Accadono cose orrende in cucina (per fortuna solo negli USA)

 

Il gatto della cuoca
Caterina Andemme ©

Se in un vostro prossimo  viaggio negli  Stati Uniti vi  trovate dalle parti  di Durham, nel  North  Carolina, e nel  contempo  avete uno  stomaco a prova di  nefandezze culinarie, il vostro  locale si chiama Bull City  Burger 

Il locale è specializzato nell’offrire alla propria clientela panini esotici cioè vale a dire che ai  soliti hamburger a base di  formaggi  e verdure,  si  aggiungono quelli cucinati  con carne esotica.

A questo punto, prima di descrivere il loro best in fatto  di  panini, voglio  avvertire nel  NON proseguire la lettura a chi  si  ritrova ad essere vegetariano o  vegano, o semplicemente debole di  stomaco.

Loro, questi maestri  chef dell’assurdo, ogni  anno, nel  mese di  aprile (quindi  se volete siete ancora in tempo) aprono una lotteria in cui  si  vince l’hamburger a base di  carne esotica dell’anno.

Da quello  che ho  capito  negli  anni  precedenti  si  è parlato di carni  esotiche  quali quelle appartenenti  a povere tartarughe e (meno poveri) alligatori.

Credit: Bull City Burger

Quest’anno i  fortunati  vincitori  della lotteria avranno  modo di gustare l’hamburger alla tarantola (vedi la  foto a lato).

Devo  confessare che essendo io molto schifiltosa, ed avendo un’avversione per tutte le cose con più di  quattro  zampe (non parliamo  poi  di  quelle che strisciano), dovrei  essere l’ultima persona che può giudicare una simile prelibatezza (notate l’ironia).

Eppure, tra chi  ha mangiato il panino – aracnoide,  ci sono coloro  che hanno  trovato in esso il sapore di  granchio e chi addirittura  ai  frutti  di  mare.

I più sinceri, al  meno credo, hanno evidenziato un retro gusto metallico simile al sapore del sangue (magari  erano fan di Dracula).

Per farmi  perdonare questo  mio breve  excursus  sulla cucina horror, alla fine dell’articolo nel  box dedicato troverete una raccolta di  ricette per ottimi ( e normali) risotti.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 

 


Quanti formati di pasta esistono? Dunque ci sono gli spaghetti, le farfalle, le linguine, le……..

La pasta
Caterina Andemme ©

 

Allora sapete rispondere alla domanda e cioè quanti  formati  di pasta esistono in Italia?

TIC….TAC…..TIC….TAC….

Mi  dispiace, il tempo  è passato  e nessuno  di  voi ha saputo  rispondermi, ebbene lo  farò io: Milleduecentotrentotto.

Secondo l’Academia Barilla (si chiama proprio  Academia e non Accademia), i  formati  di pasta sarebbero solo trecento, mentre il numero  1.238 si riferirebbe ai nomi di paste alimentari censite in Italia.

Se siete incuriositi nel  conoscere il nome di  tutti  e 1238 nomi, sempre sul sito di Academia Barilla, potete trovare il Vocabolario  etimologico  della pasta italiana 

Libri IN Vetrina 

La storia della pasta e di come si sia trasformata da semplice  contorno a primo piatto, cosa avvenuta nel   Settecento  a Napoli ( e dove se no?),  è molto  bene illustrata dalla giornalista Eleonora Cozzella nel  suo libro Pasta revolution.

Quanti italiani sanno che fino a dieci anni fa circa la pasta era impensabile nell’alta cucina? Eleonora Cozzella racconta la revolution di un ingrediente che da ordinario è diventato gourmet. Questo libro è da una parte un appassionato racconto sull’evoluzione della pasta, dalle origini allo sviluppo del design e dei formati fino all’arte di inventare nuove ricette (variando il sugo ma non solo), dall’altro un vivido quadro della ricerca contemporanea di nuove tecniche e sorprendenti sapori. La storia della pasta s’intreccia con le moderne interpretazioni gourmet, gli aneddoti curiosi con le ragioni dell’evoluzione nell’alta cucina. A questo percorso originale, ricco di informazioni che pochi conoscono nonostante l’Italia sia la culla della pasta, l’autrice aggiunge le ricette che alcuni grandi chef hanno proposto a “Identità di pasta” nell’ambito del congresso internazionale di cucina d’autore “Identità golose”. Per conoscere a fondo la pasta revolution e, volendo, ricrearla in cucina. 

Giunti Editore (€ 15,30 – Anteprima del libro)

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 


PLAYLIST

Questa sera, a cena, un bel  piatto  di  spaghetti….senza andare fino  a Detroit 

 

La noce (che altro scrivere nel titolo?)

Figura di noce
Caterina Andemme ©

 

Secondo  l’antica Teoria delle Segnature una pianta che abbia una certa rassomiglianza con un organo  del nostro  corpo, non può che essere un vettore di  benefici per l’organo  rappresentato.

La noce, ad esempio, assomiglia ad un piccolo  cervello  in miniatura: il guscio rappresenta il  cranio i gherigli  gli  emisferi  destro e sinistro del  cervello.

In alcuni  individui la rassomiglianza si  ferma al  solo  guscio  vuoto oppure, tanto per essere meno  cattive,  la loro  materia grigia può benissimo  essere rappresentata dal vermiciattolo che troviamo  nelle noci  marce.

Cattiveria a parte, le noci sono  effettivamente un toccasana per il nostro cervello essendo ricche di acidi  grassi Omega – 3  ,indispensabili  per lo  sviluppo  del  sistema nervoso, e di  vitamina E  che, nella sua forma gamma – tocoferolo, è in grado  di proteggere i  neuroni  dall’invecchiamento.  

A questo  si aggiunge che le noci  sono  ricche di precursori  per lo  sviluppo dei neurotrasmettitori importanti  per le funzioni  cerebrali e della melatonina fondamentale per mantenere efficiente il ritmo   circadiano  e di  conseguenza   sincronizzare il sistema neuro – endocrino  e quello immunitario.

Prima di  scrivere la ricetta dei  Garganelli con salsa di noci   vorrei ricordarvi che:

La festa di  Pasqua non deve essere quella che vogliamo  fare all’agnello

Garganelli con salsa di noci 

Ingredienti  per quattro persone 

  • 250 g di pasta all’uovo  fresca formato  garganelli
  • 20 gherigli di noce
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • 1 cucchiaio  di  maggiorana fresca
  • La mollica di un  panino raffermo
  • 1 tazzina di  latte
  • Noce moscata
  • 100 g di fagiolini  verdi
  • 100 g di  zucca già mondata
  • 1 patata
  • Olio  extravergine di oliva
  • Sale e pepe q.b.

Preparazione 

Facciamo ammorbidire la mollica di pane con latte tiepido ed insaporiamo con  una grattata di noce moscata.

Frulliamo con un cucchiaio  di olio le noci, i pinoli, la maggiorana ed una presa di  sale.

Cuociamo  i fagiolini  in una pentola di  acqua bollente salata e,  dopo  cinque minuti di  cottura, vi uniamo la patata sbucciata a dadini e, dopo  altri  cinque minuti, la zucca a dadini.

Cuociamo  ancora per cinque minuti, quindi uniamo  la pasta e portiamo a cottura: scoliamo insieme alle verdure e condiamo  con la salsa di noci.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


playlist

Avrei voluto inserire Le donne di ora un inedito di  Giorgio Gaber mai  pubblicato e riscoperto  recentemente da Ivano  Fossati.

Per il momento il brano non è ancora disponibile, o per lo meno non sono riuscita a trovarlo allora, dal  vasto  repertorio  di  Giorgio Gaber, ho  scelto  questa Secondo  me una donna: non è una vera e propria canzone ma un monologo ironico  ed intelligente come solo lui  sapeva fare.

 

Questo è un post del cavolo

Brassica oleracea
Caterina Andemme ©

Ormai  è risaputo che i  bambini  non nascono  sotto  i  cavoli e che le cicogne si  rifiutano di  fare da corrieri per consegnare i bebè alle mamme (e i papà).

Come del  resto, avanzando il turpiloquio  nella parlata comune , la parola cavolo  ( nella frase ma che cavolo) è diventata desueta sostituita da quella che nella lingua italiana di  registro  colloquiale basso  indica, in senso  proprio, il pene. 

Ritengo, comunque, che quella parola di  registro  colloquiale basso  abbia una sua giustificazione come temporaneo  sfogo per eventi  accidentali non sempre dipendenti  dalla nostra volontà o  quasi.

Ad esempio:

Sto  attraversando  sulle strisce pedonali, quando il tizio alla guida della sua auto non solo non rispetta il mio  diritto a passare indenne dall’altra parte della strada, ma centra quella pozzanghera che mi inzaccherà  tutta quanta.

Appunto: ma che ******!

Allora considerando il titolo del post, cioè è un post del  cavolo, vi parlerò della:

Brassica oleracea (cioè il cavolo  in tutte le sue varianti)

 

Tabella dei valori nutrizionali del cavolo

L’origine del cavolfiore è incerta: taluni pensano che sia originario del Medio Oriente, anche perché il primo a parlarne fu l’agronomo Ibn-al-Awan, vissuto in Spagna nel XII secolo e autore di una monumentale opera composta da 31 volumi  sull’agronomia, il quale dava per certa l’origine in quei luoghi dell’ortaggio.

In seguito, con lo  sviluppo della navigazione, il problema dello  scorbuto   dovuto  alla carenza di  vitamina c venne risolto, oltre che all’utilizzo  degli  agrumi, anche con quello  del cavolfiore ricco  di  vitamina c  mangiato  crudo perché cuocendo  la vitamina si  degrada.

La cottura del  cavolfiore è una nota dolente per via dell’odore che si  sprigiona, dovuto  alle componenti  solforate del  vegetale.

 

 

 

La conclusione di  quest’articolo non può che essere altrimenti una ricetta del  cavolo:

 

Foglie di cavolo ripiene

Ingredienti per 6 persone 

  • 6 larghe foglie di cavolo  cappuccio
  • Olio extravergine q.b.

Per il ripieno

  • 2 cucchiaini di olio extravergine d’oliva
  • 4 cipollotti finemente tritati
  • 1 spicchio  d’aglio schiacciato
  • 2 cucchiai di concentrato  di pomodoro
  • 120 g di uva di  Corinto
  • 2 cucchiai di mandorle a scaglie
  • 1 cucchiaino di semi  di  cumino
  • ½ cucchiaino di cannella in polvere (facoltativo)
  • 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
  • 500 g di riso a grana lunga cotto in precedenza
  • 250 ml di  brodo  di pollo oppure vegetale

Salsa allo  yogurt

  • 500 g di yogurt bianco naturale
  • 1 cucchiaino di cumino in polvere
  • 1 cucchiaino di menta fresca tritata

Preparazione

Ungiamo con l’olio una pirofila dai bordi  alti.

Scottiamo in acqua bollente le foglie di cavolo per una decina di secondi affinché diventino  tenere.

Scoliamo ed eliminiamo la parte dura del gambo mettendolo  da parte.

Preriscaldiamo il forno a 190°

Per il ripieno riscaldiamo l’olio in una padella rosolandovi i cipollotti e l’aglio per una trentina di  secondi a fuoco  medio. Aggiungiamo il concentrato  di pomodoro, l’uva di  Corinto, le mandorle, i semi  di  cumino, la cannella (facoltativa), il prezzemolo  ed il riso.

Mescoliamo bene il tutto.

Leviamo dal fuoco e lasciamo intiepidire. Quindi mettiamo tre cucchiai di ripieno al centro di ogni foglia di cavolo ed arrotoliamola ripiegando i bordi  verso l’interno.

La salsina allo  yogurt va preparata solo  al momento  di  essere servita con gli involtini.

La preparazione è molto semplice: in una ciotola uniamo lo  yogurt con il cumino  e la menta e mescoliamo.

Serviamo gli involtini freddi oppure caldi accompagnandoli con la salsina guarnita con ciuffi di menta e coriandolo.

Bon appétit

 

Alla prossima! Ciao, ciao………………

 


In the corner

Di mestieri ce ne sono tanti, anche fare la pornostar può essere considerato al limite un mestiere.

Ma fare la vittima non è un mestiere, è subire una violenza e basta.

Questo  anche una persona come la Balzerani, che ha scelto il terrorismo  come mestiere, dovrebbe capirlo.

Forse è chiedere troppo.

Out of the corner

Pan per focaccia (con ricetta)

La cuoca e il suo aiutante.
Caterina Andemme ©

In the corner

Leggo su  La Repubblica:

La dichiarazione di Ali Khamenei (Guida suprema iraniana):

La donna iraniana in particolare quella musulmana in generale è influente nella società, guida la famiglia e dà all’uomo pace, perché ha fede e castità. Mentre la caratteristica delle donne occidentali è la nudità e la capacità di attrarre fisicamente gli  uomini.

Ma per favore……….

5.000.000 di donne

Ieri  hanno partecipato hanno partecipato  la primo sciopero  femminista per l’eguaglianza in Spagna.

100 donne vestite di  rosso

Ieri  a Genova, presso il cimitero  monumentale  di  Staglieno  (non c’era un altro  luogo?) hanno partecipato  all’happening dell’8 marzo organizzato  dal  Comune di Genova e la Regione Liguria. Insieme hanno  cantato il brano  Yallah (?!) ripetendo in coro respect and love…

Quando  si  dice che i numeri  contano 

Out the corner   


Si ostinano, quelli  che non sono  genovesi, a chiamarla pizza bianca:  ma  è la nostra focaccia.

Quella che ci piace mangiare  accompagnandola  al  cappuccino  nella prima colazione.

Quella con le cipolle (si, ma poi l’alito? Ma chi  se ne….), quella con il rosmarino oppure con  la salvia, se proprio  vogliamo  essere estrosi.

Alta, oppure sottile, ripeto, è  comunque la nostra focaccia (e non pizza bianca).

A Genova tutti i panifici sfornano  la focaccia, ma non tutta la focaccia è di  buona qualità.

Se vi  capita di  passare per Voltri (è sempre Genova) chiedete del  panificio  Marinetta: secondo  me è qui  che fanno la focaccia più buona di  tutta la città, tanto  che Vito Elio Petrucci la celebrò in una  poesia dialettale che non conosco e tanto meno  ho  voglia di  cercarla in rete.

Se abitate in Madagascar e vi è un po’  difficile arrivare a Genova i tempo  per la prima colazione, di  seguito la ricetta per:

Focaccia genovese

Ingredienti 

  • 1 kg di farina 00
  • 550 g di acqua
  • 20 g di lievito di  birra
  • 20 g di sale
  • 2 cucchiai di olio  di oliva extravergine

Ingredienti per pennellare 

  • 6 cucchiai di olio
  • 6 cucchiai di acqua

Preparazione 

In una ciotola fondiamo il lievito  con una parte dell’acqua, quindi uniamo  un poco di  farina, 2 cucchiai  di olio  d’oliva, sale e ancora la rimanente farina e acqua in due riprese alternandole  e sempre battendo l’impasto.

Mettiamo  sul  tavolo e lavoriamo  battendo per 7 – 8 minuti. Poniamo di nuovo nella ciotola unta con l’olio e facciamo raddoppiare l’impasto.

Quindi, rovesciamo  di  nuovo  sul tavolo e dividiamo l’impasto  a metà formando  due filoni che, in seguito, verranno messi  su  due teglie di 30×40 centimetri.

Facciamo riposare per 15 minuti poi, utilizzando un mattarello  corto, spianiamo andando a ricoprire quasi  completamente il fondo delle teglie.

Facciamo lievitare per circa 30 minuti.

Dopodiché affondiamo la punta delle dita nella pasta formando su  tutta la superficie delle impronte profonde che vanno a toccare il fondo della teglia.

Copriamo con 6 cucchiai di olio battuti con 6 cucchiai di acqua ed il  sale.

Facciamo  raddoppiare l’impasto (occorrerà all’incirca un ora e mezza). Inforniamo a 200° per circa mezz’ora.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao………………


playlist

Beh…io vorrei  essere Wonder Woman….

In Valle Maira: natura, storia, acciughe e melanzane

Caterina Andemme ©

Glamping 

Neologismo  composto  da due termini  quali  glamour e camping. Con esso  si indica un modo  di  vivere l’outdoor senza rinunciare alle comodità offerta da una struttura ricettiva d’eccellenza.

A dir la verità fino  a ieri  non sapevo  nulla riguardo  all’esistenza di  questo neologismo, ma è stato  grazie a Rita che ho potuto  colmare questa lacuna linguistica.

Lei, riferendosi alla nostra passione per la vita in tenda (naturalmente solo per quanto  riguarda i  soggiorni estivi in montagna), ci  ha iscritti di  diritto ai  fautori  del  glamping.

Oggi posso  dire che, avendo a disposizione una mega tenda da cinque posti  abbondanti, con possibilità di rimanere in stazione eretta nel punto  più alto e suppellettili  vari  che rendono il campeggio piacevolmente piacevole ( la Jacuzzi ancora non l’abbiamo ma ci  stiamo lavorando), ci  avviciniamo alla nostra personale idea di  glamping che, comunque, vuole essere molto diversa da quella proposta nel neologismo: in pratica avere sempre  il piacere di camminare a piedi  nudi  nell’erba e dormire in un sacco  a pelo.

La mia prima esperienza outdoor in tutti  i sensi è stata percorrendo  alcune tappe del Tour du Mont – Blanc, con una pesantissima tenda canadese da mare (trasportata ovviamente da lui) è relativo nubifragio a Chamonix  che ci  aveva lasciato  con i  soli  abiti  che indossavamo  asciutti: mi sono  divertita un mondo.

Da allora la tenda canadese (che in effetti  ci  era stata prestata) è cresciuta fino  a diventare quella che abbiamo  oggi (anche se qualcuno   la vorrebbe trasformare in un piccolo  camper…..vedremo più in là, ….molto più in là).

Panorama della Valle Maira
Credit: Archivio 24Cinque P&B

A proposito  di  glamping (o per meglio dire il suo  contrario) uno dei  soggiorni  più belli è stato quello in Valle Maira, precisamente al  Campo  Base di  Chiappera a 1650 metri  di  altitudine: la Valle Maira (CN) viene considerata da molti  come il piccolo  Nepal per l’ambiente e per una fitta rete sentieristica che soddisfa ogni preferenza per l’escursionismo e gli  sport montani  e invernali in generale.

Ma se l’idea di  una sgambata in montagna vi  attira quanto  attraversare il Sahara in scafandro, la Valle Maira offre notevoli  spunti  culturali riferiti soprattutto  alla cultura occitana 

Se la cultura occitana è talmente vasta da avere radici  storiche in tre nazioni  (Spagna, Francia ed Italia), io mi limito, al  contrario, nel parlarvi di un singolo  aspetto  che riguarda il cibo e la Valle Maira, tanto  sottile quanto un’acciuga.

Tra l’Ottocento  ed il Novecento il consumo delle acciughe presso  le famiglie della Valle andò aumentando  fino  a diventare una voce consistente dell’economia locale.

Per cui  molti  valmairesi (non so  se il termine sia quello  giusto) diventarono anchoier : acciugai in lingua occitana.

Ancora prima di  quel  periodo  il commercio  delle acciughe si legò al contrabbando  del  sale: infatti. siccome sul sale, elemento indispensabile per la conservazione del cibo, si  pagavano  tributi molto pesanti, qualcuno  pensò di beffare i  gabellieri riempendo i  barili  con le acciughe solo  a metà , mentre tutto il resto  era sale da contrabbandare.

Non so quanto  sia vera questa storia, di  vero c’è il fatto  che l’acciuga è un piatto di montagna.

Di  seguito una ricetta doc della Valle Maira:

Melanzane saltate all’acciuga 

Ingredienti 

  • Due grosse melanzane
  • 4 acciughe salate
  • 1 pomodoro
  • Basilico, aglio e un rametto  di  rosmarino
  • Sale e pepe

Preparazione 

Tagliamo  le melanzane a cubetti piuttosto  grossi e le facciamo  rosolare in padella con olio  extravergine e l’aglio privato  del  germoglio interno.

Aggiungiamo  le acciughe ed il pomodoro  tagliato a dadini, il rosmarino ed il basilico.

Saliamo  e pepiamo mettendo  a cuocere a fuoco  basso  e coprendo la padella con un coperchio (aggiungiamo  dell’acqua se è necessario).

Può anche essere servito come antipasto.

Bon appétit.
Alla prossima! Ciao, ciao……………..

Quattro chicchi di riso (alla cantonese) ed un funerale

Senza titolo
Caterina Andemme ©

Questa mattina in stazione, mano  a mano che le mie estremità si  congelavano (ho  perso  anche un guanto ed ho  rotto  l’ombrello per il troppo  vento), ho compreso il senso dell’abbandono.

Quello  che le nostre poco  amate Ferrovie hanno  nei  confronti  di chi  usa il treno per andare a lavoro, per la scuola e per  ogni  accidente che uno  voglia.

Un’ora e mezza ad aspettare quel  treno  dei  desideri (che neanche all’incontrario  va come canta Celentano in Azzurro) che diventava lo  stillicidio  degli annunci : 15 minuti  di  ritardo, 20 minuti, 30 minuti ….siete ancora lì? 

Dove vanno  a finire i  cinesi  quando muoiono in Italia?

Non è una domanda che sto ponendo  a voi, ma una che mi  è stata posta in treno  da uno  dei  tanti  occasionali  compagni di  viaggio  (di  alcuni  ne farei  volentieri  a meno, come il tizio  della domanda).

La mia risposta, quella che mi  è sembrata più logica, è stata: sottoterra!?

Lui, non contento di  questo, mi  ha incalzata: Hai  mai  visto un funerale cinese?

In effetti non ho mai vito un funerale cinese, tanto  meno uno  tibetano o indiano: e poi  perché mai  dovrei  andare al  funerale di perfetti  sconosciuti?

Non è vero: nessuno  mi ha posto una domanda così idiota, ma è vera   la bufala dei  cimiteri  clandestini  cinesi  sparsi  qua  e la sul nostro  territorio: provate a digitare su  Google (o Bing) la domanda  Dove vanno  a finire i cinesi  quando  muoiono in Italia  e vi  divertirete non poco  a leggere quanto  scritto  sull’argomento.

Forse vi interessa di più la ricetta del

Riso  alla cantonese 

Ingredienti  per due persone (lui e lei, lei  e lei, lui e lui)

  • 200 g di riso basmati o thai
  • 2 uova
  • 100 g di prosciutto  cotto
  • 125 g di piselli finissimi freschi (vanno  bene anche quelli surgelati)
  • 6 cucchiai  di olio extravergine d’oliva

Preparazione

Laviamo il riso  per togliere l’amido e lo  versiamo in una casseruola coprendo  con l’acqua sopra il livello  del  riso stesso. Saliamo e poniamo sul fuoco.

Nel frattempo tagliamo il prosciutto  cotto a dadini  regolari e sbollentiamo i piselli in acqua salata.

Sbattiamo le uova con poco  sale e le cuociamo in una padella antiaderente sufficientemente unta d’olio, ne verrà fuori una piccola frittata molto  sottile che taglieremo  a striscioline.

Scaldiamo il wok (chi non ha un wok in casa?) oppure in una larga padella, sempre antiaderente, e vi rosoliamo il prosciutto per pochi istanti, quindi uniamo i piselli, il riso  cotto, le striscioline di  frittata, sale e pepe.

Bon appétit.

Alla prossima! Ciao, ciao………….

Pomme d’amour

 

Un giorno  eravamo  a Napoli  ospiti  a pranzo  da amici.

Quello che ricordo  di  quella giornata, oltre alla ovvia simpatia dei padroni  di  casa e degli altri  ospiti, fu il profumo del  ragù che avrebbe accompagnato l’immancabile piatto di pasta.

Mi  fu  detto  che il segreto per avere un ragù degno  di  questo  nome era il segreto  di  Pulcinella,  in quanto l’elemento principe non era altro  che il tempo (oltre che alla scelta della carne).

Da quell’episodio imparai un termine tutto partenopeo per indicare la procedura finale alla cottura del   ragù: peppiare.

Con questa parola quasi  onomatopeica viene indicata quel momento in cui, dal  fondo della pentola risalgono  delle piccole bolle d’aria che, rompendosi, fanno pop, pop,pop

Lo  so  che per alcuni  (magari molti) parlare di  carne, anche sotto  forma di  ragù, è da considerare out: noi stessi ne consumiamo  si  e no una volta alla settimana e con delle limitazioni nei  riguardi  del  vitello, agnello e nemmeno la cane di  asino  e cavallo per simpatia verso  questi  animali.

Allora, parlare di ragù, inevitabilmente mi porta al pomodoro.

Quello  che invece non sapevo (forse voi  si) è che il primo piatto di pasta  non in bianco non poteva che essere servito a Napoli nel 1839, quando Ippolito  Cavalcanti, duca di Buonvicino, ideò il piatto di vermicelli co’ a pummarola’n coppa (spero  di non aver fatto  errori nel trascrivere la frase in napoletano).

Nella pagina indicata dal link troverete la ricetta originale dei  vermicelli co’ a pummarola’n coppa tratta dal libro Cucina teorica – pratica che il nostro  duca scrisse nel 1847 (su  Amazon o  Google Libri  si può acquistarne una copia).

Ritornando indietro a quando  il pomodoro  veniva considerato velenoso, i primi a fare da cavia nell’assaggio non furono i napoletani bensì gli irlandesi che, siamo appunto nel XVII secolo, ne attribuirono  anche proprietà afrodisiache e una volta arrivato il pomodoro  in Francia, qualcuno  cambiò il nome da quello azteco tomatl  ricordiamo  che arrivò in Europa tramite i  conquistadores spagnoli – nel più poetico pomme d’amour  (pomme d’or quello che generalmente venne attribuito alla pianta).

Sarà poi verrà questa storia del pomodoro  afrodisiaco? 

Alla prossima! Ciao, ciao…………………

 


 

Dolores Mary Eileen O’Riordan

(Limerick,  6 settembre 1971  – Londra 15 gennaio 2018) 

 

Tacos di cavallette: un modo come l’altro per non avere più ospiti a cena

 

Ho una certa passione per la cucina che mi porta a collezionare libri  e riviste dell’arte culinaria in maniera smodata.

Capita, quindi, che a volte mi  rendo  conto della necessità di  fare un bel  ripulisti di  quanto  ho  collezionato nel  tempo.

Anche perché, in questa maniera  posso  far spazio ad altri libri e riviste di  cucina.

Così, se pur a malincuore, ho rinunciato  ad alcune ricette di  cucina etnica: a ben  vedere la realizzazione di  queste pietanze è piuttosto  difficile, sia per il reperimento  degli ingredienti  necessari, sia perché presentare un certo  tipo di portata potrebbe indurre qualche perplessità nei  convitati.

Eppure,  come ho  già scritto in qualche altro  articolo, dovremo  abituarci (in teoria) in futuro alla presenza di insetti  cotti  e mangiati  nell’idea  di  salvaguardare le risorse alimentari di un pianeta sempre più affollato.

Così, se volete stupire i  vostri  ospiti,  vi  suggerisco una ricetta messicana per i Tacos di  cavallette:

Occorre andare nel  vostro  negozio  di  gastronomia preferito e chiedere un etto  di  cavallette di  media misura.

E’ facile che il negozio  ne sia momentaneamente sfornito  oppure, ed è quello  che potrebbe accadere, il negoziante vi prenderà per una pazzoide.

Non desistiamo: mandiamo i nostri partner (conviventi, fidanzati(e), amanti ecc.ecc.) a dare la caccia alle cavallette, muniti di un righello per la giusta misura che ci occorre.

In questa maniera otterremo  anche di  allontanarli  da noi e,  per un po’ di  tempo, saremo libere di pensare agli  affaracci nostri.

Aspettando  che la caccia sia terminata, vediamo di  avere pronti  questi ingredienti:

  • Due spicchi tritati di  aglio

  • Il succo di un limone

  • 6 tortillas di mais (volo diretto andata e ritorno dal  Messico possibilmente  in giornata)

  • La polpa di due avocado  maturi

  • Sale

Quando  finalmente avremo  le nostre cavallette le arrostiremo  nel  forno a 200° (niente paura:  sono  già morte).

Quindi  vi uniamo  gli  spicchi  d’aglio tritati, il sale ed il succo  di limone.

Spalmiamo  con la polpa dei  due avocado (nel link troverete tutte le virtù di  questo  frutto) i  tacos  e ci  avvolgiamo le nostre croccanti  cavallette.

A questo punto  possiamo  servire senza dire nulla a riguardo  del  contenuto dei tacos .

Dopo che in nostri ospiti  le avranno degustate, potete anche dire che la ricetta per queste delizie non potete svelarla, perché è un vostro  segreto tramandato  da generazioni nella vostra famiglia.

Potette anche dire la verità: in questo  caso, se le vostre amiche ed amici non sono  aperti  al   cibo  alternativo,  il vostro  futuro a base di  cene solitarie è assicurato.

Bon appétit!

Alla prossima! Ciao, ciao……………

 


 

 

Spiruliniamoci

 

Non penso  di essere ancora pronta al cibo  del  futuro e cioè di mangiare  tutti  quegli  esserini che comunamente chiamiamo  insetti, dai  grilli alle cavallette passando per lo  scarabeo  allo  spiedo, anche se  la FAO ne promuove il consumo attraverso il suo  programma Edible insects (vedi il box)   dove, per l’appunto, si  dice che  oggi  all’incirca due miliardi  di persone, molto  meno  schizzinose della sottoscritta,  si  nutrono di insetti e che nel  futuro, quando  l’umanità raggiungerà i dieci miliardi  di persone, il loro  consumo sarà cosa normale anche da noi.

Se siete interessati ai novel  food e alla normativa comunitaria che li  regola, qui  troverete alcune interessanti informazioni

 

 

Nel  frattempo, potrei iniziare ad assaporare il gusto  delle alghe (per lo meno non strisciano  e non hanno zampette in eccesso): l’alga spirulina (Arthrospira platensis) presenta delle caratteristiche nutrizionali che ne fanno un cibo principe per l’organismo umano.

I nutrizionisti  informano  che le proteine della spirulina sono  altamente digeribili, che il  ferro in esso  contenuto, grazie alla presenza di provitamina A (meglio  conosciuto  come beta –  carotene, viene assimilato molto  facilmente.

Inoltre, per concludere sulle proprietà della spirulina, essa contiene omega 3, antiossidanti  come la ficocianina (utilizzata anche come colorante per alcuni  dolciumi).

La coltivazione di  spirulina in Cina e Messico viene fatta in laghi  artificiali, mentre in Italia si  utilizzano  bioreattori i cui  prodotti di  scarto  vengono utilizzati  come fertilizzanti.

I prodotti  a base di  spirulina, anche sotto  forma di integratori, deve essere sempre consumati tenendo  presente alcune controindicazioni soggettive.

Detto  questo vi  saluto e vado a preparare un bel piatto  di  trofie  al pesto per cena (la spirulina può aspettare).

Alla prossima! Ciao, ciao………….