Non è Rembrandt ma l’Artificial Intelligence a fare il ritratto


Se una persona mi piace molto, non dico  mai  il suo nome ad altri: sarebbe come cederne una parte.

Oscar Wild – Il ritratto  di  Dorian Gray 

Artificial Intelligence for a portrait

Sarà perché il termometro  ricomincia a salire verso  temperature mercuriali (quelle che si  registrano per l’appunto   sul pianeta Mercurio) e l’umidità è pressoché simile a quella delle Foresta amazzonica, oggi proprio  non mi andava di  scrivere nulla.

Ma l’antipatica vocina che mi  frulla in testa ( il webmaster mentale) mi ha fatto notare  che se voglio  conservare la terza posizione (una volta era la prima) nella SERP di  Google, alla voce IL Blog di  Caterina, devo  spremere le meningi e scrivere,  scrivere e ancora scrivere, d’altronde, non per nulla le parole che accompagnano  il titolo  del  sito  sono: Penso, dunque scrivo. Scrivo, dunque penso.

Ma chi è Caterina Balivo?

 A venirmi in aiuto  per contrastare questa mia défaillance è stato il titolo  dell’articolo  di  repubblica.it

Fatevi fare un ritratto (vero) dall’Ai. “Si ispira ai grandi maestri, ma inventa come un pittore”

Così, cedendo  a una certa dose di  curiosità mista al desiderio  di  auto – lusinga, ho dato in pasto  all’Ai di AI Portraits Ars una mia immagine con il risultato  che potete vedere nella slide seguente (e all’inizio dell’articolo):

 

 Se devo  dire tutta la verità (nient’altro  che la verità….) il risultato non mi ha entusiasmato per nulla: ma questo dipende dal  soggetto (io) e soprattutto dalla foto che (forse) non si prestava molto  all’elaborazione.

Comunque l’intento  di AI  Portraits Ars non è quello  di  fare di noi una musa dell’arte, quanto piuttosto  di  allenare le reti neurali nel  generale nuovi modelli.

In questi  caso la generative adversial   (GAN) utilizzata nel progetto si  basa sulla visione di una raccolta di migliaia di opere di  diversi  artisti  che, spaziando  dal  Rinascimento  fino  alla pittura moderna, darà la possibilità all’intelligenza artificiale, una volta che ha esaminato la nostra foto ( o il selfie, se preferite) deciderà quale mano del pittore dipingerà il ritratto del nostro  viso (più o  meno le cose stanno  così).

L’artefice del progetto di  AI Portraits Ars è del  designer italiano  Mauro  Martino, direttore del  Visual Artificial Intellligence Lab di  IBM Research e docente presso  la Northeastern University of Boston, il quale ci  tiene a precisare che non si  tratta di un’app per il fotoritocco come, ad esempio, la famigerata applicazione FaceApp

FaceApp utilizza le foto  inviate dagli utenti per il processo  di invecchiamento del  viso nel  corso  degli  anni.

Lo fa utilizzando parametri  biometrici, fin qua nulla di losco, sennonché queste immagini finiscono sui server russi di  FaceApp di  base a San Pietroburgo e utilizzati  per allenare i sistemi  di  riconoscimento  facciale del  futuro.

In pratica, scaricando l’app, ignoriamo  di  concedere una licenza perpetua irrevocabile dell’utilizzo  della nostra  immagine che vanno  ben  al  di la delle leggi  sulla privacy europea (non per nulla i server sono appunto in Russia).

Al  contrario AI Portraits Ars garantisce che le immagini  da noi  inviate subito  dopo  l’elaborazione vengono  cancellate

Ma poi  che divertimento  c’è nel  volersi  vedere anziani  in un mondo che del  giovanilismo  ne fa una bandiera?

Tutto  qui (avevo  promesso  che sarei  stata breve)

Alla prossima! Ciao, ciao…

Bit & Flops: dal computer di casa ai supercalcolatori

I computer sono inutili.

Essi  possono  dare solo  risposte

Pablo Picasso 

Bit & Flops

Quando  Pablo  Picasso pronunciò la frase che introduce quest’articolo (sempre che lo  abbia fatto) i primi  computer entravano nelle case, mentre Arpanet (l’antenato di Internet) era ancora militarizzata.

Comunque la potenza di  calcolo dei primi processori casalinghi era infinitamente più bassa di un comune smartphone di oggi, figuriamoci  quando  parliamo di  supercomputer.

Se vi  trovate a passare dalle parti  di Ferrera Erbognone (in provincia di  Pavia) sappiate che non vi  è nulla di particolare per cui  meriti una visita: sennonché,  dopo  che mi sono  inimicata tutti i ferrerini  (così si  chiamano gli  abitanti  di  questo paese della Lomellina) qualcosa di particolare c’è: la presenza di un supercalcolatore  capace di svolgere  22,4 miliardi  di operazioni matematiche al  secondo: è Hpc4 di proprietà dell’ENI, il suo  scopo è quello  di  scoprire giacimenti  di petrolio  e gas naturale.

 

 

Hpc4, pur essendo un mostro  di  calcolatore, si pone al 15° posto della classifica Top 500 dei  computer più potenti al mondo

Questa lista  viene aggiornata due volte l’anno  nel  mese di  giugno e novembre (l’ultima classifica risale quindi  a novembre 2018) .

Attualmente a detenere il primo  posto in questa particolate classifica è il supercomputer dl Oak  Ridge National  Laboratory composto  da 2.397.824 core (il nostro  ne ha solo 253.600)

 

 

A parte i  costi dei  supercomputer e loro  gestione (si parla di  cifre pari a diversi  milioni  di  euro), è ovvio che trattandosi di  macchinari monstre per il loro  funzionamento occorrono equipe di  ingegneri in grado  di  creare modelli  matematici inerenti  ai  problemi  che si  vogliono  gestire, quindi il tutto registrato in un software implementato sul supercomputer.

 

Aspettando  di possedere una macchina che non si impalli come il vetusto PC che, però, mi è di  fondamentale aiuto per scrivere questo  blog, vi ricordo  che potete lasciare un messaggio direttamente dal  sito o un commento (a cui  risponderò in tempi (più o  meno) celeri), oppure iscrivervi  alla newsletter per essere aggiornati sugli ultimi  articoli  pubblicati.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Quando il viaggio diventa Trip (TripAdvisor e Google Trips)

Le nostre valige  erano  di  nuovo  ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare.

Ma non importava, la strada è la vita.

Jack Kerouac 

Quando il viaggio  diventa Trip (Advisor) 

Da uno a dieci: di  quanto  vi  fidate delle recensioni su  hotel  e ristoranti fatte da comuni  utenti su  TripAdvisor?

Per quanto mi riguarda se dovessi  seguire i  consigli  degli utenti, e quindi  orientando  le mie scelte, lo farei dando un voto  di  fiducia dallo zero fino al massimo  di  due (se sono in buona giornata).

Questo non perché sono spocchiosa o presuntuosa ( pur non considerandomi  tale, altri  termini  dispregiativi  che terminino  in osa non mi vengono in mente) ma solo e semplicemente perché credo che siamo  esseri unici e di  conseguenza con diversi  punti  di  vista.

Per semplificare guardate i commenti che hanno  rilasciato due persone sulla medesima struttura alberghiera (ovviamente ho volutamente nascosto  il nome o nickname dei  due utenti  e quello  dell’albergo)

 


A chi  dobbiamo credere? 

Quello  che ho  scritto  fin qui sono  considerazioni personali e nulla ha a che vedere con il gigante creato  da mr. Stephen Kaufer nel 2000 e che si  avvia a voler diventare il più grande social network dei  viaggi  nel mondo  (senza contare che altri  giganti  come Google premono per essere i primi  nel  settore ) e cioè attraverso  quella parolina magica che è propria dei  social media: la condivisione di  tutto  quello  che concerne il viaggio (foto, guide, suggerimenti e altro  ancora) con persone a cui diamo  la nostra fiducia (o  amicizia).

 

I numeri di TripAdvisor

 

Quando  il viaggio  diventa (Google) Trips

A differenza di  TripAdvisor dove sono  le recensioni  quelle che contano,  l’ app  Google Trips può essere considerato  come un coltellino  svizzero (ma se vogliamo  essere più tecnologici è meglio  definirla come una applicazione all-in-one)  dove l’utente potrà avere a disposizione  sul suo  smartphone o  tablet  tutte le informazioni  necessarie al  suo  viaggio e cioè potrà consultare gli orari  degli  aerei  e dei  treni, fare prenotazioni,  utilizzare di  dati  di  Google Maps (quindi  visualizzare i  commenti  di  altri), avere a disposizione delle guide turistiche Ad personam e  (molto) altro  ancora, il tutto  consultabile anche offline.

Naturalmente il perfetto  funzionamento di  Google Trips passa attraverso l’integrazione con l’account mail di  Google.  

Nulla potrà comunque togliere l’esperienza di  esplorare il mondo  attraverso i nostri occhi  (talvolta anche per mezzo  del  naso)

 Alla prossima! Ciao, ciao…

Ultrasuoni spia: l’ultima frontiera dei trojan?

Spy Story © caterinAndemme
Spy Story
© caterinAndemme

la definizione classica degli ultrasuoni  è quella che descrive le onde meccaniche sonore: le frequenze che caratterizzano  gli ultrasuoni sono  superiori  a quelle mediamente udibili da un orecchio umano. Convenzionalmente la frequenza utilizzata per discriminare le onde soniche da quelle ultrasoniche  è fissata in 20 KHz

Tratto  da Wikipedia 

Exodus & C.

Dunque ammettiamolo: ossessionati  dalla privacy riguardante la nostra vita, molto  volentieri  cediamo  al  fascino del like postando i fattacci nostri su un qualunque social media che ben  volentieri ci darà lo spazio  necessario in cambio di  ciò che si nutre per il suo  business: pedinarci in maniera costante per scoprire quali  siano le nostre preferenze, proprio  com una pulce che, attaccandosi  al pelo  di un cane,  ne succhia il sangue.

Solo che in questo  caso si  tratta di  vampiri  tecnologici  e, al posto  del  sangue,  quello  che viene a noi  tolto sono i  fantomatici  dati privati della nostra vita.

Naturalmente in questo  caso siamo  (quasi) consapevoli di  questa specie di  baratto.

Molto  meno, anzi per nulla, quando l’azione è puramente criminale come nel  caso dei  famosi trojan horse   fraudolentemente inoculati nei  nostri device digitali.

Caso  emblematico è il trojan dal nome biblico  Exodus: software spia prodotto  da un’azienda italiana  con sede a Catanzaro  (se proprio  volete conoscere il nome dell’azienda vi  rimando  all’articolo  di  Punto Informatico) ad uso per le indagini  di polizia (carabinieri  e Guardia di  Finanza) che, non si  sa bene come, è  entrato in qualche decina di  app gratuite per migliorare le prestazioni  dello  smartphone  scaricabili dal Play Store di  Google.

Cosicché, qualche migliaio  di nostri  connazionali, si  sono ritrovati  ad essere spiati, derubati  dei propri  dati e, dulcis in fundo,  il tutto  è conservato in un server di Amazon (affitta i  server a terze parti) in Oregon località notoriamente lontana dalla giurisdizione italiana.

La procura di  Napoli  ha aperto  un’inchiesta,  mentre il Garante per la privacy, Antonello  Soro, attraverso una richiesta inviata a tutte le cariche istituzionali dello Stato, chiede una modifica della legge sulle intercettazioni voluta dal precedente governo.

Gli ultrasuoni al  servizio  degli  spioni 

 

L’immagine che ho  creato non è il massimo per una spiegazione sullo  spettro del  suono per tanto, se la cosa vi interessa la facoltà di  Scienze dell’Università di  Verona ha pubblicato  questo Pdf sull’argomento.

Ultrasonic cross-device tracking: dietro  a questa definizione si  nasconde una tecnologia che consente  il tracciamento  della nostra posizione e la conoscenza di  altri  dati semplicemente utilizzando il microfono  del nostro  smartphone (ma anche quello  del PC o  dei  portatili).

In pratica potrebbe capitare che un segnale ultrasonico, emesso da un sito  oppure da un app, comunichi l’ordine di  spiarci attraverso un’altra applicazione del nostro  telefonino, senza averne alcuna percezione.

Per il momento  sembra che il metodo  venga (veniva o  verrà) utilizzato  per fini  di  marketing: pensiamo  a un semplice spot trasmesso  dalla cara e vecchia radio: mentre ascoltiamo il jingle il segnale ultrasonico farà partire l’ordine di portare un attacco  alla nostra privacy che è sempre lo  stesso e cioè raccogliere i nostri  dati  e catalogarci.

La difesa da questo  tipo  di  attacco è la più semplice che  ci  sia (oltre a qualche sound firewall): non concedere alle app. o per lo  meno non a tutte, l’utilizzo del microfono.

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao..♥ 

 

 

La steganografia a portata di tutti

Spy Service © caterinAndemme
Spy Service
© caterinAndemme

Il posto  migliore per nascondere qualsiasi  cosa è in piena vista

Tratto  da La lettera rubata di  Edgar Allan Poe 

Siamo tutte novelle 007 

Il correttore ortografico ha  continuato  insistentemente a voler correggere la parola steganografia con quella di crittografia: evidentemente non conosce tutti  gli  strumenti  di  James Bond  per celare un messaggio a occhi  indiscreti e che la steganografia è un metodo molto più sofisticato della semplice crittografia 

Nella crittografia lo scopo  è quello  di  mantenere celato il contenuto di un messaggio; nella steganografia è lo  stesso  messaggio ad essere nascosto.

In pratica per nascondere un messaggio  si  utilizza un carrier che può essere,  ad esempio, una fotografia o un brano  musicale oppure, come in alcuni  testi  dell’occultismo (a proposito  puoi leggere  il mio  articolo  su Picatrix), bisogna essere degli iniziati  per estrarre  il testo  originale nascosto  da frasi  sconclusionate (appunto  come nel  Picatrix)

Erodoto, nelle sue Storie,  riferendosi all’episodio in cui Demarato, re di  Sparta esiliato in Persia,  racconta il modo con il quale   lo spartano volle avvertire i  suoi compatrioti  della prossima invasione da parte di Serse:

Demarato  che si  trovava in Susa era venuto  a saperlo e volle darne notizia agli Spartani. ma siccome non aveva altro  modo per comunicarla, perché c’era pericolo di  essere arrestato, immaginò questo  stratagemma: presa una tavoletta ripiegata, ne raschiò via la cera e sul legno  della tavola scrisse, incidendo  le parole, la decisione del  re; ciò fatto sulle parole fece di nuovo  colare la cera, affinché la tavoletta vuota non procurasse molestie, a chi la portava, da parte delle guardie della strada

(Storie – Libro VII 234 -238)

La storia continua conn la vittoria degli  Spartani  su Serse nella Battaglia navale  di  Salamina 

Le spie tedesche,  durante la Seconda guerra mondiale, utilizzarono  la steganografia riducendo fotograficamente il  messaggio  fino  alle dimensioni  di un puntino per poi  sovrapporle al punto  dattiloscritto  di una normale lettera.

OpenPuff: lo strumento per le aspiranti 007  

Volete comunicare al  vostro  amante (lui, lei o leilui) il luogo  del vostro prossimo  incontro segreto senza che il partner ufficiale (lui, lei o leilui) lo venga a sapere?

Detto  questo (e dopo  che mi sono  fatta i fatti  vostri, ma essendo il blog il mio…) vi  dico  subito  che lo  strumento in questione è un software creato dall’italiano  Cosimo Oliboni nel  2004 e in continuo aggiornamento: OpenPuff (per gli  amici  semplicemente Puff).

 

OpenPuff screenshot
OpenPuff screenshot

 

Con OpenPuff avete la possibilità di  celare il  vostro  messaggio in un file audio o  video, in un’immagine oppure in un file Flash – Adobe.

Potrebbe anche essere utile per inserire un watermark  invisibile nelle vostre fotografie per preservarne il  copyright.

OpenPuff lo potete scaricare da questa pagina(solo per sistema Windows) mentre in questo Pdf troverete tutto  ciò che potrà esservi  utile per conoscere  meglio  il programma.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao….

Ecosia: il motore di ricerca che pianta alberi

Bytes © caterinAndemme
Bytes
© caterinAndemme

Nell’ambito delle tecnologie di Internet, un motore di  ricerca (in inglese search engine) è un sistema automatico che, su richiesta, analizza un insieme di  dati e restituisce un indice dei  contenuti (SERP Search Engine Result Page) classificandoli in modo  automatico in base a formule statistico – matematico  (algoritmi)

Tu ricerchi, loro piantano  alberi

Sono tre i punti  fondamentali su  cui  si  basa l’idea di  Ecosia e cioè:

Essere completamente trasparente

La società proprietaria di  Ecosia pubblica mensilmente un report sull’impiego  dei profitti generati  dalla pubblicità

Ecosia è stata fondata a Wittenberg  (Germania) da Christian Kroll il 7 dicembre 2009: non è una onlus ma una società a scopo di lucro che dichiara di  donare l’80 per cento dei  propri  guadagni (ricavati  dalla pubblicità online) a programmi  di  riforestazione nel mondo  tramite il WWF.

L’attuale sede della società è a Berlino

Partner del  progetto, oltre che il WWF, sono Bing (Microsoft) e Yahoo.

  Di  utilizzare energia alternativa prodotta da pannelli  solari per alimentare i propri  server, riducendo in questa maniera l’emissione di  anidride carbonica nell’aria

⇒  Di essere rispettosi  della privacy dell’utente

Ecosia si  impegna a tutelare i  diritti dell’utente non vendendo i dati agli inserzionisti, non utilizzando  trackers di  terze parti e di rendere anonime tutte le ricerche nel  giro  di una settimana.

Come funziona Ecosia? 

La ricerca può essere effettuata direttamente dal  sito  della società oppure, soluzione più logica, scaricare l’estensione disponibile per tutti i  tipi  di browser diventando in questa maniera il motore di  ricerca predefinito  del vostro  sistema.

Naturalmente Ecosia non è paragonabile al  gigante di  Mountain View (Google) ma, considerando le dovute differenze sia finanziare che quelle di persone impiegate (Ecosia ne ha appena 13), forse c’è lo spazio  per la crescita di  questo  browser alternativo.

Spinta dalla curiosità ho testato sia Ecosia che Google utilizzando  come termine di  ricerca IL Blog di  Caterina (what else?), i risultati sono i seguenti (la ricerca effettuata  il giorno 3 aprile 2019):

Ecosia
Il risultato della ricerca fatta tramite Ecosia

Come potete vedere  IL Blog di  Caterina risulta essere la prima voce (WOW!!!) e la terza su 1.710.000 risultati

Il risultato da Google

Nel  caso  di  Google IL Blog di  Caterina (visualizzato  con il mio nome) è ancora la prima voce (doppio WOW!!!) ma questa volta  su 19.100.000 risultati: una bella differenza.

Tutto  qui.

Alla prossima! Ciao, ciao… 

TinEye alla ricerca di immagini in rete

io, Caterina
io, Caterina
© caterinAndemme

Non è forse la vita una serie di immagini che cambiano solo  nel modo di  ripetersi?

Andy Warhol  

Copyright

Naturalmente essendo una semplice blogger (è solo  falsa modestia) penso  che le immagini pubblicate sul mio  blog -contraddistinte dalla firma © caterinAndemme quindi proprietà intellettuale della sottoscritta – non sono appetibili da essere  utilizzate in maniera fraudolenta senza il mio  consenso, cosa per altro  che mi è già capitata con qualche foto  pubblicata sul mio profilo Instagram (cercate appunto  Caterina Andemme se siete curiose di  vedere ciò che pubblico).

La proprietà intellettuale rappresenta il primo  diritto  del creatore, dell’artista e dell’inventore.

Tale diritto sottende qualsiasi  creazione e nasce con la creazione dell’opera stessa.

TinEye alla ricerca di immagini 

Naturalmente quando si tratta di  fare ricerche Google è per antonomasia il motore di  ricerca (con buona pace per gli  altri  che arrivano  secondi) e questo è valido  anche quando il nostro interesse è rivolto a una immagine.

Ma c’è lo spazio  anche per altri  servizi che, in un certo  senso, possono  anche risultare migliori dei classici  motori  di  ricerca.

E’ il caso  di TinEye il cui  utilizzo è gratuito e che può essere  anche un’ estensione per i  browser principali.

Come fare la ricerca è semplicissimo:

TinEye

Dalla home page del  sito nella casella di  ricerca possiamo  fare l’upload di una nostra foto  oppure inserire l’url  dell’immagine 

Una volta caricata l’immagine  TinEye in breve ci  dirà se è stata utilizzata impropriamente da altri (per l’esempio  ho  utilizzato  una mia creazione che non  è stata minimamente presa in considerazione da nessuno…)

Tutto qui.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Ping e fu il primo vagito di Internet in Italia

Aidoru
©caterinAndemme

Adoreremo le immagini  proposte dai  media e saranno queste a definire la nostra personalità.

Gli  idoli  elettronici ci  sembreranno più veri  del  vero perché la realtà sarà interamente definita in base alle nostre percezioni.

Dalla prefazione del  romanzo  Aidoru di William Gibson 

Il primo  vagito 

Le persone che sono  nate il 30 aprile 1986 oggi  hanno quasi  trentatré anni, ma non è del  loro primo  vagito di  cui  voglio parlare.

Sono certa che pensando a quel  fatidico  aprile del 1986, precisamente al 26 aprile,  viene in mente la maionese impazzita della centrale nucleare di  Chernobyl con tutte le conseguenze del dopo.

Ma non è questo  di  cui  vi  voglio  parlare.

Il 30 aprile 1986 a Pisa, precisamente in via santa Maria presso  la sede del  CNUCE  (Centro Nazionale Universitario  di  Calcolo Elettronico) partì il primo  messaggio che avrebbe collegato  l’Italia a quella grande rete informatica che prenderà il nome di  Internet.

Posso  immaginare che ai  Millennials, abituati all’utilizzo  delle tecnologie e sempre  interconnessi, questa notizia possa essere utile quanto sapere del  perché della crisi  delle acciughe in Perù, per tutti  gli  altri, cioè voi, se avete voglia seguitemi leggendo il resto  dell’articolo  (o post se preferite).

Una precisazione sul termine Millennials: in Italia siamo  abituati  a considerare questa generazione come i  nati nell’anno 2000 e dopo tale data.

In effetti  la generazione Y, appunto i Millennials è quella dei  nati fra l’inizio  degli  anni ’80 e la fine degli  anni ’90.

La caratteristica che li  contraddistingue dalla generazione precedente è quella di avere una maggiore familiarità con le tecnologie digitali.

Io, ad esempio, che sono nata il****** (vi piacerebbe saperlo!) e quindi BLABLABLA…

Dunque: questo primo  segnale parte dalla sede del  CNUCE e, attraverso un cavo  telefonico,  arriva alla stazione di  Frascati dell’ Italcable (la concessionaria per l’Italia che gestiva i  servizi  di  telecomunicazioni  internazionali fino  al 1994 quando divenne parte della Telecom), da qui il segnale venne inviato a Fucino  (Abruzzo) dove un’antenna di  Telespazio  lo fece rimbalzare a sua volta nello  spazio  verso il satellite Intelsat IV e, finalmente,  raccolto dalla stazione satellitare del  Comcast in Pennsylvania: in pratica era il primo  collegamento  di un ente italiano  con  quella rete di  computer che allora si  chiamava Arpanet.

Cosa c’era scritto in quel messaggio, cioè in  quel  primo  vagito?

Semplicemente PING a cui  seguì un’altrettanta semplice risposta americana:  OK.

Uomini e protocolli

All’inizio non esisteva un’unica rete ma esistevano diverse reti  con un proprio linguaggio che impediva ad esse di interconnettersi, per questo motivo nel 1972 Vinton Gray  Cerf e Robert  Kahn unirono le loro  conoscenze per progettare un linguaggio  comune a tutte le macchine (computer) collegate in rete: il protocollo di Internet TCP/IP (Pdf)

Nel 2005 il presidente degli  Stati  Uniti  George W. Bush ha insignito i due ricercatori  del  riconoscimento Presidential Medal of Freedom la più alta delle onorificenze americane

Nell’ottobre 1990 nasce il World Wide Web, con l’implementarsi  dell’HTML, per opera di Sir Timothy John Berners – Lee

A questo punto, risalendo indietro  nel  tempo e cioè nel 1971, non posso non citare Ray Tomlinson(Amsterdam, 23 aprile 1941 – Lincoln, 5 marzo 2016) inventore della posta elettronica (la mail di uso  comune)

E gli italiani?

Non mi sono  assolutamente dimenticata di loro e per questo  cito i nostri  due pionieri della rete e cioè Luciano Lenzini e Stefano Trumpy

Conclusione

Oggi è il compleanno  di  Facebook, infatti  il social – network per antonomasia è nato il 4 febbraio 2004.

Nessuno, da quel giorno  di  aprile del 1986, poteva immaginare cosa sarebbe diventata la rete con l’ingresso di protagonisti del  calibro di  Facebook (e Instagram), Google, Amazon e altre società che diventano  sempre più grandi (quasi  come degli  stati) commerciando per mezzo di intrusioni nella nostra privacy.

Siamo più liberi, oppure prigionieri di un mondo virtuale in cui  predomina il chiudersi in un recinto dove condividiamo  le nostre idee solo  con gruppi  di persone che la pensano  come noi tralasciando, quindi, il confronto.

La rete che conosciamo  oggi  non è quella pensata dai  suoi  padri, cioè la trasmissione del  sapere in maniera democratica: fake news, odio, razzismo sono i temi  che dominano nelle chat e nei  social.

Forse sarebbe il caso  di  ritornare indietro e ripensare a quello che la rete doveva essere.

Alla prossima! Ciao, ciao………..

Gli umanoidi fra di noi

The Controller
© caterinAndemme

Le leggi  della robotica tra ieri  e oggi 

Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) celebre e prolifico  scrittore di  science – fiction,  nonché biochimico  e divulgatore scientifico, aveva pensato  sino  dall’inizio  degli anni ’40 che la tecnologia si  sarebbe sviluppata a tal  punto da creare macchine intelligenti (robot) al  servizio  dell’umanità e che le stesse avrebbero  dovuto obbedire alle tre leggi  fondamentali  della robotica, e cioè:

Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio  mancato intervento, un essere umano riceva danno

Un robot deve obbedire agli ordini  impartiti dagli  esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa   non contrasti con la Prima o  con la Seconda Legge

Non da subito  le tre leggi  della robotica entrarono  a far parte dei  racconti di  Asimov, bisognerà aspettare il racconto Reason (pubblicato  in Italia nel  1963 con il titolo Seconda ragione) incluso  nell’antologia Io robot.  


Dalla voce dello  stesso  Isaac Asimov la spiegazione delle tre leggi (in lingua originale)


Dunque sono passati  quasi  ottant’anni dall’enunciazione dei  tre principi per regolare la vita dei  robot ma se nel 1940 esse erano  relegate alla pura fantascienza, oggi già assistiamo all’ingresso  di  macchine intelligenti nei processi  produttivi e nel  futuro prossimo la loro presenza sarà ancor più invasiva (per i  catastrofisti ad ogni  costo ciò comporterà problematiche sociali per via del  fatto  che l’uomo sarà sostituito totalmente dalle macchine in ogni  lavoro).

Ed è per questo  che David Woods e Robin Murphy (il primo  ingegnere presso  l’Ohio State University,  il secondo  lo è presso la Texas A&M University) hanno proposto una modifica alle tre leggi  della robotica di  Asimov adattandole ad un possibile scenario di  vita reale futura:

Un essere umano non può utilizzare un robot senza che il sistema di  lavoro uomo-robot raggiunga i più alti  livelli  legali e professionali  di  sicurezza ed etica.

Un robot deve rispondere agli esseri umani in modo appropriato al loro ruolo

Un robot deve essere dotato di autonomia sufficiente per proteggere la propria esistenza a condizione che tale protezione fornisca un graduale trasferimento di controllo che non sia in conflitto con la Prima e con la Seconda Legge

Ritornando  alla fantascienza: due autori per due racconti

Molto prima che Arnold Schwarzenegger sfoggiasse il suo carico  di  muscoli interpretando il Terminator di James Cameron (1984) lo scrittore americano John Stewart Williamson (Bisbee, 29 aprile 1908 – Portales, 10 novembre 2006), meglio  conosciuto  con lo pseudonimo  di  Jack Williamson, pubblicò nel 1947 il romanzo The Humanoids (Gli Umanoidi nella collana Urania della Mondadori il 1 settembre 1955)

Fra più di  diecimila anni , in un  lontano  pianeta che l’uomo  ha conquistato  da tanto  tempo da dimenticarsi  della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo  a punto i  suoi  potenti missili, arma segreta capace di  far deflagrare un pianeta  quando  cominciano  a succedere cose strane. entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo  inesplicabile e la sua venuta dà l’avvio alla strana allucinante, interessantissima vicenda, interpretati  da personaggi  d’eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco  White con la sua banda di  stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi  perfetti creati  per  Servire e ubbidire e Proteggere l’uomo  dal  male. ma Clay Forester non vuole questi  eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno  dell’uomo una marionetta….. 

In effetti, a differenza del  letale Terminator, gli Umanoidi  di Jack Williamson si  adoperano  affinché nessun uomo possa modificare la loro  direttiva primaria: servire la razza umana proteggendola.

Ma, in un certo  senso, è proprio  proteggendo che gli umanoidi schiavizzano i loro  creatori: all’essere umano on viene più concesso di  agire secondo  coscienza ma posti in una soporosa bambagia.

Il tema del controllo  degli umanoidi sull’uomo, paradossalmente applicato  a fin di  bene per proteggerlo, viene ripreso da Jack Williamson ventisette anni  dopo nel  seguito  che avrà come (per nulla fantasioso) titolo Il ritorno  degli Umanoidi (pubblicato dalla Mondadori – Urania il 2 maggio 1982)

Del  secondo libro, piuttosto un’antologia, è talmente famoso che vi  rimando direttamente alla sua anteprima…

La verità è che il mio robot-scrittore ha esaurito la sua energia e devo  metterlo  sotto carica

Alla prossima! Ciao, ciao….


Anteprima del libro  Io Robot di Isaac Asimov 

Qui si parla di percezione aptica e di storie che non si conoscono

Il gatto e il canarino
© caterinaAndemme

Percepire le cose attraverso il tatto 

Percepire le cose attraverso  il tatto ha un suo nome scientifico e cioè percezione aptica.

La percezione aptica è il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto. La percezione aptica deriva dalla combinazione tra la percezione tattile data dagli oggetti sulla superficie della pelle e la propriocezione che deriva dalla posizione della mano rispetto all’oggetto (definizione tratta da Wikipedia)

Quanti  di  voi  lo  sapevano  già?

Questo non lo  saprò mai. ma posso  confessare  che per me percezione aptica aveva lo  stesso valore riguardo  la  mia  conoscenza  della lingua Klingon (Star Trek docet): ancora oggi non parlo  la lingua Klingon, ma, grazie alla segnalazione di un amico, conosco cosa s’intende per percezione aptica e cosa si può fare per aiutare coloro  che hanno  bisogno  del tatto per leggere.

Utilizzando il   traduttore italiano – klingon (giuro  che esiste) vi voglio  dedicare questa frase :

HItlha’ Suvmo’ ghIlDeSten je ‘e’ qaS jaj SoHvaD je pIq vItul 

Non essendo però sicura di  una traduzione in italiano corretta (e volendo  evitare malintesi) lascio  tutto  alla vostra fantasia.

Un aiuto ai  non vedenti  per la lettura dei libri

Gemma Carolina Bettelani

La giovane (e bella)  ragazza nella foto  si  chiama Gemma Carolina Bettelani, ha ventisei  anni ed è nata a Sarzana.

E’ una dottoranda del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione di Ricerca dell’Università di  Pisa e lavora presso il Centro  di  Ricerca E. Piaggio della stessa università (insomma, quello  che comunemente viene definito  come un cervello  che funziona al meglio delle possibilità).

Quest’anno si è aggiudicata un premio, sotto  forma di finanziamento al progetto,  nel programma Innovation  in Haptic Research per il dispositivo  da lei  progettato  e  chiamato  Readable .

Per spiegare  in cosa consiste Readable  preferisco  che siano le parole della stessa ricercatrice a dircelo:

Nel mondo ci sono 285 milioni di persone ipovedenti, di cui 39 milioni non vedenti – afferma Gemma Bettelani-. La qualità della loro vita dipende anche dall’avere accesso a contenuti testuali e grafici usando altri sensi, per esempio l’udito e il tatto. I dispositivi Braille meccanici fino ad ora prodotti spesso non hanno più di una riga, a causa degli alti costi di produzione. sono dispositivi in grado di cambiare dinamicamente le lettere, ma non riescono a convogliare molta informazione per volta.

Il mio progetto ambisce a superare queste limitazioni, creando una tavoletta a più righe, semplice e low-cost, in cui i caratteri braille vengono attuati da un magnete che li fa andare su e giù ricevendo corrente. In questo modo è possibile cambiare le lettere braille in modo dinamico, e potenzialmente  leggere su una sola tavoletta interi libri

Se volete approfondire l’argomento  vi  rimando  alla pagina dedicata del  Centro di  Ricerca E. Piaggio.

 

La colonna sonora per le tue letture (o per Le storie che non conosci)

Nel 2015 Samuele Bersani, insieme al cantautore  Pacifico e con il cameo  di  Francesco  Guccini, realizzò Le storie che non conosci in occasione del progetto  nazionale #ioleggoperchè per la promozione del libro  e della lettura organizzato  dall’AIE (Associazione Italiana Editori

Vi confesso  che il brano  è talmente bello  che ogni volta che lo  ascolto  devo  correre a leggere un libro…come adesso.

Alla prossima! Ciao, ciao……… 

Le storie che non conosci