Le Amazzoni: mito, cinema e fumetti

«Guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d’oro
l’adusta mamma, ardente e furiosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.»

Virgilio, Eneide Libro  I 810 – 814 

Dal mito  al  cinema (passando per i  fumetti): il mondo delle Amazzoni

Per prima cosa bisogna subito  sfatare un luogo  comune sulle Amazzoni: non è vero che si  amputavano  la mammella destra per meglio giostrare con arco  e freccia, come del  resto è vero che il seno sia lo spazio  tra le due mammelle:  quindi  se un lui (ma anche una lei o un leilui) in un momento  di intimità esalta la bellezza della nostra mammella (dandole, appunto, il giusto nome) non offendiamoci.

Lasciando ad altri momenti ogni  divagazione a riguardo  dell’anatomia femminile, ritorniamo  al mito  delle Amazzoni.

L’oratore e logografo  ateniese Lisia (Atene, 455 a.C. – Atene 380 a.C.) , descrisse le Amazzoni e la loro sorte in questo modo:

Sovrane su  molte popolazioni e capaci  di  soggiogare i popoli vicini  mediante le loro imprese, vennero  a conoscenza dell’alta considerazione di  cui  godeva la Grecia.

Per guadagnare una grande fama e dare corpo alle loro  speranze, esse si misero in contatto  con popoli  bellicosi e intrapresero una spedizione contro  Atene.

Avendo però a che fare con valorosi  combattenti, si mostrarono  coraggiose, ma limitatamente alla capacità del loro  sesso.

Qui trovarono la morte, subirono il castigo  per la loro  sconsideratezza e procurarono  a questa nostra città l’immortale fama del  coraggio

BLABLABLALisia, come del resto  molti nostri uomini  contemporanei, pur descrivendo il coraggio  e l’abilità delle Amazzoni, alla fine della narrazione non poteva che esaltare l’uomo come vincitore sulla sconsideratezza delle donne che osavano volersi mettere alla pari  del maschio dominante.

Il mito, nelle parole di Lisia, non era altro  che l’avvertimento  rivolto  ai  suoi  concittadini affinché vigilassero per contrastare un’eccessiva influenza delle donne nella vita pubblica, cosa che avveniva in Sparta dove le donne venivano educate alla stessa maniera degli uomini (compreso l’addestramento  fisico).

Ovviamente donne di  tale levatura non potevano  non scontrarsi  addirittura con gli  dei o  semidei come ad esempio, Achille:

 

Statua raffigurante Pentesilea/ Gabriel -Vital Dubray (1862) Facciata occidentale del Palazzo del Louvre (Parigi)

 

Pentesilea , regina delle Amazzoni, combatté valorosamente nella guerra di  Troia ma cadde trafitta dalla lancia di  Achille.

Quando lui  le tolse l’elmo  per vedere il volto  del suo avversario pensando che fosse un altro  uomo, rimase colpito dal  fatto che invece era stata una donna a sfidarlo, e che lei  fosse bellissima.

A tal punto che, pentito  di  averla uccisa e innamoratosi  di  quel  corpo, la possedette.

Tersite presente a quella scena accusò di  necrofilia Achille: tra i  due avvenne un duello concluso  con la morte di  Tersite.

Diomede, cugino  di  Tersite, prese il corpo  di Pentesilea e lo gettò nello  Scamandro.

Achille recuperò il corpo onorando  Pentesilea con esequie solenni.

L’amore (?) tra Pentesilea e Achille ha diverse narrazioni per quante sono le scritture di  autori  classici e drammaturghi moderni  come Heinrich von Kleist che, nel 1808, compose il dramma Penthesilea capovolgendone la narrazione :

L’amazzone ama Achille; ma, fraintendendo l’atteggiamento di lui, lo uccide e, nel suo furore d’amore e d’annientamento, fa scempio del corpo dell’eroe.

Infine è il poeta Pindaro  a indicare nel Tempio di  Artemide  a Efeso il  luogo  di  culto  delle Amazzoni.

Finalmente Wonder Woman  

 

 

Si, finalmente Wonder Woman perché, per quanto  sia bella e interessante la mitologia, si  finisce sempre con non seguire più un filo  logico  nel discorso e quindi  perdendosi tra fonti storiche, i miti,  per l’appunto, e dotti  disquisizioni di intellettuali o presunti  tali (di  cui  assolutamente mi pregio  di non appartenere) .

Mentre i fumetti non impegnano più di  tanto,  se non lo sguardo vagante su queste  tavole colorate di opere mainstream  (non tutte ovviamente, anche in questo  caso bisogna fare dei  distinguo  tra bello  e brutto, intelligente e decisamente stupido).

William Moulton  Marston (Cliftondale,  9 maggio 1893 – Rye, 2 maggio 1947) è uno  di  quei  geni multiformi  di  cui  si  conosce quasi  nulla (ammetto la mia ignoranza prima della scrittura di  quest’articolo): avvocato , psicologo, inventore della macchina della verità e del  metodo  DISC  (modello di  autovalutazione comportamentale) ma soprattutto fumettista,  nel 1940 venne assunto  dalla DC Comics  per far fronte a una pubblica opinione che vedeva nei  fumetti un danno  per i  giovani  lettori.

Anche Marston, in effetti,  giudicava i  supereroi molto inclini  alla violenza machista e che era venuto il momento  di un personaggio  femminile che riunisse le doti  di  Superman alla grazia femminile (nonché l’indiscutibile intelligenza del nostro essere donna, questo l’aggiungo io): nel 1941, un ‘anno  dopo  essere entrato nella DC Comics, nasceva Wonder Woman (con la complicità di un altro  fumettista qual era Harry G. Peters).

Al  contrario  di  alcuni ( purtroppo  tanti) uomini di oggi, Marston era più che convinto che le donne fossero  più abili  dell’uomo in molti aspetti  della vita, compresa la politica.

D’altronde, e qui  faccio un po’  di  gossip, questa sua convinzione era (forse) nata dal  fatto  di  avere una felice coabitazione intellettuale (e sessuale)  con moglie e amante tanto  che  tutte quelle catene che immobilizzavano Wonder Woman  non fossero  altro  che la proiezione di una presunta pratica di  bondage con cui moglie, amante e marito – amante si  deliziavano nei loro incontri (d’altronde, anche se fosse vero, erano  adulti  e consenzienti e quindi  erano  fatti loro).

Abiti  succinti, quelli  di  Wonder Woman, e un’isola di  sole donne (in odore di lesbismo) fece venire le convulsioni  ai soliti difensori  della morale (un po’ come certi nostri politici) i quali, dopo  la morte di  Marston, ottennero  il ridimensionamento di  Wonder Woman a un ruolo  subalterno  rispetto ai  supereroi  maschili (negli  anni ’60 le furono tolti i superpoteri).

Ormai, però, Wonder Woman era diventata un’icona femminista tanto  che Ms  (rivista femminista liberale americana) nel 1972 la mise in copertina con la dicitura

Wonder Woman for President

Nel 2017 era stata avanzata la candidatura di  Wonder Woman come ambasciatrice per la parità di  genere da parte delle Nazioni Unite, candidatura poi respinta con la motivazione (da parte delle donne dell’Onu) che il mondo  femminile aveva il diritto di  avere un vero  ambasciatore in carne e ossa (ovviamente donna) piuttosto  che essere rappresentate da un fumetto….in effetti non avevano  tutti  i torti  a pretenderlo.

Tralasciando la serie televisiva omonima degli  anni  settanta , interpretata da una  Lynda Carter che si  faceva apprezzare (dal pubblico  maschile) più per le sue forme che per le doti  di recitazione, il tributo  che il cinema deve a Wonder Woman viene raccolto nel 2017 dalla regista Patty Jenkins e dalla bellissima (e lo  dico  senza invidia) e brava Gal Gadot che interpreta una Wonder Woman capace di non dover aspettare il solito supereroe (anche un po’  bietolone) maschio per dimostrare che una donna, con o  senza superpoteri, può cavarsela benissimo  anche da sola.

P.S.. Le scene dell’isola di Themyscira, patria delle Amazzoni nel film, sono state girate a Palinuro (interessante, vero?)

Alla prossima! Ciao, ciao…

Da Instagram alla prima fotografia (passando da Arles)


Le tue prime 10.000 fotografie sono le peggiori

Henri  Cartier Bresson 

Da Instagram alla prima fotografia

 

La prima fotografia
La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

La domanda che vi  faccio  oggi  è questa: la bella fotografia esiste ancora?

Se andiamo  a guardare l‘universo  diluviale delle immagini postate su  Instagram,  la maggior parte di  esse possono essere definite come piacevoli, belle, stupende: ognuna uguale all’altra.

Escludendo a priori quelle foto  di chi si  auto – promuove dichiarandosi personaggio  pubblico  (qualcuno  mi può dire cosa implica o cosa si  vuole comunicare definendosi personaggio pubblico?), quella che può sembrare  una mia critica (in effetti lo è) non è tanto  rivolto  alla qualità delle foto (ripeto belle, piacevoli e stupende) ma alla standardizzazione, soprattutto nelle immagini di panorama, dovuto  a un uso  esasperato  di Photoshop  e  della tecnica HDR    falsando, quindi, la realtà di ciò che lo  sguardo vede in vivo.

Voi  che siete attente lettrici potete accusarmi di  aver preso come spunto  di  questo mio BLABLABLA  quello  che il regista – documentarista Marco  Rossitti ha scritto  nel  secondo libro  della collana Montagne incantate: a parte il  consigliarvi  l’acquisto  di  questi libri  (dodici  in tutto con cadenza mensile), vi  dico solo  che si  tratta solo di una convergenza di pensiero.

La prima fotografia 

Per quanto  possa essere sgranata e priva di  ogni  significato estetico, l’immagine  nel  sottotitolo ha la particolarità di  essere considerata come il primo scatto  dell’arte fotografica: nel 1827 Joseph Nicèphore Niépce la realizzò osservando il panorama dalla finestra di una casa a Le Gras in Borgogna (altre fonti riportano  che il paese fosse Saint – Loup de Varenne)

Per quello  che era in effetti un esperimento, Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto in olio  di lavanda.

Il Bitume di  Giudea è una miscela contenente bitume, standolio, argilla e essenza di  trementina.

Questa miscela è solubile nell’essenza di lavanda, ma può essere anche sciolta nell’alcool etilico e indurisce se esposto  alla luce

Fonte Wikipedia  

In seguito  la lastra venne esposta al sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questa tecnica inventa da Niépce non era altro che l’eliografia 

La prima fotografia venne donata da Niépce a Francis Bauer, progettista di  giardini  e membro della Royal Society, il quale tentò di interessare l’Associazione per ottenere finanziamenti allo  scopo di promuovere quella nuova invenzione, ma il risultato  di  questo interesse fu pari  al nulla.

Nel 1952, in Inghilterra, lo storico  della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò fortuitamente l’immagine per consegnarla alla storia come il risultato di una riproduzione di un paesaggio

Le Rencontres de la Photographie 2019 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Arless

 

Non potevo  che concludere segnalandovi  la 50° edizione de Le Recontres de la Photographie nella città  provenzale  di  Arles dal 1 luglio  e fino  al 22 settembre di  quest’anno.

Per celebrare il cinquantenario di  questa importante manifestazione dedicata alla fotografia di  ricerca ( sarebbe più giusto parlare di Fotografia d’arte) il programma prevede 50 mostre divise in 8 sezioni distribuite in 24 siti  nella città di  Arles già ricca di monumenti  storici di  epoca romana e medievale.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Felice secolo Bauhaus

BMemory © caterinAndemme
BMemory
© caterinAndemme

Bauhaus il cui nome completo  era Staatlittches  Bauhaus fu una scuola di  architettura, arte e design della Germania che operò a Weimar dal 1919 al 1925, a Dessau dal 1925 al 1932 e a Berlino dal 1932 al 1933.

Ideato  da Walter Gropius , il termine Bauhaus richiamava la parola medievale Bauhütte indicante la loggia dei  muratori.

Tratto  da Wikipedia 

Bauhaus: design e artigianato

Sedia Cesca
Sedia Cesca

Forse non lo  sapevate o  magari  si, ma essendo  voi  persone modeste non lo date a vedere, ma la sedia riprodotta nell’immagine è una sedia Cesca cioè un prodotto  del  design del 1929 progettata da Marcel Breuer, direttore del laboratorio  di  falegnameria della Bauhaus, e tutt’ora in commercio.

Il nome della sedia era inizialmente B 32 e, forse perché dava l’idea di  rassomigliare più  a quello  di un bombardiere, venne cambiato in Cesca,  cioè dal  diminutivo di  Francesca la figlia adottiva di Breuer.

Piccola cronologia della scuola Bauhaus 

1919 A Weimar nasce il  Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il Manifesto con l’intento  di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire.

1925 Un cambio  di  sede porterà il Bauhaus a Dessau.

1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti  professori e, in seguito, verrà dimissionato  dal  sindaco  di  Dessau.

1930  In questo periodo  la scuola è sotto  la direzione di Ludwig Mies  van der Rohe che, eliminando  le istanze sociali  della Bauhaus, ne valorizza i  brevetti e la collaborazione con le aziende.

1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti  stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino.

1933 per non soccombere al  nazismo  i docenti  all’unanimità decidono  di  chiudere la scuola

E’ ovvio che la storia del Bauhaus non si riduce a queste poche righe e, per aggiungere qualcosa, vi  rimando  all’anteprima del libro Il Bauhaus di Hans Maria Wingler.

Una donna nel  Bauhaus: Anni Albers 

In una parte del Manifesto  del  Bauhaus  redatto da Walter Gropius alla sua fondazione si poteva leggere che:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Peccato  che lo  stesso  Gropius, alla realtà  dei  fatti, non considerava le donne abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere a certe arti  come, ad esempio, l’architettura considerata appannaggio del maschio, relegandole all’arte della tessitura e ceramica.

Adesso io non so cosa volesse dire Gropius con quel  le donne non fossero abbastanza qualificate fisicamente e geneticamente e l’unica maniera per giustificare quest’uscita maschilista è considerarla nel  contesto di  quel periodo, cioè quando alle donne non era concesso di  accedere a qualunque tipo  di  educazione e, da  questo punto  di  vista il Bauhaus  per l’epoca fu un’icona della modernità.

Tra le (poche) donne della scuola forse la più famosa è Anni Albers (Berlino, 12 giugno 1899 – Orange, 9 maggio 1994) .

A 22 anni Annalise Elsa Frieda Fleischmann (questo  era il suo nome completo  da nubile) chiederà al padre, ricco  industriale del mobile, il permesso  di iscriversi a  quella nuova scuola (il Bauhaus, appunto) il cui  concetto  di  arte era rivoluzionario.

Una volta avuto questo permesso (non senza aver faticato  a causa della reticenza del padre) si  trasferisce nel 1922 a Weimar dove, presentandosi  per la prima volta gli  esami  di ammissione, viene bocciata (capita ai  geni..forse per questo non sono  mai  stata bocciata) ma è in quest’occasione che incontrerà per la prima volta  Josef Albers, l’uomo della sua vita.

Comunque, una volta ammessa al  Bauhaus, si  iscriverà al corso  di  tessitura scoprendo proprio  nei  filati  una fonte inesauribile per la sua vena artistica.

Anne (insieme ai  capelli aveva accorciato  anche il  suo nome) si  sposò con Josef nel 1925 e sempre in quell’anno  si  trasferirono  a Dessau in una delle strutture cubiste progettate da Gropius per gli insegnanti  della scuola, loro vicini di casa erano  Kandinskij e Klee.

Nel 1933 gli insegnanti  della scuola si rifiutarono  di  assoggettarsi  alla dittatura del  nazismo e questo portò alla fine della Bauhaus: per Anne si  aprì un nuovo  capitolo  della sua vita quando l’architetto  Philip Johnson invitò lei  e suo  marito  negli  Stati  Uniti per unirsi  al  corpo  docente della scuola sperimentale sorta a Asheville ( North Carolina): il Black  Mountain College.

Nel 1949 Anne Albers fu  la prima designer tessile ad avere il  privilegio  di una personale al MoMa.

Suo marito Josef morirà all’età di 88 anni e lei  continuò, nonostante il dolore per la perdita, a lavorare per trovare nuove soluzioni  artistiche nel  campo  delle arti  tessili.

Prima di  concludere vi  ricordo che il Bauhaus nacque  un secolo  fa, una serie di  eventi  a riguardo  ne celebrano  la ricorrenza.

Alla prossima! Ciao, ciao...


Anteprima del  libro Il Bauhaus di Hans Maria Wingler

A quanti vorremmo dire: “Take that”

Take that, Adolf
Copertina di Take that, Adolf!

Un supereroe è un personaggio  immaginario di  fumetti, narrativa, cartoni  animati o film che si  caratterizza per le sue doti di  coraggio e nobiltà e che generalmente ha abilità straordinarie dette superpoteri, rispetto  a quelle degli  esseri umani normali, oltre a possedere un nome e un costume pittoresco.

I supereroi trascorrono la maggior parte del  loro  tempo combattendo  contro  alieni, mostri, supercriminali  e disastri  naturali

Tratto dalla voce supereroi  di  Wikipedia

Se Hitler avesse letto  i  fumetti…

Potendo  tranquillamente asserire che Hitler non abbia mai letto  i  fumetti  della Marvel Comics (fondata nel  1939 con il nome di Timely Publications), se mai  ne avesse avuto occasione si  sarebbe molto  risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Eppure il regime nazista, sempre   alla ricerca di fonti  esoteriche e studi iniziatici , si  sarebbe chiesto  se dietro  a  quel  Captain America eroe, anzi  supereroe,  che  in un fumetto prendeva a sberle il führer, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per abbattere il nazismo prima del  tempo.

Take that, Adolf ! (traducibile in italiano  con un prosaico  Beccati  questo, Adolf) è un antologia di  tutti  i 500  fumetti  che, tra il 1940 e il 1945, hanno  avuto  come protagonisti  i  supereroi,  da Captain America a Wonder Woman passando per Daredevil,  in avventure dove il malcapitato Adolf  veniva sbeffeggiato e  usato  come punching ball.

Purtroppo  la storia, quella vera e non quella dei  comics, è stata quella  dolorosa dei  campi  di  concentramento, delle vittime civili e dei  soldati morti in combattimento.

Ancora più dolorosa è vedere oggi  come la libertà e la democrazia, acquisite dopo  lotte di liberazione, vengono quotidianamente calpestate da coloro  che, per volontà o  ignoranza, vogliono ritornare indietro  al tempo  dei  regimi  totalitari.

A queste persone dedico l’anteprima del  fumetto Take that (dove al posto del nome Adolf potrei  mettere,  ad esempio, quello  di  Matteo..ogni  riferimento è voluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di  Take that, Adolf!

Diabolikamente Eva

Eva e Diabolik © caterinAndemme
Eva e Diabolik
© caterinAndemme

La mancanza di intelligenza è la madre di ogni male

Marco  Tullio Cicerone

Se il male è un fumetto di  successo, l’intelligenza è di  chi lo ha creato

C.A.

Il mistero del Tedesco

Si  dice che avesse i  capelli biondi e la pelle chiara e che d’estate amasse indossare bermuda e zoccoli, magari  con le calze: proprio come i  turisti  tedeschi di una certa età in giro per la riviera romagnola in quella stagione.

Si  dice anche che avesse un figlio, anch’egli biondo, avuto  da una relazione con una donna, naturalmente tedesca.

Il suo nome era (oppure “è”) Angelo  Zarcone e di mestiere faceva il disegnatore.

Lui ebbe l’onore di disegnare il primo  numero  di  Diabolik:  consegnate le tavole (eravamo nel 1962) sparì  misteriosamente senza lasciare nessun recapito.

Vent’anni  dopo, quindi  nel 1982,  quando  le sorelle  Angela e Luciana Giussani festeggiarono  il ventennale di Diabolik,  vollero assoldare    addirittura il detective italiano  per antonomasia, cioè Tom Ponzi, per rintracciarlo, ma niente: Angelo  Zarcone si  era decisamente  volatilizzato.

Adesso,  amando i misteri, voglio  dare qualche  mia personale ipotesi  sulla sua sparizione:

A) E’ ritornato tra le braccia della madre tedesca del  suo  bambino, ritirandosi in Baviera a fare il mastro   birraio.

B) Colpito  da crisi  mistica  ha scelto di continuare a vivere in clausura in un monastero  della Transilvania 

C) Ha vinto alla lotteria e tutt’ora vive felice in un’isola del Pacifico  alla faccia dell’Agenzia delle Entrate.

Comprendo  che nessuna di  queste mie ipotesi possa essere risolutiva, d’altronde qualcun altro,  come il fumettista e direttore di  Astorina (la Casa editrice di  Diabolik ) Mario  Gomboli  e il regista e sceneggiatore Giancarlo  Soldi, hanno  dedicato parte del loro  tempo per realizzare il docufilm Diabolik sono io con rari materiali d’archivio proprio per dare (o  cercare) una risposta al mistero  del Tedesco

Peccato che il docufilm sia rimasto in sala come evento  solo  per tre giorni (11 – 12 -13 marzo) ma ci sarà pur il modo  di rivederlo  su  qualche piattaforma streaming: per adesso accontentiamoci  del  trailer 

 

Lei, bellissima e seducente, è Eva 

Posso  dire che Eva Kant ha avuto  due mamme, appunto le sorelle Giussani,  e che di  questo il ministro per la Famiglia Lorenzo  Fontana se ne deve fare una ragione.

Lei, nata insieme a Diabolik nel  1962, ha oggi cinquantasei  anni portati  benissimo,  quasi  fosse l’incarnazione fumettistica dell’altrettanto bellissima (e reale) Sharon Stone che ha compiuto 61 anni proprio il 10 marzo  scorso: auguri  a lei.

Per l’epoca, ricordiamoci che siamo nel 1962, Eva Kant  è un manifesto  all’indipendenza della donna, anche se in forma malavitosa.

lei  nasce come comprimaria dell’ Uomo in calzamaglia, in seguito  si disegnerà (autodisegnerà?!) un ruolo  da protagonista tanto  che Diabolik è sempre riuscito a fuggire dalle manette dell‘ispettore Ginko (un po’  sfigato come Willie Coyote, ma quest’ultimo  è più simpatico) non si è mai  accorto di  essere prigioniero di una donna determinata a non farsi  sottomettere (facendo  sembrare solo  di  esserlo).

D’altronde, visto  l’infanzia che le sorelle Giussani hanno realizzato per lei, non poteva che essere tendenzialmente assassina:

Suo  padre è lord Rodolfo  Kant il quale, da vero  gentlemen, non la riconosce come figlia dando  come benservito  alla madre (che in seguito  si  suiciderà) un diamante.

Sir Rodolfo  Kant verrà ucciso dal  fratello Anthony che penserà di  disfarsi  di  Eva chiudendola in un orfanotrofio.

Dopo  alcuni  anni fuggirà dall’orfanotrofio e incontrerà Anthony in Sudafrica il quale, non riconoscendola, la sposa.

Eva si  vendicherà di  tutti i torti  subiti spedendo lo  zio-marito  nelle fauci di una pantera

Eva Kant entra in scena è il titolo  del remake del  fumetto L’arresto  di  Diabolik (1963) in cui per la  prima volta entra in scena la nostra dark lady.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…..

P.S. Dovrei  scrivere che la sceneggiatura di Eva Kant entra in scena è del  fumettista Tito Faraci  e  la prefazione l’ha scritta nientemeno  che Concita De Gregorio.

Forse dovrei  aggiungere qualcosa d’altro ma, non avendone voglia, vi lascio  all’anteprima del libro-fumetto.


Anteprima di Eva Kant entra in scena 

 


 

Alice Neel: artista e femminista

Alice Neel - autoritratto
Alice Neel – autoritratto

<<La ragione per cui le donne non hanno  successo è che non hanno le palle>>: disse un uomo  del pubblico  durante una conferenza a New York sull’arte tenutasi  negli  anni ’70.

Una delle relatrici  si  alza e con calma gli  risponde: <<Le donne hanno le palle, sono  solo un po’  più in alto>>.

Quella donna era Alice Neel

Feminist art 

La Feminist art è un movimento  artistico  che ha avuto il suo apice  tra gli  anni ’60 e ’70 del  secolo  scorso,  associata al movimento  femminista lo scopo  che si prefiggeva era quello  di  evidenziare e combattere le differenze sociali  e politiche che subivano le donne e altre identità di  genere.

Il messaggio era veicolato dall’arte nelle sue varie  forme comprese tra la pittura tradizionale, la performance art e l‘arte concettuale .

Alice Neel: una brevissima biografia 

 

© Lynn Gilbert 1976, New York
Ritratto di Alice Neel nel suo studio
© Lynn Gilbert 1976, New York

Alice Neel ( Gladwyne (Pennsylvania) , 28 gennaio 1900 –  New York, 13 ottobre 1984) oltre che essere un’artista d’avanguardia, fu  madre single e militante comunista: quest’ultimo  aspetto  della sua vita le costò le frequenti  visite dell’FBI nella sua abitazione a caccia di  chissà quale cospirazione.

La sua famiglia apparteneva al  ceto  medio e molto  rigida nel seguire quel modello  sociale che non dava molto  spazio (per nulla) all’autonomia della donna.

Lei, penultima di  cinque figli, a sedici  anni trova la sua strada iscrivendosi ad una scuola d’arte per poi approdare alla Ashcan School movimento  artistico conosciuto  per opere raffiguranti scene quotidiane della New York più povera.

L’incontro con un cubano  che la storia ci restituisce come essere stato  molto  fascinoso  (e ricco), Carlos Enrìquez Gòmez, è solo  l’inizio di una serie di uomini  a cui  lei  si legherà in rapporti burrascosi.

Dal  cubano  avrà due figlie, la prima Santillana che morirà di  difterite a un anno, la seconda Isabella le verrà tolta quando  divorzierà dal marito  per ritornare a New York.

Come detto in precedenza la vita di  Alice Neel è un’altalena tragica, tra periodi  caratterizzati  dalla depressione con  tentativi  di  suicidio – fu  ricoverata in manicomio scoprendo, una volta di più, che proprio il dipingere l’aiutava nella guarigione –  amanti  e aborti ma anche due figli: il primo Richard (di padre sconosciuto) che diventerà vittima delle angherie di uno dei suoi  conviventi, il fotografo Sam Brody, lo stesso  che sarà il padre del  suo  secondo  figlio Hartley .

Finalmente dopo  tanti  drammi  a Alice viene riconosciuta la fama dovuta: negli  anni ’60 è ormai considerata come un’icona del mondo  femminista e  dalla metà degli  anni ’70  come tra le  più importanti  artiste dell’avanguardia americana.

La vita e l’opera di  Alice Neel sono raccontate nel  documentario omonimo diretto  dal  nipote Andrew Neel presentato  nel 2007 al Sundance  Film Festival e successivamente al  Newport Beach  Film Festival  dove vinse il premio del pubblico  come miglior documentario.

Concludendo

Avete certamente capito che ho voluto  scrivere non tanto dell’artista (non sono  un’esperta di  arte) quanto piuttosto ho voluto  rimarcare il concetto che l’animo  femminile è tanto  forte da uscire vincitrice in tutte quelle situazioni in cui è facile prendere (e perdersi) sulla strada della disperazione.

Alla prossima! Ciao, ciao……..

Perchè al gatto piace più la donna?

Cats ©caterinAndemme
Cats
© caterinAndemme

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Tratto  da Microcosmi  di  Claudio  Magris 

Perché il gatto 

Ieri  è stata la Festa nazionale del gatto: immagino  che la  notizia  abbia lasciato  del  tutto indifferente il felino di  casa, ancor più quello  di  strada che, dovendo  battersi  con i gabbiani suoi  voraci   competitori per il  cibo  lasciato  dalle pie gattare, ha ben altro  a cui  pensare se non vuole tirare la cinghia.

Io adoro  i gatti (non per nulla ve ne è uno nel  mio logo), ciò non vuol dire che disprezzi i cani, anzi, da un po’ di  tempo ho vinto il timore che avevo  nei  loro confronti: devono  solo  essere un po’ più piccoli  di un Grizzly  e magari non ringhiarmi  contro (tanto  meno addentare vigliaccamente il mio  lato  B).

Ritornando  al gatto la sua storia dice che sia stato addomesticato  nel  lontano Antico  Egitto (qualcun altro  dice in Cina) come killer per far fuori i topi in quei  luoghi  dove venivano  stipate le derrate alimentari.

Qui, però, c’è da fare una precisazione sul termine addomesticatonon illudiamoci! E’ il gatto  che ha addomesticato  noi.

Alzi  la mano chi  di  voi  non è caduta prigioniera di  quel  suo  ammaliante strusciarsi  sulle vostre gambe (specie se il suo  pancino è in riserva) oppure sdilinquirsi per le  loro  fusa quando  sono  accovacciati sul nostro  grembo .

Certo  non è come il cane scodinzolante: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi, il gatto  sa prendere le distanze e guai a contraddirlo  perché la sua non è una fuga, è il suo modo  di  rimarcare le differenze tra noi  (le addomesticate) e lui  (o lei) re (o regina) del proprio essere gatto (o  gatta).

Perché noi e non l’uomo? 

Il Dipartimento di  Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna in una passata ricerca aveva stabilito che i gatti hanno una predilezione per il genere femminile bipede, questo  perché:

Il tono della nostra voce è più morbido

Tende solo  all’acuto  alla vista di un topo entrato in casa: in questo  caso ci  affidiamo  all’istinto  predatorio  del nostro gatto (sempre che abbia voglia di  farlo)  

Abbiamo quel  tocco  femminile nell’accarezzarlo

 Forse il tocco  di un boscaiolo  canadese non è la stessa cosa

Abbiamo tutte (chi più e chi meno) l’istinto  materno

Per i  ricercatori l’istinto  naturale che si  ha come cura e dedizione verso i bambini è lo stesso che assumiamo  accudendo un gatto (in questo  caso siamo  dispensate dal  cambio  dei  pannolini)

Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile

Miaoooo! 

Il gatto  disegnato 

Il mondo  dei fumetti  e dei  cartoon è pieno  di gatti: da quelli made in Disney, passando per Felix the Cat fino  ad arrivare all’ hard boiled di John Blacksad  ( non lo conoscete? E’ tutto  da scoprire: forse, un giorno, scriverò un’articolo su  questo personaggio).

Eppure,  fra tutti i gatti disegnati a matita (o in bit),  the winner is: Garfield 

E ‘nato   nel 1978 dalla matita di Jim Davis e dal 2001 detiene il record di  striscia a fumetti  più pubblicata nel mondo  essendo ospite di  2.500 giornali.

Ha vinto diversi  Emmy Award diventando uno  dei personaggi a fumetti più famoso.

Ama le lasagne…. 

garfield.com
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Alla prossima! Ciao, ciao………..


Popeye ha novant’anni ma non è andato ancora in pensione

POP -eye
© caterinAndemme

Non è vero  che gli  spinaci

Non è vero  che gli  spinaci  contengano più ferro  degli altri ortaggi: la diceria (ormai è risaputo  che sia tale) fu  di un’errore di  stampa dopo la pubblicazione nel 1890 (1890!!!) di una ricerca da parte di un gruppo  di nutrizionisti  americani sul contenuto  di  ferro  delle verdure: una virgola spostata erroneamente diede come risultato  che il contenuto  di  ferro  negli  spinaci  fosse dieci  volte maggiore rispetto  alle altre verdure.

Ciò non toglie che mangiare spinaci e altre verdure faccia bene.

Il marinaio  che mangiava spinaci  e fumava la pipa 

Ancora adesso non ho capito se Popeye (Braccio  di  Ferro se amate la traduzione italiana  dei  nomi)   mangiava spinaci unicamente per il fatto di  essere sdentato (e guercio  di un occhio) oppure, essendo  sotto  contratto come il  suo  disegnatore e di  qualche gigante del  settore agro-alimentare, era costretto a ingurgitare chili e chili  di  tale ortaggio (….è un ortaggio lo  spinacio!) per far si  che i  suoi  muscoli  crescessero mentre i  denti no.

A questo punto  devo  confessare la mia forte antipatia nei  confronti di  Popeye, della sua fidanzata Olivia, di Poldo e del suo  acerrimo  nemico Brutus, di Pisellino e di  tutto il suo  entourage.

Ma tant’è, passati  novant’anni   dalla sua nascita e siccome in questo  blog vi  è una sezione che parla (anche) di  fumetti, l‘editore (io stessa), il capo  redattore (idem  come sopra) mi costringono a parlarne.

Novant’anni  fa il debutto di Popeye 

Era il 17 gennaio del 1929 quando  su Thimble Theatre, una striscia creata dal  vignettista Elzie Crisler  Segar (Chester, 8 dicembre 1894 – Santa Monica, 13 ottobre 1938), compare per la prima volta il marinaio  Popeye: fu un successo  enorme, dovuto più che altro  alle battute salaci  del personaggio, in breve tempo le testate giornalistiche che ospitavano  le strisce di Thimble Theatre si  moltiplicarono  a decine e decine.

Il fumettista che fino  ad allora guadagnava il giusto  per mettere insieme il pranzo  con la cena (o  viceversa), divenne ricco grazie, e soprattutto, al  merchandising   nato intorno  al personaggio  e cioè gadget, giocattoli ma anche sponsor in programmi  radiofonici (in questa occasione gli  spinaci  vennero  traditi  per il  cereale Wheatena).

Per non parlare poi della vendita di milioni  e milioni  di pipette identiche che il marinaio teneva stretto  tra le gengive (vi ho  già detto  che era sdentato?) e con cui  fischiava il jingle ad ogni  fine d’avventura.

Ma perché piaceva (e piace) Popeye?

Forse perché è un buono che difende i più  deboli e punisce i prepotenti come Brutus & C. , ma è a questo punto  che devo  fare una confessione: sono una fan di The Punisher l’eroe che s’infiamma per un nulla (e sono guai  per gli  avversari) ed è tanto  carino con le donne ….chiusa parentesi 

Alla fine i produttori  di  spinaci dedicarono  a Popeye qualche statua qui  e la sparse negli  Stati Uniti mentre   Robin Williams ne interpretò  la parte nel  film di  Robert Altman  Popeye  –  Braccio di  Ferro (1980)

Popeye – Braccio  di  ferro  su  YouTube (film completo) 

Tutto qui 

Alla prossima! Ciao, ciao…. 


Anteprima di Popeye, an Illustrated Cultural  History 

 

Hai voglia di leggere un Pulp Magazine?

The Pulp Magazine
©caterinAndemme

Pulp o non pulp?

Il pulp  è un genere letterario che propone storie dai  contenuti forti, con abbondanza di  crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco  e l’horror

Da questa definizione presa da Wikipedia si può dedurre che il pulp  non è roba per bambini o  adulti sensibili alle scene violente (tra cui  la sottoscritta) e da tener lontano  gli  adolescenti  (che tanto in rete  volendo trovano  questo  e quest’altro di peggio).

Eppure, chi  si  è esercitato  nel passato  a scrivere storie truculenti, non sempre è stato uno scrittore di  serie B anzi, andando indietro  agli  anni ’30 e negli  Stati Uniti si andò affermando nell’editoria..

I Pulp Magazine  

Copertina di Weird Tales maggio 1934

 

Chiamati  così sia per la qualità degli  scritti (a parte le dovute eccezioni) sia per quella della carta utilizzata per la stampa che era ricavata dalla pasta di legno (pulp che, per l’appunto, tradotto vuol dire polpa o poltiglia).

Le storie  in questo  genere di  riviste erano racconti per lo più  a puntate del  genere dei  gialli,  fantascienza, ma non mancavano certo racconti hard capostipiti di  tutte Le sfumature di  grigio moderne (ma con la medesima qualità in fatto  di  scrittura letteraria).

Le copertine di  alcune  di queste riviste erano  piccoli  capolavori di  grafica  riferite ai titoli dei  racconti  pubblicati, ad esempio, su  Weird TalesAmazing Stories , mentre gli  autori  avevano nomi di  maestri  nel loro  genere come H.P .Lovecraft,   Clark Ashton Smith, Robert Erwin Howard  tanto per citarne alcuni.

 

L’archivio in rete per i Pulp Magazine 

Se avete voglia di  leggere in originale uno  di questi capolavori del  genere pulp (e di  cui  un esempio  lo troverete alla fine dell’articolo) vi consiglio  The Pulp Magazine Archive dove sono catalogati per la consultazione (e il download) le copie d’antan  delle riviste più famose.

Comunque, buona lettura.

Alla prossima! Ciao, ciao………….


True Stories 

 

51 anni fa un marinaio di nome Corto Maltese arrivò a Genova

 

Genova, piazza De Ferrari
©caterinAndemme

  A Genova, un giorno del mese di luglio dell’anno 1967 

Dove si  saranno incontrati Hugo Pratt e Florenzo  Ivaldi  quel  giorno?

Forse in un bar? Oppure in trattoria davanti  ad un  piatto  di  trenette al pesto?

No, non credo: molto probabilmente l’incontro  avvenne in un   ufficio o in un appartamento privato.

Comunque sia, dall’incontro dei  due protagonisti, il primo  disegnatore e fumettista l’altro  imprenditore appassionato  di  fumetti  (la stessa  passione che lo  convinse a diventare  editore)  nacque l’idea di pubblicare una rivista dedicata alle creazioni di  Hugo  Pratt, riferite al periodo   di  quando viveva e lavorava  in Argentina , oltre ad  alcuni  classici americani   inediti per il pubblico italiano amante dei  fumetti .

La copertina di Sgt. Kirk del dicembre 1967

La rivista si  chiamava Sgt. Kirk (lo  stesso  nome di uno  dei personaggi  del  fumettista Pratt), durò meno  di  due anni perché nel  febbraio   del 1969 terminò di  essere pubblicata.

A dir la verità la fine di  Sgt Kirk non fu  così definitiva a seguito di  quella data: infatti  fino  a dicembre 1969 le edizioni  mensili  furono  trenta (di  cui  solo diciotto  vendute in edicola e le altre in abbonamento).

Dopodiché, nel marzo 1973 sempre per abbonamento, la rivista divenne prima trimestrale e poi bimestrale per concludersi con il numero 55 nel giugno 1977.

L’anno  seguente, questa volta con il  Gruppo  Editoriale Lo  Vecchio, il mensile riuscì a proseguire la sua avventura ancora per sei numeri, cessando  definitivamente la sua esistenza con il numero 61 nell’anno 1979 (escludendo un edizione speciale in mille copie nel 1997 per il suo trentennale).

Una ballata del mare salato

Dunque è Corto  Maltese il romantico  eroe che approda sulle pagine di  Sgt. Kirk  legando  il suo futuro  destino ad una storia che in molti  vedono  come il capostipite della graphic novel italiana: Una ballata del  mare salato.

A dir la verità, essendo Sgt. Kirk  una rivista d’elite –  nel  senso  che i lettori sono appena alcune  migliaia e che in edicola  si  fa sentire la concorrenza con la  rivista Linus, nata due anni prima e cioè nel 1965 – non potrà essere quel trampolino  di  lancio affinché Corto  Maltese possa ampliare il suo  pubblico.

Ciò avviene quando Una ballata del  mare salato verrà pubblicato  a puntate sul settimanale Corriere dei Piccoli nel 1969 (Hugo  Pratt collabora dal 1962 con il settimanale realizzando per esso la riduzione in fumetti  di  alcuni  classici  della letteratura per ragazzi  quali L’isola del  tesoro  e Il ragazzo  rapito  dello  scrittore Robert Louis Stevenson).

Con  Mondadori, nel 1972, la prima avventura di  Corto  Maltese viene riunita in un unico  volume (con ristampe nel 1975 e 1979) e nel  titolo un cambio  di  articolo  da indeterminativo  a determinativo: infatti Una ballata del  mare salato  diventerà La ballata del  mare salato (chissà perché?). 

Sarà poi la volta della Casa editrice Rizzoli che, pubblicando  nel 1983 il mensile Corto  Maltese, rilancerà Una ballata del mare salato  (quindi  con il titolo  originale)  sempre a puntate fino ad un’edizione in volume brossurato  nel 1991.

Ovviamente dopo  il 1991 Una ballata del mare salato  vedrà altri  editori avvicendarsi  nella pubblicazione dell’opera di Hugo Pratt  (vi è  anche un formato pocket, cioè delle dimensioni  di un mazzo  di  carte), ma quello  che rimane rileggendo le tavole di  Corto  Maltese è una malinconica atmosfera di  avventure d’antan  (non limitate, quindi, alla prima della serie dedicata a   Corto  Maltese) che non ha eguali  nel mondo  dei  fumetti.

Hugo Pratt, infine,  confessò che l’ispirazione per costruire la storia di  Una ballata del  mare salato (e il suo interesse per i  Mari  del Sud) gli  venne leggendo  Laguna Blu  dello  scrittore irlandese Henry De Stacpoole.

Comunque sia nel prologo a Una ballata del mare salato, Hugo  Pratt aveva già in mente la malinconica fine di  Corto  Maltese, infatti in una immaginaria lettera  datata 16 giugno  1965 scritta da uno  dei personaggi  si  legge:

…lo  zio Tarao   è morto. ha lasciato un enorme vuoto  tra noi, ma è soprattutto per lo zio  Corto che ora mi preoccupo. quei  due si  comprendevano  perfettamente ed erano inseparabili. Ora, quando  vedo  zio  Corto starsene seduto  solo in giardino con gli occhi  spenti di  fronte a quel  suo  grande mare, mi  si  stringe il cuore. I bambini cercano  di  fargli  compagnia, ma lui  quasi non se ne accorge..

Una piccola curiosità: all’uscita di  Una ballata del  mare salato alcuni  veneziani  si  sentirono offesi  perché Hugo Pratt fece parlare gli indigeni protagonisti  del  fumetto  con il dialetto  veneto (eppure la Lega Nord nel 1967 doveva ancora nascere) 

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima di Una ballata del mare salato