Breve storia del Bacio

Pioggia di  baci © caterinAndemme
Pioggia di baci
© caterinAndemme

In un bacio che sia tra uomo  e donna,

donna e donna oppure tra uomo  e uomo,

non c’è mai  nulla di  strano,

sennonché sono  i pregiudizi a far dire

che è strano  ciò che non lo  è affatto.

C.A. 

Ma di  quale Bacio  sto parlando? 

Non sono i  il baci  tra amanti oppure tra genitore e figli (nonni  e nipoti, zie e zii compresi) di  cui  oggi  brevemente ne scriverò la storia: si  tratta del  dolcissimi, mai eguagliati, Baci  Perugina  che sono nati, indovina un po’, a Perugia nel 1907, solo  che allora avevano il nome molto  meno  romantico  di  i Cazzotti  della Perugina per via di  quella forma che, molto  grossolanamente,  ricorda un pugno  chiuso.

Il cioccolato

Foglie e fiori del cacao Franz Eugen Kohler (1897)
Foglie e fiori del cacao
Franz Eugen Kohler (1897)

Senza il cioccolato  i  Baci non esisterebbero .

La storia del  cioccolato è quella della pianta del   cacao (Theobroma cacao) comparsa 4.000 anni  fa nei  bacini  dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni da cui  le popolazioni Maya e Azteche ricavavano una bevanda (xocolatl) ritenuta avere proprietà curative e magiche.

La bevanda arrivò in Spagna a seguito  della sottomissione (sanguinosa)  dell’Impero  azteco  da parte di Hernan Cortés nel 1521.

Le fave   del  cacao sono  sottoposte a  processi  di  fermentazione, torrefazione e macinazione fino  a ottenere quella che è chiamata pasta di  cacao .

La pasta di  cacao privata della sua parte grassa e cioè il burro  di  cacao, viene essiccata e sminuzzata per ottenere il cacao in polvere oppure, unita al  burro  di  cacao con  zucchero, latte e aromi,  il tutto scaldato a temperatura costante, una volta raffreddato  e solidificato  darà appunto come prodotto  finale il cioccolato.

Ritorniamo  ai  Baci 

A dare una forma per così  dire gentile ai  Baci non poteva che essere una stilista e imprenditrice: Luisa Spagnoli.

Lei, insieme a suo marito  Francesco  Buitoni  e il socio Leone Ascoli, nel 1907 apri un’azienda dolciaria nel  centro  storico  di  Perugia: la Perugina.

E’  sempre lei  che, nel 1922, inventò il Bacio  composto  dalle schegge di  lavorazione delle nocciole impastate col cacao  che andavano  a ricoprire una nocciola intera e il tutto –  per la bontà di  chi è golosa come la sottoscritta di  Baci (soprattutto  dei Baci  di  Dama…che la Perugina non me ne voglia) – avvolto  da cioccolata fondente.

Il Bacio Francesco Hayez (1859)
Il Bacio
Francesco Hayez (1859)

Non esiste il Bacio  senza il classico  cartiglio con frase d’amore:  quest’idea invece fu di Federico  Seneca, disegnatore e grafico che, dal 1920,  si  occupò  di  disegnare i cartelloni pubblicitari della Perugina ma, soprattutto, inventò il  contenitore con il  bacio  degli innamorati ispirato  al  quadro  di  Francesco Hayez  Il Bacio.

Il Museo  Storico  Perugina 

Infine, se vi  trovate a passare dalle parti  di  Perugia e volete saperne di più sulla storia della Perugina (magari  seguire anche  un corso della Scuola di  Cioccolato)  non può mancare la visita al Museo Storico  Perugina (prenotazione obbligatoria seguendo il link  del  sito) il secondo museo  d’impresa in Italia sotto la tutela della Soprintendenza dei  Beni  Culturali.

Alla fine del percorso è prevista una degustazione dei prodotti  della Perugina con possibilità di  acquisto  dei  medesimi (se volete inviarmi una confezioni di Baci l’indirizzo è: *******)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥ 

Poesia, basilico e pesto per un minestrone (quello alla genovese)

I fiori e la farfalla
©caterinAndemme

Il poeta e il basilico 

John Keats  ispirandosi  al  Decameron di Giovanni Boccaccio  scrisse il poema Isabella, or the Pot of Basil 

Fair Isabel, poor simple Isabel

Lorenzo, a young palmer in Love’s eye!

They could  not in the self-same mansion dwell.

Without some stir of hearth, some malady;

They could not sit at meals but feel how well

It soothed each  to be the other by;

They  could not, sure, beneath the same roof sleep

But to each other dream, and nightly weep…

Il resto  del poema in questa pagina 

Isabella and the pot of basil
William Holman Hunt (1868)

 

In pratica è la storia di  una nobildonna, appunto  Isabella, pur essendo  destinata a sposare un uomo molto  ricco si innamora di  Lorenzo, bello, squattrinato  e sfortunato perché verrà ucciso  dai  fratelli  di lei affinché il suo  matrimonio con il ricco  gentiluomo non vada a rotoli.

Lorenzo, in spirito, si  rivela ad Isabella dicendole dove il suo  corpo  giace in modo che possa dissotterrarlo.

Lei, spinta dall’amore per il suo  Lorenzo  (e da una sua  particolare visione in stile horror del  sentimento dell’amore) taglia la testa dal  corpo  dell’amato e la sotterra in un vaso coprendo  l’odore con una profumatissima pianta di  basilico facendola crescere con le sue lacrime.

Il basilico in cucina

Noi che siamo  donne pratiche le lacrime le versiamo quando  affettiamo le cipolle e, talvolta, per qualche ragione personale: mai, però, sulla testa dell’amato(a), per giunta se questa è celata sotto una pianta di  basilico, la stessa che utilizzeremo per la preparazione dei nostri piatti.

A questo punto, parlando di  basilico e di  cucina ligure, la prima cosa che viene in mente è il pesto alla genovese, quello vero con aglio e basilico  e non quegli intrugli in barattoli di  vetro  spacciati  per tale.

Per concludere l’articolo alla fine troverete la ricetta del pesto (?): no, quella del minestrone alla genovese (con il pesto  come ingrediente)


Alla prossima! Ciao, ciao…..

 


Minestrone alla genovese

 

Ingredienti per 4 persone

  • 2 patate
  • 100 g di piselli
  • 2 zucchine
  • 1/2 cavolo  cappuccio
  • 1 manciata di  fave (se le trovate)
  • 200 g di  fagioli  borlotti (possibilmente freschi)
  • 100 g di  fagiolini
  • 1 pomodoro  maturo
  • 1 melanzana tagliata a cubetti
  • 1 costola di  sedano
  • 1/2 bicchiere di olio  extravergine di oliva
  • 150 g di pasta secca del  tipo  ditali 
  • 2 cucchiai  di pesto
  • prezzemolo, aglio e sale

Preparazione

Mondiamo e tagliamo  le verdure a pezzettini, lasciando per intero le patate.

Il pomodoro  va spellato  e privato  dei  semi.

Mettiamo  tutto in acqua e portiamo  ad ebollizione

Tritiamo il sedano  con poco  prezzemolo e mezzo  spicchio  d’aglio, aggiungiamo questo  trito  nella pentola con mezzo  bicchiere d’olio.

Cuociamo  a fuoco  medio  e, quando  le verdure sono  cotte, schiacciamo  le patate per addensare il brodo.

Uniamo  la pasta e facciamo  cuocere quanto  basta,

Infine, aggiungiamo il pesto  mescolando  velocemente.

Ritiriamo  subito  dal fuoco  e serviamo.

Bon appétit


Non è normale che sia normale

Campagna contro  la violenza sulle donne

Il sapore di quale pane?

Spighe di grano
©caterinAndemme 

Senza pane e senza vino l’amore è nulla (proverbio  francese)

Sono in parte d’accordo  con questo  vecchio  proverbio  francese in quanto essendo praticamente astemia, escludendo una flûte di  campagne o  spumante occasionale, posso  solo  coniugare l’amore con il sapore del pane.

Peccato, però, che il sapore del pane di  oggigiorno ha quello  standard (di  scarsa qualità) del prodotto  venduto  nella grande distribuzione.

Con delle eccezioni, ad esempio  nel supermercato  vicino  casa, di  cui  tacerò il marchio  dicendo  solo  che inizia con una C e termina con una P (con due O nel mezzo),  ho  trovato un tipo  di pane alla segale che fa ricordare il sapore di…di pane, che altro  se no!

La particolarità è che il pane prodotto, distribuito dalla cooperativa Pausa Caffè, esce da una prigione: da tempo, infatti, nella Casa di  reclusione di  san Michele in Alessandria, si è avviato un progetto dove un numero  di reclusi, regolarmente stipendiati e con turni  part-time, si  alternano  davanti  ad un forno a legna  rotante di  cinque metri  di  diametro  (enorme) per sfornare 10 tonnellate al mese  di ottimo  pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica 

Tralasciando la storia del pancarrè e cioè se sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti intorno al  1930 oppure sia  nato  a Torino  tempi  addietro (una storia   popolare   collegherebbe il pancarrè  all’ultimo  boia della città sabauda), la storia del primo pane risale a qualche millennio  di  anni  fa.

Infatti, nel 2004, un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II), nei pressi  del Lago  di  Tiberiade  , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

E’  nell’Egitto  risalente all’11.000 a.C. che possiamo  trovare il primo pane lievitato, qui gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Caratteristiche del pane  

I tipi  di  farina

La farina impiegata può essere integrale, dove crusca e germe non sono separati, con il contenuto (per legge) pari  al 1,60 per cento di  cenere e un’elevata percentuale di  cellulosa, oltre a sali minerali, vitamine ed enzimi.

Di tipo 2 (o  semintegrale), contenente lo 0,95 per cento di  cenere e una più bassa percentuale di cellulosa.

Di tipo 1  con solo l’80 per cento  di  cenere.

Va da se che più la farina viene raffinata, più si impoverisce delle sue proprietà nutritive.

La pasta acida

La lievitazione naturale è quella che richiede più tempo  rispetto  a quella ottenuta tramite lievito  di  birra o chimico.

Essa si fa con la pasta acida (lievito madre) che consiste nel  far fermentare spontaneamente un miscuglio di  farina e acqua integrato  con mosto o miele.

Con questo tipo  di lievitazione la nostra pagnotta cresce grazie alla elevata presenza di fermenti  lattici (del  tutto  simili  a quelli  dello  yogurt) e di lieviti.

Un esperimento  a Milano

Da ieri a Milano, in via Lecco 15  vicino alla stazione Centrale, è aperto il Forno  Collettivo  un progetto per iniziativa dei  proprietari del      Botanical  Club.

Per evitare una spudorata operazione di copia ed incolla vi rimando all’articolo  di  QuiFinanza che spiega molto  bene l’idea a base del progetto.

Per concludere: quanti  tipi  di  pane conoscete?

Pochi, tanti? Alcuni  di essi  sono  stati  con il tempo  dimenticati, per fortuna,  a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (anteprima alla fine dell’articolo).

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

 

Anteprima del libro  I pani  dimenticati 

 

Domani  inizia il weekend:  se vi trovate  a passare da Clavesana nella giornata di  domenica ci possiamo  incontrare perché  sarò li presso lo  stand della nostra amica Rita per la fiera annuale di  artigianato  e altro.

Altrimenti…

Alla prossima! Ciao, ciao…….

Infografica del cibo e grammatica dei sapori: due libri in (semi) confronto

Colazione da Tiffany
©caterinAndemme

Per caso  vi  avanzano 50 euro?

No, non preoccupatevi: non vi  sto  chiedendo  di  devolvere questa somma per i  bisogni  della  sottoscritta (comunque posso  sempre inviarvi  il mio IBAN) ma per l’acquisto  di un libro  di  cucina che ha il (lungo ) titolo di Food & Drink Infographics. A visual Guide to Culinary Pleasures scritto  dal duo Simone Klabin  e Julius Wiedemann per la Casa editrice Taschen.

In pratica il libro, ritenuto da chi deve venderlo indispensabile per ogni  buongustaio , è un insieme di 464 pagine ricche di infografiche riguardanti il cibo, con informazioni  che vanno dalla classifica di  bruciore dei  vari  tipi  di peperoncino fino alla descrizione della  costruzione di un hangi,  cioè un buco  nel terreno fatto  di pietre e legno dove cucinare il nostro  cibo, tipico  della cucina maori: chi  di noi  non vede l’ora di  scavare un buco  nel proprio  giardino  (sempre che lo si possegga).

Nell’ambito del nostro consumo esponenziale di dati visivi, il boccone più prelibato è senza dubbio rappresentato dalla raffinata arte culinaria. Aprendo la strada ai libri di cucina del futuro, questo volume riunisce le migliori infografiche di sempre in materia di cibo, bevande e cucina, dalle tabelle di conversione per le dosi alle ricette per biscotti, dai cocktail ai consigli su come organizzare feste senza stress. Una guida gastronomica tanto invitante quando eccellente, che non potrà mancare nella biblioteca di ogni buongustaio del terzo millennio. Volete specializzarvi nel sashimi? Conoscere il segreto della bistecca perfetta? Stupire gli ospiti con un martini dry di vostra preparazione? «Food Infographics» vi fornirà tutte le risposte che cercate e anche di più, sfruttando i migliori grafici gastronomici per risolvere numerosi dilemmi culinari in modo semplice, brillante e facile da ricordare. Troverete infografiche su tutti i gruppi di alimenti: cereali, legumi, frutta, verdura, pesce, carne rossa e bianca. Lasciatevi ispirare da ricette che spaziano dalle zuppe ai panini, dagli spuntini ai dolciumi, fino ai perfetti condimenti. Non mancano inoltre sezioni dedicate all’abbinamento di sapori, alla preparazione di torte dolci e salate, nonché a bevande, strumenti e tecniche, senza dimenticare tè e caffè. Il libro si apre con un’indagine storica sulle immagini di cibo, approfondendo come e in quali occasioni abbiamo usato le immagini per celebrare, preparare e servire cibi e bevande, dai geroglifici egiziani raffiguranti pane azzimo ai classici del XIX secolo come il «Mrs Beeton’s Book of Household Management».

Anche i  sapori  hanno  la loro  grammatica

A scriverla è la giornalista specializzata in cibo  e gastronomia Niki Segnit: in questo  caso  il titolo  del  libro, La grammatica dei  sapori e delle loro infinite combinazioniè molto  esplicativo per cui non mi dilungo a descriverne il contenuto e comunque a fine articolo  c’è l’anteprima del libro  stesso (sono pigra, lo so!).

Ah, dimenticavo: il libro  costa meno  della metà del precedente.

Questo volume spicca per l’originalità dell’approccio e per gli spunti creativi che offre, sia per chi è alle prime armi e desidera sperimentare in cucina, sia per i cuochi esperti che intendano ampliare il proprio repertorio. È il primo libro che esplora in maniera dettagliata gli accostamenti tra sapori, dai più classici ai più creativi. L’autrice dimostra una particolare abilità intuitiva, capace di far emergere il meglio dagli abbinamenti tra ingredienti che risultano infinitamente più deliziosi di quanto possano essere se gustati singolarmente: partendo da 99 ingredienti, Niki Segnit esamina oltre 900 combinazioni, analizzando i risultati gustativi, associando idee, immagini e sensazioni, proponendo ricette. Il risultato è un libro ricco di informazioni pratiche, una sorta di grammatica-vocabolario che offre gli strumenti per imparare a padroneggiare una lingua nuova.

 

 

Anteprima del libro La grammatica dei  sapori 

 

Per concludere 

Una mia piccola ricetta per un piatto  molto  fresco (è gratuita, ma se volete questo è il mio IBAN…..)

Alla prossima! Ciao, ciao…….. 

Cafonal chic food

 

Le 4 scimmie
©caterinAndemme

PREMESSA

Ognuno  è libero  di  mangiare e bere ciò che vuole (a parte il cannibalismo), ma la mia impressione  è quella della ostentazione della ricchezza più che  per il gusto del cibo.

Sarò anche esagerata in questo mio  giudizio  e per questo aggiungo:  De gustibus non est disputandum  (se poi la citazione latina è erronea prendetevela con Wikipedia da cui l’ho tratta!)

Il menù

Pizza 24k – 2.000 dollari

Impastata ed infornata dalla Industry Kitchen di  New York la pizza ha tra i  suoi ingredienti formaggio  Stilton (simile, ma non uguale, al nostro  gorgonzola è un formaggio riconosciuto  DOP dalla Commissione Europea ed è prodotto in tre sole regioni  inglesi), fegato  grasso, tartufo nero  francese, caviale Osetra e fiocchi  d’oro  commestibili mischiati a petali di  fiori.

NO COMMENT!

Hamburger, Las Vegas 777 dollari

Se per caso  vi  trovate a Las Vegas e avete fatto un colpaccio  alle slot machine,  potete  pensare di  spendere una parte della vincita recandovi presso Le  Burger Brasserie dove vi potranno  servire questo  hamburger composto  da: manzo  di  Kobe e aragosta del Maine (insieme!?), condita con prosciutto, cipolla dolce caramellata, brie, tripla panna francese….  

Adatto  per chi  possiede i  succhi  gastrici  di  Alien.

 Coppa di  gelato Golden Opulence Sundae a New York – 1.000 dollari 

Da gustare ( si  fa per dire) al  Serendipity 3  : vaniglia di  Tahiti con infuso  di  vaniglia del  Madagascar, scaglie  d’oro 24 carati (anche qui: è proprio una fissazione!), guarnito  con sciroppo di  cioccolata Porcelana Amadei  e trucioli  di cioccolato  Chuao del  Venezuela.

DI NUOVO: NO COMMENT!

♣ Tazza di  caffè Black Ivory – 85 dollari 

In Thailandia, si  coltiva a 1.500 metri  di altitudine la varietà di  caffè Thai  Arabica: i chicchi  di  caffè vengono  dati in pasto agli  elefanti, quindi, una volta raccolti  dagli  escrementi, sono lavati  e torrefatti.

La nuova moda dei  super ricchi è quella di  avere nel salotto  di  casa un elefante a cui dare in pasto i chicchi  della varietà Thai  Arabica: bisogna aspettare solo  che l’elefante dia seguito alla parte terminale della digestione (sperando  che non abbia problemi  di  stitichezza) e quindi, una volta torrefatti i chicchi, servire un caffè tra lo  stupore generale degli ospiti: WHAT ELSE

Voi  cosa avete preparato per cena questa sera?

Io sono indecisa tra la Simmenthal  e uova sode……magari un salto  nella pizzeria sotto  casa..

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

I MIEI CINGUETTII

BRAVE, BRAVISSIME RAGAZZE