendovi una lunga antologia sui metodi  utilizzati  per evocare gli  spiriti  o  per scacciarli (anteprima )

 

fantasmi

L’atmosfera sinistra di una vecchia casa abbandonata o di un cimitero, una sensazione improvvisa di gelo, rumori inspiegabili, una figura evanescente percepita con la coda dell’occhio: l’apparizione di un fantasma è da sempre ben radicata nel nostro immaginario.

Se c’è un elemento comune a tutte le culture del pianeta è proprio la credenza in queste manifestazioni soprannaturali, presenze inquietanti che suscitano timore, protagoniste di leggende popolari, miti e tradizioni arcaiche.

Nella storia i fantasmi hanno assunto molteplici forme: gli spiriti dei defunti temuti e onorati nel mondo antico, dall’Egitto alla Grecia; le ombre degli avi evocate da Ovidio nei Fasti; gli spaventosi draugar del folclore norreno che infestano i tumuli; i bhuta del continente indiano, pericolose e sempre affamati; le apparizioni del Medioevo cristiano, talvolta miracolose e angeliche, talvolta inganni del demonio.

Nessuna epoca, racconta Lisa Morton, sfugge a questa fascinazione: in pieno, razionale XIX secolo esplode la mania dello spiritismo, in cui confluiscono tecniche scientifiche,trucchi teatrali, truffe plateali e il sincero desiderio di entrare in contatto con i propri cari estinti. E se in passato era soprattutto la letteratura a tramandare la figura del fantasma, oggi sulle case infestate abbondano soprattutto leggende urbane, film horror e programmi televisivi dedicati ai cacciatori di ectoplasmi e ai loro bizzarri strumenti.

Spaziando da Amleto a Il sesto senso, in Fantasmi Lisa Morton stila una vera e propria enciclopedia spettrale che raccoglie miti, racconti e testimonianze di eventi inspiegabili, narrando così la storia delle nostre paure più profonde – e più affascinanti.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥