Il sapore di quale pane?

Spighe di grano
©caterinAndemme 

Senza pane e senza vino l’amore è nulla (proverbio  francese)

Sono in parte d’accordo  con questo  vecchio  proverbio  francese in quanto essendo praticamente astemia, escludendo una flûte di  campagne o  spumante occasionale, posso  solo  coniugare l’amore con il sapore del pane.

Peccato, però, che il sapore del pane di  oggigiorno ha quello  standard (di  scarsa qualità) del prodotto  venduto  nella grande distribuzione.

Con delle eccezioni, ad esempio  nel supermercato  vicino  casa, di  cui  tacerò il marchio  dicendo  solo  che inizia con una C e termina con una P (con due O nel mezzo),  ho  trovato un tipo  di pane alla segale che fa ricordare il sapore di…di pane, che altro  se no!

La particolarità è che il pane prodotto, distribuito dalla cooperativa Pausa Caffè, esce da una prigione: da tempo, infatti, nella Casa di  reclusione di  san Michele in Alessandria, si è avviato un progetto dove un numero  di reclusi, regolarmente stipendiati e con turni  part-time, si  alternano  davanti  ad un forno a legna  rotante di  cinque metri  di  diametro  (enorme) per sfornare 10 tonnellate al mese  di ottimo  pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica 

Tralasciando la storia del pancarrè e cioè se sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti intorno al  1930 oppure sia  nato  a Torino  tempi  addietro (una storia   popolare   collegherebbe il pancarrè  all’ultimo  boia della città sabauda), la storia del primo pane risale a qualche millennio  di  anni  fa.

Infatti, nel 2004, un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II), nei pressi  del Lago  di  Tiberiade  , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

E’  nell’Egitto  risalente all’11.000 a.C. che possiamo  trovare il primo pane lievitato, qui gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Caratteristiche del pane  

I tipi  di  farina

La farina impiegata può essere integrale, dove crusca e germe non sono separati, con il contenuto (per legge) pari  al 1,60 per cento di  cenere e un’elevata percentuale di  cellulosa, oltre a sali minerali, vitamine ed enzimi.

Di tipo 2 (o  semintegrale), contenente lo 0,95 per cento di  cenere e una più bassa percentuale di cellulosa.

Di tipo 1  con solo l’80 per cento  di  cenere.

Va da se che più la farina viene raffinata, più si impoverisce delle sue proprietà nutritive.

La pasta acida

La lievitazione naturale è quella che richiede più tempo  rispetto  a quella ottenuta tramite lievito  di  birra o chimico.

Essa si fa con la pasta acida (lievito madre) che consiste nel  far fermentare spontaneamente un miscuglio di  farina e acqua integrato  con mosto o miele.

Con questo tipo  di lievitazione la nostra pagnotta cresce grazie alla elevata presenza di fermenti  lattici (del  tutto  simili  a quelli  dello  yogurt) e di lieviti.

Un esperimento  a Milano

Da ieri a Milano, in via Lecco 15  vicino alla stazione Centrale, è aperto il Forno  Collettivo  un progetto per iniziativa dei  proprietari del      Botanical  Club.

Per evitare una spudorata operazione di copia ed incolla vi rimando all’articolo  di  QuiFinanza che spiega molto  bene l’idea a base del progetto.

Per concludere: quanti  tipi  di  pane conoscete?

Pochi, tanti? Alcuni  di essi  sono  stati  con il tempo  dimenticati, per fortuna,  a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (anteprima alla fine dell’articolo).

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

 

Anteprima del libro  I pani  dimenticati 

 

Domani  inizia il weekend:  se vi trovate  a passare da Clavesana nella giornata di  domenica ci possiamo  incontrare perché  sarò li presso lo  stand della nostra amica Rita per la fiera annuale di  artigianato  e altro.

Altrimenti…

Alla prossima! Ciao, ciao…….

Infografica del cibo e grammatica dei sapori: due libri in (semi) confronto

Colazione da Tiffany
©caterinAndemme

Per caso  vi  avanzano 50 euro?

No, non preoccupatevi: non vi  sto  chiedendo  di  devolvere questa somma per i  bisogni  della  sottoscritta (comunque posso  sempre inviarvi  il mio IBAN) ma per l’acquisto  di un libro  di  cucina che ha il (lungo ) titolo di Food & Drink Infographics. A visual Guide to Culinary Pleasures scritto  dal duo Simone Klabin  e Julius Wiedemann per la Casa editrice Taschen.

In pratica il libro, ritenuto da chi deve venderlo indispensabile per ogni  buongustaio , è un insieme di 464 pagine ricche di infografiche riguardanti il cibo, con informazioni  che vanno dalla classifica di  bruciore dei  vari  tipi  di peperoncino fino alla descrizione della  costruzione di un hangi,  cioè un buco  nel terreno fatto  di pietre e legno dove cucinare il nostro  cibo, tipico  della cucina maori: chi  di noi  non vede l’ora di  scavare un buco  nel proprio  giardino  (sempre che lo si possegga).

Nell’ambito del nostro consumo esponenziale di dati visivi, il boccone più prelibato è senza dubbio rappresentato dalla raffinata arte culinaria. Aprendo la strada ai libri di cucina del futuro, questo volume riunisce le migliori infografiche di sempre in materia di cibo, bevande e cucina, dalle tabelle di conversione per le dosi alle ricette per biscotti, dai cocktail ai consigli su come organizzare feste senza stress. Una guida gastronomica tanto invitante quando eccellente, che non potrà mancare nella biblioteca di ogni buongustaio del terzo millennio. Volete specializzarvi nel sashimi? Conoscere il segreto della bistecca perfetta? Stupire gli ospiti con un martini dry di vostra preparazione? «Food Infographics» vi fornirà tutte le risposte che cercate e anche di più, sfruttando i migliori grafici gastronomici per risolvere numerosi dilemmi culinari in modo semplice, brillante e facile da ricordare. Troverete infografiche su tutti i gruppi di alimenti: cereali, legumi, frutta, verdura, pesce, carne rossa e bianca. Lasciatevi ispirare da ricette che spaziano dalle zuppe ai panini, dagli spuntini ai dolciumi, fino ai perfetti condimenti. Non mancano inoltre sezioni dedicate all’abbinamento di sapori, alla preparazione di torte dolci e salate, nonché a bevande, strumenti e tecniche, senza dimenticare tè e caffè. Il libro si apre con un’indagine storica sulle immagini di cibo, approfondendo come e in quali occasioni abbiamo usato le immagini per celebrare, preparare e servire cibi e bevande, dai geroglifici egiziani raffiguranti pane azzimo ai classici del XIX secolo come il «Mrs Beeton’s Book of Household Management».

Anche i  sapori  hanno  la loro  grammatica

A scriverla è la giornalista specializzata in cibo  e gastronomia Niki Segnit: in questo  caso  il titolo  del  libro, La grammatica dei  sapori e delle loro infinite combinazioniè molto  esplicativo per cui non mi dilungo a descriverne il contenuto e comunque a fine articolo  c’è l’anteprima del libro  stesso (sono pigra, lo so!).

Ah, dimenticavo: il libro  costa meno  della metà del precedente.

Questo volume spicca per l’originalità dell’approccio e per gli spunti creativi che offre, sia per chi è alle prime armi e desidera sperimentare in cucina, sia per i cuochi esperti che intendano ampliare il proprio repertorio. È il primo libro che esplora in maniera dettagliata gli accostamenti tra sapori, dai più classici ai più creativi. L’autrice dimostra una particolare abilità intuitiva, capace di far emergere il meglio dagli abbinamenti tra ingredienti che risultano infinitamente più deliziosi di quanto possano essere se gustati singolarmente: partendo da 99 ingredienti, Niki Segnit esamina oltre 900 combinazioni, analizzando i risultati gustativi, associando idee, immagini e sensazioni, proponendo ricette. Il risultato è un libro ricco di informazioni pratiche, una sorta di grammatica-vocabolario che offre gli strumenti per imparare a padroneggiare una lingua nuova.

 

 

Anteprima del libro La grammatica dei  sapori 

 

Per concludere 

Una mia piccola ricetta per un piatto  molto  fresco (è gratuita, ma se volete questo è il mio IBAN…..)

Alla prossima! Ciao, ciao…….. 

Cafonal chic food

 

Le 4 scimmie
©caterinAndemme

PREMESSA

Ognuno  è libero  di  mangiare e bere ciò che vuole (a parte il cannibalismo), ma la mia impressione  è quella della ostentazione della ricchezza più che  per il gusto del cibo.

Sarò anche esagerata in questo mio  giudizio  e per questo aggiungo:  De gustibus non est disputandum  (se poi la citazione latina è erronea prendetevela con Wikipedia da cui l’ho tratta!)

Il menù

Pizza 24k – 2.000 dollari

Impastata ed infornata dalla Industry Kitchen di  New York la pizza ha tra i  suoi ingredienti formaggio  Stilton (simile, ma non uguale, al nostro  gorgonzola è un formaggio riconosciuto  DOP dalla Commissione Europea ed è prodotto in tre sole regioni  inglesi), fegato  grasso, tartufo nero  francese, caviale Osetra e fiocchi  d’oro  commestibili mischiati a petali di  fiori.

NO COMMENT!

Hamburger, Las Vegas 777 dollari

Se per caso  vi  trovate a Las Vegas e avete fatto un colpaccio  alle slot machine,  potete  pensare di  spendere una parte della vincita recandovi presso Le  Burger Brasserie dove vi potranno  servire questo  hamburger composto  da: manzo  di  Kobe e aragosta del Maine (insieme!?), condita con prosciutto, cipolla dolce caramellata, brie, tripla panna francese….  

Adatto  per chi  possiede i  succhi  gastrici  di  Alien.

 Coppa di  gelato Golden Opulence Sundae a New York – 1.000 dollari 

Da gustare ( si  fa per dire) al  Serendipity 3  : vaniglia di  Tahiti con infuso  di  vaniglia del  Madagascar, scaglie  d’oro 24 carati (anche qui: è proprio una fissazione!), guarnito  con sciroppo di  cioccolata Porcelana Amadei  e trucioli  di cioccolato  Chuao del  Venezuela.

DI NUOVO: NO COMMENT!

♣ Tazza di  caffè Black Ivory – 85 dollari 

In Thailandia, si  coltiva a 1.500 metri  di altitudine la varietà di  caffè Thai  Arabica: i chicchi  di  caffè vengono  dati in pasto agli  elefanti, quindi, una volta raccolti  dagli  escrementi, sono lavati  e torrefatti.

La nuova moda dei  super ricchi è quella di  avere nel salotto  di  casa un elefante a cui dare in pasto i chicchi  della varietà Thai  Arabica: bisogna aspettare solo  che l’elefante dia seguito alla parte terminale della digestione (sperando  che non abbia problemi  di  stitichezza) e quindi, una volta torrefatti i chicchi, servire un caffè tra lo  stupore generale degli ospiti: WHAT ELSE

Voi  cosa avete preparato per cena questa sera?

Io sono indecisa tra la Simmenthal  e uova sode……magari un salto  nella pizzeria sotto  casa..

Alla prossima! Ciao, ciao…………….

 

I MIEI CINGUETTII

BRAVE, BRAVISSIME RAGAZZE

Accadono cose orrende in cucina (per fortuna solo negli USA)

 

Il gatto della cuoca
Caterina Andemme ©

Se in un vostro prossimo  viaggio negli  Stati Uniti vi  trovate dalle parti  di Durham, nel  North  Carolina, e nel  contempo  avete uno  stomaco a prova di  nefandezze culinarie, il vostro  locale si chiama Bull City  Burger 

Il locale è specializzato nell’offrire alla propria clientela panini esotici cioè vale a dire che ai  soliti hamburger a base di  formaggi  e verdure,  si  aggiungono quelli cucinati  con carne esotica.

A questo punto, prima di descrivere il loro best in fatto  di  panini, voglio  avvertire nel  NON proseguire la lettura a chi  si  ritrova ad essere vegetariano o  vegano, o semplicemente debole di  stomaco.

Loro, questi maestri  chef dell’assurdo, ogni  anno, nel  mese di  aprile (quindi  se volete siete ancora in tempo) aprono una lotteria in cui  si  vince l’hamburger a base di  carne esotica dell’anno.

Da quello  che ho  capito  negli  anni  precedenti  si  è parlato di carni  esotiche  quali quelle appartenenti  a povere tartarughe e (meno poveri) alligatori.

Credit: Bull City Burger

Quest’anno i  fortunati  vincitori  della lotteria avranno  modo di gustare l’hamburger alla tarantola (vedi la  foto a lato).

Devo  confessare che essendo io molto schifiltosa, ed avendo un’avversione per tutte le cose con più di  quattro  zampe (non parliamo  poi  di  quelle che strisciano), dovrei  essere l’ultima persona che può giudicare una simile prelibatezza (notate l’ironia).

Eppure, tra chi  ha mangiato il panino – aracnoide,  ci sono coloro  che hanno  trovato in esso il sapore di  granchio e chi addirittura  ai  frutti  di  mare.

I più sinceri, al  meno credo, hanno evidenziato un retro gusto metallico simile al sapore del sangue (magari  erano fan di Dracula).

Per farmi  perdonare questo  mio breve  excursus  sulla cucina horror, alla fine dell’articolo nel  box dedicato troverete una raccolta di  ricette per ottimi ( e normali) risotti.

Alla prossima! Ciao, ciao…………….. 

 


Quanti formati di pasta esistono? Dunque ci sono gli spaghetti, le farfalle, le linguine, le……..

La pasta
Caterina Andemme ©

 

Allora sapete rispondere alla domanda e cioè quanti  formati  di pasta esistono in Italia?

TIC….TAC…..TIC….TAC….

Mi  dispiace, il tempo  è passato  e nessuno  di  voi ha saputo  rispondermi, ebbene lo  farò io: Milleduecentotrentotto.

Secondo l’Academia Barilla (si chiama proprio  Academia e non Accademia), i  formati  di pasta sarebbero solo trecento, mentre il numero  1.238 si riferirebbe ai nomi di paste alimentari censite in Italia.

Se siete incuriositi nel  conoscere il nome di  tutti  e 1238 nomi, sempre sul sito di Academia Barilla, potete trovare il Vocabolario  etimologico  della pasta italiana 

Libri IN Vetrina 

La storia della pasta e di come si sia trasformata da semplice  contorno a primo piatto, cosa avvenuta nel   Settecento  a Napoli ( e dove se no?),  è molto  bene illustrata dalla giornalista Eleonora Cozzella nel  suo libro Pasta revolution.

Quanti italiani sanno che fino a dieci anni fa circa la pasta era impensabile nell’alta cucina? Eleonora Cozzella racconta la revolution di un ingrediente che da ordinario è diventato gourmet. Questo libro è da una parte un appassionato racconto sull’evoluzione della pasta, dalle origini allo sviluppo del design e dei formati fino all’arte di inventare nuove ricette (variando il sugo ma non solo), dall’altro un vivido quadro della ricerca contemporanea di nuove tecniche e sorprendenti sapori. La storia della pasta s’intreccia con le moderne interpretazioni gourmet, gli aneddoti curiosi con le ragioni dell’evoluzione nell’alta cucina. A questo percorso originale, ricco di informazioni che pochi conoscono nonostante l’Italia sia la culla della pasta, l’autrice aggiunge le ricette che alcuni grandi chef hanno proposto a “Identità di pasta” nell’ambito del congresso internazionale di cucina d’autore “Identità golose”. Per conoscere a fondo la pasta revolution e, volendo, ricrearla in cucina. 

Giunti Editore (€ 15,30 – Anteprima del libro)

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 


PLAYLIST

Questa sera, a cena, un bel  piatto  di  spaghetti….senza andare fino  a Detroit 

 

La noce (che altro scrivere nel titolo?)

Figura di noce
Caterina Andemme ©

 

Secondo  l’antica Teoria delle Segnature una pianta che abbia una certa rassomiglianza con un organo  del nostro  corpo, non può che essere un vettore di  benefici per l’organo  rappresentato.

La noce, ad esempio, assomiglia ad un piccolo  cervello  in miniatura: il guscio rappresenta il  cranio i gherigli  gli  emisferi  destro e sinistro del  cervello.

In alcuni  individui la rassomiglianza si  ferma al  solo  guscio  vuoto oppure, tanto per essere meno  cattive,  la loro  materia grigia può benissimo  essere rappresentata dal vermiciattolo che troviamo  nelle noci  marce.

Cattiveria a parte, le noci sono  effettivamente un toccasana per il nostro cervello essendo ricche di acidi  grassi Omega – 3  ,indispensabili  per lo  sviluppo  del  sistema nervoso, e di  vitamina E  che, nella sua forma gamma – tocoferolo, è in grado  di proteggere i  neuroni  dall’invecchiamento.  

A questo  si aggiunge che le noci  sono  ricche di precursori  per lo  sviluppo dei neurotrasmettitori importanti  per le funzioni  cerebrali e della melatonina fondamentale per mantenere efficiente il ritmo   circadiano  e di  conseguenza   sincronizzare il sistema neuro – endocrino  e quello immunitario.

Prima di  scrivere la ricetta dei  Garganelli con salsa di noci   vorrei ricordarvi che:

La festa di  Pasqua non deve essere quella che vogliamo  fare all’agnello

Garganelli con salsa di noci 

Ingredienti  per quattro persone 

  • 250 g di pasta all’uovo  fresca formato  garganelli
  • 20 gherigli di noce
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • 1 cucchiaio  di  maggiorana fresca
  • La mollica di un  panino raffermo
  • 1 tazzina di  latte
  • Noce moscata
  • 100 g di fagiolini  verdi
  • 100 g di  zucca già mondata
  • 1 patata
  • Olio  extravergine di oliva
  • Sale e pepe q.b.

Preparazione 

Facciamo ammorbidire la mollica di pane con latte tiepido ed insaporiamo con  una grattata di noce moscata.

Frulliamo con un cucchiaio  di olio le noci, i pinoli, la maggiorana ed una presa di  sale.

Cuociamo  i fagiolini  in una pentola di  acqua bollente salata e,  dopo  cinque minuti di  cottura, vi uniamo la patata sbucciata a dadini e, dopo  altri  cinque minuti, la zucca a dadini.

Cuociamo  ancora per cinque minuti, quindi uniamo  la pasta e portiamo a cottura: scoliamo insieme alle verdure e condiamo  con la salsa di noci.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


playlist

Avrei voluto inserire Le donne di ora un inedito di  Giorgio Gaber mai  pubblicato e riscoperto  recentemente da Ivano  Fossati.

Per il momento il brano non è ancora disponibile, o per lo meno non sono riuscita a trovarlo allora, dal  vasto  repertorio  di  Giorgio Gaber, ho  scelto  questa Secondo  me una donna: non è una vera e propria canzone ma un monologo ironico  ed intelligente come solo lui  sapeva fare.

 

Questo è un post del cavolo

Brassica oleracea
Caterina Andemme ©

Ormai  è risaputo che i  bambini  non nascono  sotto  i  cavoli e che le cicogne si  rifiutano di  fare da corrieri per consegnare i bebè alle mamme (e i papà).

Come del  resto, avanzando il turpiloquio  nella parlata comune , la parola cavolo  ( nella frase ma che cavolo) è diventata desueta sostituita da quella che nella lingua italiana di  registro  colloquiale basso  indica, in senso  proprio, il pene. 

Ritengo, comunque, che quella parola di  registro  colloquiale basso  abbia una sua giustificazione come temporaneo  sfogo per eventi  accidentali non sempre dipendenti  dalla nostra volontà o  quasi.

Ad esempio:

Sto  attraversando  sulle strisce pedonali, quando il tizio alla guida della sua auto non solo non rispetta il mio  diritto a passare indenne dall’altra parte della strada, ma centra quella pozzanghera che mi inzaccherà  tutta quanta.

Appunto: ma che ******!

Allora considerando il titolo del post, cioè è un post del  cavolo, vi parlerò della:

Brassica oleracea (cioè il cavolo  in tutte le sue varianti)

 

Tabella dei valori nutrizionali del cavolo

L’origine del cavolfiore è incerta: taluni pensano che sia originario del Medio Oriente, anche perché il primo a parlarne fu l’agronomo Ibn-al-Awan, vissuto in Spagna nel XII secolo e autore di una monumentale opera composta da 31 volumi  sull’agronomia, il quale dava per certa l’origine in quei luoghi dell’ortaggio.

In seguito, con lo  sviluppo della navigazione, il problema dello  scorbuto   dovuto  alla carenza di  vitamina c venne risolto, oltre che all’utilizzo  degli  agrumi, anche con quello  del cavolfiore ricco  di  vitamina c  mangiato  crudo perché cuocendo  la vitamina si  degrada.

La cottura del  cavolfiore è una nota dolente per via dell’odore che si  sprigiona, dovuto  alle componenti  solforate del  vegetale.

 

 

 

La conclusione di  quest’articolo non può che essere altrimenti una ricetta del  cavolo:

 

Foglie di cavolo ripiene

Ingredienti per 6 persone 

  • 6 larghe foglie di cavolo  cappuccio
  • Olio extravergine q.b.

Per il ripieno

  • 2 cucchiaini di olio extravergine d’oliva
  • 4 cipollotti finemente tritati
  • 1 spicchio  d’aglio schiacciato
  • 2 cucchiai di concentrato  di pomodoro
  • 120 g di uva di  Corinto
  • 2 cucchiai di mandorle a scaglie
  • 1 cucchiaino di semi  di  cumino
  • ½ cucchiaino di cannella in polvere (facoltativo)
  • 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
  • 500 g di riso a grana lunga cotto in precedenza
  • 250 ml di  brodo  di pollo oppure vegetale

Salsa allo  yogurt

  • 500 g di yogurt bianco naturale
  • 1 cucchiaino di cumino in polvere
  • 1 cucchiaino di menta fresca tritata

Preparazione

Ungiamo con l’olio una pirofila dai bordi  alti.

Scottiamo in acqua bollente le foglie di cavolo per una decina di secondi affinché diventino  tenere.

Scoliamo ed eliminiamo la parte dura del gambo mettendolo  da parte.

Preriscaldiamo il forno a 190°

Per il ripieno riscaldiamo l’olio in una padella rosolandovi i cipollotti e l’aglio per una trentina di  secondi a fuoco  medio. Aggiungiamo il concentrato  di pomodoro, l’uva di  Corinto, le mandorle, i semi  di  cumino, la cannella (facoltativa), il prezzemolo  ed il riso.

Mescoliamo bene il tutto.

Leviamo dal fuoco e lasciamo intiepidire. Quindi mettiamo tre cucchiai di ripieno al centro di ogni foglia di cavolo ed arrotoliamola ripiegando i bordi  verso l’interno.

La salsina allo  yogurt va preparata solo  al momento  di  essere servita con gli involtini.

La preparazione è molto semplice: in una ciotola uniamo lo  yogurt con il cumino  e la menta e mescoliamo.

Serviamo gli involtini freddi oppure caldi accompagnandoli con la salsina guarnita con ciuffi di menta e coriandolo.

Bon appétit

 

Alla prossima! Ciao, ciao………………

 


In the corner

Di mestieri ce ne sono tanti, anche fare la pornostar può essere considerato al limite un mestiere.

Ma fare la vittima non è un mestiere, è subire una violenza e basta.

Questo  anche una persona come la Balzerani, che ha scelto il terrorismo  come mestiere, dovrebbe capirlo.

Forse è chiedere troppo.

Out of the corner

Pan per focaccia (con ricetta)

La cuoca e il suo aiutante.
Caterina Andemme ©

In the corner

Leggo su  La Repubblica:

La dichiarazione di Ali Khamenei (Guida suprema iraniana):

La donna iraniana in particolare quella musulmana in generale è influente nella società, guida la famiglia e dà all’uomo pace, perché ha fede e castità. Mentre la caratteristica delle donne occidentali è la nudità e la capacità di attrarre fisicamente gli  uomini.

Ma per favore……….

5.000.000 di donne

Ieri  hanno partecipato hanno partecipato  la primo sciopero  femminista per l’eguaglianza in Spagna.

100 donne vestite di  rosso

Ieri  a Genova, presso il cimitero  monumentale  di  Staglieno  (non c’era un altro  luogo?) hanno partecipato  all’happening dell’8 marzo organizzato  dal  Comune di Genova e la Regione Liguria. Insieme hanno  cantato il brano  Yallah (?!) ripetendo in coro respect and love…

Quando  si  dice che i numeri  contano 

Out the corner   


Si ostinano, quelli  che non sono  genovesi, a chiamarla pizza bianca:  ma  è la nostra focaccia.

Quella che ci piace mangiare  accompagnandola  al  cappuccino  nella prima colazione.

Quella con le cipolle (si, ma poi l’alito? Ma chi  se ne….), quella con il rosmarino oppure con  la salvia, se proprio  vogliamo  essere estrosi.

Alta, oppure sottile, ripeto, è  comunque la nostra focaccia (e non pizza bianca).

A Genova tutti i panifici sfornano  la focaccia, ma non tutta la focaccia è di  buona qualità.

Se vi  capita di  passare per Voltri (è sempre Genova) chiedete del  panificio  Marinetta: secondo  me è qui  che fanno la focaccia più buona di  tutta la città, tanto  che Vito Elio Petrucci la celebrò in una  poesia dialettale che non conosco e tanto meno  ho  voglia di  cercarla in rete.

Se abitate in Madagascar e vi è un po’  difficile arrivare a Genova i tempo  per la prima colazione, di  seguito la ricetta per:

Focaccia genovese

Ingredienti 

  • 1 kg di farina 00
  • 550 g di acqua
  • 20 g di lievito di  birra
  • 20 g di sale
  • 2 cucchiai di olio  di oliva extravergine

Ingredienti per pennellare 

  • 6 cucchiai di olio
  • 6 cucchiai di acqua

Preparazione 

In una ciotola fondiamo il lievito  con una parte dell’acqua, quindi uniamo  un poco di  farina, 2 cucchiai  di olio  d’oliva, sale e ancora la rimanente farina e acqua in due riprese alternandole  e sempre battendo l’impasto.

Mettiamo  sul  tavolo e lavoriamo  battendo per 7 – 8 minuti. Poniamo di nuovo nella ciotola unta con l’olio e facciamo raddoppiare l’impasto.

Quindi, rovesciamo  di  nuovo  sul tavolo e dividiamo l’impasto  a metà formando  due filoni che, in seguito, verranno messi  su  due teglie di 30×40 centimetri.

Facciamo riposare per 15 minuti poi, utilizzando un mattarello  corto, spianiamo andando a ricoprire quasi  completamente il fondo delle teglie.

Facciamo lievitare per circa 30 minuti.

Dopodiché affondiamo la punta delle dita nella pasta formando su  tutta la superficie delle impronte profonde che vanno a toccare il fondo della teglia.

Copriamo con 6 cucchiai di olio battuti con 6 cucchiai di acqua ed il  sale.

Facciamo  raddoppiare l’impasto (occorrerà all’incirca un ora e mezza). Inforniamo a 200° per circa mezz’ora.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao………………


playlist

Beh…io vorrei  essere Wonder Woman….

In Valle Maira: natura, storia, acciughe e melanzane

Caterina Andemme ©

Glamping 

Neologismo  composto  da due termini  quali  glamour e camping. Con esso  si indica un modo  di  vivere l’outdoor senza rinunciare alle comodità offerta da una struttura ricettiva d’eccellenza.

A dir la verità fino  a ieri  non sapevo  nulla riguardo  all’esistenza di  questo neologismo, ma è stato  grazie a Rita che ho potuto  colmare questa lacuna linguistica.

Lei, riferendosi alla nostra passione per la vita in tenda (naturalmente solo per quanto  riguarda i  soggiorni estivi in montagna), ci  ha iscritti di  diritto ai  fautori  del  glamping.

Oggi posso  dire che, avendo a disposizione una mega tenda da cinque posti  abbondanti, con possibilità di rimanere in stazione eretta nel punto  più alto e suppellettili  vari  che rendono il campeggio piacevolmente piacevole ( la Jacuzzi ancora non l’abbiamo ma ci  stiamo lavorando), ci  avviciniamo alla nostra personale idea di  glamping che, comunque, vuole essere molto diversa da quella proposta nel neologismo: in pratica avere sempre  il piacere di camminare a piedi  nudi  nell’erba e dormire in un sacco  a pelo.

La mia prima esperienza outdoor in tutti  i sensi è stata percorrendo  alcune tappe del Tour du Mont – Blanc, con una pesantissima tenda canadese da mare (trasportata ovviamente da lui) è relativo nubifragio a Chamonix  che ci  aveva lasciato  con i  soli  abiti  che indossavamo  asciutti: mi sono  divertita un mondo.

Da allora la tenda canadese (che in effetti  ci  era stata prestata) è cresciuta fino  a diventare quella che abbiamo  oggi (anche se qualcuno   la vorrebbe trasformare in un piccolo  camper…..vedremo più in là, ….molto più in là).

Panorama della Valle Maira
Credit: Archivio 24Cinque P&B

A proposito  di  glamping (o per meglio dire il suo  contrario) uno dei  soggiorni  più belli è stato quello in Valle Maira, precisamente al  Campo  Base di  Chiappera a 1650 metri  di  altitudine: la Valle Maira (CN) viene considerata da molti  come il piccolo  Nepal per l’ambiente e per una fitta rete sentieristica che soddisfa ogni preferenza per l’escursionismo e gli  sport montani  e invernali in generale.

Ma se l’idea di  una sgambata in montagna vi  attira quanto  attraversare il Sahara in scafandro, la Valle Maira offre notevoli  spunti  culturali riferiti soprattutto  alla cultura occitana 

Se la cultura occitana è talmente vasta da avere radici  storiche in tre nazioni  (Spagna, Francia ed Italia), io mi limito, al  contrario, nel parlarvi di un singolo  aspetto  che riguarda il cibo e la Valle Maira, tanto  sottile quanto un’acciuga.

Tra l’Ottocento  ed il Novecento il consumo delle acciughe presso  le famiglie della Valle andò aumentando  fino  a diventare una voce consistente dell’economia locale.

Per cui  molti  valmairesi (non so  se il termine sia quello  giusto) diventarono anchoier : acciugai in lingua occitana.

Ancora prima di  quel  periodo  il commercio  delle acciughe si legò al contrabbando  del  sale: infatti. siccome sul sale, elemento indispensabile per la conservazione del cibo, si  pagavano  tributi molto pesanti, qualcuno  pensò di beffare i  gabellieri riempendo i  barili  con le acciughe solo  a metà , mentre tutto il resto  era sale da contrabbandare.

Non so quanto  sia vera questa storia, di  vero c’è il fatto  che l’acciuga è un piatto di montagna.

Di  seguito una ricetta doc della Valle Maira:

Melanzane saltate all’acciuga 

Ingredienti 

  • Due grosse melanzane
  • 4 acciughe salate
  • 1 pomodoro
  • Basilico, aglio e un rametto  di  rosmarino
  • Sale e pepe

Preparazione 

Tagliamo  le melanzane a cubetti piuttosto  grossi e le facciamo  rosolare in padella con olio  extravergine e l’aglio privato  del  germoglio interno.

Aggiungiamo  le acciughe ed il pomodoro  tagliato a dadini, il rosmarino ed il basilico.

Saliamo  e pepiamo mettendo  a cuocere a fuoco  basso  e coprendo la padella con un coperchio (aggiungiamo  dell’acqua se è necessario).

Può anche essere servito come antipasto.

Bon appétit.
Alla prossima! Ciao, ciao……………..

Quattro chicchi di riso (alla cantonese) ed un funerale

Senza titolo
Caterina Andemme ©

Questa mattina in stazione, mano  a mano che le mie estremità si  congelavano (ho  perso  anche un guanto ed ho  rotto  l’ombrello per il troppo  vento), ho compreso il senso dell’abbandono.

Quello  che le nostre poco  amate Ferrovie hanno  nei  confronti  di chi  usa il treno per andare a lavoro, per la scuola e per  ogni  accidente che uno  voglia.

Un’ora e mezza ad aspettare quel  treno  dei  desideri (che neanche all’incontrario  va come canta Celentano in Azzurro) che diventava lo  stillicidio  degli annunci : 15 minuti  di  ritardo, 20 minuti, 30 minuti ….siete ancora lì? 

Dove vanno  a finire i  cinesi  quando muoiono in Italia?

Non è una domanda che sto ponendo  a voi, ma una che mi  è stata posta in treno  da uno  dei  tanti  occasionali  compagni di  viaggio  (di  alcuni  ne farei  volentieri  a meno, come il tizio  della domanda).

La mia risposta, quella che mi  è sembrata più logica, è stata: sottoterra!?

Lui, non contento di  questo, mi  ha incalzata: Hai  mai  visto un funerale cinese?

In effetti non ho mai vito un funerale cinese, tanto  meno uno  tibetano o indiano: e poi  perché mai  dovrei  andare al  funerale di perfetti  sconosciuti?

Non è vero: nessuno  mi ha posto una domanda così idiota, ma è vera   la bufala dei  cimiteri  clandestini  cinesi  sparsi  qua  e la sul nostro  territorio: provate a digitare su  Google (o Bing) la domanda  Dove vanno  a finire i cinesi  quando  muoiono in Italia  e vi  divertirete non poco  a leggere quanto  scritto  sull’argomento.

Forse vi interessa di più la ricetta del

Riso  alla cantonese 

Ingredienti  per due persone (lui e lei, lei  e lei, lui e lui)

  • 200 g di riso basmati o thai
  • 2 uova
  • 100 g di prosciutto  cotto
  • 125 g di piselli finissimi freschi (vanno  bene anche quelli surgelati)
  • 6 cucchiai  di olio extravergine d’oliva

Preparazione

Laviamo il riso  per togliere l’amido e lo  versiamo in una casseruola coprendo  con l’acqua sopra il livello  del  riso stesso. Saliamo e poniamo sul fuoco.

Nel frattempo tagliamo il prosciutto  cotto a dadini  regolari e sbollentiamo i piselli in acqua salata.

Sbattiamo le uova con poco  sale e le cuociamo in una padella antiaderente sufficientemente unta d’olio, ne verrà fuori una piccola frittata molto  sottile che taglieremo  a striscioline.

Scaldiamo il wok (chi non ha un wok in casa?) oppure in una larga padella, sempre antiaderente, e vi rosoliamo il prosciutto per pochi istanti, quindi uniamo i piselli, il riso  cotto, le striscioline di  frittata, sale e pepe.

Bon appétit.

Alla prossima! Ciao, ciao………….