Eiger, l’orco delle Alpi (al cinema e nei libri)

Eiger

Il fascino delle montagne è dato  dal  fatto  che sono belle, grandi  e pericolose

Reinold Messner

Eiger: l’orco  delle Alpi  

Eiger
Eiger (3.967 metri)

Che le montagne siano  belle perché grandi sono d’accordo  con Reinold Messner, che il loro fascino  sia anche nell’essere pericolose è un concetto  che lascio a chi  ama la montagna in senso verticale da chi, come me, ne apprezza la sua  bellezza  assaporandone i  dislivelli in un lento  camminare lungo i sentieri.

E’ solo  questione di un diverso punto di vista ma che, in fondo, accomuna nella contemplazione della natura  sia l’alpinista che il trekker.

Fatto  questo piccolo  preambolo,  adesso  dovrei  parlare dell’Orco e cioè di quella montagna posta nelle Alpi  Bernesi che prende il nome di  Eiger nome che compare per la prima volta in un documento di  compravendita  del 1252  dove la derivazione del nome stesso ha diversi  significati, per qualcuno, (con molta fantasia direi) fa risalire  al termine germanico Oger  (in italiano orco) dove semplicemente sostituendo la vocale iniziale si  arriva, appunto, a Eiger.

Comunque sia, e non essendo io  una linguista, non mi dilungo più di  tanto  sulla questione come, per evitare un poco  professionale taglia e incolla (non degno  di una blogger)  per tutta la storia delle scalate dell’Eiger , in special modo  della tremenda Parete nord, e di  quante vite siano costate (più di  sessanta), vi  rimando  al box sottostante tratto dall’onnipresente Wikipedia   

Eiger

Clint Eastwood sale sull’Eiger 

 

Eiger
Locandina del film Assassinio sull’Eiger

Assassinio  sull’Eiger è il film diretto e interpretato  da Clint Eastwood nel 1975 e tratto  dal libro omonimo  di Rodney William Whitaker (più conosciuto con lo pseudonimo di Trevanian).

La trama del romanzo, quindi anche del film  ispirato  a essa, è piuttosto  esile, tanto  che i giudizi  della critica non furono  per nulla lusinghieri: non basta essere Clint Eastwood per fare di un libro  mediocre un buon film.

Jonathan Hemlock vive in una chiesa gotica sconsacrata a Long Island, insegna Storia dell’arte, è un alpinista esperto e un mercenario che uccide persone a pagamento per arricchire la sua collezione di opere provenienti dal mercato nero. Proprio per alimentare la sua passione, Hemlock accetta un ingaggio molto rischioso da un’agenzia dei servizi segreti: dovrà unirsi a una squadra di alpinisti che deve scalare l’Eiger, una delle vette più insidiose delle Alpi; uno di loro (ma non si sa chi) è un sicario, che ha ucciso un agente segreto americano; Hemlock deve eliminarlo. 

Una parte delle scene furono girate sul Totem Pole nella Monument Valley (Clint Eastwood per l’occasione non volle nessuna controfigura): fu la prima volta (e anche l’ultima) che venne dato il permesso  di  scalare il Totem Pole a patto che, una volta terminate le riprese, venissero  rimossi  tutti i  chiodi  di  arrampicata.

Sfortunatamente,  durante la riprese questa volta sull’Eiger, David Knowles, alpinista  e guida, mentre si  trovava in parete venne colpito da una pietra che lo  uccise.

Contemporaneamente alla lavorazione del  film, nella Parete nord dell’Eiger, Reinhold Messner e l’austriaco  Peter Habeler  compivano  la loro  scalata che, dopo dieci ore di arrampicata, li  avrebbe portati in cima.

Nel  libro di Peter Habeler Vittoria solitaria si  fa cenno  alla coincidenza per mezzo  di una foto  che ritrae i  due  alpinisti  con la troupe del  regista Clint Eastwood.

Il record di  salita di Reinold Messner e Peter Habeler del 1974 venne, per così dire, frantumato nel  corso  degli  anni da tempi  di salita che hanno dell’incredibile (almeno per chi  come la sottoscritta non è un’alpinista):  Uili Steck, alpinista svizzero  deceduto  il 29 aprile 2017 durante l’ascesa della parete ovest del Nuptse in Nepal, salì in cima all’Eiger, sempre lungo  la parete nord, in due ore e ventidue minuti.

Nordwand una storia vera

Eiger
Locandina del film Nordwand Una storia vera

Lasciando  da parte gli improbabili  personaggi  di un certo  cinema d’avventura,  Nordwand Una storia vera (nelle sale in Italia diventa North Face Una storia vera) la trama del film, del  regista Philipp Stölzl che lo ha diretto  nel 2008, racconta, per l’appunto, una storia vera  e cioè quella ambientata nel luglio  del 1936 quando  due militari  tedeschi (della Baviera per la precisione), Toni Kurz e Andi Hinterstoisser   decidono  di  affrontare la parete nord dell’Eiger suscitando l’attenzione del  regime nazista che vuole trasformare l’impresa come propaganda della   supremazia della razza ariana, nonostante il fatto  che i  due militari non siano iscritti  al partito nazista.

Il film è molto  spettacolare ma, soprattutto, mette in risalto  il rapporto umano che si instaura tra gli  scalatori, se pur appartenenti  a diverse nazionalità e il dramma di  chi  vive l’ascesa in maniera drammatica essendo legata sentimentalmente a uno  dei  due alpinisti.

Inoltre, quasi  a sottolineare le maggiori  difficoltà per un alpinista di  quei tempi, si è fatto un ottimo  studio  sulle attrezzature che poteva avere a disposizione.

Nordwand Una storia vera è disponibile su  Youtube in due parti .

 La scalata senza fine 

I coniugi  inglesi Peter e Leni  Gillman, lui giornalista e lei  insegnate e scrittrice, hanno  scritto  e pubblicato  nel 2017 il libro La scalata senza fine avvincente cronaca storica dei tentativi  e riuscite alla conquista dell’Eiger, dal 1936 con le prime vittime, passando per il 1938 anno  della prima conquista della vetta attraverso la Parete nord, arrivando fino ai  giorni nostri.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Alfred Hitchcock: da Psycho a Genova in mostra

Hitchcock

Anche se girassi un film su  Cenerentola, il pubblico  cercherebbe qualche cadavere nella carrozza.

Alfred Hitchcock

Alfred Hitchcock e Psycho 

Prima del 1960 la doccia era vista come un momento  di piacevole relax (individuale o  a coppie, dipende) poi, con l’uscita nelle sale cinematografiche di  Psycho, le cose cambiano: la lunga sequenza della doccia, dove la protagonista Marion Crane (l’attrice Janet Leigh) dopo quarantacinque minuti  dall’inizio  del film, viene accoltellata dallo  squilibrato Norman Bates (Anthony Perkins).

E’ l’inizio di una lunghissima sequela di  scene sotto doccia che riguardano film, thriller, horror, anche comici e, naturalmente, erotici.

Forse fra tutti i registi  che si sono cimentati a seguire le orme di  Alfred Hitchcock il migliore è stato Brian de Palma (guardate questa sequenza tratta da Carrie lo sguardo di  Satana).

A questo punto godiamoci  (si  fa per dire) la famosa scena della doccia in Psycho 

Si  dice che Alfred Hitchcock pagò Robert Bloch, autore di  Psycho una miseria confessando a Françoise Truffaut che di  tutto il libro  gli interessava solo  la parte riguardante la scena della doccia.

Guido Vitiello, professore di  Teoria del  cinema  presso il Dipartimento di  Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma, ha recentemente scritto il saggio Una visita al Bates Motel facendone una rilettura con riferimenti all’erotismo  misterico sottinteso  nella pellicola.

Hitchcock

Questa indagine nasce da una serie di indizi curiosi: un refuso rivelatore – Psyche invece di Psycho – nel primo trafiletto che annunciava il nuovo progetto di Hitchcock. Una statuetta di Amore e Psiche di Canova che s’intravede in una scena del film. Una sibillina dichiarazione del regista, che presentò Psycho alla stampa come un’« escursione nel sesso metafisico ». Continua con un’ispezione dei luoghi del delitto ormai disabitati: il Bates Motel e la casa arcigna in cima alla collina, che Hitchcock volle allestire come gallerie d’arte o Wunderkammern. E diventa una visita guidata che si svolge, con i brividi di prammatica, fra il bric-à-brac degli arredi cupi, e sotto l’occhio impassibile di uccelli impagliati. Una stanza dopo l’altra, il detective Vitiello – e dietro di lui, lo spirito di un Hitchcock mistagogo e sornione – ci aiutano a vedere la spettrale dimora vittoriana di Psycho come un musée imaginaire dell’erotica misterica, per le cui stanze si inseguono tre cicli mitologici infernali: Amore e Psiche, Orfeo ed Euridice, Demetra e Persefone. E una scoperta sorprendente e a suo modo sinistra, alla quale tutto sommato vorremmo sottrarci. Ma forse è troppo tardi: come avremmo dovuto sapere prima ancora di aprire il libro, infatti, dal regno infero di Norman Bates non si esce con la stessa facilità con cui si entra.

( nota  tratta dal  sito di Amazon)

Hitchcock e le donne 

Storie presunte a parte, ad Alfred Hitchcock non si può negare la genialità e puntigliosità ma, a tutto  questo  si  aggiunge un lato  oscuro che riguarda il suo  rapporto  con le donne attrici protagoniste dei  suoi  film.

A tale proposito dal profilo tratto  dalla biografia che   Peter Ackroyd ha scritto  sulla vita del  regista (anteprima in lingua inglese)   esce fuori la figura di un uomo sessualmente represso che odiava il proprio  corpo e nel  contempo  voleva l’assoluto controllo sulle attrici  sia nel  set che nella vita privata.

Continuando nella descrizione che  Peter Ackroyd fa di  Alfred Hitchcock, non certo lusinghiera, racconta come lui amasse sussurrare alle orecchie delle attrici barzellette e storie volgari e come riversasse nei  suoi  film il bisogno di  concepire (idealmente) lo  stupro  e assassinio  di donne.

Se il libro è basato su  aneddoti, di  cui non sempre le fonti sono veritiere, altra cosa è quando la testimonianza rimane quella diretta  di un’attrice che ha dovuto  subire vessazioni  e approcci sessuali identificabili  con le stesse vicende avute nel  caso di Harvey Weinstein e alla conseguente nascita del movimento Me Too.

Tippi Hedren fu  protagonista nel 1962 del film di  Hitchcock Gli uccelli: lei  che aveva alle spalle solo piccole apparizioni  legate a corti pubblicitari, dovette sottoporsi a un durissimo  apprendistato tanto da arrivare ad essere ricoverata in ospedale per un forte esaurimento  nervoso.

Nonostante il fatto  che la lavorazione del film, oltre a una condizione nervosa negativa, le causò anche ferite al volto  perché Hitchcock volle in alcune scene Hitchcock volle utilizzare volatili  veri  e non meccanici, Tippi Hedren  ebbe un buon successo  tanto  da essere candidata al  Golden Globe come migliore attrice esordiente (e che vinse condividendo il premio  con Elke Sommer e Ursula Andress)

L’anno  successivo toccò sempre a lei  interpretare il ruolo  principale femminile nel nuovo film  di  Hitchcock Marnie con affianco il neo James Bond Sean  Connery 

La vita sul set per la Hedren  fu  ancora più difficile rispetto  a quella che aveva affrontato  con Gli  uccelli: Hitchcock in un certo  senso  la vedeva come un surrogato  di  Grace Kelly (la quale aveva rifiutato il ruolo in Marnie) fino a sviluppare nei  suoi  confronti una vera e propria ossessione che la giovane attrice sopportò in vista della possibilità di una brillante carriera.

La carriera di  Tippi Hedren  non decollò come lei  avrebbe voluto  e in seguito  ricoprì solo  ruoli minori in altri  film con altri  registi.

Nel 2012 la BBC basandosi  sulle interviste rilasciate a vari  media da Tippi Hedren  sul suo  tormentato  rapporto  con il regista, mise in onda il film The Girl – la diva di  Hitchcock con Sienna Miller e Toby Jones nei ruoli  principali  rispettivamente quelli  di  Tippi Hedren e Alfred Hitchcock.

La mostra 

Hitchcock

Alfred Hitchcock aveva una passione per Genova: proprio  in questa città girò  nel 1925 alcune scene del  film  Il labirinto  delle passioni suo  esordio  come regista a soli  ventisette anni.

Genova, quasi come un ringraziamento postumo per la scelta, dedica al  regista  la mostra Alfred Hitchcock nei  film della Universal  Picture  aperta fino all’8 marzo  prossimo (coincidente  con la Festa della Donna: da ricordare!)

Nel  box seguente tutte le informazioni  relative all’evento.

cs_Hitchcock_Genova

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Jane Austen, l’intramontabile di cui non si sa nulla

Jane Austen

<< Non voglio  che la gente sia troppo simpatica, così mi risparmia il fastidio  di cercare di piacergli>>

Jane Austen 

Sono una Austenolatry 

Ho fatto  da poco una scoperta e cioè che sono afflitta dall’essere un’ Austenolatry cioè un’idolatra dell’intramontabile scrittrice inglese nata a Steventon il 16 dicembre 1775 lasciando  questo mondo  orfano  dei suoi scritti (ovviamente anche di  lei  stessa) il 18 luglio 1817 a Winchester

Il termine Austenolatry venne coniato nel 1900 (più o meno)  da Leslie Stephen  che, oltre ad essere un critico letterario, filosofo  e alpinista era anche  il papà della pittrice e arredatrice Vanessa Bell  e di  sua sorella (indubbiamente più famosa) Virginia Woolf.

La biografia di  Jane Austen 

Jane Austen
Albero genealogico della famiglia Austen

Anche Rudyard Kipling venne affascinato  dalla figura di Jane Austen tanto  da dedicarle il libro The Janeites (ne ho scritto  in questo  articolo  dove troverete anche l’anteprima del libro) mentre altri in tempi  più recenti si sono lanciati in una improbabile biografia dell’autrice come, ad esempio, il libro  di Claire Tomalin Jane Austen – La vita (prima edizione inglese 1997)

Jane Austen

Una biografia all’altezza di Jane Austen: un libro che irradia intelligenza, ironia e introspezione” The New York Times.

Di lei abbiamo solo un ritratto a matita, qualche lettera, gli scritti giovanili e sei meravigliosi romanzi. Eppure, tanto è bastato a rendere Jane Austen una delle scrittrici più celebri e amate di tutti i tempi. Si è spesso detto che la sua “è stata una vita priva di eventi significativi”, ma Claire Tomalin, nella sua monumentale biografia, dimostra il contrario: ogni singolo dettaglio ha contribuito a formare la Jane scrittrice, a ispirarne personaggi e ambientazioni.

Un viaggio di quasi cinquecento pagine nell’Inghilterra di fine Settecento e inizio Ottocento, tra complessi intrighi familiari che sono già materia da romanzo: Jane Austen è insieme osservatrice e protagonista incontrastata, talvolta concentrata su carta e calamaio nella sua camera tappezzata di azzurro, oppure alle prese con un ballo o una rappresentazione teatrale, in visita da amici e parenti nella campagna dell’Hampshire e del Kent, o immersa nella vita mondana di Bath e Londra.

Alla fine del’articolo troverete l’anteprima del  libro  con il testo in inglese (utile per il ripasso di  questa lingua)

Perché ho  detto che la biografia è improbabile?

Per il semplice fatto che di  Jane Austen abbiamo  veramente poco che testimoni  la sua vita e una sua biografia può essere solo il frutto  di  supposizioni di una scrittrice (per quanto  brava come Claire Tomalin)  non sia la verità assoluta.

Io non penso, come qualcuno vuol far credere,  che Jane Austen abbia avuto una vita monotona e noiosa e di aver scritto i suoi  romanzi  come antidoto  alla noia, tutt’altro: sicuramente avrà avuto il carattere necessario  per andare contro corrente rispetto  ai tempi in cui  ha vissuto  di una persona ribelle nei  confronti della morale di  allora (lo  dico  e affermo  anche per quella  ironia e arguzia con cui  descrive i  suoi  personaggi).

D’accordo, forse pecco  anch’io  di presunzione nell’affermare quanto  ho scritto, ma cosa volete farci: sono una Austenolatry…. 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Librerie: navigando in un oceano di quiete

Librerie

<<Ci sedemmo al tavolo del  retro bottega, circondati dia libri  e dal  silenzio.

La città era addormentata e la libreria pareva una barca alla deriva in un oceano  di quiete>>

Tratto  da L’ombra del  vento  di Carlos Ruiz Zafòn 

Librerie che chiudono, librerie che resistono

 

Librerie
Caterina nella libreria Il Libraccio di Savona

L’ultima a chiudere è la storica libreria Paravia a Torino, seconda libreria antica in Italia con un’attività iniziata nel 1802

Chiusura dovuta sia a costi  di  gestione troppo  alti ma, soprattutto, alla concorrenza di  giganti  quali  Amazon in primis che sfrutta  in pieno  la possibilità di  fare sconti fuori  mercato (complice anche una mancanza di una legge in Italia che tuteli i librai da assalti di  questo  genere), un catalogo  enorme compresi i titoli reperibili in digitale (ebook) ed infine  la pigrizia che impedisce di  andare a cercare quel  titolo  tra gli  scaffali  di una libreria quando il libro  può comodamente arrivare a casa in tempi rapidi.

Ovvio  che anche la sottoscritta utilizza Amazon per l’acquisto  di libri in cartaceo  e nel  formato  ebook (oltre a utilizzare le anteprime offerte per arricchire le pagine del  blog).

Eppure, quasi  a giustificarmi per  il misfatto  di  cui  sopra  ( del quale assolutamente non mi sento  colpevole) non so rinunciare a entrare in una libreria per sentire l’odore della carta ( lo so è una frase fatta) e assaporare quell’oceano  di quiete descritto  nelle parole di Carlos Ruiz Zafòn 

Ravveduta e pentita posso  solo  aggiungere quello che la scrittrice Jacqueline Woodson  disse riguardo  ai  libri:

I libri  possono essere specchi  o  finestre.

Specchi  per vedere riflessi  noi stessi, finestre per vedere in altri mondi.

Di librerie particolari  ne ho  scritto  in questo  blog come, ad esempio,   Shakespeare and Company sulla Rive gauche parigina, dovrei allora  parlare delle librerie che frequento a Genova ( e di  quelle che, purtroppo, hanno chiuso) ma l’elenco  sarebbe lungo, personale e (forse) noioso: dico  solo che qualunque luogo  dove si  vendono libri, fosse anche una bancarella dell’usato, è sempre un qualcosa di piacevole dove perdersi.

Se desiderate avere un a guida sulle piccole librerie italiane che ancora resistono, vi rimando all’anteprima de The Book Fools Bunch – guida tascabile delle librerie italiane viventi

Le librerie italiane, indipendenti e di catena, si raccontano proponendo ai «viaggiatori letterari», ma anche ai curiosi e ai lettori, una vera e propria mappatura, probabilmente mai realizzata con una tale estensione e completezza, delle librerie italiane «viventi», dove l’aggettivo non è casuale e prefigura anche una testimonianza, un’oggettivazione, un mettere un punto su ciò che sopravvive e anche su ciò che purtroppo è scomparso.

Sul come, sul dove, sul perché si fa, si propone, si costruisce, si presidia la cultura in Italia, attraverso lo strumento principale per poterlo fare: i libri.

Il percorso si svolge in senso «inverso», da Alghero ad Aosta, rovesciando cioè il consueto modo di pensare il nostro Paese, e per ogni libreria si trovano le informazioni di base, lo staff e una risposta personale a queste domande:

«La tua storia in 280 caratteri» – «Che libreria sei, in una sola parola?» – «Qual è il libro che identifica la tua libreria?» – «Qual è il personaggio letterario che rappresenta la tua clientela?» – «A chi vorresti vendere un libro? E quale libro?» – «Qual è la domanda più strana che ti è stata fatta?» – «Qual è la tua libreria preferita nel mondo? E in Italia?» – «Usciti dalla tua libreria bisogna andare assolutamente… dove?» – «Cosa trovo da te che non trovo altrove?».

A questo percorso si aggiunge una sezione dedicata ai lettori, che hanno risposto alla domanda: «Qual è secondo te il libro che non dovrebbe mai mancare in una libreria?», in modo da costruire una sorta di «libreria ideale dei lettori».

Alla prossima! Ciao, ciao…...♥♥

Audrey Hepburn, buona alla prima

Audrey Hepburn

 

Se gli uomini fossero  belli  e intelligenti,  si  chiamerebbero  donne

Audrey Hepburn 

Audrey, buona alla prima 

 

Audrey Hepburn nel 1956
Audrey Hepburn nel 1956

Giocando con voi  a chi  vorrei essere, escludendo  quindi personaggi  fumettistici al pari  di  Wonder Woman, potrei dire che un modello  di  riferimento potrebbe essere lei: Audrey Hepburn.

Intelligente, bella, elegante con uno  sguardo  allo  stesso  modo  malinconico  e ammaliante: non ditemi  che la scelta sia sbagliata, fosse solo per indossare, alla sua maniera, quel  tubino  nero sfoggiato in Colazione da Tiffany

 Audrey  Hepburn: Locandina del film Colazione da Tiffany

Lei, che voleva diventare ballerina, studiò danza ma presto  dirottò le sue doti  artistiche verso altri palcoscenici teatrali  fino ai  set del  cinema.

Così, a soli 23 anni e al  suo primo  film, si  aggiudicò nel 1953 il premio  Oscar come migliore attrice protagonista   per Vacanze romane (rubando, si  fa per dire,  il ruolo nientemeno  che a Elizabeth Taylor).

Fu l’inizio  di una carriera strepitosa e colma di  riconoscimenti (dei  quali  l’elenco  sarebbe troppo  lungo da riportare in questo post, ma facilmente reperibili in rete).

Solo l’accenno  al  suo  secondo premio  Oscar, molto  speciale perché  si  trattava del premio umanitario  Jean Hersholt assegnato non periodicamente per contributi eccezionali  a cause umanitarie.

Il premio le fu  assegnato postumo nel 1993 condividendolo con Elizabeth Taylor .

Nel 1988 fu nominata ambasciatrice per conto  dell’UNICEF: quattro  anni  dopo, nel 1992, ritornando  da un viaggio in Somalia a scopo  benefico  e per conto  dell’Organizzazione umanitaria, accusò i  primi sintomi della malattia incurabile che da lì a poco  l’avrebbe portata alla morte.

Audrey Hepburn morì il 20 gennaio 1993  a Tolochenaz, in Svizzera, e qui sepolta: aveva sessantatré anni.

Quando  Audrey  si  fece chiamare Edda van Heemstra

Audrey era nata a Ixelles in Belgio il 4 maggio  1929: suo  padre era l’inglese Joseph Anthony Ruston (per questo il nome per intero  dell’attrice era Audrey Kathleen Ruston), sua madre l’aristocratica olandese Ella van Heemstra: il cognome Hepburn deriva da quello  della nonna materna aggiunto  in seguito  dal padre al  proprio cognome diventando, per l’appunto, Hepburn – Ruston

Joseph Ruston e Ella van Heemstra nel 1935 si  separarono: il padre, il quale non nascondeva le sue simpatie per il nazismo, rimase in Inghilterra abbandonando  di  fatto  la famiglia, mentre la madre, con Audrey  e gli  altri  due figli, avuti  da un precedente matrimonio  con Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford nobile olandese (nessun dubbio  che lo  fosse visto il chilometrico nome),  si  trasferì nel 1939 nella città olandese di Arnhem dove Audrey intraprese gli  studi  di  danza presso il Conservatorio.

Il 10 maggio  1940 i nazisti diedero  vita all’invasione dell’Olanda (operazione conclusa in soli  cinque giorni): fu  allora che il nome Audrey Hepburn, considerato pericolosamente troppo inglese, cambiò in Edda van Heemstra.

Nel 1944, dopo  lo  sbarco in Normandia, Audrey Hepburn patì, come il resto  della popolazione olandese ancora sotto il giogo  nazista, quella che venne chiamata in seguito Hongerwinter (la Carestia olandese del 1944): migliaia  di olandesi morirono allora   per fame o per il freddo molto intenso  di  quell’anno.

Fu in questo  tragico  periodo che la famiglia di  Audrey  Hepburn accolse e nascose in casa un soldato inglese, e lei  stessa si  diede il compito di  fare da staffetta tra le formazioni  partigiane olandesi  e l’esercito  alleato.

Il libro

Questa parte della vita dell’attrice è stata raccontata nel  libro  biografico  La guerra di  Audrey del  giornalista americano  Robert Matzen

Indimenticabile in Vacanze romane, icona di stile in Colazione da Tiffany Sabrina, Audrey Hepburn è una delle star del cinema più amate. Della sua vita, dei suoi film e del suo impegno come ambasciatrice dell’UNICEF, giornali e rotocalchi hanno raccontato molto, dando l’idea che, nonostante la sua estrema riservatezza, di lei non ci fosse più nulla da scoprire.

Ma così non è.

La giovane Audrey si trova in Olanda proprio negli anni dell’occupazione tedesca. Sarà l’uccisione da parte dei nazisti dell’amato zio Otto, unica figura maschile di riferimento dal momento che il padre viveva in Inghilterra dopo la separazione dalla moglie, ad avvicinare la ragazzina alla Resistenza.

Mettendo a rischio la propria vita, Audrey comincia a consegnare cibo ai soldati britannici, a fare da staffetta per le informazioni e i giornali clandestini, a danzare per raccogliere fondi per i gruppi di resistenti nelle Serate nere, così chiamate perché le finestre venivano oscurate.

Di questo impegno, Audrey parlò pochissimo e con vaghe allusioni. Né amava parlare della fame e degli stenti che aveva dovuto sopportare in quegli anni, la dieta di guerra la chiamava, e che ne avevano segnato la salute e il fisico.

La mostra Intimate Audrey

Audrey Hepburn: mostra Intimate Audrey

Dopo  Amsterdam  e Bruxelles arriva a La spezia la mostra Intimate Audrey presso la Fondazione Carispezia

La mostra è un omaggio  ai 90 anni dalla nascita dell’attrice e voluta fortemente dal  figlio Sean Hepburn Ferrer.

Tra foto, ricordi personali, scritti, disegni e oggetti, la mostra è divisa in diverse sezioni che ripercorrono alcuni dei momenti più importanti della vita dell’attrice: l’infanzia a Bruxelles con la famiglia d’origine, i successivi trasferimenti a Londra, negli Stati Uniti, in Italia, il matrimonio in Svizzera con Mel Ferrer e la nascita del figlio Sean, gli amici, fino agli anni in cui si è dedicata con un impegno smisurato alla filantropia, che le è valso l’Oscar umanitario.

La mostra comprende anche spezzoni dei suoi film più famosi e video-interviste dell’attrice.

L’ultimo  giorno  per accedere alla mostra è stato  fissato per il 1 marzo 2020 (info sul  sito  della Fondazione).

Per concludere: arrivederci  Audrey 

Poco  più  di novecento parole: sono queste che ho utilizzato per scrivere quest’articolo (o post se volete), non sono nulla per descrivere la vita di una delle più grandi e intelligenti  attrici che oggi avrebbe compiuto la veneranda età di  novant’anni.

Per terminare penso che non ci  sia di meglio  che ascoltare Moon River per rivivere la magia che Audrey Hepburn ci  ha regalato  con  le sue interpretazioni in film di  successo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Le streghe non vanno mai via

Nelle fiabe le streghe portano  sempre ridicoli cappelli  neri e neri  mantelli, e volano  a cavallo delle scope.

Ci sono  alcune cose importanti che dovete sapere sul loro conto: perciò aprite bene le orecchie e cercate di non dimenticare quello  che vi dirò.

Le vere streghe sembrano  donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano  abiti  qualunque e fanno  mestieri  qualunque.

Per questo è così difficile scoprirle.

Roald Dahl 

Le streghe che non vanno mai  via dall’immaginario 

Le quattro streghe - Albrecht Dürerrt
Le quattro streghe – Albrecht Dürer

E’ ovvio che  andando in giro con tanto  di  frusta e vestite come Wonder Woman  difficilmente si può essere  la donna qualunque citata da Roald Dahl

In ogni caso il  modello di  strega, sempre quello  citato  da Roald Dahl, cioè di una donna  con verruche su di un naso  adunco nonchè sdentata,  in aggiunta ai  ridicoli cappelli neri e viaggi a cavallo  di una scopa,  è tramontato  da un pezzo: oggi  le streghe hanno il fascino della Maleficent  interpretato  dalla brava e bella Angelina Jolie oppure quello dell’adolescente Sabrina nella serie televisiva omonima a marchio  Netflix che, a fine gennaio 2020 offrirà alla visione degli  abbonati una serie tutta italiana dedicata alla janara 

 

Tremate, tremate le streghe mai  sono andate

La strega di  Blair 

Nel 1999 un film a basso  budget (ma con guadagni al  botteghino  inversamente proporzionali) vinse al Festival  del  Cinema di Cannes il premio  giovani  come miglior film straniero, si  trattava di The Blair Witch  Project (Il mistero  della strega di  Blair)

L’incipit de Il mistero  della strega di  Blair  è molto  semplice:

Il film è presentato come un semplice montaggio in ordine cronologico di questo materiale rinvenuto, a ricostruzione dei fatti che hanno visto coinvolti i tre giovani.

Si scopre così che i tre studenti universitari Heather, Mike e Josh hanno deciso di realizzare un documentario scolastico, con cui fare luce su una misteriosa leggenda locale, quella della fantomatica “Strega di Blair”, una vecchia di nome Elly Kedward vissuta alla fine del Settecento nel paese di Blair, a cui le cronache hanno attribuito atti di violenza a danno di bambini del paese, nonché la scomparsa di alcuni di loro.

E’ il prosieguo della narrazione a fare della pellicola un cult tutt’ora imbattuto  ( a dir la verità   ho  visto  il film tra le fessura delle dita..): in un crescendo di  tensione i tre  giovani, ripresi  sempre in soggettiva,  vagano di notte in un bosco con inquietanti  segni  di una presenza malevola: appunto  la strega di  Blair.

La (presunta) storia vera della strega di  Blair

Nel 1734, a qualche decina di  chilometri  da Baltimora, era nata la comunità rurale di Blair composta principalmente da protestanti.

Nel 1769 appare per la prima volta il nome di  Elly Kedward in un elenco  di immigrati provenienti  dall’Irlanda e diretti  a Baltimora: sarà lei   che verrà accusata di essere la strega di  Blair.

Nel 1785 gli  abitanti  di  Blair accusano la donna di  aver rapito  alcuni  bambini  e di  averne bevuto il sangue: Elly  Kedward viene legata a un albero  e lasciata alla furia degli  elementi.

L’anno  successivo i  bambini  che avevano accusato  la donna di  essere una strega scompaiono  misteriosamente, come i loro  genitori che si  erano  messi  alla loro  ricerca.

Nel 1809 viene dato  alle stampe il libro The Blair Witch Cult in cui, per la prima volta, si parla di un villaggio vittima della maledizione di una strega

Nel 1824, durante la costruzione della ferrovia che collegava Washington a Baltimora, gli operai  scoprono  i resti di un villaggio immerso  nel  bosco: è il villaggio  di  Blair.

In seguito  la storia diventa leggenda con bambine che vengono  trascinate in un ruscello  da una mano apparsa tra le acque, croci  fatte con ramoscelli (segni  di  stregoneria), uomini uccisi  e orrendamente mutilati  e BLABLABLA

Bisogna aspettare sessant’anni  affinché la storia diventi  di nuovo  tragicamente reale: dal 13 novembre 1940 sette bambini  scompaiono a Burkittsville (il nome dato  al  villaggio  sorto  sui  resti  di  Blair).

Un anno  dopo, il 27 novembre 1941, viene arrestato Rustin Parr che confesserà di  aver ucciso  i  bambini.

Nella confessione a seguito  dell’arresto  Rustin Parr dirà di  aver agito per ordine della signora del  bosco 

La prossima strega  è la Befana 

Per sdrammatizzare ecco l’annuncio  di  lavoro  che ho  pubblicato sulla mia pagina Facebook (se siete interessate…)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Foto antiquaria: la dagherrotipia in Italia

Se queste immagini potranno  mai avere un significato per le generazioni  future, sarà questo: io c’ero, sono esistito.

Sono stata giovane, sono stata felice  e qualcuno a questo mondo mi ha voluto  abbastanza bene da farmi una fotografia.

Frase tratta dal  film One Hour Photo (regia di Mark Romanek – 2002)

Foto antiquaria UNO (a Milano)

Mi  sono  sempre chiesta chi  fosse mai la donna bella ed elegante ritratta in questa foto in cui  i palazzi  diroccati  sullo  sfondo sembrano  messi  lì apposta per contrastare l’eleganza della sua figura.

Se poi vogliamo  sapere qualcosa di più riguardo  al periodo in cui l’immagine è stata scattata, l’unico indizio è quella Topolino sullo  sfondo: è un modello  di  auto prodotto fino al 1955 per cui è facile pensare che la guerra sia terminata da qualche anno e che gli  scheletri  di  quelle case  sono una triste testimonianza dell’orrore passato.

Forse lei era una modella e la foto era per qualche rivista di moda.

Oppure, molto  semplicemente, qualche fortunato  osservatore, munito  di  macchina fotografica, non ha  lasciato perdere l’occasione di immortalare nella pellicola quella che era per lui una leggiadra apparizione.

A caccia tra i  Navigli  di  Milano

Non ho trovato per caso  questa foto: essa fa parte di un bottino conquistato girovagando per i Navigli di  Milano fino ad annusare le cose vecchie (e a buon mercato) esposte tra i banconi  di un negozio  di  antichità varia.

Ovviamente le foto sono solo copie delle originali, ma cosa importa: è quel frammento  di  tempo  andato impresso sulla carta che mi  affascina.

Nel  gruppo  delle foto  che ho  acquistato, questa è quella che preferisco:

Dove la luce che filtra dal  soffitto  della Galleria, rende imperscrutabili i volti  delle persone, ridotte a semplici  sagome umane, eppure portatrici  di  vita.

Foto antiquaria DUE: la dagherrotipia

La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

Per quanto sgranata e priva di  significato, questa immagine ha la particolarità di  essere considerata come il primo  scatto dell’arte della fotografia: fu  realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce semplicemente osservando il panorama dalla finestra di una casa di Le Gras in Borgogna (altre fonti  riportano  che il paese fosse Saint-Loup- de Varenne).

In effetti lo scatto  era dovuto  a  un esperimento nel  quale Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto  in olio  di lavanda.

In seguito la lastra fu  esposta al  sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questo procedimento  inventato  da Niépce non era altro  che l’eliografia.

In effetti per parlare di  dagherrotipia bisogna aspettare ancora tredici  anni, quando nel 1839   il francese Louis Jacques Daguerre, partendo  dall’idea di  Niépce e perfezionata dal  figlio  di  questi  Isidore, venne presentata dallo  scienziato Françoise Arago  alla Académie des Sciences e alla Académie des Beaux Arts.

Il dagherrotipo 

 si ottiene utilizzando una lastra di  rame su  cui  è stato  applicato elettroliticamente uno strato  d’argento, quest’ultimo sensibilizzato alla luce con vapori  di iodio.

La lastra deve essere esposta entro un’ora e per un periodo  variabile tra i  dieci  e quindici  minuti.

Lo sviluppo avviene mediante vapori  di  mercurio a circa 60°C che renderanno biancastre le zone precedentemente esposte alla luce.

Il fissaggio conclusivo  si  ottiene con una soluzione di tiosolfato  di sodio, che eliminerà gli ultimi  residui  di ioduro  d’argento.

L’immagine ottenuta, cioè il dagherrotipo, non è riproducibile e deve essere osservata sotto un angolo  particolare per riflettere la luce in modo  opportuno.

Tratto  da Wikipedia

Ritornando  alla prima fotografia, cioè a quella realizzata da Niépce nel 1826, essa venne donata dallo  stesso  Niépce a Francis Bauer , progettista di giardini  e membro della Royal Society .

Francis Bauer cercò di interessare la Royal Society all’idea di  Niépce per ottenere dei  finanziamenti e quindi promuovere la nuova invenzione, ma il risultato ottenuto fu  quello  di un netto rifiuto  da parte dell’associazione

Nel 1952, sempre in Inghilterra, lo  storico della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò in maniera fortuita l’immagine per poi  consegnarla alla storia come la prima riproduzione di un paesaggio.

La prima dagherrotipia in Italia

La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)
La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino nella prima stampa da dagherrotipo in Italia (1839)

Nell’ottobre 1839, mentre l’invenzione di Daguerre veniva presentata alla Royal Society (con scarsa fortuna, come si è detto, in Italia Enrico Federico  Jest , partendo  da un dagherrotipo, realizzava la prima stampa ufficiale nel nostro  Paese, raffigurante la chiesa della Gran Madre di  Dio  a Torino.

Jest, insieme a suo  figlio  Carlo, avevano  proprio  a Torino  un’attività centrata sulla fornitura di  apparecchiature scientifiche: l’invenzione di  Daguerre entusiasmò il fotografo  italiano  tanto da abbandonare il commercio  dedicandosi  completamente alla dagherrotipia, fino a costruire da sè un apparecchio  dagherrotipo.

TUTTO QUI.

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Grace Kelly è la principessa (ma dello Smooth jazz)

Quando non sai  cos’è, allora è jazz

Alessandro  Baricco  

Grace Kelly e lo Smooth jazz

Lo Smooth jazz è un genere musicale caratterizzato dalla semplificazione delle complessità armoniche e improvvisative tipiche del  jazz, con maggior enfasi sulle melodie, con sonorità più rilassanti rispetto  alla fusion o  al funk, quindi  molto più orecchiabile e commerciabile, soprattutto per quanto  concerne la diffusione radiofonica.

Certamente voi  che siete appassionate di  musica jazz e sapete tutto a riguardo  delle complessità armoniche e improvvisative della Smooth  jazz, sapete anche che la Grace Kelly in questione non è assolutamente l’indimenticabile Grace Kelly principessa di  Monaco.

Ma io,  che tutt’al più  riesco   a malapena  distinguere  una mazurka dal trallalero  genovese, mi sono  adeguata al detto  di  Alessandro  Baricco e ho  subito  pensato  che si  trattava di  jazz e che la Grace Kelly in questione ne era (è) una delle esponenti più in voga.

Ovviamente quanto  scritto  a riguardo  delle mie conoscenze musicali  è solo  falsa modestia!

 

Grace Kelly musicista
Grace Kelly

La nostra Grace Kelly musicista è nata il 15 maggio 1992 a Wellesley  nel  Massachusetts da genitori  coreani.

Solo  dopo che la madre si è risposata con Robert Kelly nel 1997, che prontamente adottò la piccola Grace, le venne cambiato il cognome da quello paterno  Chung in, appunto, Kelly.

Il suo  debutto  nella musica è molto  precoce perché  a soli tredici  anni ha pubblicato il suo  primo disco dal  titolo  Dreaming  .

E’ inutile scrivere (ma devo  farlo altrimenti che articolo è?)   la sua carriera punta decisamente verso  l’alto  esibendosi come solista e collaborando con altri  musicisti  di  calibro: a sedici  anni, insieme a Lee Konitz, registra l’album Grace full Lee con un notevole successo  di  critica.

Nel 2013 il singolo Sweet sweet baby raggiunge la decima posizione nella sezione dedicata al Smooth jazz pubblicata dalla rivista Billboard

Nel 2014 ha una parte nel pluripremiato documentario Sound of Redemption: the Frank  Morgan Project prodotto  dallo  scrittore Michael Connolly dedicato  a Frank Morgan sassofonista dalla vita travagliata che trascorse molti  anni in prigione per droga (e che morì a Minneapolis il 14 dicembre 2007 a 74 anni).

Naturalmente, dopo  averne scritto alcune parole (il giusto  per quest’articolo) concludo postando il video di  Crazy Love interpretato da Grace Kelly (la regina dello  Smooth  jazz)

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Il pane e l’artista: Maria Lai

Voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano  amici il gatto  e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi  niente,

dammi una faccia allegra solamente.

Gianni  Rodari 

 

Dall’acqua e la farina nasce il pane 

Detto in questa maniera sembrerebbe lapalissiano che la somma di  questi  due elementi (semplificando) porti al pane: cibo carico  di  significati che vanno oltre al  concetto  di semplice  nutrimento.

Panificare è l’ arte dell”apprendere i segreti per fare il buon pane ma è nelle mani  dell’artista che diventa materia per dare forma  alla creatività.

Ed è questo  che  Maria Lai impara guardando le donne fare il pane in casa nella sua Ulassai, trasformando  ciò che vede  in una serie di  disegni figurativi  realizzati  negli  anni Quaranta  – lei era nata il 27 settembre 1919, appunto  a Ulassai, in provincia di  Nuoro – raffiguranti  queste donne che diventeranno, secondo  quanto lei  ha sempre detto, la sua prima accademia.

Biografia (da Wikipedia) 

Maria_Lai

 Ricordandola nel  centenario della nascita 

E’ trascorso  ormai  un secolo  dalla sua nascita (la morte è avvenuta il 23 aprile 2013 a Cardedu sempre in Sardegna) e la ricorrenza è stata celebrata con la mostra Maria Lai, pane quotidiano a Ulassai  presso le sale della Fondazione  Stazione dell’Arte (mostra ormai  chiusa da giugno  scorso).

Nella mostra erano  esposte trenta opere (alcune inedite) riferite al pane inteso  come stimolo  alla creatività dell’artista: i  suoi  primi disegni, appunto  quelli  raffiguranti  le donne che preparavano il pane fatto in casa, realizzati  negli  anni ’40 ed esposti  nel  1957 nella sua prima personale a Roma presso la Galleria dell’Obelisco fondata da Irene Brin e dal  marito Gaspero del  Corso; parte di  altre opere presentate nel 1977 in un’altra mostra a lei  dedicata, I pani  di  Maria Lai, alla Galleria del  Brandale a Savona ed infine altre opere più recenti  come Invito  a tavola (2004) realizzata in occasione della rassegna Pitti immagine Casa a Firenze.

La leggenda della bambina mandata sulla montagna

La vita e l’opera di  maria Lai è tanto  vasta da non essere contenuta in un semplice articolo per il blog, per questo  voglio  concludere con una leggenda locale del suo paese natale (oltre che all’anteprima del libro Maria Lai, un filo d’arte per tutti  di Viviana Porru che troverete alla fine)

Si  narra che una bambina fu  mandata sulle montagne per portare pane ai  pastori.

Una tempesta costrinse lei  e gli uomini  a rifugiarsi in una grotta: mentre fuori  era tutta un’esplosione di  lampi e tuoni, tutti  videro volare nel cielo un nastro azzurro.

A questo punto solo  la bambina coraggiosamente uscì dalla grotta  per inseguire il  filo: l’antro crollò seppellendo  tutti  e lei  fu  l’unica a salvarsi.

La stessa favola che  che è servita a Maria Lai come base per un progetto  nel 1981 quando il comune di  Ulassai le chiese un monumento per i  caduti del suo paese: lei rifiutò l’idea di un ricordo per i morti quanto piuttosto decise di  realizzare un’opera che coinvolgesse i  vivi, cioè i  suoi  compaesani.

Prese ventisette chilometri  di  nastro dal  colore azzurro e con esso intrecciò tutte le case  e le strade, nonché gli  abitanti: a quest’opera collettiva diede il nome di Legarsi  alla montagna.

Il libro 

Viviana Porru esperta in beni  culturali  e scrittrice ha dedicato all’opera di  Maria Lai il libro Maria Lai, un filo  d’arte per tutti (neanche a dirlo l’anteprima alla fine dell’articolo).

 

Maria Lai (1919 – 2013) è attualmente considerata l’artista contemporanea più significativa che la Sardegna possa vantare e ha lasciato un patrimonio di insegnamenti che continuano a parlare nonostante la sua scomparsa.

In questo breve percorso, dedicato a coloro i quali si avvicinano per la prima volta a questa grande artista e desiderano scoprire qualcosa in più sul suo conto, si riscoprono alcuni tra i temi fondamentali della sua filosofia: il legame con la comunità e il tentativo di avvicinare le persone all’arte; il desiderio di tramandare la memoria riscoprendo le più antiche tradizioni; il bisogno di continuare a giocare tutta la vita, perché proprio giocando si può immaginare ciò che sembra impossibile e impegnarsi per raggiungerlo.

Lezioni preziose che l’artista ha maturato in anni e anni di intenso lavoro, mediati dalle figure di maestri importanti come Salvatore Cambosu e Arturo Martini. Tutto questo avviene attraverso la trattazione di alcune tra le sue opere più belle e coinvolgenti, arricchite dalle voci di alcune persone che con lei hanno vissuto e condiviso importanti esperienze, ma anche dalle parole della artista stessa, trascritte dall’inedito archivio video del regista Francesco Casu, suo fidato amico e collaboratore.

Partendo dall’opera più famosa in assoluto Legarsi alla montagna, che vide il paese di Ulassai coinvolto in una performance di arte ambientale nata dalle credenze e i miti locali, il percorso passa al tema della memoria, espresso in opere quali le Fiabe cucite e la Barca di Carta, che propongono il libro come oggetto artistico. I giochi come I luoghi dell’arte a portata di mano e il Volo del gioco dell’oca coinvolgono lo spettatore in una attività di gruppo che attraverso l’espediente ludico lo avvicini al mondo dell’arte.

Infine giungono le proposte per il futuro come la sua idea di una Stanza dell’arte per tutte le scuole, con la quale accompagnare i bambini e i ragazzi verso un vero contatto con l’opera.

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Robert Capa: The Magnificent Eleven

Un fotoreporter di  guerra gode di un maggior numero  di  drinks e di  belle ragazze, è meglio pagato avendo la possibilità di  scegliere, il suo  dilemma è se continuare o  comportarsi da vigliacco, sapendo che non finirà per questo di  fronte al plotone d’esecuzione.

Robert Capa

Robert Capa: leggermente fuori  fuoco

 

Robert Capa durante la Guerra civile in Spagna (1936)
Robert Capa durante la guerra civile in Spagna (1936)

La volta scorsa ho  scritto  di a proposito  di  Dorothea Lange che con le sue fotografie ha documentato  la tragedia della grande Depressione, oggi, quasi  per dovere di  par condicio, scrivo  di un fotografo  che a sua volta ha documentato  gli orrori delle guerre (ma anche altre storie meno  drammatiche): Robert Capa.

Un aneddoto riporta che quando il regista americano  Steven Spielberg stava preparando il suo  film Salvate il soldato  Ryan (1998), storia ambientata durante lo  Sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per le scene più drammatiche e cruente mai  viste nei  film di  guerra, si  ispirò alle foto  scattate da Robert Capa sulla spiaggia di Omaha (nome in codice che gli  alleati  diedero a una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco, posta tra le cittadine costiere di Sainte- Honorine- des- Pertes e Vierville – sur Mer).

Il reportage di  Robert Capa venne pubblicato  tredici  giorni  dopo dal  settimanale Life, ma si  trattò  di  soli undici  negativi dei  quattro  rullini da trentasei pose che aveva con se quel  fatidico  giorno  del 6 giugno 1944.

Di  questi undici  negativi oggi  ne rimangono  solo  otto conservati  negli  archivi  del  International Center of Photography: anche se le immagini sono fuori  fuoco  e granate, sono tra le più famose testimonianze fotografiche belliche.

Da sempre gli  americani chiamano  questo  gruppo  di immagini con il nome di The Magnificent Eleven 

L’incidente in camera oscura

La causa della perdita di  quasi  la totalità di  quelle foto è da attribuire a un banale incidente accorso  nella camera oscura che era nella sede londinese di  Life: Dennis banks, giovane tecnico  di laboratorio, aveva chiuso  la porta dell’essiccatore con la conseguenza che il riscaldamento  fuse le pellicole.

A questo punto  si può solo immagine quale fu  la reazione di  Robert Capa per aver perso  tutto il suo  lavoro  (e rischiato  la vita per esso) per un banale incidente.

I libri 

Sulla vita di  Robert Capa i libri  sono innumerevoli: io penso  che una delle più complete biografie sia quella scritta dai  giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre: Robert Capa: Tracce di una leggenda (Contrasto)

In questa biografia si ripercorrono i 40 anni di vita Robert Capa, suddividendoli in tre periodi: Endre Friedmann, prima di Capa (1933-1935); Robert Capa, la costruzione di una leggenda (1935-1939); Bob Capa (1939-1954).

Attraverso libri, negativi, stampe e pubblicazioni inedite esaminate da Bernard Lebrun e Michel Lefebvre, si analizza un materiale di qualità eccezionale che rende omaggio al fotografo del secolo.

Corrispondenza, carta mista, facsimili di copertine e riviste in cui compaiono le sue relazioni e alcuni articoli scritti di suo pugno. Questa molteplicità di documenti aiuta il lettore a scoprire in maniera più approfondita non solo l’opera di Capa, ma anche i dettagli della vita di un uomo fuori dal comune.

Il secondo libro  che vi propongo,  e del  quale  troverete l’anteprima a fine articolo, è il diario dello  sbarco in Normandia che lo  stesso  Robert Capa ha scritto intitolandolo, con una buona dose di  ironia, Leggermente fuori  fuoco con un chiaro  riferimento alla qualità delle uniche immagini salvate durante l’azione sulla spiaggia di Omaha

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