La memoria digitale non si perde

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⌈ La memoria è la tormentatrice dei  gelosi

Victor Hugo

Una memoria formata da  miliardi  di pagine 

Mi piacerebbe che un giorno lontano  nel  futuro, molto  lontano, diciamo nel 3020 o giù di lì, quando  ormai la sottoscritta è ritornata ad essere quella che era prima di  nascere, qualcuno scovasse nella memoria virtuale di una futuristica internet (se si  chiamerà ancora così) una pagina de IL blog di  Caterina 

Non nascondo il fatto  che dietro  questo  desiderio  ci sia  un pizzico  di  narcisismo da parte mia e che passare alla storia, se  non si è testimoni diretti, lascia in se  una magra soddisfazione: comunque c’è chi lo ha fatto  per me (ovviamente non solo per me) a testimonianza di  come ogni cosa che affidiamo alla rete, e che in seguito  abbiamo pensato di  aver cancellato, rimanga per sempre.

Quello  che in effetti  diventa un archivio  web per i posteri non è cosa recente: la Library of Congress statunitense  è da tempo  attiva per far si  che almeno una parte dell’immensa memoria digitale non vada perduta arrivando a raccogliere 2.130 petabyte di dati (l’equivalente della quantità di  dati  che circolano nell’intera rete  in un solo  giorno).

La Library  of Congress è dunque una fonte inesauribile per chi è interessato  a una ricerca  di  elementi sia testuali  che fotografici  su  di un determinato  argomento: io  stessa ho utilizzato  questa fonte a corredo  dell’articolo Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione .

Il progetto   Wayback Machine

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La pagina del sito di Internet Archive che mostra il progetto Wayback Machine

Non è solo  la Library of Congress a pensare di  creare un archivio  del  web: un progetto partito  nel 1996 a cura di Internet Archive ( società no- profit con sede a San Francisco) chiamato  Wayback Machine ha catalogato  fino  ad oggi ben 411 miliardi  di pagine internet creando un archivio  a disposizione di tutti.

Molto probabilmente questo progetto  è meno  conosciuto di  quello  della Library  of Congress, ma certo non meno importante anche per il fatto, oltre che per interesse di  studio, che possiamo noi  stessi contribuire a incrementare l’enorme archivio.

Come, lo  farò vedere in seguito.

Wayback Machine cataloga le pagine dei  siti, qualunque sito, anche i  blog: per curiosità ho fatto  una ricerca su  IL blog di  Caterina ottenendo  l’immagine di una vecchia version del mio  blog, questo  vuol dire due cose: la prima che qualunque cosa che nettiamo in condivisione in rete rimane anche se pensiamo di averne cancellato  le tracce; la seconda è che, guardando il vecchio  tema del blog, sono molto  contenta di  aver fatto, qualche anno,  un’ opera di  restyling.

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Il vecchio tema de IL blog di Caterina. in alto la barra di ricerca del Wayback Machine

Come ho  già scritto in precedenza, noi stessi  possiamo  contribuire a salvare singole pagine web sia direttamente dal  sito di Internet Archive oppure scaricando un’estensione per Chrome (funziona anche su  Vivaldi, non so se è lo  stesso per gli  altri  browser), ancora una volta ho salvato  la mia pagina con il risultato che potete vedere nell’immagine seguente:

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La pagina de IL blog di Caterina con l’estensione di Wayback Machine sulla destra dell’immagine

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Quibi, ovvero film di qualità sullo smartphone

Quibi

Il cinema non morirà mai, ormai  è nato  e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di  questo non mi frega niente.

Mario Monicelli

Prima parliamo di cinema

Tutto  sommato  amavo  andare al  cinema, poi, complice del  fatto che mi ritrovavo  a condividere la visione di un film con persone che scambiavano  la sala cinematografica per il loro salotto  di  casa (della serie faccio  quello  che mi pare anche parlare a voce alta o  rispondere al  telefono) questa mia passione si  è affievolita con il tempo.

Complice  l’arrivo  prima di  Sky, poi  dei  servizi di  streaming quali Netflix ieri  e Disney+ domani (senza considerare le piattaforme che offrono le prime visioni poco  dopo  la loro uscita nelle sale), non sono più andata al cinema (ormai  sono più di  sei anni) mi sono arresa alla comodità di  vedermi un film sul divano  di  casa coprendomi, quando  fa freddo s’intende, con la copertina di  Linus d’ordinanza.

In pratica, nel mio  piccolo  ho  contribuito alla crisi  delle sale cinematografiche, però, a differenza di  Mario  Monicelli (se è vera quella sua dichiarazione che ho  riportato all’inizio) non posso dire che la cosa non mi interessi: sale chiuse significa meno  persone che lavorano.

A dire il vero nell’anno appena passato il trend, sia quello riguardo l’aumento  delle presenze e relativamente  delle entrate era di segno positivo, poi il coronavirus ha rimescolato  le carte.

In controtendenza, ma questo è un dato limitato  agli  Stati Uniti e Corea del  Sud, si è avuto un incremento delle persone che si sono recate ai  drive – in per vedere un film.

Quibi si, ma solo  per smartphone

A detta dei  fondatori  della società Meg Whitman e Jeffrey Katzenberg (entrambi  ex dirigenti  della Disney e poi della DreamWorks) Quibi  (Quick bites) non vuole assolutamente entrare in competizione  con le major dei  servizi VOD (video on demand), ma nasce espressamente per visualizzare i  contenuti  su di uno  schermo  di uno  smartphone.

L’idea alla base di  Quibi  non è innovativa, nel  senso  che i contenuti, cioè le storie brevi  (in questo  caso si  parla di  video), sono già state sperimentate con buon successo nelle produzioni  seriali dei  canali principali  di  streaming: la novità è nella sfida creativa di  realizzare un film breve (condensato  in una decina di  minuti) di  alta qualità, sia dal punto  di  vista tecnologico che narrativo.

Il progetto è stato  accolto con notevole impiego  di  capitali da parte della Disney, della Sony Pictures, Viacom e altri  fino a raccogliere quasi  due miliardi  di  dollari( più o  meno)  mentre, per quanto  riguarda i registi  che hanno  già prodotto  delle serie per Quibi  i nomi  vanno  da Steven Spielberg, Sem Raimi, Guillermo  del  Toro che hanno  diretto  attori  del  calibro  di Christopher Waltz, Idris Elba, Bill Murray  e tanti  altri.

Il lancio  negli  Stati Uniti  di  Quibi è fissato per il prossimo  5 aprile, ma molto  probabilmente verrà rinviato a data da destinarsi  per la pandemia di  coronavirus.

Il costo  dell’abbonamento è di 4,99 dollari al mese con intermezzi  pubblicitaria oppure 7,99 senza pubblicità (perché non 5 o 8 dollari, tanto per semplificare la vita)

Per l‘Italia immagino  che si  dovrà aspettare ancora un po’.

Nel  frattempo, dal catalogo  di  Quibi,   che ha  già in attivo  una cinquantina di  titoli, il trailer di  Survive con Sophie Turner (Trono di Spade)

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Una volta una persona che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del  suo  computer, riceve una bibliografia di  diecimila titoli, e rinuncia.

Umberto  Eco 

Ecosia e gli  altri  search  engine

Voi  che mi seguite su questo  blog certamente già conoscete  il significato  dell’acronimo SERP.

Nel caso  abbiate qualche dubbio, oppure il vostro  interesse per l’informatica è pari alla conoscenza del  sesso praticato  tra i  rincocefali, la definizione di  SERP è la seguente:

Nell’ambito delle tecnologie di Internet, un motore di  ricerca (in inglese search  engine) è un sistema automatico che, su richiesta, analizza un insieme di  dati e restituisce un indice dei  contenuti che è per l’appunto chiamata SERP (Search Engine result Page)

Naturalmente dietro  a una qualunque ricerca,  e quindi  i  risultati dovuti  ad essa, vi  sono  diversi  fattori  a cui  le mie competenze informatiche trovano  un limite (d’altronde ho  sempre detto  di  essere semplicemente una blogger)

Da come potete desumere dal titolo  e sottotitolo  dell’articolo oggi vi  parlerò di un particolare motore di  ricerca e cioè di  Ecosia.

Google rimane il motore di  ricerca per antonomasia (tanto  da essere stato  coniato il termine googlare che personalmente  trovo essere  molto  ridicolo), a seguire c’è Bing della Microsoft e Yahoo a contendersi il secondo  e terzo posto tra i search  engine.

Naturalmente esistono  altri motori  di  ricerca particolari, direi  di nicchia, che offrono alcune caratteristiche peculiari e di  cui ne ho  fatto la descrizione di  alcuni  in questo   articolo.

Ecosia e l’impegno  per la riforestazione dove è più necessario

Non direttamente, è ovvio, ma utilizzando parte dei  profitti derivati in parte dalle nostre richieste (ogni  45 richieste fatte individualmente corrispondono a un albero che si pianterà) e i click sugli  annunci  pubblicitari.

Ecosia si  basa interamente su  Bing (la cui partnership è tenuta riservata) riconoscendo al motore di  ricerca di  Redmond una quota delle entrate.

Facendo una ricerca comparativa tra  i due motori possiamo  vedere come sono del  tutto  simili (ho usato IL Blog di Caterina come termine di  ricerca…gioco in casa)

 

Ecosia
Il risultato del termine IL Blog di Caterina utilizzando Bing

 

Ecosia
Lo stesso risultato ottenuto con Ecosia

Da notare in quest’ultima immagine il contatore in alto  a destra a forma di  albero che indica il numero  di  ricerche effettuate ai  fini  di  raggiungere l quota 45 per impiantare un albero.

Ecosia

L’impegno  di  Ecosia è appunto quello  di piantare alberi  dove maggiore è il bisogno di rimboschimento ai  fini dello  sviluppo  economico  o  di intervento in seguito  a eventi catastrofici  natura come, ad esempio i recenti incendi in Australia: a questo proposito tutti  i ricavi  di oggi giovedì 23 gennaio serviranno per la riforestazione del New South Wales (maggiori informazioni  sul blog di  Ecosia )

Gli altri punti  di  forza 

Ecosia nasce nel 2009 da un’idea del trentacinquenne imprenditore tedesco  Christian Kroll con sede a Berlino.

Ad oggi il numero  di  alberi  piantati  da Ecosia nel mondo  sono più di 72 milioni in 19 siti  sparsi nel mondo: questo  ne fa il più importante (a questo punto unico) motore di  ricerca no profit.

Lo stesso Christian Kroll quando fondò Ecosia volle che vi  fossero  da parte sue due punti  fondamentali e cioè:

Non avrebbe mai  venduto  Ecosia

Non avrebbe mai  tratto profitti  dalla compagnia

Questo ha portato  la società ad essere una Purpose Foundation (letteralmente Fondazione di  scopo) per cui  le azioni  della società non possono  essere vendute a sopo  di lucro  o  diventare di proprietà di persone ad essa esterne; tutti i profitti  rimangono come capitale  della società

Ecosia nel 2017 ha ottenuto  la certificazione B Corporation per performance ambientali  e sociali.

Per la trasparenza dei  profitti ottenuti dalle ricerche degli  utenti, Ecosia mensilmente pubblica i rapporti  finanziari  della società.

Inoltre, dal punto di  vista per la salvaguardia ambientale, i  server di Ecosia sono alimentati  al 100% da fonti  rinnovabili, mentre  per garantire  la privacy  degli utenti Ecosia non vende dati  agli inserzionisti, non implementa trackers di  terze parti e tutte le ricerche diventano  anonime nel  giro  di una settimana.

A questo punto mi chiedo  se Google & C. non devono  imparare qualcosa da questo piccolo (grande) motore di  ricerca!

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Podcast on demand: l’ascolto si fa seriale

Amo  ascoltare.

Ho imparato un gran numero  di  cose ascoltando  attentamente.

Molte persone non ascoltano  mai.

Ernest Hemingway 

Podcast A GOGÒ

Spopolano  ovunque: dagli  Stati Uniti alla Corea del  Sud, dalla Svezia alla Francia, ed ora anche qui  da noi: sono i podcast, l’evoluzione della radio o per meglio  dire, utilizzando la terminologia nerd  è la radio on demand.

E c’è ne per tutti: dal podcast erotico (al femminile, servizio in abbonamento  offerto da Dipsea e creatura di Gina Gutierrez e Faye Keegan..non so  assolutamente chi  siano), a quello umoristico, i podcast dedicati  alla scienza e fantascienza, quelli per la matematica, per la cucina, per il trucco e BLABLABLA

Naturalmente,  se una cosa funziona viene subito  trasformata in business,  così Mr. Bezos (che al  momento  non è più l’uomo più ricco  del mondo  essendo  stato superato  da Bill Gates: 105 miliardi  di  dollari  contro  i  suoi  soli 103 miliardi….) ha creato Audible: servizio in abbonamento  che per 9,99 euro  al mese (perché non facciamo  cifra tonda e cioè 10 euro  e non sene parla più?)  offre audiolibri  e podcast per tutte le orecchie.

Ed io come sono  arrivata al podcast e perché, in un certo  senso, me ne sono innamorata?

Ascoltando  la magistrale inchiesta giornalistica di Pablo Trincia Veleno   su quel malaffare di  figli  tolti dalla custodia dei genitori  accusati  di  violenza nei  loro  confronti  (e che parte della politica nostrana non ha esitato per utilizzare a mo’ di  sciacallaggio per denigrare l’avversario)

Prima di  salutarvi vi offro la prima puntata di Veleno (il resto  delle puntate seguendo il link di  cui  sopra)

 Buon 💋 ascolto

Alla prossima! Ciao, ciao....♥♥

Quattro alternative per un motore di ricerca

Il mondo  non ha bisogno  di dogmi, ma di libera ricerca

Bertrand Russell 

I motori  di  ricerca alternativi a Google & C.

Senza per forza scomodare il genio  di  Bertrand Russell è vero  che il mondo della rete avrebbe bisogno sempre più  di una libera fruizione dei  motori  di  ricerca, nel  senso  che, pur  lasciando  a Google (nonché Bing e Yahoo) il loro  primato come efficienza nei  risultati, è indubbio che paghiamo il servizio in termini di rinuncia alla privacy tramite la profilazione dei nostri interessi.

Ho  già accennato  all’argomento  motori  di  ricerca alternativi scrivendo  di  Ecosia, e oggi  vi  suggerisco altre   quattro possibilità  alla strapotere di  Google & C. 

WolframAlpha 

 

In effetti  WolframAlpha è quanto più di  diverso possa esserci  nella categoria motori  di  ricerca e questa differenza è immediatamente visibile nella suddivisione dei  campi  di  applicazione.

WolframAlpha è nato dal progetto  del  fisico  e matematico britannico  Stephen Wolfram, già conosciuto  per avere progettato in passato l’ambiente di  calcolo multipiattaforma Mathematica , utilizzando  il linguaggio  di programmazione chiamato  (guarda un po’) linguaggio  Wolfram. 

WolframAlpha è quindi uno  strumento avanzato soprattutto  per calcoli  scientifici che, in base alla keyword inserita, non fornirà un semplice elenco di  collegamenti ipertestuali  ma risposte in base a   quella che viene definita come risultato di un motore computazionale della conoscenza.

Per farla breve, ad esempio,  ho inserito  come termine di  ricerca le condizioni  meteo  di  Genova  del 25 agosto 2012 (una data qualunque senza particolare interesse per la sottoscritta) ottenendo il seguente risultato:

L’immagine non è molto  chiara (non lo è per nulla) ma è solo l’esempio  del  tipo di  risultato  che possiamo ottenere da WolframAlpha ponendo  domande specifiche.

Ovviamente la lingua utilizzata è solo l’inglese e, oltre a una versione free, vi  sono  altre due forme di licenze a pagamento differenziate per studenti  e professionisti.

QWant

Qwant E’ un motore di  ricerca made in France che ha il pregio  di non registrare le nostre ricerche e quindi i nostri  dati personali  ai fini  pubblicitari.

Tra le sue peculiarità quella di avere una sezione interamente dedicata alla musica per la ricerca di  testi e nuove tendenze musicali.

Swisscows 

Mucche svizzere? 

Pur non trattandosi  di  mucche ma di  server, la sede operativa di  Swisscows si  trova per l’appunto in Svizzera dove la privacy è una questione fondamentale e protetta da leggi tra le più severe nel mondo.

Per questo motivo  Swisscows offre ricerche criptate, non memorizza indirizzi  IP e non conserva tracce della nostra navigazione.

Inoltre, per la gioia dei  genitori  che si preoccupano di  quello  che i minori possono trovare in rete, ha un filtro non rimovibile per arginare la  pornografia.

Ho  voluto  verificare la veridicità di  quanto affermato digitando la parola youporn  (un classico  della pornografia mondiale) ottenendo  questa risposta

Un mio particolare apprezzamento per i progettisti  di Swisscows..

MetaGer

Più che un motore di  ricerca MetaGer  da come si  può desumere dal nome è un metamotore (metasearch) che interroga più decine di motori  di  ricerca per fornire risposte più ampie possibili senza tener conto delle percentuali  di  clic dell’oggetto della query 

Ad esempio digitando a caso un nome qualsiasi  come IL Blog di Caterina ecco  cosa ne esce fuori:

Ma guarda: sono la prima..

   

Oltre a questo  tipo  particolare di  ricerca MetaGer offre anch’esso massima assicurazione per la privacy e quella di  non tracciabilità durante la navigazione.

E’ un progetto senza scopo  di lucro, ma se   volete dare un contributo come supporto, al  progetto  ciò non può che far piacere.

 – FINE –   

Alla prossima! Ciao, ciao….

Non è Rembrandt ma l’Artificial Intelligence a fare il ritratto


Se una persona mi piace molto, non dico  mai  il suo nome ad altri: sarebbe come cederne una parte.

Oscar Wild – Il ritratto  di  Dorian Gray 

Artificial Intelligence for a portrait

Sarà perché il termometro  ricomincia a salire verso  temperature mercuriali (quelle che si  registrano per l’appunto   sul pianeta Mercurio) e l’umidità è pressoché simile a quella delle Foresta amazzonica, oggi proprio  non mi andava di  scrivere nulla.

Ma l’antipatica vocina che mi  frulla in testa ( il webmaster mentale) mi ha fatto notare  che se voglio  conservare la terza posizione (una volta era la prima) nella SERP di  Google, alla voce IL Blog di  Caterina, devo  spremere le meningi e scrivere,  scrivere e ancora scrivere, d’altronde, non per nulla le parole che accompagnano  il titolo  del  sito  sono: Penso, dunque scrivo. Scrivo, dunque penso.

Ma chi è Caterina Balivo?

 A venirmi in aiuto  per contrastare questa mia défaillance è stato il titolo  dell’articolo  di  repubblica.it

Fatevi fare un ritratto (vero) dall’Ai. “Si ispira ai grandi maestri, ma inventa come un pittore”

Così, cedendo  a una certa dose di  curiosità mista al desiderio  di  auto – lusinga, ho dato in pasto  all’Ai di AI Portraits Ars una mia immagine con il risultato  che potete vedere nella slide seguente (e all’inizio dell’articolo):

 

 Se devo  dire tutta la verità (nient’altro  che la verità….) il risultato non mi ha entusiasmato per nulla: ma questo dipende dal  soggetto (io) e soprattutto dalla foto che (forse) non si prestava molto  all’elaborazione.

Comunque l’intento  di AI  Portraits Ars non è quello  di  fare di noi una musa dell’arte, quanto piuttosto  di  allenare le reti neurali nel  generale nuovi modelli.

In questi  caso la generative adversial   (GAN) utilizzata nel progetto si  basa sulla visione di una raccolta di migliaia di opere di  diversi  artisti  che, spaziando  dal  Rinascimento  fino  alla pittura moderna, darà la possibilità all’intelligenza artificiale, una volta che ha esaminato la nostra foto ( o il selfie, se preferite) deciderà quale mano del pittore dipingerà il ritratto del nostro  viso (più o  meno le cose stanno  così).

L’artefice del progetto di  AI Portraits Ars è del  designer italiano  Mauro  Martino, direttore del  Visual Artificial Intellligence Lab di  IBM Research e docente presso  la Northeastern University of Boston, il quale ci  tiene a precisare che non si  tratta di un’app per il fotoritocco come, ad esempio, la famigerata applicazione FaceApp

FaceApp utilizza le foto  inviate dagli utenti per il processo  di invecchiamento del  viso nel  corso  degli  anni.

Lo fa utilizzando parametri  biometrici, fin qua nulla di losco, sennonché queste immagini finiscono sui server russi di  FaceApp di  base a San Pietroburgo e utilizzati  per allenare i sistemi  di  riconoscimento  facciale del  futuro.

In pratica, scaricando l’app, ignoriamo  di  concedere una licenza perpetua irrevocabile dell’utilizzo  della nostra  immagine che vanno  ben  al  di la delle leggi  sulla privacy europea (non per nulla i server sono appunto in Russia).

Al  contrario AI Portraits Ars garantisce che le immagini  da noi  inviate subito  dopo  l’elaborazione vengono  cancellate

Ma poi  che divertimento  c’è nel  volersi  vedere anziani  in un mondo che del  giovanilismo  ne fa una bandiera?

Tutto  qui (avevo  promesso  che sarei  stata breve)

Alla prossima! Ciao, ciao…

Bit & Flops: dal computer di casa ai supercalcolatori

I computer sono inutili.

Essi  possono  dare solo  risposte

Pablo Picasso 

Bit & Flops

Quando  Pablo  Picasso pronunciò la frase che introduce quest’articolo (sempre che lo  abbia fatto) i primi  computer entravano nelle case, mentre Arpanet (l’antenato di Internet) era ancora militarizzata.

Comunque la potenza di  calcolo dei primi processori casalinghi era infinitamente più bassa di un comune smartphone di oggi, figuriamoci  quando  parliamo di  supercomputer.

Se vi  trovate a passare dalle parti  di Ferrera Erbognone (in provincia di  Pavia) sappiate che non vi  è nulla di particolare per cui  meriti una visita: sennonché,  dopo  che mi sono  inimicata tutti i ferrerini  (così si  chiamano gli  abitanti  di  questo paese della Lomellina) qualcosa di particolare c’è: la presenza di un supercalcolatore  capace di svolgere  22,4 miliardi  di operazioni matematiche al  secondo: è Hpc4 di proprietà dell’ENI, il suo  scopo è quello  di  scoprire giacimenti  di petrolio  e gas naturale.

 

 

Hpc4, pur essendo un mostro  di  calcolatore, si pone al 15° posto della classifica Top 500 dei  computer più potenti al mondo

Questa lista  viene aggiornata due volte l’anno  nel  mese di  giugno e novembre (l’ultima classifica risale quindi  a novembre 2018) .

Attualmente a detenere il primo  posto in questa particolate classifica è il supercomputer dl Oak  Ridge National  Laboratory composto  da 2.397.824 core (il nostro  ne ha solo 253.600)

 

 

A parte i  costi dei  supercomputer e loro  gestione (si parla di  cifre pari a diversi  milioni  di  euro), è ovvio che trattandosi di  macchinari monstre per il loro  funzionamento occorrono equipe di  ingegneri in grado  di  creare modelli  matematici inerenti  ai  problemi  che si  vogliono  gestire, quindi il tutto registrato in un software implementato sul supercomputer.

 

Aspettando  di possedere una macchina che non si impalli come il vetusto PC che, però, mi è di  fondamentale aiuto per scrivere questo  blog, vi ricordo  che potete lasciare un messaggio direttamente dal  sito o un commento (a cui  risponderò in tempi (più o  meno) celeri), oppure iscrivervi  alla newsletter per essere aggiornati sugli ultimi  articoli  pubblicati.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Quando il viaggio diventa Trip (TripAdvisor e Google Trips)

Le nostre valige  erano  di  nuovo  ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare.

Ma non importava, la strada è la vita.

Jack Kerouac 

Quando il viaggio  diventa Trip (Advisor) 

Da uno a dieci: di  quanto  vi  fidate delle recensioni su  hotel  e ristoranti fatte da comuni  utenti su  TripAdvisor?

Per quanto mi riguarda se dovessi  seguire i  consigli  degli utenti, e quindi  orientando  le mie scelte, lo farei dando un voto  di  fiducia dallo zero fino al massimo  di  due (se sono in buona giornata).

Questo non perché sono spocchiosa o presuntuosa ( pur non considerandomi  tale, altri  termini  dispregiativi  che terminino  in osa non mi vengono in mente) ma solo e semplicemente perché credo che siamo  esseri unici e di  conseguenza con diversi  punti  di  vista.

Per semplificare guardate i commenti che hanno  rilasciato due persone sulla medesima struttura alberghiera (ovviamente ho volutamente nascosto  il nome o nickname dei  due utenti  e quello  dell’albergo)

 


A chi  dobbiamo credere? 

Quello  che ho  scritto  fin qui sono  considerazioni personali e nulla ha a che vedere con il gigante creato  da mr. Stephen Kaufer nel 2000 e che si  avvia a voler diventare il più grande social network dei  viaggi  nel mondo  (senza contare che altri  giganti  come Google premono per essere i primi  nel  settore ) e cioè attraverso  quella parolina magica che è propria dei  social media: la condivisione di  tutto  quello  che concerne il viaggio (foto, guide, suggerimenti e altro  ancora) con persone a cui diamo  la nostra fiducia (o  amicizia).

 

I numeri di TripAdvisor

 

Quando  il viaggio  diventa (Google) Trips

A differenza di  TripAdvisor dove sono  le recensioni  quelle che contano,  l’ app  Google Trips può essere considerato  come un coltellino  svizzero (ma se vogliamo  essere più tecnologici è meglio  definirla come una applicazione all-in-one)  dove l’utente potrà avere a disposizione  sul suo  smartphone o  tablet  tutte le informazioni  necessarie al  suo  viaggio e cioè potrà consultare gli orari  degli  aerei  e dei  treni, fare prenotazioni,  utilizzare di  dati  di  Google Maps (quindi  visualizzare i  commenti  di  altri), avere a disposizione delle guide turistiche Ad personam e  (molto) altro  ancora, il tutto  consultabile anche offline.

Naturalmente il perfetto  funzionamento di  Google Trips passa attraverso l’integrazione con l’account mail di  Google.  

Nulla potrà comunque togliere l’esperienza di  esplorare il mondo  attraverso i nostri occhi  (talvolta anche per mezzo  del  naso)

 Alla prossima! Ciao, ciao…

Ultrasuoni spia: l’ultima frontiera dei trojan?

Spy Story © caterinAndemme
Spy Story
© caterinAndemme

la definizione classica degli ultrasuoni  è quella che descrive le onde meccaniche sonore: le frequenze che caratterizzano  gli ultrasuoni sono  superiori  a quelle mediamente udibili da un orecchio umano. Convenzionalmente la frequenza utilizzata per discriminare le onde soniche da quelle ultrasoniche  è fissata in 20 KHz

Tratto  da Wikipedia 

Exodus & C.

Dunque ammettiamolo: ossessionati  dalla privacy riguardante la nostra vita, molto  volentieri  cediamo  al  fascino del like postando i fattacci nostri su un qualunque social media che ben  volentieri ci darà lo spazio  necessario in cambio di  ciò che si nutre per il suo  business: pedinarci in maniera costante per scoprire quali  siano le nostre preferenze, proprio  com una pulce che, attaccandosi  al pelo  di un cane,  ne succhia il sangue.

Solo che in questo  caso si  tratta di  vampiri  tecnologici  e, al posto  del  sangue,  quello  che viene a noi  tolto sono i  fantomatici  dati privati della nostra vita.

Naturalmente in questo  caso siamo  (quasi) consapevoli di  questa specie di  baratto.

Molto  meno, anzi per nulla, quando l’azione è puramente criminale come nel  caso dei  famosi trojan horse   fraudolentemente inoculati nei  nostri device digitali.

Caso  emblematico è il trojan dal nome biblico  Exodus: software spia prodotto  da un’azienda italiana  con sede a Catanzaro  (se proprio  volete conoscere il nome dell’azienda vi  rimando  all’articolo  di  Punto Informatico) ad uso per le indagini  di polizia (carabinieri  e Guardia di  Finanza) che, non si  sa bene come, è  entrato in qualche decina di  app gratuite per migliorare le prestazioni  dello  smartphone  scaricabili dal Play Store di  Google.

Cosicché, qualche migliaio  di nostri  connazionali, si  sono ritrovati  ad essere spiati, derubati  dei propri  dati e, dulcis in fundo,  il tutto  è conservato in un server di Amazon (affitta i  server a terze parti) in Oregon località notoriamente lontana dalla giurisdizione italiana.

La procura di  Napoli  ha aperto  un’inchiesta,  mentre il Garante per la privacy, Antonello  Soro, attraverso una richiesta inviata a tutte le cariche istituzionali dello Stato, chiede una modifica della legge sulle intercettazioni voluta dal precedente governo.

Gli ultrasuoni al  servizio  degli  spioni 

 

L’immagine che ho  creato non è il massimo per una spiegazione sullo  spettro del  suono per tanto, se la cosa vi interessa la facoltà di  Scienze dell’Università di  Verona ha pubblicato  questo Pdf sull’argomento.

Ultrasonic cross-device tracking: dietro  a questa definizione si  nasconde una tecnologia che consente  il tracciamento  della nostra posizione e la conoscenza di  altri  dati semplicemente utilizzando il microfono  del nostro  smartphone (ma anche quello  del PC o  dei  portatili).

In pratica potrebbe capitare che un segnale ultrasonico, emesso da un sito  oppure da un app, comunichi l’ordine di  spiarci attraverso un’altra applicazione del nostro  telefonino, senza averne alcuna percezione.

Per il momento  sembra che il metodo  venga (veniva o  verrà) utilizzato  per fini  di  marketing: pensiamo  a un semplice spot trasmesso  dalla cara e vecchia radio: mentre ascoltiamo il jingle il segnale ultrasonico farà partire l’ordine di portare un attacco  alla nostra privacy che è sempre lo  stesso e cioè raccogliere i nostri  dati  e catalogarci.

La difesa da questo  tipo  di  attacco è la più semplice che  ci  sia (oltre a qualche sound firewall): non concedere alle app. o per lo  meno non a tutte, l’utilizzo del microfono.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao..♥ 

 

 

La steganografia a portata di tutti

Spy Service © caterinAndemme
Spy Service
© caterinAndemme

Il posto  migliore per nascondere qualsiasi  cosa è in piena vista

Tratto  da La lettera rubata di  Edgar Allan Poe 

Siamo tutte novelle 007 

Il correttore ortografico ha  continuato  insistentemente a voler correggere la parola steganografia con quella di crittografia: evidentemente non conosce tutti  gli  strumenti  di  James Bond  per celare un messaggio a occhi  indiscreti e che la steganografia è un metodo molto più sofisticato della semplice crittografia 

Nella crittografia lo scopo  è quello  di  mantenere celato il contenuto di un messaggio; nella steganografia è lo  stesso  messaggio ad essere nascosto.

In pratica per nascondere un messaggio  si  utilizza un carrier che può essere,  ad esempio, una fotografia o un brano  musicale oppure, come in alcuni  testi  dell’occultismo (a proposito  puoi leggere  il mio  articolo  su Picatrix), bisogna essere degli iniziati  per estrarre  il testo  originale nascosto  da frasi  sconclusionate (appunto  come nel  Picatrix)

Erodoto, nelle sue Storie,  riferendosi all’episodio in cui Demarato, re di  Sparta esiliato in Persia,  racconta il modo con il quale   lo spartano volle avvertire i  suoi compatrioti  della prossima invasione da parte di Serse:

Demarato  che si  trovava in Susa era venuto  a saperlo e volle darne notizia agli Spartani. ma siccome non aveva altro  modo per comunicarla, perché c’era pericolo di  essere arrestato, immaginò questo  stratagemma: presa una tavoletta ripiegata, ne raschiò via la cera e sul legno  della tavola scrisse, incidendo  le parole, la decisione del  re; ciò fatto sulle parole fece di nuovo  colare la cera, affinché la tavoletta vuota non procurasse molestie, a chi la portava, da parte delle guardie della strada

(Storie – Libro VII 234 -238)

La storia continua conn la vittoria degli  Spartani  su Serse nella Battaglia navale  di  Salamina 

Le spie tedesche,  durante la Seconda guerra mondiale, utilizzarono  la steganografia riducendo fotograficamente il  messaggio  fino  alle dimensioni  di un puntino per poi  sovrapporle al punto  dattiloscritto  di una normale lettera.

OpenPuff: lo strumento per le aspiranti 007  

Volete comunicare al  vostro  amante (lui, lei o leilui) il luogo  del vostro prossimo  incontro segreto senza che il partner ufficiale (lui, lei o leilui) lo venga a sapere?

Detto  questo (e dopo  che mi sono  fatta i fatti  vostri, ma essendo il blog il mio…) vi  dico  subito  che lo  strumento in questione è un software creato dall’italiano  Cosimo Oliboni nel  2004 e in continuo aggiornamento: OpenPuff (per gli  amici  semplicemente Puff).

 

OpenPuff screenshot
OpenPuff screenshot

 

Con OpenPuff avete la possibilità di  celare il  vostro  messaggio in un file audio o  video, in un’immagine oppure in un file Flash – Adobe.

Potrebbe anche essere utile per inserire un watermark  invisibile nelle vostre fotografie per preservarne il  copyright.

OpenPuff lo potete scaricare da questa pagina(solo per sistema Windows) mentre in questo Pdf troverete tutto  ciò che potrà esservi  utile per conoscere  meglio  il programma.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….